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L’Islam in Svizzera dalla seconda metà del XX secolo ai giorni nostri

Nel corso degli ultimi decenni la maggior parte delle secolarizzate società
occidentali è stata chiamata a confrontarsi con una lunga serie di problematiche che
trovano il loro minimo comune denominatore nel fenomeno dell’immigrazione e
della successiva convivenza tra individui di etnia, cultura, provenienza e, soprattutto,
religione diversa. In realtà, analizzando più a fondo la questione e considerando le
dinamiche che, in tali contesti geografici, hanno caratterizzato e stanno tuttora
caratterizzando il dibattito e le istanze della pubblica opinione, è agevole capacitarsi
di quanto il tema non investa tutti gli immigrati, a prescindere dalla loro provenienza
e confessione, ma interessi principalmente, per non dire totalmente, gli individui di
religione islamica. Nei fatti, come dimostrato dai numerosi episodi di terrorismo e di
cronaca seguiti all’attentato alle Torri Gemelle di New York dell’11 settembre 2001,
nel recente passato, in Europa, ma non soltanto, la sempre più tangibile presenza
dell’Islam e dei suoi adepti si è accompagnata ad un crescente livello di tensione
sociale di cui, ad oggi, è ancora difficile intravedere il termine.
Com’è del tutto logico attendersi stanti le diversità che caratterizzano il
contesto europeo, nel vecchio continente, su questo specifico fronte, ovvero con
riguardo al fenomeno migratorio e alle tematiche della convivenza e
dell’integrazione, sussistono differenze di vedute e di approccio quanto mai marcate.
Ciò, chiaramente, non è solo l’esito delle diversità storiche, culturali e politiche che
caratterizzano i Paesi europei, ma anche delle diversità rilevabili sul piano delle
dimensioni assunte nel tempo e nelle varie aree dal fenomeno dell’immigrazione e
della presenza islamica.
Su questo specifico fronte un caso emblematico è sicuramente rappresentato
dalla Svizzera, una società multiculturale caratterizzata dalla presenza di ben 4 lingue
ufficiali e da una popolazione di residenti stranieri che supera il 20%, collocando il
Paese, rispetto a tale parametro, al secondo posto in Europa dietro al Lussemburgo.
Tanto prossima geograficamente al centro dell’Europa occidentale quanto
lontana dalla sua forma e dalla sua essenza più politica, la confederazione elvetica è
un Paese che, pur essendo meta di corposi flussi migratori, anche islamici, fin
dall’inizio dello scorso secolo, soltanto di recente ha cominciato a confrontarsi con le
problematiche determinate dalla presenza musulmana.
Pur avendo assistito, durante la prima metà del ventesimo secolo, ad
un’immigrazione proveniente perlopiù dal sud Europa, ovvero da Paesi come l’Italia,
la Spagna e il Portogallo, di chiara cultura cattolica, a partire dagli anni ’60 la
Svizzera ha iniziato a intravedere i chiari segnali di un profondo mutamento nella
composizione dei flussi in ingresso e della sua società.
In quegli anni, infatti, a seguito di una campagna di reclutamento di nuova
forza lavoro, all’interno dei confini della confederazione ha fatto la sua comparsa una
prima comunità di immigrati musulmani, una comunità che, sebbene inizialmente
risultasse perlopiù composta da turchi, nel corso del tempo si è arricchita della
presenza di individui provenienti dalla Jugoslavia e dall’Albania.
Trattasi di quella che molti ritengono essere la prima delle tre ondate con cui la
pressione migratoria, nel corso degli ultimi 60-70 anni, ha ridisegnato il profilo già
multietnico e multireligioso della confederazione, aggiungendo al quadro di insieme
una sempre più corposa presenza di islamici.
In questa prima fase, come è tipico delle migrazioni effettuate per scopi
economici, i flussi si sono caratterizzati per la forte presenza di uomini, in prevalenza
soli, provenienti dalle zone rurali e poco scolarizzati, il cui obiettivo, però, non era
quello di insediarsi stabilmente in Svizzera ma, molto più semplicemente, di trovare
un impiego ben remunerato per poi tornare, dopo un po’ di tempo, al proprio Paese.
Pur essendosi concentrata nelle aree a forte vocazione industriale e pur avendo
costituito dunque, sul piano territoriale, un fenomeno tutt’altro che impercettibile, a
livello sociale, vivendo le proprie tradizioni e la propria fede in una dimensione
strettamente privata, la presenza di questi primi immigrati musulmani è risultata
pressoché invisibile agli occhi dei cittadini svizzeri.
Nei fatti, come sostenuto da alcuni, per quanto massiccia possa essere stata,
questa prima ondata non sembra aver esercitato un grande impatto sulla società
elvetica.
Lo scenario ha subito un primo evidente mutamento nella seconda metà degli
anni ’70, quando le autorità svizzere hanno deciso di trasformare i permessi di
soggiorno rilasciati ai lavoratori stranieri da temporanei a permanenti.
