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Si fa presto a dire “no vax”

Per allargare le campagne vaccinali molti esperti


suggeriscono un approccio che tenga conto
dell'eterogeneità delle giustificazioni e delle
preoccupazioni di chi non ha ancora aderito

Un centro vaccinale a Belgrado, in Serbia, il 20 marzo 2021 (Vladimir Zivojinovic/Getty Images)

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Tra gli epidemiologi è opinione largamente condivisa che una copertura


vaccinale più estesa allʼinterno della popolazione, in qualsiasi paese,
avrebbe limitato e limiterebbe in generale la circolazione del coronavirus,
mitigando gli effetti della diffusione della variante delta. I vaccini si sono
dimostrati molto efficaci nel proteggere le persone dalle forme gravi della
COVID-19, che causano ricoveri in terapia intensiva e decessi. Anche il
rischio di infezione viene significativamente ridotto, sebbene i rari casi di
infezione da variante delta tra i vaccinati abbiano mostrato – in alcuni
studi valutati dai CDC – capacità di diffondere il virus forse analoghe a
quelle degli infetti non vaccinati.

A fronte di un recente rallentamento delle campagne vaccinali in diversi


paesi, una parte dellʼopinione pubblica, della comunità scientifica e della
politica – sia in Europa che negli Stati Uniti – si è chiesta nelle ultime
settimane quanto dello scenario attuale della pandemia sia più o meno
direttamente legato alla persistente riluttanza di molte persone a ricevere
un vaccino. Nelle ultime settimane la percentuale di popolazione
completamente vaccinata nei paesi dellʼUnione Europea ha peraltro
superato quella negli Stati Uniti, che erano stati assai più avanti con la
campagna nella prima metà del 2021 e dove oggi solo il 50 per cento
circa della popolazione risulta completamente vaccinata. «Cʼè soltanto
una cosa che sappiamo per certo: se quei milioni di persone si
vaccinassero, ci troveremmo in un mondo molto diverso», ha detto il
presidente americano Joe Biden.

– Leggi anche: Breve storia dei no vax

Parallelamente alle preoccupazioni relative alle possibili conseguenze di


una insufficiente vaccinazione della popolazione, è cresciuta negli ultimi
tempi – più che allʼinizio della pandemia – una consapevolezza diffusa
della vastità e complessità del fenomeno sociale che porta le persone a
rifiutare o rimandare il vaccino. Ed è ormai abbastanza condivisa tra gli
addetti ai lavori lʼopinione che rivolgersi a quelle persone attraverso
comunicazioni generiche formulate pensando ai cosiddetti no vax sia il
modo sbagliato di affrontare il problema.

«Ci sono quasi tante ragioni per lʼesitazione e il rifiuto del vaccino quanti
sono gli americani non vaccinati», ha scritto sul New York Times la
giornalista scientifica Apoorva Mandavilli, che ha chiarito la necessità e
lʼurgenza di coinvolgere quelle persone nella vaccinazione.

«Ogni persona infetta, in qualsiasi parte del mondo, offre al coronavirus


unʼaltra opportunità di trasformarsi in una nuova variante. Più infezioni ci
sono a livello mondiale, più è probabile che si presentino nuove varianti»,
ha sintetizzato Mandavilli. Questa difformità nella vaccinazione si
ripercuote a sua volta sul tipo e sulla quantità di misure che rischiano di
rendersi nuovamente necessarie nel tentativo di limitare la circolazione
del virus, tra le quali lʼobbligo di indossare le mascherine al chiuso o la
chiusura dei luoghi di lavoro e delle scuole.

Le divisioni politiche e sociali


Secondo il New York Times, una parte della responsabilità di queste
esitazioni negli Stati Uniti è da rintracciare nella ritrosia dei leader
conservatori, spesso Repubblicani, a manifestare apertamente il proprio
sostegno ai vaccini. Un fenomeno che si è verificato analogamente in
Italia, dove i leader dei partiti di destra Lega e Fratelli dʼItalia, che
secondo i sondaggi hanno insieme circa il 40 per cento dei consensi, non
hanno rivolto inviti espliciti a sottoporsi al vaccino, né hanno condiviso
pubblicamente i momenti in cui lo hanno ricevuto in prima persona.
Ma non esiste una sola ragione per cui così tante persone non sono
ancora vaccinate, e la disinformazione – un fenomeno che sui social
media segue dinamiche ancora più specifiche e complesse – proviene da
più parti del sistema sociale e culturale. Del 39 per cento degli adulti non
vaccinati negli Stati Uniti, circa la metà afferma di non essere per niente
disposta a fare un vaccino, ma allʼinterno di quello stesso gruppo cʼè chi
afferma che alla fine lo farebbe se diventasse obbligatorio.

