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La comunicazione e il processo evolutivo

dei mass media

Introduzione

“L’uomo è un animale sociale1”. Il filosofo Aristotele denunciava con


questa affermazione la necessità dell’uomo all’aggregazione
spontanea con altri individui e alla costruzione di una società.

Il bisogno di relazionarsi con altri suoi simili è una caratteristica


antropologica che affonda le radici nelle più primitive origini
dell’uomo. Così durante i secoli si è dato vita a società sempre più
evolute ed esigenti, in cui la necessità comunicativa andava di pari
passo con l’evoluzione sociologica dell’uomo.

La scelta di questo tema deriva dalla volontà di spiegare l’atto


comunicativo, in quanto tale, di qualunque tipo si tratti, cercando di
soffermare l’attenzione di tutti su come i media si evolvono
costantemente, giorno dopo giorno. Per le nuove generazioni la
tecnologia è ormai parte integrante delle loro vite, mentre le più
vecchie devono continuamente misurarsi con le innovazioni
tecnologiche e adeguarsi, per quanto possibile, a queste. Non si fa in
tempo a comprare l’ultimo prodotto uscito sul mercato che già a
distanza di mesi è stato superato da qualcosa di più straordinario
esteticamente e tecnologicamente.

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Aristotele (La Politica)

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Per questo affronteremo in una prima parte il concetto di
comunicazione distinguendone i due tipi fondamentali; ovvero la
comunicazione verbale e quella non verbale. Successivamente faremo
un breve excursus di quelli che sono stati i più significativi mezzi di
comunicazione che hanno, da subito, contribuito a cambiare la vita
dell’uomo. In una terza parte soffermeremo l’attenzione su quello che
è stato e continua ad essere il più diffuso mezzo di comunicazione di
massa, la televisione, partendo dalla nascita di questo media spiegherò
l’evoluzione tecnologica, che ha subito sino ai nostri giorni,
soffermandomi su quelli che sono i programmi e le scelte televisive
che in parte ci vengono imposte. Infine termineremo affrontando il
tema della digitalizzazione che ha permesso l’evolversi di tutti i mezzi
di comunicazione di massa e non, concludendo con un concetto che
per me descrive quella che è la società mediata dei nostri giorni, in cui
una maggiore quantità dei prodotti non va di pari passo con una
migliore qualità di questi.

Che cosa significa comunicare?

Consideriamo comunicazione l’atto per cui un soggetto comunica


(almeno) con un altro. A volte ciò consiste nella trasmissione di
semplici informazioni, altre volte si tratta dell’invio di contenuti
complessi e ad alto tasso emotivo.

Rappresentiamo l’atto del comunicare con un semplice schema:

Q1 Q2

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Dove Q1 è un attore sociale, in questo caso l’enunciante che dice
qualcosa ad un altro soggetto Q2 che ha scelto come referente. Se
l’attore si comporta “razionalmente”, cioè in modo adeguato al
referente e alla circostanza, si avvia un processo comunicativo tale da
produrre, più o meno, gli effetti sperati o necessari.

Possiamo quindi dire che la comunicazione è un atto razionale, dove


per razionalità si intende il miglior adeguamento delle risorse del
soggetto per il raggiungimento di uno scopo in una particolare
circostanza.

Il concetto di razionalità, però è fortemente correlato a quello di


“interesse” e di “coinvolgimento”. L’interesse infatti durante una
conversazione può essere momentaneo e calare velocemente; è perciò
necessario che l’interesse iniziale si trasformi in coinvolgimento, cioè
nel restare stimolato e partecipare alla conversazione affinché il
processo di comunicazione non sia di breve durata e di scarso
significato

Per far si che ciò accada sono necessarie due condizioni:

 Che la comunicazione tocchi le motivazioni non superficiali


dell’attore
 Che la situazione sia particolarmente rilevante.

La razionalità nella comunicazione non dipende però solo dai soggetti


coinvolti, ovvero l’enunciante e il referente, bensì anche dall’ambiente
in cui si realizza. Per ambiente si intende sia la situazione-circostanza
specifica, sia il contesto culturale entro la quale la comunicazione
avviene.

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Ben diversa sarà infatti la situazione in cui un allievo chiede
spiegazioni a un docente durante l’ora di ricevimento, da quella in cui
il docente, durante un esame, interroga l’allievo sullo stesso
argomento.

Fin qui abbiamo detto che vi è comunicazione quando Q1 dice


qualcosa a Q2, ma si tratta solo della fase iniziale del processo di
comunicazione. Quest’ultima infatti si realizza davvero quando Q2,
che ha ricevuto un informazione, la decodifica, la comprende e da
comunque una risposta a Q1.

La comunicazione, quindi, presuppone sia l’invio sia la ricezione di un


segnale.

Lo schema perciò risulterà tale:

Q1 Q2

Comunicazione analogica e numerica

Introduciamo ora una prima e fondamentale differenzazione tra le


modalità attraverso cui si esprime la comunicazione umana; e cioè
quella che permette di distinguere i messaggi analogici ovvero non
verbali da quelli numerici e cioè verbali.

Con il termine analogico si fa riferimento a quel tipo di segnali che


contengono una qualche rappresentazione o immagine del significato
a cui si riferiscono; ad esempio l’abbraccio con cui una madre
accoglie il proprio figlio e lo stringe a sé trasmette una messaggio di

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rassicurante protezione proprio perché, analogicamente, si configura
come un affettivo riparo contro eventuali aggressioni del mondo
esterno.

Numerici o verbali sono invece tutti quei messaggi che rimandano a


un sistema simbolico codificato di segni. Nella parola scritta “arrosto”
non vi è nulla che ricordi l’immagine o il profumo di una vivanda ben
cucinata. Il motivo per cui, utilizzandola nel fare un ordinazione al
ristorante, ci viene portata la pietanza che desideravamo è solo perché
convenzionalmente gli esseri umani che condividono il nostro stesso
linguaggio hanno stabilito che quell’insieme di lettere e fonemi debba
corrispondere a quel tipo di pietanza.

Risulta chiaro perciò che la comunicazione numerica sia quella


veicolata dal linguaggio, mentre quella analogica o corporea si generi
prevalentemente attraverso le azioni corporee e la modulazione della
voce.

In particolare, nella nostra specie i messaggi non verbali possono


essere prodotti attraverso:

1. la mimica facciale
2. gli atteggiamenti posturali
3. la gestualità
4. la prossemica
5. i segni paralinguistici

1. La faccia è certamente il più importante canale della nostra


espressività con cui vengono veicolati messaggi di differente natura e
a diversi livelli di consapevolezza: si pensi ai segnali involontari e

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difficilmente controllabili come i cambiamenti di colore
dell’epidermide (l’impallidire e l’arrossire) o lo schiudersi della bocca
in un sorriso di piacere o in una smorfia di dolore.

La complessità e allo stesso tempo la ricchezza delle possibilità


mimiche del volto ha indotto i ricercatori a riconoscervi tre distinte
aree: la regione frontale, la parte mediana che comprende naso e occhi
e la parte inferiore comprendente la bocca e la mascella.

Riguardo alla specificità della mimica facciale, bisogna ricordare


innanzitutto il linguaggio degli sguardi, una delle principali forme
attraverso cui gli individui si scambiano inviti, allusioni e rifiuti. Ad
esempio uno sguardo ben posizionato in avanti, aperto e stabile tende
a veicolare negli altri un’immagine di sicurezza; viceversa uno
sguardo rivolto verso il basso sarà sintomo di insicurezza.

Sul piano propriamente relazionale, quella oculare può dunque essere


considerata come una vera e propria forma di contatto.

2. Anche il modo in cui gli individui si muovono e occupano lo spazio


a loro circostante rappresenta una fonte costante di segnali non verbali
attraverso cui essi manifestano la propria personalità e i propri stati
affettivi. Ad esempio un individuo che distribuisce correttamente il
proprio peso sulle gambe assumendo una posizione rilassata ed eretta
risulterà agli occhi degli altri una persona sicura di sé e aperta al
mondo esterno. Al contrario tenere la testa piegata verso il basso e
incassata tra le spalle, veicola un messaggio analogico di un soggetto
piuttosto introverso.

