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INTERADRIA

Culture dell’Adriatico

18

Collana diretta da
Silvana Collodo e Giovanni Luigi Fontana
Comitato scientifico
Gian Pietro Brogiolo, Furio Brugnolo, Renato Covino,
Antonio Di Vittorio, Francesca Ghedini, Egidio Ivetic, Rolf Petri,
Paola Pierucci, Guido Rosada, Giovanna Valenzano, Guido Zucconi
Paolo Preto

Venezia e i Turchi

viella
Copyright © 2013 - Viella s.r.l.
Tutti i diritti riservati
Prima edizione: gennaio 2013
ISBN 978-88-8334-947-8 (carta) ISBN 978-88-6728-145-9 (e-book)

Questo volume è pubblicato grazie all’apporto dei sottoscrittori e con il


contributo del Dipartimento di Scienze storiche, geografiche e dell’antichità
dell’Università di Padova.

viella
libreria editrice
via delle Alpi, 32
I-00198 ROMA
tel. 06 84 17 758
fax 06 85 35 39 60
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Tabula gratulatoria

Filiberto Agostini Carlo Capra


Mauro Ambrosoli Dino Carpanetto
Cristina Amplatz Michele Cassese
Bruno Anatra Marina Cavallera
Stefano Andretta Centro di ricerche storiche di Rovigno
Franco Angiolini Rita Chiacchella
Livio Antonielli Mirella Chiaranda
Benjamin Arbel Salvatore Ciriacono
Alessandro Arcangeli Silvana Collodo
Giovanni Assereto Comune di Valdagno
Ugo Baldini Mino Conte
Salvatore Barbagallo Giorgio Cracco
Federico Barbierato Vittorio Criscuolo
Antonella Barzazi Michela D’Angelo
Francesco Benigno Fabrizio D’Avenia
Giampietro Berti Maria Grazia Dal Lago
Marina Bertoncin Maurizio Dal Lago
Paolo Bettiolo Angela De Benedictis
Ivo Biagianti Antonino De Francesco
Antonello Biagini Piero Del Negro
Furio Bianco Renato Di Nubila
Biblioteca comunale di Valdagno Eugenio Di Rienzo
Biblioteca del civico museo “Correr” Friederich Edelmayer
di Venezia Antonio Fabris
Biblioteca Universitaria di Padova Pierpaolo Faggi
Carlo Bitossi Elena Fasano Guarini
Roberto Bizzocchi Ettore Felisatti
Giorgetta Bonfiglio Dosio Massimo Firpo
Elena Bonora Giovanni Luigi Fontana
Giorgio Borelli Marina Formica
Gian Paolo Brizzi Silvano Fornasa
Ivone Cacciavillani Irene Fosi
Marina Caffiero Gigliola Fragnito
Orazio Cancila Daniela Frigo
Rossella Cancila Carlo Fumian
Guido Candiani Luciano Galliani
Francesca Cantù Donato Gallo
Francesca Fausta Gallo Guido Pescosolido
Massimo Galtarossa Corrado Petrucco
Marina Garbellotti Luciano Pezzolo
Francesco Gaudioso Gaetano Platania
Antonino Giuffrida Giuseppe Poli
Giuseppe Gullino Giorgio Politi
Mario Infelise Claudio Povolo
Pier Cesare Ioly Zorattini Paolo Prodi
Istituto per le ricerche di Storia sociale Annamaria Rao
e religiosa, Vicenza Giovanni Ricci
Istituto veneto di scienze, lettere ed arti, Antonio Rigon
Venezia Gian Paolo Romagnani
Egidio Ivetic Mario Rosa
Silvio Lanaro Saverio Russo
Sergio Lavarda Renzo Sabbatini
Antonio Lerra Biagio Salvemini
Stefano Levati Piero Sanna
Luciano Libondi Sandra Secchi Olivieri
Luca Lo Basso Renata Segre
Cristian Luca Federico Seneca
Piero Lucchi Giovanni Silvano
Andrea Maccarini
Angelo Sindoni
Claudio Maddalena
Emilio Sola Castaňo
Mirella Mafrici
Carlotta Sorba
Francesco Manconi
Antonio Spagnoletti
Alessandro Martin
Angelo Massafra Giovanni Ivan Tocci
Giuseppe Micheli Rita Tolomeo
Paola Milani Gianfranco Tore
Paolo Militello Mario Tosti
Francesco Mineccia Giuseppe Trebbi
Mario Mirri Ugo e Hannelore Tucci
Gilberto Muraro Roberto Tufano
Gianni Murgia Elena Vanzan Marchini
Giovanni Muto Gian Maria Varanini
Simona Negruzzo Bianca Varisco
Alberto Neri Marcello Verga
Ottavia Niccoli Raffaello Vergani
Achille Olivieri Alfredo Viggiano
Lino Olivieri Giuseppe Viscardi
Giuseppe Olmi Maria Antonietta Visceglia
Daniele Palermo Giuseppe Zago
Walter Panciera Patrizia Zamperlin
Alessandro Pastore Andrea Zannini
Bruno Pellegrino Gabriella Zarri
Giovanni Perazzolo Alvise Zorzi
Leandro Perini Giuliano Zoso
Indice

Prefazione 9

I. L’immagine e la conoscenza del mondo turco

1. La gens scythica da un’oscura origine alla «monarchia universale» 13

2. Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile» 19


1. Guerra e pace sino a Passarowitz (p. 19). 2. Le profezie sui Turchi
(p. 44).

3. Realtà e mito del turco nella società veneziana 59


1. La conoscenza della lingua turca a Venezia (p. 59). 2. I Turchi nella
vita veneziana (p. 71). 3. Religione e potere in uno stato dispotico
(p. 89). 4. Un doppio scandalo: un popolo inimicus nobilitati e i rin-
negati (p. 99). 5. I vizi di una nazione «barbara» (p. 140). 6. Turcherie
nell’arte e nella letteratura del Cinquecento e Seicento (p. 146).

4. La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII) 171


1. Il «viaggio in Turchia» (p. 171). 2. Gli scritti «turcheschi» del Sanso-
vino e l’Ottomanno di Lazzaro Soranzo (p. 176). 3. Paruta e i pubblici
storiografi (p. 180). 4. Sarpi e i «giovani» di fronte all’impero ottomano
(p. 187). 5. Altri scrittori di cose «turchesche» nel Cinquecento e Sei-
cento (p. 193). 6. Una visione barocca dei Turchi: le Memorie istoriche
de’ monarchi ottomani del Sagredo (p. 198). 7. Un libro nuovo alla fine
del Seicento: La letteratura de’ turchi del Donà (p. 201).

II. I Turchi nell’età dei lumi

1. Pace e amicizia tra due potenze al tramonto 211


1. Decadenza e riforme nella Turchia del Settecento (p. 211) 2. Venezia
dalla guerra all’ansia per i «pericoli del turco» (p. 223). 3. Anche la Bar-
barìa tra i popoli civili? (p. 231). 4. Ultimi nemici di un «popolo senza
freno e umanità» (p. 239).
8 Indice

2. L’interesse per le cose «turchesche» 247


1. Orientalismo, viaggi e avventure a Costantinopoli (p. 247). 2. Le Lette-
re informative delle cose de’ Turchi del Busenello (p. 259)

3. La cultura veneziana e la civiltà turca 265


1. Temi turchi nell’arte e nella letteratura del Settecento (p. 265) 2. Il
dibattito sull’Islam e il despotismo ottomano (p. 280). 3. La turcofilia ve-
neziana del Settecento (p. 295). 4. La Letteratura turchesca del Toderini
(p. 307).

Bibliografia 313
Indice dei nomi 359
Prefazione

A trentasette anni di distanza, la riedizione di Venezia e i Turchi di Paolo Pre-


to è dettata da una semplice considerazione: si tratta a nostro parere di un’opera
fondamentale, da molto tempo esaurita, e che tuttavia appare ancora oggi di gran-
de interesse, per nulla superata. Riproporla oggi in veste semplicemente emen-
data e corretta costituisce un’opportunità di poter nuovamente disporre di quello
che noi consideriamo quasi un classico della storiografia di argomento veneziano
e dunque riguardante l’Italia moderna.
Naturalmente, dopo la sua apparizione nel lontano 1974, molti altri contri-
buti, magari stimolati proprio da questo lavoro, hanno arricchito le nostre co-
noscenze, offerto nuovi apporti e nuove interpretazioni sullo specifico versante
del lungo, tormentato, periglioso e proficuo rapporto tra il mondo ottomano e la
Serenissima. Un incontro/scontro tra culture, mentalità e istituzioni, che mutatis
mutandis è ritornato di stringente attualità per non pochi ed evidenti motivi, tra i
quali il ventilato ingresso della Turchia nella U.E. o gli effetti nefasti delle fron-
tiere religiose, economiche e culturali. Per questo, si è ritenuto di arricchire il te-
sto originale di una nuova appendice bibliografica che raccoglie le opere apparse
successivamente alla prima edizione del libro.
Infine, la riedizione di Venezia e i Turchi è l’occasione di rendere omaggio
all’autore, in vista del suo collocamento in quiescenza per raggiunti limiti di età,
come modesto ma tangibile segno della stima e dell’affetto che ci legano a una
persona che ha speso tutta se stessa per l’università e per la crescita culturale del
nostro paese. Ringraziamo quanti, condividendo motivazioni e sentimenti, hanno
aderito all’inziativa, approvandola e concretamete sostenendola.

I promotori

Orazio Cancila, Palermo


Piero Del Negro, Padova
Francesco Manconi, Sassari
Walter Panciera, Padova
Guido Pescosolido, Roma
Giovanni Ricci, Ferrara
Renzo Sabbatini, Siena/Arezzo
Giovanni Silvano, Padova
Mario Tosti, Perugia
I
L’immagine e la conoscenza del mondo turco
1. La gens scythica da un’oscura origine alla «monarchia universale»

«Est enim Turcorum patria secus Caspium montem, ducens originem a


Turcho, filio Troily, filii Priami regis Troiani, qui post excidium urbis in illis
partibus cum sequela maxima fugam arripuit»:1 con queste brevi e favolose no-
tizie il cronista medievale Andrea Dandolo segnala quasi per inciso ai veneziani
l’esistenza di una nazione turca nelle desolate steppe dell’Asia. Passano alcuni
secoli e nel 1573 il bailo Marc’Antonio Barbaro leggendo in Senato una delle
più vivaci e complete relazioni sui Turchi, con cui da poco Venezia ha siglato
una pace di dignitoso compromesso, esprime con la sicurezza che deriva da
una personale esperienza politica la convinzione che l’impero ottomano «fatto
formidabile a tutto il mondo» è ormai alle soglie della «monarchia universale».2
L’accostamento tra l’occasionale e quasi noncurante informazione del Dandolo
e una delle più incisive e documentate immagini cinquecentesche del regno del
Sultano è esemplarmente indicativo della parabola descritta nell’opinione pub-
blica veneziana dall’interesse per l’impero della mezzaluna.
Ha giustamente osservato il Pertusi che la conoscenza e lo studio dei Turchi
si evolvono in Occidente in sincronia con l’attenzione per il mondo bizantino,
anche se sono le travolgenti vittorie militari a riacutizzare a Venezia e nel resto
d’Europa il desiderio di maggiori informazioni su questa nazione così impetuo-
samente balzata alla ribalta della storia.3
Nel XVI secolo la letteratura e la storiografia veneziane accumulano un vasto
patrimonio di notizie e di giudizi e tracciano le linee essenziali di una interpreta-
zione globale della civiltà turca secondo immagini e schemi destinati a permanere
pressoché immutati sino al Settecento.

1. Andreae Danduli, Chronica per extensum descripta, a cura di E. Pastorello, in Rerum ita-
licarum scriptores, t. XII, parte I, Bologna 1932-1958, p. 86; la fonte è Teofilatto Simocatta. Sul
Dandolo v. G. Arnaldi, Andrea Dandolo doge-cronista, in La storiografia veneziana fino al secolo
XVI. Aspetti e problemi, a cura di A. Pertusi, Firenze 1970, pp. 127-268.
2. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti al Senato, ser. III, vol. I, a cura di E. Albèri, Firenze
1840, p. 301.
3.  A. Pertusi, I primi studi in Occidente sull’origine e la potenza dei Turchi, in «Studi
veneziani», XII (1970), p. 465.
14 Venezia e i Turchi

Naturalmente gli anni che vanno dalla caduta di Costantinopoli agli inizi del
nuovo secolo vedono fiorire in tutta Europa un gran numero di scritti sui Turchi e
solo da pochi anni grazie al Pertusi ed al prezioso repertorio del Göllner è possi-
bile orientarsi in mezzo a questa multiforme ed eterogenea produzione.4
Alla fine del Quattrocento un veneziano di media cultura desideroso di farsi
un’idea dei Turchi non del tutto approssimativa può attingere alla vasta pubbli-
cistica europea ma solo in misura limitata agli autori veneti che da alcuni anni
hanno cominciato a rivolgere la loro attenzione alla giovane nazione asiatica. Lo
spoglio degli scrittori «turcheschi» veneziani del secolo successivo rivela molto
chiaramente che le fonti di informazione sono per lo più celebri opere stampate
nel resto d’Italia e d’Europa, mentre assai scarsi sono i riferimenti a scrittori lo-
cali. Andrea Cambini,5 Bartolomeo Georgijevič,6 Johannes Cuspinianus,7 Paolo
Giovio,8 Giovantonio Menavino,9 Teodoro Spandugino,10 Uberto Foglieta11 sono
per tutto il secolo XVI gli autori preferiti da chi ama una letteratura semplice e
non appesantita da ornamenti retorici e da preoccupazioni di decoro formale.
Solo alla fine del Cinquecento il mercato librario mette a disposizione le opere
più solide e scientificamente fondate del Löwenklau12 e del Lonicer13 che però
non riescono a sostituire nei favori del pubblico gli scritti del Ramberti, del San-
sovino e di altri storici e compilatori, meno validi per precisione e completezza di
notizie, ma più semplici e divulgativi nella forma.
Sino alla metà del Quattrocento, nonostante che i Turchi ormai da tempo
abbiano esteso il loro dominio sino al mare Mediterraneo e gran parte dei paesi

4. C. Göllner, Turcica. Die europäischen Türkendrucke des XVI Jahrhunderts, I, Band MDI-
MDL, Bucureşti-Berlin 1961, II, Band MDLI-MDC, 1968.
5.  Libro d’Andrea Cambini della origine de Turchi et Imperio delli, Ottomani, Firenze
1528. Successive edizioni nel 1537 e, col titolo di Compendio della origine de Turchi, nel 1538,
1540 e 1541.
6. B. Georgijevič, De afflictione tam captivorum quam etiam sub Turcae tributo viventium
Christianorum, Anterpiae 1544. Per le numerose edizioni, traduzioni e riduzioni in varie lingue cfr.
Göllner, Turcica, I, nn. 497, 828-834, 847, 854, 871, 879, 882.
7. Pertusi, I primi studi, pp. 504-507. Si tratta del Turcorum origine inserito nel De Caesari
bus atque imperatoribus romanis che circola anche stampato a parte (Göllner, Turcica, I, n. 679; cfr.
anche A. Pertusi, Storiografia umanistica e mondo bizantino, Palermo 1967, pp. 29-37).
8. P. Giovio, Commentario de le cose de Turchi, Roma 1531. Seguono numerose altre edizioni
di cui tre a Venezia (Göllner, Turcica, I, nn. 413, 433, 520, 595-598, 621-625, 644, 664-665, 686-
688, 827-828, 865).
9. G.A. Menavino, Trattato de costumi et vita de Turchi, Firenze 1548.
10. T. Spandugino, Delle historie et origine de Principi de Turchi, ordine della Corte, loro rito
et costumi, Lucca 1550; nuova edizione a Firenze nel 1551.
11.  U. Foglieta, De causis nequitudinis imperii turcici et virtutis ac felicitatis turcarum in
bellis perpetuae lucubratio, Lipasiae 1594; altra edizione nel 1595.
12. H. Löwenklau (Leunclavius), Annales Sultanorum Othomanidorum…, Francofurdi 1588 e
Historiae Musulmanae Turcorum de monumentis ipsorum excriptae libri XVIII, Francofurdi 1591.
Cfr. anche Pertusi, I primi studi, pp. 514-515.
13. Lonicer, Chronicorum turcicorum in quibus turcorum origo, principes, imperatores, bella,
proelia, caedes, victoriae, reique militaris ratio, et caetera huc pertinentia, continuo ordine et
perspicua brevitate exponuntur…, Francofurdi ad Moenum 1578.
La gens scythica 15

europei abbiano iniziato a commerciare o comunque ad intrattenere con loro


relazioni di varia natura, l’Europa rimane quasi completamente priva di serie
ed aggiornate informazioni sulla struttura politico-militare del loro stato.14 An-
che Venezia, che pure è tra le prime potenze occidentali ad allacciare con loro
amichevoli rapporti, partecipa di questa comune carenza e persino nella secon-
da parte del secolo il livello delle conoscenze rimane incredibilmente basso e
continuano ad avere fortuna notizie leggendarie o per lo meno superficiali e
generiche.15
La bella e documentata relazione al Senato di Alvise Sagundino del 1496,
seguita a pochi anni di distanza da quelle di Andrea Zancani (1499) e Alvise
Manenti (1500), rimane ignota al gran pubblico e solo la scrupolosa ed intel-
ligente attenzione del Sanuto ce l’ha conservata quale primo esempio di una
lunga serie di analoghi scritti dei baili destinati a costituire una delle più pre-
ziose fonti della conoscenza e dell’immagine del mondo ottomano nella classe
dirigente veneziana.16
Ad una puntuale conoscenza dell’impero ottomano riporta l’Historia turche-
sca del vicentino Giovanni Maria Angiolello degli Angiolelli, scritta certamente
nella seconda metà del Quattrocento ma parzialmente nota ad un più vasto pub-
blico solo dopo il 1559 quando viene pubblicata dal Ramusio nella sua celebre
raccolta di Navigazioni e viaggi col titolo di Breve narrazione della vita et fatti
degli Scià di Persia Ussun Hassan e Ismaele. Prigioniero per molti anni a Co-
stantinopoli, l’Angiolelli traduce la sua lunga esperienza diretta delle struttture
politiche ed economiche dello stato turco in un’ampia narrazione, non priva di
risvolti leggendari e di ingenue esagerazioni, ma comunque molto più articolata
e aggiornata di tanti altri scritti contemporanei.
La quantità e qualità di notizie raccolte ed ordinate con attenta curiosità per
il popolo turco, la destinazione non letteraria dell’opera, e infine lo spirito critico
e «libero da preconcetti» dell’Angiolelli hanno giustamente indotto il Babinger a

14. Pertusi, I primi studi, pp. 466-467. La stessa grafia del nome, oscillante tra Teucri, che
rimanda ad una presunta mitica discendenza dai Troiani, e Turci (o Turcae) è indicativa della na-
tura imprecisa e vaga delle informazioni. Su questo problema cfr. L. Cribelli, De expeditione Pii
Papae II adversus Turcos, a cura di G.C. Zimolo, in Rerum italicarum scriptores, t. XXIII, parte
IV, Bologna 1950, p. 3, nota 1 (con indicazioni bibliografiche), T. Spencer, Turks and Trojans in the
Renaissance, in «Modern Language Review», XLVII (1952), pp. 330-332 e la recente aggiornata
discussione in Pertusi, I primi studi, pp. 470, 480-483. Negli scrittori veneziani ai termini Turchi,
Turci, Turcae si affianca spesso l’aggettivo turchesco derivante dal basso latino turcicus (N. Tom-
maseo, B. Bellini, Dizionario della lingua italiana, IV, p. 2).
15. Fanno eccezione i dispacci, peraltro prevalentemente centrati su aspetti politici e militari,
del greco Giovanni Dario; cfr. F. Babinger, Johannes Darius (1414-1494) Sachwalter Venedigs im
Morgenland und sein griechischer Umkreis, München 1961 (Bayerische Akademie der Wissen-
schaften, Phil. - Hist. Klasse, Sitzungsberichte - Jahrgang 1961, 5).
16. Pertusi, I primi studi, pp. 486-487. Alvise Sagundino era figlio di Nicola, autore di un
importante Liber de familia Autumanorum id est Turchorum ad Aeneam Senarum episcopum, 1456.
Sul significato ed il valore di quest’opera, nota anche col titolo De origine et gestis turcarum liber,
e i suoi rapporti con la storiografia italiana ed europea sui Turchi nella seconda metà del secolo XV
cfr. Pertusi, I primi studi, pp. 471-477 e la bibliografia ivi citata.
16 Venezia e i Turchi

definire la sua Historia Turchesca «una delle fonti di maggiore importanza» per
la storia dei sultanati di Maometto II e Bajazet II.17
Malgrado il suo notevole rilievo come fonte diretta sull’impero ottomano la
storia dell’Angiolelli non contribuisce però a creare a Venezia una più corretta
conoscenza del mondo turco del Quattrocento e solo nel secolo seguente esercita
la sua influenza su storici e uomini di cultura.
A cavallo tra i due secoli le Enneades di Marco Antonio Coccio detto Sabel-
lico realizzano il primo tentativo di storiografia ufficiale con un’opera improntata
ad un’ottica tutta veneziana che sembra quasi trascurare il complesso intrecciarsi
della vita e delle realizzazioni degli altri popoli italiani ed europei. Legato ad un
modello «pubblico» e quindi rigidamente venetocentrico nell’esposizione degli
eventi, il Sabellico dedica alcune pagine della sua storia alle origini dei Turchi
nella convinzione che ormai «res Turcarum adeo crevere ut praeter innumeras
gentes in Asia subiectas Europae limitibus transcensis, altero christiani nominis
everso imperio (scil. constantinopolitano), non parvam hodie eius terrae partem
suae ditionis fecerunt».18
Il retroterra culturale e storico di questo passo del Sabellico, come dell’ex-
cursus intitolato De origine Turcarum di Giovanni Battista Cipelli (Egnatius), è
stato accuratamente esplorato dal Pertusi che ne ha ricostruito la precisa ascen-

17. F. Babinger, Angiolello degli Angiolelli Giovanni Maria, in Dizionario biografico degli
italiani, 3, Roma 1961, p. 277. La vera identità dell’autore dell’Historia turchesca è stata oggetto
di controverse opinioni; pubblicata integralmente per la prima volta nel 1909 l’opera fu attribui-
ta dal romeno Ursu al nobile veneziano Donado da Lezze che avrebbe rimaneggiato le memorie
dell’Angiolelli (Donado da Lezze, Historia turchesca (1300-1514), a cura di I. Ursu, Bucurȩsti
1909 e I. Ursu, Uno sconosciuto storico veneziano del secolo XVI (Donado Da Lezze), in «Nuovo
archivio veneto», n. s., X [1910], t. XIX, p. I, pp. 5-24). La paternità fu restituita all’Angiolelli dal
francese Reinhard che ne curò la prima edizione critica (Angiolello, historien des Ottomans et des
Persans, Ire édition annotée par J. Reinhard, Besançon 1913) e dal Di Lenna (Ricerche intorno allo
storico G. Maria Angiolello (Degli Angiolelli) patrizio vicentino (1451-1525), in «Archivio Vene-
to-Tridentino», V (1924), pp. 1-56). Gli studiosi più recenti hanno tutti accettato l’attribuzione al
vicentino; cfr. G. Weil, Ein verschollener Wiegendruck von Gio. Maria Angiolello, in Westöstliche
Abhandlungen-Rudolf Tshudi zum siebzigsten Geburtstag überreicht, a cura di F. Meier, Wiesbaden
1954, pp. 304-314, F. Babinger, Die Aufzeichnungen des Genuesen Iacopo de Promontorio - de
Campis über den Osmanenstaat um 1475, München 1957, p. 12 (Bayerische Akademie der Wis-
senschaften, Phil-Hist. Klasse, Sitzungberichte, Philos.-hist. Klasse, 8), F. Babinger, Maometto il
Conquistatore e gli Umanisti d’Italia, in Venezia e l’Oriente fra tardo Medioevo e Rinascimento,
a cura di A. Pertusi, Firenze 1966, p. 439, F. Babinger, Maometto il Conquistatore e il suo tempo,
Torino 1957, passim e infine la citata voce del Dizionario biografico degli italiani che raccoglie e
sintetizza i risultati di tutte le precedenti ricerche. Qualche ulteriore precisazione in G. Mantese,
Aggiunte e correzioni al profilo storico del viaggiatore vicentino Gio. Maria degli Angioielli, in
«Archivio veneto», s. V, LXXI (1962), pp. 5-17.
18. Secunda pars Enneadum Marci Antonii Sabellici ab inclinatione Romani Imperii usque ad
annum MDIII, Venetiis 1504, f. LXVIIIv. Sul Sabellico cfr. A. Pertusi, Gli inizi della storiografia
umanistica nel ’400, in La storiografia veneziana fino al secolo XVI, pp. 319-331, Id., Storiografia
umanistica, pp. 19-20 e ora Id., I primi studi, pp. 492-497. Alcune interessanti osservazioni in G.
Cozzi, Cultura politica e religione nella «pubblica» storiografia veneziana del ’500, in «Bollettino
dell’Istituto di storia della società e dello stato veneziano», V-VI (1963-1964), pp. 220-221.
La gens scythica 17

denza a fonti antiche, medievali e umanistiche, con esclusione di qualsiasi ricorso


a testi originali Turchi, confermando così la marginalità delle «res Turcarum»
nella storiografia veneziana dei primi anni del Cinquecento.19
Nel complesso dunque il secolo XV risulta abbastanza avaro di organiche
notizie sullo stato e la civiltà degli ottomani nonostante eventi clamorosi come la
caduta di Costantinopoli, le varie guerre e le incursioni in Friuli abbiano richia-
mato la preoccupata attenzione dell’opinione pubblica e del governo sull’immen-
sa realtà umana e politica di questo nuovo stato destinato a polarizzare per secoli
la politica orientale della Repubblica.
Il riconoscimento della potenza ormai formidabile dell’impero ottomano, già
presente nei brevi accenni del Sabellico e dell’Egnazio, pesa come un incubo
sui politici e sugli storici del Cinquecento, che dedicano sempre più ampio spa-
zio alla storia più recente e alla struttura politico-sociale di una nazione che va
progressivamente respingendo verso Ovest i confini della Cristianità e costringe
Venezia in dimensioni geopolitiche sempre più modeste e circoscritte al Veneto
e all’Adriatico.20
Le terribili incursioni in Friuli del luglio 1499 offrono lo spunto a Girolamo
Priuli per un’attenta valutazione della potenza «grande et spaventosa» dei Turchi
che incute ai Veneziani «grandissima paura et teror» e li spinge ad un’assidua
vigilanza e ad un’attiva mobilitazione degli animi e delle forze militari.
Malgrado la recente spedizione di Carlo VIII abbia dimostrato in modo sin
troppo eloquente la fragilità dell’equilibrio politico italiano i Veneziani hanno
fiducia nei propri mezzi («del resto dela Italia et Franza pocho dubitavanno»),
ma hanno «legitima causa de far grande existimatione dele chosse turchesche»
constatando «il malissimo governo et pocho chore et animo» dei nobili e dei
cittadini nelle cose marittime dove «tuto andava a male et tuto procedeva cum
pessimimo governo».21
Dopo la pace del 1503, accolta senza «dimonstratione alchuna di festa, nè
di campane, nè di fochi» perchè non c’è l’abitudine di «far festa di pace cum
imfidelli»,22 i Veneziani continuano a non curarsi di ogni altra potenza cristiana
ma «dela potentia turchesca tremavanno, perchè cum veritade il signor Turcho
poteva comandare al Stato Veneto».23

19. Sul De origine Turcarum dell’Egnazio inserito nel De Caesaribus libri III cfr. Pertusi, I
primi studi, pp. 497-504. Dello stesso Pertusi v. ora anche Giovanni Battista Egnazio (Cipelli) e
Ludovico Tuberone (Crijeva) tra i primi storici occidentali del popolo turco (riassunto), in Venezia
e l’Ungheria nel Rinascimento, a cura di V. Branca, Firenze 1973, pp. 479-487.
20. Uno sguardo complessivo al problema dell’atteggiamento dell’Occidente nei confronti dei
Turchi nel periodo che va dalla presa di Costantinopoli al 1517 in R. Schwoebel, The shadow of the
crescent: the Renaissance image of the Turk (1453-1517), Nieuwkokop 1967.
21. G. Priuli, I Diarii, in Rerum italicarum scriptores, n. ediz. a cura di R. Cessi, Bologna
1921, t. XXIV, p. III, fasc. 2-3, pp. 142.
22. Ibidem, pp. 271-272. Cfr. anche F. Chabod, Venezia nella politica italiana ed europea del
Cinquecento, in La civiltà veneziana del Rinascimento, Firenze 1958, p. 31.
23. Priuli, I Diarii, pp. 394-395.
18 Venezia e i Turchi

Anche episodi di marginale importanza come la cattura nell’agosto 1506 di


una galea sottile veneziana ad opera di una fusta corsara di Modone, reputata da
tutti «di grande ignominia et vergogna alo Imperio Venetto», contribuiscono a
diffondere nell’opinione pubblica un crescente complesso di inferiorità nei con-
fronti della potenza militare e dell’abilità marinara dei Turchi. Il Priuli si associa
alla rabbia di tanti suoi compatrioti («li Turchi sonno valenthomeni, et li Chri-
stiani sonno putane») e assicura che il dispiacere dei senatori non è tanto per il
danno materiale «quanto perchè li parevanno manchar de reputatione in le chosse
maritime appresso tuto il mondo».24
Una anonima relazione sulla guerra tra Turchi e Persiani si conclude nel 1554
con la franca ammissione che ormai «il nome turchesco è fatto così formidabile
che al suon di esso pare che tutto ponente si sbigottisca»25 e anche dopo la vittoria
di Lepanto, tanto gloriosa e celebrata quanto sterile di concreti risultati, gli storici
veneziani sentono spesso la necessità di tributare un aperto riconoscimento, sia
pure mescolato ad invidia e dispetto, alla potenza dei Sultani che tanta paura sta
incutendo ai popoli dell’occidente.
Umili ed oscure sono state le origini dei Turchi, scrive Pietro Giustiniani nel
1576, ma il loro «admirabile incrementum» impone ora di dedicare alcune pagine
all’illustrazione del modo con cui una
Barbara et infidelis gens in lucem per armorum gloriam emergens, ad tantum imperii
fastigium pervenerit, quod hodie adeo late patet, ut quicquid ad Orientem immenso
caeli ambitu obtegitur, dominatorem amplissimis terra marique finibus Othomano-
rum habeat.26
Il senso di un’irrimediabile inferiorità di fronte al nuovo astro della politi-
ca mondiale, che il cardinale Agostino Valier dipinge ai suoi nipoti come «orbi
formidabilis»,27 si radica così profondamente nella classe dirigente che alla fine
del secolo Paolo Paruta, prestigioso esponente del patriziato e convinto soste-
nitore della «perfezione» della Repubblica, apre la sua Historia Vinetiana con
la rassegnata constatazione che Venezia, giunta quasi ad eguagliare Roma per
l’«imperio e per la gloria», è stata invece costretta a ridimensionare le sue ambi-
zioni «perciochè l’inclinatione de’ tempi manifestamente piegava a favore della
casa Ottomana, la quale uscita da deboli principij, è cosa maravigliosa a narrare,
quanto presto sia cresciuta […]».28

24. Ibidem, p. 429.
25. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, p. 268.
26. P. Giustiniani, Rerum venetarum ab urbe condita ad annum MDLXXV historia, Venetiis
1576, p. 393.
27. A. Valier, De adulterinae prudentiae regulis vitandis, sive de politica prudentia cum chri-
stiana pietate coniunganda ex Venetorum potissime historiis ad fratris et sororis filios, cap. XVI.
L’opera è rimasta manoscritta e si trova attualmente in vari esemplari tra cui tre in BNM, cod. Lat.,
cl. XXII, n. 234, 235, 236. Fu tradotta in italiano e pubblicata a Padova nel 1787 dal vescovo Nic-
colò Antonio Giustiniani col titolo Dell’utilità che si può ritrarre dalle cose operate dai Veneziani;
cfr. Cozzi, Cultura politica e religione, pp. 244-255.
28. P. Paruta, Historia Vinetiana, Vinetia 1605, p. 3.
2. Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile»

1. Guerra e pace sino a Passarowitz

«Experiendum est cunctis viis et modis possibilibus contra statum et perso-


nam perfidi Turci hostis nostri»: così si apre il 13 marzo 1477 una deliberazione
segreta del Consiglio dei Dieci che dà via libera all’«optima et christiana dispo-
sitio» del barbiere Paolo Albanese di uccidere il sultano.1 Poco più di trent’anni
dopo, a soli due mesi dal fatale 14 maggio di Agnadello, il Sanuto annota nei suoi
Diarii poche righe di asciutto commento alla notizia di una probabile richiesta
di aiuto ai Turchi: «Tamen per la terra si diceva sono in chiamar Turchi, et tutti
desiderava questo. E Dio volesse fosse stà facto».2
Già il Babinger, riprendendo uno spunto del Kretschmayr, ha sottolineato
la difficoltà di risolvere in modo netto e definitivo il controverso problema della
politica veneziana verso i Turchi3 e credo che due semplici episodi come questi
valgano da soli ad illuminare la complessità dei rapporti tra Venezia e l’impero
ottomano, che si snodano in una dialettica ambiguità in cui prevale per lunghi pe-
riodi il momento dello scontro armato e della violenta contrapposizione religiosa
e politica, ma non con quella assoluta esclusività accreditata dalla pubblicistica
veneziana ed europea del XIX secolo.
Storici attenti alle vaste dimensioni economico-politiche della presenza ve-
neziana nel Mediterraneo come Romano, Tenenti e Tucci hanno di recente sot-
tolineato il rapido adattamento della Serenissima alla nuova realtà imposta dalla
presa di Constantinopoli e dall’irrompere del nuovo stato ai confini dell’Europa e
il rapporto da «frères-ennemis» che si viene ben presto a stabilire tra due potenze
pronte a riconoscere i reciproci vantaggi di un onesto «modus vivendi».4 Questa

1. V. Lamansky, Secrets d’état de Venise. Documents extraits notices et études servant à eclai-
rcir les rapports de la Seigneurie avec les Grecs les Slaves et la Porte Ottomane à la fin du XV
siècle et au XVI siècle, Saint-Petersbourg 1884, p. 24.
2. M. Sanuto, I Diarii (MCCCCXCI-MDXXXIII), Venezia 1879-1903, t. IX, col. 100.
3. F. Babinger, Le vicende veneziane nella lotta contro i Turchi durante il secolo XV, in La
civiltà veneziana del Quattrocento, Firenze 1957, p. 51. L’affermazione del Kretschmayr, in Ge-
schichte von Venedig, II, Gotha 1920, p. 635.
4. R. Romano, A. Tenenti, U. Tucci, Venise et la route du Cap: 1499-1517, in Mediterraneo
e Oceano Indiano, Atti del Sesto Colloquio Internazionale di Storia Marittima, Venezia, 20-29 set-
tembre 1962, a cura di M. Cortelazzo, Firenze 1970, pp. 110, 129.
20 Venezia e i Turchi

tesi suggestiva e facilmente verificabile con lo studio dell’evoluzione economi-


ca delle due nazioni, è stata ribadita con vigore da un esperto turcologo come
il Mantran che ha insistito sulla persistente intensità degli scambi commerciali
tra Venezia e la Turchia, favoriti e non danneggiati, come spesso si è ritenuto,
dall’estendersi della «pax turcica» in Siria, Palestina, Egitto, Irak.5
Venezia non attende il momento delle grandi vittorie militari del Quattro-
cento per avviare rapporti amichevoli con l’impero ottomano come provano
le trattative per la concessione di privilegi avviate ancora durante il regno di
Murad I nel 1365, 1368, 1376.6 Già nel 1403 viene sottoscritto un primo trattato
ufficiale con Solimano I, rinnovato e completato nel 1408 e nel 1430, con cui il
governo veneto si riconosce di fatto tributario della Porta e si obbliga al paga-
mento dell’hara´c per alcune terre del Levante in cambio del riconoscimento
del legittimo possesso dei suoi territori balcanici e della libertà di traffico nelle
piazze ottomane.7
Il secolo XV vede un continuo alternarsi di prese d’armi, tregue, paci più o
meno durature, fecondi periodi di intensi scambi commerciali interrotti da nuovi
conflitti tra i quali un particolare rilievo assume la guerra del 1463-1479 conclusa
da un trattato che segna la fine di ogni illusione veneziana di resistere al predo-
minio ottomano in Levante e nella penisola balcanica.8 Isolata diplomaticamente,
inferiore sul piano militare, tributaria dei Turchi per l’importazione di grano,9
cosciente dell’aleatorietà degli aiuti promessi dalle potenze cristiane, Venezia
intuisce sin dai giorni immediatamente successivi alla caduta di Costantinopoli

5. Intervento di R. Mantran sulla citata comunicazione di Romano, Tenenti, Tucci, p. 133.


Dello stesso vedi La navigation vénitienne et ses concurrents au Mediterranée Orientale aux XVII
et XVIII siècles, in Mediterraneo e Oceano Indiano, pp. 375-387.
6. F. Thiriet, Régestes des deliberations du Sénat de Venise concernant la Romanie, I, 1329-
I399, Paris-La Haye 1958, pp. 109, 118, 120, 143.
7. M. Spremić, I tributi veneziani nel Levante nel XV secolo, in «Studi veneziani», XIII (1971),
pp. 223-224; cfr. anche Diplomatarium Veneto-Levantinum sive acta et diplomata res venetas grae-
cas atque Levantis illustrantia a. 1351-1454, II, a cura di G.M. Sathas, Venetiis 1899, pp. 344-345.
Sui rapporti diplomatici veneto-turchi oltre il vecchio F.A. Belin, Relations diplomatiques de la
République de Venise avec la Turquie, Paris 1867 v. il più recente saggio di C. Villain-Gandossi,
Contribution à l’étude des relations diplomatiques et commerciales entre Venise et la Porte Otto-
mane au XVIe siècle, in «Südost-Forschungen», XXVI (1967), XXVIII (1969), XXIX (1970). Varie
notizie sui rapporti tra Venezia e l’impero ottomano nel Quattrocento con particolare riferimen-
to ai fondaci veneziani e agli insediamenti commerciali in Oriente in G. Golubovich, Biblioteca
bio-bibliografica della Terra Santa e dell’ordine francescano, III, (1300-1332), Firenze 1919, IV,
(1333-1345), 1927, V, (1346-1400), 1927.
8. Babinger, Le vicende veneziane nella lotta, pp. 49-73. Sulla guerra del 1463-1479 cfr. anche
R. Lopez, Il principio della guerra veneto-turca nel 1463, in «Archivio veneto», ser. V, XV (1934),
pp. 45-131.
9. Sulla dipendenza di Venezia dalle forniture di cereali turchi lo Heyd (Storia del commercio
del Levante nel medio evo, Torino 1914, p. 916) ricorda un’acuta osservazione del Guicciardini che
attribuisce la pace veneto-turca del 1503 alla penuria di grano orientale (Storia d’Italia, lib. VI, cap.
VIII). La libertà di estrazione di grani dalla Turchia è menzionata in una deliberazione del Senato
già nel 1344 (Diplomatarium Veneto-Levantinum, p. 273); cfr. anche M. Aymard, Venise, Raguse et
le commerce du blé pendant la seconde moitié du 16e siècle, Paris 1966.
Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile» 21

che solo un’accorta e flessibile linea di condotta le consentirà di conservare favo-


revoli posizioni commerciali in Oriente e da allora sino alla pace di Passarowitz
mai essa darà al conflitto un carattere di guerra «totale» come spesso auspicano
Pontefici, uomini politici e scrittori occidentali più o meno ingenui e disinteressa-
ti. Inizia così a delinearsi quell’atteggiamento cauto e polivalente, che è insieme
realismo politico e buon senso, ma che poteva apparire e spesso parve in effetti a
tanti europei tiepidezza religiosa, indifferenza alle sorti della Cristianità, egoismo
nazionale o addirittura tradimento.
Si può avere qualche difficoltà a consentire con la tesi del Petrocchi secondo
cui gli aspetti politici ed economici dell’opposizione degli stati europei all’in-
vasione ottomana sono solo «momenti» di una lotta prevalentemente «religiosa,
spirituale, morale e culturale» alla cui testa si pone coscientemente e coerente-
mente il Papato,10 ma è certo che la Repubblica Veneta mai accondiscende ad
un’interpretazione eccessivamente rigida del conflitto anti-ottomano. Per Venezia
il motivo della crociata, della difesa dell’Occidente cristiano contro le orde isla-
miche dei Turchi si fonde sempre con la calcolata difesa, in termini di Realpoli-
tik, dei propri interessi di stato proteso verso l’Oriente e vitalmente interessato a
salvaguardare ad ogni costo con i rapporti commerciali col mercato ottomano le
ragioni stesse della propria esistenza. La Serenissima si mostra sempre molto re-
stia ad accettare proposte di guerra ad oltanza ed in molte occasioni sa trovare da
sola accomodamenti soddisfacenti col «perfidus Turca», contro cui si scagliano,
più spesso con orazioni e trattati che con risolutive azioni militari, gli altri stati
italiani ed europei.
Se è vero, come ha osservato il Cessi, che le nazioni europee non seppero mai
«piegare nel comune interesse» di fronte ai Turchi, la salvezza delle ragioni essen-
ziali della presenza veneziana nelle terre del Levante più direttamente esposte alle
mire ottomane rimane affidata solo all’abilità diplomatica della Repubblica.11
Veneziani semi-turchi e Venezia amancebada (concubina) del Turco sono
accuse che nel Cinquecento gli Spagnoli rivolgono spesso con sprezzante orgo-
glio cattolico e nazionalistico ai prudenti patrizi che evitano accuratamente di
irritare il potente nemico, anzi lo blandiscono con doni e cortesie, concedendo
tutto quanto non intacca i più vitali interessi economici e territoriali della Repub-
blica. Politici e scrittori del Cinquecento ereditano questa polemica dal secolo
precedente quando frequenti si levano in Italia le voci sulla presunta connivenza
veneziana coi Turchi, soprattutto nei momenti in cui le vicende politiche sembra-

10.  M. Petrocchi, La politica della Santa Sede di fronte all’invasione ottomana (1444-
1718), Napoli 1955, pp. 19-20. Parzialmente diversa l’opinione del Caccamo secondo cui il papa
in funzione della guerra anti-turca «elabora una concezione dei rapporti fra gli stati europei che
risponde a esigenze politiche» (D. Caccamo, La diplomazia della Controriforma e la crociata:
dai piani del Possevino alla «lunga guerra» di Clemente VIII, in «Archivio storico italiano»,
CXXVIII [1970], p. 271).
11. R. Cessi, La Repubblica di Venezia e il problema adriatico, Napoli 1953, p. 164. Per un un
profilo generale dei rapporti tra Europa e impero ottomano nell’età moderna vedi l’ampio saggio di
D.M. Vaughan, Europe and the Turk. A Pattern of Alliances (1350-1700), Liverpool 1954.
22 Venezia e i Turchi

no confermare le velleità espansionistiche ed egemoniche di Venezia. Le vibranti


accuse di aspirare alla monarchia italiana contenute nella Lettera a’ Vinitiani del
fiorentino Benedetto Dei, testimoniano dei rancori campanilisticii e del prevalere
della logica regionale tra gli stati italiani ormai pronti a subire senza resistenza
l’egemonia straniera, ma sono anche una preziosa spia del clima polemico e ri-
sentito in cui matura la convinzione che il Senato segua consapevolmente verso il
Turco una linea di condotta blanda e remissiva, o forse di segreta amicizia.12
In realtà mai forse come nel Quattrocento le reciproche accuse tra gli stati
italiani di «nefandi» rapporti coi Turchi sono tanto insincere e ispirate a con-
tingenti motivi propagandistici visto che non c’è principe della penisola che in
qualche momento non abbia intrattenuto a vario titolo rapporti di collaborazione
con l’impero ottomano.13
Francesco II Gonzaga è forse l’esempio più noto e sconcertante di stretti le-
gami con Bâyezîd II,14 ma anche i Visconti, i re di Napoli, la stessa Firenze da cui
si levano fiere rampogne anti-veneziane, ricercano di volta in volta l’amicizia, i
favori commerciali o addirittura l’aiuto militare dei Turchi contro Venezia, salvo
poi ritorcere al momento opportuno l’accusa contro gli avversari.15
Anche la Santa Sede è stata coinvolta nella polemica e non mancano nel
Quattrocento e Cinquecento, e di riflesso anche nella storiografia moderna, ac-
cuse ora velate ora esplicite ai papi di doppio gioco o comunque di un atteggia-
mento non sempre lineare e fedele ai conclamati principi della crociata e della
lotta agli infedeli. Sin dai tempi del discusso pontificato di Alessandro VI c’è chi
denuncia non senza ragione segreti approcci del papa col sultano per metterlo in
guardia contro la progettata spedizione in Oriente di Carlo VIII16 e anche più tardi
quando, attenuatosi e poi scomparso del tutto «il senso della spedizione peniten-
ziale» tipico secondo il Petrocchi delle crociate medievali, diventano preminenti
i motivi della difesa dello «stato» contro l’invasione ottomana e della legittimità

12. Sulla lettera di Benedetto Dei e in generale sulla polemica anti-veneziana nella seconda
metà del Quattrocento vedi N. Valeri, Venezia nella crisi italiana del Rinascimento, in La civiltà
veneziana del Quattrocento, Firenze 1957, pp. 35-48 e Chabod, Venezia nella politica italiana, p.
35 e sgg.
13. J. Burckhardt, La civiltà del Rinascimento in Italia, Firenze 1962, p. 74.
14. H.J. Kissling, Francesco Il Gonzaga ed il sultano Bâyezîd II, in «Archivio storico italia-
no», CXXV (1967), pp. 34-68.
15. G. Romano, Filippo Maria Visconti e i Turchi, in «Archivio storico lombardo », XVII
(1890), pp. 585-618; E. Pontieri, Venezia e il conflitto tra Innocenzo VIII e Ferrante d’Aragona, Na-
poli 1969, pp. 21, 23, 66, 67; Documenti sulle relazioni delle città toscane con l’Oriente cristiano e
coi Turchi fino all’anno MDXXXI, a cura di G. Müller, Firenze 1879 (ristampa anastatica del 1966),
pp. 208-210, 260-262; F. Babinger, Lorenzo de’ Medici e la Corte ottomana, in «Archivio storico
italiano», CXXI (1963), pp. 305-361; Id., Spätmittelalterliche fränkische Briefschaften aus dem
grossherrlichen Seraj zu Stambul, München 1963, pp. 1-53. Sul complesso e discusso problema dei
presunti maneggi di Ludovico il Moro per indurre i Turchi ad assalire Venezia oltre al vecchio G.
De Leva, Storia documentata di Carlo V in correlazione all’Italia, I, Venezia 1864, p. 60, nota 2,
cfr. P. Pieri, Intorno alla politica estera di Venezia al principio del Cinquecento, Napoli 1934, pp.
14-15 e Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, II, Milano-Messina 19682, pp. 39-40.
16. Kissling, Francesco II Gonzaga, p. 45.
Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile» 23

della lotta anti-islamica come guerra di difesa, i pontefici, pur attivi ed insistenti
promotori di leghe cristiane in funzione anti-turca, riescono a fatica a sottrarsi
all’accusa di segrete intese con la mezzaluna.
Lo storico svizzero Pfeffermann ha tentato di dimostrare che l’opposizione
dei papi ai Turchi non è mai stata così totale ed esclusiva come la tradizione e
le affermazioni stesse della Santa Sede hanno rivendicato, ma che invece alcuni
pontefici hanno intrattenuto con loro svariati rapporti di collaborazione non esi-
tando in talune occasioni a chiamarli in Italia.17 Questa tesi, in radicale contrasto
con tutta l’opera del Petrocchi, è stata vivacemente criticata dal Picotti che l’ha
accusata di tendenziosità e di scarso appoggio su sicure fonti documentarie,18 ma
in fondo questo palleggiamento di responsabilità, che si ricollega anche all’alter-
nanza di «paura» e di «speranza» ed «attesa» del Turco nel mondo occidentale,19
può essere agevolmente superato per quanto riguarda Venezia, la cui condotta
improntata ad un realismo che non conosce mai cadute sentimentali o eccessi
di fanatismo religioso si delinea con nitida evidenza già nella seconda metà del
secolo XV.
La guerra del 1463-1479 è per la Repubblica una prova molto dura che ne
rafforza la volontà e capacità di resistenza e di difesa ma prospetta anche con
spietata crudezza la realtà del pericolo militare ottomano ormai vicino ai con-
fini dello stato e immediatamente visibile a tutti. Le incursioni turche nel Friuli
lasciano un’impronta indelebile nella cronachistica e nella sensibilità popolare,
che ne tramandano l’eco paurosa e quasi mitizzata nel secolo successivo, ma
nello stesso tempo convincono politici e sudditi dell’irrealizzabilità delle imprese
anti-ottomane tanto facilmente progettate sulla carta da schiere di entusiasti ma
ingenui scrittori e apologisti.
A più riprese bande irregolari di Turchi superano i valichi della Slovenia e
penetrano in profondità nel Friuli attaccando e saccheggiando i centri abitati e le
campagne, invano ostacolati dagli insufficienti presidi veneziani. Particolarmen-
te gravi le incursioni del 1472, quando viene assalita anche Udine e lo spavento
della popolazione è così grande «che le donne con i fioli nascenti se redusse in le
giesie, e ‘l populo in piaza e in la roca»,20 del 1477, che vede desolati i territori

17. H. Pfeffermann, Die Zusammenarbeit der Renaissancepäste mit den Türken, Winterthur
1946.
18.  G.B. Picotti, recensione al libro del Pfeffermann in «Rivista storica italiana», LXIII
(1951), pp. 406-410.
19. Sulla «paura» e, talvolta, sulla «speranza» del Turco in Europa vedi i classici studi di R.
Ebermann, Die Türkenfurcht. Ein Beitrag zur Geschichte der öffentlichen Meinung in Deutschland
während der Reformationzeit, Halle 1904 e H.J. Kissling, Türkenfurcht und Türkenhoffnung im 15-
16 Jahrhundert: zur Geschichte eines «komplexes», in «Südost-Forschungen», XXIII (1964), pp.
1-18. Cfr. anche gli spunti di Schwoebel in The shadow of the crescent, pp. 166-171.
20. Annali Veneti dall’anno 1457 al 1500 del senatore Domenico Malipiero ordinati e abbre-
viati dal senatore Francesco Longo con prefazione e annotazioni di Agostino Sagredo, in «Archivio
storico italiano», VII, parte I (1943), p. 77. Sulle invasioni turche in Friuli nel Quattrocento vedi
G. Gortani, I Turchi in Friuli: cenni storici, Tolmezzo 1884, F. Musoni, Sulle incursioni dei Turchi
in Friuli, Udine 1890, Id., Le ultime incursioni dei Turchi in Friuli, in «Atti della Accademia di
24 Venezia e i Turchi

a ovest del Tagliamento e colpito in profondità il contado di Pordenone, Corde-


gnano, San Daniele e Sacile21 e del 1478, quando i friulani sono quasi impotenti a
fronteggiare l’avanzata di un vero e proprio esercito turco forte di 30.000 uomini
che dopo aver attraversato l’Isonzo riduce in rovina il territorio circostante allon-
tanandosi con il cospicuo bottino di 8.000 prigionieri e 10.000 animali.22
Gli ultimi anni del secolo vedono diffondersi nel Veneto un vero e proprio
terrore dei Turchi di cui ci ha lasciato un vivace ricordo il Priuli nelle stesse pagi-
ne in cui esalta con animato stupore l’invincibile potenza dell’impero ottomano.
Nel settembre del 1499 reparti Turchi arrivano in Friuli, sopraffanno facilmente
le resistenze alla frontiera e dilagano nella pianura seminando il panico a Trevi-
so e a Mestre dove le popolazioni scavano fossati, sbarrano le porte delle case
o addirittura si trasferiscono in massa a Venezia creando una confusione così
grande che «veramente saria stato in libertà deli Turchi corer fino a Marghera
senza contrasto».23 Queste scorrerie, interpretate da Milanesi e Fiorentini come il
giusto castigo di Dio per la condiscendenza veneziana all’occupazione francese
di Milano, diffondono nel Veneto un tale incubo dei Turchi che nell’ottobre dello
stesso anno lo scherzo di alcuni buontemponi a cavallo che gridano «Turchi,
Turchi», getta nel caos il territorio di Castelfranco Veneto e Noale dove gruppi di
persone terrorizzate dai racconti delle crudeltà commesse in Friuli si danno alla
fuga «sonando campane, martello et cum la roba et cum la facultade corevanno
ale citade».24 Il terrore di un’imminente occupazione di terre venete da parte dei
Turchi, più che giustificato nel Quattrocento, visto che almeno in un’occasione
gli incendi provocati da avanguardie ottomane attestate sul Piave sono visibili
anche dal campanile di San Marco, grava pesantemente per tutto il Cinquecento
e il Seicento, anche se quasi mai Venezia è veramente minacciata da vicino nella
sua integrità territoriale.25
I vari tentativi di far assassinare il Sultano vengono discussi dal Consiglio
dei Dieci solo durante le fasi più acute dei conflitti ma sia il loro ripetuto esito ne-

Udine», ser. II, I (1894), pp. 99-123, G. Cogo, L’ultima invasione dei Turchi in Italia in relazione
alla politica europea dell’estremo quattrocento, Genova 1901 (Atti della R. Università di Genova,
XVII), A. De Pellegrini, Note e documenti sulle incursioni turchesche in Friuli al cadere del secolo
XV, in «Nuovo archivio veneto», n.s., XIII (1913), t. XXV, parte I, pp. 230-238, Cessi, Storia della
Repubblica, II, p. 43.
21. Annali Veneti, p. 117.
22. Ibidem, p. 120.
23. Priuli, I Diarii, p. 203. Cfr. anche Annali Veneti, pp. 182-183.
24. Priuli, I Diarii, pp. 204-216.
25. In realtà nei secoli XVI e XVII, fatta eccezione per un modesto sconfinamento nel 1554,
i timori dei Turchi in Friuli risultano sempre infondati. In occasione del conflitto 1570-1573 la
paura di un attacco ottomano degenera ben presto in panico e secondo un cronista secentesco «varii
furono, che postergando la obligatione, che tenevano alla Fede, alla Patria, a’ Parenti uscirono dalla
Provincia, portandosi chi a Venetia, e chi altrove» (G.F. Palladio degli Ulivi, Historia della provin-
cia del Friuli, Udine 1660, p. 192). Cfr. F. Di Manzano, Annali del Friuli ossia raccolta delle cose
storiche appartenenti a questa regione, VI, Udine 1868, pp. 367-374, Id., Aggiunta all’epoca VI
degli Annali del Friuli, VII, Udine 1879, pp. 84, 134, 151, 164, 203 e A. De Pellegrini, Timori dei
Turchi in Friuli durante la guerra di Cipro, Pordenone 1922.
Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile» 25

gativo sia la preoccupazione di provocare un inasprimento dei rapporti tra le due


nazioni, inducono il governo a procedere con cautela e spesso a respingere questa
prassi politica così apprezzata dai raffinati sovrani rinascimentali.26
Non appena una tregua o una pace ristabilisce pacifiche relazioni Venezia si
preoccupa subito di ripristinare la sua presenza commerciale in Oriente e sebbene
l’occupazione turca di punti chiave come Salonicco e Negroponte abbia aumenta-
to i pericoli e i costi delle transazioni ancora alla fine del secolo XV l’attività dei
mercanti veneti è assai vivace in tutte le piazze dell’impero ottomano e la pace
del 23 maggio 1503 apre un periodo di relativa tranquillità che consente di conso-
lidare i risultati abbastanza favorevoli conseguiti nel secolo precedente.27
Nel frequente e spesso contraddittorio alternarsi di dure contrapposizioni
militari e di prolungati periodi di amichevoli rapporti le accuse di un rapporto
privilegiato tra Venezia e i Turchi prendono corpo da una serie di fatti che vanno
dai doni vistosi e simbolici scambiati in talune occasioni28 a specifiche azioni
politiche e diplomatiche la cui esatta valutazione è stata ancora recentemente
oggetto di contrastanti valutazioni.
Venezia ha concluso da pochi mesi la pace coi Turchi quando nel 1479 si
vede offrire dall’ambasciatore di Ahmed Pascià un’alleanza offensiva contro gli
altri stati italiani ed il suo rifiuto, osserva il Babinger, ha «un tono di tal cortesia
da lasciar presumere un fondo di condiscendenza»29 che giustifica i sospetti sulla
controversa spedizione turca ad Otranto dell’anno successivo.
L’aspra polemica tra la corte napoletana, che accusa senza mezzi termini
la Signoria di aver favorito lo sbarco nel porto pugliese e Venezia che respin-
ge sdegnosamente ogni responsabilità, si è trascinata sino al secolo XIX e XX
quando storici come Brosh, Cipolla e Pastor hanno continuato a farsi assertori
delle ragioni napoletane, mentre i veneti Piva e Romanin si sono impegnati in
un’appassionata difesa dell’innocenza veneziana. L’opinione del Bombaci che
sulla scorta di una più vasta ed organica documentazione ha ripreso lo studio di
questo contestato episodio, pare oggi la più equilibrata e realistica, perché al di là
delle motivazioni ideali e religiose degli opposti contendenti privilegia l’interesse

26.  Sui numerosi progetti quattrocenteschi di avvelenare il Sultano cfr. Lamansky, Secrets
d’état, pp. 16-18, 24-25; anche in occasione della guerra di Candia vengono prospettati vari piani
per assassinare Ibrahim, ma gli Inquisitori di Stato rifiutano di prenderli in considerazione (pp.
520-529).
27.  F. Thiriet, Les lettres commerciales des Bembo et le commerce vénitien dans l’empire
ottoman à la fin du XVe siècle, in Studi in onore di Armando Sapori, II, Milano 1957, pp. 913-933;
G. Luzzatto, Storia economica di Venezia dall’XI al XVI secolo, Venezia 1961, pp. 230, 254. Sulla
guerra del 1499-1501 cfr. G. Cogo, La guerra di Venezia contro i Turchi (1499-1501), in «Nuovo
archivio veneto», IX (1899), t. XVIII, parte I, pp. 5-76; X (1900), t. XIX, parte I, pp. 97-138.
28. Colpisce ad esempio la fantasia di molti osservatori il regalo fatto a Venezia nel gennaio
del 1496 di un cavallo turco che viene pubblicamente fatto salire per le scale del palazzo ducale
(Annali Veneti, p. 148). Sulla semi-segretezza di cui Venezia ama invece circondare i suoi «doni» o
meglio tributi al sultano per il possesso di alcune terre balcaniche cfr. Spremić, I tributi veneziani,
pp. 250-251.
29. Babinger, Le vicende veneziane nella lotta, p. 71.
26 Venezia e i Turchi

veneziano a contrapporre l’imperialismo turco a quello aragonese nell’ambito di


una coerente politica di vigile e diffidente neutralità.30
La pubblicistica contemporanea e la moderna storiografia non hanno invece
dato un conveniente rilievo alla clamorosa e per taluni aspetti sconcertante richie-
sta di aiuto ai Turchi in occasione della lega di Cambrai, formulata dai veneziani
dopo molte esitazioni e non senza contrasti ma non per questo meno insistente e
reiterata anche se le fonti appena posteriori hanno calato sui particolari della vi-
cenda una impenetrabile coltre di silenzio. Sin dal gennaio del 1509, a pochi gior-
ni dalla firma dell’alleanza anti-veneziana, Giulio II confida al cardinale Corner
e a Girolamo Donà il suo timore che la Repubblica sia sul punto di avviare pra-
tiche segrete coi Turchi e da politico accorto e spregiudicato capace di parlare di
crociata mentre si appresta ad assalire Venezia, giudica improbabile la cosa non
tanto per la vergogna destinata a ricadere sulla Serenissima per un così «empio»
accordo quanto invece per la debolezza e la prudenza dell’impero ottomano.31
Il 14 maggio 1509 Venezia subisce ad Agnadello una tremenda sconfitta che ne
mette in pericolo il predominio nella terraferma e getta patrizi e popolani in uno
sconforto ed un’angoscia sempre crescenti mano a mano che le più importanti cit-
tà del retroterra cadono nelle mani dei francesi e degli imperiali. Il senso di colpa
di vasti strati dell’opinione pubblica propensa a vedere nella disfatta militare e
nell’imminente rovina dello stato il frutto dei peccati e della dissipata vita morale
della città, ispira cerimonie penitenziali e nuovi atteggiamenti spirituali,32 ma non
impedisce ai membri più temprati ed esperti della classe dirigente di valutare
con realismo la situazione e di mettere in atto tutti i provvedimenti ispirati dalle
necessità del momento. La notizia della rotta è giunta a Venezia solo da poche
ore e già alcuni patrizi pensano di rivolgersi ai Turchi riscuotendo l’approvazione
dell’abile e disincantato Marin Sanuto che annota nei Diarii il suo rammarico
per non esser stato presente in Senato ad appoggiare con calore la proposta che
viene invece temporaneamente accantonata per l’opposizione del doge e di altri
senatori ancora fiduciosi «col potente exercito aver vitoria».33 Anche l’idea di
arruolare 5-6.000 fanti non direttamente in Turchia ma tramite il sangiacco di
Bosnia, pur ottenendo in Senato ben 50 voti favorevoli da parte di coloro che

30. A. Bombaci, Venezia e l’impresa turca di Otranto, in «Rivista storica italiana», LXVI
(1954), pp. 159-203, Schwoebel, The shadow of the crescent, pp. 131-136. Più o meno uguale
l’opinione del Babinger (Le vicende veneziane nella lotta, pp. 71, 73, note 23 e 24). D’altra parte
in questo stesso periodo Venezia ribadisce ancora una volta la sua opposizione ai progetti papali
di crociata: cfr. E. Piva, L’opposizione diplomatica di Venezia alle mire di Sisto IV su Pesaro e ai
tentativi di una crociata contro i Turchi 1480-1481, in «Nuovo archivio veneto», n.s., II (1903), t.
V, parte I, pp. 49-104; parte II, pp. 422-466; III (1904), t. VI, parte I, pp. 132-157.
31. Dispacci degli Ambasciatori veneziani alla Corte di Roma presso Giulio II (25 giugno
1509-9 gennaio 1510), a cura di R. Cessi, Venezia 1932, p. 213 (R. Deputazione di Storia Patria per
le Venezie, Monumenti, ser. I, documenti, vol. XVIII). Sui progetti di crociata di Giulio II cfr. F.
Seneca, Venezia e papa Giulio II, Padova 1962, p. 112.
32. Per le preziose annotazioni del Sanuto e del Priuli sul clima spirituale di Venezia nei giorni
seguenti Agnadello cfr. infra, pp. 45-46.
33. Sanuto, I Diarii, VIII, col. 251, 266.
Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile» 27

vogliono «ajutar a far ogni cossa avanti che perder il stato», viene bloccata da
una forte corrente di oppositori guidata dal vecchio Antonio Tron convinto che
«è mal a chiamar turchi».34 La prospettiva di un aiuto militare ottomano non è
mera utopia o generosa illusione di pochi disperati ma si fonda sui buoni rapporti
tra i due stati e sulle amichevoli parole del sultano che appena ricevuta la notizia
di Agnadello si affretta a comunicare al bailo il suo dolore e la meraviglia che
la Signoria «havendo tante potentie contra, non habbi scrito al signor turco, qual
ama la Signoria, e non vol queste cosse, ne vol altri vicini cha venitiani, offeren-
dosi da mar e di terra».35 Le discussioni sull’opportunità di ricorrere al soccorso
turco allargando così su un piano internazionale un conflitto sinora limitato alla
penisola, proseguono serrate e accese per tutto luglio e agosto e vedono tra i più
convinti fautori dell’intervento ottomano lo stesso figlio del doge Lorenzo Lore-
dan, che grida con rabbia in Senato la sua volontà di mandare sino a 50 oratori
al Sultano piuttosto che accettare le umilianti condizioni poste da Giulio II in
una «certa scriptura diavolosa e vergognosa».36 Il Sultano ribadisce il suo «bon
voler» verso la Signoria ma in realtà non va al di là delle buone parole e il Priuli è
convinto che la vera difficoltà dei negozio consiste proprio nella diffidenza turca
a spedire in Italia un esercito col rischio di vederlo massacrato da un improvviso
ricongiungimento delle forze cristiane, perché è ben chiaro che «chadauno Signor
pensa al facto suo et considera li contrarij».37
In attesa di comporre i contrasti tra la fazione moderata favorevole alla
prosecuzione delle trattative con Giulio II e quella più oltranzista decisa a «me-
tere infidelli in Ittallia et di voler vedere prima la ruina de altri avanti la sua»
già nel luglio del 1509 vengono assoldati e spediti sul fronte di Padova 400-500
cavalleggeri parte turchi parte stradioti vestiti e armati alla turca sotto la guida
di Vanis di Poliza.38 L’attesa di un’imminente morte del sultano, le voci di un
attacco navale turco ai porti pugliesi già veneziani e soprattutto i perduranti
contrasti tra il Senato «gajardo» nell’invocare il soccorso e il più prudente Con-
siglio dei Dieci, concorrono a formare il 23 luglio una deliberazione interlocu-
toria che si traduce in una lettera al Sultano «molto moza e secha e di pocho
fruto e momento» in cui si colgono le preoccupazioni per le conseguenze di un
eventuale intervento militare ottomano in Italia ma anche la segreta speranza
che tra i collegati di Cambrai torni ad affiorare l’obiettivo della crociata inizial-
mente proclamato da Giulio II.39
La situazione militare precipita e induce la classe dirigente veneziana ad un
brusco mutamento di umore: l’11 settembre il Senato rompe gli indugi e commet-

34. Ibidem, col. 284. Cfr. anche Seneca, Venezia e papa Giulio II, p. 120.
35. Sanuto, I Diarii, VIII, col. 509.
36.  Ibidem, VIII, col. 511, 512, 548, IX, col. 100, ASV, Senato, Secreta, reg. 42, c. 29r.
Sull’idea di alcuni patrizi di utilizzare il Turco come «nuovo elemento equilibratore dei problemi
italici, ora sconvolti a tutto danno di Venezia», cfr. Seneca, Venezia e papa Giulio II, p. 126.
37. Priuli, I Diarii, p. 187.
38. Ibidem, p. 268, Sanuto; I Diarii, IX, col. 124; XI, col. 17, 24, 46 e sgg.
39. Seneca, Venezia e papa Giulio II, pp. 134-135, Sanuto, I Diarii, VIII, col. 548.
28 Venezia e i Turchi

te al bailo di chiedere senz’altro «una quantitade bona de cavalli» prospettando


alla Porta i vantaggi di un riequilibrio delle forze in Italia dove certamente non
è interesse del Gran Signore che «questo Roy de Franza se dovesse fare tanto
potente Signore per molti rispecti».40
La decisione di entrare nella «materia secretissima di turchi», gravida di con-
seguenze e appunto per questo «dextramente governata» dal Senato, si concreta
nella richiesta della fornitura di 25-30.000 staia di frumento e dell’invio di reparti
turchi arruolati nei sangiaccati di Morea e Valona.41
L’arrivo di lettere da Costantinopoli «molto bone, imo perfectissime» in cui
il Sultano sembra aderire a qualunque richiesta veneziana galvanizza il partito
filo-turco che dà battaglia per vari giorni sia nel Consiglio dei Dieci riunito con la
Zonta che nel Senato e alla fine riesce a ottenere l’approvazione di una parte «la
qual fo comandà secretissima, et sacramentà il conseio».42 Il 18 settembre ormai
la «materia magna» dell’aiuto turco è decisa senza possibilità di ripensamenti e
il Senato comincia a dare istruzioni al bailo per le trattative indicando come mi-
sura preliminare lo spoglio dei mercanti ragusei, fiorentini, genovesi e francesi a
Costantinopoli.43
Un’improvvisa scorreria dl reparti ottomani contro castelli austriaci nel con-
tado di Frangipani e Modrusa in Istria solleva l’entusiasmo di molti ma in realtà
nei mesi seguenti i negoziati con la Porta si trascinano inconcludenti, per la rilut-
tanza del Sultano ad assumere impegni precisi a causa dell’imminente scadenza
della tregua in Ungheria e del timore di un improvviso voltafaccia veneziano.44
È interessante conoscere sia le motivazioni con cui Venezia si volge al Gran
Signore per un decisivo intervento militare sia l’entità dell’aiuto richiesto e le
contropartite offerte con incalzante insistenza. Nelle istruzioni ad Andrea Fosca-
ri del 30 novembre 1509 il Senato suggerisce di mettere in evidenza la finalità
anti-turca della lega di Cambrai diretta contro i Veneziani solo perché essi «per
la continua et antiqua practica et commerchio hanno cum li prefati turchi, et per
la pace et amicitia hanno tenuto et tengono cum quello non voleno assentir ad
alcun danno loro», additando quindi nei Veneziani l’unico vero ostacolo ad una
generale spedizione europea contro l’impero ottomano.45
Su questo radicale rovesciamento della tradizionale ambizione veneziana ad
incarnare il baluardo ad Oriente contro la spinta conquistatrice degli infedeli, il Se-
nato fonda le sue richieste di almeno 10.000 cavalli e invia presso la residenza del

40. ASV, Senato, Secreta, reg. 42, c. 63, Priuli; I Diarii, p. 188. Cfr. anche Seneca, Venezia e papa
Giulio II, p. 153.
41. ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, busta I, disp. Andrea Foscari del
16 settembre 1509; Senato, Secreta, reg. 42, c. 57-58r.
42. Sanuto, I Diarii, IX, col. 161-162, 164, 170-171.
43. ASV, Senato, Secreta, reg. 42, c. 58v-59v.
44. Sanuto, I Diarii, IX, col. 278; X, coll. 138, 198-199, 202, 245-246, 342, 668, 716; XI, coll.
55, 129, 164, 417-418, 759.
45. ASV, Senato, Secreta, reg. 42, c. 89r. Al dispaccio è allegato un breve del papa che illustra
le finalità antiturche della lega (c. 90r).
Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile» 29

sangiacco di Bosnia il nobile Gerolamo Zorzi travestito da mercante con l’incarico


di definire i dettagli dell’operazione e curare anche l’eventuale trasferimento delle
truppe attraverso il Friuli oppure via mare.46 Venezia in cambio offre 12.000 ducati
annui con l’unica condizione che i prigionieri eventualmente catturati dalle truppe
bosniache non vengano trasferiti in Turchia e si dichiara disposta a pagare la stessa
somma anche per un numero più ridotto di soldati, sino ad un minimo di 4-5.000
cavalli.47 Le esitazioni ed i continui rinvii dei Turchi inducono il Senato a stringere
i tempi dell’operazione anche perché l’inconcludenza delle trattative fa riaffiorare
dubbi e perplessità su tutto il negozio, al cui lento procedere non sono forse estranee
le sollecitazioni di alcuni oratori francesi giunti in Ungheria nel giugno del 1510
proprio quando Venezia, ottenuta ormai l’assoluzione da Giulio II, è attivamente
impegnata a risalire la china su tutti i fronti.48 I continui pressanti solleciti rischiano
di ottenere l’effetto opposto e il 15 agosto, nel timore che il bailo abbia dipinto la
situazione di Venezia così tragica da prospettare come unica soluzione un suo ac-
cordo coi collegati in funzione anti-turca, il Senato ordina di dipingere un quadro
ottimistico dei fatti, fingendo una relativa indifferenza per l’aiuto richiesto destinato
comunque a farsi sentire solo l’anno seguente.49
Solo la notizia della lunga anche se inconcludente missione in Bosnia dell’invia-
to asburgico Strassoldo50 induce il Senato ad un’ultima offerta, tanto pesante sul piano
finanziario (25 mila ducati) quanto gravida di onerose contropartite politiche.
L’oratore veneziano Alvise Aximundo è autorizzato il 28 dicembre 1510 non
sono ad assicurare le migliori condizioni ai soldati turchi ma anche a sottoscrive-
re capitoli con cui Venezia si impegna a mettere le sue forze marittime a completa
disposizione del Sultano «cadauna fiata l’occorri che contra el stato de sue Excel-
lentia sii tolta impresa».51
Anche questa volta la trattativa non si conclude e l’unico magro risultato è la
condotta di 200 cavalleggeri turchi guidati dal voivoda albanese Pernava bey che
il 13 settembre 1510 stipula coi Veneziani un regolare contratto d’ingaggio con cui

46. ASV, Senato, Secreta, reg. 42, c. 90r, 94, Sanuto; I Diarii, X, coll. 139, 198-199, 342. Per
stimolare il sangiacco all’intervento lo Zorzi deve ricordargli il progetto dei collegati di offrire al re
d’Ungheria le terre veneziane della Dalmazia (Senato, Secreta, reg. 42, c. 133v).
47. ASV, Senato, Secreta, reg. 42, c. 94v, Sanuto; I Diarii, X, col. 414. Da una lettera del
segretario Ludovico Valdrino dalla corte di Adrianopoli possiamo intuire la ferma volontà dei vene-
ziani di concludere l’accordo: di fronte alle richieste turche di aumentare la somma e di assicurare
le vettovaglie ai soldati, egli risponde secco che «tuto ariano» (Sanuto, I Diarii, X, col. 293).
48. Sanuto, I Diarii, X, coll. 355, 716; ASV, Senato, Secreta, reg. 43, cc. 1r, 35r, 42r, 82v.
Delle rinascenti opposizioni alla svolta filo-turca della maggioranza del Senato è testimonianza
l’intervento del savio di terraferma Sebastiano Giustinian nella discussione del 24 maggio 1510
sulla proposta di scrivere un’ennesima lettera di sollecito al bailo e al Valdrino; la sua posizione
ottiene però solo 16 voti contro 116 (Sanuto, I Diarii, X, col. 414).
49. ASV, Senato, Secreta, reg. 43, c. 95v.
50. M. Brosh, Papst Julius II und die Gründung des Kirchenstaats, Gotha 1878, pp. 197-198,
293-294.
51. ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, busta I, disp. 15 e 29 ottobre
1510 dell’oratore Alvise Aximundo; Senato, Secreta, reg. 43, cc. 95v-97r, 106r, 167.
30 Venezia e i Turchi

si impegna ad un servizio senza limiti di spazio, dietro un compenso in denaro e la


riserva delle taglie dei prigionieri.52 Le fonti cinquecentesche tacciono dell’ulteriore
impiego di questo contingente turco ma la sua partecipazione alle operazioni mili-
tari è indirettamente testimoniata da un episodio del 13 ottobre 1617 quando l’agà
turco Ogras Nasunovich si offre di reclutare per conto di Venezia soldati bosniaci
«dicendo voler ciò fare ad imitatione de maggiori suoi, che nelle guerre della Re-
pubblica in Italia et particolarmente da Doda suo avolo condusse doicento cavalli a
servire a Signoria nostra in tempi travagliosi et di molto bisogno».53
Notevole impressione suscita invece nell’opinione pubblica l’effettiva com-
parsa in territorio veneto del contingente misto albanese-turco comandato da Va-
nissa (Vanis) da Poliza, la cui presenza in vari teatri di operazione è ampiamente
documentata proprio a causa dello stupore di molti osservatori e cronisti contem-
poranei. Guidati da Alvise Loredan, nominato per l’occasione «provedador sora
i turchi», essi vengono impiegati in varie azioni militari in territorio padovano e
veronese e si distinguono per valore ed audacia in alcuni scontri presso Villanova
e S. Martino, ma la loro fama si lega ben presto a numerosi atti di violenza e sac-
cheggio e a ricorrenti episodi di insubordinazione.54 Il 15 ottobre 1510 una parte
di loro si stacca dal Vanissa e ottiene il congedo, mentre un residuo contingente
di 60 uomini viene inviato a Mestre e poi nel Polesine da dove nell’ottobre rientra
in patria carico di prede e portando seco alcuni «puti qualli andavano voluntarie»
e si disponevano a rinnegare.55
Gli eccessi di questi soldati «bene visti et acharezatti et subito pagati» dal Se-
nato non destano meraviglia nel popolo e nei nobili abituati da un’ormai consoli-
data tradizione ad associare l’immagine del Turco all’idea di barbarie e ferocia e
d’altra parte il Priuli ci conferma che
li populi judichavanno che questi Albanesi fussenno Turchi, perché erano vestiti alo
abicto et modo turchesco, et hera al proposito questa famma che fussenno Turchi, azio-
chè la voce dovesse andar in lo exercito inimico che il Sig. Turcho mandava adiucto ali
Signori Venetiani, che faranno ali inimici ad ogni modo avere qualche timore.56
Il governo veneziano è dunque cosciente della funzione simbolica della pre-
senza di reparti militari turchi o creduti turchi e pago di questo importante risulta-
to psicologico e propagandistico lascia correre i loro «danni et robamenti» e tutti
i loro «cativi portamenti» nella convinzione che in questo delicato momento è
necessario «per forza suportare in patientia».57

52. I libri commemoriali della Repubblica di Venezia. Regesti, a cura di R. Predelli, VI, Ve-
nezia 1903, doc. 190; nello strumento notarile è precisato che la Repubblica si riserva il diritto di
esaminare la qualità dei soldati durante una parata al Lido.
53. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 12, c. 28r.
54. Sanuto, I Diarii, XI, coll. 17, 24, 46, 260, 298, 340. Fa scalpore il 16 agosto 1510 l’aggres-
sione di due turchi ubriachi ad un frate del convento di S. Giovanni di Verdara (coll. 133-134).
55. Sanuto, I Diarii, XI, coll. 519, 537, 572, 581, 589, 636, 652-655, 835.
56. Priuli, I Diarii, p. 268.
57. Ibidem, p. 366.
Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile» 31

Le polemiche e le fratture all’interno del patriziato a proposito dell’aiuto


militare ottomano si riflettono anche nell’atteggiamento dei cronisti contempo-
ranei di fronte ai saccheggi e alle violenze dei soldati di Vanissa, tollerati con
dolente rassegnazione dal moderato e accomodante Priuli, denunciati invece
con estrema violenza dal nobile vicentino Da Porto che si vanta di «non essere
stato testimonio di tante viltà» che da sole dovrebbero indurre a massacrare
senza pietà tutti i Turchi.58
Dopo Agnadello l’idillio tra Venezia e i Turchi comincia ben presto a sen-
tire il logorio della mutata situazione internazionale che vede da un lato l’affer-
mazione in Europa dell’egemonia spagnola e dall’altro il rinnovarsi della spinta
espansionistica dell’impero ottomano nei Balcani dove la travolgente vittoria di
Mohàcs suona come un sinistro campanello d’allarme non solo per gli Asburgo
ma anche per la più lontana Venezia. Non si rinnovano più le accese discussioni
del febbraio 1514 in Consiglio dei Dieci sull’opportunità di ammettere anche i
«papalisti» alla trattazione delle «materie turchesche»,59 ma in compenso la Re-
pubblica sta bene attenta ad evitare qualsiasi provocazione e giunge sino al punto
di protestare ufficialmente presso il papa per un discorso del cardinale Sadoleto
reo di aver troppo esaltato la funzione antiottomana di Venezia.60
Del resto in un’epoca che vede Lutero a lungo contrario alla «guerra santa»
contro i Turchi e convinto sostenitore di una concezione puramente difensiva del-
lo scontro tra Cristianità ed Islam61 e assiste alla spregiudicata politica orientale
di Francesco I e al suo impium foedus con Solimano II, Venezia non ha difficoltà
a trovare solidi motivi di giustificazione alla sua prudente condotta tesa ad evi-
tare a tutti i costi scontri frontali con la poderosa macchina militare ottomana.
Le aspirazioni alla «monarchia d’Italia» se mai erano state coscientemente nella

58. «ed i Turchi che sono al soldo de’ Viniziani, peggio che se fosser nemici, vanno rubando,
uccidendo, usando lascivamente e sì sconciamente in ogni turpitudine che per le loro disonestà si
possono riputar vergognosi all’esercito nostro, non che allo stato di Vinegia, e dirò quasi fatte in
vitupero della fede nostra» (L. Da Porto, Lettere storiche scritte dall’anno MDIX al MDXII, Vene-
zia 1932, p. 194). Sulla visione del mondo e dei fatti storici cui sono ispirate le Lettere storiche del
Da Porto, scritte poco dopo il 1509, vedi il recente saggio di A. Olivieri, «Dio» e «fortuna» nelle
«Lettere storiche» di Luigi Da Porto, in «Studi veneziani», XIII (1971), pp. 253-273 e la precedente
bibliografia ivi citata.
59. Sanuto, I Diarii, XVII, col. 523.
60. Petrocchi, La politica della Santa Sede, p. 57.
61. Sull’esatta posizione di Lutero di fronte al pericolo turco si è polemizzato a lungo. L’opi-
nione cattolica più ostile, riflessa nell’opera del Grisar (Lutero. La sua vita e le sue opere, Torino
1946, pp. 307-308) si fonda su alcuni passi violentemente antipapisti contenuti negli scritti Alla
nobiltà cristiana di nazione tedesca e Della libertà del cristiano, mentre l’opposta interpretazione
favorevole di vari autori protestanti si basa sul trattatello Della guerra contro i Turchi scritto nel
1529 sotto lo choc della battaglia di Mohàcs. Sono note le tendenze ireniche di Erasmo, che ritiene
più giusto convincere i Turchi con la santità della vita dei cristiani che con la forza delle armi,
mentre non meno discusse di quelle di Lutero sono le prese di posizione di Calvino: cfr. J. Pannier,
Calvin et les Turcs, in «Revue historique» CLXXX (1937), pp. 268-286. Un recente bilancio criti-
co di questi problemi in K.M. Setton, Lutheranism and the Turkish peril, in «Balkan studies», III
(1962), pp. 133-168.
32 Venezia e i Turchi

mente dei patrizi veneziani tramontano senza possibilità di ritorno sulla pianura
di Agnadello e la breve guerra contro Solimano del 1537-1540, condotta per la
prima volta al riparo della rassicurante alleanza col potente Carlo V, vede in-
frangersi definitivamente ogni velleità di riconquiste in Oriente nella disastrosa
battaglia della Prevesa cui segue una frettolosa pace di compromesso, destinata
ad accentuare la sensazione di un’irrimediabile inferiorità militare solo in parte
compensata dagli incerti e condizionati aiuti dell’Europa cristiana.
In questa situazione di instabile equilibrio tra due imperi e due civiltà, Ve-
nezia è logicamente portata a dimenticare, nascondere o addirittura negare lo
sconcertante ed imbarazzante «episodio» della richiesta di soccorso dopo Agna-
dello. Nel clima infuocato della lega di Cambrai esplode una ricca pubblicistica
anti-veneziana, tra cui non poca meraviglia e irritazione suscitano un discorso del
vercellese Ludovico Eliano che esorta la Cristianità ad una guerra globale contro
i Turchi e contro i Veneziani accomunati agli infedeli nello stesso destino.62 Le
reazioni veneziane non sono meno aspre e violente ma appena passata la bufera la
Repubblica desidera sanare rapidamente le lacerazioni della sua classe dirigente
e stendere un imbarazzato silenzio su taluni eccessi polemici, come quella me-
moria di un ignoto giureconsulto tesa a dimostrare, sul fondamento della Bibbia e
del diritto romano e canonico, il buon diritto di Venezia a utilizzare senza peccato
il concorso dei Turchi.63
Un colorito e appassionante quadro dello stato d’animo di molti veneziani
durante i tormentati dibattiti che precedono l’invocazione di aiuto a Bajazet emer-
ge dalle pagine mosse e vivaci del Priuli, personalmente fautore di una linea più
moderata e prudente del Sanuto. Il Priuli è convinto dell’irrimediabile contrappo-
sizione di fede e di civiltà tra Venezia e i Turchi e non crede ad un’intesa fondata
sul rispetto e la reciproca fiducia, perché la natura di «infedele» impedisce al
Turco di mantenere le promesse e non v’è dubbio «che se li tornerà a propoxito
facilmente romperà la fede».64 Le poche e amare parole con cui postilla l’atteg-
giamento delle potenze occidentali durante la guerra iniziata nel 1499 («mirabile
dictu che li christiani non volesseno adiuctar li Venetiani contra infidelli et che
dexideravanno la ruina venetta insieme cum la fede de Christo») fanno da pre-
messa e da sfondo alla sua sofferta partecipazione al drammatico scontro di idee e
di passioni tra i senatori veneti nel luglio del 1509 quando matura, in un clima di
crescente tensione, la decisione di collegarsi all’impero ottomano. Giulio II ormai
«grandissimo inimico del nome veneto et totalmente disposto a vedere la ruina

62. Ludovici Heliani Vercellensis Christianissimi Francorum regis Senatoris ac oratoris de


bello suscipiendo adversus venetianos et Turcas oratio, Augustae Vindelicorum 1510. Di questa
orazione fa menzione anche il Sarpi (Scritti giurisdizionalistici, a cura di G. Gambarin, Bari 1938,
pp. 225-226).
63. Di questo scritto, citato dal Lamansky (Secrets d’état, p. 763) non mi è riuscito di trovar
alcuna copia.
64.  Priuli, I Diarii, p. 119. Nella pagina seguente il Priuli riporta con evidenza la frase di
Andrea Zancani da poco tornato dalla corte del Sultano tutta ritmata sulla cadenza iterativa del
concetto di fede: «in la fede deli infidelli no se pol dar fede, né imfidarsi» (p. 120).
Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile» 33

dela citade veneta» rifiuta di ricevere gli ambasciatori veneziani e allora alcuni
senatori «alquanto teribilli et fantastici» propongono di farli rientrare in patria e
volgersi senz’altro ai Turchi, ma si tratta, osserva il Priuli, di «giovani animosi di
pocha experientia» abituati a vivere all’ombra di uno stato «opulente, richo cum
tantha reputtatione et famma», che non sanno rassegnarsi a vederlo rovinato per
colpa del papa e preferiscono sconsideratamente «ruinarlo et vindicharsi de lui,
et metere li Turchi a Roma, et, dipoi che loro heranno ruinati, volevanno ruinare
la Ittalia et la Christianitade, desiderando vedere ogni ruina et satiare il loro in-
gordo apetitto, desiderando veder scampare il Pontefice di Roma, quia solatium
est miseris sotios habere penarum».65 Al frenetico cupio dissolvi dei giovani si
contrappone la pacata moderazione dei «Padri canuti et anossi» che richiamano
i pericoli di un intervento turco destinato a risolversi, a causa della debolezza
militare veneziana, in un probabile assalto ai domini levantini e in un definitivo
collasso dello stato. Nella dialettica dei due partiti, in cui sembrano prefigurate
le posizioni e gli ideali delle fazioni dei «vecchi» e dei «giovani» alla fine del
secolo, emergono con chiarezza le ragioni sostanziali di due diverse concezio-
ni della condotta della guerra, l’una decisa e senza scrupoli religiosi e politici,
l’altra cauta e moderata, legata all’idea del castigo divino per i troppi peccati
veneziani e fiduciosa di poter ancora «plachare cum bone parole il Pontifice et
cum humanitade».66 Di questa seconda posizione, «la meglior et piui segura deli-
beratione et senza charigo alchuno de conscientia», è fervido portavoce il Priuli
che delinea in rapide ma suggestive riflessioni le posizioni della minoranza dei
«vecchi» e nello stesso tempo anticipa inconsapevolmente le giustificazioni e la
menzogna consapevole e «patriottica» del nobile e fiero rifiuto veneziano di ogni
aiuto ottomano.
Il pensiero del Priuli, la cui puntuale aderenza alle effettive posizioni dei
«Padri canuti et anossi» non è oggi possibile verificare, si snoda e si coagula
intorno ad alcune considerazioni generali che sconsigliano per diversi e talora
opposti motivi un immediato e massiccio ricorso all’alleanza turca. Le preoccu-
pazioni religiose, vivissime in lui come in molti suoi contemporanei da tempo
persuasi dell’irrevocabile avversione del Cristianesimo all’Islàm infedele, emer-
gono in primo piano e fanno balenare con nitida lucidità la consapevolezza della
«grande offensione divina quale fusse a metere questi imfidelli in Ittallia, perchè
potria passare a Roma et ruinar et depredar la Sancta Eclesia Romanna».
Già i gravi peccati dei veneziani hanno mosso a giusto sdegno Dio che ha
consentito la disgraziata sconfitta di Agnadello e ora questo nuovo «gravissimo
peccato» richiamerà senz’altro un’ulteriore e più grave punizione divina, senza
contare l’inaudito
incharigo et biasimo deli Padri Veneti, quali sempre et in ogni tempo sonno statti
diffensori et propugnacolo dela fede christiana contra imfidelli et antemurale, et
sparso tanto sangue et auro et arzento in diffensione dela fede christicola, et che

65. Ibidem, p. 141 Cfr. anche Seneca, Venezia e papa Giulio II, p. 135.
66. Priuli, I Diarii, p. 142.
34 Venezia e i Turchi

ahora dovessenno chiamare Turchi in Ittallia a ruinar questa nostra fede cum tanto
sudore et faticha sustantatta et mantenuta.67
Ma anche più concrete ragioni politiche sconsigliano un’alleanza col Tur-
co. Sono comprensibili le reazioni psicologiche e sentimentali per cui i signori
veneziani, presi dalla disperazione «farebbeno ogni male per adiuctarsi et pren-
derianno il tosego, zoè il venenno, per medicina» preferendo la sudditanza ai
Turchi al dominio francese, ma l’esperienza degli anni passati dimostra che è
più facile invocare l’aiuto di una potenza straniera che liberarsene dopo la ces-
sazione del pericolo e come i francesi venuti in Italia per prendere lo stato di
Milano si sono rivolti contro Venezia, così i Turchi, popolo infido e menzogne-
ro, una volta in Italia diventeranno in poco tempo «Signori del tuto».68 Meglio
dunque «non tentare nè metere in fantasia a questi imfidelli de passare in Italia»
evitando la tremenda responsabilità di insinuare nei Turchi il pensiero di questa
Italia «tropo bella et gentile».69
Questa sollecitudine trepida e generosa per le sorti di un’Italia «bella et gen-
tile» individuata come un’unitaria civiltà di cui il Priuli si sente partecipe e di-
fensore, avrebbe fatto la gioia di tanti storici del nostro risorgimento, ma anche
senza caricarla di anacronistici richiami pre-unitari, la espressione del Priuli va
collegata ad altre di analoga incisività e pregnanza diffuse nell’area veneta per
tutto il Cinquecento in significativo riferimento allo scontro politico ed ideologi-
co con l’impero turco.70
Sulla insistente e pressante richiesta ai Turchi per un decisivo intervento mi-
litare in Italia la tradizione e la posteriore storiografia veneziana impongono il
silenzio più rigoroso ed anzi già verso la metà del Cinquecento inizia il recupero
delle nobili motivazioni religiose e patriottiche espresse dal Priuli per idealizzare
e valorizzare la secolare funzione della Repubblica come avamposto cristiano
contro la proterva minaccia imperialistica degli infedeli ottomani.
Nelle sue Rerum Venetarum Historiae il Bembo traduce fedelmente l’offerta
di aiuto da parte del sultano e l’invito di Alvise Loredan ad accettarla senza esita-
zione per colpire «istum non Pontificem maximum sed carnificem omni crudeli-
tate praeditum», ma dopo un fuggevole accenno alla disparità di vedute su questa
proposta si limita a ricordare lo scioglimento della seduta su un generico invito ai
senatori a riflettere sul da farsi.71

67. Ibidem, p. 141
68. Ibidem, pp. 140, 187.
69. Ibidem, p. 140.
70. Il 4 maggio 1538 il sindaco di Feltre, esortando i suoi concittadini alla concessione di un
sussidio a Venezia, esclama: «Adesso più che mai lo dovemo fare perho che non fassi più guera,
come si solea, contra Re di Franza, con lo imperadore, né con altri signori di Cristiniade (sic), ma
contra li Crudelissimi et rabiatj Turchi, qualli minazano mandar questa povera Italia a fero focco, et
fiama» (Archivio comunale di Feltre, Libri Consiliorum, vol. 36, ff. 119v-120r). Ringrazio il dott.
Luigi Corazzol per la segnalazione di questo passo.
71.  P. Bembo, Rerum Venetarum Historiae, in Degl’historici delle cose veneziane i quali
hanno scritto per pubblico decreto, II, Venezia 1718, pp. 303-305.
Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile» 35

Il prudente silenzio del Bembo sul seguito della vicenda diventa aperta fal-
sificazione dei fatti e calcolata inversione di prospettive ideologiche e politiche
nei Discorsi politici del Paruta, ispirati a una lineare e orgogliosa esaltazione
dell’esemplarità ed unicità dell’esperienza politica veneziana. Impegnato a di-
mostrare che «dagli infelici successi della guerra dopo Agnadello non si può ar-
gomentare alcuna imperfezione della Repubblica» il Paruta non esita a indicare
all’opinione pubblica l’esempio di Venezia che ha «magnanimamente» rifiutato
l’aiuto turco in significativa contrapposizione alla perfida condotta di Federico
d’Aragona e Massimiliano d’Austria. Né il «giusto sdegno contra i principi con-
giurati, nè il desiderio di ricuperare le cose perdute», scrive il Paruta, poterono
indurre quei «savissimi e religiosissimi uomini» a invocare il soccorso ottomano,
conservando così «immacolata la gloria dell’altre imprese fatte contra Infedeli».
Sembra che il realismo politico del Paruta ceda impovvisamente sotto il peso del
nazionalismo veneziano ma una breve frase finale, quasi buttata lì per concludere
il discorso, ci svela i motivi più autentici e profondi di quel rifiuto: «la ragione di
stato bene intesa e considerata nell’esempio d’altri» aveva dissuaso i Veneziani
dall’accettare quell’aiuto, considerando anche il caso dei bizantini che dopo aver
chiamato gli ottomani si trovarono da loro oppressi.72
La pietosa bugia patriottica del Paruta diventa ben presto versione ufficiale e
pochi anni dopo Alvise Contarini scrivendo per conto del governo la sua inedita
storia veneziana sviluppa ulteriormente il tema dell’incorrotta «pietas» religiosa
e propone all’imitazione di tutti i Cristiani il fulgido esempio dei Veneziani che,
pur afflitti da infinite calamità hanno rifiutato con orgoglio gli aiuti offerti dai
Turchi, «unica spe sostentati fore ut Christus deus cuius sanctissimam religionem
Respubblica sempre coluit Venetum nomen tueretur».73
È curioso notare come alla fine del secolo uno scrittore aspramente ostile
al Machiavelli come Tommaso Bozio, in perfetta concordanza col Contarini citi
come esempio di nobile atto il rifiuto dei Veneziani di accogliere il soccorso di
Bajazet proprio grazie alla mancata applicazione della massima del cap. 18 del
Principe sulla dissimulazione.74 L’imbarazzo con cui nel 1617 il Senato accoglie
le profferte di aiuto dell’agà turco Ogras Nasunovich è eloquente testimonian-
za che ancora a distanza di un secolo i patrizi più addentro alle «segrete cose»
conoscono bene l’impium foedus invocato nel 1509 e per questo si affrettano a
congedare con un ricco donativo e buone parole l’ufficiale ottomano, pur assicu-

72. P. Paruta, Discorsi politici, a cura di G. Candeloro, Bologna 1943, pp. 267-268. L’opera
fu pubblicata nel 1559.
73. A. Contarini, Delineatio historiae quae res gestas Venetorum complectitur, nulla diligen-
tia contexta, iterum atque iterum expolienda et debitis coloribus exornanda, in quatuordecim libros
distincta, BNM, mss. It., X, n. 285 (3180), c. 19r. Sul Contarini, che compare anche come uno degli
interlocutori del dialogo Della perfezione della vita politica, cfr. M. Foscarini, Della letteratura
veneziana e altri scritti intorno ad essa, Venezia 1854, pp. 273-274 e ora Cozzi, Cultura politica e
religione, pp. 244-255.
74. T. Bozio, De antiquo et novo statu Italiae. Libri quatuor adversus Machiavellum, Roma
1594; cito il passo da A. Panella, Gli antimachiavellici, Firenze 1943, pp. 65-66.
36 Venezia e i Turchi

randolo che in caso di necessità sarà tenuto nella debita considerazione «come
testimonio vero et hereditario in lui della antica dispositione de i suoi maggiori
verso la Signoria».75
Sul piano politico-diplomatico gli anni che seguono la lega di Cambrai ve-
dono alternarsi brevi ma violenti conflitti a lunghi periodi di pace e amichevoli
relazioni. Dopo la sconfitta della Prevesa e la pace del 2 ottobre 1542 Venezia fa
tutti gli sforzi possibili per non riaprire una guerra che si rivela sempre più rovi-
nosa per le sue finanze e in più occasioni rinnova i gesti amichevoli nei confronti
del Sultano, ora congratulandosi per le sue vittorie contro altri sovrani cristiani
ora rassicurandolo del suo «bianco cor» testimoniato anche dall’offerta di segrete
informazioni sui prìncipi occidentali.76
Un episodio clamoroso come quello di Beltrame Sachia che il 2 gennaio 1542
si impadronisce con un colpo di mano di Marano al grido di «Marco, Marco, Fran-
za, Franza, Turco, Turco» e dopo un breve dominio personale ripara a Costantino-
poli sperando in un più concreto aiuto del Sultano,77 dà forse un’idea dello stato
d’animo di molti sudditi veneziani nei confronti dell’impero ottomano.
L’invasione di Cipro e la guerra della Santa Lega culminata nella vittoria
cristiana di Lepanto segnano una svolta di notevole importanza sul piano dei
rapporti di forza internazionali ma non mutano i termini fondamentali della po-
litica veneziana nei confronti dell’impero ottomano. Giustamente il Tamborra ha
definito la giornata di Lepanto «una sorta di spartiacque storico fra i più chiari e
definiti» sia per la fine del mito dell’invincibilità del Turco sia per il tramonto del-
la «talassocrazia turca del Mediterraneo»,78 ma la pace del 1573 pone fine ad ogni
residua velleità veneziana di recuperare i territori del Levante e con essi un ruolo
egemonico in tutto il Mediterraneo orientale. Se a Venezia c’è ancora qualcuno
che spera in una fattiva e operante solidarietà del mondo cristiano nei confronti

75. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 12, c. 28v.


76. ASV, Senato, Secreta, reg. 61, c. 110r.
77.  G. Cogo, Beltrame Sachia e la sottomissione di Marano al dominio della Repubblica
Veneta (con nuovi documenti), in «Nuovo archivio veneto», XIV (1897), pp. 5-34; cfr. anche ASV,
Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, busta I, disp. Alvise Renier, 10 gennaio 1547.
78. A. Tamborra, Dopo Lepanto: lo spostamento della lotta anti-turca sul fronte terrestre, in Il
Mediterraneo nella seconda metà del ‘500 alla luce di Lepanto, a cura di G. Benzoni, Firenze 1974,
pp. 371-391. Il saggio del Tamborra costituisce un ampliamento, arricchito di nuove e interessanti
prospettive di ricerca, del suo precedente volume Gli stati italiani, l’Europa, e il problema turco
dopo Lepanto, Firenze 1961. Per una valutazione globale del significato di Lepanto nell’ambito dei
rapporti Europa-Turchia rinvio ai numerosi saggi contenuti nel citato volume su Il Mediterraneo
nella seconda metà del ‘500, ed in particolare a quelli di: F. Braudel, Bilan d’une bataille, pp. 109-
120, H. Jedin, Papst Pius V, die heilige Liga und der Kreuzzugsgedanke, pp. 193-213, H. Inalcik,
Lepanto in the Ottoman documents, pp. 185-192, R. Mantran, L’écho de la bataille de Lépante
à Constantinople, pp. 243-256 (già pubblicato in «Annales E.S.C.», 28 [1973], pp. 396-405), A.
Tenenti, La Francia, Venezia e la Sacra Lega, pp. 393-408, A. Wandruszka, L’impero, la casa
d’Austria e la Sacra Lega, pp. 435-443. Molto utili, per l’ampia utilizzazione di documenti originali
ottomani, l’agile volumetto Lépante. La crise de l’empire ottoman, a cura di M. Lesure, Mesnil sur
l’Estrée 1972 e l’articolo di A.C. Hess, The battle of Lepanto and its place in Mediterranean Histo-
ry, in «Past and Present», 57 (nov. 1972), pp. 53-73.
Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile» 37

della Repubblica, la più esposta tra le nazioni occidentali all’impeto offensivo


ottomano, viene completamente disilluso dalle vicende posteriori a Lepanto. Tra
il 1573 e il 1718 la Serenissima si trova impegnata tre volte in conflitti di grandi
proporzioni con il colosso ottomano, ma in tutti e tre i casi mai riesce a suscitare
intorno a sé uno spirito di crociata capace di unire in una guerra ad oltranza di tipo
«ideologico» tutte le nazioni cristiane.79
La breve la aspra contesa dell’Interdetto ed il rovente antispagnolismo
dei primi decenni del Seicento sembrano occasioni propizie per una ripresa in
grande stile e con più ampie prospettive di quella scelta di collaborazione col
Turco adottata nel 1509, ma i mutati rapporti di forza internazionali e l’adozio-
ne ormai incontrastata di una politica «turchesca» fondata su una cordiale ma
dignitosa «coesistenza pacifica» inducono la Repubblica a ben diverse deci-
sioni. La vertenza dell’Interdetto si apre quando Venezia ha da poco declinato
con vaghe ed evasive assicurazioni un ennesimo invito del papa ad una crociata
anti-turca e la furibonda polemica tra i fautori dei privilegi ecclesiastici e i di-
fensori dell’autonomia dello stato guidati dalla lucida ed energica personalità
di Paolo Sarpi non tarda a spostarsi sul piano politico e militare, inducendo il
governo a misure precauzionali sul piano militare e alla ricerca di solidarietà
internazionali. Quando la Spagna cerca di provocare una guerra tra Venezia e i
Turchi inviando una flotta a saccheggiare la città di Durazzo il bailo Ottaviano
Bon cerca di presentare la contesa col papa nel modo più gradito ai Turchi, assi-
curandoli che è stato il rifiuto veneziano ad accedere ad una lega anti-ottomana
a scatenare le ire pontificie contro Venezia, sempre fedele ai suoi amichevoli
rapporti con la Porta. Il Primo Visir coglie abilmente i risvolti positivi della
situazione, assicura al Bon il totale appoggio ottomano all’amica Repubblica e
insiste per dar corso ad un’organica alleanza basata sull’unione delle due flotte
in funzione anti-spagnola.80 Il Bon si muove con prudenza e pur riassicurando
che Venezia è in questo travaglio per «tener più conto del Gran Signore che de
molti altri principi del mondo» lascia cadere il compromettente aiuto ottomano
limitandosi a chiedere la autorizzazione ad arruolare soldati nei sangiaccati di
confine e ad estrarre 2.000 moggi di frumento.81 Nel settembre del 1606 nelle
acque di Corfù si assiste ad una prolungata schermaglia tra il capitano generale
dell’armata turca Giaffer bassà ansioso di collegarsi alle navi venete per attac-

79. Sulle guerre veneto-turche nel Seicento cfr. E. Eickoff, Venedig, Wien und die Osmanen.
Umbruch in Südosteuropa. 1645-1700, München 1970 e l’ampia bibliografia ivi citata. Per la guer-
ra di corsa v. F. Braudel, Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II, Torino 1953, pp.
940-971, e A. Tenenti, Naufrages, corsaires et assurances maritimes à Venise, Paris 1959, pp. 29-
30 e sgg. e Id., Venezia e i corsari 1580-1615, Bari 1961.
80. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 63, cc. 106-108, filza 64, cc. 226v-227r; que-
sti dispacci sono parzialmente pubblicati in C.P. De Magistris, Per la storia del componimento della
contesa tra la Repubblica Veneta e Paolo V (1605-1607). Documenti, Torino 1941, pp. 134-138.
81. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 63, cc. 330-333. Da notare che il Senato in un
primo momento pensa a condotte di soldati valacchi e transilvani, ma il bailo Almorò Nani sugge-
risce di servirsi di sudditi bosniaci più ostili agli Uscocchi (Senato, Dispacci Costantinopoli, filza
84, disp. 30 settembre 1607).
38 Venezia e i Turchi

care insieme i porti pugliesi e calabresi presidiati dagli spagnoli e il Provvedi-


tore generale da mar Filippo Pasqualigo pronto a schermirsi e a prender tempo
con la scusa della mancanza di precise istruzioni del suo governo.82
Anche ulteriori pressioni del visir per una più stretta collaborazione ottengo-
no dal Bon cortesi ma elusive risposte e allora i Turchi col pretesto di attendere
gli sviluppi delle vicende italiane ed ungheresi rinviano sine die la tratta dei grani,
temendo «come huomeni ineruditi delle cose di stato et poco osservatori di fede»
che il frumento serva a nutrire genti destinate in un immediato futuro a rivolgersi
contro di loro.83 La malcelata irritazione del visir di fronte alla rinnovata concor-
dia tra Venezia e Paolo V conferma la cauta e realistica posizione del Sarpi, che
pur alieno da fanatismi anti-ottomani è però politico troppo abile e disincantato
per non comprendere che «non è utile ad alcun principe ricever aggiuti potenti da
maggiori imperi» e che dunque molto accortamente ha operato la Repubblica a
procurarsi «più armi italiane che fosse possibile».84
Negli anni che vanno dal ritiro dell’Interdetto alla congiura di Bedmar Ve-
nezia consolida ed istituzionalizza la sua politica di moderata e duttile collabo-
razione con l’impero ottomano, respinge con abilità ma anche con fermezza la
insistenti pressioni pontificie per una crociata e in definitiva, come ha osservato
Seneca, sente il pericolo turco solo «come riflesso di uno stato d’inquietudine»
che turba il mare Adriatico.85 Lo stesso problema degli Uscocchi è visto soprat-
tutto per le perniciose conseguenze che gli eccessi di questa gente abituata a cor-
seggiare «nel più barbaro ed empio modo, che da Sciti, ne da Tartari, nè da altra
fiera e inhumana natione fusse fatto giammai»,86 possono avere sui rapporti coi
Turchi ormai avviati verso una crescente cordialità.
L’accesa polemica tra Spagna e Venezia, divampata nel secondo decennio
del secolo in un clima di reciproco sospetto, dà la stura ad un rinnovato scambio
di accuse sulle presunte intese segrete col Turco, ma in verità il comportamento
ambiguo dei due contendenti giustifica tanto l’insulto del duca d’Ossuna che pa-
ragona i veneziani ai «Turchi, Mori et Heretici» quanto l’irosa e risentita risposta

82. ASV, Senato, Secreta, reg. 97, c. 67v, reg. 98, c. 51v, 58r; Provveditore generale da mar,
Dispacci, busta 6 (cfr. anche De Magistris, Per la storia del componimento, pp. 138-147). Tutte
queste vicende sono narrate con gli stessi particolari dal Sarpi che evidentemente ha visto i dispacci
del bailo e altri documenti riservati del governo (P. Sarpi, Istoria dell’interdetto e altri scritti editi
ed inediti, I, a cura di M.D. Busnelli e G. Gambarin, Bari 1940, pp. 9, 83, 99-102, 157-158).
83. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 63, disp. 2 dic. 1606. Cfr. De Magistris, Per
la storia del componimento, pp. 147-149 e Sarpi, Istoria dell’interdetto, p. 158. Quando tuttavia
il frumento viene finalmente concesso il sultano riconosce apertamente che i veneziani sono «ab
antico leali, sinceri et costantissimi amici della Porta» (ASV, Dispacci Costantinopoli, filza 64,
disp. 27 aprile 1607).
84. Sarpi, Istoria dell’Interdetto, p. 158.
85. F. Seneca, La politica veneziana dopo l’interdetto, Padova 1957, p. 112. Cfr. anche le pp.
64-68.
86. Manifesto delle Ragioni della Serenissima Signoria di Venezia intorno alla mossa d’arme
contro Uscocchi, Dalmanzago 1617.
Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile» 39

di un anonimo sostenitore della Serenissima che rinfaccia agli Spagnoli i progeni-


tori di stirpe moresca e le precedenti relazioni amichevoli con i Turchi.87
Per tutto il periodo che va dalla pace del 1573 alla guerra di Candia la buona
volontà veneziana nel fornire informazioni al Sultano sulla situazione italiana viene
ricambiata con frequenti autorizzazioni a levar soldati nella penisola balcanica, con
le consuete esportazioni di grani e talvolta con facilitazioni per il riscatto di schiavi
sia in territorio metropolitano che nei cantoni della Barberia.88 Le manifestazioni di
buon vicinato sono molte e di vario genere e vanno dal rifiuto di accogliere schiavi
fuggitivi e debitori insolventi, all’aiuto per i Mori di Granata espulsi dalla Spagna,
alla protezione diplomatica e militare dei mercanti ottomani, anche se Venezia re-
siste tenacemente alle pretese turche di rendersi garante dell’incolumità di navi o
convogli soggetti ad una spietata guerra di corsa da parte di Uscocchi e Maltesi.89 Al
desiderio di rafforzare i legami di amicizia rispondono anche i frequenti omaggi a
sultani e ministri di doni particolarmente graditi come rari girifalchi, vesti preziose,
specchi di Murano, prodotti della tecnologia occidentale, come medicine e vari tipi
di orologi, o della raffinata scuola artistica veneziana come i ritratti dei principi di
casa ottomana promessi nel settembre 1578.90
Anche il perdurante commercio dell’allume proveniente dalle antiche minie-
re della Focea svolto sia direttamente sia tramite intermediari ebrei, se risponde
a precisi interessi economici reciproci è però anche prova del realismo con cui
Venezia interpreta tanto i suoi doveri verso la Cristianità quanto i suoi cordiali
rapporti coi Turchi, poiché è noto a tutto il mondo cristiano il divieto papale di
estrarre allume turco e non a caso nel dicembre del 1576 la Curia invita il nunzio
Giambattista Castagna a pubblicare due bolle contro quei mercanti veneziani che
per spirito di guadagno persistono nell’illecito traffico.91 Il caso dell’allume è del

87. I due scritti sono riprodotti in E. D’Ancona, Saggi di polemica e di poesia politica del sec.
XVII, in «Archivio veneto», ser. I, III (1872), p. 409. Cfr. anche A. Battistella, Una campagna navale
veneto-spagnuola in Adriatico poco conosciuta, in «Archivio Veneto-Tridentino», III (1923), p. 73.
88. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 19 (parte I), cc. 1-3, 48-49; reg. 22,
parte I, c. 73, parte II, cc. 36, 74. Sul riscatto degli schiavi veneti detenuti nell’impero ottomano
esiste una vasta documentazione in ASV, Provveditori sopra Ospedali e luoghi pii, buste 98-115,
142-143, 165.
89. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 5, c. 79v; reg. 14, cc. 17-18, reg. 39 (parte
I), cc. 17-18 (siamo nel 1725 ma l’ordine sembra ribadire precedenti disposizioni); reg. 10, cc. 168v,
42v, 140r. Significativo un episodio del luglio 1588 quando il Sultano ringrazia la Repubblica per la
liberazione di 39 musulmani imbarcati su una galera spagnola assalita dai veneziani al largo di Zante
(I libri commemoriali della Repubblica, VII, p. 52; un altro caso nell’ottobre del 1610, 129).
90. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 1, cc. 70v-7Ir, 90r; reg. 5, cc. 95r, 99v;
reg. 6, cc. 94 142r 161v; reg. 7, c. 161r; reg. 8, cc. 4v-5r, 7v, 13v, 21v, 27v, 21r, 97-98r, 164r, 47v,
49v, 61r 141r, 156r; reg. 9, cc. 82, 123, 161r, 190v; reg. 33, c. 105; reg. 35, c. 169r; reg 36 (parte I),
c. 15v; Bailo a Costantinopoli, busta 1, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, busta
5, cc. 73, 77, 79.
91. Nunziature di Venezia, vol. XI (18 giugno 1573-22 dicembre 1576), a cura di A. Buffardi,
Roma 1972, pp. 554-555. In realtà la Curia più che del «preiuditio dell’anime» dei Veneziani si
preoccupa della diminuzione di introiti delle sue cave della Tolfa; cfr. Tenenti, Naufrages, pp. 147,
159, 177, 193, 253-254, 357, 391, J. Delumeau, L’alun de Rome, XVe-XlXe siècle, Paris 1962, pp.
40 Venezia e i Turchi

resto indicativo della vitale importanza attribuita da Venezia alla conservazione di


una posizione di privilegio nei rapporti economici con l’impero ottomano e sono
proprio le esigenze dei traffici a costituire il più duraturo ed efficace trait d’union,
più forte e tenace di qualsiasi contrapposizione ideologica, tra le due nazioni.
La Turchia esporta materie prime (cera, olio, pesce salato, lana, sale, bestia-
me, pelli) e importa prodotti finiti o semilavorati (panni, utensili, vetreria, carta,
sapone) dando vita ad un commercio di notevoli proporzioni, grazie anche all’at-
tiva intermediazione di ebrei, marrani e rinnegati.92
Il Paci ha parlato molto felicemente di una «solidarietà di fatto veneto-
ottomana» da Lepanto alla guerra di Candia fondata sulla comune necessità di
«adattare le proprie strutture economiche e sociali alla situazione nuova creata
dalla apertura delle rotte oceaniche, dall’affermarsi delle grandi potenze marina-
re dell’Europa nord-occidentale e dal loro crescente peso sulla scena mondiale
e nello stesso Mediterraneo»93 e il fatto che durante le guerre del 1537-1540 e
del 1570-1573 la Turchia senta la necessità di conservare rapporti d’affari con
l’Occidente tramite la piccola ma neutrale repubblica di Ragusa, ci dice molto
sulla reale natura delle relazioni economiche tra gli stati nel Mediterraneo del
Cinquecento.94
La guerra di Candia è una vera e propria mazzata dal punto di vista eco-
nomico-finanziario sia per il vinto che per il vincitore che vede nella seconda
metà del Seicento il proprio stato travagliato da rivolte, inflazione e progrediente
disordine amministrativo, cause principali delle sconfitte militari di fine secolo
contro l’Austria.95
Gli sforzi dl Venezia per reagire ai sintomi sempre più evidenti del declino
economico e commerciale trovano dopo Lepanto una concreta realizzazione nel
potenziamento della «scala» di Spalato che diventa un punto di riferimento di tut-
ti gli scambi con la penisola balcanica e l’impero ottomano. Il successo dell’ini-
ziativa è notevole e contribuisce a ridare fiato all’economia mercantile veneziana
ma non riesce a ristabilire una situazione ormai compromessa dai mutati rapporti

31-32, 53-54 e R. De Roover, Il banco Medici dalle origini al declino (1397-1494), Firenze 1970,
pp. 220, 222, 226. Numerose notizie sul commercio dell’allume turco a Venezia nel Cinquecento e
Seicento in ASV, V Savi alla Mercanzia, n.s., busta 2.
92.  Mantran, Histoire de la Turquie, Paris 1952, pp. 60-62, Braudel, Civiltà e imperi, pp.
862-871, Ö.L. Barkan, L’Empire Ottoman face au monde Chretien au lendemain de Lépante, in Il
Mediterraneo nella seconda metà, pp. 95-107, R. Paci, La «scala» di Spalato e il commercio vene-
ziano nei Balcani fra Cinque e Seicento, Venezia 1971, pp. 14-16 e sgg.
93. Paci, La «scala» di Spalato e il commercio veneziano, pp. 19-20.
94. J. Tadić, Le commerce en Dalmatie et à Raguse et la décadence économique de Venise, in
Aspetti e cause della decadenza, p. 291 e sgg. e P. Braunstein, Venedig und der Türke (1450-1570),
in Die Wirtschaftlichen Auswirkungen der Turkenkriege. Die Vortrage des 1. Internationalen Gra-
zer Symposions zur Wirtschafts-und-Sozialgeschichte Südosteuropas (5 bis 10 Oktober 1970), a
cura di O. Pickl, Graz 1971, pp. 59-70.
95. F. Braudel, P. Jeannin, J. Meuvret, R. Romano, Le déclin de Venise au XVIIe siècle, in
Aspetti e cause della decadenza, p. 38; Ö.L. Barkan, Le déclin de Venise dans ses rapports avec la
décadence économique de l’empire ottoman, in Aspetti e cause della decadenza, pp. 275-279.
Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile» 41

politici internazionali, dall’oggettivo indebolimento del ruolo di Venezia come


unica e privilegiata intermediaria tra Oriente ed Occidente, dall’ormai definitivo
spostamento dell’asse economico europeo dal Mediterraneo all’Atlantico.
Anche i mali profondi dell’impero ottomano si vanno acutizzando e la crisi
latente da decenni sta per esplodere alla fine del Seicento tanto che il 5 marzo
1696 il dragomanno Paolucci può scrivere tranquillamente che il secolare nemi-
co di Venezia è ormai «decaduto certamente tre quarti da quello ch’era» e che il
Gran Signore ha dovuto per conseguenza cambiare «altrettanto il suo primiero
furore».96 Sarebbe logico attendersi che i baili, così acuti e attenti osservatori del-
la realtà turca, siano particolarmente generosi di notizie e riflessioni sul malessere
economico e il lento processo di degradazione che corrodono l’impero ottomano
nella seconda metà del Seicento ed invece proprio questa fonte è per gli storici
moderni stranamente elusiva e sfuggente.97 Le relazioni al Senato che precedono
la guerra del 1684-1699, scritte da Giovanni Morosini e dal turcologo Giambat-
tista Donà, ripetono vaghe e generiche osservazioni sulle avanie dei funzionari,
lo spopolamento delle province periferiche, il diffuso malcontento dei sudditi per
la debolezza ed il disordine del governo, secondo uno schema che non si discosta
dalle notazioni negative di Agostino Nani, Ottaviano Bon e Simon Contarini che
scrivono nei primi anni del secolo.98
È invece interessante rilevare che le più incisive e dettagliate analisi critiche
sui motivi di disordine e crisi dell’impero ottomano vengono formulate proprio
nel Cinquecento quando più fiorente e vigorosa è l’economia, più salda l’impal-
catura burocratica, più compatta e poderosa la macchina militare e grandi per-
sonalità di sultani e visir conducono a clamorose vittorie le fresche energie di
uno stato ancora in piena salute e in progressiva ascesa. Non c’è dubbio che i
germi della debolezza e delle crisi future sono già negli istituti, nelle strutture e
nei modi di governo del pieno Cinquecento, ma è evidente che la spietata denun-
cia dei mali e delle tare del regno della mezzaluna non significa tanto un acuto
precorrimento storico di futuri sviluppi quanto invece un segreto e inconfessato
auspicio, per il momento confortato solo dalla speranza degli autori e dalla fede
nella provvidenza divina, di una inevitabile decadenza e rovina di quello stato che
con la sua espansione nel Cinquecento sta creando davvero le premesse storiche,
politiche e militari del declino di Venezia.
Siamo appena nel 1534, e solo pochi anni prima nella pianura di Mohàcs i
giannizzeri e gli spahi di Solimano II hanno fatto a pezzi l’esercito di Luigi II Ja-
gellone proiettando una ombra sinistra sull’Europa occidentale, e già il segretario

96. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 426.


