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The Legacy of Bernard de Montfaucon: Three Hunderd Years of Studies

on Greek Handwriting: Proceedings of the Seventh International


Colloquium of Greek Palaeography (Madrid-Salamanca, 15-20 September
2008) Editors Antonio Bravo García and Inmaculada Pérez Martín,
Turnhout: Brepols Publishers, 2010

Il libro manoscritto greco in Grecia


tra Quattrocento e Cinquecento: prospettive di ricerca*

maria luisa agati

Quando, quel 29 maggio 1453, il giovanissimo Mehmed II conquistava la mitica Costantino-


poli, ridotta all’ombra di se stessa e, com’è tristemente noto, abbandonata da tutto l’Occidente
– che solo in cambio dell’assoggettamento della Chiesa ortodossa al Papato di Roma avrebbe
prestato il suo appoggio1 –, era ben cosciente della portata storica di quell’evento tanto agogna-
to, che solo un Dio a lui propizio gli aveva potuto rendere possibile2.
Si veniva a spezzare una struttura gigantesca che aveva unito Oriente e Occidente e, soprat-
tutto, si spezzava un equilibrio universale, attraverso cui il Medioevo aveva ceduto ai venti di
un’era nuova.
Ma Bisanzio non poteva, e non sarebbe sparita nel nulla: pur essendosi posta fine
all’autocratoria cristiana, essa sì “cadde, ma non morì”, gli animi rimasti liberi3.
Da allora, con più forza – se non disperazione – di quando, già una prima volta, l’Impero
non ancora millenario era stato annientato dai Latini, si creava il problema (o – meglio – la

*  Volutamente, il testo presente è rimasto fondamentalmente fedele a quello della comunicazione orale pro-
nunciata al Convegno.
1.  È risaputo che i Veneziani e i Genovesi furono gli ultimi tra i Cristiani ad abbandonare alla rovina dell’Impero
i loro possedimenti: in particolare cfr. D. M. Nicol, Byzantium and Venice. A study in diplomatic and cultural relations,
Cambridge – New York – New Rochelle – Melbourne – Sydney, Cambridge University Press, 1988, p. 408.
2.  Tra la vasta e nota bibliografia sull’evento, si rinvia al testimone oculare Tursun Bey, La conquista di
Costantinopoli, ed. it. Milano, Mondadori, 2007. La cronaca, essendo di parte musulmana, è chiaramente encomia-
stica nei confronti del “Conquistatore”, ma la straordinaria intelligenza e cultura di questo personaggio “epico”
(accanto alla sua risaputa crudeltà e sete di potere) emerge anche da fonti di altra natura. Cfr. la raccolta di A. Pertusi,
La caduta di Costantinopoli, 2 vols., Milano, Mondadori, 1976, nella quale sono incluse pagine di Tursun Bey cit.,
assieme all’altra fonte turca Ibn Kemâl (I, pp. 304-331).
3.  G. D. Metallinos, Τουρκοκρατία. Οι Έλληνες στην Οθωμανική αυτοκρατορία, Athina 1989, deut. ekd., p. 62;
cfr. anche p. 182.

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necessità) della sopravvivenza di Bisanzio dopo Bisanzio. Da allora, con più forza, Bisanzio
vinta e senza più Imperatore – invece con una Chiesa che continuava a vivere4 – cominciava
la sua battaglia per trovare consensi universali e assicurare la sua continuità nel mondo. Così
affrancata dall’idea di “romanità”, e rivestita di quella, nuova – che le era in realtà intrinseca –
di “bizantinità”, basata sulla cultura classica che custodiva e sulla lingua greca, ma anche sulla
religione cristiana ortodossa che ora le assicurava la sopravvivenza5, essa assurgeva a pilastro
della Grecità, contrapposto all’Occidente romanzo che, sulle ceneri dei passati regni romano-
barbarici, configurava adesso i suoi nuovi confini.
Su Byzance après Byzance – secondo il titolo del noto libretto di Iorga6 – esiste, di matri-
ce soprattutto greca e/o comunque dell’Est europeo, una ricchissima fioritura di studi relativi
alla situazione socio-politica, economica e religiosa, oltre che culturale e scolastica, dei Greci
dopo l’assoggettamento al dominio ottomano. Soprattutto, l’accento è stato posto sul significato
dell’Ellenismo, nel suo tentativo di trovare la propria strada per una sua nuova πραγματικότητα7,
e sui valori di questo, di cui i Bizantini si sarebbero fatti portatori, nonché sulla sua nuova inci-
denza nella storia europea: si potrebbero qui ricordare, tanto per fare qualche nome, la disamina
di Vranoussis, o anche le più recenti considerazioni di Sofianos8.
In particolare, tuttavia, è stata la tipografia a trovare terreno privilegiato di ricerche, per via
dell’indiscutibile apporto dei Greci profughi e, conseguentemente, per il suo contributo alla
diffusione delle loro idee e, più in generale, della loro letteratura, vecchia e nuova9.
La stampa, tuttavia, in Occidente decretava lentamente la morte del libro amanuense, e molti

4.  E che perpetuò l’ideale di una teocrazia cristiana: cfr. D. M. Nicol, Church & Society in the last Centuries
of Byzantium, London – New York – Melbourne, Cambridge University Press, 1977, pp. 98 ss.
5.  Oltre a D. M. Nicol, Church & Society (cit. n. 4), si può ad esempio vedere Id., The End of the Byzantine
Empire, London 1979, pp. 96 ss., mentre per queste considerazioni sulla “bizantinità” si rinvia (anche se relativo
alla prima caduta, in mano ai Latini) a P. Cesaretti, L’Impero perduto. Vita di Anna di Bisanzio, una sovrana tra
Oriente e Occidente, Milano, Mondadori, 2006, in part. al cap. XXI.
6.  N. Iorga, Byzance après Byzance, Bucureşti 1935.
7.  G. D. Metallinos, Τουρκοκρατία (cit. n. 3), p. 47.
8.  L. Vranoussis, L’Hellénisme postbyzantin et l’Europe. Manuscrits, Livres, Imprimeries, Athènes 1981,
seguíto a un intervento al XVI Congresso di Studi Bizantini (Vienna, 5-10 ottobre 1981): L’Europa centrale et
l’Europe occidentale en face de l’Hellénisme postbyzantin avant 1800; si veda anche la discussione, su di esso, di
Ath. E. Karathanasis in Κληρονομία, 17 (1985), pp. 143-155; D. Z. Sofianos, Ρωμαϊκή και ελληνική παράδοση.
Χριστιανισμός και ορθοδοξία, Athina 2006, pp. 51 ss.
9.  Non è il caso di sottolineare che tale argomento si innesca su un importantissimo problema storico, che
riguarda l’influsso o meno di Bisanzio sull’Umanesimo e la Rinascenza occidentali, meglio italiani (con Venezia
al primo posto), problema sollevato per esempio, assai acutamente attraverso alcune sagaci riflessioni, nel lontano
1952 da J. Verpeaux, “Byzance et l’Humanisme (Position du problème)”, Bulletin de l’Association Guillaume Budé,
(octobre 1952), pp. 25-38. Tale influsso viene, ad esempio, ridimensionato da D. M. Nicol, Byzantium and Venice
(cit. n. 1), pp. 420 ss., che malgrado tutto trova in esso un modo, da parte dei Veneziani appunto, di sdebitarsi nei
confronti del caduto Impero.

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copisti dovettero cedere a prestare i loro caratteri per i tipi10. Non fu lo stesso nel nuovo Impero
in cui quel primo sultano, che in effetti non era animato da sentimenti avversi ai Greci e che
volle sedere al trono come erede diretto dell’Imperatore cristiano, inglobando la nuova società
nella struttura bizantina volle anche mantenere la fisionomia dell’antico (idea universalistica,
sia pure fondata su altra religione, e formidabile apparato burocratico). Non si dimentichi che
era interessato in sommo grado alla filosofia ellenica, e che amò circondarsi del fior fiore della
manodopera greca, ebraica, araba ecc.; inoltre, che si fece copiare molti manoscritti greci, oggi
rimasti per la maggior parte a Istanbul (Biblioteca del Serraglio, Topkapi Museum)11.
Ciò non è un dettaglio trascurabile: viene spontaneo l’interrogativo se, e quali furono le
trasformazioni che permearono allora la cultura grafica e la produzione libraria greca su suolo
greco, visto che produzione ci fu. Solo sfogliando a caso un catalogo greco di manoscritti, ci si
avvede della stragrande maggioranza di codici datati a dopo la data fatidica del 1453, addirittura
sorprendentemente sino al XVIII e XIX secolo, da un lato certamente a causa della dispersione
subíta dalla produzione precedente, ma dall’altro anche per via della resistenza islamica alla
tipografia, dovuta molto probabilmente a remore di natura religiosa12.
Per arrivare a fare miglior luce su quanto, come e dove – eventualmente in quali centri,
milieux, o anche circoli privati – l’attività di copia in greco sia sopravvissuta alla caduta di
Costantinopoli e, ancora, su chi continuasse a scrivere, e per chi, e cosa si scrivesse, attraverso
letture sparse di bibliografia ellenica può dedursi che, a parte la stesura di cataloghi per così
dire “storici” di biblioteche e monasteri greci sia continentali che isolani (è un dato riconosciuto
l’intensa attività di un Lambros, o di un Papadopoulos-Kerameus, o anche dei Sakkelion), solo
a partire dalla seconda metà del secolo scorso, all’incirca, si sono incrementati gli studi di ca-
rattere più propriamente storico-paleografico, con attenzione a gruppi di manoscritti e a copisti,
specialmente col grande impulso di uno studioso della statura di Linos Politis.
Ora, l’abbondante materiale relativo proprio ai secoli della Turcocrazia costituisce un pre-

