Sei sulla pagina 1di 9

CiupaCapra

Fin dalla nascita la mia esistenza si è basata


sull’esclusione e la solitudine: i lucertoloidi sono
un popolo circoscritto alla palude, ripudiato dalla
maggior parte degli altri essere viventi, e sempre in
guardia per qualche pericolo, e se non bastasse,
almeno per me, persino escluso dalla mia stessa
minoranza; appartengo ad un gruppo unico, formato
solo da me medesimo.
Sono nato con delle deformazioni, che in realtà non
creano dei grossi impedimenti: la schiena ricurva, e
incavata verso il petto, la mandibola che sovrappone
la mascella, e quella serie di denti e di scaglie,
non proprio ordinarie per la mia specie.
Isolato per il mio aspetto, non avevo veri e propri
compagni, e non che ci siano importanti legami tra i
lucertolodi: qui si cerca solo di sopravvivere.
La palude è un posto pericoloso, nemica ad ogni
essere vivente: dall’estate arida, ove l’umidità
stagna l’acqua salata e putrida delle pozze;
all’autunno dai freddi venti e le numerose piogge,
che inondano la palude in un oceano di isole fangose,
in cui difficilmente ci si può stabilire; e infine
l’inverno di ghiaccio, ove l’acqua si congela,
creando statue di squali, e privando non solo della
possibilità di stabilirsi, ma ancor peggio, di
cacciare.
I lucertoloidi sono un popolo nomade, ma non si
conosce la motivazione: potrebbe essere un carattere
di attitudine della specie, o una conseguenza della
nostra “casa”, la palude.
Il popolo si divide in ascendenze, che si
contraddistinguono attraverso piccoli dettagli
anatomici, come la sfumatura delle scaglie e il
colore dell’iride, ma nessuna grande differenza;
questi caratteri si legano perlopiù alle leggende e
ai miti, secondo i quali questi piccoli dettagli
definiscono il proprio temperamento.
Le vere differenze sono attitudinali, nei
comportamenti: il carattere del branco, che a loro
volta si divide in comunità.
La mia ascendenza è dei Blundet, un branco aperto,
formato da comunità generazionali.
Il villaggio in cui si nasce viene definito
‘Fluarflok’, “Branco in fioritura”, ove ogni
lucertoloide muove i suoi primi passi sotto la guida
dei ‘Lejua’, i capi del villaggio, dai quali si
impara a sopravvivere.
I genitori sono tutti coloro che ormai hanno
raggiunto la maturità: la famiglia è un concetto che
si estende a tutto il branco, in modo da unire tutti
al solito scopo; siamo tutti uniti, ma non
dall’affetto: dalla fame e l’istinto di
sopravvivenza.
Abbiamo una visione sentimentale basata sul distacco,
e sulla priorità della necessità; non si conosce né
l’amore né tanto meno la bellezza, se non in forme
primordiali.
I capi sono coloro che dimostrano grandi abilità
fisiche, come una smisurata forza, o elevata agilità,
e grandi abilità tattiche, virtuosismi nelle
indagini, capacità di ricerca, e strategie di
perlustrazione e caccia.
Durante la maturazione ogni giovane deve svolgere
delle prove, le quali dimostrano le varie capacità, e
le competenze, le inclinazioni, e il temperamento,
affichè si possa stabilire il ruolo da ricoprire nel
‘Barnebi’, letteralmente “villaggio dei figli”: il
villaggio composto dai giovani, che si allontanano
dal villaggio, e ne creano uno proprio, nuovo, ma
sempre sulla medesima struttura di quello in cui sono
nati e cresciuti.
Capita, che un gruppo di anziani si allontani, e
formi in altra comunità detta ‘Gammel’, e che ancor
più raramente provino a creare in altra generazione,
e quindi un nuovo villaggio di fioritura, detto
‘Gammelfluour’.
I villaggi sono l’espressione dei cicli
generazionali, la struttura con cui si propaga la
specie.
Durante l’adolescenza non ho mai dato prova di grandi
abilità atletiche, o di pura forza, superavo con più
facilità le sfide che richiedevano astuzia e
intuizione; i più anziani dicevano che si vedeva
dall’iride chiara, simbolo del ‘Tinkar’, “colui che
riflette”, ma sembrava più una scusa, per non
rimarcare i mie difetti anatomici.