In Italia, secondo un recente sondaggio condotto dallʼistituto di


statistica Ipsos per il Corriere della Sera, su un campione di mille persone
– vaccinate e non vaccinate – intervistate tra il 27 e il 29 luglio, il 7 per
cento delle persone si dichiara contrario al vaccino e il 10 per cento si
dice indeciso. A novembre 2020 le persone contrarie erano il 14 per
cento e quelle indecise il 42 per cento. Considerando soltanto le persone
non vaccinate, la percentuale di quelle che dichiarano che non faranno il
vaccino, da novembre, è salita dal 14 al 24 per cento, e quella delle
persone che assicurano che lo faranno è scesa dal 38 al 21 per cento.

In un recente sondaggio condotto dalla Kaiser Family Foundation in


collaborazione con il New York Times, il 46 per cento degli americani non
vaccinati che si considerano nella categoria degli “attendisti” sostiene
che smetterebbe di aspettare se potesse farsi fare lʼiniezione dal proprio
medico di fiducia. E il 41 per cento dice che prenderebbe una decisione
nel caso in cui il vaccino diventasse obbligatorio per viaggiare in aereo.
vaccino new york

Un centro vaccinale mobile a Brooklyn, New York, il 30 luglio 2021 (Spencer Platt/Getty
Images)

Esistono differenze sostanziali tra vaccinati e non vaccinati determinate


anche da fattori socioeconomici, ha spiegato al New York Times Richard
Besser, ex direttore ad interim dei Centers for Disease Control nel 2009,
durante la presidenza di Barack Obama. In New Jersey, dove Besser vive,
il 75 per cento degli adulti di Princeton, un comune formato
prevalentemente da residenti bianchi, è vaccinato. A Trenton, che dista
una ventina di chilometri da Princeton ed è formato prevalentemente da
afroamericani e latini, è vaccinato soltanto il 45 per cento della
popolazione adulta. Ed entrambe le aree sono considerate parte
dellʼelettorato dei Democratici, ha fatto notare Besser, indebolendo in
parte la tesi delle motivazioni politiche alla base delle differenze tra
persone vaccinate e non vaccinate.

Per quanto riguarda lʼItalia, il sondaggio di Ipsos per il Corriere della Sera
indica che, sotto il profilo economico, i contrari al vaccino rappresentano
lʼ11 per cento della popolazione con un reddito elevato, il 5 per cento di
quella con un reddito medio e lʼ8 per cento di quella a basso reddito. Sul
piano delle preferenze politiche, le percentuali più alte di contrari al
vaccino sono tra le persone che si dichiarano elettori della Lega (14 per
cento) e di Fratelli dʼItalia (10 per cento), mentre le percentuali più alte di
indecisi sono tra gli elettori di Forza Italia e dei partiti minori di
centrodestra.

Tra i favorevoli al vaccino, secondo Ipsos, prevalgono i laureati, gli elettori


di centrosinistra e le persone che si informano attraverso i quotidiani.
«Qui si nota una differenza chiara rispetto ai no vax e agli attendisti, che
per il 30 per cento si informano sui social, dove il confronto è anzitutto
con chi la pensa come te», ha detto il sondaggista e amministratore
delegato di Ipsos Italia Nando Pagnoncelli.

Quello dei non vaccinati è un problema che però va oltre la


disinformazione e oltre la polarizzazione del dibattito, ha scritto
lʼEconomist in un recente articolo, sostenendo che ci sarebbe meno
scetticismo intorno al vaccino se le persone avessero in generale una
migliore comprensione delle questioni relative alla salute. «Abbiamo fatto
veramente fatica con lʼalfabetizzazione sanitaria nel corso degli anni, non
è una novità. E questo problema esisteva, nel nostro stato, da molto
prima della precedente amministrazione», ha detto la specialista di
medicina interna, malattie infettive e geriatria Jennifer Dillaha, a capo del
Dipartimento della Salute in Arkansas.

– Leggi anche: Come fare con chi non vuole vaccinarsi

LʼArkansas è uno degli stati americani con la più bassa percentuale di


popolazione vaccinata e tra i più interessati da una recente ondata di
contagi. Dillaha esclude che la «colpa» sia un concetto utile, per
affrontare il problema delle persone che non si vaccinano. Ritiene
piuttosto che siano lʼistruzione e lʼassistenza sanitaria i fattori
fondamentali da tenere in considerazione per superare la disinformazione
e migliorare la salute generale degli Stati Uniti. «Nessuno sceglie di non
farsi vaccinare perché vuole prendere una decisione sbagliata per sé
stesso», ha detto.