97. Piuttosto sospetta, perché condizionata dai rancori della guerra in corso, l’osservazione
del dragomanno Tommaso Tarsia (1687) sull’amarezza del popolo turco che attribuisce le sventure
ottomane al «tirannico governo tenuto in questo imperio» (ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai
baili a Costantinopoli, b. 422).
98. Le relazioni degli Stati Europei lette al Senato dagli Ambasciatori Veneziani nel secolo
decimosettimo, a cura di N. Barozzi e G. Berchet, vol. I, parte I, pp. 37 e sgg., 117, 160-165, parte
II, pp. 263, 297 e seg.
42 Venezia e i Turchi

Daniello de’ Ludovisi dipinge un impero ottomano abitato da popoli «derelitti e


distrutti» dal malgoverno e disordine del Gran Signore «il quale non è (per dire il
vero) di quella virtù che ad un tanto dominio si converria».99 Ancora più puntuale
e negativa è la descrizione dei mali che corrodono il tessuto politico e sociale ot-
tomano nelle due splendide relazioni di Marino Cavalli e Marc’Antonio Barbaro
scritte, ironia della sorte, l’una nel 1560 l’altra del 1573 proprio a ridosso della
tremenda guerra del 1570-73 che, nonostante la sconfitta di Lepanto, mostra a
Venezia uno stato turco tutt’altro che spossato e privo di spinta aggressiva.
Il malcontento dei sudditi, le divisioni interne, l’avarizia, l’effeminatezza, la
corruzione nella vita privata e pubblica sembrano al Cavalli le più gravi malattie
che minano alla base lo stato turco, e il Barbaro aggrava il quadro dipingendo a
foschi colori un impero «debole, disabitato e rovinato in gran parte» dalla care-
stia, dalla carenza di numerario circolante e dalla diminuita bellicosità dei soldati
sfibrati dall’«oziosa e viziosa vita» consentita dalle grandi ricchezze».100
I più recenti studi sulle condizioni interne dell’impero turco dopo la rovinosa
disfatta di Lepanto confermano la gravità della crisi interna e concordano col Bar-
baro nella constatazione che una parte dei popoli soggetti della penisola balcanica
ridotti all’estrema disperazione dalle vessazioni e dalle estorsioni di denaro desi-
derano ormai «la ruina di questo insopportabile dominio».101 Il Barbaro si lascia
però prendere la mano dai suoi sogni quando immagina un impero incapace di
reggere a lungo per l’impossibilità di trovare un adeguato numero di giovinetti
cristiani da inquadrare nel corpo dei giannizzeri e indica nei dissensi tra i pascià
e nell’eventuale morte improvvisa del Sultano con figli in minore età la scintilla
per una rivolta e la «total estirpazione» dello stato.102 L’eccessivo fiscalismo, le
ruberie e concussioni dei funzionari e il declino demografico sembrano ai baili il
fattore chiave della crisi ottomana e l’arruolamento dei Turchi originari nel corpo
dei giannizzeri, contro una prassi invalsa sin dalle origini dello stato, iniziato per
la prima volta nel 1586, dopo le gravi perdite subite nella guerra contro i Persiani,
sembra confermare le più pessimistiche previsioni.103

99. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, pp. 8, 10.
100. Ibidem, pp. 280-281, 307-314. Sulla mollezza dei costumi, il disordine amministrativo
e l’inettitudine del sultano richiamano l’attenzione anche le relazioni di Antonio Erizzo (1557),
Marc’Antonio Donini (1562), Paolo Contarini (1583).
101. Belle e documentate pagine sulla profonda crisi, ma anche sulla pronta ripresa dell’impe-
ro ottomano all’indomani di Lepanto in Lépante. La crise de l’empire ottoman, a cura di M. Lesure,
pp. 177-233; cfr. anche Barkan, L’Empire Ottoman face au monde Chrétien, passim.
102. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, pp. 329, 331. Non meno generica
ed elusiva la speranza di Marc’Antonio Tiepolo (1576) che «sendo governato l’imperio da schiavi,
né essendovi alcuna giustizia e salute de’ buoni, ma estorsioni e rapine continue e distruzione de’
poveri, sia finalmente per ridursi a tal mancamento per tutte le cose, che non potranno cavalcare gli
eserciti, e nemmeno cavarsi fuori l’armati e quanto più si sforzasse, o per terra o per mare, tanto più
presto verria consumarsi […]» (ibidem, p. 173).
103. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. II, pp. 134, 138, 299. Merita di essere
riportata la vivace e colorita immagine del sistema fiscale tracciata nel 1576 da Marc’Antonio Tie-
Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile» 43

Le estorsioni dei ricchi ai danni dei poveri, la scarsa attitudine al comando


dei capi civili e militari, le ruberie generalizzate («e però si può dir con verità che
tutti in quel governo rubano e sono anche rubati»), la disaffezione dei contadini
ridotti dai maltrattamenti ad un’economia di sussistenza, le carestie, la corruzione
della milizia, paiono a Giovanni Moro nel 1590 i mali più evidenti e radicati di
un impero già fiorente e ben governato, dove invece al presente «è sbandita ogni
sorte di virtù e tutto dipende da una certa natural superbia turchesca guidata dai
propri affetti».104 Due anni dopo la bella relazione di Lorenzo Bernardo precisa
altri elementi di crisi e inquietudine, come il venir meno dell’amore per la guerra
in conseguenza della minore credenza in convinzioni fatalistiche, il diffondersi
dell’invidia e dell’ambizione e quindi dello spirito di insubordinazione, la ve-
nalità delle cariche, la tosatura delle monete e infine la dissolutezza del Sultano
considerato da tutti «un Sardanapalo allevato nelli serragli fra buffoni, nani e
muti» e alieno dalle imprese militari105. Anche il Bernardo coltiva la speranza che
le divisioni interne, la crescente lascivia e avarizia dei sultani e un’alleanza tra
Persiani e Occidente cristiano segnino la fine di un impero minato da tante spinte
disgregatrici tra cui il suo successore Matteo Zane segnala come particolarmente
pericolosa la frequente mutazione dei ministri che fa somigliare quel governo «ad
un caos e alla confusione istessa».106
Quando i nuovi equilibri internazionali, il declino economico e il lento ri-
piegamento politico e militare si impongono nel Seicento alla classe dirigente
veneziana come un’amara realtà, si preferisce toccare con minore insistenza il
tema del parallelo tramonto dell’impero ottomano perché in fondo sottolineare la
crescente debolezza del tradizionale antagonista rischia di rendere più evidente
l’impotenza di Venezia a profittarne per ristabilire il predominio in Levante. An-
che l’analisi e la riflessione dei baili sulle vicende interne dell’impero ottomano
sono dunque influenzate da quella visione esclusivamente politica del problema
turco impostata da Venezia sin dagli inizi del Cinquecento e perseguita con coe-
renza sino alla pace di Passarowitz nella costante obbedienza a realistici calcoli
dei rapporti di forza e al riparo da intrusioni sentimentali e velleitarie intransigen-
ze di natura religiosa.

polo: «Si può dunque questo governo paragonare a quel corpo debole per natura, o fatto debole da
qualche accidente al quale mancando quel calore che bisogna, pare che traendo l’una vena dall’al-
tra, richiami al cuore, principio e fondamento vitale, tutto il sangue degli altri membri, i quali poi
freddi ed esangui, non sono atti alle azioni del corpo: così adunque traendo a sè il Gran Signore le
ricchezze di tutti i grandi, e questi da’ mediocri, e i mediocri da quei più miseri delle ville (che in
questi finalmente tutto il mal vien cadendo) aggiunto questo agli altri mali già detti, restano queste
quasi membri senza sangue, vuote d’huomeni, e in conseguenza vuote ancora di quei frutti soliti a
darsi dalla terra, ajutata dall’industria di quelli» (ibidem, pp. 135-136).
104. Ibidem, pp. 326, 333, 337, 363-365.
105. Ibidem, pp. 368-373.
106. Ibidem, p. 381; vol. II, p. 415; anche il Moro aveva rilevato come un dato negativo la
troppo rapida rotazione dei ministri (vol. III, p. 335).
44 Venezia e i Turchi

2. Le profezie sui Turchi

Nel clima ora di paura ora di speranze e di illusioni che segna i momenti
ritmici e sinuosi della secolare vicenda di guerra e pace tra Venezia e Turchi,
nascono e trovano un loro spazio e una loro peculare collocazione nella cultura
e nella società le numerose profezie sull’impero ottomano che costituiscono uno
degli aspetti più singolari e caratteristici della presenza «turchesca» nella Repub-
blica Veneta.
Stampe, fogli volanti, pamphlets di vario genere e destinazione, cronache ora
succinte ora dense di particolari su battaglie ed eventi reali o immaginari accaduti
a Costantinopoli, vengono stampati in gran numero a Venezia da dove rifluiscono
in mille rivoli per l’Europa occidentale, soprattutto in Francia e Spagna,107 che
diventa così almeno parzialmente tributaria della mediazione veneziana per la sua
immagine e conoscenza del mondo ottomano.108
Parallelamente alla pubblicistica più o meno documentata e veritiera sull’im-
pero ottomano continua a fiorire una letteratura favolosa o profetica i cui con-
tenuti si collegano strettamente alle alterne vicende politico-militari della lotta
contro l’infedele e al lento mutare della sensibilità culturale e religiosa dei popoli
occidentali. Narrazioni mitiche sull’origine dei Turchi, sulla loro rapida avanzata
che appare quasi miracolosa, le loro sterminate ricchezze, le vicende crudeli e
sanguinose ma sempre cariche di fascino esotico della famiglia del sultano, cui
l’inaccessibile mistero dell’harem conferisce un alone di fiaba che giunge senza
soluzione di continuità sino alla disincantata e caustica età dei lumi, si sovrappon-
gono con naturalezza alla complessa tematica dell’Oriente favoloso che già nel
Medioevo ha alimentato la fervida fantasia di novellieri e poeti. Ma sono la paura
e l’angoscia di fronte alle conquiste di quel popolo asiatico e alla sua inarresta-
bile spinta verso Occidente a creare il terreno favorevole per un genere letterario
come quello profetico dai confini labili e sfuggenti. Aleggia la preoccupazione
reale di un’invasione turca, permane viva l’eredità medioevale del profetismo
di Gioacchino da Fiore, si aggiunge infine agli inizi del Cinquecento una diffusa
inquietudine negli animi, delusi e sdegnati per la corruzione della Chiesa. Il tema
della conversione dei Turchi, già presente in una profezia antighibellina del 1268,

107. Per la Francia si veda l’ottima appendice al volume di C.D. Rouillard, The Turk in French
History. Thought and Literature (1520-1660), Paris 1938, pp. 646-665 e per la Spagna i due reper-
tori di J.S. Díaz, Cien fichas sobre… III. Los Turcos (1498-1617), e Cien fichas sobre… XI. Los Tur-
cos (1618-1650), estr. dal n. 13 di «El Libro Español» (1958) e l’esauriente bibliografia pubblicata
in A. Mas, Les Turcs dans la littérature espagnole du siècle d’or (Recherches sur l’évolution d’un
thème litteraire), Paris 1967, II, pp. 471-505.
108. Nel corso di una tavola rotonda sul tema Venezia come centro di informazione sui Turchi
tenutasi a Venezia il 3 ottobre 1973 nell’ambito del «II Convegno Internazionale di storia della
civiltà veneziana. Venezia centro di mediazione tra Oriente e Occidente (secc. XV-XVI): aspetti e
problemi» i noti turcologi Kissling, Bombaci e Mantran hanno sottolineato la preminente funzione
di Venezia come polo di diffusione di notizie sull’impero ottomano sviluppando un suggerimento
del Bataillon (Mythe et connaissance de la Turquie en Occident au milieu du XVIe siècle, in Venezia
e l’Oriente fra tardo Medioevo e Rinascimento, a cura di A. Pertusi, Firenze 1966, p. 452).
Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile» 45

assume in Italia alla fine del Quattrocento rilievo più netto nell’infiammata pre-
dicazione del Savonarola che identifica nei Turchi l’Anticristo e indica nel loro
battesimo un evidente segno profetico.109 Il Cantimori ricorda il fiorire nei primi
due decenni del secolo di profezie che annunciano «per l’anno millecinquecento
o per gli anni ad esso vicini grandi apocalittici mutamenti», e sottolinea come una
di queste, menzionata anche nel discorso di apertura di Egidio da Viterbo ad una
sessione del Concilio fiorentino del 1517, accenna ad una conversione in massa
dei maomettani dopo la fine della loro religione.110
Colti da sgomento e quasi annichiliti dal dolore per la sconfitta di Agnadello
molti esponenti della classe dirigente si rifugiano in una più convinta e sofferta
adesione alla fede religiosa dei padri ed esprimono fermi propositi di restaurare
nella città un severo rigore di costumi, ma l’intensificazione delle pratiche reli-
giose e la lotta contro l’immoralità non bastano a tranquillizzare gli animi che si
rivolgono con trepida speranza alle profezie, in cui confidano di trovare conforto
e auspici di un futuro migliore.111 «Et nota, la brigà, al presente atende molto a
prophetie et vano alla chiesia di San Marco, vedendo prophetie di musaicho, qual
fece l’abe Joachim», annota l’attento Marin Sanuto il 30 maggio, ed egli stesso
con molti patrizi si reca a S. Clemente a trovare un frate depositario di scritture
profetiche.112 Il vecchio profeta, che è poi un gentiluomo di nome Pietro Nani,
mescola sciagure ormai evidenti («questa terra perderà tutto el dominio per li
pechati») con una previsione terribile e strana:
l’imperador dia andar a Roma e tajerà la testa al papa e poi sarà cazato e si farà uno
altro imperador, qual tien sia vivo e sta in heremi, el qual farà un papa bon; e il Tur-
cho si farà christian, et la Signoria reharerà tutto il suo stato; el re di Franza viverà
pochi mexi; et questa flagellation durerà do anni e mezo, e poi questo anno sarà
phame e peste grandissima tamen Veniexia resterà intacta.
È evidente che il Nani opera una contaminazione di fatti già avvenuti e di
avvenimenti che sono nelle sue speranze e nei cuori di tutti i veneziani, con la
profezia di Francesco da Meleto sull’imminente conversione del «Turcho» molto
diffusa nei paesi dell’Europa occidentale.113

109. D. Weinstein, Savonarola and Florence. Prophecy and Patriotism in the Renaissance,
Princeton 1970, pp. 29, 72, 94, 117, 144, 158, 166, 389; per la profezia antighibellina cfr. M. Re-
eves, The influence of prophecy in the later Middle Age. A study in Joachimism, Oxford 1969, pp.
268, 312; vedi anche Schwoebel, The shadow of the crescent, p. 14. L’identificazione di Maometto
II con la bestia a sette teste dell’Apocalisse (= ai sette sultani turchi) e la previsione che la morte del
settimo sultano debba coincidere con la fine dell’impero ottomano e la finale conversione di tutti
gli infedeli si rinvengono ancora nel 1628 in un manoscritto del fiorentino Marc’Aurelio Scaglia
dal titolo Principio e fine della grandezza ottomana turchesca, forse di proprietà di qualche patrizio
veneziano e ora conservato in BNM, mss. It, cl. VII, n. 882-8505.
110. D. Cantimori, Eretici italiani del Cinquecento. Ricerche storiche, Firenze 1939, p. 11.
111. Sanuto, I Diarii, VIII, col. 300, 307; Priuli, I Diarii, p. 141.
112. Sanuto, I Diarii, VIII, col. 326.
113.  Il Cantimori la ritiene di origine ebraica e divulgata in questi anni da Francesco di
Meleto, un fiorentino reduce da un lungo soggiorno a Costantinopoli (Cantimori, Eretici italiani,
46 Venezia e i Turchi

Accanto a queste profezie diffuse tra un’opinione pubblica sconvolta dal


«trauma» di Agnadello, continuano a circolare altri testi più tradizionali. Nel 1511
un anonimo pubblica una Pronosticatione in vulgare tratta da una stampa mode-
nese del 1482 in cui ad un confuso e prolisso elenco di profezie sui fatti contem-
poranei di tutti i paesi europei viene aggiunto un albero della famiglia ottomana
con 14 rami, come il numero dei suoi imperatori, che contiene la previsione che
«i figlioli de sagittario cioè gli spagnoli overo ungari» distruggeranno l’impero
turco. L’ignoto autore, probabilmente un suddito austriaco, utilizza anche un va-
ticinio di Merlino per confermare la sua convinzione che «essi maledicti turchi
seranno scacciati» e e non si udirà più fra li catholici el nome delo imperator di
turchi».114 Nel novembre del 1517 è ancora Marin Sanuto a registrare «a eterna
memoria», parendogli che «sia venuta la verità», una profezia «molto a proposito
dil Turcho e dil Soldan» composta nel 1432 sotto forma di sonetto da Antonio
di Tempo e attribuita a Gioacchino da Fiore, l’«abas calaber celeberrimus», che
l’avrebbe scritta nel 1353: predice per l’anno in corso che il «Gran can prenderà
tuto/el regno italian, per lor mal sete/diverse sorte, tal che in fango e luto / lo frate
atroverasse con lo prete».115
La presenza in questi anni a Venezia di figure come Paolo Angelo, un prete
profugo dall’Albania turca autore di vari scritti profetici in cui Turchi e protestan-
ti appaiono come i nemici più pericolosi e imminenti di una Cristianità sfibrata
dalla corruzione morale,116 contribuisce a permeare profondamente di ascendenze
profetiche a sfondo «turchesco» la sensibilità popolare.
Si spiega dunque il grande successo negli anni tra il 1534 e 1544 del prono-
stico De eversione Europae dell’astrologo ferrarese Antonio Arquato (latinamen-
te Torquatus), in cui tra le varie predizioni spiccano la fine della «Mahumetica
secta» e la conversione di indios americani e musulmani.117 Il favore con cui

pp. 14-15). Cfr. anche E. Garin, La cultura filosofica del Rinascimento italiano. Ricerche e docu-
menti, Firenze 1961, pp. 484-485, C. Vasoli, La profezia di Francesco da Meleto, in Umanesimo
e ermeneutica, Padova 1963, pp. 27-80, e Id., Studi sulla cultura del Rinascimento, Manduria
1968, pp. 222-223, 238-240. Il testo era ancora diffuso alla fine del Cinquecento: lo raccoglie
infatti nel 1585 durante un pellegrinaggio in Terrasanta Ludovico Agostini, che sposta la data
di conversione al 1622 (L. Firpo, Lo stato ideale della Controriforma. Ludovico Agostini, Bari
1957, pp. 174 e 175, nota 32).
114. Pronosticatione in vulgare rara et non piu udita la quale expone et dechiara alchuni
influxi del cielo: et la inclinatione de certe constellatione: cioe de la coniunctione grande et de la
ecclipse: le quale sono state a questi anni quello de male: o de bene demostrano a questo tempo et
per lo advenire. Et durera piu anni cioe insino a l’anno MCCCCLXII, Venezia 1511.
115. Sanuto, I Diarii, XXIII, coll. 154-155.
116. G. Tognetti, Note sul profetismo nel Rinascimento e la letteratura relativa, in «Bullettino
dell’Istituto storico italiano per il Medio Evo e Archivio Muratoriano», 82 (1970), pp. 150-154.
117.  Bataillon, Mythe et connaissance, p. 453; J. Deny, Les pseudo-prophéties concernant
les Turcs au XVIe siècle, in «Revue des études islamiques», X (1936), pp. 205-216. Sulla vita e gli
scritti dell’Arquato v. E. Garin, Arquato Antonio, in Dizionario biografico degli italiani, 4, Roma
1962, pp. 299-301, e Reeves, The influence of prophecy, pp. 363-364, 447. Recentemente il Garin
ha ripreso lo studio delle profezie dell’Arquato nell’ambito di una più vasta e complessa ricerca
sull’attesa dell’età nuova e della «renovatio» tra la fine del Medioevo e gli inizi del Rinascimento;
Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile» 47

l’opinione pubblica accoglie lo scritto dell’Arquato, che sfrutta a favore della


sua aperta propaganda anticlericale l’inquietudine e l’incertezza dei fedeli per
le fratture e le lotte religiose, ha posto al Cantimori e al Bataillon il suggestivo
problema di individuare lo spirito con cui questi testi venivano scritti e interpre-
tati.118 Due brochures veneziane, l’una del 1538, l’altra del 1542, efficacemente
illustrate dallo stesso Bataillon, ci aiutano a ricollegare questa fioritura di testi
astrologici e profetici alle vicende politiche della guerra col turco.119 Nell’atmo-
sfera di speranza alimentata dalla temporanea alleanza tra papa, Carlo V e Ve-
nezia che precede la battaglia della Prevesa (1538) nasce la prima brochure che
parla di «cose stupende» avvenute a Costantinopoli e interpretate dagli indovini
e astrologi del Gran Signore come presagio di sconfitta per l’impero ottomano,120
mentre l’infelice esito della guerra che costringe Venezia alla cessione di Nauplia
e Malvasia (1540) spiega il significato dell’altra scrittura che contiene un lungo
elenco di prodigi avvenuti a Costantinopoli nei luglio del 1542. La delusione per
la sconfitta si stempera nel finale edificante in cui i dodici indovini che hanno in-
terpretato al Sultano i misteriosi portenti scampano miracolosamente alla morte e
si battezzano mentre ben 20.000 persone lasciano precipitosamente la città.121
L’ipotesi del Bataillon che le due stampe siano state ispirate dai servizi di
propaganda della Repubblica per infondere fiducia ai combattenti122 mi pare un
po’ azzardata anche se molti scritti posteriori mettono in luce la coincidenza tra il
riaccendersi della guerra coi Turchi e il fiorire di una vivace letteratura profetica
in parte mutuata dall’estero in parte stimolata dalla sensibilità religiosa e politica
dei Veneziani.
Un testo databile ai primi decenni del Cinquecento e recentemente illustrato
dal Dionisotti immagina i Turchi vittoriosi sino a Roma e poi improvvisamente
convertiti da un miracolo della Madonna,123 mentre un’altra scrittura chiaramente
collegata alla diffusione delle idee protestanti prefigura un’alleanza tra un grande
signore degno d’impero e Venezia per sventare la minaccia turca, che però si
ripresenta minacciosa perché il papa, parziale verso i veneziani, provoca la rot-

cfr. E. Garin, L’età nuova. Ricerche di storia della cultura dal XII al XVI secolo, Napoli 1969, pp.
81-111. Ancora nel 1600 alla profezia dell’Arquato si ispira il Campanella per pronosticare la rovi-
na del governo turco in Ungheria (T. Campanella, Della monarchia di Spagna, in Opere, a cura di
A. D’Ancona, Torino 1854, p. 93).
118. D. Cantimori, Note su alcuni aspetti della propaganda religiosa nell’Europa del Cinque-
cento, in Aspects de la propagande religieuse, Genève 1957, pp. 343-346 (Travaux d’humanisme et
renaissance, t. XXVIII). Cfr. anche Bataillon, Mythe et connaissance, p. 457.
119. Bataillon, Mythe et connaissance, pp. 457-470.
120. Ibidem, p. 460.
121. Ibidem, p. 461.
122. Ibidem, pp. 468-469. Il Cantimori ha richiamato l’attenzione sulla possibilità che questi
testi fossero scritti dai Turchi per infondere un atteggiamento di sfiduciato fatalismo nei combatten-
ti cristiani (Note su alcuni aspetti, 346); l’opinione è condivisa dal Bataillon (p. 467).
123. Questa è la vera prophetia de uno imperadore el quale pacificherà li cristiani e “paga-
nesmo”, Venezia s.d., citata da C. Dionisotti, La guerra d’Oriente nella letteratura veneziana del
Cinquecento, in Venezia e l’Oriente, p. 479.
48 Venezia e i Turchi

tura dell’accordo e anche in questo caso la soluzione viene dalla conversione dei
Turchi grazie ad un uomo simile a Lutero.124
Una finta lettera da Costantinopoli, finora sconosciuta, riprende, a pochi anni
di distanza dalla seconda brochure ricordata dal Bataillon, il tema del sogno me-
raviglioso del Gran Signore, traendone ancora una volta auspici di una imminente
conversione dei Turchi.125
Dalla capitale ottomana il mercante Domenico Fiorentino scrive a Niccolò
di Hierarchini raccontando che nei giorni 10-18 novembre non si sono visti sole
e luna, venti furiosi hanno sradicato alberi e scoperchiato case, mentre due affo-
catissime comete con coda bipartita sembravano voler ardere il cielo. Il 12 dello
stesso mese il Sultano sogna di essere assalito da una moltitudine di leoni, uno dei
quali lo azzanna al petto, e assiste ad una sanguinosa battaglia tra centauri che ha
fine per l’arrivo da ponente di una schiera di grifoni guidati da un’aquila: la scena
si conclude con un accordo tra i grifoni e una parte dei centauri, nonostante un
tentativo di intervento del Gran Turco.
L’interpretazione di astrologi e indovini, non difficile da intuire per la traspa-
rente allusività del testo, preannuncia ribellioni di sudditi (centauri), invasioni di
cristiani (grifoni) guidati dall’imperatore (l’aquila). Il finale ripete uno schema
ormai consueto: imprigionamento e martirio col fuoco degli indovini, loro mi-
racolosa salvezza e innumerevoli battesimi tra la popolazione di Costantinopoli
anche se molti «per paura d’esser impalati stanno secreti».
Il Bataillon ha osservato come questi scritti malgrado la loro povertà stilisti-
ca, abbiano avuto la funzione di sostenere una illusione collettiva, aiutando «le
bon peuple chrétien à vivre avec le péril turc à l’horizon sans en être trop démo-
ralisé» e di questo antidoto, come egli lo chiama, avevano certamente bisogno
i Veneziani di tutti i ceti, impegnati per tutto il corso del secolo in una serie di
estenuanti guerre col Turco.
Le visioni profetiche, che hanno una così precisa radice colta nella letteratura
classica e nella tradizione medievale, finiscono per dar vita ad un vero e proprio
topos letterario quando introducono con puntuale collegamento alle superstizioni
popolari il tema delle lotte tra animali caricati di pregnanti allusioni simboliche.
Al cadere del secolo XV, quando ancora non si è spenta a Venezia l’eco sini-
stra delle sanguinose incursioni turche nel Friuli, Domenico Malipiero registra con
accenti di preoccupazione la notizia che a l’Aquila «è sta visto in aere una gran

124. Prophetia trovata in Roma, intagliata in marmoro in versi latini, tratta in vulgar senti-
mento, Roma s.d., citata da Dionisotti, La guerra d’Oriente, p. 479.
125. Copia de una lettera, venuta da Costantinopoli, dove narra gli gran prodigi e spavente-
voli segni, apparsi in Costantinopoli e per il paese convicino. Con alcune horribil visioni, apparsi
al Gran Turcho, cioe saette, venti, e tempeste, tuoni e la interpretatione et espositione di quelli pro-
diggi dalli più sapienti astrologi, e indovini del suo impero, et apparition di comette, Venetia 1551.
Fu tradotta anche in spagnolo a Barcellona nel 1639 e a Madrid nel 1640 (Díaz, Cien fichas, XI, p.
8). La Rouillard nella sua bibliografia menziona, tra il 1535 e il 1660, ben 20 stampe francesi con-
tenenti notizie di sogni e visioni del Sultano, fiumi d’acqua e di fuoco e altri prodigi, tutti riferentisi
ad una probabile conversione dei Turchi o a disastri e imminente rovina del loro impero.
Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile» 49

pugna tra gran quantità de corvi e de avoltoi; de i quali, tra una sorte e l’altra, ne è
sta sunadi [raccolti] 12 cara de morti; ma più avoltoi che corvi». Nessuna specifica
tradizione ha sinora attribuito all’una e all’altra specie di animali un riferimento ai
Cristiani o ai Turchi, ma il Malipiero trova prontamente l’anello di collegamento
tra la strana battaglia di animali e la contingenza storica aggiungendo che «simel
clade seguì in Borgogna tra queste do specie d’anemali, l’anno che ‘l Duca Carlo
fo sconfitto da Turchi su ‘l Danubio», e «Dio vogia che la no sia cosa prodigiosa, e
che ‘l no sia pronostico de qualche mal tra Christiani e Turchi!».126
Larga diffusione ha a Venezia la traduzione italiana, curata da Ludovico Do-
menichi, della Profezia sui Maomettani pubblicata dal Georgijević insieme ad
un originale turco.127 La grande fama dell’autore, legata alle dolorose vicende
personali che così drammaticamente hanno ispirato la sua produzione turchesca,
non basta da sola a giustificare una così larga circolazione della profezia la cui
popolarità va invece compresa alla luce della sua peculiare forza persuasiva e
propagandistica. La Deny che ha dedicato un breve ma denso saggio alle pseu-
doprofezie sui Turchi nel Cinquecento, ricorda che a Costantinopoli circolavano
molte predizioni imperniate su un temuto ritorno dei Cristiani e sull’inquietudine
serpeggiante nel mondo musulmano all’avvicinarsi del millenario dell’Egira. Nel
mondo cristiano le profezie assolvono la funzione di un «prosélytisme aggressif»,
col dichiarato intento di mantenere in continua tensione quell’«esprit des croisa-
des» che rischia di attenuarsi quando diminuisce il pericolo militare ottomano.128
Anche a Venezia è il «concreto» pericolo turco oppure l’inizio di una lega contro
gli ottomani che fa rifiorire un genere che ha radici profonde nella sensibilità
popolare ma che viene fatalmente trascurato nei momenti di pace quando è più
facile guardare con occhio sgombro da inquietanti affanni alle numerose incon-
gruenze o mancate realizzazioni di queste profezie. Naturalmente anche per le
profezie come per i canti popolari va rifiutata l’idea cara ai romantici che essi
nascano per germinazione spontanea tra le masse incolte. Come nessun genere
letterario è stato creato dal popolo ma al popolo è stato offerto da una raffinata
elaborazione colta, così profezie e pronostici, anche quando si sforzano di aderire
all’immaginazione e alla sensibilità degli strati più umili della società, richiama-
no la loro origine da quegli ambienti colti dove da secoli speculazioni astrologi-

126. Annali Veneti, pp. 165-166.


127. B. Georgijević, Prognoma sive presagium Mehemetanorum primum de Christianorum
calamitatibus, deinde de suae gentis interitu, ex Persica lingua in latinum sermonem conversum,
Veteri Vangiorum Vormatia (Worms) 1545; la traduzione italiana del Domenichi, che però non cita
l’autore, ha per titolo: Prophetia de Maometani et altre cose Turchesche, tradotte per M. Lodovico
Domenichi, Firenze 1548.
128. Deny, Les pseudo-prophéties, pp. 201-220. Sarebbe naturalmente di suggestivo interes-
se conoscere se anche nel mondo musulmano era così notevole la credulità popolare (e non solo
popolare) nelle profezie. Una preziosa anche se isolata indicazione in questo senso ci viene da un
colloquio del bailo Jacopo Ragazzoni il 16 agosto 1571 col visir turco che per confermare le sue
pressioni su Venezia affinché ceda pacificamente Cipro soggiunge che secondo le loro profezie
«dovevano Turchi esser padroni fino di Roma» (Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III,
vol. II, p. 85).
50 Venezia e i Turchi

che e profezie sono oggetto di studio e di appassionata discussione. A Venezia


dove pullulano avvisi e lettere da Costantinopoli pieni di spaventose visioni e
prodigi che preannunciano l’imminente rovina dell’impero ottomano, profezie
come quelle del Georgijević riscuotono grande successo perché lasciano ai Tur-
chi stessi di pronosticare la loro fine.
Il Georgijević sostiene che i Turchi stessi leggendo l’oracolo che si accinge
a presentare piangono per la loro prossima fine129 e per rendere più accettabile il
testo al pubblico occidentale sostituisce la presa di Roma, uno dei temi più diffusi
dei presagi popolari turchi, con quella di Costantinopoli cambiando solo le cifre
per rendere plausibili le connessioni cronologiche.
La grande prudenza sulla data e le probabilità di realizzazione delle previ-
sioni è forse ispirata al desiderio di non esporsi alle critiche degli ambienti colti
italiani che non hanno ancora dimenticato la spietata critica che Pico della Mi-
randola ha rivolto nelle sue Disputationes adversus astrologiam divinatricem a
quella «astrologia giudiziaria superstiziosa» avversata anche dai teologi perché
negatrice del libero arbitrio.130
Tra la schiera degli scettici si colloca autorevolmente anche il Paruta che in
un dispaccio da Roma del 21 maggio 1594 informa il Senato della diffusione di
un pronostico che predice la caduta dell’impero ottomano per il tempo del quat-
tordicesimo imperatore, il regnante Amurat II. Molte persone «a queste concette
speranze accomodando forse più facilmente gli avvisi» amplificano le notizie sui
moti in Persia e gli imminenti attacchi di Russi e Transilvani all’impero turco ed
il papa sonda cautamente il Paruta sulle possibilità di una crociata esclamando
per due volte «Oh, se la Signoria volesse!», ma l’accorto diplomatico liquida con
abili ed evasive parole le sue insistenze:
Il volere, Beatissimo Padre, vi è senza dubbio; ma questo non basta, anzi bisogna
che sia regolato dalla ragione; ed è anco precetto evangelico che chi ha da porsi a
grandi imprese sedens prius cogitet, an possit cum decem millibus occurrere ei, qui
cum viginti millibus venit ad se.131
Disprezzo e noncuranza per le profezie dunque finché regna la pace, ma
quando su Venezia incombono tragici avvenimenti riprende vigore la fiducia
nell’irrazionale, secondo una parabola che possiamo seguire tra il Cinquecento e
Seicento anche in Francia. Qui la graffiante ironia che ispira nel 1533 la Panta-
grueline prognostication del Rabelais, tutta una burla degli almanacchi e libri di
profezie,132 viene facilmente soverchiata dalla travolgente fortuna dei pronostici

129. Un’esauriente illustrazione di questo oracolo in Deny, Les pseudo-prophéties, pp. 217-220.


130. Interessanti precisazioni sulla letteratura astrologica nella prima metà del Cinquecento in
C. Ginzburg, Il nicodemismo. Simulazione e dissimulazione religiosa nell’Europa del ‘500, Torino
1970, pp. 30-43.
131. La Legazione a Roma di Paolo Paruta (1592-1595), II, Venezia 1887, a cura di G. De
Leva, pp. 314-316 e 344-347.
132.  Rabelais, Pantagrueline prognostication certaine, véritable et infallible pour l’an
perpétuel nouvellement composée au proffict et advisement de gens estourdis et musars de
Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile» 51

di Michele Nostradamus, cui l’azzeccata profezia sulla tragica morte di Enrico


II dà per anni fama e prestigio senza limiti. Anche il Mercure de France che nel
1618 ridicolizza gli astrologi che hanno tratto presagi nefasti ai Turchi dall’appa-
rizione di una cometa, appena 3-4 anni dopo deve muoversi con maggiore caute-
la, quando le violenze e crudeltà avvenute nel 1621-1622 nella capitale ottomana
sembrano confermare tutte le previsioni.133
A Venezia il momento centrale di questa esplosione profetica è Lepanto. Pri-
ma e dopo la grande battaglia destinata ad avere tanta eco nel mondo cristiano e
turco, fiorisce una ricca pubblicistica che adatta, prima alla trepida attesa e alla
sofferta preoccupazione poi alla gioia traboccante e alla superba fierezza dei ve-
neziani vincitori, temi e predizioni già largamente ricorsi negli anni precedenti.
Già le ultime righe di una ristampa del 1570 del vaticinium della Sibilla Eritrea si
prestano ad un’interpretazione positiva per i veneziani; non è difficile infatti iden-
tificare in Venezia il leo fortissimus che collegato con l’orso (Spagna o Impero)
sta per assalire il draco (impero turco) occupandone la capitale.134
L’imminente scontro militare con i Turchi ispira anche il lungo ed elaborato
Discorso della futura et sperata vittoria contra il Turcho che il bresciano Giam-
battista Nazarri dedica alla sua città il 1 maggio 1570, illustrando con ordine e
ricchezza di citazioni un vasto ed eterogeneo materiale profetico.135 Con accorte
citazioni di Isaia, Michea, Abacuch, S. Brigida e altri profeti del Vecchio Testa-
mento e dell’età medievale e moderna, l’autore tesse una fitta trama di notizie e
prefigurazioni della grande espansione dell’impero ottomano e dell’imminente
vittoria cristiana. Uno speciale paragrafo è riservato alla dimostrazione «per via
Astrologica» dell’avvicinarsi dell’anno o degli anni (prudenza comprensibile nel
1570) della sconfitta e rovina dell’impero ottomano su cui già si sono pronunciate
autorità come Arquato, Nostradamus, Albumazar. Un’illustrazione corredata da
figure di «maravigliosi portenti» verificatisi in Caffa nel 1567 (apparizione di soli,
archi, croci, stelle, lune bicorni)136 e le consuete considerazioni sull’inevitabile

nature par Maistre Alcofribas architriclin dudict Pantagruel, in Id., Oeuvres complètes, Paris
1955, pp. 896-905.
133. Rouillard, The Turk in French, pp. 85 e 409. Sulla diffusione in Spagna dei pronostici
dell’Arquato e di altre profezie collegate al timore dei Turchi v. Mas, Les Turcs dans la littérature,
II, pp. 198-206.
134.  Verum et celebre Sybillae Erythreae vaticinium datum principibus Graecorum ipsam
consulentibus de bello in Troianos suscipiendo in quo non tantum Troiani excidij eventus praedici-
tur, sed etiam multa alia patescunt ad Christianissimi aliarumque orbis partium amplitudinem per-
tinentia peculiaterque ad imperii turcici originem, medium et finem unde facile deprehendi potest
citissimo a Christianis esse evertendum. Dignum profecto quod legatur et diligenter expendatur.
Nuper e Graeco in Latinum sermonem translatum, Venetiis 1570.
135. G.B. Nazarri, Discorso della futura et sperata vittoria contra il Turcho estratto dai Sacri
Profeti et da altre Profetie, Prodigij et Pronostici et di nuovo dato in luce, Venetia 1570. Il testo è
arricchito di illustrazioni raffiguranti animali simbolici.
136. Una vivace illustrazione di analoghe miracolose visioni comparse questa volta in Costan-
tinopoli in G.F. Camotio, Isole famose, porti, fortezze, terre marittime della Repubblica di Venetia
ed altri principi cristiani, II, Venezia 1571, tav. 64.
52 Venezia e i Turchi

decadenza delle umane cose e l’impossibilità di una prolungata vitalità dei regni
fondati sull’arbitrio e la violenza, completano questa fortunata silloge di temi del
profetismo turco che il Nazarri offre con perfetta scelta di tempo all’opinione
pubblica veneziana nel momento del massimo sforzo militare anti-ottomano.
In confronto a questo opuscolo ornato di suggestive figurazioni e denso di
dotti riferimenti ai testi sacri, ben più scarna e mediocre nell’apparato esteriore e
nell’intrinseco contenuto profetico appare l’Oratione che Luigi Groto detto il Cieco
d’Adria, poeta e letterato già sospettato di tendenze ereticali, dedica a Luigi Moce-
nigo, sintetizzando in 7 punti i sicuri pronostici di vittoria sui Turchi.137 Banali tra-
sposizioni all’imminente scontro con gli ottomani di alcuni presentimenti personali
e di strane coincidenze di fatti e nomi si mescolano alla profezia del Corano sulla
conversione dei Turchi e alla complicata spiegazione di una lunghissima eclissi di
luna che «tutta coverta di sangue si raccoglieva in se stessa» quasi a significare il
gravissimo colpo che stavano per ricevere gli ottomani. A togliere ogni dubbio sul
valore della sua profezia interviene dopo la felice giornata di Lepanto lo stesso Gro-
to che ricorda trionfalmente l’avvenuto compimento delle sue previsioni.138
Alla vittoria delle armi cristiane, cui i Veneziani danno largo contributo di
mezzi e di uomini, non segue un affievolirsi della presa dei temi profetici a sfondo
turco. Circolano a Venezia scritti anonimi di fattura dotta, come il Pronostico et
giudicio universale del presente anno 1572, che teorizzano sulle congiunzioni
degli astri e dalla sfavorevole posizione della luna «fautrice di quella gente bar-
bara» desumono la perdita di forza e violenza dei Turchi,139 e contemporanea-
mente prende vigore un profetismo popolare che coglie una dimensione ed un
significato del tutto particolare della sconfitta ottomana. Il Ginzburg, analizzando
il processo del S. Uffizio ad un gruppo di artigiani veneti nel settembre del 1573
rileva l’innestarsi di «interpretazioni popolaresche», come ad esempio il tema
della sconfitta del Turco «segno del prossimo avvento del figlio dell’uomo», su
quello consueto della conversione dei musulmani,140 mentre l’Olivieri sottolinea

137.  Oratione di Luigi Grotto Cieco d’Hadria nella creation del Serenissimo Prencipe di
Vinegia, Luigi Mocenigo, Venetia 1570. Sulle sue simpatie ereticali cfr. G. Marchi, La riforma
tridentina in diocesi di Adria nel secolo XVI descritta con il sussidio di fonti inedite, Cittadella
19692, pp 190-193.
138.  Oratione di Luigi Groto ambasciator d’Adria fatta in Vinegia, per l’allegrezza della
vittoria ottenuta contra Turchi dalla Santissima Lega, Vinegia 1571. Carattere più aridamente an-
tologico e forse anche minore risonanza nell’opinione pubblica ha un’altra raccolta di predizioni
anti-ottomane messa insieme da Francesco Sansovino, noto autore di scritture turchesche: F. San-
sovino, Lettera o vero discorso sopra le preditioni fatte in diversi tempi da diverse persone le quali
pronosticano la nostra futura felicità, per la guerra del Turco l’anno 1570. Con un pienissimo
albero della casa Othomana tratto dalle scritture Greche e Turchesche, Venetia 1570.
139. Pronostico et giudizio universale del presente anno 1572 dell’eccellentissimo astrologo
Pietro Bianchi da Luccioli discepolo di Nostr’Adamo nel quale secondo la dottrina de gli antichi
Magi d’Arabia et del Prencipe de gli Astrologi Tolomeo, si discorre delle grandissime cose, che in
detto anno devono succedere, Venetia 1571.
140.  C. Ginzburg, Due note sul profetismo cinquecentesco, in «Rivista storica italiana»,
LXXVIII (1966), p. 211.
Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile» 53

la «caratterizzazione sociale» del profetismo messo in movimento dal «crollo


dell’incanto della potenza turca» all’interno di quella comunità «della piccola
borghesia e del popolo» in cui si alimentano le speranze dei gruppi anabattistici.
L’indagine dell’Olivieri allarga lo sguardo anche ad alcuni cronisti minori di Pa-
dova, per cogliere i riflessi escatologici della grande battaglia e delineare alcuni
spunti suggestivi per la comprensione delle «profezie» nella cultura e nella sensi-
bilità popolare veneziana del Cinquecento.141
Vediamo così riemergere il tema della conversione dei Turchi in quel Do-
menego che «prospetta una unificazione religiosa dell’umanità attraverso un mi-
sticismo ispirato ed una estrema semplificazione, dal punto di vista dogmatico,
della fede», mentre in un certo Biasio Lancilotto l’esegesi della scrittura «risente
profondamente (siamo nel 1573) del ricordo della gioia trascinante di Lepanto
nell’immagine della “luna” che inizia a grondar sangue». Ben a ragione l’Oli-
vieri parla di uno «scuotimento interno delle coscienze e delle sensibilità» come
conseguenza della vittoria di Lepanto e in questa prospettiva il vigoroso fiorire di
scritture profetiche intorno al grande fatto di armi è una conferma dell’eco pro-
fonda di questo tipo di produzione nella sensibilità colta e popolare della gente
veneta. È facile dunque comprendere come un’opinione pubblica come quella ve-
neziana, esaltata dalla vittoria di Lepanto e assuefatta ad una produzione profetica
che conclude immancabilmente nel vaticinio dell’imminente sfacelo dell’impero
ottomano, giudichi «scandalosum, contumeliosum, quique populum venetum ad
rebellionem commovere queat» il libretto «Antiveneti» che Tommaso Campa-
nella, prigioniero a Castel S. Elmo, dedica nei giorni infuocati dell’Interdetto al
papa Paolo V. Rinnovando forse inconsapevolmente vaticini interessati ed amari
scagliati contro Venezia nei giorni della lega di Cambrai, il Campanella invoca
presunte congiunzioni sfavorevoli degli astri, già usate in funzione anti-turca,
per annunciare ai veneziani l’ormai prossima rovina della città rea di ostinata
ribellione al pontefice.142 I temi dell’occupazione di Roma da parte dei Turchi
e della loro conversione al cristianesimo vengono fusi dall’abate calabrese con
l’autorità di S. Caterina da Siena per giungere alla previsione di un totale sfacelo
di Venezia contro cui si rivolgono i sinistri influssi della congiunzione magna del
24 dicembre 1603.143
Il periodo agitato della guerra dei trent’anni, che vede l’Europa percorsa e de-
vastata dagli eserciti, sconvolta da ribellioni e spopolata da carestie e pestilenze, è
terreno fertile per le profezie. Lo stesso Wallenstein, spregiudicato uomo d’armi e
astuto politico, ha paura delle congiunzioni astrali, crede nelle predizioni del futuro
e non si vergogna di tenere presso di sé l’astrologo Battista Seni e di richiedere per

141. A. Olivieri, Il significato escatologico di Lepanto nella storia religiosa del Mediterraneo
del Cinquecento, in Il Mediterraneo nella seconda metà, 257-277.
142. Sui vaticini anti-veneziani negli anni della lega di Cambrai cfr. A. Medin, La storia della
Repubblica di Venezia nella poesia, Milano 1904, pp. 160-163, 512.
143. T. Campanella, Antiveneti, a cura di F. Firpo, Firenze 1945, pp. 159 e 92, nota 1. Cfr.
anche L. Firpo, Ricerche campanelliane, Firenze 1947, pp. 137-173. Il 27 settembre 1607 il Senato
ordina il sequestro del libello.
54 Venezia e i Turchi

ben due volte l’oroscopo a Keplero. A Venezia sono i drammatici avvenimenti del
1645 quando i Turchi sbarcano di sorpresa a Candia a riaccendere la sensibilità
profetica. Già nel 1646 compare la traduzione dal latino di un testo cinquecentesco
contenente 30 vaticini di Gioacchino da Fiore e di Anselmo vescovo di Marsico
sui papi passati e futuri, in cui è inserito anche un oracolo turchesco «magnae con-
siderationis», accompagnato da una fine illustrazione.144 Il compilatore riprende e
sviluppa la profezia ottomana del «pomo rosso» (Kizil Elma) incisa, secondo la tra-
dizione, sulla tomba di Costantino e la cui diffusione nel mondo occidentale avreb-
be contribuito a infondere coraggio ai cristiani nelle campagne militari seguite alla
battaglia di Lepanto.145 Il testo, nelle normali versioni attribuite all’interpretazione
del patriarca Gennadio, preannuncia la venuta di un imperatore «nostro» che si im-
padronirà del regno di un principe gentile (il Turco) e del «pomo rosso», cioè Roma
per i Turchi e Costantinopoli per i cristiani.
Segue una storia «divulgata molto e nota a ciascuno» che narra di un sogno
di Maometto II, alla vigilia della presa di Costantinopoli, imperniato su sottili
allusioni al numero 7, che il Gran Visir interpreta come un invito a prendere la
città. La funzione pratica di propaganda ed il collegamento con le vicende con-
temporanee si colgono facilmente nell’ultima parte quando l’autore ricorda che i
Turchi e gli Orientali, soprattutto Egizi e Siriani, «serbano i destini della famiglia
Ottomana nel nonagesimo anno del presente centinaio»146 e assicura che un arabo
«con parole gravissime» ha fatto questa predizione allo stesso Solimano, come
può testimoniare l’ambasciatore veneziano Stefano Tiepolo presente alla scena.
Un mediocre spessore profetico e una più disadorna povertà terminologica
caratterizzano altri scritti occasionali, come il discorso che il bresciano Richiedei
pronuncia nel 1646, ad istanza dell’Accademia Errante di Brescia, alla presenza
del vescovo e dei rettori veneziani.147 Banali considerazioni sull’instabilità della
Fortuna si intrecciano a scontati richiami agli influssi astrali e a sciocchi presagi
desunti dai fulmini e dalle insegne dei generali veneziani mentre la conclusione
pone l’accento su temi più realistici fondando le speranze di vittoria su fatti con-
creti come la scarsa disciplina delle truppe ottomane, «multitudine quasi infinita,
non so ben se di Popoli o di Bruti».
È la guerra del 1684-1699 ad offrirci la messe più vasta di oracoli, profezie
e pronostici in cui la gioia per l’alleanza con gli imperiali e la Polonia si fonde
con l’esultanza e lo scoramento che si alternano nell’opinione pubblica veneziana

144. Profetie dell’abbate Gioacchino et di Anselmo vescovo di Marsico con l’imagini in dis-


segno, intorno à Pontefici passati e c’hanno a vivere con due ruote et un Oracolo Turchesco figura-
to sopra simil materia, Venetia 1646; la prima edizione è del 1589 e ha per titolo Joachim di Fiore.
Vaticinia sive Profetiae abbatis Joachimi et Anselmi Episcopi Massicani.
145. Tamborra, Gli stati italiani, l’Europa, pp. 3-4.
146. Profetie dell’abbate, p. 82.
147. P. Richiedei, Presagi di vittoria nell’uscita dell’armata veneta contro il Turco, Brescia
1646. Ancora più modesto nel contenuto e insopportabile per il suo gonfio stile barocco il Discorso
accademico in cui si mostra la vicina caduta dell’Ottomano pronunciato nel 1665 nella chiesa dei
Frari da Giovanni Riitano minore conventuale di Messina.
Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile» 55

durante la difficile campagna militare.148 Nel 1684 Giambattista Ghidoni ottiene


dai Riformatori dello Studio di ristampare a Brescia, con l’aggiunta di «riflessio-
ni accomodate a’ giorni, e tempi correnti», le predizioni degli imperatori Severo
e Leone già pubblicate nel 1596 nella stessa città.149 Si tratta di una delle più
celebri profezie sull’impero ottomano attribuita a Leone, figlio dell’imperatore
bizantino Basilio il Macedone e da lui lasciata al figlio Costantino intagliata nel
Xerolifo, un luogo destinato da Settimio Severo alle predizioni. I disegni, i motti
e i 16 epigrammi figurati sono disposti a illustrare il passaggio dell’impero greco
nelle mani dei Turchi e le vicende del suo ritorno agli antichi possessori ma ri-
spetto all’edizione del 1596 sono aggiunte delle riflessioni che consistono in un
riadattamento dei testi profetici alla mutata situazione storica con l’inserzione di
riferimenti simbologici a Carlo V di Lorena, uno dei generali delle truppe impe-
riali impegnate in Ungheria e vincitore dei Turchi a Nagyharsàny nel 1687. Nel
1596 l’autore del commento dava particolare rilievo alla previsione attribuita allo
stesso Maometto di una fine della setta turca mille anni dopo l’Egira ed espri-
meva fiducia sulla validità delle profezie estranee al mondo cristiano,150 mentre
il compilatore secentesco punta lo sguardo sui condottieri imperiali che guidano
la guerra contro il turco imprimendo così un più marcato realismo storico ai suoi
slanci profetici.
Addirittura nell’ambiente dell’Università di Padova nasce la silloge di scrit-
ture profetiche del lorenese Nicolò Arnu, professore di metafisica in via D. Tho-
mae dal 1679 al 1684 e autore di quattro volumi di commento alla Summa The-
ologiae.151 Uomo colto, esponente della cultura accademica e illustre membro
dell’ordine dei domenicani, l’Arnu sente forse come un dovere di riconoscenza
verso la Repubblica Veneta che lo ospita la redazione di una profezia che in-
coraggi l’opinione pubblica in occasione della neonata alleanza anti-ottomana.
Partendo dalla premessa che Dio ha concesso anche ai gentili il dono profetico
e che dunque non pu essere tolta preliminarmente fede ai testi ottomani, l’Arnu
fonde oracoli turchi, profezie bibliche e speculazioni astrologiche in una trama

148. Tra le numerose ristampe di vecchie profezie non risulta comparsa a Venezia in questi
anni la predizione di Acham Turuley, composta nel 1200 in Spagna da un Moro (Mas, Les Turcs
dans la littérature, II, pp. 205-206) e di cui era uscita una traduzione anche a Lucca (Prognosticon
de futura imperii ottomannici ruina).
149. Predizioni figurate di Severo, et Leone Imperadori, dalle quali probabilmente si ricava
il fine de’ Turchi nel presente loro Imperadore Mehemet quarto. Con l’aggiunta d’alcune riflessioni
addattate à tempi correnti, Brescia 1684. Nell’edizione del 1596 titolo e testo sono bilingui, latino
e italiano. Un’edizione francese del 1612 è citata dal Mas (Les Turcs dans la littérature, p. 478) ed
una del 1633 dalla Deny (Les pseudo-prophéties, pp. 205-206).
150. Vaticinium Severi et Leonis imperatorum in quo videtur finis Turcarum in praesenti eo-
rum Imperatore una cum aliis nonnullis in hac re vaticinis, Brixiae 1596, pp. 87, 89-95, 105.
151. Sue notizie biografiche in C. Patinus, Lyceum Patavinum sive icones et vitae professo-
rum Patavii 1682 publice docentium, Patavii 1682, p. 121; J. Quetif, J. Echard, Scriptores ordinis
praedicatorum recensiti, II, Lutetiae Parisiorum 1721, p. 703; N. Papadopoli, Historia gymnasii
patavini, I, Venetiis 1726, p. 379; Fasti Gymnasii Patavini Jacobi Facciolati opera collecti ab anno
MDXVII quo restitutae scholae sunt ad MDCCLVI, Patavii 1757, pp. 254, 262.
56 Venezia e i Turchi

compatta e carica di suggestione. La novità è costituita dalla presentazione di una


nuova profezia del 1669 che alcuni dicevano ritrovata nel sepolcro di Costan-
tino Magno, altri intagliata in una colonna.152 Una bella illustrazione riprodotta
nell’esemplare marciano del testo greco ci aiuta a intendere il valore attribuito
dall’Arnu e dai contemporanei a questo scritto. Dopo alcune allusioni abbastanza
trasparenti a fatti del passato il Presagio annuncia l’avvento di una «generatione
bionda» (probabilmente gli austriaci) alleata dei Parti (Persiani o Russi il cui re
compare nell’illustrazione) ed opera una esplicita contaminazione con la celebre
profezia di Severo. L’impero ottomano ora all’apice della sua grandezza ma sog-
getto alla stessa parabola dei corpi umani si sta avviando alla decadenza sia per
le rivolte che ne minano la compattezza sia per gli influssi celesti favorevoli alle
imprese della lega, e anche alcuni passi dell’Apocalisse opportunamente spiegati
assicurano l’imminente successo di Venezia nella guerra destinata a concludersi
senz’altro con la presa di Costantinopoli ed il collasso totale della Turchia.153
Un cenno a varie profezie negative per i Turchi si trova, sempre nel 1684,
nell’opera di Neriolava Formanti, modesto compilatore di biografie ottomane,
che però si mantiene molto prudente nel giudizio sulla famosa predizione del
Georgijević limitandosi a «desiderare, che anche da loro medesimi [Turchi] con
vero augurio sia predetta la propria rovina».154
Nel 1685 la ristampa della biografia di Maometto di Giovanni Diacono of-
fre l’occasione per pubblicare una Predittione di Mahometto profeta de Turchi
venuta alla luce secondo l’editore nella moschea della Mecca vicino alla tomba
del profeta in occasione del terremoto del 1680, tradotta in greco dal rinnegato
Rustano e poi in italiano da un certo Boleslao Rubrichg Pollsko di Camnietz.155
Il testo è dei più ingenui: Maometto si rivolge non agli Arabi ma ai Turchi e pre-
dice loro vittoria sino all’anno 1050 dopo l’Egira (coincidente col 1682 dell’era
cristiana), dopo di che un’alleanza di potenze cristiane distruggerà l’impero ot-
tomano e spazzerà via anche la sua tomba e le sue ceneri. Lo stesso Maometto
annuncia che la profezia sarà nota dopo il terremoto del 1680 e si abbandona ad
una grottesca consolazione dei «fratelli» Turchi ormai privati di tutto. Nel 1686
un anonimo celato sotto lo pseudonimo di Astrologo Svegliato dedica all’am-
basciatore cesareo a Venezia Francesco Della Torre un opuscolo che si propone
di dimostrare come la monarchia ottomana, paragonata al mitico Briareo, è «ti-

152. N. Arnu, Presagio dell’imminente rovina e caduta dell’impero ottomanno delle future
vittorie, e prosperi successi della Christianità, Padova 1684, cap. IV, pp. 14-18 e V, p. 19. Nel cap.
VI (pp. 20-22) dimostra che i fatti preannunciati nella profezia si sono puntualmente verificati.
153. Arnu, Presagio, cap. XV, pp. 42-47. Nella parte finale l’Arnu mescola una lunga dis-
sertazione sulla congiunzione massima e tre comete recentemente apparse con informazioni sulla
struttura interna dello stato turco.
154. N. Formanti, Raccolta delle historie delle vite degl’imperatori ottomani sino a Mehemet
IV regnante, Venezia 1684, pp. 316-317.
155. La vita di Macometto, de suoi costumi e della sua falsa e perfida dottrina, scritta dal
dottissimo Gio. Diacono Vero nell’anno 1320. Aggiuntavi una Predittione del medesimo Maometto,
nuovamente ritrovata alla Mecca, Venezia 1685, pp. 44-48.
Venezia tra la Turchia e l’Italia «bella et gentile» 57

tubante sotto gl’influssi delle sue contrarie stelle». Le implicazioni teologiche


dello scritto, tutto fondato sull’interpretazione delle congiunzioni astrali, devono
apparire tutt’altro che tranquille all’autore che prevedendo, l’accusa di «introdur
fatalità od assoluta dipendenza dalle stelle», mette le mani avanti e non solo nega
di voler dichiarare «certa prescienza» ma assicura i lettori che il suo intento è solo
di «passar due hore di trattenimento civile» rimettendosi in ogni caso all’«arbitrio
e censura infallibile della Chiesa cattolica» perché questi discorsi si fondano solo
su «congietture ed ombre di cose» e solo Dio, la cui volontà è a tutti ignota, può
mutare un impero.156 Fondandosi sulla dottrina di Albumazar157 l’Astrologo Sve-
gliato interpreta alla luce degli influssi celesti l’origine, il progresso, e le stesse
strutture politiche e militari dello stato turco per concludere che la corruzione
e decadenza degli antichi costumi, prefigurata dal sopraggiunto predominio dei
pianeti inferiori, per loro natura legati ai concetti di brevità e fine, preannuncia
«vicina alla sua quiete e fine» anche la monarchia ottomana.158
L’allusione ai fatti politici e militari che sono d’occasione e stimolo a questi
testi profetici è più trasparente nelle opere di minor impegno culturale, rivolte ad
un pubblico poco esigente ma avido di un illusorio conforto nei momenti tristi
della guerra.159
Evidenti intenti divulgativi ispirano gli autori di queste scritture che testi-
moniano della credulità popolare e della riduzione e semplificazione subita dai
temi profetici nel passaggio agli ambienti più umili di Venezia. Padre Sebastiano
Stefani, un carmelitano osservante della congregazione di Mantova e lettore di
Sacra Scrittura a S. Apollinare, riferisce nel 1684 alcuni banali episodi interpre-

156. Il Briareo fulminato o sia la Monarchia Ottomana titubante sotto gl’influssi delle sue
contrare stelle, spiegato a gl’animi curiosi e peregrini dal sign. Astrologo Svegliato, Venetia 1686,
pp. 8-9.
157. Abu-ma-’shar, volgarmente chiamato Albumazar, è un astrologo musulmano la cui opera
principale, tradotta in latino nel Medioevo da Giovanni di Siviglia con l’inesatto titolo di Albuma-
sar de magnis coniunctionibus et annorum revolutionibus ac eorum perfectionibus, dopo una prima
edizione ad Augusta nel 1489 era stata stampata anche a Venezia nel 1515 (voce A. di C.A. Nallino
in Enciclopedia Italiana). Nel 1480 alle teorie astrologiche di Albumazar, combinate con la teosofia
di Ermete Trismegisto e le profezie di Gioacchino da Fiore, era ricorso il viterbese Giovanni Nanni
per comporre il suo De futuris Christianorum triumphis in Saracenos (Genova 1480) che identifi-
cava il Turco nella grande bestia dell’Apocalisse e prevedeva per l’anno successivo la disfatta dei
Musulmani (Weinstein, Savonarola and Florence, p. 90).
158. Il Briareo fulminato, p. 42. Erano preannunciate anche due altre parti I Giganti di Flegra
inceneriti, ò sia il Diadem ottomano caduto e Il Noncio sidereo, ò sia la felice Monarchia del pros-
simo secolo che però sembra non siano mai state pubblicate.
159. Tipico di questa produzione minore il Breve compendio de notabili vaticinii, che famosi
auttori (alcuni con spirito profetico) fecero contro il superbo imperio e casa ottomana, publicati
da un soggetto amico d’avertire la verità, nuda d’adulationi, ma ben vestita di chiari disinganni,
Venetia 1687. Dell’agosto 1686 è uno strano manoscritto della Querini Stampalia di Venezia (cl.
VI, cod. LXXXII, n. 1) intitolato La figlia di Sion con la destruttione del Impero Ottomano posta in
libertà dal armi christiane. Opera non meno pia che curiosa composta dal dottore. Ne è autore il
napoletano Gregorio Morrilli e contiene complicati calcoli sulle ere e gli anni che mancano alla fine
del mondo e riferimenti alle Sibille e a note profezie sulla caduta dell’impero ottomano.
58 Venezia e i Turchi

tati dal volgo come auspici favorevoli alla Lega. Durante una processione va a
fuoco l’insegna di un legnaiuolo raffigurante la Vergine che calpesta la mezzaluna
e le fiamme divampate con rapidità distruggono la bottega e alcune fabbriche
adiacenti con un danno di 100.000 ducati: dal fatto si traggono subito presagi di
sconfitta dei Turchi e c’è anche chi scrive un sonetto sull’episodio. Negli stessi
giorni all’ingresso del campo S. Geremia il popolo colloca l’immagine di Mao-
metto IV vestito alla turchesca, a figura intera, di fronte al ritratto dell’imperatore
e a molti pare che il Sultano esprima sentimenti di dolore e le sue mani incrociate
prefigurino «vicine sue confusioni e sconpigli».160
Secondo lo Stefani gli ambienti dotti della città interpretano in senso sfavo-
revole ai Turchi anche l’oracolo di Gesù Cristo che dice «ubi fuerit corpus con-
gregabuntur aquilae» intendendo per il corpo il Turco stordito come «orgoglioso
Elefante» e per le aquile i cristiani che accorrono a dilaniarlo.161 Larga fama ottie-
ne in quei giorni anche la notizia della scoperta in Germania di una croce scolpita
su pietra con le cinque vocali A.E.I.O.U. disposte all’intorno in modo misterioso
e così interpretata da presunti esperti in vaticini: Austriaci Erunt Imperii Otto-
manici Victores, oppure Austriaci Emanuel Dux Bavariae Ioannes Rex Poloniae
Odescalcus Pont. Veneti.162
La pace di Carlowitz conclude con la guerra anche l’età del profetismo anti-
turco. La sensibilità e gli interessi delle classi colte si stanno evolvendo e l’opera
di diffusione della cultura turca iniziata nel 1688 con la pubblicazione della Let-
teratura de’ Turchi di Giambattista Donà contribuisce senza dubbio a diminuire
l’interesse per un genere letterario che lo spirito critico del Settecento non po-
trà trovare che ridicolo e anacronistico.163 Dissoltasi una «visione escatologica»
dell’impero ottomano di cui si è nutrito il profetismo italiano e cui i Veneziani
hanno dato un contributo carico di drammatici riferimenti ad un pericolo reale
e ricorrente, si verifica nel Settecento il passaggio da un atteggiamento di ostile
ripulsa e velleità di annientamento nutrite di illusioni astrologiche a quella be-
nevola disposizione nei confronti della civiltà turca che è una delle novità più
singolari della cultura veneziana dell’età dei lumi.

160. S. Stefani, Il faro della fede cioè Venetia supplichevole e festiva per la liberatione di
Vienna, vittorie e santa lega tra principi Christiani contro Turchi, Venetia 1684, pp. 23-25, 83-85.
161. Stefani, Il faro della fede, pp. 122-125.
162. Ibidem, pp. 128-130.
163. A puro titolo di curiosità ricordo un sonetto intitolato Per l’eclissi della luna seguita il mag-
gio 1715 cade il pronostico sopra l’Ottomano, ora manoscritto in BMC, cod. Cicogna 1081, f. 326.
3. Realtà e mito del turco nella società veneziana

1. La conoscenza della lingua turca a Venezia

Nel momento di chiudere nel 1744 le sue Lettere informative delle cose de’
Turchi Pietro Busenello, figura di spiccato rilievo negli studi «turcheschi» del
Settecento veneto, osserva con rammarico ma anche con la sicurezza che deri-
va da una personale esperienza, che «la lingua turca niente s’usa in Europa».1
Poco meno di cinquant’anni dopo l’abate Toderini dà alle stampe la sua celebre
Letteratura turchesca senza curarsi di studiare a fondo la lingua mostrando così
con un’evidenza che ha del clamoroso e che non manca di sollevare ironie nella
critica contemporanea, la quasi totale ignoranza di conoscenze linguistiche turche
a Venezia.
La «lunga e tenace incomprensione dell’Islàm da parte dei Cristiani» denun-
ciata dal Malvezzi2 condiziona negativamente anche lo studio del turco in tutta
Europa e nel caso specifico di Venezia si combina con la natura del tutto partico-
lare dei rapporti col mondo ottomano limitando le possibilità e la convenienza di
una diffusa conoscenza linguistica.3
Per l’arabo la situazione è migliore perché lo stimolo a conservare e traman-
darne la conoscenza e lo studio si collega sin dal Medioevo al recupero della
tradizione filosofica classica mediata da Avicenna ed Averroè e alla traduzione
del Corano, strumento a lungo creduto indispensabile, insieme con la redazio-
ne di opuscoli controversistici, per ogni azione di proselitismo missionario.4 La

1. G. Stanojević, Vijesti o Turskoi (Pietro Busenello: Notizie turchesche), Sarajevo 1960, p.
145. Sul Busenello cfr. parte II, cap. III.
2. V. Malvezzi, L’islamismo e la cultura europea, Firenze 1956, p. 1.
3. Per un panorama degli studi turcologici in Occidente cfr. E. Rossi, Uno sguardo allo svilup-
po degli studi di turcologia, Roma 1940, pp. 1-14 (Pubblicazioni dell’Istituto Universitario Orienta-
le di Napoli. Annali, n.s., I); più specifico, anche se meno recente, l’altro saggio Gli studi di storia
ottomana in Europa ed in Turchia nell’ultimo venticinquennio (1900-1925), in «Oriente moderno»,
VI (1926), pp. 443-460. Cfr. anche F. Gabrieli, Cinquant’anni di studi orientali in Italia, in Id., Dal
mondo dell’Islàm. Nuovi saggi di storia e civiltà musulmana, Milano-Napoli 1956, pp. 228-255.
4. Per lo studio dell’arabo in Italia in età moderna cfr. G.E. Saltini, Della stamperia orientale
medicea e di Giovan Battista Raimondi, in «Giornale storico degli archivi toscani», IV (1860), pp.
257-308; A. Bertolotti, Le tipografie orientali e gli orientalisti a Roma nei secoli XVI e XVII, in «Ri-
60 Venezia e i Turchi

mancanza di studi rigorosi e scientifici sulla lingua turca è in parte anche il frutto
dell’immagine negativa del popolo e della civiltà ottomani diffusa in Europa nel
Quattrocento e nel Cinquecento: se i Turchi sono «barbari» nel significato più
deteriore del termine, se la loro religione merita solo disprezzo e derisione e la
loro nazione rifiuta tutto quanto attiene alla sfera della cultura letteraria e scienti-
fica, perché studiare il turco se non per le limitate necessità imposte dai rapporti
politici e commerciali? Altre e più specifiche ragioni contribuiscono a rendere
difficile e poco richiesto l’uso del turco nell’area politica e culturale veneziana.
Il Sultano non mantiene nella capitale veneta una missione diplomatica stabile e
l’incapacità dell’impero ottomano di organizzare e sviluppare un vasto e duratu-
ro sistema di commercio nazionale5 non consente alla colonia turca di Venezia
di raggiungere proporzioni rilevanti. Ridotti di numero i Turchi che per ragioni
politiche e commerciali soggiornano a lungo a Venezia, l’occasione e la neces-
sità di parlare e scrivere turco è limitata ai baili e ai mercanti che hanno nella
piazza di Costantinopoli il centro delle loro attività. Anche questi ultimi del resto
non hanno insormontabili problemi linguistici perché possono facilmente trovare
buoni interpreti di origine greca oppure sanno parlare una specie di lingua franca
sufficiente per le conversazioni più semplici.
La scarsa conoscenza del turco a Venezia oltre ad ostacolare la diffusione
della cultura ottomana impedisce anche ai numerosi viaggiatori in Oriente di ri-
portare informazioni esatte e puntuali sui costumi, le leggi, le tradizioni dei po-
poli islamici.6
Uno dei primi documenti della conoscenza del turco a Venezia è il cosiddetto
Codex Comanicus dei primi anni del Trecento (ora alla Marciana) un repertorio
di voci di un dialetto turco usato probabilmente da mercanti per il commercio
con i Comani, una popolazione abitante sulle rive settentrionali del Mar Nero.7
Secondo il De Gubernatis il primo italiano ad imparare la lingua turca sarebbe
stato l’urbinate Bernardino Baldi (1553-1617)8 ma egli intende senz’altro rife-
rirsi ad una conoscenza di tipo letterario, acquisita su libri, perché già nel XV

vista europea», IX (1878), pp. 257-268, F. Gabrieli, Gli studi orientali e gli ordini religiosi in Italia,
in «Il pensiero missionario», III (1931), pp. 4-5; K.H. Dannenfeldt, The Renaissance Humanists
and the knowledge of Arabic, in «Studies in Renaissance», II (1955), pp. 96-117.
5. Mantran, La navigation vénitienne, p. 387.
6. Un semplice episodio può essere indicativo delle modeste conoscenze linguistiche turche
anche nelle classi colte: nel 1559 alcuni studiosi veneti tra cui il Ramusio per stampare un mappa-
mondo in lingua turca sono costretti a ricorrere al tunisino Hajgi Ahmed (R. Almagià, A proposito
del mappamondo in lingua turca della Biblioteca Marciana, in «Atti Ist. Veneto Sc. Lettere ed
Arti», CXVIII (1959-1960), pp. 53-59).
7. G. Golubovich, Biblioteca bio-bibliografica, III, Firenze 1919, pp. 1-28. È significativo che
nel 1498 Democrito Terracina chiedendo al Senato il privilegio di stampa per opere in lingua ara-
bica, soriana, armenica, indiana et barbaresca non menzioni affatto il turco (R. Fulin, Documenti
per servire alla storia della tipografia veneziana, in «Archivio veneto», XII/23 [1882], parte I, pp.
133-134, 178).
8. A. De Gubernatis, Matériaux pour servir à l’histoire des études orientales en Italie, Paris
1876, p. 295.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 61

secolo abbiamo la certezza che a Venezia ci sono persone che parlano e scrivono
correntemente un turco appreso dalla diretta esperienza, come Angiolello degli
Angiolelli, Giosafat Barbaro, Antonio Barbarigo (1471-1560), fatto prigioniero
dei Turchi e poi bailo a Costantinopoli, e vari altri che hanno dimorato a lungo in
Oriente per ragioni di mercatura, di schiavitù, di politica.
Lo studio attento dei prestiti linguistici dal turco nel dialetto veneziano ha
rivelato un aspetto sinora inesplorato e quanto mai suggestivo degli scambi e
dei legami di lunga durata tra il mondo ottomano e la Repubblica Veneta.9 Le
relazioni dei baili, i Diarii del Sanuto, le Lettere e le Rime del Calmo, solo per
ricordare alcuni fra i tanti testi spogliati dal Cortelazzo, sono ricchi di termini
direttamente mutuati dal turco o assunti tramite il greco o lo slavo.10 Natural-
mente è soprattutto nelle regioni nord-orientali, a diretto contatto coi territori
slavi soggetti al dominio ottomano e spesso al centro di scambi pacifici o co-
atti di forti nuclei di popolazione, che il lessico risente in misura maggiore di
influenze turche. È interessante ricordare che termini come chiosco o caveè
(caffè) hanno avuto la loro prima testimonianza scritta in relazioni diploma-
tiche veneziane11 e che non pochi turchismi sono passati nelle lingue europee
grazie ai rapporti di Venezia con l’Oriente e la penisola balcanica.12 Le relazioni
commerciali via mare sono quelle che hanno lasciato traccia più duratura come
testimonia la presenza nel Veneto di voci della marineria turca grazie anche ad
una vera e propria «moda turchesca» che comincia a diffondersi già nel Cin-
quecento.13 Del resto la presenza nella commedia il Travaglia di Andrea Calmo
di un intero monologo in un turco deformato e semincomprensibile14 prova che
ormai nel XVI secolo anche la turcheria letteraria si fonda su una conoscenza,
sia pure superficiale, della lingua.15
Ad uso di mercanti di tessuti si pubblica a Venezia nel 1580 (ma forse ve
ne sono edizioni precedenti) un vocabolarietto quadrilingue, italo-greco-turco-
tedesco la cui destinazione ad un pubblico di bassa cultura e interessato ai viaggi
e agli scambi commerciali risulta evidente dai luoghi geografici proposti per le

9. M. Cortelazzo, Corrispondenze italo-balcaniche nei prestiti dal turco, in Omagiu lui Ale-
xandru Rosetti la 70 de ani, Bucureşti 1965, pp. 147-152.
10. Un esempio significativo in M. Cortelazzo, Contributo alla protostoria dell’it. “casacca”,
in «Lingua nostra», XVIII/1 (1957), pp. 35-39.
11. Cortelazzo, Corrispondenze italo-balcaniche, pp. 147 e 150. La prima menzione del ter-
mine caffè si trova nella relazione di Giandomenico Morosini (1585) (Le relazioni degli Ambascia-
tori Veneti, ser. III, vol. III, p. 268).
12.  G.B. Pellegrini, Gli arabismi nelle lingue neolatine con speciale riguardo all’Italia, I,
Brescia 1972, pp. 30-35 e passim.
13. M. Cortelazzo, Rapporti linguistici fra Mediterraneo ed Oceano Indiano, in Mediterraneo
e Oceano Indiano, p. 303 e Id., Voci nautiche turche di origine italiana e greca in antichi lessici
bilingui, in «Bollettino dell’atlante linguistico mediterraneo», 2-3 (1960-1961), pp. 165-168.
14. M. Cortelazzo, Il friulano nella commedia pluridialettale veneziana del ‘500, in «Studi
linguistici friulani», I (1969), p. 187.
15. Interessante notare che il termine casnà, che in turco indica il tesoro del sultano, nel Cinque-
cento a Venezia diventa sinonimo di ricchezza smisurata (Cortelazzo, Rapporti linguistici, p. 303).
62 Venezia e i Turchi

varie lingue e dal contenuto delle rubriche.16 Oltre ai numeri e a brevi glossari sui
mestieri del calzolaio e del marinaio questo libriccino di sole 45 pagine riporta
infatti brevi dialoghi sull’alloggio, i cibi, le bevande, i sistemi di pagamento, ac-
quisto e contrattazione dei panni.
Se per mercanti di stoffe o di altre merci possono bastare testi rozzi e som-
mari come questo o altri ormai perduti ben più elevate sono invece le esigenze
dei baili impegnati per un triennio nella capitale ottomana. Quasi nessuno dei
nobili designati alla carica possiede qualche rudimento di turco, pochi certa-
mente seguono l’esempio di Giambattista Donà che si affretta a studiarlo nei
pochi giorni che intercorrono tra la nomina e la partenza e meno ancora sono
quelli che colgono l’occasione del soggiorno alla Porta per acquisirne almeno
una sommaria infarinatura.17 Pigrizia mentale, pregiudizi anti-ottomani e an-
che oggettiva difficoltà di mantenere contatti con il mondo colto della capitale,
negano dunque ai baili la preziosa conoscenza linguistica, delegando all’in-
sostituibile opera dei dragomanni la responsabilità delle traduzioni scritte e
orali necessarie per i negoziati diplomatici e gli svariati maneggi commerciali
e politici.18
Per il normale lavoro di routine alla casa bailaggia e alla Porta sono in servi-
zio dragomanni in pianta stabile, veneziani di nascita e regolarmente stipendiati,
mentre per tutta una serie di affari minori o talvolta in supplenza di dragomanni
effettivi, prestano saltuariamente la loro opera sudditi turchi, per lo più rinnegati
che dividono le loro giornate tra i vari ambasciatori.19
«La lingua che parla, l’orecchio che ascolta, l’occhio che vede, la mano che
dona, l’anima che agisce e da cui può dipendere la vita e l’eccidio d’ogni negozio»,
questa la suggestiva immagine del perfetto dragomanno tracciata agli inizi del Set-

16. E. Teza, Vocabulario nuovo con il quale da se stessi, si può benissimo imparare diversi
linguaggi, cioè, italiano e greco, italiano e turco, et italiano e todesco, E di nuovo con somma di-
ligentia, ricorretto. In Venetia. appresso Pietro Donato MDLXXX, in «Rivista di filologia e d’istru-
zione classica», XIII (1885), pp. 270-279.
17. È significativo che Marino Cavalli sia stato costretto a commissionare all’interprete della
Porta Murad Bey la parafrasi turca del De senectute poiché evidentemente tra il suo seguito nessuno
era in grado di eseguire la traduzione.
18.  Dragomanno è voce greca, mentre dall’arabo deriva il suo sinonimo, più raramente
usato nei documenti veneziani, turcimanno (Pellegrini, L’elemento arabo nelle lingue neolatine
con particolare riguardo all’Italia, in L’Occidente e l’Islam nell’alto Medioevo, II, Spoleto 1965,
p. 707 (Settimane di studio del Centro Italiano di studi sull’Alto Medioevo, XII); Cortelazzo,
Arabismi di Pisa e arabismi di Venezia, in «Lingua nostra», XVIII/4 [1957], p. 97).
19. A chi si distingue per abilità e fedeltà il Senato concede talvolta il titolo di dragomanno
grande; esiste anche una categoria speciale di dragomanni di strada che accompagnano i baili
durante il viaggio a Costantinopoli e poi rientrano in patria. Cfr. A. Tormene, Il bailaggio a Co-
stantinopoli di Girolamo Lippomano e la sua tragica fine, in «Nuovo archivio veneto», n.s., IV/7
(1904), pp. 394-395; G. Paladino, Due dragomanni veneti a Costantinopoli (Tommaso Tarsia e
Gian Rinaldo Carli), in «Nuovo archivio veneto», n.s., XVII/33 (1917), parte I, p. 183 e T. Ber-
telè, Il palazzo degli ambasciatori di Venezia a Costantinopoli e le sue antiche memorie, Bologna
1932, pp. 140-141.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 63

tecento da Carlo Ruzzini che riassume in queste poche ma incisive parole convin-
zioni e modelli ideali di generazion di uomini politici veneziani.20
Ebrei e ragusei vengono più volte assunti dalla Repubblica Veneta che però
diffida della loro correttezza e si adatta a ricorrere alla loro opera solo se costretta
dalla «grande urgenza del bisogno» che periodicamente la affligge.21 La ricorren-
te penuria di dragomanni e la loro modesta preparazione linguistica e culturale si
spiega con i disagi ed i rischi di un lavoro che presenta ben poche attrattive per
giovani brillanti e desiderosi di una rapida carriera. Nella quasi assoluta impos-
sibilità, almeno sino alla fine del Seicento, di apprendere a Venezia i primi rudi-
menti di un idioma così diverso dalle lingue neolatine e germaniche, i giovani di
lingua sono costretti ad un lungo tirocinio nella capitale ottomana, lontani dalla
famiglia, in un ambiente estraneo e spesso ostile e con paghe piuttosto modeste.
Quando infine arriva l’ambita promozione al rango di dragomanno con gli onori
aumentano gli oneri e si profilano concreti e frequenti pericoli per la stessa in-
columità personale. La prassi della corte ottomana è assai incerta ed oscillante
nell’attribuire l’immunità diplomatica, che in ogni caso segue gli alti e bassi della
situazione politica e non esclude aggressioni personali e anche esecuzioni som-
marie.22 Se poi sopraggiunge improvvisa una rottura delle relazioni diplomatiche
o una dichiarazione di guerra, la situazione personale dei dragomanni può farsi
d’un tratto drammatica perché su di loro ricade la responsabilità di mantenere
aperti nei limiti del possibile i canali di informazione tra Costantinopoli e Vene-
zia. Espulso o arrestato il bailo, quel dragomanno che o per abilità personale o
per un sottile calcolo del governo turco riesce a sottrarsi alla cattura deve cercare
di supplire il rappresentante ufficiale veneziano nella raccolta di notizie che ven-
gono spedite a Venezia, direttamente agli Inquisitori di stato anziché al Senato,
attraverso la mediazione dei ragusei o di altre legazioni diplomatiche.23 Talvolta
tocca proprio a lui farsi portavoce dei primi cauti sondaggi per una ripresa delle
trattative e spianare la strada a più concreti e conclusivi negoziati.
Il ricordo dei casi di morte violenta pesa come un incubo sui successori che
ce ne porgono spesso un’eco preoccupata nei loro dispacci alle autorità venezia-
ne. Nel dicembre del 1691 il dragomanno Tarsia, unico rimasto durante la guerra,
memore delle mortali torture subite dal padre durante il conflitto per Candia,
partecipa al governo il suo terrore di divenire l’unico indifeso bersaglio della

20. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. C. Ruzzini, c. 57v. Un energico richiamo


alla delicatezza dell’ufficio anche nella relazione di Giovanni Donà del 7 maggio 1746 (b. 7, c. 26).
21. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 16, c. 107v (21 ottobre 1625).
22. Il 20 febbraio 1624 ad esempio un dragomanno si lamenta di essere stato bastonato da un
funzionario turco (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 15, c. 181); quattro anni prima
un suo collega era stato addirittura fatto uccidere dal primo visir per rappresaglia della preda di una
galeotta turca (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 13, cc. 1-3).
23. Di solito è il dragomanno grande o comunque il più anziano e influente che conserva li-
bertà di movimenti; gli altri invece, se non riescono ad imbarcarsi prima dell’inizio delle operazioni
militari, seguono la sorte dei funzionari della casa bailaggia. Il Senato quando può cerca di conso-
larli e aiutarli nelle avversità per evitare scoraggiamenti e defezioni (ASV, Senato, Deliberazioni
Costantinopoli, reg. 31, c. 35v).
64 Venezia e i Turchi

crudeltà turca24 e circa vent’anni dopo Giovanni Alberto Colombo, descrivendo


l’infelice morte del suo collega Giambattista Naon, fatto strangolare dai Turchi,
traccia una calda e sofferta descrizione dell’angoscia di tutti i suoi colleghi espo-
sti al «brutale et inumano giuditio» di un governo crudele ed ingiusto.25
Dragomanni esperti e fidati scarseggiano a Venezia già nei primi decenni del
Cinquecento se nel gennaio del 1534 può diffondersi la notizia che uno dei motivi
per cui il segretario Daniello de’ Ludovisi, inviato a Costantinopoli per scusarsi di
un incidente tra una nave turca e una veneziana, ha dovuto condur seco un altro
segretario è l’impossibilità di trovare un turcimanno preparato.26
Per tutto il Cinquecento e il Seicento le lamentele dei baili non si limitano
alla scarsità dei dragomanni ma investono anche la loro modesta e superficia-
le conoscenza linguistica, la loro indisciplina, i disordini con donne turche,27 lo
scandalo dei ricorrenti casi di passaggio all’islamismo.28
Il 21 febbraio 1551 il Senato delibera di eleggere due notai della cancelleria
e altri cittadini originari di età superiore ai 20 anni che devono trattenersi per
cinque anni in casa del bailo sino a rendersi perfettamente esperti della lingua e
dello stile cancelleresco ottomano.29 L’esigenza di apprendere la lingua dalla viva
parlata dei turchi è dunque ben presente nelle autorità venenziane, sollecitate a
occuparsi del problema dalle reiterate istanze dei baili che a più riprese nel 1553,
nel 1554, 1564 e 1576 fanno pressioni perché si attui concretamente l’invio di
abili giovani di lingua in grado di trasformarsi dopo alcuni anni di studio in fedeli
ed esperti dragomanni.30
I tentativi di aprire in questo modo una specie di scuola di lingua turca a
Costantinopoli danno sempre risultati negativi perché i giovani prescelti tra fami-
glie di cittadini originari di umili condizioni, considerano il soggiorno nella casa
bailaggia una specie di collegio per poveri o addirittura un luogo di punizione per

24. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 424.


25. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 429.
26. Nunziature di Venezia, a cura di F. Gaeta, I, Roma 1958, p. 158. Preoccupazioni per la
mancanza di dragomanni anche in una deliberazione del 29 giugno 1547 (ASV, Senato Mar, reg.
29, cc. 86-87).
27. Nel luglio del 1596 il Senato rimprovera aspramente il dragomanno Bonvisi per i suoi
rapporti con donne di Costantinopoli assai pericolosi «in paese turchesco» (ASV, Senato, Delibera-
zioni Costantinopoli, reg. 9, c. 42v). Un altro intervento per frenare i «licentiosi costumi» di alcuni
dragomanni in Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 33, c. 73r (26 gennaio 1674). L’ambiente
dei dragomanni non sfugge naturalmente alle consuete invidie di carriera; ad esempio lunghe beghe
per questioni di dignità e precedenza danno origine nell’agosto 1681 ad un voluminoso carteggio
(ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 318).
28. Nel 1592 e nel 1641 sono gli stessi baili a segnalare i nomi dei dragomanni o giovani di
lingua rinnegati (Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, p. 418; Le relazioni degli
Stati Europei, parte I, p. 430). Altri casi nel 1630, 1632 e nel 1709 (ASV, Senato, Deliberazioni Co-
stantinopoli, reg. 19, parte I, c. 95v, parte II, c. 13; reg. 21, c. 98; reg. 37 parte II, c. 35v; Inquisitori
di stato, Lettere ai baili ed ambasciatori a Costantinopoli, b. 148, disp. 56).
29. ASV, V Savi alla Mercanzia, Dragomanni - Dulcigno, b. 61.
30. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, pp. 102-106, 180-182; vol. II, pp. 44
e 54, 196-198. Cfr. anche Paladino, Due dragomanni veneti, p. 184.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 65

i «più discoli e fieri». È quasi impossibile imporre agli alunni lo studio e la disci-
plina e «la libertà del vivere turchesco, la lussuria di quelle donne turche, colli
corrotti costumi delli rinnegati» inducono più d’uno a farsi turco.31
A più riprese nei primi decenni del Seicento il Senato constata con preoc-
cupazione le disfunzioni al normale lavoro diplomatico provocate dalla penuria
di dragomanni «sudditi, ben nati, di fede e di devotione»32 e tocca ai baili stessi
segnalare le ragioni di fondo di questa cronica crisi cui si provvede saltuariamen-
te con l’aggregazione di elementi stranieri reclutati in varie città dell’Oriente.33
La parte del 21 febbraio 1551 non viene più eseguita da tempo e anche i pochi
giovani che effettivamente si recano a Costantinopoli molto di rado compiono
progressi apprezzabili nell’apprendimento della lingua perché i baili per liberarsi
degli oneri della sorveglianza e sottrarsi alle proteste delle famiglie preoccupate
delle frequenti conversioni all’Islàm, li affidano ad un collegio di preti armeni in
cui non si parla, non si legge e non si scrive mai in turco.34
In un primo momento il Senato pensa di affidare di nuovo al bailo il compito
della loro educazione per non meno di sette anni e nel 1627 tenta senza successo
di assumere un maestro di turco che fornisca ai ragazzi già a Venezia una prima
infarinatura, ma l’idea è lasciata cadere perché col passare degli anni le aggravate
condizioni finanziarie dello stato rendono insopportabile l’elevato onere per il
mantenimento del professore e degli alunni. Il 5 ottobre 1642, ritenendo ormai
eccessivamente dilatato l’organico dei dragomanni e dei giovani di lingua il Se-
nato ne limita drasticamente il numero rispettivamente a 8 e 14, lasciando peral-
tro impregiudicato e irrisolto il problema della loro formazione professionale.35 È
una decisione affrettata e poco previdente perché di lì a qualche anno la guerra di
Candia e i prolungati ritardi nel pagamento degli stipendi assottigliano così rapi-
damente le fila dei dragomanni che il 2 maggio 1670 Cinque Savi alla mercanzia
faticano a trovare in tutta Venezia una sola persona in grado di scrivere il turco.36
Anche in questa occasione si cerca di correre ai ripari progettando, però senza
molta convinzione, la riapertura di una scuola a Costantinopoli e, nel 1676, anche
a Venezia ma senza alcun seguito pratico.37

31. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, p. 418 e sgg.


32. ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci da Costantinopoli, b. 7, c. 129 (22 ott. 1620).
Altri richiami al problema il 31 luglio 1621, il 21 febbraio 1623, il 21 ottobre 1625 (ASV, Senato,
Deliberazioni Costantinopoli, reg. 13, c. 175v, reg. 14, cc. 145-146, reg. 16, c. 107).
33. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 16, c. 107r.
34. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 14, cc. 145-146.
35. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 14, cc. 145-146; reg. 18, c. 78v, reg. 19,
parte II, c. 95v, reg. 26, parte II, c. 46r.
36. ASV, V Savi alla Mercanzia, Dragomanni-Dulcigno, b. 61. I dragomanni sono così esa-
sperati per il mancato saldo della retribuzione che nel luglio del 1660 arrivano al punto di esprimere
invidia per i Turchi fra i quali «si gode almeno questo sollevo che il creditore, non essendo pagato
può rapir la veste liberamente in Divano al suo debitore e si fa pagare a viva forza dalla giustizia di
questo paese» (ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 418).
37. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 32, cc. 62v, 93v-94r, reg. 34, cc. 22v-23r.
Il 13 settembre 1680 il Senato ordina al bailo di condurre i giovani di lingua insieme ai dragomanni
66 Venezia e i Turchi

È il bailo Giambattista Donà, grande ammiratore della cultura turca e autore


di una celebre Letteratura de’ Turchi, che il 3 maggio 1692 suggerisce al Senato
di affidare a Ibrahim Achmet, un albanese convertito reduce da un lungo servi-
zio alla Porta, l’incarico di insegnare lingue orientali ai giovani della cancelleria
ducale.38 I Riformatori dello Studio propongono che alla sua scuola possano ac-
cedere anche privati cittadini desiderosi di acquisire i primi elementi del turco e
il 27 giugno 1699 il Senato, volendo dare un assetto stabile e duraturo alla nuova
istituzione, verso cui molte famiglie di cittadini originari continuano a nutrire
molta diffidenza, delibera che siano prescelti dodici ragazzi tenuti per legge a
frequentare le lezioni di un nuovo professore di turco assoldato direttamente dal
bailo a Costantinopoli.39 Finalmente il 2 ottobre 1706 è possibile dare inizio alla
costituzione effettiva della scuola, con la designazione a direttore di Salomon
Negri, un greco di Damasco che si offre di insegnare «con metodo scientifico»,
potendo vantare una lunga esperienza come docente di arabo, ebreo, latino, gre-
co, italiano in Olanda, Inghilterra, Germania. È abbastanza singolare il fatto che
il Negri possieda una conoscenza del turco limitata, per sua stessa ammissione, ai
«radicali e fondamentali», tanto che si reputa necessario concedergli il permesso
di recarsi per quattro mesi a Costantinopoli a studiare le formalità del Divano e
provvedersi dei materiali indispensabili all’insegnamento.40 Confermato il princi-
pio che dopo un primo periodo propedeutico a Venezia i giovani di lingua devono
effettuare un lungo tirocinio pratico a Costantinopoli sotto la guida del bailo e
di un altro maestro, sembra che il problema della formazione linguistica degli
interpreti abbia finalmente trovato un’adeguata e organica soluzione. In realtà sin
dal 1706 lo stesso Ruzzini, che forse non è stato estraneo all’iniziativa, esprime
perplessità e pessimismo rilevando che la scuola, pur «aperta et abbondante»,
è minata nella sua efficienza dall’età troppo giovanile, dal «genio» non sempre
«fermo» degli allievi e soprattutto dalla convinzione che la missione in Oriente
costituisca solo una tappa obbligata e un trampolino di lancio per un avanzamen-
to nei gradi della cancelleria ducale.41 Purtroppo disponiamo di poche notizie sui
metodi e sugli strumenti di cui si avvale questa scuola di lingua turca nelle due
sezioni di Venezia e Costantinopoli. È probabile che siano stati in uso i vocabolari

alla Porta, affinché si impratichiscano della «forma del negotiare» con i Turchi e si abituino al loro
stile (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 34, c. 162v).
38. B. Cecchetti, L’insegnamento del turco e dell’arabo in Venezia (Documenti storici), in
«Rivista orientale», I (1868), pp. 1126-1131.
39. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 36, parte I, cc. 36r, 71v (22 luglio 1702,
3 marzo 1703).
40. Cecchetti, L’insegnamento del turco, p. 1131. In realtà in Negri si intrattiene a Costanti-
nopoli, forse per migliorare la sua conoscenza del turco, almeno sino al marzo del 1708; cfr. ASV,
Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 36, parte I, cc. 209-211; reg. 37, parte I, cc. 3-4.
41. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, rel. Ruzzini, c. 59r. Nel 1706 sono a Costanti-
nopoli per gli studi di secondo grado 3 greci e 6 veneti; nel 1720 i giovani di lingua sono 10 e il 5
febbraio 1724 si stabilisce che la loro scelta spetti al Collegio e che solo dopo sei anni di studio e
pratica a Costantinopoli possano essere ammessi alla cancelleria ducale (ASV, Senato, Deliberazio-
ni Costantinopoli, reg. 38 (parte II), cc. 76r e 140v).
Realtà e mito del turco nella società veneziana 67

di Giovanni Molino,42 che aveva servito nella capitale ottomana come interprete
della Francia e di Venezia, del cappuccino francese Bernardo,43 del napoletano
Mascis44 o forse anche l’elenco esalingue di Giuseppe Miselli.45
Per lo studio sistematico della lingua, oltre alla grammatica del Maggio,46
nelle due edizioni del 1643 e 1670, vengono utilizzate con tutta probabilità le
opere del linguista viennese Francesco Meninski,47 oppure, data la giovane età
degli alunni, la Grammaire turque di un anonimo francese residente a Costantino-
poli48 e il semplice manualetto dell’armeno Giovanni Agop, per anni governatore
della casa dei catecumeni a Venezia.49
Dalla scuola dei futuri dragomanni escono a Venezia anche le prime tradu-
zioni di testi turchi. Nel 1688 un gruppo di giovani di lingua al servizio del bailo
Giambattista Donà stampa una raccolta di adagi turcheschi50 che l’editore presen-
ta come un saggio dei loro progressi nella lingua e che per originalità e aderenza
alle fonti supera la fama della coeva raccolta dell’Agnellini.51

42. G. Molino, Dittionario della lingua italiana-turchesca, Roma 1641. Contiene anche una
brevissima sintesi di storia turca e poche nozioni grammaticali.
43. Bernardo da Parigi, Vocabolario italiano-turchesco, Roma 1665.
44. A. Mascis, Vocabolario turchesco, arricchito di molte voci arabe, persiane, tartare, e
greche necessarie alla cognizione della stessa lingua turchesca con l’aggiunta di alcuni rudimenti
per impossessarsi del vero idioma turchesco, Firenze 1677.
45.  G. Miselli, Burattino veridico, overo Istruzione generale per chi viaggia, Roma 1682,
citato in Cortelazzo, Voci nautiche turche, p. 166, nota 5. Oltre a termini turchi sono riportati anche
vocaboli italiani, francesi, spagnoli, tedeschi e polacchi.
46. F.M. Maggio, Syntagmaton linguarum orientalium quae in Georgiae regionibus audiun-
tur libri duo, Roma 1643.
47. La prima edizione della sua grammatica (Institutiones linguae turcicae cum rudimentis pa-
rallelis linguarum arabicae et persicae) è del 1680, la seconda, a cura di A.F. Koller, del 1756. Molto
note anche le altre sue due opere, il Complementum Thesauri linguarum orientalium seu onomasticon
latino-turcico-arabico-persico, Viennae 1687 e il Lexicon arabico-persico-turcicum, Viennae 17802.
48. Grammaire turque ou méthode courte et facile pour apprendre la langue turque, Constan-
tinople 1730; l’ignoto autore menziona esplicitamente il Meninski ma dichiara di voler offrire al
pubblico un testo più semplice e maneggevole.
49. G. Agop, Rudimento della lingua turchesca, Venezia 1685.
50. Raccolta curiosissima di adagi turcheschi trasportati dal proprio idioma nell’italiano e
latino dalli giovani di lingua sotto il bailaggio in Costantinopoli dell’illustr. et eccel. Gio. Batti-
sta Donado, e indirizzati dai medesimi all’illustriss. sig. Pietro di lui figlio, Venezia 1688. Gli au-
tori sono: Antonio Paoluzzi, Francesco Flangini, Stefano Fortis e Antonio Benetti. Inedita rimase
invece la traduzione delle opere storiche di Hassan Vezhì eseguita nel 1675 da Giacomo Tarsia
(Codices manuscripti latini Bibliothecae Nanianae a Jacobo Morellio relati, Venetiis 1776, cod.
LXXII). Un altro giovane di lingua, Pietro Acerbo, esegue nel 1715 per conto di Andrea Memmo
la versione italiana di alcune preghiere turche: Preghiere pubbliche che si fanno ogni giorno in
Costantinopoli ed in tutto l’Imperio Ottomano, per comando del Gran Signore e del Muftì per la
guerra presente 1715 tradotte in lingua italiana per ordine di S. E. K. Andrea Memmo. L’ope-
retta, che non risulta stampata separatamente, si trova alle pp. XXVIII-XXXI dell’opuscolo Alla
Santità del Sommo Pastore Clemente XI ed a tutta la gerarchia de’ venerabili e sacri pastori di
Santa Chiesa, s.l. e s.d.
51. T. Agnellini, Proverbi utili e virtuosi in lingua araba, persiana e turca gran parte in versi,
con la loro ispiegatione in lingua latina et italiana et alcuni vocaboli di dette lingue, Padova 1688.
68 Venezia e i Turchi

Il mediocre livello intellettuale di quasi tutti i giovani di lingua e drago-


manni impedisce negli anni seguenti lo sviluppo dell’iniziativa degli allievi
del Donà e sino alla caduta della Repubblica sono assai rare le traduzioni di
testi letterari turchi.52 Nonostante il vivace interesse di una parte della classe
dirigente e di vasti settori della cultura veneta per la civiltà letteraria ottomana,
il Settecento non vede maturare alcun significativo progresso nella conoscenza
della lingua turca e la progressiva contrazione del volume dei traffici con il Le-
vante riduce l’importanza del bailaggio a Costantinopoli e toglie ogni incentivo
alla già limitata richiesta di conoscenza del turco parlato e scritto. La politica
di oculato risparmio e di contenimento delle spese correnti, esplicitamente ri-
chiamata nelle istruzioni al bailo Venier il 18 marzo 1745,53 colpisce ancora una
volta come nel 1642 la categoria degli interpreti su cui del resto continuano
a piovere critiche e accuse di scarso rendimento.54 Il 25 settembre 1745 una
serie di disposizione del Senato disciplina in senso restrittivo diritti e doveri
dei dragomanni e dei giovani di lingua, fissa l’età di 14-18 anni per l’inizio
dello studio, impone un esame preliminare da parte dei Riformatori dello Stu-
dio per accertare il possesso di «qualche letteratura», abolisce varie gratifiche
e infine riduce da 12 a 10 e da 8 a 6 l’organico, col divieto di istituire posti in
soprannumero.55 La renitenza di molte famiglie a inviare i figli a Costantino-
poli, la drastica chiusura nell’ammissione alla scuola e la progressiva erosione
del potere d’acquisto degli stipendi, provocano ancora una volta una sensibile
flessione del numero dei dragomanni e dei giovani di lingua, tanto da porre ben
presto il Senato di fronte a problemi di eccezionale gravità che mettono in luce
l’imprevidenza e l’errore delle precedenti decisioni. Nel giugno del 1768 con i
dragomanni ridotti a 4 diventa impossibile l’invio di un console ad Algeri dopo

52.  Naturalmente l’intensa attività di traduzione di carte diplomatiche turche, firmani e altri
scritti da parte dei dragomanni veneziani è ampiamente documentata; cfr. soprattutto l’archivio del
Bailo a Costantinopoli conservato all’Archivio di stato di Venezia. V. anche A. Bombaci, La col-
lezione di documenti turchi dell’archivio di Stato di Venezia, in «Rivista degli studi Orientali», 24
(1949), pp. 95-107; in turco, ma con un’ampia illustrazione in italiano di Mahmut Sakiroglu in «Studi
veneziani», XII (1970), pp. 665-671, l’articolo di M. Tayyp-Gökbilgin, Venedik Devlet Ars¸ ivindeki
visikalar Külliyatinda Kanuni Sultan Süleyman Devri Belgeleri (I documenti turchi riguardanti il
periodo del sultano Solimano il Legislatore esistenti allo Archivio di stato di Venezia), in «Belgeler»,
1 (1964), pp. 119-220.
53. Scrive il Senato: «perché nei tempi presenti minorati sono gli interessi della Repubblica
Nostra co Turchi volontà pure publica è che alle spese del bailaggio sia data qualche regola e mo-
derazione» (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 45, c. 8). L’istruzione è ripetuta nel
marzo 1748 e 1751.
54. È frequente il caso di giovani di lingua che non si applicano affatto allo studio o più sem-
plicemente evitano o differiscono con vari pretesti la partenza per Costantinopoli (ASV, Senato,
Deliberazioni Costantinopoli, reg. 43, c. 20v, 11 giugno 1736, c. 128v, 29 novembre 1738).
55. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 45, parte I, cc. 57-59, V Savi alla Mercan-
zia, Dragomanni-Dulcigno, b. 61. Queste disposizioni vengono ribadite il 7 marzo 1748 (Senato,
Deliberazioni Costantinopoli, reg. 46, c. 20) e anche in seguito si cerca di resistere alle pressioni per
aumentare i posti (reg. 46, c. 44, 21 febbraio 1748, reg. 49, parte II, c. 97v, 5 dicembre 1764).
Realtà e mito del turco nella società veneziana 69

la conclusione della pace con i cantoni barbareschi56 e nel 1787 si profila addirittu-
ra la difficoltà per il bailo di tradurre tempestivamente i firmani e gli altri documenti
trasmessi dalla Porta.57 Una conferenza dei baili tornati da Costantinopoli, dei Savi
alla mercanzia e dei Deputati alla provvision del denaro decide il 19 febbraio 1786
di rivalutare le paghe e si impegna a riferire entro quattro mesi sui provvedimenti
necessari per ovviare all’impreparazione dei giovani di lingua.58
Le conclusioni di questa conferenza sono strane e contraddittorie: contro il
parere del bailo in carica Agostino Garzoni di potenziare la scuola di Costanti-
nopoli con un buon maestro,59 un decreto del 30 novembre 1786 la trasferisce a
Venezia in una casa già di proprietà della soppressa Compagnia di Gesù e affida
ad Andrea Memmo il compito di stendere un piano di riforma.60 Lontana dalla sua
sede naturale la scuola vivacchia per qualche anno senza slancio per la scarsità e
l’età troppo avanzata degli allievi e la cronica carenza di buoni insegnanti e infine
nel 1790 cessa ogni attività.61
Quando ormai l’attenzione dell’opinione pubblica è rivolta alle sconvol-
genti vicende della Rivoluzione Francese la Repubblica trova ancora la forza di
occuparsi a fondo, con un franco ed approfondito dibattito, del problema della
scuola di turco reso ormai di viva attualità dal fiorire di una vigorosa corrente
d’opinione tesa a rivalutare la cultura e la civiltà ottomane. Una conferenza del
deputato alla scuola di lingua turca e del bailo ritornato decide agli inizi del
1792 di dare una nuova struttura all’istituto, sceglie un nuovo maestro, stende
un piano di studi articolato in due classi distinte per età e grado di conoscenza,
sollecita l’uso di «libri classici» sempre trascurati nella scuola di Pera e stanzia
300 ducati per l’acquisto di un primo nucleo di testi arabi, persiani e turchi.62
Nonostante l’attivismo dei promotori solo quattro allievi seguono le lezioni del
dragomanno Calavrò e così il 5 maggio dello stesso anno una nuova conferenza
dei Savi alla mercanzia e dei baili discute a lungo dell’opportunità, sostenuta
da molti senatori già contrari al decreto del 1786, di riaprire la scuola nella

56. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 51, parte II, cc. 27-28. Il 5 marzo 1772 si
provvede ad elevarne il numero a 6 proprio per poter scegliere tra loro i futuri consoli in Barberìa
(ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 52, parte Il, c. 2v, reg. 54, parte I, c. 27).
57. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 58, parte I, cc. 6v, 9, reg. 63, Senato,
Dispacci Costantinopoli, filza 226, disp. 25 aprile 1786, filza 227, disp. 6 febbraio 1787.
58. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 56, parte II, cc. 61-64. Nel maggio del
1786 i dragomanni in servizio sono 10 e i giovani di lingua 9; la loro paga varia da un minimo di
244 ad un massimo di 338 zecchini per i dragomanni e da un minimo di 104 ad un massimo di 146
zecchini per i giovani di lingua (ASV, V Savi alla Mercanzia, Diversorum (ser. II), b. 378).
59. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 224, disp. 25 aprile 1785.
60. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 57, cc. 177-178; reg. 58, parte II, cc.
68v-70v.
61. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 58, parte III, cc. 8-9, 37-38, parte IV, cc.
9, 39, 59, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 227, disp. 6 febbraio 1787. Nella sede della scuola
di turco viene istituita una scuola di meccanica; cfr. G. Gullino, La politica scolastica veneziana
nell’età delle riforme, Venezia 1973, p. 57.
62. ASV, V Savi alla Mercanzia, Diversorum (ser. II), b. 400, doc. n. 80.
70 Venezia e i Turchi

sua sede più ovvia e cioè Costantinopoli.63 Contro l’opinione del Memmo che
cerca di dimostrare che la scuola di Pera non ha alcuna utilità perché giovani e
dragomanni sono «attaccati più al forestiere che al naturale sovrano» e che solo
mantenendo la sede a Venezia è possibile indurre i figli dei segretari e dei nobili
di terraferma a frequentarla,64 il savio di settimana sostiene invece che i giovani
«ragionevolmente devono apprendere la lingua a Costantinopoli, poiché meglio
si apprende dove si parla, scrive ed esercita continuamente, di quello che altrove,
ove le teorie non sono sufficienti per ben possederla». Tra le varie proposte me-
rita una segnalazione per la sua audacia e modernità quella di Battista Contarini
che suggerisce l’istituzione in via di esperimento di una cattedra di lingua turca
all’Università di Padova per uso di tutti i giovani di lingua. Prevale il parere di
abolire il decreto del 30 dicembre 1786 e di riaprire la scuola di Costantinopoli
affidandola alla diretta sorveglianza del bailo in carica che avrà il compito di
acquistare i libri necessari e di accogliere maestro e allievi nella casa bailaggia.65
L’anno successivo da una relazione del dragomanno Giovanni Maria Mascellini,
nuovo maestro dei giovani di lingua, apprendiamo che nella scuola di Costan-
tinopoli studiano quattro alunni che però hanno ottenuto scarso profitto perché
troppo spesso impegnati in viaggi di lavoro.66
Alla stentata vita della scuola di lingua corrisponde a Venezia per tutto il
secolo una quasi assoluta carenza di studi glottologici turchi tanto che dobbiamo
attendere sino al 1789 per veder pubblicato un manuale per l’apprendimento del
greco e del turco a cura di Bernardino Pianzola.67 Si tratta per di più di un’opera
di modestissimo valore, costituita di uno scarno dizionario e di alcuni testi gram-
maticali mescolati a frasi e proverbi, e non esente da gravi errori come quello,
veramente macroscopico e incredibile in un uomo come Pianzola che ha sog-
giornato in Turchia per almeno 12 anni, di far discendere il turco ed il persiano
dall’arabo.68
Verso la fine del secolo i rari studiosi di turco a Venezia, se non vogliono ras-
segnarsi alla modesta compilazione del Pianzola, sono costretti a rivolgersi a testi
stranieri, ai celebri trattati del Meninski o, dopo il 1794, all’ottima e aggiornata

63. Già nell’aprile del 1787 il bailo Gerolamo Zulian aveva proposto di richiamare a Costanti-
nopoli il Calavrò, ormai inattivo, per istruire nelle traduzioni i due giovani di lingua che rimaneva-
no inoperosi (ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 227, disp. 25 aprile 1787).
64. Verbali delle sedute della Municipalità Provvisoria di Venezia 1797. Appendice. Le «An-
notazioni» di Francesco Calbo alle sedute del Consiglio dei Rogati (1785-1797), a cura di R. Cessi,
Bologna 1942, pp. 118-119, 147-148.
65. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 59, cc. 13, 21 e 85.
66. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 297. Il Mascellini è così deluso del profitto degli alunni
che chiede di tornare al suo precedente incarico di dragomanno in Dalmazia (ASV, Senato, Dispac-
ci Costantinopoli, filza 240, disp. 9 agosto 1794).
67. B. Pianzola, Dizionario gramatiche e dialoghi per apprendere la lingua italiana, greca-
volgare e turca e varie scienze, Padova 1789. Una prima edizione è forse del 1781 ma è attualmente
irreperibile.
68. E. Teza, Libri vecchi e dimenticati. Lettera al professor Bonelli, in «Oriente», II (1897),
pp. 3-16 (dell’estratto).
Realtà e mito del turco nella società veneziana 71

grammatica di Cosimo de Carbognano, dragomanno della legazione di Napoli.69


Eppure proprio a Padova in questi anni, a partire dal 1785, fiorisce la scuola ara-
bica di Simone Assemani, chiamato nel 1792 dal vescovo Giustiniani a ricoprire
la cattedra di lingue orientali nel Seminario e autore di ottimi lavori grammaticali.
Il nobile Jacopo Nani lo invita anche a compilare il catalogo e l’illustrazione dei
suoi numerosi manoscritti siriani, persiani, arabi e turchi70 e nel 1808 gli offre
anche l’occasione di insegnare all’Università Sacra Scrittura e lingue orientali
rinnovando così a Padova una mai interrotta tradizione di studi arabici,71 ma il
turco non è tra le lingue da lui insegnate al Seminario e all’Università. Chiuse
le scuole per i giovani di lingua, cessati o ridotti a poca cosa i contributi mediati
dalle relazioni commerciali, dal punto di vista linguistico di secoli di rapporti col
mondo turco non resta dunque a Venezia che un’eredità lessicale che solo le più
recenti esplorazioni dei glottologi hanno riportato alla luce.

2. I Turchi nella vita veneziana

Una parte del patrimonio di idee e pregiudizi che costituisce l’immagine dei
Turchi nell’opinione pubblica veneziana in età moderna ha una chiara connota-
zione «colta» strettamente collegata alla mentalità, agli interessi, alle esperienze
umane e sociali di un settore ristretto della popolazione. Chi infatti se non il
patrizio esperto della macchina dello stato e attento osservatore della complessa
realtà politica dell’Europa può agevolmente far sue le convinzioni diffuse in tanti
osservatori e scrittori sulla «esemplarità» dello stato ottomano per quanto attiene
all’efficienza militare e alla struttura accentrata ed assoluta del potere, chi se non
un individuo del ceto dirigente dotato di un bagaglio culturale almeno discreto,
può cogliere le rilevanti implicazioni sociali dell’assenza di nobiltà in Turchia o
fissare tra le proprie impressioni di viaggio sentimenti di stupore e di dotta ammi-
razione di fronte allo spettacolo della vecchia e gloriosa città di Costantinopoli?
Ma già quando allarghiamo lo sguardo ai testi profetici, così puntualmente legati
alle vicende politico-militari della Repubblica, e alla vasta e proteiforme presen-
za di temi turchi in tutti i generi della letteratura veneziana, cogliamo un dialetti-
co alternarsi di «realtà» e «mito» dei Turchi nella società veneziana che supera di
slancio i confini di una ristretta cerchia di nobili o di una sparuta élite di uomini
di cultura per penetrare invece nei sentimenti e nei modi di pensare di più vasti
strati della popolazione di Venezia e della Terraferma. Ci mancano fonti adeguate

69. C. de Carbognano, Principii della grammatica turca ad uso dei missionari apostolici a
Costantinopoli, Roma 1974.
70. S. Assemani, Catalogo de’ codici manoscritti orientali della Biblioteca Naniana, Padova
1787-1792. È sua la prima illustrazione del mappamondo turco studiato dall’Almagià (Dichiara-
zione d’una mappa turchesca incisa in quattro tavole di legno nell’archivio dell’eccelso Consiglio
di Dieci, s. l. s. d., ma forse 1763).
71. Notizie biografiche nella voce di G. Levi Della Vida in Dizionario biografico degli italia-
ni, 4, Roma 1962, pp. 440-441.
72 Venezia e i Turchi

e moderni strumenti di ricerca per scavare e riportare alla luce idee e atteggia-
menti mentali delle grandi masse incolte nei confronti dei vari problemi posti
dalla presenza turca nella realtà storica veneziana e non di rado paure, entusiasmi,
pregiudizi ci sono pervenuti riflessi dalla penna di uomini colti non sempre attenti
e fedeli interpreti della genuina spontaneità dei sentimenti popolari. Sappiamo di
feste popolari per le vittorie in cui si improvvisano carri allegorici raffiguranti
il sultano, il visir, la mezzaluna, soldati ottomani, sappiamo di improvvise in-
consulte «paure» del Turco tra la popolazione, conosciamo casi di adesione alla
religione islamica e di tradimento politico, possiamo infine tentare, ma anche
questa volte con l’ausilio della letteratura «colta» che ha filtrato e assunto temi
e sensazioni riflesse dal popolo, di delineare un quadro del complesso di idee e
sensazioni di un qualunque cittadino veneziano nei confronti della molteplice
realtà turca nei secoli XVI e XVII.
La paura dei Turchi, nemici secolari di straordinaria ferocia e potenza, ali-
mentata dalle guerre continue, dalle numerose sconfitte veneziane, da una ricca
pubblicistica a carattere divulgativo, e anche dall’immediato, concreto pericolo
di un’invasione attraverso il Friuli, è senza dubbio largamente diffusa a Vene-
zia per tutto il Cinquecento e Seicento, sia pure con sfumature e manifestazioni
diverse a seconda del momento storico, della cultura e delle condizioni sociali.
Anche l’odio religioso, tenuto vivo da una predicazione contro i «perfidi» se-
guaci di Maometto che si rinnova periodicamente in concomitanza col riaccen-
dersi del conflitto politico-militare, si interpone come uno spesso diaframma tra
i veneziani di ogni classe e livello culturale e i Turchi, per lo più immaginati e
detestati come un’uniforme, abominevole «massa dannata» di nemici della fede e
della patria. Da questo stato d’animo nutrito di odio religioso e politico traggono
origine la trasposizione, riscontrabile un po’ in tutto l’Occidente cristiano, al ter-
mine «Turco» del significato di barbaro, malvagio, feroce72 e la rapida fortuna di
modi di dire come «giustizia turca», «bestemmiare, bere, fumare come un turco»
ben presto entrati nell’uso comune. Tipicamente veneziana, secondo il Boerio,
l’espressione «mazzemo un turco» per indicare un brindisi, connessa con vivida
ed efficace spontaneità popolare alle vicende militari che per tanti anni contrap-
pongono la Repubblica ai Turchi.73 I rimatori veneziani di Lepanto fanno un uso
ampio e linguisticamente unificante del sinonimo Turco-assassino-cane-eretico,
spesso colorito e amplificato da una variopinta gamma di termini spregiativi, ma
in realtà i poeti della vittoria cristiana e veneziana non fanno altro che tradurre
a livello colto un’identificazione Turco = delinquente-uomo di pessima vita già
fatta propria dal linguaggio popolare e tramandata poi per tutto il Seicento e Set-
tecento.74 Ma a questo punto è giusto chiederci: che cosa i Veneziani conoscono

72. N. Tommaseo, B. Bellini, Dizionario della lingua italiana, IV, parte II, p. 1632.
73. G. Boerio, Dizionario del dialetto veneziano, I, Venezia 1829, p. 544.
74. In alcuni libelli antinobiliari affissi a Feltre nel 1649 si denunciano la vessazioni de «sti
Turchi, de sti Gentilhuomini e Deputati […] che se’ pezo che marani, che se tutti Turchi e cani»
(ASV, Capi del Consiglio dei X, Lettere di rettori, Feltre, b. 159, lett. 218-219).
Realtà e mito del turco nella società veneziana 73

veramente dei Turchi? Quanti di loro ne hanno mai visto, incontrato, praticato
qualcuno in carne ed ossa? Insomma di tutte quelle idee, notizie, pregiudizi, modi
di dire che circolano sulle lagune quanti sono fondati su una diretta osservazione
e conoscenza e quanti invece su una rielaborazione, riduzione, falsificazione di
notizie semi-favolose, scritti e racconti divulgati attraverso molteplici e spesso
interessati canali presso un’opinione pubblica avida di sapere e giudicare, ma
anche di illudersi, condannare, mitizzare? Per individuare nella giusta prospettiva
la reale conoscenza del mondo turco a Venezia è necessario in primo luogo met-
tere a fuoco l’esatto valore e significato del concetto di «orientale» ed «esotico»
nella mentalità corrente dei secoli XVI e XVII. Il veneziano medio che non è mai
stato a Costantinopoli e non ha viaggiato in Oriente e nella penisola balcanica,
difficilmente è in grado di isolare e individuare i Turchi all’interno del vasto ed
eterogeneo mondo dei popoli asiatici, spesso confonde tra di loro razze e nazioni
le più diverse assimilate e unificate dalla comune fede islamica e comunque usa
con frequenza il termine «turco» come sinonimo di «orientale» e o addirittura di
straniero, forestiero, di «altro», per usare un’espressione di Arbasino.75 Nel suo
celebre studio sulla diffusione del mais nel Veneto il Messedaglia ricorda che il
nome di sorgo turco, nell’accezione di sorgo forestiero, compare nel linguaggio
ufficiale della Repubblica Veneta sin dal 1492, ma osserva che nel Cinquecento
«la qualifica di Turche, per dire forastiere, straniere, oltramarine, veniva data vo-
lentieri dai volghi d’Europa – specialmente quando la Turchia era all’apogeo del-
la potenza, ed empiva della sua fama il mondo – a piante di provenienza lontana e
per niente turca».76 «Barba raza et mustacchij rossi», così alcuni testimoni dipin-
gono nel 1585 un certo Rustone, accusato all’Inquisizione di essere un cristiano
rinnegato, e nel 1632 un altro testimone descrive il medico Giuseppe Struppiolo,
imputato di simpatie filo-turche, come un uomo abbigliato con cravatta, «scarpe
alla levantina, con baretta rossa in testa et nel mezzo della testa un pezzo di zuffo
longo», ma soprattutto «grande con una barbazza negra et mustachioni grandi,
che ha ciera da turco».77 In pieno Settecento Lorenzo Da Ponte mette in bocca a
Despina, una delle protagoniste dell’operetta Così fan tutte l’espressione «mon-
sieurs mustacchi» per indicare due strani personaggi vestiti in modo esotico e
forniti di lunghi baffi che li individuano come Valacchi o Turchi,78 confermandoci
così la fortuna di questa immagine fisica del turco, cui corrisponde la diffusione
in alcuni ambienti popolari dell’uso ottomano dei baffi.79 In realtà queste testi-

75. A. Arbasino, I Turchi. Codex Vindobonensis 8626, Parma 1971, p. 23.


76. L. Messedaglia, Notizie storiche sul mais. Una gloria veneta. Saggio di storia agraria,
Venezia 1924, n. 51. Cfr. anche le pp. 21-28 e 60-61. È interessante rilevare che mentre nelle zone
più interne o periferiche del Veneto il mais conserva il nome di formenton (Padova e Rovigo) e di
sorc (Belluno), ha invece il doppio nome di formenton e sorgoturco a Treviso e Venezia e l’unico di
sorgturc o sorturc nel Friuli, zona colpita alla fine del Quattrocento dalle incursioni turche (p. 19).
77. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 55 (processo Rustone turco, 8 marzo 1585) e b. 89 (1632).
78.  L. Da Ponte, Così fan tutte, ossia la scuola degli amanti, dramma giocoso in due atti
(1790), musica di W.A. Mozart, atto I, scene XI e XIII.
79. Cortelazzo, Corrispondenze italo-balcaniche, p. 148.
74 Venezia e i Turchi

monianze e molte altre disperse in documenti pubblici e privati confermano la


relativa intederminatezza del concetto di «Turco» nell’opinione pubblica vene-
ziana, spesso proclive a cogliere e far propri elementi dell’abbigliamento e del
modo di comportarsi tipici dell’«orientale» più che del Turco ottomano in parti-
colare. D’altra parte il veneziano comune non ha a sua disposizione gli elementi
per distinguere con sicurezza, tra i Turchi che vede effettivamente a Venezia, gli
ottomani e i «bossinesi et albanesi» sudditi della Sublime Porta e sempre più
numerosi a partire dalla seconda metà del Seicento. La distinzione è bensì pre-
sente nelle scritture dei Savi alla mercanzia nel Cinquecento e nella prima metà
del Seicento, facilitata dalla presenza parallela e contemporanea dei due gruppi
tra i mercanti operanti a Venezia, ma quando col passare degli anni l’elemento
balcanico prende decisamente il sopravvento, il modello di valutazione e di iden-
tificazione del Turco diventa ancora più indeterminato sino a sfumare, ancor più
che nel Cinquecento, in una vaga e generica categoria di «orientale».
La peculiare natura dei rapporti politici tra Venezia e l’impero ottomano ren-
de difficile e raro l’afflusso di cittadini turchi a Venezia, perché il Sultano non
ha l’abitudine di mantenere rappresentanze diplomatiche all’estero. Per gli af-
fari correnti basta il bailo a Costantinopoli, mentre per circostanze eccezionali,
come una dichiarazione di guerra, un ultimatum, negoziati o sottoscrizione di
paci, viene inviata un’ambasceria straordinaria che una volta completata la mis-
sione rientra subito in Turchia. D’altra parte Venezia sembra non gradire molto la
permanenza nel suo territorio di minoranze turche stabili ed in talune occasioni,
come nell’agosto del 1642, di fronte a cauti sondaggi del primo visir, precisa
con chiarezza che in ogni caso deve trattarsi di soggiorni temporanei «per ragion
di commercio e di negocio», nella convinzione che un uso diverso non avrebbe
mancato alla lunga di produrre «effetto cattivo».80
L’arrivo a Venezia di un chiaus turco con il suo seguito costituisce per il
governo e per tutta la popolazione un avvenimento di eccezionale rilievo, soprat-
tutto agli inizi del Cinquecento quando l’opinione pubblica è ancora sotto lo choc
delle clamorose vittorie ottomane in Oriente e manifesta un impaziente desiderio
di vedere in carne ed ossa alcuni esponenti di quella terribile nazione. Per i primi
tre decenni del secolo, che vedono susseguirsi abbastanza frequenti le missio-
ni turche sulle lagune, possediamo l’incomparabile testimonianza dei Diarii del
Sanuto, osservatore infaticabile, minuzioso e vivace di grandi eventi politici e
militari ma anche di quotidiani fatti di cronaca e di costume. Accolto da un’eletta
schiera di gentiluomini vestiti di panno scarlatto il chiaus viene alloggiato in una
casa patrizia appositamente scelta, si reca con grande solennità all’udienza in
Collegio e al momento del congedo viene onorato con ricchi doni e una somma
di denaro che varia a seconda delle circostanze e della dignità della persona.81 Il

80. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 27, parte I, c. 31v.


81. Nel Cinquecento si va da un minimo di 300 ad un massimo di 500 ducati per i dignitari di
grado più elevato, più le spese per il seguito. Cfr. ASV, Cerimoniali, reg. I, cc. 47, 79, 90-92, 116-
117, 127, 137; reg. II, cc. 25, 63-64; reg. III, cc. 11, 13, 14, 16, 44, 224, 226.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 75

Senato ha ben presente, al di là degli aspetti folkloristici della cerimonia, il pre-


minente valore politico della visita, sa che quando il chiaus è, come Alì Mahmut
bey nell’ottobre 1517, «homo di gran conto», è regola di buona politica «care-
zarlo e fargli un bel presente a ziò fazi bona relation»,82 per cui è comprensibile
l’indignazione per l’increscioso episodio successo nel dicembre del 1518 quando
solo due patrizi gli fanno corona all’arrivo e per di più «vestiti di negro che fu
gran vergogna al Stado».83 Se il Senato sta ben attento a valorizzare tutte le im-
plicazioni politiche dell’arrivo di un qualificato rappresentante del Sultano, tanto
da compiacerlo persino con la liberazione di banditi a lui cari,84 è logico che gli
abitanti di Venezia siano attirati e colpiti dagli aspetti più curiosi e strani di questo
misterioso uomo dell’Oriente.
Quando Alì bey attraversa piazza S. Marco nel febbraio 1514 «ognun cor-
reva a vederlo» e la sua passeggiata in compagnia del seguito «era bel veder»,
scrive il Sanuto, che indugia con compiacimento a descriverne lo splendido ed
esotico abbigliamento, cui fa talvolta da contrappunto l’incedere maestoso e «in
ciera molto superbo».85
«È bellissimo homo, grando e grosso biancho et bello di faza, ma è venuto
qui per spiar», così il Sanuto sintetizza nel 1522 i sentimenti suoi e della classe
dirigente veneziana di fronte ad un oratore turco86 e anche in altre occasioni la sua
penna colorita si sofferma ad indagare la cultura, la vivacità e l’esperienza di quei
pittoreschi inviati del sultano. Sia che lo reputi uomo di poco conto o addirittura
«uno schiavo di pocha reputazion» sia che ne apprezzi l’intelligenza, la civiltà e
la pratica delle lingue, il Sanuto non ha mai parole di sprezzo nei confronti del
chiaus turco, venuto a Venezia a portare le offerte di pace e la testimonianza di un
impero il cui aiuto egli non poteva dimenticare di aver invocato, sia pure vana-
mente, nei terribili giorni di Agnadello. Ne ricorda con stupore gli usi barbarici,
come l’offerta della testa di un nemico vinto in battaglia o le irritanti proteste e
lamentele per l’entità del donativo,87 ma se questi aspetti più negativi della loro
personalità e dei loro costumi lo confermano nella sua convinzione di appartene-
re ad una civiltà superiore, il suo pensiero e il suo ricordo vanno anche con una
punta di soddisfazione ad alcuni esemplari casi di amicizia tra veneziani e diplo-

82. Sanuto, I Diarii, XXV, col. 47.


83. Ibidem, col. 275. Già nel passato la Signoria ha dovuto lamentare l’assenza di molti gen-
tiluomini e così con l’occasione viene deciso di imporre delle pene agli assenti.
84. Nel giugno del 1525 il chiaus Heinechen chiede la liberazione di un certo Perin da S. Ste-
fano, che asserisce essere suo parente, e di altri condannati per contrabbando minacciando di non
partire se non sarà esaudito (Sanuto, I Diarii, XXXIX, coll. 87, 94). Casi simili nel 1517 e 1518 (I
Diarii, XXV, col. 73, XXVI, col. 403).
85. Sanuto, I Diarii, XVII, col. 525, XXXIV, col. 48.
86. Sanuto, I Diarii, XXXIII, col. 441.
87. Nell’agosto del 1516 Mustafà porta in dono al collegio la testa di un capo persiano (Sanu-
to, I Diarii, XXII, col. 460). Spesso i chiaus di rango meno elevato rifiutano un donativo inferiore a
quello concesso al loro predecessore; nel dicembre 1514 il chiaus Mechanets Pachmogam minaccia
addirittura di non partire se non verranno soddisfatte le sue richieste e provoca una protesta del
bailo a Costantinopoli (I Diarii, XIX, col. 309, 366).
76 Venezia e i Turchi

matici turchi. Nel maggio del 1522 quando il nobile Giovan Francesco Mocenigo
apprende che è tornato a Venezia il chiaus Chalil con cui ha stretto amicizia due
anni prima, si muove da Mestre dov’è podestà e capitano, e si trattiene qualche
giorno con lui. Questo oratore turco, di cui il Sanuto menziona con ammirazione
la perfetta conoscenza del latino, doveva essere un uomo aperto e cordiale, ric-
co di fascino e comunicativa, perché anche un altro patrizio veneziano, Valerio
Marcello, allora savio di terraferma, ospitandolo nella sua casa per ordine del
Senato, gli si lega con tanta confidenza da cedergli un disegno della Dalmazia
e dell’Istria, generoso gesto di amicizia che per poco non gli attira i fulmini del
Consiglio dei Dieci.88
L’accoglienza di Venezia ai chiaus più ragguardevoli non si limita all’onorata
ospitalità in casa di qualche cospicua famiglia patrizia e alle cerimonie ufficiali in
Collegio, ma comprende anche, spesso su richiesta degli stessi oratori, visite a mo-
numenti e palazzi della città e veri e propri ricevimenti che offrono alla nobiltà e,
di riflesso anche al popolo, l’opportunità di conoscere più da vicino questi superbi
rappresentanti del Gran Signore. La basilica, il campanile di S. Marco e la chiesa
di S. Giovanni e Paolo sono le prime mete dei chiaus, desiderosi anche loro, come i
viaggiatori europei a Costantinopoli, di profittare di un’occasione quasi unica nella
loro vita per ammirare le bellezze artistiche di una città famosa e temuta anche nella
loro patria. Nei loro gesti e nelle loro espressioni (S. Marco «è stà fato sì bello»,
l’Arsenale «li parse una bellissima cossa») sorprendiamo una gamma di impressio-
ni e di sentimenti che sono singolarmente simili a quelli dei veneziani che in quegli
anni visitano la splendida capitale dell’impero ottomano.89
La vivace curiosità tipica di persone colte ed esperte di uomini e cose spinge
i chiaus ad allargare il loro interesse anche alle parti di Venezia attive e pulsanti
di vita, Rialto, rigogliosa di attività commerciale, e l’Arsenale, celebre in tutto il
mondo e oggetto di ammirazione e di invidia anche a Costantinopoli.90 Sempre
il Sanuto ci ha lasciato alcune pagine di suggestivo interesse sulle esperienze
veneziane dei chiaus Alì Mehemet bei nel 1517 e Heinechen nel 1525. Il pri-
mo, «homo sagaze, cativo», visitando la città tempesta di domande geografiche
e militari i suoi accompagnatori, il secondo assiste da sopra S. Marco, insieme
al dragomanno Todaro Paleologo, alla processione del Corpus Domini, cui però
preferisce le giostre di cavalli sulla piazza.91 Nonostante il richiamo che eserci-
tano sulla popolazione per lo sfarzo delle vesti, l’atipicità dei costumi esotici e

88. Sanuto, I Diarii, XXXIII, coll. 266, 278-279, 309. Nel febbraio del 1514 viene vietato a
Francesco Contarini detto Sophì, già dragomanno a Costantinopoli, di incontrarsi col chiaus Alì bey
in visita a Venezia, proprio in ragione dell’amicizia che li unisce (I Diarii, XVII, col. 525).
89.  Sanuto, I Diarii, XXV, col. 73, XXXIX, col. 48. Nell’agosto 1519 Mustafà bey vuole
visitare Padova (I Diarii, XXVII, coll. 550, 593).
90. Nel 1525 per la visita del chiaus Heinechen Rialto viene «ben conzata et etiam per drapa-
ria, qual tutte le boteghe de pani fo conzà con tapezarie» (Sanuto, I Diarii, XXXIX col. 42), mentre
nel 1514 all’Arsenale viene offerto un gran rinfresco con grandiosi addobbi, balli e giochi di buffoni
(I Diarii, XVII, col. 543).
91. Sanuto, I Diarii, XXV, col. 73, XXXIX, col. 78.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 77

l’apparato pubblico che le accompagnano, le visite diplomatiche di chiaus turchi


sono troppo rare e fugaci per dare ai veneziani un’immagine sicura e persuasiva
della vita e mentalità del popolo turco.
Notizie e impressioni sulla nazione ottomana i Veneziani avrebbero potuto
assumere dagli schiavi catturati nelle frequenti e lunghe guerre, ma una serie
di circostanze politiche impedisce il formarsi nella capitale di una consistente
comunità servile. Molti tartari e pochi turchi costituiscono il grosso degli schia-
vi già nel Medioevo92 ma anche in età moderna l’uso di scambiare per intero
i prigionieri di guerra dopo la conclusione delle paci oppure la loro sbrigativa
eliminazione, quando si tratta di ufficiali o comunque di quadri dirigenti, limita a
qualche anno di permanenza nelle galere, lontano quindi dai contatti con la popo-
lazione, il soggiorno di soldati turchi in terra veneziana.93 La sporadica presenza
di qualche schiavo turco in qualche famiglia patrizia passa quasi inosservata così
come un’eco assai limitata lascia anche il passaggio in territorio veneto di quella
strana figura di avventuriero e pretendente al trono turco che è Dâvûd-Čelebi, pro-
tagonista di un’esistenza turbinosa e vagabonda dopo la caduta di Costantinopoli
e morto in solitudine e miseria a Sacile.94
È invece alla sua funzione di polo di irradiazione del commercio tra l’Europa
e l’Oriente che Venezia deve sin dall’inizio del secolo XVI la presenza di una co-
lonia di mercanti turchi che però non raggiunge mai le dimensioni e l’importanza
di analoghi insediamenti veneziani a Costantinopoli e in altre città del Levante.
La preminenza quasi assoluta esercitata per lungo tempo dai Veneziani nel com-
mercio con l’impero ottomano ha relegato in secondo piano il ruolo dei mercanti
turchi, anche perché spesso nel Cinquecento e Seicento una buona fetta del com-
mercio di esportazione dalla Turchia e dalla penisola balcanica è nelle mani di
ebrei e slavi. In effetti i mercanti turchi che operano a Venezia sono sempre in
numero abbastanza ridotto, sia che teniamo conto solo dei Turchi «asiatici» sia
che comprendiamo anche «bossinesi et albanesi», e non riescono mai a costituire

92. V. Lazari, Del traffico e delle condizioni degli schiavi a Venezia nei tempi di mezzo, in
Miscellanea di storia italiana, Torino 1862, p. 470.
93. Subito dopo Lepanto il Consiglio dei Dieci ordina al capitano generale da mar di metter
le mani sul maggior numero possibile di capi militari turchi e di farli morire «con quel cauto et
secreto modo che vi parerà (ASV, Consiglio dei X, Parti secrete, reg. 9, c. 182). In questa occasione
però l’ordine non viene eseguito e i prigionieri sono divisi tra i vincitori. Istanze di liberazione,
memoriali in turco e altri documenti pertinenti a schiavi ottomani si trovano numerosi nell’archivio
dei bailo e in vari altri fondi dell’archivio di stato di Venezia. A titolo di esemplificazione numerica
si può ricordare che nel 1699 su tutte le galere e galeazze venete sono imbarcati 894 schiavi turchi
(ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 306).
94. Babinger, Dâvûd-Čelebi un pretendente al trono ottomano morto a Sacile, in «Ce fastu?»,
XXXIII-XXXV (1957-1959), n. 1-6, pp. 11-22, traduzione di Lina Gasparini da «Sudöst-Forschun-
gen», XVI (1957), pp. 297-312. Altro pretendente al trono ottomano protetto da Venezia è quel
Jahja figlio di Elena Comnena di Trebisonda e di Maometto III, che al culmine delle romanzesche e
complicate vicende della sua vita infaticabile e tumultuosa, serve le insegne di S. Marco durante la
guerra di Candia. Cfr. il saggio, agiografico e denso di esagerazioni retoriche, di V. Catualdi (in real-
tà Oscarre de Hassek), Jahja dell’imperial casa ottomana od altrimenti Alessandro conte di Monte-
negro ed i suoi discendenti in Italia, Trieste 1889 (in part. le pp. 192, 261-264, 278-286, 535-537).
78 Venezia e i Turchi

una cospicua ed influente colonia come gli Ebrei e i Tedeschi. Comunque la loro
attività a Venezia è ampiamente documentata e possiamo seguirla per tutto l’arco
dell’età moderna nonostante le frequenti interruzioni causate dalle guerre.
I Turchi sono gli ultimi a comparire sulla piazza di Venezia, dove invece
sin dall’ambasciata di Caterino Zeno ad Hussun Cassan hanno ottenuto favori e
privilegi gli armeni, ma è naturalmente dopo la progressiva avanzata ottomana in
Asia Minore e nella penisola balcanica che essi cominciano ad esercitare anche
il commercio con l’Europa, individuando sin dall’inizio in Venezia una sede pri-
vilegiata per la posizione geografica e l’ininterrotta tradizione di scambi sin dai
tempi delle Crociate. La magistratura dei cinque Savi alla mercanzia istituita nel
1506 per rimediare alla decadenza del commercio in conseguenza delle grandi
scoperte geografiche, ci ha conservato preziosi documenti sulla loro attività che
pone molto presto spinosi problemi religiosi e politici alle autorità veneziane.95
Sin dal 1516 vengono segnalati nel quartiere dei SS. Giovanni e Paolo e poi in
Cannaregio mercanti turchi96 che alloggiano presso privati e osterie o «in casa
per lo più di donne di malla professione».97 Nel cinquantennio che precede la
battaglia di Lepanto le notizie sulla loro presenza a Venezia, pur frammentarie ed
occasionali, sono abbastanza numerose: il 14 settembre 1537 sappiamo dell’ar-
resto di un gruppo di loro,98 di un altro nucleo attivo nel periodo precedente la
battaglia della Prevesa siamo informati nel 1541,99 il 16 settembre 1546 il Senato
accorda protezione ad un mercante reo di alcune scorrettezze100 ed infine il 23
luglio 1563 sono gli stessi Savi alla mercanzia ad occuparsi di una vertenza tra
turchi e inservienti veneziani.101
A «Mori et Turchi» accenna genericamente il 22 febbraio 1567 il nunzio
Facchinetti riferendo sugli allievi della scuola dei catecumeni, mentre due anni
dopo, il 19 ottobre, parla senz’altro, forse con un po’ di esagerazione, di una
«moltitudine di Turchi» che capita di continuo a Venezia e potrebbe offrire ai
Gesuiti un fecondo terreno di lavoro missionario.102 La più preziosa testimonianza
sull’esistenza di una colonia mercantile turca a Venezia ci è offerta all’inizio della
guerra di Cipro quando il Senato, avuta notizia dell’arresto del bailo Barbaro e
dei mercanti veneziani di Costantinopoli, decide di

95. Sulla magistratura dei cinque Savi alla mercanzia v. M. Borgherini Scarabellini, Il magi-
strato dei Cinque Savi alla Mercanzia, Venezia 1925.
96. S. Romanin, Storia documentata di Venezia, II, Venezia 1854, p. 365.
97. BMC, mss. P.D., 740, c. II.
98. ASV, Senato Mar, reg 24, c. 69v. Ringrazio il prof. Mahmut Sakiroglu di Ankara per que-
sta segnalazione e per la gentile traduzione dell’articolo di Serafettin Turan, Venedikte Turk Ticaret
Merkezi, Fondaco dei Turchi (La colonia mercantile turca a Venezia), in «Belleten», 32, pp. 247-
283, che peraltro non dà notizie di particolare novità ed interesse.
99. ASV, Senato, Secreta, reg. 61, c. 75. Il 29 marzo di questo stesso anno si prescrive che ai
contratti stipulati con i Turchi assista un interprete di fiducia.
100. ASV, Senato Mar, reg. 29, c. 8.
101. ASV, V Savi alla Mercanzia, n. s., b. 186.
102. Nunziature di Venezia, vol. VIII, a cura di A. Stella, Roma 1963, p. 177; vol. IX, Roma
1972, p. 143.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 79

fare l’istesso in Vinetia de’ sudditi Turcheschi et delle mercantie loro, che erano in
quella città, accioché in ogni caso le persone et facultà di questi rendessero più facile
la recuperatione de’ nostri huomini et de’ loro haveri.103
Il loro numero ed il valore delle mercanzie dovevano essere abbastanza co-
spicuo se nella primavera del 1571 Mehemet Bassà propone a Venezia lo scambio
alla pari con i veneziani e i loro beni trattenuti a Costantinopoli, anche se non è da
escludere che la Porta fosse in realtà molto più interessata ai rilevanti beni degli
ebrei compresi insieme ai turchi nell’operazione.104 In ogni caso la loro condizio-
ne di prigionieri non è particolarmenti dura; vengono concentrati nella casa del
Barbaro bailo a Costantinopoli, e più tardi, nel maggio del 1571, è loro permesso
di riprendere le operazioni commerciali in Rialto probabilmente in cambio di
analoga concessione ai veneziani della capitale ottomana.105 Quando giunge la
notizia della vittoria cristiana a Lepanto la comunità turca si abbandona a scene
clamorose di disperazione, tipicamente orientali nella loro teatralità: i mercanti
fuggono da Rialto, si chiudono in casa per quattro giorni temendo di essere lapi-
dati dai bambini, si rotolano per terra, si battono il petto, si radono i mustacchi,
si graffiano il viso e le carni.106 Il timore di rappresaglie da parte del governo e
della popolazione si rivela del tutto infondato, anche perché la situazione politica
evolve ben presto verso la dissoluzione della lega cristiana e la pace del 7 marzo
1573 pone fine ad ogni preoccupazione e apre anzi un periodo in cui la presenza
a Venezia di uomini d’affari turchi cresce continuamente tanto che nel dicembre
del 1581 il Senato informa il bailo che «si contratta con innumerevoli sudditi di
sua maestà per summe importantissime de danari» e nel 1587 si rende necessario
aumentare da uno a due i dragomanni addetti ai loro negozi.107 I molteplici pro-
blemi posti dal soggiorno di una crescente colonia islamica inducono il governo
veneziano a considerare l’opportunità di dotare i Turchi di un fondaco autonomo
sull’esempio di quello celebre e da tempo funzionante riservato ai Tedeschi. Se-
condo una notizia del nunzio Giambattista Castagna i Turchi si sarebbero mossi
già nell’agosto 1573, dunque a pochi mesi dalla conclusione della guerra, per
ottenere «per commodità delle mercantie un luogo proprio come hanno li Giudei
il loro ghetto»108 ed è probabilmente in seguito a questa iniziativa che il 28 set-

103. P. Paruta, Historia della guerra di Cipro, Venetia 1615, p. 35. Con l’occasione è catturato
e trattenuto a Verona nel castello di S. Felice sino alla fine della guerra il chiaus Mamut bey, diretto
in Francia; insieme ai Turchi vengono arrestati anche gli Ebrei accusati dai Veneziani di aver pro-
mosso la guerra (Nunziature di Venezia, IX, pp. 368 e 226).
104. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 4, c. 27. Particolari sulla trattativa in
Nunziature di Venezia, IX, p. 456.
105. Ibidem, p. 502.
106. A. Sagredo, F. Berchet, Il Fondaco dei Turchi a Venezia. Studi storici ed artistici, Milano
1860, p. 24. Cfr. anche G.B. Gallicciolli, Delle memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche,
Venezia 1795, I, p. 101, II, pp. 277-278.
107. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 6, c. 55, Archivio delle Arti, Senseri, b.
53 (fasc. 40).
108. Nunziature di Venezia, IX, p. 69. L’attiva presenza di una comunità ottomana a Venezia
negli anni posteriori al 1573 è testimoniata dalle ricche eredità di alcuni mercanti deceduti nel
80 Venezia e i Turchi

tembre dell’anno successivo il greco Francesco di Dimitri Litino si fa avanti, for-


te anche della sua conoscenza degli usi e costumi turchi, con una lettera al Doge
che sottolinea gli inconvenienti della dispersione dei turchi per la città. Da un lato
infatti i mercanti ottomani non mancano di «rubbar, il condur via garzoni, usar
con donne christiane», dall’altro essi stessi spesso «alloggiano rubbati et assassi-
nati», per cui sull’esempio di quanto si è fatto in Levante per i mercanti cristiani
propone di provvedere la «Nazione Turchesca di un lor ridutto et Albergo partico-
lare». Si offre di aprire e gestire la nuova casa e suggerisce di far fronte alle spese
introducendo una tassa ad personam e un diritto fisso di 4 soldi per ogni balla di
mercanzia.109 La proposta viene accettata e il 16 agosto 1575 il Senato veneziano,
preoccupato che i turchi non siano derubati dei loro averi «da che ne seguirebbe
travaglio e forse danno al Pubblico» e soprattutto sollecito dell’«honor del Signor
Iddio», delibera di concentrare tutti i mercanti in un’unica casa affidando ai sette
savi di Rialto e al dragomanno Michele Membre il compito di reperire un edificio
adatto.110 Il 4 agosto 1579 viene scelta l’Osteria dell’Angelo offerta da Bartolo-
meo Vendramin che per anni diviene la prima sede del Fondaco dei Turchi, ma
si rivela subito troppo piccola per dare alloggio ai mercanti carichi di voluminosi
bagagli e accompagnati da molti servitori. I modesti locali sono in grado di ospi-
tare solo i Turchi «Bossinesi» e «Albanesi» mentre quelli «asiatici», peraltro già
allora in numero inferiore, continuano a prendere alloggio in alberghi e case pri-
vate della città suscitando lamentele e proteste per il loro comportamento, come
si intuisce da due deliberazioni del Senato, rispettivamente in data giugno 1588 e
28 marzo 1589. D’altra parte vivere isolati in una grande città cristiana abitata da
una popolazione che non ha ancora dimenticato del tutto le ebbrezze e i momenti
di esaltazione antiturca dei giorni di Lepanto non è senza inconvenienti per i mer-
canti ottomani che talvolta vengono insultati per la strada da «gente popular». Le
intemperanze del popolo sono severamente represse dal governo che nell’agosto
del 1594 fa emanare dagli Avogadori di Comun un proclama che commina il
bando, la galera e la prigione a chiunque darà loro modestia con parole o fatti,
riconfermando la volontà della Repubblica che essi «possino vivere et negotiar
quietamente et con satisfattione come hanno fatto fin hora».111
Matura così l’idea di reperire un più ampio edificio per soddisfare le crescen-
ti esigenze ma la proposta suscita vivaci polemiche come si desume da un’inte-
ressante scrittura anonima presentata al governo il 13 aprile 1602 nell’intento di

biennio 1577-1578; cfr. I libri commemoriali della Repubblica, VII, pp. 16, 21. Cfr. anche ASV,
Notatorio di Collegio, reg. 42, c. 191v.
109. ASV, V Savi alla Mercanzia, b. 187, n.s., fasc. I. Forse questo Francesco di Dimitri Liti-
no è quello stesso Demetrio Francesco incarcerato per alcuni giorni nell’agosto del 1573 per aver
affittato una stanza ad alcuni turchi che stavano per condurre clandestinamente in Oriente un certo
Giorgio (ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 35).
110. ASV, V Savi alla Mercanzia, n.s., b. 187. Non sembra che tra le preoccupazioni del Sena-
to ci sia stata la possibilità di azioni di spionaggio da parte dei Turchi, da cui invcce era letteralmen-
te ossessionato il nunzio Giambattista Castagna (Nunziature di Venezia, IX, pp. 283, 295).
111. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 8, cc. 156v-157r.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 81

contrastare il progetto di istituzionalizzazione del Fondaco dei Turchi.112 L’ignoto


oppositore chiede che il Senato neghi ai Turchi la concessione del fondaco svol-
gendo una serie di considerazioni che lo indicano come persona tormentata da
scrupoli religiosi ma anche attenta alle vicende politiche ed economiche della Re-
pubblica. L’unione di molti turchi in un unico ambiente sarà molto pericolosa, si
assisterà addirittura all’erezione di moschee e si dovrà ammettere l’adorazione di
Maometto con scandalo ben maggiore di quello provocato da Ebrei e dai Tedeschi
di religione riformata. La condotta dissoluta e immorale dei Turchi trasformerà
il fondaco in un «redotto de viziosi et sentina de sporchezzi» ed inoltre questa
perniciosa «novità» favorirà le mire politiche dei Turchi che, guidati da un unico
sultano e forniti di grande potenza navale, sono in grado di danneggiare Venezia
ben più degli Ebrei che sono «senza capo o principe alcuno» e vanno «depressi
per il mondo». Infine nessun vantaggio commerciale si aspetti il governo perché
da Costantinopoli giungono tramite i Turchi solo mercanzie di scarso valore, anzi
questa concessione spingerà altri stranieri a fare analoga richiesta oberando lo
stato di nuove spese sino a ridurlo alla rovina. Nonostante queste opposizioni
l’idea di destinare una sede più ampia e decorosa ai mercanti turchi di Venezia
guadagna i cinque Savi alla mercanzia che sin dal 20 marzo 1608 mettono l’oc-
chio sull’ex palazzo del duca di Ferrara situato in contrà S. Giacomo dell’Orio
sul Canal grande. In questa occasione l’interprete dei Turchi Nores, riprendendo
l’idea di alcuni veneziani di erigere ex-novo un grande fondaco «con stanzie,
volte, magazzeni, appartamenti et altre commodità» sul modello di quello dei
Tedeschi, si preoccupa anche di trovare il terreno a ca’ Miliani in S. Giovanni Cri-
sostomo, ma sia per l’eccessivo costo dell’iniziativa sia per i malumori di qualche
patrizio forse non insensibile agli argomenti della lettera del 1602, non se ne fa
nulla e così l’11 marzo 1621 il Fondaco dei Turchi viene definitivamente stabilito
nella nuova sede, dove gradualmente il Senato fa trasferire i mercanti «asiatici»
sparsi per la città nonostante il tentativo di alcuni di loro di sottrarsi alle precise
disposizioni emanate per l’occasione.113
Ad affrettare la decisione concorrono la preoccupazione di sottrarre i Turchi
alle vessazioni cui in alcuni casi vanno soggetti e le proteste del parroco di S.
Matteo per gli «eccessi» di quegli «infedeli» che si ridono e beffano del culto
cristiano e in occasione della festa del santo patrono della chiesa sparano alcuni
colpi di archibugio contro le finestre della chiesa durante la messa solenne ed i
vespri.114 La scelta di una sede ampia e adatta alle necessità del commercio offre
alla Repubblica l’occasione opportuna per disciplinare in modo organico e de-
finitivo il soggiorno del mercanti turchi a Venezia. Il 28 maggio 1621 i cinque
Savi alla mercanzia pubblicano un lungo decreto contenente una serie di minute

112. Attione fatta adì 13 april 1602 che in caso che il Turco richiedesse dalla Signoria che
fosse fatto un fontego per li Turchi che habitano a Venetia, che non sia fatto, contra Andrea Dolfin
de S. Benetto, BMC, cod Cicogna, 2972/17.
113. ASV, V Savi alla Mercanzia, n.s., b. 187, fasc. II.
114. Ibidem. L’episodio sarebbe avvenuto nel settembre del 1619.
82 Venezia e i Turchi

disposizioni che regolamentano sin nei minimi particolari il funzionamento del


fondaco, gli orari della vita quotidiana e le modalità del commercio.115 Il Fonda-
co, distinto anche nella ripartizione dei locali, nelle due comunità dei «Turchi
Asiatici e Costantinopolitani» e dei «Turchi Bossinesi et Albanesi», è dotato di
stanza per alloggio, magazzini, servizi, pozzi. Un custode scelto dal governo vi-
gila sull’ordinato svolgimento della vita, tiene le chiavi del palazzo, chiude e
apre le porte, effettua la pulizia, tiene i pozzi sempre abbondanti d’acqua «acciò
essi Turchi che ne consumano, possino restar soddisfatti», controlla che non ven-
gano introdotte armi, donne, o «persone sbarbate che siano christiani» ed esige
dagli ospiti il pagamento di una tassa precisata in una «tariffa» esposta in sede e
tradotta in turco. A tutela della sicurezza personale dei Turchi era già intervenuta
una legge del 10 gennaio 1612 che comminava pene molto severe a coloro che
avessero osato offendere con parole o fatti i mercanti operanti in città, ma dopo
l’erezione del Fondaco la politica della Repubblica Veneta nei confronti della
comunità ottomana si precisa con estrema chiarezza secondo una linea di inter-
venti che si può emblematicamente riassumere nella celebre frase che conclude
il 9 giugno 1637 un’ennesima deliberazione a loro favore: «ogni commodo è
dovuto à Turchi mercanti che qui trafficano».116 La volontà della Repubblica Ve-
neta di tutelare in ogni modo i Turchi e di favorirne le intraprese commerciali si
può misurare nella frequenza ed incisività dei provvedimenti diretti a snellire e
disciplinare le pratiche burocratiche per l’introduzione e lo scambio delle merci
in arrivo dall’Oriente. Sin dal marzo 1586 erano state emanate norme precise
sulle modalità dell’acquisto, della vendita e della senseria tra veneziani e turchi,
successivamente precisate e completate nel 1641 e 1644 col divieto ai Veneziani
di spedire merci a commissionari di Spalato «a fin che li turchi et altri sudditi tur-
cheschi venghino loro medesimi in questa città a vender e comprare».117 Ulteriori
disposizioni del 1658 e del 1666 non erano però servite ad eliminare gli abusi e
le continue lamentele per i frequenti disordini e le continue contraffazioni di mer-

115. Il decreto in ibidem. Sugli aspetti architettonici ed artistici del Fondaco, oltre al citato
lavoro di Sagredo-Berchet, vedi la tesi di laurea di P. Benvegnù, Il fondaco dei Turchi, Università di
Padova, facoltà di Lettere, a.a. 1970-71, rel. prof. L. Puppi. Un bel disegno dei Fondaco è riportato
nell’appendice del manoscritto Fontego de’ Turchi. Memorie del Fontico de’ Turchi raccolte dal
consiglier Giovanni Rossi, BNM, mss. It., cl. VII, n. MDCCLXXIV (7759), c. 33 dove i Turchi, tre
mercanti più un moro, sono raffigurati col turbante e i soliti enormi mustacchi. Altre immagini del
Fondaco dei Turchi in un’incisione secentesca di Domenico Lovisa e in due dipinti del Settecento,
uno, di autore ignoto, conservato nella villa Giovanelli di Lonigo, l’altro di Michele Marieschi,
attualmente alla pinacoteca del Museo Nazionale di Napoli. Cfr. P. Molmenti, La storia di Venezia
nella vita privata, I, Bergamo 1905, p. 350, III, Bergamo 1906, p. 52, G. Delogu, Pittori veneti del
Settecento, Venezia 1930, p. 112, Sagredo-Berchet, Il Fondaco dei Turchi, appendice.
116. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 24, c. 20v, V Savi alla Mercanzia, n.s.,
b. 186. Per evitare frodi e vessazioni a danno dei Turchi nel 1625 viene vietato ai senseri di con-
durre con sé bravi armati nel Fondaco per prevalere con la forza nelle trattative e si dispone che le
merci vengano estratte solo quando l’acquirente può dimostrare la sua solvibilità (ASV, V Savi alla
Mercanzia, n.s., b. 187, fasc. II).
117. ASV, V Savi alla Mercanzia, n.s., b. 162. Cfr. anche Paci, La «scala» di Spalato e il
commercio veneziano, p. 108.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 83

canzie rendono necessario il 18 settembre 1673 un nuovo e più organico interven-


to legislativo. Per tutti coloro che vendono seta, oro e altre mercanzie orientali
viene ribadito l’obbligo di servirsi degli appositi senseri, di cui viene redatto un
albo a numero chiuso;118 inoltre tutte le transazioni devono essere trascritte in un
Registro de’ contratti turcheschi debitamente bollato. Contemporaneamente en-
trano in vigore norme rigorose sull’arrivo e l’attracco delle navi turche, il periodo
di contumacia in lazzaretto, i rapporti con le magistrature veneziane, le liti e altri
particolari.119
Il favore del governo si manifesta in varie circostanze, nella punizione dei
veneziani rei di delitti contro i mercanti,120 nella scrupolosa cura con cui vengono
inventariati i beni dei Turchi deceduti nel Fondaco, nell’invito ai provvedito-
ri in Dalmazia a scortare le merci dirette a Zara «con fede e sicura cautella»,
nell’impegno a sdrammatizzare le risse e gli incidenti che accadono per motivi di
donne o di denaro. Naturalmente il concentramento di tutti i Turchi in un unico
locale non soddisfa tutti i mercanti, limitati nella loro libertà di movimento dalle
severe norme restrittive del 28 maggio 1621, né elimina d’un colpo i disagi e
gli inconvenienti della vita a Venezia di una comunità così diversa per usi e tra-
dizioni dalla popolazione indigena. Il 14 dicembre 1624 il sangiacco di Secsar
guida in Collegio una folta delegazione di mercanti che protestano di non voler
più rimanere nella casa loro destinta, a causa del pessimo stato di manutenzione,
della lontananza dalla piazza, dell’orario di chiusura troppo limitato e delle offese
cui sono fatti oggetto da parte di «gente trista» che li copre di insulti, molestie e
villanie.121 Il Senato dà una risposta negativa nella sostanza, ma diplomatica ed
interlocutoria nella forma, assicura pronti restauri alla casa, punizioni ai colpevoli
di molestie, un’attenuazione dell’orario e incarica i Savi alla mercanzia di trovare
una soluzione definitiva in collaborazione col dragomanno Salvago e con 3-4
delle persone più influenti del Fondaco, rilevando però nel contempo i pericoli
ben maggiori cui i Turchi sarebbero esposti ad opera di «huomini vagabondi et
scellerati» in caso di libero soggiorno nella città. Questa vertenza, peraltro ra-
pidamente composta, offre al Senato l’occasione per precisare al nuovo bailo a
Costantinopoli Sebastiano Venier le linee direttive della politica veneziana verso
i Turchi che «in buon numero» soggiornano a Venezia: le istanze del sangiacco
sono «indebite», «nuove» e tanto più inopportune in quanto verso i mercanti ot-

118. ASV, V Savi alla Mercanzia, n. s., b. 186.


119. I Turchi tra l’altro fruiscono dei servizi dei dragomanni e di un avvocato pagati con un
terzo delle senserie, secondo una parte del 15 settembre 1595 (ASV, V Savi alla Mercanzia, Drago-
manni - Dulcigno, b. 61, e, n.s., b. 186, Archivio delle Arti, Senseri, b. 53 (fasc. 40). Nuove dispo-
sizioni per snellire le transazioni commerciali vengono emanate il 19 gennaio 1638 (ASV, Senato,
Deliberazioni Costantinopoli, reg. 25, parte I, c. 84v).
120. Tra le carte del bailo c’è ad esempio un bando a stampa del Consiglio dei Dieci, del 19
giugno 1673, contro Benetto Apostoli e Francesco Zerbin di Rialto, rei dell’omicidio di Osman
Bernich e Faslì Isamel, negozianti turchi della Bosnia (ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 1). Un caso
analogo nel settembre 1633 (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 22, parte I, c. 71).
121. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 16, cc. 139-142.
84 Venezia e i Turchi

tomani la Repubblica usa «amorevoli avvertenze, quello che non si accostuma


con altre nationi, che non ci sono così care». Ribadita l’utilità per i Turchi stessi
di dimorare nel Fondaco, protetti «dalli insulti, dalli pericoli di vita et dai rubba-
menti» che certamente li colpirebbero di notte senza alcun rimedio da parte della
giustizia, il Senato conclude invitando il bailo a far presente al Sultano che lo
scopo dei promotori della protesta è di recuperare quella
dannosa libertà, con fini scandalosi, pregiudiciali ai proprij interessi, per commettere
di quelle indecenze scandalose, che si sentivano con nausea a quel tempo, che stava-
no separati et con li pericoli nella propria vita, che provarono in varie occasioni, con
l’asportation furtiva delle loro mercantie et con infiniti altri mali incontri.122
Anche quando le relazioni con l’impero ottomano si interrompono brusca-
mente e divampa la guerra, la Repubblica procede con cautela e moderazione nei
confronti dei mercanti turchi sorpresi a Venezia dallo scoppio delle ostilità, sia
per non danneggiare con provvedimenti precipitosi e dettati dall’ira la posizio-
ne della ben più numerosa comunità veneziana in Oriente, sia per non tagliare
completamente i ponti con un nucleo di negozianti che da un trattamento troppo
brusco e violento può essere indotto in futuro a preferire altre piazze dalmatiche
o italiane. È sintomatica a questo proposito la reazione del Senato all’improvvisa
e in parte imprevista aggressione a Candia nel 1645: ai mercanti turchi che sono a
Venezia in numero di 60 non verrà usata alcuna violenza almeno finché altrettan-
to sarà fatto ai veneziani a Costantinopoli, perché non si desidera essere i primi a
interrompere la libera contrattazione.123 Quando però lo scontro tra le due nazioni
tende ad inasprirsi le misure restrittive della libertà personale si rendono inevita-
bili e portano alla completa chiusura del Fondaco che solo qualche tempo dopo la
conclusione della pace comincia lentamente a ripopolarsi.124
I lunghi periodi di chiusura provocano però un progressivo sfacelo dell’edi-
ficio che già nel 1670 è ormai così vecchio e cadente da far temere un crollo, ma i
proprietari, malgrado le ripetute istanze, rifiutano di operare i restauri sostenendo
che lo scarso afflusso dei mercanti rende poco fruttuoso l’esercizio del fondaco
e si deve arrivare al 1740 perché, di fronte ad una supplica sottoscritta da ben 50
ospiti che lamentano gli eccessivi canoni di affitto e le cadenti condizioni dello
stabile, i Savi alla mercanzia effettuino un’ispezione e, dopo una lunga lite con i
Pesaro, padroni del locale, riescano a ottenere l’esecuzione di alcuni lavori.125 In

122. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 16, cc. 142-143.


123. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 28, parte II, cc. 63, 64r, 75r. Ancora
nel novembre dello stesso anno, quindi a più di tre mesi dall’inizio del conflitto, il Senato assi-
cura al bailo che «li mercanti turchi qui dimoranti godono tuttavia il beneficio d’ogni meglior
trattamento» (c. 73v).
124. Durante la guerra di Candia il Fondaco viene destinato ad alloggio dei Persiani che però
rifiutano tenacemente di abitarvi; alcuni per sottarsi all’obbligo lasciano addirittura Venezia (ASV,
V Savi alla Mercanzia, b. 187, n. s., fase. III).
125. I lavori in effetti vengono eseguiti solo una decina di anni dopo (ASV, V Savi alla Mercan-
zia, n. s., b. 187, fase. III; cfr. anche mss. P. D., 740/c della Biblioteca del Civico Museo Correr). Altri
restauri di minore entità seguono nel 1768 (ASV, V Savi alla Mercanzia, Diversorum, b. 373, f. 131).
Realtà e mito del turco nella società veneziana 85

effetti già dalla fine del Seicento l’importanza della comunità mercantile islamica
a Venezia va progressivamente diminuendo, in conseguenza della grave depres-
sione economica che nel secolo XVII colpisce contemporaneamente la Repubbli-
ca Veneta e l’impero ottomano. L’inflazione galoppante, il pauperismo, le rivolte,
le manipolazioni monetarie, il deficit di bilancio hanno profonde ripercussioni
anche sull’interscambio veneto-turco e quindi anche sulla vitalità del commercio
estero ottomano, sempre più ridotto all’esportazione di materie prime. Il primo
campanello d’allarme suona già dopo la pace di Carlowitz, quando a Venezia ci
si accorge che il ritorno dei mercanti turchi non è così rapido come nel passato,
anche perché alcuni di essi hanno trovato vari espedienti per spedire mercanzie
tramite corrispondenti o agenti, evitando così un diretto soggiorno sulla lagu-
na.126 Passato qualche tempo i mercanti Turchi ricompaiono in gran numero sulla
piazza di Venezia ma la loro composizione etnica sta mutando sensibilmente. Gli
«asiatici» che erano sempre stati una minoranza, scompaiono quasi del tutto e
prevalgono invece nettamente gli scutarini, i dulcignotti e i balcanici in genere127
e non sono sempre persone abili e intraprendenti, tanto che il 10 dicembre 1750 il
custode del Fondaco nota malinconicamente come «da molto tempo in qua sem-
pre più si accresca la feccia di nuovi Turchi .[…] più servitori che mercanti».128
Il mutamento qualitativo nelle merci e negli uomini ospitati nel Fondaco
non tarda a produrre conseguenze negative anche nella vita stessa della comunità
islamica: le disposizioni sul soggiorno dei Turchi in città cadono in desuetudine,
molti mercanti alloggiano in case private, girano per la Terraferma senza per-
messo e frequentano liberamente locali pubblici nonostante le esplicite norme in
contrario.129 Elementi torbidi ed inquieti provocano incidenti, evadono il dazio,
creano difficoltà ai loro connazionali, favoriti dalla carenza di controllo al Fon-
daco dove spesso manca il custode e penetrano individui disonesti e abituati a
vivere d’espedienti.130 L’unica attività praticata in continuazione e grande stile
dagli ospiti del Fondaco è per tutto il Settecento il contrabbando di tabacco. Già

126. Un decreto dei Savi alla mercanzia dell’8 giugno 1701 vieta questa pratica (ASV, V Savi
alla Mercanzia, n.s., b. 187, fasc. III).
127. Tra i 29 Turchi deceduti a Venezia tra il 1707 e il 1764 neppure uno è «asiatico» (ASV,
Provveditori alla Sanità, Necrologi Ebrei-Turchi 1707-1764, b. 998).
128. BMC, mss. P. D., 740/c. Forse la lamentela è da collegarsi alle clamorose contraffazioni
operate nel Fondaco l’anno prima (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 46, c. 53v).
129. ASV, V Savi alla Mercanzia, b. 966. Il 13 settembre 1765 marinai ottomani della saica
«Santi 40» eludono le leggi che vietano ai legni turchi di avvicinarsi alla città e di giungere a Castel-
lo e provovano gravi incidenti con alcuni barcaroli (ASV, V Savi alla Mercanzia, Scritture (1764-
1767), reg. 191, cc. 99r-100). Di un turco che abitava alla Giudecca, fuori quindi del Fondaco,
riferisce un procedimento giudiziario del 1775 (P.G. Molmenti, Un curioso processo del sec. XVIII,
in «Archivio veneto», XVIII/35 (1888), parte 1, p. 176). Una zuffa tra Turchi e soldati al Lido è
ricordata nel luglio 1750 (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 46, cc. 92-93, 95).
130. ASV, V Savi alla Mercanzia, n.s., b. 187 e 966. Un caso particolarmente clamoroso è
quello di Aidar Lezzi, individuo «torbido, violento» e di «pericoloso carattere», debitore insolvente
e autore di numerose malefatte e «arditi trapassi»; il 24 maggio 1783 i Savi lo fanno arrestare, con
l’intenzione di imbarcarlo a forza per Zara e poi consegnarlo al bassà di Scutari (ASV, Senato, De-
liberazioni Costantinopoli, reg. 55, parte II, cc. 68-69, reg. 56, parte II, cc. 42-43).
86 Venezia e i Turchi

nel maggio del 1729 un’inchiesta dei Savi alla mercanzia accerta «frequenti pu-
bliche et abbondanti» introduzioni di tabacco, che viene custodito nelle camere
dove se ne fa quasi pubblico smercio giorno e notte, ma neppure lo sfratto dei tre
più attivi promotori dell’organizzazione, che provvede addirittura della preziosa
foglia le case di privati veneziani, arresta l’illecita attività che continua pressoché
indisturbata anche negli anni seguenti.131 Spacciatori scutarini, particolarmente
abili e decisi nella loro attività, vanno e vengono per la città, non si curano di
consuetudini e di leggi e noleggiano veloci barche per estendere i traffici sino alle
bocche del Piave.132
Nel maggio del 1746 l’audacia di un gruppo di contrabbandieri arriva al pun-
to di aggredire con le armi alcune guardie armate lasciando sul campo un ferito
e questa volta il fatto è troppo clamoroso (vi è coinvolto anche il dragomanno
Volta) perché il pur tollerante governo veneziano non sia costretto ad intervenire.
I Savi alla mercanzia convocano il custode del Fondaco a render ragione della sua
negligenza, affidano ad un uomo di fiducia l’incarico di far comprendere ai rei «la
gravità del trappasso», che alla frode del dazio ha congiunto l’uso di armi contro
la polizia, fa loro sottoscrivere una carta in cui ammettono la loro responsabilità
e poi li costringe ad imbarcarsi per Senigallia.133 I tentativi di riportare l’ordine e
l’antica operosa attività cozzano contro una realtà umana ed economica che non
può che riprodurre a distanza di poco tempo gli abusi ripetutamente lamentati,
tanto che il 24 settembre 1753 Savi sono costretti ad ammettere che il Fondaco
dei Turchi è ormai «sede e asilo sicuro» di ogni genere di contrabbando e so-
prattutto del tabacco che vi viene quotidianamente venduto «impunemente come
se fosse una bottega del partito».134 D’altra parte quei mercanti turchi che conti-
nuano ad esercitare un onorato commercio lamentano «indiscretezza» e «mala
fede» nei senseri veneziani che consegnano spesso merci in quantità inferiore
o danneggiate rispetto al pattuito. I Savi alla mercanzia, una delle magistrature
veneziane che dimostra maggior dinamismo anche negli ultimi anni di vita del-
la Repubblica, intervengono più volte per stroncare il contrabbando e rinnovare
i decreti sull’obbligo di soggiorno nel Fondaco, e ribadiscono il loro impegno
per il restauro dei locali del Fondaco135 e l’accoglimento di alcune ragionevoli
richieste dei più attivi operatori economici ottomani.136 Allo scopo di riordinare le

131. ASV, V Savi alla Mercanzia, Risposte (1729-1733), b. 177, cc. 24-25, 33v-34r, 37v-38.
132. ASV, V Savi alla Mercanzia, Risposte (1729-1733), b. 177, cc. 64, 68, 93-95.
133. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 45, parte II, cc. 92-94, 98. Quanto i
Turchi si sentano intimoriti dei provvedimenti dei Savi dimostra un episodio accaduto solo tre mesi
dopo, l’11 agosto 1746, quando un gruppo di loro rifiuta di esibire le bollette del dazio agli ufficiali
di barca e impiega armi da fuoco per impedire i controlli dei doganieri (c. 101).
134. ASV, V Savi alla Mercanzia, Scritture (1753-1755), reg. 184, cc. 21-22.
135. ASV, V Savi alla Mercanzia, b. 966, 8 agosto 1768. Il reiterato divieto di introdurre armi
e il continuo ripetersi di misure per prevenire abusi e disordini dimostrano l’inefficacia degli ordini
(ASV, V Savi alla Mercanzia, Diversorum, b. 348, c. 12, b. 380, c. 27). Le disposizioni sulla vita
nel Fondaco vengono rinnovate per l’ultima volta il 15 settembre 1794.
136. È il caso, il 23 febbraio 1764, delle lamentele di due importatori di bovini per le esagerate
pretese dei fanti di sanità e, il 26 settembre dell’anno successivo, delle proteste di alcuni mercanti
Realtà e mito del turco nella società veneziana 87

disposizioni sui contratti tra Turchi e Veneziani il 2 settembre 1768 deliberano la


decadenza dall’impiego dei senseri che non tengono il prescritto Registro de’ con-
tratti turcheschi, dichiarando nulli tutti i contratti stipulati da altri e il 13 agosto
1773 concedono di vendere a credenza ai Turchi, aumentano a 15 il numero dei
senseri e ribadiscono la tariffa del 4 % per la senseria onde stroncare gli abusi di
chiedere di più e ciò «a facilità dello smercio delle Venete manifatture, a sollievo
e giusta consolazione de’ Turchi».137
La Repubblica Veneta rimane dunque fedele sino alla fine alla sua politica di
favore verso la comunità mercantile turca, di cui cerca in ogni modo di incorag-
giare lo sviluppo ed il pacifico inserimento tra la popolazione di Venezia.
Come si svolge la vita degli ospiti del Fondaco dei Turchi, quali rapporti in-
trattengono con la gente del luogo, quale influenza ha avuto la loro presenza nella
società e nella cultura veneziana? Non è facile rispondere a tutti questi interro-
gativi, soprattutto per la relativa scarsezza delle fonti su questa colonia straniera,
meno numerosa e importante e ovviamente anche culturalmente più isolata dei
greci, degli ebrei, dei tedeschi. Pochi di numero, tagliati fuori da intensi e fecondi
contatti umani dalla grave barriera linguistica, legati in maggior parte a costumi
balcanico-slavi più che propriamente ottomani, i mercanti alloggiati al Fondaco
dei Turchi hanno certamente inciso molto superficialmente sull’opinione pubbli-
ca veneziana e sul suo livello di conoscenza della civiltà turca.
D’altra parte il significato più profondo e duraturo della «presenza» turca
nella vita veneziana va colto su piani diversi e complessi, dove si intersecano
e mescolano la diretta conoscenza di individui turchi, l’eco delle narrazioni dei
viaggiatori, pubblici rappresentanti o privati mercanti reduci dall’impero ottoma-
no, le descrizioni letterarie più diffuse e infine la raffigurazione e trasfigurazione
popolare e folkloristica di vari ed eterogenei elementi del mondo ottomano ed
orientale in genere. L’adozione a Venezia di vesti turche, come il cafetan, un
cappotto con maniche lunghe e larghe o lo zamberluco, un vestito con maniche
strette e cappuccio,138 può benissimo spiegarsi con la diretta conoscenza di turchi
del Fondaco e con l’imitazione di qualche stravagante servitore di nobili ritornati
da Costantinopoli, ma può anche risalire alla conoscenza delle splendide raffigu-
razioni di abiti turchi della raccolta del Vecellio.139 L’offerta di confetture in figura
di Turchi agli invitati al gran ballo in palazzo ducale per l’elezione del nuovo
doge il 17 aprile 1618, la presenza tra le maschere del carnevale del «turco» e la
grande fortuna popolare a partire dalla metà del Cinquecento del cosiddetto svolo
del turco dal campanile di S. Marco, sono episodi modesti ma non per questo

per l’eccessiva diminuzione del peso della lana dopo l’espurgo (ASV, V Savi alla Mercanzia, Scrit-
ture (1764-1767), reg. 191, cc. 12 e 100v). Viene invece respinta, il 1 settembre 1766, la domanda
di esenzione del 10 % del dazio sul caffè importato da Alessandria e Zante (cc. 154-155).
137. ASV, V Savi alla Mercanzia, b. 966.
138. Molmenti, La storia di Venezia, II, p. 495.
139. C. Vecellio, Habiti antichi et moderni di tutto il mondo, Venetia 1589, pp. 358-390. La
rassegna del Vecellio comprende tanto le vesti dei Sultani e delle classi abbienti come i modesti
abiti quotidiani del basso popolo.
88 Venezia e i Turchi

meno significativi di una presenza multiforme e talvolta complessa di elementi ed


influenze turche nella mentalità e nel folklore popolari.140
Di particolare importanza per la comprensione dell’immagine popolare del
«turco» come nemico di Venezia e della Cristianità sono i numerosi personaggi e
scene allegoriche inseriti nelle processioni augurali all’inizio delle guerre o nelle
rappresentazioni teatrali allestite durante le feste per le vittorie militari.
Il Dragone, simbolo consueto del Turco, con le corna adornate della Luna e
un uomo vestito alla turca dentro una barca guidata da un moro (Caronte) sono
due dei personaggi mascherati insediati su una specie di altare che hanno mag-
giormente colpito l’ignoto osservatore francese di una processione veneziana
del 2 luglio 1571 per la proclamazione ufficiale della Santa Lega.141 Il carnevale
dell’anno 1571 vede in piazza S. Marco l’eccezionale spettacolo di 140 «Turchi
a guisa de schiavi» che seguono un carro trainato da altri otto finti prigionieri
incatenati e vestiti di «casacche di seta / de più colori et in testa parte con tulipani
et / parte con barette lunghe alla turchesca». Il cocchio trionfale trascina dietro
di sé numerosi stendardi turchi mentre un coro di 4 villani canta un dialoghetto
centrato sul tema del «Turco sassin, can laro [= ladro], patarin».142 La vittoria di
Lepanto suscita a Venezia e nelle città di terraferma un entusiasmo incontenibile
e dà il via a grandiosi festeggiamenti che comprendono giochi, processioni, rap-
presentazioni figurate di cui numerosi scrittori ci hanno lasciato dettagliata docu-
mentazione.143 L’abitudine a spettacoli con scene allegoriche a tema «turchesco»
si conserva anche per tutto il Seicento ed il tema preferito rimane naturalmente
quello del carro trionfale trascinato da finti prigionieri ottomani.144
Sulla simbologia degli spettacoli popolari e sui temi iconografici di mol-
te stampe del Cinquecento e del Seicento hanno certamente influito in misura
notevole suggestioni dotte, di ispirazione letteraria e scritturale, ma non si può
escludere che anche il diretto contatto con una colonia turca a Venezia abbia
contribuito a porgere al pubblico una certa conoscenza esteriore, dei tratti fisici,

140. G. Tassini, Feste, spettacoli, divertimenti e piaceri degli antichi veneziani, Venezia 1890,
pp. 128, 153 B. Tamassia Mazzarotto, Le feste veneziane, i giochi popolari, le cerimonie religiose
e di governo, Firenze 1961, pp. 116, 128. Lo svolo del turco prende il nome dall’esibizione di un
acrobata turco che aveva raggiunto la sommità del campanile su una fune e col solo appoggio di
una pertica (p. 34).
141. Le Très Excellent Triomphe fait en la ville de Venise, en la publication de la Ligue, Lyon
1571, Biblioteca della città di Lione, n. 316078. Cito da Lépante, a cura di Lesure, pp. 46-47.
142. Ordine et dechiaratione di tutta la mascherata fatta nella città di Venetia la Domenica di
Carnevale M.D.LXXI per la gloriosa Vitoria contra Turchi, Venetia 1572.
143. P. Tiepolo, Storia della guerra di Cipro, BNM, mss. It., cl. VII, n. 224 (8309), cc. 175-
177; R. Benedetti, Ragguaglio delle allegrezze solennità e feste fatte in Venezia per la felice vittoria
di Lepanto, Venezia 1571; Il vero e mirabilissimo apparato over conciero con il glorioso trionfo
nell’inclita città di Venetia, in Rivoalto celebrato, per i dignissimi, e integerrimi merchanti dra-
pieri, in essaltation de la Santa Fede con cerimonie sante per la gloriosa vitoria avuta contra lo
in’humanissimo Selin imperator di Turchi, s.l. s.d. (in ottave). Su simili festeggiamenti a Padova v.
A.B. Sberti, Degli spettacoli e delle feste che si facevano a Padova, Padova 1818, p. 123.
144. Per alcuni spettacoli del periodo 1686-1688 cfr. Tassini, Feste, spettacoli, p. 107, Tamas-
sia Mazzarotto, Le feste veneziane, p. XV.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 89

della moda del vestire, del comportamento del «Turco», altrimenti immaginato
solo nella fantasia come il mitico e barbaro nemico della fede e della patria. In
ogni caso è fuori dubbio che i Turchi del Fondaco, per l’atipicità delle vesti,
dell’aspetto fisico e dei costumi igienici e matrimoniali hanno contribuito a rinno-
vare nel Veneziano il mito dell’Oriente e l’irresistibile fascino dell’esotico di cui
così evidenti sono le tracce in tutta la tradizione letteraria ed in particolare nella
commedia del Seicento e del Settecento.

3. Religione e potere in uno stato dispotico

Quando i Turchi si affacciano sulla scena dell’Europa la religione di Mao-


metto è già nota in Occidente da molti secoli e ormai il mondo cristiano medie-
vale ha cristallizzato e fissato nei suoi confronti un atteggiamento di ostilità, di
incomprensione, di ignoranza profonda della storia araba, dei dogmi e delle isti-
tuzioni religiose musulmane e infine di falsificazioni sistematiche della biografia
del profeta.145
È ad esempio significativo l’antislamismo del Milione su cui forse influi-
sce, come ha osservato l’Olschki, la convinzione dell’inutilità di ogni tentativo
di conversione dei musulmani, mentre invece con mezzi adeguati Marco Polo
ritiene che lo stesso Gran Cane potrebbe essere indotto ad abbracciare la fede di
Cristo.146 Anche se l’ambiente colto veneziano non si discosta dall’orientamento
generale dell’Europa cristiana nei confronti della religione di Maometto, va però
ricordato che proprio a Venezia viene stampato tra il 1533 e il 1537 dal bresciano
Paganino de’ Paganini il Corano, probabilmente con l’intento di smerciarlo in
Oriente.147 In circoli protestanti tedeschi verso la fine del secolo XVII si diffonde
anzi la convinzione che questa edizione sia stata distrutta per ordine del papa,
ma pare più realistica l’ipotesi della Nallino che il testo sacro islamico sia stato
eliminato perché, contrariamente alle speranze, non era possibile venderlo con
profitto nei paesi del Levante.148
Ben maggiore rilievo ha l’altra edizione veneziana del Corano curata nel
1547 da Andrea Arrivabene e di cui il De Frede ha sottolineato la diffusione negli
ambienti ereticali o comunque vicini alla Riforma. Il Corano si trova infatti tra i

145. Un quadro esauriente dei pregiudizi e delle idee errate nei confronti dell’Islàm in Mal-
vezzi, L’Islamismo, passim.
146. L. Olschki, L’Asia di Marco Polo, Firenze 1957, pp. 230-249, in part. p. 248. Cfr. anche
E. Etiemble, La philosophie, les arts et les religions de la Chine dans l’oeuvre de Marco Polo, in
Venezia e l’Oriente, pp. 382-384. Un esempio di ignoranza e incomprensione verso l’Islàm è ad
esempio nell’opera di Galvano di Lepanto di recente riproposta all’attenzione degli studiosi (J.
Leclercq, Galvano di Lepanto e l’Oriente, in Venezia e l’Oriente, pp. 403-416).
147.  M. Nallino, Una cinquecentesca edizione del Corano stampata a Venezia, in «Atti
dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti», CXXIV (1965-1966), pp. 1-12. Cfr. anche Fulin,
Documenti per servire alla storia, p. 211.
148. Nallino, Una cinquecentesca edizione, p. 12.
90 Venezia e i Turchi

libri sequestrati all’eretico Guido da Fano nel luglio 1566149 e all’editore Luc’An-
tonio Giunti, la cui casa viene perquisita il 22 agosto 1570.150 Nel complesso la
cultura veneziana per quanto riguarda la religione islamica non propone posizioni
diverse rispetto al patrimonio di idee e di convinzioni che l’Occidente cristiano è
venuto elaborando nei secoli del Medioevo e che rimane nella sostanza inalterato
anche in età moderna, quando il mondo musulmano finisce per identificarsi in
larga parte con l’impero ottomano.151
Anche prima che la riforma di Lutero e il lento ma inesorabile processo di
laicizzazione e scristianizzazione dell’Occidente nel Settecento e nell’Ottocento
togliessero alla Chiesa cattolica il primato tra tutti i cristiani e il monopolio degli
orientamenti spirituali e culturali della parte più civile ed evoluta del globo, una
frattura religiosa di portata storica si è realizzata con la diffusione dell’Islamismo
in vaste regioni del Medio Oriente, ma la cultura cristiana si è sempre rifiutata
di riconoscere ai dogmi e alle istituzioni nate dalla predicazione di Maometto
la dignità di una vera «religione», abbassandoli invece al livello di una «setta»
cristiana deviata dal gregge universale di Roma e avvilita e abbrutita dai barbari
e arretrati costumi delle popolazioni tra cui ha fatto i suoi proseliti. In Occidente
sono ben pochi a credere agli inizi dell’età moderna a concrete e realistiche pro-
spettive di ricondurre nell’unica fede di Cristo l’«eresia» maomettana, né certo
sono destinate a fiorire e prosperare a Venezia audaci utopie di conversione dei
Turchi quando sin dalla prima metà del Quattrocento la Repubblica guarda con
ostentata diffidenza e freddezza ai progetti di crociata di Pio II e impone persino
di spostare la sede della progettata conferenza da Udine a Mantova per non dar
ombra al Sultano.152 Logico quindi che quasi nessuna eco abbia negli ambienti
culturali veneziani la celebre lettera del Piccolomini a Maometto II per indurlo
alla conversione, un testo di evidente ispirazione umanistica tessuto di raffinate

149. A. Stella, Guido da Fano eretico del secolo XVI al servizio del re d’Inghilterra, in «Ri-
vista di storia della Chiesa in Italia», XIII (1959), p. 226.
150.  C. De Frede, La prima traduzione italiana del Corano sullo sfondo dei rapporti fra
Cristianità e Islam nel Cinquecento, Napoli 1967, p. 46. Una preziosa copia del Corano in lingua
originale viene donata nel 1604 da Agostino Amulio al Casaubon su richiesta del Sarpi: cfr. P. Sarpi,
Lettere ai Gallicani, a cura di B. Ulianich, Wiesbaden 1961, p. 168 e G. Cozzi, Paolo Sarpi tra il
cattolico Philippe Canay de Fresnes e il calvinista Isaac Casaubon, in «Bollettino dell’Istituto di
storia della società e dello stato veneziano», I (1959), p. 147.
151. Sui rapporti culturali e religiosi tra Cristianesimo e Islam in et medievale cfr. U. Mon-
neret De Villard, Lo studio dell’Islàm in Europa nel XII e nel XIII secolo, Città del Vaticano 1944;
Fritsch, Islam und Christentum im Mittelalter, Breslau 1930 e soprattutto N. Daniel, Islam and
the West: the Making of an Image, Edimburgh 1960 e R.W. Southern, Western views of Islam in
the Middle Ages, Cambridge (USA) 1962. Interessanti osservazioni sull’atteggiamento del mondo
occidentale nei confronti del Corano in G.C. Anawati, Nicolas de Cues et le problème de l’Islam,
in Nicolò Cusano agli inizi del mondo moderno, Atti del Congresso Internazionale in occasione del
V centenario della morte di Nicolò Cusano, Bressanone, 6-10 settembre 1964, Firenze 1970, pp.
141-173.
152. G.B. Picotti, La dieta di Mantova e la politica de’ Veneziani, Venezia 1912 (Miscellanea
di storia veneta edita per cura della R. Deputazione Veneta di storia patria, s. III, t. IV) e Babinger,
Le vicende veneziane, p. 68.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 91

anche se ingenue motivazioni teologiche e storiche e sulla cui reale finalità e


interpretazione non tutti i dubbi sono stati ancora chiariti.153 La cultura venezia-
na accetta abbastanza pacificamente ed acriticamente miti ed errori sulle origini
della religione di Maometto, senza rifiutare esagerazioni o palesi deformazioni di
evidente origine controversistica. La puntuale aderenza di Andrea Dandolo alle
degradanti leggende cristiane sulla giovinezza di Maometto e la sua vita pecca-
minosa e segnata dalla sfrenata ambizione di gloria e dominio temporale, indica
molto chiaramente quali informazioni circolino anche a Venezia sui primi anni di
vita della religione islamica, né la qualità ed il tono delle notizie sono destinati a
mutare sensibilmente in età moderna.154 Alla fine del Quattrocento Bernardo Giu-
stinian, colto umanista allievo del Guarino, del Filelfo e del Trapezunzio e autore
di una storia delle origini di Venezia fondata su fonti sicure e depurate dalle favo-
lose incrostazioni popolari, quando arriva all’anno 650 d.C. e deve parlare della
setta maomettana, «pestilentior altera superioribus omnibus lues», si attiene alle
consuete leggende ma si scusa con i lettori della carenza di buone informazioni
attribuendola agli arabi e a quegli scrittori cristiani che hanno trasmesso le notizie
«non tam scribendae historiae gratia quam eius confutandi erroris».155
L’avvio di intensi scambi commerciali e la presenza di una rappresentanza
diplomatica stabile a Costantinopoli favoriscono nel secolo XVI e XVII l’acqui-
sizione di una più esatta e approfondita conoscenza della religione musulmana,
anche se le nuove notizie sui dogmi, le cerimonie del culto, le istituzioni ecclesia-
stiche rimangono saldamente ancorate agli schemi negativi e denigratori ereditati
dalla controversistica medievale. Le relazioni dei baili, proprio perché rispec-
chiano il pensiero e l’esperienza diretta di uomini che hanno a lungo vissuto a
Costantinopoli, possono essere assunte come modello esemplare dell’immagine
della «setta» maomettana nella società veneziana del Cinquecento e Seicento,
nella misura in cui riflettono una quantità di informazioni di prima mano quasi
del tutto assenti in molti altri testi contemporanei.
Della qualità della loro falsa religione non occorre dir molte parole, sapendo ognuno
che non fu mai ritrovata più apparente favola, e che autore di quella è stato il scel-

153. Pio II (Enea Silvio Piccolomini), Lettera a Maometto II (Epistula ad Mahumetem), a


cura di G. Toffanin, Napoli 1953. Cfr. anche R. Eysser, Papst Pius II und der Kreuzzug gegen die
Türken, in Mélanges d’histoire generale, a cura di C. Marinescu, II, Bucarest 1938, pp. 1-134; E.
Hocs, Pius II und der Halbmond, Freiburg 1941; F. Babinger, Pio II e l’Oriente maomettano, in
Enea Silvio Piccolomini Papa Pio II. Atti del Convegno per il quinto centenario della morte e altri
scritti raccolti da Domenico Maffei, Siena 1968, pp. 1-13, F. Gaeta, Sulla «Lettera a Maometto»
di Pio II, in «Bullettino dell’Istituto Storico per il Medio Evo e Archivio Muratoriano», 77 (1965),
pp. 127-227; Id. Alcune osservazioni sulla prima redazione della «Lettera a Maometto», in Enea
Silvio Piccolomini Papa Pio II, pp. 177-186; Schwoebel, The shadow of the crescent, pp. 65-67,
72 e sgg., F. Babinger, Maometto il Conquistatore e gli umanisti d’Italia, in Venezia e l’Oriente,
pp. 433-449.
154. Dandolo, Chronica, p. 94. Nel 1367 a Venezia il falso miracolo del sepolcro di Maometto
sospeso in aria per forza magnetica era stato addirittura riprodotto su una carta geografica (Gallic-
ciolli, Delle memorie venete, II, p. 46).
155. B. Giustinian, De origine Urbis Venetiarum, Venetiis [1492], p. 52.
92 Venezia e i Turchi

leratissimo Maometto che […] s’immaginò d’andar inventando una sorta di legge
che promette libertà di costumi per tirar a sé gli uomini carnali, e che potesse dar
soddisfazione così alli cristiani come agli ebrei:
è difficile immaginare una descrizione più incisiva della fede islamica, pur nel-
la scontata adesione a schemi mentali tradizionali, di queste breve notazioni di
Gianfrancesco Morosini nel 1585, ma le frasi che seguono chiariscono l’ottica
tutta «storica» del suo giudizio, perché il bailo non si sofferma sugli aspetti più
propriamente religiosi dell’Islam ma va diritto a cogliere le implicazioni politiche
di questa religione, mettendo in evidenza «la sporca e vitiosa vita» dei turchi.156
L’interesse dei baili non va alle origini storiche e alla vera struttura dogmatica
dell’Islamismo ma alle sue concrete ripercussioni sull’assetto sociale del mondo
turco, spesso confuso con quello arabico delle origini ormai lontano dall’imme-
diata conoscenza dei veneziani. Se la setta dei Turchi è solo «un misto di senso
e di ragion di stato» creato dall’accortezza di Maometto è facile convincersi che
dalla mescolanza di «contaminata Religione e depravati costumi» può derivare
solo «un governo mostruoso, tirannico» e che la credenza in un Paradiso imma-
ginato in funzione di piaceri materiali sottrae l’individuo «dalla pena che seco
porta il pensar al morire» aprendo così la via ad una sfrenata licenza e ai peggiori
eccessi nella vita terrena.157 Le «ridicole superstizioni dell’Alcorano» colpisco-
no l’osservatore veneziano per la potente suggestione che esercitano sull’animo
degli uomini semplici, imbevuti di una ferrea convinzione nella assoluta prede-
stinazione e di un cieco e totale fatalismo, ambedue premesse indispensabili per
l’adesione convinta e fanatica alla «guerra santa» e al totale sprezzo della morte
in battaglia.158 Notazioni positive sul comportamento religioso dei Turchi, come
la loro scrupolosa osservanza delle pratiche di culto e lo zelo in tutte le manife-
stazioni esteriori, sono per lo più utilizzate dai baili, come del resto da tutti gli
altri osservatori veneziani ed europei contemporanei, in funzione strumentale per
deprecare in tono moralistico la trascuratezza e l’indifferenza dei cristiani o per
sottolineare l’ipocrisia ottomana che finge grande pietà religiosa per meglio cela-
re le malvage azioni.159
Il grande rispetto per i luoghi di culto, l’osservanza scrupolosa del divieto di
bere vino, di giocare, di bestemmiare, il frequente e largo esercizio della carità in-

156. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, p. 271.
157. Le relazioni degli Stati Europei, parte I, p. 178, parte II, pp. 29, 128.
158. Le relazioni degli Stati Europei, parte I, pp. 105, 118, 180, parte II, p. 209. Frequenti
anche le notazioni sul contrasto tra un’interpretazione rigida del «fatalismo» che esclude anche
elementari misure igieniche contro la diffusione della peste e i provvedimenti effettivamente presi
per evitare alluvioni o siccità (Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, pp. 452-453).
159. «È ben vero che sanno i Turchi nascondere le loro ribalderie più che non sogliono far li
cristiani, perché nelle parole si guardano assai di non parer disonesti», scrive ancora il Morosini. E
due anni dopo Matteo Zane rincara la dose assicurando che frequentare le moschee «è fatto propria-
mente per competere nella ipocrisia e non nella religione, poiché non si vede che sia loro proibita
alcuna enormità di costumi e di scelleratezze» (Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. II, vol.
III, pp. 271, 406).
Realtà e mito del turco nella società veneziana 93

dividuale, meravigliano i patrizi veneziani che però si compiacciono di segnalare


la contraddizione di molti individui che ostentano una adesione esteriore a tutte le
prescrizioni islamiche ma poi privatamente agiscono in modo del tutto contrario
e sicuramente scandaloso.160 Incerti si mostrano spesso gli osservatori veneziani
sulla compattezza della struttura ecclesiastica islamica ora esaltata ora negata per
la presenza di varie sette, sull’assenza di ogni discussione in materia religiosa, se-
condo alcuni solo apparente, potendo ogni turco «interpretar l’Alcorano a modo
suo», e infine sulla sincerità delle offerte alle moschee e ai luoghi pii in evidente
contrasto con la supposta universale avarizia.161
Il carattere sincretico della religione islamica, che alimenta nel Cinquecento le
speranze di un uomo come il Postel di estendere anche ai Turchi una forma di cri-
stianesimo ridotto a pochi dogmi semplificati e comprensibili a tutti nell’ambito di
una cosmopolitica trasformazione integrale della società,162 è colto con interesse dai
baili che però si limitano a sottolinearne solo le implicazioni sociali e politiche.
La concezione di una religione instrumentum regni nelle mani dei Sultani
che se ne servono per tenere in obbedienza i popoli ignoranti e dilatare l’impero
con il miraggio della felicità eterna per i morti in combattimento,163 è forse l’unico
aspetto che interessa veramente i nobili veneziani che non a caso ci hanno lascia-
to ampie e brillanti descrizioni della stretta subordinazione del potere religioso
a quello politico, secondo una ferrea logica di ragion di stato che solo di rado i
Muftì e gli ulema sono in grado di respingere o spezzare. L’uso politico del Co-
rano pare ai Veneziani la carta segreta e vincente della loro formidabile macchi-
na politica e la crescente estensione territoriale dell’impero prova la bontà della
formula escogitata dal «sagace» Maometto e prontamente adottata dai Turchi che
col sapiente ed accorto uso dei fondamenti sincretici dell’islamismo conservano
la fede nei sudditi e riescono ad «ingannare molte particolari persone idiote».164
Se per quanto riguarda la conoscenza e il giudizio sulla religione dei Turchi
l’ambiente politico e culturale veneziano non presenta una sostanziale differen-
ziazione rispetto al patrimonio di notizie e di convinzioni tramandato all’Oc-

160. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, pp. 157, 280, 323, 398, 450-451,
vol. II, pp. 249-250; Le relazioni degli Stati Europei, parte II, pp. 28-29.
161. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, pp. 272, 379; Le relazioni degli
Stati Europei, parte I, p. 114.
162.  Sul pensiero del Postel e il suo celebre scritto De la république des Turcs (1560) v.
W.J. Bouwsma, Concordia Mundi: the career and thought of Guillaume Postel, Cambridge (USA)
1957, V. De Caprariis, Propaganda e pensiero politico in Francia durante le guerre di religione, I,
(1559-1572), Napoli 1959, pp. 161-162, P. Mesnard, Il pensiero politico rinascimentale, a cura di L.
Firpo, II, Bari 1963, pp. 76-78 e ora A. Rotondò, Guillaume Postel a Basilea, in «Critica storica»,
X (1973), p. 126.
163. Vedi ad esempio questo passo di Giovanni Morosini del 1680: «La religione, in ogni
luogo fondamento dei governi, forte legame dell’umana società, qui è serva della politica, e come
tale sostenuta dai Monarchi ottomani perché assoggetta il libero arbitrio alla volontà del principe,
fa creder predestinazione la cieca obbedienza, martirio la morte in suo servizio» (Le relazioni degli
Stati Europei, parte II, p. 263; cfr. anche la relazione di Agostino Nani del 1603, parte I, p. 36).
164. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, relaz. Matteo Zane (1594), p. 405.
94 Venezia e i Turchi

cidente europeo dal cristianesimo medievale, assai più complesso e variegato


è invece l’atteggiamento della pubblicistica veneziana nei confronti dello stato
turco, del suo governo e delle sue strutture militari e amministrative. Il Curcio
e lo Chabod hanno suggerito spunti persuasivi ed illuminanti sull’effetto pro-
dotto dalla comparsa dell’impero ottomano sulla scena politica mondiale e sulla
presa di coscienza da parte degli occidentali dell’esistenza di un’entità culturale
e spirituale, l’Europa, contrapposta all’Asia imbelle e «barbara», ormai preda
dei nuovi invasori.165 Le fulminee conquiste ottomane diffondono in Occidente
un generale terrore dei Turchi coloritosi ben presto di accenti religiosi e pro-
fetici, che prospettano il successo degli infedeli musulmani come un castigo
di Dio per i peccati di cui i Cristiani continuano a macchiarsi, ma ben presto
l’attenzione si concentra sulle strutture politiche e militari che sono alla base
di un successo così clamoroso. Nasce così una ricca letteratura che esalta gli
aspetti positivi dell’impero ottomano, malgrado la tradizionale ostilità religiosa
costringa gli autori a moderare e a circondare di riserve e cautele gli entusia-
smi e le lodi eccessive. Si ammirano la disciplina e compattezza dell’esercito
turco, in confronto al disordine e all’insubordinazione delle truppe cristiane,
ma si esalta soprattutto il solido assetto politico centralizzato e dispotico che
ha consentito allo stato ottomano una così rapida espansione militare.166 Gli
studi dello Sturmberger hanno permesso di valutare con precisione l’influenza
dell’esempio ottomano sul processo di formazione della monarchia asburgica
che si consolida e aggrega nella sua compatta struttura burocratica e accentrata
proprio in funzione della difesa anti-turca.167
Attraverso l’analisi di una serie di scrittori politici europei, da Machiavelli a
Bodin a Botero e con l’aiuto di testimonianze di viaggiatori, militari, funzionari
austriaci tornati dalla Turchia, lo Sturmberger giunge alla convinzione che l’asso-
lutismo osmano, soprattutto nella forma assunta durante il regno di Solimano II,
prospetta un modello di valore esemplare per le grandi monarchie europee, dando
un notevole impulso alle tendenze in atto al loro interno verso l’eliminazione dei

165. C. Curcio, Europa. Storia di un’idea, I, Firenze 1958, pp. 178-236; F. Chabod, Storia
dell’idea d’Europa, Bari 1964, passim.
166. «Il Turco era, in fondo, l’Oriente, l’Asia, idea e regione di Stato compatto, uniforme,
massiccio» (Curcio, Europa, I, p. 206). Lo Schwoebel ricorda un’interessante rappresentazione
tedesca del 1456 (Des Turken Vasnachspiel) in cui «the peace and order maintained by the sultan’s
strong governement, his justice and light, his toleration of Christians are all emphasized in contrast
to the social and political evils of the empire and the corruption of the church and its hierarchy»
(The shadow of the crescent, p. 212).
167. H. Sturmberger, Das Problem der Vorbildhaftigkeit des türkischen Staatwesens im 16.
und 17. Jahrhundert und sein Einfluss auf den europäischen Absolutismus, in Comité Internatio-
nal des Sciences Historiques. XIII Congrès International des Sciences Historiques, Vienne, 29
août-5 septembre 1965, Rapports. IV, Methodologie et histoire contemporaine, Horn-Wien 1965,
pp. 201-209. Sul problema dei rapporti tra la storia ottomana e la storia dell’Occidente cfr. anche
A. Bombaci, L’impero ottomano, in Nuove questioni di storia moderna, I, Milano 1964, in part.
pp. 557-561.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 95

residui feudali e di tutte le sopravvivenze particolaristiche.168 Un forte esercito


permanente, imperniato sui Giannizzeri, un potere assoluto concentrato in forma
dispotica nelle mani del Sultano, la mancanza di una nobiltà ereditaria, una rela-
tiva tolleranza religiosa, sono gli elementi che maggiormente balzano agli occhi
degli osservatori europei e caratterizzano l’influsso esercitato dallo stato ottoma-
no sullo sviluppo dell’assolutismo nell’Europa occidentale.
Tema di grande interesse questo prospettato dallo storico austriaco su cui si in-
nestano le precise e feconde osservazioni del Diehl e dello Chabod che rivendicano
all’impero ottomano degli inizi del Cinquecento l’eredità della tradizione storica
e culturale e della struttura burocratico-amministrativa rispettivamente dello stato
bizantino e dell’antica monarchia persiana.169 «Tutta la monarchia del Turco è go-
vernata da uno Signore, li altri sono sua servi», con questa lapidaria definizione il
Machiavelli individua nel dispotismo totale il tratto essenziale del governo ottoma-
no, la cui rapidità ed efficienza si impongono all’ammirazione di tutti in un’epoca
in cui il processo di unificazione amministrativa ed economica è ancor lontano
dall’essere concluso in molti paesi europei e l’Italia comincia a pagare duramente
con l’invasione ed il dominio straniero l’esasperato frazionamento politico.170
Negli anni a cavallo tra il Cinquecento e il Seicento quando la Repubblica
Veneta comincia ad avvertire i sintomi di una decadenza lenta ma irrimediabile e
registra nel seno del proprio patriziato un vivace e tormentato dibattito culturale e
politico tra i fautori di due diversi indirizzi, cauto e moderato l’uno (i «vecchi»),
più audace e creativo l’altro (i «giovani»), due tra le più vigorose menti del pen-
siero politico italiano, Giovanni Botero e Traiano Boccalini, pubblicano proprio
a Venezia le loro opere in cui spiccano alcune riflessioni di grande rilievo sulle
caratteristiche più peculiari dell’impero ottomano.
Già nella Ragion di stato il Turco è più volte citato come esempio per alcuni
consigli al principe, ma è soprattutto nelle Relazioni universali, uscite nel 1605,
che il Botero scrive alcune pagine attente e meditate sui caratteri del popolo turco,
la natura dispotica del governo del Sultano, l’importanza fondamentale dei timari
(feudi) per una buona coltivazione della terra e infine le varie cause dell’istituto
dei rinnegati.171

168. «Diese Türkenbewunderung gehört vor allem dem türkischen Staat in seiner Ganzheit,
dem einheitlichen, von einem Willen gelenkten Staat, der Macht und Stärke repräsentiert und den
abendländischen Staaten als Beispiel hingestellt wird» (Sturmberger, Das Problem, pp. 203-204).
169. C. Diehl, La civiltà bizantina, Milano 1962, in particolare le pp. 288-289; Chabod, Storia
dell’idea di Europa, p. 50.
170. Machiavelli, Il principe, cap. IV. Di notevole interesse il dibattito svoltosi in Francia in-
torno ai giudizi del segretario fiorentino sull’assetto statale dell’impero ottomano e della monarchia
francese (cfr. G. Procacci, Studi sulla fortuna di Machiavelli, Roma 1965, pp. 109-122).
171. G. Botero, Delle relationi universali, parte II, Venezia 1605, pp. 117-129, in part. pp.
120 e 116-118. Interessanti osservazioni sulla diffusione della religione maomettana, nell’ambito
di un tentativo di statistica di tutte le religioni, in un altro scritto del Botero, inedito sino al 1895:
Del numero dei Christiani, e delle altre nationi, quanto spetta alla religione, per l’Universo. Cfr.
A. Magnaghi, La statistica delle religioni ai primi del secolo XVII secondo Giovanni Botero, in
96 Venezia e i Turchi

Nei Ragguagli di Parnaso, che il Boccalini dedica il 21 settembre 1612 pro-


prio da Venezia al cardinal Borghese, l’assunzione cosciente dell’impero otto-
mano a modello di organizzazione statale è più evidente e marcata, anche se
mai supera i confini della rigida ortodossia cattolica. Nella Turchia, ha osservato
Meinecke, il Boccalini vede realizzato un ideale a lungo e vanamente perseguito
dal pensiero politico del Rinascimento, «un capolavoro di architettura cosciente,
mirante a fini determinati, un meccanismo politico che si caricava come un oro-
logio e utilizzava le diverse specie, forze e qualità degli uomini come sue molle
e rotelle».172 Durante la sua violenta polemica contro Bodin cui attribuisce l’opi-
nione «non meno empia che falsa» che sia lecito concedere una ampia libertà di
coscienza a tutti i popoli, l’impero ottomano, chiamato a discolparsi dell’accusa
di aver concesso tale indiscriminata libertà ai suoi sudditi, smentisce recisamente
il teorico francese, assicura che l’unità della religione è uno dei pilastri su cui si
fonda la saldezza dello stato e giustifica solo con ragioni di opportunità politica
la concessione del libero esercizio della propria religione ai popoli soggetti.173
Naturalmente questo riconoscimento non impedisce al Boccalini di formulare
poco dopo per bocca dell’imperatore Massimiliano il solito durissimo attacco alla
religione islamica fondata da Maometto sulla prevalenza del senso sullo spirito
e strutturata nei suoi vari obblighi e divieti su evidenti principi politici.174 Anche
in altre occasioni egli riprende temi diffusi nella pubblicistica «turchesca» occi-
dentale come la speditezza del sistema giudiziario ottomano, l’utilità dell’istituto
dei rinnegati, l’odio per le scienze e le «buone lettere» attribuito al desiderio di
mantenere nella semplicità e nell’ignoranza i sudditi, per meglio predisporli ad
una supina accettazione della religione maomettana.
Le acute osservazioni del Botero e del Boccalini hanno il pregio di essere
inserite in un complesso di coerenti e organiche riflessioni sul valore esemplare
del modello statale ottomano e forse per questo ci colpiscono oggi con maggior
vigore ed efficacia, ma è quasi superfluo notare che esse si ritrovano con una
multiforme varietà di accenti e sfumature anche in molti altri testi della letteratura
«turchesca» veneziana del Cinquecento e del Seicento. Su alcuni punti i patrizi
veneziani sembrano trovare nel corso dei secoli sorprendenti e significative con-
cordanze o addirittura uniformità di pensiero: il governo ottomano è dispotico
e assoluto, rigorosamente accentrato nella persona del Sultano e del primo visir
che però a sua volta è poco più che «scimmia» del Sultano e paga con la pre-
carietà della carica e della vita l’illimitata potenza di cui dispone, tutti i sudditi
sono ridotti alla condizione di schiavi e hanno col sovrano un rapporto di totale
e incondizionata obbedienza fondata più sul timore che sull’affetto e questo tipo

«Rivista geografica italiana», XII (1905), pp. 257-266, 369-375, 464-475, 523-530. Botero è anche
autore di un Discorso della lega contro il Turco, Torino 1614.
172. F. Meinecke, L’idea della ragion di stato nella storia moderna, Firenze 1942, p. 121. Cfr.
anche le pp. 122-124.
173. T. Boccalini, Ragguagli di Parnaso, in Ragguagli di Parnaso e scritti minori, a cura di
L. Firpo, Bari 1948, I, pp. 221-229.
174. Boccalini, Ragguagli, II, pp. 237-242.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 97

di struttura del potere, in cui spicca negativamente l’assenza di una nobiltà di


nascita, degenera facilmente in tirannia sanguinaria e violenta che ripugna alle
civili e ordinate società dell’Occidente.175 Tirannia e crudeltà sono il binomio che
identifica la potenza ottomana, in cui l’autorità del sovrano è così «pura e assolu-
ta», che ognuno dipende dal suo cenno, e si può chiamare propriamente «dominio
o imperio, perché egli ha tutti per schiavi» e naturalmente alla base di questo
spietato dispotismo sono «la religione, l’obbedienza, la milizia».176
La rassegnata obbedienza dei sudditi è per Bernardo Navagero (1553) causa
ed effetto nello stesso tempo del dispotismo dei sultani
perché essendo nati tutti in povertà ed in servitù tale, che non solo non hanno gu-
stato il frutto della libertà, ma né anco udito il nome di quella, sarebbe da temersi
che altrimenti governati non facessero coll’occasione, come gente ignorante, alcuna
sollevazione nel paese.177
Una delle immagini più efficaci e colorite del dominio «totale» del Sultano
su ogni aspetto della vita pubblica e personale dei sudditi ci è offerta nel 1641
da Alvise Contarini che in pochi tratti carichi di ridondante esuberanza stilistica
dipinge al Senato le pessime regole di un governo «misto di senso, di politica,
di fasto e di arroganza», retto da un monarca che esercita «le parti d’una terrena
assoluta deità, padrone senza riserva delle coscienze, della vita, dell’onore, delle
fortune di ciascheduno», che prevale sulle leggi e tenta persino di controllare
l’intimo pensiero dei sudditi. Il «senso» è la regola di condotta in questo stato,
dove nell’esercizio dell’arte della politica «tutto è permesso, purché sia utile, sen-
za riflesso di fede, d’onestà o di religione» con l’avallo di una religione ipocrita
che è «nel midollo politica soprafina».178 Naturalmente un governo tanto brutale
e tirannico presenta anche aspetti positivi, come la tranquillità dell’ordine pub-
blico, uno scarso numero di risse, furti, omicidi, e in generale il rispetto per la
vita e i beni altrui favorito da una giustizia rapida o addirittura sommaria come si
conviene ad un regime di tipo militare.179 Un’immagine nel complesso così cupa
e negativa dell’assetto statale ottomano non impedisce naturalmente agli osserva-

175. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, pp. 6, 319, vol. II, pp. 33, 200, vol.
III, pp. 279-280, 436; Le relazioni degli Stati Europei, parte II, pp. 27, 202. La potenza dei primi
visir è definita da Giovanni Correr (1579) «misera e contaminata, perché alfine sono schiavi talora
più miseri di quelli che tirano il remo» (Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, p. 442).
176. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. II, p. 365; Le relazioni degli Stati
Europei, parte 1, p. 278, parte II, p. 202.
177. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, p. 154. Cfr. anche la relazione di
Marc’Antonio Barbaro (1573), pp. 327-328.
178. Le relazioni degli Stati Europei, parte I, p. 329. La stessa immagine nella citata relazione
di Alvise Contarini (Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, parte I, p. 333).
179. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, p. 328. Quasi per attenuare il qua-
dro nero prima tracciato il Contarini assicura che in Turchia «fiorisce per estremo la carità, ognuno
gode il suo con intiera quiete; non donne non roba d’altri si usurpa; ogni uomo coopera all’ajuto
del prossimo: tutti spie, tutti sbirri, tutti persecutori dei malfatori» (Le relazioni degli Stati Europei,
parte I, p. 337).
98 Venezia e i Turchi

tori veneziani di apprezzare e sottoporre ad attenta considerazione gli elementi di


forza di una macchina politica e militare così salda ed efficiente.
La disciplina, la bellicosità e il valore dei giannizzeri ottomani diventano
addirittura mitici a Venezia, così come oggetto di universale ammirazione è la de-
strezza dei Turchi nell’uso del cavallo che consente loro di mantenere il dominio
in campagna aperta e di superare le disorganiche e lente armate cristiane.180
Eccezionali doti di abilità, una perfetta organizzazione, una robusta co-
stituzione fisica ma soprattutto lo spirito di sacrificio e la resistenza ad ogni
privazione e fatica colpiscono la fantasia dello storico Pietro Giustiniani che ce
li presenta con una colorita immagine che ricorda le truppe di Annibale descrit-
te da Livio durante il passaggio delle Alpi. I Turchi ci appaiono dunque come
essere indomabili:
vorticosa et profunda tranant flumina, abrupta inaccessaque scandunt montes, non ar-
matas horrent acies, non machinas, non ferrum; inediae, aestus, frigoris tolerantissimi
sunt vereque Romana prisca illa in Turcarum gente militaris disciplinae ratio viget.181
Abbastanza contraddittorie sono invece le osservazioni dei baili e in ge-
nere di tutti gli storici occidentali sulla politica del governo ottomano verso le
altre confessioni religiose. Tutti sono concordi nel denunciare le oppressioni
cui sono soggetti i Cristiani, salvo poi ammettere candidamente che in realtà i
popoli sottomessi non fuggono dall’impero «parendo a tutti grandissima mo-
derazione del loro mal destino, quando li porta a cambiar dominio di signor
temporale, non mutar religione, e nella perdita della roba e della libertà non
perder la coscienza».182
Del resto la fuga in Turchia di tanti dissenzienti religiosi europei è la prova
migliore della relativa tolleranza, sia pure ispirata a concreti motivi di ragion di
stato, concessa dal Sultano a tutti i culti non musulmani.
L’indiscussa superiorità militare, la salda ed efficiente impalcatura burocrati-
ca, la sciolteza ed efficienza del potere esecutivo sono pregi così evidenti dell’im-
pero ottomano che sarebbe ben difficile per un acuto ed esperto uomo politico
quel’è normalmente il bailo veneziano negarli apertamente e allora forse proprio
per contrapposizione e per dar sfogo all’invidia e al dispetto per così notevoli
capacità di organizzazione statale egli si sfoga a caricare di tutti i vizi e difetti
più odiosi e detestabili i singoli Turchi sino a presentarcene una immagine quasi
completamente deforme e sfigurata.