3. Mentre parliamo, le nostre mani sono costantemente impegnate in


movimenti più o meno ampi e veloci che accompagnano l’emissione
vocale. L’intensità di tali movimenti varia naturalmente da individuo a

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individuo, ma è anche vero che questa risulta fortemente influenzata
dalle diverse pratiche culturali; è infatti noto come i popoli
mediterranei abbiano una gestualità molto più ricca e accentuata
rispetto a quelli nordici.

Si tende a distinguere la gestualità umana in base alla velocità e


all’ampiezza dei gesti. In linea generale, infatti, i movimenti lenti e
ampi rimandano un’impressione di capacità di controllo e sicurezza,
viceversa, una gestualità rapida suggerisce un’immagine di velocità di
pensiero ma anche, oltre certi limiti, di inquietudine.

4. Per prossemica si intende quell’insieme di regole e strategie


comportamentali in base alle quali gli individui agiscono e gestiscono
lo spazio che li circonda quando si trovano in presenza di propri
simili. Per comprendere queste dinamiche, si usa tradizionalmente
visualizzare lo spazio prossemico all’interno del quale si muovono gli
individui, come costituito da sfere concentriche di natura psico-
relazionale e aventi come centro il corpo.

Seguendo, quindi, questo schema è possibile riconoscere nel primo


livello, lo spazio più vicino al corpo; ovvero lo spazio intimo. Questo
comprende la superficie corporea e si estende fino a circa 40-50 cm.
da essa; più o meno la distanza di mezzo braccio. Questa prima sfera
relazionale, non a caso definita intima, è quella maggiormente carica
di valenze affettive e psicologiche, in altri termini lo spazio minimo di
cui un individuo ha bisogno per sentirsi al sicuro. Solo le persone di
cui ci fidiamo realmente possono accedere alla nostra sfera intima
senza che questa ci appaia come una minaccia.

A un secondo livello di prossimità dal corpo si estende la sfera


personale , che inizia dove finisce lo spazio intimo e termina a circa

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un metro di distanza dal corpo. Si usa indicare tale area come quella
entro cui si lasciano entrare le persone che hanno confidenza con noi.

Più o meno dove finisce tale sfera ha inizio quella sociale, che
corrisponde alla distanza alla quale riteniamo corretto tenere tutte le
persone verso le quali non siamo coinvolti affettivamente .

Oltre lo spazio sociale si estende infine la zona pubblica, che è la


distanza oltre la quale un soggetto parlante tende a tende a tenere il
proprio pubblico quando questo ha una certa consistenza numerica.
Un esempio pratico potrebbe essere quello di un’ insegnante che parla
in aula ai suoi allievi o di un avvocato che tiene un’arringa.

5. Sono segni paralinguistici tutte quelle componenti della produzione


vocale che concretamente danno forma al nostro modo di parlare: il
tono della voce, il ritmo, l’uso delle pause e dei vocalizzi.

L’espressività verbale umana si attua attraverso una capacità, in larga


parte consapevole, di gestione e modulazione sia dell’emissione
vocale sia del ritmo con cui i contenuti espressi vengono
accompagnati. Nelle interazioni verbali, gli esseri umani adattano
costantemente il tono della voce, l’intensità dell’emissione sonora e il
ritmo del parlare in relazione ai diversi significati veicolati e allo stato
emozionale suscitato dai contenuti stessi e dalla situazione. Contenuti
che possono essere allegri o tristi, situazioni rilassanti o momenti
carichi di tensione sono accompagnati da variazioni del tono della
voce, dell’intensità e dell’uso delle pause, che risultano facilmente
distinguibili anche da un osservatore meno attento.

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Ciascuna occasione relazionale prevede un determinato uso dei segni
paralinguistici. Per esempio, un oratore dovrà parlare con una certa
intensità di voce, modulare il tono dell’eloquio in modo da enfatizzare
i passaggi più interessanti e focalizzare l’attenzione sui concetti da
ricordare.

La società mediata

I più diffusi manuali sul tema trattano della comunicazione intendendo


quasi esclusivamente quella veicolata dai mass media, ovvero tutti
quei mezzi di comunicazione attraverso cui è possibile diffondere e
ricevere un messaggio. Questo basandosi su un assunto di fatto reale:
nella società contemporanea gran parte delle informazioni proviene di
fatto da questi mezzi. Sono essi a dare quelle notizie che forniscono
ciò che può servire al soggetto, quotidianamente, per vivere nel suo
gruppo sociale; dalle informazioni più spicciole ( che tempo farà,
eventuali scioperi), alle notizie più importanti ( cosa accade in politica
e in economia, eventi dei paesi stranieri) e cosi via.

Sono di fatto i contenuti mediali che fanno dell’uomo moderno un


grande informato. Egli riceve quotidianamente tante informazioni
quante i suoi nonni ne ricevevano, forse, nel corso della loro vita,
dove una diffusa ignoranza li costringeva ad accettare il proprio
destino e ad avere una limitata conoscenza del mondo sulla scorta di
poche e orientate informazioni.

Del resto, il soggetto era confinato in un ristretto intorno sociale,


ovvero il suo Paese e il suo lavoro, dai quali difficilmente ne usciva.

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Al più ciò gli poteva capitare in occasione del servizio militare o del
viaggio di nozze nelle città limitrofe.

Le generazioni successive, invece, continuamente abituate a studiare,


viaggiare e cambiare lavoro con grande frequenza, necessitano allo
stesso tempo di un gran numero di notizie. Spesso tale flusso è
addirittura superiore al loro reale fabbisogno e alla loro capacità di
ricezione tanto da parlare di alluvione comunicazionale per intendere
che la quantità di informazioni a disposizione di un consumatore
medio, è ben al di là delle sue concrete possibilità di ricezione. Egli
infatti, non può seguire tutte le televisioni e le radio, leggere tutti i
giornali e via dicendo; al più ne fruirà per una piccola parte e magari
in modo superficiale.

I primi mezzi di comunicazione

Soffermiamoci ora su quelli che sono stati i più significativi mezzi di


comunicazione, che hanno influito a cambiare le nostre vite in
maniera positiva e negativa, sino all’avvento dei più disparati e
tecnologici media.

Senza dubbio il primo mezzo di comunicazione di massa è stato la


stampa.

Metodi di stampa esistevano da secoli – ed erano usati, talvolta, anche


per riprodurre testi scritti. Si stampava in “xilografia”, usando
incisioni in legno, non solo in Cina, ma anche in Europa. Tuttavia un
cambiamento radicale era inevitabile perché lo richiedeva la cultura
rinascimentale e lo consentivano le risorse tecniche disponibili.

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Fu infatti Johann Gutenberg, nel 1450, a trovare la “convergenza” di
diverse tecnologie che si erano sviluppate nella prima fase dell’era
industriale, cioè nel quattordicesimo secolo. La metallurgia, ad
esempio, che si era evoluta non solo per usi militari, fornì le basi per
la fusione dei caratteri, le tecnologie del torchio, nate dai mulini,
offrirono le risorse per la stampa, l’evoluzione della chimica aveva
portato a nuovi tipi di inchiostro. E la produzione della carta aveva
avuto, specialmente a Fabriano, una notevole evoluzione, sia per
“meccanizzazione” dei sistemi produttivi, sia per “costanza di qualità”
del prodotto.

Un’intelligente combinazione di risorse diverse consentì perciò a


Gutenberg di consegnarci uno strumento che ha contribuito in modo
molto rilevante all’evoluzione della cultura e della società umana.

La diffusione dei media scritti, e in particolare di questa è stata però


limitata dalle difficoltà di trasporto dei giornali al di fuori dei grandi
centri, dal loro costo e soprattutto dal numero ristretto di coloro che
sapevano leggere.

La stampa periodica infatti era già sviluppata nel Seicento e nel


Settecento ma ciò che mancava era una diffusa “alfabetizzazione”
poiché a quei tempi saper leggere era un privilegio di pochi.