10.  Sono noti, e non ci si soffermerà ulteriormente, i molti esempi, tra cui quello di Marco Mousouros per Aldo
Manuzio, o di Zaccaria Kalliergis a Venezia (cfr. principalmente N. Barker, Aldus Manutius and the Development
of Greek Script & Type in the Fifteenth Century, New York 1992, e anche E. Layton, The Sixteenth Century Greek
Book in Italy. Printers and Publishers for the Greek World, Venice 1994), o dello scriptor graecus della Biblioteca
Vaticana Giovanni Onorio per la Curia pontificia: cfr. M. L. Agati, Giovanni Onorio da Maglie copista greco (1535-
1563) (Bollettino dei Classici, Suppl. 20), Roma, Accademia Nazionale dei Lincei, 2001.
11.  Oltre ai riferimenti nelle fonti cit. a n. 2, si veda a questo proposito specialmente J. Raby, “Mehmed the
Conqueror’s Greek Scriptorium”, DOP, 37 (1983), pp. 15-61. Purtroppo, non si è ancora proceduto ad una rinno-
vata catalogazione, che potrebbe apportare nuovi dati interessanti, dei manoscritti greci del Serraglio, dopo quella
di A. Deissmann, Forschungen und Funde im Serai, mit einem Verzeichnis der nichtislamischen Handschriften im
Topkapu Serai zu Istanbul, Berlin – Leipzig, Walter de Gruyter, 1933, che colmava comunque le carenze degli
inventari precedenti.
12.  Cfr., per esempio, la più recente V. Sagaria Rossi, “Il libro nell’Islam. Corpi e anima”, in Libri islamici in
controluce. Ricerche, modelli, esperienze conservative (Quaderni di Νέα Ῥώμη 1), V. Sagaria Rossi (a c. di), Roma,
Università degli Studi di Roma «Tor Vergata», 2008, pp. 17-38: 21.

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supposto favorevole per uno studio globale del libro greco post-bizantino in una prospettiva
storica: visto nella duplice angolatura occidentale e orientale, e cioè in parallelo con l’indagine
paleografica della nostra tradizione accademica occidentale, la quale – come sappiamo – si
spinge sino a tutto il Cinquecento, e non oltre13. Questo limite viene dettato in primo luogo dal
condizionamento creato dal progressivo imporsi della tipografia, mentre, in secondo luogo, il
precedente afflusso degli esuli greci con la loro attività, anche didattica, presso le nostre città,
innesca nella produzione libraria meccanismi nuovi degni di attenzione, in quanto fondamento
dell’acme del nostro Umanesimo e Rinascimento.
Anche se, a fronte di un interesse spiccato per il manoscritto latino di questo periodo – che ha
avuto il privilegio della nota monografia di Derolez consacrata alla codicologia del libro uma-
nistico14–, lo studio della coeva produzione greca in Occidente non va al di là di monografie di
copisti (trattandosi di mani individuali, per lo più erudite, che soppiantano le “mode” grafiche
prima dettate da Costantinopoli15), esso viene comunque agevolato dalla quantità di materiale
storico e documentario (spesso abbondante materiale d’archivio), oltre che paleografico (ma-
noscritti), che consente di poter ricostruire le tappe fondamentali della carriera e, anche, della
vita di un copista16.
Altrettanto, invece, non è per un’indagine parallela dei copisti rimasti sotto la Turcocrazia,
non esistendo altra documentazione al di fuori delle loro stesse trascrizioni o, tutt’al più, di
eventuali riferimenti in altre copie monastiche.

13.  Che si tratti di mera convenzione scolastica viene dimostrato dal fatto che, ad esempio, l’Associazione
Italiana dei Manoscritti Datati (AIMD), che opera sul fronte occidentale, ha fissato il 31 dicembre 1500 come
ultimo termine cronologico nello studio del manoscritto.
14.  A. Derolez, Codicologie des manuscrits en écriture humanistique sur parchemin (Bibliologia. Elementa ad
librorum studia pertinentia 5-6), 2 vols., Turnhout, Brepols, 1984, ma, tralasciando gli approcci all’aspetto artistico
del codice umanistico, si potrebbe menzionare anche M. A. Casagrande Mazzoli – E. Ornato, “Elementi per la
tipologia del manoscritto quattrocentesco dell’Italia centro-settentrionale”, in La fabbrica del codice. Materiali per
la storia del libro nel tardo medioevo, P. Busonero – M. A. Casagrande Mazzoli – L. Devoti – E. Ornato (a c. di),
Roma, Viella, 1999, pp. 207-287.
15.  In particolare, P. Canart, “Identification et différenciation de mains à l’époque de la Renaissance”, PGB,
pp. 363-369, e D. Harlfinger, “Zu griechischen Kopisten und Schriftstilen des 15. und 16. Jahrhunderts”, ibidem,
pp. 327-362. Tra le monografie più significative, in ordine cronologico: P. Canart, “Les manuscrits copiés par
Emmanuel Provataris (1546-1570). Essai d’étude codicologique”, Mélanges Eugène Tisserant, VI (Studi e Testi
236), Città del Vaticano 1964, pp. 173-287; Id., “Démétrius Damilas, alias le ‘librarius Florentinus’”, RSBN, n.s.
14-16 (1977-1979), pp. 281-347; G. De Gregorio, Il copista greco Manouel Malaxos. Studio biografico e paleo-
grafico-codicologico (Littera Antiqua 8), Città del Vaticano 1991; A. Cataldi Palau, “Il copista Ioannes Mauromates”,
MG, pp. 335-399; M. L. Agati, Giovanni Onorio (cit. n. 10). Vale poi la pena di ricordare l’utilissimo strumento di
P. Eleuteri – P. Canart, Scrittura greca nell’Umanesimo italiano, Milano, Il Polifilo, 1991, e inoltre S. Bernardinello,
Autografi greci e greco-latini in Occidente, Padova, CEDAM, 1979.
16.  Eclatanti i casi di Mauromatis, o Malaxos, o Onorio: cfr. bibliografia cit. alla nota precedente, cui si può
aggiungere M. D’Agostino, “Fonti documentarie per l’attività del copista greco Giovanni Santamaura a Roma”, in
Virtute et labore. Studi offerti a Giuseppe Avarucci per i suoi settant’anni, R. M. Borraccini – G. Borri (a c. di),
Spoleto, CISAM, 2008, pp. 315-362.

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Preso, dunque, atto di un tale e non trascurabile limite, si tenterà di individuare quali sono
gli elementi di uno studio del libro greco in Grecia tra la seconda metà del XV – dopo la presa
della Polis – e la fine del XVI secolo.
yy Innanzitutto, avere chiari i confini entro cui circoscrivere l’indagine: come già precisato da
G. Prato per il periodo precedente, sono quelli della Grecia bizantina definita da Costantino
Porfirogenito nel suo De Thematibus, dall’Epiro – Tessaglia – Eubea a tutto il Peloponneso17.
Non si possono, tuttavia, escludere, importanti monasteri delle isole. Si è, invece, costretti
a omettere l’imponente produzione del Monte Athos, conservatasi in massima parte in sede
(pertanto preclusa, almeno de visu).
yy Assumere come oggetto preliminare d’indagine sia grafica che materiale un’ampia
campionatura di codici ivi prodotti nei secoli in questione, partendo – come ovvio – da tutti
quelli datati e, in un secondo tempo, estendendosi a quelli databili con la metodologia tipica
della paleografia, che è quella del confronto e dell’attribuzione.
yy Stendere delle liste dei luoghi di origine chiaramente espressi, e contemporaneamente
classificare i manufatti in base ai loro indizi codicologici, in modo da poter operare anche in
senso inverso, e cioè arrivare a individuare il luogo di origine anche nei casi incerti.
yy Lo stesso fare per i copisti, enucleati dalle sottoscrizioni.
yy Da un punto di vista strettamente paleografico, partire dal quadro, noto, dei secoli
immediatamente precedenti, per verificare – al di là della stereotipa e consueta minuscola
“liturgica” (τῶν Ὁδηγῶν) – se vi fosse continuità o innovazione rispetto ai due grandi
blocchi che sono stati identificati dopo il “disfacimento del modello unico” della Perlschrift
(secondo Canart tra ca. il 1180-90 e gli inizi del secolo XV18), e cioè da un lato il blocco
“tradizionale”, ancorato al modello arcaico (con le scritture arcaizzanti e il summenzionato
stile τῶν Ὁδηγῶν19), e dall’altro il blocco moderno, risultato di mani erudite, che innovano

