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ALCUNE PIANTE TESSILI

Canapa (Cannabis sativa)

Pianta erbacea annuale caratterizzata da un fusto eretto, robusto e leggermente peloso, la


canapa è dotata di foglie con picciolo lungo fino a 5 cm e con lamina suddivisa in 5-11
foglioline di forma lanceolata e acuminate all’apice.
Di norma, tale pianta fiorisce nel periodo giugno-settembre e forma fiori unisessuali:
quelli maschili sono giallo-verdastri e si riuniscono in infiorescenze a pannocchia, mentre
quelli femminili sono verdastri e formano piccoli agglomerati alla base delle foglie superiori.
È da notare che i due tipi di fiori appaiono su esemplari diversi.
I frutti della canapa sono detti nucule e presentano una superficie lucida di colore
grigiastro.

La maggior parte degli studiosi ritiene che la canapa sia originaria dell’Asia centrale.
Scientificamente, tale pianta è conosciuta come Cannabis sativa, denominazione attribuita
nella seconda metà del XVIII da Linneo.
Il problema relativo al numero di specie del genere Cannabis è abbastanza complesso.
Nella prima metà del XX secolo, la maggior parte dei botanici riteneva che a tale genere
appartenessero tre diverse specie: Cannabis sativa, la specie che fornisce la fibra tessile
ricavata dal floema, Cannabis indica, la specie da cui si ricavano sostanze stupefacenti, e
Cannabis ruderalis. In tempi recenti, si ritiene in prevalenza che esista una sola specie molto
variabile, Cannabis sativa, comprendente le due sottospecie sativa e indica, entrambe con
numerose varietà.
L’utilizzazione della canapa per la produzione di fibre tessili risale ad epoche
antichissime; una testimonianza in tal senso è rappresentata dal ritrovamento, nell’isola di
Taiwan, di resti di corde fabbricate con fibre di canapa che risalgono a più di 10.000 anni fa.
In Asia, tale pianta era conosciuta ed utilizzata già molti anni prima di Cristo. In Oriente
infatti, accanto al fiorente mercato della seta impiegata per stoffe pregiate c’era quello
altrettanto diffuso dei tessuti di canapa.
In numerosi testi cinesi risalenti ad epoche assai antiche, sono state ritrovate
testimonianze sull’uso della canapa per la fabbricazione di tele e tracce di antichi tessuti sono
persino stati reperiti in alcune tombe.
Molti studiosi ritengono che furono gli Sciiti ad introdurre la canapa in Europa in tempi
assai remoti, forse addirittura intorno al 1500 a.C., in occasione delle migrazioni verso le foci
del Danubio e in Asia minore.
L’uso di tale pianta fu diffuso presso numerose civiltà del Mediterraneo, tra cui quella
romana. Anche se a Roma e nei territori posti sotto il suo dominio la pianta tessile
maggiormente apprezzata era il lino, non è possibile trascurare l’uso della canapa da parte dei
Romani. Questi ultimi adoperavano i prodotti forniti da tale pianta in special modo per
realizzare cordami per le loro navi, in particolare per quelle presenti nel porto di Miseno. Gli
abitanti di questa città erano dei veri esperti nella lavorazione della canapa; tra l’altro, dopo la
distruzione di Miseno ad opera dei Saraceni, essi avrebbero portato questa loro attività a
Fratta, città fondata nell’850 d.C.
Numerosi autori latini citarono la pianta della canapa nelle loro opere; tra essi, è possibile
ricordare Palladio e Columella, che menzionarono tale pianta nei loro trattati sull’agricoltura,
e Plinio che la citò nella sua monumentale opera Naturalis Historia.
Dopo la caduta dell’impero romano, la coltivazione della canapa in Europa e la sua
lavorazione per ricavarne tessuti e corde proseguirono. In particolare, i prodotti di tale pianta
furono utilizzati sia per ottenere tessuti pregiati, sia per fabbricare le vele delle imbarcazioni.
Almeno sino agli inizi del 1900 la canapa fu ampiamente coltivata ed utilizzata.
L’importanza di tale pianta per l’economia di alcune regioni europee è sottolineata dal fatto
che in alcuni periodi gli agricoltori potevano pagare all’erario parte delle tasse in canapa.
Per quanto riguarda l’Italia, solo dal 1300 la coltivazione della canapa si diffuse
estesamente nella maggior parte delle regioni, assumendo le caratteristiche di un’attività di
tipo industriale. Con il passare del tempo, la coltura di tale pianta nel nostro paese si
intensificò notevolmente, tant’è vero che fino al 1930 l’Italia rappresentava il secondo
produttore di canapa al mondo per uso tessile, dopo la Russia, e il quarto paese al mondo per
estensione delle coltivazioni, con i suoi 100.000 ettari coltivati a canapa. Inoltre, con i semi di
questa pianta, che possiedono elevate proprietà nutritive, si ottenevano mangimi utilizzati per
l’allevamento di animali, in particolare uccelli, altri svariati sottoprodotti alimentari nonché
oli alimentari e non.
La Campania ha rappresentato una delle regioni in cui la canapa era coltivata più
estesamente. Ad ogni modo, il mancato ammodernamento dei mezzi di lavorazione e
l’introduzione di altri tipi di fibre (nonchè i divieti dovuti alla presenza nella pianta di
sostanze psicoattive) causarono un rapido declino dell’arte canapiera in Campania, culminato
con la scomparsa delle coltivazioni di tale pianta negli anni ’70 del secolo scorso.