Prende piede, così, a distanza di qualche decennio il cinema. La sua


realizzazione fu il risultato di un insieme più vasto e vario di forme
d'intrattenimento nate in epoca vittoriana.

Il 1 Marzo del 1895, i fratelli Lumière presentarono "Arroseur et


arrosè" durante la loro prima proiezione; brevi scene di un ragazzo che
si prendeva gioco di un giardiniere, calpestando la canna con cui stava

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annaffiando. Semplici scherzi di questo tipo rappresentavano il
cinema delle origini.

La maggior parte dei film delle origini era composta da una sola
inquadratura, la macchina da presa era sempre tenuta nella stessa
posizione e l'azione si svolgeva nel tempo di un'unica ripresa. In molti
casi, i registi facevano di un singolo soggetto diverse riprese, questi
venivano poi trattati come una serie di film separati. I gestori delle
sale potevano poi scegliere se comprare l'intera serie o proiettarne uno
solo.

Intorno al 1905 l'industria cinematografica assunse dimensioni più


ampie e forme più stabili.

Sale permanenti vennero dedicate prevalentemente alla proiezione dei


film e la produzione delle pellicole si allargò per soddisfare la
crescente domanda.

L'Italia e la Danimarca divennero importanti produttori e il cinema


apparve in molte altre zone. Dopo il 1905, inoltre, i film divennero più
lunghi, cominciarono a essere composti da diverse inquadrature e
raccontare storie più complesse; mentre i registi sperimentarono nuove
tecniche per comunicare le informazioni narrative.

La frequentazione di queste forme di intrattenimento, tuttavia, si


limitava ai giorni festivi o a poche altre occasioni di certo non
quotidiane, considerando anche il prezzo del biglietto per accedere
allo spettacolo, che non tutti e non sempre potevano acquistare .

Negli anni ’20, perciò, nasce e si diffonde la radio, che rappresenta


una grande novità e viene da subito considerata come la prima forma
di broadcasting al mondo, prima della nascita della televisione. Il

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termine "radio", che deriva da "radiazione" fu adottato in una
conferenza svoltasi a Berlino, in Germania, nel 1906, con riferimento
alle comunicazioni mediante onde elettromagnetiche .

Le radiocomunicazioni sono il frutto delle scoperte e della


cooperazione di numerosi
scienziati e tecnici
appartenenti a diversi
Paesi. In Russia Alexander
Povov, negli Stati Uniti
Nicolàs Telsa e in Gran
Bretagna l’italiano
Marconi che riuscì a
perfezionare e rendere Guglielmo Marconi con un primo
modello di radio

realmente efficienti le antenne rice-trasmittenti. Gli studi ed i


perfezionamenti della radio proseguirono a ritmo sostenuto, tanto che
negli anni successivi i trasmettitori Marconiani riuscirono a
raggiungere la portata di circa 50Km. Nello stesso anno, a soli 24
anni, Marconi vendette la prima stazione radio commerciale sulle
coste Irlandesi.

Nel 1900 lo studioso italiano riuscì ad inserire un rudimentale circuito


di sintonia sia nel trasmettitore che nel ricevitore. Con questi
accorgimenti tecnici le onde radio generate artificialmente riuscirono a
raggiungere distanze enormi, superando i 300Km. Dopo un anno,
Marconi lanciò il primo messaggio radiotelegrafico attraverso
l'atlantico.

Naturalmente i successi dell'inventore italiano interessarono altri


scienziati che cominciarono a studiare l'apparecchiatura contribuendo

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a svilupparla ulteriormente apportandovi continui miglioramenti. Uno
dei grandi limiti dell'invenzione di Marconi risiedeva nel fatto che si
potevano inserire solamente impulsi adatti per il codice Morse, cosa
che era inadatta per la trasmissione dei suoni. Perciò, nel Dicembre
del 1900, usando un trasmettitore a scintilla Fessenden riuscì a
trasmettere un breve messaggio fonico: per la prima volta nella storia
del pianeta la voce dell'uomo poteva udirsi a diversi chilometri di
distanza viaggiando a cavallo di onde elettromagnetiche. Sei anni
dopo ancora Fessenden realizzò quella che è considerata la prima
trasmissione radiofonica della storia: parole e musica vennero udite
nel raggio di 25Km dalla trasmittente situata a Brant Rock sulla costa
del Massachusetts.

La radio conobbe immediatamente un rapido sviluppo soprattutto


negli Stati Uniti e nei paesi del nord Europa. La prima trasmissione
viene datata al 24 Dicembre 1906 per opera di Reginal Fessenden, ma
la nascita della prima stazione radio con trasmissioni dedicate al
"pubblico" si colloca nel 1919, per opera di un ingegnere, Frank
Conrad, che iniziò una serie di trasmissioni dal suo garage di
Pittsburg.

Una volta acquistato l’apparecchio era possibile ricevere


continuamente un flusso di contenuti sonori e parlati, di cui il nucleo
familiare poteva usufruire senza pagare alcun biglietto o senza
interrompere i ritmi della vita familiare quotidiana.

La radio annulla le distanze e porta per la prima volta la


contemporaneità nella riproduzione dei suoni, che avviene in sincronia
con l’evento e l’ascoltatore ha quella sensazione di “essere là” che
solo lo spettacolo dal vivo e la partecipazione diretta avevano, sino ad
allora, consentito.

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Possiamo perciò affermare che la radio e il cinema si spartivano
idealmente il tempo libero dei cittadini con un tacito accordo: la radio
si ascoltava in casa e i film si vedevano nello spazio pubblico,
soprattutto il sabato e la domenica ; un giusto accordo poiché alla
radio mancavano le immagini e il cinema era muto.

Dalla radio alla televisione

La diffusione della radio fu tuttavia piuttosto lenta poiché tra le due


guerre mondiali solo in pochi paesi esisteva un gran numero di
cittadini in grado di spendere per beni non di prima necessità. Perfetta
per la musica, rapida nell’informazione ma non altrettanto ottima
nell’intrattenimento. Anche nei paesi in cui essa ha conosciuto il
massimo sviluppo, come la Gran Bretagna o gli Stati Uniti, la radio ha
sempre dovuto fare i conti con la più diffusa forma di intrattenimento
di massa: il cinema.

Fin dagli anni ’20 del Novecento furono fatti i primi esperimenti per
superare quello che appariva come il primo limite della radio; ovvero
l’assenza di immagini in movimento. Il cinema, infatti, già dal 1895
aveva costruito grazie all’interazione tra luce e una lastra ricoperta di
gelatina sensibile, le immagini in movimento; costituite da una
sequenza di fotogrammi in rapido scorrimento. In pochi anni, così, il
cinema raggiunse una forma culturale propria grazie alla sua capacità
di narrare storie.

L’idea di potenziare la radio con la trasmissione delle immagini portò,


così facendo, all’invenzione della televisione, che tra il 1945 e 1955 si

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diffuse in condizioni di crescente prosperità economica di cui non
aveva goduto la radio negli anni ’30.

La televisione nasce quindi come un perfezionamento della radio, il


primo vero broadcasting, ovvero la trasmissione di un segnale che
giunge in tutte le case, ovunque vi siano un apparecchio e un’antenna.
Questo nuovo media ha consentito da subito all’ uomo comune di
entrare in luoghi che gli sarebbero stati vietati; faccio, infatti
riferimento al primo grande evento televisivo mondiale, ovvero
l’incoronazione della regina Elisabetta nell’abbazia di Westminster.

Tuttavia, nei primi anni della programmazione televisiva, la diretta


esterna era poco utilizzata; se non per grandi eventi, cerimonie o
cronache sportive poiché risultava molto costosa e rischiosa proprio
perché non si poteva mai sapere cosa sarebbe potuto succedere. La
televisione europea amava quindi le trasmissioni da studio, con una
scenografia semplice, condizioni di luce ottimali e soprattutto protetta
da interferenze o imprevisti.