17.  G. Prato, “Manoscritti greci in Grecia”, SLT, I, pp. 3-24: 5 e nn. 7-8 [= Id., Studi di paleografia greca,
Spoleto, CISAM, 1994, pp. 151-169].
18.  In assenza, ancora, di una tradizione manualistica nell’ambito della paleografia greca (si attende la pubbli-
cazione di un’edizione a cura dell’Università di Cassino, oltre ad un The Oxford Handbook ancora in fase di pro-
gettazione), si fa riferimento all’autorevole esposizione delle dispense di P. Canart – rimaste purtroppo dattiloscrit-
te, ma che presto saranno consultabili in rete –, Lezioni di paleografia e codicologia greca, Città del Vaticano [1978],
pp. 39 ss.
19.  Su cui si rimanda alla bibliografia di base: per le prime, le scritture mimetiche, a G. Prato, “Scritture libra-
rie arcaizzanti della prima età dei Paleologi e loro modelli”, SeC, 3 (1979), pp. 151-193 [= Id., Studi (cit. n. 17),
pp. 73-114]; per il secondo stile a L. Politis, “Eine Schreiberschule im Kloster τῶν Ὁδηγῶν”, BZ, 51 (1958), pp.
17-36 e 261-287, e Id., “Nouvelles données sur Joasaph, copiste du monastère des Hodèges”, Illinois Classical
Studies, 7 (1982), pp. 299-322, e da ultimo a I. Pérez Martín, “El estilo Hodegos y su proyección en las escrituras
constantinopolitanas del siglo XIV”, SeT, 6 (2008), pp. 389-458. Inoltre, cfr. H. Hunger, “Archaisierende Minuskel
und Gebrauchsschrift zur Blütezeit der Fettaugenmode”, PGB, pp. 283-290; H. Hunger – O. Kresten, “Archaisende

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esprimendosi con grande libertà (si considerino gli stili Beta-gamma o Fettaugen individuati
da Nigel Wilson e da Herbert Hunger20, ma anche le scritture informali a vari livelli21
[cancelleresche]).
yy A conclusione, va precisato che, più che mai, questa disamina non può né deve prescindere
dalla conoscenza e dalla considerazione della spiritualità del popolo greco in quella
contingenza storica, col sussidio di letture specifiche22.

In sintesi, si espongono le fasi della ricerca:


A. Sono stati visionati autopticamente, studiati, descritti e classificati:
A1. tutti i manoscritti datati conservati ad Atene (e, nel caso di alcuni copisti proliferi, anche
i non datati attribuibili mediante identificazione), l’elenco dei quali è stato ricavato da uno spo-
glio preliminare dei cataloghi esistenti23: un totale di ca. 150 segnature, dislocate come segue:
1) nella Biblioteca Nazionale di Grecia (  Ἐθνικὴ Βιβλιοθήκη τῆς Ἑλλάδος: EBE) che, com’è
noto, dall’anno di fondazione 1829, oltre alle varie donazioni (ad esempio di Mamouka o Polla-
ni), si è arricchita significativamente con i numerosi manoscritti dei monasteri della Tessaglia
dopo l’annessione di questa regione al governo greco nel 1882, della Macedonia dopo la Prima
Guerra Mondiale, e di altri, come quello τοῦ Εὐαγγελισμοῦ τῆς Θεοτόκου di Vilizi (Βυλίζης) in
Epiro, il cui materiale era finito nel Ministero dell’Educazione24;

Minuskel und Hodegonstil im 14. Jahrhundert. Der Schreiber Theoktistos und die κράλαινα τῶν Τριβαλῶν”, JÖB,
29 (1980), pp. 187-236.
20.  N. G. Wilson, “Nicaean and Palaeologan Hands: Introduction to a Discussion”, PGB, pp. 263-267: 264; H.
Hunger, “Die sogenannte Fettaugen-Mode in griechischen Handschriften des 13. und 14. Jahrhunderts”, Byzantinische
Forschungen, 4 (1972), pp. 105-113. Cfr. anche Id., “Die byzantinische Minuskel des 14. Jahrhunderts zwischen
Tradition und Neuerung”, PCG, pp. 151-161.
21.  Cfr. N. G. Wilson, “Scholarly hands of the middle byzantine period”, PGB, pp. 221-239 – punto di parten-
za allo studio di queste scritture, un filone che non ha mai avuto soluzione di continuità a Bisanzio –, e poi (anche
se relativi ai secoli precedenti) P. Canart – L. Perria, “Les écritures livresques des XIe et XIIe siècles”, PCG, pp.
67-118; G. Cavallo, “Scritture informali, cambio grafico e pratiche librarie”, MG, pp. 219-238; P. Orsini, “Γράφειν
οὐκ εἰς κάλλος. Le minuscole greche informali del X secolo”, Studi medievali, 47 (2006), pp. 549-588.
22.  Per citare ancora qualche riferimento, oltre alla bibliografia delle note 1-9, ad esempio St. Runciman, The
Great Church in Captivity. A Study of the Patriarchate of Constantinople from the Eve of the Turkish Conquest in
the Greek War of Independence, Cambridge, Cambridge University Press, 1968; Id., “ Ῥουμ Μιλέτι’. Οι ορθόδοξες
κοινότητες υπό τους Οθωμανούς σουλτάνους“, trad. greca di Ch. Blabianos, in Η βυζαντινή παράδοση μετά την
άλωση της Κωνσταντινούπολης, J. J. Yiannias (a c. di), ed. greca Athina, MIET, 1994, pp. 15-33, oppure il monu-
mentale G. Podskalsky, Η ελληνική θεολογία επί Τουρκoκρατίας, 1453-1821, trad. greca a c. di G. D. Metallinos,
Athina, MIET, 2005.
23.  Ringrazio Agamemnon Tselikas (MIET) per l’aiuto prestatomi in questa delicata fase preparatoria del lavoro.
24.  Cataloghi: G. P. Kremos, Κατάλογος τῶν χειρογράφων τῆς Ἐθνικῆς καὶ τοῦ Πανεπιστημίου Βιβλιοθήκης
ἀλφαβητικὸς καὶ περιγραφικὸς μετ’ εἰκόνων καὶ πανομοιοτύπων κατ’ ἐπιστήμας κατατεταγμένων, Ι (Θεολογία),
Athinai 1876 [soli manoscritti 165-209 di Sakkelion] e J. Sakkelion – A. Sakkelion, Κατάλογος τῶν χειρογράφων
τῆς   Ἐθνικῆς Βιβλιοθήκης τῆς Ἑλλάδος, Athinai 1892 [1856 codici]; L. Politis – M. Politis, Κατάλογος τῶν

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2) nel Museo Benaki, dove sono confluite tre raccolte di manoscritti: del fondatore Antonio
Benaki († 1954), quella “Ανταλλαξίμων”, i codici cioè provenienti dall’Asia Minore e dalla
Tracia orientale (Adrianoupolis) dopo gli eventi del 1922, e quelli donati dal bibliofilo Damia-
nos Kyriazis25;
3) nel Museo della Società Storica ed Etnologica di Grecia (  Ἱστορικῆς καὶ Ἐθνολογικῆς
Ἑταιρείας τῆς Ἑλλάδος: IEEE)26;
4) nell’Archivio Storico e Paleografico dell’Istituto Culturale della Banca Nazionale di Gre-
cia (  Ἱστορικὸ καὶ Παλαιογραφικὸ Ἀρχεῖο τοῦ Μορφωτικοῦ Ἱδρύματος τῆς Ἐθνικῆς Τραπέζης:
MIET), dove si conservano un centinaio di codici27;
5) nel Museo Cristiano e Bizantino, che tra i vari cimeli della civiltà costantinopolitana con-
serva ca. 206 manoscritti28;
6) nella biblioteca del Parlamento greco29;
7) nella collezione privata Loverdou, in cui si è conservata parte della biblioteca privata di
Alessio Kolybas, altrimenti dispersa e della quale diversi codici non sono stati mai descritti30.

