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Due testi del prof.

Plinio
Corrêa de Oliveira
Applicazioni del maestro del pensiero contro-rivoluzionario
a due situazioni storiche:
- l’”Ostpolitik” vaticana
- il nuovo socialismo francese

Cortesia del sito www.atfp.it

• La libertà della Chiesa nello Stato


comunista

• Il socialismo autogestionario
La libertà della Chiesa nello Stato comunista

Prefazione — 1964

Il presente saggio, «La libertà detta Chiesa nello Stato comunista», scritto dal prof.
Plinio Corrêa de Oliveira, ordinario di Storia Moderna e Contemporanea nella
Pontificia Università Cattolica di São Paulo, fu pubblicato in prima mano nel mensile
di cultura "Catolicismo", n.° 152, agosto 1963, edito nella diocesi di Campos, Brasile.
Durante la 2a sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II è stato distribuito a tutti i
Padri Conciliari come iniziativa della Sociedade Brasileira de Defesa da Tradição,
Família e Propriedade, sezione Rio de Janeiro.

Per suggerimento degli Ecc.mi e Rev.mi Mons. Geraldo de Proença Sigaud S. V. D.,
arcivescovo di Diamantina e Mons. Antonio de Castro Mayer, vescovo di Campos,
come di altre personalità che avevano letto il saggio e se n'erano assai interessati,
l'Autore ha sviluppato più ampiamente alcuni argomenti che figuravano nella prima
edizione del suo studio. L'articolo così ampliato, fu di nuovo pubblicato in
"Catolicismo", n.° 161, maggio 1964.

Dato che tali argomenti, di centrale importanza nello studio della questione,
rappresentavano un contributo originale, è parso che l'ampliazione suggerita
corrispondeva al desiderio di un gran numero di lettori. Così, la Sociedade Brasileira
de Defesa da Tradição, Família e Propriedade, sezione Rio de Janeiro, ha promosso la
presente riedizione.

Oltre alle numerose lettere di cardinali, patriarchi, arcivescovi e vescovi ricevute


dall'Autore, la prima edizione del presente saggio è stata pubblicata integralmente nei
giornali e nelle riviste seguenti: — nel Brasile: "Diario de São Paulo", "Diario do
Cormércio", "Diario do Comércio & Industria", "Gazeta Mercantil", "Gazeta
Esportiva", di São Paulo; "O Estado de Minas", "Diario de Minas", "Correio de
Minas", "Folha de Minas"', di Belo Horizonte; "Jornal do Dia", di Porto Alegre;
"Semana Catolica" di Salvador; "Correio do Ceará" di Fortaleza; "A Comarca" di
Araçatuba; "A Voz do Povo" di Olimpia; "A Semana Religiosa" di Pouso Alegre; —
nell'Estero: "O Apostolado" di Luanda, Angola; "Cristiandad" di Barcelona, Spagna;
"Cruzada" di Buenos Aires, Argentina; "Fiducia" di Santiago, Cile; "Mundo Mejor"
di Città del Messico, Messico; "Nouvelles de Chrétienté" di Parigi, Francia; "Il
Tempo" di Roma, Italia; "Unidad" di Miami, Florida, USA; "A Voz" di Lisbona,
Portogallo; "The Wanderer" di Saint Paul, Minnesota, USA.

***
Chi è persuaso che il comunismo mette il mondo dei nostri giorni in un bivio tra i più
cruciali della storia, facilmente riuscirà a vedere l’importanza e l’attualità del tema
esposto.

Tra i comunisti di osservanza moscovita non di rado si ammette come possibile —


sotto determinate circostanze — il trionfo pacifico della loro causa in parecchie
nazioni, e forse in tutto il mondo.

Tra le diverse circostanze necessarie a questo scopo, vi è una la cui importanza non
deve essere sottovalutata: ossia, che i cattolici si astengano di opporre una resistenza
veramente energica all'impianto del comunismo.

Difatti, se in ogni nazione in cui i cattolici rappresentano una cifra considerevole, essi
combattessero ad oltranza il comunismo, affrontando addirittura anche il martirio,
allora la vittoria pacifica del marxismo risulterebbe un mito. Ed i suoi complici
sarebbero costretti a ricorrere a mezzi violenti. Però, questa violenza — con la quale
sognano i comunisti di osservanza cinese — solleverebbe contro loro, non solo la
resistenza dei 500 milioni di cattolici sparsi in tutto il mondo, come pure, per una
naturale ripercussione, quella di numerosi seguaci di altre religioni. Se invece, sedotti
dal sorriso di Mosca o terrorizzati dal cipiglio di Pechino, i cattolici del 1964 non
offriranno al marxismo la resistenza che gli opposero alcuni decenni fa i loro fratelli
messicani e spagnoli, allora si potrà dire, che uno dei maggiori, o persino il maggior
ostacolo all'espansione rossa sarà stato abbattuto.

Ecco perché alle guide comuniste di qualsiasi tipo, tanto "russo" quanto "cinese", sia
di capitale importanza conoscere l'atteggiamento dei cattolici nell'eventuale impianto
del comunismo, qua o là, in scala nazionale, oppure dappertutto, in scala mondiate.

Per motivi analoghi, il tema presenta un interesse fondamentale a tutti coloro che
combattono il comunismo nel mondo intero. Basta che ne pensino soltanto un poco e
si accorgeranno che un'accettazione rassegnata del giogo comunista da parte dei
cattolici, significherà una depauperazione profonda e irreparabile delle schiere
anticomuniste.

Insomma, tutti coloro di ambedue i lati che ammettono come questione capitale dei
nostri giorni la lotta tra il marxismo e la civiltà cristiana, sanno che la soluzione che
verrà data al problema impostato nel presente saggio, può determinare tutto il corso
della Storia.

Ora, questo grande problema si riduce in essenza a sapere se in uno Stato Comunista
la Chiesa potrà godere una vera libertà, per l'adempimento integrale della sua divina
missione, nella quale è compresa la predicazione intera della Legge di Dio. È appunto
questo il tema svolto nel saggio del prof. Plinio Corrêa de Oliveira.
L'Autore dimostra in questo studio, attraverso argomenti dottrinali, che ammettere da
parte della Chiesa una attenuazione di principi o di attuazione riguardo la famiglia e
la proprietà privata, per potere esistere e godere l'indispensabile libertà nello Stato
comunista, è un atteggiamento contrario ai principi fondamentali della dottrina
cattolica stessa.

Introduzione

I lettori di "Catolicismo" accolsero sempre con interesse i saggi che si aggirano sul
problema delle relazioni tra la Chiesa e lo Stato. Mi è sembrato, quindi, che
riceverebbero con simpatia alcune riflessioni su un aspetto odierno di questo
problema, ossia, la libertà della Chiesa nello Stato comunista.
Pubblicai, perciò, nel numero 152 di questa rivista mensile (agosto 1963) lo studio
che "Catolicismo", stimolato dal grande interesse ch'era stato suscitato dalla materia,
adesso edita di nuovo ampliato in vari punti. Queste aggiunte furono introdotte a
richiesta di amici, o per rispondere a obiezioni di seguaci della tesi opposta a quella
difesa dal presente studio.
Prima di entrare nel tema, mi pare necessario definire i limiti naturali di questo
saggio. Esso costituisce uno studio sulla questione della legittimità della coesistenza
pacifica tra la Chiesa e il regime comunista negli Stati dove vigora [esiste] tale
regime.
Questo tema non si confonde con quello della coesistenza pacifica, nel piano
internazionale, fra Stati che vivono sotto regimi politici, economici e sociali
differenti; né con quello delle relazioni diplomatiche fra la Santa Sede e le nazioni
soggette al giogo comunista.
Discorrere, anche di passaggio, su questi due temi che presentano ognuno
caratteristiche e prospettive molto peculiari, implicherebbe estendere troppo il
presente studio. Dunque, essi non appaiono in queste pagine consacrate
esclusivamente a investigare se, e in quali condizioni, la Chiesa può coesistere
veramente libera con un regime comunista.
Non tratteremo qui anche del problema della cooperazione tra cattolici e comunisti,
nei paesi non comunisti. Questo tema è stato svolto molto intelligentemente
dall'Ecmo. e Rev.mo Vescovo di Campos, Mons. Antonio de Castro Mayer, nella
magnifica "Lettera Pastorale prevenendo i diocesani contro gli stratagemmi della
setta comunista" (pubblicata in "Catolicismo", n.° 127, luglio 1961, e dalla Casa
Editrice Vera Cruz, São Paulo, 3a. ed., 1963).
Ciò premesso, passiamo direttamente alla materia, cominciando dalla analisi dei fatti.

I lettori di "Catolicismo" accolsero sempre con interesse i saggi che si aggirano sul
problema delle relazioni tra la Chiesa e lo Stato. Mi è sembrato, quindi, che
riceverebbero con simpatia alcune riflessioni su un aspetto odierno di questo
problema, ossia, la libertà della Chiesa nello Stato comunista.
Pubblicai, perciò, nel numero 152 di questa rivista mensile (agosto 1963) lo studio
che "Catolicismo", stimolato dal grande interesse ch'era stato suscitato dalla materia,
adesso edita di nuovo ampliato in vari punti. Queste aggiunte furono introdotte a
richiesta di amici, o per rispondere a obiezioni di seguaci della tesi opposta a quella
difesa dal presente studio.

Prima di entrare nel tema, mi pare necessario definire i limiti naturali di questo
saggio. Esso costituisce uno studio sulla questione della legittimità della coesistenza
pacifica tra la Chiesa e il regime comunista negli Stati dove esiste tale regime.

Questo tema non si confonde con quello della coesistenza pacifica, nel piano
internazionale, fra Stati che vivono sotto regimi politici, economici e sociali
differenti; né con quello delle relazioni diplomatiche fra la Santa Sede e le nazioni
soggette al giogo comunista.

Discorrere, anche di passaggio, su questi due temi che presentano ognuno


caratteristiche e prospettive molto peculiari, implicherebbe estendere troppo il
presente studio. Dunque, essi non appaiono in queste pagine consacrate
esclusivamente a investigare se, e in quali condizioni, la Chiesa può coesistere
veramente libera con un regime comunista.

Non tratteremo qui anche del problema della cooperazione tra cattolici e comunisti,
nei paesi non comunisti. Questo tema è stato svolto molto intelligentemente
dall'Ecmo. e Rev.mo vescovo di Campos, Mons. Antonio de Castro Mayer, nella
magnifica «Lettera Pastorale prevenendo i diocesani contro gli stratagemmi della
setta comunista» (pubblicata in "Catolicismo", n.° 127, luglio 1961, e dalla Casa
Editrice Vera Cruz, São Paulo, 3a. ed., 1963).

Ciò premesso, passiamo direttamente alla materia, cominciando dalla analisi dei fatti.

I — I fatti

1. Per molto tempo l'atteggiamento dei governi comunisti, non solo in relazione
alla Chiesa cattolica come in relazione a tutte le religioni, è stata dolorosamente
chiara e coerente.

a) Secondo la dottrina marxista, ogni religione è un mito che comporta la


"alienazione" dell'uomo ad un ente superiore immaginario, cioè a Dio. Le classi che
opprimono si valgono di questa "alienazione" per mantenere il loro dominio sul
proletariato. Infatti, la speranza di una vita ultraterrena, promessa ai lavoratori
rassegnati come ricompensa della loro pazienza, agisce su di essi come l'oppio
affinché non si ribellino contro le dure condizioni di vita a loro imposte dalla società
capitalista.
b) Così, nel mito religioso tutto è falso e nocivo all'uomo. Dio non esiste e non esiste
la vita futura. L'unica realtà è la materia nello stato di continua evoluzione.
L'obiettivo specifico dell'evoluzione consiste nel "disalienare" l'uomo in ciò che si
riferisce a qualunque soggezione verso padroni reali o fittizi. La evoluzione, nel cui
libero corso risiede il sommo bene dell'umanità, trova dunque un serio ostacolo in
ogni mito religioso.

c) Perciò allo Stato comunista, che per mezzo della dittatura del proletariato deve
aprire le vie alla "disalienazione" evolutiva delle masse, compete il dovere di
sterminare radicalmente ogni e qualunque religione; e a questo fine, nel territorio
sotto la sua giurisdizione, deve:

— in un maggiore o minore spazio di tempo — conforme la malleabilità della


popolazione — chiudere tutte le chiese, eliminare completamente il clero, proibire
ogni culto, ogni professione di fede, ogni apostolato;
— durante il tempo in cui non sarà possibile arrivare completamente a questo
risultato, mantenere, verso i culti ancora non soppressi, un'attitudine di tolleranza
odiosa, di spionaggio multiforme e di continua limitazione delle loro attività;
— infiltrare comunisti nelle gerarchie ecclesiastiche sussistenti, trasformando
simulatamente la religione in veicolo del comunismo;
— promuovere con tutti i mezzi in potere dello Stato e del Partito comunista, la
"ateizzazione" delle masse.

(Si veda, sulla dottrina comunista, la sostanziosa e chiaroveggente esposizione


contenuta nella famosa «Lettera Pastorale sulla setta comunista, i suoi errori, la sua
azione rivoluzionaria e i doveri dei cattolici nell'ora presente», scritta da S. Ecc.za
Rev.ma Mons. Geraldo de Proença Sigaud, S. V. D., Arcivescovo di Diamantina,
pubblicata in "Catolicismo", n.° 135, marzo 1962, e dalla Casa Editrice Vera Cruz,
São Paulo, 2.a ed., 1963).

Dal momento in cui nella Russia si è instaurata la dittatura comunista e più o meno
fino all'invasione della URSS da parte delle truppe naziste, la condotta del governo
sovietico in relazione alle varie religioni è stata diretta da questi principi.

Durante tutta questa prima fase, la propaganda comunista ostentava agli occhi di tutto
il mondo la sua intenzione di sterminare ogni religione e lasciava ben chiaro che,
perfino quando ne tollerava qualcuna, lo faceva per più sicuramente arrivare a
eliminarla.

2. Di fronte a questo procedimento del comunismo, anche la linea di condotta


che doveva essere mantenuta dalla opinione cattolica, si mostrava semplice e
chiara.

Essendo perseguitata a oltranza a causa d'una profonda e compieta incompatibilità fra


la sua dottrina e quella del comunismo, la Chiesa poteva soltanto reagire a oltranza
con tutti i mezzi leciti.

Le "relazioni" fra i governi comunisti e la Chiesa potevano soltanto consistere in una


lotta totale, di vita o di morte. Consapevole di tutto ciò, l'opinione cattolica sorgeva in
ogni nazione come un'immensa falange, disposta a tutto accettare, perfino il martirio,
per evitare che il comunismo si impiantasse. E i cattolici, nei paesi comunisti,
accettavano con animo forte di vivere in una clandestinità eroica, a somiglianza dei
primi cristiani.

3. Da qualche tempo in qua, l'attitudine di certi governi comunisti, con rispetto


alla religione, pare presentare nuovi toni.

Infatti, mentre in alcune nazioni sotto dominio comunista — la Cina, per esempio —
l'attitudine dei governi continua inesorabilmente la stessa, in altre (come la
Iugoslavia, la Polonia e, più recentemente, la Russia) questa attitudine pare si stia
modificando gradatamente.

Così, secondo quanto annunziano i rispettivi organi di propaganda, in queste ultime


nazioni l'intolleranza del governo in relazione ad alcune religioni è stata a poco a
poco sostituita da una tolleranza a principio malevola, che dopo è diventata, se non
benevola, per lo meno indifferente. E sempre più l'antico regime di coesistenza
aggressiva tende ad essere sostituito da quello di coesistenza pacifica.

In altre parole, i governi russo, polacco e iugoslavo conservano interamente la loro


adesione al marxismo-leninismo, che continua ad essere per essi l'unica dottrina
ufficialmente insegnata e accettata. Ma — in scala maggiore o minore conforme la
nazione — passarono ad ammettere una più ampia libertà di culto ed a concedere alla
religione o alle religioni di ponderabile importanza nei rispettivi territori un
trattamento senza violenza e, sotto certi punti di vista, quasi corretto.

Come si sa, nella Russia la religione che ha il maggior numero di adepti è la greco-
scismatica, volgarmente chiamata ortodossa. Nella Polonia è la religione Cattolica (la
maggior parte dei fedeli appartiene al rito latino). E nella Iugoslavia, ambedue sono
numerose.

Perciò in certe nazioni al di là della cortina di ferro, appare per la Chiesa cattolica una
leggera libertà che consiste nella facoltà maggiore o minore di distribuire i
Sacramenti e predicare il Vangelo a popoli fino ad ora quasi interamente privati di
assistenza religiosa. Diciamo "leggera" perché, nonostante tutto ciò, la Chiesa
continua ad essere apertamente combattuta dalla propaganda ideologica ufficiale, e
permanentemente spiata dalla polizia: perciò niente o quasi niente può fare oltre a
realizzare le funzioni del culto e insegnare un poco di catechismo. Inoltre, nella
Polonia è tollerato mantenere corsi per la formazione di Sacerdoti e qualche altra
opera sociale.

II — Un problema complesso

Cambiato così in qualche punto il procedimento delle autorità comuniste, si aprono


ora due vie alla Chiesa cattolica, nelle sopraccitate nazioni:

• a) lasciar l'esistenza clandestina e di catacomba che ha avuto fino ad oggi al di là


della cortina di ferro e passare a vivere alla luce del sole, coesistendo col regime
comunista in un modus vivendi tacito o esplicito;

• b) o ricusare ogni modus vivendi e conservarsi nella clandestinità.

Scegliere tra queste due vie è la questione tattica più complessa che si presenta
attualmente alla coscienza di numerosi cattolici. Diciamo "alla coscienza" perché la
decisione, in questo bivio, dipende dalla risoluzione che sarà data al seguente
problema: è lecito ai cattolici accettare un modus vivendi con un regime comunista? È
questo problema che, come abbiamo detto, il presente articolo pretende studiare.

III — Importanza del problema nell'ordine concreto

Prima di entrare nel merito del problema, diciamo qualcosa sulla sua importanza
concreta.

È ovvia l'importanza di questo problema per le nazioni sotto regime comunista.

Ci pare necessario dire qualcosa sulla sua portata nelle nazioni occidentali. E
sopratutto su ciò che si riferisce ai piani di penetrazione dell'imperialismo ideologico
in queste regioni.

Il timore che, nel caso d'una vittoria mondiale dei comunisti, la Chiesa diventi in ogni
parte sottomessa agli orrori già sofferti nel Messico, Spagna, Russia, Ungheria o
Cina, costituisce la causa principale della deliberazione dei 500 milioni di cattolici
dispersi per il mondo, vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e laici, di lottare fino alla
morte contro il comunismo. Rispetto alle altre religioni, è ancor questa la principale
causa dell'attitudine anticomunista delle centinaia di milioni di persone che
professano altri credi.

Questa eroica deliberazione rappresenta, nell'ordine dei fattori psicologici, il


maggiore ostacolo — o perfino l'unico ponderabile — affinché il comunismo non si
instauri e si mantenga in tutto il mondo.
Qualunque sia il motivo tattico che possa determinare il riferito mutamento di
attitudine da parte di alcuni governi comunisti in relazione ai vari culti, è certo che la
tolleranza religiosa praticata attualmente, e che la loro propaganda annuncia in modo
esagerato a tutto il mondo, sta portando un enorme beneficio: di fronte all'alternativa
che essa suscita, le opinioni degli ambienti religiosi si stanno dividendo quanto
all'orientazione che deve essere seguita; e con questo si sta rompendo la diga di
opposizione massiccia e ad oltranza contro il comunismo, mantenuta allo stesso
tempo dagli uomini che credono in Dio e Gli prestano culto.

Infatti il problema della fissazione di un'attitudine dei cattolici e dei seguaci di altri
credi dinanzi alla nuova politica religiosa di certi governi comunisti, sta dando luogo
a perplessità, a divisioni e perfino a polemiche. Secondo il loro livello di fervore, il
loro ottimismo o la loro diffidenza, molti cattolici continuano a trovare la lotta ad
oltranza l'unica attitudine coerente e sensata di fronte al comunismo; ma altri pensano
che sarebbe meglio accettare subito e senza maggiore resistenza una situazione come
quella della Polonia, invece che lottare sino alla fine contro la penetrazione comunista
e cadere nella situazione tanto più oppressa di quella dell'Ungheria.

Inoltre, a questi ultimi pare che un'accettazione del regime comunista — o quasi
comunista — da parte dei popoli ancora liberi potrebbe evitare la tragedia cosmica di
una guerra nucleare. L'unica ragione che li indurrebbe ad accettare con rassegnazione
il rischio di una tale ecatombe, sarebbe il dovere di lottare per evitare alla Chiesa una
persecuzione mondiale con ampiezza senza precedenti e intuito radicalmente
sterminatore. Ma, posto che questo pericolo forse non avvenga — poiché in certe
nazioni comuniste si tollera che la Chiesa sopravviva, sebbene ridotta a una minima
libertà — diminuisce molto la disposizione di affrontare il pericolo della guerra
atomica. E tra questi cattolici guadagna terreno l'idea di stabilire in ogni parte, e in
scala quasi mondiale, un modus vivendi tra la Chiesa e il comunismo — alla maniera
polacca —, accettato come un male, ma un male minore.

Fra queste due opinioni, comincia a formarsi una immensa maggioranza disordinata,
titubante e proprio perciò meno preparata psicologicamente alla lotta di quanto non lo
fosse sino a poco tempo fa.

Se questo fenomeno di debilitazione nell'attitudine anticomunista si produce nelle


persone interamente contrarie al marxismo, è tanto più naturale che sia più intenso in
quei cattolici denominati di sinistra, sempre più numerosi, i quali senza professare il
materialismo e l'ateismo, hanno simpatia per gli aspetti economici e sociali del
comunismo!

Insomma, in tutte o quasi tutte le nazioni ancora non soggette al dominio marxista,
milioni di cattolici che fino ad ieri sarebbero morti di buon grado in eserciti regolari o
in guerriglie per evitare l'impianto del comunismo nelle loro patrie, o per abbatterlo
se per caso fosse riuscito a conquistare il potere, già oggi non sentono la stessa
disposizione.
Nell'ipotesi di una crisi di panico — per esempio un suspense nell'imminenza di una
guerra nucleare universale — questo fenomeno potrà crescere ancora di più,
conducendo eventualmente intere nazioni a capitolazioni catastrofiche di fronte alle
potenze comuniste.

Tutto ciò pone in rilievo la grande importanza di studiare al più presto, nei loro vari
aspetti, le questioni morali inerenti al bivio nel quale la condotta di relativa tolleranza
religiosa di qualche governo comunista mette oggi la coscienza di milioni e milioni di
uomini.

È lecito affermare che dalla soluzione di questo problema dipende in parte


considerevole il futuro del mondo.

IV — Non vi è modo di schivare il problema

L'utilità di questo studio sembrerà forse discutibile a qualche spirito frettoloso, che
cercherà di evitare il difficile problema per mezzo di allegazioni preliminari che ci
paiono interamente contestabili.

Enumeriamo, a titolo d'esempio, alcuni di questi preliminari e le risposte che


potrebbero essere date:

• a) È evidente che la relativa tolleranza religiosa è mero artificio, comunista e che


perciò questa prospettiva di un "modus vivendi" tra la Chiesa e qualunque regime
comunista non può essere presa sul serio. — A questa osservazione qualcuno
potrebbe replicare che nulla impedisce di supporre che certe tensioni interne, di
natura molteplice, abbiano imposto a qualche governo comunista questa attitudine
distensiva in materia religiosa. Così la distensione forse potrebbe avere una certa
durata e consistenza, ed aprire nuove prospettive alla Chiesa;

• b) Qualunque accordo con gente che, come i comunisti, nega l'esistenza di Dio e la
morale, non offre garanzie di essere rispettato. Così, anche se fosse ammesso che
oggi essi vogliono, realmente, tollerare sino a un certo punto la Religione, domani,
se converrà, scateneranno contro di essa la più brutale e completa persecuzione. —
Riconosciamo che in principio è così. Però, una volta che la tolleranza religiosa dello
Stato comunista sia basata sull'interesse, essenzialmente politico, di evitare o di
ridurre difficoltà interne, e non sul rispetto alla parola data, tale tolleranza potrà
durare tanto quanto queste difficoltà. Ossia, potrà durare eventualmente un
prolungato spazio di tempo. Dunque, non per onestà ma per calcolo, forse le autorità
comuniste compieranno durabilmente le clausole dell'accordo che proporranno a
qualsiasi culto.

• c) Questo studio non avrà nessuna utilità per i popoli dietro la cortina di ferro, tra i
quali il presente articolo non potrà circolare liberamente. Ai popoli al di qua della
cortina di ferro esso non interessa. Per questi non si pone il problema della liceità di
una possibile coesistenza della Chiesa col regime comunista. Poiché questo regime,
nell'Occidente, non esiste. Il problema che interessa ai popoli occidentali non è se si
può coesistere con un tale regime, ma quel che occorre fare per evitare che esso si
impianti. Per conseguenza, questo studio non interessa a nessuno. — Per ciò che dice
riguardo ai popoli di oltre cortina di ferro, non è vero che il presente studio non possa
giungere alla loro conoscenza. Tanto è che giunse. L'ebdomadario "Kierunki", di
Varsavia, editato dall'Associazione "Pax", influente movimento polacco di estrema
sinistra "cattolica", pubblicò nel 1° marzo u.s., nella sua prima pagina e con grande
rilievo, una "Lettera Aperta al dott. Plinio Corrêa de Oliveira", ampia e sdegnata
protesta fatta contro questo articolo da un membro importante del movimento, sig.
Zbigniew Czajkowski. Ugualmente il sig. Tadeusz Mazowiecki, redattore-capo del
mensile "Wiez" e deputato del gruppo cattolico "Znack" alla Dieta polacca, pubblicò
nella sua rivista, in collaborazione col sig. A. Wielowieyski, un articolo nel quale
abbiamo motivi di vedere una replica al presente studio (articolo "Otwarcie na
Wschód" — "Wiez", n.° 11-12, novembre-dicembre 1963).

Se è stato necessario confutare questo nostro articolo, è perché in alcun modo esso ha
trasposto la cortina di ferro ed ha avuto ripercussione negli ambienti di dominazione
comunista. Quanto all'interesse del tema nell'Occidente, la risposta a questa
riflessione sarebbe che, realmente, vale di più prevenire un male che rimediarlo. Può
darsi però che un paese occidentale, oppure vari allo stesso tempo, si vedano
obbligati a scegliere tra due mali, cioè la guerra moderna, interna ed esterna,
convenzionale e termonucleare, con tutti i suoi orrori, o l'accettazione di un regime
comunista. In questo caso, occorrerà scegliere il male minore. Ed il problema sorgerà
inevitabilmente: se la Chiesa può accettare la coesistenza con un governo e un regime
comunisti, forse il male minore consisterà nell'evitare l'ecatombe bellica, accettando
come un fatto compiuto la vittoria del marxismo; soltanto considerando che una tale
coesistenza è impossibile, e che l'impianto del comunismo significa un grave rischio
di estirpazione completa o quasi completa della Fede in un determinato popolo,
soltanto allora il male minore sarà l'accettazione della lotta. Poiché la perdita della
Fede è un male maggiore della scomparsa di tutto ciò che la guerra atomica può
sterminare.

Come si può vedere, tutti questi preliminari, tendenti a schivare lo studio della
questione in foco, non hanno consistenza. Il problema della liceità della coesistenza
tra il regime comunista e la Chiesa deve essere considerato frontalmente, e può essere
risolto in modo da soddisfare tutti gli animi cattolici, soltanto se analizzato
nell'intimo dei suoi aspetti dottrinari.

V — Affrontando il problema

A prima vista, considerato in se stesso, il problema della coesistenza tra la Chiesa e


un regime comunista "tollerante" potrebbe essere enunciato così:
• Se in un dato paese, vivendo sotto un governo e un regime comunisti, i detentori del
potere, invece di proibire il culto e la predicazione, permettessero tanto l'una come
l'altra cosa, la Chiesa potrebbe o perfino dovrebbe accettare questa libertà di azione,
per distribuire senza ostacoli i Sacramenti e il pane della parola di Dio?

Alla questione presentata puramente e semplicemente in questi termini, la risposta è


necessariamente affermativa: la Chiesa potrebbe e perfino dovrebbe accettare questa
libertà. E, in questo senso, potrebbe e dovrebbe coesistere col comunismo. Poiché,
sotto qualsiasi pretesto, Essa non può rifiutarsi di compiere la sua missione.

Occorre avvertire, frattanto, che questa formulazione del problema è semplicista.


Essa fa supporre implicitamente che il governo comunista non imporrebbe la minima
restrizione alla libertà di dottrinazione della Chiesa. Però, nulla ci fa credere che un
tale governo concederebbe alla Chiesa una piena libertà di dottrinamento. Perché
questo implicherebbe nel permettere che Essa predicasse tutta la dottrina dei Papi
sulla morale, sul diritto e più specialmente sulla famiglia e sulla proprietà privata:
tutto ciò a sua volta finirebbe per fare di ogni cattolico un avversario innato del
regime; così di tanto la Chiesa dilaterebbe la sua azione, di tanto starebbe uccidendo
il regime. Ne consegue che se il regime tollerasse la libertà della Chiesa, starebbe
praticando il suicidio, soprattutto nei paesi in cui la influenza di Quella sulla
popolazione è molto grande.

Così, non possiamo contentarci di risolvere il problema per mezzo della formula
generica sopra menzionata. Dobbiamo vedere qual è la soluzione da dare nel caso che
un governo comunista esiga che la predicazione e l'insegnamento cattolici, per essere
tollerati, si conformino con le condizioni seguenti:

• 1 — che espongano tutta la dottrina della Chiesa in modo affermativo, ma senza


fare ai fedeli qualunque confutazione del materialismo e degli altri errori inerenti alla
filosofia marxista;

• 2 — che tacciano ai fedeli il pensiero della Chiesa circa la proprietà particolare e la


famiglia;

• 3 — o che almeno, senza criticare direttamente il sistema economico-sociale del


marxismo, affermino che l'esistenza legale della famiglia e della proprietà particolare
sarebbe un ideale desiderabile in tesi, ma irrealizzabile nella pratica a causa del
dominio comunista, — donde, nell'ipotesi concreta attuale, si raccomanderebbe ai
fedeli di desistere da qualsiasi tentativo di abolizione del regime comunista e di
restaurazione della proprietà particolare, nella legislazione, secondo le massime del
Diritto Naturale, e della famiglia.

Potrebbero, in coscienza, queste tre condizioni essere tacitamente o espressamente


accettate come prezzo di un minimo di libertà legale per la Chiesa, in un regime
comunista? In altre parole, potrebbe la Chiesa rinunziare alla sua libertà su qualcuno
di questi punti, per conservarla in altri punti, a beneficio dei fedeli? Ecco il centro
della questione.

VI — La soluzione

1. Quanto alla prima condizione, ci sembra che la risposta debba essere


negativa, in vista della forza persuasiva che possiede una metafisica e una
morale concretizzate in un regime, in una cultura, in un ambiente.