Nasce la televisione

In Europa la Germania nazista forzò i tempi per annunciare il 22


marzo del 1935 il primo programma televisivo regolare del mondo e
l’anno successivo furono trasmesse per otto ore al giorno le Olimpiadi
di Berlino. Le trasmissioni proseguirono anche durante la guerra,
finché la stazione trasmittente di Berlino non fu distrutta dai
bombardamenti. La tv si riaccende ufficialmente nel 1950 ad
Amburgo.

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Seguì la Gran Bretagna dove la Bbc iniziò il servizio ufficiale di
televisione il 2 novembre del 1936 diffondendo dodici ore di
programmi la settimana ma allo scoppio della guerra le trasmissioni
furono sospese. Solo nel giugno del 1946 la tv torna nelle case dei
cittadini trasmettendo lo stesso cartone animato di Topolino con cui si
erano interrotte le trasmissioni all’inizio della guerra

L’anno successivo fu la volta della Francia con due ore di


trasmissione al giorno ma all’arrivo dei tedeschi nel giugno del 1940 il
trasmettitore situato sulla Tour Eiffel viene sabotato. I tedeschi lo
rimetteranno in funzione trasmettendo solo in lingua tedesca e
francese per i soldati feriti che si trovavano negli ospedali di Parigi.
Anche qui la televisione riprende solo nel 1948 per iniziativa della
Radiodiffusion Francaise.

In Italia un trasmettitore sperimentale entra in funzione a Roma il 22


luglio del 1939 trasmettendo solo pochi programmi ma con lo scoppio
della guerra tutto viene bloccato. Il servizio televisivo riprenderà il 3
gennaio del 1954 con il monopolio della Rai, ma nei primi anni appare
del tutto pedagogica e umanistica, probabilmente per il forte influsso
cattolico. A distanza di qualche anno l’influenza americana era già
evidente, mentre la Rai cresceva in numero di abbonati.

All’indomani della Seconda guerra mondiale la televisione riprese con


decisione la sua strada. Nel 1947, infatti, si tenne ad Atlantic City una
conferenza mondiale sulle radio telecomunicazioni con la presenza dei
delegati di 60 paesi, stabilendo una distribuzione delle frequenze
disponibili e scegliendo ufficialmente il termine “televisione”,
preferendolo a quello di “radiotelevisione”

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La televisione

Nel mondo più di 1 miliardo e 100 milioni di famiglie vede la


televisione in casa. Nessuno è più in grado di contrare quanti sono i
televisori; nei paesi occidentali ogni famiglia ne ha più di uno, senza
tener conto dei grandi schermi nei luoghi pubblici e dei display di
computer e telefonini utilizzati come video.

Solo la radio può vantare un numero superiore di apparecchi, ma con


un numero di ascoltatori inferiore nei paesi sviluppati. Nessun altro tra
i mass media raggiunge una platea così vasta, né il cinema, né i
giornali quotidiani o settimanali, compresi i nuovi media come social
network o blog.

La televisione è un fenomeno che si colloca nella seconda metà del


XX sec. Per tutti gli anni ’30 in vari paesi, fra cui Italia, Germania e
Stati Uniti, si effettuarono esperimenti che portarono all’inizio delle
trasmissioni pubbliche e che permisero una produzione su larga scala
di apparecchi televisivi a un prezzo ragionevole. La Seconda guerra
mondiale, però, come già accennato sopra, bloccò tutto tant’è vero
che la televisione, nella forma in cui la conosciamo noi è figlia del
dopoguerra.

Alla fine degli anni ’40 la tv esisteva solo in quattro paesi al mondo;
ovvero le potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale: Stati
Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica e Francia ma gli apparecchi
erano costosi e quindi difficilmente accessibili. Anche la copertura del
territorio rappresentava un problema; poiché era necessaria la
costruzione di una rete di distribuzione costituita da impianti fissi che
trasmettevano il segnale televisivo. Ecco perché nell’ immediato
dopoguerra la tv nasce solo nelle nazioni più ricche.

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Tuttavia, nonostante gli alti costi degli apparecchi, la televisione
dimostrò subito la capacità di perforare il muro dei consumatori agiati,
che furono i suoi primi acquirenti, per diventare un bene d’acquisto
popolare. Con il passare degli anni, infatti, aumentava il numero dei
televisori presenti nelle case dei cittadini, il numero di nuovi
programmi che offrivano possibilità di scelta e soprattutto cresceva
una nuova leva di tecnici e professionisti. Ai tradizionali mestieri del
cinema, del teatro e della radio si aggiungevano, infatti, mestieri come
il cameraman, l’assistente di studio e soprattutto il regista televisivo,
ovvero colui che in tempo reale doveva dirigere i movimenti delle
telecamere e contemporaneamente scegliere quale delle inquadrature
offerte dalle varie camere doveva andare in onda.

La televisione intendeva rivolgersi a tutti, ma non


contemporaneamente. Nel suo palinsesto settimanale infatti ciascuna
categoria sociale trovava un appuntamento in cui venivano trattate
tematiche che la interessavano. Anche i bambini avevano uno spazio
tutto loro nel pomeriggio, che si sforzava di essere istruttivo.

Gli spettacoli di varietà permettevano di unire in un unico spettacolo


tanti diversi numeri, come al circo. I numeri erano di varia natura, dal
balletto al dialogo con un ospite o una scenetta comica.

Nel 1956 fu poi realizzato in America il primo videoregistratore


magnetico conosciuto anche come Rvm (registratore
videomagnetico),che presto giunse in Europa. Adesso esisteva perciò
la possibilità di ripetere più volte una scena, come nel cinema, o di
tagliare i tempi morti per abbreviarla o ancora di inserire in una
trasmissione un video.

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Solo verso la fine degli anni ’60 iniziarono in Europa le trasmissioni a
colori, più tardi che in America.

I critici e i perplessi

L’affermazione della televisione ha tuttavia suscitato nel tempo vive


discussioni in tutto il mondo. Soprattutto alle origini, negli anni ’50,
essa è stata considerata da alcuni quasi un sinonimo del progresso e
della civilizzazione che penetrava in tutte le case, un fattore di
modernizzazione della società. I media avrebbero fornito a tutti lo
stesso patrimonio di informazione, conoscenze e intrattenimento.
Secondo altri invece la televisione serviva a valorizzare la vita
culturale, era uno strumento per proseguire in forme moderne e
industrializzate il dominio di una classe sull’altra. Nel romanzo 1984
dello scrittore George Orwell, ambientato in un cupo futuro totalitario,
ogni casa è provvista di uno schermo, da cui il dittatore (il Grande
Fratello) si rivolge ai cittadini e da cui può spiare perennemente la
loro vita. Sebbene le accuse di Orwell fossero dirette soprattutto
contro lo stalinismo, l’immagine ossessiva di una televisione
onnipresente fu fatta propria nel mondo occidentale. La Scuola di
Francoforte, un centro di ricerca sociologica sorto nella città tedesca
di Weimar, sperimentò sulla propria pelle l’uso propagandistico che il
nazismo fece del mezzo radiofonico e, più in generale, dei giornali,
del cinema e della fotografia. Costretti a fuggire dalla Germania e poi
dall’ Europa invasa, gli studiosi della Scuola di Francoforte si
rifugiarono in America. Qui alcuni degli studiosi appartenenti alla
Scuola come Theodor Adorno e Max Horkheimer notarono che anche
in questo continente i mass media erano usati a fini di propaganda,

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questa volta commerciale. In America i pubblicitari e i produttori
di detersivi utilizzavano i media per condizionare le grandi masse,
proprio come aveva fatto il nazismo in Germania. In Europa gli
argomenti della Scuola di Francoforte sono stati largamente diffusi
anche perché questo evidenziava il passaggio da opere d’arte
realizzate da piccoli artigiani a grandi apparati culturali, spesso
controllati dal potere economico e politico, intenti alla fabbricazione e
diffusioni di prodotti facilmente replicabili in serie. Forse perciò
avrebbe giovato, più che la lettura di Orwell, riflettere sulle previsioni
che, qualche anno prima di lui aveva avanzato Aldous Huxley nel suo
romanzo Il mondo nuovo: un mondo in cui la gente è immersa nel
divertimento e gioca con la tecnologia, che libera dalla fatica di
pensare.