Solo dagli anni a cavallo tra la fine del XX e l’inizio del XXI secolo è nuovamente
possibile coltivare tale pianta. In particolare, una norma comunitaria del 2001 ha stabilito le
varietà di Cannabis sativa che possono essere messe in coltura, ovviamente tutte con un
bassissimo livello di tetraidrocannabinoli (THC).

La coltivazione e la lavorazione della canapa


La coltivazione della canapa era preceduta dalla lavorazione del terreno, che veniva
sottoposto ad aratura; durante questo procedimento, era effettuato anche il sovescio, al fine di
arricchire il substrato di azoto. Successivamente, si livellava il terreno per evitare la
formazione di pozzanghere; dopo un breve periodo di riposo, venivano tracciati i solchi per la
semina.
La semina della canapa, effettuata nel mese di marzo, era eseguita a mano. Solitamente,
erano utilizzati 10 kg di semi per ogni moggio (circa 3333 m2).
Durante lo sviluppo degli esemplari, erano effettuate le operazioni di sarchiatura, al fine di
rendere soffice il terreno e di eliminare le erbe infestanti attorno alle piante di canapa in
crescita.
Circa 120 giorni dopo la semina, era effettuata la raccolta delle piante. Queste ultime
erano estirpate e distese sul terreno, ove erano lasciate per qualche giorno ad essiccare, e
successivamente, mediante battitura o forte scuotimento degli esemplari, erano private delle
foglie. Gli steli così ottenuti erano poi legati tra loro nella parte apicale e in quella basale a
formare fasci, detti “mattole”, ognuno dei quali era privato delle estremità.
Nei centri di macerazione, le “mattole” erano disposte in strati sovrapposti a formare
strutture galleggianti dette “barche” o “pile”. Queste ultime erano immerse in acqua mediante
zavorre costituite da pietre calcaree. L’intero processo di macerazione durava circa 7 giorni ed
era effettuato in vasche profonde circa 1,5 m o in canali molto più ampi denominati “lagni”.
La fibra che si otteneva dalla canapa macerata nelle vasche era più pregiata.
Dopo la macerazione, le “mattole” imbibite d’acqua erano messe ad essiccare in un’area
assolata. Per facilitare tale processo, esse venivano disposte verticalmente e slegate in basso,
assumendo una forma simile a quella delle capanne dei Pellerossa. Dopo l’essiccamento, le
“mattole” ricomposte erano pronte per l’estrazione della fibra.
Per l’estrazione delle fibre, gli steli di canapa macerati ed essiccati erano sottoposti ad un
processo detto stigliatura o decanapulazione. Tale operazione era effettuata mediante un
attrezzo denominato stigliatrice manuale o macennola e consisteva nella separazione delle
fibre vere e proprie dai cosiddetti “canapuli”, ossia i residui legnosi. I fasci in canapa erano
posti nell’incavo della parte fissa della stigliatrice, mentre la parte mobile sovrastante era fatta
ricadere su di essi, in modo da spezzarne la parte legnosa e allontanarla dalle fibre.
Con l’introduzione delle stigliatrici meccaniche, avvenuta poco dopo la metà del XX
secolo, tale fase della lavorazione della canapa subì una meccanizzazione.
I canapuli ottenuti dalla stigliatura erano usati sia per la produzione di cellulosa e carta, sia
come combustibile.
Dopo la stigliatura, le fibre erano sottoposte a spatolatura, per eliminare le impurità;