La missione docente della Chiesa non consiste soltanto nell'insegnare la verità, ma


anche nel condannare Terrore. Nessun insegnamento della verità, in quanto
insegnamento, è sufficiente se non include l'enunciazione e la confutazione delle
obiezioni che si possono fare contro la verità. Pio XII ha detto: "La Chiesa, piena
sempre di carità e di bontà verso le persone di quei traviati, fedele tuttavia alla
parola del divino suo Fondatore, che ha dichiarato: "Chi non è con Me, è contro di
Me" (Matt., 12, 30), non può mancare al dovere di denunziare l'errore, di togliere la
maschera ai "fabbricatori di menzogne" (Giob. 13, 4)..." (Radiomessaggio Natalizio
del 1947 — "Discorsi e Radiomessaggi", vol. IX, p. 393). Nello stesso senso si è
espresso Pio XI: "Il primo dono d'amore del Sacerdote di fronte al suo ambiente e
che si impone nel modo più evidente, è il dono di servire la verità, l'intera verità, e
smascherare e confutare l'errore sotto qualsiasi forma, maschera o simulazione si
presenti" (Enciclica "Mit Brennender Sorge", del 14 marzo 1937 — AAS, vol.
XXIX, p. 163).

Appartiene all'essenza del liberalismo religioso la falsa massima che per insegnare la
verità non bisogna oppugnare o confutare l'errore. Non vi è nessuna formazione
cristiana adeguata che prescinda dall'apologetica. Risulta particolarmente importante
osservarlo, giacché la maggioranza degli uomini tende ad accettare come normale il
regime politico e sociale in cui nasce e vive, ad ammettere che il regime esercita sulle
anime una profonda influenza formativa.

Per misurare quest'azione formativa in tutta la sua estensione, esaminiamola in


ragione della sua esistenza e nel suo modo di operare.

Ogni regime politico, economico e sociale si basa, in ultima analisi, in una metafisica
e in una morale. Le istituzioni, le leggi, la cultura e le abitudini che lo integrano, o
che gli sono correlati, riflettono nella pratica i principi di questa metafisica e di questa
morale.

Dal proprio fatto di esistere, dal naturale prestigio del Pubblico Potere, come pure
dall'enorme forza dell'ambiente e dell'abitudine, il regime induce la popolazione ad
accettare come buone, normali, persino indiscutibili, la cultura e l'ordine temporali
vigenti, i quali sono le conseguenze dei principi metafisici e morali dominanti. E, con
l'accettare tutto ciò, l'animo pubblico finisce coll'andare più lontano, lasciandosi
penetrare come per osmosi, da questi principi, abitualmente intravveduti in modo
confuso, subcosciente, ma assai vivo, per la maggior parte delle persone.

L'ordine temporale esercita dunque, una profonda azione formatrice — o


deformatrice — sull'anima dei popoli e degli individui.

Vi sono epoche in cui l'ordine temporale si basa su principi contraddittori, i quali


convivono in ragione a un tale o quale scetticismo con colorazione quasi sempre
pragmatista. In generale, questo scetticismo pragmatico passa di lì alla mentalità delle
moltitudini.

Vi sono altre epoche, in cui i principi metafisici e morali che animano l'ordine
temporale sono coerenti e monolitici, nella verità e nel bene, come nell'Europa del
secolo XIII, oppure nell'errore e nel male come nella Russia e nella Cina dei nostri
giorni. Allora, questi principi possono penetrare a fondo nei popoli che vivono in una
società temporale da loro ispirata.

Il fatto di vivere in un ordine di cose così coerente nell'errore e nel male è già di sé
stesso un tremendo invito all'apostasia.

Nello Stato comunista, ufficialmente filosofico e settario, questa impregnazione


dottrinaria nella massa è fatta con intransigenza, ampiezza e metodo, e completata
con una dottrinazione esplicita, instancabilmente ripetuta ad ogni proposito.

In tutta la Storia non c'è un esempio di pressione più completa nel suo contenuto
dottrinario, più sottile e polimorfa nei suoi metodi, più brutale nei suoi momenti di
azione violenta, che quella esercitata dai regimi comunisti sui popoli che giacciono
sotto il suo giogo.

In uno Stato così totalmente anticristiano non vi è mezzo di evitare questa influenza
sennonché istruendo i fedeli su ciò che esso ha di cattivo.

Dinanzi a un tale avversario, più che dinanzi a qualunque altro, la Chiesa non può,
dunque, accettare una libertà che implichi la rinuncia sincera ed effettiva all'esercizio,
franco ed efficace, della sua funzione apologetica.

2. Quanto alla seconda condizione, ci sembra pure che non sia accettabile,
considerando non solo l'incompatibilità totale tra il comunismo e la dottrina
cattolica, come particolarmente il diritto di proprietà nelle sue relazioni
coll'amor di Dio, con la virtù della giustizia e con la santificazione delle anime.

Per il rifiuto di questa seconda condizione esiste anzitutto una ragione di carattere
generico. La dottrina comunista, atea, materialista, relativista, evoluzionista, contrasta
nel modo più radicale col concetto cattolico di un Dio personale che ha promulgato
per gli uomini una Legge in cui si consustanziano tutti i principi della morale, fissi,
immutabili e consentanei all'ordine naturale. La "cultura" comunista, considerata in
tutti i suoi aspetti e in ognuno di essi, conduce alla negazione della morale e del
diritto. Dunque, il contrasto fra comunismo e Chiesa non avviene appena in materia
di famiglia e di proprietà. Ed è su tutta la morale, su tutta la nozione del diritto che la
Chiesa dovrebbe, in tale caso, tacere.

Non vediamo, dunque, verso quale risultato tattico condurrebbe un "armistizio


ideologico" tra cattolici e comunisti circoscritto a questi due punti, se in tutti gli altri
la lotta ideologica continuasse.

***

Consideriamo, frattanto, argumentandi gratia l'ipotesi di un silenzio della Chiesa


soltanto riguardo alla famiglia e alla proprietà particolare.

È tanto evidentemente assurdo ammettere che Essa accetti restrizioni quanto alla sua
predicazione in materia di famiglia, che neppure ci tratteniamo nell'analisi di questa
ipotesi.

Ma immaginiamo che uno Stato comunista concedesse alla Chiesa tutta la libertà di
predicare sulla famiglia, non concedendola però a rispetto della proprietà particolare.
Cosa si dovrebbe rispondere allora?

A prima vista si direbbe che la missione della Chiesa consiste essenzialmente nel
promuovere la conoscenza e l'amore verso Dio, più che preconizzare o mantenere un
regime politico sociale od economico. E che le anime possono conoscere ed amare
Dio senza essere istruite sul principio della proprietà particolare.

La Chiesa potrebbe, quindi, accettare come un male minore il patto di mantenere il


silenzio sul diritto di proprietà, per ricevere in cambio la libertà di istruire e
santificare le anime, parlando loro di Dio e del destino eterno dell'uomo, e
amministrando loro i Sacramenti.

***

Questo modo di vedere la missione docente e santificatrice della Chiesa urta contro
una obiezione preliminare. Se qualche governo terreno esigesse da Essa, come
condizione per essere libera, la rinunzia alla predicazione di qualunque precetto della
Legge, Essa non potrebbe accettare questa libertà, la quale sarebbe anzi un simulacro.

Affermiamo che sarebbe un simulacro fallace, questa "libertà", poiché la missione del
magistero della Chiesa ha per oggetto di insegnare una dottrina che costituisce un
tutto indivisibile. O Essa è libera di compiere il mandato di Gesù Cristo, insegnando
tutto questo, o deve considerarsi oppressa e perseguitata. Se non Le si riconosce
questa libertà totale, Essa dovrà — in conformità alla sua natura militante — entrare
in lotta con l'oppressore. La Chiesa non può accettare nella sua funzione docente un
mezzo silenzio, una mezza oppressione, per ottenere una mezza libertà. Sarebbe un
completo tradimento della sua missione.

***

Oltre a questa obiezione preliminare, basata sulla missione docente della Chiesa, ce
ne sarebbe un'altra da fare, concernente la sua funzione come educatrice delle volontà
umane per l'acquisto della santità.

L'obiezione si fonda sul fatto che la chiara conoscenza del principio della proprietà
particolare, ed il rispetto di questo principio nella pratica, sono assolutamente
indispensabili per la formazione genuinamente cristiana delle anime:

• a) DAL PUNTO DI VISTA DELL'AMORE A DIO: La conoscenza e l'amore


alla Legge sono inseparabili dall'amore verso Dio. Poiché la Legge è in qualche modo
lo specchio della santità divina. E ciò che può essere detto per ogni precetto, è vero
specialmente quando si consideri la Legge nel suo insieme. Rinunciare
all'insegnamento dei due precetti del Decalogo che fondamentano la proprietà
particolare risulterebbe nella presentazione di un'immagine sfigurata di questo
insieme, e perciò di Dio stesso. Ora, dove le anime hanno un'idea sfigurata al cospetto
di Dio, queste si formeranno secondo un modello sbagliato, ciò che è incompatibile
con la vera santificazione.

• b) DAL PUNTO DI VISTA DELLA VIRTÙ CARDINALE DELLA


GIUSTIZIA: Le virtù cardinali sono, come dice il nome, dei cardini sui quali si
appoggia tutta la santità. Affinché l'anima si santifichi, deve conoscerle rettamente,
amarle sinceramente, e praticarle genuinamente.

Succede che tutta la nozione di giustizia si fonda sul principio che ogni uomo, il suo
prossimo considerato individualmente e la società umana sono rispettivamente titolari
di diritti, ai quali corrispondono naturalmente dei doveri. In altre parole, la nozione
del "mio" e del "tuo" si trova nella base più elementare del concetto di giustizia.

Ora, precisamente questa nozione del "mio" e del "tuo" in materia economica,
conduce direttamente e ineluttabilmente al principio della proprietà particolare.

Donde, senza la retta conoscenza della legittimità e dell'estensione — come pure


della limitazione — della proprietà particolare, non esiste retta conoscenza di quel
che possa essere la virtù cardinale della giustizia. E senza questa conoscenza non
sono possibili un vero amore, né una vera pratica della giustizia; insomma, non è
possibile la santificazione.
• c) DA UN PUNTO DI VISTA PIÙ GENERICO, DEL PIENO SVILUPPO
DELLE FACOLTÀ DELL'ANIMA, E DELLA SUA SANTIFICAZIONE: La
illustrazione di questo argomento presuppone come punto stabile che la retta
formazione dell'intelligenza e della volontà, sotto vari aspetti favorisce la
santificazione, e sotto altri aspetti persino si identifica con essa. E che, a contrario
sensu, tutto quanto nuoce alla retta formazione dell'intelligenza e della volontà, è
incompatibile con la santificazione sotto diversi aspetti.

Dimostriamo che una società in cui non esiste la proprietà particolare è gravemente
opposta al retto sviluppo delle facoltà dell'anima, in special modo della volontà.
Donde, di sé stessa, è incompatibile con la santificazione degli uomini.

Ci riferiremo pure, di passaggio, al danno che per analoghe ragioni la comunità di


beni reca alla cultura. Lo faremo poiché il vero sviluppo culturale è non solo un
fattore propizio alla santificazione dei popoli, come pure il frutto di questa
santificazione. Donde, la retta vita culturale possiede un intimo vincolo col nostro
tema.

Abbordiamo il tema risaltando un punto essenziale, spesso dimenticato da coloro che


trattano dell'istituto della proprietà particolare: questo è necessario all'equilibrio e alla
santificazione dell'uomo.

Per giustificare questa tesi è necessario ricordare, preliminarmente, che i documenti


pontifici, quando discorrono sul capitale, sul lavoro e sulla questione sociale, non
lasciano il minor dubbio quanto al fatto che la proprietà particolare non è soltanto
legittima ma ancor più indispensabile al bene privato e al bene comune, e tutto questo
in ciò che si riferisce tanto agli interessi materiali dell'uomo, quanto a quelli della sua
anima.

È assai certo che questi stessi documenti papali si sollevarono veementemente contro
i numerosi eccessi ed abusi che, principalmente a cominciare dal secolo XIX, sono
occorsi in materia di proprietà particolare. Però, il fatto di essere molto rimproverabili
e dannosi gli abusi fatti dagli uomini a una istituzione, assolutamente non vuol dire
che perciò essa non sia intrinsecamente eccellente. Al contrario, si deve tendere a
pensare l'opposto nel maggior numero dei casi: corruptio optimi pessima — il
pessimo è, forse, quasi sempre la corruzione di ciò che in sé stesso è ottimo. Nulla è
più sacro e santo, in sé stesso, e da tutti i punti di vista, che il sacerdozio. Nulla è
peggiore della sua corruzione. E proprio perciò si capisce che la Santa Sede, tanto
severa contro gli abusi della proprietà privata, sia ancor più severa quando reprime gli
abusi del sacerdozio.

Sono molteplici i motivi pei quali l'istituto della proprietà particolare è indispensabile
agli individui, alle famiglie e ai popoli. Esorbiterebbe dai limiti del presente saggio
un'esposizione completa di questi motivi. Atteniamoci alla illustrazione di quello che
importa più direttamente al nostro tema: come abbiamo affermato poco prima, questo
istituto è necessario all'equilibrio e alla santificazione dell'uomo.

Essendo naturalmente dotato d'intelligenza e di volontà, l'uomo tende a provvedere


con le sua proprie facoltà spirituali a tutto ciò che occorre al suo bene. Donde gli
proviene il diritto di cercare da sé stesso le cose che gli occorrono ed appropriarsi di
loro quando non hanno padrone. Da ciò gli proviene ugualmente il diritto di
provvedere in modo stabile alle sue necessità del domani, appropriandosi del suolo,
coltivandolo e producendo per questa coltivazione gli strumenti per il lavoro.
Insomma, è per il fatto che possiede anima che l'uomo tende incontestabilmente ad
essere proprietario. Ed è in questo punto, dicono Leone XIII e San Pio X, che la sua
posizione dinanzi ai beni materiali lo distingue dagli animali irrazionali: "IV —
L'uomo dispone sui beni della terra, non soltanto del semplice uso, come i bruti, ma
anche il diritto di proprietà stabile, tanto riguardo alle cose che si consumano
coll’uso, come riguardo a quelle che l'uso non consuma (Enciclica Rerum Novarum)"
(San Pio X, Motu Proprio sull'Azione Popolare Cattolica, 18 dicembre 1903 — ASS,
vol. 36, pp. 341-343).

Ora, siccome il dirigere il proprio destino e provvedere alla propria sussistenza è


oggetto prossimo, necessario e costante dell'esercizio dell'intelligenza e della volontà,
e siccome la proprietà è il mezzo normale affinché l'uomo sia sicuro e si senta sicuro
nel suo avvenire e padrone di sé stesso, succede che abolire la proprietà particolare, e
conseguentemente rimettere l'individuo, come una termite inerme, alla direzione dello
Stato, è privare la sua mente di alcune condizioni basiche per il suo funzionamento
normale, ed è portare all'atrofia le facoltà della sua anima per mancanza di esercizio,
ed è insomma deformarlo profondamente. Così si spiega, in gran parte, la tristezza
che caratterizza le popolazioni soggette al comunismo, come pure il tedio, le neurosi
ed i suicidi sempre più frequenti in alcuni paesi largamente socialisti dell'Occidente.

È saputo molto bene, difatti, che le facoltà dell'anima, che non si esercitano, tendono
ad atrofizzarsi. Al contrario, l'esercizio adeguato può svilupparle, alle volte persino
prodigiosamente. Su questo si fonda un grande numero di pratiche didattiche ed
ascetiche approvate dai migliori dottrinatori, e consacrate dall'esperienza.

Essendo la santità la perfezione dell'anima, si può capire bene quale importanza


rappresenti per la salvazione e la santificazione degli uomini ciò che di qui si
conclude. La condizione di proprietario, di per sé, crea circostanze assai propizie per
il retto e virtuoso esercizio delle facoltà dell'anima. Non accettando l'ideale utopico di
una società in cui ogni individuo, senza eccezione, sia proprietario, od in cui non ci
siano patrimoni disuguali, grandi, medi e piccoli, è necessario affermare che la
diffusione più ampia possibile della proprietà favorisce il bene spirituale, e
ovviamente anche quello culturale, sia degli individui, come delle famiglie e delle
società. Nel senso opposto, la proletarizzazione crea condizioni molto sfavorevoli alla
salvazione, santificazione e formazione culturale dei popoli, delle famiglie e degli
individui.

• Per facilitare di più l'esposizione, consideriamo subito alcune obiezioni alla tesi
trattata nella lettera "c":

* Nelle società dove esiste proprietà particolare, coloro che non sono proprietari
diventano matti? Oppure non possono santificarsi?

Per rispondere a questa domanda, è conveniente ponderare che la proprietà


particolare è una istituzione che favorisce indirettamente, ma in modo genuino,
coloro che non sono proprietari. Poiché, essendo grande il numero di persone che
tirano profitto adeguato dai benefizi morali e culturali che la condizione di
proprietario a loro conferisce, risulta così un ambiente sociale elevato, che favorisce
persino quelli che non sono proprietari a causa della naturale comunicazione delle
anime. La situazione in cui questi si trovano non si identifica, dunque, a quella degli
individui che vivono in un regime nel quale non esiste nessuna proprietà.

* Allora la proprietà particolare è la causa dell'elevazione morale e culturale dei


popoli?

Diciamo che la proprietà è condizione importantissima per il bene spirituale e


culturale degli individui, delle famiglie e dei popoli. Non diciamo che è causa della
santificazione. Come la libertà della Chiesa è condizione per il Suo sviluppo. Però la
Chiesa, perseguitata, fiorì mirabilmente nelle catacombe. Sarebbe esagerato dire, per
esempio, che, necessariamente, quanto più è diffusa la proprietà, tanto più è virtuoso
e colto il popolo. Ciò condurrebbe a mettere quel che è soprannaturale nella
dipendenza della materia, e quel che è culturale nella dipendenza dell'economia.

Però, è sicuro che a nessun popolo è lecito di contrariare i disegni della Provvidenza,
abolendo un'istituzione imposta dall'ordine naturale delle cose, come lo è la proprietà
particolare, istituzione che è una condizione assai importante per il bene delle anime,
tanto nel piano religioso come in quello culturale. E se qualche popolo procedesse in
questo modo, preparerebbe i fattori per la sua degradazione morale e culturale, e
perciò per la sua completa rovina.

* Se questo è vero, come vi è stata tanta cultura nella Roma imperiale, dove la
maggioranza della popolazione era costituita di proletari e di schiavi? E come
vari schiavi hanno potuto sollevarsi a un elevato livello morale e culturale a
Roma come pure in Grecia?
La differenza tra una stanza interamente buia, e un'altra illuminata da una luce
tremolante, è maggiore di quella tra una stanza illuminata da una luce tremolante in
confronto a un'altra illuminata fantasmagoricamente. E questo perché il male prodotto
dalla mancanza totale di un bene importante, come nel caso sarebbe la luce, è sempre
incomparabilmente maggiore di quello prodotto dall'insufficienza di questo bene. La
società romana possedeva, sebbene in misura minore del desiderabile, una vasta e
colta classe di proprietari. Donde l'esistenza nell'Impero dei benefici culturali della
proprietà, per lo meno in una certa proporzione. Sarebbe molto diversa la situazione
di un paese interamente privato di una classe di proprietari: da questo punto di vista,
si troverebbe nelle complete tenebre.

Forse si obietterà che l'esperienza si trova in contraddizione con la conclusione


teorica. Poiché nel popolo russo ci troviamo di fronte a un innegabile progresso
culturale e tecnico, a dispetto della comunità di beni imposta dal regime marxista.

Pure qui, la risposta non è difficile.

Le risorse disseccate nei punti cardinali di un vastissimo impero si trovano soggettate


all'arbitrio del governo sovietico. Esso dispone arbitrariamente dei talenti, del lavoro
e della produzione di centinaia di milioni di persone.

Quindi, non gli mancarono mai i mezzi per costituire alcuni ambienti artificiali, di
alta elaborazione tecnica o culturale (anticulturale si direbbe meglio). Senza negare i
grandi risultati ottenuti in questo modo, si può esprimere assai legittimamente una
certa sorpresa per il fatto che essi non sono molto maggiori. Poiché, se uno Stato-
moloch, tutto intero antinaturale, non produce risultati-moloch nell'ordine
dell'artificiale, è perché realmente non ha il dono dell'efficacia.

Inoltre, questo artificiale rifiorimento intellettuale è interamente separato dalla


popolazione. Esso non costituisce il prodotto della società. Non è il risultato di una
germinazione nelle sue viscere. Ma è ottenuta fuori di questa, col sangue che da essa
é succhiato. Cresce e si afferma senza di lei, e in alcun modo contro di lei.

Una tale produzione non è l'indice della cultura di una nazione. Come, in una
immensa proprietà rurale abbandonata, i prodotti di una stufa ivi esistente non
sarebbero la prova valida che la proprietà è obbligatoriamente coltivata.

Ritornando all'obiezione relativa alla Roma imperiale, vi sono stati degli schiavi, è
certo, che si sollevarono a dei livelli intellettuali e morali stupendi: meraviglie della
grazia nel piano morale, e della natura, che sino ad oggi causano ammirazione.
Eccezioni gloriose che non sono sufficienti per negare la verità ovvia che la
condizione servile, di sé stessa, è oppressiva e nociva all'anima dello schiavo, sia dal
punto di vista religioso, come da quello culturale. E che la schiavitù, già di sé stessa
moralmente e culturalmente nociva, lo sarebbe stata incomparabilmente di più per gli
stessi schiavi dell'Antichità, se non ci fossero stati dei patrizi e plebei liberi, e se la
società fosse costituita soltanto di uomini senza autonomia né proprietà, come accade
nel regime comunista.

* Ma, potrebbe essere allegato infine, allora lo stato religioso è intrinsecamente


nocivo alle anime, col voto di ubbidienza e con quello della povertà che lo
costituiscono? Questi non privano l'uomo della tendenza di provvedere a se
stesso?

La risposta è facile. Questo stato è altamente benefico alle anime attratte dalla grazia
per vie eccezionali. Se immaginassimo questo stato vissuto da tutta una società,
sarebbe nocivo, poiché quel che conviene alle eccezioni non conviene a tutti. È perciò
che le comunità di beni tra i fedeli non è mai stata generalizzata nella Chiesa
primitiva, ed ha finito per essere eliminata. E le esperienze comuno-protestanti di
alcune collettività nel secolo XVI risultarono una rovina.

***

Ponderati questi molteplici argomenti ed obiezioni, rimane ferma la tesi che è vano
tacere sull'immoralità della completa comunità di beni, per ottenere in cambio la
santificazione delle anime attraverso la libertà di culto e una relativa libertà di
predicazione.

• D'altronde, una volta accettato questo patto mostruoso, non sarebbe praticabile per
questo fatto la coesistenza sognata. Difatti, in una società senza proprietà particolare,
le anime rette tenderebbero sempre, a causa del dinamismo stesso delle loro virtù, a
creare delle condizioni a loro favorevoli. Poiché tutto ciò che esiste propende a lottare
per la propria sopravvivenza, distruggendo le circostanze avverse, ed impiantando
circostanze proprie. "A contrario sensu", tutto ciò che non lotta contro le circostanze
gravemente avverse è da loro distrutto.

Donde, la virtù si troverebbe in una lotta perpetua contro la società comunista in cui
starebbe fiorendo, e tenderebbe perpetuamente ad eliminare la comunità di beni. E la
società comunista si troverebbe in una lotta perpetua contro la virtù, e tenderebbe ad
asfissiarla. Tutto ciò sarebbe proprio né più né meno che l'opposto della coesistenza
sognata.

3. Quanto alla terza condizione, ci sembra egualmente inaccettabile, poiché la


necessità di tollerare un male minore non può indurre alla rinunzia della sua
distruzione totale.

Quando la Chiesa risolve di tollerare un male minore, non vuol dire che questo male
non debba essere combattuto con tutta l'efficacia. A fortiori, quando questo male
"minore" è in se stesso gravissimo.
In altre parole, la Chiesa deve formare nei fedeli e rinnovare in essi, ad ogni istante,
un dolore vivissimo per la necessità di accettare il male minore. E con il dolore deve
suscitare nei fedeli il proposito efficace di fare tutto il possibile per rimuovere le
circostanze che hanno fatta necessaria l'accettazione del minor male.

Ora, agendo così, la Chiesa romperà la possibilità di coesistenza. Eppure, secondo la


nostra opinione, non potrebbe agire in altro modo dentro l'imperativo della sua
sublime missione.

VII — Risolvendo obiezioni finali

Durante questo lavoro, abbiamo risolto diverse obiezioni immediatamente


correlazionate ai diversi temi trattati. Ora analizzeremo altre obiezioni che, non
dovendo essere abbordate necessariamente nello svolgimento dell'esposizione,
vengono più comodamente per i lettori, in questo capitolo.

1. Difendendo in questo modo il diritto di proprietà, la Chiesa abbandonerebbe la


lotta contro la miseria e la fame.

Quest'obiezione ci da modo di considerare gli effetti catastrofici che, sotto l'angolo


visuale del bene temporale, il silenzio della Chiesa in materia di proprietà, nello Stato
comunista, potrebbe produrre.

Analizzate, quindi, le principali obiezioni che potrebbero essere presentate a un tale


silenzio, dal punto di vista della missione docente, e da quello della missione
santificatrice della Chiesa, consideriamo un effetto secondario, ma interessante, dello
stesso silenzio: sarebbe il Suo patteggiare con la disseminazione progressiva della
miseria in una situazione mondiale marcata dal progresso della collettivizzazione.

Ogni uomo cerca di provvedere anzitutto alle sue necessità personali, a causa di un
movimento istintivo continuo, potente e fecondo. Quando si tratta della propria
conservazione, l'intelligenza umana lotta più facilmente contro le sue limitazioni, e
cresce in acutezza ed agilità. La volontà vince con maggior facilità l'ozio ed affronta
con maggior vigore gli ostacoli e le lotte.

Questo istinto, quando contenuto nei giusti limiti, non deve essere contrariato, ma
invece appoggiato ed approfittato come un prezioso fattore di arricchimento e di
progresso; e in nessun modo può essere peggiorativamente qualificato di egoismo.
Esso è l'amore a se stesso, che secondo l'ordine naturale delle cose deve giacere al di
sotto dell'amore verso il Creatore, e al di sopra dell'amore al prossimo.
Negate queste verità, rimarrebbe annichilito il principio della sussidiarietà, presentato
dall'Enciclica Mater et Magistra come elemento fondamentale della dottrina sociale
cattolica (cf. AAS, vol. LIII, pp. 414-415).

Difatti, è in virtù di questa gerarchia nella carità, che ogni uomo deve provvedere
direttamente a sé stesso tanto quanto sta nelle sue risorse personali, ricevendo l'ausilio
dei gruppi superiori — famiglia, corporazione, Stato — soltanto nella misura di ciò
che gli sia impossibile fare da sé. È in virtù dello stesso principio che la famiglia e la
corporazione (enti collettivi dei quali si può anche dire che "omne ens appetit suum
esse") velano prima e direttamente su se stessi, ricorrendo allo Stato soltanto quando
fosse indispensabile. E lo stesso si ripete riguardo alle relazioni tra lo Stato e la
società internazionale.

In conclusione, sia pei dettami della sua ragione, come pel suo proprio istinto, tutto
nella natura chiede all'uomo di appropriarsi dei beni per garantire la sua sussistenza, e
renderla ricca, decorosa e tranquilla. E il desiderio di possedere degli averi propri, e
di moltiplicarli, è il grande stimolante del lavoro, e perciò un fattore essenziale
dell'abbondanza della produzione.

Come abbiamo visto, l'istituto della proprietà particolare, che, è il corollario


necessario di questo desiderio, non può essere considerato come un semplice
fondamento di privilegi personali. Esso è condizione indispensabile ed efficacissima
della prosperità di tutto il corpo sociale.

Il socialismo e il comunismo affermano che l'individuo esiste primordialmente per la


società, e che deve produrre direttamente, non per il suo proprio bene, ma per il bene
di tutto il corpo sociale.

Con ciò, il migliore stimolo del lavoro cessa, la produzione per forza decade,
l'indolenza e la miseria si generalizzano in tutto la società. E l'unico mezzo —
ovviamente insufficiente — che il Pubblico Potere può impiegare come stimolo di
produzione è la frusta...

Non neghiamo che nel regime della proprietà particolare possa succedere — ed è
accaduto spesso — che i beni prodotti con abbondanza circolino difettosamente nelle
varie parti del corpo sociale, accumulandosi qua, e scarseggiando là. Questo fatto ci
induce a tutto fare in favore di una diffusione proporzionale della ricchezza nelle
diverse classi sociali. Però non si spiega la nostra rinunzia alla proprietà particolare,
né alla ricchezza che da essa nasce, per rassegnarci al pauperismo socialista.
2. Quanto a uno Stato non completamente collettivizzato, non valgono gli argomenti
contrari alla coesistenza della Chiesa con uno Stato totalmente collettivizzato.

Secondo certe notizie della stampa, qualche governo comunista annuncia, pari passu
con la concessione di certa libertà religiosa, il proposito di operare un
indietreggiamento parziale nel socialismo, ammettendo di fatto se non di diritto, a
titolo provvisorio, qualche forma di proprietà privata. In questo caso l'influenza del
regime sulle anime sarebbe meno funesta. La predicazione e l'insegnamento cattolico
potrebbero dunque accettare di passare sotto silenzio, non propriamente il principio
della proprietà privata, ma tutta la estensione che essa ha nella morale cattolica?

A questo si potrebbe rispondere che non sempre i regimi più brutalmente antinaturali
— o gli errori più flagranti e dichiarati — sono quelli che riescono a deformare più
profondamente le anime. Per esempio, l'errore scoperto o l'ingiustizia brutale
indignano e fanno orrore, mentre sono accettate come normali le mezze ingiustizie e
come verità i mezzi errori; e gli uni e le altre corrompono più rapidamente le menti. È
stato più facile combattere l'arianesimo che il semi-arianesimo, il pelagianesimo che
il semi-pelagianesimo, il protestantesimo che il giansenismo, la Rivoluzione brutale
che il liberalismo, il comunismo che il socialismo attenuato. S'aggiunga che la
missione della Chiesa non consiste appena nel combattere gli errori brutalmente
radicali e flagranti, ma nell'espellere dalla mente dei fedeli ogni e qualsiasi errore, sia
pur tenue, per far brillare agli occhi di tutti la verità integrale e senza macchia
insegnata da Gesù Cristo Nostro Signore.

3. Il senso di proprietà è tanto radicato nei contadini di certe regioni europee, che può
essere trasmesso da generazione a generazione, quasi come il latte materno,
attraverso il semplice insegnamento del catechismo nella famiglia. Perciò, la Chiesa
potrebbe passar sotto silenzio il diritto di proprietà durante decenni, senza danno per
la formazione morale dei fedeli.

Non possiamo negare che il senso di proprietà sia vivo in alcune regioni europee. È
noto che a causa di tutto ciò i comunisti hanno dovuto retrocedere nella loro politica
di confisco e, per esempio, restituire le terre ai piccoli proprietari della Polonia.

Tuttavia, queste ritirate strategiche, frequenti nella storia del comunismo, non
costituiscono da parte dei settari comunisti nient'altro che un'attitudine del momento,
una rassegnazione per vincere in seguito più completamente. Appena le circostanze
glielo permettono, tornano alla carica con astuzia e forze raddoppiate.
Sarà questo il momento di maggior pericolo. Esposti all'azione della tecnica
propagandistica più scaltra e raffinata, i contadini dovranno soffrire per un tempo
indeterminato l'offensiva della ideologia marxista.

