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Macroeconomia - Produzione, tasso di interesse e tasso di cambio https://www.pandoracampus.it/doi/10.978.

8815/329233/_118_667_c1#

1 di 1 07/04/2018, 16:49
Macroeconomia - L’equilibrio nel mercato dei beni https://www.pandoracampus.it/doi/10.978.8815/329233/_118_11#

  =   (   –    )  +   ( ,   )  +     –   ( ,   )/   +   ( * ,   )
(+) ( + ,  – ) ( + ,  + ) ( + ,  – )

ε ε − ε ε

  =   (   –    )  +   ( ,   )  +     +   ( ,  *,  )
(+) ( + ,  – ) ( – ,  +,  – )

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→ ε

ε ε

π

  =   (   –    )  +   ( ,   )  +     +   ( ,  *,  )
(+) ( + ,  – ) ( – ,  + ,  – )

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Macroeconomia - L’equilibrio nei mercati finanziari https://www.pandoracampus.it/doi/10.978.8815/329233/_118_45#

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Macroeconomia - Produzione, tasso di interesse e tasso di cambio https://www.pandoracampus.it/doi/10.978.8815/329233/_118_667_c1#

1 di 1 07/04/2018, 16:49
Macroeconomia - L’equilibrio nel mercato dei beni https://www.pandoracampus.it/doi/10.978.8815/329233/_118_11#

  =   (   –    )  +   ( ,   )  +     –   ( ,   )/   +   ( * ,   )
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1 di 2 07/04/2018, 16:48
Macroeconomia - L’equilibrio nel mercato dei beni https://www.pandoracampus.it/doi/10.978.8815/329233/_118_11#

→ ε

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2 di 2 07/04/2018, 16:48
Macroeconomia - L’equilibrio nei mercati finanziari https://www.pandoracampus.it/doi/10.978.8815/329233/_118_45#

1 di 1 08/04/2018 12:09
Macroeconomia - La scelta tra titoli nazionali e titoli esteri https://www.pandoracampus.it/doi/10.978.8815/329233/_118_49#

(1 + 𝑖 ) = (1 + 𝑖 *)
+

𝑖*
𝐸
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𝐸 +

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𝐸 +
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``𝐸

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Macroeconomia - La scelta tra titoli nazionali e titoli esteri https://www.pandoracampus.it/doi/10.978.8815/329233/_118_49#

``𝐸

𝐸 =``𝐸 = 110

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Macroeconomia - La scelta tra titoli nazionali e titoli esteri https://www.pandoracampus.it/doi/10.978.8815/329233/_118_49#

``𝐸

``𝐸
(𝐸 =``𝐸 )

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Focus. Sudden stop, dollaro forte e limiti della condizione di parità dei

tassi di interesse

La condizione di parità dei tassi di interesse assume che gli investitori finanziari siano

unicamente interessati ai rendimenti attesi. In realtà, come abbiamo discusso nel

capitolo 14, gli investitori non sono interessati solo ai rendimenti, ma anche al livello di

rischio e al grado di liquidità delle attività finanziarie – e a quanto risulta facile comprare

e vendere tali attività. Nella maggior parte dei casi, possiamo ignorare questi fattori

benché in alcuni casi rivestano un ruolo importante nelle decisioni degli investitori

finanziari e nel determinare le variazioni dei tassi di cambio.

Come mostrato nella figura 1, i flussi di capitale, rappresentati qui dai flussi di capitale

azionario (cioè di investimenti esteri nel capitale di imprese dei paesi) verso i paesi

emergenti, sono stati molto volatili dall’inizio della crisi. La volatilità dei flussi di capitale

è un problema che i paesi emergenti conoscono particolarmente bene e riflette spesso

cambiamenti nella percezione del rischio da parte degli investitori, piuttosto che

variazioni nei tassi di interesse relativi.

Fig. 1.Flussi di capitale azionario verso i paesi emergenti dal giugno 2008.

Fonte: Fondo Monetario Internazionale.