Altri ancora hanno visto nella televisione un’espressione di volgarità,


un genere basso antagonistico alla scrittura poiché la tv, com’è noto,
non richiede di fatto la conoscenza dell’alfabeto, né di un mediatore
come può essere un insegnante che lo faccia imparare.

Il fatto che la televisione fosse collegata in molti casi al potere


politico ed economico, ha condotto molti a parlare di una cultura
televisiva commercializzata e quindi non libera. Di qui la persistente
accusa di essere un elemento di condizionamento e di dominio, uno
strumento per indurre gli spettatori ad acquistare e consumare anche
generi ritenuti superflui, non sempre con una comunicazione leale ma
piuttosto con forme di persuasione occulta come messaggi
subliminali. C’è chi ha pensato che tali difetti dipendessero dal modo
in cui le imprese televisive erano gestite, e ha dunque cercati di
progettare una televisione diversa, spontanea e chi, invece, ha ritenuto
che lo strumento in sé, per la sua struttura unidirezionale, non
permettesse uno scambio paritario con lo spettatore.

21
Theodor Adorno (sulla destra) e Max
Horkheimer (sulla sinistra).

Heidelberg 1965

Televisione e bambini

Fin dagli esordi della televisione fu chiaro che il nuovo mezzo aveva
nei bambini un pubblico molto fedele e appassionato. In Europa le
televisioni di stato limitarono ad alcune ore pomeridiane i programmi
per bambini, con una funzione pedagogica e complementare alla
scuola. Negli Stati Uniti, invece, la natura commerciale del sistema
televisivo incluse ben presto i bambini nel loro pubblico che,
occorreva raccogliere davanti allo schermo per esigenze pubblicitarie.
Non erano soltanto i bambini i destinatari di molti prodotti come cibi,
giocattoli o abiti; ma riuscivano a condizionare anche gli acquisti delle
loro madri per prodotti che non consumavano direttamente ma che
erano stati suggeriti dalla pubblicità.

Erano questi gli anni in cui la nuova pedagogia consigliava ai genitori


di rinunciare al controllo sui bambini attraverso punizioni e
ricompense , e di esaudire i loro desideri di regali per evitare traumi
psichici negli anni a venire.

22
Successivamente programmi per bambini furono collocati nel
pomeriggio, nel week-end e anche al mattino prima degli orari
scolastici; finché negli anni ’60 gli Stati Uniti furono scossi da
un’ondata di violenza, in gran parte razziale. Varie autorità e
movimenti accusarono la tv di educare i minori alla violenza,
riprendendo preoccupazioni che erano state rivolte, molti anni prima,
al cinema e ai fumetti. Nel tentativo di stabilire una trasmissione
televisiva senza violenza fu costituita così nel 1969 la tv pubblica; la
Pbs (Public Broadcasting Service).

Anche in Europa la programmazione per


ragazzi, prima così controllata, è stata
sconvolta dall’arrivo delle televisioni
private, in particolare laddove, come in
Italia, l’azione regolatrice dello stato è stata troppo tardiva. La
disponibilità a costi modesti di un vasto magazzino di cartoni
giapponesi aveva riempito la programmazione di molte emittenti
private con programmi discutibili, mentre è caduta ogni cautela nella
programmazione in ore accessibili ai più piccoli. E’ nato allora anche
in Europa un movimento di opinione e di forte critica verso la
televisione che ha portato all’introduzione di una segnaletica di
attenzione e a fasce orarie protette.

La TV via cavo e il servizio satellitare

Negli anni ’50 negli Stati Uniti nascono reti televisive via cavo per
distribuire il segnale nelle zone dove la tv via etere non arriva a causa
di ostacoli naturali come ad esempio una montagna. In questi casi un
imprenditore privato captava il segnale con un’antenna in cima alla
montagna e lo distribuiva in abbonamento utilizzando il cavo

23
telefonico preesistente, su cui possono viaggiare più segnali
contemporaneamente. Dieci anni dopo il cavo compare nelle grandi
città di New York e Los Angeles. I cable operator2, generalmente uno
per città, proponevano oltre alla ripetizione del segnale della tv via
etere anche programmi a pagamento; la così detta pay tv, offrendo allo
stesso tempo una migliore qualità dell’immagine e una minore
invadenza della pubblicità. In questo modo la tv via cavo si diffonde
in tutti gli Stati Uniti e il Canada. Essa offre un pacchetto assortito di
canali, inizialmente costruito sempre attorno al cinema, allo sport e ai
programmi per l’infanzia e che con il tempo ha allargato i propri
orizzonti dedicando interi programmi all’arte, alla musica, alle
previsioni meteorologiche e alla religione.

In Europa la tv via cavo si è sviluppata solo nei primi degli anni ’70,
particolarmente nelle zone con forti difficoltà orografiche e in quelle
esposte a influenze linguistiche e culturali plurime, come ad esempio
la Svizzera, il Belgio, l’Olanda e la Danimarca; anche se non si poteva
ancora parlare di pay tv che, invece, giungerà nel decennio
successivo.

Negli anni ’60 la televisione esce dai confini nazionali con l’uso dei
satelliti artificiali, che permettono di portare il segnale a grande
distanza. Un segnale radio proveniente dalla Terra incontrava il
trasponder (il ripetitore) del satellite e veniva riflesso in un altro punto
della superficie terrestre dove una stazione ricevente poteva captarlo.

Il primo satellite intercontinentale fu quello americano chiamato


Telstar che aveva funzioni telefoniche ma poteva trasmettere anche
2
Per cable operator si intende una società che paga la rete televisiva per poterla distribuire ed
averla nel proprio pacchetto, garantendole una percentuale delle revenue provenienti dalla raccolta
degli abbonamenti. Il cable operator quindi raccoglie piu’ CABLE NETWORKS (ovvero i canali)
e vende al consumatore un “pacchetto mensile” di canali.

24
segnali televisivi. Esso ruotava attorno alla Terra e poteva svolgere la
sua funzione solo per mezz’ora al giorno; quando cioè era visibile
contemporaneamente dagli Stati Uniti e dall’Europa. Per eliminare
questo limite dal 1964 i satelliti sono geostazionari; posizionati cioè a
36.000 chilometri dalla Terra e sono costantemente operativi. Poiché
l’aria coperta da un satellite è del 40% circa della superficie terrestre,
con tre satelliti, uno sull’oceano Atlantico, uno sul Pacifico e uno
sull’Indiano è possibile coprire contemporaneamente tutto il pianeta.

Il teletex e il videoregistratore

Intanto in ogni famiglia compaiono più apparecchi ma anche nuove


tecnologie.

Il Teletex. In Italia conosciuto come Televideo è un sistema per


mandare in onda testi scritti senza disturbare il segnale televisivo.
Negli anni ’80 si diffonde in Europa e America ( in Italia la Rai lo ha
introdotto nel 1984) per dare informazioni al consumatore che vanno
dalle notizie di attualità all’orario dei programmi televisivi e che
forniscono anche la sottotitolazione per i non udenti o per i programmi
in lingua straniera.

Il videoregistratore. Negli stessi anni compare nelle case anche il


videoregistratore utile sia per registrare programmi sia per guardare un
film in cassetta che si è acquistato o noleggiato. Questo nuovo
apparecchio offre la possibilità di fermare la riproduzione della
cassetta o di rivedere più volte un passaggio, magari anche a
rallentatore. In altre parole rende accessibile ad ogni famiglia
prestazioni prima riservate solo ai professionisti dell’immagine,
ampliando l’indipendenza dello spettatore che non sarà più vincolato

25
dagli orari della programmazione in tv. Solo verso la fine degli anni
’90 in Dvd manderà rapidamente in pensione il videoregistratore e le
videocassette.