χειρογράφων τῆς Ἐθνικῆς Βιβλιοθήκης τῆς Ἑλλάδος ἀρ. 1857-2500, Athina 1991 [codici 1857-2500] e i vari tomi
manoscritti di Supplementa per i numeri successivi. Nel seguito del presente contributo verrà omesso il rimando a
tali cataloghi per i manoscritti della EBE che verranno via via citati.
25.  Il catalogo più recente, sul quale mi sono basata, è quello di E. Lappa Zizicas – M. Rizou-Couroupou,
Kατάλογος ελληνικῶν χειρογράφων τοῦ Μουσείου Μπενάκι (10ος- 16ος αι.), Athina 1991. Si veda, inoltre, la sele-
zione di A. Tselikas, Δεκα αἰῶνες ἑλληνικῆς γραφῆς (9ος-19ος αἰ.), Athina, Μουσεῖο Μπενάκι, 1977.
26.  Sp. P. Lambros, “Κατάλογος τῶν κωδίκων τῶν ἐν Ἀθήναις βιβλιοθηκῶν πλὴν τῆς Ἐθνικῆς. II. Κώδικες τῆς
Ἱστορικῆς καὶ Ἐθνολογικῆς Ἑταιρείας”, Νέος Ἑλληνομνήμων, 6-10 (1909-13). In realtà, i codici datati del Benaki e
dell’IEEE non hanno aggiunto granché di nuovo al materiale. Non si sono incontrati copisti già identificati altrove,
e neppure è facile capire l’origine di questi manufatti, non essendovi indicazioni al riguardo (solo due del primo
museo provengono da Adrianoupolis: si veda al riguardo B. K. Stefanidis, “Οἱ κώδικες τῆς Ἀδριανουπόλεως”, BZ,
14 [1905], pp. 588-611: 601, n° 47, e 16 [1907], pp. 266-284: 284, n° 152), tanto più che nessuno di essi porta anco-
ra la legatura originale. Sono, ad ogni modo, prodotti monastici (menei, nomocanoni, un Niceforo Blemmida, un
Thikaras), che frequentemente – ma non sempre – portano il nome del copista, aggiungendo pertanto, in questo caso,
altri nominativi ai repertori esistenti. In particolare, non censiti appaiono un certo Grammatikos il Cretese e un
Theodoulos, mentre mi è stato possibile appurare che il Sofronios monaco, che firma nel 1551 il codice Athina,
Μουσεῖο Μπενάκη 38 [Δαμιάνος Κυριαζῆς 13], è molto probabilmente lo stesso di VG, p. 412, che ha copiato (in
collaborazione) il medesimo testo, Thikaras, nel codice del Sina’, Μονὴ τῆς Ἁγίας Αἰκατερίνης, gr. 948, del 1539.
27.  Cfr. gli inventari dell’Istituto Μορφωτικὸ Ἴδρυμα Ἐθνικῆς Τραπέζης. Ἱστορικὸ καὶ Παλαιογραφικὸ Ἀρχείο.
Μικροφωτογραφήσεις χειρογράφων καὶ ἀρχείων, 1-4, Athina 1978-88; 6, Athina 1994.
28.  I ca. 206 manoscritti del Museo sono stati successivamente catalogati principalmente da N. A. Veis nel 1906
e da D. I. Pallas nel 1933 e 1955: cfr. J.-M. Olivier, Répertoire des bibliothèques et des catalogues de manuscrits
grecs de Marcel Richard, Turnhout, Brepols, 1995, p. 100.
29.  Partendo da Sp. P. Lambros, Κατάλογος τῶν κωδίκων τῶν ἐν Ἀθήναις βιβλιοθηκῶν (cit. n. 26), 1-6
(1904-1909): cfr. J.-M. Olivier, Répertoire (cit. n. 28), pp. 98-99.
30.  Punto di partenza è stato Ph. K. Bouboulidis, “Κατάλογος ἑλληνικῶν χειρογράφων κωδίκων βιβλιοθήκης
Σπ. Λοβέρδου”, Ἐπιστημονικὴ Ἐπετηρὶς τῆς Φιλοσοφικῆς Σχολῆς τοῦ Πανεπιστημίου Ἀθηνῶν, ser. II, 11 (1960-61),
pp. 402-446.

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A2. Buona parte dei codici datati di due celebri monasteri dell’isola di Lesbo, specialmente
per una verifica dei copisti con lo stesso nome di quelli raccolti ad Atene (per un totale di una
cinquantina31):
1) Ἱερὰ Μονὴ Λειμῶνος, monastero fondato da sant’Ignazio nel 1523 (o 1527), che vanta tra
le collezioni di manoscritti più ricche e celebri della Grecia (diverse centinaia32), dopo l’Ἅγιον
Ὄρος e le Meteore;
2) quello, più antico (secolo IX), di San Giovanni Teologo (τοῦ Ἁγίου Ἰωάννου Θεολόγου,
detto Ὑψηλοῦ), nella diocesi di Eressos, zona di Nord-Ovest dell’isola, che custodisce una ses-
santina circa di manoscritti assieme a vari oggetti e arredi sacri33.
B. Sono stati visionati non autopticamente gli esemplari datati e databili al periodo in questione
rimasti in loco negli stessi monasteri che la ricerca alla EBE aveva evidenziato, studiati attraverso i
microfilms conservati nel Centro di Ricerca dell’Ellenismo Medievale e Moderno dell’Accademia
di Atene (Κέντρο Ἐρεύνης Μεσαιωνικοῦ καὶ Νέου Ἑλληνισμοῦ τῆς Ἀκαδημίας [Dimitrios Z. So-
fianos † 200834]), oltre che nella EBE, allo scopo – anche in questo caso – di identificare mani già
incontrate e, inoltre, di dirimere la questione delle attribuzioni nei casi di omonimie.

Quali risultati si sono finora raggiunti:

A. Centri di produzione

Diversamente dalla ricca e variata produzione filo-ellenica, classica e bizantina, cercata e vo-
luta dalle committenze cortigiane e mecenatiche – non escluse quelle curiali – di un Occidente

31.  Purtroppo questa parte della ricerca non si è potuta – almeno per il momento – portare a termine a causa
delle difficoltà incontrate, per ragioni differenti, nell’uno e nell’altro monastero.
32.  Non sembra definitiva la cifra (506) calcolata da J.-M. Olivier, Répertoire (cit. n. 28), p. 474.
33.  Per i due monasteri ci si è serviti dei cataloghi di cui rispettivamente si dispone: per il primo, A. I.
Papadopoulos-Kerameus, “Κατάλογος τῶν ἐν ταῖς βιβλιοθήκαις τῆς νήσου Λέσβου ἑλληνικῶν χειρογράφων”, Ὁ
ἐν Κωνσταντινουπόλει Ἑλληνικὸς Φιλολογικὸς Σύλλογος…, I, Konstantinoupolis 1884 (rist. 1888), pp. 17-129,
129-131, e N. Paulopoulou, “Κατάλογος συμπληρωματικὸς τῶν χειρογράφων τῆς Ἱερᾶς Μονῆς Λειμῶνος”, estrat-
to da Λειμωνία, 43 pp., Mytilini 1989. Per il secondo, A. I. Papadopoulos-Kerameus, “Κατάλογος” cit., pp. 146-161,
e I. Kleombrotos, Τὸ ὑπ’ ἀριθμὸν 23 χειρόγραφον τῆς ἐν Λέσβῳ ἱερᾶς Μονῆς τοῦ Ἁγίου Ἰωάννου τοῦ Θεολόγου Ὑψιλοῦ
καὶ ὁ περίφημος ζωγράφος Μανουὴλ Πανσέληνος, Mytilini 1937. Per esempio, il primo monastero mi ha offerto
l’opportunità di studiare il codice Lesbos, Μονὴ Λειμῶνος 110, della mano fluida e scorrevole di Giovanni d’Arta,
del quale si aveva un solo esemplare ad Atene. Così come nel secondo monastero, nel piccolo vano della finestrel-
la aperta sull’immensità di una vallata dove lo sguardo si perde tra cielo e terra, una terra brulla sotto il sole, tra le
mani fogli, pezzi, frammenti, legature bellissime ma spesso mal ridotte, ecco emergere un ulteriore codice trascrit-
to e datato (1575) da Kyrillos di Naupatto, un eucologio senza più legatura e acefalo, coi fascicoli scuciti.
34.  Si ringrazia per la squisita disponibilità non solo lo stesso, compianto, Sofianos, ma in particolare Hariton
Karanasios.

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sempre più lontano, la produzione libraria propriamente ellenica, dall’inizio del dominio otto-
mano, è quasi in assoluta maggioranza (e si tornerà sul quasi) monastica. Pertanto, i copisti che
ci hanno lasciato le loro sottoscrizioni, o σημειώματα, sono monaci, ieromonaci, archimandriti,
protopsaltai, ma anche sacerdoti, diaconi, ierodiaconi, ecc. Essi ci offrono un ricco e interessan-
te campionario di colofoni con le loro abbondanti espressioni di umiltà e di amatheia, colofoni
tra i quali non ne mancano di originali o inconsueti nella formulazione, e che costituiscono
una fonte primaria di informazione. Tra questi, sono ancora rappresentate formule celebri che
risultavano già attestate in Grecia precedentemente, come “ Ὥσπερ ξένοι…” (Athina, EBE 2630,
Serre, a. 1460, e Athina, EBE 789, Doussikou, a. 1534, con una formulazione vicina)35 e “ Ἡ
χεὶρ…”, in uso sin dall’XI secolo36 (redazione in 2 versi: Athina, EBE 2117, a. 1474, un Praxa-
postolos proveniente dal Ginnasio di Salonicco, ed Athina, EBE 2302 [= Pollani 17], a. 1539,
manoscritto di Vonitsa, episcopato di Nicopoli, che contiene Matteo Vlastaris, e ancora Athina,
EBE 607, meneo del 1543, vergato da più mani, delle quali solo l’ultima lascia la sottoscrizione,
a f. 283r37).
I testi sono, di conseguenza, nella maggior parte liturgici (liturgie, triodi, pentecostari, me-
nei, orologi, paracletikes ed acolouthiae varie, profetologi, eucologi, salteri ecc.) e teologici
(omelie e paterikà, nomocanoni, Bioi ecc.), oltre a menologi ed evangeliari. Ciò non solamente
dimostra ma naturalmente conferma anche, in modo significativo, il margine di autonomia re-
ligiosa lasciato dal nuovo governo38; tralasciando di fare, qui, riflessioni che possono sembrare
poco pertinenti, è semmai il caso di sottolineare che molti sono d’accordo nell’affermare che lo
shock della conquista ottomana ebbe meno danni del previsto39.
Ma vediamo quali monasteri risultano maggiormente rappresentati.
In ordine di frequenza, sono in sostanza quelli i cui codici nel 1882 vennero ad arricchire la
EBE (se ne tralasciano per il momento altri40):

