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espressione dell’utente, devono potersi moltiplicare  Giuseppe Damone nei deliri paranoici delle

fluttuazioni. Molte risorse virali sono creazioni casuali, che diventano virali per la loro capacità di
contestualizzazione ideologica in un determinato discorso. Altre invece a differenza dei virus, sono create
ad hoc o per- lomeno sono la sistemazione di risorse potenzialmente virali, sono viralizzate, se così si può
dire, per mezzo di codici che le accompagna- no. In un virus, il codice genetico è il contenuto del virus
stesso. Nella risorsa virale, il codice, adesso informatico, è il piano d’espressione su cui si poggia: parte del
codice informatico, soprattutto quello che ne rende possibile la semantizzazione, permette l’emergenza di
de- terminate risorse in determinati contesti. Non solo: la condivisione di determinate risorse permette
l’emergenza di altre con contenuto affine. Questo perché gli accounts sui social networks sono in grado di
apprendere dal loro uso gli interessi degli utenti, ciò che piace, quasi fosse una copia di backup dei pensieri
soggettivi. Qui si apre un discorso dal punto di vista semiotico molto proble- matico e molto affascinante: la
comunicazione macchina–macchina, che avviene attraverso stratificazioni di linguaggi. Si può obiettare che
la comunicazione seppure avviene tra macchine, l’emittente primo e il destinatario ultimo di tale
comunicazione siano “uomini”. Ma questo non spiegherebbe il fatto che la stragrande maggioranza dei
codici in rete sono autoprogrammati o programmati da altri codici per rendere possibile la comunicazione
tra macchine e macchine e il fine è sempre la comunicazione tra macchine. Si può dire che l’uomo
predispone una porzione di mondo digitale che però si svilupperà in accordo e concorrenza con il resto dei
codici. Questo è evidente soprattutto per quanto riguarda la semantizzazione delle risorse di cui quelle
virali fanno largo uso. Grazie ad alcune tecnologie software, la macchina è capace di creare da gruppi
precisi di informazioni altre informazioni e di manipolarle, di riconoscere le risorse e di contestualizzarle,
come se esse avessero un senso per la macchina, tutto automaticamente. Mi riferisco soprattutto all’uso
standardizzato del linguaggio Xml, soprat- tutto gli standards Rdf e Owl, che permettono, attraverso una
logica ternaria della predicazione delle risorse, la costruzione di conoscenze e informazioni senza l’ausilio
umano. In questo contesto, è facile com- prendere l’entità della potenza di tali tecnologie, soprattutto se si
tiene conto che l’utente non percepisce, spesso ignora questi meccanismi, questi processi e la presenza,
l’emergenza delle risorse semantizzate Il discorso ideologico, i media occulti e la viralità  gli appare
“naturale”. Questo salto di qualità tecnologico, la semantizzazione delle risorse digitali e il fenomeno della
viralità in un contesto democratico (nel senso lato, cioè in un contesto in cui l’individuo–utente ha libertà di
scelta) può avere ed ha implicazioni sulle ideologie e sui discorsi molto importanti. Permettono forme di
controllo e assoggettamento molto subdole, e per questo molto più efficaci. Se si pensa che una buona
parte della nostra vita ormai appartiene alle reti sociali sotto forma di accounts, che ne rappresentano la
coscienza, la volontà, ciò che l’utente è, tutto appare molto raccapricciante. Quanto un account rap-
presenta il suo utente? Quanto l’utente è rappresento dal suo account? Queste sono domande a cui
nessuno può rispondere sinceramente e genuinamente. La macchina, i softwares riescono a intercettare il
nostro discorso ideologico, lo territorializzano e lo incanalano nel più grande metadiscorso. In un processo
dialettico di deterritoria- lizzazione e territorializzazione del discorso intercettato, si riesce a plasmare la
coscienza, a mistificare le idee, a sublimare i registri dei discorsi, nella piena libertà di scelta dell’utente. La
condivisione di risorse, il pagamento in cookies per accedere ai siti, l’uso degli hashtags, l’appartenenza a