La TV dei nostri giorni

Umberto Eco3 ha dato alla televisione dei nostri giorni il nome di


neotelevisione, descrivendola come un mezzo autoreferenziale, che
trasmette di tutto e invita semplicemente lo spettatore a scegliere, fra
le molte e varie rappresentazioni proposte, ciò che più ci interessa.
Non è più un apparecchio che ci trasmette a domicilio delle opere
compiute, ma un’offerta abbondante. L’ individuo è quotidianamente
investito da una massa enorme di notizie, problemi e situazioni che lo
coinvolgono emotivamente e socialmente.

Le trasmissioni prendono sempre più la forma della televisione: un


involucro in cui un conduttore propone uno dopo l’atro frammenti
anche molto diversi fra loro come una canzone, un gioco , una
scenetta comica o un filmato per parlare a una platea televisiva.
L’assemblaggio dei frammenti, ovviamente, non può essere casuale,
ma segue delle regole compositive ben precise per mantenere alta
l’aspettativa del pubblico anche in assenza di novità esclusive. Il
conduttore non è più un semplice presentatore, egli interpella
continuamente il pubblico, di cui si professa amico, cercando di
superare l’unidirezionalità delle trasmissioni televisive con vari
espedienti: la presenza di un pubblico in studio, le telefonate da casa ,
gli sms e il televoto (soprattutto dopo l’avvento dei telefonini), e il
contributo in danaro per nobili cause. Perfino i risultati di audience

3
Umberto Eco (Alessandria, 5 gennaio 1932) è uno scrittore, filosofo, accademico, semiologo,
linguista, massmediologo e bibliofilo italiano di fama internazionale.

26
vengono dichiarati in trasmissione per ringraziare il pubblico e
dimostrare l’ampiezza degli spettatori da casa.

Un tipo di spettacolo prevalentemente parlato è il talk-show come lo


stesso nome indica. Esso appare come un salotto televisivo popolato
da ospiti di varia estrazione con cui il conduttore parla. Nella
televisione più antica gli ospiti delle trasmissioni erano invitati a
parlare di ciò di cui erano competenti e sedevano generalmente a un
tavolo, come se svolgessero una lezione o una conferenza. Adesso,
invece, adagiati su comode poltrone sono autorizzati a parlare di tutto
e il conduttore è legittimato a rivolgere domande che riguardano
perfino la vita privata degli ospiti presenti in studio o in collegamento,
indipendentemente dalla loro particolare competenza.

In questi casi infatti non è importante che la conversazione giunga a


dei risultai, ma parlare in maniera ironica e frizzante di vari argomenti
di attualità, saltando da un tema all’atro. È il conduttore che, da buon
padrone di casa, sceglie i temi da trattare, guida la conversazione e
decide chi deve parlare e per quanto.

Nei talk-show fanno per la prima volta la loro comparsa persone


comuni, sedute accanto ai vip a raccontare talvolta anche i loro
problemi. In precedenza l’accesso alle trasmissioni era sempre stato
riservato a persone titolate e dotate di qualche potere; alla gente
comune era invece permesso di applaudire o al massimo concorrere a
qualche gioco dopo una dura selezione.

Dal talk-show discende l’ infotainment, una parola americana che


nasce dall'unione di information (informazione) e entertainment
(intrattenimento), per indicare il fenomeno dell’informazione
spettacolarizzata. Appartiene a questo genere il dibattito politico

27
condotto talvolta come un vero e proprio combattimento verbale,
sempre più spesso con la presenza di un folto pubblico partecipe in
studio o in collegamento dalle piazze o altri ambienti pubblici.

Anche i notiziari si spettacolarizzano, assomigliando sempre di più a


quelli americani. Le notizie non sono più lette con qualche diapositiva
sullo sfondo, ma “lanciate” da un giornalista, spesso in coppia con una
collega. Il giornalista fa partire il servizio collegandosi con il luogo in
cui un giornalista inviato descrive la notizia facendo a sua volta partire
inserti filmati. Oggi una notizia che non sia descritta attraverso
immagini, ma soltanto annunciata, è un evento insignificante.

Risorsa importante della neotelevisione è la fiction. la sua complessità


narrativa è di gran lunga superiore ai vecchi telefilm con episodi
intercambiabili. Oggi ogni puntata deve avere un senso compiuto,
riflettendo sia i valori della coscienza civile sia quelli della sfera
privata come l’amore, l’amicizia e la famiglia. Già negli anni ’80 era
giunta in Europa una nuova tipologia di fiction americana, ovvero il
serial, in cui ogni puntata era concatenata all’altra, lasciando qualcosa
in sospeso che dovesse prevedere un repentino colpo di scena. Negli
stessi anni giungono invece dall’America latina le telenovelas, cicli
conclusi girati prevalentemente in interni e molto amate dalla tv
commerciale proprio per il loro costo contenuto.

Anche i giochi televisivi noti come quiz show hanno un’importanza


crescente in un mondo sempre più intrecciato con la materialità del
denaro e della competizione. Questi programmi si trasformano; non
sono più una specie di nozionistico esame di stato, com’era agli inizi
della tv, e nemmeno un pretesto per conversare dove conta solo la
fortuna e non la competenza, come avverrà più tardi, ma un quiz
esperienziale, dove abilità tattiche, conoscenze e fortuna si mescolano

28
in una miscela non molto diversa dalla vita reale. Il conduttore non è
un arbitro, ma il confidente dei concorrenti, curioso delle motivazioni
della loro partecipazione e di come intendono investire la loro futura
vincita, mentre parenti, amici, genitori o fidanzati sono convocati ed
esibiti sullo schermo, durante lo svolgimento del gioco. Si chiede al
concorrente di ragionare a voce alta, di spiegare attraverso quale
percorso mentale giunge a dare la sua risposta, e il conduttore
commenta, loda o critica la qualità del ragionamento. Lo sconfitto non
viene immediatamente escluso dalla vista del pubblico in studio e da
casa, ma il conduttore commenta con lui, attorniato dai parenti
amareggiati, le circostanze del fallimento; lo consola ed esprime
apertamente le sue valutazioni.

La testimonianza della vita privata della gente comune e non,


confluisce in un altro genere di programma televisivo: il reality. Uno
show, uno spettacolo costruito intorno alla narrazione dell’intimità,
all’esibizione di emozioni e confidenze private, all’enunciazione
esasperata di problemi sociali, familiari e personali. Occorre
riconoscere che questo genere di programmi è molto seguito da un
pubblico che ama rispecchiarsi emotivamente in storie e vicende
vicine alla vita reale della gente. Ciò si ottiene proprio coinvolgendo
persone reali e intrecciando le loro vicende quotidiane alla
programmazione. Nel gran corpo del reality si delineano vari filoni. Vi
è infatti una componente demiurgica che si fa organizzatrice, giudice
e procacciatrice di esperienze vere, verosimili o combinate,
finanziando perfino interventi di chirurgia plastica (doctor 90210); una
caritatevole che promuove partite del cuore e partecipa a campagne di
utilità sociale, esibendo se necessario anche vittime e ammalati. C’è,
ancora, l’emotainment ovvero una sceneggiatura narcisistica di
questioni sentimentali e vagamente melodrammatiche o della vita
delle coppie; la star making television che definirei il genere di reality

29
che con un duro tirocinio forma un gruppo di giovani aspiranti artisti o
sportivi che miscelano cooperazione e competizione, successi e
disfatte ( Saranno Famosi). Un altro filone è quello della burla, come
nella trasmissione Scherzi a parte, coinvolgendo spesso vip un po’
appannati alla ricerca della popolarità, utilizzando largamente
telecamere nascoste. Infine vi sono filmati amatoriali o registrazioni
prese anche da telecamere di sorveglianza e ogni altro spezzone utile
che, vengono riciclati in extreme e che presentano alla rinfusa scene
raffiguranti rapine, catastrofi , incidenti, sport estremi e salvataggi;
molti di noi ricorderanno a tal proposito il programma televisivo degli
anni ’90 Reality.