Chi non si spaventa nell'immaginare esposta a questo rischio la giovane generazione


di qualunque parte della terra? Ammettere che il semplice senso abituale e naturale
della proprietà personale costituisca di solito la corazza completamente
tranquillizzatrice contro un pericolo così grande, è aver troppa fiducia in un fattore
umano. In realtà, senza l'azione diretta e soprannaturale della Chiesa, che prepara i
suoi figli con ogni antecedenza e li assiste nella lotta, è poco probabile che fedeli di
qualunque nazione e di qualunque condizione sociale possano resistere alla prova.

Inoltre, come già abbiamo detto, non ci sembra lecito, in ogni caso, che la Chiesa
sospenda durante decenni l'esercizio della sua missione, la quale consiste
nell'insegnare integralmente la Legge di Dio.

4. La coesistenza della Chiesa con uno Stato comunista sarebbe possibile se tutti i
proprietari rinunziassero ai loro diritti.

Nell'ipotesi di una tirannia di ispirazione comunista, disposta a tutte le violenze per


imporre il regime della comunità di beni; e di proprietari che persistono
nell'affermare i loro diritti contro lo Stato il quale non li ha creati né li può
sopprimere validamente, qual è la soluzione per la tensione da ciò risultante?

Non si vede nulla di immediato a non essere la lotta. Però, non una lotta qualunque,
ma una lotta mortale di tutti i cattolici fedeli al principio della proprietà particolare,
posti in un'attitudine di legittima difesa contro lo sterminio provocato da un Potere
tirannico, la cui brutalità bestiale dinanzi a un rifiuto della Chiesa può giungere ad
estremi imprevisti. Una rivolta con tutti gli episodi atroci che le sono inerenti,
l'impoverimento generale e le inevitabili incertezze quanto alla conclusione della
tragedia.

Posto questo, si potrebbe domandare se i proprietari non sarebbero obbligati allora in


coscienza a rinunziare al loro diritto in favore del bene comune, permettendo quindi
lo stabilimento della comunità di beni sopra una base moralmente legittima, a partire
da cui il cattolico potrebbe accettare senza problemi di coscienza il regime comunista.

Questa scusa è inconsistente. Essa confonde l'istituzione della proprietà particolare,


come tale, col diritto di proprietà di persone concretamente esistenti in un dato
momento storico. Ammessa come valida la desistenza di queste persone al loro
patrimonio, imposta sotto l'effetto di una brutale minaccia al bene comune, i loro
diritti cesserebbero: di qui non decorrerebbe in nessun modo la eliminazione della
proprietà particolare come istituzione. Essa continuerebbe esistendo, per modo di
dire, "in radice", nell'ordine naturale stesso delle cose, come immutabilmente
indispensabile al bene spirituale e materiale degli uomini e delle nazioni, e come un
imperativo irremovibile della Legge di Dio.

E, per il fatto di continuare ad esistere così "in radice", essa nasce-rebbe ad ogni
momento. Ogni qualvolta che, per esempio, un cacciatore o un pescatore si
impadronisse, nel mare o nell'aria, del necessario per il suo mantenimento e per
accumulare qualche economia; ogni qualvolta che un'intellettuale o un lavoratore
bracciale produce più dell'indispensabile per la vita quotidiana, e riservasse per sé il
soverchio, verrebbero ricostituite piccole proprietà particolari, originate nelle
profondità dell'ordine naturale delle cose. E, com'è normale, queste proprietà
tenderebbero a crescere... Per evitare ancora una volta la rivoluzione anticomunista,
sarebbe necessario ripetere ad ogni momento le rinunzie, ciò che conduce
evidentemente all'assurdo.

È da aggiungere che, in numerosi casi, l'individuo non potrebbe fare una tale rinunzia
senza peccare contro la carità verso sé stesso. E questa rinunzia urterebbe
frequentemente contro i diritti di un'altra istituzione, profondamente affine alla
proprietà, e ancor più sacra di essa, cioè la famiglia. Difatti, sarebbero numerosi i casi
in cui il membro di una famiglia non potrebbe operare una tale rinunzia, senza
mancare alla giustizia e alla carità verso i suoi.

• LA PROPRIETÀ PARTICOLARE E LA PRATICA DE LA GIUSTIZIA: Ci


siamo proposti di fare qui, dopo aver descritto e giustificato questo continuo rinascere
del diritto della proprietà particolare, una considerazione che senza ciò non potrebbe
essere fatta con la chiarezza necessaria.

Trattasi della virtù della giustizia nelle sue relazioni con la proprietà particolare.
Nell'item VI, n.° 2, lettera "b", di questo saggio, abbiamo parlato della parte svolta
dalla proprietà nella conoscenza e nell'amore della virtù della giustizia. Consideriamo
adesso la parte svolta dalla proprietà nella pratica della giustizia.

Dato che, ad ogni momento, dei diritti di proprietà stanno nascendo nei paesi
comunisti come altrove, lo Stato collettivista, che confisca i beni particolari, si trova
né più né meno, moralmente, situato nella condizione di brigante. E coloro che
ricevono dallo Stato i beni confiscati si trovano in principio, di fronte al proprietario
frodato, come chi si arricchisce coi beni rubati.

Qualunque moralista prevede facilmente, a partire da questo punto, l'immensa


successione di difficoltà che recherà la collettivizzazione dei beni alla pratica della
virtù della giustizia. Queste difficoltà saranno tali che, massimamente negli Stati
polizieschi, esigeranno con frequenza, forse ad ogni momento, degli atti eroici da
parte di ogni cattolico. Ciò che è una prova in più, dell'impossibilità della coesistenza
tra la Chiesa e lo Stato comunista.
5. Essendo il comunismo tanto antinaturale, esso ha una esistenza necessariamente
effimera. Così, la Chiesa potrebbe accettare un "modus vivendi" appena per qualche
tempo, fino a vederlo cadere marcio o per lo meno in via di attenuazione.

A tutto ciò potrebbero essere date varie risposte:

a) Questo carattere "effimero" sarebbe, per lo meno, molto relativo. Da quasi mezzo
secolo il comunismo sta dominando la Russia. Chi può dire con sicurezza quando
cadrà? Soltanto Dio, che conosce il futuro, può dirlo.

b) Per lo stesso fatto di attenuarsi, tale regime si prolungherebbe, poiché rimarrebbe


meno antinaturale. Questa attenuazione non sarebbe, dunque, una marcia verso la
rovina, ma un fattore di consolidamento.

c) Ci sono regimi profondamente contrari a fondamentali esigenze di natura umana,


ma che durano indefinitivamente. Così la barbarie di alcuni popoli aborigeni
dell'America o dell'Africa, che durò secoli e ancor più durerebbe per la sua intrinseca
vitalità, se fattori esterni non la stessero eliminando. E anche così, con quale fatica si
sta svolgendo questa sostituzione di un ordine antinaturale per un altro più naturale!

6. A prima vista, si direbbe che certi gesti di "distensione" del compianto Papa
Giovanni XXIII in relazione alla Russia sovietica, potrebbero orientare lo spirito in
senso opposto alle nostre conclusioni.

Invece, è proprio il contrario.


Tali gesti di Giovanni XXIII possono essere situati completamente nel piano delle
relazioni internazionali.

Quanto al piano in cui si pone il presente studio, lo stesso Pontefice, riaffermando


nella Enciclica Mater et Magistra le condanne fulminate dai suoi Predecessori contro
il comunismo, ha lasciato ben chiaro che non può esistere smobilitazione dei cattolici
di fronte a questo errore che i documenti pontifici ripudiano con estremo vigore.

E, nello stesso senso, da parte del Papa Paolo VI, gloriosamente regnante, è da
registrare tra gli altri, questo espressivo pronunziamelo: "Non si creda pure che
questa sollecitudine pastorale, assunta oggi dalla Chiesa come programma
primordiale che assorbe la sua attenzione e attrae le sue preoccupazioni, significhi
un cambiamento del giudizio formulato circa gli errori disseminati nella nostra
società, e già condannati dalla Chiesa, come il marxismo ateo, per esempio. Cercare
di applicare rimedi salutari ed urgenti a una malattia contagiosa e mortale non vuol
dire cambiare opinione riguardo a questa malattia, ma, al contrario, significa
cercare di combatterla non solo in teoria, ma praticamente; significa che vogliamo,
dopo il diagnostico, applicare una terapeutica, cioè dopo la condanna dottrinaria,
applicare la carità salutare" (Allocuzione del 6 settembre 1963, alla XIII Settimana
Italiana di Adattazione Pastorale, di Orvieto — AAS, vol. LV, p. 752).

Analoga posizione è stata presa molte volte nel presente pontificato dall’"Osservatore
Romano", organo ufficioso del Vaticano. Si legge, per esempio, nel numero del 20
marzo u.s. della sua edizione in francese: "Lasciando da parte le distinzioni più o
meno fittizie, è sicuro che nessun cattolico, direttamente o indirettamente, può
collaborare coi comunisti, poiché alla incompatibilità ideologica tra Religione e
materialismo (dialettico e storico) corrisponde una incompatibilità di metodi e di
fini, incompatibilità pratica, cioè morale" (articolo "Le rapport Ilitchev", di F. A.). E
in un'altro articolo dello stesso numero: "Affinché il Cattolicesimo e il comunismo
fossero conciliabili occorrerebbe che il comunismo non fosse comunismo. Ora, pure
nei molteplici aspetti della sua dialettica, il comunismo non cede a ciò che dice
riguardo ai suoi fini politici ed alla sua intransigenza dottrinaria. È così che la
concezione materialista della Storia, la negazione dei diritti detta persona,
l'abolizione detta libertà, il dispotismo dello Stato, e l'esperienza economica stessa,
piuttosto infelice, mettono il comunismo in opposizione con la concezione
spiritualista e personalista della società come deriva dalla dottrina sociale del
Cattolicesimo (…)" (articolo "A propos de solution de remplacement").

Ancora nello stesso senso, si può menzionare la Lettera collettiva del Venerando
Episcopato Italiano contro il comunismo ateo, con data del 1.° Novembre 1963.

Del resto, anche da fonti comuniste non sono mancate le affermazioni


sull'impossibilità di una tregua ideologica o di una coesistenza pacifica tra la Chiesa e
il comunismo: "Coloro che propongono l'idea della coesistenza pacifica, in materia
ideologica, vanno esattamente verso una posizione anticomunista" (Kruchev, cfr.
telegramma del 11-3-63 della AFP e ANSA, "O Estado de São Paulo" del 12-3-63).
"La mia impressione è che mai, e in nessun campo, (...) sarà possibile arrivare ad
una coesistenza del comunismo con altre ideologie e pertanto con la religione"
(Adjubei, cfr. telegramma del 15-3-63 dell'ANSA, UPI e DPA, "O Estado de São
Paulo" del 16-3-63). "Non c'è conciliazione possibile tra il cattolicesimo e il
comunismo" (Palmiro Togliatti, cfr. telegramma del 21-3-63 dell'AFP, "O Estado de
São Paulo" del 22-3-63). "Una coesistenza pacifica delle idee comunista e borghese
costituisce un tradimento contro la classe operaia (...). Non c'è mai stata coesistenza
pacifica delle ideologie; non c'è mai stata né potrà esserci" (Leonid Ilitchev,
segretario della Commissione Centrale e presidente della Commissione Ideologica
del PCUS, cfr. telegramma del 18-6-63 dell'AFP, ANSA, AP, DPA e UPI, "O Estado
de São Paulo" del 19-6-63). "I sovietici rigettano l'accusa che Mosca applichi anche
il principio della coesistenza nella lotta di classe, e affermano che neppure
l'ammettono sul terreno ideologico" (lettera aperta della CC del PCUS, cfr.
telegramma delle agenzie sopraccitate, del 15-7-63, "O Estado de São Paulo" del 17-
7-63).
In tali condizioni, è evidente che la Chiesa militante non ha rinunciato, né potrebbe
rinunciare, alla libertà essenziale per lottare contro il suo terribile avversario.

7. La coesistenza potrebbe essere accettata in un regime di "pia fraus", cioè se la


Chiesa accettasse la coesistenza con qualche regime comunista, formulandosi
l'"arrière pensée" di frodare quanto possibile il patto che con esso abbia stabilito.

Considerata l'ipotesi di un patto esplicito, dobbiamo obiettare che a nessuno è


permesso compromettersi a far qualcosa di illecito. Se, dunque, l'accettazione delle
condizioni di cui stiamo trattando è illecita, il patto da esse costituito non può essere
effettuato.

Quanto all'ipotesi di un patto implicito, si può dire — per non considerare che questo
solo aspetto — che c'è ingenuità nell'immaginare che le autorità comuniste, di
carattere soprattutto poliziesco e servite dai potenti ricorsi della tecnica moderna, non
riuscirebbero a conoscere immediatamente le violazioni sistematiche di tale patto.

VIII — Frutti dell'accordo: cattolici solo di nome

Al comunismo, un patto con le condizioni enunciate nella V Parte di questo studio,


darebbe immensi vantaggi, se fosse esattamente mantenuto: poiché si formerebbero
nuove generazioni di cattolici mal preparati, tiepidi, che reciterebbero forse il Credo a
fior di labbro, ma con la mente e il cuore inzuppati di tutti gli errori del comunismo.
Insomma, cattolici nell'apparenza e nella superficie, comunisti nelle zone più
profonde e autentiche della loro mentalità. Fra due o tre generazioni formate in questa
coesistenza, quanto di cattolico ancora resterebbe nei popoli?

A questo proposito, ci sia lecito fare un'osservazione che conferma tali asserzioni. E
l'osservazione si riferisce ai rischi pastorali e pratici tanto gravi, che derivano alle
volte dall'inevitabile accettazione della ipotesi, anche quando continuiamo fedeli alla
tesi.

Godendo intera libertà nel regime laico attuale, nato dalla Rivoluzione francese, la
Chiesa ha visto fuggire dal suo seno milioni e milioni di uomini. Come ha detto
l'Ecc.mo e Rev.mo Mons. Angelo Dell'Acqua, Sostituto della Segreteria di Stato, "in
conseguenza dell'agnosticismo religioso degli Stati", è rimasto "indebolito e quasi
perduto nella società moderna il sentire della Chiesa" (Lettera a S. Em.za il
Cardinale Carlos Carmelo de Vasconcellos Motta, Arcivescovo di São Paulo, a
proposito della Giornata Nazionale di Azione di Grazie del 1956). Qual è la ragione
profonda di questo fatto?
Le istituzioni pubbliche, come dicevamo prima (cfr. item VI, n.° 1), esercitano sopra
la maggioranza degli uomini una profonda influenza. Essi le prendono abitualmente,
e perfino senza comprenderlo, come modelli e fonti di ispirazione di ogni modo di
pensare, essere e agire. E il laicismo, essendo stato adottato dagli Stati, ha falsato
completamente un immenso numero di anime. Ciò non sarebbe accaduto certamente
se i cattolici fossero stati più zelosi nell'approfittare dell'illimitata libertà di parola e
di azione che godono nel regime liberale, per diffondere e propugnare tutti
gl'insegnamenti della Chiesa contro lo Stato laico. Essi invece non approfittarono al
massimo possibile questa libertà, perché in moltissimi casi, vivendo in un'atmosfera
laicista, perdettero la nozione viva del tremendo male che costituisce il laicismo.
Hanno continuato ad affermare, qualche rara volta e a fior di labbro, la tesi
antilaicista, ma sono arrivati a trovar normale l’ipotesi.

Ora, in un regime comunista, in cui gli errori sono inculcati dallo Stato con insistenza
molto maggiore che nel regime laico-liberale, o le anime si lasciano trascinare in
profusione ancor molto maggiore, o si fa contro questi errori molto e molto più di
quanto non sia stato fatto contro il laicismo, dalla Rivoluzione francese fino ad oggi.

Chi osasse immaginare che questo sarebbe tollerato da qualsiasi regime comunista,
non avrebbe la minima idea di ciò che è il comunismo.

IX — Conclusione pratica

Per annichilire i vantaggi che, nell'Occidente, il comunismo sta già raggiungendo con
i suoi accenni di una certa distensione sul terreno religioso e sociale, è importante e
urgente illuminare l'opinione pubblica sul carattere intrinsecamente e
necessariamente fraudolento della "libertà" da lui concessa alla Religione, e
sull'impossibilità della coesistenza pacifica fra un regime comunista — anche se
moderato — con la Chiesa Cattolica.

X — Dov'è il vero pericolo di un'ecatombe

Giungendo al termine del presente studio, molti lettori domanderanno a sé stessi:


come evitare un'ecatombe nucleare?

È assai chiaro che, se i cattolici si fisseranno sul principio della proprietà particolare,
le potenze comuniste, disilluse di imporre al mondo il loro sistema per via pacifica,
ricorreranno alla guerra. Dinanzi a ciò, si dica quel che si vuole dal punto di vista
dottrinario, non sarà preferibile cedere?

Ò uomini di poca fede! — avremmo voluto rispondere — perché dubitate (cfr. Matt.
8, 26)?

Le guerre hanno per causa principale i peccati delle nazioni. Poiché queste — dice
Sant'Agostino — non potendo essere ricompensate né castigate nell'altra vita,
ricevono in questo mondo stesso il premio delle loro buone azioni e la punizione dei
loro crimini.

Quindi, se vogliamo evitare le guerre e le ecatombi, combattiamole nelle loro cause.


La corruzione delle idee e dei costumi, l’empietà ufficiale degli Stati laici,
l'opposizione sempre più frequente tra le leggi positive e la Legge di Dio, questo sì, ci
espone alla collera ed al castigo del Creatore, e ci conduce prima di tutto, alla guerra.

Se, per evitarla, le nazioni dell'Occidente commettessero un peccato maggiore di


quelli attuali, come sarebbe l’accettazione di esistere sotto il giogo comunista nelle
condizioni che la morale cattolica rimprovera, sfiderebbero così l’ira di Dio e
chiamerebbero su di sé stessi gli effetti della Sua collera.

E sarebbe ancor peggio se fosse concessa l'abolizione della proprietà particolare,


poiché domani, si dovrebbe fare la stessa cosa riguardo all'abolizione della famiglia, e
così via. Poiché così procede con inesorabile intransigenza la tattica delle imposizioni
successive, inerenti allo spirito del comunismo internazionale. In questo modo, sino a
quale bassezza, sino a quale abisso, e sino a quale apostasia si arriverebbe?

L'esistenza umana, senza istituzioni necessarie come la proprietà e la famiglia, non


vale la pena d'essere vissuta. Sacrificare l’una o l'altra, per evitare la catastrofe, non
importa in "propter vitam vivendi perdere causas"? Perché vivere in un mondo
trasformato in un'immensa casa di schiavi buttati in una promiscuità animale?

Innanzi alla scelta drammatica dell'ora presente, che questo articolo cerca di mettere
in evidenza, non ragioniamo come degli atei, che ponderano i pro e i contro come se
Dio non esistesse.

Un atto supremo ed eroico di fedeltà, in quest'ora, potrebbe spegnere dinanzi a Dio


una quantità di peccati, inclinandoLo ad allontanare il cataclisma che s'avvicina.

Un atto di fedeltà eroica... un atto di intera ed eroica fiducia nel Cuore di Colui che
disse: "Imparate da Me, perché sono mansueto ed umile di Cuore, e troverete il
riposo alle vostre anime" (Matt. 11, 29).

Sì, affidiamoci a Dio. Confidiamo nella sua Misericordia, il cui cammino è il Cuore
Immacolato di Maria.
Quel che la Madre di Misericordia disse al mondo nel Messaggio di Fatima, è che la
preghiera, la penitenza, l'ammenda della vita allontanano le guerre. E non le
concessioni immediatiste, imprevidenti e paurose...
Che la Madonna di Fatima ottenga, per noi tutti che abbiamo il dovere di lottare, il
coraggio d'esclamare "non possumus" (At. 4, 20) innanzi agli insidiosi suggerimenti
del comunismo internazionale.
Appendice: Storia di un saggio

"La libertà della Chiesa nello Stato comunista", il cui titolo originale suona A
liberdade da Igreja no Estado comunista, è stato pubblicato per la prima volta sul n.
152, dell'agosto1963, del prestigioso mensile culturale Catolicismo, edito nella
diocesi di Campos, in Brasile, sotto l'egida di S. E. Rev.ma mons. Antonio de Castro
Mayer.

Sollecitato da diverse personalità che avevano letto il saggio e se ne erano


vivamente interessate, l'Autore ha svolto con maggiore ampiezza alcuni argomenti
già presenti nella prima versione. Lo studio così ampliato è stato stampato sul n. 161
di Catolicismo, nel maggio 1964, con lo stesso titolo.

Nell'agosto 1974 è uscita la decima edizione in portoghese, per la quale l'Autore ha


ritenuto opportuno cambiare il titolo in "Acordo com o regime comunista: para a
Igreja, esperanca ou autodemolicao?"

"La libertà della Chiesa nello Stato comunista" fu distribuito a tutti i Padri presenti
alla seconda sessione del Concilio Ecumenico Vaticano II, e, nella versione ampliata,
a tutti i partecipanti alla terza sessione.

A proposito di questo suo studio, l'Autore ha ricevuto lettere di felicitazione dagli


eminentissimi cardinali Eugenio Tisserant, oggi scomparso, Alfredo Ottaviani, allora
segretario della Suprema Sacra Congregazione del Santo Offizio, Norman Thomas
Gilroy, già arcivescovo di Sidney (Australia), da sua Beatitudine Paul II Chezcko,
patriarca di Babilonia dei Caldei, e da numerosi altri prelati.

Tra tutte, però, occupa una posizione di rilievo una lettera profondamente
elogiativa inviata, a proposito di questo saggio, a S. E. Rev.ma mons. Antonio de
Castro Mayer dalla Sacra Congregazione dei Seminari e delle Università, oggi Sacra
Congregazione per l'Educazione Cattolica.

Tradotto in otto lingue (francese, inglese, italiano, polacco, spagnolo, tedesco,


ucraino e ungherese), "La libertà della Chiesa nello Stato comunista" ha avuto finora
(1975) 33 edizioni, per un totale di 160 mila esemplari. Lo studio è stato anche
riprodotto integralmente su più di trenta giornali e riviste di undici paesi diversi, tra i
quali merita una speciale segnalazione Il Tempo, il maggiore quotidiano di Roma.

Recensioni e commenti sono stati pubblicati su un numero elevatissimo di


pubblicazioni.

La prestigìosa rivista di filosofia e teologia Divus Thomas, di Piacenza, gli ha


dedicato un commento di tre pagine, firmato dal direttore, padre Giuseppe Perini C.
M., nel numero dì aprile-settembre 1964.
E' molto significativo che perfino la rivista Informations Catholiques
Internationales, il cui orientamento progressista a oltranza è ben noto, abbia ritenuto
di dover pubbiicare una recensione dello scritto del professor Plinio Correa de
Oliveira.

Reazione caratteristica - e perciò meritevole di una speciale menzione - ha avuto


Jean Marie Domenach, direttore della nota rivista progressista Esprit, che è giunto ad
affermare, a proposito di questo studio, che "la difesa della proprietà non fa parte
dell'insegnamento di Cristo".

Nessuna presa di posizione, però, ha forse illustrato meglio l'importanza e


l'attualità dello studio del professor Plinio Correa de Oliveira, della indignata protesta
lanciata contro di esso dalla associazione Pax, organizzazione polacca di "cattolici" di
sinistra, la cui sfacciata adesione al regime comunista ha provocato condanne dello
stesso episcopato.

Un ampio articolo intitolato Lettera aperta al dr. Plinio Correa de Oliveira è stato
pubblicato in prima pagina dal settimanale Kierunki di Varsavia (n. 8 del 1°
marzo1964) e dal mensile Zycie i Mysl (n. 1-2 del 1964), della stessa associazione
Pax, da Zbigniew Czajkowski, membro importante di questo movimento.

Il professor Plinio Correa de Oliveira ha risposto in Catolicismo (n. 162 del giugno
1964) e Zbignzew Czajkowski ha replicato con una nuova lettera aperta pubblicata
sugli stessi periodici (Kierunki, n. 43 del 25-10-1964 e Zycie i Mysl, n. 9 del 1964). E
ha anche aggiunto: "La nostra discussione ha suscitato in Polonia un grande
interesse, come testimoniano, tra le altre, le notizie e le informazioni pubblicate in
proposito da altri periodici, che rispetto alle sue tesi assumono il mio stesso
atteggiamento".

La seconda risposta del professor Plinio Correa de Oliveira è comparsa in


Catolicismo, n. 170 del febbraio 1965.

Il dibattito tra il professor Plinio Correa de Oliveira e il giornalista polacco ha


avuto ripercussioni a Parigi, provocando l'intervento, a fianco dell'autore dello studio,
di Henri Carton, de L'Homme Nouveau, e a fianco di Z. Czajkowski di A. V. di
Témoignage Chrétien, altro importante organo progressista (cfr. Catolicismo, n. 165
del settembre1964 e n. 166 dell'ottobre dello stesso anno).

A sua volta, Tadeusz Masowecki, redattore-capo del mensile Wiez e deputato del
gruppo cattolico Znak alla Dieta polacca, ha pubblicato sulla sua rivista (n. 11-12 di
novembre-dicembre 1963), in collaborazione con A. Wielowieyski, un articolo che
intende essere una risposta al presente studio.

Per dodici anni la Sociedade Brasileira de. Defesa da Tradicao, Familia e


Propriedade (TFP), di cui il professor Plinio Corria de Oliveira presiede il consiglio
nazionale, e e organizzazioni americane ed europee che si ispirano ai medesimi
ideali, hanno diffuso attivamente questo studio, come forma di lotta contro il
miraggio collaborazionista o arrendista di fronte al comunismo.

L'edizione italiana, cui dedichiamo tutto il presente numerodi Cristianità, - tradotta


direttamente dalla decima edizione portoghese - intende essere un contributo di
AlleanzaCattolica allo sforzo di tagliare la strada a una collaborazione tra i figli della
luce e i figli delle tenebre, collaborazione che, per la natura stessa delle cose, può
risolversi soltanto in una catastrofe per i primi e in una vittoria ver i secondi.

(Pubblicato in Cristianità, Anno III, n. 11-12, maggio-agosto 1975)


Messaggio delle Società di Difesa della

Tradizione, Famiglia e Proprietà – TFP

dell’Argentina – Bolivia – Brasile – Canada – Cile – Colombia – Equatore – Francia


– Portogallo – Spagna – Stati Uniti – Uruguay - Venezuela

Pubblicato sulla stampa di 55 paesi, con una tiratura complessiva di 33,5 milioni di
copie; è uscito integralmente in Italia nelle pagine di Il Giornale e Il Tempo (13
gennaio 1982), Cristianità (Anno X, N. 82-83, febbraio-marzo 1982)

Il doppio gioco del socialismo francese:


Nella strategia, gradualità – Nella meta, radicalità

Il socialismo autogestionario:
in vista del comunismo,
una barriera o una testa di ponte?

IN FRANCIA:
la vittoria del Partito Socialista mette ad un incrocio la maggioranza dell’elettorato di
centro e di destra

IN OCCIDENTE:
la vittoria elettorale dà al Partito Socialista ampi mezzi
diplomatici e propagandistici per l’incremento della guerra
psicologica rivoluzionaria all’interno di tutte le nazioni

____________________

Meta socialista per la Francia

• Conferma della laicità di Stato — il matrimonio equiparato alla libera unione —


completa libertà sessuale — "riabilitazione" dell'omosessualità — accesso libero e
gratuito agli anticoncezionali — libertà di aborto sia per adulti che per minorenni —
agonia e morte dell'insegnamento privato — educazione statale dai due anni d'età.
• Nazionalizzazione della grande e media impresa urbana — socializzazione
progressiva della vita rurale — la via autogestionaria — l'assemblea operaia, arbitro
finale di ogni impresa — il ruolo dei dirigenti e dei tecnici nelle imprese
autogestionarie: ubbidienza — lotta di classe — partecipazione dei consumatori nella
direzione dell'impresa.

• Il modello autogestionario per la famiglia: bambini autogestionari, lotta di classe


contro i genitori — per la scuola: studenti autogestionari, lotta di classe contro gli
insegnanti.

• La società autogestionaria modella un nuovo tipo d'uomo: agnostico — con una


moralità anti-cristiana — con un tetto di progresso individuale molto limitato —
soggetto in tutto alla maggioranza, in comitati nei quali è elettore — comitati che lo
"aiutano" pianificando persino il suo tempo libero, i suoi divertimenti e l'arredamento
della sua dimora.

• L'applicazione radicale della trilogia Liberté – Egalité – Fraternité — il


livellamento delle classi sociali — la dissoluzione dello Stato — la galassia delle
micro-comunità — l'intero rovesciamento della monarchia, solo quando non
esisteranno più imprenditori in tutta la Francia.

• L'autogestione socialista: meta internazionale al cui servizio il Partito Socialista ha


promesso di strumentalizzare il governo, la ricchezza, il prestigio ed il rayonnement
mondiale della Francia.

____________________

La Rivoluzione Francese alla fine del XVIII secolo, le agitazioni rivoluzionarie del
1848, la Comune di Parigi del 1871 e l'esplosione ideologica e impulsiva della
Sorbona nel 1968 furono delle importanti pietre miliari non solo nella storia della
Francia ma di tutta la storia del mondo occidentale.

Infatti questi movimenti, ciascuno a modo suo e con le specifiche proporzioni ad esso
proprie, diedero un'espressione internazionale ad aspirazioni e dottrine che sorsero in
parte in Francia in parte altrove, ma che tutte quante fermentarono in quel paese con
una capacità di propagazione del tutto unica. Gli eventi storici così generati in
Francia incontrarono e misero in moto nello spirito dei paesi dell'Occidente,
aspirazioni, tendenze ed ideologie, le quali, sviluppandosi, marcarono l'evoluzione
psicologica, culturale, politica e socio-economica di tali paesi nei secoli susseguenti.

Lo stesso sta accadendo ora con la "rivoluzione" incruenta, ma non per questo meno
profonda, che la vittoria elettorale del Partito Socialista del 10 maggio 1981, e la
conseguente ascesa di Mitterrand alla presidenza, ha messo in moto, con la sua catena
relativa di cause ed effetti. Le crisi che colpiscono (in misura peraltro diversa) il
regime comunista e quello capitalista stanno risvegliando in tutto il mondo delle
tendenze e dei movimenti che si vantano d'esser particolarmente moderni, e che
credono di trovare l'espressione chiara, concisa e vittoriosa di tutto o quasi tutto ciò
che pensano e desiderano nel socialismo autogestionario ora in potere a Parigi. Il che,
naturalmente, li mette in marcia verso la conquista di simili successi nei loro paesi,
per il profitto e la gioia, sia notato, del comunismo internazionale, del quale il
socialismo è solo un caudatario ed un compagno di viaggio.

Portando questo Messaggio a conoscenza dell'intelligente e colto pubblico d'Italia,


l'UFFICIO TRADIZONE FAMIGLIA PROPRIETA' con sede a Roma, è sicuro di
aver toccato un argomento capace di incidere a fondo, nei prossimi anni, il futuro
dell'Occidente, e quindi del Mondo.

Firmata dalle società — autonome e consorelle — che costituiscono la grande


famiglia delle TFP in tredici paesi, questo Messaggio è stesura del Professore Plinio
Corrêa de Oliveira, Presidente del Consiglio Nazionale della Società Brasiliana di
Difesa della Tradizione, Famiglia e Proprietà.