gruppi sociali virtuali, l’iscrizione a pagine di vario argomento sono letti dai softwares per stilare in modo
capillare, e non più semplicemente statistico, i campi di interesse, modi di pensare dell’utente. Dall’altro
lato, questi softwares permettono attraverso complicati algoritmi, di solito tenuti segreti dai copyrights, di
suggerire risorse, richieste o meno, che riescono perlomeno a circoscrivere, ma potenzialmente anche a
innestarsi nei discorsi ideologici dell’utente. Non so valutare la portata di questo fenomeno, in quanto ho
una visione empirica e limitata dalla mia dashboard di Facebook, limitata anche dal fatto che
probabilmente anche io faccio parte del fenomeno: quel poco che riesco a vedere di tutto quello che passa
nei milioni di account dei vari social networks, mi appare come un delirio para- noico in un regime segnico
“spettacolare” (Debord, ; Deleuze, ) sull’argomento emotivamente significativo del
momento, che interpreto come celebrazione narcisistica di singoli individui, ma che in realtà è
l’annullamento della coscienza nei soggetti–nodi della rete dei discorsi ideologici.  Paolo Bertetti
persino la stessa validità euristica di quella nozione di testo che per decenni era stata il terreno di elezione
specifico dell’analisi semiotica. Il titolo che ho scelto, “Virus is a language” rovescia ludicamente la celebre
espressione “Language is a Virus (from outer space)” — “Il lin- guaggio è un virus proveniente dallo spazio
profondo” —, titolo a sua volta di una nota canzone di Laurie Anderson ma, soprattutto e prima ancora, una
delle frasi più famose attribuite a William Burroughs. Quella dei virus è infatti una delle immagini più
ricorrenti nell’opera del visionario scrittore americano, per il quale l’intero universo è governato da
un’economia virale, [e] tutti i fenomeni esistenti sono sovradeterminati da un processo di contagio. Per
definizione l’essere umano è abitato da un virus, e questo virus sta all’origine della sua dualità. Tutta la sua
opera è complessivamente percorsa dall’ossessione della contaminazione. Burroughs introduce la nozione
di un pianeta malato, popolato di appestati, e la analizza in un’ottica medica, facendo spesso riferimento a
specialisti di virologia (Lemaire , p. ). “La parola stessa può essere un virus che ha raggiunto
uno stato permanente nell’ospite”, afferma Burroughs in The Electronic Revolu- tion ( ,
p.); essa è anzi il virus che ha portato alla mutazione biologica grazie alla quale l’umanità ha
abbandonato definitivamente il regno animale. “Virus is a language” mi è sembrato una sintesi efficace
delle pos- sibilità che ha la semiotica di analizzare fenomeni come quello della viralità e di altre pratiche
comunicative di tipo partecipativo: sono convinto infatti che, se esiste uno spazio per la nostra disciplina, è
perché essi rinviano comunque a una qualche forma di “linguaggio”, e il linguaggio (linguaggio “semiotico”,
che è qualcosa di diverso dalla lingua naturale) è appunto l’oggetto del sapere cui tende la semiotica
generale (Greimas e Courtés , p. ). A tale riguardo, Massimo Leone ( ), nel
prendere le distanze da certi ibridismi metodologici che cercano di coniugare ricerca so- ciale empirica e
semiotica (e in particolare la teoria delle reti sociali), afferma: Non interessa computare il modo in cui
queste nuove tecnologie della comunicazione traducono nel linguaggio ipertestuale le reti sociali sintatti-
camente studiate dalla sociologia. Interessa studiare, al contrario, il modo in cui Facebook e gli altri siti
analoghi si offrono come nuovo sistema lin- Virus is a language  guistico, come nuova matrice di
possibilità espressive, attraverso cui agenti semiosici sostanzialmente liberi enunciano i loro messaggi e,
attraverso que- sti, modificano la rete semantica nella quale sono inseriti. [. . . ] La semiotica dovrà piuttosto
concentrarsi [. . . ] sul modo in cui Facebook funziona come linguaggio che consente un’articolazione
personale del senso e dunque un impatto più o meno profondo sulla rete semantica complessiva di un
gruppo sociale. [. . . ] In altri termini, la socio–semiotica dei social network non sarà nodale ma testuale.