Gli stati americani con più infezioni da COVID-19, fa notare lʼEconomist,


sono anche quelli con le popolazioni meno sane in generale. Secondo
dati dei CDC, circa due americani adulti su cinque sono obesi, le malattie
cardiache sono la causa di una morte su quattro, e circa una persona su
dieci soffre di diabete di tipo 2. Gli stati americani con le più alte
incidenze di queste malattie sono tendenzialmente anche quelli con gli
attuali tassi di vaccinazioni più bassi. A questi problemi, prosegue
lʼEconomist, se ne aggiunge uno più ampio relativo allʼaccesso
allʼassistenza sanitaria: un americano adulto su otto dichiara di non
essere andato da un medico lʼanno scorso a causa del costo della visita.

Lʼesitazione nei paesi meno ricchi


Mentre decine di paesi per lo più ricchi, inclusi gli Stati Uniti e la maggior
parte dei paesi europei, hanno somministrato oltre 100 dosi di vaccino
ogni 100 abitanti, molti altri paesi – principalmente in Africa – sono al di
sotto della soglia delle 5. «I governi ricchi non dovrebbero dare priorità
alla somministrazione di terze dosi quando gran parte del mondo in via di
sviluppo non ha ancora avuto la possibilità di ricevere i primi vaccini
contro la COVID-19», ha detto Kate Elder, consulente per le politiche sui
vaccini dellʼorganizzazione non governativa Medici Senza Frontiere.

– Leggi anche: La variante delta accentua le disuguaglianze tra paesi sui


vaccini

Secondo uno studio pubblicato di recente sulla rivista scientifica Nature


Medicine e condotto da un gruppo di ricercatori provenienti da vari e
autorevoli istituti e università del mondo, la predisposizione ad accettare
il vaccino contro la COVID-19 è significativamente più alta nei paesi a
basso e medio reddito che in quelli più ricchi. La ricerca è basata su
sondaggi telefonici condotti tra giugno 2020 e gennaio 2021– quindi in un
periodo precedente la distribuzione massiccia di vaccini – su oltre 44 mila
persone negli Stati Uniti, in Russia e in dieci paesi a basso e medio
reddito in Asia, Africa e Sudamerica (Low-to-Middle-Income Country,
LMIC). I ricercatori hanno chiesto alle persone intervistate della loro
disponibilità a ricevere un vaccino, quali fossero le loro eventuali
preoccupazioni e quali ritenessero le fonti più affidabili di informazione
sui vaccini.

Ragionando sui dati provenienti da diversi paesi del mondo, la speranza è


di passare «da politiche basate su intuizioni a politiche basate sulle prove
di fatto», ha detto lʼepidemiologo Saad Omer, direttore dello Yale Institute
for Global Health e uno degli autori dello studio. Le risposte hanno
rivelato atteggiamenti estremamente differenti, da paese a paese. Lʼ80,3
per cento delle persone nei paesi LMIC ha espresso la propria volontà di
ottenere il vaccino una volta disponibile, contro il 64,4 per cento degli
americani e il 30,4 per cento dei russi, ritenuta dai ricercatori una
percentuale estremamente bassa e preoccupante (meno del 18 per cento
della popolazione in Russia ha ricevuto la vaccinazione completa).
vaccino madrid

Persone in attesa del vaccino fuori dallʼospedale Enfermera Isabel Zendal, a Madrid, il 7 luglio
2021 (AP Photo/Olmo Calvo, File)

I risultati dello studio pubblicato su Nature Medicine suggeriscono che


dare la priorità nella distribuzione dei vaccini ai paesi in via di sviluppo,
dove è maggiore la disponibilità della popolazione a farsi vaccinare,
potrebbe salvare un maggior numero di vite umane e ridurre le possibilità
di nuove varianti. «Se lʼobiettivo è massimizzare la copertura vaccinale
mondiale, distribuire vaccini a paesi in Asia e Africa che attualmente non
li hanno sarebbe molto più facile ed economico che cercare di convincere
lʼultimo 30 per cento degli americani a farsi vaccinare», ha aggiunto un
altro degli autori dello studio, lʼeconomista dellʼUniversità di Yale Mushfiq
Mobarak.