PLINIO CORRÊA DE OLIVEIRA è nato a São Paulo (Brasile), nel 1908. Laureato
nella Facoltà di Legge dell'Università di São Paulo, si è distinto fin da giovane come
oratore, conferenziere e giornalista cattolico. Tra le fondatori e le guide della Lega
Elettorale Cattolica, è stato il deputato più votato di tutto il paese per l'Assemblea
Costituente federale del 1932. Professore di Storia della Civiltà presso il Corso
Universitario dell'Università di São Paulo, come pure di Storia Moderna e
Contemporanea nelle Facoltà São Bento e Sedes Sapientiae della Pontificia
Università Cattolica di São Paulo. Presidente della Giunta Arcidiocesana dell'Azione
Cattolica di São Paulo.
Collaboratore degli organi cattolici "Legionario" e poi "Catolicismo", e del
quotidiano "Folha de S. Paulo".
Principali opere: In difesa dell'Azione Cattolica, Rivoluzione e Controrivoluzione,
Riforma Agraria — Questione di Coscienza (in collaborazione con altri autori),
Accordo con il regime comunista: per la Chiesa, una speranza o l'auto-demolizione?,
Trasbordo ideologico inavvertito e dialogo, La Chiesa dinanzi alla scalata della
minaccia comunista — Richiamo ai Vescovi silenziosi, Tribalismo Indigeno, ideale
comunista-missionario per il Brasile nel secolo XXI e Sono Cattolico: posso essere
contro la Riforma Agraria? —
Nel 1960, ha fondato la SOCIEDADE BRASILEIRA DE DEFESA DA TRADIÇÃO,
FAMILIA E PROPRIEDADE — TFP — e da allora è stato Presidente del Consiglio
Nazionale di questa organizzazione. Ispirate a Rivoluzione e Controrivoluzione e ad
altre opere del Prof. Plinio Corrêa de Oliveira, si svilupparono ugualmente delle
TFP ed altre associazioni consorelle in dodici paesi delle Americhe e dell'Europa.
I. Il centro e la destra di fronte al socialismo francese: l’illusione ottimista, la
portata della sconfitta e l’incrocio

1. L'illusione

Per l'“uomo della strada” della maggior parte dei paesi occidentali, il Partito
Socialista francese è, come tanti altri, il risultato di una combinazione di interessi e di
vanità personali concentrati attorno ad un programma di partito che viene accettato
con più o meno convinzione.

Questo si capisce. L'opinione pubblica mondiale viene informata sul socialismo


principalmente per mezzo della televisione, della radio e della stampa. E l'immagine
del Partito Socialista (PS) presentata implicitamente che esplicitamente dai mezzi di
comunicazione di solito è questa: a) un elettorato costituito in maggioranza da
lavoratori manuali, imbevuti a vari livelli dalla mentalità del partito, ma che include
pure molti elettori della borghesia, le cui tendenze conciliatorie socio-economiche
convergono, su un punto o l'altro, con vaghe simpatie filosofiche per un socialismo
"filantropico"; b) dei quadri dirigenti che sono formati, almeno ai livelli alti e medi,
da uomini politici di professione, la cui preoccupazione principale è di conquistare il
potere e di conseguenza abituati a tutte le flessibilità e a tutte le audacie, ma anche
alla prudenza e ad ogni concessione necessarie per arrivare al successo.

Però questa visione globale del socialismo ha poco di oggettivo. Corrisponde alle
illusioni ottimistiche di molti opponenti politici del PS; illusioni che hanno
considerevolmente contribuito alla recente vittoria di questo partito.

Queste illusioni mettono gli elettori francesi di centro e di destra ad un incrocio


decisivo.

2. Uno sguardo al PS reale

Osservato senza illusioni né ottimismo, il PS lascia vedere un carattere ideologico


monoliticamente forte. Deduce sistematicamente tutto il suo programma politico,
economico e sociale dai principi filosofici da esso accettati. E l'applicazione completa
ed inesorabile di questo programma ad ogni individuo e ad ogni nazione — alla
Francia quindi, come pure al resto del genere umano — è la meta finale dell'azione
concreta preconizzata dal Partito.

Qual'è il mezzo per ottenere questo gigantesco obiettivo? La manipolazione graduale


della cultura, della scienza, dell'uomo e della natura, facendo uso di tattiche
sofisticate di dissimulazione. Ed anche la strumentalizzazione, degli organi statali, nel
caso che il Partito giunga al potere.
Secondo il PS, sebbene questo debba esser fatto con la gradualità lenta che quasi
sempre viene richiesta dalle circostanze, deve essere accelerato sempre che possibile.
Durante tutto questo processo, non si deve dire neanche una parola, non si deve fare
nessun passo che non abbia come meta suprema l'anarchia finale (nel senso
etimologico della parola), il che è, inoltre, il fine desiderato dai teorici comunisti.

Questo carattere del PS traspare chiaramente dai suoi documenti ufficiali, dai libri di
autori che rappresentano il suo pensiero, e pure dagli scritti di circolazione interna
intesi più che altro alla formazione dei suoi membri.

Tutto questo materiale, oltre ad esser assorbito nelle file del PS, circola in altri
ambienti: fra membri della sinistra di diverse gradazioni, intellettuali e uomini politici
all'infuori della sinistra, e così via, aumentando gradualmente il numero dei
simpatizzanti del Partito. Ma l'”uomo della strada” poco sa, o niente, di questo
materiale. (1)

____________________

1. Questa caratterizzazione del Partito Socialista è sicuramente documentata.

Il Partito Socialista Francese quale è oggi sorse dal Congresso di Epinay del 1971. Da
allora la nuova organizzazione politica ha pubblicato diversi documenti ufficiali, in
materia di dottrina e programmi. Tali pubblicazioni sono eseguite particolarmente
durante i suoi congressi nazionali (tenuti ogni due anni) e durante le campagne
elettorali. A queste si aggiunge un numero significativo di pubblicazioni interne
destinate alla formazione dei suoi aderenti o per diffondere le conclusioni dei diversi
convegni e seminari del Partito.

Dal momento che è impossibile citare l'abbondanza del materiale prodotto in tal
modo, daremo preferenza nelle nostre citazioni a tre documenti assolutamente fonda-
mentali del PS.

a) Il Projet socialiste pour la France des années 80 (Progetto socialista per la


Francia degli anni 80, Club Socialiste du Livre, Parigi, maggio 1981, 380 pagine)
presenta le ambizioni dei socialisti francesi per il prossimo decennio. Il Progetto
ridefinisce le priorità socialiste ed annuncia in anticipo le principali iniziative per cui
l'azione del PS sarà nota al popolo francese. Occorre far presente che non abroga i
testi e programmi precedenti del Partito (a cui si farà riferimento qui sotto). Anzi,
"esso li prolunga per allargare allo stesso tempo il loro campo di azione e la loro
portata" (p. 7).

Nel convegno nazionale del Partito tenuto ad Alfortville il 13 gennaio 1980, il


Progetto fu approvato dal 96% dei voti. Il posteriore Manifesto di Créteil del 24
gennaio 1981, come pure le 110 Propositions pour la France (110 Proposte per la
Francia), che apparvero contemporaneamente, trassero ispirazione dal Progetto. Sulla
base di questi due documenti, approvati all'unanimità al Congresso di Créteil, il
Partito Socialista lanciò la campagna presidenziale di Mitterrand (vedi "Le Poing et la
Rose" n. 91, febbraio 1981).

b) Nel 1972 il PS e il PC iniziarono trattative per fissare un accordo di governo dal


quale è risultato il Programme commun de gouvernement de la gauche (Programma
comune di governo della Sinistra), che ebbe validità per cinque anni. Nel 1977, dal
momento che i due partiti non avevano raggiunto un'intesa per il rinnovo
dell'accordo, il Partito Socialista aggiornò di proprio conto questo Programma
comune. Ai primi del 1978, durante la campagna elettorale, il Partito Socialista
pubblicò il programma aggiornato per poter dare all'opinione pubblica “la possibilità
di giudicare in base a documenti” che cosa farebbe il Partito se vincesse le elezioni,
come pure per permettere "ad ognuno di seguire la sua applicazione" (vedi Le Pro-
gramme commun de gouvernement de la gauche — Propositions socialistes pour
l'actualisation — Flammarion, Parigi, 1978, 128 pagine, con prefazione di
FRANÇOIS MITTERRAND, p. 3).

c) Finalmente, le Quinze thèses sur l'autogestion (Quindici tesi sull'autogestione),


adottate dal Convegno Nazionale del Partito Socialista il 21 e 22 giugno 1975 (vedi
"Le Poing et la Rose", supplemento al n. 45, 15 novembre 1975, 32 pagine) sono di
particolare interesse dal momento che i socialisti francesi presentano in esse la
prospettiva di una società autogestionaria in qualità di "contributo proprio del Partito
Socialista, per ora sul piano teorico, alla storia del movimento dei lavoratori" (vedi
"Documentation Socialiste", Club Socialiste du Livre, supplemento al n. 2, senza
data, pp. 42-43) e pretendono di aver conferito un nuovo contenuto all'idea
dell'autogestione (vedi "Documentation Socialiste", n. 5, senza data, p. 58).

Con questi documenti il Partito Socialista ha pensato di dare al lettore ordinario un


gruppo di nozioni sufficientemente ampio per potersi accattivare il suo appoggio
razionale e il suo voto. Essi perciò formano, tanto per dire, l'autoritratto del PS, un
ritratto la cui fedeltà non può essere messa in dubbio dal momento che bisogna
presumere che un movimento che ha appena conquistato una tale abile vittoria
strategica sia capace di definire sé stesso. Inoltre, i socialisti assumono decisamente
la responsabilità per ciò che essi pubblicano. Si legge nel Projet socialiste: "Noi
siamo gli unici a prenderci il rischio di spiegare le nostre tesi con nero su bianco, ed a
farlo mediante l'irriducibilità della stampa. ... Noi ci mostriamo tali e quali siamo"
(op. cit., p. 11).

Una volta entrato in carica, il Primo Ministro socialista Pierre Mauroy presentò una
Déclaration de politique générale du Gouvernement durante la sessione dell'As-
semblea Nazionale dell'8 luglio. In questa Dichiarazione e nel dibattito parlamentare
che fece seguito, il Primo Ministro confermò la direttiva generale del Projet
socialiste, dando in tal modo un contributo importante alla definizione del Partito
Socialista dal punto di vista della sua ideologia e del suo programma (vedi "Journal
Officiel — Débats Parlementaires", 9 e 10/7/81). Peraltro, il Primo Ministro affermò
espressamente in quella occasione di aver ottenuto dal "consiglio dei ministri
l'autorizzazione a vincolare ufficialmente il governo a questa dichiarazione di politica
generale, secondo l'articolo 49 della Costituzione" ("Journal Officiel", 9/7/81, p. 55).

* Il riferimento a questi documenti nel presente lavoro sarà fatto nella forma delle
abbreviazioni: "Progetto", "Programma Comune — Proposte di aggiornamento",
"Quindici Tesi", e "Dichiarazioni di politica generale" rispettivamente. La
sottolineatura in neretto delle citazioni è nostra.

* Il Le pubblicazioni del Partito Socialista usano l'espressione Progetto socialista sia


per designare particolarmente il documento Projet socialiste pour la France des
années 80, come pure per riferirsi più genericamente al nuovo progetto di società che
essi propongono per la Francia e per il mondo, e che essi chiamano Projet
autogestionnaire. In questo caso, le espressioni "Progetto socialista" e "Progetto
autogestionario" sono sinonimi. Nel testo del presente lavoro si mantiene lo stesso
uso ambivalente dell'espressione (a volte particolare, a volte generale). Il lettore
noterà con facilità il senso che viene impiegato, tanto più che le citazioni delle fonti
socialiste adoperate in questo lavoro non danno adito a confusione.

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3. Il vero significato dell'ascesa del socialismo in Francia – L'astensione elettorale,


grande fattore della sconfitta del centro e della destra

Osservatori ed analisti delle recenti elezioni presidenziali francesi sono convinti che il
candidato vittorioso della sinistra è stato aiutato da voti provenienti da settori di
considerevole importanza sia del centro che della destra. Siccome il margine di
Mitterrand sul suo oppositore è stato di 1.065.956 voti (3,51% dei suffrages exprimés
— cioè il numero netto di voti, scontando quelli in bianco e quelli nulli) nel secondo
turno delle elezioni, questo spostamento di voti del centro e della destra al candidate
socialista è stato un fattore considerevole — forse decisivo — nella gara elettorale. A
ciò basti considerare che lo spostamento della metà di questa differenza avrebbe
avuto per risultato l'uguaglianza dei voti (vedi Quadro I — Come 500 mila voti
decisero le elezioni presidenziali francesi).

Questa fuga di voti sorprende. Vent'anni fa un qualsiasi membro del centro o della
destra che fosse cosciente della sua autenticità avrebbe considerato un tradimento
l'appoggio ad un candidato del PS, specialmente se questi si fosse presentato in
coalizione aperta con il Partito Comunista (PC). (2) Nel 1981 questa coerenza ai
propri principi non agì in molte persone del centro e della destra di età diverse (3),
che con una tranquillità, a volte indolente, a volte sconsiderata, queste votarono per
Mitterrand. Come questo è stato possibile?

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2. Sebbene esista un'alleanza aperta tra il Partito Socialista e il Partito Comunista, il


suo beneficiario deve essere ancora leggermente dissimulato. Ciò significa che i
socialisti debbono essere coloro che emergono:

"E’ necessario che il Partito Comunista accetti questa evidenza della politica
francese: la maggioranza dei francesi non affiderà il proprio governo alla sinistra a
meno che non abbia la certezza che il socialismo instaurerà la libertà per il nostro
tempo.

"Sia che vogliano o no, per conseguirlo, è necessario che il Partito Socialista
appaia come la forza animatrice dell'alleanza. Ciò non detrae alcunché dal ruolo
che il Partito Comunista vi dovrebbe recitare" (Progetto, p. 366).

Da parte loro, i comunisti hanno compreso bene il proprio ruolo. Secondo il


Segretario Generale del PS, Lionel Jospin, un milione e mezzo di votanti comunisti
(un quarto del Partito) hanno votato per Mitterrand già nel primo turno delle elezioni
presidenziali (vedi "Le Poing et la Rose", n. 83, 30/5/81, p. 1).

3. I riferimenti del presente lavoro fatti sulla destra non comprendono la destra fran-
cese tradizionalista che ha spesso una ispirazione cattolica e la cui azione presumibile
nelle elezioni del 1974, 1978 e 1981 è difficile da discernere ed è perciò di difficile
valutazione.

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Ma i falli del centro e della destra non finirono lì. Le loro apatiche campagne elet-
torali non ebbero il dinamismo e la force de frappe che è indispensabile per attirare
l'appoggio popolare. E queste qualità non mancarono dal lato socialista-comunista.

Questa mancanza di impegno, che naturalmente si fece notare ancor più nelle elezioni
legislative, ebbe pure un'altra conseguenza: l'aumento delle astensioni in un'elezione
così importante per il futuro della Francia e del mondo, dove niente meno che
10.783.694 elettori (ben 29,67% dell'elettorato) si astennero nel primo turno. È
significativo che il numero delle astensioni fu allora maggiore del numero dei voti
ottenuto dal PS (9.432.537).

La grande perdita nel conteggio finale fu quella sofferta da parte del centro-destra, la
cui votazione totale cadde da 14.316.724 nel primo turno delle elezioni presidenziali
(26 aprile) a 10.892.968 nel primo turno delle elezioni legislative (14 giugno) — una
perdita di 3.423.756 voti in un periodo così breve di tempo. Siccome il numero di
astensioni aumentò di 3.900.917 tra un'elezione e l'altra, e siccome il voto della
sinistra aumentò solo di poco (vedi Quadro II — Astensioni e dispersione del centro
e della destra hanno favorito la sinistra nelle ultime elezioni legislative francesi), tutto
fa credere che la maggior parte di coloro che si erano astenuti appartenevano alle
schiere del centro e della destra. Tra questi, normalmente saranno stati più numerosi
coloro che decisero di non votare sia a causa di querele di partito, sia perché
preferirono semplicemente passare la domenica delle elezioni nel modo che sembrò
loro più comodo e divertente.

Questo fatto — decisivo ad un momento cruciale — può venir chiarito in larga


misura dall'illusione che non avrebbe avuto delle conseguenze drammatiche la
vittoria di un partito, senza dubbio di sinistra ma tollerante.

Un'altra conseguenza di questa visione ottimistica fu che delle piccole circostanze


personali, regionali ed altre, come pure il fascino che aveva la vittoria dì Mitterrand,
furono abbastanza forti da far sì che molti del centro e della destra votassero per il
PS, contribuendo così a colamenti simili a quelli occorsi nelle elezioni presidenziali.

Insomma, tutto porta a credere che il numero maggiore, sia di astensioni come il
trasferimento di voti da un partito all'altro, sia occorso nei partiti organizzati meno
rigidamente. A meno di non immaginarsi un PS od un PC in via di rammollimento
disciplinare o cercando di entrare in gara astensionista con gli avversari di centro e di
destra...

Cosicché il PS dunque vinse, ma la sua vittoria non significa un aumento dell'elet-


torato socialista, come la propaganda di sinistra diffonde abilmente in tutto il mondo.

Comparando le elezioni legislative del 1978 a quelle che si sono tenute ultimamente,
troviamo che il voto di sinistra è rimasto praticamente lo stesso: 14.169.440 nel 1978
e 14.026.385 nel 1981 (in ambedue casi queste sono cifre del primo turno, perché,
data la particolarità del sistema elettorale francese, questo è l'unico turno in cui è
possibile fare comparazioni). Siccome in questo periodo il numero di elettori è
aumentato di 1.138.675, il fatto che il voto totale della sinistra sia rimasto stazionario
indica in effetti una diminuzione percentuale effettiva in relazione all'insieme del
corpo elettorale. Quindi la sinistra, che nel 1978 riuscì ad avere l'appoggio del
40,25% dell'elettorato totale, ora riportò solo il 38,59% — una cifra che è ben lontana
dal rappresentare la maggioranza dell'elettorato (vedi Quadro III — Ristagno
dell'elettorato di sinistra nelle elezioni legislative dal 1978 al 1981).

Quindi la recente vittoria del PS si deve meno ad un rafforzamento reale della sinistra
e più a un desinteressamento ed a una dispersione nel centro e nella destra. Come
vedremo più avanti, questa dispersione fu dovuta in parte al disorientamento ed alla
frammentazione di una porzione considerevole dell'elettorato cattolico.
Se la vittoria del socialismo fosse dovuta a un aumento di elettori specificamente di
sinistra, il fenomeno forse sarebbe difficilmente reversibile. Ma siccome la sconfitta è
stata causata dal disorientamento del centro e della destra, tutto il terreno perduto può
esser ancora riguadagnato, ed alla vittoria socialista del 1981 potrà seguire la
sconfitta della sinistra nelle elezioni future.

Che queste considerazioni servano d'incoraggiamento a quelli che immaginano che


l'avanzamento del socialismo sia definitivo e che, invece di far uso delle loro libertà
politiche per organizzare immediatamente un'opposizione ordinata ma briosa,
inflessibile e fertile, corrono invece dai vincitori per dar loro la mano e collaborare
con loro. In questo modo essi rinunciano alla lotta per arrestare la scivolata del loro
paese per la rampa del socialismo (che essi stessi chiamano sfuggente) verso il
comunismo (che riconoscono come mortale). La loro spiegazione: la vittoria
socialista è un fatto consumato — come se veramente ci fossero fatti consumati nel
mondo instabile di oggi.

4. Posta la vittoria del PS, che cosa fare? — L'incrocio

Ma, per ora, i fatti sono li... Il PS ha oggi il Potere Esecutivo. E persino senza
l'appoggio dei 44 deputati del Partito Comunista e di altri 20 deputati di piccoli partiti
di sinistra, ha una maggioranza assoluta nella Camera dei Deputati, con 265 dei 491
seggi. Per riguadagnare tutto ciò che hanno appena finito di perdere, i francesi di
centro e di destra debbono optare per la migliore strategia in relazione al PS. Ma per
fare questo c'è bisogno di aver chiaro cos'è il PS; debbono scegliere fra la versione
piuttosto fittizia di un PS opportunistico e conciliatore, e la realtà di un PS propulsore
efficiente della marcia graduale ma decisa verso il collettivismo totale.

Le ripercussioni della vittoria del PS e dell'instaurazione del regime socialista in


Francia aumenterà il dinamismo dei movimenti sinistrorsi negli altri paesi. Questo,
oltre all'intenzione annunciata dal governo attuale francese di interferire in quei paesi,
propone un'analoga questione di strategia per i loro centri e per le loro destre. La
vittoria del socialismo francese ha già incominciato a risvegliare negli uomini politici
europei ed americani di sinistra l'impressione che la bandiera socialista abbia
improvvisamente acquistato un nuovo potere nell'attrarre moltitudini in tutto
l'Occidente. Questi si immaginano che il potere elettorale dimostrato dal socialismo
in Francia sia molto più grande di quello che realmente non sia di fatto, e scintille di
entusiasmo socialista autogestionario stanno cominciando ad accendersi in varie
nazioni. Se l'immagine conciliatrice del PS è reale, questo fatto non è una minaccia
importante. Ma se, invece, il socialismo francese mira precisamente a raggiungere le
stesse mete che si ripropone il comunismo, allora diventa necessario schiarire e
mettere all'erta l'opinione pubblica. Tanto più che nessuno sa fino a dove possa
arrivare, ai nostri giorni, la strumentalizzazione di qualsiasi tendenza sinistrorsa
nell'opinione pubblica mondiale, essendo essa manipolata con un tale successo in
tutto il mondo dall'attuale guerra psicologica rivoluzionaria di Mosca.
5. La scelta della strategia: aspetti del socialismo francese

Senza dubbio quanto più l'immagine che il pubblico si forma ora del PS sarà fedele
ed obiettiva, tanto più rapida ed appropriata potrà essere la sua scelta di strategia.
Sebbene sia impossibile esaurire un tema così vasto in questo sommario globale,
sembra che sia giunto il momento di esporre vari tratti caratteristici della dottrina e
delle tattiche del PS francese e di far cadere le illusioni ottimistiche che possono
rallentare ed indebolire la lotta contro un pericolo così grave.

II. Dottrina e strategia nel progetto di socialismo per la Francia

1. "Libertà, uguaglianza, fraternità" nel "Progetto socialista"

È proprio di un motto l'essere sostanzioso e preciso.

Ciò non è applicabile alla trilogia “liberté, egalité, fraternité" della Rivoluzione Fran-
cese. Tra le molteplici interpretazioni e modi d'applicazione cui ha dato occasione,
alcuni hanno lasciato nella Storia delle marche d'empietà, pazzia e sangue che
giammai potranno essere cancellate. (4)

____________________

4. Nella Lettera Apostolica del 25 agosto 1910, dal titolo Notre Charge Apostolique,
che condanna il movimento francese Le Sillon, di Marc Sangnier, San Pio X analizza
la famosa trilogia nel modo seguente:

"Il Sillon è nobilmente premuroso della dignità umana. Però intende questa dignità
alla maniera di certi filosofi di cui la Chiesa non si sente affatto orgogliosa. Il primo
elemento di questa dignità è la libertà, intesa nel senso che, eccetto in fatto di
religione, ogni uomo ha la propria autonomia. Da questo principio fondamentale trae
le seguenti conclusioni: oggi il popolo si trova sotto tutela di una autorità che è
distinta da sé stesso; esso dovrebbe liberarsene: emancipazione politica. Esso
dipende da datori di lavoro che lo tengono come strumento di lavoro, lo sfruttano, lo
opprimono e degradano; esso dovrebbe scuotersi dal giogo: emancipazione
economica. Ed infine, esso è spadroneggiato da una casta, chiamatala casta direttiva,
acuti lo sviluppo intellettuale dà una indebita preponderanza nella direzione degli
affari; esso deve sfuggire al loro dominio: emancipazione intellettuale. Il livellarsi
delle condizioni da questo triplo punto di vista instaurerà l'uguaglianza tra gli uomini
e questa uguaglianza è la vera giustizia umana. Una organizzazione politica e
sociale fondata su questa duplice base, libertà ed uguaglianza (a cui si aggiungerà
subito la fraternità) — questo è ciò che essi chiamano democrazia. ...
"Prima di tutto, in politica il Sillon non abolisce l'autorità; al contrario, esso la consi-
dera necessaria; però esso desidera dividerla, o piuttosto moltiplicarla in modo tale
che ogni cittadino diventerà una specie di re. ...

"Sempre conservando le proporzioni, sarà lo stesso nell'ordine economico.


Asportata da una classe particolare, la maestria sarà moltiplicata cosi bene che ogni
lavoratore diverrà una specie di padrone. ...

"Veniamo ora all'elemento principale, l'elemento morale. ... Strappato alle strettoie
degli interessi privati ed innalzato agli interessi della professione e, anche più alto, a
quelli dell'intera nazione, anzi, perfino più in alto ancora, a quelli dell'umanità (in
quanto l'orizzonte del Sillon non è delimitato dalle frontiere della nazione, ma
esso si estende a tutti gli uomini, perfino ai limiti estremi del mondo), il cuore
umano, ingrandito dall'amore del benessere comune, abbraccerebbe tutti i colleghi
della stessa professione, tutti i compatrioti, tutti gli uomini. Ecco la grandezza e la
nobiltà umana, l'ideale realizzato dalla famosa trilogia, libertà, uguaglianza,
fraternità. …

"Questa, in breve, è la teoria — noi potremmo dire il sogno — del Sillon" (Acta
Apostolicae Sedis, Typis Poliglottis Vaticanis, Roma, 1910, Vol. II, pp. 613-615).

Dunque, San Pio X segue le orme dei suoi predecessori, i quali, a partire da Pio VI,
avevano condannato gli errori suggeriti dal motto della Rivoluzione Francese.

Nella sua Lettera-Decreto del 10 marzo 1791 rivolta al Cardinale de la


Rochefoucauld ed all'Arcivescovo di Aix-en-Provence sui principi della Costituzione
Civile del Clero, Pio VI dichiara:

"Essa [l'Assemblea Nazionale Francese] ha stabilito, come diritto dell'uomo nella


società, questa libertà assoluta che non gli assicura solo il diritto di non venire distur-
bato nella propria opinione religiosa, ma anche il diritto di pensare, parlare, scrivere e
perfino pubblicare qualsiasi cosa gli possa colpire la fantasia in fatto di Religione. Ed
è proclamato che queste mostruosità derivano ed emanano dalla uguaglianza
degli uomini tra di loro e dalla libertà della natura. Ma cosa si potrebbe pensare di
più pazzesco che di stabilire tale uguaglianza e libertà fra tutti, trascurando così la
ragione con la quale la natura ha particolarmente dotato la razza umana e che la
distingue dagli altri animali? Per caso quando Iddio creò l'uomo e lo collocò nel
Paradiso delle delizie, non lo minacciò allo stesso tempo con la pena di morte se egli
avesse mangiato dall'albero del sapere del bene e del male? Forse Iddio non gli limitò
la libertà proprio dal principio, mediante il suo primo precetto? E quando egli
divenne colpevole a causa della propria disubbidienza, non gli impose Dio degli
ulteriori precetti per mezzo di Mosè? E sebbene Iddio 'facesse dipendere tutto dal suo
libero arbitrio' in modo che potesse meritare il bene o il male, ciononostante Egli gli
dette comandamenti e precetti in modo che, se li volesse obbedire, questi lo
salvassero' (Eccli. XV, 15-16).
"Dov'è allora questa libertà di pensiero e di azione che l'Assemblea Nazionale
attribuisce all'uomo nella società come un immutabile diritto di natura? ... Posto che
l'uomo, a partire dalla propria infanzia, è obbligato ad essere soggetto a persone più
anziane per essere guidato e illuminato da esse, e per poter ordinare la propria vita
secondo le norme della ragione, dell'umanità e della Religione, allora è certo che
questa uguaglianza e questa libertà tanto strombettate tra gli uomini sono nulle e
inesistenti dal momento della nascita. 'È necessario che siate soggetti' (Rom. XIII, 5).
Di conseguenza, per poter permettere agli uomini di progredire nella società civile, fu
necessario instaurare una forma di governo in cui i diritti della libertà fossero
circoscritti dalle leggi e dal potere supremo di coloro che governano. Da cui segue ciò
che Sant'Agostino insegna con le seguenti parole: 'La società umana è quindi un
accordo generale di obbedire ai suoi Re' (Confessioni, libro III, cap. VIII, op. ed.
Maurin, p. 84). Ecco il motivo per cui l'origine di questo potere deve essere cercato
meno in un contratto sociale che in Dio stesso, autore di ciò che è retto e giusto" (Pii
VI Pont. Max. Acta, Typis S. Congreg. de Propaganda Fide, Roma, 1871, Vol. I, pp.
70-71).

Pio VI ha ripetutamente condannato il falso concetto della libertà e dell'uguaglianza.


Nel Concistoro Segreto del 17 giugno 1793, confermando le parole dell'Enciclica
Inscrutabile Divinae Sapientiae, del 25 dicembre 1775, egli dichiarò:

"E questi filosofi sciagurati aspirano anche a questo: che gli uomini sciolgano tutti
quei legami dai quali sono uniti fra di loro e ai loro superiori, e sono vincolati al loro
dovere; essi vanno gridando e imprecando, fino alla nausea che l'uomo nasce libero, e
non è soggetto a nessuno; e che quindi la società è una folla di uomini inetti, che
stupidamente si prosternano dinanzi ai sacerdoti dai quali sono ingannati e dinanzi ai
re, dai quali sono oppressi, tanto è vero che l'accordo fra i sacerdoti e i monarchi non
è altro che una gigantesca cospirazione a danno della libera natura dell'uomo". E Pio
VI continua: "Questi protettori vanagloriosi dell'umanità hanno allacciato questa falsa
e mendace parola Libertà con un'altra parola ugualmente fallace, Uguaglianza. Cioè a
dire, come se non ci fosse tra gli uomini riuniti in società civile, a causa del fatto che
essi sono soggetti a vari stati di mente e che si muovono in modi diversi e incerti,
ciascuno secondo l'impulso del proprio desiderio, qualcuno che potrebbe prevalere sia
con l'autorità che con la forza come pure obbligare e governare ed altresì chiamare al
dovere coloro la cui condotta è disordinata, in modo che la società stessa non cada
sotto l'impeto precipitoso e contraddicente di innumerevoli passioni, nell'anarchia e
così si sciolga completamente. E come l'armonia, composta della consonanza di molti
suoni e che, se non costituita di un consono concento di accordi e di voci, si scioglie
in rumori disordinati e completamente dissonanti" (Pii VI Pont. Max. Acta, Typis S.
Congreg. de Propaganda Fide, Roma, 1871, Vol. II, 26-27).

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Una delle interpretazioni più radicali della trilogia può essere enunciata come segue:
la giustizia ordina che ci sia assoluta uguaglianza fra gli uomini. La sola uguaglianza,
sopprimendo ogni autorità, realizza completamente la libertà e la fraternità. La libertà
solo può avere un limite: l'indispensabile per impedire agli uomini dotati di formare,
a beneficio proprio, una qualsiasi superiorità di comando, prestigio o beni. La vera
fraternità decorre dalle relazioni fra uomini del tutto liberi ed uguali.