Oppure non sarà. (Leone , pp.–) Leone, dunque, ribadisce qui, contro i suoi detrattori, la
specificità della Semiotica in quanto studio dei testi e la validità di tale approccio anche per lo studio dei
social e delle nuove forme di comunicazione partecipata; e parlando di agenti semiosici liberi, in
opposizione ai “nodi” di una rete sociale, pone al centro di uno studio di questo tipo non solo la questione
dell’intenzionalità di un soggetto semiosico attivo ma proprio la questione della produzione testuale,
attuata da una soggettività al momento dell’enunciazione in base alle regole di un sistema semiotico. Leone
ha buone ragioni nel fare queste affermazioni: come noto, l’enunciazione (o, meglio, quella che sarebbe
strictu sensu “produzio- ne linguistica”) è appunto il momento in cui si passa dall’universo semiotico a
quello semantico, dalla langue (di natura sociale) alla parole (individuale); è il modo in cui si connette
l’universo astratto del siste- ma linguistico ai processi concreti di significazione, in cui si passa da una pura
virtualità alle concrete realizzazioni linguistiche. E, insieme, è il modo in cui, nel linguaggio, si installa la
soggettività; con questo non si intende soltanto l’uso di un apparato deittico, ma più in genera- le — come
osserva giustamente Leone — la stessa scelta compiuta dal soggetto tra le possibilità messe a disposizione
dalla lingua. . Testi virali Il testo, non meno che l’enunciato, è in questo senso interamente prodotto
dell’enunciazione. Per Hjelmslev () la parola “testo” non è un altro modo di indicare il processo o,
meglio è il processo semiotico in cui il sistema è una lingua. Il testo è, cosa fondamentale . Cfr. Manetti
().  Paolo Bertetti per qualsiasi analisi, la manifestazione concreta del sistema, della langue
saussuriana: quello che del linguaggio ci si presenta di fronte non è il sistema, astratto, ma il processo (e
cioè il testo) concreto. Ciò, come noto, corrisponde a un passaggio epocale avvenuto all’interno della
corrente strutturale della semiotica: se Saussure poneva infatti la “langue” al centro dello studio linguistico,
per cui — sulla sua scia — la semiotica si verrebbe a configurare essenzialmente come studio dei sistemi
semiotici, per Hjelmslev gli oggetti che interessano la teoria linguistica sono i testi. Lo scopo della teoria
linguistica è di fornire un procedimento per mezzo del quale un dato testo possa essere compreso
attraverso una descrizione coerente ed esauriente. Con Hjelmslev, e poi con Greimas, si compie dunque la
cosiddetta “svolta testuale” della semiotica, che vede il passaggio dallo studio generale dei sistemi di segni
allo quello analitico dei processi semiotici o, se si vuole, il passaggio dai segni ai testi. Tale necessità era già
stata espressa all’inizio degli anni ’ da Christian Metz, per il quale, secondo una celebre affermazione, il
cinema è un langage, e non una langue, non è cioè un sistema formalizzato di segni: questo impedisce alla
semiotica uno studio formale di tipo grammaticale (Metz ) di tale linguaggio, che deve essere
dunque analizzato nel suo farsi testo, vale a dire nelle sue concrete modalità di manifestazione. Del testo
andranno studiati gli specifici meccanismi di funzionamento e individuati i principi immanenti che lo
strutturano, ovverossia ciò che Metz chiama sistema testuale. Possiamo qui individuare un primo modo di
approcciare lo studio dei fenomeni virali (o di altri analoghi), vicino alla semiotica del testo classica. In
quest’ottica l’effetto di viralità e le sue modalità diffusive sono considerate strettamente legate (seppur da
esse non direttamente e necessariamente determinate) ad alcune specifiche caratteristiche del testo, un
ambito di elezione classico dell’analisi semiotica. In questa linea si pone, ad esempio, il bello studio di
Gabriele Marino sugli internet meme, intesi come “uno specifico tipo di testo che circola attraverso i