35.  Su questa formula, cfr. K. Treu, “Der Schreiber am Ziel. Zu den Versen ‘ Ὥσπερ ξένοι χαίρουσιν…’ und
ähnlichen”, in Studia codicologica (Texte und Untersuchungen zur Geschichte der altchristlichen Literatur 124),
K. Treu (hrsg.), in Zusammenarbeit mit J. Dummer – J. Irmscher – F. Paschke, Berlin, Akademie-Verlag, 1977, pp.
473-492; P. Eleuteri, “Altri manoscritti con i versi Ἡ μὲν χεὶρ ἡ γράψασα…, Ὥσπερ ξένοι χαίρουσιν… e simili”,
Codices manuscripti, 6 (1980), pp. 81-88; M. Manfredini, “Ancora un codice con la formula ‘ Ὥσπερ ξένοι’”,
Codices manuscripti, 10 (1984), p. 72.
36.  Cfr. G. Prato, “Manoscritti greci” (cit. n. 17), pp. 19-20.
37.  La redazione in due versi sarebbe quella più diffusa rispetto a quella breve, più antica, in un verso, diretta-
mente collegata alla formula copta originaria: cfr. G. Garitte, “Sur une formule des colophons de manuscrits grecs”,
in Collectanea Vaticana in honorem Anselmi M. Card. Albareda, I (Studi e Testi 219), Città del Vaticano 1962, pp.
359-390, che registra solo il secondo dei nostri manoscritti, come Pollani 17, p. 362, n° 8 (VG, p. 385: copista Pietro
Mavroidis). Sui codici di Nicola Pollani donati alla EBE, cfr. Sp. Lambros, “Οἱ κώδικες τοῦ Νικολάου Πολλάνη”,
Νέος Ἑλληνομνήμων, 4 (1907), pp. 358-367.
38.  Cfr. N. Iorga, Byzance après Byzance (cit. n. 6), pp. 60-79.
39.  Così, ad esempio, St. Runciman, The Great Church (cit. n. 22).
40.  Tra questi, non si vorrebbe trascurare il Monastero epirota, sopra citato, di Vilizi, Μονὴ τοῦ Εὐαγγελισμοῦ
τῆς Θεοτόκου, di cui alla EBE nel 1895 finirono 14 manoscritti (nr. 1902-1915), dopo che Lambros aveva descrit-

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– Μονὴ τῆς Μεταμορφώσεως τοῦ Σωτῆρος Χριστοῦ, detto τοῦ Δουσίκου, ο anche τοῦ Ἁγίου
Βησσαρίωνος dal fondatore, metropolita di Larissa (1489-1541), sorto sulla più antica Μονὴ
τοῦ Σωτῆρος τῶν Μεγάλων Πυλῶν in Tessaglia, sopra Triccala, la cui esistenza era già atte­
stata nel XIV secolo. I manoscritti trasferiti alla EBE sono 532, ma 123 sono rimasti in loco:
tra questi, i codici dei secoli XV-XVI sono 2 (senza data) + 24 (di cui 10 senza data). Tra quelli
trasferiti alla EBE sono 38 (senza data) del sec. XV + 135 del XVI (71 datati e 64 senza data).
Il totale dà 99 codici: fu certamente uno di centri più produttivi41.
– Monasteri delle Meteore, la politeia monastica più importante della Grecia dopo l’Athos:
Μονὴ τῆς Μεταμορφώσεως, Μονὴ τῆς Ἁγίας Τριάδος, Μονὴ Βαρλαάμ, Μονὴ ‘Ρεντίνας, Μονὴ
Ῥουσάνου (o τῆς Μεταμορφώσεως Σωτῆρος), Μονὴ τοῦ Ἁγίου Στεφάνου42.
– Moνὴ τοῦ Ἁγίου Ἰωάννου Προδρόμου a Serre, in Macedonia43.
– Μονὴ Βερνικόβας, nella Doride44.
È, però, a questo punto importante segnalare l’esistenza, sia pure esigua, di testi filosofici,
filologici e retorici che, nel caso in cui si associano a mani erudite prive di finalità estetiche o
incuranti delle “mode” grafiche del momento, provano l’ostinata persistenza, anche in questo
periodo, della tradizione culturale ellenica in circoli evidentemente privati, o mantenuti proba-
bilmente segreti al regime. Ad esempio, sarebbe da verificare in questa direzione il tipo di atti-
vità produttiva, svolta anche a Costantinopoli – come si evince da due sottoscrizioni, nei codici

to in loco 24 manoscritti: Sp. P. Lambros, “ Ἡ μονὴ Βυλίζης καὶ τὰ ἐν αὐτῇ χειρόγραφα”, Δελτίον Ἱστορικῆς Ἐθνικῆς
Ἑταιρείας, 4 (1892), pp. 353-356. Cfr. poi L. Politis, “Παλαιογραφικὰ ἀπὸ τὴν Ἤπειρο”, Ἐπετηρὶς Φιλοσοφικῆς
Σχολῆς τῆς Θεσσαλονίκης, 12 (1973), pp. 329-407: pp. 355-364, e il più recente D. G. Kalousios, Tὰ χειρόγραφα
τῆς Βυλίζας, Ioannina 2009. Si può tra l’altro segnalare che qualche codice proviene da Kolindros, in Macedonia.
41.  Catalogo D. Z. Sofianos – F. A. Dimitrakopoulos, Τὰ χειρόγραφα τῆς Μονῆς Δουσίκου Ἁγίου Βησσαρίωνος.
Κατάλογος περιγραφικός, Athina 2004; cfr. inoltre F. Dimitrakopoulos, “ Ἡ βιβλιοθήκη τῆς ἱερᾶς Μονῆς Δουσίκου”,
Ἐπετηρὶς Ἑταιρείας στερεοελλαδικῶν μελετῶν, 5 (1974-75), pp. 403-426; Id., “Παλαιογραφικὰ καὶ μεταβυζαντινά”,
Ἐπιστημονικὴ Ἐπετηρὶς τῆς Φιλοσοφικῆς Σχολῆς τοῦ Πανεπιστημίου Ἀθηνῶν, ser. II, 27 (1979 [1980]), pp. 192-229;
Id., “Συμβολὴ εἰς τοὺς καταλόγους ἑλλήνων κοδικογράφων”, Ἐπετηρὶς Ἑταιρείας Βυζαντινῶν Σπουδῶν, 45 (1981-
82), pp. 263-312; Id., “Τὸ κωδικογραφικὸ ἐργαστήριο τῆς Μονῆς Δουσίκου τὸν 16° αἰῶνα καὶ ὁ βιβλιογράφος
Κάλλιστος”, Ἐπετηρὶς Ἑταιρείας Βυζαντινῶν Σπουδῶν, 50 (1999-2000), pp. 403-447; D. Z. Sophianos, Δουσικιώτικα
σύμμικτα, Athina 2005. Su questo e gli altri monasteri qui citati, cfr. l’agevole “guida” di S. Kokkinis, Τὰ μοναστήρια
τῆς Ἑλλάδος, Athina 1999, deut. ekd., corredata di bibliografia essenziale.
42.  Cfr. Sp. P. Lambros, “Συμβολαὶ εἰς τὴν ἱστορίαν τῶν μονῶν τῶν Μετεώρων”, Νέος Ἑλληνομνήμων, 2 (1905),
pp. 49-156. La catalogazione dei vari monasteri, cominciata da N. A. Veis, è stata portata avanti da Vranoussis e
Sofianos: cfr. N. A. Veis – L. Vranoussis – D. Z. Sofianos, Τὰ χειρόγραφα τῶν Μετεώρων. Κατάλογος περιγραφικὸς
τῶν χειρογράφων κωδίκων τῶν ἀποκειμένων εἰς τὰς μονὰς τῶν Μετεώρων, I, Τὰ χειρόγραφα τῆς Μονῆς Μεταμορφώσεως,
Athina 1998, deut. ekd., in particolare i Prolegomena (L. Vranoussis) su tutta la situazione catalografica relativa a
questi monasteri.
43.  Sullo scriptorium di questo monastero della Macedonia, cfr. in particolare L. Politis, “Τὸ βιβλιογραφικὸ
ἐργαστήριο καὶ ἡ βιβλιοθήκη τῆς Μονῆς Προδρόμου Σερρῶν”, Σερραικῶν Χρονικῶν, 8 (1979), pp. 31-55.
44.  Il monastero di Vernicova, o Varnacovas, fu fondato nel 1077 da s. Arsenio. Si veda Sp. P. Lambros,
“  Ἡ μονὴ Βαρνάκοβας”, Νέος Ἑλληνομνήμων, 6 (1909), pp. 382-392, o anche A. K. Orlandos, Ἡ μονὴ τῆς
Βαρνάκοβας, Athinai 1922.