Dal 1789 al 1794 i successivi capi rivoluzionari, ispirandosi alle interpretazioni della
famosa trilogia, si avvicinarono sempre più a questa enunciazione radicale. Durante
la sua agonia, la Rivoluzione Francese, così ostentatamente moderata ai suoi inizi,
ebbe degli spasmi di significato chiaramente comunista. Come ripetendo al
rallentatore questo processo rivoluzionario, il mondo democratico ha portato — o sta
finendo di portare — alle sue ultime conseguenze il livellamento politico delle classi,
pur continuando a preservare nella sua cultura e nel suo regime socioeconomico degli
aspetti gerarchici.

Si possono discutere i fatti, i luoghi e le date che, nel diciannovesimo secolo, hanno
contrassegnato l'inizio dei movimenti principali a favore del livellamento culturale e
socioeconomico. Ma è certo che già a metà secolo questi movimenti si erano estesi a
molti paesi, e si erano fermamente impiantati in parecchi di questi. Questi movimenti
arrivarono al punto di ispirare la Rivoluzione del 1848 e la Comune di Parigi del
1871 in Francia. Inoltre, nel nostro secolo questi furono chiaramente presenti fra le
cause profonde della Rivoluzione Russa del 1917, e della propagazione conseguente
del regime comunista nei paesi dietro alla cortina di ferro ed a quella di bambù, come
pure in altri paesi. (5) Senza parlare di tutte le rivoluzioni ed agitazioni comuniste che
hanno scosso varie parti del mondo, come l'esplosione della Sorbona nel maggio
1968.

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5. Oltre alle cortine di ferro e di bambù, il comunismo si è radicato anche in: Corea
del Nord (1945), Vietnam del Nord (1945), Guinea (1958), Cuba (1959), Yemen
Meridionale (1967), Congo (1968), Guiana (1968); Etiopia (1974), Guinea-Bissau
(1974), Benin (1974), Cambogia (1975), Vietnam del Sud (1975), Le Isole del Capo
Verde (1975), San Tome e le Isole dei Principi (1975), Mozambico (1975), Laos
(1975), Angola (1975), Granata (1979) e Nicaragua (1979).

Il governo di sinistra che è al potere in Afganistan dal 1978 ha permesso alle truppe
russe di invadere la loro nazione l'anno seguente. Nonostante ciò i guerriglieri anti-
comunisti controllano la maggior parte della nazione.

Occorre anche fare attenzione ai governi marxisti più o meno dissimulati che sono
vigenti in varie parti del mondo.
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Il Projet Socialiste pour la France de années 80 (Progetto Socialista per la Francia


degli anni 80) — basato sul quale il PS ha concorso alle ultime elezioni (cfr. nota 1)
— si inserisce esplicitamente e perfino con fierezza in questo movimento generale.
(6) Leggendolo si può verificare chiaramente che il suo obiettivo finale è
l'uguaglianza completa, dalla quale si suppone che nascano la libertà e la Fraternità
complete. (7) Secondo questo progetto, la principale ragione d'essere del potere è di
impedire che la libertà produca disuguaglianze. (8) Anche se qualifica di utopia la
totale soppressione dell'autorità, dice implicitamente che quest'utopia non è un vuoto
oltre al quale si precipita nel caos dell'anarchismo. Anzi, è un orizzonte che si deve
cercare sempre, valendosi di ogni mezzo per arrivare il più vicino (o il meno lontano)
possibile all'irrealizzabile, cioè, alla soppressione di questo male necessario ma tanto
spiacevole: l'autorità. (9)

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6. "Si sono verificati momenti privilegiati nella nostra storia che rimangono incisi
nella memoria collettiva: [le rivoluzioni del] 1789, 1848, la Comune di Parigi, e più
recentemente il Fronte Popolare, la Liberazione e il maggio del 1968" (Progetto, p.
157).

"Esso [il Partito Socialista] ha raccolto una buona parte dell'energia e delle
aspirazioni positive dall'esplosione del maggio 1968" (Progetto, p. 23).

"Questa diffusa estrema sinistra (che apparve agli occhi dell'opinione pubblica par-
ticolarmente dopo il maggio 1968) ha il merito di presentare alcuni quesiti
imbarazzanti a tutto il mondo, il che è utile" ("Documentation Socialiste", N. 5, senza
data, p. 36).

"Così una nuova sensibilità proprio nel seno della Sinistra fu rilevata nella 'Rivolu-
zione Culturale' che insorse in California durante gli anni 60, la cui versione francese
è una certa ideologia sorta nel maggio 1968: l'avvento di una 'critica di Sinistra del
Progresso' "(Progetto, pp. 30-31).

7. "... 'l'uguaglianza stessa, una delle più importanti esigenze del movimento dei
lavoratori" (Progetto, p. 127).

"L'idea dell'uguaglianza continua ad essere un'idea nuova e potente" (Progetto, pp.


113-114).

"Non è solo l'ispirazione del socialismo francese, ma anche quella di Marx, che
invoca la presa del potere da parte dei produttori immediati e la cancellazione della
distinzione tra il lavoro di coloro che dirigono e coloro che eseguono, tra il lavoro
manuale e quello intellettuale… e [che], dopo la Comune di Parigi, invoca il
deperimento dello Stato" (Quinze Thèses, p. 6).

"La rimessa in discussione del sistema di scale diverse di pagamento deve essere
logicamente accompagnata da una rivalutazione del lavoro manuale e da uno
sviluppo del sistema di avvicendamento del lavoro" (Quinze thèses, p. 10).

"I teorici socialisti hanno mostrato il modo in cui le disuguaglianze che le classi
dirigenti presentano come naturali, potrebbero essere superate progressivamente"
(Quinze thèses, p. 10).

"L'attuale divisione del lavoro si troverà progressivamente messa in discussione


insieme a tutto ciò che essa implica dal punto di vista dello sfruttamento e
dell'alienazione... I valori gerarchici instaurati dalla società capitalista riguardano tutti
i settori della vita sociale; come pure le relazioni tra gli uomini e le donne, giovani e
adulti, coloro che insegnano e coloro che apprendono, i lavoratori e coloro che
vivono di sussidio pubblico, ecc." (Quinze thèses, p. 10).

"I pregiudizi verranno eliminati: facciamo in modo che le barriere e le gerarchie tra le
attività fisiche, ludiche, e sportive ... e le altre attività cosiddette intellettuali —
siano abolite" (Progetto, p. 302).

8. "A prima vista le società dell'Est possono rivendicare delle caratteristiche che le
apparentano al 'profilo socialista tradizionale'...

— l'appropriazione legale dei mezzi essenziali di produzione da parte della


collettività;

— economia pianificata;

"Però, in senso contrario, quante caratteristiche rendono chiaro che le società orientali
non hanno niente in comune con il socialismo.

"Queste società continuano ad essere inegualitarie ... La divisione sociale del lavoro
ha assunto firme che non sono sostanzialmente diverse da quelle che esistono nelle
nazioni capitaliste. …

"Nel nome del proletariato, i governanti esercitano la dittatura ... sul proletariato… Si
è verificato che non solo lo Stato non è deperito, ma è diventato una macchina
straordinariamente efficiente di controllo sociale e di polizia. …
“Questo è il motivo per cui, anche se i valori affermati da queste società sono quelli
del socialismo (e ciò, tra parentesi, è importante), noi non possiamo considerare le
società orientali come 'socialiste'.

"L'esistenza di classi sociali differenti e il mantenimento di un apparato statale coer-


citivo ... sono insiti proprio nelle relazioni della produzione" (Progetto, pp. 67-69,
71).

9. "Alcuni potrebbero dirmi: voi parlate di autogestione però mancate di definire


chiaramente come essa possa funzionare; voi la evocate come una meta astratta, un
cammino chimerico verso un paradiso terrestre vago. Ciò è vero. Però esiste un
motivo per questo. Noi non desideriamo erigere una nuova utopia tanto perfetta sulla
carta quanto impossibile da realizzare. L'autogestione è un opera permanente e mai
ultimata. ... Nell’affermare ciò noi rimaniamo fedeli allo spirito del marxismo:
Marx non ha mai dato ad intendere che la fine del capitalismo porterebbe ipso facto
all'instaurazione di un regime eternamente perfetto" (PIERRE MAUROY, Héritiers
de l'Avenir, Stock, Parigi, 1977, pp. 278-279).

"La crisi dell'autorità è una delle più importanti dimensioni della crisi del capitalismo
avanzato. Il maggio 1968 in Francia è stato la più brillante rivelazione di questo: il
maestro, il datore di lavoro, il padre, la madre, il capo, il più grande come il più
piccolo, sia che esso abbia o voglia acquistare uno stato storico, ecco i nemici d'ora
in poi. Ogni potere è risentito sempre più come manipolazione. ... Chiunque abbia la
minima autorità è per lo stesso motivo contestato, se non già discreditato. Agli occhi
del Partito Socialista l'esistenza di questa crisi è un fatto positivo ... sempre che essa
percorra tutto il cammino fino al compimento finale: l'avvento di una nuova
democrazia" (Progetto, pp. 123-124).

"Una cosa è certa: noi non indietreggeremo, le forme tradizionali di autorità non
saranno ripristinate. E ciò, particolarmente nella famiglia: la rivoluzione anticon-
cezionale, per esempio, ha creato condizioni per un nuovo equilibrio della coppia"
(Progetto, p. 125).

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2. Il PS, il centro e la destra

In questa prospettiva globale è la chiave con cui si può capire tutto il Progetto. (10)
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10. "Il Progetto socialista è un progetto globale e radicale per la riorganizzazione


società, anche se essa deve essere graduale" (Progetto, p. 121).

"Qualsiasi campo si consideri, l'applicazione dell'autogestione non ha significato se


non entro una prospettiva globale" (Progetto, p. 234).

"Il Progetto socialista è fondamentalmente un progetto culturale. Due postulati


debbono essere presi in considerazione … : a) la cultura è globale: essa ... è relativa a
tutti i settori dell'attività umana" (Progetto, p. 280).

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Il Progetto accetta, e si assume interamente, l'eredità politica radicalmente egualitaria


accumulata in Francia a partire dal 1789. Considera come utili le varie leggi che
finora sono state usate per ridurre le ineguaglianze socio-economiche. Inoltre vuole
mettere la Francia d'oggi su una rotta decisiva verso l'applicazione più radicale della
discussa trilogia. (11)

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11. "Dichiariamo immediatamente che consideriamo come nostro, secondo il diritto


dell'eredità, il retaggio della democrazia politica inaugurato dal borghese in toga all'e-
poca del Re Luigi XVI" (Progetto, p. 15).

"La prospettiva autogestionaria dà significato alte lotte degli operai per controllare il
proprio lavoro ... : a volte lotte confuse, che si sono moltiplicate dopo il maggio 1968,
ma che echeggiano una lunga tradizione, un requisito morale e materiale che fu una
volta realizzato nella Comune. Finalmente, su di essa sorge la tradizione
particolarmente francese dell'accumulata responsabilità dei cittadini, una
responsabilità di cui furono portatori i rivoluzionari del 1789-1793 e del 1848. Il
progetto autogestionario, come è concepito dal PS, è inseparabile dallo sviluppo
completo delle libertà individuali e collettive" ("Documentation Socialiste",
supplemento al n. 2, p. 43).

"Attraverso tutte le proprie azioni la Francia si riallaccerà ad una storia che in gran
parte spiega il suo uditorio mondiale. ... L'influenza della Francia non può essere
scissa dalla sua cultura e dal suo passato. All'estero, la Francia è prima di tutto
quella della rivoluzione del 1789, quella dell'audacia. ... Noi vogliamo che la
nostra nazione, riprendendo la sua tradizione, porti in alto e lontano i valori dei diritti
dell'uomo, della fratellanza. ..." (Déclaration de politique generale, "Journal Officiel",
9/7/81, p. 55).
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La frontiera fra il PS da un lato, ed il centro e la destra dall'altro, sta nel fatto che
questi ultimi due — almeno nella maggioranza — accettano la trilogia ma non le
danno l'interpretazione radicale che il PS le attribuisce. Cosicché, invece di esprimere
il desiderio di raggiungere la meta egualitaria ultima, questi dicono o ci lasciano
capire che desiderano fermarsi ad una distanza indefinita da quella. (12)

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12. I nostri riferimenti generali alla destra non comprendono la destra francese
tradizionalista, che va molto oltre nel respingere la trilogia.

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3. Il PS ed il comunismo — la strategia della gradualità

Vi è una frontiera definita fra il PS ed il comunismo quanto alla strategia verso la


meta ultima di uguaglianza totale? Si: a) il PS teme che un adempimento immediato
dell'uguaglianza totale risvegli delle reazioni tanto grandi che conviene di più
evitarle; b) per questa ragione, che è puramente di circostanze, opportunità e
strategia, il PS ritiene che l'applicazione dei principi comunisti debba essere graduale
e che le tappe di questa gradualità debbano essere misurate in modo tale da evitare
delle scosse eccessive. (13)

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13. "I socialisti non ritengono né le soluzioni volontaristiche dell'estrema sinistra né


la politica dei piccoli passi dei riformisti, né il mito dell'unione del populismo. ... Il
sinistrismo radicale è quella particolare forma di volontarismo chiamata massima-
lismo che consiste nel desiderare di saltare gli stadi intermedi per raggiungere il
massimo d'un sol colpo. Il massimalismo disdegna e respinge le misure transitorie e
salta a piè pari nel socialismo completo. Esso confonde l'obiettivo finale con le
'riforme intermedie" ("Documentation Socialiste", n. 5, senza data, pp. 32-33).

"Io rifiuto di entrare nel dibattito riforma o rivoluzione. Questa è una discussione
puramente formale. Poiché si è riformatori dal momento in cui si accettano
miglioramenti temporanei nella condizione dei lavoratori, e si è rivoluzionari dal
momento in cui si ritiene necessario un mutamento fondamentale della società. I
sindacati francesi ed i grandi partiti dei lavoratori francesi hanno sempre ammesso
questo [principio]; ne fanno la base della loro politica quotidiana. Essi non fanno il
gioco irresponsabile del 'tutto o niente' (PIERRE MAUROY, Héritiers de l'Avenir,
Stock, Parigi, 1977, p. 274).
"Il vero significato del maggio 1968 ... è che la trasformazione della società richiede
un programma che mira a ciò che è effettivamente realizzabile. Cambiare la società
... vuol dire respingere l'illusione di una rivoluzione che sarebbe uno
sconvolgimento istantaneo. Non esiste nessuno sconvolgimento istantaneo, non vi è
una soluzione rapida e definitiva. E’ necessario operare su una base a lunga scadenza,
seguendo una direttiva che io chiamerei di 'riformismo duro'.

"Per noi, la rivoluzione è il graduale cambiamento delle strutture del sistema


esistente" (idem, ibid, pp. 295-296).

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Una certa moderazione iniziale dei socialisti francesi durante la transizione verso l'u-
guaglianza totale non si deve a simpatia, compassione od indulgenza per un
avversario che è stato sconfitto. È la trasposizione all'azione di un calcolo
strettamente utilitario, e fatto molto prima della loro vittoria.

Conviene comunque mettere in rilievo che, nel suo egualitarismo radicale, il PS


francese cerca di trarre beneficio dall'esperienza socioeconomica — che sappiamo
essere dura e deludente — di tutti i paesi in cui il comunismo è od è stato messo in
pratica. Per questo il PS evita in gran misura le statalizzazioni tanto caratteristiche del
comunismo di foggia antica, e cerca di inculcare, in tutte o quasi tutte le imprese
finora private, un'altra forma di egualitarismo democratico e radicale, quello, cioè,
dell'autogestione. (14)

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14. "Il concetto dell'autogestione è il punto di convergenza tra il socialismo scienti-


fico ed il socialismo utopico (per cui Marx e Engels avevano più che rispetto,
nonostante il fatto che essi lo criticarono)" ("Documentation Socialiste", supplemento
al n. 2, p. 42).

"Oggi ... è sempre più difficile edificare il socialismo su un modello centralizzato.


Esso deve prefiggersi altri obiettivi. A partire dalla proprietà collettiva dei mezzi
principali della produzione e dalla pianificazione, il progetto autogestionario è
l'inversione della logica che ha caratterizzato fino ad oggi l'evoluzione delle società
industriali" (Quinze thèses, p. 6).

"Questo progetto autogestionario conferisce un nuovo contenuto al concetto dell'uti-


lità sociale. Slegandosi da una considerazione eccessivamente `economica' del
socialismo, esso non è limitato al campo della produzione. Esso si accinge a trattare
gli immensi problemi socio-culturali. ... Il progetto autogestionario collega il proprio
obiettivo ugualitario … all'intervento di meccanismi democratici che permetteranno
ancora una volta di chiamare in questione la divisione sociale del lavoro" (Quinze
thèses, p. 11).
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4. Autogestione nell'impresa: una minirivoluzione socio-economica

L'autogestione è l'impianto, in miniatura, dei principi e della forma di governo della


Rivoluzione del 1789 nell'impresa. (15)

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15. "La [attuale] democrazia francese è in gran parte manipolata. E’ anche attenta-
mente limitata. Essa si arresta sulla soglia dell'impresa" (Progetto, p. 231).

"Noi siamo determinati a promuovere un progresso decisivo della democrazia


economica e sociale. I francesi, cittadini nelle proprie comunità, debbono esserlo
anche nei propri posti di lavoro. I datori di lavoro non debbono temere od opporsi a
questa evoluzione desiderabile e necessaria" (Déclaration de politique generale,
"Journal Officiel", 9/7/81, p. 49).

"Nelle nostre società occidentali, la democrazia è più o meno tollerata dapper-


tutto, eccetto nel mondo dell'impresa. Nel caso che il datore di lavoro sia un
industriale indipendente oppure un funzionario governativo di alto rango, egli
possiede i poteri essenziali, a detrimento di tutti. ... L'impresa è una monarchia a
struttura piramidale. Ad ogni livello il rappresentante della gerarchia ha poteri
supremi: le sue decisioni non hanno appello. Il semplice lavoratore diventa un
uomo impotente che non ha diritto alla parola né all'iniziativa" (PIERRE MAUROY,
Héritiers de l'Avenir, Stock, Parigi, 1977, p. 276).

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Tutto il Progetto sembra vedere, nelle relazioni fra datore di lavoro ed impiegato,
un'immagine residua delle relazioni fra re e popolo. Vuole "detronizzare" il "re",
eliminare la sua "sovranità" nell'impresa, e trasferire tutto il potere al livello della
"plebe" dell'impresa, cioè, degli impiegati, e in modo speciale ai lavoratori manuali.
La Rivoluzione ha usato diverse misure per evitare che vari tipi di aristocrazia si
rialzassero nella sfera politica. Analogamente il Progetto si impegna ad ostacolare ai
dirigenti ed ai tecnici corporativi di sopravvivere come aristocrazia nelle imprese
"repubblicanizzate". Nelle imprese "grandi" il proprietario individuale sparisce
subito. Il proprio concetto tradizionale di impresa viene allargato. Partecipano di un
diritto reale su di essa e su ciò che vi viene prodotto, non solo coloro che vi lavorano,
ma pure delegati di organizzazioni che rappresentano utenti, approvvigionatori, e così
via. Ossia tutta la società, rappresentata da delegati di organizzazioni o da gruppi
connessi più da vicino con l'impresa (vedi Quadro IV — L'impresa autogestionaria
ideale proposta dai socialisti).
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Quadro IV

LA IMPRESA AUTOGESTIONARIA IDEALE PROPOSTA DAI


SOCIALISTI

I. Lineamenti del progetto autogestionario

• Il progetto autogestionario mira a che:

a. « i lavoratori organizzino essi stessi il controllo della produzione e la ripartizione


dei frutti del loro lavoro »;

b. « e, più in generale, a che i cittadini decidano in tutti i campi tutto quanto riguarda
la loro vita » (Documentation Socialiste, n. 5, p. 57).

• Il progetto autogestionario si basa su questi tre punti:

a. « socializzazione dei principali mezzi di produzione »;

b. « la pianificazione democratica »;

c. « la trasformazione dello Stato » (Quinze thèses, p. 11).

II. Socializzazione dei mezzi di produzione

• Il Projet socialiste prevede la « nazionalizzazione » di determinate categorie di


imprese, che saranno allora poste progressivamente in regime autogestionario.

• A questo scopo, « sono concepibili molte opzioni »:

a. gestione tripartita: « rappresentanti eletti dai lavoratori, rappresentanti dello Stato


(o delle regioni), rappresentanti di certe categorie di utenti »;

b. « un consiglio di gestione eletto completamente dai lavoratori della impresa »;

c. « la coesistenza di un consiglio di gestione eletto dai lavoratori e di un consiglio di


sorveglianza nel quale siederebbero i rappresentanti dello Stato [...] e di determinate
categorie di utenti » (Quinze thèses, p. 12).
• Il Partito Socialista pretende che la « nazionalizzazione » così concepita non è
sinonimo di « statalizzazione » (cfr. Quinze thèse, p. 12), né si risolve in «
collettivismo » che schiacci la libertà umana, perché « lavoratori e utenti sono [...]
chiamati a sedere nel consiglio delle imprese nazionalizzate », di modo che « le
società nazionali [...] disporranno di tutta l'autonomia di gestione di cui avranno
bisogno » (PIERRE MAUROY, Dibattiti sulla Déclaration de politique générale, in
Journal Officiel, 10-7-1981, p. 81).

III. Pianificazione democratica

• Secondo la concezione del Partito Socialista, la società autogestionaria non


comporta la coazione della libertà — piuttosto il contrario —, perché postula la
partecipazione di tutti alla elaborazione della pianificazione, in tutte le sfere della vita
sociale:

— « Ciò che rende compatibile la pianificazione con l'autogestione è un


procedimento di elaborazione democratica e decentralizzata, che suppone una vasta
partecipazione popolare prima della scelta definitiva delle istanze politiche elette a
suffragio universale » (Quinze thèses, p. 16).

— « La nuova società avrà valore solamente per il rigore del suo principio: tendiamo
a realizzare la unanimità: non pretendiamo di partire da essa... » (Projet, p. 139).

• La finalità della impresa non sarà più il profitto, né i « riflessi egoisti » dei
lavoratori, ma gli « obiettivi sociali » fissati dalla « pianificazione democratica »:

— « La ricerca del profitto non deve più decidere sovranamente circa l'investimento
né dei beni. Deve cedere il passo alla razionalità dei cittadini che affermano
democraticamente i loro bisogni, attraverso la pianificazione e il mercato » (Projet, p.
172).

— « L'autogestione non è [...] un semplice metodo di gestione destinato a sostituire il


lavoro al capitale come agente di direzione delle imprese e a utilizzare i riflessi
egoisti delle unità di base e dei loro lavoratori, perpetuando i meccanismi e i moventi
economici del capitalismo. Le unità di produzione devono tenere conto degli obiettivi
sociali fissati dai piani nazionali, regionali e locali» (Quinze thèses, p. 15).

• Attraverso la « pianificazione democratica » i lavoratori determineranno il modello


di sviluppo: come, perché e per chi produrre:

— « Produrre, lavorare, sì! ma per chi? perché e come? Dal tipo di risposta che i
lavoratori riceveranno a queste domande, o piuttosto che daranno a esse, dipende il
successo della impresa. Prima di ogni altra cosa, il modello di sviluppo deve divenire
il problema degli stessi lavoratori » (Projet, p. 176).

• Anche i consumatori diranno la loro e manifesteranno le loro esigenze:

— « L'adattamento della produzione ai desideri dei consumatori [...] si farà [...] a


partire da un dialogo organizzato e costante tra i produttori, che indicano le loro
limitazioni tecniche e finanziarie, e i consumatori, che manifestano le loro esigenze di
qualità e di prezzo » (Projet, p. 177).

• Il Piano che risulta da questo ampio dialogo democratico è così il grande regolatore
della economia:

— « I socialisti [...] sottolineano che investimenti che sono regolati sui prezzi e sui
profitti a un determinato momento amplificano le ripercussioni congiunturali e sono
inopportune per la preparazione dell'avvenire. Deve dunque decidere il piano, in
funzione dell'interesse generale e delle previsioni a termine, l'orientamento dei grandi
investimenti. [...] Lasciando al mercato l'aggiustamento puntuale tra l'offerta e la do-
manda, il piano è agli occhi dei socialisti il regolatore globale dell'economia » (Projet,
pp. 185-186).

• Cosa resta, dunque, di libertà alla impresa? Il Projet risponde:

— « In breve, si pianificano gli orientamenti, ma non il dettaglio della esecuzione.


Dove si arresta l'intervento del piano, la iniziativa degli operatori economici
industriali, lo spirito imprenditoriale riprendono i loro diritti, il ruolo del mercato la
sua utilità» (Projet, p. 188).

IV. La trasformazione dello Stato

• Il mito marxista della scomparsa dello Stato ritorna nel progetto autogestionario e si
manifesta nella speranza che « compaiano nuove forme di potere », e che così « siano
trasformate la funzione e la natura di questo Stato » (Quinze thèses, p. 19).

• A questo scopo si prevede « la riduzione delle competenze del potere centrale »:

— « Certi settori che oggi dipendono direttamente dal governo [...] dovranno essere
trasferiti a servizi o a uffici nazionali autonomi. Ma il massimo di responsabilità
dovrà ritornare alte collettività locali, dipartimentali e regionali » (Quinze thèses, p.
22).

• Persino gli « organismi di quartiere » riceveranno parti del potere dello Stato, che
così si sbriciola (cfr. Quinze thèses, p. 22).
V. Funzionamento anarchico

• Nella impresa autogestionaria non vi saranno gerarchia né vera autorità:

— « Deve essere ben chiaro che la nuova legittimità è fondata su un potere delegato e
responsabile dei suoi atti davanti ai lavoratori »;

— « Il rapporto mandanti-mandatari può ricreare, almeno parzialmente, il rapporto


dirigenti-diretti. Gli jugoslavi lo hanno apertamente constatato dopo più di 20 anni di
esperienza. [...] Perciò il controllo deve esercitarsi in un modo autonomo attraverso i
comitati di impresa » (Quinze thèses, p. 13).

• Per evitare il ristabilimento di gerarchie sono proposte alcune misure pratiche:

— « rotazione delle funzioni »;

— « revocabilità dei responsabili eletti in carica» (Quinze thèses, p. 10).

• Nella impresa autogestionaria tutto è deciso da tutti e portato a conoscenza di tutti:

« Per la prima volta un dibattito sulla politica generale della impresa, i suoi
investimenti, la sua organizzazione, la sua condotta sociale, dibattito sanzionato dalla
designazione di rappresentanti che hanno il potere di decisione, si svolgerà davanti a
tutti i salariati» (Projet, p. 239).

— « Si deve porre il principio del libero accesso di rappresentanti dei lavoratori e


degli esperti da cui potrebbero farsi assistere, a tutte le fonti di informazione esistenti
nella impresa. [...] Il muro del segreto in verità non è altro che il bastione del potere.
Deve essere abbattuto » (Projet, pp. 241-242).

• Come si può constatare, queste proposte stabiliscono una completa subordinazione


degli specialisti e dei tecnici ad assemblee e a organismi nei quali le maggioranze che
decidono sono moralmente costituite da membri del corpo sociale di minore sviluppo
intellettuale.

VI. Gradualismo strategico

• Tuttavia la instaurazione della società autogestionaria non si farà da un momento


all'altro. Il Partito Socialista adotterà una strategia gradualistica:

— « Per condurre a buon fine questo compito tremendo e grandioso [di trasformare la
società], esso [il Partito Socialista] non dovrà prestare ascolto a quanti [...]
preconizzano la liberazione selvaggia di tutti i desideri: "tutto, subito, sempre e
ovunque: la esaltazione permanente e generalizzata" e ancora meno, bene inteso, a
quanti blandiscono questi impulsi solamente per distogliere meglio le energie e le
volontà dagli obiettivi della trasformazione sociale » (Pro jet, p. 33).

— « Spetta a noi andare verso l'ideale e capire il reale » (Déclaration de politique


générale, in Journal Officiel, 9-7-1981, p. 46).

— « Il rigore richiede certamente la prudenza. Queste riforme saranno lente, ma la


nostra determinazione è grande » (ibid., p. 48).

VII. Periodo di transizione al socialismo

• La strategia gradualistica presuppone un « periodo iniziale di transizione al


socialismo » (Quinze thèses, p. 14), durante il quale i lavoratori verranno a poco a
poco impadronendosi delle imprese, che restano ancora nella sfera privata.

• Questo accadrà attraverso un aumento graduale del potere e della importanza dei «
comitati di impresa ».

— « I comitati [...] saranno obbligatoriamente consultati prima di ogni misura relativa


alla assunzione, al licenziamento, alla destinazione ai posti di lavoro, agli
spostamenti, alla classificazione dei lavoratori, alla determinazione dei ritmi di
lavoro, e, più in generale, all'insieme delle condizioni di lavoro » (Programme
commun. Propositions pour l'actualisation, p. 53).

— « I comitati di impresa [...] riceveranno una informazione completa sui principali


aspetti e sui risultati della gestione delle imprese » (ibid., p. 53).

— « I comitati di impresa saranno informati preventivamente e consultati su tutti i


progetti economici e finanziari, sui programmi di investimento e di finanziamento,
sui piani della impresa, sulla politica di remunerazione, di formazione e di
promozione del personale » (ibid., p. 53).

— « Per sottoporre le informazioni alla discussione di tutti i lavoratori, i comitati di


impresa [...] in particolare potranno riunire il personale sul luogo di lavoro [...] un'ora
al mese, ricavata dal tempo di lavoro» (ibid., p. 53).

• In questo « periodo di transizione al socialismo », l'intervento dello Stato consisterà


specialmente nell'assicurare la continuità del processo per mezzo di leggi:

— « Per i socialisti questa è una responsabilità essenziale dello Stato: intervenire


attraverso la legge per combattere tutto ciò che, nei rapporti giuridici di lavoro,
indebolisce la sicurezza del posto di lavoro individuale così come la organizzazione
collettiva dei lavoratori nella impresa » (Projet, p. 227).

• L'intervento dello Stato, già in questa fase del processo, imporrà una serie di misure
presuntivamente a favore dei lavoratori, come per esempio:

— « Contratto a durata indeterminata come base di rapporti normali di lavoro »


(Projet, p. 227).

— Proibizione « delle imprese di lavoro a tempo » (Projet, p. 227).

— « Unità della collettività di lavoro [...] di fronte ai detentori del capitale» (Projet,
p. 227).

— Proibizione di « ogni chiusura parziale o totale di una impresa da parte


dell'imprenditore come mezzo di pressione o di sanzione » (Programme commun.
Propositions pour l'actualisation, pp. 52-53).

— Proibizione di « registrare, in uno schedario, [...] informazioni, dati o valutazioni,


di carattere non professionale, suscettibili di nuocere al lavoratore » (ibid., p. 53).

— Diritto di veto sulle « decisioni di assunzione e di licenziamento, su quelle relative


alla organizzazione del lavoro, al piano di formazione della impresa» (Projet, p. 242).

— Diritto di « controllo su tutti i carichi della impresa legati ai salari, ai contributi


previdenziali, al bilancio per la formazione dei lavoratori, ai sussidi per la casa,. ecc.
» (Projet, p. 242).

