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Prima di dimostrare come l’ascolto della musica per pianoforte

doveva essere inteso a coltivare il centro emozionale e


facilitare il ricordo di sé, verrà mostrato come i Racconti e i
Movimenti si relazionano al lavoro sul centro intellettuale e
fisico. A causa dello stile linguistico unico di Gurdjieff,
i Racconti di Belzebù richiedono al lettore grande perseveranza
e concentrazione. Infatti Gurdjieff, nel rivedere costantemente
i Racconti, si preoccupò di rendere il testo sempre più difficile
da capire. Si sostiene qui che attraverso questo libro Gurdjieff
mirava a interrompere i modi abituali di pensare e leggere,
creando tensione nel lettore e facendo cessare i comportamenti
meccanici del centro intellettuale. È quindi un errore
considerare gli scritti di Gurdjieff come tentativi solo di
preservare il suo insegnamento in forma teorica, una visione
avanzata da Michel de Salzmann. Gurdjieff dimostrò un
interesse costante nel creare opportunità per gli studenti allo
scopo di farli lottare e affrontare i conflitti, in modo che
potessero comprendere i suoi insegnamenti in maniera
esperienziale, piuttosto che solo teoricamente. L’idea che la
pratica della lettura dei Racconti fosse intesa come un esercizio
esperienziale, e in definitiva di trasformazione spirituale, è
argomentata in modo creativo da Sophia Wellbeloved, che
mostra come le complessità semantiche e narrative
dei Racconti richiedano una forma di processo ermeneutico
volto a influenzare il “livello di essere del lettore”. Wellbeloved
afferma: “Se il lettore accetta di lottare con la sintassi, allora
entra in una relazione con Gurdjieff in cui accetta il valore del
testo; investe sforzi, e questa è una delle esigenze degli
insegnamenti di Gurdjieff”. Beekman Taylor propone un punto
simile quando riferisce che Gurdjieff parlava spesso
con “invenzioni estemporanee di parole e formulazioni
grammaticali – che rendevano la comprensione estremamente
difficile”. I Racconti mettono a confronto il lettore con un
arazzo di peculiari dispositivi linguistici come frasi lunghe una
pagina, sintassi non convenzionali e una narrativa tortuosa e
non lineare ricca di contraddizioni e metafore. Gurdjieff ha
anche impiegato un vocabolario alieno ricco di neologismi
come “Legominismo”, “Heptaparaparshinokh”,
“Triamazikamno” e “Vibroechonitanko”. Questi sono

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assemblaggi di sillabe tratte da una varietà di lingue, che
rappresentano il vocabolario “karatasiano” di Belzebù. Lo
studioso di Gurdjieff, David Pecotic, afferma giustamente in
relazione ai Racconti, che “l’invenzione di parole quasi
impronunciabili tratte dalle numerose lingue che conosceva,
combinata con la precisa tortura che applicava alla sintassi e
alla grammatica inglese, hanno un effetto singolare sul lettore
casuale, il più comune ovviamente è iniziare a leggere
qualcos’altro”. Lo psichiatra Anthony Storr descrive
il Belzebù come “deliberatamente oscuro e spesso
incoerente”, sostenendo che “al lettore sembra un sistema
psicotico delirante”. Storr prosegue suggerendo che Gurdjieff
fosse davvero affetto da un disturbo psicotico. Anche lo stesso
Gurdjieff dichiarò che solo con la terza lettura dei Racconti si
sarebbe cominciato a “tentare di scandagliare l’essenza dei
suoi scritti”, mentre il caporedattore dei Racconti, Alfred
Orage, dichiarò che sebbene il testo fosse “il più profondo… il
libro più illuminante che io abbia mai visto o che possa
immaginare… Gurdjieff sembrava piuttosto che l’avesse reso
maliziosamente, non difficile, ma impossibile da
comprendere”. Lo stile di prosa estremamente contorto di
Gurdjieff era una deliberata tecnica di insegnamento, e riflette
la tendenza tra gli esoteristi a impiegare il linguaggio in un
modo che mira a trasformare i lettori, facilitando la loro ascesa
a stati di consapevolezza più elevati. Nel contesto del sistema di
Gurdjieff, le sue manovre linguistiche idiosincratiche
dei Racconti, dovevano avere lo scopo di sfidare le abitudini
del centro intellettuale e scuotere o “sconvolgere” il lettore,
che avrebbe quindi potuto cominciare a leggere e pensare in un
modo nuovo e più consapevole. È interessante notare che i
dispositivi coreografici di Gurdjieff nei suoi Movimenti possono
essere paragonati ai dispositivi linguistici dei Racconti, poiché
entrambi avevano lo scopo di influenzare gli individui in modi
simili. Va notato che la seguente analisi si basa sulla mia
esperienza diretta dei Movimenti. I Movimenti sono
caratterizzati da un “vocabolario” estraneo di gesti insoliti e
simbolici del corpo, spesso posti in sequenze imprevedibili.
Questo funziona per sovvertire i propri modi abituali di
muoversi e per facilitare l’osservazione di sé. La celebre