A differenza di Vutha: un lucertoloide perfetto
dicevano: braccia possenti, gambe lunghe, scaglie
affilate e occhi scuri; indice di un temperamento
violento, da grande ‘Biudar’, ”colui che morde”, nato
per la cacciare, e per sfamare il proprio villaggio.
Non avevo molta compagnia, e come unico contatto
avevo la natura; un mondo, che da un lato detestavo,
proprio per la mia natura deformata, ma d’altronde
amavo per quel silenzio consolatorio, quei misteri
affascinanti, e come diceva lo sciamano del
villaggio, per quelle eccezioni singolari, che
compongono la regola.
Irthos era il Naturfosker, un vecchio lucertoloide,
molto sapiente, e anche molto gentile; l’unico che mi
stava vicino, e non mi trattava in modo freddo e
distaccato, o peggio ancora compassionevole.
Mi spronava a studiare, e sfruttare la mia
singolarità, la mia connessione, se pur dualistica,
d’amore e d’odio, con la natura, per entrarci in
connessione e potere farne qualcosa di buono.
Il mio interesse principale era capire come si forma
la vita e la morte, come si generano, e come si
stabilisce il rapporto d’equilibrio tra queste due
forze.
Ho sempre ritenuto, anche nel mio triste caso, la
vita un diritto, ma non ho mai escluso la morte in
una tale considerazione: la vita e la morte sono due
condizioni d’esistenza, le quali non devono essere né
imposte, né vietate.
Gli anni passano, e maturavo come ogni essere
viventi, affinavo le mie abilità da lucertoloide: la
mia corazza naturale, i miei artigli e il mio morso,
e anche nella costruzione di oggetti da caccia, ma
non era ciò che mi interessava davvero.
Arrivo il momento del ‘Modning’, il rito di
passaggio, ove tutti i lucertoloidi, prossimi alla
maturazione, devono dimostrare di esser pronti a far
parte del ‘Barnebi’.
Le prove sono essenzialmente tre, ricerca, caccia e
fuga, ma unite da un assoluto: sopravvivere alle
avversità; nella zona più pericolosa della palude,
ognuno, deve fare il possibile per identificare e
uccidere una preda, e evitare gli altri predatori.
I ‘Lejua’ controllano da lontano se avrai successo,
oppure se fallirai, in nessuno dei due casi verrai
aiutato, o salvato.
Una prova che determina tutto: la tua vita o la tua
morte.
Abile nella ricerca, identificai un caprone, che si
era allontano troppo dal pascolo vicino, e inizia a
preparare una trappola, un piccolo trucchetto, che
senza troppa fatica mi avrebbe consegnato quel pasto,
che avrebbe sfamato tutto un villaggio.
La sorte volle, che nello stesso momento, un
coccodrillo gigante, aveva puntato la mia stessa
preda, e mi ritrovai in un grosso combattimento, che
a fatica riuscivo a portare avanti: graffi, morsi, e
colpi di coda; una danza di scatti energici, e colpi
adrenalinici, ognuno orientato a soddisfare quella
volontà di potenza, che lega ogni essere vivente: la
fame.
Il coccodrillo stava per avere la meglio, mi aveva
ferito, e zoppicavo, mentre con le fauci tratteneva
il corpo del caprone; capì, che, se volevo uscirne
vivo, e vincitore, dovevo sfruttare tutto il mio
ingegno.
Presi delle ossa lì vicino, e dei bastoni, e saltai
sopra il coccodrillo, in modo da bloccare i cardini
della mandibola, affinché non potesse chiuderla.
Presi un arbusto e inizia ad avvolgerlo alla capra, e
mi preparai a fare il più faticoso tira alla fune
della mia vita.
Percepivo, che non bastava, e avevo bisogno di
qualcosa di più.
I minuti passavano, e questa lotta sembrava non
arrivare ad una fine, e passarono quasi delle ore
finché non vidi con la coda dell’occhio dei funghi
che avevo studiato poco tempo prima, dai principi
velenosi.
In un momento di stallo, conficcai la mia clava nella
morbida terra della palude, e vi legai la mia parte
dell’arbusto, affinché potessi avere pochi secondi
per allontanarmi e andare a prendere i funghi.
Presi con un balzo i funghi e li lanciai nella gola
del coccodrillo, che dal bruciore, lascio la presa,
permettendomi di portarmi via il caprone.
Ormai era notte, e arrivai per ultimo, e mi
guardarono con sguardi stupiti, increduli che ci
fossi riuscito. Mi avvicinai, e afferrai il caprone
per le corna, feci un grido da battaglia, e afferrai
con un morso la gola della bestia, staccandone la
testa, e lasciando cadere il corpo ai piedi dei capi.