— Le innovazioni tecnologiche non devono comportare il licenziamento del


lavoratore, ma la riduzione della giornata lavorativa: « Il progresso tecnico si imporrà
in Francia solamente con i lavoratori e non contro i lavoratori. Essi ne dovranno
essere i beneficiari e non le vittime » (Projet, p. 174).

— « Il licenziamento cesserà di esser un diritto a discrezione dell'imprenditore. A


questo proposito, la legge ristabirà la necessità della domanda di autorizzazione
preventiva all'ispettore del lavoro in tutti i casi, sotto pena di sanzioni penali e civili»
(Programme commun. Propositions pour l'actualisation, p. 51).

VIII. Obiettivo finale: libertà, uguaglianza, fraternità

• La società autogestionaria è una realizzazione esacerbata del motto della


Rivoluzione francese: « liberté, egalité, fraternité »:

— « Non vi è altra libertà che quella del socialismo » (Projet, p. 10).


— « L'autogestione estesa a tutta la società significa la fine dello sfruttamento, la
scomparsa delle classi antagoniste, la realizzazione della democrazia»
(Documentation Socialiste, n. 5, p. 57).

— « L'autogestione è la democrazia generalizzata a tutti i livelli, è la democrazia


realizzata attraverso e nel socialismo » (ibid., p. 57).

• Chiediamo a ogni proprietario, a ogni autorità alta, media o piccola all'interno di


una impresa, se trova che essa possa funzionare in queste condizioni. La stessa
domanda rivolgiamo a ogni operaio di buon senso e con esperienza.

• Per dare una risposta a questa domanda immagini la impresa della quale è
proprietario o in cui lavora, organizzata domani secondo questo schema. Potrà
funzionare? Certamente no!...

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Come in una repubblica democratica, ogni impresa, dominata in ultima istanza dal
suffragio universale dei suoi lavoratori, terrà delle assemblee di lavoratori per
informarli su tutti gli affari dell'impresa. Terrà delle elezioni di "rappresentanti", ossia
"deputati"; per formare il comitato direttivo (più o meno un soviet). Gli impiegati-
dirigenti saranno meri esecutori del volere del comitato direttivo.

Questo regime si definisce come autogestionario e si afferma come il logico sviluppo


socio-economico della sovranità popolare nella sfera politica. Secondo questo
concetto una repubblica sarebbe una nazione politicamente autogestionaria. Un
regime autogestionario comporterebbe la "repubblicanizzazione" della struttura
socio-economica. (16) In altre parole, è l'impianto di un regime di impresa nel quale
l'orientamento dato da specialisti e tecnici è soggetto ad assemblee ed organi in cui
hanno preponderanza i membri del corpo sociale con uno sviluppo intellettuale
inferiore.

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16. "La democrazia economica e la democrazia politica sono indissociabili; loro


sviluppo comune richiede che ogni lavoratore, ogni cittadino abbia, a tutti i livelli,
la possibilità ed i mezzi di prendere parte attiva nella elaborazione delle deci-
sioni, nello scegliere i mezzi, nel controllarne l'applicazione ed i risultati"
(Programme commun – Propositions pour l'actualisation, p. 50).

"La democrazia economica e la democrazia sociale fanno una sola cosa con la
democrazia politica" ("Documentation Socialiste", supplemento al n. 2, aprile 1981,
p. 145).
"I socialisti vogliono che i francesi smettano di essere sotto tutela. Il decentramento si
troverà al nocciolo dell'esperienza del governo della sinistra che, durante i primi tre
mesi del suo avvento al potere intraprenderà la riforma più significativa di questi
tempi incerti mediante la restituzione del potere ai cittadini. Finalmente la Repubblica
sarà liberata dalla monarchia" (PIERRE MAUROY, Héritiers de l'Avenir, Stock,
Parigi, 1977, p. 295).

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5. L'autogestione deve abbracciare tutta la società e l'uomo intero

Questa "repubblicanizzazione" deve abbracciare l'intera struttura sociale e non solo


l'impresa. Realmente, secondo il Progetto, l'adempimento completo dell'autogestione
presuppone una profonda trasformazione nell'uomo e l'impianto delle conseguenze
più radicali della trilogia libertà, uguaglianza, fraternità in tutti i settori dell'attività,
imprese incluse, facenti parte della società: la famiglia, la cultura, l'insegnamento, e
perfino il tempo libero. (17)

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17. "Perché l'uomo sia liberato dalle alienazioni che il capitalismo gli impone, perché
egli cessi di essere un oggetto. … è necessario che si innalzi a [posizioni di]
responsabilità nelle imprese, nelle università, come pure nelle comunità a tutti i
livelli" (Statuti del Partito — Dichiarazione dei Principi, in "Documentation
Socialiste", supplemento al n. 2, p. 48).

"Una strategia globale e decentrata di azione educativa e culturale ... è una dimen-
sione decisiva della lotta per l'autogestione. Essa è una delle prime condizioni per
rendere possibile il cambiamento delle mentalità. … [L'autogestione] apporterà un
mutamento delle attuali concezioni della famiglia e del ruolo delle donne" (Quinze
thèses, p. 21).

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6. Perché la riforma dell'impresa richiede la riforma dell'uomo

Quando si parla di riformare l'uomo, il Progetto urta con le stesse difficoltà del comu-
nismo statalista.

I principi economici vigenti in Occidente, anche se abbiano potuto dare occasione ad


abusi, emanano dalla stessa natura umana. In breve, questi principi possono essere
caratterizzati dall'affermazione della legittimità della proprietà individuale, come pur
dell'iniziativa e del profitto privati.
Tuttavia i socialisti si propongono di impiantare un altro sistema economico,
orientato verso altri fini e stimolato da altri incentivi (cfr. Progetto, p. 173). Quel che
loro chiamano profitto per solo alcuni deve venir rimpiazzato gradualmente dai criteri
dell'utilità sociale, determinata dal volere sovrano del popolo. In altre parole i
socialisti, come i comunisti, ritengono che l'individuo esista per la società e debba
produrre non per sé stesso, ma direttamente per il bene della comunità di cui fa parte.

A questo modo il migliore incentivo per lavorare sparisce, la produzione diminuisce


necessariamente, e l'indolenza e la miseria si generalizzano per tutta la società.

Difatti ognuno cerca, sia seguendo la luce della ragione, sia per un continuo
movimento istintivo potente e fruttuoso, di provvedere prima di tutto ai suoi bisogni
personali ed a quelli della sua famiglia. Quando si tratta della propria conservazione,
l'intelligenza umana lotta più facilmente contro le sue limitazioni e cresce sia in
acume che in agilità. La volontà vince la pigrizia più facilmente ed affronta gli
ostacoli e le battaglie con maggior vigore. Insomma, il lavoratore raggiunge un
livello di produttività quantitativa e qualitativa corrispondente alle necessità e
convenienze reali della società. È da questo impulso iniziale, carico di legittimo
amore per sè e per i suoi, che l'amore dell'uomo verso il suo prossimo si dilata come
onde concentriche che in ultima istanza abbracciano il corpo sociale nel suo insieme.
A questo modo, lungi dal beneficiare solamente il suo piccolo gruppo familiare, la
sua attività assume uno scopo proporzionato alla società.

Il socialismo scoraggia tutti i lavoratori abolendo questo incentivo iniziale potente e


naturale che uno ha di lavorare, e rimpiazzandolo con un sistema salariale sempre più
egualitario, che viene meno nel compensare quelli che sono più capaci
proporzionalmente al lavoro che essi fanno.

Cosicché la sorgente della forza lavorativa di una nazione cala, s'indebolisce e


diventa insufficiente, come succede in modo così evidente in Russia e nei suoi paesi
satelliti. Come accade pure, sebbene meno ovviamente, in Jugoslavia. Ed è in modo
analogo ciò che succederà nella Francia autogestionaria. (18)

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18. Questo effetto psicologico negativo è insito nell'autogestione. Però, ciò non vuol
dire che esso debba portare all'insuccesso in ogni e in tutte le imprese autogestionarie.
In qualche caso concreto, questo effetto dell'autogestione può essere controbilanciato
o attenuato da fattori psicologici o da altri fattori di circostanza. Però tali eccezioni
sporadiche non sono affatto sufficienti a formare un fondamento stabile per tutte le
imprese di un'intera nazione.

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Qui importa accentuare la forza d'incentivo della disuguaglianza e l'effetto depressivo
sia dell'uguaglianza generale sia dell'ineguaglianza microscopica.

In una società egualitaria è inevitabile che il guadagno del lavoratore abbia un tetto
uguale per tutti, o ben poco disuguale, come si può verificare in modo palese
comparandolo con i tetti salariali del regime socio-economico dell'Occidente.

Conviene notare che, per la natura stessa delle cose, la capacità di lavoro varia
immensamente da uomo ad uomo. La produttività globale di una nazione presuppone
lo stimolo pieno di tutte le sue capacità, e specialmente di quelle di coloro che sono
capaci in modo estremo.

Le ambizioni legittime di coloro che sono estremamente capaci possono essere quasi
illimitate nel regime socio-economico dell'Occidente. Quando esse sono messe in
moto stimolano, passo per passo, tutta la gerarchia delle capacità necessariamente
minori che pure esse hanno di fronte a sé delle possibilità di successo proporzionali.
Limitato lo sviluppo degli estremamente capaci o dei capaci, lo slancio di produzione
lavorativa diminuisce. Inoltre, quando gli estremamente capaci lavorano al di sotto
delle loro capacità, i capaci a loro volta si scoraggiano, ed il livello produttivo cala.

Così l'egualitarismo conduce di necessità ad una produzione inferiore alla somma


delle capacità di lavoro di un paese. Quanto più radicale questo egualitarismo, tanto
minore sarà la produttività.

Ora, non sembra che il tetto concesso dal Progetto faccia di più che non servire le
modeste aspirazioni dei lavoratori medi.

7. Società autogestionaria e famiglia

Il Progetto, da quel che si è visto, immagina che la famiglia, quale oggetto immediato
dell'amore dell'uomo e gradino intermediario fra lui e la società, smorzi il dinamismo
del suo amore per l'intero corpo sociale invece di moltiplicarlo. Perciò, senza proibire
la famiglia (il che, naturalmente, sarebbe una cosa urtante e non del tutto gradualista),
il Progetto dichiara velatamente che essa non è necessaria al bene comune e la mette
allo stesso livello dell'amore libero e delle unioni di omosessuali. (19) Il Progetto
separa la funzione procreativa intrinseca alla famiglia dalla sua finalità naturale e la
considera una mera realizzazione individuale. La sterilità di questa funzione è
permessa e facilitata in tutti i modi. (20) L'uguaglianza fra donne ed uomini deve
essere il più completa possibile sia riguardo all'accesso alle professioni più variate
come nell'adempimento dei lavori domestici. (21)
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19. "Se il Partito Socialista considera che la famiglia reciti un ruolo molto importante
nelle possibilità di espansione della vita personale, riconosce certamente l'esistenza
di altre forme di vita privata (celibato, libera unione, paternità o maternità
celibatarie o in comunità). Finalmente, esso prende posizione contro la repressione
o le discriminazioni che colpiscono gli omosessuali. I loro diritti e la loro dignità
debbono essere rispettati.

"Non è compito suo [del Partito Socialista] di legiferare sul modo in cui ciascuno
deve improntare la propria vita" (Progetto, pp. 151-152).

L'attuale governo socialista afferma, in modo implicito ma urtante, un'equivalenza


radicale tra il matrimonio ed altre forme di relazioni sessuali. Ancor prima che
iniziasse la sessione legislativa, esso aveva già cominciato ad adempiere alle proprie
promesse fatte durante la campagna elettorale a gruppi omosessuali da cui ricevette
sostenimento:

a) Il Ministro della Sanità ha deciso che la Francia non applicherà più la classifica di
omosessualità, dell'Organizzazione Sanitaria Mondiale, come malattia mentale (vedi
"Le Monde", 28 e 29/6/81).

b) A richiesta degli omosessuali, il Ministro degli Interni dette ordine di eliminare il


ramo della Polizia di Parigi denominato "gruppi di repressione" degli omosessuali,
(formato da ispettori incaricati di controllare stabilimenti di omosessuali, e
specialmente di accertarsi che essi rispettassero gli orari di chiusura) come pure gli
archivi degli omosessuali (l'esistenza dei quali, tra parentesi, il Corpo di Polizia nega
decisamente — vedi "Le Monde", 28 e 29/6/81).

20. "La scarsa diffusione dei metodi anticoncezionali, le condizioni che limitano
l'interruzione volontaria della gravidanza e la cattiva applicazione della Legge Veil
[sull'aborto] sono tali che la maggioranza delle donne non è padrona della propria
sessualità, né della propria maternità. ... Il mettere fine a questa situazione vuol dire
instaurare l'educazione sessuale già dalla scuola e l'accesso libero
all'anticoncezione come pure la sua gratuità" (Progetto, p. 247).

21. Citando un discorso di Mitterrand a Marsiglia nel maggio del 1979, il Progetto
afferma: "Non si può essere ... socialisti senza essere femministi" (p. 45).

Ma il femminismo del Progetto è opposto al riconoscimento e lode delle qualità delle


donne come tali; per ciò esso considererebbe "il vecchio concetto della ‘femminilità’,
celato sotto un discorso modernista e falsamente liberale ... che ritorna sempre sulle
attitudini particolari delle donne, sulla forza del loro istinto, la ricchezza del loro
mondo interiore. ... In breve, si trova qui l'idea di una 'natura femminile' diversa da
quella dell'uomo, che è sempre servita a giustificare la marginalizzazione e dominio
delle donne" (pp. 50-51). Una differenza tanto naturale come quella tra gli uomini e
le donne è precisamente ciò che il Partito Socialista sta contestando. ...

Per questo motivo, secondo il Partito Socialista, "la scuola deve incoraggiare i due
sessi a nutrire le stesse ambizioni per quanto riguarda i loro studi e le loro carriere
professionali. Un insegnamento veramente misto è necessario per eliminare i corsi di
arte pratica in cui le ragazze sono relegate al cucito o a corsi per segretaria mentre i
ragazzi si trovano nella maggioranza delle classi tecniche, industriali e commerciali.
La meta deve essere quella in cui tutte le possibilità di scelta sono promiscue"
(Progetto, p. 249).

Finalmente, il Progetto afferma che la partecipazione alle faccende domestiche "deve


aver inizio molto presto dal momento che il bambino comprende molto presto queste
faccende e vi può partecipare. Una volta che si realizzi questa partecipazione quando
sono ancora giovani, la parte dei ragazzi non deve diminuire e quella delle ragazze
non deve aumentare quando essi raggiungono l'età adulta. E molto naturalmente
questa partecipazione sarà mantenuta nell'anzianità" (Progetto, p. 307).

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Nel socialismo autogestionario, la famiglia, instabile e sterile, naturalmente perderà la


sua identità e si confonderà con qualsiasi altra unione. Si sgretolerà così una delle
mura su cui poggia la personalità di ogni individuo. E come si vedrà, la missione
dell'educazione, così naturalmente propria alla famiglia, il Progetto mira a
consegnarla fin dai primi anni di vita del bambino, a un sistema scolastico preferi-
bilmente monopolistico, socialista e laico.

E così, avulso, svincolato dai lacci familiari, l'uomo rimane con un solo ambiente,
quello dell'impresa autogestionaria, che in tal modo ottiene le condizioni più
favorevoli per assorbirlo completamente, proprio alla maniera socialista.

8. Il tempo libero

Per questo assorbimento, il PS — tanto totalitario in favore dell'impresa auto-


gestionaria come il comunismo lo è in favore del Partito — si impegna anch'esso
nell'organizzare e strumentalizzare il tempo libero dell'uomo.

Infatti il Progetto entra anche in questo campo, che, se lasciato senza regole, sarebbe
l'ultimo rifugio di libertà umana in un mondo autogestionario; perché nel suo tempo
libero l'uomo trova delle peculiari possibilità di conoscere sé stesso, di esprimersi e di
farsi amici e relazioni.

Sempre gradualista, il PS afferma che riconosce il diritto che l'uomo ha di avere


tempo libero. A questo modo dà al lettore medio un'impressione favorevole e costui
non si rende conto che il PS — organizzante ed esigente di massima là dove si tratta
di lavoro — professa una concezione nuova del tempo libero... che elimina le
frontiere fra questo e il lavoro, assoggettandoli ambedue a pianificazione. Il PS non
ha simpatia per il tempo libero individuale e personalizzante. Esso desidera lo svago
collettivo e pianifica persino il tempo libero nelle proprie dimore dell'uomo per
meglio manipolarlo e prepararlo allo sfacchinare rozzo e sterile della vita
autogestionaria. (22)

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22. "Il lavoro non è il solo scopo della vita.

"La creazione del Ministero del Tempo Libero è una grande ambizione: quella di
fare in modo che il tempo libero diventi il tempo per vivere, il tempo liberato. La
società del tempo libero deve essere una società di cultura. ...

"L'espansione culturale sarà uno dei compiti delle comunità locali" (PIERRE
MAUROY, Dibattiti sulla Déclaration de politique générale, "Journal Officiel",
10/7/81, pp. 82-83).

"La separazione attuale tra lavoro e tempo libero verrà essa stessa messa in questione.
... L'impresa socialista si evolverà così in forme di vita più e più comunitarie sia
nella loro essenza ... sia alla loro periferia (servizi sociali, svago, cultura, formazione,
ecc.)" (Progetto, p. 158).

"Citiamo per esempio la possibilità dell'uso comune di arnesi e apparecchi domestici


e di certi attrezzi per attività di svago. ... Parimenti, sarà fatto uno sforzo sistematico
per trasformare ed animare l'ambiente urbano in modo da renderlo più comunitario e
per migliorare le condizioni dell'alloggio collettivo. Uno sforzo considerevole sarà
fatto per rendere questo ultimo tanto attraente quanto le case singole, che sono grandi
consumatrici di spazio e di energia” (Progetto, p. 177).

"Il movimento associativo sarà il sostegno privilegiato della nuova cittadinanza,


particolarmente per dare valore al tempo libero. ... Sarà nostro compito particolare di
cancellare le segregazioni sociali nel regno del tempo libero. Noi intraprenderemo ...
lo sviluppo di forme sociali di svago e di turismo" (Déclaration de politique générale,
"Journal Officiel", 9/7/81, p. 51).

"Dunque, vivere ‘altramente’ è:


— Prima di tutto modificare seriamente il contenuto del lavoro in modo che, alla
fin fine, la distinzione tra il lavoro e lo svago non abbia più lo stesso significato
che ha oggi. Però, mentre è vero che questo obiettivo solo può essere conseguito,
prima e anzitutto, attraverso la trasformazione del lavoro, i socialisti debbono
proporre anche una trasformazione parallela dello svago;...

"Però è necessario penetrare più a fondo negli altri concetti dello svago:

— lo svago dopo una giornata di lavoro, vicino alla propria dimora o nella dimora
stessa, permetterà la creazione progressiva di nuovi ritmi vitali ed il cambiamento
della vita quotidiana. Ciò necessiterà, per esempio, lo sviluppo di attrezzature leggere
collettive per vari usi. Tale svago è uno dei mezzi per godere una vita familiare,
culturale e militante;

— svago del fine di settimana...

— svago dopo il ritiro...

"Senza dubbio il contenuto del tempo libero sarà profondamente modificato dalle
proposte avanzate altrove per la scuola, per l'educazione continuativa, per la famiglia,
il decentramento, la vita di associazione, lo sport, i mezzi pubblicitari, la salute e il
consumo. Esse permetteranno progressivamente di rendere questo tempo libero un
tempo autogestito. Ad ogni buon conto, vi deve essere posto nel Progetto socialista
per tempo libero concepito come quello che sfugge ai costringimenti e permette a
tutti di espandersi sia mediante uno sforzo individuale che mediante la partecipazione
in attività collettive" (Progetto, pp. 307-309).

"... un concetto globale della vita sociale in cui il tempo per l'educazione, il tempo per
il lavoro e il tempo per lo svago non siano più considerati momenti isolati
dell'esistenza individuale e collettiva ma come elementi di un insieme coerente"
(Progetto, p. 289). La "coerenza", beninteso, non sarà quella del povero lavoratore
"autogestionario' ma piuttosto quella del PS.

Questo è il "paradiso" della libertà e della democrazia del regime socialista auto-
gestionario.

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9. Il controllo dell' “ambiente di vita"

In una società autogestionaria l'impresa organizza il lavoro-svago in modo totalitario.


Chi organizzerà lo svago lavorativo? In questo campo diventa necessario stabilire
delle rigide organizzazioni regolatorie proprio perché il PS mira all'indebolimento e
in fine alla distruzione della famiglia, che è per eccellenza l'ambiente naturale per il
vero tempo libero. Per questa ragione il PS incoraggia la creazione di organizzazioni
rionali e di altre, dalle quali sembra aspettarsi un'azione decisiva nella distribuzione
delle dimore e nella ridistribuzione non-segregazionista dei rioni già esistenti o in
fase di pianificazione. Ed inoltre si darà persino da fare per l'arredamento delle
dimore.

Così, organizzazioni correlate all'impresa favoriranno il progetto socialista


assorbendo i momenti ed i rimasugli di energia e di vita che le attività dell'impresa
lasciano liberi.

La vittima di tanto assorbimento è l'individuo, irreggimentato ed "inquadrato" negli


"ambienti di vita" (cadres de vie) autogestionari ed interamente assorbito dal blocco
impresa-associazioni parallele. (23)

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23. "Il ‘cadre de vie’ (ambiente di vita) è parte di quei nuovi concetti che apparvero
negli anni 60, erompendo a maggio del 1968. ... Questo vasto concetto, che
abbraccia tante cose, dall'habitat e trasporto all'urbanistica e architettura e perfino al
tempo libero troppo frequentemente dimenticato, non è mai stato completamente
definito. ...

"L'ambiente di vita non può essere isolato e avulso dalle realtà economiche e sociali.
Quale ambiente per quale vita? Si comprende bene che la risposta sarà politica e
globale: è mediante il cambiamento della vita, specialmente sul posto di lavoro, che si
cambia l'ambiente vitale" (FRANÇOIS MITTERRAND, prefazione del libro di
JEAN GLAVANY e PHILIPPE MARTIN, Changer le cadre de vie, Club Socialiste
du Livre, Parigi, 1981, p. VII).

"E’ necessario metter fine ad una delle segregazioni più inammissibili: le città ..
stanno diventando sempre più città dei veri ricchi mentre i quartieri periferici stanno
diventando quartieri dei molto poveri. Bisogna fare in modo che la città diventi, in
modo esemplare, un luogo preciso in cui i diversi ambienti sociali saranno affiancati
l'uno all'altro" (PIERRE MAUROY, dibattiti sulla Déclaration de politique générale,
"Journal Officiel", 10/7/81, p. 81).

"Per rendere i francesi ancora una volta padroni della propria vita quotidiana vuol
dire anche interessarli alla costruzione e direzione del proprio ambiente di vita. ... Le
comunità locali domineranno i mercati immobiliari, il che vuol dire la fine della
speculazione, e saranno in grado di condurre una pianificazione urbana volontaria.
... Noi daremo agli abitanti pieni poteri sull'ambiente di vita. ... L'habitat e
l'ambiente di vita saranno la terra promessa della nuova cittadinanza" (Déclaration de
politique générale, "Journal Officiel", 9/7/81, p. 51).

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Lo schema degli argomenti con cui il PS cerca di giustificare questo assorbimento


gigantesco è sempre lo stesso: a) la proclamazione di un diritto individuale; b)
l'affermazione della funzione sociale di questo diritto; c) pianificazione dirigista
dell'esercizio di questo diritto allegando la necessità di svolgere la sua funzione
sociale; d) il conseguente assorbimento di questo diritto per mezzo di legge
pianificatrice.

10. L'educazione

Resta ancora trattare della formazione socialista e autogestionaria dei bambini e dei
giovani.

L'educazione autogestionaria, secondo il Progetto, comincia al più tardi ai due anni,


quando è assolutamente desiderabile che il bambino sia consegnato ad una scuola
preelementare o materna. Ma la società deve essere pronta a ricevere in modo
completamente naturale dalle mamme quei bimbi che esse preferiscano consegnare
all'educazione socialista in qualsiasi momento, persino quando siano appena nati.
(24)

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24. "Il governo prenderà i provvedimenti necessari per fare in modo che tutti i
bambini dall'età di 2 anni fino a 6 abbiano accesso alle scuole materne. ...

"Esso sperimenterà con l'organizzazione di centri-asili nido che accettano i bimbi


dalla nascita fino ai sei anni di età" (Programme commun — Propositions pour
l’actualisation, p. 30).

"I centri-asili nido ... saranno pietre fondamentali del sistema iniziale. Questo è lo
stadio in cui hanno inizio la lotta contro le ineguaglianze e la segregazione sociale"
(Progetto, p. 287).

"La lotta per l'uguaglianza comincia nella scuola materna" (Progetto, p. 311).
"Ma come può il senso democratico, oggi anestetizzato, essere risvegliato? Prima
attraverso la scuola, concepita come il luogo per eccellenza per l’apprendistato
dell'autogestione" (Progetto, p. 132).

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Come si adatta tutto bene alla sterilità pianificata della famiglia autogestionaria!

Alcune scuole potranno ancora rimanere in mani particolari per un periodo di


transizione "gradualista". Ma anche queste saranno connesse con la macchina
d'insegnamento statale, che abbraccerà tutti i livelli, dalla scuola preelementare fino
all'università ed allo studio post-universitario. I direttori, insegnanti e funzionari
avranno un ruolo, in scuole sia pubbliche che private, molto simile, se non del tutto
identico, a quello dei dirigenti e dei tecnici nelle ditte autogestionarie. Secondo il
principio di "pianificazione democratica", ne parteciperanno pure padri e madri, come
altri che si interessino al processo educativo. La "plebe" scolastica, cioè, il corpo
studentesco, avrà nel regime dell'autogestione — in ogni misura immaginabile, e
persino in quelle non immaginabili — dei diritti analoghi a quelli dei lavoratori
nell'impresa autogestionaria. (25)

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25. "La gestione tripartita (genitori e figli, personale e collettività pubbliche) deve
liberare le iniziative e permettere, dopo la libera discussione, la definizione e la
valutazione in comune degli obiettivi e responsabilità che essa comporta per ognuno
di essi... Lo spirito di responsabilità esige ... la scomparsa del controllo gerarchico
precedente" (Progetto, p. 286).

"Le libertà elementari nelle scuole e nelle università, come pure nell'esercito, fanno
ugualmente parte dei requisiti del Progetto socialista: libertà di espressione e di
convegno nelle scuole medie, licei e università; dimore socio-educative rette
direttamente da studenti di scuola media e liceale; partecipazione effettiva degli
studenti nella vita e nella gestione della propria scuola; diritto dei rappresentanti
di classe a partecipare in ogni loro consiglio di classe e degli studenti a frequentarli;
diritto degli studenti a partecipare nell'amministrazione della propria scuola media o
liceale; ... controllo da parte degli studenti dell'organizzazione dell'università e
del curriculum ... ; la creazione di un vero statuto degli studenti" (Progetto, p. 314).

"Noi intraprenderemo una trasformazione profonda del nostro sistema di educazione.


Tutti debbono parteciparvi: prima gli insegnanti, poi i genitori, i rappresentanti di
classe, le associazioni ed i rappresentanti degli impiegati e dei datori di lavoro....
"L'unificazione del sistema educativo pubblico sarà il risultato di accordo e trattative
generali" (Déclaration de politique générale, "Journal Officiel", 9/7/81, p. 51).

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Ma c'è di più. A scuola come in famiglia, "plebei" infantili o adolescenti riceveranno


motivazione ed incoraggiamento per intraprendere la loro lotta di classe sistematica
contro le autorità scolastiche o domestiche ed avranno le loro assemblee, tribunali,
corti d'appello e così via. (26)

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26. "Il Progetto socialista riconosce l'ampia posizione del bambino nella società:
uguaglianza, libertà e responsabilità non sono riservate agli adulti. I diritti
all'espressione, all'attività creativa e la presa di decisioni debbono essere riconosciute
a cominciare dai giorni di scuola di una persona" (Progetto, p. 311).

"I giovani hanno anche un posto particolare: [nella società moderna] essi sono sotto
tutela. ... Indipendentemente dalla classe sociale alla quale essi appartengono, i
giovani non hanno alcuna vera responsabilità di qualsiasi genere e poco controllo
sulla propria vita. Vi è una differenza considerevole tra le loro possibilità e ciò che
viene loro permesso di fare nella società" (Progetto, pp. 311-312).

"Niente è più importante oggi che il riconoscimento del diritto della gioventù ad
essere sé stessa.

"Nel seno della famiglia, il diritto dei giovani ad essere sé stessi significa: la
possibilità di un giovane di ricorrere in appello per una decisione che lo riguarda
(relativa alla sua scelta di un corso o professione, il modo in cui vive ...); la
democratizzazione e lo sviluppo di dimore di accoglienza per giovani che sono in
conflitto con le proprie famiglie: ... il rendere l’affitto degli appartamenti più facile
per i giovani; ... il libero diritto all'impiego di metodi anticoncezionali e
l'eliminazione del consenso dei genitori per l'interruzione volontaria da parte dei
minorenni della propria gravidanza, uno sviluppo considerevole dell'educazione
sessuale nelle scuole ed una revisione degli atteggiamenti sistematicamente
repressivi riguardo alla sessualità dei minorenni" (Progetto, pp. 313-314).

____________________

Nelle scuole statizzate o autogestionarie, il curriculum, l'intero corpo docente, e la


formazione laica e socialista dell'intelletto saranno soggetti allo Stato. (27)
____________________

27. “... concetto generoso ed aggressivo dei socialisti in vista di un grande servizio
pubblico, unificato e laicista di insegnamento, amministrato democraticamente"
(Progetto, p. 284).

"Il governo stabilirà l'obiettivo di formare un corpo unico di insegnanti per tutte le
discipline che abbracciano tutta l'educazione scolastica dalla scuola materna fino
all'elementare, secondaria e professionale" (Programme commun — Propositions
pour l'actualisation, p. 35).

"Tutti i genitori potranno avere impartita ai propri figli l'educazione religiosa o filoso-
fica di loro scelta fuori dalle scuole e senza l'ausilio di sovvenzioni pubbliche"
(ibidem, p. 32).

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Il Progetto non è del tutto chiaro su quali scuole potranno sopravvivere... o morire, in
mani private, nel grado permesso dalla strategia gradualista. Ciò nonostante non è
difficile congetturare che esse solo riusciranno a sottrarsi a quest'influenza e potere in
misura dubbia e minima, se mai... (28)

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28. "Tutti i settori dell'insegnamento iniziale ed una parte importante dell'educazione


continuativa saranno raggruppati in un unico servizio pubblico nazionale e laicista,
controllato solo dal Ministero dell'Istruzione Nazionale.

"La creazione di un servizio pubblico di istruzione nazionale verrà trattata a partire


dalla prima sessione della legislatura. ... Come regola generale, le scuole private che
ricevono sovvenzioni pubbliche saranno nazionalizzate sia quando padronali, sia
quando siano organizzate per profitto o per fini religiosi. ...

"I necessari trasferimenti dei locali escluderanno qualsiasi spoliazione,

"Le situazioni dei locali o dei personali delle scuole private che non ricevono sovven-
zioni pubbliche potranno essere l'oggetto, a loro richiesta, di una disamina tendente
alla loro eventuale integrazione" (Programme commun — Propositions pour
l'actualisation, pp. 31-32).