I risultati del sondaggio non spiegano perché nei paesi più sviluppati ci
sia maggiore esitazione rispetto al vaccino, ma alcuni ricercatori hanno
comunque provato a formulare qualche ipotesi. «In molti paesi a basso e
medio reddito, la risposta alla pandemia, buona o cattiva, è stata una
risposta nazionale. Purtroppo, in molti paesi ad alto reddito, è stata una
risposta politica. E questo fa parte del gioco. Se politicizzi una risposta,
perdi metà del paese in un modo o nellʼaltro», ha detto Omer. Nei paesi
LMIC è inoltre più solida e storicamente più recente la memoria dei
fondamentali benefici tratti dalla popolazione in occasione delle
campagne di vaccinazione contro il morbillo e la poliomelite. «La gente
sa quali problemi può causare la mancata vaccinazione», ha detto
Mobarak.

– Leggi anche: Perché dopo il vaccino viene male al braccio

I ricercatori hanno infine fornito indicazioni tutto sommato rassicuranti in


merito al genere di ragioni più frequentemente addotte dalle persone
riluttanti a vaccinarsi, ragioni che non sembrerebbero particolarmente
radicate bensì relative a preoccupazioni specifiche riguardo agli effetti
collaterali o allʼefficacia dei vaccini. Secondo Mobarak, «sono
preoccupazioni razionali, non cose irrazionali del tipo “qualcuno sta
usando il vaccino per impiantarmi un chip”». «Non che le teorie del
complotto non siano importanti, né questo significa che non avranno un
ruolo in futuro. Ma sono le caratteristiche di base dei vaccini, a questo
punto, le cose di cui la gente sta parlando», ha aggiunto Omer.

La maggior parte delle persone intervistate, sia nei paesi LMIC che in
quelli più ricchi, ha poi riferito di ritenere gli operatori sanitari la fonte più
affidabile di informazioni sui vaccini, seguiti dal governo in alcuni paesi e
da amici e familiari in altri paesi. Ai personaggi famosi è stato invece
generalmente attribuito un minore potere di persuasione.

Le ragioni dei non vaccinati


Rhea Boyd, una pediatra della Bay Area a San Francisco e studiosa del
rapporto tra razzismo strutturale, iniquità e salute pubblica, ha sviluppato
in collaborazione con altre organizzazioni una campagna nazionale di
informazione chiamata The Conversation in cui operatori sanitari neri e
ispanici provano a rispondere alle domande più comuni riguardo ai
vaccini contro la COVID-19. In una recente intervista con lʼAtlantic, Boyd
ha contestato lʼidea che le persone non vaccinate siano persone avverse
al vaccino. Ha detto anzi che diverse domande poste da quel gruppo,
estremamente eterogeneo, sono le stesse domande che circolano tra le
persone vaccinate e riguardano principalmente la sicurezza dei vaccini.

«Se hai sentito di un grave effetto collaterale del vaccino e sei


preoccupato di correre quel rischio, probabilmente non stai
incoraggiando le persone intorno a te a farsi vaccinare», ha detto Boyd a
proposito di un paziente che aveva già ricevuto un vaccino Johnson &
Johnson e le aveva chiesto se fosse sicuro. Nei mesi scorsi, le
segnalazioni di problemi circolatori o neurologici, seppure rarissimi, in
persone che avevano fatto un vaccino J&J o AstraZeneca – entrambi
basati sugli adenovirus – avevano ricevuto una vasta copertura
mediatica, spesso prima che le agenzie incaricate potessero stabilire
possibili legami tra quei problemi e i vaccini.

– Leggi anche: Lʼimmunizzazione con due vaccini diversi, spiegata

In un centro vaccinale a Roma, a fine luglio, come riportato dal


Washington Post, molte persone in attesa di ricevere il vaccino si
descrivevano come persone precedentemente indecise. Tra le
motivazioni riferite cʼera la paura per i possibili effetti collaterali a lungo
termine, non abbastanza chiariti dagli studi sui vaccini secondo quelle
persone («non vogliono essere cavie da laboratorio», ha detto uno dei
medici del centro). Cʼerano anche lʼincertezza riguardo alla rapidità delle
procedure di autorizzazione dei vaccini, i dubbi derivanti dai racconti
aneddotici riferiti da amici e conoscenti, e la confusione generata dai
messaggi dei politici e dai titoli delle testate giornalistiche.

«Molte informazioni sui vaccini non sono di dominio pubblico. Non tutti
hanno accesso a Google. Questo illustra le linee di frattura preesistenti
nel nostro sistema sanitario, in cui le risorse, comprese le informazioni
credibili, non arrivano a tutti. Il divario informativo guida quello vaccinale,
e il linguaggio che incolpa “i non vaccinati” perde completamente di vista
questo punto cruciale», ha detto Boyd parlando del contesto americano.
Cʼè poi un problema di disponibilità a vaccinarsi più legato a contingenze
strutturali che non a volontà esplicite di non farlo. È il caso di persone che
non hanno a chi lasciare i figli o di altre che non hanno flessibilità con gli
orari al lavoro né congedi pagati, e secondo Boyd «queste barriere
esistono anche per le cure di base».