180. G.B. Barpo, Le delitie et i frutti dell’agricoltura e della villa, Venezia 1634, p. 44. Sui
giannizzeri esiste una vasta bibliografia; ricordo almeno il recente studio di N. Wiessmann, Les
janissaires. étude de l’organisation militaire des Ottomans, Paris 1964. Interessanti osservazioni
in rapporto all’Occidente cristiano e alle varie idee di crociata in G. Razso, Una strana alleanza.
Alcuni pensieri sulla storia militare e politica dell’alleanza contro i Turchi (1440-1464), in Venezia
e l’Ungheria, pp. 79-100.
181. Giustiniani, Rerum venetarum ab urbe condita, p. 394.
182. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. II, relaz. Jacopo Soranzo (1571), p.
252, vol. III, relaz. Matteo Zane (159), p. 405.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 99

4. Un doppio scandalo: un popolo inimicus nobilitati e i rinnegati

«Inimicus nobilitati, qui principes trucidare, lacerare, discerpere voluptati


ducit, non cupit praeesse, sed obesse», questo l’incisivo ritratto del popolo turco
nel De rebus turcicis liber del vescovo Gerolamo Balbi.183 Gli fa eco alla fine del
Cinquecento il bailo Lorenzo Bernardo che dipinge con accenti di preoccupata
meraviglia l’infelice condizione della Cristianità «insidiata da gente tanto fiera ed
inumana, come sono li Turchi, li quali ad altro non attendono che alla estirpazione
della nobiltà ed alla totale distruzione de’ paesi da loro soggiogati».184
I nobili veneziani conoscono bene le tecniche di dominio dei Turchi nella
penisola balcanica e sanno che l’eliminazione fisica dei principali esponenti delle
famiglie aristocratiche è uno dei mezzi più frequentemente usati per stroncare
alla radice ogni velleità di rivincita delle province soggette, abitate da popola-
zioni oppresse per secoli dai signori feudali e non di rado ben disposte verso i
nuovi padroni ottomani che le liberano da un giogo pesante e insopportabile. Ben
diverso è l’atteggiamento delle monarchie europee quando estendono la loro so-
vranità su nuovi territori: la nobiltà indigena viene cooptata e assimilata nell’ap-
parato dello stato oppure nobili di nuova creazione o provenienti dalla nazione
conquistatrice si insediano nella regione riproducendo una struttura stratificata
della società secondo il modello universalmente diffuso nell’Occidente cristiano.
La stessa Repubblica di Venezia nel suo processo di ampliamento territoriale in
terraferma spoglia di ogni potere politico i nobili dei centri via via sottomessi e li
esclude rigorosamente dalla gestione degli organi centrali dello stato, ma evita di
diminuirne il prestigio e la superiorità economica e giuridica nei confronti dei ceti
popolari, e anche in occasione di ribellioni e tradimenti non coinvolge mai tutta la
classe aristocratica nelle rappresaglie e nelle repressioni.185
È naturale quindi che i nobili veneziani siano attratti e nello stesso tempo
colti da indignato stupore di fronte alla completa mancanza nell’impero turco di
un ceto aristocratico e organico compatto, rigidamente chiuso nei suoi privilegi
economici e sociali e detentore dell’effettivo potere politico o almeno, come si
sta verificando nelle grandi monarchie assolute dell’Europa occidentale, com-
partecipe insieme al sovrano e alla burocrazia del governo dello stato. Scrittori
e politici veneziani condividono le osservazioni dei trattatisti tedeschi e francesi
contemporanei sul carattere assoluto e dispotico dello stato turco, ma sono na-
turalmente alieni dal giudicare con ammirazione e favore la funzione esemplare
dell’assolutismo ottomano nei confronti del processo di consolidamento delle
grandi monarchie europee. Lo Sturmberger difficilmente troverebbe nella pub-
blicistica veneziana una convinta ed aperta esaltazione della «Vorbildhaftigkeit»

183.  Hieronymi Balbi Episcopi Gurcensis ad Clementem VII Pont. Max. de rebus Turcicis
liber, Romae 1526 (introduzione).
184. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. II, p. 326 (relaz. del 1592).
185. Esemplare il caso delle rivolte anti-veneziane dei nobili di terra-ferma dopo Agnadello; cfr.
A. Ventura, Nobiltà e popolo nella società veneta del ’400 e ’500, Bari 1964, pp. 167-186 e 244-273.
100 Venezia e i Turchi

dello stato ottomano in funzione del rafforzamento del potere regio in Austria,
Francia e Spagna, cui anzi la Repubblica guarda con distacco se non con mal-
celata apprensione. Fedeli al mito della loro costituzione aristocratica, superiore
tanto agli stati monarchici cristiani quanto al tirannico impero del Sultano, i baili
e in genere tutti gli scrittori veneziani colgono con acutezza il nesso tra l’asso-
lutismo dispotico dell’impero ottomano e le generale schiavitù di tutti i sudditi
che sembra loro la più evidente e odiosa caratteristica dello stato turco. Alla fine
del Seicento Giovanni Sagredo individua proprio nella «generosità inimica della
Tiranide» la virtù più bella dei nobili e proprio per questo, soggiunge, i Turchi
non fanno caso della Nobiltà, per ordinario altiera e non così agevole a piegare il
collo al gioco perché, se bene aggiungerebbe splendore alla loro Monarchia, repu-
tano che deroghi alla di lei sovranità, che non ammette che schiavi adoratori d’un
Dio terreno, Padrone senza riserva, arbitro indipendente, al quale si regge l’arbitrio
di tutti gl’altri.186
Quella funzione di corpo intermedio tra sovrano e popolo cui assolve la no-
biltà europea e che anche il Montesquieu indicherà come valida garanzia contro
il dispotismo, è misconosciuta dal sultano cui compete il privilegio ma anche il
disonore di comandare ad un popolo di «pecorai e villani» tra cui non alligna «né
maggioranza né illustrezza di sangue», ma dove invece tutti «sono in eguale sta-
to, e sia che si voglia loro stessi si nominano e chiamano schiavi del Gransignore
e la loro maggior grandezza quando dicono che sono schiavi del Signore».
È proprio la tirannide del sultano a non tollerare intorno a sé gente nobile,
afferma perentoriamente nel 1585 Gianfrancesco Morosini, così che neppure i
parenti e congiunti vengono ammessi alla dignità aristocratica ma anzi vengono
brutalmente decapitati per eliminare ogni pericolo per il sovrano regnante.187
A Venezia la «libertà» di tutti è garantita proprio dalla gestione collegiale del
potere da parte di una nobiltà che non ha sopra di sé come negli altri paesi europei
un sovrano dai poteri più o meno ampi, ma un doge eletto dalla stessa classe nobi-
liare rispetto alla quale si pone in una posizione di primus inter pares impedendo
così ogni tentazione signorile. L’orgogliosa coscienza di appartenere ad una clas-
se che una lunga tradizione di corretto e pacifico esercizio del potere ha legitti-
mato nel diritto di comandare al popolo, spinge il nobile veneziano ad accreditare
senza ombra di dubbi la convinzione, destinata a permanere tenace e resistente
ad ogni critica e smentita sino alla fine del Settecento, che l’assenza in Turchia di
una nobiltà ereditaria porti come necessaria conseguenza l’inesistenza di un reale
ed effettivo diritto di proprietà.188 Nel patrizio veneto il disprezzo e la repulsione

186. G. Sagredo, Memorie istoriche de’ monarchi ottomani, Venetia 1688, pp. 127, 746.
187.  Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, p. 280 (relaz. Gianfrancesco
Morosini, 1585), p. 149 (relaz. Antonio Barbarigo, 1558).
188. Scrive Simone Contarini nel 1612: «Di stirpe e di sangue nobile non è fra Turchi cogni-
zione; e perché per lo più tutti hanno bassissimi natali e costumi, senza proprii redditi, sendoché
tutto è del re, e perché la sola virtù dell’armi distingue gli uomini, che come nelle nostre parti si
onorano i più prestanti di farsi chiamare duchi, marchesi, conti, così in quelle, il nome solo di
Realtà e mito del turco nella società veneziana 101

per questo strano ed abnorme ordinamento sociale, attribuito senza esitazione


alla natura barbarica dello stato turco forgiatosi tra le rozze ed incivili steppe
asiatiche, si sommano talvolta al terrore per l’impetuoso e inarrestabile dilagare
della macchina militare ottomana e allora la necessità di contenere l’espansione
di un popolo «qui quocumque pervadit nobilitatem omnem vult extinctam»189 di-
venta valido strumento di propaganda bellica, talmente suggestivo ed efficace da
relegare in secondo piano le tanto conclamate motivazioni religiose della guerra
contro l’infedele.
Nel febbraio del 1571 Sebastiano Venier, colpito da una malattia che gli im-
pedisce di partire da Candia, tiene un vibrante ed appassionato discorso ai nobili
della sua flotta riuniti a rapporto, esortandoli ad un impegno totale nell’imminen-
te decisivo scontro. Invano però cerchiamo nelle sue parole un sia pur retorico e
convenzionale richiamo allo spirito ed ai valori della crociata cristiana contro gli
infedeli, mentre invece l’accento e l’attenzione battono con esclusiva e martel-
lante insistenza sulle implicazioni sociali di una eventuale sconfitta: «li mostrai»,
scrive il Venier,
in qual pericolo si trovavano, et quanto bisognava, che mettessimo tutte le nostre
forze per difenderci noi nostre mogli, figliuoli, et beni da un nimico, che non admet-
te conti, ne cavallieri, ne gentilhuomini, ma solo mercanti, et popoli, che facciano
buoni li suoi datii, et seguito alla sua corte: admette villani, che lavorano la terra,
togliendo all’uno, et all’altro, li beni et figliuoli, et vergognadoli le donne secondo
l’appetito loro.190
La società italiana della fine del Cinquecento sente con particolare intensità
«il bisogno di definire il concetto di nobiltà e i compiti che ad essa spetta assol-
vere in un ben ordinato consorzio civile»191 e nel caso specifico della Repubblica
si delineano in questo periodo un rafforzamento ed una progressiva chiusura in
se stesso del ceto aristocratico delle città di terraferma. L’indagine del Ventura ha
seguito concretamente caso per caso il lento e tormentato processo di introduzio-
ne di «norme restrittive» che chiudono un po’ alla volta i consigli cittadini mentre
contemporaneamente «una nutrita legislazione lungo l’arco di tre secoli provvede
in ciascuna città a definire con criteri di crescente rigidezza i caratteri e i privilegi
di questa nobiltà».192
In uno stato in cui un uomo così rappresentativo della mentalità della clas-
se dirigente come il Paruta afferma con sicurezza che la nobiltà non è altro che

schiavo del Gran Signore è il più vagheggiato titolo che si spenda» (Le relazioni degli Stati Europei,
parte I, p. 183).
189. Jacobi Sadoleti cardinalis et episcopi carpectoractensis viri disertissimi opera quae ex-
tant omnia, II, Verona 1738, p. 258.
190. P. Molmenti, Sebastiano Venier e la battaglia di Lepanto, Firenze 1899, p. 284. Ringra-
zio il prof. Ventura per la segnalazione del passo.
191. M. Berengo, Nobili e mercanti nella Lucca del Cinquecento, Torino 1965, p. 252.
192.  Ventura, Nobiltà e popolo, pp. 276-277. Cfr. anche il cap. V, La coscienza nobiliare
nell’età della decadenza, pp. 275-374.
102 Venezia e i Turchi

«una virtù di maggiori»193 e dove ormai da secoli l’accesso al patriziato dirigen-


te è serrato ermeticamente, la meraviglia e l’ostilità per l’impero ottomano che
ignora, anzi distrugge quando l’incontra, la classe che ormai in tutta Europa, pur
nella pluralità delle forme istituzionali di governo, costituisce la struttura portante
dell’ordinamento sociale, affiorano spesso anche in scrittori appartenenti all’ari-
stocrazia di terraferma o ai ceti intellettuali ormai inseriti per ragioni culturali
e professionali nel circuito della classe dirigente. Il vicentino Gualdo Priorato,
protagonista di una errabonda esistenza come soldato di ventura in Fiandra, Ita-
lia, Francia e Germania, quando tenta di caratterizzare l’atteggiamento dei vari
popoli di fronte alle arti militari attribuisce a «Turchi, Mori et altre Nationi Orien-
tali, che non conoscono la chiarezza de’ natali, usi a vilmente vivere schiavi»
la capacità di «dar perfettezza ad alcuna impresa» solo grazie all’«ubbidienza»,
al «destino» e soprattutto alla «moltitudine», dove evidentemente il concetto di
«moltitudine», carico di connotati spregiativi, si contrappone alla «chiarezza de’
natali», patrimonio prezioso delle civili nazioni occidentali.194
Il nobile veneziano è talmente persuaso del valore assoluto e del prestigio
conferiti dalla nascita privilegiata che spesso si sforza di ricercare nel compor-
tamento dei più elevati funzionari ottomani indizi di un amore per la distinzione
delle classi, pur dovendo ammettere che l’unico nobile di tutto l’impero è il figlio
del sultano anche se il sangue paterno è ignobilmente mescolato con l’«oscurità
del nascimento della madre, nata, si deve credere, dalla feccia della plebe, e come
porta la sua fortuna fatta serva e impudicamente allevata, non d’altro conoscitrice
che del gioco della vita».195
Vissuto ed educato nei pregiudizi di un patriziato che detesta le nozze infa-
manti e declassa i figli illegittimi nel ceto dei cittadini originari, il bailo osserva
con stupore la convivenza del sultano e degli altri ministri con schiave di qua-
lunque razza e condizione sociale che danno alla luce figli pari in dignità e diritti
a quelli nati dalla moglie legittima. L’assenza di un ceto nobiliare, l’indifferenza
assoluta per la purezza del sangue, l’indiscriminata assunzione nelle famiglie più
cospicue di elementi provenienti dalla plebe si unificano e si fondono agli occhi
dell’osservatore veneziano nell’inaudita e scandalosa istituzione dei «rinnegati»
che da umilissimi natali ascendono alle più alte cariche dello stato che reggo-
no con abilità ed esperienza degne dei più consumati e raffinati uomini politici
dell’Occidente cristiano. Il timore di una flessione delle entrate fiscali nel caso di
una conversione forzata dei popoli praticanti una religione fondata su testi scritti
rivelati, la scarsezza di popolazione a causa delle guerre incessanti e infine la
necessittà di assicurarsi preziosi collaboratori stranieri per lavori di alta specia-
lizzazione, sono tra le cause più sicure e storicamente accertate del largo impiego

193. P. Paruta, Opere politiche, a cura di G. Monzani, I, Firenze 1852, p. 315. Cfr. anche G.
Candeloro, Paolo Paruta, I, La formazione spirituale e la dottrina morale, in «Rivista storica ita-
liana», V/1 (1936), pp. 91-93.
194. G. Gualdo Priorato, Il guerriero prudente e politico, Venetia 1640, p. 30.
195. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, p. 462 (relaz. anonima del 1579).
Realtà e mito del turco nella società veneziana 103

di rinnegati nello stato ottomano, secondo un principio di governo che almeno


all’inizio non viene accettato agevolmente dai Turchi nativi.196 L’osservatore ve-
neziano non è però attratto da questi problemi di equilibrio interno dell’impero
ottomano ma dall’abnorme e incredibile origine sociale di tanti ministri con cui
deve quotidianamente sbrigare affari di grande importanza che a Venezia sareb-
bero gelosamente riservati a ristretti e selezionati organi del potere nobiliare.
Malgrado il disprezzo con cui ne parla il nobile veneziano è costretto ad
ammettere che il rinnegato turco guida flotte ed eserciti, amministra province
più grandi della Repubblica, ricopre la carica di primo visir dirigendo quindi
tutta la politica interna ed estera dell’impero ottomano, spesso con perizia ed
astuzia di cui i diplomatici occidentali fanno spesso esperienza a loro spese.
Nelle loro relazioni i baili amano attribuire la mancanza di umanità dei rin-
negati all’alienazione di religione tipica dei disperati attratti «dalla licenziosa
libertà di vita e dal veder riposte nelle lor mani le armi, il governo, le ricchezze,
ed in conclusione tutto l’impero».197 Sono i risvolti politici e sociali a colpire e
sconcertare il nobile veneziano: convinto che l’esercizio del potere politico sia
una gelosa prerogativa della sua classe sociale ormai saldamente insediata da
secoli ai vertici dello stato, abituato a pervenire alle più elevate magistrature
dopo una lenta e faticosa routine nelle cariche minori, egli non può celare il suo
irritato stupore di fronte alle rapide e prodigiose carriere di rinnegati che «senza
aver alcun riguardo che siano piuttosto nati di padre nobile che di pescatori e
pecorai, sono tutti disciplinati per il medesimo fine, ch’è di ascendere alli primi
gradi di quel governo».198
Non potendo disconoscere la loro abilità e potenza il nobile veneto sem-
bra quasi vendicarsi della fortunata ascesa sociale di questi schiavi del sultano
(«poiché si sa che quello è il dominio o la repubblica de’ schiavi, dove loro
hanno da comandare», scrive il Morosini nel 1585), deprimendone l’immagine
morale agli occhi dei suoi compatrioti e caricandoli di tutti i più odiosi e degra-
danti difetti di cui sian capaci la fantasia e l’invidiosa acredine di un orgoglioso
aristocratico europeo.
«Gente nata ignobile, inesperta, abietta, servile, priva per propria natura di
cognizione di governo, di giustizia e di religione, e sopra tutto pieni di arrogan-
za e di superbia» definisce Marc’Antonio Barbaro 1573 i rinnegati di grado più
elevato, ma un suo collega, forse Giovanni Correr, quando si riferisce ai militari
li dipinge con colori ancora più foschi, come uomini «dediti alle rapine, ai furti,
agli omicidi, alle crudeltà, ad una vita inquieta, insolenti, bugiardi, arroganti, am-

196. H.J. Kissling, Das Renegantum in der Glanzeit des Osmanischen Reiches, in «Scientia»,
LV (1961), pp. 18-26.
197. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, p. 389 (relaz. Matteo Zane, 1594).
198. Ibidem, p. 264 (relaz. Gianfrancesco Morosini, 1585). Sull’avvilente servilismo dei rin-
negati ha lasciato una pungente immagine Giovanni Moro che li descrive come uomini che ricono-
scendo dal Sultano «l’avere, l’onore e la vita, nel modo che le cose create ricevono vigor dal sole,
si girano chiamarsi suoi schiavi» (ibidem, p. 338).
104 Venezia e i Turchi

biziosi e senza conoscimento d’onore».199 Il rimprovero ai nuovi nobili di essere


arroganti e superbi è sempre stato buttato in faccia per secoli dal disprezzo misto
a risentimento degli esponenti della vecchia aristocrazia e non è un caso che tutti
i baili siano unanimi nell’attribuire ai rinnegati conosciuti alla Porta questi due
difetti. Leonardo Donà, membro di una delle più cospicue famiglie veneziane e
uno dei più brillanti leaders del gruppo dei «giovani» commenta con poche sbri-
gative parole l’insolenza dei rinnegati turchi: «Quasi tutti sono da infimi et plebei
nascimenti et da villissime servitù elevati ad alto stato. Asperius nihil infimo cum
fertur in altum».200 I vizi e la bassezza di carattere che li contraddistinguono hanno
le loro radici proprio nella mancanza di una tradizione nobiliare che fornisca loro
«esempio di virtù» e li stimoli a lasciare in eredità ai figli ricchezze e prestigio
sociale. Nella Repubblica Veneta il privilegio sociale è strettamente connesso al
possesso di beni e ricchezze, condizione indispensabile per l’esercizio del potere
politico, ma trova la sua giustificazione agli occhi del popolo nella «virtù» che
orna e distingue il nobile secondo un modello ideale delineato con perfetta coe-
renza ed armonia dal Paruta. L’impero ottomano sembra incarnare con esemplare
specularità un’immagine alternativa di classe dirigente, espressa da rinnegati vili
e abietti, di ignobili origini sociali «che entrano in grandezza senza alcun capita-
le, essendo loro stessi li fabbri della propria fortuna, perché non ereditano dai loro
maggiori né virtù, né case, né ricchezze, ma vizi e scellerati costumi».201 «Amo-
revolissimi, fedelissimi ed obbedientissimi» al Gran Signore cui tutto debbono e
che tutto può togliere in qualsiasi momento, i rinnegati non possono sentire, come
il nobile veneziano che dai genitori eredita «capitale» e «virtù», il sentimento
dell’onore, prerogativa gelosa ed esclusiva dell’aristocratico, e la loro condotta
si ispira di conseguenza a principi di viltà e inumanità. Una suggestiva immagine
dello sprezzante sentimento di superiorità del nobile veneziano verso i rinnegati
turchi ci è offerto da un rapido paragone tracciato dal bailo Giovanni Moro tra i
rais di marina turchi e i sopracomiti veneziani in relazione al trattamento riserva-
to ai rematori alle loro dipendenze. I sopracomiti veneziani «conforme alla loro
nobiltà e alla loro condizione, hanno davanti agli occhi oltre il timor di Dio, il
proprio onore» che li eccita ad assicurare ai propri marinai un trattamento umano,
mentre invece i rais turchi «essendo uomini, per l’ordinario, di vil condizione, e
di conseguenza poco zelanti dei proprio onore e indegni d’esser paragonati con
li sopracomiti della Serenità Vostra nobili d’animo e di costumi» si abbassano a

199. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, pp. 315, 462. Nel 1612 Simone
Contarini assicura che essi «forman quella specie di gente che non pure fra’ Turchi, ma non credo
peggiore si trovi, lasciamo il mondo, nell’inferno ancora» (Le relazioni degli Stati Europei, parte
I, p. 161), mentre Agostino Nani (p. 37) ritiene addirittura che essi professino l’ateismo («non cre-
dono cosa alcuna»).
200. F. Seneca, Il doge Leonardo Donà. La sua vita e la sua preparazione politica prima del
dogado, Padova 1959, p. 297. II giudizio è contenuto nella relazione presentata in Senato nel 1586
dopo un’ambasceria a Costantinopoli.
201.  Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, p. 269 (relaz. Gianfrancesco
Morosini, 1585).
Realtà e mito del turco nella società veneziana 105

comportamenti vergognosi derubando i rematori delle loro paghe e mirando solo


al guadagno in tutti gli uffici in cui sono impiegati.202
Eppure nonostante il disprezzo ed il rifiuto di un’istituzione così lontana
dagli schemi sociali e dalle categorie di valore dell’Occidente, i baili veneziani
non possono restare insensibili agli effetti positivi dell’uso dei rinnegati nello
stato turco. Due tra i più intelligenti e vivaci uomini politici veneziani del Cin-
quecento, ammirati dell’efficienza di questi ministri ottomani, suggeriscono al
Senato di trapiantare, con opportune modifiche e adattamenti, questa esperienza
nei domini del Levante dove più grave si fa sentire la carenza di una compatta
e fedele classe dirigente filo-veneziana. Marino Cavalli, abile diplomatico e
autore di splendidi ritratti di Francesco I, Carlo V, Filippo II, propone nel 1560
di associare agli interessi veneziani gli esponenti del ceto più elevato della
Dalmazia e del Levante oppure di dar moglie, ricchezze e gradi a «privati e
bravi omini loro sudditi che riescono in guerra»,203 mentre Lorenzo Bernardo
una trentina d’anni dopo sviluppa l’idea in un piano organico e completo di
cooptazione di elementi abili e geniali provenienti dai ceti più umili. Durante
il suo bailaggio a Costantinopoli ha osservato che alle massime cariche dello
stato ottomano non sono preposti «né duchi, né marchesi, né conti, ma tutti per
origine pastori» e che il Sultano riesce a trasformare i suoi schiavi in ottimi ca-
pitani, sangiacchi e beilerbei «dando loro per questa via credito e riputatione»,
un esempio che Venezia potrebbe imitare curandosi «dei privati e bassi uomini
col dar loro gradi et autorità» assicurandosi così servitori esperti e fedeli, alieni
dalle fughe e tradimenti che così spesso caratterizzano il comportamento dei
nobili sudditi e degli ufficiali stanziati in Levante.204
Il pregiudizio nobiliare e l’immagine fosca dei rinnegati giunti al vertice dello
stato tracciata da tanti osservatori impediscono al Senato di dare attuazione alle
audaci proposte del Cavalli e del Bernardo e per tutto il Cinquecento e Seicento il
rinnegato turco si profila agli occhi dell’opinione pubblica veneziana con contorni
spregevoli e irritanti che ispirano talvolta anche la fantasia di scrittori e poeti.205
Baili esperti di politica e di rapporti umani, teorici freddi e disincantati dello
stato e della società, religiosi tanto legati ad un’intransigente ortodossia quanto di-
sposti ad una realistica considerazione di uomini e strutture non sanno nascondere
il loro ammirato stupore per la sorprendente fortuna di rinnegati elevati ai massimi
gradi di responsabilità nello stato ottomano ma sono addirittura colti da un sussulto
di incredulità e di sgomento di fronte allo scandalo inaudito del passaggio all’isla-

202. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, p. 349 (relaz. Giovanni Moro,
1590).
203. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, p. 283.
204. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. II, p. 358 (relaz. Lorenzo Bernar-
do, 1592).
205. In una poesia secentesca di Gianfrancesco Busenello spicca la graziosa immagine di un
rinnegato che si duole piangendo «d’aver perso la fede e la speranza, quando un turco arabià con
un pe in la panza / fa de buttarlo in mar la carità» (A. Livingston, La vita veneziana nelle opere di
Gian Francesco Busenello, Venezia 1913, p. 216).
106 Venezia e i Turchi

mismo di singoli cittadini, di interi nuclei familiari o addirittura di gruppi sociali


compatti ed omogenei di sudditi veneziani. È un fenomeno che percorre tutto l’arco
dell’età moderna e accompagna con sorprendente sincronia, che non esclude scarti
e alternanze di livelli quantitativi e qualitativi, la complessa e dialettica evoluzio-
ne dei rapporti economici, militari e politici tra la Repubblica Veneta e lo stato
ottomano. Il Braudel ha dedicato alcune pagine di suggestivo interesse a questo
ininterrotto flusso di uomini non solo da Venezia ma dalla Cristianità tutta verso le
terre della mezzaluna: bramosia di guadagno nei tecnici e negli operai qualificati,
fascino dell’avventura o «vertigine dell’apostasia» in semplici viaggiatori o addirit-
tura in membri del clero e soprattutto le persecuzioni religiose che infuriano nei pa-
esi cristiani in sconcertante e perciò seducente opposizione alla relativa tolleranza
turca, sono alcune delle cause indicate dallo storico francese per le scelte maturate
da molti dei protagonisti di questa migrazione di vaste proporzioni.206 Negli osser-
vatori europei prevale per lo più l’interesse religioso: stupisce, addolora o pone
inquietanti e tormentosi dubbi a molti sinceri credenti questa corsa di tanti uomini,
talvolta anche di discreta condizione economica, verso la religione del «falso» pro-
feta Maometto. Fin dal 1605 Botero anticipa in poche righe la spiegazione globale
di questo fenomeno, osservando con tipico realismo da «ragion di stato» che «parte
abiurano la fede per uscir da gli stratij e fuggir i tormenti, altri per speranza d’honori
e di grandezze temporali», senza contare quelli che sin da giovani sono stati prele-
vati ed educati «quasi senza avvedersene» alla religione musulmana.207 Per quanto
riguarda l’Italia, se si fa eccezione per alcune dense pagine dedicate dal De Frede al
proselitismo musulmano nell’Italia meridionale,208 mancano studi dettagliati e com-
plessivi sul fenomeno dei «rinnegati», intendendo per tali non solo i rari e fortunati
individui giunti al vertice del potere alla Porta, ma tutto quel multiforme esercito di
transfughi che in Turchia o nei paesi barbareschi hanno trovato una stabile e defini-
tava sistemazione, rompendo in modo definitivo con la religione cristiana, la patria
d’origine, spesso anche la famiglia. Per Venezia e i territori dipendenti in assenza
di studi specifici cercherò di tracciare un panorama il meno possibile sommario ed
incompleto dei casi di «abiura», «fuga», «rinnegazione», «tradimento» che punteg-
giano quasi ininterrottamente deliberazioni del Senato, dispacci di baili e rettori,
carte del Santo Ufficio. Chi è il rinnegato della Repubblica Veneta, quali motivi o
suggestioni l’hanno spinto al grande passo, come si collocava prima nella scala so-
ciale e come si trova dopo la fatale scelta senza ritorno? E si può veramente parlare
di vera e propria «abiura» o «rinnegazione della fede» in tanti casi dove forse una
più attenta analisi scopre solo tiepidezza religiosa o temporaneo opportunismo?
Purtroppo la natura delle fonti che ci hanno conservato il ricordo di tanti epi-
sodi singoli o collettivi di abiura e apostasia solo raramente consente di gettare

206. Braudel, Civiltà e imperi, pp. 808-811.


207. G. Botero, Delle relationi universali, III, Venezia 1615, p. 116.
208. De Frede, La prima traduzione, cap. IV, pp. 49-60. Il caso più famoso è senza dubbio
quello di Euludj Alì (Lucciali o Uccialli) rinnegato calabrese, pascià d’Algeri e poi ammiraglio
della flotta turca.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 107

luce sui complessi meccanismi mentali che hanno condizionato le più esemplari
e scandalose «scelte di campo» e nella maggior parte dei casi siamo costretti ad
accontentarci di registrare e sottoporre ad analisi decisioni maturate sotto la spinta
di contingenti ed esteriori fattori emotivi e di immediati richiami di natura econo-
mica e sociale. Eppure anche questi casi meritano un’attenta indagine se vogliamo
richiamare una complessa ricerca di storia delle idee e della sensibilità religiosa ad
un concreto e non evanescente rapporto con la concreta realtà delle strutture sociali
che col fenomeno religioso sono pur sempre strettamente connesse.
A Venezia non sono tanto le diserzioni di gruppi di soldati al servizio della
Repubblica a far scandalo quanto la persistente apatia delle popolazioni greche
delle isole, che spesso si tramuta in vera e propria connivenza col Turco o aperto
tradimento, con una continuità nel tempo dal Quattrocento alla fine del Sette-
cento che denuncia con chiarezza le profonde motivazioni sociali del fenomeno.
Sin dalla tarda età comunale i greci nutrono un odio radicato contro i veneziani,
accusati di aver saccheggiato l’economia bizantina e di aver sacrificato al guada-
gno ogni altro valore. Appunto al loro comportamento di padroni avidi e senza
scrupoli, ha ricordato il Cracco, si deve la famosa frase gridata in S. Sofia dopo
il concilio di Firenze: «Meglio il turbante dei Turchi che la mitra dei latini».209
Nelle isole popolate da greci Venezia cerca in ogni modo di sottoporre il clero
ortodosso a quello veneto,210 favorisce i privilegi dei nobili locali a spese dei con-
tadini alienandosi i secondi senza riuscire a legare stabilmente i primi, pieni di
rancore per aver dovuto cedere ai patrizi veneziani l’effettivo esercizio del potere
politico. Diaristi e storici veneziani sono pieni di lamentele per la viltà, fellonia
e talvolta aperto tradimento dei greci delle isole e non sono neppure eccezionali
pagine sincere sulle genuine motivazioni del comportamento apparentemente au-
tolesionista di chi preferisce i Turchi ai «cristiani» Veneziani. Già nell’aprile del
1500 Pietro Dolfin ricorda che i cittadini di Modone e Corone, protestando per le
insufficienti difese approntate dai Veneziani, hanno pubblicamente dichiarato che
«non voleno essere morti, ma se darano a Turci per salvarsi»211 e nei mesi succes-
sivi le pagine del suo diario contengono uno stillicidio di notizie sulla viltà dei
sudditi greci delle isole di fronte agli assalti turchi: nel luglio a Lepanto «quelli
poltroni» si danno al nemico, nell’ottobre sono i villani dei casali a provocare la

209. G. Cracco, Società e stato nel medioevo veneziano (sec. XII-XIV), Firenze 1967, p. 223.
L’espressione citata è del Doukas ed è tolta da G. Ostrogorsky, Histoire de l’état byzantin, Paris
1956, p. 590.
210. Nel 1568 il nunzio a Venezia Giovanni Antonio Facchinetti spinge addirittura i senatori
veneziani a indurre i greci a farsi cattolici perché così saranno «più amorevoli et fedeli verso l’im-
perio d’essi signori» (Nunziature di Venezia, VIII, p. 355; cfr. anche A. Stella, Chiesa e Stato nelle
relazioni dei nunzi pontifici a Venezia. Ricerche sul giurisdizionalismo veneziano dal XVI al XVIII
secolo, Città del Vaticano 1964, p. 60, nota 1). Sulle condizioni dei greci a Venezia nel Quattrocento
e nel Cinquecento v. G. Fedalto, Ricerche storiche sulla posizione giuridica ed ecclesiastica dei
greci a Venezia nei secoli XV e XVI, Firenze 1967.
211. Petri Delphini Annalium Venetirum pars quarta, (Diarii veneziani del secolo decimo-
sesto, a cura di R. Cessi e P. Sambin, Venezia 1943, fasc. I), p. 31.
108 Venezia e i Turchi

resa mentre a Nauplia 2000 stradioti vengono tagliati a pezzi per aver rifiutato di
arrendersi nonostante il parere contrario della popolazione greca.212
Cipro, la perla dei domini veneziani in Levante, è lo specchio più fedele di
queste contraddizioni interne, sociali e religiose, dove il fenomeno della simpa-
tia per i Turchi di larghi strati della popolazione si manifesta con tale intensità
ed evidenza da costringere a significative ammissioni anche uno scrittore così
fedelmente legato al «mito» di Venezia come Paolo Paruta. Aprendo la sua
Historia della guerra di Cipro egli individua nell’«immoderato appetito d’Im-
perio et di gloria militare de’ Prencipi Ottomani» la causa prima della guerra,
ma subito dopo confessa con amarezza che molti abitanti dell’isola desiderava-
no mutare governo in seguito ad una tassa introdotta nel passato per pagare la
cavalleria e risoltasi in una grave servitù per i contadini. I Veneziani non hanno
avuto il coraggio di abolirla al momento dell’acquisto del regno «per non alie-
narsi l’animo de’ nobili, alli terreni de’ quali servivano questi schiavi, da loro
detti Parini»; da ciò il diffuso malcontento di molti «desiderosi di novità, la
quale non sperando d’altra parte poter succedere, ricorrevano a’ Turchi, come
quelli a’ quali per la potenza et per la vicinità loro era molto facile et opportuna
l’impresa».213 Il favore delle classi più povere dell’isola per i Turchi durante la
campagna militare e dopo la pace del 1573 che sancisce la definitiva annessione
del regno all’impero ottomano non è un caso isolato, ma lo specchio di una si-
tuazione generale in tutti i possessi veneziani in Oriente, di cui la guerra di Can-
dia ci offre un altro e ancor più clamoroso esempio. Quando il 24 giugno 1645
i primi reparti turchi sbarcano nell’isola non tardano ad approfittare del largo
favore di una parte consistente della popolazione greca, esasperata dal malgo-
verno e dall’oppressione dei nobili. Lo storico rodigino Girolamo Brusoni, che
descrive le varie fasi delle operazioni militari sulla base di testimonianze dirette
raccolte a Venezia negli anni del conflitto, ci porge alcuni esempi veramente
clamorosi delle simpatie filo-turche della parte più umile della popolazione. Gli
abitanti di Rettimo, «sempre la più cattiva gente del Regno», col pretesto di non
poter essere ulteriormente difesi e di non volere essere fatti a pezzi a vantaggio
della Repubblica, scrivono direttamente ad Assan bassà professando la propria
devozione al Sultano,214 mentre a Casale di Patinà il comandante veneziano, co-
stretto a desistere dal suo progetto di punire gli abitanti convinti di intelligenza
con i Turchi, perché «volendo dar luogo a’ buoni con la espulsione de’ cattivi
avrebbe convenuto vuotare il paese d’abitatori», sceglie invece la via della per-
suasione, li esorta a non darsi ai nemici e a difendere la Religione, la Patria,
la Libertà, sostanziando queste parole con esenzioni da tasse e concessioni di
privilegi, ma tutto senza esito.215

212. Petri Delphini Annalium, pp. 119, 179, 190, 193. Tradimenti a Lepanto, Candia e altre
località sono segnalati da altre fonti tra cui il Malipiero (Annali Veneti, p. 112, 114).
213. P. Paruta, Historia della guerra di Cipro, Venetia 1605, p. 6.
214. G. Brusoni, Historia dell’ultima guerra tra Veneziani e Turchi, Venezia 1673, parte I, p. 85.
215. Ibidem, pp. 87-88.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 109

Il Brusoni è convinto che i Turchi dopo lo sbarco non avrebbero fatto alcun
progresso se i villani dell’isola «discendenti per lo più da schiavi, e avvezzi ad
essere trattati quasi da schiavi da’ loro padroni» avessero dimostrato una sia pur
minima volontà di difendersi; invece molti di loro «abbracciarono fin da princi-
pio il giogo della barbarie ottomana, perché portavano il cuore guasto, e roso dal
veleno, e dal tarlo dell’avversione, e della infedeltà», tanto da mostrarsi in talune
occasioni «più efferati contro di noi delli stessi Turchi».216 Le profonde radici di
classe di questa ribellione antiveneziana, solo sfiorate dal Brusoni, sono invece
ben presenti nelle pagine di Andrea Valier che attribuisce senza esitazione all’op-
pressione dei nobili la mancata resistenza della popolazione che «alla comparsa
de’ Turchi non fece alcuno sforzo per ributtarli, sperando di migliorar conditione
ancor sotto à quei barbari» e riconosce che solo «mille disordini» e «insoffribili
trattamenti» possono aver scosso «l’affetto d’un dominio così lungo».217
Anche nel corso dell’ultima guerra veneto-turca del 1714-1718 si moltipli-
cano gli atti di insofferenza e di aperta simpatia per gli ottomani da parte delle
popolazioni greche anche se ormai la perdita delle due grandi isole di Candia e
Cipro ha largamente ridimensionato il problema per il governo della Repubblica
Veneta.218 Naturalmente il legame tra tensioni sociali e scelte religiose è molto
complesso e articolato anche per quanto riguarda il passaggio di alcune popola-
zioni suddite all’islamismo. Limitando l’indagine all’isola di Cipro, per cui pos-
sediamo ora alcuni studi di notevole valore, va innanzitutto rilevato che secondo
i termini di resa fissati alla deputazione di Famagosta recatasi a Costantinopoli
al seguito di Mustafà Pascià, ai greci viene concesso di conservare il loro culto a
condizione che tra di loro non restino cristiani di rito latino. Tutti i dignitari della
chiesa latina vengono massacrati, i monasteri chiusi, ai latini è vietato possedere
chiese, case, terre e si apre un periodo assai difficile per la nobiltà locale il cui
atteggiamento è stato piuttosto incerto durante la guerra.219 L’importante ricerca
di Costas Kyrris sulle modalità e sul significato della conversione all’islamismo
di alcuni esponenti della classe dirigente cipriota, prospetta stimolanti riflessioni
sull’intreccio di motivazioni religiose, economiche, politiche, personali del feno-
meno dei rinnegati nell’ex dominio veneziano.220

216. Ibidem, pp. 19, 330, parte II, p. 121. Addirittura un vescovo greco, secondo il Brusoni,
sarebbe passato ad Adrianopoli per sollecitare l’intervento della Porta (p. 121).
217. A. Valier, Historia della guerra di Candia, Venetia 1679, p. 21.
218. Nel 1723 Girolamo Ferrari nota con stupore che i greci «si reputarono felici col ritornare
nelle braccia de’ Turchi, quantunque da loro oppressi», adducendo a pretesto le angherie subite dai
veneziani (G. Ferrari, Delle notizie storiche della lega tra l’imperatore Carlo VI e la Repubblica di
Venezia contra il Gran Sultano Achmet III e de’ loro fatti d’armi dell’anno 1714 sino alla pace di
Passarowitz, Venezia 1723, p. 44).
219. G. Hill, A history of Cyprus, IV, The Ottoman Province. The british Colony 1571-1948,
Cambridge 1952, pp. 305-313.
220. C.P. Kyrris, L’importance sociale de la conversion à l’islam (volontaire ou non) d’une sec-
tion des classes dirigeants de Chypre pendant les premiers siècles de l’occupation turque (1570 - fin
du XVIIe siècle), in Actes du Premier Congrès International des Études Balkaniques et Sud-Est Eu-
110 Venezia e i Turchi

Matrimoni di fanciulle e di vedove nobili con Turchi per conseguire una


posizione sociale meno disonorevole della schiavitù, fedeltà delle classi basse
alla primitiva scelta filoturca, miseria e sfortuna per i nobili non convertiti, que-
sti i fenomeni più salienti dei primi anni del dominio ottomano, ma soprattutto,
sottolinea il Kyrris, netta si delinea la tendenza dei nobili ad esprimere la loro
flessibilità di classe, imboccando senza esitazione la strada delle
conversions selectives, par lesquelles les rénégats sauvergardaient leur statut sociale
et leurs possessions, coopéraient comme égaux avec les classes dirigeantes musul-
manes et s’associaient avec elles dans l’exercice du pouvoir politique et économique
sur les raias.221
Non esiste in questi anni a Cipro una divisone assoluta tra le due comunità
religiose ma una lotta degli oppressi contro gli oppressori senza distinzione di
fede, e l’ideologia predominante è basata sull’opportunismo e lo spirito di adat-
tamento a tutte le circostanze, che consente come fine «aussi bien l’hellénisation
complete que l’islamisation».222
D’altra parte che il desiderio di una vita migliore spinga a scegliere un’altra
patria e tavolta anche un’altra religione il governo veneto comincia nel Seicen-
to ad apprenderlo con un certo rassegnato fatalismo. Già nel febbraio del 1591
«levantini sudditi di quel Ser.mo D.nio absenti per diverse cause» soggiornano
in Costantinopoli in numero così elevato da destare la preoccupata meraviglia
del bailo Matteo Zane che si affretta ad informare il Consiglio dei Dieci.223 Il 30
giugno 1631 il Provveditore generale in Dalmazia e Albania emana un decreto
che vieta ai sudditi di recarsi in paese turchesco senza licenza224 ma la morsa del
bisogno e il richiamo di un futuro meno avaro di materiali soddisfazioni sono più
forti dell’amor patrio e delle preoccupazioni religiose, come attesta la nota di un
funzionario dell’isola di Noxia che nel marzo del 1664 registra con amarezza il
comportamento di molti uomini dell’armata e abitanti civili che «si conducono
con varij pretesti di mercantia in paesi Turcheschi e dimorano costà senza mai
più ritornare alla loro patria».225 Nel Settecento quello che sembrava sino allora
un fenomeno grave e depl6revole ma pur sempre circoscritto a gruppi limita-
ti di persone provenienti da regioni particolarmente colpite da carestie o altre
calamità, si dilata sino ad assumere vaste dimensioni e richiamare più volte la
preoccupata anche se impotente attenzione delle autorità governative veneziane.
È naturalmente la struttura sociale classista e solcata da insanabili fratture e in-

ropénnes, III, Histoire, (Ve-XVe, XVe-XVIIe ss.), Sofia 1969, pp. 437-462. Casi analoghi a quelli indicati
dal Kyrris sono segnalati dal Babinger in Albania nel Quattrocento (Le vicende veneziane, p. 57).
221. Kyirris, L’importance sociale, p. 449.
222. Ibidem, p. 462. Sulle condizioni religiose dei greci sotto il dominio ottomano cfr. anche
T.H. Papadopoulos, Studies and documents relating to the history of the greek Church and people
under Turkish domination, Bruxelles 1952.
223. ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 6, c. 131.
224. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 20, c. 43.
225. ASV, Cariche da mar, Processi, b. 2, reg. 3.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 111

tollerabili sperequazioni economiche cui si sommano gli effetti di un persistente


malgoverno e di un’incuria ormai secolare, a creare le premesse di una prolungata
depressione economica e di un’endemica condizione di precarietà anche ai livelli
minimi di sussistenza.
Appunto alla miseria senza rimedio ha attribuito il Berengo la causa della
massiccia emigrazione di popolazioni dalmatiche verso le province austriache
ed ottomane negli ultimi anni del secolo: un flusso ininterrotto di migliaia di
nuclei familiari (ben 373 solo verso la Turchia) che lasciano l’ingrata terra
nella speranza di migliori condizioni di vita in una nazione per secoli nemica,
in cui forse qualcuno non si farà scrupolo di abbandonare la fede dei padri.226
Questo massiccio depauperamento umano a vantaggio dell’islam comincia a
manifestarsi sin dai primi anni del Settecento, quando ancora non è subentrata
la pace di Passarowitz a dare ai rapporti veneto-ottomani il suggello di un trat-
tato che apre un felice periodo di pacifiche relazioni, ma il Senato non sembra
valutare i primi sintomi in tutta la loro gravità. Nell’ottobre del 1700 ben 1000
uomini e 700 donne di Tine lasciano in massa le loro dimore e si recano ad
abitare a Smirne, ma il Senato si limita a giudicare «molto stravagante» che il
fatto sia venuto a sua conoscenza solo tramite il bailo e pur disponendo inda-
gini per accertare se la clamorosa decisione è stata provocata od affrettata da
inopportune vessazioni, liquida l’affare raccomandando al console di trattare i
profughi con dolcezza affinché non si abbandonino a «più scandalosi e pregiu-
dizievoli rissolutioni», chiara allusione al pericolo di una conversione in massa
all’Islam che avrebbe suscitato enorme scalpore nell’Occidente cristiano met-
tendo sotto accusa i sistemi di governo veneziano nelle isole.227 L’atteggiamen-
to delle autorità veneziane periferiche e centrali è incerto, esitante, privo di
una chiara linea di condotta sia nell’analisi e interpretazione dei fatti sia nelle
decisioni immediate e nei provvedimenti di più lungo respiro. I funzionari che
vivono a contatto con la popolazione delle isole colgono con lucido realismo
le concrete motivazioni economico-sociali di un così massiccio rifiuto della
patria, come quei tre sindaci di Cerigo che pur compatendo i pericoli per la
vita e per l’anima dei loro isolani che prendono la via della Turchia ammettono
che sono gli «struscij et altre vessationi che soffrono» a renderli «impatienti et
intollerabili».228
Nel novembre del 1746 il Senato è costretto ancora una volta da un dispaccio
del bailo a occuparsi di un flusso migratorio ormai di grandi proporzioni ma non
riesce ad andare al di là di una generica presa d’atto delle «pessime conseguenze
poi di religione e di stato» e di una retorica deplorazione dell’ingratitudine dei
sudditi che non sanno apprezzare la «soavità e giustizia» del paterno governo del-

226. M. Berengo, Problemi economico-sociali della Dalmazia veneta alla fine del ‘700, in
«Rivista storica italiana», LXVI (1954), p. 491.
227. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 35, cc. 232v-233r.
228. ASV, Capi del Consiglio dei X, Lettere di rettori e altre cariche, Cerigo, b. 287, disp. 314
(20 giugno 1732).
112 Venezia e i Turchi

la Serenissima.229 A partire dalla metà del secolo le carte ufficiali della Repubblica
non fanno altro che ripetere con monotona insistenza le lamentele ora risentite
ora accorate sull’«intollerabile libertà» e l’«ormai troppo osservabile e scanda-
losa affluenza de sudditi nostri negli stati ottomani», cui fanno da malinconico
contrappunto reiterati quanto inefficaci provvedimenti.230
Col declinare del secolo i dispacci dei baili denunciano la comparsa sempre
più massiccia a Costantinopoli e nelle altre più importanti città dell’impero di
gruppi compatti e omogenei di schiavoni che cercano disperatamente un lavoro
e spesso dopo anni di dura fatica riescono a ritornare alle loro case con un mode-
sto gruzzolo.231 Più spesso però si tratta di elementi senza fissa dimora e privi di
qualsiasi qualificazione professionale in grado di inserirli nella realtà produttiva
del paese ospite. Una parte di quella massa di emigranti ricordata dal Berengo
non si stanzia infatti nelle vicine province balcaniche ma si spinge sino ai grandi
centri urbani dell’Asia dove spera di vivere d’espedienti ai margini dei traffici
dei mercanti veneziani; non si pone problemi etico-politici o religiosi ma si ab-
bandona spesso ad atti di delinquenza comune mettendo in imbarazzo il bailo,
costretto ad assumerne contro voglia la protezione e a curarne spesso a sue spese
il reimpatrio.232
L’allentamento dei controlli burocratici, il lungo periodo di pace che favo-
risce la distensione degli animi, la deteriorata situazione economico-sociale cui
corrisponde un indebolimento dell’apparato repressivo dello stato, concorrono
a convogliare nella capitale ottomana negli ultimi anni che precedono la caduta
della Repubblica un nugolo di vagabondi e di malviventi di mezzo calibro che
infestano i bassifondi, provocano disordini, importunano il bailo, spesso costretto
dalla sua intrinseca debolezza e dall’incerta situazione politica a tollerare e ad

229. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 45, c. 107. Preannunciando un’inchiesta


sul problema da parte dei baili ritornati, il Senato trasmette copia del dispaccio al Provveditore ge-
nerale da mar, invitandolo a scoprire cause e rimedi di un fatto che non può essere «né più grave né
più interessante per li più gelosi riguardi del Principato» (cc. 109v, 94v, 106v). Una nuova riunione
dei baili ritornati viene tenuta nell’agosto del 1750 (reg. 46, c. 98v).
230. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 46, c. 96, reg. 49, parte II, c. 40v. Il 2
giugno 1764 si vieta di recarsi a Costantinopoli al seguito dei portalettere a coloro che non possono
dimostrare di avere specifici affari da sbrigare o di essere «benestanti» (reg. 49, c. 40v), mentre
nell’aprile del 1770 viene disposto addirittura l’arresto con la forza dei sudditi che tentano di emi-
grare clandestinamente.
231. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 432, disp. 7 gennaio
1791 di Nicolò Foscarini.
232. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 101 (1779), 102 (1782). Un massiccio contingente di po-
veri diavoli senza mezzi viene rispedito in Dalmazia nel dicembre del 1779 (ASV, Senato, Delibe-
razioni Costantinopoli, reg. 55, parte I, c. 123). Insistenti lamentele contro gli Schiavoni «infesti»,
«molestissimi», «delinquenti e perturbatori» si ripetono per tutto il Settecento; cfr. ASV, Senato,
Deliberazioni Costantinopoli, reg. 51, c. 176v, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. A. Garzoni, c.
6v, Dispacci Costantinopoli, filza 213, disp. 18 aprile e 1 luglio 1768, 215, disp. 3 giugno 1773,
217, disp. 9 luglio 1776, 223, disp. 8 febbraio 1781, 226, disp. 25 febbraio 1785, 227, disp. 2 luglio
1787, 236, disp. 9 giugno 1792.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 113

astenersi da energiche e decisive misure.233 Spinto quasi alla disperazione dal nu-
mero incredibile di sudditi veneti che si aggirano per Costantinopoli, l’11 aprile
1781 il bailo chiede consiglio al Senato e ci offre in poche righe uno squarcio
di rara efficacia sulla drammatica realtà di miseria e di emarginazione sociale di
tanti individui tra cui spicca una massa di medici spostati, ex banditi o malviventi
(ben 80!), che piombano a Costantinopoli dove dopo solo due mesi di pratica si
esercitano «a far straggi sopra Turchi e sopra Cristiani».234
Sarebbe naturalmente far violenza ai fatti cercare in questi massicci trasfe-
rimenti di uomini in territorio ottomano spinte o motivazioni religiose che del
resto neppure il cauto e spesso anodino linguaggio delle scritture ufficiali si so-
gna di rilevare, tanto evidenti sono a tutti le immediate e insopprimibili ragioni
economiche di una scelta né libera né desiderata. Certo è aliena da queste masse
abbrutite e miserabili di contadini una cosciente posizione di relativismo religio-
so, ma è per lo meno lecito sostenere che in un territorio cristiano dove da secoli
la propaganda delle autorità politiche e religiose ha dipinto i Turchi coi più tetri
colori della barbarie preferire un’esistenza sicura in partibus infidelium ad un
calvario di stenti sotto un governo illuminato dall’unico Dio di salvazione, indica
come minimo indifferenza istintiva e forse irriflessa verso un patrimonio di idee
e di certezze che si può agevolmente conservare nella tollerante nuova patria ma
che comunque non è sentito in una dimensione così assoluta ed esclusiva da farsi
preporre alle primordiali esigenze di conservazione della vita.
Alla paura fisica dei maltrattamenti e delle torture, alla fragilità di spirito e
di corpo o semplicemente all’età puerile vanno ricondotti numerosi casi di con-
versioni più o meno forzate di cui sono ricche le cronache degli anni di guerra
del Cinquecento e del Seicento, che vedono sui mari del Mediterraneo e nelle
irrequiete plaghe della penisola balcanica un ininterrotto rimescolio di soldati,
schiavi, profughi più o meno volontari, sbandati di ogni genere, per molti dei
quali l’abbracciare temporaneamente e con riserva mentale l’islamismo è di volta
in volta rimedio di salvezza, ricerca di un migliore avvenire, elezione semiconsa-
pevole e priva di precisi risvolti ideologico-religiosi.
Una quindicina di processi del Santo Uffizio si riferisce a persone delle più
varie nazionalità, professione e condizioni, casualmente finite nelle mani della
giustizia ecclesiastica mentre sostano a Venezia per affari o in attesa di imbarco
per l’Oriente. Giovani di Livorno, Roma, Orvieto, Malta, Leopoli, Guastalla, Na-
poli, Liegi, Goa, sfilano davanti al padre inquisitore raccontando la loro monotona

233. ASV, Inquisitori di stato, Lettere ai baili a Costantinopoli, b. 151, disp. 392, Senato,
Deliberazioni Costantinopoli, reg. 55, parte I, c. 123. L’11 febbraio 1793 al bailo che chiede lumi
sul comportamento da tenere nei confronti dei «sudditi molesti e vagabondi» il Senato consiglia
prudentemente di «non compromettersi per la loro protezione» (Senato, Deliberazioni Costantino-
poli, reg. 59, parte II, c. 72).
234. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 101. Nel dicembre del 1785 il governo turco è costretto a
emanare severe norme restrittive per disciplinare l’afflusso di una vera e propria «folla di Empirici»
che infestano l’impero. Cfr. «Notizie del mondo», n. 103, 24 dicembre 1785 e «Il nuovo postiglio-
ne», n. L, 17 dicembre 1785.
114 Venezia e i Turchi

storia: catturati ancora bambini o adolescenti e costretti ad abbracciare l’islami-


smo vogliono ora riconciliarsi con la vera religione.235 Una vera odissea religio-
sa è quella che narra nell’aprile del 1616 un certo Abdone, sensale trentenne di
Aleppo: nato cristiano e costretto a farsi turco a 10 anni si arruola nell’esercito
ottomano e finisce al Cairo dove si veste da cristiano e vive tranquillamente per
sette anni; riconosciuto, fugge in Ungheria dove nel timore di essere scambiato
per uno spione vive da turco insieme a una comitiva di mercanti bosniaci, giunge
finalmente a Venezia dove torna alla religione cattolica scusandosi dei suoi tra-
scorsi perché «era giovine et in bisogno».236 Altri processi istruiti dal Santo Uffi-
zio di Venezia per presunto «islamismo» sono in realtà poco più che formalità in
quanto riguardano soldati albanesi al servizio della Repubblica che hanno scelto
la via dell’abiura per sfuggire alle sevizie e alle privazioni della prigionia.237 È
probabile che i Turchi in alcune occasioni abbiano maltrattato i prigionieri soprat-
tutto quando si trattava di soldati impegnati in azioni di saccheggio e guerriglia
nelle zone di confine del Balcani, ma è da escludere, e tutte le fonti coeve sono
concordi in questo, che ci sia stata da parte delle autorità ottomane una sistema-
tica pressione per ottenere il loro passaggio all’islamismo. è logico invece che
siano gli stessi prigionieri a compiere spesso un’abiura di comodo, in attesa di
«riconciliarsi» con la Chiesa non appena recuperata la libertà, nella fondata spe-
ranza che ai musulmani sia riservato un trattamento più umano.238 Il 4 settembre
del 1574 ad esempio il Consiglio dei Dieci segnala preoccupato all’ambasciatore
a Roma il pericolo che perdurando la detenzione di 39 prigionieri, tra cui parecchi
nobili, molti si facciano turchi «per disperatione».239
Forme più o meno conscie di «nicodemismo» sembrano aver interessato per-
sone di ogni condizione ed età, schiavi e prigionieri di guerra, ma anche popola-
zioni delle isole greche di volta in volta cadute sotto il dominio ottomano.240 L’at-
teggiamento moderato e conciliante dei padri inquisitori nei confronti di coloro
che per debolezza hanno rinnegato esternamente, conservandosi però in ispirito

235. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 90, 101, 73, 98, 82.


236. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 71.
237. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 69, 86, 87, 95, 98, 101. Quasi tutti depongono con l’aiuto
di interpreti perché evidentemente parlavano solo lingue slave.
238. Nel 1630 Andrea Rossi della Valcamonica ma residente a Venezia ammette che alcuni
anni prima, catturato dai Turchi in Dalmazia, si era circonciso per evitare di essere mandato alla
galera (ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 87). Sull’abiura di schiavi cristiani nel Seicento cfr. anche
A. Tenenti, Aspetti della vita mediterranea intorno al Seicento, in «Bollettino dell’Istituto di storia
della società e dello stato veneziano», II (1960), pp. 6, 14-15.
239. M. Rosi, Nuovi documenti relativi alla liberazione dei principali prigionieri turchi pre-
si a Lepanto, in «Archivio della R. Società Romana di storia patria», vol. XXIV (1901), p. 40
(dell’estratto). A schiavi veneziani che si fanno turchi per sfuggire ai maltrattamenti accenna nel
1554 il bailo Domenico Trevisano (Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, p. 143).
Un caso concreto nel 1501: da Corfù giunge la notizia che la moglie di Polo Contarini, fatta prigio-
niera, ha abiurato (Petri Delphini Annalium, p. 288).
240. Il Ginzburg ricorda l’affiorare del problema delle conversioni più o meno forzate di cri-
stiani catturati dai corsari nella Postilla di Nicolò da Lira (Ginzburg, Il nicodemismo, p. 69).
Realtà e mito del turco nella società veneziana 115

fedeli alla Chiesa cattolica, se testimonia della comprensione delle autorità reli-
giose per il dramma di tanti individui è forse anche un riflesso dell’ampiezza del
fenomeno.241 Talvolta l’eccessivo lassismo di alcuni religiosi, soprattutto gesuiti,
nell’ammettere pratiche e comportamenti nicodemitici non manca di suscitare
vivaci polemiche, come nel caso dei 300 rinnegati di Scio che provoca addirittura
la pubblicazione di vari libelli. Secondo una versione di parte antigesuitica quan-
do il 15 settembre 1694 l’armata veneziana guidata da Antonio Zeno occupa Scio
300 rinnegati pubblicamente conosciuti per Turchi si rifugiano nella moschea e
invocano la misericordia dei vincitori asserendo di essere cristiani. Si tratta per
la maggior parte di donne che per sposare con Turchi hanno abiurato nelle mani
dei gesuiti che hanno concesso di praticare pubblicamente la religione islami-
ca pur continuando a ricevere segretamente i sacramenti. I gesuiti giustificano
apertamente la pratica del «nicodemismo» per queste povere donne, pur negando
di averle ammesse ai sacramenti, mentre dal canto loro i nobili di Scio ormai
residenti a Venezia cercano di ridimensionare la gravità dei fatti, precisando che
dei 300 alcuni erano rinnegati veri che volevano tornare alla fede, altri turchi che
desideravano convertirsi altri infine donne cristiane vestite alla turca.242 Il Santo
Uffizio di Venezia apre anche una serie di processi contro persone di varia condi-
zione sia della Dalmazia che di Venezia, rapite dai Turchi in tenera età o catturate
dai corsari e allevate alla turca e poi tornate a Venezia per varie circostanze della
vita.243 In molti casi si tratta di anziane donne slave, sposate sin da ragazze con
turchi, che decidono di convertirsi al cristianesimo o perché memori del matrimo-
nio coatto in giovane età o semplicemente perché indotte da conoscenti venezia-
ni desiderosi di tranquillizzare la loro coscienza.244 A queste povere donne, così
come ai soldati dalmatici e a tutti coloro che sono stati rapiti o venduti ai Turchi il
padre inquisitore concede senza difficoltà la «reconciliazione» alla fede di Cristo,
limitandosi ad imporre alcune penitenze, consistenti per lo più nel digiuno e nella
recita settimanale del rosario per la durata di tre anni.245

241. Un esempio molto significativo è segnalato da un processo del 22 ottobre 1592: Fio-
renza Podacattaro, di nobile famiglia di Nicosia, condotta schiava in Bulgaria convince il pa-
drone di essere già turca, convive con lui per 22 anni e ne ha tre figli continuando a recitare
segretamente le preghiere cristiane, finché alla morte del marito fugge a Venezia (ASV, Santo
Uffizio, Processi, b. 69).
242.  Sincera dichiarazione de’ nobili di Scio abitanti ora in Venezia, intorno ad un fatto
riferito in un libro intitolato Difesa del giudizio formato dalla S. Sede Apostolica etc. a carte 77 e
stampato in Torino 1709, Trento 1710. Cfr. anche A. Vecchi, Correnti religiose nel Sei-Settecento
veneto, Venezia-Roma 1962, pp. 311-312.
243. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 87. 94, 97.
244. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 95 (1638), 103 (1647). Nel 1622 il tribunale giudica il
caso di una certa Elena figlia di Paolo, bosniaca cinquantenne moglie del mercante Martino Caran-
di, che ha rinnegato dieci anni prima insieme ad uno dei due figli, per sottrarsi ai maltrattamenti
della padrona (b. 77).
245. Comprensione il padre inquisitore dimostra nel 1632 anche per alcuni casi come quello
di Marco Lombardo e Zaccaria Cavalli il cui racconto lascia più di qualche dubbio sulla effettiva
costrizione all’abiura (ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 88).
116 Venezia e i Turchi

Nelle inquiete zone di confine della Dalmazia l’attrazione dell’islamismo è


molto forte per tutti coloro che per vari motivi non si trovano a loro agio nell’am-
biente in cui vivono e la scelta dell’abiura può maturare per i motivi più vari,
talora anche futili.
Giovanni Tussepich, un ragazzo di dodici anni di Macasca, si fa turco per
sfuggire alle ire di alcuni contadini cui ha rubato dei fichi,246 Giorgio Mincovich
di Dugopoli ferisce un turco durante una rissa e rinnega per sfuggire alle rappre-
saglie degli amici dell’avversario,247 un certo Pietro Aderni di Sebenico dice di
aver abiurato perché convinto da un vicino della bontà della religione maomet-
tana ma in realtà ha solo seguito la scelta del suo padrone Marino Zed di Bagna-
luca costretto a circoncidersi per aver offeso un militare ottomano.248 In alcuni
individui la decisione di «prendere il turbante» scaturisce da un semplice calcolo
economico, come nel caso veramente esemplare del raguseo Giovanni d’Andrea
che trovandosi a Belgrado nell’agosto del 1579 prende a credito una partita di
panni da certo Giovanni di Lorenzo e poi rinnega le fede davanti al giudice turco
di Crescevar trattenendo così la merce dell’incauto venditore.249 Altri processi
del Santo Uffizio di Venezia rivelano con trasparente crudezza le drammatiche
condizioni economiche di tante famiglie di contadini dalmatici, rovinate dalle
guerre e oppresse dai tributi che ora i Veneziani ora i Turchi impongono in quelle
tormentate regioni di confine.250
Un caso del tutto particolare è quello di quei rinnegati che col linguaggio dei
primi cristiani si potrebbero chiamare «relapsi», di solito ex schiavi turchi battezzati
più o meno spontaneamente che alla prima occasione tornano alla fede primitiva.
La scuola dei catecumeni di Venezia abbonda di greci e talvolta di ragazzi
di lontane regioni asiatiche o africane ma ben di rado ospita Turchi e del resto la
resistenza dei musulmani ai tentativi di conversione è testimoniata dal limitatissi-
mo numero di schiavi che acconsentono a farsi battezzare. Sin dai primi anni del
Cinquecento è prassi normale, come abbiamo già visto, restituire tutti i prigionie-
ri di guerra e il Senato dispiega sempre una particolare sollecitudine nel liberare
tutti gli schiavi turchi per sottrarsi alle vibranti proteste della Porta.251 Questo non
impedisce che masse imponenti di schiavi ottomani restino per anni inchiodati
al remo di galere veneziane, sottoposti ad un trattamento non certo migliore di

246. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 91 (1634).


247. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 98 (1643).
248. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 98 (1642).
249. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 46.
250. Alcuni casi significativi: un padre si fa turco e induce a imitarlo il figlio Giovanni Isin
per sfuggire al fiscalismo eccessivo, un certo Andrea Marchetti di Pastrovich di religione greco
scismatica è venduto ai Turchi dal santolo mentre un Giorgio di Bostara è costretto a farsi turco
per l’abbandono in cui è lasciato dai due fratelli sposati (ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 101, anni
1644-1645).
251. Già il 27 giugno del 1557 il Senato volendo «che non sia tenuto alcun musulmano sopra
le nostre galee in ferri» ordina ai comandanti di fare ricerche e di liberare quelli eventualmente
ancora trattenuti (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 1, c. 68). Ordini simili si susse-
guono numerosi negli anni seguenti.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 117

quello inflitto ai loro compagni di sventura condannati dai tribunali. Nonostante


questa vita terribile le conversioni al cristianesimo sono pochissime, anche se è
da supporre che di qualcuna sia sparita la traccia nei frettolosi documenti dei co-
mandanti delle navi.252 In alcuni casi poi le stesse fonti lasciano filtrare tra le righe
il sospetto che la fede dei novelli cristiani non scaturisca da profonde meditazioni
e da una consapevole adesione al patrimonio dogmatico della Chiesa cattolica,
ma solo dal desiderio di sottrarsi agli stenti e ai maltrattamenti. Due schiavi turchi
catturati a Lepanto dal conte Silvio di Porcia e Brugnera si fanno battezzare a
Bergamo dopo una lunga preparazione di un prete che li ha «sollecitati» e istruiti
nella santa fede,253 mentre altri cinque infelici, consunti da trent’anni di remo si
fanno cristiani nel novembre del 1600 ottenendo dal Senato di essere ricoverati
per il resto della loro vita negli ospedali dello stato «secondo che si è fatto in
altre simili occasioni».254 Il padre cappuccino Bartolomeo da Tregnago, celebre
e infaticabile operatore di conversioni singole e collettive, si vanta nel 1644 di
aver portato alla fede cristiana «senza alcuna costrizione, ma con la sola forza
della persuasione» ben 300 turchi, ma poi ammette ingenuamente che per evitare
la loro fuga nei paesi d’origine, col pericolo di un ritorno all’islamismo, è stato
costretto a farli arruolare nei reggimenti veneti impegnando il governo a non
congedarli.255 Non meno aleatorie e legate a sollecitazioni affettive e passionali le
fughe in Cristianità di alcune donne turche, spesso causa di spiacevoli incidenti
e di moleste implicazione politiche. Il 27 marzo 1586 viene in Collegio, alla pre-
senza di «un numero de turchi delli più honorevoli che si trovino in questa città»,
suor Dorothea per essere interrogata sulla sua volontà di tornare col marito Ettore
Salem pugliese rinnegato o di rimanere nella fede cristiana ormai abbracciata nel
monastero delle convertite della Giudecca.256 Un episodio abbastanza normale in
tutti i tempi e paesi, la fuga di casa di una ragazza turca di Clissa probabilmente
per amore di un cristiano, suscita nel 1621 uno spinoso caso diplomatico e pone
il Senato veneziano nella necessità di scegliere tra due alternative altrettanto sgra-
dite, la restituzione della giovane in deroga al dovere cristiano di propagandare
la fede e procurare la conversione degli infedeli oppure una ferma resistenza
alle proteste dei parenti col rischio di passi ufficiali della Porta e depredazioni
e saccheggi ai confini dalmatici.257 Il Senato è tranquillamente convinto che «a
quei confini queste sono cose usate et ben spesso avviene che dei nostri vadino a
mutar fede in Turchia et dei loro vengano nel stato nostro a farsi Christiani senza

252. Nel 1699 su 849 schiavi turchi imbarcati su galere veneziane si registrano solo 8 battesi-
mi (ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 306).
253. A. De Pellegrini, Di due schiavi turchi del conte Silvio da Porcia e Brugnera dopo la
battaglia di Lepanto, in «Nuovo archivio veneto», XXIV, 42 (1921), pp. 232-235.
254. ASV, Senato Mar. reg. 60, c. 119.
255. Arturo da Carmignano di Brenta, L’opera dei cappuccini durante la guerra di Candia
(1645-1669), in «Ateneo Veneto», VIII (1970), pp. 12-13. L’elenco dei «convertiti» è conservato
all’archivio provinciale capitolare dei capuccini di Mestre.
256. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 7, cc. 31-33r, 36r, 46r.
257. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 13, cc. 216-217, 227, reg. 14, c. 19r.
118 Venezia e i Turchi

che per ciò ne segua alcuna perturbatione», ma coglie l’occasione per impartire
ai magistrati di Dalmazia alcune disposizioni generali nel caso si ripetano fatti
simili. Il conte di Spalato «se ben portato da Christiano et pio zelo, ha però celer-
mente assentito al battezzare della suddetta giovane» ma alla prudenza politica
dei patrizi di Venezia questo pare zelo un po’ eccessivo ed inopportuno e il Senato
suggerisce che in futuro quando un turco od una turca si vogliono convertire i
funzionari veneziani attendano istruzioni dal centro «affine che per la vicinità
de’ Turchi a quei confini non nasca alcun impedimento all’effettuare questo atto
di pietà».258 Questo fatterello, di per sé abbastanza modesto, ha però una curiosa
appendice che merita di essere raccontata perché getta qualche fascio di luce sui
metodi in uso per spingere le giovani turche ad abbracciare la fede di Cristo. Una
lettera del sultano, sollecitato dal padre della ragazza, Acmet Agà castellano di
Clissa, lamenta che la fuga sia stata in realtà un rapimento e che una volta giunta
a Spalato la fanciulla sia stata condotta in una chiesa e qui, «circondata da trenta
in quaranta religiosi et da un numero infinito di donne cristiane che li dicevano
che la nostra fede non era buona», indotta a baciare la croce e «gli idoli» e ad
assumere un nome cristiano mentre fuori «furono sparati molti tiri di canone et
fatto grandissima allegrezza».259 La storia ha un lieto fine come in un bel romanzo
d’amore e di avventure perché il padre viene accontentato nel suo desiderio di ve-
dere la figlia, visita accuratamente il monastero delle Zitelle alla Giudecca dov’è
stata collocata, partecipa a due concerti di voci delle monache e, pur dovendo
lamentare la ferrea decisione della ragazza di non tornare alla fede islamica, se ne
parte con qualche soddisfazione avendo constatato l’onorevole trattamento e la
buona educazione impartita alle allieve.260
Desiderio di sfuggire ai maltrattamenti, aspirazione a migliorare le pro-
prie condizioni personali, semplice opportunismo, le stesse motivazioni dun-
que di tante temporanee apostasie di cristiani sono anche alla radice di molti
ritorni alla fede musulmana che fanno pensare all’esistenza anche fra i Tur-
chi di una sorta di «nicodemismo islamico». Giovanni Maria da Genova ex
schiavo battezzato confessa candidamente di essere partito alla volta di Venezia
deciso ad imbarcarsi per Costantinopoli dopo aver sorpreso la moglie con un
gentiluomo,261 mentre un certo Tommaso d’Angari già battezzato nel 1585 e
poi fuggito una prima volta ad partes infidelium, per giustificare la sua rica-
duta inventa la strana storia di un chiaus turco incontrato a Poveggia che dopo
averlo derubato di un panno gli avrebbe propinato «una artificiosa et nocevole
bevanda» soporifera approfittando poi del suo stato di incoscienza per rasarlo e

258. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 13, cc. 229.


259. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 18, c. 38.
260. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 18, cc. 38r-47v. Altri due casi analoghi
si verificano nel 1597 e nel 1614 e hanno per protagoniste Elena figlia di Giusuf Agà Cienalelli (reg.
9, c. 75) e una certa suor Dorothea pure figlia di un agà turco che cerca vanamente di farla tornare
alla fede islamica (reg. 10, c. 39r e Cicogna, Delle inscrizioni veneziane, VI, p. 801). Ancora un
episodio del genere nel 1776 (Deliberazioni Costantinopoli, reg. 53, parte II, c. 88).
261. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 79 (8 ottobre 1624).
Realtà e mito del turco nella società veneziana 119

vestirlo alla turca.262 Ancor più esemplare il caso di Mustafà Baliraj, nato a Co-
stantinopoli e fatto prigioniero a Lepanto, che dapprima rifiuta ostinatamente di
lasciare la fede islamica poi per amore di una Simona genovese si fa cristiano
e pratica regolarmente i sacramenti ma alla fine colto da rimorso o da nostalgia
della patria si reca a Venezia, riprende l’abito turchesco nel Fondaco e cerca di
imbarcarsi per il Levante.263 Il 13 aprile 1649 esce dal carcere di Venezia per
rispondere alle accuse di alcuni mercanti armeni «quidam homo macillentus,
carnis albae, pillis nigris, oculis parvis, indutus habitu quasi turcico»: è Asso-
lomamuto Salomon di Rodi, schiavo turco a Malta e poi a Siena, che nega con
fierezza ed ostinazione di essere mai stato battezzato e di aver dissuaso alcuni
turchi di Candia dal proposito di convertirsi.264
La mobilità della fede si accompagna talvolta alla irrequietezza di una vita
peregrina e vagabonda, in cui alle alterne vicende dell’esistenza quotidiana si in-
trecciano repentini mutamenti di costumi, idee, convinzioni religiose. Nell’ago-
sto del 1759 il Muftì e il Gran Doganiere di Costantinopoli sollecitano il bailo ad
interessarsi delle condizioni di Chiassi Iohià, un povero cieco abitante a Venezia
in Calle de’ Stagnari nella casa di Antonio Favaro. Le indagini delle autorità ve-
neziane portano alla luce un’esistenza avventurosa ed errabonda nel Levante, a
Venezia, Vienna, con il successivo passaggio dall’islamismo alla religione greco-
ortodossa al cattolicesimo, ultima sponda ideale di un uomo provato dalle disgra-
zie, che però negli stenti di una vita di mendico in piazza S. Marco va col pensiero
al padre turco e ne invoca un aiuto ritenuto non incompatibile con la sua fedeltà
alla Chiesa cattolica.265 Le migrazioni individuali e collettive di sudditi disperati
e rosi da un’endemica miseria, le conversioni più o meno forzate di militari e
bambini, le frequenti e un po’ scontate «ricadute» di turchi male cristianizzati
non turbano più di tanto le coscienze di uomini politici e di Chiesa, che sembrano
invece quasi increduli di fronte alle innumerevoli, deliberate, fughe in Turchia di
singoli cittadini veneziani di tutte le condizioni sociali.
Nel 1609, in un periodo in cui più intenso e irrefrenabile sembra il flusso ver-
so la Turchia, Paolo Sarpi si fa portavoce preoccupato dell’angoscia per questo
inaudito tradimento della fede in Cristo da parte di tante persone «licet forte non
satis credentes» che raggiungono con ogni mezzo i detestati «loca infidelia» dove
si spogliano del nome e della professione di Cristo. Spaventa il severo servita,
e con lui altri osservatori laici ed ecclesiastici, il numero dei transfughi: «non

262. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 51.


263. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 57 (8 agosto 1586). Un caso che non finisce davanti
all’Inquisizione è quello di un giovane schiavo indiano di religione islamica che fugge nell’aprile
1618 dalla casa veneziana di Ottavio dall’Ogio e si rifugia presso il chiaus turco affermando di
voler tornare musulmano (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 12, cc. 62-63).
264. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 105. Altri casi in b. 53 (1584), 123 (1683). Nel dicembre
del 1662 abiura a Venezia Anna Zerniz, nata da genitori turchi e battezzata da un colonnello cal-
vinista: un bell’esempio di quel crogiuolo di fedi religiose che è il Mediterraneo del Cinquecento
(ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 110).
265. ASV, V Savi alla Mercanzia, Scritture (1758-1769), reg. 187, cc. 93v-94v.
120 Venezia e i Turchi

enim agitur» scrive al suo corrispondente Leschassier, «de decem, aut duodecim
millibus, se de ducenti millibus».266 Valutare l’entità del fenomeno, analizzarne le
cause molteplici, disparate e talvolta tra loro contraddittorie, penetrare, quando
l’aridità o addirittura la reticenza delle fonti lo consentano, gli impulsi e i mecca-
nismi mentali che ispirano a tanti veneziani l’abbandono della patria e della fede,
è obiettivo arduo ma suggestivo di ricerca.
Una prima categoria omogenea di potenziali rinnegati si può facilmente in-
dividuare negli innumerevoli banditi che infestano le isole e le città del Levante
da dove rettori e baili continuano a tempestare il Senato ed il Consiglio dei Dieci
perché trovino rimedi ad un’endemica situazione di disagio e di insicurezza. Col-
pito da una condanna che lo costringe a lasciare la sua città, sradicato dal tessuto
sociale in cui è sin’allora vissuto, il bandito, nobile o plebeo, viene destinato mol-
to spesso a qualche località della Dalmazia e del Levante267 e di lì è facile la deci-
sione di raggiungere Costantinopoli alla ricerca di lavoro, di un salvacondotto o,
in caso estremo, di un inserimento nella società ottomana. La speranza di un sal-
vacondotto da parte del bailo è in realtà la prima e concreta speranza del bandito
che si reca a Costantinopoli sapendo molto bene che gravi considerazioni di ordi-
ne religioso e politico impongono al governo veneto di evitare con ogni mezzo lo
scandalo dell’abiura dei suoi cittadini. Per tutto l’arco dei tre secoli e mezzo che
vanno dall’installarsi degli ottomani a Costantinopoli alla caduta della Repubbli-
ca la miseria avvilente dei banditi, la loro disperazione e le continue minacce di
passaggio all’islamismo, costituiscono uno dei crucci più amari del bailo. Sin dal
23 giugno 1581 una deliberazione del Consiglio dei Dieci stabilisce la modalità
del rilascio dei salvacondotti e negli anni seguenti si susseguono le raccoman-
dazioni ai baili perché si attengano scrupolosamente alle restrizioni fissate che
tengono conto della «qualità delle persone et delli bandi di cadauno».268 In realtà
sin dall’inizio i baili sono molto larghi nelle concessioni tanto che il 14 maggio
1590 il Provveditore generale del Regno di Candia lamenta che la speranza di
ottenere salvacondotti «invita ogn’uno a correr a Costantinopoli per ogni leggier
causa» dando così via libera agli eccessi dei malviventi269 e l’anno successivo il
Provveditore di Zante Bartolomeo Paruta riferisce con scandalo la vanteria di un
malvivente che, appena commesso un delitto, dichiara che se fosse stato bandito
avrebbe senz’altro ottenuto un salvacondotto a Costantinopoli.270 D’altronde è lo

266. Sarpi, Lettere ai gallicani, p. 61 (lettera a Jean Leschassier del 10 novembre 1609).


267. Il 28 dicembre del 1542 ad esempio il rettore di Cefalonia lamenta che l’isola sia sempre
piena di banditi (ASV, Capi del Consiglio dei X, Lettere di rettori e altre cariche, Cefalonia, b. 287).
268. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 17, cc. 14v-15r. Le istruzioni ai baili
vengono ripetute più volte facendo sempre richiamo al decreto del 23 giugno 1581. Un sommario
delle disposizioni emanate dal Senato e dal Consiglio dei Dieci in tema di salvacondotti ai banditi
è compilato nel 1669 e si trova ora in ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 297.
269. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 297. A Zante c’è addirittura un certo Zandorodi che
sbarca il lunario falsificando abilmente i salvacondotti del bailo Giovanni Cappello (ASV, Capi del
Consiglio dei X, Lettere di rettori e altre cariche, Zante, b. 296).
270. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 297.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 121

stesso Senato il 12 marzo 1639 a prolungare a 8-10 anni la validità dei salvacon-
dotti per gli abitanti delle isole e i lavoratori dell’arsenale contumaci, probabil-
mente nella speranza di por fine allo scandalo di tanti sudditi che vagano per la
Turchia rinnegando talvolta la fede.271 La concessione di salvacondotti diventa
così una delle occupazioni ordinarie dei baili che a partire dal primo decennio
del’600 carteggiano con i capi del Consiglio dei Dieci quasi esclusivamente sul
tema dei banditi, chiedendo istruzioni sui casi più delicati in cui è necessario
conciliare la ragion di stato, che sconsiglia di esporre Venezia all’umiliazio-
ne della pubblica apostasia dei suoi cittadini, con gli indispensabili riguardi
al decoro e al prestigio delle leggi. Il numero dei banditi che scelgono la via
di Costantinopoli è altissimo già nel Cinquecento ma cresce progressivamente
nella seconda metà del Seicento e nel Settecento; allora essi cominciano a scia-
mare nelle città minori dell’impero, rendendosi talvolta protagonisti di episodi
clamorosi come quando nel dicembre del 1783 si battono in gran numero per le
vie di Smirne seminando per due giorni il panico tra la popolazione.272 L’archi-
vio del bailo a Costantinopoli ha conservato, purtroppo solo per alcuni perio-
di, i registri dei salvacondotti concessi ai banditi presentatisi all’ambasciatore
spontaneamente o perché sollecitati e ricercati dallo stesso bailo. Essi ci danno
innanzitutto la dimensione quantitativa del fenomeno: 55 salvacondotti rilascia
dal 1672 al 1675 Giacomo Querini, 22 Alvise Mocenigo dal 1710 al 1714 e 14
Andrea Memmo nel solo anno 1714 e ordini di grandezza simili riscontriamo
anche negli anni seguenti anche se spesso il materiale documentario è lacunoso
e frammentario e non consente statistiche sicure.273 Nella formula del salvacon-
dotto traspaiono chiare le preoccupazioni religiose e politiche che ispirano la
concessione e che sono alla base delle direttive del Senato e del Consiglio dei
Dieci. Il bailo fa riferimento alla vita raminga e stentata dei banditi e ai disagi
delle famiglie, ma più spesso ai pericoli «della vita e dell’anima ancora», al
rischio di «perdersi in questo paese», alludendo chiaramente alla possibilità di
un abbandono della fede cristiana. «N’è molesto che molti banditi anco per casi
leggieri et altri per causa de banditi vengano a Costantinopoli et si fanno turchi
o veramente servono sopra la loro armata», scrive il 23 giugno 1581 il Consi-
glio dei Dieci al bailo, registrando una situazione che già allora doveva avere il
carattere di quasi normalità.274

271. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 25, parte I, cc. 3v, 91v.
272. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 224, disp. 24 dicembre 1783 e 24 febbraio
1784, Bailo a Costantinopoli, b. 102. Per dare un’idea del fenomeno a cavallo tra Cinquecento e
Seicento basti ricordare che il 24 gennaio 1601 il bailo parla di 600 banditi solo nell’isola di Zante
(ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 6, c. 204). È probabilmente alludendo
ai banditi che il 21 aprile 1677 il bailo segnala agli inquisitori di stato la difficoltà di esercitare la
carica «in paese tanto barbaro e lontano e frequentato da una certe spetie de’ Christiani più detesta-
bili né costumi e nelle massime che li medesimi Turchi» (ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai
baili a Costantinopoli, b. 419).
273. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 290, 298, 299.
274. ASV, Bailo a Constantinopoli, b. 297, doc. 21.
122 Venezia e i Turchi

Lazzari di Berardino Rimando, custode del bosco del Montello, bandito dal po-
destà di Cividale, chiede il 12 giugno 1586 un salvacondotto facendo capire senza
perifrasi che in caso di rifiuto sarà costretto a procurarsi da vivere «con quel talento
che da Dio benedetto li è concesso».275 Un Teodoro Svirò si limita ad implorare
il permesso di ritorno solo per non esser costretto a vivere «in paese turchesco»;
Gerolamo Moreto che lavora a Costantinopoli ma guadagna poco e, si sa, la «po-
vertà potrebbe partorire de quei scandali che si vegono ogni giorno»,276 il veronese
Antonio Bologna è al limite della disperazione, ha il «linguaggio di farsi intendere
ne altri mestieri che quello di scrivere potrebbe disperarsi a segno di farsi turco».277
È dunque solo in vista «degli essenziali riguardi che li sudditi veneti non vadano
raminghi negli stati ottomani» che se ne procura il rimpatrio, soprattutto quando i
banditi oltre che «disperati» sono anche «prattici nelle cose nostre» e facilmente si
lasciano tentare dall’idea di mettere al servizio dei Turchi le loro conoscenze e i loro
piccoli o grandi segreti.278 In questo paese dove pur troppo, osserva nel 1748 An-
drea da Lezze, è pronta l’occasione di tradire il Vangelo e abbracciare il Corano,279
il bailo deve talvolta impegnarsi in logoranti bracci di ferro con autorità turche e
aspiranti rinnegati nel disperato tentativo di sottrarre la Repubblica alle conseguen-
ze di atti inconsulti da parte di qualcuno tra i più audaci ed esasperati dei banditi.
Nel mese di aprile del 1766 Gregorio Valsamachi relegato a Corfù per gravi colpe
fugge a Costantinopoli dove «d’ordinario non cercano rifugio che li tristi», contrae
debiti, fa comunella con altri delinquenti e infine presa la «disperata rissolutione» di
farsi turco cerca di consegnare un memoriale al Sultano promettendo notizie sulla
Morea e offrendosi di suscitare tumulti nelle isole.280 Il bailo riesce a «far abortir
prima l’iniqui disperati dissegni del reo, contumace, scellerato», ma il Valsamachi
per sfuggire all’arresto grida più volte «Son turco» e giura di chiamarsi Moham-
med, ma non riesce ad evitare di essere rimpatriato con la forza, perché in questo
caso i funzionari ottomani si convincono trattarsi di un delinquente comune.281 Se
il pericolo di abiura da parte di banditi poveri ed esacerbati colpisce l’attenzione
del bailo e lo stimola a provvedere al rimpatrio soprattutto in ragione della impo-
nente dimensione assunta da un fenomeno che rischia alla lunga di trasformarsi in
un vero e proprio depauperamento di preziose riserve umane, il vagabondaggio
senza speranza o peggio ancora la prospettiva di una clamorosa apostasia di nobili
veneziani costituisce un caso talmente eccezionale e scandaloso da indurre Senato

275. ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 6, c. 87.


276. ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 6, c. 134 (8 giugno 1692), c.
177 (24 giugno 1597).
277. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 101, disp. n. 79, 4 aprile 1778.
278. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 298; Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 26, parte
II, c. 33r.
279. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 431. La nota del bailo trae
spunto dai fastidi che gli sta procurando con le sue violenze un certo Giorgio Campesan di Venezia.
280. ASV, Inquisitori di stato, Lettere ai baili ed ambasciatori a Costantinopoli, b. 151, disp.
365-372.
281. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 432.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 123

e bailo a perseguire tutti gli sforzi possibili per evitare l’irreparabile decisione. Due
significativi episodi, l’uno alla fine del Cinquecento l’altro alla vigilia della caduta
della Repubblica, ci illuminano sull’ansia sofferta e preoccupata con cui i dirigenti
della Repubblica seguono le vicende dei membri della classe dirigente travolti dagli
avvenimenti e sull’orlo di lasciare alle spalle d’un colpo patria, privilegi nobiliari
e fede cristiana. Ridotto alla disperazione dall’estrema indigenza in cui vive da
anni, Sebastiano Querini, fino a quel momento «constantissimo et lontanissimo»
dal pensiero di rinnegare, sta ormai per cedere nel marzo del 1599 alle insistenze di
un cugino che gli promette una parte delle sue sostanze se accetta di farsi turco. Il
bailo Gerolamo Capello segnala prontamente al Consiglio dei Dieci l’«infamia e il
dishonore che ne riceverebbe il nome della nobiltà veneziana» ma temendo che sia
fatto abiurare «con fraude» anticipa lo zelo delle autorità veneziane e gli concede
subito un salvacondotto per Candia, convincendolo ad imbarcarsi al più presto.282
La preoccupazione per il decoro e l’onore della classe patrizia, tanto più
forte e sentita con tenace e puntiglioso esclusivismo quando più evidenti si fanno
i sintomi di un’irreparabile decadenza, ispira nel 1794-1795 gli ansiosi dispacci
tra il bailo e gli inquisitori di stato sulla sorte del patrizio Domenico Giuseppe
Marin, bandito per 20 anni sotto l’accusa di malversazione e ridottosi a vivere
«mendico, lacero e bisognoso di tutto» per le strade di Costantinopoli dove si
rende il buffone di tutti e commette «vili azioni indegne del patrizio carattere di
cui si trova insignito». Il bailo Ferigo Foscari, sollecito della «dignità del patrizio
carattere» e inquieto per le «moleste conseguenze» di una sua eventuale abiura, si
fa interprete dell’urgenza di «recuperare questo vagante cittadino e di porlo fuori
dell’occasione di commettere vili e scandalose azioni» e ottiene naturalmente
pronta rispondenza negli inquisitori di stato colti da «terribile rammarico» alla
notizia che il Marin non ha esitato a chiedere l’elemosina per le case di Pera.283
Quando non c’è la vergogna e la conseguente rovina economica e sociale di un
bando a consigliare una vendetta contro la patria e contro la religione, interviene
l’amore dell’avventura, l’ansia di emergere, l’ambizione di percorrere in Turchia
una rapida carriera politica preclusa a Venezia dal rigido assetto classista della
società. Tutta la storia del secolare rapporto tra Venezia e Turchi è punteggiata da
piccoli e grandi tradimenti ma quasi tutti nella direzione Venezia-Costantinopoli
forse perché la vertigine del potere e la ferrea volontà di conseguire comunque
la gloria terrena, eredità in Italia del prepotente individualismo rinascimentale,
può essere soddisfatta meglio in uno stato che unico al mondo ammette un’ampia
mobilità della classe dirigente, attingendo uomini ovunque intelligenza, abilità
volontà di dominio offrano garanzia di efficienza e di sicura riuscita.284

282. ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 6, cc. 182-185.


283. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 432, disp. 25 febbraio
1794; Inquisitori di stato, Lettere ai baili ed ambasciatori a Costantinopoli, b. 151, disp. 407. Il
Marin si imbarca da Smirne, dove nel frattempo si era recato, per Corfù nel luglio del 1795.
284. Un po’ a parte mi paiono i casi, numerosi in tutta la storia della Repubblica Veneta, di
sudditi che favoriscono con informazioni le operazioni militari dei Turchi. Per alcuni episodi parti-
124 Venezia e i Turchi

Già nel Quattrocento compaiono i primi rinnegati veneti che cercano nella
giovane monarchia ottomana la loro personale fortuna a dispetto di una fede che
appare solo un odioso legame con una società che li opprime e li tarpa nelle
loro aspirazioni di successo. Nel 1462 Geronimo Valaresso diserta dall’esercito
veneziano, si presenta dal sultano sperando favori e cariche ma deluso nei suoi
propositi è costretto a fuggire da Costantinopoli e finisce la sua esistenza sulla
forca.285 Rinnegati veneti troviamo in vari posti di responsabilità in Turchia per
tutta la durata della Repubblica: c’è chi fa carriera militare conseguendo la carica
di agà di campo286 o di rais di marina a Tripoli,287 c’è un Pietro Venier che si piazza
in Serraglio dove diventa potente esplicando i suoi «mali talenti»,288 c’è uno Za-
neto che diventa dragomanno del primo visir, c’è il cavalier Mandricardi di Zante
che si limita ad offrire i disegni delle fortezze della Morea e le piante dei luoghi
minati,289 c’è il dragomanno Salvator Costanzi che come premio dell’apostasia
ottiene nell’aprile 1630 il comando di una galeotta col titolo di capitano di armata
in Negroponte290 e c’è infine l’«iniquo traditor» Barozzi che riceve rendite e ter-
reni nel regno di Candia per l’abiura e i servigi al primo visir cui fornisce piante
della fortezza di Corfù.291
Alcuni casi attirano naturalmente l’attenzione del governo veneziano per
la spiccata personalità dei protagonisti che col tradimento portano via un ricco
patrimonio di esperienza, di cognizioni tecniche o addirittura di segreti politici
estremamente preziosi per i Turchi, sempre alla caccia di uomini abili e spre-
giudicati disposti a tutto sacrificare per onori, ricchezze e potere politico. Fa
scalpore nel novembre del 1630 l’improvvisa risoluzione del dalmata dottor
Fasaneo, che in seguito ad un litigio con un convento per la monacazione di
alcune figlie, si presenta al pascià della Bosnia e «ponendosi turbante da huo-
mo letterato in capo» si fa turco forse «per coprir qualche maggior insidia et
sceleraggine».292

colarmente gravi avvenuti durante la scorreria del 1499 cfr. ASV, Consiglio dei X, Misti, reg. 23, c.
92r, Luogotenente della Patria del Friuli, Processi, filza 112, c. 717.
285. Annali Veneti, pp. 14-17 e 47. Sette anni dopo un certo Callimaco Romano, di origine
veneziana, passa al soldo dei Turchi cui fornisce piani per la presa di Scio.
286. A. Tenenti, Schiavi e corsari nel Mediterraneo intorno al 1585, in Miscellanea in onore
di R. Cessi, II, Roma 1958, p. 180.
287. ASV, V Savi alla Mercanzia, Diversorum (ser. II), b. 369, 48 (anno 1764).
288. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, z. 417, disp. 23 giugno 1634.
289. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 420, disp. 2 marzo 1684.
290. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 19, parte II, c. 13.
291. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 419, disp. 18 settembre
1673, Inquisitori di stato, Lettere ai baili ed ambasciatori a Costantinopoli, b. 148, disp. 60-62,
66-68, 77r.
292. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 19, parte II, c. 77r. Dopo l’abiura viene
attribuito al Fasaneo il proposito di armare una flotta con cui occupare vari luoghi della Dalmazia
da sottoporre alla sovranità spagnola, ma è probabile che buona parte di questi progetti sia frutto
dell’esagerazione del bailo (ASV, Senato Deliberazioni Costantinopoli, reg. 21, c. 48). Sul Fasaneo
cfr. ancora Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 19, parte II, cc. 60-61, 83-86, 93, 97, 100,
reg. 20, cc. 19, 38-39, 44v, 50, 60, 88, 94-96, 102, 107, reg. 21, c. 11, reg. 23, reg. 25, 40.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 125

Verso la metà del Seicento il tradimento e l’apostasia di personaggi abbastan-


za ragguardevoli e capaci di nuocere in vario modo alla Repubblica assumono
proporzioni allarmanti tanto da indurre il segretario Ballarino, dopo l’ennesima
fuga nel novembre del 1653 di un certo Navagero, a scrivere tutto preoccupato
agli inquisitori di stato che ormai «si va facendo una raccolta considerabile de
renegati in Constantinopoli che con la loro prattica e malitiosa insinuation parto-
riscono pessimi effetti aggregandosene più sempre».293 Il Navagero, convinto di
dover sfruttare la sua «congiuntura», è in confidenza col deposto visir, pratica il
Serraglio, cerca di abbassare la reputazione delle forze di Venezia, vanta la sua
nascita, le cariche ricoperte, la sua pratica del mare e si offre di impiantare una
fabbrica di galeoni. Quando i rinnegati sono personaggi intellettualmente elevati
ed ambiziosi come il Fasaneo, o politicamente pericolosi come il Barozzi e il Na-
vagero, il bailo inizia per tempo a denigrarne la figura morale e a dipingerli come
individui rotti a ogni vizio e nocivi alle buone relazioni tra Venezia e l’impero
ottomano, ponendo così le premesse per far apparire meno intollerabile e scan-
dalosa la loro eliminazione violenta per opera di qualche mano «sconosciuta».
Tutti e tre i rinnegati sopra ricordati finiscono la loro vita assassinati da sicari
prezzolati dal bailo che non esita ad avvalersi della collaborazione di diplomatici
di altre nazioni o addirittura, come nel caso del Navagero, del frate guardiano del
convento di S. Maria.294 I baili sono fieri di queste operazioni utili agli interessi
dello stato e necessarie per vendicare agli occhi di molti dubbiosi e pavidi l’onore
della fede cristiana tradita. Il segretario Ballarino dopo aver condotto a termine
nel dicembre del 1655, sempre tramite il monastero di S. Maria, l’assassinio di
tutti i rinnegati legati al «circolo» del Navagero e di un altro veneziano di nome
Attilio Signoretti, partecipa agli inquisitori il suo dispiacere «che queste piante
non possin esser sradicate senza qualche spesa» ma assicura che comunque «il
vantaggio è molto maggiore al sicuro».295 La «scelerata risolutione» di abbando-
nare la fede del celebre Bonneval può riuscir «fatale alla Repubblica et alla Chri-
stianità», scrivono il 30 luglio 1729 gli inquisitori di stato al bailo stimolandolo
«a qualunque più gagliardo ripiego per disfarsi di un fomite che non può se non
essere rovinoso e funesto», ma questa volta l’operazione che pure «deve credersi

293. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 417, disp. 28 novembre
1654.
294. Per l’assassinio del Fasaneo, del Barozzi e del Navagero cfr. ASV, Senato, Deliberazioni
Costantinopoli, reg. 19, c. 97r, 103, reg. 21, cc. 48, 50-51, reg. 34, cc. 193v, 197v; Inquisitori di
stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 419, disp. 25 agosto 1672, 18 settembre 1673, 30 apri-
le 1781, b. 417 disp. 1654, b. 418, disp. aprile 1611. Organizzatore dell’avvelenamento del Barozzi
è il bailo Giambattista Donà, il colto autore della Letteratura de’ Turchi (ASV, Inquisitori di stato,
Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 420, disp. 4 ottobre 1681). Altro caso clamoroso è l’assassi-
nio di Giambattista da Barletta, disertore dal presidio di Candia, che si era fatto turco e si era offerto
al bey di Tunisi di saccheggiare con una flotta l’isola e di uccidere il bailo; la sua testa, troncata da
altri due rinnegati veneti, viene spedita al Consiglio dei Dieci per il riconoscimento (ASV, Capi del
Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 7, c. 25).
295. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 418, disp. 20 dicem-
bre 1655.
126 Venezia e i Turchi

protetta dal Cielo perché promossa da motivi di religione e di pietà e diretta ad


oggetti egualmente pij e plausibili» non va a segno forse perché la complessa fi-
gura del rinnegato francese è troppo nota e un suo assassinio avrebbe un’eco così
clamorosa da non lasciare indifferente lo stesso governo ottomano:296 e così il bai-
lo deve limitarsi a seguire con vigile attenzione le tappe della sua rapida fortuna
alla corte del sultano sino alla caduta in disgrazia e alla morte che ne rinverdisce
in Europa il mito e l’alone di fascino misterioso.297
Da un rapido panorama di tutti i rinnegati veneti di cui abbiamo sicura no-
tizia risulta evidente la quasi assoluta assenza di elementi della nobiltà tanto
veneziana quanto di terraferma e anche i pochissimi e talvolta incerti casi di cui
siamo informati coinvolgono personaggi minori, emarginati dalla classe dirigen-
te detentrice dell’effettivo potere politico ed economico e privi di una vigorosa
personalità e di brillante intelligenza politica.298 È una mancanza non casuale ma
perfettamente comprensibile ricordando l’orgoglioso disprezzo di tanti osserva-
tori veneziani per la «barbara» struttura dell’impero ottomano che ignora anzi
combatte quel ceto nobiliare che in tutta Europa e a Venezia in modo particolare
costituisce l’asse portante dell’organizzazione sociale. Il marinaio o il tecnico at-
tratto dal denaro, il mercante ansioso di operare affari con disinvolta indifferenza
religiosa, il povero soldato slavo caduto prigioniero, il dissenziente proteso alla
ricerca di una area di tolleranza per la sua fede, magari anche il frate o il giovane
inquieto in cerca di nuove sensazioni ed esperienze nel mitico oriente, tutti que-
sti individui spinti da svariate motivazioni più o meno valide e nobili, possono
scegliere ad un certo punto della loro vita di fare il grande passo dell’abiura, ma
non il nobile, fiero del suo superiore status sociale e ben deciso a vantare nella
vita i diritti della preminenza sulla vile «plebe» e sul popolo dei lavoratori delle
«arti meccaniche». Ecco un bell’episodio della fine del Quattrocento che dice
molto più di ogni astratta considerazione: nel novembre del 1486 i fratelli Mar-
chesoto e Nicolò Zorzi di Negroponte dopo 26 anni di prigionia presso il signore
di Damasco affrontano i gravi rischi della fuga e si recano sino a Venezia solo
per impetrare dalla Repubblica Veneta il riconoscimento della loro qualifica di
nobili.299 L’opinione pubblica veneziana conosce nel ‘500 due soli casi di ram-

296. ASV, Inquisitori di stato, Lettere ai baili ed ambasciatori a Costantinopoli, b. 150, disp.


315, 321. Gli inquisitori in un dispaccio del 19 dicembre 1738 chiedono anche notizie di un giovane
cuoco veneziano che ha seguito il Bonneval a Costantinopoli, imitandone l’adesione all’islamismo
(disp. 325).
297.  Sulla leggenda del Bonneval nella cultura del Settecento cfr. parte II, cap. II, par. I.
Sull’interesse del Senato per le operazioni di questo personaggio «dall’abilità et esperienza ben
conosciuta» cfr. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 39, parte II, cc. 17v-18r, reg. 40,
c. 102v, reg. 41, cc. 53r, 127v, 151r, reg. 42, c. 51v, reg. 44, parte I, c. 32r, reg. 45, parte I, c. 107r.
298. Oltre ai casi sopra riportati ricordo una notizia del 26 marzo 1718 secondo cui una figlia
di Anzolo Balbi si sarebbe «incontamente portata ad abbandonare la nostra fede e a lasciarsi chiu-
dere nel Serraglio» (ASV, Inquisitori di stato, Lettere di confidenti, b. 189).
299. Annali Veneti, parte II, p. 634. Un terzo fratello, anche lui preso a Negroponte, «picolin
da late, è turco su la Natolia, e se cognosseno insieme; e perché el sta ben con quei Signori, el no
de ha cura del levarse».
Realtà e mito del turco nella società veneziana 127

polli di nobile famiglia che conseguono posti di grande prestigio e responsabilità


nell’impero ottomano pagando il prezzo dell’abiura, ed ambedue, circostanza
molto significativa, sono figli naturali. Cecilia Baffo, figlia illegittima di Niccolò
Venier, parente del vincitore di Lepanto, catturata a dodici anni da Khair ad Dîn
detto il Barbarossa, si converte all’Islam e prende il nome di Nûr Bânû. Sposa
prediletta di Selim II cui dà l’erede Murad III, influisce notevolmente sulle scelte
politiche del marito favorendo nei limiti del possibile un indirizzo filo-veneziano
della Porta e la sua figura si avvolge ben presto di contorni mitici e favolosi
nell’opinione pubblica veneziana, ammirata e nello stesso sconcertata dall’incre-
dibile ascesa di una fanciulla che la consueta prassi delle famiglie nobili avrebbe
destinato, come figlia naturale, al monastero o a un matrimonio dignitoso ma non
certo di grande prestigio.300
Senza dubbio il caso più clamoroso di adesione all’islamismo è quello di Alvi-
se Gritti, mercante, avventuriero e uomo politico di grande capacità le cui fortunate
imprese e la morte infelice destano a Venezia grande interesse.
Figlio naturale del doge Andrea, nasce a Costantinopoli da una donna gre-
ca, apprende facilmente varie lingue e mostra sin dalla fanciullezza eccezionali
qualità di mercante e uomo d’armi, ma quando torna a Venezia si accorge che né
l’intelligenza né i favori del padre valgono contro il pregiudizio della sua origine
illegittima. A Venezia per i bastardi e per coloro che contraggono matrimonio in-
famante c’è la declassazione al rango di «cittadini originari» destinati alla grigia
routine della carriera burocratica nella cancelleria ducale e allora Alvise Gritti,
robusto di fisico, ardente di carattere e ricco di ambizione, riparte per la Turchia
dove si getta in una frenetica attività commerciale e imprenditoriale che lo por-
ta ben presto ad un ruolo di primo piano nella cosmopolita società ottomana.301
Conseguita una straordinaria ricchezza il Gritti, che ormai vive già come un visir
turco con un serraglio personale e un largo seguito di servi ed efebi, si fa prendere
dall’ambizione politica e mira apertamente a conseguire in Turchia quel potere
politico negatogli a Venezia dalla sua origine bastarda. Amico del gran visir Ibra-
him, si cattiva la simpatia del Sultano, ottiene il comando di truppe ottomane,
il vescovato di Agria e il titolo di governatore dell’Ungheria da re Giovanni e
finalmente nel 1531, ansioso di conseguire parità di diritti e di onori con i bassà

300. Nel 1538 il Senato documenta ad un chiaus turco appositamente inviato a Venezia l’ori-
gine nobiliare della Baffo. Onorata più volte dalla Repubblica con ricchi doni (nel giugno del 1582
il Consiglio dei Dieci spende ben 2000 zecchini) muore il 7 dicembre 1583. Notizie biografiche
in E. Spagni, Una sultana veneziana, in «Nuovo archivio veneto», XXIX (1900), pp. 248-348, E.
Rossi, La sultana Nûr Bânû (Cecilia Venier Baffo), in «Oriente moderno», XXXIII, pp. 433-441 e
F. Babinger, Baffo Cecilia, in Dizionario biografico degli italiani, 5, Roma 1963, pp. 161-163.
301.  Veramente incredibile l’arco delle attività del Gritti: commercia zafferano, vino, gra-
no, oro, argento, sale, acquisisce forniture all’esercito ottomano, compera appalti di imposte. Un
brillante profilo della sua personalità in T. Kardos, Dramma satirico cavalleresco su Alvise Gritti,
governatore dell’Ungheria, in Venezia e l’Ungheria, pp. 411-415 che ha utilizzato sia lo scritto di
Francesco Della Valle, Una breve narrazione della grandezza, vertù, valore ed della infelice morte
dell’illustrissimo signore comte Alvise Gritti, in Magyar Történelmi Tár, III, Budapest 1957, che la
monografia di H. Kretschmayr, Gritti Lajos (1480-1534), Budapest 1901.
128 Venezia e i Turchi

turchi, si converte all’islamismo puntando a raggiungere il vertice del potere.302


«Principe rinascimentale dal gran talento senza scrupoli, avido di potere e di lus-
so e nello stesso tempo uomo dalla mentalità economica che sapeva convertire
tutto in moneta»,303 il Gritti coltiva ambizioni e progetti disparati, tra cui quello
di conseguire la corona dell’Ungheria, ma la sua morte violenta in Transilvania
nel settembre del 1534 proprio quando, ormai caduto in disgrazia, progetta di
ritirarsi con la famiglia in Istria, tronca la sua avventurosa esistenza. Di fronte
alla disinvolta e fortunata carriera del Gritti che dimostra di saper mettere al ser-
vizio dell’odiato infedele turco la raffinata abilità commerciale del mercante e la
spregiudicata tecnica del potere del machiavellico principe rinascimentale il ceto
patrizio veneziano assume atteggiamenti improntati di volta in volta a rispetto,
ammirazione, invidia e rancore. Non privo di una certa infarinatura letteraria il
Gritti ama circondarsi di uomini dotti304 e coltiva a Venezia l’amicizia di un ereti-
co colto ed esperto di sacra scrittura come Bartolomeo Fonzio305 e di un poligrafo
intelligente e curioso di novità intellettuali come Pietro Aretino, che proprio alla
vigilia della morte gli scrive una lettera infarcita di espressioni di servile adula-
zione ma vivificata da una punta di sincero rispetto per un uomo che grazie al
favore del sultano è diventato «speranza et sostegno» dell’impero ottomano.306
Il Sanuto mantiene nei suoi confronti un atteggiamento rispettoso ma di-
staccato e si limitata nei suoi Diarii a riportare nudamente fatti e relazioni che lo
riguardano, senza far cenno ad una vivace polemica che divide i responsabili del
governo a proposito della sua lealtà e correttezza verso Venezia. Almeno in due
occasioni la Repubblica fa appello alla filiale devozione di Alvise nei confronti
del doge per strappare aiuti e favori, il 25 agosto 1529, quando lo prega di sol-
lecitare i Turchi contro l’Austria, e nel settembre del 1533 quando costringe con
molte insistenze lo stesso doge, che in un primo momento aveva dichiarato che
«in le cose di Alvise Gritti mai si havia voluto impazar», a chiedere «come fiol
carissimo» l’invio di partite di frumento per alleviare la carestia.307 Il Gritti non

302. Una esauriente biografia, ricca di spunti interessanti e di nuove fonti austriache e magiare
è quella di H. Kretschmayr, Ludovico Gritti. Eine Monographie, in «Archiv fur Österreichische
Geschichte», LXXXIII (1896), pp. 1-106.
303. Kardos, Dramma satirico cavalleresco, p. 413. Soleva affermare che «chi vuol governare
non deve aver paura dal versare sangue».
304. Nel dicembre del 1532 raccomanda ai veneziani un turco «dottissimo in la soa leze» e
in odore di santità che «ha visto il levante, vole andar a veder il ponente» (Sanuto, I Diarii, LVII,
col. 378).
305. Il nunzio Girolamo Aleandro ricorda con acredine una visita al Gritti del Fonzio che forse
mirava a «infettar non dico Turchi, ma gli maltraversi Christiani» (Nunziature di Venezia, I, p. 242).
Sulla figura di Fonzio v. A. Olivieri, Una polemica ereticale nella Padova del Cinquecento: l’«Epi-
stola Camilli Cautii ad Bernardinum Scardonium» di Bartolomeo Fonzio, «Atti dell’Ist. Veneto di
sc., lett. ed arti», cl. sc. morali, lettere ed arti, CXXV (1966-1967) pp. 489-535 e il «Catechismo» e
«Fidei et doctrinae… ratio…» di Bartolomeo Fonzio, eretico veneziano del Cinquecento, in «Studi
veneziani», IX (1967), pp. 339-452.
306. La lettera è stampata in Kretschmayr, Ludovico Gritti, appendice, p. 104.
307. Sanuto, I Diarii, LVIII, col. 299.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 129

rifiuta di «tuor questo cargo per amor di la patria», ma ciononostante c’è chi dif-
fida di lui e non crede al suo amore per Venezia soprattutto dopo la notizia della
sua abiura. Le fonti veneziane sono insolitamente reticenti di fronte all’apostasia
di un così illustre personaggio forse perché l’opportunismo politico consiglia di
non rinunciare ai favori periodicamente richiesti tramite suo al sultano e di rispet-
tare i sentimenti del doge, legato da grande affetto a questo figlio naturale che ha
riscattato con l’intelligenza e la forza della volontà la sua nascita illegittima.308
Nel giugno del 1534 alla notizia che il sultano chiede a Venezia un mandato per
nuove capitolazioni con la clausola «amici degli amici e nemici e dei nemici»,
nasce «non piccola mormoration» ad opera di Pietro Zen e Tommaso Contarini,
da poco tornati da Costantinopoli. Mentre un anno prima essi hanno affermato
che il Gritti «ha un bonissimo intelletto, et va conducendo le cose honorotamente
al suo proposito» ora si scagliano con violenza contro di lui, accusandolo di aver
subornato il bailo a formulare quelle richieste e ciò «per qualche suo desegno
[…] come quelo che cerchi la ruina di questo stato».309 D’altronde è logico che
un uomo che ha rifiutato la logica umiliante dell’emarginazione da una classe
dirigente cui si sente di appartenere per diritto di intelligenza e di «virtù» se non
per quello biologico della nascita e ha scelto la via del successo e della scalata so-
ciale all’ombra della mezzaluna, diventi un vero e proprio «signum contradictio-
nis» in una società rigidamente ancorata alle gerarchie e profondamente convinta
dell’indissolubile legame tra la «patria» e la fede cristiana.
Abiurare la fede cristiana, tradire consapevolmente la patria veneziana of-
frendo al nemico la propria intelligenza e la tenace volontà di ascesa sociale e
politica è impresa di pochi individui tanto irrequieti e insoddisfatti della propria
condizione quanto sorretti da una vivace intelligenza e da concrete capacità cul-
turali e politiche. Per la massa dei veneti di umile condizione e privi di slanci
creativi o di appassionate prospettive di carriera politica il richiamo concreto e
suggestivo dell’Islam si chiama denaro, posto di lavoro, dignitosa possibilità di
guadagnare la vita per sé e per la famiglia.
Già nel 1371 il governo veneziano vieta di condurre in partes infidelium
«carpentarij seu magistri lignaminum, presertim scientes facere galeas, seu in
eis fabricare sive laborare, qui presumantur in partibus infidelium remansuri, vel
etiam vi per ipsos infideles retinendi»,310 ma la fame di tecnologia occidentale di
cui parla il Braudel fa balenare l’affascinante prospettiva di paghe molto alte e
così dal Quattrocento in poi nessun divieto riesce a trattenere in patria gruppi nu-

308. Il nunzio a Venezia Gerolamo Aleandro scrive il 31 ottobre 1534 che il grande dolore del
doge per l’infelice e prematura morte del figlio faceva addirittura temere per la sua vita (Nunziature
di Venezia, I, p. 294).
309. Sanuto, I Diarii, LVIII, col. 299; Nunziature di Venezia, I, p. 236.
310. Diplomatarium Veneto-Levantinum, p. 157. Il divieto si estende ai «remigatores seu vo-
gatores, nec non pedote et alii scientes preesse officiis galearum et navium» e a tutti gli artigiani
del ferro, cuoio, armi, utensili, cordami, tele e selle. L’inosservanza di queste disposizioni perfino
in periodo bellico è generale fino agli ultimi anni del Seicento (ASV, Inquisitori di stato, Lettere ai
baili ed ambasciatori a Costantinopoli, b. 149, disp. n. 164).
130 Venezia e i Turchi

merosi di carpentieri e marinai veneziani che si arruolano nella marina ottomana


o si recano a lavorare in qualche cantiere.311
Quanto la Repubblica Veneta sia preoccupata di queste continue diserzioni
che la privano di personale altamente specializzato e difficilmente rimpiazzabile
in tempi brevi, è provato da una serie interminabile di provvedimenti e soprattutto
dall’efficace azione dei baili per scongiurare le defezioni e procurare il rientro di
qualche rinnegato. Il 27 giugno 1495 il Consiglio dei Dieci accetta senza esitazio-
ne la proposta di far segretamente avvelenare il veneziano Benedetto Barbetta «in
re maritima solertissimus» che si era da poco fatto turco,312 ma col passare degli
anni l’esodo si fa così imponente che nel settembre del 1554 il bailo Domenico
Trevisan suggerisce al Senato di vietare l’imbarco di uomini in età inferiore a
16 anni e di obbligare i padroni delle navi a depositare prima della partenza la
lista dei membri dell’equipaggio ritenendoli responsabili delle eventuali fughe.313
La diserzione di uomini da remo (detti anche marioli) da Candia o da altre isole
del Levante raggiunge proporzioni rilevanti verso la metà del Cinquecento sino
ad attirare per ben due volte la preoccupata attenzione dei baili, convinti che
si tratti di materia di estrema importanza bisognosa «di gagliarda provvisione»
ma di fatto impotenti a suggerire concreti rimedi.314 L’attrazione delle alte paghe
offerte dai Turchi è naturalmente il motivo più consueto della fuga ma talvolta
il pretesto occasionale è dato da punizioni o condanne, come nel caso di quel
Giorgio di Traù che viene multato dagli ufficiali di notte nel 1563 per aver portato
ai Turchi «azalinos et alia prohibita» e allora una volta giunto a Costantinopoli
si arruola senz’altro in una galera ottomana, o del padovano Domenico Rossi,
esperto nell’uso di cannoni e mortai, che si assenta dall’armata e poi cede alle
lusinghe dei Turchi, ben felici di sfruttarne le preziose competenze tecniche.315
Anche i divieti di esportare azzali e ferramenta e di costruire o riparare barche
per conto dei Turchi, rinnovati con particolare energia nel secolo XVII, lascia-
no il tempo che trovano e sono anzi di incentivo a far denitivamente espatriare
alcuni artigiani che dal traffico traggono lauti anche se pericolosi guadagni.316 I

311. De Frede, La prima traduzione, p. 51.


312. Lamansky, Secrets d’état, doc. XXVI, pp. 30-31.
313. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, p. 548. Questa preoccupazione è
viva anche nel Settecento se il 3 aprile 5745 tra le istruzioni al nuovo bailo Venier il Senato inserisce
anche l’invito a vigilare per impedire la fuga di membri dell’equipaggio (ASV, Senato, Deliberazio-
ni Costantinopoli, reg. 44, parte I, c. 19v).
314. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, pp. 129, 192.
315. Lamansky, Secrets d’état, doc. XIV, pp. 16-17; ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai
baili a Costantinopoli, b. 419, disp. 7 settembre 1670. Interessante un episodio del 1770 quando
al bailo Memmo che chiede la consegna di un rinnegato veneto colto in flagrante omicidio il Reis
Effendi replica candidamente che «avendo la Porta bisogno di remiganti non credeva di dover con-
dannare a morte un musulmano» e lo fa spedire alla galera a vita (ASV, Bailo a Costantinopoli, b.
101, disp. 4 gennaio 1779).
316. Dal 1636 al 1691 i divieti si susseguono per ben 5 volte; cfr. ASV, Senato, Deliberazioni
Costantinopoli, reg. 23, parte I, c. 14v, reg. 24, c. 102v, reg. 25, c. 37, reg. 26, cc. 26r, 36v, Inquisi-
tori di stato, Lettere ai baili ed ambasciatori a Costantinopoli, b. 349, disp. 164.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 131

carpentieri dell’arsenale sono la preda più ghiotta per i Turchi, sempre alle prese
con la carenza di manodopera qualificata per i loro cantieri di Costantinopoli e le
autorità ottomane non lesinano premi, lusinghe e vari allettamenti per indurli a
venire in Turchia o, se già si trovano a Costantinopoli banditi o per altri motivi,
trattenerli con l’offerta di un impiego duraturo e ben remunerato. Nel luglio del
1550 è lo stesso beilerbei della capitale ad avvicinare Domenico Albana, reduce
da una vita disgraziata e ridotto alla disperazione dalla miseria, per indurlo ad
accettare ottime condizioni di impiego all’arsenale317 e che questo episodio non
sia un’eccezione ma diventi tra la fine del Cinquecento e i primi anni del Seicento
quasi ordinaria amministrazione è dimostrato da un decreto del Consiglio dei
Dieci del 24 settembre 1590 che impone ai baili di limitare la concessione dei
salvacondotti a quelle persone come i lavoratori dell’arsenale che rimanendo in
Turchia possono danneggiare lo stato.318 Ed in effetti è così forte nei baili la pre-
occupazione di salvare dal «precipizio» dell’apostasia le preziose energie degli
operai dell’arsenale che nel gennaio del 1600 Vincenzo Gradenigo giunge al pun-
to di trattenere nella sua casa Pietro Zule, ottimo carpentiere bandito dall’ufficio
della bestemmia, per sottrarlo alle insistenze del famoso rinnegato Cicala che ne
apprezza l’abilità nella costruzione di galere grosse;319 anche in seguito la conces-
sione di visti per il ritorno a Venezia di esperti falegnami e carpentieri segue una
prassi estremamente rapida e improntata a criteri di eccezionale indulgenza.
Meno ricercati dalle autorità civili e militari ma molto apprezzati dalla po-
polazione e dai funzionari della Porta sono altri artigiani che pure convergono
in numero cospicuo a Costantinopoli, cacciati da un bando, affascinati dal gusto
dell’avventura o più semplicemente attirati dalle prospettive di facili guadagni.
Barbieri, orefici, tagliapietra, chirurghi, fabbri, artefici di ogni genere sono se-
gnalati spesso dai dispacci del baili che però non sempre precisano quali di loro
hanno compiuto semplicemente una scelta economica, esercitando liberamente la
loro professione nella metropoli e fruendo della tolleranza religiosa del governo
ottomano, e quali invece hanno preceduto o accompagnato il mutamento di patria
con l’abbandono della fede cristiana.320

317. ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 1, disp. 8 luglio 1550. È
abbastanza eccezionale il caso di Giacomo di Giovanni istriano, anch’egli abile costruttore di galee
e galeazze, «giovane imprudente, senza denaro, senza habiti» che resiste alle lusinghe dei Turchi
confidando in un imminente ritorno in patria (ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costan-
tinopoli, b. 418, disp. 8 agosto 1657).
318. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 299, doc. 26. Questa precisazione è ribadita nel 1606 e
1634 (ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 7, cc. 82, 158).
319. ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 6, c. 206. In un registro del
periodo 1672-1675 Giacomo Querini giustifica la concessione del salvacondotto all’arsenalotto
Domenico Grassi con gli ordini del Senato che ha esplicitamente stabilito «che non deve tal sorta di
persone fermarsi in queste parti, havendo massime cognitione della navigazione in Levante»; egli
stesso poi ha personalmente constatato che la gente di questa professione è ben vista dai Turchi «et
li vien usata ogni agevolezza» (ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 298).
320. Tra questa folla spiccano un barbiere che serve il sultano nel Serraglio (ASV, Senato,
Deliberazioni Costantinopoli, reg. 34, c. 71r, anno 1677) e un certo Tiberio Luchini maestro di
132 Venezia e i Turchi

La bramosia di guadagno, il sottile calcolo di sfuggire ai debitori, in sostanza


una serie di motivi riconducibili tutti all’interesse economico, al culto del «Dio
danaro», sono le spinte più immediate e le più facilmente documentate di nume-
rosi casi di abiura. «La povertà fa prendere strane risolutioni talvolta» annota
moralisticamente il bailo il 12 febbraio 1681,321 ma l’ovvia osservazione che le
difficoltà economiche sono un potente incentivo ad abbracciare l’islamismo cede
il posto in molti casi all’amara constatazione che proprio chi più ha o comunque
vive i suoi giorni nel maneggio del danaro è tentato di rinnegare la fede per sot-
trarsi ad una imminente rovina o per frodare il prossimo e accrescere il proprio
patrimonio. Casi come quello già ricordato di Giovanni d’Andrea sono abbastan-
za frequenti nei documenti veneziani e si colorano talvolta di particolari comici e
pittoreschi che velano e lasciano sullo sfondo le profonde implicazioni religiose,
sociali e politiche dell’abiura.
Camillo Pecchiari zaratino trafuga nel 1561 400 ducati di alcuni creditori e
al momento dell’arresto dichiara senz’altro di farsi turco; altrettanto deciso è nel
1630 quel suddito veneziano implicato in un fallimento di ben 80.000 ducati che
all’arrivo a Costantinopoli dalla Transilvania «ha prontamente mutata la fede»,
lasciando intuire, per la sicurezza e la tempestività della decisione, di aver medita-
to da tempo la mossa.322 Più repentina ma non meno abile nella forma l’apostasia
di Carlo Mazza falsario di zecchini a Smirne che tradotto davanti al giudice turco
vi scorge il dragomanno Tarsia e allora esclama di essere «buon musulmano» e
di voler fare «la professione della fede e religione da lui creduta sempre la vera»
recuperando così con l’aiuto di altri rinnegati una insperata libertà.323
Talvolta spingono all’abiura le tentazioni dei Turchi su giovani particolar-
mente brillanti e vivaci, il richiamo della poligamia e della mitizzata lussuria del-
le donne turche o i dissapori familiari, come nel caso della moglie del console dei
Dardanelli che nell’ottobre del 1796 tenta di avvelenare il marito e si rifugia nella
casa del cadì dove si fa musulmana insieme con la figlia:324 c’è insomma tutto
un ambiente sociale che predispone al cedimento gli elementi più deboli e meno
provveduti o, per converso, i più audaci e ambiziosi. Il povero bailo deve passare
molti giorni dell’anno a controllare il fiotto di sudditi che arriva a Costantinopoli,
individuare gli elementi pericolosi, concedere salvacondotti a banditi preziosi
per la loro esperienza professionale, persuadere aspiranti rinnegati a rinunciare ai

stampa alla zecca, depositario del brevetto di un olio che non fa arrugginire le armi (ASV, Capi del
Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 2, dispaccio 26 febbraio 1555).
321. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 419, disp. 12 febbraio
1681. Un’espressione analoga in un dispaccio del 24 giugno 1597 (ASV, Capi del Consiglio dei X,
Dispacci Costantinopoli, b. 6, c. 177).
322. ASV, Capi del Consiglio dei X, Dispacci Costantinopoli, b. 2, disp. 17 dicembre 1561,
Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 416, disp. 16 agosto 1630, b. 417, disp.
4 giugno 1631.
323. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 162, disp. 7 ottobre 1682.
324. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 276. Dei pericoli per la fede che può correre a Costan-
tinopoli un «giovane di gran spirito» in seguito alle attenzioni dei Turchi fa cenno il salvacondotto
per il bandito vicentino Giacomo Floriano del 18 maggio 1674 (Bailo a Costantinopoli, b. 298).
Realtà e mito del turco nella società veneziana 133

loro propositi, rispedire a Venezia con le buone o con le cattive quelli che mani-
festano apertamente la loro disponibilità a cadere nel «precipizio», prevenire la
formazione dei veri e propri «clubs» di rinnegati sul tipo di quello del Navagero,
tener lontani i sudditi meno colti da strani e ambigui rinnegati carichi di fascino
misterioso, come quel Babion chiamato Tucumbazi Bassà, luterano, poi ebreo,
poi turco, geniale autore di invenzioni meccaniche e sostenitore di un «fanatismo
misto di errori vari» in cui cerca di tirare quanti gli si avvicinano.325
Sottili e meditate motivazioni religiose cariche di emblematici agganci alle
tensioni sociali ed ideologiche della società europea sono preminenti in altri «tra-
sfughi» come gli eretici, i religiosi cattolici e il piccolo e sfuggente manipolo di
imputati di «islamismo» processati dal Santo Uffizio di Venezia.
A partire dalla metà del Cinquecento autorità politiche e religiose segnalano
con frequenza il passaggio in Turchia di singoli individui o di interi gruppi di dis-
senzienti religiosi attratti dalla politica di relativa tolleranza praticata dall’impero
ottomano. «Et patitur omnes Turca, quos populus sibi subiectus approbaverit»,
così nel 1574 il magiaro Srántó commenta la libertà di culto concessa dal go-
vernatore turco in Ungheria a sacerdoti cattolici, luterani, calvinisti, antitrinitari,
con una larghezza che sorprende persino i gesuiti, costretti, osserva il Caccamo,
a dimenticare «l’immagine di maniera diffusa dagli scritti di Enea Silvio Piccolo-
mini, Marino Barlezio, Bartolomeo Georgiević, e quindi il mito del Turco incolto
e incivile, corrotto da costumi degradanti e ordinamenti tirannici».326 Certo le
condizioni addirittura di privilegio per il clero cattolico che il Possevino riscontra
nei paesi balcanici sono state contingenti e del tutto eccezionali,327 ma è un fatto
che anche i più prevenuti tra i missionari in Oriente sono costretti ad ammettere
a denti stretti che il governo turco, fatta eccezione per isolate angherie di funzio-
nari periferici o per episodi connessi a ribellioni ed operazioni militari, permette
il libero esercizio del culto cristiano. È naturalmente una tolleranza relativa e
regolata da leggi ben precise che escludono in ogni caso l’invadente proselitismo

325. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 430, disp. 10 settembre
1724. Alcuni esempi significativi di «interventi» del bailo su veneziani che stanno per rinnegare in
ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 32, c. 244 (1672), reg. 33, c. 36r (1673), reg. 36,
parte I, c. 10r (1701), Inquisitori di stato, Lettere ai baili ed ambasciatori a Costantinopoli, b. 148,
disp. n. 40 (3 agosto 1624), b. 150, disp. 280 (21 settembre 1721). Un aperto tentativo di ricatto al
bailo è quello messo in atto nel settembre del 1621 da Bernardo Drusi, uomo «molto ben fornito
d’ardire et di tristezza et di altretanta vanità et leggerezza» ma di «poco cervelo», che minaccia di
farsi turco se non otterrà i soldi per l’imbarco: il bailo però resiste «per non dar ansa a simil fur-
bi», espressione che fa pensare ad una certa frequenza di espedienti del genere per tornare gratis a
Venezia (ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 416, disp. 28 settembre
1621 e 22 giugno 1624).
326. Lettera di I. Srántó a E. Mercurian, Roma 1574, in Monumenta Antiqua Hungariae, a
cura di L. Lukas, I, Romae 1969, p. 466, 178 (Monumenta historica Societatis Iesu, CI). Traggo
l’indicazione del passo da D. Caccamo, Conversione dell’Islam e conquista nell’attività diplomati-
ca e letteraria di Antonio Possevino, in Venezia e Ungheria, p. 178.
327. Caccamo, Conversione dell’Islam, pp. 168-187. Le affermazioni del Possevino in Bibli-
theca selecta de ratione studiorum, I, Venetiis 1603, pp. 269-270, 444.
134 Venezia e i Turchi

dei frati, ma questa «regolata» libertà deve comunque apparire di eccezionale


larghezza a tanti dissenzienti religiosi che il divampare delle guerre di religione
e il progressivo inasprirsi della repressione in tutti i paesi europei spingono alla
fuga e alla ricerca di un’oasi di pace dove liberamente vivere la propria peculiare
esperienza cristiana.328
Questo è il motivo per cui nel Cinquecento Venezia diventa polo di concen-
tramento e di transito verso l’Oriente di ebrei, eretici di ogni stato e confessione,
marrani arricchiti che fanno la spola tra il Veneto e Costantinopoli e che il Senato
non si risolve a scacciare nel timore che trasferiscano definitivamente in Turchia i
loro ingenti patrimoni.329 Nel 1551 ad esempio un anabattista compare davanti al
tribunale dell’Inquisizione ed esprime con molta franchezza il suo rammarico per
non aver potuto raggiungere i suoi correligionari già fuggiti in Turchia, non certo
per convertirsi all’islamismo, egli precisa, ma per poter liberamente praticare la
loro religione.330
Inquietudine sempre crescente, amarezza non dissimulata e sdegno sincero
sono i sentimenti che traspaiono a Venezia per tutto il secolo XVI e XVII di fron-
te alla ricorrente notizia della fuga in Turchia e dell’abiura di membri del clero
cattolico, soprattutto regolari.331 Purtroppo per tutto il Cinquecento, ad eccezione
di una breve nota del Sanuto sul presunto tentativo di fuga di tre frati dal conven-
to di S. Maria di Grazia nel 1504,332 non mi è stato possibile reperire nelle fonti
veneziane notizie puntuali e sicure che valgano a confermare con un congruo
numero di casi l’accenno piuttosto vago del nunzio Bolognetti ai frati che scap-
pano in Turchia «con denari dei monasteri».333 Per il Seicento invece numerose
dettagliate informazioni, dislocate su di un arco cronologico molto ampio e cor-
redate anche da prese di posizione delle massime autorità politiche veneziane, te-
stimoniano in modo netto e senza ombra di dubbi l’esistenza di un vero e proprio
problema politico-religioso rappresentato dall’abiura di molti membri del clero.
L’occasione e il motivo della fuga sono i più vari: Marc’Antonio dell’ordine dei

328. Per le condizioni dei cristiani nei paesi islamici cfr. F.W. Hasluck, Christianity and Islam
under the Sultans, Oxford 1929 e L. Gardet, La cité musulmane. Vie sociale et politique, Paris 1969,
pp. 57-60, 63-66.
329.  C. Roth, Les marranes à Venise, in «Revue des études juives», LXXXIX (1930), pp.
201-223, in part. pp. 204, 206; Paci, La «scala» di Spalato e il commercio veneziano, pp. 304, 206,
cap. II, Ebrei e marrani: una classe mercantile che non conosce frontiere, pp. 31-43. Alcuni im-
prenditori ebrei avevano ideato anche vere e proprie organizzazioni per favorire la fuga dei marrani
in Turchia (B. Pullan, Rich and poor in Renaissance Venice. The Social Institutions of a Catholic
State, Oxford 1971, p. 514).
330. A. Stella, Anabattismo e antitrinitarismo in Italia nel XVI secolo. Nuove ricerche stori-
che, Padova 1969, pp. 8 e 87. Altri casi simili a pp. 88 e 94.
331. Un cenno a questo fenomeno su scala europea in Braudel, Civiltà e imperi, p. 809.
332. Non è chiaro dal contesto del passo se i frati, trovati travestiti in una barca, volessero
veramente aggregarsi all’oratore turco Mustafà bey allora in visita a Venezia, o desiderassero sem-
plicemente andarsene dal convento (Sanuto, I Diarii, V, coll. 908, 914).
333. Stella, Chiesa e Stato nelle relazioni, p. 187. La notizia del Bolognetti si riferisce gene-
ricamente agli anni precedenti al 1581.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 135

minori, già sospettato prima della partenza per Costantinopoli, invitato a presen-
tarsi dal vescovo di Thine quasi certamente, scrive il bailo, muta «prima del paese
la religione»,334 un agostiniano di Scio si stanca del servizio di cappellano dell’ar-
mata, se ne va dalla nave, abiura e vive tramando «avanie» contro il vescovo del
luogo,335 Francesco Giustiniani, aspirante gesuita, catturato dai Turchi e tradotto
a Tripoli si fa turco subito, nella convinzione di doverlo fare comunque in futuro
per amore o per forza, e anche per «habilitar meglio» la sua libertà.336
I meno fortunati che non riescono a coronare i loro piani di fuga finiscono
davanti al Sant’uffizio dove talvolta lasciano minuziose relazioni delle loro espe-
rienze di vita che aiutano a capire le condizioni ambientali e gli stimoli interiori
ed esteriori che li hanno sollecitati a rinnegare la fede cristiana. Fra Giacinto da
Foligno, converso dell’ordine dei Mendicanti, «un gran furbo come la cera lo di-
mostra», sente davvero in maniera irresistibile il fascino della religione islamica
se già a Costantinopoli viene trattenuto a stento dall’abiura e qualche anno dopo
cerca ancora di farsi turco con esito altrettanto sfortunato.337 Una vita turbinosa
e per molti aspetti rivelatrice del complesso rapporto tra disinvolto relativismo
religioso e rapida successione di eventi e situazioni negli ampi e agitati spazi del
Mediterraneo del Cinquecento, quella che snocciola nel maggio del 1692 l’ambi-
guo fra Alfonso da Malta: vive da turco ad Alessandria, veste da frate zoccolante
durante il viaggio sino al Cairo dove torna al cristianesimo e viene spedito a far
penitenza in un convento di Cipro, qui però evade quasi subito e «tentato dal dia-
volo per alcune chimere» si presenta al governatore dicendo di voler tornare tur-
co, ma preso per pazzo viene consegnato al console francese.338 Il Senato venezia-
no è molto sensibile ai risvolti politici delle frequenti abiure di frati sudditi e l’8
giugno 1630 richiama il bailo ad un attento controllo «per divertire la mostruosità
del farsi turchi de nostri religiosi»,339 uno scandalo continuo che alimenta sfiducia
e perplessità nell’opinione pubblica e talvolta apre gravi controversie con la Por-
ta. Nel giugno del 1631 uno scandalo clamoroso scoppia nel Fondaco dei Turchi
dove si introducono due frati spagnoli, Giovanni Lopez da Madrid e Giovanni
Fecondo Vigna da Barcellona, che indotti dall’«inopia» di mezzi e dalle «altrui
sugestioni» si cambiano d’abito e cercano di imbarcarsi per Costantinopoli con
l’aiuto dei mercanti turchi.340

334. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 416, disp. 23 gennaio 1609.
335. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 425, disp. 12 luglio
1693. Nel maggio del 1610 «per mala custodia o mal consiglio» evade dalla nave con cui era tradot-
to prigioniero a Candia e si fa subito turco uno «scandaloso» frate di S. Pietro di Pera (ASV, Senato,
Deliberazioni Costantinopoli, reg. II, cc. 2v, 4r).
336. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 94 (agosto 1637).
337. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 77 (1622).
338. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 126.
339. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 19, parte II, c. 29r. Neppure due mesi
dopo, il 10 aprile 1630, giunge la notizia che il bailo è riuscito a redimere un «povero frate dome-
nicano» che aveva abbracciato l’islamismo (c. 46v).
340. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 20, cc. 34-35, Santo Uffizio, Processi,
b. 88 (giugno 1631).
136 Venezia e i Turchi

L’episodio offre al governo veneziano l’occasione per precisare con estrema


risolutezza la sua posizione ferma e decisa sul significato e l’importanza tutta
politica di una così inaudita decisione di esponenti del clero cattolico. «Prohi-
bisce la pietà christiana, non consiglia alcuna ragione, ne acconsente alcun ri-
spetto che si pensi a lasciar nelle mani de Turchi costoro», scrive il Senato al
bailo, cui viene commesso di farsi interprete presso la Porta del risentimento
della Repubblica per le scorrette pretese dei turchi del Fondaco che non devono
mai dimenticare che come a Costantinopoli si punisce chi sollecita i turchi a farsi
cristiani così a Venezia «quando anco spontaneamente farsi e conservarsi turchi
altri volessero disdicevole sarebbe et non tollerabile che su lo Stato nostro, sotto
gli occhi stessi della Repubblica Christiana far si volesse simile cambiamento».
È dunque la sollecitudine per il prestigio dello stato, gravemente diminuito agli
occhi della cristianità da così audaci e provocatori passaggi all’Islamismo, che
non dà pace ai senatori veneziani che per l’occasione ribadiscono con dura e
ferma determinazione il principio che «in materie sì delicate come quelle della
Religione si puniscono gli stessi pensieri, non che le persuasioni, allettamenti et
istigationi».341 Sembra quasi che il fantasma di Giordano Bruno e della sua eroica
professione di libero pensiero troncata a Venezia poco più di un trentennio prima
ricompaia tra le righe di questa asciutta deliberazione del Senato. Passa un de-
cennio e la Repubblica è di nuovo costretta a tornare sul problema dall’abiura di
due minori conventuali, per fortuna non veneziani ma calabresi, che si sono fatti
turchi con scandalo immenso di tutta Costantinopoli perché uno di loro ha detto
messa ancora la mattina dell’apostasia. Nessun motivo umanamente comprensi-
bile e razionalmente spiegabile è alla base dell’improvvisa decisione che dunque,
scrivono i senatori, deriva solo da «mera tentatione del Demonio, per diminuire
il culto di Dio, la riverenza del suo nome et la divotione della Nostra Fede», ma
al cardinale Barberino la saggia prudenza dei politici veneziani suggerisce altri
più terreni motivi della ricorrente apostasia di frati. Spesso partono per l’Oriente
persone «di non intera sodezza, non esperimentate di bontà et virtù» e dunque
il vero rimedio sarà di scegliere per il futuro elementi meglio selezionati, di età
avanzata e di esemplare prudenza e bontà e tanto per dare l’esempio il bailo do-
vrà fare pressioni sui superiori perché rimandino subito indietro tutti coloro che
danno «alcuna benché minima ombra».342
Dopo questa panoramica sui molteplici e differenti casi di fuga in Turchia
e di conversione forzata, semi-libera e coscientemente spontanea, veniamo in-
fine ad esaminare un mazzetto di processi per «islamismo» del Santo Uffizio
di Venezia, tutti compresi tra il 1578 e il 1636. Un esame attento di questi pro-
cessi consente di avanzare qualche fondata perplessità sull’effettiva volontà
degli indiziati di abbracciare la religione musulmana, con la piena cognizione
del suo apparato dogmatico e delle sue prescrizioni etico-sociali, mentre più
spesso le parole degli imputati ci fanno intravedere più o meno consapevoli

341. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 20, c. 35.


342. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 26, parte II, cc. 36-38, 27, parte I, c. 15r.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 137

pratiche nicodemitiche o eterogenee commistioni di opinioni religiose etero-


dosse impropriamente assimilate all’idea storico-religiosa di «islamismo». Se
sussiste qualche dubbio sulla spontaneità dell’abiura del chirurgo veneziano
Francesco Magnacavalli, titolare nel 1636 di una farmacia in campo S. Tomà,
catturato in giovane età dai corsari e portato a Tripoli e poi a Costantinopoli
dove vive nel Serraglio per quattro anni,343 sembra invece che tutte le circo-
stanze e i testimoni concordino nell’accusare il mercante Giambattista Flami-
nio di aver abiurato e contratto matrimonio con una donna turca in Persia per
la disperazione di aver perso i suoi capitali.344 Talvolta la pertinace volontà di
raggiungere ad ogni costo la Turchia, passando sopra ad ogni considerazione
di fede, è legata alla necessità di conseguire una stabile sistemazione familiare
come per quella Lucrezia Coltra, probabilmente vedova di uno schiavo a Co-
stantinopoli, che nel marzo del 1578 è accusata da certo Gerolamo Bolanzon
di voler «a guisa di smarita agnella perdersi et lasciarsi divorar da rappacissimi
luppi et andar in preda d’Infedeli». Tra le righe della denuncia, che tradisce
un’animosità personale sfociata nel passato in un agguato a colpi di coltello,
non è difficile scorgere la mediocre vicenda di una donna dal passato poco
limpido che cerca forse nel matrimonio in Turchia col mercante Agi Pernanà
un futuro di tranquilla serenità.345 Colpevole leggerezza innestata su superfi-
ciali convinzioni cristiane caratterizza il comportamento del marinaio triestino
naturalizzato veneziano Nicolò Speranza, che racconta ingenuamente all’in-
quisitore che la sua abiura e poi la permanenza per sette anni nella religione
islamica hanno tratto origine da una comica avventura capitatagli nel 1630 nel
corso di un viaggio su una nave turca.346 Tre altri processi ci conducono invece
in un terreno del tutto diverso, dove si mescolano espressioni di razionalismo
popolare con forme di sincretismo religioso intriso di scetticismo di origine
colta. Giovanni Nasi di Rialto non immaginava forse che per aver affermato
nell’autunno del 1591 di voler «disfare un matrimonio in ogni modo sel dovesi
farsi turcho et andar a ca’ del diavollo», avrebbe dovuto discolparsi di fronte al
santo uffizio a cui lo denuncia certo Zorzi Bergamasco per conto di un amico
adirato per la rottura di un contratto nuziale tra i loro due figli. È evidente che
la frase buttata lì con leggerezza nel corso di una concitata discussione non
indicava una effettiva volontà di adesione all’islamismo, ma è probabilmente
un’altra espressione del Nasi ad attirare l’attenzione dell’inquisitore; infatti il
Nasi, al padre della ragazza che lo ammonisce con le parole evangeliche «quel-

343. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 92.


344. Il Flaminio faceva il sensale nel Fondaco dei Turchi e sono alcuni mercanti reduci dalla
Persia a denunciarlo, probabilmente per invidia commerciale (ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 85,
anno 1627).
345. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 43.
346. Secondo l’inverosimile narrazione a Rodi lo Speranza sarebbe stato condotto in una stan-
za dove, mentre un papas turco leggeva un libro, gli «perlumegavano» gli occhi, per cui quasi in-
consciamente alzò il dito, abiurò e si trovò rasato e vestito alla turca. Nonostante la poca credibilità
del racconto l’inquisitore lo dimette con le solite penitenze (ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 68).
138 Venezia e i Turchi

lo che Dio hà congiunto homo non separet», replica sorridendo che «Dio non
se impazza in queste cose, ma il diavollo», una battuta mezzo scherzosa mezzo
seria tipica del razionalismo popolare.347
In ambienti cosmopolitici, frequentati da turchi, cristiani, ebrei, marrani e
percorsi da facili richiami al sincretismo e da forti tentazioni all’incredulità o a un
radicale razionalismo, maturano le esperienze religiose di Giuseppe Struppiolo e
di Francesco Abdula. Giuseppe Struppiolo, medico a S. Girolamo in Corte, è ac-
cusato nel 1632 di opinioni religiose eterodosse: mangia carne al venerdì e negli
altri giorni proibiti, aborre le chiese, disprezza i sacramenti e da quando è tornato
dalla Turchia, dov’era fuggito alcuni anni prima, veste vistosamente alla turca e
«per pubblica voce et fama è in concetto di esser mal e cattivo christian».
In realtà le testimonianze dei denunzianti più che un’adesione ai dogmi e alla
morale della religione islamica documentano propensioni a forme superficiali di
critica razionalistica al culto dei santi, su cui può aver influito la conoscenza
della religione musulmana acquisita durante la permanenza in Turchia.348 Moisè
Abdula, ebreo del ghetto di Venezia fattosi turco, poi battezzato, quindi anco-
ra rinnegato, sembra impersonare in forma esemplare il tipo dell’indifferente e
dell’opportunista religioso pronto a passare da una fede all’altra a seconda delle
circostanze e del momentaneo tornaconto. Nel luglio del 1635 un ebreo realtino
commenta con argute parole il suo secondo battesimo: «Havete fatto una bella
bota a battizar quel furbo di quell’hebreo, perché è stato battizato anco a Roma»,
ma questa volta c’è chi si premura di denunciarlo al sant’uffizio che natural-
mente si preannuncia tutt’altro che tenero nei confronti di chi si dimostra così
disinvolto e indifferente nei confronti della vera religione. L’inchiesta aggrava la
posizione dell’Abdula cui si addebitano parole cariche di scetticismo e incredu-
lità nei confronti del battesimo, da lui definito «fiaba» e «minchioneria» che si
risolve nel mettere un po’ di sale in bocca e un po’ d’olio e d’acqua in testa.349
Il panorama dei processi per «islamismo» dell’Inquisizione veneziana si può
concludere con un caso di suggestivo interesse, per la singolare commistione di
idee materialistiche, temi del razionalismo popolare e dotto e probabili influenze
islamiche, sullo sfondo di una sicura simpatia dell’imputato per il mondo della
Turchia. Nell’aprile del 1625 un gruppo di persone, guidato dai frati di S. Salva-
dor di Sovernigo (Treviso), denuncia per opinioni ereticali Marco De Domo e sua
moglie Gemma Aurora, già abitanti nel piccolo centro della Marca e ora residenti
a Venezia nella parrocchia di S. Giustina. È difficile districarsi tra le molte e con-
traddittorie idee eterodosse attribuite ai due anziani possidenti, contro cui eviden-
temente si sfogano rancori e gelosie di frati e contadini. I due coniugi, accusano

347. Ibidem. Non si conosce l’esito del processo.


348. Lo Struppiolo aveva affermato che una delle figure rappresentate sugli altari di una chie-
sa somigliava «ad un tal huomo chiamato il folle che stà in Canareggio» mentre un’altra volta ad un
predicatore che parlava di alcuni santi che non avevano posto a sedere aveva detto «ecco padre che
io gli dò da sedere» abbandonando la chiesa. (ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 89).
349. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 92. Il processo non ha seguito perché l’Abdula, fiutato
il pericolo, si rende irreperibile.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 139

alcuni testi, «non credono cosa alcuna», la moglie poi fa professione di ateismo
sostenendo che «morto il corpo more anco l’anima, che la legge christiana è cosa
ridicolosa, che avanti Adamo et Eva sono morti millioni di persone, che non v’è
Paradiso, né Inferno, et nega la S.ma Trinità»; a tali opinioni materialistiche fa-
rebbe riscontro il rifiuto di praticare i sacramenti e una vita simile in tutto agli
«animali irrationali». Altre testimonianze ci ricreano un quadro più complesso e
nello stesso tempo più articolato e comprensibile delle idee dei De Domo che ci
appaiono sempre più come dei razionalisti imbevuti alquanto superficialmente di
dottrine eterodosse di incerta origine e di oscura formulazione. Il De Domo rifiuta
i miracoli come «inventione de preti et frati per cavar dinari», pensa che «tutti
gli spiriti grandi et gentilhomini (o gentilini) si danno a seguitare la setta ariana»,
ritiene che ad un uomo «per esser tenuto homo da bene» basta «sentir messa, che
poi può fare quel che li piace nel resto», mentre la moglie avrebbe affermato «che
era pazzia grande il prestar fede alla santità di N. Signore perché era huomo et
che nella Bibbia Iddio malediva chi havesse creduto in altri che nella sua legge
scritta». Quest’ultimo passo di evidente ispirazione luterana comincia a darci la
chiave di alcune delle accuse: il primo marito e il fratello della donna erano fuggi-
ti anni prima in Germania a causa delle loro idee ereticali e un prete di Sovernigo,
pur confermando l’opinione del parroco di S. Giustina sull’ortodossia e buona
condotta cristiana dei De Domo, è costretto ad ammettere che detenevano una
Bibbia riformata, portata in Italia dalla Polonia.
In questa girandola di accuse emerge però un particolare mai smentito da
nessuno e che giustifica l’attenzione del sant’uffizio e la classificazione del pro-
cesso sotto la dizione di «islamismo»: il De Domo è stato a lungo in Turchia, si
insinua anzi che sia nato turco, e comunque una testimone assicura che
chi voleva tenerlo allegro bisognava parlar d’altro che di Turchi, perché lui non
haveva altro in bocca se non parlar de Turchi et sentiva tanto gusto nel discorrer
de Turchi che da dolcezza li venivano le lagrime dalli occhi et diceva di esser stato
allevato tra Turchi nella sua gioventù et perciò anco adesso da tutti vien chiamato
il turcho.350
Pieno di rimpianti per il ricco padrone che lo trattava come un figlio e l’aveva
avviato agli studi, il De Domo è probabilmente vittima di macchinazioni di frati
zelanti e dell’ostilità di alcuni vicini di casa; non crede veramente nella religio-
ne islamica e neppure nelle eterodosse opinioni tenute in gioventù dalla moglie.
Uomo di qualche lettura ha trascorso una giovinezza felice in Turchia, ricorda
con nostalgia un mondo ormai lontano nello spazio e nel tempo e mitizza, come
spesso succede, un’esperienza legata agli anni più belli della sua vita. Di lui e del-
le simpatie filo-islamiche un «incidente» con sant’uffizio ci ha conservato una
preziosa e vivace testimonianza, di altri come lui che certamente hanno apprezza-
to la religione islamica e l’aperto ordinamento sociale della Turchia ottomana non
ci è rimasto alcun ricordo perché al santo uffizio e alle magistrature veneziane

350. ASV, Santo Uffizio, Processi, b. 80.


140 Venezia e i Turchi

è certamente sfuggita la maggior parte dei transfughi, che di solito si stabilisco-


no definitivamente in Turchia e se pure in qualche caso decidono di tornare in
patria e di riconciliarsi con la Chiesa si premurano in anticipo di farsi assolvere
dal peccato di abiura e dal reato di tradimento, per non incappare nelle sanzioni
canoniche e civili previste per i rei di così «scellerata risolutione».
Il problema dei rinnegati coinvolge direttamente la società veneziana in un
rapporto dialettico di incontro-confronto con il modello ideologio-politico della
società turca e mette in discussione, nei casi più clamorosi per qualità o quan-
tità, le stesse ragioni dell’affermata superiorità della Repubblica Veneta, civile
e cristiana, sull’impero ottomano barbaro e fondato su un’empia religione. Ep-
pure nonostante il ricorrente sentimento di sfiducia e di impotenza di fronte alla
crescente fuga in Turchia di tanti veneziani, mai viene meno nella pubblicistica
veneziana del Cinquecento e Seicento la ferma convinzione di un’irrimediabile
inferiorità morale, culturale, civile del popolo turco rispetto alla più giusta, one-
sta, raffinata civiltà veneziana.

5. I vizi di una nazione «barbara»

Il Sestan ha opportunamente precisato come già prima dell’età rinascimentale


la «mondanizzazione della cultura» e «l’allargarsi delle conoscenze geografiche
ed etnografiche» abbiano fatto perder al concetto di «barbarie» il suo «rigorismo
religioso» attribuendo questa nota negativa solo a «chi non rivive in sé il modo di
sentire del mondo romano».351 I Turchi vengono subito compresi dagli europei in
questa qualifica che li relega in un gradino inferiore rispetto ai popoli romanizzati
dell’Occidente, né la ricorrente ammirazione per la compatta struttura politica
dello stato ottomano e i frequenti contatti imposti da ragioni di guerre o di com-
mercio vengono a togliere loro questo attributo negativo che si trascina e soprav-
vive tenace sino al Settecento quando più vivace e vigorosa si fa la critica contro
l’ignoranza e la svalutazione della civiltà turca. La cultura veneziana è anche per
questo aspetto partecipe dei pregiudizi comuni a tutta l’Europa del Quattrocento
e Cinquecento e non v’é scrittore di cose «turchesche» che abbia esitazione a
definire barbaro qualunque fatto, azione o istituzione propria dei Turchi: barbaro
è il governo, barbari la lingua, la religione, gli usi e costumi di un popolo cui
l’epiteto di Scyta viene lanciato con l’intenzione di caratterizzarne l’assoluta in-
capacità di superare le primitive costumanze assunte nelle steppe asiatiche da cui
è uscito per predare e conquistare terre di antica civiltà. «Immanissimae ferae»,
«foedissimae vitae consuetudo», «saevitia», sono alcune delle espressioni che
infiorano un’orazione di Cristoforo Marcello del 1516352 che da sola può essere

351. Voce barbari dell’Enciclopedia Italiana, VI, pp. 123-124.


352. Merita riportare per intero la sua immagine dei Turchi: «Gens crudelis ab origine et impia
ferarum more non inter homines educata virtutem omnem abjicit, omne scelus admittit, justitiam
violat, furori cedit, libidini indulget, rapinae, caedibus, proditioni vacat sine certis legibus, sine cer-
Realtà e mito del turco nella società veneziana 141

presa come esempio di tutta una vasta produzione di recente documentata nei
volumi di Turcica curati dal Göllner. I Veneziani danno un preciso significato
spregiativo allo stesso termine turco, volutamente usato in sintonia con quello più
dotto di barbaro per caratterizzare negativamente i loro nemici. Infatti nei giorni
della guerra di Lepanto il pascià Mehemet mostra vivo dispiacere per l’uso a suo
avviso provocatorio fatto dai Veneziani della parola Turchi in alcune lettere di
risposta al sultano «perciò che vogliono essi che questa dittione turco sia odiosa
et propria di coloro che comandano a ladri».353
Il Babinger si è di recente impegnato in un’opera di chiarimento di «un pas-
sato romanticamente deformato» ridimensionando tutte le favole correnti sulla
presunta influenza della cultura rinascimentale italiana alla corte di Maometto II,
riportando l’attenzione e la simpatia del sultano per gli umanisti italiani alla più
concreta e realistica necessità di acquisire «una conoscenza possibilmente esatta
e completa dei paesi dell’Occidente, soprattutto dell’Italia».354
Nel Quattrocento e nel Cinquecento nessuno ha mai creduto all’esistenza di
un grande tesoro di libri nel Serraglio di Costantinopoli, mito caro alle fantasie
romantiche dei secoli posteriori che vi ricamano sopra l’illusione della soprav-
vivenza delle Deche di Livio, perché in realtà la biblioteca dei sultani conteneva
solo volumi di tecnica militare, geografia e narrazioni di gesta dei grandi conqui-
statori del mondo antico.355 Gli europei di quel tempo, lungi dal favoleggiare di un
Maometto II colto ed appassionato bibliofilo che avrebbe salvato dalla rovina un
immenso patrimonio librario, sono ben fermi nelle loro convinzioni che il popolo
turco nel suo complesso sia privo di qualsiasi cultura356 e al massimo tributano
un elogio ai due grandi monarchi Maometto II e Solimano per la loro personale
moderazione e saggezza, sulla scia di una tradizione creata dai Turchi stessi e
fatta propria ed amplificata dalla tradizione occidentale.357

to Deorum cultu, summum bonum in voluptate, ac humani generis dissipatione constituit. Nulla ei
amicitiae, aut affinitatis est ratio, non fratribus, aut parentibus, neque (quod fere incredibile) liberis
parcit, qui solent esse carissima vitae pignora, non dominandi gratia, sed immanissimam puto sitim
explendi, quod semper humanum genus ex prava consuetudine consectatur» (Cristophori Marcelli
Electi Archiepiscopi Corcirensis ad Sanctissimum D. Nostrum D. Nostrum D. Leonem X. de sumen-
da in Turcas Provincia oratio, Romae 1516).
353. F. Fedeli, Storia della guerra turchesca (1570), Biblioteca Querini Stampalia di Venezia,
mss. cl. IV, cod. 107, c. 36. Forse per questo motivo il 16 maggio 1479, quando era giunto a Vene-
zia un ambasciatore turco per sottoscrivere la pace, il Senato aveva emanato un proclama affinché
«alcun in la Terra no ardissa de chiamarlo Ambassador del Turco, ma Ambassador del Signor, sotto
pena della vita» (Annali Veneti, p. 122).
354. F. Babinger, Maometto il Conquistatore e gli umanisti d’Italia, in Venezia e l’Oriente,
pp. 433-449; Id., Maometto il Conquistatore e il suo tempo, Torino 1957, capp. III e IV e in part. le
pp. 738-740 e 745 e sgg.
355. Babinger, Maometto il Conquistatore e gli umanisti, p. 435.
356. Il Montaigne riteneva addirittura lodevole l’avversione per le lettere in Turchia (C.D.
Rouillard, Montaigne et les Turcs, in «Revue de littérature comparée», apr. giugno 1938, p. 241).
357. Dalla prepotente personalità di Solimano II il Magnifico sono attratti anche uomini di
grande equilibrio come Marc’Antonio Barbaro e Paolo Paruta o letterati schivi e alieni dall’impe-
gno politico come lo Speroni che lo reputa «il miglior principe quanto a’ costumi, ed al suo viver sì
142 Venezia e i Turchi

Perché la bellezza dell’ingeno non vale in quel luogo dove gli uomini sono rozzi,
non la forza della lingua bisognando in quel luogo valersi dell’interprete, serve a
niente la sincerità dell’animo dove non è alcun simulacro di bontà, non val la nobiltà
dei costumi avendosi a trattare sempre con persone barbare, è del tutto inutile la
cognizione delle cose del mondo con gli turchi i quali sprezzando le nazioni d’altri
considerano solamente le loro proprie, né può aver luogo alcuna degna condizione
dove s’ha rispetto all’utile non a quello che convenga,
ecco un bell’esempio del giudizio totalmente negativo sul carattere e i costumi
dei Turchi scritto da un nobile veneziano della fine del Cinquecento.358
«Il viver loro è sporco e disordinato, apparecchiando in terra senza
stomacharsi di cosa alcuna, né vi hanno l’ore destinate, ma mangiano ad ogni
ora indifferentemente senza civiltà e delicatezza» nota con disprezzo Jacopo
Soranzo;359 l’insistenza sui costumi rozzi e volgari ha la funzione di connotare
anche visivamente la sicura appartenenza dei Turchi alla categoria dei popoli
«barbari» non ancora toccati dall’influsso civilizzatore del cristianesimo e del
superiore mondo occidentale. Nati tra i pastori, educati alla guerra, vivono
naturalmente «con poca cerimonia e polizia» e, secondo la tipica mentalità dei
nomadi sottosviluppati,
non si curano molto di belle cose, né di grandi edificj, e molto meno d’architettura,
perché nell’edificare attendono solamente al comodo proprio di colui che fa la fab-
brica, non si curano punto che questo abbia da servire alla sua posterità e né meno
che abbia alcuna apparenza o ornamento per di fuori.360
Anche semplici differenze di moda o di usi della vita quotidiana, come l’abi-
tudine di non levarsi il berretto durante il saluto, la preferenza onorifica per il luo-
go sinistro, la sepoltura dei defunti senza luminarie, l’indossare la camicia fuori
dei calzoni, sono interpretate come strane manifestazioni di rozzezza e barbarie.
Quanto poi alla letteratura e alle arti la posizione dei veneziani, che riecheggia la
tradizione degli ambienti colti greci esuli da Costantinopoli dopo il 1453, è an-
cora più recisa: i Turchi «aborriscono la stampa», sono del tutto ignoranti, tanto
che tra di loro chi sa leggere e scrivere «è tenuto per dottore, e viene più degli

umanamente che mai regnasse delli ottomani» (S. Speroni, Discorso della precedenza de’ principi,
in Id., Opere, II, Venezia 1740, p. 43). Non è un caso che proprio a lui venga offerta nel 1559 dal
bailo Marino Cavalli la traduzione del De Senectute di Seneca. Cfr. E. Rossi, Parafrasi turca del
«De Senectute» presentata a Solimano il Magnifico dal Bailo Marino Cavalli (1559), in, Roma
1937, pp. 1-77 (Reale Acc. Naz. dei Lincei. Rendiconti della Cl. di Sc. morali, storiche e filologi-
che, ser. VI, vol. XII, fasc. 7-10); Id., Una parafrasi turca del «De Senectute» datata 1559, in Atti
del IV Congresso Nazionale di Studi romani, I, Roma 1938, pp. 497-500.
358. L’autore è Giovanni Moro (Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, p. 325).
359.  Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. II, p. 250. Spesso casi singoli di
individui che mangiano con le mani, ruttano o infrangono altre regole del galateo occidentale, sono
assunti come esemplari di una generale condizione di rozzezza e inciviltà.
360. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, set. III, vol. III, p. 266. Il bailo Jacopo Soranzo
nota con stupore nel 1581 che la casa del primo visir «né per grandezza di fabbriche, né per apparati
eccedeva la condizion di qualsivoglia mediocre gentiluomo italiano» (ser. III, vol. II, p. 225).
Realtà e mito del turco nella società veneziana 143

altri stimato», mancano completamente di ogni genere di studi, trascurano com-


pletamente le scienze e sembrano addirittura farsi vanto della loro arretratezza
culturale che li degrada al livello dei popoli meno civili del mondo.361
La convinzione che nell’impero ottomano sia bandita ogni forma di cultura e
che addirittura non esista un’autonoma letteratura turca degna di considerazione
si trascina nell’opinione pubblica veneziana per secoli, malgrado i frequenti ed
intensi legami commerciali che portano a Costantinopoli molti politici e mercanti
intelligenti e non privi di una buona educazione. Solo alla fine del Seicento e poi
nel Settecento la paziente opera di divulgazione di alcuni studiosi appassionati
riuscirà a rimuovere un pregiudizio radicato in profondità e alimentato dalla ge-
nerale ignoranza della lingua.
Naturalmente la «barbarie» ottomana spicca con tanto maggior rilievo quan-
to più efficamente viene comparata con la superba e raffinata civiltà bizantina,
dopo il cui tramonto nelle terre d’Oriente percorse dai cavalli turchi regnano la
desolazione, la rovina, la stagnazione economica e culturale.362
Passando ai caratteri e ai costumi dei singoli individui l’immagine negativa
del Turco si aggrava e si precisa, con l’attribuzione di una serie incredibile di vizi
e difetti che coinvolgono tutti gli aspetti della vita sociale e privata. Il Turco non
dimostra mai «né amorevolezza né cortesia», è superbo coi deboli, umile e servile
coi potenti, coraggioso e altero nei momenti del successo, vile e strisciante nelle
avversità, falso e doppio per principio e per abitudine, sistematico mancatore di
parola, infido, pronto all’insidia e al tradimento, ingrato e privo di scrupoli nella
trattazione di qualunque affare, rapace e sedizioso per natura ed educazione.363
L’avarizia e la venalità sono al primo posto tra i vizi unanimemente attribuiti
ai Turchi di ogni ordine e grado, che sembrano al veneziano una banda di loschi
figuri, divorati da una brama sfrenata di denaro e disposti a qualunque crimine
per saziarla. Mossi più dall’interesse che dalla coscienza essi sono «avari e senza

361. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, p. 460, vol. II, p. 250, Le relazioni
degli Stati Europei, parte I, p. 113. Sulla nascita in circoli greci del mito del turco illetterato e inci-
vile v. Schwoebel, The shadow of the crescent, pp. 152-165.
362.  Al passato romano-bizantino romanticamente rivissuto e volutamente contrapposto
all’avvilente barbarie dei suoi tempi si ispirano nel 1579 queste parole di un anonimo osservatore
veneziano (forse il bailo Giovanni Correr): «là dove fiorirono la virtù delle armi, l’invenzione delle
scienze, la ragione delle arti, la gentilezza dello scrivere, la bontà delle leggi, la prudenza dei savj,
ora la natura e la virtù par che abbiano per calamità nostra perduta la giurisdizione loro. Giacciono
i regni miserabili, e dati a peregrini e barbari dominatori, ricopre l’erba le città più famose, le opere
eccelse, o sepolte, o consumate, o rovinate rimangono, come che la barbara violenza abbia non solo
estinto la virtù, le armi e le lettere, ed oscurata ogni sorte di libertà e nobiltà, ma fino da radice svelta
ogni memoria di tante opere illustri; lasciando a parte tante e così belle campagne d’ogni coltura
ignude, con un lagrimoso proverbio a quelle poche e povere genti, che vi sono ancora sparse ed
oppresse, che dovunque il cavallo dell’Ottomano mette il piede, non vi nasce mai più erba» (Le
relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, p. 468).
363. «Alle virtù dell’animo non è alcuno che attenda. Onore, fede, giustizia non si conoscono
fra’ Turchi che alla sopercheria, alla bugia e alla tirannide sono sempre rivolti», annota nel 1612
Simone Contarini e pochi anni dopo un altro bailo li dipinge come «barbari, prepotenti, senza fede,
sempre ambiziosi, sempre altieri» (Le relazioni degli Stati Europei, parte I, pp. 182, 423).
144 Venezia e i Turchi

timor di Dio, intenti per il più alla rapina, non la risparmiano quando possono a
qual si voglia persona, sia di che condicion essere si voglia», ammonisce Otta-
viano Bon nel 1609364 e tre anni dopo il suo collega Simone Contarini aggiunge
malignamente che
sogliamo fra noi dire che il denaro sia il secondo sangue, fra Turchi pare a me che sia
il primo, poiché la ribalda natura loro così resta soggetta a piegarsi ad ogni abomina-
zione per lui, che gli spiriti del sangue vitale meno li commovono.365
Non a caso l’arte del «donare» ai ministri e ai sultani è una delle preoccupa-
zioni maggiori dei baili che si premurano di descriverla minuziosamente ai loro
successori affinché procedano con accortezza e senza errori capaci di pregiudica-
re la buona conclusione dei negozi diplomatici.
Jacopo Soranzo ha visto per esperienza che «non donando, e largamente,
non si ottiene cosa alcuna a quella Porta, e andandosi a parlare la prima volta
a qualche grande uomo, la seconda volta non si è ammesso se non si porta» e
Giovanni Cappello, che scrive sessant’anni dopo, annota maliziosamente che
«la desterità ed il cibo opportunamente usati, addomesticano quelle fiere, che
nodrite nelle selve dei pini del Serraglio escono ignare, fameliche e furiose».366
È tale l’importanza che i baili attribuiscono al «dono» come strumento di cor-
ruzione e di pressione sui ministri turchi che uno di loro traccia addirittura nella
sua relazione un breve trattatello dell’«arte del donare» a Costantinopoli, un
piccolo capolavoro di consumata esperienza diplomatica e di raffinata tecnica
della «persuasione».367 Solo Marino Cavalli nel 1560 si ribella a questa prassi
considerata indecorosa per il prestigio veneziano e ammonisce il Senato a non
riporre le sue speranze di pace sui doni ma sulla «riputation» dello stato, «le
terre forti, il numero delle galere, le armi e il poter esser soccorsi da Spagnuoli
e Tedeschi quando occorresse». Donare con abbondanza ha solo l’effetto di
mettere in evidenza la propria debolezza, spingendo il nemico a sempre più
onerose pretese, mentre solo un più virile ed energico atteggiamento garantito
da una maggiore autosufficienza alimentare e da una più salda organizzazione
militare, incuterà davvero rispetto e stima ai Turchi che «non conoscono amo-
revolezza, né cortesia e credono che quel che non si fa non si possa, misurando
gli altri da sé stessi».368

364. Le relazioni degli Stati Europei, parte I, p. 104.


365. «Cava un occhio a un Turco, empiglielo d’oro, non si dorrà del colpo» è l’ironica conclu-
sione del Contarini (Le relazioni degli Stati Europei, parte I, p. 183).
366. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. II, p. 251; Le relazioni degli Stati
Europei, parte II, p. 45.
367. Le relazioni degli Stati Europei, parte I, relaz. Cristoforo Valier (1616). Passi simili non
mancano, anche se con minore vivacità stilistica, in tutte le altre relazioni.
368. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, pp. 276, 286-287. Sulla relazione di
Marino Cavalli, di eccezionale importanza per la ricchezza delle notizie, il vigore dei giudizi e le con-
crete proposte operative v. W. Andreas, Eine unbekannte venetianische Relazion über die Türkei, in
Sitzungberichte der Heidelberger Akademie der Wissenschaften. Phil. hist. Klasse, Heidelberg 1914.
Notizie biografiche sul Cavalli in Rossi, Una parafrasi turca del «De senectute», pp. 1-4.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 145

Alla condanna e al disprezzo del «colto» e «civile» veneziano non sfuggono


neppure i presunti eccessi nella vita privata, l’ozio infecondo di realizzazioni, la
lussuria sfrenata che si manifesta nell’insaziabile desiderio di possedere più don-
ne, la sodomia ritenuta universalmente diffusa ed apprezzata.369 Naturalmente si dà
per scontato che alla base del basso livello di moralità personale dei Turchi sia la
stessa religione musulmana, fondata su larghe concessioni ai piaceri del senso e
orientata verso una concezione edonistica della vita da cui scaturisce ovviamente
la giustificazione di qualsiasi disordine.370 Talvolta l’animus polemico e prevenuto
dell’osservatore veneziano fa velo anche ad una coerente enunciazione di tutti i vizi
attribuibili ai Turchi e allora vediamo emergere curiose contraddizioni. Si erige a
dogma l’universale avarizia ma poi si ammette la loro generosità verso i poveri e i
pellegrini, si additano all’esecrazione moralistica la poligamia e le frequenti relazio-
ni extraconiugali e contemporaneamente si dà per certa la preferenza di molti per i
rapporti omosessuali, si denunciano con parole di fuoco la loro falsità e mancanza
di parola, ma poi si ammette che nelle transazioni commerciali sono più scrupolosi e
onesti dei cristiani, si critica la loro sporcizia ma poi si sprecano parole di elogio per
i loro ampi ed efficienti bagni pubblici. Un’accusa particolarmente violenta che li
accompagna sin dall’inizio con la sua carica di odio e di infamia è quella dell’inaudi-
ta crudeltà. Nella repressione di disordini interni, nell’esecuzione di rappresaglie in
territori d’occupazione o anche durante normali operazioni di rastrellamento vengo-
no attribuite ai Turchi efferatezze incredibili che trasformano addirittura il termine
«turco» in sinonimo di «feroce», «crudele», «sanguinario». Basterà citare un paio
di esempi nella letteratura veneziana per dare un’idea chiara e persuasiva di questa
identificazione pregna dell’odio e dell’incomprensione di una civiltà per tutto il
corso di una vicenda secolare. Nel settembre del 1514 Marin Sanuto riferisce dello
strano e terribile comportamento di una moltitudine di 40.000 ungheresi che, illusi
da Ladislao Szalkán vescovo di Graun col miraggio di una crociata anti-ottomana e
vistisi rifiutato nel momento decisivo il capitano promesso, cominciano «a sachizar
et brusar el proprio paese, amazando preti e frati e impalando vescovi et altri, vergo-
gnando done e donzele; feno pezo che si fusseno turchi».371 Un così incisivo valore
esemplare della ferocia turca si coglie anche nelle pagine dello storico padovano
Emilio Maria Manolesso, zelante sostenitore delle ragioni cattoliche nella guerra
d’Olanda, che nella sua Historia nova del 1572 denuncia con enfatica esagerazione
i massacri degli orangisti come i più efferati della storia e per l’occasione si impegna
a stilare questa singolare graduatoria di crudeltà tra tutti i popoli storicamente co-
nosciuti: Assiri, Egiziani, Unni, Goti, Sciti, Longobardi e infine «quelle nationi che
sono tenute fierissime et inhumanissime Tartari e Turchi»372, un privilegio questo

369. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, p. 389.
370. Alcune interessanti osservazioni su questo tema in Malvezzi, L’islamismo e la cultura,
passim e in Curcio, Europa, pp. 194-195.
371. Sanuto, I Diarii, XIX, col. 413. Sulle origini del tema della «atrocità» turca cfr. Schwo-
ebel, The shadow of the crescent, pp. 12-13.
372. E.M. Manolesso, Historia nova nella quale si contengono tutti i successi della guerra
turchesca, la congiura del duca di Nortfolch contro la regina d’Inghilterra, la guerra di Fiandra,
146 Venezia e i Turchi

che certamente i Veneziani suoi contemporanei accordano volentieri e in tranquilla


coscienza al popolo turco.
Questo quadro assolutamente negativo di tutti gli aspetti morali e civili
della vita pubblica e privata dei Turchi informa di sé l’immagine costruita dal
veneziano medio del Cinquecento e del Seicento sulla base di una larga pubbli-
cistica. L’opinione pubblica si manterrà a lungo abbarbicata a questi pregiudizi
nati e cristalizzatisi in secoli di contrapposizione globale di fede e di civiltà e
anche nel Settecento, quando matura lentamente una svolta radicale nell’atteg-
giamento della cultura veneta verso la civiltà turca, non sarà facile neppure per i
più «moderni» intellettuali liberarsi d’un colpo e senza riserve di questa tenace
eredità del passato.

6. Turcherie nell’arte e nella letteratura del Cinquecento e Seicento

Quasi quattro secoli di rapporti politici militari ed economici hanno lasciato


una traccia profonda nella storia dell’arte veneziana e nella letteratura colta e
popolare in cui temi turchi di diverso rilievo ed incidenza culturale affiorano
numerosi e insistenti. La ricerca si presenta difficile solo per quanto riguarda la
pittura perché, fatta eccezione per i grandi maestri, le tele dell’infinita schiera di
minori sono disperse in gallerie e musei pubblici e privati e si sottraggono così ad
un’indagine globale sulle sottili e tenaci permanenze di influssi turchi sullo stile,
il disegno, il colore degli artisti veneziani. Altrettanto problematico se non impos-
sibile afferrare nelle sue esatte dimensioni e connotazioni stilistiche l’influenza
del mondo turco nelle cosidette arti minori, le stampe, le vetrerie, l’arredamento
e le decorazioni.373
Il Gilles de la Tourette ha già osservato che dal mancato assorbimento nella
società veneziana di costumi e istituzioni musulmani, come conseguenza del ri-
fiuto e dell’aprioristica chiusura nei confronti della civiltà islamica, è disceso un
particolare tipo di influsso dell’arte turca su quella veneziana fondato sugli effetti
del folklore e del colore.374
Temi turchi o immagini e figure del mondo ottomano si ritrovano in molti
grandi maestri veneziani dal Quattrocento al Seicento: basti ricordare le splendi-

Flisinga, et Holanda, l’uccisione di Ugonotti, le morti de Prencipi, l’elettioni de novi, e finalmente


tutto quello che nel mondo è occorso, da l’anno MDLXX fino all’hora presente, Padova 1572, pp.
85-86. Sull’Historia Nova cfr. F. Stefani, Emilio Maria Manolesso e la sua «Historia Nova», in
«Archivio Veneto», VI (1873), parte I, pp. 132-138.
373.  L’unico studio di un certo rilievo è sinora quello di K. Erdmann, Venezia e il tappe-
to orientale, in Venezia e l’Oriente, pp. 529-545. Un’ampia bibliografia e alcune osservazioni di
carattere generale sull’influsso dell’Oriente islamico sull’arte europea e veneziana in E.J. Grube,
Elementi islamici nell’architettura veneta del Medioevo, in «Bollettino del Centro Internazionale di
Architettura Andrea Palladio», VIII (1966), pp. 231-256.
374. F. Gilles de la Tourette, L’Orient et les peintres de Venise, Paris 1924, pp. 22-23. Cfr. an-
che il recente saggio di P. Zampetti, L’Oriente del Carpaccio, in Venezia e l’Oriente, pp. 511-526.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 147

de raffigurazioni di monumenti e scenografie musulmane nel Carpaccio,375 l’ef-


figie di Solimano e il perduto ritratto di Caterina Cornaro intitolato Bella turca
del Tiziano,376 la pala di s. Lucilla battezzata da s. Valentino di Jacopo Bassano377
e tanti altri quadri, pale, cicli di affreschi in cui tra le coorti di personaggi spic-
cano il turco col turbante e cortei di personaggi orientali con gli inconfondibili
abiti ottomani. Per chi come Gentile Bellini ha avuto la ventura di soggiornare in
Oriente la raffigurazione degli abbigliamenti turchi si fonda su una diretta e pun-
tuale conoscenza, per tutti gli altri suppliscono l’attenta osservazione dei costumi
dei chiaus e del loro seguito, lo studio dei mercanti turchi ospitati nel Fondaco
e infine, a partire del 1589, l’imitazione delle nitide figure del trattato di Cesare
Vecellio. Lo stesso Gilles de la Tourette ha rilevato una brusca caduta del tema
orientale nelle opere dei grandi pittori del Cinquecento, nonostante la vittoria
di Lepanto, illustrata dai capolavori di Veronese, Tiziano, Tintoretto, Palma il
Giovane, stimoli un’intensa produzione in cui però è difficile rinvenire temi e
particolari decorativi di stretta influenza turca.378
Per cogliere con nitida evidenza l’atteggiamento del mondo dell’arte e della
critica veneta di fronte alla civiltà turca appare di eccezionale interesse l’itinerario
storico della fortuna e dell’interpretazione del celebre viaggio a Costantinopoli di
Gentile Bellini, il meglio documentato ma anche il più deformato e romanzato tra
i molti casi di artisti europei e veneziani chiamati alla corte di Maometto II.379
Ricostruiamo in primo luogo i fatti così come ce li presentano le fonti più
autorevoli. Marin Sanuto, Angiolello degli Angiolelli, Marco Guazzo riferiscono
molto semplicemente, anche se con particolari diversi, che dopo il trattato di pace
dell’aprile 1479 alla richiesta di un ritrattista per la corte del Sultano, viene scelto
Gentile Bellini che parte con due fonditori per la capitale ottomana il 13 settem-
bre dello stesso anno e vi si trattiene sino alla fine del 1480.380 Durante la sua per-
manenza a Costantinopoli il Bellini esegue parecchi ritratti di Maometto II, orna

375. Gilles de la Tourette, L’Orient, pp. 113-161.


376. Molmenti, La storia di Venezia, II, p. 495.
377. Si trova ora al Museo Civico di Bassano.
378. Gilles de la Tourette, L’Orient, p. 169; v. anche A. Pallucchini, Echi della battaglia di
Lepanto nella pittura veneziana del ’500 e G. Gorini, Lepanto nelle medaglie, in Il Mediterraneo
nella seconda metà, pp. 279-287, 153-162. Una rassegna di quadri e stampe su Lepanto in G.A.
Quarti, La battaglia di Lepanto nei canti popolari dell’epoca, Milano 1930, tavv. 29, 30, 31, 46,
52-54, 57, 59, 62.
379. Per un rapido profilo del problema cfr. G. Fiocco, Pittori veneziani a Costantinopoli,
Roma 1938 (estratto dagli Atti della XXVI riunione della società italiana per il progresso della
scienza, Venezia 12-18 settembre 1937).
380.  L. Thuasne, Gentile Bellini et Sultan Mohammed II. Notes sur le séjour du peintre
vénétien à Constantinople (1479-1480) d’après les documents originaux en partie inédits. Avec
huit planches hors texte, Paris 1888, passim. Cfr. anche J. Karabacek, Abenländische Künstler zu
Konstantinopel im XV und XVI Jahrhundert. I. Italienische Künstker am Hofe Muhammeds II der
Eroberers 1451-1481, Wien 1918, p. 24 e passim. Le citazioni da Sanuto in Diarii, VI, col. 552,
da Angiolello degli Angiolelli in Historia Turchesca, pp. 119-123 (ed. a cura di I. Ursu), da Marco
Guazzo in Cronica, Venezia 1553, p. 333. Una precisa puntualizzazione dei fatti in Babinger, Mao-
metto il Conquistatore e il suo tempo, pp. 562-565, 574, 598, 625-626, 628, 748.
148 Venezia e i Turchi

gli appartamenti del Serraglio con pitture erotiche e conia medaglie, riscuotendo
vivi elogi e attestazioni di stima da parte del sultano che prima di congedarlo lo
crea cavaliere e lo colma di cortesie e di preziosi doni.381
Angiolello degli Angiolelli aggiunge che tutti i quadri eseguiti dal Bellini
sarebbero stati venduti a mercanti dal figlio e successore di Maometto II Bajazet
che rimproverava al padre uno scarso rispetto dell’ortodossia islamica che vieta
tassativamente la riproduzione di figure umane.382 Su questi fatti che testimoniano
solo l’apprezzamento del sultano per la raffinata scuola pittorica veneziana del
Quattrocento, lavorano la fantasia e l’immaginazione dei posteri, amplificando e
snaturando la sostanza ed i particolari della vicenda, che viene progressivamente
trasfigurata sino a comporsi in età barocca in una organica e consapevole im-
magine anti-turca, secondo i più convenzionali e chiusi schemi di giudizio della
cultura occidentale.
La narrazione dell’Angiolelli, certamente molto nota perché compresa nella
diffusa collana di viaggi del Ramusio, privilegia con efficace rilievo stilistico il
topos della crudeltà inaudita di Maometto II di cui si compiace di narrare due
esempi terribili, destinati a larga fortuna nelle letteratura veneziana ed europea: il
primo ha per protagonista una bellissima fanciulla decapitata a causa del troppo
esclusivo amore che ispira al Sultano, il secondo narra di un giannizzero sventra-
to per verificare l’ingestione di un cocomero rubato nel Serraglio.383
Sottolineando con vigore la stima del sultano per l’opera pittorica del Bellini,
che sembra avere «qualche divino spirito addosso», il Vasari, che scrive le sue
Vite verso la metà del Cinquecento, non riprende lo spunto dell’Angiolelli sulla
crudeltà di Maometto II e attribuisce solo a preoccupazioni religiose l’onorevole
licenziamento del pittore veneziano.384 Per tutto il Cinquecento la cultura veneta
resta fedele alla primitiva versione dell’episodio e anche la narrazione delle cru-
deltà del potente sultano non si carica di implicazioni di più ampio respiro. Nel
Seicento invece la critica d’arte veneta, nelle persone di Carlo Ridolfi e Marco
Boschini, opera una brusca e decisa inversione di tendenza, imponendo all’opi-
nione pubblica un’immagine di maniera di Maometto II, barbaro sovrano che
terrorizza il mite e colto Bellini con i suoi inauditi gesti di crudeltà. Nelle sue
Maraviglie dell’arte il Ridolfi dà un eccezionale rilievo alla benevola accoglien-

381.  Sui ritratti di Maometto II del Bellini cfr. Molmenti, Storia di Venezia, I, p. 188, F.
Babinger, Ein weiteres Sultansbild von Gentile Bellini?, in «Österreichische Akademie der Wis-
senschaften», Sitzungberichte Ph. Hist. Klasse, 237, 3 (1961); Id., Ein weiteres Sultansbild von
Gentile Bellini aus russischen Besitz, Wien, «Österreichische Akademie der Wissenschaften», 240,
3 (1962); Id., Zwei Bildnissen Mehemeds II von Gentile Bellini, in «Institüt für Auslandbeziehun-
gen», 2-3 (1962), pp. 178-179; Id., Un ritratto ignorato di Maometto Il opera di Gentile Bellini, in
«Arte veneta», XV (1961), pp. 25-32.
382. Historia Turchesca, p. 121. Angiolelli aggiunge ancora che «per quello dicono tutti que-
sto Mehemet non credeva in fede alcuna.
383. Ibidem, pp. 121-122.
384. «E se non fusse stato che, come si è detto, è per legge vietato fra’ Turchi quell’esercizio
[della pittura], non avrebbe quello imperator mai licenziato Gentile» (G. Vasari, Le vite de’ più ec-
cellenti pittori scultori ed architettori, a cura di G. Milanesi, III, Firenze 1878, p. 167).
Realtà e mito del turco nella società veneziana 149

za del Bellini nel Serraglio e insiste sul tema della potenza umanizzatrice della
pittura che vince la natura superba e altera del sovrano ottomano insinuandogli
sentimenti di sincero affetto per il sublime artista che con tanta maestria sa «can-
giar le tele in spiranti figure». Ma ecco che quando il Bellini realizza la testa di
s. Giovanni Evangelista riverito dai Turchi come un profeta, scoppia quasi im-
provvisa e imprevista l’invincibile barbarie di Maometto II che per dimostrare
al pittore l’imperfetta realizzazione della contrazione del collo al momento dello
stacco dalla testa, fa decapitare all’istante un paggio per esaminarne il capo.385 È
un episodio ignoto agli scrittori veneziani del Cinquecento che il Ridolfi riporta
per giustificare il timore del Bellini e la sua decisione di affrettare la partenza per
Venezia. È probabile che l’eccitazione e l’odio dell’opinione pubblica veneziana
per la terribile guerra di Candia, scoppiata da poco per una repentina aggressione
dei Turchi, abbiano preso la mano al Ridolfi consigliandogli di aggiungere l’epi-
sodio all’esperienza «turchesca» del Bellini. L’immagine del mondo turco che
traspare dai pesanti endecasillabi della Carta del navegar pitoresco del Boschini
consente di comprendere con sufficiente chiarezza il processo mentale e i con-
dizionamenti storico-politici che sono alla base di un diverso e pesante giudizio
sulla personalità di Maometto II, eretta a simbolo della depressione culturale e
civile dell’impero ottomano. Pubblicata a Venezia nel 1660 la singolare opera
critica del Boschini è percorsa da una vivace acredine anti-turca che si colora del
linguaggio offensivo e sarcastico tipico di tante poesie veneziane composte dopo
Lepanto e si apre talvolta anche a digressioni patriottiche invocanti l’aiuto divino
su Venezia impegnata nello sforzo militare anti-ottomano.386
Il Boschini non può naturalmente dimenticare la singolare e ormai mitizzata
vicenda «turchesca» di Gentile Bellini, cui dedica alcune suggestive quartine che
fissano in espressioni precise e pregne di implicazioni culturali di ampia portata
i termini fondamentali del giudizio critico nei confronti della civiltà turca. Lo
spunto per introdurre il discorso gli viene dalla descrizione del quadro del Belli-
ni Udienza del bailo veneziano a Maometto II il Conquistatore che egli illustra
con versi sciatti e banali nella forma ma efficaci e coloriti nella connotazione
negativa dei personaggi turchi.387 Gentile Bellini ha ricevuto «supremi onori» a
Costantinopoli, ma è stato intimorito dai «barbari rigori» e dalle «alte crudeltà»
del sultano che fa uccidere come «Nerron crudele» l’efebo reo di aver colto una

385. C. Ridolfi, Le maraviglie dell’arte ovvero le vite degli illustri pittori veneti e dello stato,
a cura di D.F. von Hadeln, Berlin 1914, pp. 57-58. L’opera fu pubblicata in due volumi nel 1646-
1648. Cfr. anche Babinger, Maometto il Conquistatore e il suo tempo, p. 628.
386. M. Boschini, La carta del navegar pitoresco, a cura di A. Pallucchini, Venezia-Roma
1966, p. 281. Riferimenti ai Turchi sono particolarmente numerosi nelle descrizioni dei quadri
dipinti in occasione della battaglia di Lepanto (pp. 301-302, 466-467, 652). Su Boschini cfr. anche
R. Pallucchini, Marco Boschini e la pittura veneziana del Seicento, in Barocco europeo e barocco
veneziano, a cura di V. Branca, Firenze 1962, pp. 95-136.
387. Ecco la descrizione del seguito del Visir e del Muftì: «Circonda, come tanti Consegieri,
/ Nomi turcheschi, a proferir scabrosi, / Che perdo ancuo quel che avea in mente gieri / No i porta
mai Turbante per modestia / (Così l’Araba vuoi soa religion), / Nome certe barete de castron, / Che
denota però chi ha dela bestia» (Boschini, La carta del navegar pitoresco, pp. 49-50).
150 Venezia e i Turchi

mela dall’albero proibito del Serraglio. Il Boschini non fa cenno all’altro episodio
della decapitazione del paggio ricordato dal Ridolfi,388 ma gli basta questo fatto di
sangue certamente preso dalI’Historia Turchesca dell’Angiolelli per mettere in
bocca al Bellini parole di trepido ringraziamento a Dio per lo scampato pericolo.
È l’irrefrenabile terrore per questo fatto di sangue a indurre il povero Gentile a
pregare il sultano di concedergli il ritorno a Venezia, la sua patria e la sua città
«dove alberga rason e umanità».389 Il criterio di valutazione introdotto in maniera
piatta e incolore dal Ridolfi è dunque perfezionato e concluso in uno schema
mentale che configura ai lettori un’immagine del mondo turco già ben conosciuta
nella cultura occidentale e anche veneziana e che viene ribadita e canonizzata
con l’avallo dell’esperienza esemplare di uno dei più grandi maestri della scuola
pittorica veneziana. L’impero turco è la «barbarie», è la terra in cui anche i nomi
sono «scabrosi» da pronunciare, i cui abitanti partecipano dei caratteri della «be-
stia» più che dell’uomo inserito in un civile consorzio, mentre Venezia si erge
come simbolo vivente di civiltà, come la terra feconda di artisti dal genio inegua-
gliabile, di eroi che si fanno carico di una missione di fede contro gli ottomani, di
uomini colti depositari dei valori di «rason e umanità».
L’idealizzazione dell’impareggiabile civiltà veneziana viene così consacrata
dalla storiografia artistica proprio quando in Europa accanto a quello di Venezia
comincia a imporsi il «mito» di Costantinopoli, peraltro sin dall’inizio accurata-
mente depurato di ogni implicazione politica o istituzionale e strettamente limita-
to agli aspetti storici e letterari.390
È finalmente città per bellezza di sito, per opportunità di posto, per commodità di
mare, per moltitudine d’habitanti, per grandezza di traffici, per la residenza del Gran
Turco, a cui si deve senza dubbio il primo luogo tra tutte le città d’Europa:
questa la splendida raffigurazione di Costantinopoli di Giovanni Botero,
scrittore per altri aspetti alieno dai facili entusiasmi e dagli audaci voli retorici,391
ma le sue espressioni assumono il pregio della modestia in confronto ai ridon-
danti e verbosi profluvi di aggettivi con cui tanti politici e viaggiatori secenteschi
hanno fissato il loro ricordo e la loro immagine della città del Bosforo.
La letteratura veneziana è pienamente partecipe di questo «mito» di Costan-
tinopoli e dal Quattrocento al Settecento politici e mercanti, viaggiatori e av-

388. Ne accenna invece, probabilmente prendendo lo spunto proprio dal Ridolfi, nella Breve
instruzione premessa a le ricche miniere della pittura veneziana (Boschini, La carta del navegar
pitoresco, p. 707).
389. Boschini, La carta del navegar pitoresco, p. 51. Né la spiegazione del Vasari, né quelle
di Ridolfi e Boschini, paiono oggi criticamente accettabili; più attendibile l’ipotesi del Thuasne che
attribuisce il ritorno di Bellini alla partenza del sultano per Rodi.
390. Sul «mito» di Venezia cfr. G. Fasoli, Nascita di un mito, in Studi storici in onore di Gio-
acchino Volpe, I, Firenze 1958, pp. 445-479, F. Gaeta, Alcune considerazioni sul mito di Venezia, in
«Bibliothèque d’humanisme et renaissance», XXIII (1961), pp. 58-75 e R. Pecchioli, Il «mito» di
Venezia e la crisi fiorentina intorno al 1500, in «Studi storici», III (1962), pp. 451-492.
391. G. Botero, Delle cause della grandezza e magnificenza delle città, in Della ragion di
stato. Delle cause della grandezza delle città, a cura di R. Morandi, Bologna 1930, pp. 368-369.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 151

venturieri si impegnano in una gara di elogi di ogni singolo aspetto della grande
metropoli orientale che riuscirà a colpire persino un uomo razionale e anti-tradi-
zionalista come Voltaire.392
Andrea Calmo, che scrive nel Cinquecento e non l’ha mai visitata, non ha
dubbi nel definirla «la più honorevole citae, che sia in tutta la Grecia»393 e Giusep-
pe Sorio, che invece vi ha soggiornato a lungo, esclama nel 1706:
Non so che alcuno abbia veduta questa grande Metropoli senza parlarne con mera-
viglia: non mai letto alcun historico, alcun viaggiatore, che non si fermi a suo tempo
con istupore a descriverla per una residenza reale ben degna dell’Impero romano
[…]. Non sarò il solo, che la ritrovi più bella di quello che sappia descriverla, perché
dopo avere molto bene considerato le sue parti alcune nobili, alcune mediocri, vi si
ritrova poi nel complesso non so che di specioso e di grande che la preferisce a tutte
le altre, che passano per le più nobili […].394
La tradizione imperiale romana trasmessa poi alla raffinata civiltà bizantina
che tanti vincoli di commercio e di cultura legavano a Venezia medievale è la ra-
dice storica e psicologica dell’alone fantastico e mitico che gli scrittori veneziani
proiettano sulla residenza di Costantino e Giustiniano su cui la Serenissima dopo
la quarta crociata ha esercitato un diretto anche se effimero dominio. La caduta
nelle mani degli ottomani ha modificato i contorni ma non sminuito le ragioni di
fondo del fascino di Costantinopoli. Passato il primo momento di sbigottimento
non sfugge a qualche osservatore che sotto la nuova dinastia asiatica la vecchia
sede imperiale è destinata non a un rapido impoverimento e ad una fatale deca-
denza ma a secoli di splendore, come capitale di un vasto impero che le grandi
personalità di Maometto II e Solimano il Magnifico mostrano non indegno o in-
feriore ai predecessori. L’avvento dei Turchi induce però i Veneziani a rettificare
e precisare i termini dell’ammirazione perché ai loro occhi la natura barbarica del
governo ottomano si traduce in una deplorevole trascuratezza degli splendidi mo-
numenti dell’età bizantina e nella carenza di una vigorosa politica di costruzioni,
fatta eccezione per le grandi moschee.
Molti osservatori veneziani, soprattutti baili ed ambasciatori, si limitano a
sottolineare il «bellissimo sito» della città collocata in una posizione geografica
tra le più felici e favorite dalla natura, e si dilungano poi in minuziose e dotte de-
scrizioni delle sue ricchezze, degli edifici storici romani e bizantini, delle piazze
e dei mercati pulsanti di vita tumultuosa, non senza largo sfoggio di reminiscenze
classiche e di stupiti paragoni con la Roma imperiale.395 La sua bellezza esaltata

392. Si veda la sua scintillante descrizione nell’Essai sur les moeurs (ed. a cura di L. Pomeau,
Paris 1963, I, pp. 404-405).
393. Le lettere di Andrea Calmo, a cura di V. Rossi, Torino 1888, p. 352.
394. G. Sorio, Descrizione di Costantinopoli, Vicenza 1854, p. 10. Sul Sorio e le sue lettere
cfr. parte II, cap. III, par. III.
395. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, relaz. Andrea Badoer (1573), pp.
351-354, Costantino Garzoni (1573), pp. 389-392, vol. II, relaz. Jacopo Soranzo (1581), p. 223,
Giovanni Moro (1580), p. 333.
152 Venezia e i Turchi

oltre ogni limite è un ottimo spunto per far risaltare per contrapposizione la fatale
decadenza intervenuta col rozzo dominio ottomano che ha trasformato una città
«fertile, reale ed abbondante» in un ammasso informe e disordinato di «confusio-
ne e sporchezza».396 La constatazione dei guasti veri o immaginari apportati alla
splendida capitale dei romani e dei bizantini offre spesso il destro per digressioni
moralistiche sul consueto tema dell’avarizia turca, come nella retorica relazione
del bailo Simone Contarini che dopo aver inneggiato con accenti boteriani alla
preminenza di Costantinopoli su tutte le altre città del mondo, la dipinge ai sena-
tori veneziani come
un vaso d’oro pieno di veleno, ed un Paradiso abitato da spiriti dell’Inferno, perché
non è vizio nell’Universo che in lei non si trovi, e l’avarizia ci predomina in modo
che quello di essa ben si potrebbe dire che camminando alla corruzione disse già
Porsenna di Roma pure: Urbs venalis si haberet emptorem.397
Tutte le relazioni sono concordi nel lamentare lo squallore urbanistico della
parte turca della città, costituita di basse casupole lignee, accatastate in quartieri
percorsi da strade strette e fangose, dove peste e incendi scoppiano con ricorrente
frequenza aprendo vuoti paurosi nel convulso crogiuolo di gente di ogni razza e
nazione che la popola e la deturpa e costringendo i raffinati diplomatici europei a
rifugiarsi nei tranquilli e ridenti soggiorni di Galata e delle Vigne di Pera.
Tutto ciò che la città offre di sgradevole e repugnante al «civile» veneziano è
attribuito al pessimo governo turco che sdegna per barbara alterigia di conservare il
prezioso patrimonio tramandato dai bizantini e mano a mano che dal Cinquecento
si passa al Settecento si fanno sempre più frequenti le descrizioni di rovine di vec-
chi monumenti, che mescolano il nostalgico e romantico rimpianto della grandezza
greca con l’esecrazione e lo sdegno per il rozzo e barbarico stato ottomano.
Le memorie dei viaggiatori e mercanti e i dispacci e le relazioni dei baili
sono anche preziosa fonte di colorite e minuziose notizie sulla vita economica
e sociale della capitale turca, il cui quotidiano ritmo di vita balza fuori nitido e
aderente alla realtà, come hanno confermato le recenti ricerche del Mantran.398
Accanto alla memorialistica di viaggio e alla generica pubblicistica di ar-
gomento turco399 fiorisce a Venezia una produzione artistico-letteraria che ha
per oggetto la descrizione iconografica della famosa metropoli. Le raccolte del

396. Le relazioni degli Stati Europei, parte II, relaz. Giacomo Querini (1676), p. 127; Le rela-
zioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. III, relaz. Gianfrancesco Morosini (1585), p. 257.
397. Le relazioni degli Stati Europei, parte I, pp. 153-154.
398.  R. Mantran, Istanbul dans la seconde moitiè du XVIIe siècle. Essai d’histoire institu-
tionelle, économique et sociale, Paris 1962; Id., La vie quotidienne a Constantinople au temps de
Soliman le Magnifique et de ses successeurs (XVIe et XVIIe siècle), Paris 1965.
399. Nel Seicento sono molto diffuse vere e proprie guide della città con la descrizione dei suoi
monumenti e della sua vita quotidiana. Cfr. ad esempio A. Chierici, Vera relatione della gran città di
Costantinopoli et in particolare del Serraglio del Gran Turco, Bracciano 1621 e N. Mussi, Relatio-
ne della città di Costantinopoli e Serraglio con i riti de’ Turchi e grandezze dell’Ottomano impero,
Bologna-Bassano 1675 ristampata anonima con titolo leggermente diverso a Venezia nel 1684.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 153

Ballino, del Camocio e del Rosaccio,400 per ricordare solo le più famose, sono
ricche di disegni, schizzi, piante e talvolta anche di splendide riproduzioni di
palazzi e monumenti, mentre nel Settecento sull’esempio della celebre topogra-
fia del Gillius401 il napoletano De Carbognano e l’armeno Ingigi offriranno ai
veneziani descrizioni scientificamente più dettagliate, spesso corredate di esatti
elementi grafici.402
Memorie di viaggio, saggi storici, studi iconografici e relazioni politiche non
sfuggono sino alla fine del Settecento ad una ammirazione carica di struggente
nostalgia per il passato della grande metropoli asiatica e neppure il pregiudizio
religioso e politico nei confronti del nuovo popolo «barbaro» che ne ha fatto la
sua capitale riesce a diminuire l’efficacia di un «mito» destinato a prolungarsi
anche nell’800. La civiltà turca non partecipa di questo entusiasmo ed anzi viene
caricata di colpe che solo in parte le competono, eppure sarà proprio il vivo desi-
derio di conoscere la fantastica città simbolo dell’Oriente a indurre nel Settecento
gruppi sempre più numerosi e qualificati di viaggiatori a visitarla e conoscerla
contribuendo così ad aprire molti veneziani ad una valutazione meno chiusa ed
arcigna della civiltà e della cultura turche.
A metà strada tra la produzione letteraria tradizionale e gli odierni repor-
tages giornalistici si collocano per tutto il Cinquecento e Seicento narrazioni di
fatti d’armi e vicende umane di alto valore esemplare strettamente collegate a
significativi episodi politico-militari dei conflitti veneto-turchi. Circolano in gran
numero anche a Venezia assolvendo, insieme agli Avvisi, alla funzione dell’odier-
na stampa quotidiana e periodica e perseguono spesso intenti glorificanti nei con-
fronti di singoli condottieri oppure traggono pretesto da eventi umani o naturali
per formulare ingenue considerazioni sulla volontà divina. Meritano almeno un
cenno una scrittura della seconda metà del Cinquecento che narra il naufragio di
200 legni turchi e dal conseguente annegamento di molti passeggeri argomenta
una sicura vendetta del Signore tramite gli «elementi insensati» scatenati contro
la «Barbarie Ottomana»,403 e un’altra stampa del 1656 imperniata sull’edificante
conversione al Cristianesimo del figlio del sultano Ibrahim catturato da galere
maltesi durante un pellegrinaggio alla Mecca.404

400. G.M. Ballino, De’ disegni delle più illustri città e fortezze del mondo, I, Venetia 1569,
pp. 42-44; Camocio, Isole famose forti fortezze, nn. 29-30, 65-66; G. Rosaccio, Viaggio da Venetia
a Costantinopoli per mare e insieme quello di Terra Santa, Venetia 1598, p. 77.
401. Petri Gylli de Costantinopoleos libri IV, Lugduni Batavorum 1632.
402. C.C. Carbognano, Descrizione topografica dello stato presente di Costantinopoli arric-
chita di figure, Bassano 1794; L. Ingigi, Topographia della città di Costantinopoli, Venezia 1794.
403. Vera e distinta relazione del gran naufragio seguito nel porto di Costantinopoli nel Mar
Nero et nel Canal Bianco con la perdita di 200 e più legni e annegamento d’incredibile numero di
Turchi, e danno estremo delle Mercantie, Venezia s.d., ma probabilmente posteriore a Lepanto.
404. Relation verissima nella quale si contiene com’è venuto alla Santa Fede Usmano figliu-
olo del Sultan Abraim Gran Signor de Turchi battezzatosi in Malta nel presente anno 1556 con
l’aggiunta de’ novi progressi fatti dalle Serenissime Arme Venete nell’isola e fortezza di Tenedo,
s.l. s.d. ma 1656.
154 Venezia e i Turchi

Anche per la letteratura veneziana si impone naturalmente una distinzio-


ne tra il generico influsso orientale, ampio e multiforme sin dal Medioevo con
particolare evidenza nei poemi cavallereschi,405 una più specifica incidenza della
leggenda di Maometto,406 e infine il più circoscritto ma non meno ampio terreno
delle presenze più genuinamente «turche» connesse in forma diretta e immediata
alle alterne vicende dei rapporti politici tra i due stati.
Tra l’esercitazione letteraria e la propaganda politica si collocano le numero-
se edizioni cinquecentesche di finte lettere di Maometto II a vari sovrani europei,
tra cui spicca una celebre raccolta in latino edita a Mantova nel 1563 e poi volga-
rizzata e commentata da Ludovico Dolce.407
È un’opera piuttosto strana, sorretta da un evidente intento polemico nei con-
fronti del sultano turco e destinata sicuramente ad un pubblico di elevato livello
culturale, in grado di capire e apprezzare le frequenti allusioni a fatti personaggi
idee e valori del mondo classico. Maometto II si rivolge ai suoi corrisponden-
ti proferendo minacce di aggressione, di occupazione di terre, intimidazioni e
consigli di resa ed essi replicano con risposte di volta in volta sagge, prudenti,
orgogliose, eroiche, mettendo a nudo la «crudeltà e la sceleraggine d’uno imma-
nissimo Tiranno» «pubblico nimico della natura» che non si contenta di infierire
sulle sue vittime, mosso da paura, odio o da ira, ma supera tutti nelle sue «empie
operationi» dilettandosi di «rimproverare a prigioni le miserie loro».408
Due lettere svolgono il tema delle vittorie miliari di Maometto II a Patrasso,
in Morea e Negroponte dovute alla «Fortuna» e ai tradimenti non alla «virtù e
prudenza degli uomini» e offrono all’autore lo spunto per un’esaltazione dell’in-
temerata purezza dei veneziani che mai ricercano «alcun mancamento di fede,
ma la sola vittoria».409 Naturalmente è soprattutto la lirica che riflette in modo più
diretto e immediato, nei contenuti e nei moduli stilistici, le tormentate vicende del
rapporto-scontro tra l’impero ottomano e la Repubblica Veneta.
Già la caduta di Costantinopoli offre l’occasione per una fioritura di lamenti
che però quasi mai vanno al di là del mero pretesto letterario, sia per la con-
venzionalità del tema sia perché Venezia supera abbastanza rapidamente lo choc
dell’invasione ottomana e si sforza quasi subito di avviare e consolidare con i
nuovi padroni concreti ed efficaci rapporti di collaborazione economica.410

405. Un recente contributo su questa linea in R.B. Bezzola, L’Oriente nel poema cavalleresco
del primo rinascimento, in Venezia e l’Oriente, pp. 495-510.
406. Malvezzi, L’Islamismo, cap. I-VI, pp. 1-213; A. D’Ancona, La leggenda di Maometto in
Occidente, in «Giornale storico della letteratura italiana», XIII (1889), pp. 199-281; A. Graf, Spi-
golature per la leggenda di Maometto, in «Giornale storico della letteratura italiana», XIV (1889),
pp. 204-211. Cfr. anche A. Mancini, Per lo studio della leggenda di Maometto in Occidente, in
«Rendiconti della R. Accademia Nazionale dei Lincei», cl. scienze morali, storiche e filosofiche,
ser. VI, X (1934), pp. 325-349.
407. L. Dolce, Lettere del Gran Mahumeto imperadore de’ Turchi scritte a diversi re, prencipi,
signori, e repubbliche con le risposte loro, Vinegia 1563.
408. Ibidem, p. 18.
409. Ibidem, pp. 19-21.
410. Alcuni esempi di lamenti di questo tipo in Scelta di curiosità letterarie inedite o rare dal
secolo XIII al XVII in appendice alla Collezione di Opere inedite o rare, diretta da G. Carducci,
Realtà e mito del turco nella società veneziana 155

Negli anni immediatamente successivi un anonimo poeta imposta il suo Car-


men in Venetae urbis laudem sul vaticinio di un imminente trionfo veneziano sui
Turchi destinati a venire prigionieri a Venezia e a riempire la basilica di S. Marco
con i loro vinti stendardi.411 Le speranze di una positiva realizzazione della cro-
ciata promossa da Pio II, se lasciano perplesso e incredulo il cauto governo della
Repubblica stimolano però la fantasia del poeta Bartolomeo Pagello che propone
ai Veneziani l’esaltante immagine della flotta ottomana condotta prigioniera sulle
lagune dove i vincitori, emuli delle gloriose imprese dei duci romani, intonano
l’inno «io, laetus, saepe triumphe canet».412 La caduta di Negroponte nel 1470
rinnova una produzione indigena di lamenti, mentre le incursioni turche nel Friuli
nella seconda metà del Quattrocento stimolano vari rimatori, come frate Antonio
di Padova e lo stesso Pagello, a rinnovate imprecazioni anti-ottomane mescolate
a pressanti inviti al Senato perché provveda a salvare le popolazioni venete dalla
minaccia barbarica.413
Anche le poesie dotte e popolari che accompagnano con trepido alternarsi
di scherno per i nemici e di esortazioni ai difensori le tremende giornate della
disfatta di Agnadello vedono affiorare il tema dei Turchi sotto forma di preghiera
al Signore perché diverta contro di loro gli orrori della guerra o di ripresa del pro-
nostico di una futura sconfitta e conversione dei pericolosi infedeli, in singolare
contrasto con la contingente politica della Repubblica che proprio su di loro conta
per superare la china delle sconfitte.414
Una ricca fioritura di testi poetici accompagna dalla metà del Quattrocento al
1571 l’alternarsi di guerra e pace tra Venezia e i Turchi, ma vanamente si cercano
nei rimatori veneziani espliciti e pressanti richiami al mito letterario della crociata
che proprio a Venezia, sospettata di connivenza coi Turchi nell’impresa di Otranto
e decisa a non provocare la potenza militare ottomana, subisce una decisiva battuta
d’arresto, tanto che lo stesso Bembo scrivendo il 24 ottobre 1526 un sonetto al
vescovo di Verona per la sconfitta di Mohàcs, si limita a descrivere il terrore del
«Tedesco» che invano «si pente ch’al ferro corse pigro, a l’oro parco»415 e negli anni
seguenti evita di rinverdire il «motivo poetico della crociata», lasciandolo ad un’ef-
fimera sopravvivenza nella letteratura popolare.416 Il Dionisotti parla di una sorta di
«neutralità letteraria» intorno al 1530 di fronte alle vicende storico-politiche, che si
traduce in un ricorrente elogio della pace, in una quasi totale assenza di slanci epici

dispensa CCXXVI, Bologna 1888, e in A. Medin, L. Frati, Lamenti storici dei sec. XIV, XV e XVI,
Bologna 1887-1894. Cfr. anche Schwoebel, The shadow of the crescent pp. 19-23.
411. A. Medin, La storia della Repubblica di Venezia nella poesia, Milano 1904, p. 203.
412. Ibidem, p. 207.
413. Ibidem, pp. 208-216, 224-225, 489, 494-495, 500.
414. Ibidem, pp. 173, 185, 519.
415. P. Bembo, Opere in volgare, a cura di M. Marti, Firenze 1961, pp. 507-508. Cfr. anche L.
Nyerges, Le vicende dell’Ungheria nella epoca dell’espansione turca riflesse nelle opere di Pietro
Bembo, in Venezia e Ungheria, pp. 101-117.
416. C. Dionisotti, La guerra d’Oriente nella letteratura veneziana del Cinquecento, in Ve-
nezia e l’Oriente, pp. 473-474, 478. Il saggio del Dionisotti era già comparso in «Lettere italiane»,
XVI (1964), pp. 233-250.
156 Venezia e i Turchi

e guerrieri, in una insistita sottolineatura del ruolo di Venezia garante della pace e
della tranquillità, nonostante il rinnovarsi in Oriente della minaccia ottomana cui
la guerra del 1538-1540 e le successive spedizioni a Tunisi e Algeri di Carlo V non
riescono a opporre un argine robusto e duraturo.417 Le poesie di Bernardo Capello,
Girolamo Molino, Jacopo Tiepolo, Ludovico Pascale, Giacomo Zane, naufragano
ben presto nell’oblio di fronte all’incredibile eplosione letteraria che provoca a Ve-
nezia, come del resto in tutto l’Occidente cristiano, la grande vittoria di Lepanto.
Feste, processioni, cicli di affreschi, stampe e infine una quantità innumerevole di
composizioni poetiche in latino e in volgare stanno a testimoniare dell’eco eccezio-
nale di questo evento bellico nella letteratura del Cinquecento.418
Tutti i critici, dal Mazzoni al Dionisotti al Turchi, sono concordi nel sottoli-
neare l’assoluta mancanza di vera poesia sia nei poemi che nelle altre composi-
zioni ispirate alla vittoria navale in cui, in mancanza di un’autentica ispirazione
ideologica, politica e religiosa, prevalgono lo sfogo retorico e le intenzioni cele-
brative spesso appesantite da martellanti e freddi artifici verbali. Il fatto che Vene-
zia abbia dovuto stipulare coi Turchi dopo soli due anni una pace di compromesso
dettata dalla inesorabile valutazione dei rapporti di forza si fonde nella letteratura
veneta ad una tradizione tematica e stilistica in cui, osserva ancora il Dionisotti,
la poesia eroica e tragica è profondamente radicata «nel terreno della neutralità
e della pace».419 Anche a Venezia, e forse qui più ancora che altrove, Lepanto
è dunque solo una grande «occasione» di produzione poetica priva di idee e di
fantasia, monotona e generica nelle immagini, scontata nei temi encomiastici,
tra cui spiccano i versi dedicati ai due eroi veneziani della campagna, Querini
e Bragadin.420 Senza una vivace e sentita partecipazione personale e nella totale
assenza di vigorose personalità, le rime veneziane per Lepanto restano ai posteri
unicamente come testimonianza dei gusti e della mentalità dell’opinione pubblica
di quel tempo al pari dei testi profetici e di tanta altra pubblicistica dl propaganda
che dalla grande battaglia trae alimento per un grandioso quanto effimero suc-
cesso.421 L’unico poeta veneziano che esprime un severo impegno religioso e un