Tutto ciò ha creato infatti le condizioni ideali per l’avvento della seconda
ondata di migranti musulmani, quella che, come osservato da alcuni autori, trovando
la propria ragion d’essere nel ricongiungimento familiare ed essendo dunque animata
perlopiù da donne e bambini, ha posto le premesse essenziali affinché la presenza
islamica in Svizzera assumesse la forma sperimentata ancora oggi.
Con l’arrivo di donne e bambini, infatti, la comunità musulmana, che fino a
quel momento aveva vissuto in un isolamento pressoché totale, ha iniziato ad aprirsi e
ad intessere relazioni con la società ospitante.
Su questo fronte la frequentazione delle scuole da parte dei più giovani ha
giocato ovviamente un ruolo essenziale, ma a questa si sono aggiunti gli
innumerevoli momenti di contatto tra immigrati e popolazione locale determinati
dalla necessità, per i primi, al pari dei secondi, di soddisfare le tipiche esigenze dei
ricomposti nuclei famigliari, con le donne che, oltre ad occuparsi della spesa e delle
faccende domestiche, in diversi casi hanno deciso di intraprendere una propria attività
lavorativa.
Nei fatti, con la seconda ondata, la presenza islamica in Svizzera non ha
registrato soltanto un incremento dimensionale, ma anche un radicale cambiamento
nella sua composizione, evidenziando una più equa ripartizione per genere ed una
sensibile riduzione dell’età media.
In realtà, la ricomposizione dei nuclei famigliari ha generato in capo alla
comunità musulmana presente in Svizzera anche altri cambiamenti, sicuramente
meno visibili nell’immediato, ma non per questo meno importanti.
Per molti immigrati di fede islamica, infatti, il ritrovare intorno a sé gli affetti
famigliari ha determinato un profondo cambio di prospettiva che ha investito tanto il
modo di vivere il rapporto con le proprie origini e di intendere la propria presenza in
un Paese straniero, lasciando spazio alla possibilità di cambiare i piani iniziali e di
optare per una permanenza stabile, quanto il rapporto con la fede, che, pur
continuando a restare confinata in una dimensione privata, è venuta ad assumere un
significato più ampio di semplice legame con la cultura e il Paese d’origine.
Venendo infine alla terza ondata, sebbene in letteratura non vi sia una piena
comunanza di vedute rispetto alla collocazione temporale delle sue origini, che alcuni
fissano nella seconda metà degli anni ’60 (ovvero più o meno in concomitanza
all’avvento della prima ondata), mentre altri posizionano circa 20 anni dopo,
all’incirca negli anni ’80, una più condivisa posizione è rilevabile con riguardo alle
ragioni che ne hanno determinato sia la formazione sia la durata.
A tal proposito, infatti, la dottrina pare essere piuttosto uniformemente
schierata nel ritenere che la terza ondata di migranti musulmani affluiti in Svizzera si
sia sviluppata e strutturata nel corso degli anni, ma sarebbe meglio dire dei decenni,
sotto la spinta di dinamiche riferibili alla stabilità geopolitica del quadro
internazionale o, più empiricamente, in ragione del sempre più massiccio arrivo di
rifugiati politici e richiedenti asilo provenienti dalle aree di crisi più prossime alla
confederazione, ed in particolare, in un primo momento, dalla ex Jugoslavia e, a
seguire, dai Balcani, dal Nord Africa e dai Paesi subsahariani, ma successivamente
anche da zone molto più lontane come il Vicino e il Medio Oriente.
Mentre quest’ultima ondata, pur tra alti e bassi, proseguiva nel proprio
percorso evolutivo, a partire dai primi anni ’90 la comunità islamica presente
all’interno dei confini elvetici si è arricchita e consolidata anche grazie alla comparsa
di una nuova e sempre più corposa componente animata dai musulmani di seconda e
terza generazione, ovvero dai figli degli immigrati della prima ora, giovani nati e
cresciuti in Svizzera che, rispetto ai propri genitori e ai membri più anziani della
famiglia, avevano con la lingua, la cultura e il Paese di origine un legame
sicuramente meno stretto.
Alla luce di quanto finora evidenziato, si può dunque affermare che, ad oggi, i
musulmani presenti in Svizzera sono il risultato di un processo migratorio avviatosi
nella seconda metà dello scorso secolo e articolato in tre distinte ondate, con un
primo gruppo, composto da migranti economici di sesso maschile provenienti dalla
Turchia e dall’area balcanica, che è cominciato ad arrivare sul finire degli anni ’60;
un secondo gruppo, composto da donne e bambini, formatosi a partire dalla seconda
metà degli anni ‘70 a seguito di necessità legate al ricongiungimento famigliare, ed
un terzo gruppo, composto da richiedenti asilo e rifugiati politici, che, pur essendo
presente già da qualche decennio all’interno dei confini elvetici, si è reso decisamente
più evidente tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90 sull’onda delle crisi che
hanno investito i Balcani (ex Jugoslavia, Albania, Kosovo ecc.), per poi consolidarsi
successivamente a seguito degli arrivi provenienti da un’area decisamente più vasta
che si estende, a sud, fino all’africa subsahariana, e, ad est, fino al Medio Oriente ed
anche oltre.

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