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London, British Library, Harley 5783 e Oxford, Bodleian Library, Lincoln College, gr. 10 – dal
notaio ateniese Michele, figlio del sacerdote Nicola Andristos [1599-161045] (Pl. 1).

B. Tipologie grafiche

Si delinea una certa varietà di minuscole: oltre ad una notevole maggioranza di quelle che
rientrano nel filone della minuscola liturgica, o derivata (nuclei grossi, talora ravvivati con toc-
co di inchiostro rosso, lettere ingrandite che inglobano l’accento o la vocale successiva) anche
altre grafie, meno standardizzate e più personali, specialmente verso la fine del Cinquecento. Si
possono citare il codice Athina, EBE 1077, a. 1567, come esempio di miscellanea filologica di
mani talora più informali46, e il Athina, EBE 1013, a. 1592, con Bioi e altro contenuto liturgico,
proveniente dal Doussikou, come esempio di modernità nella mano corsiva che l’ha vergato
(Pl. 2a).

C. Copisti nominati

Superano in totale la sessantina per l’arco cronologico considerato, un numero che già a pri-
ma vista sembra abbastanza cospicuo, e che andrebbe verificato in rapporto al numero assoluto
di sottoscrizioni di cui oggi si dispone. Si può provvisoriamente riflettere che tale (probabile)
alta frequenza potrebbe interpretarsi come un segno di un’esigenza particolarmente sentita e
diffusa, nei monasteri sotto la cattività: l’esigenza di affidare ad un’oscura posterità il proprio
nome e rango, come se ciò costituisse un appoggio ad una flebile speranza di libertà.
Di questi copisti, gli appartenenti al Doussikou e alla metropoli di Τρίκκης (sede di Triccala)
da cui quello dipende, hanno avuto un primo parziale censimento (da integrare e correggere in

45.  Così egli si sottoscrive nel f. 136v del codice Athina, EBE 2137, datato 1597, che contiene nomocanoni e
proviene dal Ginnasio di Salonicco (D. Serruys, “Catalogue des manuscrits conservés au Gymnase Grec de
Salonique”, Revue des Bibliothèques, 13 [1903], pp. 12-89: 66, n° 68): cfr. Sp. P. Lambros, “ Ὁ Ἀθηναῖος
βιβλιογράφος Μιχαὴλ Ἀνδρίστος”, Nέος Ἑλληνομνήμων, 1 (1904), pp. 376-377. Su Andristos e altre identificazio-
ni, ancora Id., “Ἀθηναῖοι βιβλιογράφοι καὶ κτήτορες κωδίκων κατὰ τοὺς μέσους αἰῶνας καὶ ἐπὶ Tουρκοκρατίας”,
Ἐπετηρὶς Παρνασσοῦ, 6 (1902), pp. 159-218: 196-198, n° 28. Un altro e unico manoscritto in VG, p. 305; cfr. quin-
di P. Canart, “Scribes grecs de la Renaissance. Additions et corrections aux répertoires de Vogel-Gardthausen et de
Patrinélis”, Scriptorium, 17 (1963), pp. 56-82 [= Id., Etudes de paléographie et de codicologie, réproduites avec
la collaboration de M. L. Agati et M. D’Agostino, I (Studi e Testi 450), Città del Vaticano 2008, pp. 1-31]: 70. Infine
Ν. Μ. Panaghiotakis, “Περὶ Ναθαναὴλ Χίκα”, in Μνημόσυνον Σοφίας Ἀντωνιάδη, Venezia 1974, pp. 265-275: 268
e n. 11 (con la correzione in Ἀνδρίστης): ringrazio P. Canart per questa segnalazione.
46.  Tra di esse si sottoscrive un certo Paolo τάχα θύτου τοῦ Φωστηνιάτου, censito in VG, p. 378, ma con altri
due manoscritti macedoni del 1460 e 1465, uno dei quali è significativo che, analogamente, contenga testi profani
(testi retorici e tragedie della letteratura classica). Molto probabilmente, lo studio dei ferri della legatura di questo
codice, che si ha in corso, potrebbe portare a far luce sul centro di origine di tale compilazione.

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diversi punti) da F. A. Dimitrakopoulos47, mentre molto meno della metà sono i copisti – ma non
sempre i manoscritti – che sono stati riscontrati nei vari repertori esistenti.
I copisti più rappresentativi sono proprio i monaci del Doussikou e delle Meteore, Metamor-
fosi, come prevedibile, e di tutti chi scrive ha in corso di stampa un nuovo, completo censimen-
to48. In questa sede, ci si limita a qualche menzione.
Per esempio, si avvicina alla trentina la nuova lista di codici di Kallistos ieromonaco, attivo
negli anni 1569/70-1602, non censito dal repertorio di Vogel – Gardthausen. Buona parte della
sua produzione si conserva ad Atene (uno al Βυζαντινὸ καὶ Χριστιανικὸ Μουσεῖο [BXM], il
Κολυβᾶ 104, e gli altri alla EBE : vd. es. Athina, EBE 323, Pl. 2b), una sparuta minoranza è
suddivisa tra il Doussikou, le Meteore (Monasteri di Barlaam e di Santo Stefano), la Μονὴ
Μεγάλου Σπηλαίου di Kalavryta e la Παναγία Θεοτόκου di Chalki49. I testi da lui copiati sono
liturgici, patristici, ascetici; la sua scrittura è vivace e nel complesso calligrafica, ma non manca
di abbandoni corsiveggianti come parentesi, e in ogni caso è dotata di una sua sicura personalità.
L’aspetto materiale dei suoi codici si ripete: uno studio delle legature, in gran parte conservate,
può portare a risultati concreti riguardo al centro scrittorio di origine (Doussikou) (Pl. 2b).
Con Kallistos hanno talora collaborato Meletios e Porfirios, come si evidenzia da esemplari
vergati a più mani, ma disponiamo anche di altre copie di loro singolo pugno, firmate e datate
alla seconda metà del XVI secolo50.
Alquanto somigliante a Kallistos, trattandosi di grafie derivate dalla “liturgica” e di un’analoga
provenienza dal Doussiko, è la mano di un Grigorios attivo tra il 1574/5 e il 1580/1, anch’egli
trascrittore di testi liturgici51; quando, però, il ductus artefatto viene accantonato per quello pro-
prio naturale, che è corsivo, fluido e rapido, siamo indotti a formulare conclusioni interessanti
sul modo di lavorare di questi copisti (cfr. esempi nei codici Athina, EBE 644 e 290: Pl. 3a-b).

47.  F. A. Dimitrakopoulos, “Συμβολὴ εἰς τοὺς καταλόγους” (cit. n. 41).


48.  M. L. Agati, “Copisti della Turcocrazia (1453-1600). Correzioni, ipotesi e nuove addizioni ai Repertori”,
in Ἀληθὴς φιλία. Studi in onore di Giancarlo Prato, M. D’Agostino – P. Degni (a c. di), Spoleto, CISAM, 2010.
49.  La lista più aggiornata è per il momento quella di F. A. Dimitrakopoulos, “Τὸ κωδικογραφικὸ ἐργαστήριο”
(cit. n. 41), p. 419, ma prima cfr. Id., “Παλαιογραφικὰ καὶ μεταβυζαντινὰ” (cit. n. 41), “1. Τέσσερις βιβλιογράφοι
τοῦ 16ου αἰώνα”, p. 212; Id., “Συμβολὴ εἰς τοὺς καταλόγους” (cit. n. 41), pp. 285-292, n° 57, e anche D. Z. Sofianos
– F. A. Dimitrakopoulos, Τὰ χειρόγραφα τῆς Μονῆς Δουσίκου (cit. n. 41), p. κη´.
50.  Meletios: VG, p. 301, con un unico esemplare; quattro manoscritti senza segnatura sono indicati in F. Α.
Dimitrakopoulos, “Τὸ κωδικογραφικὸ ἐργαστήριο“ (cit. n. 41), p. 408, ma cfr. Id., “Παλαιογραφικὰ καὶ μεταβυζαντινὰ”
(cit. n. 41), pp. 194-198 e Id., “Συμβολὴ εἰς τοὺς καταλόγους” (cit. n. 41), pp. 295-296, n° 68. Anche per Porfirios,
cfr. per il momento ibidem, rispettivamente pp. 408, 212 e 301-302, n° 82.
51.  Grigorios che non è quello VG, p. 95, dei due manoscritti di Lesbo, da noi presi autopticamente in esame.
Cfr. F. A. Dimitrakopoulos, “Συμβολὴ εἰς τοὺς καταλόγους” (cit. n. 41), pp. 274-275, n° 20, che, distinguendo
questo Grigorios da un secondo, più recente (diversamente da Id., “Τὸ κωδικογραφικὸ ἐργαστήριο“ [cit. n. 41], p.
408), ne censiva 4 manoscritti, ai quali si è sicuri di potere oggi aggiungere anche i due Athina, EBE 3033 e 2203,
rispettivamente del 1577 e del 1587.