Mi consegnarono il ‘Tirso’, il bastone simbolico
assegnato a chi dimostra di essere ormai maturo, e di
porter far parte del ‘Barnebi’.
Alla fine era un semplice bastone, una treccia di
rami e corteccia, in particolare di salice piangente,
l'albero più comune della palude, ma dal grande
valore simbolico, poiché rappresentava il successo
della prova, e il passaggio all'età matura: l'inizio
della vita.
Non so se era la soddisfazione di aver dimostrato il
mio valore, o l’adrenalina per aver scampato la
morte, o magari quel sangue scuro che dalla testa
della capra, scivolava tra i miei denti, inebriandomi
come un poppante al latte materno; una linfa vitale,
un respiro dionisiaco, un orgasmo sensoriale, che mi
faceva perdere la testa.
I giorni seguenti furono di preparazione, affinché ad
ognuno fosse assegnato un ruolo ufficiale; io avrei
preso il ruolo di fosker, quindi sarei stato il
ricercatore, il sapiente e il guaritore, assieme ad
Othokent, un lucertoloide molto intelligente, con
grandi abilità da stratega, e grande amico di Vutha e
Verthica, i due cacciatori più letali del gruppo.
Passai quindi gli ultimi giorni con Irthos per
affinare le mie capacità, e mi aiutò a creare il mio
totem, il mio catalizzatore, come lo chiamava lui, un
oggetto a cui sarei stato legato tutta la vita, e che
mi avrebbe aiutato; e presi la testa del caprone, che
con le dovute lavorazioni, divenne uno scheletro
solido, anche se aveva un corno spezzato.
Ero pronto: avevo il mio tirso, il mio totem, e tutte
le conoscenze per aiutare il mio villaggio, e poter
sopravvivere; e come alcuni, cambiai il mio nome: il
Ciupacapra.
I primi mesi furono abbastanza tranquilli, rimanevamo
in zone a noi abbastanza conosciute, e riuscivamo a
campare abbastanza bene.
Nei luoghi più familiari, e quindi tranquilli,
cercavo di spingermi un po’ oltre i perimetri
consentiti dall’Ulizza, la strada madre della palude,
e cercavo di studiare vari elementi della flora, come
fiori per creare soluzioni di guarigione, ma anche
principi velenosi, studiati attraverso le spore di
vari funghi; ormai mi promuovevo verso il ruolo di
Naturfosker.
Le mie conoscenze si affinavano, e ormai non
viaggiavo senza i miei attrezzi per creare
medicinali, e senza la mia scorta di spore velenose:
ero riuscito ad estrarre un principio dai grandi
effetti necrotici, che avevo trovato studiato la
formazione di funghi nei corpi decomposti delle
prede.
La decomposizione, quel progressivo, ma lento
movimento tra la vita e la morte, tra il perfetto
funzionamento biologico, e la perdita di ogni
principio attivo, quello, era il mio principale
interesse: intromettermi nel ciclo vita-morte, e
approfondire l’essenza della decomposizione, il
momento che lega il dualismo assoluto, costrutto
descrittore di tutto il mondo.
Passarono due anni, e il Barnebi funzionava, ognuno
rispettava il proprio ruolo, anche se non apprezzavo
il comportamento di Vutha, che preferiva una comunità
di completi cacciatori, ripudiando ruoli come il mio.
Un giorno lottammo: voleva che io mi unissi alla
caccia, invece che “stare a guardare le piante”, e
iniziammo un combattimento, dove ebbe la meglio,
finché non tirai fuori le spore per difendermi, e lo
feci allontanare.
Le discussioni e i combattimenti sono nella nostra
natura, per quanto si ricerchi la collaborazione,
l’istinto è sempre difficile da tenere sotto
controllo; e d’altronde ognuno aveva bisogno
dell’altro.
Forse fu propria questa mancanza di completa coesione
della comunità, questo legame senza affetti, questa
visione fredda e distacca della vita, che permise ai
cacciatori di catturare alcuni di noi.
Eravamo troppo a sud, e decidemmo di dover tornare
indietro, o saremmo dovuti passare tra due villaggi,
correndo troppi pericoli.
Durate la preparazione ci attaccarono dei cacciatori,
e dopo un breve combattimento, all arrivo di altri
gruppi, decidemmo la ritirata, nella quale io e pochi
altri fummo catturati.