successivamente, esse erano inviate ai consorzi statali per le successive fasi di lavorazione.
Queste ultime iniziavano con la pettinatura, durante la quale le fibre spatolate erano fatte
passare su di un attrezzo a forma di pettine ed erano quindi rese ancor più lisce e private delle
impurità residue; il sottoprodotto di tale fase di lavorazione era rappresentato dalla cosiddetta
stoppa, consistente in fibre spezzate o aggrovigliate che erano solitamente adoperate per
fabbricare carta e cordami.
Le fibre pettinate venivano sottoposte ad un’ulteriore operazione: la filatura, talvolta
eseguita meccanicamente ma quasi sempre realizzata a mano mediante un fuso. In tal modo,
si ottenevano i cosiddetti filati, destinati alle operazioni di tessitura svolte mediante un telaio a
mano oppure meccanico.

Altri prodotti forniti dalla canapa


Oltre che la fibra tessile, la canapa può fornire altri prodotti utili all’uomo. I semi di tale
pianta contengono proteine di elevato valore biologico; per tale motivo, essi sono stati
proposti come alimento nei paesi in via di sviluppo. Inoltre sono usati per l’alimentazione dei
volatili e, dopo l’estrazione dell’olio, il residuo può essere adoperato per l’alimentazione del
bestiame.
L’olio di canapa, contenuto nei semi nella percentuale del 30-40%, può essere adoperato
in campo industriale, principalmente nella realizzazione di vernici, saponi, cere, cosmetici,
detersivi e lubrificanti di precisione.
Un’altra importante materia prima fornita dalla canapa è rappresentata da alcuni
sottoprodotti risultanti dalle fasi di lavorazione per l’ottenimento della fibra. La stoppa può
essere adoperata per fabbricare carta di buona qualità, sottile e resistente, mentre i canapuli
potrebbero essere usati per produrre carta di uso corrente, come ad esempio quella di giornale.
È da ricordare che sino al XIX secolo tali sottoprodotti sono entrati nella costituzione della
carta.
L’utilizzazione della stoppa e dei canapuli ricavati dagli esemplari di canapa nella
fabbricazione della carta potrebbe comportare alcuni vantaggi, tra cui l’enorme produttività in
massa vegetale di tale pianta, che potrebbe fornire una grande quantità di materia prima, e la
bassa percentuale di lignina rispetto al legno degli alberi.
Attualmente le grandi cartiere utilizzano solo il legname degli alberi per fabbricare carta.
Il processo per ottenere le microfibre pulite di cellulosa, e quindi la pasta per la carta, prevede
l’uso di grandi quantità di acidi che servono per sciogliere il legno. Tale operazione, costosa
ed inquinante, non sarebbe necessaria per ottenere carta dalle stoppe di canapa e sarebbe assai
ridotta nel caso in cui si adoperassero i canapuli. Infine, è da sottolineare che i residui della
canapa sono di colore biancastro e la carta ottenuta sarebbe già stampabile; per renderla
completamente bianca sarebbe sufficiente effettuare un trattamento al perossido di idrogeno
(acqua ossigenata).
Un altro campo in cui l’uso della canapa potrebbe essere rivalutato è quello medicinale. In
tal senso, questa pianta è stata adoperata per millenni contro disturbi e malattie di vario tipo;
attualmente, in alcuni paesi sono in corso ricerche per valutare l’effetto terapeutico della
canapa contro malattie di una certa gravità, come ad esempio la sclerosi multipla.