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Per rimanere nell’ambito della stessa provenienza, è il caso di ricordare la mano incisiva del
prolifico Markianos (a. 1565-73) studiato da Maria Politis52, amanuense in particolare di tutta la
serie dei menei, diciasette conservati alla EBE con parte delle legature originali del Doussikou.
Per non parlare dei ben venti codici (liturgici e comunque monastici) trascritti da Ioasaf, mo-
naco hamartolos delle Meteore53, e della ricca lista del celebre patriarca, e santo, Teofilo, lista
già ulteriormente incrementata negli ultimi anni tra EBE (in cui figura anche un Typikon di San
Sabba), Meteore e Doussikou 54.
Anche Giovanni, τάχα καὶ ἱερεὺς ἀπὸ τὴν Ἄρτα55, viene ad arricchirsi di esemplari inedi-
ti, due ambedue trascritti alle Meteore, Metamorfosi, uno dei quali, oggi, Athina, EBE 613,
a. 1510. Si potrebbero aggiungere Parthenios, attivo a metà degli anni ‘60 del Cinquecento,
anch’egli nelle Meteore, visto che si firma come ieromonaco del Monastero di Roussano, da
dove provengono i tre esemplari che abbiamo56, ed infine anche (e soprattutto) Kyrillos monaco
di Naupatto57 – peculiare mano “arruffata”, dalle lettere verticali e poco legate –, per il quale
nel­la presente ricerca si è raggiunto il numero di nove esemplari patristici, liturgici, due sinas-
sari e un nomocanone (con due codici sinora non identificati al Monastero di Barlaam delle
Meteore, più altri 4 nuovi alla EBE), datati tra il 1539 e il 1566, e non ancora repertoriati (su

52.  M. Sakellariadis-Politis, “Μαρκιανὸς τλήμων καὶ ἀμαθὴς γραφεὺς τῆς Μονῆς Δουσίκου”, Ἀφιέρωμα στὸν
καθηγηθῆ Λίνο Πολίτη, Thessaloniki 1978, pp. 39-52; cfr. inoltre l’integrazione di D. Z. Sofianos – F. A.
Dimitrakopoulos, Τὰ χειρόγραφα τῆς Μονῆς Δουσίκου (cit. n. 41), p. κζʹ.
53.  Non quello di VG, p. 216, ma quello del quale F. A. Dimitrakopoulos, “Συμβολὴ εἰς τοὺς καταλόγους” (cit.
n. 41), p. 284, n° 53, riporta il codice Athina, EBE 634.
54.  Dopo VG, pp. 146-147 (18 codici, tra i quali ho potuto controllare de visu il Lesbos, Μονὴ Λειμῶνος 170,
a. 1546), cfr. L. Politis, ”Ἁγιορεῖτες βιβλιογράφοι τοῦ 16ου αἰώνα”, Ἑλληνικά, 15 (1957), pp. 355-384 [= Id.,
Paléographie et littérature byzantine et néo-grecque, London 1975, n° VII]: 371, n° 22, e n° 231. Tra la ricca
bibliografia (tuttavia del tutto carente dal punto di vista codicologico), in ordine cronologico L. Politis, Ἁγιορεῖτες
βιβλιογράφοι (cit.), pp. 365-379 per il Bios; N. A. Veis, Τὰ χειρόγραφα τῶν Μετεώρων (cit. n. 42), II, Tὰ χειρόγραφα
τῆς Μονῆς Βαρλαάμ, Athina 1984, p. 84; D. Z. Sofianos, “Τὸ καλλιγραφικὸ ἐργαστήρι τῆς Ἱερᾶς Μονῆς Βαρλαὰμ
τῶν Μετεώρων κατὰ τὸν ΙΣΤʹ καὶ ΙΖʹ αἰώνα”, Τρικαλινά, 20 (2000), pp. 25-51: 31; Id., “Γραφεῖς καὶ βιβλιογραφικὰ
ἐργαστήρια τῶν Μονῶν τῶν Μετεώρων (15ος-16ος αἰ.)”, in The Greek Script in the 15th and 16th centuries
(National Hellenic Research Foundation, Institute for Byzantine Research, International Symposium 7), Athens
2000, pp. 330-331, 334, 346; K. Chrysochoidis, “Tὸ βιβλιογραφικὸ ἐργαστήριο τῆς Μονῆς Ἰβήρων στὶς πρώτες
δεκαετίες τοῦ 16ου αἰῶνα”, ibidem, pp. 523-568: 539-544; e ancora D. Z. Sofianos – F. A. Dimitrakopoulos, Τὰ
χειρόγραφα τῆς Μονῆς Δουσίκου (cit. n. 41), p. 21.
55.  VG, p. 171.
56.  Compreso il codice Meteora, Μονὴ τῆς Ἁγίας Τριάδος 59: D. Z. Sofianos, Τὰ χειρόγραφα τῶν Μετεώρων
(cit. n. 42), IV, Τὰ χειρόγραφα τῆς Μονῆς Ἁγίας Τριάδος, I, Athina 1993, pp. 508-514, e Pin. 106-107), mentre VG,
p. 375, riportano il solo codice Athina, EBE 843, su cui cfr. Sp. P. Lambros, “Συμβολαὶ εἰς τὴν ἱστορίαν” (cit. n.
42), p. 154. Il terzo manoscritto, Athina, EBE 466, a. 1570/1, viene erroneamente da F. A. Dimitrakopoulos,
“Συμβολὴ εἰς τοὺς καταλόγους” (cit. n. 41), p. 299, attribuito al medesimo Parthenios (n° 78) del Athina, EBE 292,
a. 1574/5, che proviene invece dal Doussikou.
57.  VG, pp. 238-239 (nessun manoscritto della EBE). Nelle more di stampa, questi dati sono stati tuttavia
aggiornati: cfr. M.L. Agati, “Copisti” (cit. n. 48).

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questa mano, cfr., Pl. 4 Lesbos, Μονὴ τοῡ Ὑψηλοῦ 33, dell’anno 1550).
Sia sufficiente a dimostrare la ricchezza della lista elaborata, punto di partenza per delineare
un’immagine per quanto possibile esaustiva della produzione libraria greca in alcuni centri
monastici nei primi secoli di Turcocrazia, nei suoi contenuti e nell’aspetto grafico e materiale,
aspetto, quest’ultimo, che ancora – si ribadisce – rimane in gran parte inedito.

D. Fattura materiale di questi libri

1) Sono tutti cartacei, di carta prevalentemente (ma non esclusivamente) orientale e turca58,
e non sembra eluso un generale intento di accuratezza59, espresso in una gamma diversificata,
oltre che di grafia anche di ornamentazione, per lo più imputabile al copista medesimo.
2) In un certo senso, sembra celebrata la sacralità del libro secondo un concetto tutto bizanti-
no, e ciò si evince anche dai formati60, e dal loro rapporto col rispettivo testo. Il libro di uso più
comune ha il pratico formato –in 4° (64% ca.), mentre il formato piccolo –in 8° ricorre solo al
10% ca. per testi filosofici (Athina, EBE 1098), le tre liturgie, un nomocanone, un eucologio, un
salterio. Il 26% rimanente presenta il formato –in folio, ed è interessante constatare che si tratta
di testi scritturali, liturgici e ascetici (evangeliari e tetravangeli, menei, sinassari e Bioi, un sal-
terio, un triodion, un praxapostolos, un pateriko, un kyriakodromion, un Entolai Kyriou) e, poi,
dei Padri Gregorio e Crisostomo, di Giovanni Agapito e di un esemplare di Barlaam e Joasaf.
3) Tra altre caratteristiche materiali, degna di nota è la tecnica di rigatura: a secco e per im-
pressione, eseguita sempre su ogni foglio verso: è evidente l’uso sistematico della mastara61,
applicata foglio per foglio (Pl. 5, dal codice Athina, EBE 574).
4) I motivi ornamentali costituiscono indizio utilissimo per le attribuzioni e le classificazio-
ni . Si possono individuare:
62

– tipologie di motivi e “filoni” che ci consentono di raggruppare codici. Per esempio, tipica

58.  A dire il vero, questa distinzione si trova di volta in volta in J. Sakkelion – A. Sakkelion, Κατάλογος (cit.
n. 24), probabilmente sulla base del supporto dei firmani ottomani, chiaramente più recenti.
59.  Per i secoli anteriori, G. Prato, “Manoscritti greci” (cit. n. 17), pp. 15 ss., aveva invece messo in evidenza
la fattura modesta dei manufatti, con assenza di caratteristiche particolari.
60.  Se si usa questo termine, formato, si è tuttavia ben consapevoli dell’ambiguità e dei problemi che ha posto
agli studi codicologici. Per una sintesi del problema e delle soluzioni proposte, si rimanda direttamente a M. L.
Agati, Il libro manoscritto da Oriente a Occidente. Per una codicologia comparata, Roma, L’Erma di Bretschneider,
2009, p. 102 per il codice cartaceo (e cfr. anche p. 166).
61.  Per il punto, su tale strumento meccanico di rigatura, si veda da ultimo M. L. Agati, “Qualche riflessione
relativa agli strumenti di rigatura. Solo un problema di terminologia?”, Gazette du livre médiéval, 51 (2007), pp.
30-36.
62.  In pieno accordo con quanto dimostrato, sia pure per i copisti greci in Occidente, da P. Canart,
“L’ornamentazione nei manoscritti greci del Rinascimento: un criterio d’attribuzione da sfruttare?”, RSBN, n.s. 42
(2005 [2006]), pp. 203-222: 205.

