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CITTADINANZA E COSTITUZIONE

Alla fine del mese di Febbraio 2020 il coronavirus è arrivato in Italia e le misure
adottate per cercare di contenere la diffusione del virus, sono state misure che
non hanno precedenti nella storia dell'Italia repubblicana. Tra queste abbiamo
avuto: isolamento in casa, divieto di spostamento se non per gravi e comprovati
motivi di necessità, divieto di assembramenti, scuole chiuse, attività
commerciali e produttive chiuse. Tutte queste misure sono state, limitazioni di
diritti e di libertà personali che sono garantite in massimo grado per la nostra
costituzione. Rispettivamente si tratta della libertà di circolazione, libertà di
riunione, diritto all'istruzione, diritto al lavoro, libertà di iniziativa economica
privata e a questi potremmo aggiungere anche, la libertà di professare la propria
religione visto il divieto di celebrare messe e cerimonie religiose. A questo
punto potremmo chiederci se una simile limitazione dei diritti e della libertà
costituzionale è legittima. Partiamo dal presupposto che i diritti, proprio perché
sono tali e coesistono fra loro, possono entrare in conflitto. In altre parole ci
sono dei casi in cui non è possibile garantire contemporaneamente due diritti
nella loro massima espressione. In questi casi quindi si ricorre a quello che
viene chiamato “bilanciamento”. Il bilanciamento fra i diritti ci insegna che, la
limitazione di un diritto è giustificata se viene controbilanciata dall'esigenza di
proteggerne un altro che nel caso concreto risulti prevalente. Nel nostro caso
quel diritto prevalente sarà il diritto alla vita e alla salute delle persone. Tuttavia
ogni limitazione dei diritti deve essere proporzionata, cioè deve avvenire nella
misura minima necessaria e soltanto per un periodo limitato. Il fatto che il
bilanciamento sia un fenomeno tutt'altro che raro nella vita delle costituzioni, si
è dimostrato dal fatto che a volte è proprio la stessa costituzione a operarlo; cioè
nel momento in cui ci attribuisce un diritto, esso stesso prevede già la possibilità
di limitarlo. Facciamo un esempio: prendiamo l’Art.16 della costituzione dove
si cita “La libertà di circolazione”. Se leggiamo con attenzione, troviamo
scritto che: “ogni cittadino può circolare liberamente” ma se andiamo appena
due righe sotto, troviamo scritto che, "vengono fatte salve le limitazioni che la
legge stabilisce" proprio per motivi di sanità oltre che di sicurezza. Bene, a
questo punto voglio parlare di un particolare tipo di bilanciamento, che proprio
in questo periodo ci riguarda da vicino; si tratta del bilanciamento che
contrappone da un lato il diritto alla salute e dall'altro il diritto alla privacy. Qui
il pensiero va a quelle applicazioni di “contact racing” cioè di tracciamento dei
contatti, che sono già state utilizzate in altri paesi come ad esempio, la Corea del
Sud, per cercare di identificare tutte quelle persone che potrebbero essere state
infettate dal virus. Anche in Italia è stata adottata una di queste applicazioni, e si
tratta dell'App “Immuni”. Ora, una simile operazione di tracciamento di massa
in grado di raccogliere, interpretare, elaborare pressoché qualsiasi dato che
riguarda le nostre relazioni, che è in grado di sapere non solo dove siamo ma
anche con chi siamo e per quanto tempo, viola il nostro diritto a tenere per noi
queste informazioni. L'invasione della nostra privacy è giustificata se ci sono
comprovate esigenze di tutela della salute pubblica e individuale; bisogna però
che la legge stabilisca dei limiti all'uso di queste applicazioni e al trattamento
dei dati che vengono raccolti tramite tali applicazioni e si tratta anche di limiti
etici. Infatti i massimi esponenti di etica dell’informazione ci avvertono che
stiamo entrando in aree inesplorate dell'etica digitale e ci pongono il problema
dell'equità sociale soprattutto per quanto concerne il “digital divide” (divario
digitale). Nel 2017 il 43% della popolazione dell'unione europea, aveva un
livello insufficiente di competenze digitali e il 17% non ne aveva alcuna. Se
questo è il contesto nel quale ci muoviamo, bisogna fare attenzione perché se la
salute passa attraverso uno smartphone tramite un'applicazione, allora il divario
digitale può a quel punto, diventare un divario biologico. Abbiamo visto come
l'accesso alle tecnologie abbia un impatto importante sulla violazione dei diritti
non solo rispetto alla salute ma anche rispetto all'istruzione. Ce ne siamo accorti
tutti quando le scuole in Italia sono state chiuse e si è iniziato a fare didattica
online la cosiddetta Dad. Improvvisamente è emerso il problema del divario
digitale all'interno della popolazione studentesca. In Italia tra i ragazzi di età
compresa fra i 6 ei 17 anni, il 12,3% non ha né un computer né un tablet in casa
ma anche tra coloro che dispongono di un computer oppure di un tablet, ben il
57% è costretto a condividerlo o con i genitori, che a loro volta si trovano a
lavorare in smart working, oppure con i fratelli. È evidente che in queste
condizioni, si rischia di aumentare la dispersione scolastica che va a colpire
proprio chi è più svantaggiato.