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Una tale rete educativa non sarà totalitaria? Il Progetto cerca di evitare questa
domanda imbarazzante citando il piano educativo, da esser preparato
democraticamente, in modo da dare a ciascuno la possibilità di esprimere la sua
opinione. Così, un tale piano rappresenterebbe la volontà di tutti.

I socialisti usano questo sofisma per affermare che il sistema d'insegnamento


unificato non è un monopolio. Come si può, chiedono loro, etichettare come
monopolio un sistema che di fatto è unico, ma in cui tutti sono invitati a partecipare?

Ben si vede che il Progetto realizza a modo suo la trilogia "liberté, egalité, fraternité".
Al momento della decisione collettiva tutti sono uguali: il potere della decisione
appartiene alla maggioranza. Spetta alla maggioranza il decidere tutto riguardo agli
affari educativi. E la minoranza deve ubbidire. Quando, allora, si realizza la libertà
individuale? Al momento di votare: perché ognuno può liberamente discutere e
votare come gli pare. Ma solo in quel momento...

11. Il diritto di proprietà nel regime autogestionario

Tutto ciò che è stato esposto finora mette in chiaro il senso socialista globale (e non
solo l'applicazione all'impresa, come molti si immaginano) del regime
autogestionario. Mette pure in evidenza il carattere gradualistico della strategia del
PS.

Ora passiamo ad analizzare l'impresa autogestionaria con più dettaglio.

Il lettore abituato alle imprese attuali può forse credere che l'applicazione degli
standard della democrazia politica alla vita economica e sociale delle imprese auto-
gestionarie abbia uno scopo più letterario e demagogico che reale. Questo è un
inganno.

Com'è già stato detto, il Potere sovrano che decide tutte le questioni importanti
dell'impresa autogestionaria è in verità l'assemblea dei suoi lavoratori.
Quest'assemblea determinerà, per mezzo di voto, l'organizzazione dei corpi direttivi
ed eleggerà i loro membri (un dettaglio importante: il Progetto non parla di voto
segreto…). Affinché questo "suffragio universale" faccia le giuste scelte, il Progetto
prevede delle riunioni in ogni impresa, nelle quali i corpi direttivi, a quanto pare,
forniranno delle informazioni riguardo all'impresa, da discutersi fra i presenti. Si
direbbe che ogni assemblea dei lavoratori cercherà di riprodurre in qualche modo la
democrazia diretta delle antiche città greche...

Beninteso, per alcune questioni, queste deliberazioni dovranno essere fatte in comune
con gli utenti o clienti, e con i rappresentanti della comunità (vedi Quadro IV —
L'impresa autogestionaria ideale proposta dai socialisti).
La proprietà privata sopravvivrà nel regime concepito dal Progetto? Che il lettore se
ne avveda. Dal linguaggio del Progetto si vede che se facesse delle domande ad un
socialista francese avrebbe delle risposte molto rassicuranti... e allo stesso tempo
prive di senso.

Nel linguaggio corrente, la proprietà di stato è opposta a quella privata. (29) Da un


certo punto di vista, allora, l'impresa autogestionaria può essere chiamata privata, in
quanto la sua situazione dinanzi allo Stato è distinta da quella di un'impresa
nazionalizzata.

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29. Secondo la dottrina tradizionale della Chiesa, il diritto di proprietà deriva


dall'ordine naturale creato da Dio. Gli animali, i vegetali ed i minerali esistono per
l'uso degli uomini. Perciò ogni uomo ha, per virtù della condizione umana stessa, il
diritto di assoggettare qualsiasi di questi beni al proprio dominio. Questa è
l'appropriazione. L'appropriazione è caratterizzata da qualcosa di esclusivo nel senso
che un bene che è stato appropriato non può essere usato da altri all'infuori del
proprio proprietario. Riguardo a questo, dice Pio XI, nell'Enciclica Quadragesimo
Anno, del 15 maggio 1931: "Che la proprietà poi originariamente si acquisti o con
l'occupazione di una cosa senza padrone (res nullius) o con l'industria e il lavoro,
ossia con la specificazione come si suol dire, è chiaramente attestato sia dalla
tradizione di tutti i tempi, sia dall'insegnamento del Pontefice Leone XIII Nostro
Predecessore. Non si reca infatti torto a nessuno, checché alcuni dicano, in contrario,
quando si prende possesso di una cosa che è in balia del pubblico, ossia non è di
nessuno; l'industria poi che da un uomo si eserciti in proprio nome e con la quale si
aggiunga una nuova forma o un aumento di valore, basta da sola perché questi frutti
si aggiungano a chi vi ha lavorato attorno" (Acta Apostolicae Sedis, Typis Poliglottis
Vaticanis, Roma, 1931, Vol. XXIII, p. 194).

La proprietà nasce anche dal lavoro. Essendo per natura padrone di sé stesso, l'uomo
è anche padrone del proprio lavoro. Di conseguenza, gli spetta il diritto di far pagare
le sue prestazioni. Così, ciò che egli acquisisce con il proprio lavoro gli appartiene a
titolo individuale. Tale è l'insegnamento di Leone XIII nell'Enciclica Rerum Novarum
del 15 maggio 1891: "Ed in vero non è difficile a capire che lo scopo del lavoro, il
fine prossimo che si propone l'artigiano, è la proprietà privata. Imperocché se egli
impiega le sue forze, la sua industria a vantaggio altrui, lo fa per procacciare il
necessario alla vita: e però col suo lavoro acquista vero e perfetto diritto non pur di
esigere ma d'investir come vuole la dovuta mercede. Se dunque con le sue economie
venne a far dei risparmi e, per meglio assicurarli, li investi in un terreno, questo
terreno non è infine altra cosa che la mercede medesima travestita di forma, e
conseguentemente proprietà sua, né più né meno che la stessa mercede. Ora in questo
appunto come sa ognuno, consiste la proprietà, sia mobile, sia stabile. Con la
conversione della proprietà particolare in quella collettiva, i socialisti, togliendo
all'operaio la libertà di reinvestire le proprie mercedi, gli rapiscono il diritto e la
speranza di vantaggiare il patrimonio domestico e di migliorare il proprio stato, e ne
rendono perciò più infelice la condizione" (Acta Sanctae Sedie, Tpogaphia Polyglotta
S.C. de Propaganda Fide, Roma, 1890-1891, Vol. XXIII, p. 642).

Finalmente, la proprietà può anche essere acquistata mediante successione. I figli, i


quali sono la continuazione dei propri genitori, ereditano naturalmente i loro beni. Su
questo carattere familiare della proprietà, afferma Leone XIII nell'Enciclica Rerum
Novarum: "Onde quello che dicemmo in ordine al diritto di proprietà inerente
all'individuo, va applicato all'uomo come capo di famiglia: anzi tal diritto in lui è
tanto più forte quanto più estesa e comprensiva è nel consorzio domestico la sua
personalità. Per legge inviolabile di natura incombe al padre il mantenimento della
prole: e per impulso della natura medesima che gli fa scorgere nei figli una immagine
di sé, e quasi un'espansione e continuazione della sua persona, egli è mosso a
provvederli in modo che nel difficile corso della vita possano onestamente far fronte
ai propri bisogni: cosa non possibile ad ottenersi, se non mediante l'acquisto di beni
fruttiferi, ch'egli poi trasmetta loro in retaggio" (Acta Sanctae Sedis, Vol. XXIII, p.
646).

La proprietà, come ogni diritto, ha una funzione sociale, ma non è limitata alla sua
funzione sociale. Questo è ciò che Pio XII insegna nel proprio radiomessaggio del 14
settembre 1952, al Katholikentag di Vienna: "E per questo motivo che l'insegnamento
sociale cattolico, fra l'altro, si fa paladino enfatico del diritto dell'individuo alla sua
proprietà. In questo risiedono anche i più profondi moventi per cui i Pontefici delle
encicliche sociali, ed anche Noi stessi, abbiamo rifiutato di dedurre, sia direttamente,
che indirettamente, dalla natura del contratto di lavoro, il diritto di comproprietà del
lavoratore sul capitale dell'impresa, ed il suo corollario, il diritto alla cogestione. Ciò
doveva essere negato perché alle spalle di questa questione si trova questo problema
più grande — il diritto dell'individuo e della famiglia a possedere proprietà che sorge
immediatamente dall'essenza della persona umana. Esso è un diritto di dignità
personale; un diritto, invero, accompagnato da obblighi sociali; un diritto, però, non
soltanto una funzione sociale" (Discorsi e Radiomessaggi di Sua Santità Pio XII, vol.
314).

Da questo punto di vista, la proprietà pubblica è distinta dalla proprietà privata.

La prima consiste normalmente dei beni che ha lo Stato per compiere la propria
missione. Senza uscire dai limiti della propria funzione particolare, lo Stato può
anche possedere e amministrare qualcosa per il bene comune. Per esempio, quando
esso si assume lo sfruttamento di una risorsa sotterranea per poter ridurre le tasse dei
suoi cittadini a causa dei profitti derivati da esso. Ma ciò deve essere fatto solo in
modo limitato ed in circostanze speciali. Lo Stato può anche fare ciò in relazione ad
un certo tipo di ricchezza che, di sua propria natura, porrebbe l'individuo che la
controlla nella posizione di dominare lo Stato stesso.
I beni rimanenti appartengono al dominio privato e non al dominio pubblico. Un pro-
prietario privato può essere un proprietario singolo, un gruppo, o una associazione di
proprietari singoli.

Naturalmente, questa dottrina e questa terminologia, che esistono implicitamente o


esplicitamente nel linguaggio corrente, non sono quelle del Progetto.

Il Progetto non afferma il diritto naturale di proprietà dato da Dio all'uomo. Esso
ipertrofizza la proprietà collettiva dei gruppi sociali, trasformando ciascuno di questi,
in rapporto ai suoi componenti, in un ministato totalitario; e chiama privata la
proprietà autogestionaria, anche se questa viene istituita — in gran misura imposta —
e perfino regolata arbitrariamente dallo Stato.

* * *

Stava per esser terminata la redazione del presente Messaggio, quando fu pubblicata a
metà settembre l'Enciclica Laborem Exercens di Giovanni Paolo II. Essa è stata
accolta con un'ampia e favorevole pubblicità da parte dei più importanti mezzi di
comunicazione sociale del mondo occidentale. .

Senza dubbio l'Enciclica presenta degli insegnamenti nuovi, non tutti svolti sino alle
ultime conseguenze, sia dottrinali che pratiche.

Nella maggioranza dei casi, questo la permesse che la pubblicità data al documento
diffondesse l'impressione che, secondo Giovanni Paolo II:

a) non è un imperativo della natura delle cose che la proprietà privata (e quindi non
statale) sia abitualmente individuale;

b) in principio (ed in modo speciale nelle condizioni moderne della vita economica),
è legittimo, e persino preferibile, che il diritto di proprietà venga normalmente
esercitato da gruppi di persone invece che da proprietari individuali, adempiendo
meglio in tal modo la sua funzione sociale. Questa sarebbe la "socializzazione" della
proprietà.

Se si accetta questa interpretazione del documento di Giovanni Paolo II, si dovrebbe


concludere che:

a) tale "socializzazione" starebbe in forte contrasto con i suddetti principi del


Magistero Pontificio tradizionale, che insegna come la proprietà individuale sia una
conseguenza logica della natura personale dell'uomo e dell'ordine naturale delle cose;

b) così, il regime socializzato propugnato dal PS francese troverebbe un appoggio


importante nella Laborem Exercens.
Per un cattolico zelante sarebbe penoso caricarsi sulle spalle la responsabilità di fare
sull'Enciclica di Giovanni Paolo II queste due affermazioni, poiché queste avrebbero
delle conseguenze incalcolabili sul piano religioso e socio-economico.

Infatti se si ammette tale opposizione fra il recente documento pontificio ed i


documenti tradizionali del Magistero Supremo della Chiesa, si dispiegherebbero
innumerevoli conseguenze teologiche, morali e canoniche.

Come si vede nel Capitolo II di questo Messaggio, il PS francese afferma la connes-


sione logica fra la riforma autogestionaria dell'impresa da lui preconizzata, e la
riforma dell'economia in generale, dell'insegnamento, della famiglia, e dell'uomo
stesso. Per i socialisti francesi queste molteplice riforme non sono nient'altro che
diversi aspetti di una sola riforma globale.

Ed hanno ragione: "Abyssus abyssum invocat" — "Un abisso attrae un altro abisso"
(Ps. 41,8). Non si vede come possa esser possibile che un Pontefice Romano, aprendo
le dighe all'autogestione propugnata dal socialismo francese, appoggi implicitamente
od esplicitamente questa riforma globale.

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Il Progetto chiama l'impresa autogestionaria "socializzata", cioè, non-statale (quindi


privata), ma anche non appartenente a individui, perché gli attributi del proprietario
saranno grosso modo trasferiti all'assemblea dei lavoratori.

Ma allora la proprietà privata potrà sopravvivere nel regime socialista? Solo durante
un periodo molto breve, risponde il Progetto, per quanto riguarda le imprese grandi.
Le imprese di mezza e piccola grandezza dureranno un po' di più, dipendendo da
molteplici circostanze. (30)

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30. “I socialisti sono favorevoli al principio socializzazione dei mezzi della


produzione in tutti i settori in cui la socializzazione delle forze produttive è già
divenuta una realtà. D'altra parte ciò vuol dire che imprese private di piccola e media
grandezza sussisteranno in un contesto di certo profondamente modificato, e con
nuovi obblighi" (Progetto, pp. 153-154).

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Qual'è il punto di demarcazione fra imprese medie e piccole? Fra imprese medie e
grandi? Abbiamo delle nozioni generali su quest'argomento che si basano sul buon
senso e sulle abitudini mentali che si sono formate durante l'ordine di cose attuale.
Ma queste abitudini mentali non coincidono con la nuova società, che genererà delle
altre abitudini mentali. Così, la fissazione di questi limiti dipenderà dalla legge. Il che
aprirà la possibilità allo Stato di ridurre "gradualisticamente" i livelli delle proprietà.
(31) In tal modo che, entro alcuni anni, le imprese che ora sono considerate medie
dovranno sopportare le tassazioni severe che ora vengono imposte alle imprese
grandi, e le imprese che ora sono considerate piccole si terranno come medie. Tutto
affinché ne risulti che il numero di piccole proprietà individuali (favorite per ora nel
piano fiscale) divenga ancora più limitato.

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31. Secondo i socialisti, uno degli obiettivi della "pianificazione democratica" è


quello di determinare "come e fino a qual punto la riduzione delle ineguaglianze
viene eseguita" (Quinze thèses, p. 15). Ossia, i Piani del Governo, da essere elaborati
a livello nazionale, regionale e locale, mireranno già al livellamento gradualistico.

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Beninteso, considerando la fisionomia generale del Progetto, la proprietà privata


sembra essere contraddittoria anche quando viene ridotta a tali esigue proporzioni,
visto che mantiene il suo carattere individuale in seno ad un ordine di cose
interamente socializzato. Ne deriva che la fine del gradualismo socialista sarà
l'estinzione completa di tutta la proprietà individuale. (32)

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32. Questa affermazione non comprende la proprietà, da parte del lavoratore, dei suoi
attrezzi (quelli di un artigiano, per esempio), o degli oggetti duraturi che egli ha
acquistato con i propri guadagni. Però, per gli eventuali eredi futuri del lavoratore,
questo modesto patrimonio individuale sarà di poca o nessuna importanza quando si
considerano le limitazioni che il Progetto impone sulle eredità.

"La questione dell'eredità... sarà trattata con lo stesso spirito: [tasse di successione]
fortemente progressive sui grandi patrimoni, ma tasse grandemente ridotte, presso
alla base sociale, sulla successione in linea diretta che permettono la trasmissione del
patrimonio affettivo (casa dì famiglia) o dello sfruttamento agricolo o artigianale"
(Progetto, p. 154).

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In effetti, il Progetto adotta una strategia gradualista che respinge l'estinzione somma-
ria di tutte le proprietà e dispone delle tappe che guidino verso la loro estinzione
graduale. Secondo il Progetto, il regime autogestionario includerà per un dato
periodo, delle proprietà piccole, medie, e persino grandi. Ma almeno le ultime due
saranno categorie agonizzanti. Seguendo la logica del suo ferreo egualitarismo, chi
può affermare che lo Stato autogestionario non abbia l'intenzione di eliminare le
piccole proprietà, dopo aver estinto le medie e le grandi?

Inoltre, come potrà il lavoratore del regime autogestionario arrivare ad essere


proprietario, con il semplice accumulo di ciò che gli rimane dopo aver provveduto
alla sua sussistenza? Quanti anni di lavoro ci vorrebbero? E tutto questo per potersi
godere la sua proprietà solo per pochi anni? La lascerà al figlio avuto da una delle sue
unioni, un figlio consegnato nella più tenera infanzia allo Stato, che da solo ha
formato la sua mentalità e che lo ha reso un estraneo per i suoi propri genitori, che
probabilmente saranno pure loro estranei l'uno all'altro, visto che la loro unione non
era stabile? Queste domande fanno capire come la proprietà, per quanto piccola, sia
realmente estranea al mondo autogestionario, dove sopravvive solo fino al punto in
cui questo è richiesto dalle tattiche gradualistiche. (33)

____________________

33. "Non vi può essere autogestione in un regime capitalista: un'impresa privata non
può essere autogestita" ("Documentation Socialiste", n. 5, p. 57).

"Credetemi, tra non molto i nostri discendenti considereranno la proprietà


privata dei mezzi fondamentali di produzione della economia nazionale come
un'aberrazione tanto curiosa quanto il regime feudale appare a noi oggigiorno"
(Dichiarazione del deputato socialista JEAN POPEREN durante i Dibattiti sulla
Déclaration de politique générale, ''Journal Officiel", 10/7/81, p. 77).

"Ciò vuoi dire che noi ripudiamo la proprietà privata? In nessun modo. Noi sappiamo
benissimo che una forma di società non sostituisce un'altra in un sol giorno o perfino
in una generazione. Il capitalismo ha impiegato secoli ad emergere dal seno della
società feudale. Ed il socialismo stesso iniziò la propria marcia nelle nazioni
capitalistiche più avanzate solo alla metà del secolo scorso. …

"Si potrebbe considerare che il mantenimento della proprietà privata individuale sia
una risposta a certe necessità — particolarmente a quelle psicologiche — di
sicurezza.

"Ma noi miriamo anche allo sviluppo progressivo di altre pratiche (il fitto della terra
ai coltivatori, il regolamento automatico del valore dei risparmi in rapporto con il
tasso di inflazione, lo sviluppo di alloggi di affitto, l'incoraggiamento del turismo
familiare in campagna, ecc.)" (Progetto, pp. 153-154).

"Il Partito Socialista non solo non mette in questione il diritto di ognuno a possedere i
propri beni duraturi acquistati mediante il proprio lavoro o gli utensili di lavoro fatti
da lui, ma gli garantisce l'esercizio" [di questo diritto]. A sua volta, esso propone di
sostituire progressivamente la proprietà capitalista con la proprietà sociale che può
assumere forme diverse, per l'amministrazione della quale i lavoratori debbono
prepararsi" (Statuti del Partito — Dichiarazione dei Principi, in "Documentation
Socialiste", supplemento al n. 2, p. 48).

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12. La proprietà rurale nel Progetto socialista

Il Progetto si lascia conoscere molto di più nelle sue mete che nelle tappe che
permette o tollera per necessità strategica.

In questa prospettiva, qual'è la situazione della proprietà rurale — cioè, della piccola
proprietà di dimensioni familiari — nella società modellata dal PS? La domanda
presuppone che le proprietà di grande e media grandezza siano già state eliminate.

Sia il Progetto — come pure la Dichiarazione di politica generale del Governo fatta
dal Primo Ministro Pierre Mauroy — sono vaghi ed ambigui su questo punto.

Il Progetto propone delle misure che a primo sguardo sembrerebbero ispirate dal
buon senso e dal desiderio di proteggere l'agricoltore: aumentare la produzione,
organizzare i mercati, rivalorizzare la posizione dell'agricoltore, e garantirgli il suo
terreno. L'unica eccezione è il sistema di protezione dei prezzi per i prodotti agricoli,
che ovviamente è solo o quasi solo inteso per quei piccoli produttori. Che gli altri
produttori, tollerati per via del gradualismo, sopravvivano se possono; e che
altrimenti avvizziscano.

Quale consistenza vi è nei diritti del piccolo proprietario terriero, visto che l'elemento
principale delle proposte socialiste è la creazione di uffici terrieri che organizzeranno
i mercati e, fra l'altro, saranno "incaricati di promuovere una migliore ripartizione ed
utilizzazione della terra"?

Inoltre, questi uffici terrieri saranno gli elementi di una autogestione collettiva, costi-
tuita dall'insieme dei piccoli proprietari terrieri e dagli utenti, su tutto il terreno
arabile. Il che assoggetterebbe continuamente a divisioni la piccola proprietà, e a
cambiamenti di dimensione ed amalgamazioni in una situazione di riforma agraria
permanente sottomessa ad una regolazione dittatoriale dei prezzi dei prodotti agricoli.
(34)

____________________

34. "Il controllo e la garanzia della terra. — Essendo uno strumento di lavoro, la
terra sarà protetta contro la speculazione immobiliare mediante l'instaurazione di una
politica basata sulla creazione di uffici immobiliari incaricati di assicurare la migliore
distribuzione e utilizzazione del suolo. Esso sarà anche protetto contro l'uso eccessivo
e l'esaurimento causati dalla coltivazione intensiva, come pure l'abuso di tecniche
nocive alla natura ed all'ambiente" (Progetto, p. 208).

"Il mercato sarà organizzato sotto uffici. Questi assicureranno agli agricoltori una
remunerazione giusta per il proprio lavoro mediante la garanzia dei prezzi, prendendo
in considerazione i costi di produzione entro i limiti di un quantum" (Progetto, p.
206).

"Amministrati da rappresentanti degli agricoltori, dai lavoratori agricoli e dalle


comunità locali, [gli uffici immobiliari) ... assumeranno particolarmente le seguenti
funzioni:

— Essi . . . interverranno in procedimenti di affitto. . . .

— Essi avranno un diritto permanente di prelazione nell'acquisto di ogni terreno


messo in vendita. I terreni così acquisiti potranno essere sia rivenduti che affittati agli
agricoltori che ne avranno bisogno" (Pour une agriculture avec les socialistes, "Les
cahiers de documentation socialiste", n. 2, aprile 1981, p. 20).

Mitterrand descrive il funzionamento di questi uffici immobiliari nel modo seguente:

"Contrariamente a ciò che alcune persone vogliono far credere, questi uffici non
instaureranno né il collettivismo né il costringimento! Non può esistere nessuna
buona politica terriera eccetto quella che è discussa, convenuta ed accettata dalle
diverse parti interessate, agricoltori, comunità locali e amministrazione.

Sono perciò gli agricoltori stessi che amministreranno gli uffici regionali e che
coordineranno la politica terriera, discutendola insieme, e che prenderanno decisioni
circa la distribuzione e l'assegnazione di zone al terreno, cose desiderabili per poter
mantenere una popolazione agricola attiva e un massimo numero di installazioni"
(apud CL. MANCERON e B. PINGAUD, François Mitterrand — L'homme, les
idées, le programme, Flammarion, Parigi, 1981, pp. 107-108).

____________________
* * *

Così considerato nell'insieme ciò che il Progetto stabilisce per la società


autogestionaria, occorrono due domande riguardanti al nocciolo del pensiero che lo
ispira: è realmente liberale? Come approccia la religione? È ciò che vedremo in
seguito.

III. Il nocciolo dottrinario del Progetto socialista: laicità – “liberté, egalité,


fraternité”

1. I diritti dell'Uomo nella società autogestionaria: informarsi, dialogare e votare

Abbiamo già visto che il PS si dispone a educare il cittadino dalla nascita alla morte
modellandogli l'anima quando lavora e quando è libero, nella cultura e nell'arte, ed
influenzando persino l'arredamento della sua dimora. Che riflesso ha questa
inclinazione sulla libertà dell'individuo?

Si conferma a questo punto ciò che si è detto all'inizio sulle relazioni fra libertà ed
uguaglianza nella trilogia della Rivoluzione Francese. Infatti, se libertà significa non
aver niente e nessuno su di sé, e di conseguenza fare tutto ciò che uno vuole — che
questo è il senso radicale ed anarchico del termine — il cittadino autogestionario è
libero solo apparentemente. Effettivamente non lo sarà mai in vita sua.

Il cittadino autogestionario troverà che della sfera delle sue scelte puramente indivi-
duali, in cui può manifestare il carattere unico ed inconfondibile della sua personalità,
le sue restrizioni saranno sempre maggiori. Sul lavoro e nel suo tempo di svago avrà
la libertà di essere informato, di dialogare e di votare. Ma le decisioni saranno
normalmente prese dalla comunità. La sua libertà sarà limitata a dire ciò che intende
nei dibattiti pubblici ed a votare come desidera. Come elettore, è libero di scegliere
nomi e lo è pure nel votare nelle assemblee deliberative. Come individuo, è spinto dal
Progetto fino ai limiti estremi del non-essere. (35) Ciò non è fatto direttamente in
favore del Potere pubblico, ma di un tessuto o meccanismo sociale composto da
gruppi autogestionari dentro e fuori dal mondo dell'impresa.

____________________

35. "Uno dei fondamenti della società socialista autogestionaria è il riconoscimento di


piccoli gruppi sociali e, di conseguenza, di interessi collettivi molto vicini
all'individuo e facili ad apprendere (famiglia, atelier, classe scolastica, associazione,
vicinato, ecc.). Delle decisioni debbono essere prese anche qui; l'esistenza
dell'interesse collettivo deve essere tradotta decisamente in un procedimento. Questo
è il motivo per cui i socialisti . . . affermano che, in ultima analisi, la legittimità solo
può essere derivata, domani come oggi, dal suffragio universale. Il bene comune e la
democrazia non sono in guerra tra di loro. Semplicemente il bene comune non può
essere definito se non mediante la democrazia" (Progetto, p. 131).

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Il vero grafico del Potere della società autogestionaria si mette in moto a partire dalle
assemblee, va attraverso i comitati ed altri organi sociali e termina nello Stato.
Beninteso, fino a quando l'autogestione non prende la rotta della dissoluzione finale
dello Stato e la divisione dei suoi poteri in piccole comunità autocefale. (36) Il
lavoratore potrebbe immaginarsi questo grafico a forma di rombo. Ad una estremità
c'è la sua impresa, quella in cui lui è una molecola che parla e vota. All'estremità
opposta c'è lo Stato.

____________________

36. Tanto quanto i socialisti francesi, i comunisti si prefiggono come obiettivo finale
l'autogestione della società. Nel preambolo della Costituzione Russa si legge:
"L'obiettivo supremo dello Stato sovietico è la costruzione di una società
comunista senza clase in cui si svilupperà l'autogestione sociale comunista"
(Constitución — Ley Fundamental de la Unión de Repúblicas Socialistas Sovieticas,
del 7 ottobre 1977, Editorial Progreso, Mosca, 1980, p. 5).

Quindi, su questo punto, non esiste alcuna divergenza dottrinaria tra i comunisti e i
socialisti. La divergenza appare solo nella loro concezione della scomparsa dello
Stato.

L'Istituto di Filosofia dell'Accademia di Scienze della Russia Sovietica definisce il


ruolo dello Stato nel periodo di transizione verso la società autogestionaria nel modo
seguente:

"Lo sviluppo della democrazia socialista rafforza il potere dello Stato ed allo stesso
tempo prepara il terreno per la sua estinzione, insieme all'impianto di un regime
sociale in cui la società può essere diretta senza la necessità di un apparato politico o
di coercizione statale. ...

"Ora, l'invocare una più rapida scomparsa dello Stato con il pretesto di combattere il
burocratismo e il proclamare, allo stesso tempo, la necessità di rinunciare al potere
statale, equivale, nelle condizioni [attuali] del socialismo, mentre il mondo capitalista
esiste ancora (e ciò che è perfino più grave, durante il periodo di transizione al
socialismo), al disarmo dei lavoratori al cospetto del loro nemico di classe.
"Il processo dell'estinzione dello Stato non può essere accelerato da qualsiasi tipo di
provvedimenti artificiali. Lo Stato non sarà abolito da nessuno, esso invece si
dileguerà gradatamente quando il potere politico cesserà di essere necessario. Ciò
sarà possibile quando lo Stato socialista adempierà la propria missione storica, ma ciò
richiede, a sua volta, il rafforzamento del potere politico. Perciò non si può opporre la
preoccupazione di potenziare lo Stato socialista alla prospettiva della sua estinzione;
ambedue sono facce della stessa medaglia.

"Dal punto di vista della dialettica, il problema dell'estinzione dello Stato è il pro-
blema della trasformazione dello Stato socialista, nell'autogestione comunista
della società. Alcune funzioni sociali analoghe a quelle attualmente adempiute dallo
Stato sussisteranno sotto il comunismo. Però il loro carattere e le forme della loro
applicazione non saranno gli stessi di quelli che essi sono nell'attuale stadio di
sviluppo.

"L'estinzione dello Stato significa: 1) la scomparsa della necessità della coercizione


di Stato e degli organi che la impiegano; 2) la trasformazione delle funzioni
organizzative, economiche ed educative e culturali ora adempiute dallo Stato in
funzioni sociali; 3) l'integrazione di tutti i cittadini nella direzione degli affari
pubblici e la scomparsa della necessità di organi di potere politico.

"Quando saranno state cancellate tutte le tracce della divisione della società in classi,
quando il comunismo avrà definitivamente trionfato, e quando le forze del vecchio
mondo opposte al comunismo avranno lasciato la scena, scomparirà anche la
necessità dello Stato. La società non avrà più bisogno di speciali contingenti di
uomini armati per garantire l'ordine e la disciplina sociali. Allora, come ha affermato
Engels, il macchinario dello Stato potrà essere messo in un museo di antichità
insieme con la rocca da filare e l'ascia di bronzo" (ACCADEMIA DI SCIENCE
DELLA URSS — ISTITUTO DI FILOSOFIA, Fundamentos de la Filosofia
Marxista, Redazione generale di F. V. KONSTANTINOV; Editorial Grijalbo,
Messico, 2a. ed., 1965, nn. 538-539).

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Ma codesto si troverebbe sulla cima del rombo, e sul fondo vi starebbe l'assemblea
dei lavoratori. Non che l'autogestione, una volta impiantata, sia una mera facciata
dietro alla quale lo Stato manipoli tutto. Questo può succedere. Ma qui non stiamo
considerando le deformazioni che una società autogestita potrebbe soffrire nella
pratica. Stiamo solo avendo in mira quale sarebbe il genuino miraggio socialista se
applicato nella sua completezza.

Così, in coerenza con il Progetto si può mettere in risalto che:


a) Una volta impiantata la società autogestionaria, i poteri dello Stato avvizziranno
"gradualisticamente";

b) Però, nell'atto di impiantarla tramite la legge, lo Stato è onnipotente. E fintanto che


la legge serve come fondamento e regola di quella società, vivrà in virtù
dell'onnipotenza di quell'atto che l'ha organizzata e stabilita. Ed almeno fintanto che
lo Stato esiste, sarà permesso al Potere Pubblico in qualsiasi momento abrogare o
espandere questo atto come voglia;

c) Nelle società dell'Occidente, lo Stato non esercita dei poteri così ampi. I paesi
hanno adottato in tesi il principio della sovranità del suffragio universale sia in
Oriente che in Occidente. Ma in Occidente questa sovranità è autocontenuta dal
riconoscimento di libertà individuali più ampie, o meno. Mentre nell'Oriente questo
principio non ha valore pratico, ed è chiaro che non l'avrà per niente nella società
autogestionaria, in cui la libertà dell'individuo consiste solo nell'uso della parola e del
voto nelle assemblee.