417. Dionisotti, La guerra d’Oriente, pp. 482-487.


418. Tra i numerosi studi sulla letteratura di Lepanto ricordo almeno: E. Masi, I cento poeti
della vittoria di Lepanto, in Nuovi studi e ritratti, I, Bologna 1894, pp. 259-273; G. Mazzoni,
La battaglia di Lepanto e la poesia politica, in La vita italiana nel Settecento, Milano 1895, pp.
167-207 (fa assommare ad un totale di 133 i soli rimatori in latino); P. Molmenti, La battaglia di
Lepanto nell’arte, nella poesia, nella storia, in «Rivista marittina», XXXI/2 (1898), pp. 221-226;
Quarti, La battaglia di Lepanto; A. Belloni, Il Seicento, Milano 1929, pp. 206-207 e bibliografia ivi
citata (Storia letteraria d’Italia); M. Turchi, Riflessi letterari della battaglia di Lepanto. Nel quarto
centenario della battaglia di Lepanto, in «Nuovi quaderni del meridione», n. 36, ott. dic. 1971, Pa-
lermo e la recensione a questo saggio in «Giornale storico della letteratura italiana», vol. CXLIX, a.
89 (1972), pp. 461-462 e ora M. Cortelazzo, Plurilinguismo celebrativo e Dionisotti, Lepanto nella
cultura italiana del tempo, in Il Mediterraneo nella seconda metà, pp. 121-126, 127-151.
419. Dionisotti, La guerra d’Oriente, p. 489.
420. Medin, La storia della Repubblica, pp. 244-289.
421. Molte delle rime veneziane in latino sono comprese nella Raccolta di varii poemi latini,
greci e volgari, fatti da diversi bellissini ingegni nella felice vittoria riportata da Christiani con-
Realtà e mito del turco nella società veneziana 157

dignitoso livello stilistico è Celio Magno, autore di rime e canzoni e di un breve


dramma sacro, Il Trionfo di Cristo, che mette in scena angeli e santi a raffigurare
la gloriosa vittoria della fede contro i Turchi con un generoso profluvio di lodi
alla Santa Lega, al doge e alla classe dirigente veneziana.422 Alle rime più diret-
tamente ispirate al tema della vittoria cristiana si affianca una miriade di com-
posizioni minori, epigrammi, alfabeti rimati, bisticci, enigmi in versi, acrostici,
poesie intessute di artifici, allitterazioni e complicati anagrammi di nomi Turchi
che sono la gioia del pubblico colto dell’epoca.423
Maggiore animazione e vivacità di fantasia si colgono in alcune composi-
zioni che mettono in bocca al sultano o ai suoi generali parole di disperazione
per l’irreparabile rovina della armata turca,424 oppure si strutturano in forma di
contrasti violenti e sarcastici, come nel famoso dialogo tra il pirata Caracosa e
Caronte che gli vuol negare l’accesso all’inferno.425
La fantasia inventiva dei rimatori veneziani se è priva di afflato poetico e di
genuine ispirazioni politiche o religiose, è però fervida e feconda nell’inventare situa-
zioni e scenette che coinvolgono il sultano in atteggiamenti incredibili ma edificanti
e graditi ai lettori, come in quella lettera profetica che si immagina spedita dal padre
di Selin dal profondo dell’inferno426 o nei numerosi sonetti, per lo più in dialetto, che

tra Turchi alli 7 ottobre MDLXXI, Venetia 1572; un’altra raccolta di poesie viene curata nel 1571
da Luigi Groto: Trofeo della Vittoria Sacra, ottenuta dalla Christianissima Lega contra Turchi
nell’anno MDLXXI valorizzato da i più dotti spiriti de’ nostri tempi, nelle più famose lingue d’Italia
con diverse rime, raccolte e tutte insieme disposte da Luigi Groto cieco d’Hadria, Venetia 1571.
Altre rime in latino e volgare si trovano stampate separatamente o in piccole raccolte alla Biblioteca
Marciana e al Civico Museo Correr.
422. C. Magno, Trionfo di Cristo per la vittoria contr’a’ Turchi rappresentato al Serenissimo
Prencipe di Venezia il dì di S. Stefano MDLXXI, Venetia 1571. Per una valutazione critica delle sue
composizioni su Lepanto cfr. G. Zanella, Della vita e degli scritti di Celio Magno, in «Atti Istituto
Veneto Sc. Lett. Arti», t. VII, ser. II, 1880-1881, pp. 1062-1075; R. Scrivano, Il manierismo nella let-
teratura del Cinquecento, Padova 1959, pp. 99-108; Turchi, Riflessi letterari in Italia, pp. 12-14.
423.  Medin, La storia della Repubblica, pp. 257, 269-271. Alcuni esempi significativi nel
Trofeo della Vittoria Sacra, pp. 95 e alla fine, fuori numerazione. Su altri generi letterari fioriti in
occasione di Lepanto, come ad esempio i poemi epico-romanzeschi, oltre al Mazzoni, La battaglia
di Lepanto, p. 197, cfr. Medin, La storia della Repubblica, pp. 248-251. Per le musiche veneziane
su Lepanto v. G. Barblan, Il Cinquecento musicale veneziano, in La civiltà veneziana del Rinasci-
mento, pp. 72, 80.
424. Lamento et ultima disperatione di Selim Gran Turco per la perdita della sua Armata,
il qual dolendosi di Occhiali e di se stesso e d’altri racconta cose degne d’essere intese. Con un
dialogo di Caronte e Caracosa e altre composizioni piacevolissime nel medesimo genere, Venetia
1571; Pianto et lamento di Selin, gran imperador de Turchi alla rotta et destruttion della s. Armada.
Con un’esortation fatta a Occhialì, Veniexia 1571; Il grandissimo lamento che ha fatto Occhialì,
nel scampo della sanguinosissima guerra; ridotto in terza rima novamente posta in luce, s.l., s.d.
(BMC, op. P.D. 11837, n. 16).
425. Dialogo di Caracosa e Caronte, il quale gli nega il passo della sua barca. Sul grande
pirata turco la cui figura colpì vivamente la fantasia dei Veneziani v. anche L’acerbo pianto della
moglie di Caracosa, s.l. s.d. (BMC, op. PD. 11837).
426. Lettera venuta da l’inferno a Selin gran Turco, mandata da Sultan suo padre, British
Museum, 1071, g. 7 (83).
158 Venezia e i Turchi

descrivono il Gran Turco che piange, si lamenta, impreca contro Maometto e infine
viene esortato a farsi cristiano oppure decide spontaneamente di convertirsi.427
Altri rimatori affidano ad un inconsueto strumento linguistico i loro tentativi
poetici, come l’anonimo autore del sonetto Cantico reprehensibile de Sier Alessio
de i Disconzi a Selin Imperator de Turchi scritto in dialetto veneziano misto a latino
ad imitazione dei Cantici Fidenziani del vicentino Camillo Scroffa428 e quel Nicola
Papadopulo, che immagina una spiritosa risposta in turco, tradotta e commentata,
del sultano a tutti i sonetti che gli sono stati rivolti in occasione della battaglia di
Lepanto.429 Solo nel 1573, quando l’entusiasmo per la vittoria è ormai solo un ri-
cordo e l’amara realtà del presente propone la dura necessità della pace coi Turchi,
l’anonimo poeta delle Stanze in dispregio delle sberrettate osa affrontare in tono
decisamente scherzoso e satirico il tema dei Turchi, burlescamente elogiati perché
portano sempre in testa un gran turbante e hanno «usanze giuste e sante/ ché se lo
cavan solo a Macometto/ nelle moschee o quando vanno a letto».430
Dal punto di vista dei risultati poetici e stilistici è forse nella produzione
popolare in dialetto che la lirica ispirata alla battaglia di Lepanto riesce a espri-
mere valori di spontaneità e di vigore espressivo per lo meno decorosi e degni di
un’attenzione non meramente erudita. Anche questa poesia «popolare» nasce e
matura in ambienti colti, saturi spesso di raffinate esperienze culturali e di sottili
mediazioni stilistiche, ma lo sforzo sempre presente nei suoi autori di aderire ai
pensieri, alla mentalità, alle immagini degli strati più bassi della popolazione, ne
rafforza dal punto di vista storico il valore «documentario». I mesi seguenti al 7
ottobre 1571 vedono sbocciare innumerevoli poeti dialettali che tratteggiano con
vivacità e crudezza di mezzi espressivi la visione popolare delle vicende storiche
di quegli anni e ci danno un affresco colorito delle passioni, dei rancori, delle
veementi ostilità anche esteriori e verbali della popolazione veneta nei confronti
dei Turchi. Sono sonetti, frottole, «barzellette», canzonette, rime varie in dialetto
friulano,431 bergamasco,432 pavano433 e naturalmente veneziano puro che presen-

427. Un esempio significativo: Aviso a Sultan Selin de la rotta de la sua Armada e la morte
de i suoi Capitani, composta in lingua Vinitiana con un sonetto il qual lo esorta a venir alla fede di
Christo, Venezia 1571 (ristampato nel 1596). Cfr. Medin, La storia della Repubblica, p. 533 e A.
Segarizzi, Bibliografia delle stampe popolari italiane della R. Biblioteca Nazionale di S. Marco di
Venezia, Bergamo 1913, n. 8, pp. 13 e 15.
428. B. Gamba, Serie degli scritti impressi in dialetto veneziano, 2a edizione con aggiunte e
correzioni inedite riveduta e annotata da N. Vianello, Venezia-Roma 1959, pp. 84-85.
429. N. Papadopulo, Risposta de Sultan Selin imperator de Turchi a tutti i sonetti a lui fatti
da diversi autori, in lingua sua Turchesca, Latina, et Italiana et con il suo commento dichiarando
il tutto, s.l., s.d. (BMC, op. P.D. 18837, n. 18).
430. G.A. Quarti, Quattro secoli di vita veneziana nella storia dell’arte e nella poesia. Scritti
vari e curiosi dal 1500 al 1900, I, Milano 1941, p. 79.
431.  Quarti, La battaglia di Lepanto, pp. 116, 258-263, 264; Segarizzi, Bibliografia delle
stampe popolari, n. 12, pp. 16, 17-18.
432. Zambo del Val Brembana e Selì Gran Turc, cit. in Quarti, La battaglia di Lepanto, p. 189.
433. G. Angarano, Sonagetto in lengua pavana a Selin Sultan; Capitolo della Accademia de
Altin detta la Sgionfa corretto per il Zenzega dottor e legislator poveiotto; A. Vicentino, Ration in
miezi versuri o veramen canzon in lengua pavana fatta sora la vetuoria di tre fighè che puossegi
Realtà e mito del turco nella società veneziana 159

tano una straordinaria molteplicità di motivi satirici, sarcastici, talvolta anche di


plebea volgarità. Emerge tra tanti incolori verseggiatori la figura di Antonio Mo-
lino detto il Burchiello, mercante in Levante e autore di una piccola letteratura
stradiotesca, scritta cioè in dialetto veneziano misto a fonemi e apporti lessicali
dei dialetti istriani, dalmatici e greci, che centra il suo interesse non privo di qual-
che spunto di vivace e appassionata partecipazione, sulle vicende militari in Cipro
e sugli eroici fatti dei sudditi veneziani in lotta contro la barbarie ottomana.434
Nelle poesie in vernacolo ispirate a Lepanto la fantasia degli autori sembra
attratta soprattutto dall’immagine del sultano, simbolo vivente e personificazione
di tutti i vizi e gli obbrobri della sua gente. Con un linguaggio tratto dalla colorita
parlata popolare i rimatori coprono di tutti i più pesanti insulti ed epiteti, spesso
ispirati all’offensiva terminologia dell’infedeltà coniugale, il Gran Turco e i suoi
sudditi avviliti e depressi: Selin è un «grano Turco», un «poltron, can desgratià»,
«ciera da chietin», «can e sassin», «biestia», «sier minchion», «can fotuo», «sier
beco cornuo», i Turchi sono «to tarloc», «minchioni», «mincionazzi», «cani»,
«seguaci del smerdoso Macometto», «ladri maometani», «bieste scanae», «ca-
gnazi da pagiaro», «bichi scorné».
A Selin sono attribuitte una irrefrenabile e repugnante ubriachezza e una
inaudita lussuria che giustificano le sollecitazioni a compiere gesti osceni come
il «far le fiche» ispirato al dantesco Vanni Fucci o i triviali riferimenti alla
degradazione fisica e alle quotidiane funzioni biologiche.435 Talvolta Selin ac-
coglie gli inviti alla conversione ora sarcastici ora semiseri e sdegnato contro
«Machometo busaro, iniquo e can» che l’ha abbandonato nel momento del pe-
ricolo decide di far abiurare anche tutta la sua gente, soddisfacendo così tanto

stare ingroppè a un – in vita d’ogni – e in besecuola d’i besecuoli per honor del roesso mondo fatta
da Tognon ambasadore del comun de Pinaman, cit. in Quarti, La battaglia di Lepanto, pp. 206-212,
222-230, 238-241, 250-254, 255-257. Su alcuni di questi poeti dialettali, Giambattista Maganza,
Gasparo Angarano, Andrea Vicentino cfr. Turchi, Riflessi letterari, pp. 43-46 e ora anche Cortelaz-
zo, Plurilinguismo celebrativo, in Il Mediterraneo nella seconda metà, pp. 121-126.
434. Un profilo del Burchiello, che si firma con lo pseudonimo di Manoli Blessi, in Medin, La
storia della Repubblica, pp. 233-235 e in Turchi, Riflessi letterari, pp. 44-45. Parecchie poesie sue
sono stampate in Quarti, La battaglia di Lepanto, pp. 149-151, 156-172, 282-284; una più ampia
raccolta nei volumi VII, VIII, IX dei Documents inédits relatifs à l’histoire de la Grèce au Moyen
Age, a cura di C.N. Sathas.
435. Ecco i versi integrali delle poesie citate nel testo: «Canzon va da Selin: preghelo che no’l
beva tanto vin» (A Selin imperator de Turchi in disperation de la sua armata e gente persa, cit. in
Quarti, La battaglia di Lepanto, p. 217); Selin è definito «can e sassin» dedito «al pacchio (sesso),
al vin» in Nuova canzone a Selin imperator de Turchi, ibidem, p. 137; «Perché ti è va imbriago in
cremesin / chi te volesse far star de qualcossa / doverare essere scritta con el vin / E te l’ho fata a
sta foza a quest’efeto / che sentando l’odor; co ti la lezi / te diebi far le fighe a Macometto» (Lettera
a Sultan Selin, ibidem, pp. 111-114); «Canzon magna de l’agio / e va a corando dentro del Seragio
/ dove che sta Selin, e fa sto efeto, / trazi o coreza o peto, / e dì forte in pressentia de chi vede / e la
barba di quei che rompe fede» (Nuova canzone a Selin Imperator de Turchi, ibidem, p. 139); «Se
ha dunca visto manifestamente / che da paura in le braghe ti ha cagà / e ti è remaso con el culo nuo
/ perché i t’ha tiolto le braghe ismerdà / con tuto quelo che ti avevai del suo» (Canzonetta a Selim
imperator de Turchi, ibidem, pp. 115-117).
160 Venezia e i Turchi

alle profezie cristiane quanto ad una speranza ingenuamente diffusa tra qualche
cristiano da alcuni testi di propaganda.436
Una poesia cantata per le strade Sopra la vittoria di Lepanto inneggia alla
«gran beccaria» fatta ai Turchi e paragona il massacro dei soldati ottomani
al gioco del gatto astuto coll’inerme topo437 e questa è solo una delle molte
immagini comiche e scherzose, spesso venate da un pesante tono di scherno,
con cui i poeti popolari raffigurano situazioni e momenti della vita dei Turchi
contro cui finalmente i veneziani possono sfogare per un attimo timori secolari
e paure ancestrali.438 Il sentimento di rivalsa per tante guerre perdute, per tante
umiliazioni e per il rabbioso senso di impotenza che per anni ha roso l’animo
dei Veneziani, ispira ora idee ed espressioni di rivalsa e di superiorità tecnica e
militare, come in quella canzone che rimprovera a Selin di aver erroneamente
fatto affidamento sugli dei, mentre invece «ghe bisogna legnami boni e bei, / e
maestranze assae, / ancore e framenta, / artelana, vele, gomene, e soldai / remi
e galioti usai, / omeni che comanda la galia».439 Un vivace capitolo in dialetto
padovano ci porta un attimo all’interno della psicologia e delle figurazioni
del mondo popolare che immagina i Turchi desiderosi di venire a Venezia a
«far beco ogni marìo» e invece abilmente delusi nelle loro aspettative dagli
astuti veneti «gioti e scozonai» che li intrappolano come i sorci e promettono
baldanzosi:
Ma no se vedarà sto carneval/tanti turchi su i bali, in ste contrae, / 6 che ognun roma-
gnirà quasi un stival […] e che non se farà fiera o marcao/ che non se venda più de
un Dulipan / e più de un Giamberluco [fantoccio turco] insanguinato.440
In mezzo all’eccezionale fioritura poetica seguita alla battaglia di Lepanto è
stato forse volutamente dimenticato l’anonimo dialogo dei pescatori veneziani,
solo da poco riscoperto dal Dazzi, che propone un’immagine inconsueta del Tur-
co invocato e atteso dalle classi più povere di Venezia come strumento di giustizia
e di rinnovamento sociale.441 L’anonimo poeta, che scrive alla vigilia della guerra
di Cipro, immagina che il «Turco» e il «gran Soldan» siano inviati dalla vendetta
divina contro la tirannia del doge e dei patrizi che hanno usurpato ai pescatori i
diritti civili e non si fanno scrupolo di profittare anche delle carestie per i loro
illeciti arricchimenti.
La guerra di Candia vede una fioritura di rime d’occasione assai meno ab-
bondante che nel 1571 e le ottave di Carlo de’ Dottori a Venetia supplicante,
vibranti di sincera commozione per la sorte della patria sconfitta dai Turchi e
abbandonata dagli altri popoli cristiani, sono tra le poche composizioni soffuse

436. Ibidem, p. 114, 148, 171, 231-237, 241-242.


437. Ibidem, p. 269.
438. Nella sua Essortation a Selin Sultano Giacomo Alessandri dipinge il Gran Turco seduto
su una sedia, incatenato come un cane e vestito da vecchia che sta filando (ibidem, p. 124).
439. Ibidem, p. 133.
440. Ibidem, pp. 223, 227-228.
441. Il fiore della lirica veneziana, a cura di M. Dazzi, IV, Venezia 1956, pp. 441-449.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 161

di un velo di poesia.442 Lo stesso Dottori scade ad un grigio livello declamatorio


e retorico quando tenta di adattare nella sua Cretae oppugnatio (1669) le vicen-
de dell’invasione turca allo stile mosso e colorito di Lucano, poco discostando-
si dagli infelici risultati narrativi e stilistici del quasi contemporaneo poema di
Marino Zane e confermando così l’assoluta incapacità della cultura veneziana
ad esprimersi sul metro dell’epica sia essa ispirata alle vicende politico-militari
della patria sia ai grandi fatti e personalità del mondo ottomano.443 Gonfie di re-
torica e di virtuosismi stilistici tipici dell’imperante gusto barocco sono le altre
poesie ispirate agli eventi militari seguiti al 1645 e tra di esse, a parte qualche
componimento in dialetto come l’Herculana del vicentino Naon, meritano un
ricordo, se non altro in omaggio all’interessante satira del costume veneziano che
caratterizza il resto della sua produzione, le rime di Gianfrancesco Busenello che
ripropongono i consueti lamenti, bestemmie e recriminazioni dei Turchi sconfitti,
impastandoli con ricorrenti e logori bisticci di parole sul tema della mezzaluna,444
Poeta d’amore prima che cantore della crociata il Busenello propone una fusione
di spunti «turcheschi» con le consuete situazioni sentimentali degli amanti, già
tentata alla fine del Cinquecento ma con analoghi desolanti esiti poetici, dal fer-
rarese Angelo Ingegneri in alcuni versi in dialetto veneziano.445
La guerra della Santa Lega del 1684-1699 favorisce anche una nuova ri-
presa di poesia celebrativa e declamatoria, che trova una facile punto di riferi-
mento nell’esaltazione dell’eroe della campagna di Morea Francesco Morosini
cui vanno lodi turgide di artifici verbali barocchi ma fredde e avare di autentica
ispirazione poetica.446 Rispuntano anche i lamenti, ora sarcastici e umoristici, ora
in tono serio e con evidenti intenti propagandistici447 ma per la prima volta fanno
la loro comparsa composizioni a intonazione scherzosa che traggono pretesto
dalla guerra col Turco per divagazioni letterarie nel filone del poema eroicomi-
co. Il poemetto di Pietro Zini La volpe ha lassà el pelo sotto Vienna ambisce a
tradurre in chiave allegorica l’entusiasmo degli ambienti veneziani per le prime

442.  Medin, La storia della Repubblica, pp. 546-547, 338; M. Busetto, Carlo de’ Dottori
letterato padovano del secolo decimosettimo, Città di Castello 1902, p. 100; F. Croce, Carlo de’
Dottori, Firenze 1957, pp. 90-92.
443. Medin, La storia della Repubblica, pp. 352-354, 547; Busetto, Carlo de’ Dottori, pp.
237, 387. Un tentativo di poema epico ispirato alla figura del sultano Osman I fa il raguseo Gian-
francesco Gondola (1588-1638) col suo Osmanides che però rimane inedito sino al 1826.
444.  Livingston, La vita veneziana nelle opere, pp. 200, 214-216, 266, 308. La più celebre
composizione turchesca del Busenello è la Prospettiva del navale trionfo riportato dalla Repubblica
Veneta Serenissima contro il Turco, Venezia 1656. Un più recente profilo del Busenello in M. Capucci,
Busenello Gianfrancesco, in Dizionario biografico degli italiani, 15, Roma 1972, pp. 512-515.
445. Ingegneri, In occasione della guerra di Cipro contro gli Ottomani. Canzone ad Amore, in
Raccolta di poesie in dialetto veneziano d’ogni secolo, Venezia 1845, p. 60. Alcune rime d’amore
ispirate a temi «turcheschi» anche ne Il fiore della lirica veneziana, pp. 228-229, 270.
446.  Medin, La storia della Repubblica, pp. 360-370. Un elenco delle poesie ispirate alla
guerra del 1684-1699 in Soranzo, Bibliografia veneziana, pp. 220-221.
447. Medin, La storia della Repubblica, pp. 377-378, 559; Segarizzi, Bibliografia delle stam-
pe popolari, n. 7, p. 13.
162 Venezia e i Turchi

sconfitte ottomane ma è opera grezza, monotona, incapace di una felice sintesi di


forma letteraria e soggetto storico.448 Più agile e mossa la trama narrativa de La
Tartana in Morea, vivace poemetto giocoso in dialetto veneziano che descrive il
viaggio immaginario di una tartana nella regione della Morea durante la guerra
veneto-turca illuminata dalle eroiche gesta di Francesco Morosini.449 Leggenda
poetica chiama il Gamba questa composizione che ad una prima parte imperniata
su vicende militari fa seguire un lungo episodio mitologico dedicato agli amori
del fiume Alfeo con Aretusa.450 I Turchi sono nominati con i consueti appellativi
di barbari, crudeli, traditori, ma spesso l’autore preferisce sfumare la violenza
verbale con aggettivi più attinenti alla sfera dello scherzo divertendosi a dare
un’immagine dei temuti infedeli più vicina al comico che al truce.451 Tra i perso-
naggi minori fa spicco un giovane agà di Navarino, soldato eroico e coraggioso,
che rimprovera aspramente il Bassà per aver vilmente accettato la resa e lo grati-
fica degli epiteti mezzo seri mezzo comico-popolareschi di «Bassà de merda, un
Babuin / un vigliacco, un codardo, un macaron».452
Se dalla poesia lirica, che esprime in modo immediato e istintivo affetti,
odi e rancori politici e religiosi del mondo veneziano nei confronti dell’impero
ottomano, passiamo agli altri generi letterari è agevole rilevare che le «turcherie»
vi assumono una forma più mediata dalla cultura e dalla tradizione e prospettano
una più lenta evoluzione dei temi e delle forme stilistiche.
L’assenza di una valida civiltà letteraria tra i Turchi non sembra aver colpito
la fantasia dei poeti veneti del Cinquecento, salvo un fugace accenno di Giangior-
gio Trissino che introducendo nella sua Italia liberata da Gothi l’episodio delle
predizioni della Sibilla, suggerisce ai suoi lettori l’immagine di una casa ottoma-
na feconda «di successori, e di richeze immense, / ma poco amica a i studi de le
Muse; / onde i lor fatti da i preclari ingegni/ non saran molto celebrati e kiari».453
Il mondo esotico e affascinante dell’Oriente arabo-musulmano è sempre sta-
to uno dei luoghi preferiti dai personaggi della novellistica medievale, ma quando
i Turchi occupano Costantinopoli e si affacciano al Mediterraneo imponendo la
loro prepotente presenza all’attenzione del mondo cristiano occidentale, nei rac-
conti europei cominciano a comparire temi, personaggi e situazioni riferiti più
direttamente e puntualmente a luoghi e figure della storia turca. I novellieri più
famosi e raffinati inclinano a cogliere della realtà ottomana gli aspetti più stupe-

448. P. Zini, La volpe ha lassà el pelo sotto Vienna. Quaderni venetiani per la straggie de’
Turchi e Ribelli fatta dall’arme cesaree e collegate, Venetia 1684.
449.  La Tartana in Morea. Quaderni piacevoli in lingua Venetiana del gran pescatore di
Dorsoduro con esatta notitia de tutti i acquisti fatti nel Regno della Morea dalla Serenissima Re-
pubblica di Venetia con gli avenimenti più notabili occorsi nel medesimo ed altre galanti curiosità
historiche e favolose, composte in giocoso e faceto stile a trattenimento de curiosi, Venetia 1687.
450. Gamba, Serie degli scritti, p. 147. Cfr. anche Medin, La storia della Repubblica, p. 363.
451.  Ecco come descrive il rifiuto dei Turchi di Navarino di accettare la resa: «Sperar dai
Turchi agiunto una fandonia! mentre i vien sempre petuffai in la gobba / Duro el Turco però non
inchinava / a ste rason, parendoghe pelose» (La Tartana in Morea, p. 47).
452. La Tartana in Morea, p. 52.
453. G.G. Trissino, La Italia liberata da Gothi, Roma 1547, lib. XXIV, p. 11.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 163

facenti e diversi dalla mentalità dell’Occidente e si impadroniscono con pron-


tezza di episodi di crudeltà della storia dei sultani, certi che la loro trascrizione
letteraria più o meno trasfigurata risponde all’immagine negativa del «barbaro»
regno asiatico già diffusa nell’opinione pubblica occidentale. È significativo ad
esempio che le due novelle «turche» del Bandello abbiano come protagonista
Maometto II, in una appassionato amante e poi crudele assassino della bellissima
Irene, nell’altra ateo convinto e barbaro trucidatore di fratelli e nipoti.454
La letteratura veneziana del Cinquecento e Seicento annovera solo due no-
vellieri di un certo livello, Sebastiano Erizzo e Giovanni Sagredo ed ambedue
inseriscono nelle loro raccolte racconti ispirati al mondo turco, ma con una così
specifica e lucida aderenza alla realtà storica che il lettore ha subito la sensazione
netta del peculiare rapporto della civiltà veneziana con l’impero ottomano. La
prima novella «turchesca» de Le sei giornate di Sebastiano Erizzo, stampate per
la prima volta a Venezia nel 1567, ci trasporta nel mondo meraviglioso e mitico
ma anche economicamente vivo e pulsante di attività di Costantinopoli, «città
chiarissima e mercantile» dove il nobile Evasto, spinto dalla povertà a esercitare
la mercatura, conosce la bellissima Filene con cui vive un’errabonda e lieta av-
ventura d’amore.455 Due novelle della quinta giornata ci portano invece di peso
nel vortice delle guerre veneto-turche e porgono all’Erizzo l’occasione per trac-
ciare un’immagine odiosa del Sultano, il cui comportamento alieno dalle norme
di virtù e di generosità appare ai lettori in stridente contrasto con quello di tanti re
dell’Oriente protagonisti di novelle medievali.
Un giovane siciliano si propone coraggiosamente di incendiare la flotta ot-
tomana in Gallipoli ma viene catturato e condotto in presenza di Maometto II
«per natura e per costume barbaro» che non imita «l’atto magnifico di Porsenna»
«ma dallo sdegno vinto, e dalla crudeltà barbara trasportato» lo fa segare a metà
coi suoi compagni.456 L’ultima delle novelle «turchesche» dell’Erizzo ricorda le
incursioni in Friuli «con danno e terrore ispaventevole di Forlani» e ritorna sul-
la figura di Maometto II condottiero di eserciti contro Negroponte e autore di
«un’ampia e grandissima crudeltà» che si contrappone all’eroico comportamento
del veneziano Pietro Mocenigo comandante della spedizione contro Smirne.457
Temi turchi non possono certo mancare nell’Arcadia in Brenta di Giovanni
Sagredo, celebre autore di un ponderoso volume di Memorie istoriche de’ monar-
chi ottomani che ottiene un buon successo di pubblico alla fine del Seicento.

454. M. Bandello, Le novelle, in Tutte le opere, I, Milano 1952, parte I, nov. X, pp. 129-136,
parte II, nov. XIII, pp. 796-804.
455. S. Erizzo, Le sei giornate, Londra 17942, giornata I, avvenimento I, pp. 20-39. Sull’Erizzo
e le sue novelle vedi l’edizione a cura di G. Gigli e F. Nicolini in Novellieri minori del Cinquecento
(G. Parabosco e S. Erizzo), Bari 1912 con la recensione del Di Francia in «Giornale storico della
letteratura italiana», LXIII (1914), pp. 117-127 e inoltre C. Grimaldo, Una novella di Sebastiano
Erizzo proibita dalla censura, in «Archivio veneto», ser. V, LXXVI (1965), pp. 35-43.
456. Erizzo, Le sei giornate, giornata V, avvenimento XXIX, pp. 307-314. L’episodio è tratto
da un passo degli Annali Veneti del Malipiero (Annali Veneti, pp. 85-86).
457. Erizzo, Le sei giornate, giornata V, avvenimento XXX, pp. 315-316.
164 Venezia e i Turchi

Già nella prima giornata il Sagredo disegna il grazioso quadretto di un turco


invitato in Spagna che fa discretamente la corte a un gruppo di donne sole che
lo scherniscono con una pronta battuta di spirito, mentre in altre novelle propone
una immagine di maniera della società turca, toccando con morboso compiaci-
mento il tema della lussuria delle donne («in Turchia quando le Donne entrano
in bagno è argomento ò che vogliono, ò ch’abbiano fatto il peccato», giornata
VI) per scadere infine nel gioco di parole equivoco ed osceno del Gran Turco che
entra in Costantinopoli.458
Nella settima giornata Francesco I, il re di Francia amico e alleato di Solimano,
mostra ad un turco un liutista costretto a interrompere la sonata per poter dare il
tono alle corde ed il turco allora fa suonare un colasone, strumento monocorde dal
suono bellissimo e uniforme spiegando ai presenti che lo strumento ad una corda
raffigura il sultano, che si accorda presto dovendo consultare solo se stesso, mentre
invece il liuto a più corde rappresenta i cristiani che hanno bisogno di tempo prima
di accordarsi e spesso interrompono la loro armonia.459 È evidente che il Sagredo
traduce in questa novella la sua pena per le discordie dei cristiani al tempo della
guerra di Candia dando rilievo artistico ad una preoccupazione che ispira anche il
complesso disegno delle sue Memorie istoriche de’ monarchi ottomani.
Commedia e tragedia del Cinquecento e Seicento sono ricche di temi turchi
spesso direttamente mutuati dalle vicende politiche e militari che trovano gli au-
tori pronti a fondere i sentimenti e i pensieri dell’opinione pubblica con l’imita-
zione dei modelli classici e dei grandi scrittori del rinascimento.
La paura del turco ricorre insistente nella commedia italiana del Cinquecento
dove ispira alcune battute della Mandragola460 e numerosi spunti del Ruzante che
esprime nel dialetto pavano delle sue opere affetti e sentimenti degli strati più
umili della popolazione veneta. Nell’Anconitana tratteggia la figura di una donna
innamorata di uno schiavo turco e dà contorni poetici al tema della crudeltà e del
terrore ispirato dai Turchi descrivendo l’Amore che «per paura de’ Turchi, ch’i no
l’impalasse adesso in ste moeste, è partù de Cipro», ed è venuto a Padova dove fa
innamorare tutti.461 L’associazione dell’idea di turco a quella di eretico-luterano
viene riproposta in un dialogo della Piovana462 che ruota intorno al tema della
poligamia, uno degli aspetti dei costumi turchi che più doveva colpire la fantasia
popolare. Nel vivace scambio di battute tra Garbinello e Resca si coglie la soffu-

458. G. Sagredo, L’Arcadia in Brenta, overo la melanconia sbandita, Colonia 1667, pp. 21-22,
346, 397. Sul Sagredo novelliere cfr. C. Jannaco, Il Seicento, Milano 1963, pp. 449-502, 549-550
e G. Barbèri Squarotti, L’«Arcadia in Brenta» del Sagredo fra narrazione e commedia, in «Studi
secenteschi», 3 (1962), pp. 45-64. Per il Sagredo storico dell’impero ottomano cfr. le pp. 334-339.
459. Sagredo, L’Arcadia in Brenta, pp. 494-495.
460. Machiavelli, Mandragola, a. III, scena III.
461. Ruzante, Teatro, a cura di L. Zorzi, Torino 1967, p. 871. Sul teatro del Ruzante la bi-
bliografia è vastissima; per un primo orientamento cfr. a G. Toffanin, Il Cinquecento, Milano 1950,
pp. 332-337 e 339 (Storia letteraria d’Italia), e M. Baratto, Tre studi sul teatro (Ruzante - Aretino
- Goldoni), Vicenza 1964, pp. 11-68.
462. «Tura: Chi ègi questoro? Turchi. / Garbugio: Du de qui de fra Lutrio, due de qui de fra
Lutrio!» (Ruzante, Teatro, p. 947).
Realtà e mito del turco nella società veneziana 165

sa ironia mista di bonaria comicità del Ruzante che mette in bocca alla donna la
trepida preoccupazione per una possibile apostasia del marito e all’uomo la più
sensuale e realistica immagine del marito fedifrago circondato da più mogli.463
Anche nella prima Orazione il Ruzzante ritorna con popolaresca spontaneità sul
tema della poligamia ottomana augurandosi scherzosamente che ogni uomo pos-
sa avere quattro donne così «tute le femene andarà pine, e se impirà la leza de
Massier Isesun Dio che dise: ‘Cressì e smultipliché’. Guardè che aròm mé pì
paura de Turchi che ne impale: sì, in lo culo!».464
Un più massiccio impiego di temi e situazioni «turchesche» caratterizza Il
Travaglia di Andrea Calmo, uno dei personaggi chiave, Alpago, servo fuggitivo
vestito «in habito da Turco» pronuncia quella incomprensibile frase in lingua
turca studiata dal Cortelazzo e tesa a ribadire agli spettatori la concretezza della
sua esperienza di schiavo in terre ottomane. Il Calmo utilizza gli ingredienti con-
sueti della «turcheria», dagli insulti velenosi contro il falso «turcho can mastin»,
all’equivoco sulle vesti che celano un cristiano ma indicano esteriormente un
infedele che come tutti i «sarasì, moro, turchi, hebrei, maccometani» non può
conoscere la via del cielo.465
Personaggi turchi, ambientazione a Costantinopoli, azione collocata nell’an-
no della presa di Nicosia caratterizzano l’Emilia di Luigi Groto, il cieco d’Adria,
un poeta molto familiare con la tematica «turchesca», che gli ispira le già ricor-
date poesie per la battaglia di Lepanto e orazioni di contenuto profetico. Costruita
sul tradizionale intreccio di sostituzioni, fughe, riconoscimenti, amori contrastati,
l’Emilia è in realtà commedia di imitazione classica contaminata con situazioni,
personaggi e strutture linguistiche veneziane e ben poco di «turchesco» vi si può
riconoscere al di là della localizzazione ambientale e della cornice storica ispirata
alla guerra di Cipro.466
Con La Turca di Gianfrancesco Loredano le scene veneziane vedono la pri-
ma commedia interamente «turchesca», che svolge un intreccio ispirato a vicende
di schiavi scampati alla battaglia di Lepanto e propone alcuni interessanti spunti

463. «Garbinello: Vostro mario […] / Resca: Che cosa me marìo? Garbinello […] l’ha fato
con fa i Turchi. / Resca: (senza fiato) con, mo che diréto? renegò la fè? / Garbinelo: A’ dighe, tolto
tante mogiere, con el ghe pò fà le spese. / Resca: Dito da dovera?» (Ruzante, Teatro, «La piovana»,
atto IV, p. 963).
464. Ruzante, Teatro, p. 1203. Altri due acceni alla «Barbarìa» e alla «Turcarìa» nella prima
Oratione, nell’Anconitana (a. II) e nel prologo della Betìa (Teatro, pp. 118 , 151, 815).
465. A. Calmo, Il Travaglia, Vinegia 1556, atto II, scena I, II, a. V, sc. IX, X, XIX (pp. 26, 82v,
83, 89v). In un’altra commedia il Calmo deride la religione turca che crede nel miracolo dell’«arca
de quel aseno de Macometo, che quando quelle so bestie de zente lo portava, i vene a passar fra do
montagne de calamita» (La Fiorina, Vinegia 1553, p. 15). Sul teatro del Calmo v. L. Zorzi, Tradi-
zione e innovazione nel «repertorio» di Andrea Calmo, in Studi sul teatro veneto fra Rinascimento
ed età barocca, a cura di M.T. Muraro, Firenze 1971, pp. 221-240, che si intrattiene anche sul
personaggio del «mercante levantino» (il vecchio Demetrio della Rodiana), e D. Valeri, Caratteri e
valori del teatro comico, in La civiltà veneziana del Rinascimento, passim e in part. pp. 24-25.
466. L. Groto, La Emilia comedia nova, Venetia 1519. Tradotta in francese nel 1609 offrì a
Molière alcuni caratteri e situazioni per l’Etourdì.
166 Venezia e i Turchi

di aggiornamento e revisione dei canoni tradizionali di presentazione del mondo


turco.467 Commedia di carattere La Turca si snoda nella complicata vicenda di due
fratelli cristiani Aiace e Tutio e delle loro mogli Briseida ed Hersilia che affron-
tano una lunga serie di peripezie ed equivoci in cui si inserisce la patetica figura
del ricco turco Imerale venuto da Costantinopoli in Cristianità per recuperare la
moglie Famelica. La commedia si sostiene per lunghi tratti sullo svolgimento in
chiave comica di una serie di luoghi comuni e pregiudizi colti e popolari sulla
mentalità e sui costumi dei Turchi, di cui sono messi alla berlina la mancanza di
fede, il disonesto e immoderato appetito sessuale, l’assurda pretesa di tenere le
donne in una barbarica forma di schiavitù e segregazione.
Il turco assimilato e confuso con la bestia, la sprezzante affermazione della
superiorità del cristiano in genere e soprattutto dell’italiano, apprezzato per la
sua «maniera» «di più dolce sangue che quella del Turco» (a. I, p. 12), sono i
motivi dominanti della commedia.468 Solo per un momento, all’inizio dell’atto
primo, il Loredano fa una limitata concessione di «umanità» al popolo turco
quando Tutio invita il servo Scartozzo a riflettere su un suo precipitoso giudizio
sui costumi sessuali dei Turchi e gli domanda con tono di rimprovero «credi tu,
che tra Turchi non si ritrovino huomini da bene?».469 Dalla Turca del Loredano
trae origine un piccolo filone comico: nel 1606 il napoletano Giambattista Della
Porta stampa a Venezia una commedia dallo stesso titolo,470 imitato dal pisto-
iese Giambattista Andreini che dopo aver allestito una prima rappresentazione
della sua opera a Casale Monferrato per conto di Francesco II Gonzaga la ri-
pubblica con modifiche ed aggiunte a Venezia nel 1620 dedicandola al podestà
di Vicenza Vincenzo Grimani.471
Rilevando alla fine del Cinquecento l’emergere nella drammaturgia di due
tematiche tra di loro interdipendenti, l’una turca e l’altra greco-bizantina, il Per-
tusi ha osservato che «quella turca nasce dalla contingenza, nel clima di lotta
contro il Turco, e si presenta subito, come era logico aspettarsi, con argomenti di
carattere storico» di cui il Solimano di Prospero Bonarelli è l’esempio più famoso
e letterariamente meglio riuscito.472 Ma Venezia nel Cinquecento pur annoveran-

467. G.F. Loredano, La Turca, Vinegia 1597. Questo Loredano, fecondo autore di mediocri
commedie, non da confondere con l’omonimo patrizio fondatore dell’accademia degli Incogniti e
collegato ad ambienti libertini.
468. Loredano, La Turca, a. IV, sc. XVIII, p. 50v, a. I, sc. VIII, pp. 15 e 12.
469. Loredano, La Turca, a. I, p. 12. Scartozzo aveva irriso alla presunta verginità delle due
serve («Schiave de’ Turchi? Martiri possono essere, ma non Vergini») e anche in seguito impersona
la parte dello scettico e caustico conoscitore degli usi dei Turchi («Essendo passate per le picche de
i Turchi et de i Spagnuoli, è impossibile che alcuna di esse non vi habbia punto la cresta», p. 31).
470. G.B. Della Porta, La Turca, Venetia 1606; cfr. I. Sanesi, La commedia, in Storia dei ge-
neri letterari italiani, I, Milano 1911, pp. 352-358, 488.
471. G.B. Andreini, La Turca. Comedia boschereccia et maritima, Venetia 1620. Cfr. G. Coz-
zi, Tra un comico-drammaturgo e un pittore del Seicento Giovan Battista Andreini e Domenico
Fetti, in «Bollettino dell’Istituto di storia della società e dello stato veneziano», I (1959), pp. 194,
196, 199. Dello stesso Andreini è un’altra commedia intitolata La Sultana.
472. A. Pertusi, Storiografia umanistica e mondo bizantino, Palermo 1967, p. 95.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 167

do tra le sue glorie la giornata di Lepanto così feconda di produzione poetica


non conosce alcun autore che scelga a soggetto delle sue tragedie personaggi
e azioni delle guerre coi Turchi o grandi figure storiche dell’impero ottomano.
Bisogna arrivate al 1630 perché il rodigino Malmignati ci dia con la sua Ordaura
un primo testo ispirato al grande sultano Selin che si esprime in scena col «parlar
turchesco» e vien presentato come uomo clemente e generoso, ma sfugge ad un
concreto riferimento alla realtà storica perché protagonista con la sua «barbarica
pompa» di vicende ambientate nella lontana e mitica Persia.473 Quattro anni dopo
durante il carnevale del 1634 l’accademia degli Immobili presenta la prima tra-
gedia storica a tema turco, quel Solimano del Bonarelli ispirato agli usi e costumi
ottomani dipinti dal Sansovino nella Historia universale dell’origine ed imperio
dei Turchi. Vesti turchesche e persiane, pianelle, «scudi imbraciati et morioni in
testa alla turchesca» concorrono a sottolineare «lo spirito barbarico della vicen-
da» che dà risalto ai caratteri eroici dei personaggi ma anche all’«empia legge»
dei Turchi che condanna a morte i figli maschi del sultano.474
Verso la metà del Seicento nasce a Venezia anche il melodramma e sin
dall’inizio temi turchi compaiono con frequenza nei libretti configurando un’im-
magine fatua e di maniera dei Turchi che finirà nel Settecento per eliminare quasi
del tutto ogni riferimento preciso e concreto alla realtà storica.475
«Una Turca virtude» che domina col suo valore «un cieco amore» è il tema
un po’ inconsueto e anticonformista de Il perfetto Ibraim gran visir di Costanti-
nopoli che ha per protagonisti Solimano e Ibraim e per scena la piazza di Costan-
tinopoli circondata da moschee e cori di soldati turchi476 e lo stesso personaggio,
in una scenografia di poco mutata, ispira l’Ibraim sultano di Adriano Morselli, il
primo melodramma a soggetto turco.477
A scopi di evasione letteraria e con intenti meramente descrittivi vengono
pubblicati sin dalla fine del Cinquecento opuscoli e stampe che illustrano con
ridondanza di particolari aspetti esteriori e folkloristici della civiltà turca, vesti,

473.  G. Malmignati, L’Ordaura, Venetia 1630. Cfr. E. Bertana, La tragedia, in Storia dei
generi letterari, Milano s.d., pp. 160-163.
474. E. Povoledo, Una rappresentazione accademica a Venezia nel 1634, in Studi sul teatro
veneto fra Rinascimento, pp. 119-169. Cfr. anche Bertana, La tragedia, pp. 163-168, A. Belloni, Il
Seicento, Milano 1929, pp. 387-389, F. Angelini Frajese, Bonarelli Prospero, in Dizionario biogra-
fico degli italiani, 11, Roma 1969, pp. 586-587.
475. Sul dramma musicale veneziano nella seconda metà del Seicento cfr. H.C. Wolff, Die
venetianische Oper in der zweiten Hälfte des 17. Jahrhunderts, Berlin 1937 e il più recente studio
di S. Towneley Worsthorne, Venetian Opera in the Seventhenth Century, Oxford 1954.
476. Il perfetto Ibraim gran visir di Costantinopoli, Venezia 1679. Di incerto autore non fu
mai rappresentato (L.N. Galvani, I teatri musicali di Venezia nel secolo XVII (1637-1700). Memorie
storiche e bibliografiche, Milano 1879, p. 126; Pertusi, Storiografia umanistica, p. 96, nota 257).
477. A. Morselli, L’Ibraim sultano, Venetia 1692. Musicato da Carlo Francesco Polaroli fu
rappresentato nel teatro Grimano di S. Giovanni Crisostomo (A. Groppo, Catalogo di tutti i drammi
per musica recitati ne’ Teatri di Venezia dall’anno 1637 in cui ebbero inizio le pubbliche rappre-
sentazioni de’ medesimi sin all’anno presente 1745, Venezia 1745, p. 2; T. Sonneck, Catalogue of
Opera Librettos printed before 1800, I, Title Catalogue, Washington 1914, p. 604).
168 Venezia e i Turchi

cavalli bardati, armi, apparati fastosi del Sultano e della sua corte,478 oppure get-
tano in pasto all’avido pubblico dei lettori veneziani impressioni e dettagli curiosi
sulle nozze delle figlie del gran turco con uno spiccato gusto per le romantiche
storie d’amore di re e principi di sicuro successo popolare.479
Gli ultimi decenni del Seicento vedono dilagare in Europa la fortuna del
romanzo storico avventuroso e sentimentale in cui l’ambientazione pseudo-orien-
tale è spesso uno degli ingredienti più comuni e apprezzati dal gran pubblico,
come prova l’entusiastica accoglienza tributata dai lettori all’Esploratore turco,
un lungo racconto di avventure probabilmente ispirato all’History of the Present
State of the Ottoman Empire del Rycaut e attribuito a Giovanni Paolo Marana.480
Per alcuni anni in mancanza di un’autonoma produzione indigena il pubblico
veneziano legge con passione crescente romanzi tradotti dal francese che mesco-
lano vicende storiche dell’impero ottomano con intricate e appassionanti storie
d’amore che si dipanano nei segreti e mitici ambienti del favoloso serraglio di
Costantinopoli.
Amore, gelosia, rivalità, intrighi politici del visir Mehemet Köprülü e dei
sultani Ibrahim e Amurat IV sono gli elementi fondamentali dell’Historia delli
due ultimi gran visiri che Gomes Fortuna dedica nel 1683 al patrizio France-
sco Morosini481 e del Carà Mustafà Gran Visir, un grosso polpettone storico-
romanzesco del francese De Prechac che l’editore Francesco Maria Pazzaglia
fa tradurre nel 1686 per il turcologo Giambattista Donà.482 Quasi al cadere del
secolo finalmente compare anche il primo romanzo storico a soggetto turco
di autore veneziano, La Turca fedele nella presa di Coron di Teodoro Mioni,
ispirato alle vicende dell’assedio di Corone caduta nelle mani dei Turchi l’11
agosto 1685.483 Protagonista del racconto è la ricca e nobile Archilda «cuor
turco ripieno di fedeltà amorosa», intrepida amazzone che si converte al cri-

478. Il ragguaglio delle meravigliose pompe con le quali Meemet terzo Imperator di Turchi è
uscito fuori di Costantinopoli, Venetia 1596. Col nome di Girolamo Frachetta esce a Venezia l’anno
successivo col titolo leggermente modificato.
479.  Feste fatte in Costantinopoli per occasione delle nozze della figliuola primogenita di
Sultan Amurat, Imperator de Turchi, in Ibrain Bassà alli 15 maggio 1586, Vicenza 1586 (ristampata
per nozze nel 1832).
480. G. Almansi, «L’esploratore turco» e la genesi del romanzo epistolare pseudo-orientale,
in «Studi secenteschi», VII (1966), pp. 35-65. Il romanzo, il cui titolo completo è L’esploratore tur-
co e le di lui relazioni segrete alla Porta Ottomana scoperte in Parigi nel regno di Luigi il Grande,
comparve nel 1684 in duplice versione, italiana e francese. Sui romanzieri veneziani del Seicento
cfr. G. Getto, Il romanzo veneto nell’età barocca, in Barocco europeo e barocco veneziano, Firenze
1962, pp. 177-203.
481. Historia delli due ultimi gran visiri con alcuni secreti intrecci del Serraglio e molte par-
ticolarità sopra la guerra di Candia, Dalmatia, Transilvania, Polonia et Ungheria, Venetia 1683.
482. Carà Mustafà Gran Visir. Historia in cui si contiene il suo innalzamento, suoi amori nel
Serraglio, la diversità de’ suoi impieghi, la vera ragione che gl’ha fatto intraprendere l’assedio di
Vienna e le particolarità della sua morte, Venetia 1686. Il gran visir Qara Mustafà venne strangola-
to a Belgrado il 25 dicembre 1683 in seguito alla sconfitta subita nell’assedio di Vienna.
483. T. Mioni, La Turca fedele nella presa di Coron e suoi accidenti amorosi, Venezia 1696. Su
questo romanzo v. G. Raya, Il romanzo, in Storia dei generi letterari, Milano 1950, pp. 128-129.
Realtà e mito del turco nella società veneziana 169

stianesimo e dopo molte peripezie intrecciate alle operazioni militari consegue


la meritata felicità col suo amante Lelio. Il romanzo ha andamento spezzettato,
spesso interrotto da lunghi racconti di vicende politico-militari e di avventure
ed amori di personaggi estranei all’intreccio principale, e riflette un atteggia-
mento convenzionale e negativo nei confronti della civiltà turca i cui istituti e
costumi sono del resto solo un pretesto per una trama narrativa tutta giocata sul
colore esotico, l’evasione dal reale e la divulgazione letteraria.484

484. Commentando la decapitazione della donna amata da parte del Sultano il Mioni si abban-
dona a queste riflessioni sulla «barbarie» turca: «Sono queste consuete operationi di que’ Regnanti,
che per essere e nell’opre e nella credenza Barbari, basta dire vengono ammaestrati dall’Alcorano,
da cui restano essigliate come eretiche Pravità, la Giustizia, la Ragione, la Realtà e la Clemenza»
(La Turca fedele, p. 38).
4. La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII)

1. Il «viaggio in Turchia»

Nel 1573 un cugino di Antonio Tiepolo, bailo designato a Costantinopoli, ot-


tiene dal Senato l’autorizzazione a imbarcarsi per la Turchia e nelle sue memorie
di viaggio confessa la sua viva soddisfazione per una «così bella occasione, nata
in così opportuno tempo» di conoscere quell’impero ottomano di cui tanto si par-
la a Venezia.1 Pochi anni dopo Jacopo Soranzo, scelto dal Senato a rappresentare
la Repubblica nelle cerimonie per la circoncisione del figlio del sultano, fatica
non poco a respingere le pressioni dei troppi gentiluomini desiderosi di accom-
pagnarlo a visitare la Porta per curiosità e desiderio di «insinuarsi nella grazia di
quel Signore».2 Sono due semplici episodi ma costituiscono un’interessante spia
dell’eccezionale interesse delle memorie di viaggio in Oriente per la conoscenza
del mondo ottomano e per la storia dell’evoluzione della mentalità occidentale
nei confronti dei Turchi.3
Gli itinera e le peregrinationes ad loca sancta così copiosi nel Medioevo
continuano anche in età moderna quando i pellegrini diretti a Gerusalemme si
spostano dai tradizionali luoghi d’imbarco di Amalfi, Pisa, Napoli, Ancona, a Ve-
nezia che fa del trasporto di migliaia di fedeli in Palestina un affare commerciale
e un motivo di accresciuto prestigio politico. Tuttavia chi legge la letteratura dei
viaggi in Terrasanta alla ricerca di notizie sulle strutture politiche, la vita econo-
mica e la civiltà del mondo islamico, rimane completamente deluso. Il pellegrino
è la persona meno adatta a osservare con occhio critico e spassionato l’esecrato
popolo adoratore del «perfido» Maometto e l’odio secolare per la religione mu-

1.  Doppo conclusa la pace con li Sig.ri Venetiani con ’l Turco l’anno 1573 li 4 aprile fu
concluso d’inviar ambasciator in Costantinopoli il N. H. Andrea Badoaro et bailo il N. H. Antonio
Tiepolo, BNM, cod. It., cl. VI, mss. n. LXXVII (5798), f. 1v.
2. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. II, p. 212.
3. Alcune interessanti osservazioni sulla letteratura di viaggio in Turchia tra Quattrocento e
Cinquecento in Schwoebel, The shadow of the crescent, pp. 176-201. È tutt’ora rimasto inattuato il
vecchio progetto della Pinto di un’edizione critica delle relazioni dei viaggiatori italiani nell’Orien-
te islamico (in Actes du XX Congrès International des Orientalistes. Bruxelles 5-10 septembre
1938, Louvain 1940, pp. 307-308).
172 Venezia e i Turchi

sulmana congiunto ai tenaci pregiudizi razziali si rivela una barriera invalicabile


per chi va in Oriente con l’unico scopo di visitare il sepolcro di Cristo.4
Una vasta messe di notizie e di giudizi sul mondo turco possiamo trovare
nelle molte relazioni di viaggio da Venezia a Costantinopoli che dal Quattrocento
alla fine del Settecento fanno da regolare contrappunto alle alterne vicende di
guerra e pace tra Venezia e impero ottomano. Sono innanzitutto i baili, gli am-
basciatori straordinari «personaggi del loro seguito che per ingannare il tempo,
per lasciare un ricordo per sé e per i loro parenti», per imitare modelli classici,
descrivono la loro esperienza sulle rive del Bosforo. Spesso queste memorie con-
sistono in semplici notazioni efemeridi dei fatti più importanti della navigazione
o del trasferimento nella penisola balcanica,5 talvolta invece comprendono anche
la descrizione di città e isole del Levante, si arricchiscono di citazioni da geografi
del mondo antico e si concludono con la descrizione dell’ingresso a Costantino-
poli e un rapido profilo dei costumi e degli usi della popolazione.6
La conoscenza diretta di uomini e istituti del mondo ottomano raramente
condiziona in senso più obiettivo e aperto i giudizi di valore dei viaggiatori che
per lo più osservano e descrivono gli istituti politici e religiosi secondo gli schemi
mentali della civiltà europea e cristiana.7
L’Itinerario di Ambrogio Contarini, frutto di lunghi anni di missione in vari paesi
dell’Oriente,8 il Viaggio di Giosafat Barbaro, tutto imperniato sull’orgogliosa esalta-
zione della «mercanzia et marinarezza» dei Veneziani artefici dell’allargamento del-

4.  Sui pellegrinaggi in Terrasanta in età medievale cfr. F. Cardini, Viaggiatori medievali
in Terrasanta: a proposito di alcune recenti pubblicazioni italiane, in «Rivista storica italiana»,
LXXX (1968), pp. 332-339.
5. Diario del viaggio da Venezia a Costantinopoli di M. Paolo Contarini che andava bailo
per la Repubblica Veneta alla Porta Ottomana nel 1580, Venezia 1856; G. Morosini, Ephemeridi
itinerarie nella missione da bailo dell’Ecc. Signor Cav. Gio. Morosini in Costantinopoli l’anno
1675, BMC, misc. Correr, cod. 2637/82; G. Soranzo, Diario del viaggio a Costantinopoli, Venezia
1866; G. Berchet, B. Cecchetti, Viaggio di un ambasciatore veneziano da Venezia a Costantinopoli
nel 1591 di Cavazza Gabriele, Venezia 1886. Per notizie biografiche su questi viaggiatori cfr. P.
Donazzolo, I viaggiatori veneti minori. Studio bio-bibliografico, Roma 1927, pp. 152-154, 247-
248, 152-154.
6.  Itinerario della spedizione dell’ecc. et illustr. Alvise Molin alla corte del Gran Signore,
BNM, cod. It., cl. VII, n. DCLI (8580), pp. 101-138; Descrizione del viazo de Costantinopoli 1550
de ser Catharin Zen, ambassador straordinario a sultan Soliman e ritorno, edito in P. Matković,
Dva talijanska putopisa po Balkanskom polnotolu iz XVI vieka (Due viaggiatori italiani nella pe-
nisola balcanica del secolo XVI), Zagrebu 1878, pp. 3-47 (l’originale è al Correr). Per tutti cfr.
Donazzolo, I viaggiatori, pp. 88-89, 241-242, 118-119.
7. Alcune fini osservazioni sulla mentalità europea del Cinquecento nei confronti dei popoli
esotici dell’Asia e dell’America in R. Romeo, Le scoperte americane nella coscienza italiana del
Cinquecento, Milano-Napoli 1954, p. 14.
8. Itinerario del Magnifico et Clarissimo messer Ambrosio Contarini dignissimo orator della
illustrissima Signoria di Venetia mandado nel anno 1472 ad Ussuncassan Re di Persia chiamado
modernamente Sophi, Venezia 1524. Cfr. P. Zurla, Di Marco Polo e degli altri viaggiatori veneziani
più illustri, II, Venezia 1819, pp. 230-235, N. Di Lenna, Ambrogio Contarini politico e viaggiatore
veneziano del secolo XV, Padova 1921 e Donazzolo, I viaggiatori, pp. 50-52.
La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII) 173

le conoscenze geografiche del mondo moderno9 e infine l’Itinerario di Pietro Zeno,


pregevole per l’attenta osservazione etnografica e la fresca e spontanea vivacità del
linguaggio,10 sono tra gli esempi migliori di queste memorie di viaggio che dovevano
esercitare un forte richiamo sul pubblico colto se nel 1543 un editore di raffinata cul-
tura classica come Aldo Manuzio ne cura con successo una celebre raccolta imitata a
pochi anni di distanza dall’antologia del Ramusio ristampata ben quattro volte.
Nel 1585 esce a Londra, ma circola ben presto a Venezia, la prima edizione
dell’Itinerario del vicentino Marc’Antonio Pigafetta, una delle più dettagliate e
interessanti testimonianze sulla Turchia del Cinquecento, scaturita da un viaggio
a Costantinopoli in compagnia del vescovo d’Angria Antonio Verantio consiglie-
re di Massimiliano II.11 Gli intenti del Pigafetta sono prevalentemente geografici
e mirano a colmare le lacune di Strabone, Solino e Plinio sulle terre balcaniche,
ma in effetti le sue memorie vanno molto al di là dei propositi iniziali e fornisco-
no un ampio panorama della storia e dell’organizzazione politico-amministrativa
dell’impero ottomano negli anni cruciali che precedono lo scontro di Lepanto.
Scrittore di spiccata personalità, come dimostrano le vivaci descrizioni della gi-
raffa e della iena e le ampie digressioni sul serraglio e la città di Costantinopoli,
il Pigafetta mostra un interesse del tutto particolare per la «vita quotidiana» del
popolo turco colta anche nei suoi aspetti più minuti.12
Il Bataillon ha giustamente parlato della Venezia cinquecentesca come della
«porta dell’Oriente», un vero e proprio quadrivio delle nazioni cui convergono
per ripartire per la Turchia uomini delle più svariate professioni ed esperienze
umane.13 Mercanti, missionari, politici, scelgono sempre più numerosi la città

9. Viaggio del Magnifico messer Iosaphat Barbaro Ambasciatore della Illustrissima Repubbli-
ca di Vinetia alla Tana, in Viaggi fatti da Vinetia, alla Tana, in Persia, in India, et in Costantinopoli
con la descrittione particolare di città, luoghi, siti, costumi et della Porta del Gran Turco e di tutte
le intrate, spese et modo di governo suo, et della ultima impresa contra Portoghesi, Vinegia 15452,
pp. 3-21, ripubblicato in G.B. Ramusio, Navigationi et viaggi, II, Venetia 1559. Su Barbaro v. N. Di
Lenna, Giosafat Barbaro (1413-1494) e i suoi viaggi nella regione russa (1436-51) e nella Persia
(1474-78), in «Nuovo archivio veneto», n.s., XXVIII (1914), pp. 5-105, Donazzolo, I viaggiatori,
pp. 28-32, Zurla, Di Marco Polo, pp. 205-229 e ora la voce di R. Almagià in Dizionario biografico
degli italiani, 6, Roma 1964, pp. 106-109.
10. Itinerario di Pietro Zeno oratore a Costantinopoli compendiato da Marino Sanuto, a cura di R.
Fulin, in «Archivio veneto», XXII (1881), pp. 104-136 (l’originale in BNM, mss. It., cl. VI, n. 277).
11. P. Matković, Putovanja po Balkanskom polnotoku. XVI Vieka (Itinerario nella penisola
balcanica. XVI sec.), Zagrebu 1890. Il titolo completo è Itinerario di Marc’Antonio Pigafetta gen-
til’huomo vicentino, luglio 1567-1568 (maggio) e il secondo viaggio di Antonio Vranic (Verantio)
a Costantinopoli, a. 1567. Sempre nella seconda metà del Cinquecento un altro Pigafetta, Filippo,
compie numerosi viaggi nei paesi musulmani e dell’Africa nera e lascia alcune memorie, pubblicate
solo nel Settecento, ricche di notizie sull’amministrazione turca negli stati del Medio Oriente (F.
Pigafetta, Relazione del suo viaggio in Egitto, Arabia, Mar Rosso, e Monte Sinai, s.l. s.d.).
12. Notevole curiosità desta il suo preciso elenco dei prezzi delle «speciarie» e di altre mer-
canzie sulla piazza di Costantinopoli nel novembre del 1567.
13. M. Bataillon, Venise porte de l’Orient au XVIe siècle: «Viaje de Turquìa», in Venezia nelle
letterature moderne, Atti del primo congresso dell’Associazione Internazionale di Letteratura Com-
parata, Venezia, 25-30 settembre 1955, a cura di C. Pellegrini, Venezia-Roma 1961, pp. 11-20.
174 Venezia e i Turchi

delle lagune come punto di partenza per le loro spedizioni orientali e le loro me-
morie sull’impero ottomano hanno spesso lasciato tracce profonde nella cultura
e nella mentalità veneziana.
Da Venezia ad esempio parte nel 1502 per il suo lungo viaggio in Egitto, Li-
bia, Siria, Arabia, Goa, Sumatra e Borneo il bolognese Ludovico Varthema il cui
Itinerario, pubblicato a Roma nel 1510 e sette anni dopo a Venezia, propone un’im-
magine per tanti aspetti fantastica ed incredibile del mondo orientale.14 Ancora da
Venezia salpano per la Turchia due figure come il Ranzo e l’Alberti profondamente
diverse per mentalità ed interessi: se il vercellese Carlo Ranzo, che nel 1575 accom-
pagna a Costantinopoli insieme ad altri 40 gentiluomini l’ambasciatore veneziano
Giacomo Soranzo, nella sua esperienza in terra turca coglie quasi esclusivamente
la dimensione folkloristica e sfiora solo marginalmente la complessa realtà della
macchina statale ottomana,15 il bolognese Tommaso Alberti valorizza la sua forma-
zione e «cultura» mercantile per raccogliere accurate notizie sulla struttura sociale
e politica dell’impero ottomano, anche se troppo spesso indulge alla descrizione
degli aspetti più «meravigliosi» del mondo orientale.16
Alla Repubblica Veneta è debitore di un importante aiuto per un viaggio a
Costantinopoli nel 1679 in compagnia del bailo Pietro Civran il bolognese Luigi
Ferdinando Marsili, geografo, naturalista, uomo d’armi, che nel suo État militaire
de l’empire ottoman, scritto dopo una lunga prigionia a Costantinopoli, racco-
glie una ricca e documentata informazione sulle istituzioni politiche e militari
dello stato turco, apprezzata e utilizzata nel secolo successivo da autori come
Robertson, Voltaire e il turcologo veneziano Giambattista Toderini.17
Ad una più profonda conoscenza del mondo turco a Venezia contribuisce
anche la notevole diffusione di alcune memorie di viaggio sia italiane che stra-

14.  Itinerario di Ludovico Varthema, a cura di A. Bacchi Della Lega, Bologna 1885; altra
buona edizione a cura di P. Giudici, Milano 1929. Per notizie sul Varthema cfr. Amat di S. Filippo,
Della vita e dei viaggi del bolognese Ludovico de Varthema, in «Giornale Ligustico di Archeologia,
Storia e Belle Arti», 1-2 (genn.-febbr. 1878) e R.C. Temple, The itinerary of Ludovico di Varthema
of Bologna, London 1928.
15. Relatione di Carlo Ranzo gentil’huomo di Vercelli d’un viaggio fatto da Venetia in Co-
stantinopoli, Torino 1616. Cfr. Viaggiatori del Seicento, a cura di M. Guglielminetti, Torino 1967,
pp. 285-295.
16. T. Alberti, Viaggio a Costantinopoli, a cura di A. Bacchi Della Lega, Bologna 1889. Cfr.
anche Viaggiatori del Seicento, pp. 311-325.
17. L.F. Marsili, L’état militaire de l’empire ottoman, ses progrès et sa decadence-Stato mi-
litare dell’imperio ottomano, incremento e decremento del medesimo, La Haye-Amsterdam 1732.
È stampato a due colonne affiancate, una col testo francese l’altra con la traduzione italiana. Sul
Marsili la bibliografia è molto ricca; mi limito a ricordare gli studi di M. Longhena, Il conte L. F.
Marsili. Un uomo d’arme e di scienza, Milano 1930; L’opera cartografica di L. F. Marsili, Roma
1933; Luigi Ferdinando Marsili geografo, Bologna 1930; G. Bruzzo, Marsigli. Nuovi studi sulla
sua vita e sulle opere minori edite ed inedite, Bologna 1921; P. Ducati, Marsili, Milano 1930. Del
suo viaggio del 1679 Marsili ha lasciato due diari inediti zeppi di osservazioni sui costumi, gli studi,
le monete, la lingua, le donne e gli edifici dei Turchi: cfr. L. Frati, Il viaggio da Venezia a Costanti-
nopoli del conte Luigi Ferdinando Marsili (1679), in «Nuovo archivio veneto», n.s. IV, VIII (1904),
parte. I, pp. 63-94, parte. II, pp. 295-316.
La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII) 175

niere, lette e imitate con crescente curiosità e spesso trasformate in miniera di


notizie e osservazioni. Tra gli italiani spiccano gli scritti di Michele Benvenga,18
di Cornelio Magni19 e Pietro Della Valle,20 mentre tra i francesi un rilievo del tutto
particolare assumono i viaggi di Nicolas de Nicolay, cameriere e geografo del re
di Francia, editi per la prima volta ad Anversa nel 1576 e tradotti a Venezia nel
1580 in una ricca edizione adornata di figure di uomini, abiti, riti e costumi turchi
in pace e in guerra.21
Nella seconda metà del Seicento Venezia, ancora vivace centro di produ-
zione libraria, ospita anche la prima edizione o la ristampa di opere sulla Tur-
chia scritte nell’ambiente dei missionari e che proprio per questa loro origine
ci offrono il quadro più tenebroso e negativo di questa nazione che così ostina-
tamente rifiuta di convertirsi alla fede di Cristo. Nel 1683 il padre Filippo della
SS. Trinità, generale dei carmelitani scalzi, dà alla luce i suoi Viaggi orientali,
frutto del suo lungo soggiorno in Turchia e in Persia, in cui ben poco della ci-
viltà ottomana si salva da una critica violenta e faziosa che nega ai Turchi ogni
barlume di civiltà e fa ampio ricorso ad immagini ed amplificazioni retoriche di
tipico gusto barocco.22
Lo stesso anno esce a Venezia una ristampa dell’edizione italiana del ce-
lebre Théatre de la Turquie, allora attribuito ad un certo Michele Febure e
solo nel 1933 rivendicato al cappuccino francese Giovan Battista da Saint-
Aignan.23 Il missionario francese fa del suo Teatro della Turchia una vera e

18. M. Benvenga, Viaggio di Levante con la descrizione di Costantinopoli e d’ogni altro ac-
cidente, Bologna 1688. Notizie biografiche in Viaggiatori del Seicento, p. 675.
19. C. Magni, Quanto di più curioso e vago ha potuto raccorre Cornelio Magni nel primo
biennio da esso consumato in viaggi e dimore per la Turchia, Parma 1679. Cfr. Viaggiatori del
Seicento, pp. 46-49 e G. Mormorio, Cornelio Magni e un esercito turco del ‘600, in «L’universo»,
1957, pp. 839-846.
20. Viaggi di Pietro Della Valle il Pellegrino, Roma 1650-1663. Tra gli studi più significativi
sul Della Valle, forse il più noto di questi viaggiatori, cfr. I. Ciampi, Della vita e delle opere di Pie-
tro Della Valle il Pellegrino. Monografia illustrata con nuovi frammenti, Roma 1880; G. Pennesi,
Pietro Della Valle e i suoi viaggi in Turchia, in «Bollettino della società geografica italiana», ser.
II, vol. III, XXVII, XXIV (1890), pp. 950-972, 1063-1101; R. Almagià, Per una conoscenza più
completa della figura e dell’opera di Pietro della Valle, in «Rendiconti dell’Acc. Naz. dei Lincei»,
cl. sc. mor., ser. VIII, VI (1951), pp. 375-381; E. Rossi, Pietro Della Valle orientalista romano, in
«Oriente moderno», XXXIII (1953), pp. 49-64; P. Bianconi, Viaggio in Levante di P. Della Valle,
Firenze 1942; P.G. Bietenholz, Pietro Della Valle (1586-1652). Studien zur Geschichte der Orien-
tkenntnis und des Orientbildes im Abendlandes, Basem-Sttuttgart 1962.
21. N. de Nicolai, Le navigationi et viaggi fatti nella Turchia, Venetia 1580. Per una valuta-
zione dell’opera del Nicolay cfr. Rouillard, The Turk in French, pp. 212-217. Altri libri di viaggio
stranieri largamente noti a Venezia sono quelli del di Loir (Viaggio in Oriente, Venetia 1671), di
G.B. Tavernier (Viaggi nella Turchia, nella Persia e nell’Indie, Roma 1682), e di J. Spon, G. Whe-
ler (Viaggi per la Dalmazia Grecia Levante portati dal francese da C. Freschot, Bologna 1688).
22. Filippo della SS. Trinità, Viaggi orientali, Venezia 1683, pp. 405-410.
23. Clemente da Terzorio, Il vero autore del «Teatro della Turchia» e «Stato presente della
Turchia», in «Collectanea Franciscana», III (1933) pp. 384-395. Il Saint Agnan è autore anche
dell’Estat présent de la Turquie, où il est traité des vices, moeurs et costumes des Ottomans et au-
tres peuples de leur empire, Paris 1675.
176 Venezia e i Turchi

propria requisitoria di tono controversistico contro tutti gli aspetti della civiltà
e dello stato turchi:24 dogmi e cerimonie religiose, istituti civili e militari, usi e
costumi, abitudini e modi di vita della popolazione sono presi di mira, derisi,
attaccati e screditati con il sussidio di un’abbondante anedottica esemplificati-
va evidentemente desunta dall’esperienza di un lungo soggiorno in terra turca.
Nulla di positivo si salva nelle pagine risentite del cappuccino, probabilmente
deluso degli scarsi risultati della sua predicazione tra le popolazioni musul-
mane25 e la sua opera contribuisce non poco ad accreditare non solo negli
ambienti missionari cui era primariamente destinata ma anche nei lettori laici
un’immagine tutta negativa delle popolazioni turche, anche se le molte infor-
mazioni di prima mano, sia pure deformate dall’animus polemico dell’autore,
costituiranno una fonte preziosa di notizie per il più] maturo spirito critico
degli scrittori settecenteschi.

2. Gli scritti «turcheschi» del Sansovino e l’Ottomanno di Lazzaro Soranzo

In un secolo fecondo di volgarizzatori e poligrafi e talvolta di autentici av-


venturieri della penna, Francesco Sansovino emerge con una sua peculiare perso-
nalità, per la vasta e raffinata cultura, la vivace intelligenza e la poliforme produ-
zione letteraria. Figlio naturale di Jacopo, il celebre scultore e architetto, dopo un
lungo soggiorno a Roma dov’era nato nel 1521 si trasferisce nel 1527 a Venezia
dove, favorito dal felice momento dell’industria editoriale, dà vita ad un’ampia
e fortunata attività di traduzione e divulgazione che lo impone ben presto all’at-
tenzione del pubblico colto.26 Vivida testimonianza del suo amore per Venezia e
duraturo tributo al «mito» che ormai vigorosamente fiorisce nella letteratura e
nella pubblicistica storica, è la sua Venetia città nobilissima, una vera e propria
miniera di notizie sulle arti figurative, gli usi, costumi e ordinamenti pubblici,

24.  Teatro della Turchia dove si rappresentano i disordini di essa, il genio la natura ed i
costumi di quattordici nazioni che l’abitano. La potenza dell’Ottomani indebolita, le loro tirannie,
insulti e perfidie, tanto contro li stranieri quanto verso i suoi popoli. Il tutto confermato con esempi,
e casi tragici nuovamente successi. Dato in luce dal Sig. Michele Febure, Milano 1681. L’edizione
veneziana del 1683 è uguale a quella bolognese dello stesso anno.
25. Conviene ricordare la franca spiegazione che nel Settecento darà Muratori dell’insuccesso
dei missionari in terra musulmana: «Il divieto e le gravissime pene imposte da i Turchi e Persiani,
la politica perversa, la pluralità delle mogli, l’odio de’ sacerdoti maomettani o gentili, l’esempio
cattivo degli stessi cristiani, l’interesse e simili altre cagioni ed accidenti, o han precluso e preclu-
dono l’adito al Vangelo, o non gli lasciano far progressi né alte radici» (Il Cristianesimo felice nelle
missioni de’ padri della Compagnia di Gesù nel Paraguay, Venezia 1752 p. 7).
26.  Secondo il Cicogna (Delle inscrizioni veneziane, IV, pp. 30-91) i titoli delle sue pub-
blicazioni assommano a ben 96. Un recente profilo del Sansovino inquadrato nell’ambito della
storiografia umanistica italiana in P.F. Grendler, Francesco Sansovino and Italian Popular History,
1560-1600, in «Studies in Renaissance», XVI (1969), pp. 139-180; dello stesso autore v. anche
Critics of the Italian World. 1530-1560. Anton Francesco Doni, Nicolò Lando, and Ortensio Lando,
Madison-Milwaukee-London 1969, pp. 65-68.
La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII) 177

ancor oggi fonte preziosa per la storia della Repubblica.27 Attento lettore di ogni
genere di libri mostra una sensibilità tutta rinascimentale per la storia, «la più ne-
cessaria scrittura che possa haver l’uomo attivo et preposto al governo de’ popoli
et delle città»,28 e proprio due libri dedicati alla storia dei Turchi hanno il destino,
tra la sua sterminata produzione, di una lunga e non immeritata fama. Il Sansovi-
no, uomo di cultura ma anche abile editore, sa che l’attenzione del lettore è volta
con sospesa ansietà ma anche con avida e insoddisfatta curiosità al minaccioso
rumoreggiare delle armi ottomane. La triste sconfitta della Prevesa e lo scacco
di Carlo V ad Algeri sono ancora impressi nel ricordo del veneziani della metà
del Cinquecento e forse non è coincidenza casuale che la disfatta degli spagnoli
alle Gerbe corrisponda cronologicamente (1560) alla prima edizione dell’Histo-
ria universale dell’origine ed imperio dei Turchi, un’opera pervasa da un rispet-
toso sentimento di ammirazione per la crescente potenza dello stato ottomano.
«Huomini di valore et non punto rozzi» i Turchi possono vantare ordinamenti
militari simili a quelli dei Romani, per l’obbedienza, la disciplina e la resistenza
alle fatiche dei loro soldati, ma anche nella vita civile porgono esempi di ordina-
ta convivenza e buon funzionamento della macchina amministrativa, soprattutto
grazie all’encomiabile prontezza nelle decisioni.29
Espressioni come queste, non nuove nella pubblicistica europea del Cinque-
cento, ma pur sempre significative sulla penna di un veneziano così tenacemente
legato al mito della superiorità morale e civile della sua «nobilissima» patria, non
riescono però a informare con continuità e convizione l’Historia del Sansovino.
Pesano sul libro anche circostanze esterne alla personale volontà dell’autore
costretto dall’Inquisizione a modificare in vari punti l’edizione del 1582 uscita
per i tipi di Altobello Salicato30 e non si può escludere che correzioni e tagli
abbiano colpito proprio i punti in cui usi e costumi dei Turchi erano tratteggiati
con maggior apertura e simpatia. Nel complesso comunque l’opera non è frutto
di ricerche originali ma si presenta come una silloge ordinata e ragionata di vari
autori spesso tradotti personalmente dal Sansovino; Menavino, Cambini, Geor-
gijević, Spandugino, Giovio sono infatti le fonti più ampiamente utilizzate cui si
aggiungono il Bassano, il Barlezio e molti altri nelle successive edizioni progres-
sivamente arricchite ed ampliate.
Intelligente e moderna divulgazione dunque l’Historia, «tutta fattura» del
Sansovino invece, secondo un benevolo passo del Foscarini,31 sarebbero gli An-
nali Turcheschi stesi in gran fretta nel 1571 con l’evidente scopo di cogliere nel

27. F. Sansovino, Venetia città nobilissima et singolare descritta in XIIII libri, Venetia 1581.
28. L’affermazione è nella dedica al vescovo di Padova Federico Corner di un sommario della
Storia d’Italia del Guicciardini (S. Bertelli, Ribelli, libertini e ortodossi nella storiografia barocca,
Firenze 1973, p. 197).
29. G. Sforza, Francesco Sansovino e le sue opere storiche, in «Memorie della Reale Acca-
demia delle Scienze di Torino», ser. II, XLVII (1897), p. 38. Per la sua produzione storica cfr. le
pp. 27-66.
30. Sforza, Francesco Sansovino, p. 37, nota 3.
31. Foscarini, Della letteratura veneziana, p. 473, nota 3.
178 Venezia e i Turchi

mercato editoriale i frutti dell’entusiasmo popolare per la recente proclamazione


della Santa Lega.32 Il giudizio del colto patrizio settecentesco è troppo generoso
perché in realtà anche gli Annali mancano di una vigorosa impronta di originalità
e tradiscono nell’impianto e nelle fonti lo schema tradizionale della divulgazione,
sempre dotta e precisa, ma priva di una autonoma linea interpretativa della storia
e della civiltà ottomana.33 Il successo dei libri del Sansovino è notevole e di lunga
durata: sei edizioni dell’Historia in poco meno di quarant’anni34 sono lì a testi-
moniare del favore di un pubblico più o meno colto ma certo attento alle novità
editoriali legate a temi di bruciante attualità. Il Grendler ha seguito nelle librerie
e nelle biblioteche di uomini di varia condizione culturale e sociale la fortuna
di molte pubblicazioni del Sansovino e ci offre così una preziosa testimonianza
della persistente presenza dei suoi scritti «turcheschi» sin verso la metà del Sei-
cento, quando ancora compaiono tra il patrimonio librario di nobili e plebei.35 Il
pubblico è avido di notizie «turchesche» chiare e alla portata di tutti, il Sansovi-
no, vivace e brillante interprete della sensibilità culturale e politica dei veneziani,
offre le sue limpide e ordinate compilazioni, organizzate in una struttura unitaria
ed organica, in uno stile semplice ma non trasandato che sa farsi efficace strumen-
to di una fortunata opera di divulgazione di buon livello.
Mentre il consenso caldo e costante dell’opinione pubblica seconda le fortu-
nate edizioni «turchesche» del Sansovino, un destino arcigno perseguita ed esclude
dai circuiti culturali veneziani l’Ottomanno di Lazzaro Soranzo, modesta opera di
propaganda anti-turca che solo alle tormentate vicende personali dell’autore e ai
tenaci divieti del governo veneziano deve una larga seppur effimera fama. Il libretto
ha un’origine occasionale evidente nell’esilità del tema gonfiato al di là del mode-
sto proposito iniziale di dare un quadro quanto più possibile esatto e realistico delle
«cose» dei Turchi, «in pubblico ò troppo diminuite o più del vero aggrandite».36
I libri sui Turchi che circolano tra i dotti paiono al Soranzo ormai superati come
anche insufficienti sono le relazioni dei baili veneziani del resto per lo più inacces-
sibili agli storici. Solo una diretta informazione dai viaggiatori tornati dall’Oriente
gli sembra un mezzo sicuro per integrare le notizie già conosciute e comporre così
un quadro completo e veritiero dell’organizzazione economica, religiosa, militare
e politica dell’impero ottomano durante il regno di Maometto III. A così ambiziosi
programmi corrisponde un risultato di sconsolante modestia: il libro ha una struttu-

32. F. Sansovino, Gl’Annali Turcheschi overo le vite de’ principi et signori della casa ottoma-
na, Venetia 1571. Una seconda edizione esce nel 1573.
33. Il Sansovino torna sul tema dello stato ottomano, per tratteggiarne gli ordinamenti politici
e amministrativi, in un’altra compilazione, senza peraltro aggiungere nulla di nuovo (Del governo
et amministrazione di diversi regni et repubbliche cossi antiche come moderne libri XXII, Vinegia
1583, pp. 37-45).
34. Nel 1561, 1564, 1568, 1573, 1582, 1600.
35. Grendler, Sansovino and Italian, pp. 174-176. Nel 1564 l’Historia viene ripresa ed ulte-
riormente ampliata dal ferrarese Maiolino Bisaccioni.
36. L. Soranzo, L’Ottomanno, Ferrara 1598, proemio. Lo spunto alla stesura del libro sarebbe
venuto al Soranzo da alcune conversazioni sulle condizioni dell’impero ottomano tenute nel 1596
con alcuni prelati di curia ai bagni di Ischia.
La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII) 179

ra molto simile alla relazione di un bailo e si esaurisce in una fiacca descrizione fisi-
ca e psicologica del sultano regnante e dei suoi principali collaboratori, cui seguono
notizie precise e dettagliate ma tutt’altro che originali sull’ordinamento dei corpi
militari ottomani e un panorama dei rapporti dei sovrani turchi con i regni cristiani.
Largo spazio riserva il Soranzo ai progetti e alle modalità di una presunta guer-
ra generale dell’Europa cristiana contro i Turchi, per cui enumera prolissamente i
mezzi e offre con gratuita dovizia consigli pratici, accodandosi così alle folte legio-
ni di visionari e utopici progettisti di colossali spedizioni in Oriente destinate nella
fantasia a capovolgere a favore dei cristiani un equilibrio politico e militare ormai
stabilito da decenni.37 Nonostante la sua limitata originalità l’Ottomanno di Lazzaro
Soranzo per le buone informazioni sulla struttura interna dello stato ottomano viene
quasi subito diffuso e utilizzato come fonte da molti scrittori che ne tralasciano in-
vece tutta la seconda parte impostata come una ennesima versione aggiornata delle
ricorrenti «exortationes» alla crociata.38 Proprio per questo suo carattere misto, di
repertorio di notizie e strumento propagandistico, l’opera conosce un certo succes-
so, testimoniato dalle quattro successive edizioni italiane e dalla traduzione latina,
ma suscita contro il Soranzo i fulmini del Consiglio dei Dieci che ne proibisce
immediatamente la vendita a Venezia.39 Secondo il Foscarini a provocare il risen-
timento del governo veneziano sarebbe stata la divulgazione di notizie che a causa
del delicato momento politico avrebbero dovuto restare nei segreti delle cancellerie
ma probabilmente i motivi del provvedimento sono più complessi. Conosciuta la
notizia del divieto il Soranzo cerca di discolparsi con una lettera in cui da «fedelis-
simo e devotissimo suddito» nega di aver agito in mala fede e si dichiara disposto a
correggere l’opera pur rilevando che molte delle cose da lui scritte sono stampate in
libri che circolano liberamente anche a Venezia.40 Tanta severità del Consiglio dei
Dieci per un libro tutto sommato abbastanza tradizionale e innocuo si può spiegare
più che con la propalazione di presunti segreti di stato con la posizione personale
dell’autore e con la situazione politico-diplomatica dell’ultimo decennio del secolo.
Il Soranzo, figlio naturale di Benedetto morto nella battaglia di Lepanto,41 è da tem-
po cameriere d’onore di Clemente VIII e questo fatto mette in sospetto i dirigenti
veneziani, da tempo impegnati in una logorante polemica giurisdizionalistica fatta

37. La mania o moda di improvvisare fantastici progetti militari anti-turchi, spesso accompa-
gnati da dettagliati piani militari tanto minuziosi quanto ottimisti nella sottovalutazione della reale
forza ottomana, era iniziata subito dopo la caduta di Costantinopoli (cfr. Schwoebel, The shadow
of the crescent, pp. 5-8).
38. Tutta l’ultima parte (pp. 87-127) è imperniata sulla solita invocazione ai principi cristiani
perché, superate le discordie intestine, realizzino una proficua unità d’intenti e di azione contro la
«verga e flagello del divino furore».
39. Le edizioni italiane escono a Milano nel 1599, di nuovo a Ferrara nel 1599, a Napoli nel
1600; quella latina a Roma nel 1600.
40.  G. Sforza, Un libro sfortunato contro i Turchi (Documenti inediti), in Scritti storici in
memoria di Giovanni Monticolo, pp. 205-219.
41. Proprio a Ferrara era uscita l’anno prima un’operetta di Achille Tarducci intitolata Il Turco
vincibile in Ungaria che anticipa molti punti dell’Ottomanno (è ristampata nel 1600 e poi tradotta
anche in latino).
180 Venezia e i Turchi

per il momento di dispetti e piccole punture di spillo ma destinata di lì a qualche


anno ad esplodere nella clamorosa vertenza dell’Interdetto. L’azione del governo
veneziano è tesa in questi anni a respingere con cautela e moderazione ma anche
con decisa fermezza ogni sollecitazione del papa per una lega generale anti-turca la
cui unica conseguenza sarebbe di lanciare i Turchi all’attacco dei possessi veneziani
in Levante senza valide garanzie di un effettivo aiuto spagnolo. Logico quindi che
si guardi con timore e dispetto un libro che con le sue fervide esortazioni alla cro-
ciata rischia di fornire pretesti o almeno armi propagandistiche a chi in Italia spinge
per una ripresa della guerra in Oriente. Così nonostante le proteste di innocenza
del Soranzo, il Consiglio dei Dieci dopo un lungo e contrastato dibattito delibera a
maggioranza di bandirlo dallo stato e di far distruggere le copie del libro ancora in
circolazione e questa grave decisione, dolorosa per il Soranzo che nonostante tutto
si sente veneziano di cuore e di sentimento, assicura la fortuna dell’Ottomanno che
per alcuni anni viene letto e discusso da molti, anche veneziani, come il più aggior-
nato e informato testo di storia ottomana.

3. Paruta e i pubblici storiografi

Interprete intelligente e brillante delle tradizioni della nobiltà veneziana Pao-


lo Paruta ne esprime la coscienza civile e sociale e ne interpreta ad un alto livello
di saldezza di pensiero e di vigore letterario le aspirazioni più profonde e i più
immediati obiettivi politici. Per lui come per tutti i suoi contemporanei i Turchi
sono il nemico per eccellenza della Cristianità e di Venezia, sempre pronti a pre-
darne i preziosi possessi del Levante che solo la prudente condotta del Senato e
l’incerta e saltuaria solidarietà dell’Europa riescono a salvare da un destino che
appare sempre più ineluttabile col passare degli anni.
Uomo politico impegnato ed attivo, fecondo autore di storie e trattati che
riflettono come in uno specchio la società veneziana dell’epoca con le sue cer-
tezze e le sue inquietudini, con i suoi momenti di esaltazione e di fiduciosa
speranza nell’avvenire ma anche con i suoi dubbi drammatici e paralizzanti,
il Paruta si colloca di fronte allo stato ottomano con un ventaglio variegato e
complesso di atteggiamenti che risponde al rapido alternarsi degli eventi politi-
ci e militari ma anche alla difficoltà della storiografia veneziana di definire con
precisione il significato storico e le conseguenze di lunga durata della presenza
turca nel Mediterraneo e nell’Adriatico. L’esordio di Paruta come scrittore av-
viene con l’orazione funebre in onore dei caduti veneziani di Lepanto, occasio-
ne certo poco propizia per un giudizio pacato e penetrante sul potente nemico
da poco sconfitto in una battaglia che a molti veneziani sembra l’inizio di una
rapida e irrimediabile rovina dello stato ottomano. Il riconoscimento della forza
e del valore militare dei Turchi «ferocissimi e bellicosissimi»42 costituisce in

42.  P. Paruta, Orazione funebre in laude de’ morti nella vittoriosa battaglia contra Tur-
chi, seguita alle Curzolari l’anno MDLXXI, alli VII d’ottobre, in Id., Opere politiche, a cura
La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII) 181

questo caso il consueto artificio retorico teso ad esaltare ancor più l’indomito
coraggio dei combattenti veneziani, ma assume un ben diverso rilievo e signi-
ficativo nelle altre sue opere dove costituisce la premessa alla tenace e risentita
difesa della pace del 1573 e della costante politica di neutralità degli ultimi
anni del secolo. «Gente barbara, potente et armata», inquadrati in uno «Stato
tutto ordinato et disposto all’opere et essercitij militari», forti di una «milizia
numerosa, ben ordinata et continua» le cui doti migliori sono la «somma obbe-
dienza» e la «sofferenza d’ogni disagio e fatica militare»,43 fanatizzati dalla loro
religione, i Turchi costituiscono anche dopo Lepanto una potenza formidabile
ed un baluardo pressocché inattaccabile contro cui vanamente si infrangerebbe-
ro le isolate forze veneziane.
L’abbandono dei collegati, la fiducia nel tempo destinato a lavorare contro gli
ottomani ma soprattutto la coscienza di una netta inferiorità militare, sono dunque le
vere ragioni che hanno indotto Venezia ad accordarsi col Turco solo due anni dopo
la splendida vittoria cristiana e di questa decisione, contrastata a Venezia, deprecata
e condannata come un tradimento a Roma e a Madrid, il Paruta stende un’appassio-
nata difesa vibrante di amor patrio.44 Colto e penetrante osservatore della vita poli-
tica del tempo il Paruta mette al servizio della Repubblica Veneta lo stesso freddo
realismo con cui nel secondo dei suoi Discorsi politici giustifica il mancato ricorso
ai Turchi nei giorni amari della rotta di Agnadello45 e nei quattro anni di soggiorno a
Roma alla corte di Clemente VIII dal 1592 al 1595 traduce in efficace azione diplo-
matica le idee e le prospettive politiche che gli hanno ispirato il discorso del 1573.
Nei suoi frequenti colloqui col papa torna spesso sul pericolo turco per metterne in
evidenza l’immediata attualità e prospettare con fermezza e serenità la drammati-
ca situazione di Venezia vittima predestinata del rinnovato slancio espansionistico
ottomano, ma proprio da questa analisi impietosa e aliena da generose e fuorvianti
illusioni il Paruta trae la rinnovata convinzione che alla Repubblica Veneta si apre

di G. Monzani, I, Firenze 1852, p. 26. Per un’analisi critica dell’opera e del pensiero di Paruta
diplomatico e scrittore politico v. il saggio di G. Candeloro, Paolo Paruta, I, La formazione
spirituale e la dottrina sociale, in «Rivista storica italiana», ser. V, I/3 (1936), pp. 70-97; II, La
vita pubblica. La Storia e i Discorsi politici, I/4 (1936), pp. 51-79. Una fine interpretazione della
sua posizione storiografica in Cozzi, Cultura politica e religione, pp. 256-275; un più recente
profilo nell’ambito della società veneziana dell’epoca in W.J. Bouwsma, Venice and the Defense
of Republican Liberty. Renaissance Values in the Age of the Counter Reformation, Berkeley-Los
Angeles 1968.
43. Paruta, Historia Vinetiana, Vinetia 1605, p. 88; Id., Historia della guerra di Cipro, Vi-
netia 1605, pp. 4, 81; Id., Discorsi politici, a cura di G. Candeloro, Bologna 1943, pp. 367, 371,
375, 379. Da questi e altri passi si desume che il Paruta esclude senza dubbio i Turchi da quella
timidezza e viltà che Giovanni Delfino, uno degli interlocutori del trattato Della perfezione della
vita politica, attribuisce genericamente ai popoli orientali, in confronto al coraggio e allo sprezzo
del pericolo propri delle genti del nord (Id., Della perfezione della vita politica, in Id., Opere
politiche, I, p. 80).
44. Paruta, Discorso sopra la pace de’ Veneziani co’ Turchi, in Opere politiche, I. Il discorso
rimase inedito.
45. Cfr. parte I, cap. 2, § 1.
182 Venezia e i Turchi

solo la via di una paziente e vigilante neutralità.46 Nell’ambiente romano, che lo vede
impegnato in una sottile e abile schermaglia quotidiana col papa, il Paruta matura
1e sue idee moderate e serene, sulla forza, il destino, il ruolo dell’impero ottomano
nei rapporti con Venezia. Il buon senso e l’equilibrio nei giudizi, la capacità di af-
ferrare i meccanismi politici che muovono gli stati del ‘500 e soprattutto la lucida
coscienza che solo i rapporti di forza determinano le relazioni tra le nazioni, dettano
al Paruta pagine di singolare efficacia sulla situazione dell’impero turco al cadere
del secolo e sui mezzi più sicuri e gli atteggiamenti più corretti per affrontarlo. In
un discorso scritto probabilmente a Roma egli prende di petto il problema su cui a
lungo l’ha provocato la sollecitudine di Clemente VIII e cioè le prospettive che la
guerra in corso tra Turchi e Persiani sembra aprire al mondo cristiano e naturalmente
a Venezia in particolare.47 Il Paruta si dimostra non solo politico acuto e storico di
raffinata capacità critica, ma anche buon conoscitore della struttura politica e milita-
re dello stato turco, di cui coglie con finezza di analisi punti di forza ed elementi di
debolezza, che cerca di comparare con gli esempi della storia classica per poter for-
mulare qualche ragionevole e realistica previsione almeno per l’immediato futuro.
Il nucleo dell’argomentazione è centrato sulla reale situazione dello stato turco che
riposa tuttora, nonostante le ingannevoli apparenze, «sopra saldissimi fondamenti di
vera forza» indeboliti ma non intaccati in misura decisiva dalla lunga e sanguinosa
campagna contro i Persiani. All’ordinanza dei giannizzeri ancor oggi, egli osserva,
devono cedere i migliori soldati delle altre nazioni, le finanze pubbliche e private del
sultano sono ancora prospere e consentono di pagare il soldo a migliaia di uomini
che vengono estratti senza sosta dalle sterminate province asiatiche, ma soprattutto
elemento di saldezza e coesione è la presenza di una «milizia ordinaria e con perpe-
tuo stipendio obbligata» che consente grandi e prolungate campagne militari senza
grave danno per la compagine dello stato.48 I sintomi di una «notabile corruzione
di costumi» nella milizia e negli ordinamenti civili non sono ancora distintamente
percepibili, anzi è giusto ricordare agli occidentali che
in quelli, in mano de’ quali è posto il goveno, o almeno de’ più d’essi, levata quella
prima barbarie, si trova molta intelligenza del giusto e de’ rispetti di stato, con le
quali cose vanno più che non solevano regolando i loro consigli.49
Questo inaspettato riconoscimento di un valore di civiltà ai dirigenti turchi
non prelude ad una diversa e meno tradizionale valutazione della cultura e della

46. La legazione di Roma di Paolo Paruta, I, pp. 7, 113-114, 214-215, 318-322, II, 102-106,
165-167, 473-479, 35-38, 61-63. Sulla legazione di Roma v. anche la relazione edita in Opere poli-
tiche, II, pp. 451-552 e in Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato nel sec. XVI, Firenze 1857,
ser. II, vol. IV, pp. 355-448. Cfr. anche Candeloro, Paolo Paruta, II, pp. 57-59.
47. Ha per titolo Se la guerra fatta a’ Persiani da Amurat Secondo Imperator de’ Turchi sia
stata di benefizio alle cose della Cristianità. Mai stampato dal Paruta è ora edito integralmente
a cura del Pillinini in Un discorso inedito di Paolo Paruta, in «Archivo veneto», ser. V, LXXIV
(1964), pp. 4-28.
48. Paruta, Un discorso inedito, pp. 16, 22, 23, 10.
49. Ibidem, pp. 24, 28.
La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII) 183

nazione ottomana, ma è solo il presupposto di un tormentato e involuto tentati-


vo di formulare previsioni sul futuro politico e militare della fiorente monarchia
di Selin II.
Riallacciandosi alle considerazioni già formulate nel Discorso sopra la pace
del 1573 il Paruta affida tutte le speranze del mondo cristiano e di Venezia al «be-
nefizio del tempo, per quella mutazione di cose che ordinariamente veder si suole
nelle nostre umane operazioni e principalmente ne’ regni e principati maggiori»50
e si sforza di coagulare in uno schema organico e convincente una serie di idee
sulla fortuna e la provvidenza in parte ereditate dal mondo classico in parte frutto
delle riflessioni della più recente storiografia umanistica. Come Alessandro Ma-
gno si è volto verso l’Asia risparmiando l’Europa così la diversione dei Turchi
contro i Persiani può essere interpretata alla luce di un certo «corso quasi natu-
rale» dei regni che, a somiglianza delle cose umane, giunti al colmo della loro
fortuna conviene inizino un fatale ed ineluttabile declino. È quindi ragionevole
sperare che
come la fortuna, per parlare con i simili de’ poeti, abbia ruotato all’insù fino alla
parte suprema quest’imperio, che fin ora con maravigliosa prosperità è ito sempre
crescendo, è forza che, continuando ella il suo giro, cominci a precipitarlo.51
L’esempio dell’impero romano, il cui declino dimostra che «l’immoderato
accrescimento d’un imperio» ne accelera la rovina anziché apportargli «vera
sicurtà», è applicabile anche al dominio del sultano che però fiorisce da soli
300 anni e non è quindi prossimo alla senescenza «né è a noi permesso il pene-
trare a gl’inflniti abissi della divina provvidenza, onde conoscer si possa quali
termini, e per quali occasioni, siano al regno di quei principi constituiti».52 Il
ricorso così puntuale e martellante a concezioni fatalistiche e cicliche del corso
della storia non travolge però il saldo spirito critico del «politico» Paruta sino a
relegare in secondo piano concrete osservazioni desunte da una fredda e reali-
stica valutazione della «realtà effettuale delle cose». Già a Clemente VIII aveva
scherzosamente ricordato che il buon volere non «regolato dalla ragione» non
è sufficiente alle grandi e buone imprese53 ed ora, forse per richiamare i lettori
dopo tante digressioni nel mondo della fortuna e della provvidenza, alla dura
lezione degli eventi quotidiani, constata il desolante bilancio delle forze cristia-
ne, avvilite dalle sconfitte e dilaniate dai dissensi politici e religiosi e invita a
non sottovalutare l’avversario «quasi che l’opinione nostra di non stimare che
in quella nazione sia vera virtù di guerra faccia minori i nostri mali».54 Il Paruta
non pubblica, forse per riguardi politici, il suo discorso e così ai lettori venezia-
ni rimangono solo le due grandi opere storiche, oltre a isolati accenni nei Di-

50. Ibidem, pp. 9-10.


51. Ibidem, p. 15.
52. Ibidem, p. 16. Cfr. anche Candeloro, Paolo Paruta, II, p. 58.
53. La legazione di Roma, p. 346.
54. Paruta, Un discorso inedito, pp. 12 e 21.
184 Venezia e i Turchi

scorsi politici e nei dialoghi Della perfezione della vita politica, per conoscere
i suoi giudizi di valore sull’impero ottomano.
Nella prima pagina dell’Historia Vinetiana egli ci mostra la Repubblica Ve-
neta, «reputata la più fortunata et la più bella di quante altre habbia mai avuto il
mondo» che si imbatte in un certo momento della sua storia secolare nell’emulo
impero dei Turchi e poiché «già l’inclinazione de’ tempi manifestamente piega-
va a favore della casa Ottomana» da questo momento le vicende dei due stati si
intrecciano in un nodo indissolubile, fatto di lunghe e terribili guerre e di incerti
anche se fecondi periodi di collaborazione.55 Nell’Historia Vinetiana il Paruta
rimane fedele alla tradizionale immagine dei Turchi popolo «barbaro», spesso
macchiato di «scelerità» proprie di genti semicivilizzate, ma non si sottrae, come
tanti suoi contemporanei, al fascino della grande figura di Solimano II, «prencipe
per quanto in huomo barbaro ponno queste qualità haver luogo, di nobile ingeno
et per ordinario amico del giusto et dell’honesto», che in più occasioni dimostra
«amorevolezza» verso Venezia offrendosi perfino di far uscire la sua flotta per
ripulire il mare dai pirati.56
Sofferta passione per le sorti della patria veneziana e rispettosa ammirazione
per la forza ed il valore dei soldati Turchi si compongono in un’unico tessuto
narrativo nell’Historia della guerra di Cipro in cui il Paruta riunisce in una trama
ordinata di uomini e avvenimenti quelle idee e giudizi sui rapporti tra Venezia
e l’impero ottomano che è venuto svolgendo, per lo più episodicamente, negli
scritti precedenti.
L’ottica dell’opera è quasi esclusivamente veneziana e tutto l’interesse del
Paruta è per i sapienti e attivi patrizi impegnati in una disperata lotta per la so-
pravvivenza dello stato. Solo a tratti l’autore si ricorda dell’impero turco al cui
«immoderato appetito d’imperio et di gloria militare» si deve la perdita della
perla più preziosa del dominio veneziano in Levante, quell’isola di Cipro facile
preda degli ottomani perché «quasi membro lontano dal cuore, di debole virtù».57
Ricordare con cristiano e patriottico orgoglio gli eroici caduti e sdegnarsi per i
nefandi massacri dei Turchi che nella loro «ferità» non sanno talvolta risparmia-
re neppure le tombe dei morti, sembra al Paruta onesto dovere di cittadino e di
storico «pubblico», ma in nessun punto delle pagine composte e distese della sua
Historia la contrapposizione politica di due stati diventa misconoscimento del
valore degli avversari e tanto meno rifiuto di riconoscerli come parte integrante
del consorzio umano. A Famagosta assediata tra i difensori incerti se resistere
fino alla morte o accettare le offerte di resa si leva qualcuno a ricordare che molti
esempi passati hanno dimostrato che i Turchi «benché barbari sogliono amare et
honorare la virtù di guerra anco ne’ loro nemici» e il Paruta ricorda ai lettori che
la fiducia nell’umanità del nemico non viene delusa perché quando i veneziani
escono dalla città ormai semidistrutta, sfiniti, macilenti, pallidi e quasi incapaci

55. Paruta, Hisioria Vinetiana, I, pp. 1, 3.


56. Ibidem, I, pp. 265, 572, 413, II, p. 157.
57. P. Paruta, Historia della guerra di Cipro, Vinetia 1615, pp. 4, 10.
La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII) 185

di reggersi in piedi, i soldati ottomani si commuovono e «stringendoli pure la


pietà naturale e la forza della vera virtù, cominciarono a porgere loro diversi rin-
frescamenti e con parole cortesi lodando la loro costanza gli confortavano à do-
ver sperar bene».58 A suggello dell’Historia della guerra di Cipro, che prepara il
più maturo impegno storiografico deIl’Historia Vinetiana, il Paruta ritorna sullo
spunto polemico da cui è nata l’idea dell’opera e ribadisce con una forza ed una
convinzione che scaturiscono dall’ampio quadro degli eventi e dalla logica ferrea
dei rapporti di forza politico-militari, le ragioni profonde della pace del 1573.59 Il
papa si altera, molti biasimano Venezia per l’abbandono della Lega
ma gli huomini di più sano et di più maturo giudicio, li quali con l’esperienza delle
cose passate andavano i futuri successi misurando, affirmavano costantemente me-
ritare questa operatione laude, ò almeno giusta scusa, così consigliando la ragione
di Stato et la prudenza civile per la conservatione del Dominio della Repubblica, il
quale si conosceva senza questo unico rimedio della pace restare soggetto à gravis-
simi incommodi, et pericoli
e la comprensione, improntata a puro realismo politico, di Filippo II taglia corto
ad ogni obiezione dei dubbiosi e degli utopisti.60 Quella «ragion di Stato» che
nel 1509 aveva sconsigliato di ricorrere ai Turchi, suggerisce ora una pace ispi-
rata alla dura realtà dell’inferiorità militare e proprio tra i due poli dell’assoluta
fedeltà al mito della superiorità culturale e civile della Repubblica Veneta e del
ragionato ed ammirato riconoscimento di un’altra realtà politica meno «civile»
ma più forte e altrettanto ricca di energie vitali e di virtù guerriere, il Paruta
costruisce la sua storiografia calata nella vita degli uomini e degli stati che lo
circondano.
Gli altri storici veneziani che scrivono per pubblico decreto rimangono sem-
pre fedeli ad un modello storiografico teso a privilegiare il ruolo di una classe
dirigente che oltre a fare la storia si riserva in esclusiva, come ha osservato il
Candeloro, «il diritto di scriverla».61 La finalità «politica» delle Historie colloca
al centro della trama narrativa l’esaltazione di Venezia, della paterna saggezza e
lungimiranza dei suoi patrizi, della sua secolare missione di civiltà e di baluar-
do a Oriente dell’Europa cristiana ed esclude o emargina fatti e apprezzamenti
sugli altri popoli che pure vivono a stretto contatto politico ed economico con la

58. Paruta, Historia della guerra di Cipro, pp. 193,195.


59. Secondo il Candeloro anzi l’Historia della guerra di Cipro non sarebbe altro che l’ampli-
ficazione di un discorso apologetico, quello Sulla pace de’ Veneziani co’ Turchi del 1573 (Candelo-
ro, Paolo Paruta, II, p. 69).
60. Paruta, Historia della guerra di Cipro, p. 314. In questi stessi anni Francesco Longo ac-
centua la carica polemica del Paruta accusando gli Spagnoli di aver boicottato per invidia la vittoria
veneziana e il Papa di non aver fatto «dimostrazione alcuna di quello zelo e di quella carità, che era
ragionevole in tanta occasione» (F. Longo, Successo della guerra fatta con Selim sultano Imperator
de’ Turchi e giustificazione della pace con lui conclusa, Venezia 1846, p. 15).
61.  Candeloro, Paolo Paruta, II, p. 70. Per la «storiografia pubblica» veneziana fonda-
mentale il citato saggio del Cozzi, Cultura politica e religione nella «pubblica» storiografia
veneziana del ’500.
186 Venezia e i Turchi

Serenissima. Vanamente dunque si cercano in queste storie informazioni precise


e sicure sull’impero ottomano che compare ogni tanto, minaccioso e terribile, a
turbare l’ordinato sviluppo della comunità veneta, ma senza una precisa connota-
zione etnica e statuale, senza il contorno di adeguate notizie sulle interne strutture
economiche, religiose e militari. L’intransigente e quasi istintivo patriottismo che
ispira la penna dei pubblici storiografi non concede attenzione e spazio ad una na-
zione ostile e infida, troppo rozza e barbara per meritare l’onore di una trattazione
in scritti destinati a fissare per i posteri l’interpretazione ufficiale delle vicende
secolari della Repubblica.
Nel Bembo, fatta eccezione per pochi accenni ai timori dei Turchi e alle
scorrerie in Friuli, le notizie sui rapporti con l’impero ottomano sono quasi
insignificanti,62 in Daniele Barbaro solo l’acredine per Giulio II giustifica alcuni
accenni ai Turchi accomunati al terribile pontefice nel ruolo di «nemici della
tranquillità veneziana»,63 in Alvise Contarini è la preoccupazione di allontanare
da Venezia l’accusa infamante di aver chiesto aiuto agli infedeli dopo Agnadello
a ispirare una pagina sull’impero ottomano,64 mentre Agostino Valier liquida in
poche parole cariche di paura e di ammirazione per quella «formidabile gens»
la potente monarchia asiatica.65 In Andrea Morosini, successore del Paruta nella
carica di pubblico storiografo, brevi informazioni sulle strutture fondamentali
dell’impero ottomano imposte dalla necessità di spiegare la loro espansione rapi-
da e potente, sono precedute da alcuni cenni sulle origini del popolo turco volti
a screditare l’immagine di uno stato nato solo per il «tetro e insano desiderio di
preda e rapine» di Ottomanno66 mentre Battista Nani è convinto che quella nazio-
ne «destinata alla servitù per natura ma resa fiera dall’uso, barbara e rozza, senza
lettere e senza costumi» sia destinata «all’esterminio del genere humano, se pe la
libidine non si rendesse altrettanto feconda» e con questi lapidari giudizi si esime
da ulteriori apprezzamenti rimettendosi fiducioso al giudizio di Dio che saprà
castigare i popoli secondo i loro peccati.67
Anche quando i particolari sulle vicende interne dell’impero turco sono più
numerosi e meno vaghi ed imprecisi, come nel caso dell’Historia veneta di Mi-
chele Foscarini, essi sono pur sempre concepiti in funzione di una migliore com-
prensione della politica di Venezia e dei fatti militari verificatisi durante le guerre
veneto-turche.68

62. P. Bembo, Istoria viniziana, Venezia 1548. L’edizione latina ha per titolo Historiae vene-
tae libri XII, Venetiis 1551 ed è compresa nel t. II della raccolta Degl’Historici delle cose veneziane
i quali hanno scritto per pubblico decreto (1718).
63. Per la sua Storia veneta cfr. Cozzi, Cultura politica e religione, pp. 237-238.
64. Per la sua Delineatio historiae.
65. Per la sua storia cfr. Cozzi, Cultura politica e religione, pp. 247-255.
66. A. Morosini, Historiae Venetae, in Degli’Historici, V, pp. 422-427. Il Morosini dedica tre
libri alla narrazione della guerra veneto-turca del 1510-73, sfruttando come fonte l’Istoria della
guerra de’ Turchi contra Signori Veneziani di Fedeli.
67. B. Nani, Dell’historia veneta, in Degl’Historici, X, p. 24.
68. M. Foscarini, Dell’historia veneta, in Degl’Historici, X, pp. 234-236, 281-286.
La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII) 187

D’altra parte non si può chiedere di più ad una storiografia che solo in pre-
senza di uomini dalla personalità spiccata e prepotente come il Paruta o il Con-
tarini sa allargarsi ad un’attenzione un po’ meno esclusiva e strumentale per uno
stato che impersona il nemico più minaccioso della Repubblica.