In Italia uno dei comuni con il più basso tasso di vaccinati è Fiumedinisi, in
provincia di Messina: solo il 38 per cento dei suoi circa 1.300 abitanti è
vaccinato, ma oltre a una parte di popolazione che lo stesso sindaco ha
definito «scettica» ci sono altre difficoltà: lʼhub vaccinale più vicino dista
oltre unʼora di auto, su strade peraltro poco agevoli. Secondo il sindaco
poi circa 200 persone sono guarite da poco – il comune era stato zona
rossa tra aprile e maggio per i molti casi – e quindi non possono ricevere
per ora il vaccino, visto che occorre aspettare almeno tre mesi.

Boyd ritiene in definitiva che unʼeccessiva parte della comunicazione


pubblica, anche da parte dei funzionari di governo, si sia concentrata sui
non vaccinati in termini di demonizzazione del loro presunto
antivaccinismo. Ritiene che in alcuni gruppi e minoranze della
popolazione la percentuale dei cosiddetti no vax sia irrilevante: «le
persone che stiamo davvero cercando di smuovere non lo sono». E
critica i discorsi che si riferiscono a quelle persone sottintendendo che se
non sono vaccinate, a questo punto, è in ogni caso per una loro scelta
deliberata, e che le descrivono come la ragione che allontana «il resto di
noi dalla normalità».
no pass vaccino francia

Manifestanti contrari alle limitazioni per i non vaccinati, a Parigi, il 17 luglio 2021 (Kiran
Ridley/Getty Images)

Anche nei casi in cui si abbia a che fare con degli antivaccinisti, prosegue
Boyd, il modo migliore per affrontarli probabilmente non è quello di
«sfidarli in uno contro uno», ma piuttosto provare a cambiare quello che
si può cambiare in ciò di cui parlano le persone intorno a loro. «Se ascolti
attraverso il tuo Facebook o da estranei in un negozio abbastanza storie
che rafforzano la scienza, questo renderà quello che stai dicendo meno
ragionevole e meno utile per te, e dimenticherai quelle convinzioni una
volta che non avrai bisogno di conservarle», ha detto Boyd.

Riguardo alle ragioni del suo ottimismo, Boyd ha suggerito di non trarre
conclusioni basate sulla valutazione del tipo di conversazioni e contenuti
che circolano sui social. AllʼAtlantic ha detto di aver tratto indicazioni
molto più incoraggianti dai suoi incontri faccia a faccia con persone
riluttanti o indecise sul vaccino. «La gente viene. Le persone arrivano in
gruppi. Sono disposte a essere vulnerabili. Hanno domande. E le loro
domande sono tutte domande per le quali abbiamo risposte», ha detto.

Quanto al principio di reintrodurre restrizioni e altre misure di contrasto


della pandemia, come il distanziamento fisico e le mascherine, Boyd la
ritiene una necessaria strategia di attenuazione dei contagi, lʼunica che
dia il tempo e la possibilità alle persone non ancora vaccinate di ricevere
le risposte che cercano, limitando nel frattempo la circolazione del virus.
«E possiamo andare veloci soltanto quanto le persone sono disposte ad
andare veloci», ha chiarito.

Le limitazioni per i non vaccinati


Altri analisti e commentatori credono che lo stato attuale della pandemia,
con una parte significativa della popolazione già vaccinata e unʼaltra non
ancora, richieda di adottare restrizioni specifiche e diverse rispetto a
quelle introdotte nelle prime fasi. E contestano le opinioni troppo
indulgenti ed empatiche nei confronti dei non vaccinati, ritenendo
controproducente quel tipo di lettura del fenomeno.

In un articolo sullʼAtlantic molto critico verso alcuni governatori


sostenitori di Donald Trump, intitolato “LʼAmerica vaccinata ne ha
abbastanza”, il giornalista conservatore ed ex collaboratore di George W.
Bush David Frum ha scritto che il governo federale dovrebbe usare i
propri poteri normativi e le proprie risorse per incoraggiare la
vaccinazione nello stesso modo in cui alcuni politici come Ron DeSantis,
governatore repubblicano della Florida, usano i loro poteri esecutivi per
scoraggiarla. Parte del problema, secondo Frum, è che molti legislatori
statali si adoperano per fornire protezioni e tutele ai non vaccinati,
impedendo per esempio che gli imprenditori possano richiedere ai loro
clienti di esibire un certificato di vaccinazione.