discorsi sociali” (Marino : ). Secondo Marino, gli internet meme a) sono testi, b) appartenenti
a diverse sostanze espressive, c) in genere sincretici, d) derivanti da un processo di intervento su testi
preesistenti, e) in base a regole di pertinenza e di buona formazione, f ) che si caratterizzano Virus is a
language  osserva Gianfranco Marrone, il testo non è più soltanto un oggetto di studio, contraddistinto
dai processi comunicativi di cui esso è sup- porto, ma diventa “un modello di spiegazione costruito in
funzione della descrizione della realtà socioculturale che si intende operare” (Marrone , p.XXII). In
altre parole, qualsiasi costrutto significante può essere inteso e studiato come testo. La stessa realtà sociale
può essere letta come tale: “il reale che la sociosemiotica si assegna come oggetto, identificato con le
condizioni socialmente costruite della ca- pacità di significare dei nostri discorsi e delle nostre azioni, non è
per lei null’altro che un’ulteriore forma del testuale” (Landowski, , p. ). Si tratta, in fondo, a
pensarci bene, di un corollario dell’idea se- miotica secondo la quale il mondo in cui siamo immersi, quello
che Greimas () chiama “mondo naturale”, sia in realtà interamen- te significante, già organizzato
da strutture che non sono soltanto linguistiche (nel senso delle lingue naturali), ma più generalmente
semiotiche, e che, anzi, noi umani articoliamo la nostra esperienza in modi non diversi da come
strutturiamo un testo letterario, visivo o cinematografico, ad esempio attraverso la narratività. Paul Ricoeur
() ritiene quest’ultima una componente fondamentale della nostra esperienza del mondo: noi,
infatti, noi non possiamo organizzare a dare senso alla nostra esperienza quotidiana se non collocandola nel
tempo e organizzandola in forma narrativa. Tale articolazione nar- rativa del reale è però antecedente alle
configurazioni narrative dei racconti, rispetto alle quali è piuttosto presupposta . Da questo punto di vista,
dunque, pratiche e discorsi sono a tutti gli effetti dei testi non meno che le fiabe, i film, i romanzi sui quali si
è sviluppata la teoria semiotica, e ciò proprio in quanto sono dotati di un senso, “o meglio lo diventano
quando interagiscono con la teoria e così le pratiche quotidiane dotate di senso” (Lancioni e Marsciani
, p. ). In quest’ottica quelli che nel senso comune chiamiamo “testi” (come un romanzo, un
film, un’opera lirica ecc.), non sono altro che quei testi che sono riconosciuti come tali da una cultura, in
quello che Marrone (, p. ) definisce come un processo di “naturalizzazione del testo”. .
Come osservano Lancioni e Marsciani, occorre pensare a una semiotica del mondo naturale come costruita
da “testi”.  Paolo Bertetti In tale prospettiva vengono almeno in parte a cadere certe classiche
dicotomie come “testo e intertesto” o “testo e contesto”. Nell’ottica so- ciosemiotica , tali categorie non
sono più pertinenti, o meglio vengono completamente ridefinite. Non c’è più infatti un testo chiuso
immerso in un contesto asignificante (di tipo sociale, culturale, pragmatico) che è altro da esso e che lo
determina, un testo che, certamente, intrattiene relazioni con altri testi, i quali però restano a loro volta
autonomi e conchiusi; invece, i testi sono inseriti all’interno di una realtà sociale (una semiosfera come la
definì a suo tempo Lotman, ) che è essa stessa già significante e luogo di significazione e che può
essere ana- lizzata a diversi livelli di pertinenza. La realtà, insomma, nella visione sociosemiotica è un fluire
di discorsi significanti, meglio ancora è luogo di pratiche che sono a un tempo sociali e semiotiche, che si
organizzano in discorsi e si coagulano in testi (o, meglio, che possono essere analizzate come tali) (Bertetti
). Una tale impostazione consente di fare i conti con l’estensione del dominio della significazione
propugnato dai cultural studies e dagli audience studies a partire dagli anni ’ . Ricordiamo brevemente