4. Sarpi e i «giovani» di fronte all’impero ottomano

Quando nel 1605 si apre l’aspra controversia culminata nell’Interdetto i rap-


porti di Venezia con i Turchi, regolati dalla pace del marzo 1573, poggiano su
basi quanto mai fragili ma che tuttavia consentono, attraverso vari rinnovi di
privilegi e capitolazioni, un periodo di relativa tranquillità fino all’improvviso
attacco a Candia del 1645.
La foga polemica e l’appassionata partecipazione con cui il Sarpi interviene
nella contesa con Paolo V e la curia romana lasciano sullo sfondo e quasi ai mar-
gini dei suoi interessi di politico e di scrittore il problema dello scontro di civiltà
e di religione tra Venezia e l’impero ottomano; questo rientra nella sfera delle sue
considerazioni politiche solo come uno dei protagonisti, e per il momento non il
decisivo, della complessa lotta contro i due capitali nemici di Venezia, i gesuiti
e la Spagna. A parte un rapido confronto tra Lutero e Maometto nella Istoria del
Concilio Tridentino,69 le sue pagine nervose e vibranti di amor patrio veneziano
chiamano in causa i Turchi solo in funzione strumentale per agitarne il pericolo,
reale o immaginario, contro coloro che osano attentare alla sovranità e all’inte-
grità territoriale della Repubblica. Il suo odio per gli spagnoli e il loro sfrenato
imperialismo gli fa apparire i Turchi, per contrapposto polemico, quasi dei santi
e in una lettera a Jérôme Groslot de l’Isle del 28 aprile 1609 fa sua l’invocazione
di monsignor di Bourg, «Sancte Turca, libera nos».70 È vero, egli osserva, che
essi riusciranno a restaurare la disciplina tra le loro truppe nel giro di tre-quattro
anni e saranno quindi in grado di procurare «danno infinito» ai cristiani tutti, e in
primo luogo ai Veneziani,71 ma il suo realismo politico, tutto teso all’analisi e alla
soluzione delle contingenti difficoltà di Venezia, gli fa individuare solo negli spa-

69.  P. Sarpi, Istoria del Concilio Tridentino, in Storici, politici e moralisti del Seicento, I,
Milano-Napoli 1969, p. 780. Sul pensiero politico e religioso del Sarpi sempre fondamentale F.
Chabod, La politica di Paolo Sarpi, Venezia-Roma 1962, ora anche in Id., Scritti sul Rinascimento,
Torino 1967, pp. 459-588.
70. P. Sarpi, Lettere ai protestanti, a cura di D. Busnelli, I, Bari 1931, p. 78. Anche il Tassoni
era convinto che «se il Turco passasse (che Dio non voglia) in Italia armato, invece di unirci tutti
contro di lui, ci troverebbe in gran parte seguaci suoi» (V. Di Tocco, Ideali di indipendenza in Italia
durante la preponderanza spagnola, Messina 1926, p. 95, nota 3).
71. Sarpi, Lettere ai protestanti, II, lett. a Francesco Castrino (23 giugno 1609), p. 42. In una
lettera a Jean Hotman de Villiers dell’8 febbraio 1613 il Sarpi mostra di condividere le preoccupa-
zioni di tanti suoi contemporanei per la minacciosa potenza ottomana che sta per scatenarsi contro
la Transilvania, ma evita ancora una volta di approfondire l’argomento, limitandosi ad osservare
che «quando non sia in favor de Christiani la mano divina, si può dubitar di maggior inconvenienti»
(Lettere ai gallicani, p. 210). Anche in un’altra occasione esprime ammirazione per la «finezza»
188 Venezia e i Turchi

gnoli l’immediato concreto pericolo per la sua patria. La spregiudicata politica


spagnola non si fa scrupolo di operare nell’estate del 1612 continue provocazioni
navali nel basso Adriatico col trasparente proposito di turbare le buone relazioni
veneto-turche, ma il Sarpi tranquillizza il suo corrispondente Jacques Leschassier
ricordandogli l’inconsistenza della flotta ottomana e vantando con compiaciuta
ostentazione la conoscenza da parte dei Turchi dei disegni spagnoli.72 E se poi,
più forti anche sul mare, i Turchi mostreranno, come nel 1617, di voler reagire
con la forza alla presenza di navi spagnole nell’Adriatico, tanto meglio, soggiun-
ge il Sarpi, visto che essi «sono meno cattivi che spagnoli».73
Il 1 settembre 1609 gli giunge notizia che il figlio diciottenne del marchese
di Villiena, viceré spagnolo della Sicilia, catturato dagli algerini, appena giunto a
Costantinopoli ha abbracciato l’islamismo. Il fatto, di per sé non eccezionale in
un’epoca in cui la guerra di corsa imperversa nel Mediterraneo e le conversioni
più o meno forzate dei prigionieri sono all’ordine del giorno, gli offre lo spunto
per un commento sarcastico («con facilità, o difficoltà, non lo può sapere chi non
sappia quanta distanza sia da spagnol a turco») da cui traspare tutto il suo livore
per quel mondo spagnolo apparentemente tanto legato alla religione cattolica ma
in realtà succube delle ipocrite regole di vita dei gesuiti.74
Due anni dopo la conclusione della vertenza dell’Interdetto, quando il suo
animo è ancora bruciante di rancore per le trame dei gesuiti, la notizia dei loro
reiterati tentativi di stabilirsi a Costantinopoli con l’appoggio dell’ambasciatore
francese, gli ispira alcune acri considerazioni, permeate di pesante e risentita iro-
nia, sulla ipocrisia dei membri della detestata compagnia che certamente trove-
ranno sofismi e cavilli per approvare la poligamia musulmana e la depravazione
dei costumi «perché», conclude convinto, «far lo possono far, secondo la loro
dottrina, se può servire alla santa chiesa romana».75 L’accenno alla corruzione dei
costumi turchi contenuto in una lettera al Castrino rimane generico ed isolato ed
il Sarpi invece, compiacendosi della riluttanza del sultano a concedere ai gesuiti
il permesso di soggiorno, esce in una espressione che ha tutta l’aria di un segreto
augurio: «non la finirà sin che alcuno d’essi non sia impalato».76
Astuti seguaci dell’«arte spagnola di rendersi potenti col dividere le monar-
chie et stati» i maliziosi seguaci di Ignazio di Loyola seminano dissensi e divisio-
ni nella religione e anche a Costantinopoli il loro indefesso attivismo non è certo
a vantaggio dei cristiani ma rivolto invece con proterva malvagità «contra quelli

di giudizio dei Turchi e accetta con rassegnato fatalismo «che la pace et la guerra sono in mano de
turchi che posson fare quello che vogliono» (Lettere ai gallicani, 12 settembre 1612, p. 207).
72. Sarpi, Lettere ai gallicani, lett. del 14 agosto 1612, p. 116.
73. Sarpi, Lettere ai protestanti, I, lett. CXII a Groslot de l’Isle, 28 marzo 1617, p. 280.
74. Sarpi, Lettere ai protestanti, II, lett. XX a Francesco Castrino (1 settembre 1609). Della
liberazione del Villiena, prima che maturasse la decisione di abiurare, si era interessato il bailo an-
cora nell’agosto del 1609 (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 10, c. 168v).
75. Sarpi, Lettere ai protestanti, II, lett. a Francesco Castrino, 13 ottobre 1609, p. 57.
76. Ibidem, lett. a Francesco Castrino, 25 novembre 1609 e 16 febbraio 1610, pp. 61 e 78.
La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII) 189

che essi sogliono dir esser peggior de Turchi» e cioè i Veneziani.77 Per insinuarsi
nelle grazie dei potenti ministri ottomani vanno profondendo decine di migliaia
di ducati78 e la loro duttilità diplomatica sorretta da una così larga disponibilità
di mezzi finanziari porge al Sarpi l’occasione per una maligna «narratiuncula» al
Leschassier in cui accenna con malcelata compiacenza alle reazioni del clero e
del popolo greco ai loro tentativi di attirare a sé il patriarca.79
Questo tipo di approccio al mondo turco costretto nei limiti di una esclusiva
passione per la patria veneziana è anche il filo conduttore dei suoi scritti sugli
Uscocchi, i pirati dell’Adriatico cui va il suo odio aspro e violento per i rischi di
rappresaglie cui espongono Venezia. Questi pirati, osserva con disprezzo, «non
sono buoni di fare impresa senza superchiaria, né per altro fine che per latroci-
nare», sono mobili d’animo e costanti solo «in non volere guadagnare il vivere
con la fatica, ma col sangue»,80 ed è vergognoso che i loro protettori austriaci
osino chiamarli «un propugnacolo della Cristianità» contro i Turchi. In polemica
con coloro che ne ricordano le presunte benemerenze nella lotta contro i seco-
lari nemici della fede, replica con una punta di maliziosa cattiveria che proprio
Giulio II, il papa che ha fatto correre a Venezia il mortale rischio di Agnadello,
«ebbe una squadra de Turchi in Bologna attorno per principal sicurezza della sua
persona».81
Quando sulle lagune si diffonde la notizia della presunta congiura tramata
dall’ambasciatore spagnolo Bedmar ai cospiratori è attribuito il disegno di ordire
«intelligenza e dissegno contra luochi de Turchi in Albania e Morea» e fonti filo-
spagnole aggiungono che il governo ha eliminato i congiurati perché vuole evita-
re la guerra coi Turchi e anzi medita di congiungere la sua flotta a quella ottomana
in funzione anti-spagnola.82 Il Sarpi coglie a volo queste dicerie per sferrare un
attacco alla Spagna e nello stesso tempo impostare un’abile difesa della prudente
azione veneziana verso l’impero ottomano della cui politica traspare tra le righe
un cauto apprezzamento. In primo luogo, egli osserva, la flotta spagnola è infe-
riore a quella veneziana e quindi non si ravvisa per Venezia alcune necessità di

77. Sarpi, Lettere ai gallicani, 16 novembre 1612, p. 209.


78. Ibidem, lett. a Jean Hotman de Villiers, 22 giugno 1612, pp. 204-205. In un’altra lettera del
27 marzo 1612 sostiene addirittura che i gesuiti a Costantinopoli spingono i Turchi contro Venezia
(p. 109).
79. Sarpi, Lettere ai gallicani, lett. a Jean Leschassier, 15 gennaio 1613, p. 119.
80.  Sarpi, Aggionta all’Historia degli Uscocchi di Minuccio Minucci arcivescovo di Zara
continuata sin all’anno 1613, in La Repubblica di Venezia, la casa d’Austria e gli Uscocchi, a cura
di G. e L. Gozzi, Bari 1965, pp. 53-54. Su quest’opera del Sarpi v. G. Cozzi, Un’opera storica
sconosciuta di Paolo Sarpi, in «Critica storica», III (1964), pp. 1-26.
81. Sarpi, Trattato di pace et accomodamento delli moti di guerra eccitati per causa d’Uscoc-
chi tra il re Ferdinando d’Austria e la Repubblica di Venezia per fine dell’Historia principiata da
Minuccio Minucci arcivescovo di Zara, in La repubblica di Venezia, p. 216.
82. Sarpi, Trattato di pace et accomodamento, p. 300. Sulla congiura di Bedmar oltre a Cessi,
Storia della Repubblica di Venezia, II, pp. 153-154, cfr. G. Spini, La congiura degli Spagnoli contro
Venezia del 1618, in «Archivio storico italiano», CVII (1949), pp. 17-53 e F. Seneca, La politica
veneziana dopo l’Interdetto, Padova 1957.
190 Venezia e i Turchi

alleanza coi Turchi, e poi anche in passato i Turchi hanno offerto aiuti a Venezia
«in tutte le occorrenze de sinistri avvenuti in guerra» ma «Dio li ha sempre con-
cesso grazia di poter conservarsi senza quelli».
Sarpi ha parole di scherno per tutti quegli intriganti che ogni tanto architet-
tano spedizioni anti-turche e sollevazioni nei Balcani «con concetti e dissegni
chimerici» di cui i Turchi non fanno alcuna stima e che hanno come unica conse-
guenza sicura il massacro dei ribelli cristiani. Tutto preso dalla sua vis polemica
anti-spagnola e anti-curiale il servita veneziano sembra non trovare tempo per
affondare il suo lucido sguardo di storico e politico su quell’immensa realtà poli-
tica, economica e anche religiosa che è l’impero ottomano agli inizi del Seicento.
I Turchi sono un pericolo in sé forse non più grave della Spagna e della Curia e
in fondo si mostrano più chiari e leali degli spagnoli e papisti; essi sono i nemici
tradizionali, a tutti noti, che non fanno mistero delle loro intenzioni espansioni-
stiche, mentre gli altri agiscono copertamente con l’intrigo, la corruzione e ogni
sorta di trame e congiure.
La profonda e duratura influenza esercitata dal pensiero e dall’opera del Sar-
pi sulla politica giurisdizionalistica veneziana ha un singolare risvolto nell’atteg-
giamento assunto dalla Repubblica di fronte alla presenza dei Gesuiti nell’impero
ottomano. Sembrerebbe quasi che sia stato il Sarpi stesso a vergare di suo pugno
le istruzioni al bailo del 13 gennaio 1624, ispirate ad un odio radicato e aggressi-
vo e alla ostinata volontà di procurare comunque, a prezzo anche di trattative col
Muftì, «huomo sensato et ben intentionato alle cose nostre», un obiettivo politi-
co fermamente desiderato.83 In questa materia di «somma importanza» il Senato
indica al rappresentante veneziano il traguardo finale della sua azione nella loro
definitiva espulsione «come dipendenti de’ nemici della Porta» e suggerisce di
sensibilizzare opportunamente i ministri turchi, indifferenti alle diatribe interne
della Cristianità ma attenti ai pericoli politici della permanenza in Turchia della
Compagnia di Gesù. «Con cauta et circospetta maniera» il bailo svelerà ai Turchi
le insidie dei Gesuiti,
le loro pratiche et adherenze con Spagnoli et che mentre starano nell’Imperio Otho-
mano saranno potissima causa di dannosissimi travagli, che sono esploratori di tutte
le cose che passano a quella Porta, le portano alla notitia de Spagnoli, ne si muovono
ad alcuna prattica, se non per li consigli dei ministri di Spagna, sempre con fini per-
niciosissimi et con l’introdurre cose nuove, cercano confondere tutte le vecchie.84
Più volte negli anni seguenti il Senato richiama il bailo al suo dovere di vigilare
sulle mosse dei Gesuiti ed in particolare sui loro dissennati propositi di sollevare le
popolazioni balcaniche e sui tentativi di aprire chiese in Levante, senza trascurare mai

83. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 14, c. 255r. Sui rapporti tra la Porta e i
Gesuiti cfr. Vaughan, Europe and the Turk, pp. 187-191.
84. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 14, c. 254v. Il 4 maggio 1624 il Senato
accusa alcuni gesuiti di Vienna di aver banchettato pubblicamente con un chiaus e brindato alla
salute del sultano e alla grandezza della casa ottomana (ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli,
reg. 15, cc. 42v-44).
La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII) 191

la meta finale della loro totale espulsione dall’impero, ma quando finalmente nel 1632
l’evento tanto bramato dal Sarpi e dalla classe dirigente veneziana diventa realtà, la
Repubblica, secondo le buone regole della «ragion di Stato», smentisce categorica-
mente all’ambasciatore francese di aver mai operato per ottenere il provvedimento.85
Un impegno maggiore di quello del Sarpi nell’approfondire la realtà dello sta-
to turco cogliamo invece in Niccolò Contarini e Leonardo Donà, due esponenti di
primo piano di quel gruppo di «giovani» protagonista tra la fine del Cinquecento e
gli inizi del Seicento di un vigoroso tentativo di reagire al declino politico e istitu-
zionale della Repubblica Veneta. Le ricerche del Cozzi86 e del Seneca87 hanno già
tratteggiato gli itinerari biografici dei due patrizi nel contesto dell’infuocata vicenda
dell’Interdetto. Ci interessa ora riprendere in esame il loro atteggiamento, per al-
cuni aspetti singolare, di fronte allo stato e alla civiltà turchi. Il Cozzi ha dedicato
pagine efficaci a delineare il positivo apprezzamento delle Historie Venetiane per
l’impero ottomano che pare al Contarini «un prototipo di perfetta organizzazione
statale» nella misura in cui la sua religione ha «accettato e composto in sé vari ele-
menti di altre religioni, dalle politeistiche alle monoteistiche, in modo da appagare
le esigenze di molti popoli e da non offendere le credenze e le sensibilità». Conta-
rini apprezza la semplificazione dell’«apparato dogmatico della religione» e l’in-
troduzione di prescrizioni igieniche, centrando la sua ammirazione sulla «perfetta
complementarità dello Stato e della Chiesa», anzi, precisa ancora il Cozzi, sulla
«organizzazione» e «destinazione di questa ai fini di quello, assunto a valore etico
e spirituale».88 Se teniamo presente il suo favore, strettamente limitato alla sfera
politica, anche per il mondo protestante, non ci sfugge il significato polemico di
netta derivazione sarpiana di questa positiva valutazione dello stato ottomano che
va vista in funzione della riconfermata ostilità alla Curia e ai gesuiti.89
Del resto quando passa a tratteggiare altri aspetti della civiltà ottomana il
Contarini ricade in schemi di giudizio negativi e segue linee interpretative già
ampiamente battute dalla pubblicistica occidentale. Sottolinea la «barbarie» dei
Turchi, ne apprezza alcuni costumi positivi come la continenza, l’astensione dal
gioco e dalla bestemmia, ma non evita le consuete tirate sulla decadenza militare
e amministrativa del loro stato, l’ozio dilagante, la modesta educazione dei gio-
vani del Serraglio, usi al maneggio delle armi ma poco propensi agli «studij di
dottrine» e ribadisce la diffusa convinzione che per la mancanza della stampa sia
rifiutato «l’immorar nell’otio delle lettere».90

85. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 15, cc. 23-24, 43v-44, reg. 16, cc. 59-60,
65, 182-183, reg. 17, cc. 96v-97, 128, reg. 18, cc. 20, 65r, reg. 21, c. 57v.
86. G. Cozzi, Il doge Nicolò Contarini. Ricerche sul patriziato veneziano agli inizi del Sei-
cento, Venezia-Roma 1958.
87. Seneca, Il doge Leonardo Donà.
88. Cozzi, Il doge Nicolò Contarini, pp. 216-217.
89. Ibidem, pp. 211-21, 218-224.
90. ASV, Miscellanea Codici 1°, Storia veneta, reg. 79: Historie venetiane, lib. II, cc. 112v-
113r. La parte dedicata all’impero ottomano è nei cc. 99v-119v. Per un giudizio complessivo sulle
Historie venetiane cfr. Cozzi, Il doge Nicolò Contarini, cap. V, pp. 197-227.
192 Venezia e i Turchi

Più ricco di dettagli e di riferimenti alle istituzioni civile e religiose ottomane


è Leonardo Donà che si reca personalmente in Turchia nel 1585 come ambascia-
tore straordinario per la conferma della pace col nuovo sultano Maometto III.91
Si prepara scrupolosamente alla sua missione che lo vede attento e curioso os-
servatore della società turca e ammiratore sincero ma disincantato delle bellezze
artistiche della città di Costantinopoli.92 L’occasione per un giudizio complessivo
sulla civiltà turca gli è offerto, come di consueto, dalla relazione letta in Senato
il 12 marzo 1586, ricca di spunti vivaci e originali che tradiscono una personalità
di singolare intelligenza e capacità critica.93 Oltre alle osservazioni sull’assenza
di nobiltà in Turchia spiccano le pagine dedicate alla religione di cui sottolinea,
come il Contarini, il carattere sincretico e la tolleranza ispirata da evidenti consi-
derazioni politiche. Lo sorprende l’assoluta libertà di coscienza che regna in Tur-
chia dove, purché uno «porti il turbante in capo» esprimendo così una professione
puramente esteriore di fede musulmana, può «tenere interiormente quella legge
che vuole, senza obbligo di dare di sé conto alcuno, benché seguisse qualsivo-
glia pazza libertà di costumi».94 È inesatto naturalmente che in Turchia ci fosse
davvero sì ampia libertà religiosa, ma importa qui osservare che il Donà, come il
Contarini, concentra la sua attenzione su quegli aspetti del mondo ottomano più
direttamente collegati alla sua formazione spirituale e religiosa e alla sua ancor
breve ma già intensa esperienza politica nella società veneziana. In quel ristretto
ma eletto cenacolo di religiosi, filosofi, uomini politici che è alla fine del Cin-
quecento il «ridotto Morosini» matura il suo pensiero e plasma la sua personalità
anche Ottaviano Bon, un altro dei «giovani» destinato ad una brillante carriera
politica che lo porta il 19 aprile 1604 alla carica di bailo. Rigorosamente orto-
dosso sul piano religioso ma critico fermo e coerente della decadenza morale del-
la Chiesa e delle ingerenze ecclesiastiche nella vita politica, assume all’interno
dell’ala rinnovatrice della nobiltà un atteggiamento di moderazione ed equilibrio
che gli è utile anche in Turchia dove riesce a confermare la pace e a calmare le
vivaci proteste ottomane per le continue provocazioni degli Uscocchi.95 Dei suoi
amici e colleghi condivide l’acuto interesse per lo stato turco nei cui confronti
si colloca in una posizione di totale allineamento ai più consolidati pregiudizi
con l’esclusione di qualsiasi apertura di simpatia e di comprensione. Desidero-
so di portare a Venezia notizie esatte e non deformate dal mito e dalla fantasia
sulla vita della corte ottomana sfrutta l’occasione di un’assenza del sultano per

91. Per la sua ambasceria cfr. Seneca, Il doge Leonardo Donà, pp. 221-229.
92. Ibidem, pp. 222-223, nota 2, pp. 224-226. I suoi appunti di viaggio sono contenuti in Li-
breto di alcune memorie tenute nell’Ambasceria mia di Costantinopoli giornalmente 1° e Libreto
di alcune memorie tenute nell’ambasceria di Costantinopoli giornalmente 2°, BMC, Fondo Donà
Dalle Rose, n. 23, cc. 108-157, 136-169.
93. Ora integralmente pubblicata in Seneca, Il doge Leonardo Donà, pp. 263-321.
94. Seneca, Il doge Leonardo Donà, p. 313.
95. M. Pasdera, Bon Ottaviano, in Dizionario biografico degli italiani, 11, Roma 1969, pp.
421-424.
La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII) 193

introdursi nell’impenetrabile Serraglio di cui ci lascia una relazione dettagliata e


ricca di preziose informazioni.96 L’attenzione è naturalmente rivolta in gran parte
agli aspetti folkloristici della vita del Serraglio e agli usi e costumi delle donne
e degli eunuchi, all’esistenza quotidiana del sultano e della sua famiglia, con un
gusto tutto particolare per i dettagli di colore esotico che tanto attirano l’opinione
pubblica del tempo. Passando a formulare un giudizio sui Turchi il Bon si limita
a poche notazioni negative: essi sono per natura avari e senza timor di Dio, intenti
per lo più alla rapina, seguono principi fatalistici e pur annoverando tra di loro
individui molto pii e religiosi, sono in realtà ipocriti, falsi, del tutto privi di ogni
barlume di cultura.97 Chiamato a presentare al Senato la consueta relazione rior-
dina le sue osservazioni sul Serraglio e le fa seguire da una breve sintesi di Mas-
sime essenziali dell’impero ottomano in cui al di là delle consuete informazioni
sulla struttura dello stato e le sue forze militari, riprende il tentativo di formulare
un giudizio globale sulla civiltà turca alla luce delle sue più intime convinzioni
religiose e politiche. Accostandosi, sia pure con maggior cautela e prudenza del
Contarini, al tema dei rapporti tra Stato e Chiesa che tanto sta a cuore al gruppo
dei «giovani», egli ammette che in Turchia la religione è stimata «per guida ma-
estra ed infallibile del buon governo della vita e di tutte le operazioni umane» ma
sottolinea la sua subordinazione al governo «perché nell’occorrenze importanti
l’assoluto dominio dell’Imperatore è moderatore del tutto».98 Manca naturalmen-
te nel Bon, come del resto in Contarini ed in Donà, qualsiasi riferimento diretto
alle vicende dell’Interdetto e alla delicata questione dei rapporti Chiesa-Stato;
uomini sinceramente cattolici come gli ardenti frequentatori del «ridotto» non
osano istituire apertamente un paragone tra la religione cattolica e l’«empia» setta
di Maometto sia pure limitatamente al problema delle relazioni tra la sfera del
spirituale e quella del temporale, ma è comunque significativo che in tutti e tre
questi patrizi la riflessione teorica sull’impero ottomano abbia stimolato una ana-
lisi critica dei rapporti tra fede religiosa, struttura ecclesiastica e potere politico,
un problema che la coscienza di tanti veneziani è destinata a trascinare tormenta-
to e irrisolto sino al cadere della Repubblica.

5. Altri scrittori di cose «turchesche» nel Cinquecento e Seicento

Una gran folla di pubblicazioni accompagna per tutto il Cinquecento e il Sei-


cento le più importanti serie di fonti e di testi di argomento turco contribuendo in
vario modo, indipendentemente dal suo valore, a diffondere notizie, osservazioni,
magari anche pregiudizi sullo stato ottomano e a soddisfare così le richieste di
un’opinione pubblica ogni giorno più avida di informazioni. Il già citato opu-

96. Fu stampata a fine secolo: O. Bon, Relazione del Serraglio dell’imperatore de’ Turchi,
Venezia 1684. È ripubblicata in Le relazioni degli Stati Europei, parte I, pp. 59-115.
97. Le relazioni degli Stati Europei, pp. 104, 105, 111, 113, 114.
98. Ibidem, p. 118.
194 Venezia e i Turchi

scolo de rebus turcicis di Gerolamo Balbi99 dedicato a Clemente VII merita un


cenno di ricordo più che altro come esempio tipico della vastissima letteratura di
esortazione alla crociata di cui ripete i consueti motivi, il pericolo del «tiranno»
turco, una sequela di insulti contro i Turchi, l’esortazione ai principi cristiani
perché ritrovino unità di intenti e di azione in vista di una generale mobilitazione
dell’Occidente. L’autore aspira anche a dare una sintesi storica, e accumula dati
sull’origine, costumi e vicende dell’impero ottomano, che però si risolvono in un
confuso zibaldone di notizie sui popoli dell’Asia, di excursus storici, esortazioni
e riflessioni talmente prolisse da far talvolta dimenticare il tema dello scritto.
Originali nell’informazione e vivaci nell’esposizione sono invece i Libri tre
delle cose de’ Turchi di Benedetto Ramberti, una delle più sicure e aggiornate
fonti di notizie sull’impero ottomano nella prima metà del secolo XVI. Sensibile
al richiamo delle civiltà orientali il Ramberti coglie con prontezza l’occasione
di conoscere direttamente l’impero ottomano e il 4 gennaio 1533 si imbarca
per Costantinopoli in compagnia del segretario Daniello de’ Ludovisi, facente
funzioni di bailo. Amante delle buone lettere, in stretti rapporti di amicizia e di
cultura con Pietro Aretino, Aldo Manuzio e Gaspare Contarini, ricopre anche la
carica di custode della biblioteca di S. Marco, alternando le missioni diplomati-
che in Germania, Spagna, Turchia con un’appassionata attività di collezionista
di iscrizioni antiche.100 Il suo trattatello, edito per la prima volta nel 1539 e poi
compreso anche nella raccolta di Viaggi del Manuzio,101 si presenta come un’or-
ganica esposizione della struttura politica e amministrativa dell’impero ottoma-
no e ricalca per alcuni aspetti la struttura delle reazioni dei baili tra le quali egli
poté certamente vedere quella preparata dal Ludovisi e presentata in Senato il 3
giugno 1534.102 Non c’è originalità nei giudizi, ovviamente negativi, che il Ram-
berti dà della religione, dei costumi e delle istituzioni dei Turchi: vanità, ozio,
avarizia e libidine gli sembrano i principali difetti di un popolo in cui manca ogni
«studio di lettere» e scarseggia il commercio. Il pregio dell’operetta è nella pre-
cisione delle notizie sul serraglio, i giannizzeri, i timari, la religione musulmana,
tutti istituti sui quali ha raccolto personalmente dati accurati e sicuri che si sforza
di elaborare e fondere in una sintesi armonica e convincente, anche con l’aiuto
di trattati e libri già noti a Venezia, come i testi del Sagundino, del Sabellico,
dell’Egnazio e del Cuspiniano.
Probabilmente a cura di Alvise Gritti viene stampato nel 1537 un libretto
dal titolo Opera nova che contiene una descrizione dell’impero ottomano breve

99. Per altre composizioni del Balbi a tema turco cfr. Göllner, Turcica, I, nn. 176-178, 234-
235, 360, pp. 106-107, 131. Notizie biografiche in G. Degli Agostini, Notizie istorico-critiche intor-
no alla vita, e le opere degli scrittori veneziani, I, Venezia 1752, pp. 240-280.
100. Per la sua biografia v. Göllner, Turcica, I, n. 647, pp. 309-310, Degli Agostini, Notizie
istorico-critiche, II, pp. 556-573 e A. Ceruti, Lettere inedite di Paolo Manuzio, in «Archivio vene-
to», XII (1882), t. XXIII, parte I, pp. 339-343, in part. p. 339, nota 1.
101. Viaggi fatti da Vinetia, alla Tana, in Persia, pp. 109v-143r. Una seconda edizione auto-
noma nel 1541.
102. Le relazioni degli Ambasciatori Veneti, ser. III, vol. I, pp. 3-32.
La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII) 195

e scarna ma ricca di dati, cifre, nomi di cariche civili e militari citati con estrema
esattezza. In calce all’ultima pagina se ne indica come autore un greco rinnegato
di nome Ianus bei primo dragomanno della Porta, ma si può anche avanzare l’ipo-
tesi che si tratti di un tentativo del Gritti di far conoscere al pubblico veneziano la
struttura e l’organizzazione dell’impero di Solimano.103
Brillante nello stile e di suggestivo interesse è il libro di Luigi Bassano su I
costumi et i modi particolari della vita de’ Turchi, stampato a Roma nel 1545 e
giustamente definito dal Babinger «una delle fonti più pregevoli» per la ricostru-
zione delle condizioni dell’impero ottomano nell’età di Solimano il Magnifico.104
Grazie ad una buona conoscenza degli usi e costumi del popolo turco, probabil-
mente acquisita durante un lungo soggiorno a Costantinopoli o in un’altra città
forse come prigioniero di guerra,105 il Bassano mette insieme un vasto repertorio
di notizie che compongono un quadro vivo e completo della civiltà ottomana ma
purtroppo questo libro, edito in pochi esemplari e quasi mai utilizzato dagli scrit-
tori posteriori, è assai poco significativo per la conoscenza del mondo ottomano
nella cultura veneta che lo ignora quasi completamente.106
Grande fama e diffusione a Venezia e all’estero conosce invece l’Historia
della guerra fra Turchi et Persiani del rodigino Giovanni Tommaso Minadoi
(1545-1618) stilisticamente mediocre ma preziosa come fonte storica perché
frutto di diretta e personale conoscenza di eventi e istituti acquisita dall’autore
durante sette anni di permanenza in Oriente in coincidenza con la guerra del
1577-1585.107 Il Minadoi possiede un buon bagaglio culturale, in parte formato
anche sulle opere del Löwenklau, e ha il merito di offrire notizie precise e sicure
sulle relazioni tra Turchi e Persiani su cui tanto si parla a Venezia non sempre
con cognizione di causa nella speranza che da una vittoria persiana la Repubblica
possa trarre un duraturo vantaggio o per lo meno un temporaneo respiro nel seco-
lare conflitto coi Turchi.108

103. Sappiamo infatti dal Sanuto che Ianus (o Iounis o Jonus) rinnegato greco di Corfù e oratore
a Venezia era amico del Gritti (Sanuto, I Diarii, LVIII, col. 443, LVI, LVII, LVIII passim), anche se
al colmo dell’ambizione e del potere lo accusò di voler essere contemporaneamente «signore e mer-
cante» (Kretschmayr, Ludovico Gritti, p. 12). Non ho trovato a Venezia l’edizione del 1537 citata dal
Göllner (Turcica, I, n. 611, p. 293); uso pertanto l’edizione del 1544 intitolata Opera nova composta
per Ionubei Bassa in lingua greca et tradutta in Italiano la quale dechiara tutto il governo del Gran
Turcho… (segue un lunghissimo sottotitolo contenente l’indicazione di tutta la materia).
104. L. Bassano, I costumi et i modi particolari della vita de’ Turchi, Roma 1545 (ristampa foto-
meccanica a cura di F. Babinger, Monaco 1963). La citazione dalla Prefazione del Babinger a p. VII.
105. Babinger, Prefazione, p. VII.
106. Per notizie biografiche sul Bassano v. la citata prefazione alla sua opera; la voce Bas-
sano Luigi del Dizionario biografico degli italiani, 7, Roma 1970, pp. 114-115, non aggiunge
nulla di nuovo.
107. Pubblicata a Venezia nel 1588 l’Historia ebbe numerose ristampe e fu tradotta in spagno-
lo (Madrid 1585), tedesco (Francoforte sul Meno 1592), inglese (Londra 1595) e anche in latino
da Jacobus Geuderus che col titolo di Belli turco-persici historia la inserì nella Rerum Persicarum
historia, di Pietro Bizzarri (Francofurti 1610, pp. 513-622).
108. Sulle relazioni veneto-persiane cfr. G. Berchet, La Repubblica di Venezia e la Persia,
Torino 1865.
196 Venezia e i Turchi

L’eccezionale interesse dell’opinione pubblica veneziana per tutto quanto


si pubblica sulla Turchia è dimostrato anche dalla diffusione e dalla fortuna di
compilazioni di vario genere e valore spesso stampate a fini divulgativi o propa-
gandistici e quasi sempre insignificanti sul piano delle informazioni.
Possiamo cominciare la rassegna con uno scritto di Gherardo Borgogni del
1590, che ricostruisce le origini dello stato ottomano e le vicende politico-militari
che lo hanno portato a tanto successo da paragonarne la forza con la Spagna di
Filippo II.109 È veramente un peccato che non ci sia rimasta alcuna eco delle rea-
zioni suscitate a Venezia da quest’opera stampata a Bergamo ma dedicata a Da-
nese Filiodoni, gran cancelliere di Filippo II a Milano, in un momento in cui gran
parte della classe dirigente veneta fa di una risentita ostilità alla Spagna quasi una
costante del proprio pensiero politico e della quotidiana azione diplomatica.
Evidente l’intento divulgativo, mantenuto peraltro ad un livello di decoro-
sa serietà, nelle Vite de gl’imperatori de Turchi di Pietro Bertelli che disegnano
con garbo e sobria finezza 15 medaglioni di sultani da Ottomano a Maometto
II.110 Ogni vita, della lunghezza di due-tre facciate, è preceduta da un ritratto del
monarca inciso a rame a tutta pagina, nitido, ben profilato, senza dubbio opera
dell’abile mano di un artista di non mediocre talento. Le notizie biografiche sono
intercalate da notazioni su usi e costumi della corte ottomana, pratiche religiose,
istituzioni civili e militari, sempre molto succinte ma singolarmente chiare e pre-
cise a conferma della bontà delle fonti usate dal Bertelli.111
Sommari sulle origini e lo sviluppo dell’impero ottomano che dall’ovvia
constatazione dell’inerzia e delle divisioni dei principi cristiani traggono motivo
e forza per incitare alla concordia e ad una solidale azione anti-turca si ripetono
per tutto il Cinquecento e Seicento con esasperante monotonia di temi ed un pro-
gressivo affievolirsi della carica passionale. Alcuni di questi scritti sono di anoni-
mi veneziani, come quel Ragguaglio historico del 1685 dedicato a Marc’Antonio
Priuli,112 noioso compendio di fonti eterogenee e talvolta di scarso valore, altri,
pur stampati a Venezia come La Cristianità svegliata di Grassino Farra, escono
da un’ambiente filo-austriaco e sono da collegarsi al fervore pubblicistico susci-
tato dalla sacra lega austro-veneto-polacca del 1684.113

109. G. Borgogni, Le discordie christiane le quali causarono la grandezza della casa otto-
mana, insieme con la vera origine del nome Turco e un breve sommario delle vite e acquisti de’
Prencipi Ottomani et nel fine un Paragone della possanza del Turco e di quella del catol. Re Filip-
po, Bergamo 1590.
110. P. Bertelli, Vite de gl’imperatori de Turchi, Vicenza 1599. Il Bertelli ha forse imitato nella
struttura un’opera uscita l’anno precedente col titolo di Cronica breve de fatti illustri degli impera-
tori de Turchi, con le loro effigie, Venetia 1598.
111. L’autore le elenca in apertura del libro: vi troviamo tutti i più celebri scrittori di cose
«turchesche», Cambini, Giovio, Menavino, Spandugino, e molti altri italiani e stranieri.
112. Ragguaglio historico a prencipi christiani per deprimer la Potenza Ottomana, Venetia 1685.
113. G. Farra, La Cristianità svegliata che con tromba di religione eccita i suoi Principi a
moversi in così opportuna occasione contra la potenza ottomana e insieme suona i modi facili per
totalmente distruggerla, Venezia 1586 (da correggersi in 1686 come si desume dalla dedica a Inno-
cenzo XI, papa dal 1676 al 1689).
La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII) 197

Altro genere di pubblicazioni che non cessa di produrre una ponderosa quan-
to prolissa varietà di opere è quello delle storie politico-diplomatiche, sempre ri-
dondanti di particolari sulle vicende militari e sui negoziati delle numerose guerre
tra Turchi e Cristiani, ma povere di notizie sulla struttura politica, economica e
religiosa dello stato turco. Venezia contribuisce in larga misura a questo tipo di
storiografia, sia coi lavori di scrittori membri delle più illustri case patrizie sia
offrendo a storici della terraferma o di altri stati della penisola l’opportunità di
stampare le loro narrazioni nelle sue numerose tipografie. Pietro Contarini, Emi-
lio Manolesso, Cesare Campana, Marco Guazzo, Alessandro Vianoli, Giambatti-
sta Chiarello, Camillo Contarini, sono solo alcuni dei più noti di questi scrittori114
il cui atteggiamento nei confronti della civiltà ottomana assume quasi sempre
contorni tradizionali e negativi. La condanna senza attenuanti di una nazione
«barbara» degna di menzione solo nella misura in cui lo impongono le vicende
militari e diplomatiche si colora di virtuosismi verbali e arditezze sintattiche negli
scrittori secenteschi soprattutto quando vengono introdotti i temi della rozzezza
e crudeltà dei Turchi.
Un ruolo importante nella diffusione a Venezia di informazioni sulla Turchia
hanno anche le traduzioni di libri stranieri che spesso raggiungono tra il pubbli-
co colto una fama anche superiore alle opere di autore veneziano. In alcuni casi
si tratta di mediocri compilazioni come il Libro dell’origine et successione del
imperio de Turchi (Vinegia 1588) dello spagnolo Díaz Tanco Vasco115 o di reper-
tori enciclopedici comprendenti anche capitoli sulla Turchia come Le descrittioni
universali et particolari del mondo et delle repubbliche di Luca di Linda pubbli-
cate a Venezia nel 1660 dallo storico ferrarese Maiolino Bisaccioni.116

114.  P. Contarini, Historia delle cose successe dal principio della guerra mossa da Selim
ottomano a’ Venetiani fino al dì della gran giornata vittoriosa contra Turchi, Venetia 1572; Ma-
nolesso, Historia nova; C. Campana, Compendio historico delle guerre ultimamente successe tra
Christiani e Turchi e tra Turchi e Persiani nel quale particolarmente si descrivono quelle fatte in
Ungheria e Transilvania, fino al presente, Vinegia 1597; M. Guazzo, Compendio de le guerre di
Mahometto gran Turco fatte con Venetiani, con il re di Persia e con il re di Napoli, Venetia 1552;
A.M. Vianoli, Historia Veneta, Venezia 1680; G.B. Chiarello, Historia degl’avvenimenti dell’armi
imperiali contro a’ ribelli, et ottomani, confederationi e trattati seguiti fra le potenze di Cesare,
Polonia, Venetia e Moscovia, Venezia 1687; C. Contarini, Istoria della guerra di Leopoldo primo
imperatore e de’ principi collegati contro il Turco dall’anno 1683 fino alla pace, Venezia 1710.
Un particolare rilievo nella pubblicistica veneziana del Cinquecento e Seicento hanno anche le
numerose traduzioni italiane dell’Historia de vita et gestis Scanderbergi (Romae 1508-1510) dello
scutarino Marino Barlezio che narra le gesta di Giorgio Castrioto detto Scanderberg, l’eroe della
resistenza popolare albanese contro i Turchi. Cfr. F. Pall, Marino Barlezio. Uno storico umanista,
in «Mélanges d’histoire générale, Cluj», II (1938), pp. 135-315.
115. La traduzione italiana, curata da Alfonso Ulloa, semplifica il lungo titolo originale: Libro
intitulado Palinodia de la nephanda y fiera nacion de los Turcos y su engañoso arte y cruel modo
de guerrear y de los imperios, regnos y provincias que han subiectado, y posseea con inquieta
ferocidad, Orense 1547.
116. Il titolo originale è Descriptio orbis et omnium ejus rerum publicarum in qua praecipua
ordine et methodice pertractantur, Leida 1654. Ne esiste anche una seconda traduzione accresciuta
del 1664. Alcune informazioni di scarso valore in G. La Via, «Le descrittioni universali et partico-
198 Venezia e i Turchi

Tra le numerose traduzioni di opere francesi ed inglesi acquistano una po-


sizione di primo piano, sia per il loro intrinseco valore documentario che per la
notevole diffusione tra il pubblico colto, l’Abregé de l’histoire des Turcs del di
Verdier117 e la celebre History of Turkish Empire 1640-1677 del Rycaut. Amba-
sciatore straordinario e poi segretario d’ambasciata a Costantinopoli per cinque
anni il Rycaut mette al servizio di un’intelligente curiosità e di una buona cultura
la diretta conoscenza dello stato ottomano e un’ampia utilizzazione di documenti
e scritti di vario genere. Tradotta in varie lingue gode anche a Venezia di meritata
fama e ancora verso la fine del XVIII secolo il grande turcologo Giambattista
Toderini la chiama più volte in causa nella sua Letteratura turchesca, sia pure per
contestarne alcune affermazioni.118

6. Una visione barocca dei Turchi: le Memorie istoriche de’ monarchi ottomani
del Sagredo

«Inerme ha debellati gl’armati, ignorante ha confuso i dotti, ed inesperta


della navigatione è divenuta potente in Mare», con quest’immagine carica di
suggestivi richiami al «paradossale» linguaggio del vangelo cristiano, il Sagre-
do apre le sue Memorie istoriche de’ monarchi ottomani, complesso e faticoloso
tentativo di disegnare sullo scorcio del Seicento un quadro storico del poten-
te impero della mezzaluna. Le Memorie istoriche non nascono da una diretta
esperienza della civiltà turca ma dal desiderio di dare al pubblico colto una sto-
ria globale e persuasiva di uno stato che la recente guerra di Candia ha riportato
alla preoccupata attenzione dei veneziani, non logoro nelle sue strutture civili
e militari né esaurito nella sua spinta verso Occidente. Uomo politico di primo
piano il Sagredo trae preziose esperienze di popoli e culture straniere nelle
importanti ambascerie a Parigi, Londra e Vienna e riesce a superare l’aridità di
una vita condotta tra gabinetti di ministri ed estenuanti maneggi diplomatici,
riservando il tempo libero ad una attenta e raffinata preparazione letteraria e
ad una feconda attività di poeta e novelliere che culmina nella celebre raccolta
dell’Arcadia in Brenta.119

lari del mondo et delle repubbliche» di Luca da Linda, in Umanesimo e tecnica, Padova 1969, pp.
63-91. Sul traduttore Bisaccioni, autore anche dell’ampliamento dell’Historia del Sansovino, v. la
voce di V. Castronovo in Dizionario biografico degli italiani, 10, Roma 1968, pp. 639-643 e ora
anche Bertelli, Ribelli libertini, pp. 208, 211-213).
117. La traduzione italiana dedicata a Giovanni Sagredo (cfr. cap. successivo) porta il titolo di
Compendio dell’historie generali de’ Turchi (Venezia 1662); vi sono aggiunte le vicende belliche
tra Venezia e gli ottomani dal 1647 al 1662 tratte dalle Istorie del Brusoni.
118. P. Ricaut, Istoria dello stato presente dell’impero ottomano, Venetia 1672 (seconda edi-
zione 1673). A Venezia è molto diffusa anche la versione francese del Briot (1670).
119. Precise notizie biografiche in E.A. Cicogna, Delle inscrizioni veneziane, V, pp. 162-177 e
N. Conigliani, Giovanni Sagredo, Venezia 1934. A Parigi si lega d’amicizia col di Verdier, l’autore
dell’Abregé de l’histoire des Turcs.
La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII) 199

La sua lunga carriera politica, fallita solo nel massimo traguardo del dogado,120
non lo conduce mai a Costantinopoli a conoscere direttamente quel popolo turco
che sarà oggetto della sua vasta ricerca storica e l’impulso iniziale a indagare
negli archivi e nelle biblioteche le origini e gli sviluppi della potenza ottomana
gli viene forse dall’amara esperienza della guerra di Candia vissuta con trepida e
sofferta partecipazione e la cui conclusione negativa per i Veneziani egli accetta
con penosa rassegnazione, dopo essersi battuto per una più vivace condotta delle
operazioni militari e aver contrastato prematuri propositi di pace.121 Nonostante il
consueto richiamo agli interessi della Cristianità le Memorie istoriche si dispon-
gono con lucida consapevolezza in uno schema venetocentrico che privilegia e
finalizza vicende e figure del mondo ottomano ad una coerente ed incalzante esal-
tazione della «virtù» dei patrizi veneziani, i cui atti di coraggio e di valore si sta-
gliano puri e luminosi sullo sfondo della crudeltà e dell’inumana «barbarie» del
Turco. Scrittore di mediocre talento il Sagredo risente di un’insufficiente cultura
storica e le Memorie istoriche, dettate frettolosamente e senza un vaglio accurato
delle fonti ed un’adeguata rifinitura dello stile, mancano nel complesso l’obietti-
vo di dare un’immagine esatta ed organica della civiltà ottomana. Nonostante un
approfondito scavo archivistico e la discreta conoscenza della migliore bibliogra-
fia europea, peraltro mai citata esplicitamente, il suo libro non supera il livello di
una pigra e pletorica opera di erudizione, anzi, come osserva giustamente la Co-
nigliani, «di erudizione non profonda, quale poteva essere quella di un politico,
vissuto più che fra i libri, negli uffici del governo, nei gabinetti diplomatici e nelle
Corti».122 Rimaste incompiute all’anno 1640 le Memorie istoriche seguono un
rigoroso ordine annalistico che si modella sulla successione cronologica dei sul-
tani, dai primi leggendari capi tribù delle steppe asiatiche sino ai raffinati sovrani
del pieno Seicento, con un progressivo ampliamento di notizie mano a mano che
ci si avvicina agli eventi contemporanei.123
L’esposizione manca di omogeneità e di una coerente linea di sviluppo, e
si disperde in mille rivoli ed episodi che lasciano largo spazio all’anedottica più
minuta indulgendo agli aspetti folkloristici o di tono leggero e galante destinati
a soddisfare la curiosità del lettore meno esigente e provveduto. L’ammirazione
per questa nazione di umili origini resa famosa e temuta da «attioni ardite e guer-
riere» e l’enfatica comparazione tra l’estensione dell’impero romano e quello

120. Un tumulto popolare scoppiato durante gli scrutini del 1675 e forse suscitato ad arte dai
suoi avversari, induce infatti il «galante» Sagredo a rinunciare e a ritirarsi a vita privata.
121. Conigliani, Giovanni Sagredo, p. 148.
122. Ibidem, 140-141.
123. Pubblicate a Venezia per la prima volta nel 1673, vengono ristampate più volte e nel
1688 viene aggiunta un’ampia sezione dedicata al serraglio e ai costumi turchi, che si trova anche
manoscritta in B. M. C., Miscellanea Sagredo P.D. 328 c-6. I quattro tomi del 2° volume, dall’anno
1646 al 1671, anch’essi conservati in B. M. C., Mss. P. D. 342.c, pervennero nell’800 allo storico
Agostino Sagredo che però non mantenne la promessa di pubblicarli integralmente (Cicogna, Delle
inscrizioni veneziane, p. 175; Conigliani, Giovanni Sagredo, pp. 141-142). Sempre al Correr si
conserva del Sagredo un altro manoscritto dal titolo Sultano di Costantinopoli. Titoli del Sultano e
della sua Corte. Usi e costumi del Serraglio, (BMC, Mss. P.D. 527.c).
200 Venezia e i Turchi

turco creato dall’opera astuta e sapiente del «sagace architetto» Maometto con
l’aiuto della religione, dell’obbedienza, della disciplina militare,124 sono forse le
due uniche idee a configurarsi come un filo conduttore tra i molti fatti militari
e politici. La contaminazione e fusione della storia degli Arabi con quella dei
Turchi è l’unica svista di rilievo, forse desunta da qualche fonte medievale, di
un’opera che a parte la farraginosa dispersione dei problemi e delle notizie, si se-
gnala per precisione e fedeltà alla reale situazione dello stato ottomano. Il difetto
maggiore sta nell’assoluta disorganicità dell’impianto, perché il Sagredo mescola
in continuazione le notizie biografiche dei singoli sultani con lunghe digressioni
sulle vicende politico-diplomatiche delle loro guerre di espansione, intercalando
qua e là in modo del tutto disordinato e irregolare informazioni sulla religione,
gli ordinamenti civili e militari, il governo e il serraglio. In perfetta sintonia con
gli schemi più tradizionali della cultura veneziana ed europea del suo secolo i
modelli interpretativi e gli schemi di giudizio sono improntati ad una acritica
incomprensione di usi e costumi di una civiltà conosciuta solo per relazioni in-
dirette e giudicata attraverso un’ottica propagandistica e politica rafforzata da
un tenace pregiudizio religioso. La «turchesca religione» non ha altro fine che la
«delinquenza impune», il governo dei sultani è «un arbitrio tra infinite volontà»
e il sultano stesso è un «signore tra molti schiavi […] padrone senza riserva della
vita, dell’honore e delle sostanze» dei suoi sudditi, l’«ottomanica crudeltà» an-
nulla anche le limitate valutazioni positive di usi e abitudini della vita personale
ed associata dei Turchi.125
Gli sforzi del Sagredo per dare al lettore un’idea della società ottomana nau-
fragano tra le pieghe di una prosa insopportabile, fiorita e gravata da ricorrenti
arditezze lessicali e sintattiche che finiscono per avvolgere nella cappa di una
forma tanto scintillante quanto fredda e involuta anche i più genuini spunti di
novità. Nonostante 800 lunghe e noiose pagine il profilo dell’impero ottomano
nella sua complessa realtà economica, religiosa e politica non riesce ad emer-
gere ed imporsi all’attenzione del lettore, ma lo stile adatto ai gusti dell’epoca,
la personalità dell’autore, al centro di aspre polemiche politiche, e soprattutto
la fame di notizie sull’oriente musulmano assicurano a quest’opera una fortuna
non comune, testimoniata dalle numerose ristampe e dalle traduzioni in francese,
inglese, spagnolo e tedesco.
Del resto il mercato librario veneziano di questi anni offre un panorama dav-
vero desolante per quanto riguarda la Turchia tanto che circolano per le mani
degli avidi lettori le opere ormai vecchie di un secolo del Sansovino che solo
dopo il 1662 e 1672 cominciano ad essere soppiantate dalle traduzioni del di
Verdier e del Rycaut. Sintomatica dello squallora di alcune pubblicazioni di ar-

124. G. Sagredo, Memorie istoriche de’ monarchi ottomani, Venezia 16884, pp. 4-5.
125. I giudizi favorevoli sono, come al solito, limitati alla pietà religiosa, all’esercizio della
carità e alla sobrietà (Memorie istoriche, pp. 7-8). Non mancano però le consuete espressioni
ammirate e rispettose per i grandi sultani ed in particolare per il «formidabile barbaro» Solimano
II (p. 144).
La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII) 201

gomento turchesco della seconda metà del Seicento è la Raccolta delle historie
delle vite degl’imperatori ottomani sino a Mehemet IV regnante pubblicata da
Neriolava Formanti nel 1684 all’inizio della guerra anti-turca, che si riduce ad
un’incolore successione di biografie, corredate di notizie generiche e sommarie,
prive di riferimenti cronologici ed esposte in una prosa di incredibile sciattezza.126
È proprio considerando la modestia di scritti come questi o registrando la diffu-
sione e popolarità, almeno a livello colto, di altre insignificanti compilazioni,
come ad esempio quel fastidioso zibaldone di scritture, lettere e trattati permeati
di deteriore moralismo che è la Bilancia historico-politica dell’impero ottomano
del Geropoldi,127 che possiamo valutare in tutta la sua portata la «rivoluzione» in-
trodotta negli studi «turcheschi» dalla breve ma suggestiva Letteratura de’ Turchi
del bailo Giambattista Donà.

7. Un libro nuovo alla fine del Seicento: La letteratura de’ turchi del Donà

Con Giambattista Donà e il circolo di giovani studiosi che lo circonda gli


studi «turcheschi» a Venezia subiscono una svolta radicale, di cui i contempora-
nei non hanno forse esatta coscienza e gli stessi turcologi del secolo successivo
non apprezzano in misura adeguata. In realtà la progressiva ma radicale revisione
di giudizi nei confronti della civiltà ottomana operata dalla cultura veneziana del
Settecento non è frutto solo dell’impatto con le idee illuministiche ma anche della
felice riscoperta e del recupero dell’ignoto e misconosciuto mondo della lettera-
tura turca operati dal Donà.
Il prestigio dell’illustre casata e le spiccate qualità personali impongono ben
presto il Donà come uno dei più dinamici e colti patrizi della nuova generazione,
assicurandogli una rapida e brillante carriera al culmine della quale giunge nel
1680 l’incarico di bailo a Costantinopoli in un momento particolarmente deli-
cato delle relazioni veneto-turche.128 Antonio Benetti, un giovane di lingua che

126. Il Formanti è sensibile e attento a tutte le notizie di intrighi amorosi, avvelenamenti, cru-
deltà e massacri. Un certo rilievo ha nell’ambito dell’opera la tradizionale Relatione del Serraglio
che si allarga ad una esposizione sistematica, ma priva di originalità, degli usi e costumi della corte
e del governo.
127. A. Geropoldi, Bilancia historico-politica dell’impero ottomano overo arcani reconditi del
maomettismo, estratti dalle cose più velate così antiche, come moderne dell’Oriente, Venezia 1686. Il
Geropoldi soggiornò anche in Turchia e vi apprese la lingua come testimonia la sua caotica e semin-
comprensibile Lettera scritta di Costantinopoli dal sig. Angelo Geropoldi all’illustr. Et Eccellent. Sig.
G.M. circa varie osservazioni fatte da lui sopra li curiosissimi funerali de’ Turchi, assieme con diverse
orazioni tradotte dal medemo dall’Arabo, e dal Turchesco in detta maniera, pubblicata sulla «Galleria
di Minerva» del 1696 (pp. 151-159). Secondo il «Giornale de’ letterati d’Italia» (t. 15, 1713, p. 413)
la sua opera avrebbe riscosso molto più favore all’estero che in Italia.
128. Nato a Venezia il 6 marzo 1627 da Nicolò e Piuchebella Contarini, il Donà era stato savio
di consiglio per molti anni, comandante di galere e piazze durante la guerra di Candia e aveva anche
avuto l’importante incarico di sovraintendere alla grande compilazione delle leggi veneziane, in
sostituzione dello storico Giambattista Nani (M. Barbaro, Genealogie patrizie, BMC, mss. II, 174
202 Venezia e i Turchi

lo accompagna nel suo viaggio e ne stende una minuta relazione,129 ci assicura


che il Donà, appena avuta la notizia della nomina, forse unico tra tanti nobili che
l’hanno preceduto, sente come un dovere politico e culturale l’apprendimento del
turco e, pur nella ristrettezza del tempo a disposizione, riesce a conseguirne una
sia pur sommaria infarinatura con l’aiuto di quel prete armeno Giovanni Agop già
ricordato come autore di una grammatica. Il lungo viaggio sino a Costantinopoli
lo trova tutto impegnato in osservazioni scientifiche: raccoglie notizie su anima-
li, piante, pietre, correnti marine, aurore boreali e altri fenomeni atmosferici, si
documenta su reperti archeologici e sulla vita e costumi delle nazioni balcaniche,
confrontando ciò che vede personalmente con le notizie degli autori classici e di
altri storici medievali e moderni.130 Studioso competente ed appassionato di astro-
nomia, quando compare nella capitale turca una grande cometa con l’aiuto del
Benetti e del dottor Monforte raccoglie numerosi dati che poi trasmette all’astro-
nomo Geminiano Montanari.131
Gli anni di rappresentanza a Costantinopoli sono molto difficili per lo scop-
pio della guerra in Ungheria (1682) e per il massacro di alcuni cittadini turchi da
parte dei Morlacchi. Un forte esborso di denaro per chiudere l’incidente provoca
il suo richiamo in patria perché il Senato ritiene che abbia ecceduto nei suoi poteri
ma egli sa giustificarsi e viene assolto.132 Impiega il tempo libero dalle occupa-
zioni politiche nella raccolta di informazione sulla civiltà letteraria e sui costumi
dei Turchi, riservando al più tranquillo soggiorno veneziano l’elaborazione del
materiale.133 Dopo il ritorno in patria insieme al celebre cosmografo Vincenzo
Coronelli si fa promotore il 27 dicembre 1684 dell’Accademia degli Argonauti,
un cenacolo di appassionati geografi e letterati che viene progressivamente rac-
cogliendo a Venezia, in Italia e anche all’estero un gran numero di appassionati
desiderosi di incoraggiare le ricerche di astronomia e geografia.134 È nell’ambito
di questo ambiente culturale, ricco di interessi etnografici e avido di notizie sulle
civiltà straniere, che matura nel Donà la decisione di scrivere la sua opera sulla

(2498-2504), III, c. 171v; G.A. Capellari Vivaro, Il Campidoglio Veneto, BNM, mss. It., cl. II, 15-
18 (8304-8307), II, cc. 34v-35r; G. Toaldo, Saggi di studj veneti, Venezia 1782, p. 31).
129. A. Benetti, Viaggi a Costantinopoli di Gio. Battista Donado senator veneto spedito bailo
alla Porta Ottomana l’anno 1680, Venezia 1688.
130. Benetti, Viaggi, parte I; Toaldo, Saggi, pp. 29-32.
131. Sempre per conto del Montanari, che ricopriva la cattedra di astronomia e metereologia
all’università di Padova, calcola con notevole precisione la latitudine di varie località e raccoglie
molte altre notizie di carattere geografico (Toaldo, Saggi, pp. 36-39).
132. Cfr. Paladino, Due dragomanni veneti, pp. 189-191; P. Garzoni, Istoria della Repubblica
di Venezia in tempo della sacra lega contro Maometto IV e tre suoi successori Gran Sultani dei
Turchi, I, Venezia 1705, p. 45; M. Foscarini, Historia della Repubblica Veneta, Venezia 1720, p. 94;
Romanin, Storia documentata, VI, p. 483.
133. Del suo soggiorno a Costantinopoli ci è rimasta anche una Relatione dell’audienza del
G. S. havuta dall’Ecc.mo Gio. Battista Donado il giorno di 4 agosto 1682, BNM, cod. It., cl. VI,
2592 (=12484), cc. 78b-81a.
134. G. Marinelli, Venezia nella storia della geografia cartografica ed esploratrice, Firenze
1907, pp. 50 e 54; E. Armao, Vincenzo Coronelli, Firenze 1944, pp. 29-30.
La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII) 203

letteratura dei Turchi.135 Il Benetti assicura di aver visto nello studio del Donà
già prima del 1688 dei lavori su «interne politiche dell’Ottomano Dominio, os-
servazioni di modi e usi turcheschi, di religione, di letteratura, di ricchezze» ed
è probabile che parte di questo materiale, tra cui una trascrizione della biografia
di Maometto di Giovanni Diacono,136 sia servita a preparare la consueta relazione
al Senato.137 Pur con le cautele e le limitazioni imposte dalla natura ufficiale del-
lo scritto e dalla consuetudine di rifarsi ai predecessori, il Donà anticipa alcune
delle novità più significative e rivoluzionarie della sua Letteratura de’ Turchi. Le
concessioni maggiori alla tradizione si notano nelle osservazioni sulla struttura
dello stato, dilaniato da rapacità ed avanie e fondato sulla «regola del timore» che
rende «successiva ed ereditaria la tirannia», e sulla religione, priva dei connotati
spirituali del Cristianesimo e adatta invece all’incolta rozzezza dei Turchi che
se ne servono «per sedurre il Popolaccio coll’uso sregolato de’ sensi a renderla
infallibile». Nonostante queste limitazioni il Donà traccia un profilo equilibrato
e privo di acredine del carattere dei Turchi la cui proverbiale ferocia si è venuta
attenuando tanto che ormai «per addattare il nome di Barbaro non basta la di-
versità dei costumi e la distanza dei paesi, l’opposto della Religione, o l’incolta
maniera di vivere».138 Questo tentativo di scrollare di dosso ai Turchi l’odioso
peso dell’accusa di barbarie, tanto più interessante perché compiuto da un uomo
politico veneziano alla vigilia di un’ennesima guerra veneto-turca, si collega ad
una rivalutazione della civiltà letteraria dei Turchi, ancora timida rispetto alla
convinta certezza della Letteratura de’ Turchi, ma forse ancor più significativa
se teniamo conto della destinazione dello scritto e dello scabroso processo che
attende l’autore a Venezia. Nei primi anni della loro storia i sultani hanno effet-
tivamente proibito la stampa e l’accesso universale allo studio e alla lettura dei
libri per impedire ai sudditi di notare gli errori della loro religione e la infelice
schiavitù in cui vivono, ma ora la dilatazione dell’impero ha reso indispensabile
l’istituzione di una magistratura stabile favorendo la diffusione di una «mezzana
coltura d’animo» fondata sulla lettura del Corano e l’apertura di una fitta rete di
collegi e scuole pubbliche a Costantinopoli e nelle principali città dell’Impero.
Da un insegnamento inizialmente fondato solo sullo studio delle lingue persiana
ed araba si è passati ad «altre cognizioni di ornamento», a letture di moralità,
eleganze dello stile in prosa e in versi, rudimenti di matematica «ed altre buone
arti e scienze non speculative ma pratiche e necessarie al ben vivere umano non
solamente ma d’istruzione al comando».139 Anche se il Donà attenua la portata

135. Anche il Coronelli non è estraneo a interessi per il mondo ottomano; infatti tra le opere
non identificate o non ritracciate l’Armao ricorda una Vita di sultano Achmet Han I imperatore
d’Oriente o Vita di Achmet I sultano dei Turchi (Vincenzo Coronelli, p. 229).
136. G.B. Donà, Vita et costumi et perfida dottrina di Maometto, BNM, mss. It. cl. VI, LXXVII
(5798), cc. 50-72; si tratta di una semplice trascrizione dell’opera del Diacono, controversistica e
violentemente anti-maomettana.
137. Le relazioni degli Stati Europei, parte II, pp. 294-349.
138. Ibidem, pp. 294-295, 297.
139. Ibidem, pp. 296-297.
204 Venezia e i Turchi

del suo riconoscimento imputando a questa diffusione della cultura la nascita di


uno spirito critico nei confronti della religione e il progressivo diffondersi di uno
scetticismo religioso («sono veramente di niuna religione») le sue affermazioni
hanno già il sapore di una piccola rivoluzione di idee che il trattatello Della Let-
teratura de’ Turchi perfeziona e porta a maturo svolgimento.
Pubblicato a Venezia quattro anni dopo il ritorno da Costantinopoli questo
libretto ormai raro nelle biblioteche italiane anticipa già nella prefazione la no-
vità del contenuto e la radicale revisione di idee e luoghi comuni sulla Turchia
maturata dal Donà nel suo soggiorno sulle rive del Bosforo. Non mancano in
Italia ed Europa, egli osserva, numerosi lavori sulle forze militari e le istituzioni
politiche dei Turchi, sono invece assai rare le notizie sulla loro letteratura, di cui
molti negano addirittura l’esistenza nella convinzione che la nazione ottomana
sia «affatto ignara delle buone e belle lettere, incapace della rettorica e della po-
esia e come lontana dagli studi delle leggi, della medicina, della filosofia e delle
mattematiche».
Ben sei scrittori si sono impegnati nell’arco di 150 anni, aggiunge l’editore,
a insegnare ai principi cristiani la maniera di vincere in guerra i Turchi e cacciarli
dall’Europa,140 ora finalmente il Donà sposta la sfera degli interessi e scrive un
libro sulla «scienza» dei Turchi con il preciso disegno di recuperare al mondo
occidentale il loro patrimonio culturale. Con la Letteratura de’ Turchi il Donà si
propone l’obiettivo semplice e nello stesso tempo impegnativo per la novità del
tema di delineare un panorama completo della cultura letteraria turca seguen-
do una partizione in generi desunta dalla tradizione erudita occidentale. È bene
precisare subito che né la preparazione linguistica, ancora del tutto insufficiente,
né un adeguato vigore intellettuale e doti di brillante scrittore sorreggono il suo
ambizioso programma e nel complesso il trattatello risente pesantemente delle
inadeguate premesse filologiche e del fiacco impianto espositivo. Eppure ha gran-
de anche se effimero successo perché evidentemente dopo secoli di pubblicistica
«turchesca» abbarbicata con ossessionante monotonia ai temi della crociata, della
«perfidia», «barbarie», «ferocia» del Turco, molti accolgono quasi con sollievo
un libro che pur con mezzi inadeguati fa conoscere il patrimonio letterario di una
nazione da troppo tempo creduta incapace di esprimersi come civiltà autonoma e
valida. Durante il suo bailaggio il Donà entra in confidenza con individui «quali-
ficati e distinti», soprattutto molti Effendi, uomini di legge, si ritrova spesso «ne’
loro congressi familiari di eruditione» e interviene con frequenza «in riduttioni
che si facevano massime in case di diversi per versare in materie di scienze».141
Malgrado queste amicizie con persone di elevato livello culturale in linea di prin-
cipio egli non è affatto convinto «essere li Turchi al possesso delle bell’arti e
scienze in universale, massime essendo privi delle stampe e violentati da una

140. Si tratta di: Gisler Busbecq, Francesco Savary, la Nue, Lazzaro Soranzo, Achille Tarduc-
ci, Giobbo Ludolfo.
141.  G.B. Donà, Della letteratura de’ Turchi. (Osservazioni fatte da Gio. Battista Donado
senator veneto fù bailo a Costantinopoli), Venezia 1688, p. 4.
La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII) 205

forzata ignoranza»142 e ritiene che solo l’espansione territoriale, la conoscenza


dei popoli soggetti e di rinnegati colti e infine la necessità di insegnare il Corano
abbiano consentito la diffusione tra di loro di una certa vernice di cultura.
Dopo un breve cenno al turco volgare e al persiano egli passa a descrivere le
accademie e i collegi di cultura, sottolineando che l’insegnamento privato delle
scienze si svolge «ne’ termini solo positivi e non nelle forme speculative e que-
stionanti come da noi».143 La traduzione di alcuni brani di testi turchi, eseguita
dal dragomanno Gian Rinaldo Carli, costituisce certamente la parte più nuova e
interessante del libro. Oltre al Libro di Ussein Effendi, chiamato delle grandezze
della casa ottomana, sono riportate un’orazione turca, alcuni proverbi, la tavola
dei muftì e cadileschieri di tutto l’impero, i quesiti presentati al muftì e le pre-
ghiere del Ramadan.144
Un rilievo del tutto particolare assumono le osservazioni sulla poesia turca,
ornata di «misura, armonia e desinenza» oltre che di «eloquenza» e da lui offerta
all’apprezzamento degli occidentali in alcuni saggi di versione, con l’avvertenza
però che la traduzione falsa gli aspetti formali dei testi.145 Fiero di appartenere ad
una civiltà superiore, il Donà sente la necessità di riaffermare la connotazione
eurocentrica del suo metro di giudizio culturale, assicurando che «i Turchi di gran
lunga non sono, massime nell’universale, intelligenti et al possesso delle scienze
come noi», una concessione che gli consente di formulare con più tranquilla con-
vinzione l’augurio che il lettore si apra fiducioso alla comprensione della civiltà
turca ormai non più «sepolta in quella brutale rozzezza di prima» grazie alle «dot-
te» e «bell’arti» di cui godono i paesi assoggettati al dominio ottomano.146
La Letteratura de’ Turchi non è un fiore nel deserto ma il frutto migliore e
fecondo di un’attività di divulgazione culturale di cui il Donà è l’appassionato
promotore.147 Ad un lavoro di collaborazione tra quattro dei giovani di lingua che
il Donà ha portato con sé a Costantinopoli si deve la già ricordata Raccolta cu-
riosissima di adagi turcheschi dedicata nel 1688 a Pietro, figlio di Giambattista.
Spicca tra i traduttori la figura del bellunese Antonio Benetti, studioso di mete-
orologia e di filosofia naturale, esperto conoscitore del turco e prezioso biografo
del bailo che aiuta con fedele dedizione e competenza nella raccolta e sistemazio-
ne del materiale linguistico della Letteratura de’ Turchi.148

142. Ibidem, p. 5.
143. Ibidem, p. 11.
144. Ibidem, pp. 94-101.
145. Non trascura neppure le musiche turche, che però gli paiono troppo cariche «dello stre-
pitoso» (ibidem, p. 125).
146. Ibidem, p. 88, 135.
147.  Dietro sua sollecitazione il missionario piacentino Dionigio Carli pubblica a Bassano
nel 1687 Il moro trasportato nell’inclita città di Venezia o vero curioso racconto de’ costumi, riti, e
religione de popoli dell’Africa, America, Asia ed Europa.
148. Nel 1682 il Donà scrive al Senato che il brillante giovane di lingua «legge bene, scrive
assai bene, traduce assai bene et parla ancora sì che ha quasi il possesso della metà dell’idioma»
(ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 162, disp. 30 giugno). Per la sua biografia cfr. G.E.
206 Venezia e i Turchi

Una sincera amicizia che diventa ben presto fecondo sodalizio di comuni aper-
ture culturali lega il dragomanno Gian Rinaldo Carli al dinamico bailo che lo solle-
cita a mettere al servizio della diffusione in Occidente della letteratura turca la rara
e perfetta conoscenza della lingua maturata nella lunga attività di interprete.149
Stretto collaboratore del Donà nella traduzione di poesie e lettere comprese
nella Letteratura de’ Turchi,150 viene conquistato al suo programma di radicale rin-
novamento degli studi turcheschi e accetta l’invito di pubblicare la versione italia-
na di uno dei più importanti documenti della storiografia ottomana, la Cronologia
historica di Hazi Halifè Mustafà.151 Corredata di note paragrafiche in margine al
testo e di un vasto apparato erudito l’opera di Hazi Halifè Mustafà mira a colmare
la carenza di buone notizie sull’impero ottomano «del corso del quale tra nostri sto-
rici siamo così scarsi come d’una potenza insana in rimote provincie». Pietro Donà,
intelligente continuatore delle aperture turchesche del padre, e lo stesso Carli deli-
neano, rispettivamente nella prefazione e nella dedica del libro, un vero e proprio
programma di revisione della tradizionale impostazione della cultura veneta nei
confronti del patrimonio letterario e storiografico ottomano. La Cronologia di Hazi
Halifè Mustafà consente al lettore occidentale di apprezzare «in Epitome tutto ciò
che d’eroico, di singolare e di grande in cadauno secolo, ha potuto operare l’Orien-
te», ma quei critici che vogliono sminuirne il valore come fonte, osserva risentito
il Donà, dovrebbero essere altrettanto solleciti a mettere sotto accusa la modestia
dei nostri cosmografi che assai spesso nei loro globi segnano «basse linee e pochi
punti» o addirittura scrivono «Terra incognita» quando non li soccorrono positive
notizie geografiche. Il giovane Pietro ha una coscienza nitida, anche se aliena da
toni encomiastici, del profondo significato di rinnovamento dell’opera del padre il
cui libretto «distinse le opinioni, cangiò il concetto de’ Letterati» aiutando gli uo-
mini colti di Venezia a liberarsi dell’inganno in cui erano inconsapevolmente caduti
pensando che i Turchi «non aplicassero ai Studii serii d’Historie, ò agli ameni di
belle lettere». Sulle ali dell’entusiasmo il Carli abbandona le cautele del giovane
Donà e definisce senz’altro «rea» l’opinione «che non vi conservi tra quei Barbari
alcun seme d’erudizione», indicando così ai lettori un modello di accostamento alla
civiltà ottomana che rompe in modo netto con gli schemi del passato e apre la strada
ad un lungo ma irreversibile processo di revisione storiografica.

Ferrari, Benetti Antonio, in Dizionario biografico degli italiani, 8, Roma 1966, pp. 479-481, che ne
ipotizza anche una sua collaborazione più o meno diretta alla stesura della Letteratura de’ Turchi.
149. Era a Costantinopoli sin dal 1670 e anche dopo la morte del Donà viene impegnato in
delicate missioni diplomatiche a Vienna, Ungheria e poi di nuovo in Turchia. Nel 1716 a corona-
mento di una lunga carriera ottiene la carica di dragomanno grande; cfr. P. Stancovich, Biografie
degli uomini distinti dell’Istria, Capodistria 18882, p. 440; G. Caprin, L’Istria nobilissima, Trieste
1905, parte II, p. 217; Paladino, Due dragomanni veneti, pp. 193-200.
150. Così stretti parvero anche ai contemporanei i suoi rapporti col Donà che qualcuno avan-
zò l’ipotesi che fosse lui il vero autore della Letteratura de’ Turchi (B. Ienish, De fatis linguarum
orientalium, breve trattato che precede il citato Lexicon del Meninski, p. LXXXIV; Stancovich,
Biografie degli uomini distinti, p. 279).
151. Cronologia historica scritta in lingua Turca, Persiana ed Araba, di Hazi Halifè Mustafà,
traduzione di Gian Rinaldo Carli, Venezia 1697.
La storiografia veneta sulla Turchia (sec. XVI-XVII) 207

Singoli studiosi e anche ambienti culturali tra i più aperti accolgono subito
con favore e segnalano ad un pubblico più vasto la «novità» dell’opera del Donà
e del suo attivo circolo di amatori della cultura «turchesca». Due anni dopo la
pubblicazione il Leibniz, di passaggio a Venezia durante il suo viaggio in Italia,
segnala all’amico Antonio Magliabechi la Letteratura de’ Turchi come l’unico
libro «nuovo» degno di ricordo trovato sul mercato librario della città,152 mentre
nel 1692 è il parmense Aurelio D’Anzi, compilatore modesto ma attento alle più
moderne e suggestive notizie in tema di viaggi e conoscenze geografiche, a sotto-
lineare la novità metodologica del libro, che supera di slancio la vecchia imposta-
zione degli studi «turcheschi» e cancella quasi con un colpo di spugna l’«erroneo
ed universal inganno» di coloro che ritengono i Turchi immersi in una profonda
ignoranza.153 A Venezia è uno dei più importanti organi del nascente giornalismo
letterario, la «Galleria di Minerva», a proporre all’attenzione degli intellettuali
veneziani la positiva azione di rinnovamento culturale operata dal Donà, che ha
dedicato tutte le energie di una vita per «disingannare la falsa apprensione di mol-
ti che dicono, non applicare i Turchi a gli studj di erudizione».154
La fortuna della Letteratura de’ Turchi viene rapidamente oscurata nel Set-
tecento dalla vasta fioritura di studi «turcheschi» e soprattutto dall’ampia ed ag-
giornata Letteratura turchesca del Toderini e solo nel 1782 Alberto Fortis segnala
all’attenzione dei lettori del «Nuovo giornale enciclopedico» questo «sensato ed
erudito libretto» che per primo ha combattuto «il pregiudizio generalmente inval-
so della ignoranza di quella nazione».155
In un significativo parallelo con la quasi contemporanea riscoperta del testo
originale del Corano che il lucchese Ludovico Marracci pubblica a Padova nel
1698 in una traduzione completa, fedele e condotta secondo una mentalità mo-
derna ed aliena da esasperazioni controversistiche,156 il Donà e il suo circolo rea-
lizzano alla fine del secolo un’operazione culturale di grande portata, suggerendo
per la prima volta all’opinione pubblica veneziana un modo nuovo e originale
di accostarsi alla civiltà turca, studiata nei suoi autonomi valori che l’Occidente
deve ancora scoprire. È un’indicazione preziosa che il vivace dibattito culturale
e politico del Settecento veneto non lascia cadere ma sviluppa con prontezza an-
che con l’ausilio dei nuovi interessi proposti dai philosophes e dai loro moderati
seguaci veneziani.

152. Egli scrive testualmente il 20 febbraio 1690: «Is certe unicus est liber novus, quem ego
Venetiis notatu dignum reperi. Reliqui triobolares aut transcripti» (Clarorum Germanorum ad Ant.
Magliabechium nonnullosque alios epistolae, I, Florentiae 1746, p. 10).
153. A. D’Anzi, Il genio vagante. Biblioteca curiosa di cento, e più relazioni di viaggi stra-
nieri de’ nostri tempi, III, Parma 1692, pp. 231-244.
154. «La Galleria di Minerva overo notizie universali», 1696, p. 360.
155.  «Nuovo giornale enciclopedico», agosto 1782, recensione ai Saggi di studj veneti di
Giuseppe Toaldo, p. 9. Più riduttivo il giudizio del Tiraboschi che cita l’opinione del Leibniz ma si
limita a definire l’opera «di qualche pregio» (Storia della letteratura italiana, VIII, Modena 1793,
p. 417).
156.  L. Marracci, Alcorani textus universus, Patavii 1698. V. anche F. Gabrieli, Gli studi
orientali e gli ordini religiosi in Italia, in «Il pensiero missionario», III (1931), pp. 6-19.
II
I Turchi nell’età dei lumi
1. Pace e amicizia tra due potenze al tramonto

1. Decadenza e riforme nella Turchia del Settecento

Uno dei ritratti più penetranti e coloriti del governo e della società ottomani
agli inizi del XVIII secolo è la relazione presentata in Senato nel 1706 da Carlo
Ruzzini dopo sette mesi di ambasceria a Costantinopoli. Diplomatico abile e
colto, capace di giudizi precisi e densi di vigore critico, il Ruzzini ha già avuto
l’opportunità di conoscere personalità turche di primo piano durante i negoziati
sfociati nella pace di Carlowitz ed è destinato vent’anni dopo a capeggiare la
delegazione veneziana alle trattative di Passarowitz. Il suo lucido senso politico
coglie con esattezza la lenta e progressiva decadenza dell’impero ottomano,
minato dall’abbandono dell’«applicatione alli studij» e della «fierezza degl’ani-
mi» e dall’affievolirsi della «cieca obbedienza, la rassegnatione al destino, la
stessa fede ai dogmi della lor legge». Abbassato e avvilito il potere del sultano
cresce quello del primo visir «per le cui orecchie il re sente, per i cui occhi il re
vede, con la cui lingua il re parla, colui che ascolta tutti, decide, arbitra sopra
tutto», mirabile esempio della sconcertante onnipotenza del potere esecutivo al
vertice di un impero dispotico.1 Il Ruzzini individua i primi sintomi del declino
politico ed economico nei primi anni del Seicento quando «confuso il governo,
disordinato il consiglio, povero l’erario, torbide le milizie» è iniziato il costante
indebolimento dello stato, travagliato dall’inflazione, dalle malversazioni dei
funzionari e dallo sfaldarsi della stessa impalcatura morale della società secon-
do una parabola dal corso e dall’esito finali ineluttabili come l’iter biologico
di una qualsiasi specie animale. Alla progrediente rovina nessuno sinora ha
opposto rimedi adeguati e tempestivi e la nazione turca continua nel suo inerte
e rassegnato sfacelo senza curarsi di acquisire «la notitia dell’ultimo sforzo
degl’ingegni nelle moderne dottrine».2
Le splendide raffinatezze della corte ottomana durante l’«età dei tulipani» non
celano agli occhi disincantati ed esperti degli osservatori veneziani le crepe sempre

1. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. C. Ruzzini, cc. 6v-8r.


2. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. C. Ruzzini, c. 16v.
212 Venezia e i Turchi

più ampie dell’edificio dello stato, sconvolto da sanguinose ribellioni, da pesanti


insuccessi militari e dal cedimento delle strutture finanziarie ed amministrative.3
Se il tramonto ormai imminente dell’impero ottomano predispone l’opinione
pubblica veneziana ad osservarne la civiltà più serenamente e senza forzature e
drammatizzazioni polemiche, in Turchia il peggioramento delle condizioni eco-
nomiche dello stato e l’evidente diminuzione di peso politico nella scena interna-
zionale aprono un processo di revisione critica nella classe dirigente più colta e
sensibile che cerca di reagire alla decadenza, studia e in parte realizza progetti di
riorganizzazione dell’esercito, discute e mette in cantiere riforme di segno mode-
rato, guarda con sempre minore sufficienza e ostilità all’Occidente imitandone le
più avanzate scoperte scientifiche.
Negli ultimi decenni del secolo quando le disastrose campagne militari con-
tro la Russia evidenziano ancor più bruscamente la profonda crisi dello stato otto-
mano anche i baili veneziani, come al solito attentissimi a tutto ciò che di nuovo
si agita all’interno del loro potente nemico, registrano sempre più spesso il confu-
so fermento di idee, aspirazioni e progetti di rinnovamento culturale e sociale nel
governo turco sempre più apertamente diviso tra tradizionalisti e innovatori.
La guerra del 1768-1774 con la pericolosa campagna navale russa nel Me-
diterraneo trova il bailo Girolamo Ascanio Giustinian troppo impegnato a salva-
guardare la neutralità veneziana per offrirgli tempo e occasione di analizzare in
profondità la crisi incombente sull’impero ottomano,4 ma quando l’imminente pace
di Cuciuk Kainargi sembra funzionare da detonatore delle contraddizioni interne
turche e apre un breve e contrastato periodo di riforme, a Costantinopoli è giunto
a rappresentare la Repubblica Paolo Renier, energica figura di diplomatico, amico
del fallito riformatore Angelo Querini e uno dei più brillanti uomini politici espressi
dall’aristocrazia senatoria veneziana negli ultimi decenni del Settecento.5 La sua
acuta analisi della situazione interna dell’impero ottomano oscilla tra l’ammirata
descrizione degli energici sforzi di occidentalizzazione e di rinascita e la spietata

3. È così chiamato il periodo 1718-1730 dominato dalla figura di Halil Pascià, per la vera
e propria mania per il fiore olandese diffusasi tra i dignitari della Porta. Sui dispacci dei baili nei
primi decenni del secolo sono fondati i due saggi di M.L. Shay, The Ottoman Empire from 1720
to 1734 as revealed in the Dispatches of the Venetian baili, Urbana 1944 e A. Benzoni, La guerra
russo-turca del 1736-1739 come fu vista dalla diplomazia veneziana a Costantinopoli, in «Archivio
veneto», XIII (1933), pp. 186-202. Non è senza significato che proprio da fonti veneziane, ed in
particolare dall’Istoria del Garzoni, abbia tratto copiosa messe di notizie il Vico per tracciare quel
suggestivo excursus sull’ascesa e decadenza dei Turchi inserito nella biografia di Antonio Carafa
(G.B. Vico, De rebus gestis Antonj Caraphaei libri quatuor, Napoli 1716, ripubblicata in Id., Scritti
storici, Bari 1939, pp. 729-775). Sui problemi della decadenza ottomana nel Settecento oltre alle
classiche pagine di Jorga e Hammer, cfr. B. Lewis, Some reflections on the Decline of the Ottoman
Empire, in «Studia islamica», IX (1958), pp. 111-127; Bombaci, L’impero ottomano, pp. 575-583,
Mantran, La navigation venitienne, pp. 376-387; A.N. Kurat, J.S. Bromley, La ritirata dei Turchi
(1683-1730), in Storia del mondo moderno, Milano 1971, VI, pp. 729-775.
4. Non manca però qualche vivace spunto sparso qua e là nei suoi dispacci (ASV, Senato,
Dispacci Costantinopoli, filze 212, 213, 214).
5. T.M. Marcellino, Una forte personalità nel patriziato veneziano del Settecento: Paolo Re-
nier, Trieste 1959, in part. le pp. 25-42.
Pace e amicizia tra due potenze al tramonto 213

e pessimistica denuncia di una corruzione e decadenza sorde a qualunque solle-


citazione riformatrice. Secondo il Renier le guerre sfortunate dei grandi imperi si
possono paragonare ai terremoti terrestri: questi «alterano e cambiano la natura
degli elementi», quelle «fanno cambiare rapidamente le massime, gli usi e fino gli
stessi principj» delle nazioni. L’impero ottomano con la guerra da poco perduta ha
subito uno choc salutare e sotto la pressione della Francia e della Svezia si avvia a
ricondursi a «ordini buoni», adotta sempre più frequentemente «massime europee»
nell’arte bellica e ricorre ampiamente alla tecnica francese per superare la propria
arretratezza,6 ma queste velleità riformatrici, effimere e prive di una forte spinta dal
basso, si spengono rapidamente con l’avvento del nuovo sultano Abdulhamid con
cui sembrano tornati in Turchia i tempi degli «antichi governi asiatici corrottissimi
posti fra la potenza delle donne e quella degli eunuchi».
Nel 1774 il Renier ormai non ha più dubbi: la corruzione interna ha raggiunto
il limite massimo e la libertà di navigazione sui mari e i fiumi ottomani concessa
a tutte le potenze straniere combinandosi con le altre clausole della ignominosa
pace coi Russi fa presagire vicina la rovina dell’impero.7 In un dispaccio del 4
gennaio egli tratteggia un quadro incisivo e cupo della decadenza ottomana che
ormai ha valicato i confini delle strutture economiche e amministrative per attin-
gere i più intimi valori morali della popolazione. Sfibrato da un intenso e precoce
sforzo libidinoso e privo della «coltura» dei cristiani, il popolo turco langue in un
torpore infecondo e degradante, mentre la classe dirigente, vittima dell’avarizia
e della venalità e adusa a considerare ogni carica pubblica un privato apannaggio
da sfruttare sino al totale esaurimento, consuma il proprio sfacelo fisico e morale
nella vita dissipata degli harem che la riduce ad una «lussuriosa mentale infer-
mità insanabile nell’uomo che lo costituisce inetto alla contemplazione ed azione
delle cose necessarie al governo». Ipocrisia negli uomini di legge, inettitudine e
viltà nei sudditi, ignoranza colpevole delle arti militari, spopolamento dell’impe-
ro sono logiche conseguenze di questo collasso della fibra morale dello stato8 e
se nel 1774 il Renier sembra attribuire solo ai Turchi questa generale corruzione
morale, nell’aprile dell’anno successivo ammette sconsolato che ormai essa va
corrodendo tutta l’Europa.9
La convinzione di uno sfacelo ormai imminente ed il contemporaneo rifiuto
di accettare l’idea di una Turchia disposta a convivere pacificamente con Venezia
si combinano nella vibrante prosa di Andrea Memmo, la cui relazione del 1781 è
documento prezioso del vischioso tradizionalismo di tanti esponenti del patriziato.
Ha ragione il Torcellan ad osservare che a Costantinopoli «due tramonti
potevano incontrarsi e misurarsi»10 ma è rilevante constatare che la volontà

6. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 215, disp. 17 ottobre 1772, 17 luglio e 3 set-
tembre 1773.
7. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 216, disp. 3 marzo e 3 settembre 1774.
8. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 216, disp. 4 gennaio 1774.
9. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 216, disp. 18 aprile 1775.
10. G. Torcellan, Una figura della Venezia settecentesca: Andrea Memmo. Ricerche sulla crisi
dell’aristocrazia senatoria veneziana, Venezia-Roma 1963, p. 143. Dello stesso Torcellan vedi an-
214 Venezia e i Turchi

del Memmo di modellare la sua relazione su una esauriente disanima di tutte


le cause della decadenza economica e politica del vecchio «irriducibile subdo-
lo avversario», lo emargina, insieme a tanti altri suoi colleghi patrizi, da una
generazione di scrittori che sta avviando proprio in questi anni un coerente
tentativo di dare del Turco un’immagine meno stereotipa e deforme. Il suo ri-
tratto dello stato turco è ritmato su toni di nero pessimismo: tutti i ministri sono
corrotti, l’interesse privato regola ogni azione, «ignoranza, inerzia, letargo»
imperano in ogni ramo dell’amministrazione, il popolo è ozioso, l’evasione
fiscale è diffusissima, le avanie dei bassà prassi ordinaria, l’ignoranza delle
scienze pervicace e senza rimedio.11 Della letteratura, delle arti, delle scienze,
di tutto un patrimonio culturale cui si sta rivolgendo l’appassionato interesse
dei giornali e degli intellettuali più avanzati neppure un cenno. Il Torcellan ha
sottolineato nel Memmo la compresenza di una sostanziale adesione alla «tra-
dizione» e alla «coscienza della classe aristocratica» e di un’apertura a tutte le
«voci» ed «esperienze significative» del Settecento europeo,12 ma certo il suo
atteggiamento verso i Turchi, visti ancora come un «popolo senza ragione e che
odia tutto ciò che odora di veneziano»,13 lo collega più alla difesa di un passato
ricco di gloriose tradizioni che alle moderne posizioni della cultura veneziana
del Settecento. È vero che la sua descrizione dei ministri ottomani accredita,
come osserva il Berengo, l’immagine di un «pacifico popolo turco» trascinato
con la forza dagli europei nella bufera della guerra,14 ma in realtà i motivi ispi-
ratori di tutta la relazione sono ancorati ad una visione conservatrice ed ostile
del mondo ottomano.
Il «calice troppo amaro» della cessione della Crimea acutizza all’interno del
governo ottomano la frattura tra l’ala più conservatrice, ostile a qualsiasi innova-
zione e quella più progressista, favorevole ad un moderato programma di riforme
all’interno e ad un realistico adeguamento ai rapporti di forza in politica estera.
Agostino Garzoni, bailo a Costantinopoli nei giorni tumultuosi del «doloroso sa-
crificio» della Crimea, segue con curiosità e partecipazione l’animato contrasto
che oppone nel Consiglio di stato gli uomini di legge e alcuni capi militari, «ri-
pieni di pregiudizi che derivano dalla loro religione ed infatuati dalle idee della
passata grandezza e valor musulmano» e decisi a rimettersi ancora all’azzardo
delle armi «ed al voler del Destino», al Visir che invece con una «lunga patetica
esposizione» della disastrosa situazione militare dello stato convince «con vera
e fondata ragione» i fanatici ad accettare una linea di condotta prudente e pos-

che Profilo di Andrea Memmo, in Illuministi italiani, a cura di G. Giarrizzo, G. Torcellan, F. Venturi,
VII, Riformatori delle antiche Repubbliche, dei ducati, dello Stato Pontificio e delle isole, Milano-
Napoli 1965, pp. 193-204, ora anche in «Settecento veneto e altri scritti», pp. 263-272.
11. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. A. Memmo (in tre dispacci fusi insieme),
cc. 24-26.
12. Torcellan, Una figura, p. 19.
13. Da un dispaccio da Buiuk-darà del 3 agosto 1779 citato ibidem, p. 151, nota 2.
14. M. Berengo, Il problema politico-sociale di Venezia e della sua terraferma, in La civiltà
veneziana del Settecento, a cura di Vittore Branca, Firenze 1960, p. 73.
Pace e amicizia tra due potenze al tramonto 215

sibilista.15 Passa poco più di un anno e ancora una volta il Garzoni è costretto a
registrare la sconfitta della ragione e del buon senso di fronte al fanatismo. Infatti
nell’aprile del 1785 sale al potere un nuovo visir di idee tradizionaliste «ripieno
dello spirito musulmano e dei pregiudizi della Maomettana Religione» che im-
prime una sterzata in senso decisamente reazionario alla politica interna ottomana
e apre un periodo di governo in cui «par che si voglia reprimere la prudenza e la
moderazione ed innalzare il fanatismo e l’ardire».16
Il Garzoni non ha dubbi sul destino imminente dello stato turco e parla senza
esitazioni di «rovina irreparabile» e di «vacillante impero»,17 mentre il suo suc-
cessore Girolamo Zulian, più prudente e riservato, si limita a qualche notazione
sulla «superstizione» dominante nel popolo turco.18
La dialettica conservazione/rinnovamento all’interno del governo e dello
stato turchi si sviluppa con particolare chiarezza intorno al problema della mo-
dernizzazione delle forze armate, ormai ridotte ad una condizione di evidente
inferiorità rispetto agli eserciti europei sanzionata in modo clamoroso dalle gravi
sconfitte subite nelle guerre con l’Austria e la Russia. Paolo Renier, grande ap-
passionato di cose militari e ammiratore delle iniziative di Giuseppe II e Federico
II,19 descrive giannizzeri e spahi come soldati inetti ed imbelli cui è rimasto solo
«il nome del valore e della passata ferocia»20 e il Memmo rincara la dose dipin-
gendoli addirittura come una mandra di deboli e vili combattenti, arditi e feroci in
caso di vittoria ma rassegnati e pronti alla diserzione e allo sbandamento di fronte
alla sconfitta o alla lusinga di un personale vantaggio.21
La coscienza dell’inferiorità tecnica ed umana del proprio esercito induce la
Porta a riprendere con audacia e decisione la politica di utilizzazione della ma-
nodopera specializzata occidentale già sperimentata nei secoli d’oro dello stato,
ma questa volta il Sultano non si rivolge più ai rinnegati ma alla scienza e alla
tecnica ufficiali dell’Europa regolarmente negoziate e pagate con accordi a livello
diplomatico. Nel 1771 arriva a Costantinopoli il barone de Tott seguito negli anni
successivi da altri tecnici e ufficiali francesi che insegnano alle truppe turche la
disciplina e le nuove tattiche europee, riattivano con nuovi mezzi e più moderne
concezioni gli arsenali e aprono nuove fonderie di cannoni.22

15. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 224, disp. 24 dicembre 1783.


16. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 224, disp. 9 aprile 1785. Sul contrasto tra
«fanatici» e «prudenti» nel governo ottomano cfr. anche i dispacci del 10, 25 giugno e 10 settembre
1785. Altre osservazioni sulla politica interna ottomana di questi anni nella consueta relazione pre-
sentata in Senato nel 1786 (ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7).
17. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 225, disp. 9 e 24 luglio 1785.
18. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 226, disp. 10 aprile 1786.
19. Marcellino, Una forte personalità, p. 13.
20. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 215, disp. 17 febbraio 1774.
21. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. A. Memmo, cc. 33-35.
22. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 215, disp. 17 ottobre 1772, 17 luglio e 3
settembre 1773, filza 224, disp. 10 luglio, 14 dicembre 1784, 10 febbraio 1785, filza 225, disp.
10 novembre 1785, filza 227, disp. 5 luglio 1787. Cfr. anche le corrispondenze delle «Notizie del
mondo», n. 45, 4 giugno 1783, n. 79, 1 ottobre 1783.
216 Venezia e i Turchi

Questo tentativo del governo turco di mettere a profitto la tecnologia occidenta-


le e il prezioso aiuto francese per modernizzare il proprio apparato bellico è seguito
con attenzione e curiosità dai baili, sin dall’inizio incerti e dubbiosi sulle possibilità
di riuscita dell’esperimento. Abbastanza ottimista il Renier che sottolinea la «pron-
ta e rassegnata obbedienza» dei Turchi alle istruzioni del de Tott,23 pessimisti invece
il Memmo24 e il Garzoni che definisce senz’altro «chimerico e fantastico» il proget-
to di disciplinare le truppe ottomane a causa dei «falsi principij della superstizosa
loro religione».25 È vero, osserva ancora il Garzoni, che gli uomini «più illuminati»
del governo sono intimamente persuasi che il coraggio, l’impeto e la protezione del
Profeta non bastano più a vincere le battaglie e che è invece necessario assoggettare
l’orgoglio ottomano ad alcune regole e istruzioni militari, ma lo sforzo generoso dei
francesi per «mutare l’indole della Nazione» gli pare del tutto vano.26 Un tentativo
del sultano di eliminare le paghe dei giannizzeri inetti e superflui scatena una vera
e propria rivolta che minaccia di travolgere lo stesso sovrano e più in generale «il
genio di questa nazione intollerante ed impetuosa» si mostra indocile all’ordine e
alla disciplina europei.27 Alla fine del 1785 il fallimento dei tecnici giunti da Parigi
è ormai evidente e il Garzoni ne attribuisce la causa ai «principij di religione» e alla
«educazione che converrebbe intieramente sovvertire» anche se gli sembra non del
tutto infondata l’ipotesi che gli stessi francesi, nonostante le apparenze e il freneti-
co attivismo, desiderino lasciare le cose come stanno nel timore che aggiungendo
«l’ordine, la tolleranza e disciplina al loro numero, ferocia ed alterigia» i Turchi
divengano troppo potenti.28
L’indole neghittosa e superba dei Turchi che rifiutano di apprendere le di-
scipline di altri paesi fanno apparire anche a Niccolò Foscarini «difficile idea»
i progetti di riforma dell’esercito avanzati ancora una volta nell’aprile del 1792
dopo la conclusione dell’ultima guerra con la Russia che ha visto l’impero otto-
mano toccare il fondo della sua depressione politica e militare.29 Eppure lo stesso
Foscarini di lì a qualche mese ha parole di elogio per il nuovo governo che dimi-
nuisce l’autorità del primo visir istituzionalizzando le funzioni del Consiglio di
stato, limita la durata delle cariche per frenare le malversazioni dei governatori,
colpisce il lusso eccessivo, cerca di distruggere o almeno ridurre il dispotismo
dei feudatari e stimola una rinascita degli studi scientifici con l’istituzione di una
scuola del genio largamente aperta allo studio delle matematiche.30

23. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 215, disp. 17 ottobre 1772. Il 6 gennaio dello
stesso anno il Renier allega al suo dispaccio un’ampia relazione, compilata con l’aiuto del capitano
Facchinei, sulla nuova fabbrica di cannoni aperta dal de Tott.
24. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, relaz. A. Memmo, c. 33v.
25. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 224, disp. 10 luglio 1784.
26. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 224, disp. 14 dicembre 1784, 10 febbraio
1785.
27. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 224, disp. 10 gennaio, 10 marzo 1785.
28. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 202, disp. 10 novembre 1785.
29. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 236, disp. 22 aprile 1792.
30. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 236, disp. 8 maggio 1792. Un rapido ma
efficace profilo delle innovazioni del biennio 1792-1793 viene riproposto dal Foscarini nella sua
Pace e amicizia tra due potenze al tramonto 217

Sulla stessa linea di benevolo apprezzamento delle novità e delle riforme in


corso di attuazione si colloca l’ultimo bailo Ferigo Foscari che rileva con soddi-
sfazione la buona riuscita dell’addestramento alla «francese» delle truppe turche
e arriva a paventare «il giorno in cui l’Europa avesse a pentirsi di avere illu-
minata una Nazione che anche nella sua decadenza sarà sempre grande sempre
potente».31 Sul trono di Costantinopoli siede ora un sultano convinto della neces-
sità di trarre la sua nazione dall’«ignoranza» e dai «pregiudizi», che comincia a
dare concreta attuazione ai propositi riformistici: rinnova l’ordinamento dell’ar-
senale, riorganizza il corpo del genio, istituisce una scuola di lingua italiana e
francese obbligando ministri e ufficiali a frequentarla. Tra la generale sorpresa
i sudditi turchi questa volta accettano di buon grado le innovazioni e persino
i soldati acconsentono a farsi tagliare la barba e a vestire un abito diverso dal
tradizionale mostrando così chiaramente che anche «la Nazione in generale» ri-
conosce la necessità di cambiamenti, un’osservazione significativa e ad un tempo
un po’ paradossale in un uomo come Ferigo Foscari, sinceramente legato al suo
vecchio mondo aristocratico e destinato di lì a qualche mese ad essere sostituito
dal nuovo «cittadino bailo» Francesco Vendramin, rappresentante della neonata
municipalità democratica.32
A partire dalla seconda metà del Settecento sulla situazione interna dello sta-
to turco indagano e riferiscono con una viva sensibilità per le crescenti esigenze
dell’opinione pubblica anche le corrispondenze dei giornali veneziani ricche di
notizie e di temi molto più vasti dei contemporanei dispacci dei baili.
È soprattutto grazie alle «Notizie del mondo», il quotidiano diretto da Giu-
seppe Compagnoni con sincero interesse per tutte le vicende culturali e politiche
del secolo dei lumi e nel segno di una semisegreta adesione alle idee «moderne»,
che i veneziani conoscono l’evoluzione della situazione politica, economica e
culturale della Turchia. L’insistenza con cui questo giornale sottolinea l’aspro
contrasto che contrappone in Turchia il fanatismo e la superstizione alle idee di
progresso e di modernizzazione, risponde all’esigenza di dar sfogo alle inquietu-
dini illuministiche e pre-giacobine del Compagnoni e talvolta allude copertamen-
te alla situazione politica e culturale della Repubblica Veneta, non meno bisogno-
sa di rinnovamento e riforme.33
C’è un tratto in comune ai molti dispacci da Costantinopoli delle «Notizie
del mondo» e, in misura minore, de «Il nuovo postiglione», ed è la costante sot-
tolineatura del tenace permanere nella società turca di un cumulo incredibile di
superstizioni e pregiudizi che spiegano la condotta «stranissima» della Porta in

relazione finale al Senato (ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. Foscarini, cc. 10r-11v,
pubblicata in Romanin, Storia documentata, IX, pp. 516-518).
31. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 240, disp. 9 agosto 1794.
32. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 240, disp. 10 aprile 1795. Cfr. anche B. Cec-
chetti, Scuola di lingua italiana e francese a Costantinopoli e soldati turchi sbarbati, in «Nuovo
archivio veneto», XV (1885), t. XXIX, parte I, p. 421.
33. Sul Compagnoni politico e giornalista direttore delle «Notizie del mondo» cfr. Berengo,
La società veneta, pp. 178-180 e I giornali veneziani del Settecento, pp. LVIII-LXI.
218 Venezia e i Turchi

occasione delle ultime vicende politiche e inducono a sinistre previsioni sul futu-
ro e la durata dell’impero.34
Il fatalismo musulmano, che scaturisce da un’interpretazione troppo letterale
del Corano, un tempo potente strumento di espansione militare per l’impeto fa-
natico e lo sprezzo della morte che ispirava ai combattenti, si è ora convertito in
una vera e propria malattia morale, che corrode la compagine sociale e tarpa ogni
iniziativa di civili realizzazioni. Baili e viaggiatori osservano sgomenti l’asso-
luta mancanza di qualsiasi precauzione da parte del popolo e spesso anche delle
autorità nei confronti delle epidemie di peste che periodicamente aprono vuoti
paurosi tra gli abitanti di Costantinopoli e delle altre città ottomane. Il «principio
di religione» e l’«assuefazione», ambedue ispirati ad una concezione fatalistica
della vita, paralizzano ogni provvedimento igienico e profilattico dei Turchi che
si offrono come gregge di pecore alla morte,35 fatta eccezione per alcuni ministri
e signori «che sono alquanto illuminati».36
La superstizione, nella più ampia accezione del termine e nelle infinite ma-
nifestazioni peculiari della società turca, è il vero male oscuro dell’impero otto-
mano che blocca ogni potenziale progresso, avviluppando uomini e istituti in una
plumbea cappa di stagnazione e misoneismo.37 Essa semina la costernazione tra il
popolo di Costantinopoli colpito da un rovinoso terremoto,38 fa perdere alla plebe
il cervello in occasione delle feste per la nascita dei figli del sultano,39 spinge il
volgo nelle braccia del «fanatismo» dei preti che invocano la guerra santa.40
Figlia dell’ignoranza la superstizione incute terrore panico nei popolani in-
terpretando una semplice cometa come «fatale indizio della loro totale rovina e
desolazione»41 e talvolta si mescola paradossalmente ai più moderni sviluppi del-
la tecnica europea come quando nel 1797 chiama l’astrologia a fissare il giorno
più fausto per la posa della prima pietra di una vasca progettata da un ingegnere
svedese.42 Il suo potere insinuante e avvolgente non si limita ad annichilire il
volgo idiota e illetterato ma trascina anche gli uomini politici del Divano che con-

34. «Notizie del mondo», n. 26 gennaio 1782.


35. «Il nuovo postiglione», n. XXXIII, 16 agosto 1783, p. 386, XXXVII, 13 settembre 1783,
p. 443, «Notizie del mondo», n. 73, 12 settembre 1795, p. 686. Notizie sulla peste in Turchia in D.
Panzac, La peste à Smyrne au XVIIIe siècle, in «Annales. E.S.C.», 28, 4 (1973), pp. 1071-1093.
36. «Giornale enciclopedico», novembre 1780, p. 20 (rec. a D. Sestini, La peste di Costanti-
nopoli, del 1778, Yverdon 1779, pp. 17-27).
37. Un estratto del «Giornale di Buglione» commentando le Mémoires del de Tott assicura
che «tutto ciò ch’egli ci racconta della superstizione, e stupidezza Turchesca fa ben chiaramente
conoscere che quell’impero non avrebbe bisogno di scosse violentissime per crollare sfasciato»
(«Nuovo giornale enciclopedico», aprile 1785, p. 75).
38. «Giornale d’Italia spettante alla scienza naturale e principalmente all’agricoltura, alle arti
ed al commercio», III (1776), p. 16.
39. «Notizie del mondo», n. 1, 5 gennaio 1782, n. 20, 11 marzo 1786.
40. «Il nuovo postiglione», n. L, 13 dicembre 1783, p. 593.
41.  «Notizie del mondo», n. 19, 1 ottobre 1783, «Il nuovo postiglione», n. XL, 4 ottobre
1783, p. 472. Spunti interessanti sul concetto di barbarie, ignoranza e superstizione in «Notizie del
mondo», n. 20, 11 marzo 1786.
42. «Il nuovo postiglione», n. CLXXXIII, 8 novembre 1797, p. 930.
Pace e amicizia tra due potenze al tramonto 219

dividono con gli umili la malinconia ispirata dalla credula convinzione dell’im-
minente compimento dell’anno 2000 dell’era ottomana foriero di lutti e rovine e
forse della fine dello stesso impero.43
L’europeo del Settecento non ammette facilmente che le tenebre della super-
stizione siano destinate a coprire in eterno la società umana e si nutre dell’ottimi-
stica fiducia che la forza della ragione riuscirà, sia pure dopo travaglio tormen-
tato e contrastato, ad aprire una breccia nel muro dei pregiudizi e dell’ignoranza
ereditati dal passato. Anche i gazzettieri veneziani seguono con vigile attenzione
la nascita e lo sviluppo, timidi e incerti ma pur sempre significativi, di nuovi at-
teggiamenti del pensiero e dell’azione volti al superamento del fanatismo e della
superstizione. Una semplice festa da ballo nella sede dell’ambasciata francese di
Costantinopoli cui il Gran Visir interviene mascherato «alla Maomettana» sembra
alle Notizie del mondo un indizio che i musulmani «si spogliano appoco appoco
dei loro pregiudizi e si adattano volentieri ai costumi, e gusto europeo»44 e l’otti-
mismo cresce e si rafforza quando è lo stesso governo a respingere la «grossolana
superstizione» del volgo e a progettare in tutto lo stato l’erezione di lazzaretti per
l’isolamento della peste.45
Come in Europa la battaglia per la distruzione del fanatismo e un più moder-
no e civile assetto della società è dura e costellata di sconfitte e ripiegamenti, così
anche in Turchia registra le accanite resistenze dei retrogradi e dei conservatori e
frequenti battute d’arresto. Nell’aprile del 1786 un muftì per sopperire alla scar-
sezza di bovini autorizza il consumo della carne suina ma paga con la deposizione
la sua audacia innovatrice delle leggi del Corano46 e negli stessi anni quei ministri
che pensano di ammodernare la cadente struttura dell’esercito turco con l’aiuto
dell’istruzione tecnica europea constatano con amarezza la difficoltà di vitalizza-
re un organismo vecchio e sclerotico ma fiero e orgoglioso di una tradizione e di
un passato venerati e ritenuti intangibili come i dogmi della religione. Il quadro
catastrofico dell’esercito ottomano ripetutamente descritto dai baili trova un pun-
tuale riscontro anche nei giornali di cultura e di varia letteratura che si impegnano
con disinvolta compiacenza a criticare e svilire le virtù guerriere di una nazione
temuta per secoli proprio per la sua invincibile potenza militare.
Elisabetta Caminer, colta e raffinata giornalista, ma certo poco adatta al dif-
ficile studio dell’arte bellica, si diletta nel 1769 di attribuire ai Turchi una igno-
ranza della scienza militare pari a quella dei Sibariti47 e qualche anno più tardi
il «Giornale enciclopedico» riporta dalla «Gazzetta universale» l’estratto di un
libro francese che esalta il valore e la disciplina delle truppe russe polemicamente
contrapposti al disordine e all’impeto animalesco dei reparti ottomani.48

43. «Il nuovo postiglione», n. XLV, 5 novembre 1785, p. 534.