Alle autorità locali non resta quindi altra strada se non quella di
reintrodurre restrizioni rivolte a tutti, e Frum definisce questa situazione
un caso in cui la popolazione responsabile subisce le conseguenze di
decisioni sbagliate prese da altre persone, gran parte delle quali si
trovano in questo caso in stati repubblicani pro Trump.

Con lʼobiettivo esplicito di evitare questo genere di situazione – quella in


cui le misure di restrizione contro la pandemia sono estese
indiscriminatamente a tutta la popolazione – i governi di diversi paesi
europei discutono da tempo e stanno progressivamente introducendo
una serie di limitazioni per le persone non vaccinate. In Italia, dal 6
agosto, è necessario essere in possesso del cosiddetto “green pass” – il
certificato che attesta di aver ricevuto almeno una dose del vaccino, o di
essere risultati negativi a un test nelle 48 ore precedenti o di essere
guariti dalla COVID-19 da meno di sei mesi – per poter accedere in diversi
luoghi pubblici e privati al chiuso, tra cui ristoranti, cinema, teatri, palestre
e musei, e anche per poter accedere a stadi, sagre, congressi e grandi
eventi. «Non è un arbitrio, ma una condizione per tenere aperte le attività
economiche», ha commentato il presidente del Consiglio Mario Draghi.

In Francia, dove il vaccino è stato reso obbligatorio per alcune categorie,


sono state introdotte restrizioni per i non vaccinati simili a quelle
introdotte in Italia. La decisione è stata preceduta e seguita da una serie
di riflessioni sulle implicazioni etiche, politiche e sociali di tali misure, e in
particolare sul tipo di disparità che rischierebbero di replicare e
amplificare a partire da disparità già esistenti nellʼaccesso alle cure. Ad
alimentare il dibattito, al netto degli estremismi, è il dubbio che allo stato
attuale non siano garantite nella società le condizioni affinché tutta la
popolazione possa compiere quella che le norme inquadrano come una
scelta individuale ritenuta responsabile.

Negli Stati Uniti, unʼattenzione specifica nel dibattito si è recentemente


concentrata sul bisogno o meno di rendere obbligatoria la presentazione
di un certificato di vaccinazione per viaggiare in aereo. Misure di questo
tipo «sarebbero realizzabili e legali, e diffonderebbero il messaggio
riguardo a ciò che le persone dovrebbero fare, allo stesso modo in cui lo
fanno le sanzioni contro la guida in stato di ebbrezza, lʼevasione fiscale e
le ingiuste discriminazioni sul posto di lavoro», ha scritto Frum, autore
dellʼarticolo sullʼAtlantic, sostenendo la necessità di introdurre particolari
limitazioni per i non vaccinati.

Ne ha scritto anche lʼanalista Juliette Kayyem, ex editorialista del Boston


Globe ed esperta di sicurezza nazionale con incarichi di governo durante
la presidenza di Barack Obama, che descrive il governo federale come
lʼunico ente che possa regolamentare i termini e le condizioni della
sicurezza delle compagnie aeree. Impedire alle persone non vaccinate di
prendere un aereo, secondo Kayyem, contribuirebbe prima di tutto a
limitare il rischio di trasmissione del virus nelle destinazioni in cui
viaggiano quelle persone. Inoltre, nella misura in cui questa norma
determinerebbe privilegi per le persone vaccinate, potrebbe contribuire a
incrementare i tassi di vaccinazione stagnanti.

– Leggi anche: La morale du Green Pass

In Italia, lʼannuncio del governo sullʼintroduzione del “green pass”, giovedì


22 luglio, è stato seguito da un incremento rilevante delle richieste di
prenotazione dellʼappuntamento per il vaccino nei giorni successivi alla
conferenza del presidente Draghi. «Oggi abbiamo registrato un
incremento delle prenotazioni che va da un +15 a un +200 per cento a
seconda delle regioni. In Friuli Venezia Giulia abbiamo registrato un
+6.000 per cento», aveva detto venerdì 23 luglio il commissario
straordinario per lʼemergenza coronavirus Francesco Figliuolo.

Commentando questi effetti dellʼintroduzione dei pass vaccinali,


il Washington Post ha sottolineato il fatto che queste misure aggirino la
discussione riguardo allʼobbligatorietà del vaccino, dal momento che
prevedono anche la possibilità di avere un certificato attraverso lʼesito di
un test o la dimostrazione di unʼavvenuta guarigione.