Il primo e senza dubbio il più famoso reality è stato il Grande Fratello;


la versione italiana del Big Brother, la cui prima puntata venne
mandata in onda dal network privato olandese Veronica e che si
moltiplicherà in decine di paesi diventando in molti di questi un
fenomeno di costume. Il meccanismo del gioco è noto: i concorrenti,
in numero pari fra ragazzi e ragazze sono reclusi sono reclusi in una
casa da cui non possono uscire e in cui sono ripresi 24 su 24 da
telecamere piazzate ovunque. I loro unici contatti con l’esterno sono
gli autori del
programma. Il
pubblico da casa
decide chi eliminare
tramite il televoto e
quindi i concorrenti
mettono in atto
strategie di
sopravvivenza
mediate dagli autori. Chi rimane per ultimo vince una cospicua
somma di danaro, ma il premio implicito è una carriera nel mondo

30
dello spettacolo. La quantità di materiale girato è enorme, tanto che
per selezionarlo non basta una regia televisiva ma tre livelli di regia
sovrapposti. Tutto il materiale viene visualizzato su varie piattaforme
gratuite o a pagamento, compresi telefonini e computer che
permettono di seguire la vita in diretta nella casa.

Il Grande Fratello, che ha trasformato alcuni giovani in effimeri eroi


popolari e in attori, ha conosciuto molte imitazioni anche “all’aperto”
come il reality Survivor, un format americano del 2000 in cui i
partecipanti sono un gruppo di naufraghi che approdano su un’isola
deserta o L’isola dei famosi che mettono in scena divi e vip dell’altro
ieri alla ricerca di visibilità.

La tecnologia

Non si può procedere nell’indagine sui


mezzi di comunicazione senza
considerare la tecnologia, che
costituisce ormai la principale
interfaccia con il mondo, il mezzo
attraverso il quale ci confrontiamo con
la realtà. Le tecnologie dei media
riguardano sia il loro aspetto hardware sia quello software, hanno
diverse forme e dimensioni, le quali ora stanno rapidamente
cambiando e che producono conseguenze notevoli anche sul nostro
modo di vivere. La scrittura, la stampa, la radio, la telefonia, la
televisione e Internet, ciascuno di questi mezzi ha offerto nuovi modi
di gestire l’informazione e nuovi modi di comunicarla.

31
Ci troviamo, oggi, in una situazione che non ha precedenti nella storia
per l’abbondanza degli strumenti disponibili e per un’ampiezza di
diffusione che, almeno in parte, è accessibile dalla quasi totalità della
popolazione. Siamo nel bel mezzo di una rivoluzione tecnologica che
riguarda sia la produzione sia la distribuzione di informazione.

Solo tra il 1993 e il 2001 sono state messe in campo consistenti


innovazioni alla: tecnologiche tv digitale, la telefonia cellulare e
Internet; seguite dalla costruzione di reti di nuova generazione, anche
senza fili come il WiFi e lo sviluppo di strumenti personali di
comunicazione. Tra questi ricordiamo l’iPod della Apple, i palmari,
gli smartphone e i minicomputer Notebook che favoriscono la
fruizione audiovisiva e multimediale.

Vecchi e nuovi media

Un'importante ed attuale distinzione è quella tra media tradizionali (old


media) e nuove tecnologie di comunicazione (new media), le quali,
negli ultimi anni, hanno notevolmente ampliato il ventaglio delle
interazioni mediate, modificando profondamente le modalità di
comunicazione degli individui.

I media tradizionali includono sia quelli preposti alla comunicazione


interpersonale, come la lettera postale ed il telefono, sia i mass media,
come la stampa, il cinema ed i media elettronici (radio e TV). Questi
ultimi sono caratterizzati da una sostanziale rigidità riguardo alla loro
asimmetria direzionale, in quanto il loro flusso comunicativo one to
many , da un'unica fonte verso un vasto pubblico, implica una scarsa

32
possibilità di risposta da parte dell' audience , che può interagire con il
mittente solo inviando feedback indiretti o differiti (per esempio
intervenendo con il telefono in una trasmissione radiofonica oppure
inducendo cambiamenti nel palinsesto TV, mediante il dato di ritorno
rappresentato dagli indici di ascolto televisivi).

C'è da osservare comunque che, nonostante la mancanza di


interattività, gli spettatori della radio e della TV instaurano spesso con
il medium un patto comunicativo, per il quale il pubblico ha la
sensazione di scambiare significati con i personaggi, veri o inventati,
dei media, dando vita ad una particolare forma di interazione sociale
definita quasi- interazione mediata (Thompson, 1995).

Con il termine new media s'intendono tutte le forme di comunicazione


nate dai processi di digitalizzazione e dalla convergenza tra le
telecomunicazioni e l'informatica. Oggi è possibile utilizzare la posta
elettronica ( e-mail ) per scrivere agli amici, dialogare in tempo reale
con più persone tramite le chat , discutere dei temi più svariati
aderendo ai forum di discussione ed alle mailing-list , mandare fax,
inviare SMS o MMS tramite il telefono cellulare, richiedere la visione
di un particolare programma TV mediante la televisione digitale pay
per view (via cavo o satellitare) e molto altro ancora.

Il cambiamento più evidente operato dai nuovi media è lo


straordinario aumento della velocità con cui si superano lunghe
distanze e la conseguente drastica riduzione del tempo e dei costi della
comunicazione. Ma i mutamenti apportati alla vita sociale degli
individui sono molto più vasti ed incisivi. I new media hanno infatti
reso palesemente labili i confini tra mezzi di comunicazione
interpersonali e mass media, tra spazio pubblico e spazio privato e
soprattutto tra media unidirezionali e dialogici.

33
Queste nuove forme di comunicazione mediate dal computer
(Computer Mediated Communication) sono generalmente interattive e
per tale caratteristica si avvicinano maggiormente alla comunicazione
"faccia a faccia". Per esempio, nell'apprendimento a distanza ( e-
learning ) vi possono essere sia comunicazioni in differita, sia in
tempo reale, sfruttando le tecnologie di videocomunicazione e
addirittura gli ambienti di simulazione virtuale docente-studente.

Il telefono cellulare ha trasformato il tradizionale telefono in un


personal mobile , con il totale sganciamento da un luogo fisso ed il
conseguente grande vantaggio di poter comunicare e di essere
reperibili in qualunque momento e luogo ci si trovi. Un vantaggio,
pertanto, pienamente complementare alle esigenze di mobilità spaziale
e geografica degli individui nella società moderna.

L' e-mail abbrevia notevolmente i tempi della tradizionale lettera


cartacea, non solo per l'immediatezza dell'invio, ma anche perché i
messaggi scritti sono nella maggior parte dei casi più sintetici. La
"rivoluzione" prodotta dalla posta elettronica consiste nella possibilità
d'inviare e ricevere una grande quantità di messaggi (ed allegati) verso
e da persone che si trovano anche all'altra parte del mondo, con un
flusso one to one oppure one to many , quando la mail è indirizzata
contemporaneamente ad un intero gruppo di destinatari.

Quindi, la comunicazione realizzata con i new media comprende


modalità d'interazione sincrona, in tempo reale, come le chat , e
modalità asincrone, con tempi differiti tra la produzione e la ricezione,
come appunto l' e-mail , ma anche le mailing list , i newsgroup ed i
forum di discussione .

34
I flussi di comunicazione possono pertanto oscillare da tipologie one
to one a situazioni many to many , andando a costituire veri e propri
reticoli di interazione.

Più in generale l'uso della rete Internet ha introdotto la bidirezionalità


del flusso anche laddove essa ha significato una maggiore
partecipazione politica del cittadino. Egli ha adesso la possibilità di
raggiungere un'elevata mole di informazioni di servizio e può
finalmente colloquiare con le istituzioni pubbliche, fino a poco tempo
fa completamente inaccessibili, contribuendo con ciò stesso alla
distruzione di quell'immagine di chiusura, lontananza ed
autoreferenzialità della pubblica amministrazione, che aveva pervaso
totalmente l'immaginario collettivo e che è ancora oggi, per molti
aspetti, difficile da sradicare.