In questo modo, è lo Stato che dispone tutto nella società autogestionaria.


Annichilisce la famiglia, e la sostituisce. Concede alle molecole autogestionarie i
brandelli di diritti che resteranno loro nella società. Ha potere illimitato di legiferare
sull'autogestione dell'impresa, della docenza, o di qualunque altro tipo. Esso insegna.
Forma. Livella. Riempie il tempo libero. In somma, si installa nella mente
dell'individuo. A questi resta solo la sua condizione di robot, i cui segni di vita
propria sono soltanto l'informarsi, dialogare e votare. Questa trilogia sarebbe
l'adempimento concreto dell'altra: "libertà, uguaglianza, fraternità".

In una parola, la società autogestionaria ha una moralità ed una filosofia proprie, (37)
che il lavoratore robotizzato inalerà persino nell'aria che respira.

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37. "Non si aderisce al socialismo senza una certa visione dell'uomo, di ciò che egli
vuole, di ciò che è in grado di fare, di ciò che deve fare, dei suoi diritti e delle sue
necessità" (Progetto, p. 10).

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2. La Religione e le religioni nel Progetto

La società autogestionaria non si limita a eliminare o a restringere le libertà


dell'individuo, ma, come abbiamo visto, cerca perfino di formare la sua coscienza.
Queste considerazioni conducono naturalmente ad analizzare fino a che punto il
Progetto mutili i diritti della Religione.

a) Si può dire che ogni parola, ogni lettera del Progetto sia laica. Non vi è il minimo
pensiero di Dio. Per esso la fonte di tutti i diritti non è Dio, ma l'uomo, la società. Il
Progetto ignora completamente la Vita futura, la Rivelazione, e la Chiesa come
Corpo Mistico di Cristo. (38)

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38. "Il Partito Socialista non mira all'autosoddisfazione o a fare testimonianza


dell'aldilà, ma alla trasformazione delle strutture della società" (Progetto, p. 33).

"La spiegazione della società … è una cosa, il destino finale dell'uomo è un'altra
cosa", afferma il Progetto. Come se si potesse spiegare qualsiasi cosa facendo
astrazione del suo fine.

E, a guisa di consolazione, aggiunge destramente il Progetto: "Nel grado in cui è


cancellato il clericalismo, l'anticlericalismo perde la propria giustificazione. Questo è
un arricchimento della laicità ed una acquisizione preziosa della lotta socialista negli
ultimi anni" (Progetto, p. 29). In realtà, più del clericalismo, sono il Clero e la Chiesa
che vengono così "cancellati", nel Progetto.

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b) La Religione, o, per il Progetto, le religioni — poiché codesto non riconosce il


carattere soprannaturale di nessuna — sono appena delle realtà sociali che sono
sempre esistite e che esistono ancora. Sono dei fatti estrinsechi alla società
autogestionaria, e che discordano frontalmente con la sua laicità.

Ciò induce a prevedere che la società autogestionaria, che tende a distruggere tutto
quel che le è estrinseco e contraddittorio, si metterà al lavoro per distruggere
"gradualisticamente" le religioni.

È ben vero che il Progetto garantisce la libertà di culto. Ma questa è ristretta ad un


limite veramente minimo, poiché tutto l'ordine temporale sarà concepito in senso
opposto a quello della Chiesa: l'economia, l'organizzazione sociale, il totalitarismo
politico, la perpetuazione della specie umana, la famiglia e persino l'uomo. (39)

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39. I cattolici sono frequentemente più sensibili alle trasgressioni della Legge di Dio
relative all'istituto della famiglia che a quelle relative all'istituto della proprietà
privata. È così possibile che qualche lettore cattolico più o meno condiscendente con
l'impresa autogestionaria, cerchi di immaginare un'applicazione del Progetto
rigidamente limitata al campo dell'impresa senza toccare l'individuo, la famiglia o
l'educazione. Ma questa sarebbe un'illusione perché la correlazione naturale tra la
famiglia e la proprietà rende impossibile una tale separazione. La mera lettura di
questo Messaggio rende chiaro che l’autogestione dell'impresa così come è descritta
nel Progetto è inseparabile dalle sue fondamenta filosofiche e morali. Una volta
accettate, queste concezioni influenzano di necessità tutti gli aspetti della vita umana.

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Il Progetto implica una visione talmente globale della società, che presuppone di
necessità — sebbene in modo implicito — anche una visione globale dell'Universo.
Perché quest'ultimo è, in un certo modo, il contesto della società. Una società globale,
laica ed autosufficiente corrisponde ad un universo ugualmente globale, laico ed
autosufficiente.

A sua volta, una visione dell'Universo implica l'affermazione o la negazione di Dio.


Quindi, una negazione perfettamente autentica anche se espressa in silenzio. (40) Il
Progetto è quindi “a-teo”, senza Dio: ateo.

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40. La Costituzione Pastorale Gaudium et Spes, del Secondo Concilio Vaticano, con-
tiene una descrizione assai sintetica e sfumata dell'ateismo moderno. A questo titolo,
è utile citarla: "La parola ateismo è usata per denotare fenomeni che differiscono
considerevolmente gli uni dagli altri. Mentre Dio è espressamente negato da alcuni,
altri sostengono che l'uomo non può fare una qualsiasi asserzione in Suo riguardo.
Certuni sottomettono a un tale metodo l'analisi del problema di Dio, che Egli sembra
carente di significato. Molti, oltrepassando indebitamente i confini delle scienze
positive, o sostengono che qualsiasi cosa possa essere spiegata solo mediante questo
processo scientifico o, al contrario, ritengono che la verità assoluta non esista in
nessun modo. Alcuni innalzano l'uomo a un tal punto che fanno languire la loro fede;
essi sembrano maggiormente inclini all'affermazione dell'uomo che al diniego di Dio.
... Esistono anche coloro che nemmeno abbordano il problema di Dio; non sembrano
sentire qualche inquietudine religiosa né scorgere il perché essi dovrebbero
preoccuparsi di essa" (n. 19).

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Il silenzio del Progetto a proposito di Dio non sarà una mera tappa "gradualista" che
porti a qualche tipo di panteismo plausibilmente evoluzionista?

Questo riferimento ad un possibile panteismo viene fatto perché il Progetto attri-


buisce una forma di funzione redentrice alla collettività. In essa l'individuo è salvato
dal naufragio in cui è posto dalla sua propria condizione individuale. È la via verso la
soluzione di tutti i problemi. (41)

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41. "Noi riteniamo che collettivo è sinonimo di grandiosità, bellezza, profondità e


gioia di vivere" (Progetto, p. 153). Il che vuol dire che grandiosità, bellezza,
profondità e gioia di vivere sono sinonimi di collettivo.

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A sua volta il riferimento all'evoluzionismo si collega con il carattere arbitrario,


antinaturale ed artificiale del riformismo socialista. E questo è ancora più
strettamente in rapporto con il relativismo fondamentale che professa. (42) Partendo
da concetti filosofici molto oscuri ma la cui influenza si fa sentire dappertutto, il
Progetto nega i principi più fondamentali dell'ordine naturale (la distinzione fra la
missione degli uomini e delle donne, la famiglia, l'autorità maritale, l'autorità paterna,
come pure il principio di autorità a tutti i livelli ed in tutti i campi, la proprietà privata
e la successione ereditaria). Il Progetto, lottando contro l'opera del Creatore, mira a
ricostruire una società umana a rovescio della natura che Dio ha creato per l'uomo.

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42. "Tutto il movimento della scienza ... è compreso da una permanente messa in
questione dei postulati della fase precedente" (Progetto, p. 135).

"A nostro parere non può esistere alcun sapere costituito una volta per tutte. Dal
momento che esso implica la rettificazione e perfino la ricostruzione continua della
realtà come noi la vediamo, non si può mai affermare che il sapere sia stato
conseguito ed esso deve essere sempre messo in questione" (Progetto, pp. 136-137).

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Tutto ciò presuppone che l'ordine naturale, che il PS ritiene essere indefinitivamente
malleabile, possa essere modellato dall'uomo come questi voglia. Il che fa pensare
all'evoluzionismo.
3. L'Episcopato francese di fronte al PS

In vista di queste considerazioni, noi in quanto cattolici non possiamo passare sotto
silenzio il nostro stupore — uno stupore che tutte le nazioni del mondo
condivideranno fino alla fine dei tempi quando la confusione presente nelle mentì
della gente si sarà dissipata — vedendo che la Conferenza Episcopale Francese non
ha espresso nemmeno una parola di avvertenza sul pericolo del paese di fronte a delle
elezioni capaci di portare i mentori ed i capi del PS al potere, mettendo in pericolo
anche la Chiesa e ciò che di vivo ancora resta del Cristianesimo. Al contrario, in due
dichiarazioni che ha divulgato (10 febbraio e 1° giugno 1981), il Consiglio
Permanente dell'Episcopato francese ha manifestato la sua neutralità verso tutti i
candidati, affermando di non "volere influenzare le decisioni personali" dei cattolici
francesi, e facendo un appello affinché la campagna elettorale avesse luogo in un
clima di "rispetto per uomini e gruppi, avversari compresi" (Dichiarazione del 10
febbraio 1981). (43)

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43. Questa posizione di schiva neutralità dinanzi alle elezioni fu riaffermata enfati-
camente da Mons. Jean-Marie Lustiger, il nuovo Arcivescovo di Parigi, a proposito di
una lettera aperta della "Gioventù Studentesca Cattolica" a lui indirizzata. In questa
lettera, pubblicata in "Le Monde" (10 e 11/5/81), codesta organizzazione di Azione
Cattolica gli chiese di confermare o negare voci in base alle quali si sosteneva che
egli avesse assunto una posizione personale in favore del presidente uscente. Nella
sua dichiarazione, l'Arcivescovo manifesta grande sorpresa per la notizia, da lui
negata formalmente, e solidarizza con la posizione collettiva dell'Episcopato (vedi
"La Croix", 12/5/81).
Nel contesto di queste dichiarazioni, suonano alquanto insufficienti alcune vaghe
promesse di azione combattiva fatte da Mons. Jean Honoré, Vescovo di Evreux e
Presidente della Commissione Episcopale del Mondo Educativo. Egli asserì che la
scuola cattolica non costituisce per la Chiesa "la precedenza delle precedenze". I
Vescovi desiderano riservare la loro parola "per il giorno in cui la scuola cattolica
sarà in pericolo" ("Informations Catholiques Internationales", n. 563, giugno 1981).

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Nella dichiarazione del 1° giugno "in occasione delle elezioni legislative", i Vescovi
fanno notare che "è proprio di una società democratica" scegliere fra progetti e pro-
grammi "che si manifestano e si oppongono tra loro". Cosicché la Chiesa Cattolica,
presentando "la sua riflessione sul futuro prossimo della nostra società", lo faceva
"non per sostenere un gruppo od opporsi a chiunque, ma per attirare l'attenzione ai
valori essenziali della vita personale e comunitaria degli uomini". Facendo questo, i
Vescovi volevano contribuire "alla dignità ed alla generosità del dibattito" . (44)

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44. Nell'interesse della brevità, il testo completo delle dichiarazioni dell'Episcopato


francese in merito alle recenti elezioni presidenziali e legislative non è qui riprodotto
[cfr. "Documentation Catholique", n. 1803, 1/3/81, e da "Le Monde", 3/6/81].

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Questo atteggiamento dei Vescovi è coerente con il documento Pour une pratique
chrétienne de la politique (Per una pratica cristiana della politica) che fu approvato
quasi unanimamente dai Vescovi a Lourdes nel 1972 (cfr. "Politique, Eglise et Foi”,
in Le Centurion, Lourdes, 1972, pp. 75-110). In questo documento i Prelati
constatano che "i cattolici francesi coprono oggigiorno tutto il ventaglio della
scacchiera [sic] politica" (op. cit., p. 80). Vale a dire, anche nel PS e nel PC. Di fronte
a questo fatto monumentale, i Vescovi affermano semplicemente la legittimità del
pluralismo e riconoscono con ovvia simpatia l'arruolamento di "numerosi cristiani"
nel "movimento collettivo di liberazione" animato dalla lotta di classe di ispirazione
marxista, che essi non condannano in termini definiti. (45)

____________________

45. In questo documento, i Vescovi francesi dichiarano: "Il nostro ministero pastorale
ci rende testimoni dell'imperativo evangelico che anima numerosi cristiani in tutti
gli ambienti sociali, e della speranza che li conduce, mentre partecipano a questo
movimento collettivo di liberazione, insieme a coloro con i quali essi sono o si
riconoscono solidali nella propria vita quotidiana. I Vescovi della Commissione del
Mondo dei Lavoratori, tra gli altri, l'hanno espresso nel documento di lavoro in cui ci
informano sulla prima fase delle loro conversazioni con quei lavoratori che hanno
optato per il socialismo" (op. cit., p. 88).
"Oggi, un fatto nuovo sfonda nell'attualità. Cristiani di diversi ambienti — operai,
lavoratori agricoli, intellettuali — esprimono ciò che vivono con un vocabolario di
`lotta di classe'. ...
"Ovviamente, questa analisi in termini di 'lotta di classe' ha aiutato molti
militanti a scorgere con maggior precisione i meccanismi strutturali delle
ingiustizie e delle ineguaglianze. Bisogna notare pure che, facendo questo, essi
prendono come punti di riferimento, in grado maggiore o minore, gli elementi
dell'analisi marxista della lotta di classe. ...
"Uno sforzo di lucidità e discernimento si impone affinché la loro ambizione di
realizzare una società più giusta e fraterna non si degradi lungo il cammino e perché
essa usufruisca sempre degli impulsi positivi derivanti dalla comprensione evangelica
dell'uomo" (op, cit., p. 89).

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Considerando questi precedenti, già non causa speciale stranezza il fatto — stupefa-
cente in sé stesso — che per dieci anni ormai la dottrina socialista stia penetrando
impunemente nel gregge che lo Spirito Santo ha affidato allo zelo ed alla vigilanza
dei Pastori francesi. Di modo che i voti dei cattolici deviati verso le schiere
dell'elettorato socialista hanno contribuito considerevolmente alla vittoria
dell'autogestione nelle ultime elezioni. (46)

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46. La ben nota rivista "cattolico progressista" "Informations Catholiques


Internationales" (n. 563, giugno 1981) afferma: "Tutti sono d'accordo: un quarto delle
persone considerate cattoliche praticanti sono in favore di Mitterrand, e tre quarti
sono per Giscard. ... Il fatto che uno su quattro di questi cattolici abbia votato
per Mitterrand è di importanza politica decisiva: è molto di più di un milione di
voti che sono venuti a ingrossare il campo della sinistra. Ora, ... se solo metà di questi
cattolici avesse votato per il Presidente uscente, ciò sarebbe stato sufficiente a
rieleggerlo. François Mitterrand deve il proprio successo, tra altre cause, al
movimento che ha trascinato verso la sinistra una parte dei cattolici".
Notare che la rivista mette in risalto solo i "cattolici praticanti". Ci si dovrebbe
chiedere quante persone battezzate ma non praticanti che si considerano cattoliche
avrebbero potuto essere influenzate da una parola decisa e di schiarimento da parte
dell'Episcopato, rifiutando in questo modo di votare per il candidato socialista.
Nel far rilevare i motivi della vittoria di Mitterrand, organi insospettati e di prestigio
della stampa, commentano che il progresso più significativo della sinistra ebbe luogo
nelle province cattoliche della Francia Occidentale, Orientale e Centrale (vedi "La
Croix", organo semi-ufficiale dell'Arcidiocesi di Parigi, 12/5/81; "L'Express", 5-
11/5/81 e 12-15/5/81; ed anche "l'Humanité", organo ufficiale del Partito Comunista,
15/5/81).
Inoltre, come fa notare gioiosamente il Progetto, i cattolici non solo votano per il PS
ma ne diventano anche membri, a quanto pare senza alcun problema importante di
coscienza: "Il Partito Socialista ha sempre mirato ad adunare, senza distinzione di
credenza filosofica o religiosa, tutti i lavoratori che trovano nel socialismo il proprio
ideale e i propri principi. Dunque esiste un sempre maggior numero di cristiani
che non solo raggiungono il Partito ma che adottano gli stessi [metodi di analisi]
socialisti non solo senza rinunciare in tal modo alla propria fede ma anzi, molto al
contrario" (Progetto, p. 29).
Il che è, a proposito, pubblico e notorio in Francia.
Ma, per evitare che esista alcun dubbio circa il significato del verbo "raggiungono"
sopracitato, Mitterrand chiarisce nelle sue Conversations avec Guy Claisse:
"Nel Partito Socialista i cattolici militanti non ci servono da alibi. Essi si trovano a
proprio agio. Ve ne sono moltissimi nel Partito. ...
— Tra i militanti di base?
— Si. Ma si trovano anche nei primi ranghi nazionali e nei consigli di
amministrazione esecutivi locali" (FRANÇOIS MITTERRAND, Ici et Maintenant —
Conversations avec Guy Claisse, Fayard, Parigi, 1980, p. 12).
Perciò, il mancato schiarimento di questi cattolici da parte dell'Episcopato è
interamente inesplicabile.
Finalmente, dobbiamo notare che questa permeabilità di elementi cattolici riguardo al
socialismo non è qualcosa di nuovo ma risale alla metà del secolo scorso, come lo
stesso Mitterrand si compiace di sottolineare nel suo libro summenzionato:
"Dal principio, i miei sforzi hanno mirato a indurre i cristiani, fedeli alla propria fede,
a riconoscere sé stessi nel nostro Partito, e che le molteplici fonti del socialismo
fluiscano verso lo stesso fiume. A metà del diciannovesimo secolo, ad eccezione
dell'avanguardia di gente come Lamennais, Ozanam, Lacordaire, Arnaud, i
cattolici francesi appartenevano al campo conservatore. La Chiesa, scossa dalla
prima Rivoluzione Francese, preoccupata per il progresso dello spirito Volteriano,
aveva serrato i ranghi al fianco del potere della borghesia, il potere dei gretti di mente
appartenenti ad una classe sociale egoistica e, quando necessario, feroce. ...

"Con Cristo oscurato, la Chiesa come complice, non vi era altra via di uscita oltre che
sostenere una lotta virile per la conquista, qui ed ora, di uno Stato che liberasse dalla
schiavitù, dalla povertà e dall'umiliazione. Grazie ad una inclinazione naturale, una
maggioranza dei socialisti ha adottato teorie che respingono la spiegazione cristiana.
...

Il razionalismo sempre più radicato e l'espansione del Marxismo accentuarono nel


proletariato il rifiuto della Chiesa e del suo insegnamento. Il Socialismo, che fu creato
senza di essa, cominciò ad essere formato contro di essa. Ma anche, che silenzio della
Cristianità! Che lungo silenzio! . ... Ciò nonostante, alla fine del secolo, Leone XIII a
Roma e il Sillon tra di noi dettero inizio alla svolta. La Prima Guerra Mondiale
accelerò l'evoluzione. I cameratismi del fronte, la morte dappertutto e per tutti, la
patria in pericolo, insegnarono a ognuno di riconoscere nell'altro i valori che codesto
ammetteva, anche se la loro versione laicista o religiosa rimaneva diversa se non
antagonistica. L'appello iniziale si levò di nuovo dal fondo della Chiesa e del mondo
cristiano. Il personalismo di Emmanuel Mounier finì con il conferire al
socialismo cristiano il suo titolo di nobiltà (op. cit., pp. 14-15).
Di fronte a questo panorama storico tanto dipinto secondo il gusto e lo stile socialista,
ma purtroppo non privo di molti elementi di verità, ci si aspetterebbe che l'Episcopato
francese imitasse la tempra ed il coraggio di San Pio X, il quale, nella Lettera
Apostolica Notre Charge Apostolique del 25 agosto 1910, condannò con veemenza il
movimento del Sillon (vedi nota 4) rievocato con tanta reverenza da Mitterrand.
____________________

Prendendo in considerazione questi fatti — e tanti altri ve ne sono nel mondo di oggi
— si capisce meglio come sia vero che la Santa Chiesa si trovi, come ha constatato
Paolo VI, in un misterioso processo di "autodemolizione" (allocuzione del 7/12/68) e
che vi abbia penetrato il "fumo di Satana" (allocuzione del 29/6/72).

IV. Un intervento negli affari interni della Francia?

L'elezione di un Capo di Stato, come pure dei rappresentanti della Camera dei
deputati fa parte degli affari interni di ogni paese. La libertà di far ciò senza
interferenze straniere è un elemento fondamentale della sua sovranità. In tali
condizioni si può trovare strano che tredici associazioni, dodici delle quali di altri
paesi che non la Francia, giudichino necessario pubblicare in tutto l'Occidente un
Messaggio il cui tema essenziale è un commentario rivolto a propiziare la scelta di
una strategia dinanzi al risultato riportato dalle recenti elezioni francesi.

Ma questa obiezione è concepibile solo da parte di chi ignori l'intera portata del
Progetto socialista, la natura del PS francese e la ripercussione inevitabile ed ampia
della vittoria socialista nella vita politica e culturale delle varie nazioni
dell'Occidente.

Il Progetto infatti dichiara che una delle sue mete è l'interferenza nella politica
interna, ed in modo più particolare, nella lotta di classe degli altri paesi. Quindi,
siccome il PS è al Potere, c'è da temere che usi le risorse dello Stato francese e
l'influenza internazionale della Francia per raggiungere questa meta. (47) A questo
modo, per le dodici associazioni straniere, prendere posizione a lato della stimata e
promettente TFP francese sulle mete ed azione del PS in un documento pubblicato in
Francia e nei loro rispettivi paesi, non è un interferire negli affari esclusivamente
interni di un altro paese ma prendere una misura di precauzione per proteggere il
futuro delle loro patrie. Pubblicando la presente dichiarazione, le TFP ed associazioni
congeneri dell'Argentina, Bolivia, Brasile, Canadà, Cile, Colombia, Equatore,
Portogallo, Spagna, Stati Uniti, Uruguay e Venezuela, assieme alla TFP della
Francia, non fanno altro che esercitare il loro legittimo diritto di difesa.

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47. "Non può esistere alcun Progetto socialista solo per la Francia. Il dilemma
‘libertà o schiavitù’, 'socialismo o barbarie' oltrepassa la nostra nazione"
(Progetto, p. 108).
"Il Partito Socialista è un Partito allo stesso tempo nazionale e internazionale"
("Documentation Socialiste", supplemento al n.2, p. 50).
“Il socialismo è internazionale per natura e vocazione" (Progetto, p. 126).
"Il Partito Socialista aderisce all'Internazionale Socialista" (Statuti del PS, articolo 2,
in "Documentation Socialiste", supplemento al n. 2, p. 51).
"Dal momento in cui non si identifica più con un messaggio universale, la Francia
cessa di esistere. O la Francia è un'ambizione collettiva o non esiste" (Progetto, p.
163).
"La Francia, perciò, può essere il polo di attrazione di un nuovo internazionalismo"
(Progetto, p. 164).
"Una nazione come la nostra ... ha possibilità immense per svettare alto e lontano,
in Europa e nel mondo, il messaggio universale del socialismo" (Progetto, p. 18).
"La Francia contribuirà alla democratizzazione della Comunità [Economica Europea],
e userà le sue istituzioni per promuovere la convergenza delle lotte sociali (Progetto,
p. 352).
"Il Partito Socialista ... mira alla trasformazione socialista della società
internazionale" (Delibera del Congresso di Nantes del 1977, "Documentation
Socialiste", supplemento al n. 2, p. 130).
"Il socialismo o è internazionale per natura o nega sé stesso" ("Documentation
Socialiste", supplemento al n. 2, p. 153).
"La ricerca dell'autonomia del nostro sviluppo è inseparabile dalle prospettive
internazionali del socialismo autogestionario. Nel guidare la nostra azione all'estero
come pure entro i nostri confini, essa basa la nostra partecipazione alla collaborazione
internazionale sulla solidarietà con le classi sfruttate" (Progetto, p. 339).
In questo rispetto è necessario ricordare che Mitterrand è uno dei vice presidenti
dell'Internazionale Socialista (vedi "L'Express", 22-28/5/81).
Egli è anche membro fondatore del Comitato Internazionale per la Difesa della
Rivoluzione Sandinista (vedi "Le Figaro", 26/6/81). Donde si comprende che il
Comandante Arca del Fronte di Liberazione Nazionale Sandinista salutò Mitterrand
come "un militante della causa nicaraguana" e come "un amico della rivoluzione
sandinista" la cui vittoria in Francia ha "un immenso valore politico per il Nicaragua
e per l'America Latina" (vedi "Le Monde", 13/5/81).
Il giorno della sua ascesa al potere, Mitterrand decise di rendere omaggio, con un
pranzo all'Eliseo, ai dirigenti e ai capi di Stato europei socialisti, come pure ai
rappresentanti della sinistra dell'America Latina. Su espresso desiderio di Mitterrand,
la vedova dell'ex-presidente marxista Allende sedette alla sua destra (vedi "El
Espectador", Bogotà, Colombia, 24/5/81).

Come Presidente, Mitterrand dichiarò l'essere "una precedenza urgente" l'appoggio


della Francia alla lotta del popolo di El Salvador e promise di aiutare il Nicaragua
"nel difficile lavoro di ricostruzione. L'America Latina non appartiene a nessuno.
Essa sta cercando di appartenere a sé stessa, ed è importante che la Francia e l'Europa
collaborino al conseguimento di questo obiettivo", dichiarò Mitterrand (vedi "Jornal
do Brasil", Rio de Janeiro, 19/7/81).
Ringraziando Fidel Castro all'atto del ricevimento delle sue congratulazioni, Mitter-
rand gli inviò un telegramma esprimente la propria gioia per i legami personali che lo
vincolano al tiranno comunista e palesò il proprio desiderio di "rafforzare ancor
l'amicizia tra la Francia e Cuba" (vedi "Le Monde", 3/6/81).
Confermando questa intenzione, Antoine Blanca, assistente personale del Primo Mi-
nistro Mauroy e incaricato delle relazioni tra il proprio Partito e l'America Latina e i
Caraibi, dichiarò che il PS francese non tollererà qualsiasi aggressione, blocco
economico o discriminazione contro Cuba (vedi "Folha de S. Paulo", 27/7/81).

Più recentemente, i governi francese e messicano hanno firmato un comunicato bila-


terale in appoggio categorico del "Fronte di Liberazione Nazionale Farabundo Marti",
un'organizzazione di guerriglieri composta da cinque gruppi marxisti per spodestare il
regime di El Salvador. Il comunicato, diramato contemporaneamente a Parigi e nel
Messico, fu consegnato all'ONU perché venisse distribuito tra le nazioni appartenenti
(vedi "Folha de S. Paulo", 29/8/81) e provocò una forte reazione da parte di dodici
nazioni latinoamericane, che definirono l'atteggiamento della Francia e del Messico
come una "flagrante interferenza" negli affari interni di El Salvador (vedi "Jornal do
Brasil", 4/9/81).

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Perciò è coerente che delle associazioni di dodici paesi occidentali si dirigano ai loro
connazionali, avvertendoli dei problemi che l'ascesa al potere del Partito Socialista
francese fa prevedere. E che, con l'appoggio dei loro fratelli d'ideale francesi,
facciano presente al popolo della Francia quali siano le complicazioni interne in cui
possono venirsi a trovare ingarbugliati come conseguenza della concezione
prevalentemente ideologico-imperialista che il Progetto socialista presenta riguardo
alla politica internazionale.

La Provvidenza ha donato alla Francia una posizione tale, fra le nazioni


dell'Occidente, che i problemi e i conseguenti dibattiti che sorgono in essa,
corrispondono nella maggioranza dei casi a problemi universali. Il genio francese,
agile nel prendere coscienza, lucido nel pensare, brillante nell'esprimere, sa discutere
questi problemi ad un livello che li collega, in numerose congiunture storiche, ai
pensieri universali della mente umana. Cosicché, occupandosi della situazione attuale
della Francia, le società che sottoscrivono questo Messaggio si rendono chiaramente
conto di come molte questioni ora in stadi di fermentazione vari nei loro paesi
potranno venir affrettate, o persino trascinate verso un punto critico in seguito alla
ripercussione mondiale di ciò che può succedere nella Francia in questi prossimi
mesi (cfr. I, n. 4). Una ragione di più per affermare che presentemente il socialismo
autogestionario crea gravi prospettive non solo per la Francia ma per il mondo intero.
Il glorioso avvenire della Francia secondo San Pio X

Ci è gradito concludere queste considerazioni supplicando la Madonna, Mediatrice


Universale delle Grazie, affinché confermi con i fatti le parole di risonanza profetica
del santo ed insorpassabile Pontefice San Pio X, che concernono la Francia: "Verrà
un giorno, e speriamo non molto lontano, in cui la Francia, come Saulo sulla via di
Damasco, sarà circonfusa da una luce dall'alto, e udrà una voce, che le ripeterà: 'O
figlia, perché mi perseguiti?' E rispondendo essa: 'Chi sei tu, o Signore?, la voce
soggiungerà: 'Io sono Gesù, che tu perseguiti; dura cosa è per te il ricalcitrare contro
il pungolo, perché colla tua ostinazione rovini te stessa'. Ed essa tremante ed attonita
dirà: 'Signore, che vuoi ch'io faccia'? Ed Egli: 'Levati su, lavati dalle brutture che ti
hanno deturpata, risveglia nel seno gli assopiti sentimenti e i patti della nostra
alleanza e va, figlia primogenita della Chiesa, nazione predestinata, vaso di elezione,
a portare, come per il passato, il mio nome dinanzi a tutti i popoli e ai re della terra' "
(Allocuzione Consistoriale Vi Ringrazio, del 29 novembre 1911, in Acta Apostolicae
Sedis, Typis Poliglottis Vaticanis, Roma, 1911, p. 657).

"Alla fine il mio Cuore Immacolato trionferà", così la Madonna ha promesso a


Fatima. È questo ciò che Le chiediamo per la Francia e per il mondo.

Nel 64° anniversario dell'ultima Apparizione della Madonna a Fatima

San Paolo, 13 Ottobre 1981

American Society for the Defense of Tradition, Family and Property


Association Française pour la Défense de la Tradition, de la Famille et de la Propriété
Centro Cultural Reconquista (Portogallo)
Jóvenes Bolivianos pró Civilización Cristiana
Sociedad Argentina de Defensa de la Tradición, Familia y Propiedad
Sociedade Brasileira de Defesa da Tradição, Família e Propriedade
Sociedad Chilena de Defensa de la Tradición, Familia y Propiedad
Sociedad Colombiana de Defensa de la Tradición, Familia y Propiedad
Sociedad Cultural Covadonga (Spagna)
Sociedad Ecuatoriana de Defensa de la Tradición, Familia y Propiedad
Sociedad Uruguaya de Defensa de la Tradición, Familia y Propiedad
Sociedad Venezolana de Defensa de la Tradición, Familia y Propiedad
Young Canadians for a Christian Civilization