Questi gruppi misti catturano le popolazioni indigene
per venderle al mercato della chiesa, ove non
riuscirono a vendere me, a causa delle mie
malformazioni, che fecero pensare ad un animale senza
forza, incapace di combattere.
L’unico modo per sbarazzarsi di me era vedermi al
mercato nero, e lì mi trovò Duvur, un nano dalla
barba folta, che mi prese con se per studiarmi.
Iniziò semplicemente a mantenermi, avevo un posto
dove stare, e mi portava da mangiare, ma con il tempo
provò un approccio sociale, e iniziammo a parlare.
Facevo fatica, non capivo molte cose di cui mi
parlava, ma con il tempo riuscimmo a comunicare: lui
mi portava libri e rispondeva a qualche mia domanda,
e io gli mostravo semplicemente alcune delle mie
abilità; legate sopratutto alla mia natura fisica: le
scaglie, i denti, gli artigli.
Voleva capirmi, studiarmi, ed era disposto a
collaborare reciprocamente, ognuno per raggiungere il
proprio scopo.
Gli mostrai allora le mie conoscenze naturalistiche,
tutto ciò che ero in grado di fare, sopratutto
partendo da corpi morti in decomposizione o scarti di
carcasse.
Gli mostrai come costruire armi da cortecce e ossa
d’animale; persino uno scudo con il guscio della sua
vecchia tartaruga, Gertrude, ormai vicina alla morte.
Duvur non era un semplice studioso, ma un mago:
passavo molto tempo a scrivere e trascrivere: fogli,
libri e pergamene fluttuavano e rimpievano ogni
stanza.
Mi insegnò varie cose: la storia di Castamir, il
ruolo della chiesa, e il rapporto con maghi e
accademie; gli chiesi quindi libri di magia, in
particolare sulla necromanzia, cercando di capire se
potessi potenziare l’essenza delle spore velenose.
Mi introdusse al mondo dell'accademia, un luogo
segreto, ove ogni sapere veniva custodito con cura.
Ogni disciplina aveva un referente, sotto il quale
c'era una o massimo due figure di rilievo, e a
seguire i vari assistenti; conobbi così vari
esponenti.
Uno dei più importanti è Aleksandr Agapov: maggior
esponente delle arti illusorie, e anche capo della
sicurezza, colui che garantisce la segretezza di
questo luogo; motivo per cui mi fu presentato per
primo.
Duvur mi presentò poi il rappresentante delle arti
naturalistiche, Buttede, un omone gentile, colui che
si interessò di più a me, e al mio strano aspetto,
anche se, sembrava conoscere bene la mia razza.
Aranna Grim, la persona che mi interessava
maggiormente, una grande esperta in necromanzia, che
fece da tutor a Duvur, e entrambi mi parlarono di
Gomir Arnelius: il più abile a manovrare la trama
magica nelle arti necromantiche.
Il direttore,, non mi fu mai presentato, non si
mostrava mai in pubblico, viveva ritirato tra i suoi
libri, e i suoi doveri.
Iniziai a introdurre la magia alle mie conoscenze
naturalistiche, in modo da amplificare l’essenza
naturale delle spore: iniziai a creare delle
soluzioni di spore e flussi magici, e immerso in un
bagno di magia necrotica, rivestii le mie scaglie di
funghi e spore, imparando a lanciarle come meccanismo
di difesa.
Imparai anche qualche piccolo incantesimo, Duvur mi
aiutava a mantenere la concentrazione, e sviluppare
sempre di più la mia connessione con la trama magica.
Pamela, il mio teschio simbolico, il caprone che
definì la mia maturità, che Irthos mi aveva insegnato
ad utilizzarlo come catalizzatore, per la mia
connessione alla natura, e adesso alla magia, era
diventato un oggetto dal grande potere, ricoperto di
spore, piccoli funghi, e un po' di muffa, era
diventato un importante artefatto magico.
Pamela era il mio focus druidico, un oggetto davvero
speciale, che mi consentiva di connettermi con la
natura, e la magia, ma sopratutto con la
decomposizione, l'intermezzo tra la vita e la morte.
Non so cosa volesse da me Dovur, se ero un oggetto di
studio, o un fortunato che ha tolto dal mercato nero,
ma sapevo di dover rimanere con lui, e restare
nell'accademia, per poter parlare con personaggi come
Gomir, e acquisire le abilità che desideravo.

Potrebbero piacerti anche