Riguardo al carattere mass mediatico delle nuove tecnologie, è appena


il caso di ricordare come il web fornisca una vetrina mondiale a tutti
coloro che sono potenzialmente in grado di accedervi attivamente,
realizzando anche, con il fenomeno dei blog, un'informazione
alternativa, di particolare interesse per il suo carattere di
comunicazione libera e indipendente (Verrastro, 2004).

Un fattore, spesso trascurato, è che le nuove risorse di comunicazione,


non sostituiscono quelle vecchie ma si aggiungono a queste.

Ci sono nuovi media sempre più convergenti grazie al meccanismo


della digitalizzazione, che stanno trasformando il tempo e lo spazio
culturale e sociale.

35
Digitalizzazione

Per digitalizzazione si intende la conversione dei dati in un linguaggio


numerico binario, contraddistinto dai soli numeri 0 e 1 e il loro
trattamento elettronico. La televisione, come la radio, ad esempio è un
mezzo elettronico perché si avvale di valvole elettroniche per
funzionare. Essa però è nata analogica, non digitale, perché trasmette
con una variazione continua di segnali radio.

La digitalizzazione non ha solo consentito di creare computer sempre


più piccoli, semplici e potenti, ma offre anche aiuto ad altre tecnologie
analogiche il cui problema è il trattamento veloce di grandi quantità di
dati. La musica ad esempio si serve di effetti digitali nella
registrazione dei dischi, il cinema migliora i suoi effetti speciali e
anche la tv se ne serve in post-produzione in forma sempre più larga
poiché permette grandi risparmi. Se per esempio in una fiction è
necessaria un’invasione di locuste o qualunque altro tipo di animaletti
difficili da dirigere, anche per il regista più esperto, con il “copia e
incolla” bastano quattro o cinque cavallette per generare un’orda di
insetti.

Alla fine degli anni ’70 dunque, se in produzione veniva usato sempre
più largamente il digitale, la messa in onda restava analogica e solo
negli anni ’90 ha cominciato la sua transizione al digitale, che richiede
di cambiare il vecchio televisore o dotarlo di un decoder detto anche
set top box (letteralmente scatola sopra il televisore) e che decodifica
il segnale riportandolo in analogico.

La transizione televisiva al digitale è stata resa possibile dal nuovo


ambiente comunicativo fortemente influenzato da Internet e, in misura
più ridotta, dalla telefonia cellulare. Alla fine degli anni ’80 il
computer si era già trasformato in un medium personale in grado di

36
elaborare, riprodurre e modificare testi scritti, audio e immagini e, da
uno strumento di lavoro, qual’era, si è trasformato progressivamente
in un mezzo per il tempo libero e l’intrattenimento.

Questo nuovo mondo è sempre attivo; notiziari e servizi finanziari


lungo le ventiquattro ore, accesso istantaneo al Word Wide Web,
commercio interattivo in un’economia virtuale e in una comunità
virtuale. In altri termini una vita da vivere on-line, canale su canale
con una vasta scelta di programmi.

Risulta interessante, perciò, capire come i nuovi e i vecchi mezzi di


comunicazione si evolvono e combinano interagendo fra loro.

Un processo chiamato convergenza delle forme di comunicazione sta


infatti offuscando le linee di demarcazione tra i media, nonché quelle
tra le comunicazioni interpersonali come la posta o il telefono, e le
comunicazioni di massa come la stampa, la radio e la televisione. Un
solo mezzo fisico (fili,cavi o onde radio) può farsi canale di
trasmissione di messaggi che in passato erano forniti per vie distinte.
Così il rapporto biunivoco che esisteva un tempo tra i diversi media e i
diversi canali di trasmissione si sta logorando.

Lo stesso telefono cellulare si diffonde già dagli anni ’90, ma soltanto


la sua terza generazione Umts, sul mercato 2001, permette di
collegarsi efficacemente ad Internet, di scattare e inviare foto, clip
audio e brevi video, supporta la videochiamata e la ricezione
televisiva in mobilità sul display.

Si cominciano a vedere sul proprio telefonino i gol della propria squadra,


videoclip, cartoni animati, telegiornali e quant’ altro si voglia.

37
Il paradosso dell’abbondanza

Distaccandoci per un momento da questo frenetico mondo in cui


viviamo, possiamo soffermare la nostra attenzione su come si è passati
da una fase iniziale di uscita dalla povertà, di espansione dei consumi,
in cui prevaleva il desiderio di volere sempre di più (more and more)
ed in cui l’abbondanza era considerata come valore e piacere in sé, ad
una situazione più “matura”, in cui si bada alla qualità oltre che alla
quantità (more and better, più e meglio).

Ora però stiamo entrando in una terza fase, in cui la quantità comincia
a essere percepita come negativa. La “gerarchia” delle informazioni è
sempre più centralizzata. In parte per una precisa volontà di
predominio, ma largamente anche per la passività del sistema, che
tende sempre più a essere ripetitivo e omogeneo. Notizie,
interpretazioni, prospettive, commenti, opinioni tendono ad aggregarsi
intorno a un unico modello di linguaggio, di cultura e di contenuti.

Si pone per tutti un duplice problema. Da un lato, come destreggiarsi


nella sovrabbondanza di materiale disponibile e dall’altro, come
andare oltre la superficie per cogliere informazioni, notizie e scambi
personali meno generici e più significativi.

Cinquant’anni fa, quando stava per nascere la televisione, l’Italia non


era solo un Paese povero dal punto di vista economico, ma anche
povero di informazione e di comunicazione. C’era un livello elevato
di analfabetismo, libri, giornali e telefono erano il privilegio di pochi,
neppure la radio era disponibile a tutti.

Oggi invece ci troviamo in una vera e propria “congestione


informativa” che costringe a scegliere non solo quali strumenti usare,
ma anche come. Mentre un’altra parte dell’umanità vive ancora

38
all’altro estremo: scarsità di informazione e di strumenti per
comunicare.

Quasi senza accorgersene, persone e famiglie di fatto stabiliscono una


scala di priorità, spesso in modo un po’ troppo passivo determinato
dall’abitudine e dall’imitazione.

L’Ottocento, secondo gli illuministi, doveva essere il Secolo dei Lumi,


il dominio della ragione. Fu il secolo della rivoluzione industriale, del
dissanguamento dell’Europa in guerre sempre più di massa, dei
conflitti sociali e delle indipendenze nazionali, fra cui quella italiana.

Il Novecento doveva essere il secolo del progresso, del riscatto


dall’oppressione, della sconfitta dell’oscurantismo e come sappiamo,
le cose non sono andate proprio in quel modo.

E per quanto riguarda noi, saranno gli storici del futuro a dirci se il
XXI secolo vedrà davvero fiorire la società dell’informazione, della
comunicazione, dell’intelligenza liberata, della ricchezza di diversità e
delle libertà individuali.

Bibliografia

Libri

GIUSEPPE MININNI, Psicologia e media, Laterza editori


2007

39
MARIO MORCELLINI E GIOVANBATTISTA FATELLI,
Le scienze della comunicazione, Modelli e percorsi
disciplinari, Carocci editore

ROGER SILVERSTONE, Perché studiare i media?, Il


Mulino editore

MARINO LIVOSI, Manuale di sociologia della


comunicazione, Laterza e Figli editori 2003

ENRICO MENDUINI, Televisioni, Il Mulino 2009

MILLY BUONANNO, L’età della televisione, Laterza


editori

MASSIMO SCAGLIONI E ANNA SFARDINI, Multitv,


L’esperienza televisiva nell’età della convergenza, Carocci
editore

STEVE JONES, Enciclopedia of new media, Sage 2003

HENRY JENKINS, Convergence culture: where old and


new media collide, NYU Press 2006

ANNA ESPOSITO, Fundamentals of verbal and non-verbal


communication, Maja Bratanic, Eric Keller – 2007

DAVID K. BERLO, El proceso de la comunicaciòn:


introducciòn a la teorìa y pràctica, El ateneo 2002

FREDERIC BABIER Y CATHERINE BERTHO


LAVENIR, Historia de los medios, Colihue 2007

40
Siti web

www.wikipedia.org

www.unibas.it

www.ilmondodelletelecomunicazioni.it

41