Quello che sta accadendo, secondo Kayyem, è che le istituzioni stanno


progressivamente spostando gli oneri sulle persone non vaccinate,
negando loro lʼaccesso a determinati spazi, chiedendo loro di sottoporsi
regolarmente ai test sul coronavirus e addebitando loro il costo di quei
test, anziché imporre oneri a tutti. In questo modo viene ancora data la
possibilità di non vaccinarsi, ma questo comporta la rinuncia a
determinati benefici. «Nessuno ha il diritto costituzionale di andare a
vedere Il Re Leone a Broadway o di lavorare alla Disney o al Walmart»,
sostiene Kayyem, aggiungendo che «in mezzo a una crisi sanitaria
mondiale, le persone che sfidano le linee guida della sanità pubblica non
sono, né meritano di essere, una classe protetta».

La politica degli incentivi


Per convincere le persone a vaccinarsi esistono poi – e sono già praticate
in diversi paesi del mondo – misure che si concentrano sugli incentivi, da
alcuni ritenuti strumenti più efficaci per modificare il comportamento
individuale rispetto alle sanzioni. Adottandole, scrive lʼedizione europea di
Politico, i governi sperano che queste misure rappresentino una «piccola
spinta» decisiva per quel gruppo di persone per le quali il rischio di
prendere la COVID-19 e di morire non è sufficiente a indurle a prendere
un appuntamento per farsi vaccinare.

Il presidente Biden ha chiesto agli stati di offrire alle persone che


decidono di vaccinarsi un incentivo di 100 dollari (circa 85 euro). E non
sarebbe una misura retroattiva, fa notare Politico rivolgendosi a tutti quelli
che si sono vaccinati senza ricevere soldi. In Serbia, per convincere le
persone, lo stato offre 25 euro. In Svezia lʼincentivo è di 200 corone
(circa 20 euro). Il governo di Hong Kong permette alle persone che si
vaccinano di partecipare a una lotteria il cui primo premio è un
appartamento di lusso da 10 milioni di dollari. La partecipazione a una
lotteria con premi in denaro è prevista anche in altri paesi tra cui Canada,
Lettonia e Polonia.

Nel Regno Unito, dove nei prossimi giorni dovrebbero essere introdotte
anche restrizioni specifiche per i non vaccinati, alle persone che si
vaccinano sono offerti servizi gratuiti come corse con Uber e Bolt,
biglietti per andare al cinema e consegne di pasti a domicilio con
Deliveroo. In Grecia lo stato distribuisce buoni da 150 euro – per viaggi,
concerti, eventi culturali e pernottamenti in alberghi e altre strutture – alle
persone di età compresa tra 18 e 25 anni dopo che hanno ricevuto la
prima dose del vaccino.

In alcune città, distretti e quartieri della Germania, della Romania e di


Israele, viene offerto cibo gratuito – salsicce e altre specialità locali – alle
persone che si vaccinano. Una libreria a Oradea, in Romania, offre caffè e
libri gratis alle persone vaccinate. E a Berlino il governo sta
programmando lʼassunzione di un DJ in uno dei suoi centri, per invogliare
i giovani a partecipare alle sessioni serali di vaccinazione.

– Leggi anche: Vaccinarsi per una birra gratis, o per 100 dollari

Quella di offrire incentivi di questo tipo per il vaccino è ritenuta però da


una parte degli analisti una misura sostanzialmente inefficace. Secondo
Brooke Harrington, sociologa del Dartmouth College di Hanover, in New
Hampshire, il rifiuto del vaccino non è un problema individuale ma
sociale. «Le pandemie, per definizione, sono problemi collettivi. Si
diffondono e uccidono perché le persone vivono in comunità. Di
conseguenza, affrontare le pandemie richiede la comprensione delle
dinamiche interpersonali», ha scritto Harrington in un articolo sullʼAtlantic
partendo dalla particolare ritrosia di alcune persone a vaccinarsi
pubblicamente.

In Missouri, dove è in corso una delle peggiori ondate di COVID-19 degli


Stati Uniti, un ospedale ha creato un “ambiente privato” per i pazienti che
temono di essere visti mentre ricevono il vaccino. Tra i non vaccinati,
secondo Harrington, ci sono persone che fanno molto affidamento sui
legami sociali allʼinterno dei loro «gruppi di riferimento»: quartieri,
chiese, luoghi di lavoro e reti di amicizie che aiutano quelle persone a
ottenere altre risorse per loro essenziali.