La percezione del rischio è a volte determinante nelle scelte – come per esempio nel caso

dei fondi pensione – di investire o meno in un paese. In alcuni casi, la percezione che il

rischio sia diminuito porta simultaneamente gli investitori a comprare attività finanziarie

in un paese, facendo aumentare la domanda di attività finanziarie in quel determinato

paese. Viceversa in altri casi, la percezione che il rischio sia aumentato spinge gli stessi

investitori a voler vendere tutte le attività finanziarie che hanno in quel paese,

indipendentemente dal valore del tasso di interesse. Questi episodi, che hanno colpito

più volte l’America Latina e le economie emergenti asiatiche, sono chiamatisudden

stop. Durante tali episodi, la parità dei tassi di interesse fallisce e il tasso di cambio può

diminuire di molto, senza che si registri alcun cambiamento nei tassi di interesse

nazionali ed esteri.

Infatti, lo scoppio della crisi vide ampie variazioni nei flussi di capitale che avevano ben

poco a che vedere con i rendimenti attesi degli investimenti. Preoccupati a causa del

clima di incertezza generale, molti investitori delle economie avanzate decisero di

riportare in patria i propri fondi, dove si sentivano più tutelati. Il risultato fu un grande

flusso di capitale in uscita da un gran numero di paesi emergenti, che portò a un

deprezzamento dei loro tassi di cambio e a seri problemi di finanziamento. Per esempio,

numerose banche nazionali che avevano finanziato le proprie operazioni con il capitale

proveniente dall’estero si ritrovarono a corto di capitale, e questo le costrinse a ridurre

drasticamente i prestiti verso le imprese e le famiglie locali. Questo sudden stop dei

capitali esteri è stato un importante canale di trasmissione della crisi dagli Stati Uniti al

resto del mondo.

Un fenomeno simmetrico ha luogo in alcune economie avanzate. Date le loro

caratteristiche, alcuni paesi sono considerati dagli investitori particolarmente sicuri

quando l’incertezza è elevata. Questo è stato il caso degli Stati Uniti.

Persino in tempi normali, c’è una grande domanda estera di titoli a breve termine

statunitensi (i cosiddetti T-bill). Ciò è dovuto alla dimensione e alla liquidità del mercato

per questi titoli: è possibile vendere e comprare grandi quantità di titoli a breve termine
statunitensi senza produrre significative riduzioni del prezzo dei titoli. Una delle ragioni

per cui gli Stati Uniti sono stati in grado di sostenere un enorme disavanzo commerciale

negli ultimi anni è stata proprio l’abbondanza di capitale estero in entrata che ha

permesso agli Stati Uniti di prendere a prestito dal resto del mondo per finanziare le

proprie importazioni.

In tempi di crisi, la preferenza per i titoli a breve termine statunitensi aumenta

ulteriormente. Gli Stati Uniti sono visti dagli investitori come un investimento sicuro

(dall’inglese, safe haven), un paese in cui è sicuro investire i propri fondi. Il risultato è

che periodi di grande incertezza sono spesso associati a una domanda più forte del solito

per attività finanziarie statunitensi e questo genera pressioni al rialzo sul dollaro. È

interessante vedere come lo scoppio della crisi portò a un forte apprezzamento del

dollaro. Questo comportamento è paradossale, dato che la crisi originò proprio negli Stati

Uniti. Infatti, alcuni economisti si chiedono quanto a lungo gli Stati Uniti verranno

ancora percepiti come un investimento sicuro. Se questa percezione dovesse cambiare, il

dollaro si deprezzerebbe.

Per saperne di più: tra i paesi che hanno registrato flussi di capitale in uscita nel 2008 e

nel 2009 ci sono un certo numero di piccole economie avanzate, in particolare l’Irlanda e

l’Islanda. Un certo numero di questi paesi aveva accumulato le stesse fragilità finanziarie

degli Stati Uniti (come quelle che abbiamo discusso nel capitolo 6), e molti di questi ne

soffrirono pesantemente. Una valida e semplice lettura al riguardo è il capitolo

sull’Irlanda e l’Islanda di Michael Lewis nel suo libro Boomerang: Travels in a New

Third World, Norton Books (2011).