La canapa come pianta psicoattiva


Per il suo contenuto in tetraidrocannabinoli (THC), la canapa è stata sovente usata come
fonte di sostanze stupefacenti. Le prime testimonianze attendibili di tale utilizzazione sono
dovute ad Erodoto, il quale affermò che alcune popolazioni asiatiche, e in modo particolare
gli Sciiti, durante la fase di purificazione nelle cerimonie funebri ponevano i semi e le foglie
di tale pianta su pietre roventi; i fumi che si sprigionavano erano aspirati dai presenti che, in
stato alterato, credevano di vivere un’esperienza mistica.
L’utilizzazione della canapa come fonte di droga si perse nell’epoca greco-romana,
durante la quale tale pianta fu adoperata principalmente a scopo tessile.
Successivamente, anche gli Arabi considerarono Cannabis sativa una pianta di notevole
importanza, inizialmente sotto l’aspetto terapeutico e poi come fonte di droga e per fini
mistici; essi definivano tale specie “hashish”, ossia “erba”.
Si narra che nell’intento di opporsi al califfato di Bagdad allo scopo di ristabilire la
dinastia ismailita, un capo guerriero di origine persiana fondò nell’XI secolo una setta, che fu
definita dagli hasheshins o assassini giacchè i suoi adepti consumavano l’hashish. Tale setta
ha occupato un ruolo di grande importanza nel mondo musulmano e i suoi affiliati, in
particolare quelli che dovevano commettere delitti su commissione, adoperavano l’hashish
come eccitante e stimolante; è da allora che la parola “assassino” significa omicida.
L’uso dell’hashish si estese ben presto a tutto il mondo musulmano, fino a giungere in
India; successivamente, esso si diffuse anche in Africa, in Europa e in America. Nel Nuovo
Mondo, i primi paesi in cui si diffuse la coltivazione e l’uso di tale pianta furono Messico,
Cuba e Giamaica; inizialmente, la canapa fu adoperata per la cura delle malattie più svariate
come la depressione, il tetano, l’insonnia, la malaria, l’epilessia e l’asma. Solo nel 1937, una
legge federale degli Stati Uniti ha eliminato Cannabis sativa dal prontuario dei medicamenti
permessi.
Gli Europei avevano conosciuto gli effetti voluttuari di tale pianta per merito dei Crociati
di ritorno dalla Terra Santa. Successivamente, tale uso fu nuovamente introdotto nel
continente europeo dai soldati di Napoleone reduci dalla campagna d’Egitto. Con la riscoperta
dei suoi effetti, l’utilizzazione della canapa come droga si estese rapidamente in tutto il
continente europeo.
Attualmente, gli stupefacenti ricavati da Cannabis sativa rappresentano le sostanze
inebrianti più diffuse al mondo. Con il termine marijuana si indica un composto di parti
fiorali, foglie e piccoli ramoscelli grossolanamente polverizzati, contenente di solito lo 0,5-
5% di THC. L’hashish, che contiene il 5-15% di THC, è un prodotto ottenuto grattando le
particelle resinose della canapa.
Attualmente, sia l’hashish che la marijuana possono essere inalati, assunti assieme a dolci
o a pane, ingeriti con bevande come il tè in Oriente o con un vino denominato potaguaja in
America meridionale. L’hashish liquido o olio di hashish è stato anche iniettato, spesso con
gravi conseguenze.
Cotone (Gossypium spp.)