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istruttrice di Movimenti, Marthe de Gaigneron, ha descritto i
Movimenti in un modo che vale anche per i Racconti: “È un
nuovo alfabeto corrispondente a un nuovo linguaggio, un modo
diretto di conoscere che permette al corpo di sentire la sua
meccanicità e, allo stesso tempo, lo prepara per ricevere altre
correnti di energia ancora inaccessibili. Nuovi atteggiamenti,
derivanti da un diverso ordine interiore, iniziano a sfidare un
intero repertorio di reazioni automatiche profondamente
radicate. La maggior parte dei movimenti richiede che i
praticanti eseguano sequenze di gesti fisici che non sono
familiari al corpo. Ad esempio, gli arti devono essere piegati ad
angoli precisi e insoliti e i polsi e le dita devono essere
mantenuti insolitamente dritti. Questi gesti spesso non fluiscono
da uno all’altro, ma cambiano bruscamente. Ciò è
particolarmente impegnativo nei Movimenti che richiedono che
i praticanti siano posizionati nel canone, dove non possono
imitare o fare affidamento sugli altri ma devono operare in
modo indipendente, astenendosi dal perdere il proprio posto
vitale nella fila. I canoni si verificano in una serie di movimenti,
come “Moltiplicazione 13”, “Moltiplicazione 15”, “Lettere
greche”, “Preghiera femminile”, “Enneagramma maschile” e
“I grandi sette”. Alcuni Movimenti come i “Poliritmi” e il
primo degli “Obbligatori”, richiedono la coordinazione
simultanea di una serie separata di gesti nelle braccia, gambe e
testa, una sensazione del tutto insolita per il corpo. In altri
Movimenti le sequenze di gesti delle braccia e delle gambe, che
devono essere eseguite contemporaneamente, sono di lunghezza
diversa. Questo è il caso del n. 11 e del n. 30 della serie 39 e di
“Sacred Dance”. In quest’ultimo, una sequenza con le gambe
lunga otto battute viene eseguita contro una sequenza con le
braccia lunga dodici battute, che si rivela difficile, in quanto le
gambe e le braccia devono muoversi come entità
completamente indipendenti e non collegate. Ci sono anche
Movimenti che richiedono il conteggio, o la ripetizione di frasi
o parole in diverse lingue, come russo, greco, latino, francese,
tibetano e inglese, assicurando che l’attenzione sia focalizzata e
che il corpo e la mente lavorino in sinergia. Infine, i Movimenti
spesso distruggono le aspettative; gli schemi delle pose
cambiano imprevedibilmente in modo tale che la propria

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naturale inclinazione a muoversi in un certo modo su un
particolare ritmo della musica viene interrotta. Nel primo degli
“Obbligatori” si richiede di rimanere completamente fermi sul
primo accordo forte di ogni sequenza, dove l’istinto su questo
accordo è invece quello di muoversi. Questi strumenti
coreografici richiedono che i praticanti si muovano in modi a
loro estranei, richiedendo strenua attenzione, pazienza e sforzo.
È qui postulato che lo scopo finale di questi strumenti era
quello di facilitare il ricordo di sé sfidando le solite modalità
meccaniche di movimento del corpo. In altre parole, i
Movimenti impediscono ai praticanti di compiere gesti fisici
abituali, il che significa che potrebbero essere
temporaneamente sollevati dallo stato di identificazione simile
al sonno che di solito accompagna questi gesti abituali. Nei
momenti in cui si è sollevati da questa identificazione, il ricordo
di sé è facilitato. Gurdjieff si riferiva al ricordo di sé come a
uno “shock” artificiale, o esterno – al di fuori dei modi
meccanici e abituali di vivere tipici dell’identificazione.

Fonte: Gurdjieff and Music: The Gurdjieff/De Hartmann Piano Music


and Its Esoteric Significance – Johanna J. M. Petsche

LIBRI SULLA QUARTA VIA DI GURDJIEFF