Macroeconomia - Un’analisi congiunta del mercato dei beni e dei merca... https://www.pandoracampus.it/doi/10.978.8815/329233/_118_95#

𝑖 = 𝚤¯

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``𝐸

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𝐼𝑆: 𝑌 = 𝐶(𝑌 – 𝑇) + 𝐼(𝑌, 𝑖) + 𝐺 + 𝑁𝑋 𝑌, 𝑌 * ,
+
``𝐸
𝐿𝑀: 𝑖 = 𝚤¯

``𝐸

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Macroeconomia - Un’analisi congiunta del mercato dei beni e dei merca... https://www.pandoracampus.it/doi/10.978.8815/329233/_118_95#

𝚤¯

𝚤¯

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Macroeconomia - Gli effetti della politica economica in economia aperta https://www.pandoracampus.it/doi/10.978.8815/329233/_118_123#

1 di 1 08/04/2018 12:16
Macroeconomia - Gli effetti della politica monetaria in economia aperta https://www.pandoracampus.it/doi/10.978.8815/329233/_118_125#

1 di 1 08/04/2018 12:18
Macroeconomia - Gli effetti della politica fiscale in economia aperta https://www.pandoracampus.it/doi/10.978.8815/329233/_118_135#

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Macroeconomia - Gli effetti della politica fiscale in economia aperta https://www.pandoracampus.it/doi/10.978.8815/329233/_118_135#

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Macroeconomia - Gli effetti della politica fiscale in economia aperta https://www.pandoracampus.it/doi/10.978.8815/329233/_118_135#

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Focus. Stretta monetaria ed espansione fiscale: gli Stati Uniti all’inizio

degli anni Ottanta

I primi anni Ottanta negli Stati Uniti furono dominati da considerevoli interventi di
politica fiscale e politica monetaria.
Alla fine degli anni Settanta, il presidente della Fed, Paul Volcker, arrivò alla conclusione
che l’inflazione statunitense fosse troppo elevata e che fosse necessario ridurla. A partire
dalla fine del 1979, Volcker intraprese una serie di drastici aumenti dei tassi di interesse,
consapevole che questo avrebbe portato a una recessione nel breve periodo, a che avrebbe
ridotto l’inflazione nel medio periodo.
Il cambiamento nella politica fiscale fu invece una conseguenza dell’elezione di Ronald
Reagan nel 1980. Reagan fu eletto sulla base di un programma di politica economica
conservatrice, in particolare di una riduzione del livello generale della tassazione e del
ruolo dello stato nell’economia. Questi impegni furono alla base dell’Economic Recovery
Act dell’agosto del 1981. Le imposte personali furono ridotte per un totale del 23% in tre
fasi, dal 1981 al 1983. Anche le imposte societarie furono tagliate. Tuttavia, questi tagli non
furono accompagnati da riduzioni della spesa pubblica e ne risultò un graduale e costante
aumento del disavanzo di bilancio, che raggiunse il suo massimo nel 1983, toccando il 5,6%
del Pil. La tabella 1 riporta le entrate e le uscite del governo nel periodo 1980-1984.

TAB. 1. I grandi disavanzi di bilancio statunitensi in percentuale del Pil, 1980-1984


1980 1981 1982 1983 1984
Spesa pubblica 22,0 22,8 24,0 25,0 23,7
Entrate 20,2 20,8 20,5 19,4 19,2
Tasse alla persona 9,4 9,6 9,9 8,8 8,2
Tasse all’impresa 2,6 2,3 1,6 1,6 2,0
Avanzo di bilancio –1,8 –2,0 –3,5 –5,6 –4,5

I valori si riferisono agli anni fiscali che cominciano a ottobre dell’anno di calendario precedente. Tutti i valori
sono espressi in percentuale del Pil. Un disavanzo di bilancio è un avanzo di bilancio negativo.
Fonte: Historical Tables, Office of Management and Budget.