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il libro manoscritto greco in grecia 271

di Markianos e del Doussikou fino all’Ottocento63 (e la si ritrova anche a Vernikova, ad esempio


nel codice Athina, EBE 246, un Gregorio Nazianzeno del 1539, nel codice Athina, EBE 2194,
un meneo del 1525) una larga fascia di intreccio a “vermicelli”, o fettucce intessute, in rosso,
arancio o nero, anche in negativo, di cui numerosi sono gli esemplari reperiti (un esempio il
codice Athina, EBE 2194, Pl. 6a). Lo stesso può dirsi per un motivo a maglia larga circolare
o romboidale con rosette agli incroci, su fondo rosso o nero e spesso lasciata incompiuta dei
colori, ricorrente oltre che al Doussikou anche a Kolindros (Athina, EBE 2680, a. 1538, evan-
geliario, ed Athina, EBE 2688, a. 1546, meneo del mese di ottobre: cfr. Pl. 6b).
– paralleli interessanti con copisti greci che lavorarono in Italia, tralasciando, naturalmente,
i motivi più banali come intrecci o rinceux. A tal proposito, va ricordato – con Canart64 – come
negli ultimi secoli di Bisanzio il repertorio dei motivi ornamentali vada restringendosi e scle-
rotizzandosi, per cui sembra naturale ritrovarli con facilità anche dopo la halosis. Può pertanto
essere metodologicamente valido, per giungere a conclusioni interessanti, o utili, considerare,
piuttosto, motivi più originali o singoli particolari dell’esecuzione. Così, il motivo sopra men-
zionato, con le rosette, non sembra universalmente diffuso, ma si riscontra in Giorgio Basi-
likos e in Costantino Rhesinos65, un dato significativo che può approfondirsi, rapportandolo
all’origine e alle vicende biografiche dell’uno e dell’altro66. Selezionando, quindi, tra le diverse
espressioni dell’ornamentazione più latamente di “tipo bizantino”, ad esempio ritroviamo in
alcuni nostri esemplari iniziali molto simili a quelle, alquanto vistose, di un Giovanni Rhosos o
di un Giorgio Trivisias (Athina, EBE 23, 34, 143, 326, 422, 1001 ecc.: Pl. 7), e insomma della
tradizione cretese67. O ancora, per i “bastoni” interrotti da nodi, frequenti nel campionario qui
studiato già sin dal Quattrocento (ad esempio, Athina, EBE 2630, a. 1460, libro liturgico prove-
niente da Serre, in Macedonia, in cui tali motivi, ridotti anche alla larghezza di una colonna per
separare i testi, terminano con foglioline o teste di animali), si può fare il confronto con lo stesso

63.  Si vedano sul catalogo di D. Z. Sofianos – F. A. Dimitrakopoulos, Τὰ χειρόγραφα τῆς Μονῆς Δουσίκου (cit.
n. 41), i codici 25 o 50 (copisti rispettivamente Christoforos, a. 1557/8, e Meletios, a. 1574-5) nell’Eik. XLVII e
nel Pin. 41); e poi, in ordine cronologico, i codici 62, a. 1611, Eik. LVIII (a tappeto); 66, a. 1830, Pin. 89; 76, a.
1846, Pin. 99; 34 e 35, nonché 60, a. 1855, Eik. XLIII-IV e Pin. 80; 59, a. 1858, Eik. LIV.
64.  Specialmente P. Canart, “L’ornamentazione” (cit. n. 62), pp. 210-211.
65.  Ibidem, rispettivamente Tav. 11.11; e Tav. 4.i.
66.  Per ambedue questi copisti, il riferimento è a P. Canart, “L’écriture de Georges Basilikos. De Constantinople
à la Calabre en passant par Venise”, in The Greek Script (cit. n. 55), pp. 165-191 [= Id, Etudes de paléographie (cit.
n. 45), II (Studi e Testi 451), pp. 1235-1261], e Id., ”Constantin Rhésinos, théologien populaire et copiste de manu-
scrits“, in Studi di bibliografia e di storia in onore di Tammaro De Marinis, I, Verona 1964, pp. 241- 271 [= Id.,
Etudes de paléographie (cit. n. 45), I, pp. 167-203].
67.  Non sono infatti estranee a Zaccaria Kalliergis (che le imita nella stampa: cfr. E. Layton, The Sixteenth
Century Greek Book [cit. n. 10], pp. 322-323) o in Giovanni Plousiadenos. Si possono vedere le riproduzioni rispet-
tivamente per Rhosos in S. Rhote, “Textillumination bei einigen Kretischer Herkunft in 15. Jahrhundert”, PCG, pp.
355-362, Tavv. 1-3, e anche 4 della stessa tipologia; e, per Trivisias e Plousiadenos, in B. Liakou, “Τα διακοσμητικά
στοιχεία των χειρογράφων του Κρητός κωδικογράφου Γεωργίου Τριβιζία”, in The Greek Script (cit. n. 54), pp. 485-
498, Eik. 1-6.

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Rhesinos68, mentre più in generale, nella normale consuetudine della Turcocrazia rientrano tutti
i motivi che a occidente troviamo nel “gruppo Choniates”69. Chiaramente, tutto ciò dà ulteriore
conferma, se ancora ve ne fosse bisogno, dell’ininterrotta aderenza bizantina alla secolare tra-
dizione dei suoi canoni artistico-estetici, con una ripetitività che li rende ormai emblematici o,
piuttosto, si può dire che adesso a tutti gli effetti essi diventano (assieme ad altre particolarità
tecniche dell’allestimento del codice) un fortissimo segno distintivo e nazionalistico nelle estre-
me contingenze, tanto della schiavitù che dell’esilio.
Sono solo alcuni spunti, che sono comunque in fase di sviluppo in uno studio parallelo tra
copisti greci “orientali” e “occidentali”.
5) Le legature: moltissime quelle originali conservatesi, anche se spesso in cattive condizio-
ni e bisognose di interventi di restauro. Sono tutte di tipo bizantino (altro elemento immutato e
immutabile nella tradizione greca), o, semmai, “neotero”, cioè con assi di cartone invece che di
legno, che comportano una differenza nel capitello e nella cucitura. Hanno frequentemente resti
di borchie e di fermagli, e sono ricoperte di cuoio scuro, spesso quasi nero, inciso a freddo sia
con piccoli ferri geometrici riempiti di elementi vari, e sia con scomparti geometrici limitati da
filettature semplici o multiple. Il loro studio si profila senz’altro utilissimo nell’individuazione
delle botteghe connesse con i monasteri che sopravvivono in questo periodo (un esempio in Pl.
8).

68.  P. Canart, “L’ornamentazione” (cit. n. 62), Tav. 4a-c.


69.  P. Canart, “L’ornamentazione” (cit. n. 62), Tav. 10.

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Maria Luisa Agati

Il libro manoscritto greco in Grecia tra Quattrocento e Cinquecento:


prospettive di ricerca

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il libro manoscritto greco in grecia 817

Pl. 1: Athina, EBE 2137, a. 1597, f. 110v (mano di Michele Andristos)

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Pl. 2a: Athina, EBE 1013, a. 1592, f. 18r (esempio di mano corsiva)

Pl. 2b: Athina, EBE 323, a. 1585, f. 415r (Kallistos, sottoscrizione)

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il libro manoscritto greco in grecia 819

Pl. 3a: Athina, EBE 644, a. 1577/8, f. ult.r (Grigorios, sottoscrizione)

Pl. 3b: Athina, EBE 290, a. 1575, f. 517r (Grigorios, sottoscrizione in ductus corsivo)

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Pl. 4: Lesbos, Μονὴ τοῦ Ὑψηλοῡ 33, a. 1550, f. 31r (Kyrillos di Naupatto)

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il libro manoscritto greco in grecia 821

Pl. 5: Athina, EBE 574, a. 1535 (impressione da mastara)

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822 maria luisa agati

Pl. 6a: Athina, EBE 2194, a. 1525, da Vernicova, f. 2r (copista Nikiphoros:


intreccio a “vermicelli”)

Pl. 6b: Athina, EBE 2680, a. 1538, da Kolindros, f. 1r (copista Mattheos: intreccio con rosette agli incroci)

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il libro manoscritto greco in grecia 823

a b c

d e

Pl. 7: Esempi di iniziali più fastose del secolo XVI: a: Athina, EBE 23; b: Athina, EBE 143;
c: Athina, EBE 256; d: Athina, EBE 326; e: Athina, EBE 775

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824 maria luisa agati

Pl. 8: Athina, EBE 2258, a. 1557, da Kalavrita, Mονὴ Μεγάλου Σπηλαίου (legatura, piatto anteriore)

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