«Il prezzo per lʼaccesso a tali risorse è la conformità alle norme di


gruppo. Ecco perché nessuno si sforza di ottenere la buona opinione di
tutti; la maggior parte delle persone cerca principalmente lʼapprovazione
delle persone nel proprio gruppo di riferimento», sostiene Harrington. In
Missouri e in altri stati repubblicani, spiega, il rifiuto del vaccino è
diventato un indicatore di appartenenza alla comunità, unʼattestazione
del rifiuto di cooperare con la campagna di sanità pubblica
dellʼamministrazione di Biden. E chi nega questa appartenenza
accettando di vaccinarsi può legittimamente temere di perdere il lavoro o
di essere rimproverato dai propri familiari o da altri membri del proprio
gruppo di riferimento.

green pass roma

Manifestanti contrari allʼintroduzione del Green Pass, a Roma, il 27 luglio 2021 (AP
Photo/Riccardo De Luca)

Molte delle persone che rifiutano il vaccino, secondo Harrington, sono


coinvolte in un tipo particolare di relazione nota ai sociologi e da tempo
studiata e osservata nelle dinamiche sociali delle truffe. «I truffatori
ottengono un vantaggio sociale o finanziario convincendo le loro vittime a
credere ad affermazioni altamente dubbie e a respingere tutte le
informazioni contrarie», scrive Harrington, spiegando che da questo
punto di vista la COVID-19 è diventata un grande affare. Lo è stato non
soltanto per i media di estrema destra, che hanno ottenuto maggiore
seguito distribuendo disinformazione, scrive Harrington, ma anche per
molti piccoli truffatori sui social media e per professionisti intraprendenti
e privi di scrupoli.

Il New York Times ha recentemente definito «il più influente diffusore di


disinformazione sul coronavirus» un osteopata della Florida già
condannato quattro anni fa dalla Federal Trade Commission a pagare
circa 3 milioni di dollari di risarcimento per pubblicità ingannevole
riguardo a certi lettini abbronzanti da interno che aveva venduto. A
febbraio scorso, aveva scritto ai suoi milioni di follower che il vaccino
avrebbe «alterato il tuo codice genetico, trasformandoti in
unʼinarrestabile fabbrica di proteine virali». Retoriche analoghe sono
diffuse anche in Italia.

Sebbene le persone che restano coinvolte in queste truffe possano


sembrare autolesioniste e «francamente incapaci», scrive Harrington, i
loro comportamenti seguono logiche prevedibili. Quando arrivano a
capire di essere state defraudate, raramente quelle persone si lamentano
o denunciano la truffa alle autorità. Piuttosto la nascondono, perché
ammettere di essere stati truffati è qualcosa che procura vergogna e
rischia di provocare una «morte sociale». Il bersaglio della truffa si era in
precedenza «definito in possesso di un certo insieme di qualità e ha poi
dimostrato a sé stesso di esserne miseramente carente», osserva
Harrington citando il famoso e influente sociologo Erving Goffman.

– Leggi anche: La truffa dei Green Pass in vendita su Telegram

Ed è proprio questa tendenza dei truffati a nascondere il loro


«fallimento», prosegue Harrington, a permettere alle truffe di continuare
a esistere senza controllo. In genere, quando la truffa diventa evidente, il
truffatore ricorre a particolari tecniche e approcci – definiti in sociologia
“dispositivi di raffreddamento” (“cooler”) – per attenuare la rabbia,
indurre i truffati a incolpare sé stessi, senza pretendere risarcimenti
dallʼautore della truffa, e per indurli a ricostruire la loro identità sociale
mantenendo il rispetto e le affiliazioni allʼinterno del gruppo di riferimento.
Subentra quindi una serie di razionalizzazioni che permettono ai truffati di
contenere la frustrazione entro dimensioni gestibili. E la comprensione di
queste dinamiche, secondo Harrington, potrebbe servire a interpretare
diversamente e meglio alcune fasi della pandemia.

Harrington sostiene che i repentini, e a volte sospetti, ripensamenti


pubblici di politici che in precedenza si erano mostrati scettici o ambigui
riguardo ai vaccini dovrebbero essere visti con ottimismo da tutti quelli
che sperano di assistere presto alla fine della pandemia. Avere espresso
dubbi sulla vaccinazione o su altre misure di contenimento dei contagi,
secondo Harrington, probabilmente rende quei politici e quelle persone
più efficaci nel persuadere altri che la pensano allo stesso modo. «Le loro
precedenti posizioni significano autenticità e lealtà allʼinterno del gruppo,
e li rendono più affidabili, non meno», conclude Harrington.

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