Quali furono le motivazioni dell’amministrazione Reagan per tagliare le imposte senza


concomitanti riduzioni della spesa? Il dibattito su questo punto prosegue ancora oggi, ma
c’è un accordo generale sul fatto che ci fossero due motivazioni principali.
La prima veniva dalle idee di un gruppo di minoranza, ma molto influente, di economisti
che venivano considerati sostenitori del lato dell’offerta. Essi sostenevano che una
riduzione delle aliquote di imposta avrebbe incentivato gli individui e le imprese a lavorare
più duramente e più produttivamente, e che il conseguente aumento dell’attività
economica avrebbe portato a un aumento, e non a una riduzione, del gettito fiscale.
Indipendentemente da quanto si ritenesse valida questa teoria all’epoca, si rivelò errata.
Anche se alcuni individui lavorarono più duramente e più produttivamente in seguito al
taglio delle imposte, il gettito fiscale diminuì e il disavanzo di bilancio aumentò.
La seconda motivazione era di natura più cinica. Consisteva nell’idea che la riduzione delle
imposte, e il risultante aumento del disavanzo di bilancio, avrebbero indotto il Congresso
statunitense a ridurre le spese o, almeno, a non aumentarle ulteriormente – una strategia
che prese il nome di «Affamare la bestia», dall’inglese Starve the beast. Questa seconda
motivazione si dimostrò in parte valida: il Congresso si ritrovò ad affrontare un’enorme
pressione politica per non aumentare la spesa, e la crescita delle uscite pubbliche fu
sicuramente minore di quanto non sarebbe stato altrimenti. Ciononostante,
l’aggiustamento della spesa non fu sufficiente a compensare la riduzione delle entrate
fiscali e a evitare il rapido aumento del disavanzo di bilancio.

TAB. 2. Le principali variabili macroeconomiche statunitensi, 1980-1984


1980 1981 1982 1983 1984
Crescita del Pil (%) –0,5 1,8 –2,2 3,9 6,2
Tasso di disoccupazione (%) 7,1 7,6 9,7 9,6 7,5
Inflazione (%) 12,5 8,9 3,8 3,8 3,9
Tasso di interesse (%) 11,5 14,0 10,6 8,6 9,6
Tasso di interesse reale (%) 2,5 4,9 6,0 5,1 5,9
Tasso di cambio reale 85 101 111 117 129
Avanzo commerciale (% del Pil) –0,5 –0,4 –0,6 –1,5 –2,7

Un disavanzo commerciale è rappresentato da un avanzo commerciale negativo.

Qualunque fossero le motivazioni dietro ai disavanzi di bilancio, l’effetto combinato di


maggiori tassi di interesse e di un’espansione fiscale fu ampiamente in linea con quanto
predice il modello di Mundell-Fleming. La tabella 2 riporta l’evoluzione delle principali
variabili macroeconomiche negli Stati Uniti dal 1980 al 1984.
Dal 1980 al 1982 l’andamento dell’economia fu determinato principalmente dall’effetto
dell’aumento dei tassi di interesse. I tassi di interesse, sia nominali che reali, aumentarono
infatti bruscamente, portando a un forte apprezzamento del dollaro e a una recessione.
L’obiettivo di ridurre l’inflazione fu raggiunto: nel 1982 l’inflazione era diminuita del 4%,
dal 12,5% del 1980. Una minore produzione e l’apprezzamento del dollaro ebbero effetti
opposti sulla bilancia commerciale (la riduzione della produzione riduce le importazioni e
migliora la bilancia commerciale; l’apprezzamento del dollaro porta a un deterioramento
della bilancia commerciale), e il risultato netto fu una piccola variazione del disavanzo
commerciale prima del 1982.
Dal 1982 in avanti, l’andamento dell’economia fu guidato dagli effetti dell’espansione
fiscale. Come predice il nostro modello, questi effetti furono una forte crescita della
produzione, elevati tassi di interesse e un ulteriore apprezzamento del dollaro. Gli effetti
della maggior crescita del prodotto e dell’apprezzamento del dollaro furono un aumento
del disavanzo commerciale fino al 2,7% del Pil nel 1984. A metà degli anni Ottanta, il
principale problema di politica economica divenne quello dei disavanzi
gemelli(dall’inglese, twin deficits): il disavanzo di bilancio e il disavanzo commerciale.
Quello dei disavanzi gemelli rimase uno dei principali problemi macroeconomici dagli anni
Ottanta fino ai primi anni Novanta.