Pianta contraddistinta da un fusto legnoso, il cotone presenta foglie lobate, fiori rossi o
giallo pallidi e frutti a capsula, ognuno dei quali contenente da sei a otto semi avvolti da
abbondante peluria di natura cellulosica.
Coltivato sin dall’antichità in India, il cotone rappresenta attualmente la pianta tessile più
importante al mondo. È coltivato in circa 70 paesi e ha assunto una notevole importanza
economica non solo per i grandi produttori, come gli Stati Uniti e la Russia, ma anche per
molti paesi africani in via di sviluppo.
L’industria del cotone si è collocata in una posizione predominante nel commercio
mondiale sin dalla fine del XVIII secolo, quando la coltivazione di tale pianta, già praticata in
alcuni paesi latino-americani, fu avviata dall’Inghilterra nelle colonie dell’America
settentrionale, nelle cui piantagioni si ricorse al lavoro di schiavi africani.
Lo straordinario sviluppo delle fibre sintetiche, avvenuto verso la metà del XX secolo, ha
solo parzialmente condizionato lo sfruttamento di tale pianta, soprattutto per merito della
considerevole evoluzione sul piano tecnologico dell’industria di cotone.

La raccolta dei semi del cotone viene effettuata circa una settimana dopo la maturazione
delle capsule. Successivamente, nelle fabbriche si esegue la separazione della filaccia, ossia il
cotone grezzo commerciale, dai semi; le fibre, composte per il 95% da cellulosa, sono infine
cardate e pettinate in modo da eliminare tutte le impurità e sono così pronte per la filatura e la
tessitura.
Attualmente, le più vaste coltivazioni di cotone sono localizzate nel continente americano,
nonché in India, Cina, Egitto, Pakistan, Sudan ed Europa orientale. In Italia si hanno
coltivazioni di cotone in Sicilia.
È da sottolineare che il seme del cotone non costituisce un sottoprodotto di scarto. Il suo
contenuto in olio, pari a circa il 19%, lo rende particolarmente apprezzato in commercio;
inoltre, il suo residuo altamente proteico dopo l’estrazione dell’olio costituisce un importante
alimento per il bestiame.
A causa della presenza di una sostanza detta gossipolo, il seme del cotone è tossico per
l’uomo ma non per alcuni animali domestici come i ruminanti. Ad ogni modo, in tempi
recenti, sono state selezionate varietà coltivate di cotone con semi privi di gossipolo e
pertanto adatti anche all’alimentazione umana.

Sisal (Agave sisalana)

Per sisal si intende solitamente la fibra ricavata dalle foglie di alcune specie di Agave, in
particolare Agave sisalana. Quest’ultima è una pianta caratterizzata da foglie disposte in
rosetta, lunghe da 0,5 a 2 m e di forma lineare-lanceolata, ciascuna contenente più di 1000
fibre assai resistenti che si prestano alla fabbricazione di cordami, tappeti e sacchi.
Il sisal si estrae dalle foglie essiccate mediante macchine rompitrici o “scavezzatrici” e
“raspadori”, ossia macchine portanti un tamburo cilindrico con ferri a forma di L che, girando
velocemente, eliminano le parti carnose e legnose delle foglie, isolando i fasci di fibre. La
lunghezza di queste ultime consente una filatura meccanica e una tessitura più regolare
rispetto alle fibre di cocco, che a volte sono utilizzate assieme al sisal.
Recentemente, nonostante la concorrenza delle fibre sintetiche la produzione di sisal ha
subito un notevole incremento in Brasile e in alcuni paesi africani.