come per i Cultural Studies, e in particolare per Stuart Hall ( ), il signifi- cato viene creato nel
processo di produzione e ricezione dei media: produzione e ricezione non sono più considerati separati,
oggetto di approcci disciplinari e metodologie differenti, ma vanno studiati nelle relazioni che si instaurano
tra loro; tali relazioni individuano il processo di costruzione del senso. Negli studi sulla ricezione che fanno
riferimento a questo paradigma, il significato è il risultato di una produzione sociale da parte delle persone
attuata nella loro fruizio- ne mediale. Da qui la centralità delle pratiche discorsive, che sono il risultato di un
processo di negoziazione fra il testo e la sua ricezione da parte del pubblico. La produzione è sociale e non
individuale, in quanto il significato costruito dall’audience è fortemente influenzato dal contesto specifico e
sociale del fruitore (cfr. Morley ). In que- st’ambito, osserva Marrone, la critica rivolta alla
semiotica è quella di “non [essere] in grado di rendere conto di tutte quelle prassi sociali complesse che
trascendono i confini della testualità tradizionalmente intesa, e che pure sono decisive per la produzione di
senso” (Marrone , p.). Si pensi alle pratiche di consumo mediatico — o di qualsiasi . Si
vedano Landowski (), Eugeni (), Marrone (), Semprini ( ). Virus is a
language  altro prodotto o marca —, che sono considerate già in sé “produttive di significato”, in linea
con il concetto di consumo produttivo formulato negli stessi anni da Michel de Certeau ( ), per il
quale la produzione di senso avviene nello spazio tra interpretazione e uso. Se la distinzione tra
interpretazione e uso di un testo serviva ad Umberto Eco ( ) per distinguere le pratiche
interpretative testual- mente fondate dalle misinterpretazioni strumentali o idiosincratiche, nell’ottica del
consumo produttivo il significato non si da soltanto nei testi, attualizzato attraverso la loro interpretazione,
ma anche nel loro uso, nelle pratiche di consumo messe in atto dai pubblici. In questo senso, come osserva
Isabella Pezzini, non soltanto le interpretazioni ma anche gli usi dei testi rivestono un interesse semiotico
(Cfr. Pezzini e Sabucco , in cui viene presa in considerazione una curiosa pratica di uso sociale dei
testi quale quella della slash fiction, racconti scritti dai fan che riprendono in chiave omoerotica od
omosentimentale personaggi appartenenti alla narrativa — letteraria o più spesso au- diovisiva — di
massa). Del resto, come già diceva Eco, “dal punto di vista di una semiotica generale e proprio alla luce
della complessità dei problemi pragmatici (. . . ) tutte queste operazioni sono teoricamente spiegabili” (Eco
, p. ). Si tratta, in definitiva, di riapplicare il modello Peirciano della semiosi illimitata: una
pratica di consumo dei testi è in questo senso una sorta di Interpretante, e cioè un terzo segno che dice
qualcosa di più e di diverso sull’oggetto. E si osservi che un testo interpretante è a sua volta un testo che si
da a essere interpretato, inaugurando una catena che potremmo ribattezzare (con una punta di ironia)
“testualità illimitata”. Lo stesso Eco, legittima alcuni usi del testo: la guerriglia semiologi- ca da lui
propugnata a suo tempo (Eco, ) non è in fondo così distan- te dalla lettura oppositiva di Stuart
Hall. Se ammettiamo che qualsiasi pratica fruitiva di un testo produce senso, la differenza tra uso e in-
terpretazione rinvia in questo senso più a un’etica dell’interpretazione (Bertetti, ) che a una reale
alterità teorica. Ritornando a un punto di vista sociosemiotico, una pratica interpre- tativa, proprio come
qualsiasi pratica, può dunque essere vista come un testo, un testo “diverso” da quello interpretato: non
solo i risultati dell’interpretazione, che possono a loro volta essere diversamente testualizzati (recensioni,
interviste ecc.), ma lo stesso fare interpretativo può essere studiato come testo.