44. «Notizie del mondo», n. 27, 2 aprile 1785.
45. «Il nuovo postiglione», n. LI, 24 dicembre 1785.
46. «Il nuovo postiglione», n. XV, 15 aprile 1786, pp. 182-183.
47. «L’Europa letteraria», 1769, t. VI, p. II, pp. 63-66. Cfr. anche t. IV, aprile 1771, p. II, pp.
39-42, settembre 1771, t. I, parte I, pp. 83-91.
48.  «Giornale enciclopedico», marzo 1781, pp. 72-78.
220 Venezia e i Turchi

I giornali veneziani seguono con viva attenzione anche i tentativi del de Tott
e degli altri tecnici e ufficiali francesi di disciplinare e modernizzare le truppe tur-
che ma anch’essi come i baili sono costretti a registrare il fallimento dello sforzo
ottomano di «paragonarsi all’altre potenze d’Europa nell’arti e soprattutto nel
militare»49 con un pessimismo che coinvolge anche i tentativi posteriori al 1792
positivamente apprezzati da Ferigo Foscari.50
Anche la Turchia vive in questi anni il dramma della frattura tra una ristretta
minoranza della classe dirigente, illuminata dalla ragione e protesa a diffondere il
progresso e l’incivilimento dove regnano oscurantismo e arretratezza culturale e
una massa amorfa e indifferente, ostinatamente legata ai pregiudizi religiosi e so-
ciali e refrattaria a qualunque innovazione che comunque scalfisca il patrimonio
di idee e conoscenze ereditato dagli avi. I giornalisti si accostano con affettuosa
simpatia e comprensione a questa élite di illuminati fautori del progresso e con
schietto entusiasmo le corrispondenze di Costantinopoli tratteggiano una vivace
galleria di colti e moderni uomini politici ottomani desiderosi di incamminare la
loro nazione sulla strada del progresso. Energiche figure di visir, cordiali, educati
all’europea, attivi e pronti all’azione, colpiscono la fantasia dei gazzettieri, come
quel ministro degli esteri che «contro il costume dei veri Musulmani ricolma di
finezze» i diplomatici stranieri51 o quel Rabib Effendi ambasciatore a Vienna,
affabile, gentile, colto e spiritoso come gli europei e dal «genio» ben diverso
«dalla comune opinione che abbiamo de’ Turchi»52 o ancora quel fiero Hassan-
Pascià che ha avuto dalla nascita il «germe del genio» destinato a farne un «uomo
meraviglioso se non ne avessero impedito l’intiero sviluppamento lo studio tra-
scurato fino ad una troppo avanzata età e la mancanza delle cognizioni di prima
necessità».53
Anche nella famiglia dei sultani i tempi moderni portano una ventata di novi-
tà che si riflette nella personalità dei sovrani regnanti. Durante l’«età dei tulipani»
Achmet III attira l’attenzione del bailo Francesco Gritti per le sue non comuni doti
politiche, l’interesse per la buona amministrazione dello stato, la straordinaria
propensione per gli studi storici e la buona cultura54 ma è soprattutto la figura del

49. «Il nuovo postiglione», n. 1, 4 gennaio 1797, p. 7.


50. «Notizie del mondo», n. 83, 15 ottobre 1783; «Mercurio d’Italia storico-politico per l’an-
no 1797», 3° semestre, p. 174.
51. «Notizie del mondo», n. 1, 3 gennaio 1784. «Persone illuminate, e molto versate nelle
buone lettere, sapendo tutti e due l’italiano, il francese e il tedesco», questo il ritratto del muftì e
del nuovo primo visir nel 1782 (Notizie del mondo», n. 97, 4 dicembre 1782). Alcuni anni prima,
nel novembre del 1774, Paolo Renier aveva manifestato il suo stupore per essere stato ricevuto dal
primo visir con modi «che non sono soliti de’ Turchi, ma con quelli che giustamente si direbbero
li più politi tra le civilizzate nazioni d’Europa» (ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 216,
disp. 3 novembre 1774).
52. «Notizie del mondo», n. 22, 17 marzo 1792.
53. «La Natura dallo studio aiutata e dall’arte avrebbe potuto fare di Hassan-Pascià un uomo
prodigioso. La Natura da se sola ne ha fatto un uomo grande» («Notizie del mondo», n. 99, 10 di-
cembre 1785). Cfr. anche «Il nuovo postiglione», n. XLVIII, 3 dicembre 1785, pp. 590-591.
54. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. F. Gritti, cc. 1v, 41v, 48r.
Pace e amicizia tra due potenze al tramonto 221

giusto, colto e riformatore Achmet IV che trova nell’opinione pubblica veneziana


un unanime coro di elogi e di cordiale ammirazione. «Umano e generoso» per
l’arcigno turcofobo Andrea Memmo,55 «principe clemente pacifico e compassio-
nevole» per il corrispondente de «Il nuovo postiglione»,56 questo giovane sultano,
speranza della Turchia e sicura promessa di un avvenire di riforme e di progresso,
è oggetto di un ritratto entusiastico da parte delle «Notizie del mondo».
Magnanimo e umano, appena assunto il governo si impegna attivamente a
mettere ordine nell’amministrazione dell’impero, punisce i funzionari corrotti e
oppressori dei sudditi, si circonda di ministri abili e di idee aperte e moderne che
si applicano con passione a rimuovere il principale ostacolo all’incivilimento dei
Turchi e cioè l’avversione per gli usi e costumi europei, come dire «l’avversione
medesima contro l’introduzione d’ogni specie di Novità e di Riforme, opposte alle
antiche loro barbare costumanze». Vissuto in dorata prigionia per molti anni non ha
trascorso il tempo nell’ozio infecondo ma nello studio delle scienze e delle lingue
europee e si sforza di trasmettere anche ai figli il gusto per l’educazione occiden-
tale affidando il terzogenito alle cure di un istitutore francese.57 Anche il «Giornale
enciclopedico» gli dedica un breve medaglione esaltandone il «cuore nobile e ge-
neroso», la buona cultura, l’amore per la musica e l’avversione per ogni forma di
eccessiva e rigoristica adesione all’islamismo.58 Questa ammirazione per l’attiva
opera di modernizzazione di Achmet IV si ripete qualche anno dopo per Selim III,
giovane «bollente di temperamento, non ammollito ancora dai piaceri», ma «vis-
suto consapevole del suo destino, educato in ogni maniera di cognizioni e di lumi»
e accolto dai sudditi con grandi speranze purtroppo rapidamente deluse per la sua
incapacità di affrontare la decadenza dello stato con misure energiche e radicali.59
I modesti risultati dei tentativi riformistici dei sultani inducono i giornalisti
veneziani a giudicare con sfiducia il successo di un autonomo processo di risve-
glio e di modernizzazione della Turchia e a individuare nella benefica influenza
dei lumi della «colta» Europa l’unica possibilità di progresso e di rinnovamento
della società ottomana. Solo il contatto con le arti, le scienze e la politica degli
europei riuscirà a dissipare i pregiudizi che fanno ancora dell’impero dei Turchi
«un deserto fra l’Asia» e sarà soprattutto il libero commercio con le altre nazioni
occidentali a insinuare una «nuova maniera d’esistere» capace di intaccare lo
spirito nazionale e distruggere l’intolleranza islamica.60

55. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. A. Memmo, c. 32.


56. «Il nuovo postiglione», n. XIII, 29 marzo 1783, p. 147. Il 26 marzo 1788 la «Gazzetta
urbana veneta» pubblica la traduzione francese di un elogio alla pace e ad Achmet «l’illustre, il
benefico ed il virtuoso» (n. 25, pp. 185-197).
57. «Notizie del mondo», n. 67, 20 agosto 1783, n. 91, 13 novembre 1782.
58. «Giornale enciclopedico», marzo 1774, pp. 15 e 78.
59. «Notizie del mondo», n. 41, 23 maggio 1789, n. 45, 6 giugno 1789, n. 1, 2 gennaio 1790,
n. 15, 19 febbraio 1791, «Il nuovo postiglione», n. XXIII, 6 giugno 1789, pp. 352-355. Giusto e ge-
neroso ma alieno dagli affari pubblici lo descrive il 22 aprile 1789 il bailo Gerolamo Zulian (ASV,
Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. G. Zulian, c. 6).
60. «Notizie del mondo», n. 70, 30 agosto 1783, n. 24, 22 marzo 1783.
222 Venezia e i Turchi

Non mancano anche nel Divano uomini ancora «abbacinati dagli antichi pre-
giudizi dettati dalla legge di Maometto» e ostili alle nuove relazioni con l’Oc-
cidente ma ormai lo slogan della nuova Turchia sarà «altri tempi, altre leggi».
anche perché la maggioranza dei ministri si è persuasa che grazie al commercio
estero le nazioni possono aumentare le loro ricchezze e progredire in tutti i settori
della società.61
Questa dichiarata volontà di occidentalizzazione di gruppi influenti della
classe dirigente turca spinge i giornali veneziani a seguire attentamente il fatico-
so cammino della ragione e del progresso attraverso le selve del fanatismo e della
superstizione e a dare un singolare rilievo anche ad episodi modesti ma significa-
tivi dell’apertura verso la scienza europea.
Le «Notizie del mondo» riferiscono con curiosità di alcuni progetti di illu-
minazione della città di Costantinopoli62 e nel 1784 partecipano ai lettori con un
misto di meraviglia e di ammirazione la notizia che la nazione ottomana «creduta
una delle più tarde e meno istruite» è seconda solo all’Italia nell’esperimento
del pallone aerostatico di Montgolfier, grazie all’audace iniziativa di due funzio-
nari del serraglio assistiti da un fisico persiano.63 Idee nuove e moderne scoper-
te scientifiche giungono in Turchia quasi esclusivamente dalla Francia, questa
«buona e antica amica» dei Turchi sin dal tempo di Francesco I, che ha salvato
dalla barbarie un popolo «il quale non principia ad addolcire i propri costumi
se non a spese della sua bravura e della sua forza».64 In Francia è emigrato per
molti anni e vi ha appreso le «cognizioni ignote all’universale di questa nazione»
quell’affascinante figura di Isac-bey descritta dal bailo Niccolò Foscarini come
uno dei più influenti ministri del sultano Abdulhamid,65 dalla Francia arriva, non
senza contrasti e ripensamenti, la luce della ragione diffusa dall’Enciclopedia,66
dalla Francia infine giungono insieme ai tecnici e agli ufficiali anche idee e pro-
poste di riforme sociali e politiche capaci di seminare nei sudditi inquietudine e
amore di pericolose novità. Sin dal 1785 la Porta proibisce severamente la lettura
di gazzette straniere67 ma quando in Francia scoppia la Rivoluzione i corrispon-
denti veneziani sono ansiosi di cogliere le reazioni del popolo turco ad un evento
così sconvolgente di cui il governo teme la suggestiva capacità di attrazione. Già
nel gennaio del 1791 a Costantinopoli si fa vivo un ardito musulmano autore di
discorsi rivoluzionari e la plebe si agita, grida e fa «paragoni disvantaggiosi al
Despotismo assoluto», ma il giornalista de «Il nuovo postiglione» la reputa trop-

61. «Notizie del mondo», n. 35, 30 aprile 1785; «Il nuovo postiglione», n. XXXIII, 14 agosto
1784, p. 392.
62. «Notizie del mondo», n. 6, 21 gennaio 1786. Cfr. anche «Il nuovo postiglione», n. IV, 28
gennaio 1786.
63. «Notizie del mondo», 30, 13 aprile 1785. La notizia riportata anche dal «Nuovo giornale
enciclopedico» (agosto 1785, pp. 72-73) che la trascrive dal giornale di Buglione.
64. «Notizie del mondo», n. 70, 30 agosto 1783.
65. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 233, disp. 15 aprile 1790.
66. Sull’introduzione dell’Enciclopedia in Turchia cfr. cap. III, par. III.
67. «Il nuovo postiglione», n. XXVI, 25 giugno 1785, n. XXX, 23 luglio 1785.
Pace e amicizia tra due potenze al tramonto 223

po ignorante e brutale per approfittare del momento propizio al mutamento di


questo «abominevole Governo».68
In realtà, come baili e giornalisti veneziani segnalano sin dall’inizio, la Porta
sventa il pericolo del contagio rivoluzionario proprio rafforzando i tradizionali
legami di amicizia e di alleanza con la Francia e accettando senza difficoltà i
rappresentanti di Parigi che si susseguono sulle rive del Bosforo siano essi inviati
di Luigi XVI, della Convenzione nazionale o del Direttorio e più tardi confida
nell’appoggio diplomatico e militare di Napoleone per resistere alla pressione
russa e conservare immobile e senza scosse l’assetto politico e sociale.

2. Venezia dalla guerra all’ansia per i «pericoli del turco»

L’immagine di un Turco nemico della fede e della Repubblica condiziona


ancora per tutto il Settecento una parte dell’opinione pubblica veneziana che non
si lascia facilmente convincere che lo Stato della mezzaluna sia ormai una poten-
za semi-paralizzata, duramente impegnata in altri fronti e tormentata da crescenti
difficoltà interne che le impongono di intrattenere con Venezia rapporti di amici-
zia sempre più cordiali.
La breve guerra del 1714-1718 risuscita per un momento vecchi odi e anta-
gonismi, ma in effetti la formula dell’uti possidetis che chiude il conflitto più che
rafforzare l’impero ottomano pone le premesse di un ampliamento dei domini
dell’Austria ormai candidata all’egemonia sul mare Adriatico.69
Con l’Istorica relazione della pace di Posaroviz del segretario Vendramino
Bianchi la storiografia politica di ispirazione anti-turca esprime l’ultima opera
di un certo livello tutta centrata sull’esaltazione di Venezia di fronte a cui per
la prima volta «il Turco ha dovuto piegare il suo orgoglio sfrenato» e ha dovuto
eseguire i termini di restituzione e di soddisfazione. Il Berengo70 ha rilevato il
permanere nel Bianchi di una identificazione «istantanea e quasi elementare» del
Turco «col naturale nemico» grazie anche all’uso di una terminologia tipica dei
polemisti anti-ottomani del Cinquecento e Seicento; «barbaro» è per lui l’idioma
dei Turchi, «barbaro» il loro stile di scrivere, «barbari» il cerimoniale, gli artifici
diplomatici, il fasto, la durezza d’animo e la mancanza di parola.71
Solo otto anni dopo la pubblicazione del volume del Bianchi il bailo Fran-
cesco Gritti dà per scontato un definitivo rapporto di pace tra Venezia e Turchia
a causa della crisi ormai endemica della società ottomana,72 ma la maggior parte

68. «Il nuovo postiglione», n. II, 8 gennaio 1791, n. LVI, 14 luglio 1792.


69. Sulla guerra del 1714-1718 cfr. A.A. Bernardy, L’ultima guerra turco-veneziana (1714-
1718), Firenze 1902.
70. Berengo, Il problema, p. 72. Sul Bianchi cfr. la voce del Torcellan in Dizionario biografico
degli italiani, 10, Roma 1968, pp. 176-178.
71. V. Bianchi, Istorica relazione della pace di Posaroviz, Padova 1719, pp. 3, 8, 14, 60, 94,
151.
72. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. F. Gritti, cc. 41v-48r.
224 Venezia e i Turchi

della classe politica veneziana mantiene sino alla fine del secolo un atteggiamen-
to di cauta diffidenza verso le effettive intenzioni della Porta e non esita a cullare
ogni tanto effimere velleità di rivincita.
Nel frattempo il commercio tra i due stati diminuisce nettamente per quan-
tità e valore, i mercanti ottomani riducono sensibilmente la loro presenza nel
Fondaco e il Senato stesso reiterando gli inviti ai baili a moderare le spese di
rappresentanza ammette esplicitamente una situazione di ristagno e di progres-
sivo arretramento. La grande attenzione dei baili per lo sviluppo del commercio
francese, inglese e scandinavo nelle piazze ottomane e le numerose proposte
per recuperare margini di concorrenzialità alle manifatture veneziane se testi-
moniano del perdurante attivismo della Repubblica anche negli ultimi decenni
del secolo sono però anche esplicita ammissione del declino dei rapporti eco-
nomici con la Turchia.73
Sul piano politico è ormai evidente a tutti il nuovo equilibrio di forze in
Oriente in cui Venezia, chiusa in una rigida e impotente neutralità, si ritira pro-
gressivamente dalla scena mentre l’impero ottomano sta per essere soppiantato
nel suo ruolo egemonico dalle più fresche e dinamiche energie dell’Austria e
della Russia.
La tenace diffidenza del Memmo o le generose illusioni del Renier, che so-
gna per un attimo una rinnovata Repubblica lanciata alla riconquista dei territori
orientali,74 non impediscono al governo veneziano di consolidare progressiva-
mente le buone relazioni con la Porta. Nonostante i frequenti incidenti di frontiera
e le molestie dei pirati dulcignotti, si moltiplicano le dichiarazioni di amicizia e
di buon vicinato cui seguono sempre più frequenti atti concreti di collaborazione
ispirati ad un lineare indirizzo di governo. Venezia conferma il divieto di ospi-
tare in Dalmazia profughi turchi, restituisce senza esitazioni i malviventi fuggiti
dall’impero ottomano, interviene ripetutamente presso le corti europee a favore
di singoli o di interi gruppi di mercanti e sudditi ottomani vittime della guerra di
corsa cristiana.75 Già nel 1704 il Senato, segnalando al bailo la liberazione di due

73. Nel XVIII secolo i Veneziani esportano in Turchia panni, berretti, porcellane e carta e im-
portano lane, sete, tabacco e bestiame. Sull’interscambio veneto-turco nel Settecento cfr. G. Cam-
pos, Il commercio estero veneziano della seconda metà del ’700 secondo le statistiche ufficiali, in
«Archivio veneto», LXVI (1936), vol. XIX, pp. 156-159; B. Caizzi, Industria e commercio della
Repubblica Veneta nel XVIII secolo, Milano 1965, pp. 52, 60, 64, 73, 77, 122, 138, 140-141, 145,
154, 159, 175, 213, 258; M. Lecce, L’agricoltura veneta nella seconda metà del Settecento, Venezia
1958, pp. 7-8. Particolarmente negative per le esportazioni in Levante le conseguenze della guerra
russo-turca del 1768-1774; cfr. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 219, disp. 17 gennaio, 1 giugno, 13
agosto 1768; Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 214, disp. n. 119 e altri; V Savi alla Mercanzia,
Lettere del bailo a Costantinopoli, ser. I, filza 556/A, vari dispacci.
74. Marcellino, Una forte personalità, p. 37. Nel gennaio del 1774 il Renier suggerisce di
attuare finalmente quel piano di ristrutturazione e potenziamento dell’esercito e della marina ela-
borato nel 1720 dal feld-maresciallo Schulemburgh; allora era «figlio del timore de’ Turchi», ora,
soggiunge ottimisticamente, potrebbe essere «figlio della speranza» (ASV, Senato, Dispacci Co-
stantinopoli, filza 216, disp. 4 gennaio 1776).
75. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 41, c. 82v, 47, c. 28v, 48, parte II, c. 9.
Pace e amicizia tra due potenze al tramonto 225

turchi arrestati dagli spagnoli nel golfo di Napoli si premurava di sottolineare


al sultano la sua attenzione per gli «interessi e commercio de’ Turchi» e la sua
rettitudine nel conservare le buone relazioni con la Porta,76 ma dopo la pace di
Passarowitz episodi del genere si moltiplicano sino a configurare una vera e pro-
pria svolta nel «clima» diplomatico tra i due stati. Così nel 1739 la Repubblica
si muove per liberare un gruppo di mercanti e pellegrini ottomani catturati da un
corsaro maltese77 e ripetute pressioni per la soluzione di casi analoghi esercita nel
1748 a Torino il residente Domenico Maria Cavalli e nel 1781-1783 a Madrid
l’ambasciatore Andrea Capello.78
Il progressivo miglioramento dei rapporti con la Turchia non esclude la bene-
vola attenzione per il nascente astro politico della Russia, di cui si intravede la ca-
pacità di contrastare le mire dell’Austria nell’Adriatico e nella penisola balcanica.79
Quando nel 1768 scoppia la guerra russo-turca che vede la grande sconfitta delle
armi ottomane a Cesnè il governo veneziano si affretta a ordinare al bailo di ispirare
il suo comportamento al principio di non «recare giusto motivo di dispiacenza né
all’una né all’altra delle suddette potenze», ma sottolinea l’esigenza di un’oppor-
tuna distinzione e graduazione di atteggiamento. Falliti i negoziati diretti con la
«Moscovia» sarà indispensabile mostrare alla Russia «stima e amicizia» e alla Porta
invece rinnovare «le massime costanti dell’amicizia» evitando sospetti per il futu-
ro e dissipando quelli eventualmente introdotti per il passato.80 La pace di Cuciuk
Kainargi del 1774 simboleggia così vistosamente il rapido deterioramento del peso
politico internazionale dell’impero ottomano che cominciano a circolare progetti di
coalizioni generali antiturche con allegati precisi piani di spartizione delle spoglie,
preannuncio di un problema politico destinato nell’800 a tenere a lungo occupate
le cancellerie europee.81 Nel 1781 Andrea Memmo commenta negativamente uno

76. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 36, parte I, c. 129v.


77. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 190, disp. 22 gennaio 1739.
78. ASV, Senato, Dispacci Torino, filza 5, Spagna, filza 181.
79. Sui rapporti veneto-russi nella seconda metà del Settecento cfr. C. Malagola, L’istituzione
della rappresentanza diplomatica di Venezia alla corte di Pietroburgo e una relazione sulla marina
russa sotto Caterina II; A.M. Alberti, Venezia e la Russia alla fine del secolo XVIII (1770-1785), in
«Archivio veneto», X (1931), pp. 222-283, XI (1932), pp. 287-345 e F. Seneca, Francesco Lorenzo
Morosini e un fallito progetto di accordo veneto-russo, in «Archivio veneto», s. V, LXXI (1962),
pp. 19-47.
80. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 52, parte I, 7-8, Dispacci Costantinopoli,
filza 213, disp. n. 43-44, cc. 418-428. Cfr. anche C. Manfroni, Documenti veneziani sulla campagna
dei Russi nel Mediterraneo, in «Atti Ist. Veneto Ss. Lett. ed Arti», LXII, ser. VII (1812-1913), pp.
1143-1176; R. Cessi, Confidenze di un ministro russo a Venezia nel 1770, in «Atti Ist. Ven. Sc. Lett.
ed Arti», ser. VIII, XVIII (1914-1915), pp. 1575-1604; E. Monzani, La politica europea in Oriente
alla fine del secolo XVIII secondo documenti di fonte veneziana (1789-1792), in «Archivio veneto»,
XXXIII (1917), pp. 243-280.
81.  Per un panorama della politica estera turca e dei rapporti internazionali in Oriente nel
XVIII secolo v. A. Sorel, La question d’Orient au XVIII siècle. Les origines de la triple alliance,
Paris 1889; R. Picchio, L’Europa orientale nel secolo XVIII, in Storia universale, a cura di E.
Pontieri, VI, parte I, Milano 1969, pp. 319-395 e A.H.L. Fisher, Storia d’Europa, Bari 1971, II, pp.
317-327.
226 Venezia e i Turchi

di questi piani steso da un colonnello russo ma respinge con altrettanta fermezza


l’ipotesi di un’alleanza con il cadente impero ottomano e rispolvera per l’occasione
la leggenda dell’orgoglioso rifiuto veneziano di un aiuto turco al tempo della lega di
Cambrai.82 La nuova guerra russo-turca del 1783-1792 sanziona in modo definitivo
il declassamento della Turchia e l’ascesa a grande potenza della Russia, aprendo
nei Balcani e nel Mare Adriatico un vuoto politico verso cui si protende sempre più
minacciosa e aggressiva la monarchia asburgica. In un dispaccio da Costantinopoli
del 4 luglio 1783 un giornalista veneziano rileva l’inquietudine dell’Europa per il
«risultato delle tempeste, che mostrano di formarsi contro questo impero, un tempo
tanto formidabile» riecheggiando ansie e preoccupazioni ormai diffuse anche nella
classe dirigente veneziana, torpida e incapace di reagire all’inerzia che corrode lo
stato ma non ignara della mutata situazione politica nello scacchiere orientale.83
La perdita della Crimea nel 1785 sembra al bailo Garzoni un colpo «fatale» per
l’impero ottomano la cui sopravvivenza è ormai affidata più che alle proprie forze
alla «volontà degli altri principi e alle politiche combinazioni». La Turchia non può
più resistere da sola neppure alle truppe di una sola nazione e anche se l’umana
intelligenza non è in grado di prevedere se e quando effettivamente si determinerà
un nuovo conflitto contro l’impero ottomano è certo però che tutti gli Stati europei
hanno già preso adeguati provvedimenti in vista di un così «strepitoso avvenimen-
to» e per la prima volta nel Settecento affiora nel Garzoni la preoccupazione che la
scomparsa dello stato turco metta in pericolo i diritti della Repubblica in Levante.84
L’amara realtà di una decadenza contemporanea ai due stati traspare an-
che nei documenti ufficiali della Repubblica nonostante gli orgogliosi tentativi
di celarne le manifestazioni più evidenti e di rifiutare ogni formale riconosci-
mento della mutata situazione economico-politica. Nel maggio nel 1796 il bailo
Ferigo Foscari raccoglie preoccupato la voce dell’istituzione a Venezia di una
rappresentanza diplomatica turca al semplice livello di incarico d’affari85 e nel
gennaio dell’anno seguente è costretto ad impegnarsi in logoranti negoziati per
conservare inalterato il consueto cerimoniale onorifico dell’ingresso alla Porta
messo in discussione dal governo ottomano. Se questi due episodi confermano il
diminuito prestigio della Repubblica anche la decisione del Reis-Effendi (mini-
stro degli esteri turco) di nominare a Venezia, dopo Vienna, Londra, Berlino, un
diplomatico stabile, rompendo così uno sdegnoso isolamento di secoli, equivale
ad un’esplicita confessione di decadenza.86

82. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. A. Memmo, cc. 20v, 46r, 58r.
83. «Notizie del mondo», n. 67, 20 agosto 1783.
84. ASV, Senato, Relazioni ambasciatori, b. 7, relaz. A. Garzoni. Analoghe osservazioni in
ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 202, disp. 10 novembre 1785. Già il Renier il 3 agosto 1771 aveva
sottolineato le «incommensurabili conseguenze» di questo fatto (ASV, Senato, Dispacci Costanti-
nopoli, filza 215, disp. 3 agosto 1771).
85. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 240, disp. 26 maggio 1796.
86. ASV, Senato, Deliberazioni Costantinopoli, reg. 60, cc. 31 e 179, Bailo a Costantinopoli,
b. 45, disp. 21 gennaio 1797. Cfr. anche J. De Hammer, Histoire de l’empire ottoman depuis son
origine jusq’à nos jours, traduit de l’allemand par J.J. Hellert, XIII, Paris 1849, pp. 5-6.
Pace e amicizia tra due potenze al tramonto 227

La rivoluzione francese modifica radicalmente la situazione politica in


Oriente e a partire dal 1792 dispacci del bailo e le corrispondenze da Costantino-
poli dei due giornali veneziani si concentrano quasi esclusivamente sui rapporti
franco-turchi e franco-russi.87 Nel 1796 il «Mercurio d’Italia storico-politico» ac-
cennando ai «lontani» avvenimenti della Turchia ritiene suo dovere richiamare
l’attenzione del lettore veneziano sull’influenza che essi possono esercitare «sulle
cose d’Europa» dando quindi per scontata la fine di un preminente problema di
rapporti veneto-turchi.88
La politica di neutralità assunta da Venezia sin dall’inizio della prima coali-
zione si traduce a Costantinopoli in una reiterata ed abile schermaglia del bailo di
fronte alle sollecitazioni del Reis-Effendi e dell’inviato francese per una precisa
scelta contro le potenze coalizzate.89 Gli argomenti dei ministri turchi e francesi
sono particolarmente suggestivi perché fanno leva su preoccupazioni realmente
sentite a Venezia: il Reis-Effendi infatti prospetta al Vendramin, da poco successo
al Foscari, l’impossibilità per la Repubblica di sostenere più a lungo una «isolata
esistenza politica» se non nell’ambito di un’alleanza con la Francia, la Spagna
e la Turchia e una nota dell’abile incaricato d’affari francese Verminac indica
nell’Austria e nella Russia, di cui sono note le mire sui domini del Levante, i veri
nemici di Venezia.90
Qualche mese dopo l’attento osservatore del Mercurio’ d’Italia pur elogiando
l’astuta politica turca di «perfetta neutralità» in mezzo «alle più terribili scosse
politiche e alle universali convulsioni d’Europa», rileva che la Porta ha confermato
la sua antica amicizia per la Francia, scegliendosi così di fatto un alleato potente
che le garantisce l’integrità territoriale.91 D’altra parte a Costantinopoli come nella
terraferma veneta la scelta del più assoluto immobilismo in un momento di gene-
rale rinnovamento e rimescolamento di valori e di linee politiche si rivela sempre
più improponibile e comunque incapace di frenare e dominare le spinte rivoluzio-
narie. Nel dicembre del 1793 gli inquisitori di stato apprendono con indignazione
e sgomento che il segretario della casa bailaggia Niccolò Colombo si è permesso
il «criminoso arbitrio» di utilizzare il corriere diplomatico veneziano per spedire
alla Convenzione Nazionale i dispacci dell’incaricato d’affari francese esponendo
così la Repubblica a una «scabrosa politica situazione nei confronti delle potenze
coalizzate».92 Il sospetto per l’infiltrazione giacobina dilaga anche a Costantinopoli

87. Eccezionale il rilievo dato nelle corrispondenze delle «Notizie del mondo» alla cerimonia
dell’ingresso a Costantinopoli dei nuovi incaricati d’affari francesi Verminac nel 1795 e Aubert-
Dubayet nel 1797 (n. 59, 25 luglio 1795, pp. 478-489, n. 26, 1 aprile 1797, pp. 205-208).
88. «Mercurio d’Italia storico-politico per l’anno 1796», 2° semestre, p. 135.
89. ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 46, disp. 6 giugno e 27 agosto 1796.
90. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 432, disp. 7 e 9 luglio 1796.
91. «Mercurio d’Italia storico-politico per l’anno 1797», 3° semestre, p. 167, 174. Anche un
dispaccio de «Il nuovo postiglione» del 15 marzo 1794 segnala che dopo la presa di Tolone i Tur-
chi ripongono grandi speranze nei giacobini e confidano anche in un imminente arrivo della flotta
francese nell’arcipelago.
92. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci ai baili ed ambasciatori a Costantinopoli, b. 151, disp.
nn. 396, 397, 401.
228 Venezia e i Turchi

e dissolve gli ultimi resti del prestigio politico del bailo, secondo una linea di ten-
denza comune a tutte le cariche pubbliche della Dominante e della Terraferma nei
mesi convulsi che precedono la rovina dello stato. Nell’agosto del 1795 il bailo cer-
ca di minimizzare le accuse di giacobinismo rivolte al conte Francesco d’Attimis,
un friulano emigrato a Costantinopoli per dissapori con i familiari e spinto dalla
frequentazione di persone d’ogni tipo a contrarre «qualche massima moderna»,93
ma è l’episodio di Niccolò Colombo a rivelare retroscena ancora più inquietanti
perché a Venezia giungono voci insistenti che anche il bailo Francesco Vendramin
sia inquinato di giacobinismo e il nuovo segretario Camillo Giacomazzi è costretto
a inviare un dettagliato rapporto che esclude categoricamente questo sospetto, pur
ammettendo che la cantina della casa bailaggia è abituale ritrovo di giacobini.94
Il successivo atteggiamento del Vendramin confermerà che le informazioni degli
inquisitori di stato hanno colto nel segno, ma ormai i legami tra gli organi centrali
dello stato e i diplomatici in missione si stanno allentando sempre di più e nella
primavera del 1796 i dispacci del Senato si limitano a scarne informazioni sulla
travolgente avanzata delle armate del Bonaparte e sul progrediente sfacelo della
sovranità veneziana in terraferma.
Il 12 maggio 1797 il maggior consiglio abdica la sovranità e quattro giorni
dopo a Venezia si insedia la municipalità che il 21 giugno successivo invia a
Francesco Vendramin un dispaccio che comunica l’avvenuta democratizzazione
e lo invita a dar prova di «patrio zelo» restando temporaneamente in carica e
notificando al Reis Effendi il mutamento istituzionale con l’assicurazione che
«una nazione libera essendo guidata dal solo oggetto del comun bene, non può
mancare a se stessa nei suoi impegni».95 Il Vendramin palesa subito le sue propen-
sioni «democratiche» e da «ottimo cittadino» si affretta a convocare nella casa
bailaggia tutti i veneziani residenti a Costantinopoli per annunciare «la rigenera-
zione della lor patria» con un bellissimo discorso interrotto da applausi ed evvi-
va alla libertà, alla democrazia, alla Repubblica Francese, all’Italia rigenerata.96
I veneziani convenuti si mostrano a gara «degni figli della libertà» e le «mille
voci festose», i «vivi trasporti di giubilo», i «vicendevoli baci di fratellanza»
sembrano confermare al Vendramin la loro buona volontà di aiutare lo sviluppo
della libertà della patria con l’acquisizione della coscienza dei diritti e dei doveri
imposti dal «nuovo carattere».97 In realtà il povero «cittadino bailo» Vendramin

93. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci dai baili a Costantinopoli, b. 432, disp. 10 agosto
1795.
94. ASV, Inquisitori di stato, Dispacci ai baili ed ambasciatori a Costantinopoli, b. 151, disp.
n. 404.
95. Verbali delle sedute della municipalità provvisoria di Venezia 1797. Comitati segreti e
documenti diplomatici, II, a cura di A. Alberti e R. Cessi, Bologna 1932, pp. 254-256; ASV, Bailo
a Costantinopoli, b. 47, disp. 23 giugno 1797.
96. «Notizie del mondo», n. 97, 24 luglio 1797. Il dispaccio de «Il nuovo postiglione» si limita
a dar notizia della presentazione delle credenziali come nuovo ambasciatore alla Porta (n. CXXVII,
settembre 1797, p. 706). Cfr. anche Verbali delle sedute, II, p. 63.
97. Verbali delle sedute, II, pp. 264-266, disp. F. Vendramin, 26 giugno 1797.
Pace e amicizia tra due potenze al tramonto 229

naviga in un mare di guai: i mercanti disarmano le navi, la sede dell’ambasciata


è invasa da stranieri che si dichiarano cittadini veneti assumendo la coccarda
tricolore tra le proteste della Porta, gli schiavoni vengono espulsi, alcuni fanatici
vogliono sottoporre a processo l’ex bailo Ferigo Foscari, le spese sono immense
e assolutamente superiori all’«attual povertà democratica» e infine a completare
il quadro di incertezza e confusione contribuisce la difficoltà di rappresentare un
governo «di cui si pone in dubbio l’esistenza politica».98
Il caos seguito alla caduta della Repubblica e all’avanzata delle armate fran-
cesi consente all’Austria di occupare senza colpo ferire l’Istria e la Dalmazia
ponendo la municipalità provvisoria nella necessità di operare una inversione
radicale e clamorosa della tradizionale politica verso l’impero ottomano. Già le
istruzioni al Vendramin del 21 giugno 1797 indicano la nuova linea di condotta
del governo provvisorio tesa a indicare ai Turchi i pericoli dell’insediamento au-
striaco nei Balcani, con la prospettiva che una non impossibile alleanza austro-
russa porti addirittura all’estinzione dello stesso impero ottomano.99 L’ossessione
per l’invasione austriaca dell’Istria e della Dalmazia è così esclusiva nei respon-
sabili della municipalità provvisoria che essi curano anche la pubblicazione di un
opuscolo bilingue, italiano e francese, che decanta ai francesi le notevoli risorse
agricole e minerarie delle due regioni, esagera i vantaggi dell’occupazione per
la Russia e l’Inghilterra e arriva ad immaginare con preoccupazione e orrore la
possibilità di una ribellione degli «indocili e sediziosi» popoli balcanici contro il
dominio ottomano.100
Il nuovo regime fa ogni sforzo per consolidare i legami di amicizia con la
Turchia e giunge al punto di applicare scrupolosamente le clausole dell’ormai
lontano trattato di Passarowitz esentando i sudditi ottomani residenti a Venezia
dalla tassa straordinaria imposta nel settembre del 1797,101 ma non riesce a su-
perare la fredda diffidenza della Porta che dai rinnovati legami di Venezia con
la Francia teme un risveglio dell’«antica energia della Veneta Nazione», dubita
della sincerità dello sdegno francese per l’invasione del litorale adriatico e non
esclude un accordo segreto tra Napoleone e l’Austria.102 Le insistenze del comi-
tato di salute pubblica si fanno angosciose e pressanti mano a mano che aumenta
l’incertezza sulle reali intenzioni del Bonaparte; nel luglio del 1797 il bailo viene
invitato a far presente alla Porta che l’occupazione austriaca dell’Istria e della

98. Ibidem, pp. 285-286, 294-295, 331-333, 339-340, 349-351, 383-387, 418.


99. Ibidem, pp. 29, 32, 254-256. Cfr. anche ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 47, disp. 23 giu-
gno 1797.
100. Observations sur… Osservazioni sopra la Dalmazia e l’Istria di un cittadino ingenuo,
Venezia 1797. Una copia di questo opuscolo è inserita nel dispaccio del 23 giugno 1797 inviato al
Vendramin (ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 47).
101. Verbali delle sedute, I, Bologna 1939, pp. 195-196.
102.  Verbali delle sedute, II, p. 265; ASV, Bailo a Costantinopoli, b. 47, disp. 1 ottobre
1797. Con un’aperta forzatura dei documenti in chiave esasperatamente nazionalistica il Pesenti
è giunto a sostenere addirittura un’aperta connivenza della Porta con la Francia per abbattere la
Repubblica Veneta (E. Pesenti, Diplomazia franco-turca e la caduta della Repubblica di Venezia,
Venezia 1881).
230 Venezia e i Turchi

Dalmazia configura «una esistenza provvisoria» per lo stesso impero ottomano e


sul tema delle funeste prospettive per i Turchi di un insediamento asburgico nei
Balcani battono con forza sia il Sopranzi, deputato dello stato di Milano presso
il Direttorio che il generale Rocco Sanfermo, anch’egli deputato veneto al Diret-
torio, che attende con impazienza l’esito di un passo turco, ispirato ad analoghe
preoccupazioni, presso il governo di Parigi.103 Passati i tempi del terrore per il
pericolo turco ora Venezia trepida, sia pure in un’ottica interessata e nazionali-
stica, per i rischi di questo popolo e il comitato di salute pubblica, commentando
l’espulsione da Costantinopoli degli schiavoni per timore della diffusione di prin-
cipi democratici ostili al depotismo regnante, ritiene di dover escludere intenzioni
ostili della Porta contro Venezia, a causa dell’estrema debolezza interna di uno
stato ormai lacerato dalle discordie e sull’orlo del collasso politico e militare.104
Mano a mano che gli avvenimenti evolvono verso l’accordo franco-austriaco
le attestazioni di lealtà ed amicizia della municipalità provvisoria verso i Turchi
si fanno più incalzanti e affannose e un memoriale dell’ottobre 1797 dipinge i
Veneti amanti «degli studi di pace, contenti dei propri limiti, sinceramente attac-
cati all’Impero Ottomano», desiderosi solo di una pacifica convivenza con tutte
le nazioni confinanti.105
La pace di Campoformio tronca ogni dubbio e illusione lasciando Veneto
Istria e Dalmazia sotto il dominio austriaco e ponendo così drasticamente fine ad
un secolare rapporto di incontro-scontro tra due popoli e due civiltà.
Proprio in questi momenti cruciali delle relazioni tra Venezia e Turchia esce
alla luce un breve opuscoletto intitolato Lettera ad un amico di Costantinopoli su-
gli attuali pericoli del Turco. L’ignoto destinatario della lettera, grato dei benefici
ricevuti dalla corte turca, ama la morale dei «prediletti Musulmani» e trema insie-
me all’autore per le sorti dei Turchi dopo l’invasione dell’Istria e della Dalmazia.
Finché confinava con i Veneziani, popolo pacifico e fermo nelle sue alleanze
«pe’ suoi principii, per la naturale sua buona fede», la Porta non aveva nulla da
temere, mentre ora la condotta e le mire dell’Austria destano «ragionevoli gelo-
sie» e «inquietudini» giustificate da una lunga esperienza. Il fiorente interscambio
nell’Adriatico assicura a Venezia materie prime e derrate alimentari e alla Turchia
le manifatture della «colta» Europa, ma questo commercio sarà danneggiato dalla
pirateria e dalle rapine di Uscocchi e Morlacchi, mentre la probabile riattivazione
delle antiche strade romane nella penisola balcanica a cura dell’Austria costituirà
un vero e proprio cuneo nel fianco della Turchia.106 Attaccato da Austria e Rus-

103. Verbali delle sedute, II, pp. 336, 369, 375, 404.


104. Ibidem, pp. 332, 417-418.
105. Ibidem, p. 566.
106. Lettera ad un amico di Costantinopoli sugli attuali pericoli del Turco, Venezia 1797, p. 7
e sgg. L’utilità per le nazioni europee di conservare l’impero ottomano in funzione dell’interscam-
bio commerciale è anche la motivazione centrale dell’aperta turcofilia della Lettre d’un voyageur
à M. le baron de L. sur la guerre des Turcs di Foucher d’Obsonville che il «Nuovo giornale enci-
clopedico» recensisce favorevolmente nel 1789 sulla scorta di un estratto del giornale di Buglione
(febbraio 1789, pp. 74-83).
Pace e amicizia tra due potenze al tramonto 231

sia, minato all’interno dalla ribellione dei popoli greci e slavi l’impero ottomano
sarà costretto «dalla forza delle armi e dell’opinione» a rinunciare per sempre ai
suoi stati europei e «che ne sarà allora de’ vostri Turchi?» si domanda angosciato
l’anonimo scrittore.107
L’emergere di una preoccupazione per i «pericoli del Turco» in una città che
per secoli ha vissuto nel timore del «pericolo Turco» è la più eloquente testimo-
nianza del radicale mutamento di mentalità intervenuto nell’opinione pubblica in
seguito ai nuovi equilibri internazionali e ai mutati rapporti economici e politici.
Dopo Campoformio il problema delle relazioni con la Turchia diviene del
tutto marginale e anche l’interesse per la sua civiltà cade di colpo mentre comin-
cia a profilarsi l’attenzione per la nascente «questione d’Oriente».108 I progetti di
spartizione della Turchia cominciano ad apparire preoccupanti a qualche osser-
vatore veneziano, timoroso dello squilibrio di forze che si verrebbe a determinare
con la scomparsa dell’impero ottomano dal novero delle grandi potenze. Ideali
irenici e cosmopolitici avevano ispirato nel 1777 al «Giornale enciclopedico» una
risentita condanna di un «curioso» filosofo francese che aveva proposto «un biz-
zaro sogno politico-filosofico» di spartizione della Turchia europea consigliando
stranamente «la guerra aborrita dai filosofi».109 Da queste vaghe aspirazioni paci-
fiste filo-turche alla vibrante preoccupazione per la sorte dei Turchi dell’anonimo
autore della Lettera ad un amico il passo è molto breve e in mezzo si collocano
avvenimenti dirompenti come la campagna d’Italia del Bonaparte e la caduta
della Repubblica Veneta.
Nell’Ottocento i progetti di mutilazione e smembramento diventano realtà,
ma ormai gli anni della Restaurazione, segnati profondamente da fermenti ro-
mantici, suggellano il definitivo trionfo di quella «letteratura delle rovine» di cui
già il Viaggio in Grecia di Saverio Scrofani dà nel Settecento un saggio di poetica
efficacia, portando al centro dell’interesse del viaggiatore l’immagine di una Gre-
cia degradata e rinselvatichita da anni di asservimento al dominio ottomano, un
tema che si ricollega alla vecchia polemica contro la barbarie turca ma che ora si
colora di accenti e sensibilità del tutto estranei alla secolare paura del turco, come
dimostra il contemporaneo fiorire del mito dell’Italia nei romantici tedeschi.110

3. Anche la Barbarìa tra i popoli civili?

I rapporti politici e diplomatici tra Venezia e i cantoni barbareschi seguono


per tutto il Seicento e Settecento un andamento assai tormentato e in larga mi-

107. Lettera ad un amico, p. 19.


108. Cfr. F. Cognasso, La questione d’Oriente, I, Dalle origini al congresso di Berlino, Torino
1934.
109. «Giornale enciclopedico», aprile 1777, recens. a Essai. Saggio particolare di Politica, in
cui si propone un partagio della Turchia europea, pp. 28-30.
110. L. Mittner, L’Italia nella letteratura tedesca dell’età classico-romantica, in Sensibilità e
razionalità nel Settecento, a cura di V. Branca, 1, Venezia 1967, pp. 199-225.
232 Venezia e i Turchi

sura indipendente dalle relazioni con la Porta a causa della crescente autonomia
di quelle province dal governo centrale ottomano. Il fallimento della missione
del dragomanno Gianbattista Salvago nel 1620 ad Algeri e Tunisi, nonostante le
assicurazioni e l’appoggio del sultano, dà l’esatta misura della peculiarità della
posizione di questi stati nei confronti della Repubblica Veneta; nel Settecento
l’autonomia della Barbarìa diventa progressivamente semi-indipendenza, co-
stringendo Venezia a trattare direttamente con i bey le condizioni di una pacifica
convivenza o a reagire con la forza alle ripetute provocazioni dei corsari. No-
nostante il trattato di commercio del 1676-1678111 e l’apertura di un consolato
veneto a Tripoli è sempre difficile mantenere cordiali rapporti con stati che fanno
della pirateria organizzata la più remunerativa attività economica. Prima e dopo
la pace di Passarowitz si susseguono i progetti di accomodamento e verso la metà
del secolo, di fronte al declino sempre più evidente della marina mercantile e dei
traffici con l’Oriente, il Senato si orienta verso una politica di accordi di pace con
i bellicosi pirati del nord-Africa nella speranza di sopperire con l’incremento del
commercio in quelle regioni alla crescente concorrenza inglese e scandinava sulle
principali piazze ottomane.112 Una serie di trattati con le varie reggenze, nel 1763,
1764, 1766, 1792, sembra aprire una fase nuova nella secolare vicenda di guerra
di attrito tra le due nazioni, ma in realtà i cantoni che non vogliono o non pos-
sono rinunciare alla fruttifera attività della pirateria alzano il prezzo della pace,
creano svariati pretesti di rottura e spingono infine Venezia all’azione militare
che si traduce nel 1766 e nel 1778 in due campagne navali contro Tripoli e nel
1784-85 nella spedizione dell’ammiraglio Angelo Emo contro Tunisi e nel bom-
bardamento di Susa e di Sfax. L’azione dimostrativa della Serenissima porta ad
un’effimera pace, rotta improvvisamente nel 1796, e dà a qualche senatore l’illu-
sione di un ritorno alle antiche glorie navali, mentre in effetti Venezia non riesce
a piegare le fiere nazioni della Barbarìa ed è costretta per tutto il secolo a subire
con rassegnata impotenza lo stillicidio delle azioni piratesche, pur mantenendo
per lunghi periodi relazioni amichevoli e allacciando colle reggenze un traffico
commerciale non trascurabile per quantità e valore.113 Il carattere particolare dei

111. D. Levi-Weiss, Le relazioni fra Venezia e la Turchia dal 1670 al 1684 e la formazione
della Sacra Lega, in «Archivio Veneto-Tridentino», IX (1926), pp. 121-132. Sulla pirateria nord-
africana v. S. Bono, I corsari barbareschi, Torino 1964.
112. G. Cappovin, Tripoli e Venezia nel secolo XVIII, Verbania 1942, capp. I-II, pp. 1-100;
Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, II, p. 246, 271; U. Tucci, La marina mercantile vene-
ziana del Settecento, in «Bollettino dell’Istituto di storia della società e dello stato veneziano»,
II (1960), p. 190.
113. Sui rapporti tra Venezia, Tunisi, Algeri e il Marocco oltre al citato lavoro di Cappovin,
cfr. V. Marchesi, Tunisi e la repubblica di Venezia nel secolo XVIII, Venezia 1882; Id., Le relazioni
tra Tunisi e Venezia dal 1792 al 1797, in «L’Ateneo Veneto», ser. VII, vol. II (1882), pp. 220-245;
Id., Le relazioni tra la Repubblica veneta ed il Marocco dal 1750 al 1797, in «Rivista storica
italiana», III (1886), pp. 34-87. Su vari aspetti finanziari delle relazioni con le reggenze v. ASV,
V Savi alla Mercanzia, Consoli (Algeri), filze 10 e 31, (Tunisi), filza 168 e Bilanci generali della
Repubblica di Venezia, vol. IV, Bilanci dal 1756 al 1783, a cura di A. Ventura, Padova 1972, pp.
LIII, XCVII, 44, 124, 146, 374. L’importanza degli affari economici e politici con i paesi nord-
Pace e amicizia tra due potenze al tramonto 233

rapporti veneto-barbareschi ha influito profondamente sull’immagine della Bar-


barìa nella cultura veneziana del Settecento, che risulta singolarmente sfasata
rispetto a quella dei Turchi, destinata nell’arco del secolo ad una radicale trasfor-
mazione. La lunga pace, la parallela decadenza economico-politica e la decisiva
influenza delle nuove idee illuministiche favoriscono in ampi settori del mondo
intellettuale veneto una rivalutazione della civiltà turca ed una nuova più cordiale
e disponibile comprensione degli usi, costumi e letteratura di quel popolo, cui
si riconosce alla fine un’autonoma dignità etnica. Per quanto riguarda invece i
cantoni barbareschi il permanere di incerti e precari rapporti diplomatici, la pira-
teria tanto più aborrita nel colto e progressivo secolo dei lumi in quanto appare
un’eredità dei secoli barbari e bui e l’aperto scoppio di ostilità proprio negli anni
chiave per la diffusione del pensiero dei philosophes a Venezia, concorrono a
rafforzare nei veneziani la convinzione di una insuperabile barbarie degli abitanti
delle reggenze, ormai ultimo ricetto di un’arretrata ferocia in via di superamento
persino nella Turchia.
Rare e incerte voci si levano a Venezia per rivendicare anche alla Barbarìa
la dignità di popoli civilmente organizzati e incamminati sulla via di un moderno
progresso e le poche proteste di scrittori o giornalisti decisi a difendere queste
genti calunniate ed escluse dal novero delle nazioni «colte» cadono nell’indif-
ferenza e nel silenzio, sopraffatte da un coro irato e variopinto di detrattori. Il
confronto tra l’immagine della Barbarìa tracciata nella relazione del 1625 del
dragomanno Giovanni Battista Salvago e le riflessioni sui cantoni barbareschi
di vari scrittori del Settecento si dimostra di singolare interesse per l’immobile
fissità di giudizi di condanna anche nei momenti di più aperto orientalismo e ri-
valutazione della civiltà ottomana.
Quanti Turchi siano per la Turchia malfattori, violatori, homicidi, assassini, truf-
fatori, falliti, falsarii, vagabondi e raminghi, tutti al fine calano in Barbaria come
feccia del mondo, et è perciò la Barbaria una sentina et una cloaca dell’Imperio
Ottomano;114
questo fosco ritratto degli abitanti delle reggenze ridotti a rifiuti subumani pro-
prio di quei Turchi di cui pure nel Seicento si detestano quasi universalmente la

africani è dimostrata anche dalla comparsa di una speciale rubrica intitolata Cantoni di Barbarìa
nei registri delle Deliberazioni Costantinopoli a partire dal primo decennio della seconda metà del
XVIII secolo; dal 1784 tutti gli atti relativi alle reggenze sono archiviati a parte in 4 registri, 13 filze
e una busta di notazioni finanziarie.
114.  «Africa overo Barbarìa». Relazione al doge di Venezia sulle reggenze di Algeri e di
Tunisi del dragomanno Gio. Batta Salvago (1625), a cura di A. Sacerdoti, Padova 1937, p. 77. La
relazione del Salvago è divisa in tre parti, la prima riferisce della missione, la seconda delle condi-
zioni della Barbarìa, la terza della tratta degli schiavi. È interessante ricordare che un documento
anonimo e senza data conservato nell’Archivio Grimani col titolo di Pace coi cantoni di Barberìa
rovescia la connotazione polemica dell’origine dei barbareschi definendo le reggenze «congerie di
un vile rifiuto della monarchia spagnola la quale, barbaramente operando, ha generato sulla terra i
barbari, a danno di tutta la Cristianità» con evidente allusione all’espulsione dei Mori di Granata
(Marchesi, Le relazioni tra la Repubblica veneta ed il Marocco, p. 34).
234 Venezia e i Turchi

ferocia e l’incolta barbarie è lo specchio fedele dell’immagine dei popoli bar-


bareschi che passa intatta e semmai arricchita di particolari in molti autori del
secolo seguente. A calcare così pesantemente la mano sui popoli nord-africani
il Salvago è indotto dal desiderio di giustificare agli occhi del Senato con l’ir-
riducibile ferocia e il disumano carattere dei governanti il fallimento della sua
missione, ma certo il suo quadro degli stati barbareschi è così pesantemente ne-
gativo e privo di qualunque barlume di comprensione o parziale apprezzamento
che deve avere colpito la fantasia dei patrizi veneti contribuendo non poco a
perpetuare un odio ed una repulsione istintiva per queste genti simili alle fiere
dei deserti africani. Con uno stile elevato e ricco di fiori retorici il Salvago trac-
cia un rapido profilo della storia della regione nord-africana un tempo «magion
d’Eroi e campo di giuochi Troiani» e ora invece asilo di «Turchi facinorosi»,
«spelonca di ladroni pubblici e seminario di barbari costumi». Se i Turchi origi-
nari, «popoli di Gog e Magog», nonostante una lunga pratica con le genti civili
non sono ancora riusciti a conseguire una «spetie d’urbanità» ma giacciono
tutt’ora immersi nell’«original durezza rustica e l’insita ferità non mai deposta
né dimenticata», le genti di Barbarìa costituite da «una massa et una masnada
di molte razze e generationi» sono bruttate di tutti i vizi e indegne qualità pos-
sibili, dedite all’abominevole e incivile attività della pirateria e governate da
uno strano regime definito con l’ambigua formula di «Repubblica popolare»
e «Democratia militare».115 Nel corso del Settecento nonostante le resistenze
tenaci e autorevoli di uomini come il Gorani e il Genovesi116 non manca qual-
che isolato tentativo di modificare giudizi così drastici e negativi recuperando
i popoli della Barbarìa ad un’immagine meno rozza ed incolta e collocandoli
nell’ambito della comunità internazionale delle nazioni.
Nel 1754 compare a Venezia un’ampia e documentata Istoria degli stati di
Algeri, Tunisi Tripoli e Marocco tradotta dall’inglese e divulgata anonima, ma
in realtà scritta dall’abate Laugier de Tassy, noto al pubblico veneziano per una
celebre storia di Venezia, a cui un plagiaro inglese ha sottratto il manoscritto
arricchito di altri testi e pubblicato a Londra nel 1750 col titolo di A complete
history of the practical states of Barbary.117 L’approccio del Laugier è di netta
impronta illuministica nel rifiuto di qualsiasi valutazione aprioristica degli Al-
gerini, Tunisini e Tripolini meno conosciuti dei selvaggi delle parti più remote
dell’America ma in compenso gravati di pesanti e ingiusti pregiudizi diffusi da
«creduli viaggiatori che spargono infinite cose non vere per dar pregio al merito
de’ viaggi loro nella Barberia».118 Qualche europeo giunge ad un tale eccesso
di «fanatismo» da ritenere sinonimi bestia e uomo nato in Barbarìa e negare a
quelle genti l’uso della ragione, i sentimenti umani e una positiva idea della

115. «Africa overo Barbarìa», pp. 53-55, 64-65, 67, 71, 77-78.


116. Sul loro atteggiamento nei confronti dei barbareschi cfr. A. Annoni, L’Europa nel pensie-
ro italiano del Settecento, Milano 1959, p. 42.
117. A.A. Barbier, Dictionnaire des ouvrages anonymes, Paris 1783, II, p. 750.
118. [Laugier de Tassy], Istoria degli stati di Algeri, Tunisi, Tripoli e Marocco, Londra (ma
Venezia) 1754, prefazione.
Pace e amicizia tra due potenze al tramonto 235

divinità, dimenticando che ovunque e non solo in nord-Africa «si vede l’amor
proprio, la non curanza del prossimo, la ingratitudine, la ingiustizia, la superbia
e la crudeltà». Rivendicato il diritto di ogni popolo ad una sua dignità e ad una
obiettiva valutazione dei suoi usi e costumi, al di fuori di ogni sciocco esclusi-
vismo nazionalistico, il Laugier nega di voler fare un’apologia della Barbarìa
e assicura che suo obiettivo è dimostrare che i vizi degli Algerini sono simili
a quelli di altre nazioni «che pur vantano Letteratura, virtù, e saviezza» e che
basterebbero un po’ più di «arte» e di «Politica» per portarli alla pari delle altre
nazioni. Fedele al suo proposito di non «accrescer il merito» né «scemar la mal-
vagità» di questi popoli il Laugier prende a descrivere la storia antica e recente,
le istituzioni politiche e religiose e le risorse economiche delle reggenze con un
interesse particolare per il cantone di Algeri.
I pregiudizi europei hanno additato nei popoli barbareschi un esempio di
«ingiustizia, crudeltà, irreligione e anche inumanità», dimenticando che po-
poli anche più ignoranti e selvaggi abitano tutt’ora il vecchio continente men-
tre invece ormai da anni nei cantoni si vive sotto un governo «assai umano
e regolato».119 Premesse così «filosofiche» fanno pensare ad un quadro della
Barbarìa disteso e sereno, ispirato ad un meditato tentativo di comprendere una
civiltà da tempo ai margini degli interessi e delle conoscenze degli Europei, ma
in realtà la concreta descrizione delle mescolanze razziali, dei torbidi politici e
delle deplorevoli condizioni della giustizia e dell’economia delle contrade nord-
africane fa riaffiorare nel Laugier parecchie valutazioni negative che rettificano
almeno in parte le intenzioni iniziali. I turchi dell’Algeria, «gente meschina e
disperata», sono una «ciurma di Pirati», «malfattori», «banditi» fuggiti dalle
mani della giustizia, opprimono in modo vergognoso i sudditi, praticano la so-
domia, vivono nell’«ignoranza la più rozza e nella licenziosità la più enorme»,
privano le donne di ogni educazione riducendole al livello di bestie, trattano
con insolenza i forestieri, sono tenaci, avari, facili alla sedizione e alla violenta
mutazione del governo costituito.120 Questa minoranza incolta e dissoluta che
domina spietatamente sulla massa della popolazione costituita da indigeni e
schiavi cristiani, non è però priva di qualche buona qualità, come il rispetto
del nome di Dio, la carità verso il prossimo debole e deforme, un certo codice
d’onore severamente rispettato persino durante la guerra di corsa e almeno i
mercanti che viaggiano e trattano con molte nazioni straniere riescono persone
trattabili capaci di superare «i pregiudizj della barbara educazione».121 Una ra-
pida e snella amministrazione della giustizia, un moderato e umano trattamento
degli schiavi e una totale tolleranza religiosa sono gli aspetti più positivi dello
stato di Algeri, cui il Laugier contrappone il «dispotico e rapace e tirannico»
governo di Fez e del Marocco, abitato da Mori che si mostrano uomini spirito-
si, vivaci e ingegnosi nella giovinezza ma poi si riducono ad essere «storditi e

119. Ibidem, p. 2.
120. Ibidem, pp. 74-77, 89-92, 96-97, 111-112, 192.
121. Ibidem, pp. 98, 109-110, 196.
236 Venezia e i Turchi

balordi» a causa della loro oscena intemperanza, a mala pena temperata da una
scrupolosa anche se ipocrita osservanza delle pratiche religiose.122
I cantoni della Barbarìa mettono in chiara luce i guasti prodotti dal «dispoti-
smo», desolazione dell’agricoltura, declino demografico, inaridimento del com-
mercio, noncuranza delle scienze, ma il lettore veneziano è invitato a riandare
all’antica storia dell’Italia dove apprenderà che alcune regioni già famose per
l’eccellenza del rigoglio artistico sono state ridotte alla rovina
da’ maneggi, e dagli eccessi di gente ambiziosa, e di plebi ammutinate, e anche da
dissensioni, che pure hanno durato secoli interi, con brevissimi intervalli, soltanto
per attendere a qualche guerra di fuori, che lor sopraveniva.123
L’Istoria del Laugier, favorevolmente segnalata a Venezia dalle Novelle della
repubblica letteraria per l’anno MDCCLIV, poteva costituire un ottimo punto di
riferimento per una revisione di idee da troppo tempo cristallizzate sulle posizioni
espresse agli inizi del Seicento dal Salvago, tanto più che a distanza di dieci anni
alcuni ufficiali di marina ragusei presentando ai savi alla mercanzia una relazione
del loro viaggio a Tripoli prospettano un’immagine del popolo della Barbarìa
molto favorevole e ispirata a cordiale comprensione. Marc’Antonio Bubich co-
mandante della nave «Grazia Divina» reduce da una visita alla reggenza tripolina
stende un lungo memoriale sullo stato nord-africano (porto, forze armate, palazzi,
comerci) privo di qualunque nota negativa. Sotto un governo «polito, ma asso-
luto» vive un popolo assai umano e che ormai di barbaro conserva solo il nome,
accoglie con dolcezza i forestieri, li tutela nelle loro attività commerciali e tratta
dolcemente gli schiavi.124
Dallo stesso lazzaretto nuovo di Venezia dove il Bubich scrive la sua relazio-
ne viene indirizzata ai cinque savi alla mercanzia una lettera del colonnello Trif-
fon Burovich che si è recato con la stessa nave nelle reggenze di Algeri e Tunisi,
di cui riporta un’impressione parimenti favorevole. Gli algerini gli paiono infatti
«serij e di spirito», ammiratori degli uomini colti e sapienti, leali e spogli ormai
di ogni traccia di barbarie e sudditi felici di un bey di «genio umanissimo» e af-
fabile, amante degli uomini onesti e sinceri.125 Forse è l’entusiasmo per la pace
ormai vicina a ispirare al Bubich e al Burovich espressioni così lusinghiere e del
tutto eccezionali a Venezia, dove quasi tutti i viaggiatori e gli uomini di cultura
continuano ad avere della Barbarìa un’immagine del tutto negativa. Nella stessa
città di Tripoli da cui provengono i due ufficiali ragusei soggiorna a lungo il con-

122. Ibidem, pp. 83, 102, 227, 256-257, 362, 367, 370.


123. Ibidem, pp. 375-376.
124.  Ultimissima relazione del Stato presente della Città di Tripoli, sue fortificazioni Go-
verno, Armi, prodotti ed ogni altro più minuto particolare di tale reggenza, in Cappovin, Tripoli e
Venezia, pp. 517-518, 522. L’originale e altri scritti relativi alla missione Bubich in ASV, V Savi alla
Mercanzia, Diversorum, ser. II, b. 369.
125. ASV, V Savi alla Mercanzia, Diversorum, ser. II, b. 369, n. 48/B. Anche il bey di Tunisi
viene descritto nel giugno del 1792 come «uomo dotato di uno squisito senso di ragionevolezza e di
equità e studioso d’imitare i più colti europei» (Marchesi, Le relazioni tra Tunisi e Venezia, p. 227).
Pace e amicizia tra due potenze al tramonto 237

sole Agostino Bellato che invece non riesce ad apprezzare nulla di quella nazione
in cui pure trascorre lunghi anni della sua vita e di cui nel 1777 traccia un quadro
cupo e deforme. Popolata da «un ammasso di gente vile» esule dalla patria per
sfuggire alle pene della propria iniquità, Tripoli di Barbarìa è un paese infelice
ove regnano «l’impontualità, la mala fede e la cupidigia del denaro», dove genti
avare, feroci e nemiche dell’umanità fanno turpe commercio della prole, distrug-
gono l’agricoltura e il commercio e dopo aver condotto il paese sull’orlo della
desolazione e del collasso economico si danno all’infame attività della pirateria
sotto la protezione dello stesso governo.126
A partire dal libro del Laugier de Tassy sino alla line del secolo giornali e
scrittori veneziani mostrano una quasi compatta uniformità nel rifiuto di applica-
re alle reggenze barbaresche il nuovo spirito «filosofico» e progressista con cui
si stanno accostando alla civiltà turca e, fatta eccezione per alcune timide riserve
del «Giornale enciclopedico»,127 solo nella Nuova Geografia del Büsching, ispi-
rata ad un cosmopolitismo etnografico di rara coerenza, possiamo trovare pagine
equilibrate e imparziali. Secondo il geografo prussiano non v’è dubbio che la
Barbarìa ospiti un popolo in larga misura «brutale, superstizioso, avaro, crudele e
profondamente immerso nell’ignoranza» e desta scandalo che l’Europa feconda
di soldati coraggiosi e ricca di nazioni «illuminate» e potenti sul mare, si umili
a rendersi tributaria di un «pugno di ladroni» annidati nei porti del Nord-Africa.
D’altronde se il progetto di distruggere i pirati delle reggenze insediando nelle
loro terre coloni europei è di impossibile realizzazione, anche l’idea di rendere
civili i Barbareschi diventa «un sogno filosofico».128
Il Büsching descrive i cantoni senza acredine e disprezzo e in mezzo a giu-
dizi negativi sull’economia e l’organizzazione civile inserisce osservazioni im-
prontate a obiettivo ricoscimento di quanto c’è di giusto e moderno in questi
popoli. Aprezza l’efficiente ordinamento degli studi a Tunisi che serve a «civi-
lizzare» gli uomini e renderli «religiosi», ragionevoli e capaci di trafficare, esalta
la tolleranza religiosa degli algerini superiore a quella di molte nazioni europee,
difende vivacemente il diritto dei marocchini a rifiutare il senso dell’onore così
come l’intendono in modo troppo esclusivo gli europei e infine si spinge sino a
tracciare un profilo equo e senza forzature degli usi e costumi di questo popolo
situato agli estremi confini della Barbarìa.
I giornali veneziani, strumento di fondamentale importanza della turcofilia del
Settecento, ribadiscono con monotona insistenza la loro condanna della feroce e in-

126. A. Bellato, Descrizione in lettera di Tripoli di Barbaria, in Cappovin, Tripoli e Venezia,


pp. 525-526; l’originale in ASV, Miscellanea Soranzo, busta 16.
127. Nel settembre del 1775 il giornale avanza qualche dubbio sulla enormità della barbarie
del Marocco descritta in un libro spagnolo («Giornale enciclopedico», settembre 1775, p. 11) e
l’anno successivo ammette che in mezzo a molti «tratti ributtanti» quei paesi ne offrono «alcuni di
eroismo, che fanno qualche volta respirare» (maggio 1776, p. 50).
128. A.F. Büsching, Nuova Geografia, t. XXVI, Venezia 1778, p. 23. La sezione dedicata
alla Barbarìa del t. XXVI del Büsching (pp. 1-202) viene recensita senza commento dal «Giornale
enciclopedico» (giugno 1780, pp. 57-64).
238 Venezia e i Turchi

colta Barbarìa, rifiutando qualsiasi correzione di tiro o anche una semplice attenua-
zione di tono. Presentando nella Nuova raccolta d’opuscoli scientifici e filologici le
memorie sugli stati barbareschi del senese Carlo Stendardi, vissuto per sette lunghi
anni nella «dura relegazione tra quelle piratiche genti», il Calogerà attira l’attenzio-
ne dei lettori sulla mancanza di fede, l’instabilità governativa, il dispotismo pesante
e oppressivo e l’«insociabile salvatichezza» dei costumi di quei popoli fieri, ma
poveri, arretrati e incapaci di progresso:129 è significativo che un ampio riassun-
to dell’opera venga ripreso senza modifiche dal «Giornale d’Italia» del Griselini,
l’organo veneziano forse più attento alle novità scientifiche dell’Europa settecente-
sca.130 Quotidiani come le «Notizie del mondo» e «Il nuovo postiglione» cercano di
colpire i lettori con colorite descrizioni di episodi di grande barbarie e di ingiustizia
tipici di quei governi dispotici131 oppure dipingono la vita delle reggenze barbare-
sche come un susseguirsi ininterrotto di sanguinosi tumulti provocati dagli «orrori
del fanatismo e delle bruttalità di una sfrenata moltitudine»,132 mentre scrittori di
economia e di agraria come il Caronelli insistono sul tema caro alla cultura illumi-
nistica dell’Africa un tempo granaio dell’Europa e ora invece «sede del dispotismo,
dell’abrutito e fiero costume, e quindi pur sede di meritata sterilità».133
L’esempio forse più indicativo dell’atteggiamento della classe intellettuale
veneziana verso la Barbarìa viene da Elisabetta Caminer, l’intelligente redattrice
del «Giornale enciclopedico», che recensisce senza alcuna reazione di insoffe-
renza un libro di viaggi nei cantoni barbareschi improntato ad una visione molto
ostile verso quelle popolazioni. Le persone nate in un secolo «illuminato» e che
vivono in un paese «colto», scrive nel 1789, rischiano di guardare agli affari
delle nazioni «barbare» come indegni della loro attenzione, mentre invece ogni
uomo «in ogni stato ed in ogni condizione della società è un oggetto degno di
contemplazione», ma nonostante questa apertura quando si inoltra in qualche os-
servazione sulla natura dei popoli barbareschi si limita a riconoscere alcuni doti
di virtù al loro imperatore mentre per il resto accetta acriticamente le immagini e
le riflessioni più negative. Oppressione, miseria, dispotismo regnano incontrastati
in un paese abitato da individui «tetri», iracondi, indolenti, privi di qualsiasi spiri-
to d’iniziativa e incapaci di fruire del benefico apporto delle arti femminili.134

129. Nuova raccolta d’opuscoli scientifici e filologici, t. XIII, Venezia 1765, pp. 251-303.
130. «Giornale d’Italia spettante alla scienza naturale, e principalmente all’agricoltura, alle
arti, ed al commercio», t. II, agosto 1765, pp. 65-70. Parimenti negativa nella denuncia del governo
«monarchico e presso che dispotico nella persona del Bey» la Relazione dello stato presente della
città di Tripoli di Barberia, sue fortificazioni, forze, prodotti, governo ecc. scritta da NN. sopra
luogo l’anno presente 1766, pubblicata nel t. III (1767), pp. 89-95.
131. «Il nuovo postiglione», n. XXXIII, 14 agosto 1784; «Notizie del mondo», n. 101, 20
dicembre 1786.
132. «Il nuovo postiglione», n. LVI, 14 luglio 1792.
133. P. Caronelli, Dell’influenza del costume sulla pratica agricoltura, in «Nuovo giornale
d’Italia spettante alla scienza», t. IV (1792), n. 268. Un accenno a questo argomento anche nel n.
XXII de «Il nuovo postiglione» (15 marzo 1794).
134.  «Nuovo giornale enciclopedico», settembre 1789 (recensione a Letters-Lettere scritte
dalla Barbaria, dalla Francia, dalla Spagna, dal Portogallo, ecc. da un Uffiziale inglese, Londra
Pace e amicizia tra due potenze al tramonto 239

In questo panorama di desolazione e arretrattezza del tutto marginali e frutto


di una moda passeggera di netta impronta letteraria appaiono le rivalutazioni e
le «aperture» nei confronti dall’umanità e della giustizia dei barbareschi operate
dal Goldoni e dal Chiari135 e solo nel 1788 si leva la voce di un giornalista ad au-
spicare seriamente una speranza di progresso per queste nazioni. La esprime una
breve nota redazionale della Gazzetta urbana veneta diretta da quel romanziere
Antonio Piazza che per undici anni porta a Venezia, nota il Berengo, più che noti-
zie di politica l’interesse e l’amore per «cose nuove».136 Commentando nel luglio
di quell’anno la probabile liberazione di un capitano albanese caduto schiavo di
un corsaro tunisino, il Piazza si augura che la «Politica» riesca a frantumare «i
ceppi della barbarie» in cui languono gli uomini di Barbarìa e che la «Filosofia»,
che nel secolo dei lumi ha fatto tanti progressi sino ad avvicinarsi ai troni dei re,
riesca a scuotere «l’indolenza, cui tanto accresconsi l’ardire e il potere di que’
ladroni marittimi, feccia ed obbrobrio del genere umano».137

4. Ultimi nemici di un «popolo senza freno e umanità»

Pubblicando giusto a metà del secolo la sua Letteratura veneziana Marco


Foscarini intende porgere un omaggio devoto e riconoscente alla sua patria illu-
strandone in un ampio quadro erudito la produzione poetica e storica sino all’età
dei lumi. Quando giunge a trattare degli autori di scritti «turcheschi» si sente in
dovere di precisare ai lettori che la storia dei Turchi è solo una parte «del più
vasto campo dell’Istoria barbarica» di cui i Veneziani si sono occupati solo per
il suo stretto legame con gli interessi dell’Europa e della Repubblica. Già da anni
ormai a Venezia singoli scrittori e anche organi di stampa stanno proponendo una
nuova immagine dei Turchi che non trova consenziente questo patrizio austero e
tradizionalista, sinceramente rammaricato che i Turchi «per soverchia famigliari-
tà il nome di barbaro hanno quasi affatto perduto».138
Questo passo del Foscarini può essere assunto come esempio significativo e
illuminante della scissione che si determina a Venezia tra la cultura tradizionale,
legata a schemi e parametri di giudizio che affondano le radici in un secolare pa-
trimonio ideale, e le più moderne correnti di pensiero largamente influenzate dal-
le esperienze illuministiche e tese ad un rinnovamento di idee e di mentalità.139

1789). Un’immagine desolante del Nord-Africa anche nel fascicolo dell’aprile 1787 che riporta un
riassunto delle Osservazioni sulla città di Tunisi tratto dal Journal enciclopédique de Bouillon (pp.
92-95).
135. Cfr. infra, pp. 277-278.
136. I giornali veneziani del Settecento, a cura di M. Berengo, p. XLIII.
137. Gazzetta urbana veneta, n. 57, 16 luglio 1788, p. 453.
138. Foscarini, Della letteratura veneziana, p. 471.
139.  Sui caratteri della cultura veneta del Settecento si è aperto un vivace confronto tra il
Berengo e il Torcellan; per il Berengo cfr. La società veneta alla fine del Settecento. Ricerche sto-
riche, Firenze 1956, cap. IV, pp. 131-194; del Torcellan v. Giornalismo e cultura illuministica nel
240 Venezia e i Turchi

Il processo attraverso cui la cultura veneziana partendo dalla lezione della Let-
teratura de’ Turchi del Donà arriva a operare una radicale revisione del giudizio
sulla civiltà ottomana, non è né breve né facile. Tra i cauti apprezzamenti dei primi
decenni del secolo, le decise attestazioni di simpatia del Fortis e la conclusiva espe-
rienza della Letteratura turchesca del Toderini, si dipana tutto un lungo e tormen-
tato processo di analisi e ripensamenti in cui le posizioni espresse dal «Giornale
enciclopedico» e da altri periodici si scontrano e si confrontano con più tradizionali
giudizi di altri intellettuali ed organi di stampa. Cercherò nelle pagine seguenti di
tracciare le linee, non sempre nitide e rettilinee, com’è naturale in fenomeni cul-
turali e in processi che coinvolgono la storia della mentalità e della sensibilità dei
popoli, di questo progressivo emergere di una nuova immagine dei Turchi nel Set-
tecento veneziano, ma mi pare preliminarmente indispensabile delineare un pano-
rama delle posizioni più tenacemente ed esclusivamente anti-turche che continuano
ad intersecarsi per tutto il secolo con le nuove correnti di pensiero, persistendo in un
globale rifiuto di qualsiasi apprezzamento positivo di una civiltà ancora identificata
coi concetti di «rozzezza», «barbarie» e «inhumanità».
Posizioni genericamente anti-turche non mancano, come vedremo più avan-
ti, anche in significativi autori illuministi francesi e italiani, ma nel caso specifico
di Venezia trovano un terreno favorevole in vasti settori della classe dirigente,
educata ai ricordi delle glorie familiari e patriottiche e restia a lasciarsi contagiare
dalla turcofilia sempre più di moda nel secolo dei lumi. Il Memmo è certo il caso
più significativo di questo atteggiamento proprio per la sua vivacità intellettuale
e la pur relativa apertura a tanti altri aspetti del mondo «moderno», ma anche le
altre relazioni dei baili rispecchiano una tendenza nel complesso estremamente
tradizionale nei confronti dell’impero ottomano, anche se qua e là lasciano traspa-
rire qualche spiraglio di prudente e circospetta ammirazione per talune «novità»
introdotte nell’invecchiata macchina politica e amministrativa dello stato turco.
Opere modellate su schemi nazionalistici decisamente antiottomani sono
quelle del Diedo, del Sandi e del Tentori,140 mentre nella fredda e arida Istoria
della Repubblica di Venezia del Garzoni si ritrova quell’interesse per i Turchi
limitato alle vicende politico-militari e peculiare della storiografia «pubblica»
o comunque allineata ai modelli ufficiali e canonici dello sviluppo storico della
Serenissima.141 Più di una volta recensori tradizionalisti denunciano sui giornali

’700 veneto, in «Giornale storico della letteratura italiana», 140 (1963), pp. 234-253 e Un problema
aperto: politica e cultura nella Venezia del ’700, in «Studi veneziani», VIII (1966), pp. 493-513,
ora ambedue ripubblicati in Settecento veneto e altri scritti, pp. 177-202, 303-321.
140. G. Diedo, Storia della Repubblica di Venezia dalla sua fondazione sino l’anno MDC-
CXLVII, I, Venezia 1751, pp. 212, 408; V. Sandi, Principj di storia civile della Repubblica di Ve-
nezia, Venezia 1772, parte III, vol. I, pp. 450-451, II, pp. 221-225; C. Tentori, Saggio sulla storia
civile, politica ecclesiastica e sulla corografia e topografia degli stati della Repubblica di Venezia,
II, Venezia 1785, pp. 185-187, VI, Venezia 1786, pp. 55-63, pp. 795-799.
141. P. Garzoni, Istoria della Repubblica di Venezia in tempo della sua lega contro Maometto
IV e tre suoi successori Gran Sultani de’ Turchi, I, Venezia 1705. Una lunga e monotona recensione
del libro in «Giornale de’ letterati d’Italia», 3 (1710), pp. 417-432.
Pace e amicizia tra due potenze al tramonto 241

del Settecento la dilagante turcofilia e ne traggono pretesto per ribadire idee e


pregiudizi sulle origini e i detestabili usi e costumi del popolo turco giustamente
escluso per la sua barbarie dal novero dei popoli civili.
Presentando nel 1736 il tomo VI dello Stato presente di tutti i paesi e popoli
del mondo del Salmon il giornalista delle «Novelle della repubblica letteraria»
apprezza la descrizione ostile del popolo turco «selvatico e rozzo» perché origi-
nario della Scizia e si dichiara persuaso che l’«uomo saggio che legge» coglierà
la sostanza epicurea della religione di Maometto e spregerà il sultano «piuttosto
Principe di Mandre di femmine e di fanciulli, che duce di forte popolo e di gene-
rosi cittadini».142 Non è un intervento casuale od episodico questo delle «Novelle»
perché l’anno successivo un’altra recensione offre lo spunto ad una requisitoria
sul carattere dei Turchi, fondato
sull’interesse accompagnato da una religione, la quale non suole ammettere in coloro al-
tra onestà, se non quella che nasce o da orgoglio, o da avarizia, o da altra brutale passio-
ne de’ loro supremi regnanti, venerati da essi quali numi o Dei viventi sopra la terra.143
Accanto a queste e altre prese di posizione di periodici più o meno conser-
vatori e tradizionalisti fiorisce una serie di scritti deliberatamente improntati alla
denigrazione e al misconoscimento della civiltà e del popolo turchi, ricchi di ac-
centi violenti e aggressivi tipici della più chiusa polemica controversistica.
Nel 1705 escono a Venezia le memorie di viaggio di Angelo Legrenzi, medico
personale di Marco Bembo, console veneto in Siria e Palestina e poi del primo
visir cui l’ha segnalato per la sua preparazione professionale Giambattista Donà.144
Dalle sue lunghe peregrinazioni in varie province dell’impero ottomano egli trae un
copioso materiale di notizie ed osservazioni che riordina e pubblica al suo ritorno
in patria per offrire ai concittadini non un’immagine serena e obiettiva del popolo
turco ma «mostruose leggi, governi tiranni, inumanità di popoli, desolazione di
province e di regni».145 Incapace di apprezzare civiltà diverse da quella veneziana,
esaltata e privilegiata sopra ogni altra, il Legrenzi disegna un ritratto della Turchia
carico di tinte fosche, con un linguaggio pesante e senza sfumature, molto simile
alle violente invettive del Teatro della Turchia. I Turchi sono rozzi e ignoranti «non
solo nelle arti liberali ma nelle meccaniche ancora», oziosi, lascivi, concentrano in
sé tutti i vizi e le turpitudini e costituiscono dunque un «popolo senza freno e huma-
nità» retto da un governo tra i più barbari e tiranni del mondo.146
Nei primi anni del secolo circola ampiamente negli ambienti colti l’Ateneo
dell’uomo nobile, immenso repertorio di notizie e riflessioni sulla nobiltà e l’ono-

142. «Novelle della repubblica letteraria per l’anno MDCCXXXVI», n. 49, pp. 395-396.
143. «Novelle della repubblica letteraria per l’anno MDCCXXVII», p. 306.
144. ASV, Senato, Dispacci Costantinopoli, filza 162, disp. 10 gennaio 1683. Altre notizie
biografiche in P. Amat di S. Filippo, Appendice agli studi biografici e bibliografici sulla storia della
geografia in Italia, Roma 1884, pp. 445-447.
145. A. Legrenzi, Il Pellegrino dell’Asia cioè viaggi del dottor Angelo Legrenzi fisico, e chi-
rurgo, cittadino veneto, Venezia 1705, p. 4.
146. Ibidem, pp. 350-367.
242 Venezia e i Turchi

re ideato dal ferrarese Taddeo Agostino Paradisi che il 7 luglio 1715 ottiene dai
Riformatori dello Studio il consenso di completare l’edizione di un’opera desti-
nata a diventare patrimonio di larga parte della classe dirigente veneziana.147
Il Paradisi si mostra altamente scandalizzato perché in Turchia «chi è nobile
per ricchezze solamente, non si distingue da’ più vili schiavi, che per grandezza di
quelle» e ricalca sul consueto livore il giudizio globale sui Turchi, uomini rozzi,
senza «civiltà», ignoranti della «cortesia», venali a tal punto da vendere per gua-
dagno i loro capi e gli stessi parenti prossimi.148
Un analogo atteggiamento polemico ed ostile anima la Modern history of the
Present State of all Nations di Thomas Salmon tradotta in italiano e pubblicata a
Venezia nel 1737-1766 e molto diffusa, nonostante i suoi errori, negli ambienti
intellettuali della città.149 Il Salmon, pur ricco di una lunga esperienza di soggior-
no in Oriente, attinge molte notizie da altri viaggiatori e fors’anche, dato il tono
aspro e risentito delle sue pagine, da relazioni di missionari di cui è nota la totale
chiusura nei confronti del mondo turco. I Turchi sono per lui esseri poco diversi
dalle bestie, non viaggiano perché privi di curiosità, non coltivano amicizie, si
riuniscono non per civili conversazioni ma in silenzio come pecore nella stalla,
sono imbroglioni, venali, pederasti, alteri, falsi, vili e ingrati e obbediscono ad un
governo oppressore e persecutore dei cristiani.150
Non c’è vizio o disordine che alligna nell’umana natura di cui essi non siano
gravati e anche i loro rari istituti o qualità positive come la prontezza nella giu-
stizia ed il genuino senso dell’ospitalità vengono subito smentiti o ridimensionati
denunciando una generale corruzione dei giudici oppure insinuando che il loro
agire sia ispirato a «pompa ed ostentazione».151 Il Salmon nega recisamente ogni
interesse dei Turchi per la cultura e le scienze e rafforza questa sua convinzione
istituendo un confronto, naturalmente del tutto sfavorevole, con i Greci antichi
sul cui suolo essi si sono da secoli insediati vittoriosamente, senza però appren-
dere nulla della grande lezione di civiltà dell’Ellade classica ma anzi agendo co-
scientemente per arrestare qualsiasi progresso letterario e scientifico.152

147. Il primo volume esce nel 1704; una seconda edizione viene pubblicata a Ferrara nel
1740: Raccolta di notizie storiche, legali, e morali per formar il vero carattere della nobiltà e
dell’onore pubblicata da Agostino Paradisi col titolo di Ateneo dell’uomo nobile ed ora in nuova
forma riprodotta, Ferrara 1740. Notizie sulla sua attività letteraria in F. Venturi, Ritratto di Ago-
stino Paradisi, in «Rivista storica italiana», LXXIV (1962), p. 717 e Id., Agostino Paradisi, in
Illuministi italiani, t. VII, Riformatori delle antiche repubbliche, dei ducati, dello stato pontificio
e delle isole, Milano-Napoli 1965, p. 435. Il Paradisi di cui parla il Venturi è il padre del nostro
Taddeo Agostino.
148. Paradisi, Ateneo dell’uomo nobile, I, p. 141, III, p. 247.
149. Sulla popolarità e gli errori di questa storia v. Biografia universale antica e moderna, L,
Venezia (Missiaglia), pp. 364-365 e Nuovo dizionario istorico ovvero storia in compendio, XVIII,
Bassano 1796, p. 50. Notizie biografiche del Salmon in Dictionary of national biography, XVII,
London 1909, pp. 697-699.
150. Salmon, Lo stato presente, VII, pp. 28-37.
151. Ibidem, pp. 31, 179.
152. Ibidem, pp. 26-27.
Pace e amicizia tra due potenze al tramonto 243

Il tema del Turco incolto e rozzo abitatore delle steppe che distrugge ogni sem-
bianza di civiltà dove passa con il suo cavallo è da tempo popolare nell’Occidente
ma nel Settecento viene ripreso e riproposto in forme nuove grazie all’emergere
di una viva corrente di simpatia per le antiche civiltà classiche. L’agronomo Ca-
ronelli prende come esempio dei guasti prodotti dal «dispotico regno» dei Turchi
il caso della «regione felice», l’Egitto, già fertile e ben coltivato e poi spopolato e
ridotto alla rovina dall’invasione ottomana153 ma più spesso scrittori e giornalisti
preferiscono assumere la Grecia come simbolo particolarmente illuminante del
contrasto tra civiltà e barbarie dopo la conquista turca di Costantinopoli e del-
la penisola balcanica. Nel gennaio del 1786 il «Nuovo giornale enciclopedico»
pubblica un breve articolo tratto da una lettera dell’abate francese Delille in cui
descrive la visita al «bel paese della Grecia» adornato da splendidi monumenti
classici che spirano ad ogni passo ricordi del mondo antico. Le preziose reliquie
del tempo di Aristotele e Periche sono però minacciate da vari nemici tra cui spic-
ca minacciosa e terribile «la barbara ignoranza dei Turchi» capace di distruggere
in un solo giorno ciò che è sopravvissuto a secoli di intemperie, come dimostra la
squallida realtà di desolazione e rovina della Grecia contemporanea.154
Altra voce ostile e violenta contro i Turchi è quella del padre Bernardino
Pianzola, autore di un dizionario e di una grammatica turchi e certamente uno
dei pochi scrittori veneti del Settecento che possa vantare al suo attivo ben do-
dici anni di permanenza a Gerusalemme dove ha ricoperto la carica di prefetto
apostolico delle missioni dei Minori Conventuali. Ricordando i casi esemplari
del Teatro della Turchia e dei Viaggi orientali di padre Filippo della SS. Tri-
nità non è difficile individuare nella sua esperienza missionaria le radici del
vivace atteggiamento anti-musulmano e anti-turco della Manualis bibliotheca
dedicata nel 1779 al doge Paolo Renier. Questo poderoso manuale che si apre
con un esplicito riferimento all’autore del Teatro della Turchia mira a colmare
un’evidente lacuna della cultura cristiana occidentale impegnata per secoli a
confutare le eresie ma troppo spesso dimentica di una combattiva polemica
contro Maometto e la sua «impia lex». Destinata ai missionari ecclesiastici e
laici operanti ovunque si trovino turchi la Manualis bibliotheca del Pianzola,
dopo una sinossi della vita e delle opere di Maometto, inizia una vigorosa con-
futazione della religione musulmana, nonostante il rifiuto di alcune delle più
grossolane leggende e invenzioni occidentali.155 La sezione più specificamen-
te riferita alla Turchia è anche stilisticamente la più vivace ed è costituita da
una serie di dispute tra un missionario cristiano ed un turco «non adeo idiota»
intorno ad argomenti teologici, secondo uno schema tipicamente controversi-

153. P. Caronelli, Delle rustiche locazioni e dei principali ostacoli ai progressi dell’agricoltu-
ra, in ASV, Provveditori sopra beni inculti, Deputati all’agricoltura, b. 19 (memorie accademiche).
La memoria fu pubblicata per la prima volta per nozze a Venezia nel 1884.
154. «Nuovo giornale enciclopedico», gennaio 1786, pp. 72-78.
155. B. Pianzola, Manualis biblioteca historico-ethico-polemica adversus omnes infidelium
sectas, Venetiis 1779, prefazione, pp. IX, XXIV-XXV.
244 Venezia e i Turchi

stico probabilmente modellato sulla Cribratio Alcorani di Niccolò Cusano.156


All’inizio di ogni conversazione il Turco espone alcuni aspetti positivi dei co-
stumi ottomani, interviene poi il Cristiano che con l’ausilio del tradizionale
repertorio di pregiudizi svaluta e nega assolutamente le asserzioni dell’interlo-
cutore denunciando i lati negativi degli usi e istituti turchi. Talvolta l’animosità
del Pianzola si esprime in forme ingenue come nel rimprovero al turco per la
presunta difficoltà della sintassi turca o nell’asserzione dell’assoluta inefficacia
delle preghiere dei Turchi per i defunti, a causa della loro generale dannazione
dopo la morte,157 ma nel complesso le gustose denigrazioni delle credenze e dei
costumi esprimono bene una certa mentalità che permane negli ambienti veneti
più conservatori anche se la destinazione dell’opera ad un pubblico missionario
ne ha probabilmente diminuito l’efficacia sulla opinione pubblica.158
È di particolare interesse per anticipare alcune delle più valide linee interpre-
tative delle correnti turcofile del giornalismo veneziano del Settecento soffermar-
si un attimo sulla lunga recensione dedicata a quest’opera pesante e monotoma
da Domenico Caminer sul «Giornale enciclopedico». Una prima segnalazione
nel luglio del 1779 delude per la sua schematicità contratta nei limiti di un onesto
riassunto che si limita a ricordare con un certo compiacimento erudito il ricorso
alla solida e documentata fonte del Marracci e l’utilizzazione della recente storia
degli arabi del Marigny.159
Nel fascicolo successivo il Caminer tenta invece di abbozzare una più valida
e coerente analisi critica dell’opera senza però approdare ad una valutazione po-
sitiva della civiltà turca e della religione musulmana. Ridicolizza il Pianzola e il
suo maestro Marracci per la sciocca credulità con cui hanno riferito la favola del
demonio travestito da angelo Gabriele che avrebbe dettato il Corano a Maometto,
ma rientra rapidamente nell’alveo di un prudente giudizio tradizionalistico assi-
curando i lettori sulla totale adesione dei Turchi a «sì stravagante complesso di
assurdità» e additando alla loro simpatia la generosa opera dei missionari che con
tanta fatica riescono a condurre alla nostra santa religione qualche anima di turco
che suole usare nelle polemiche un linguaggio così violento e grossolano come
quello riportato nei dialoghetti del Pianzola.160
Questa posizione del Caminer, ambigua e squilibrata verso una turcofobia
tanto in contrasto con l’orientamento generale del «Giornale enciclopedico» e
di altri periodici veneziani di quegli anni, esemplifica in modo significativo le

156. Ibidem, p. 74. Cfr. anche Anawati, Nicolas de Cues et le problème de l’Islam, pp. 160-170.
157. Pianzola, Manualis bibliotheca, p. 146.
158. In una specie di enciclopedica portatile compilata qualche anno più tardi il Pianzola de-
finisce i Turchi «sobri» e molto caritatevoli, ma «effeminati», «molli», dediti all’avarizia, ipocrisia,
lubricità, lusso (Elementi scientifici ad uso de’ giovinetti o sia biblioteca portatile, Padova 1800,
p. 307).
159. «Giornale enciclopedico», luglio 1779, pp. 84-88. Il Marigny aveva pubblicato a Parigi
nel 1750 un’Histoire des Arabes sous le gouvernement des Califs accolta molto favorevolmente
dalla stampa francese ed italiana.
160. «Giornale enciclopedico», agosto 1779, pp. 17-18.
Pace e amicizia tra due potenze al tramonto 245

incertezze e difficoltà in cui si dibattono non pochi intellettuali del Settecento di


fronte ad un problema come quello del giudizio sul Turco.
Un perfetto allineamento all’immagine negativa dei Turchi tramandata dalla
tradizione politica veneziana ispira le pagine del piacentino Vincenzo Formaleo-
ni, la cui avvenutosa vicenda di animoso e irrequieto diffusore di una personale
interpretazione delle idee illuministiche e antiaristocratiche è stata recentemente
riproposta all’attenzione degli storici dal Berengo.161 «Barbari» calati dalle terre
glaciali della Siberia, rozzi e ignari di virtù, arti, commercio e industria, i Turchi
scendono a sud a desolare le feconde terre prospicienti al Mar Nero colonizzate
dall’opera civilizzatrice di genovesi e veneziani, le cui secolari vicende in quei
lontani lembi di Oriente il Formaleoni ambisce tracciare nel suo ampio lavoro
dedicato a Caterina II.162 Fonte del Formaleoni sono le Memorie istoriche del
Sagredo la cui deforme e ostile immagine del popolo turco egli traspone nella sua
narrazione, integrandola con personali osservazioni sulla politica orientale dei
Veneziani e le condizioni presenti dell’impero ottomano. Di fronte alla caotica
ma irrefrenabile spinta verso Occidente di queste schiere di selvaggi cavalieri
scitici i Veneziani hanno scelto giustamente la strada non della cieca ed irragio-
nevole resistenza ma della pacifica collaborazione e hanno offerto loro «quanto
servir poteva ai bisogni, ed agli agi della lor vita» e cioè tutti i prodotti delle
moderne e raffinate manifatture delle lagune, riuscendo così con molte «defe-
renze» e «riguardi» e soprattutto col «continuo dolciume de’ regali» a placarne
la fierezza.163 Il timore di perdere gli stabilimenti sul mar Nero ha alimentato una
«corrispondenza tanto intima» coi Turchi da diffondere «nere calunnie» e invidie
degli altri stati che si sono coalizzati nella terribile lega di Cambrai durante la
quale solo «la direzione amichevole» degli stessi Turchi ha salvato la Repubblica
dell’estrema rovina.164
Attento e partecipe osservatore delle vicende culturali e politiche contempo-
ranee il Formaleoni non si limita a sottolineare la stupida barbarie dei Turchi che
rifiutano agli europei la libera navigazione nel mar Nero, «sorgente inesauribile
di ricchezza» per il loro stato, ma avanza anche previsioni per l’immediato futuro
escludendo che i Turchi, ancora invischiati nella «superstizione», siano sul punto
di incivilirsi e di adottare le scienze, le arti e la politica dell’Europa.165
Nel variegato panorama della cultura veneta del Settecento tra gli autori di
cose «turchesche» ancorati a schemi tradizionali e quelli aperti alla simpatia e
allo studio sereno della civiltà ottomana si collocano alcune figure di scrittori
dalle inquiete esperienze intellettuali e dagli incerti contorni ideologici che spes-
so assumono l’analisi dello stato turco come pretesto per le loro riflessioni sulla
società contemporanea. Un caso singolare e per alcuni aspetti stimolante è quel-

161. Berengo, La società veneta, pp. 201-207.


162. V. Formaleoni, Storia filosofica e politica della navigazione, del commercio e delle colo-
nie degli antichi nel Mar Nero, Venezia 1788-1789.
163. Formaleoni, Storia filosofica e politica, II, p. 107, 130.
164. Ibidem, pp. 128-131.
165. Ibidem, pp. 149, 151.
246 Venezia e i Turchi

lo di Andrea Rubbi (1738-1817), ex gesuita, poligrafo e giornalista di non me-


diocre talento, anti-illuminista convinto ma alieno da asprezze e tenaci chiusure
ideologiche,166 autore tra tante mediocri compilazioni e disquisizioni filosofiche
e politiche, anche di un opuscolo sui Rapporti del lusso colla vita sociale che
contiene due vivaci paginette dedicate all’impero ottomano.167 Al centro della sua
riflessione è il concetto di lusso politico cioè «un’alterazione inopportuna della
costituzione d’uno stato», studiata e discussa con un particolare interesse alle
esperienze storiche di due imperi, quello dei Romani e quello dei Turchi, ambe-
due grandissimi nell’estensione ma approdati a diversi destini, il primo crollato
rovinosamente il secondo invece ancor «florido e formidabile». Il giudizio del
Rubbi sullo stato ottomano è totalmente negativo:
nobiltà, nome ignoto; oro, chiave d’ogni affare; violenza nella scelta de’ ministri,
e nella deposizione; letteratura disprezzata; milizia senza premio; comunicazione
colle corti non curata; facilità alla ribellione; mollezza nel sovrano; servitù dalla
nascita; in una parola dispotismo assoluto;
il «prodigio» della sua durata secolare sta nella mancanza di lusso politico cioè
nella permanenza di una costituzione «mai alterata da spirito di riforma», fatto
salvo il principio del progressivo ampliamento dei confini dello stato. Sono evi-
denti i riferimenti alla situazione politica della Repubblica: il Rubbi è contrario ai
progetti riformistici che giungono dalla Francia e afferma esplicitamente che «la
ragione vuole che in uno stato già vecchio si tollerino le imperfezioni fatte abitua-
li dal tempo, e il cui disordine, non senza utilità fa parte dell’ordine dello stato».
Forse il suo pensiero va alla recente correzione di Giorgio Pisani, decisamen-
te reazionaria e involutiva nelle sue intenzioni di riequilibrio interno al patriziato
dominante ma pur sempre indirizzata contro un assetto politico-istituzionale or-
mai troppo pericolosamente minato nelle sue basi sociali per sopportare anche il
minimo aggiustamento.168

166. Ne traccia un bel profilo il Berengo nell’introduzione ai Giornali veneziani del Settecen-
to, p. LI. Cfr. anche Natali, Il Settecento, II, pp. 1189-1193.
167. A. Rubbi, Rapporti del lusso colla vita sociale, Venezia 1783, pp. 30-32.
168. Su questa congiura Pisani cfr. E. Vecchiatto, Giorgio Pisani procuratore di San Marco,
Padova 1890; C. Grimaldo, Giorgio Pisani e il suo tentativo di riforma, Venezia 1907; Id., Giorgio
Pisani perseguitato ed incompreso, in «Archivio veneto», ser. V, LII-LIIl (1953), pp. 169-193, e il
giudizio del Berengo in La società veneta, p. 9.
2. L’interesse per le cose «turchesche»

1. Orientalismo, viaggi e avventure a Costantinopoli

Una delle manifestazioni più evidenti del rinnovamento della cultura veneta
del Settecento è senza dubbio l’aprirsi degli intellettuali e della stampa periodica
ad un nuovo e più moderno interesse per le civiltà straniere secondo una linea
di tendenza comune anche al resto d’Italia. L’influenza delle idee illuministiche
protese a superare la vecchia concezione eurocentrica della storia e della civiltà
e ad allargarsi allo studio dei popoli più lontani ed esotici si fa sentire anche a
Venezia combinandosi con la naturale propensione di un’élite intellettuale non
dimentica del passato mercantile e marinaro della Repubblica a tenersi aggiornata
su quanto succede ai confini del mondo, fors’anche nell’illusione di recuperare
così una dimensione sopraregionale negatale dalla decadenza e dall’isolamento
politico dello stato.1
Un’attenta lettura dei giornali veneziani consente di cogliere nitidamente
questa apertura verso le civiltà straniere, particolarmente evidente e significativa
nei confronti di popoli lontani e per molto tempo estranei a qualunque legame con
la storia veneta. Non c’è numero del «Giornale enciclopedico», solo per ricordare
uno degli organi più disponibili alle idee illuministiche e tra i più attenti a selezio-
nare e proporre ai lettori le novità culturali straniere, che non riporti brevi schede
o lunghe recensioni di libri sull’Africa, l’Australia, l’Islanda, le Molucche, le
terre australi e qualsiasi altra nazione, anche la più lontana e sperduta, magari
pressoché ignota alla pubblica opinione.2 In molti giornalisti la consapevolezza
della feconda operazione di rottura degli angusti orizzonti culturali operata dallo

1. Si pensi alla grande diffusione di opere di argomento americano e in genere il vivace in-
teresse della cultura veneta non solo per le vicende della guerra d’indipendenza ma anche per la
contrastata polemica sulle civiltà precolombiane e la natura dei selvaggi. Su questo argomento vedi
ora l’ampio saggio di F. Ambrosini, L’immagine di nuovo mondo nel Settecento veneziano, in «Ar-
chivio veneto», s. V, XCVIII (1973), pp. 127-168, XCIX (1973), pp. 31-105.
2. Del tutto preponderanti per numero e qualità le notizie sulla «nuova» potenza in ascesa, la
Russia di Caterina II. Cfr. ad esempio «Giornale enciclopedico», ottobre 1778, p. 17, aprile 1780,
pp. 76-77; «Nuovo giornale enciclopedico», marzo 1781, pp. 72-78, marzo 1784, pp. 22-26, set-
tembre 1784, pp. 10-13.
248 Venezia e i Turchi

studio di usi e costumi di popoli sconosciuti si trasforma spesso in denuncia delle


grette chiusure municipali e nazionali.3
Le stesse esigenze di apertura mentale che sono alla base di una così gene-
rale riscoperta dei popoli e delle civiltà straniere costituiscono anche il retroterra
ideologico del rinnovato interesse per le notizie «turchesche» da parte dei più
importanti giornali veneziani della seconda metà del Settecento.
I periodici dei Caminer sono all’avanguardia nella diffusione di informazio-
ni e commenti sui mondo turco e si sforzano di soddisfare la crescente curiosità
dei lettori con ampi e frequenti resoconti di libri e articoli tradotti dal «Journal
enciclopédique de Bouillon» e dal «Mercure de France». Presentando nel 1768
un estratto dell’Abrégé chronologique de l’histoire ottomane di de La Croix Do-
menico Caminer si fa portavoce della generale insoddisfazione per le modeste
conoscenze sulla civiltà turca, attribuendone tutta la responsabilità agli storici che
hanno trascurato di approfondire lo studio delle usanze ottomane, tramandatesi
inalterate sin dalla più remota antichità, e hanno invece preferito rimettersi a re-
lazioni «dettate o dal pregiudizio o dall’ignoranza, ed in questa guisa le favole ri-
petute presero credito e forza di verità». Il pubblico veneziano troverà certamente
«piacevole e interessante» quest’opera di de La Croix se non altro perché l’autore
ha avuto il buon senso e la buona fede di avvertire i lettori ogni volta che tratta di
fatti non bene comprovati, uno scrupolo, osserva polemicamente il Caminer, non
sempre dimostrato da altri storici.4
Talvolta scritti «turcheschi» vengono proposti all’attenzione del pubblico
sotto il profilo del divertimento del lettore anziché dell’autentico desiderio di
approfondimento culturale5 ma quando qualche avvenimento internazionale
richiama bruscamente lo sguardo di tutti sull’impero della mezzaluna anche
un giornale come «L’Europa letteraria», pur rigettando sugli stessi Turchi
che «scrivono poco, stampano ancora meno» la colpa della carenza d’infor-
mazioni, si affretta a dare ampio rilievo a tutti i libri di argomento turco che
capitano sotto tiro anche se si tratta del manuale di tattica militare di Ybrahim
Effendi.6 All’intellettuale ormai consapevole delle «tante favole» pubblicate
sul conto dei Turchi e assetato di più moderne conoscenze Elisabetta Cami-
ner offre nel 1770 con l’estratto delle memorie del Porter un primo saggio di
autori che avendo avuto «la fortuna di veder meglio, hanno distrutta una par-
te dei pregiudizj ond’era l’Europa ingombra riguardo a quella nazione», ma
auspica che i ministri europei accreditati a Costantinopoli possano operare un

3.  Un bell’esempio di questo atteggiamento è la recensione dedicata dal «Nuovo giornale


letterario d’Italia» (n. XXXI, 1788, pp. 484-492) alle Osservazioni sopra i Tartari del Linguet che
denuncia la meschina mentalità di molti europei abituati a chiamare «universo la piccola porzione
di quel paese in cui si segnalano i loro sforzi e i loro delitti».
4. «L’Europa letteraria», dicembre 1768, t. II, parte II, pp. 54-64.
5. «L’Europa letteraria», novembre 1769, t. II, parte I, pp. 40-43, aprile 1773, t. II, parte II,
pp. 40-48.
6. «L’Europa letteraria», agosto 1769, t. VI, parte II, pp. 63-66.
L’interesse per le cose «turchesche» 249

ulteriore controllo critico sulle notizie riferite da questo ambasciatore e dalla


celebre Lady Montague.7
L’esigenza di un’informazione accurata e scientifica è ripresa e sviluppata con
coerenza e continuità dal «Giornale enciclopedico» in cui al tono spesso leggero e
distaccato della Caminer si affianca il più rigoroso impegno critico di Alberto Fortis
che imprime al mensile un deciso orientamento turcofilo. Nel marzo del 1774 il pe-
riodico elogia le «riflessioni certe e filosofiche» di un libro sulle istituzioni militari
turche8 e per dare alle numerose recensioni ospitate nei numeri seguenti un’adeguata
base conoscitiva pubblica notizie di ogni genere sulla Turchia contemporanea, senza
limitarsi alle guerre e agli avvenimenti politico-militari ma con un sistematico rilie-
vo ai fatti culturali. Il rammarico per le favole accumulate e trasmesse acriticamente
per secoli sul popolo turco sembra tormentare le coscienze di molti giornalisti che
tornano più volte sulle vere ragioni di questa grave arretratezza della cultura occi-
dentale. Riprendendo un articolo del giornale di Buglione il «Nuovo giornale enci-
clopedico» del 1783 mette sullo stesso piano la responsabilità degli storici orientali
ed occidentali mentre il «Giornale letterario» preferisce calcare la mano sulla «dif-
ferenza dell’idioma, la religione, la generale riserva che caratterizza i Musulmani,
l’esclusione delle femmine da ogni società, e la gelosia particolare del governo».9
La guerra russo-turca del 1783-1792 e soprattutto le sconfitte ottomane del
biennio 1788-1792 determinano una vera e propria esplosione di interesse per
le opere di qualsiasi natura sullo stato ed il popolo turchi. Anche il «libriccino»
di un anonimo francese sugli usi e costumi della nazione turca «nelle presenti
circostanze sarà bene accolto» scrive nel novembre del 1788 il «Nuovo giornale
enciclopedico» che di lì a qualche mese nota senza sorpresa che la Storia ragio-
nata delle guerre de’ Turchi con le potenze cristiane del Becattini e il Dizionario
delle Vite de’ Monarchi Ottomani dell’Abbondanza da poco date alle stampe sono
state «avidamente» comprati ed applauditi.10
L’interesse e lo studio dei popoli esotici e il crescente desiderio di un ap-
profondimento critico della storia di una civiltà come quella dei Turchi legata a
Venezia da un lungo rapporto di guerra ma anche di pacifica collaborazione si
alimentano e traggono forza anche da una rinnovata passione per il viaggio in
Oriente ora collocato in un contesto culturale che fa del viaggiare uno strumento
della ragione per abbattere le barriere dell’ignoranza e dell’oscurantismo.

7. «L’Europa letteraria», novembre 1768, t. II, parte I, pp. 39-42, maggio 1770, t. V, parte I,
pp. 3-12.
8. «Giornale enciclopedico», marzo 1774, p. 39.
9. «Nuovo giornale enciclopedico», aprile 1783, p. 47; «Giornale letterario ossia progressi
dello spirito umano nelle scienze e nelle arti», n. XLV, 1784, col. 1430 (anche questo articolo tratto
dal giornale di Buglione).
10. «Nuovo giornale enciclopedico», novembre 1788, p. 126, maggio 1789, p. 121. Anche le
«Notizie del mondo» pubblicando nell’agosto 1788 l’annuncio bibliografico della fortunata Storia
del Becattini registrano come un fatto scontato che ormai «tutte le opere che trattano dell’Impero
Ottomano possono oggi interessare l’Europa la quale aspetta con impaziente curiosità l’esito della
guerra accesa» (n. 69, 27 agosto 1788, p. 556).
250 Venezia e i Turch