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Contesto e antefatti

Alla base delle discordie tra Galileo e la Chiesa vi è sostanzialmente il pensiero dello
scienziato riguardo fede e scienza, insieme ad alcune teorie da lui sostenute,
opposte a ciò che la chiesa riteneva vero basandosi sulle Sacre Scritture.
Un antefatto importante è una predica del domenicano Niccolò Lorini che nel 1612
denuncia le teorie di Copernico, che erano in disaccordo con ciò che è scritto nella
Bibbia. Tommaso Caccini ,un’altro domenicano, due anni dopo, nel 1614, lancia una
seconda accusa contro i matematici moderni che sostenevano le teoria eliocentriche
copernicane, e contro Galilei in particolare, ancora una volta per l’incoerenza con il
geocentrismo che la Chiesa voleva affermare, perché scritto nel testo sacro. Questa
seconda lamentela fece molto rumore, ma nei primi tempi non sembrò riscuotere
molto successo, tant’è che anche il fratello di Tommaso gli scrisse una lettera dove
giudicava aspramente questa lamentela che sembra tanto stravagante e una futile
leggerezza legata ad affari che non lo riguardano, preoccupandosi per la possibile
perdita della carica di baccelliere dello Studio domenicano della Minerva, contesa
con un altro domenicano.
Nel frattempo Niccolò Lorini, il domenicano che per primo aveva fatto un’accusa
pubblica alle succitate teorie copernicane, proseguiva, senza fare troppo rumore, la
lotta contro la scuola di pensiero sostenuta anche da Galilei, a nome della comunità
del convento di San Marco di Firenze, il filosofo aveva infatti inviato una lettera
all’amico e allievo Benedetto Castelli, dove affermava esplicitamente di credere che
la Terra si muovesse, mentre era il cielo a stare fermo, secondo le teoria
eliocentriche e contro le posizioni dei Santi Padri.

Lettera a Benedetto Castelli


La già citata lettera a Benedetto Castelli ha tono argomentativo Galilei analizza le
tesi di coloro che difendono ostentatamente le Sacre scritture e le confuta
esponendo il suo pensiero, sostenne l’indipendenza della ricerca scientifica dalle
Sacre Scritture, dal momento che pur non potendo queste ultime essere errate,
potrebbero invece esserlo i loro interpreti ed espositori. L’interpretazione che viene
data al testo spesso è eccessivamente letterale e può portare a gravi eresie, come
ad esempio immaginare Dio con connotati umani. Afferma inoltre che alcune
affermazioni che possono sembrare distanti dal vero, in realtà sono state esposte in
un determinato modo per poter essere comprese da un popolo meno colto ed è
compito dei saggi interpretarli ed esporre il significato reale di concetti espressi in
forma simbolica. Continua la lettera sostenendo la tesi secondo la quale la Sacra
Scrittura e la Natura sono entrambe libri di Dio e per questo motivo non possono
contraddirsi, la prima però è dettata dallo Spirito Santo e per essere compresa dal
popolo è costretta a parlare sotto forma simbolica, la seconda invece è diretta
esecutrice degli ordini di Dio e pertanto non si cura di poter essere più o meno
comprensibile agli umani, ma segue le regole a lei imposte, ed è per questo che le
Sensate Esperienze e le Necessarie Dimostrazioni non possono essere messe in
dubbio, e quindi le Sacre Scritture hanno il solo obiettivo di trasmettere gli
insegnamenti etici necessari alla salvezza della nostra anima e di trattare di morale e
fede, anche perché è stato Dio stesso a dotarci di sensi e ragione ed è impensabile
che voglia poi spingerci a rinunciare ad utilizzare i suoi stessi doni, piuttosto che
usarli per cercare la verità esplorando e studiando la Natura. Nell'ultima parte della
lettera, infine, afferma che se la Chiesa avesse continuato ad ostacolare lo sviluppo
del progresso scientifico, avrebbe perso credibilità, rimanendo legata a dei principi
dimostrati falsi dalle evidenze scientifiche.
Per quanto riguarda lo stile, l’impronta della lettera è di tipo argomentativo, egli non
concepisce le lettere come una corrispondenza privata, ma come delle occasioni per
presentare e confutare le idee consuetudinarie e difendere le proprie originali, la
lettera segue con estremo rigore gli schemi della retorica classica, e Galileo mira
prima a conquistare la benevolenza del lettore, per poi fornire il suo ragionamento. I
periodi sono per lo più ipotattici, la sintassi è ricca, ma ben organizzata e facilmente
comprensibile, il linguaggio è piano e lineare. La lingua ufficiale utilizzata nei testi di
tipo scientifico nel 600, era ancora il latino, ma Galilei, per la prima volta, scrive in
lingua volgare, per poter essere compreso da un pubblico assai più vasto e per lo
stesso motivo sono presenti immagini ed esempi concreti che aiutano il lettore ad
orientarsi in una materia poco conosciuta.

Lettera a Cristina di Lorena


La lettera mandata all’allievo Benedetto Castelli viene inviata anche ad altre
persone, fra cui alcuni personaggi clericali di rilievo, come Pietro Dini, per fare in
modo che gli giungesse la versione originale e non qualche forma modificata in
modo da stravolgere il suo pensiero, quella stessa composizione viene modificata e
mandata a distanza di pochi giorni anche alla granduchessa Cristina di Lorena. La
versione per la Granduchessa di Toscana presenta alcune variazioni: il testo si
allunga e i temi vengono affrontati in modo più cauto, secondi uno stile barocco e
aulico. Tuttavia i ragionamenti che possiamo trovare risultano sostanzialmente gli
stessi, ovvero:
-Le Sacre Scritture si occupano di Dio e della salvezza dell'uomo e i suoi contenuti
morali non vengono messi in discussione.
-Le verità naturali vanno ricercate attraverso un metodo che non vede l'intervento
della Chiesa.
-In caso di contrasto fra scienza e fede, non bisognerà modificare le tesi scientifiche,
ma la Bibbia dovrà essere sottoposta una nuova interpretazione.

Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo


Viene considerato l’opera più importante di Galileo Galilei, è un trattato dove lo
scienziato espone il suo metodo scientifico, composto da 4 fasi: sensata esperienza,
ovvero osservazione del fenomeno; definizione dell’ipotesi; necessaria
dimostrazione, ovvero formulazione di una teoria matematica; verifica della validità e
formulazione di una legge che regoli quel fenomeno.
Si tratta un metodo empirico, dove è molto importante la diretta osservazione e
l’indagine.
Nell’opera oltre al suo metodo scientifico, chiamato anche metodo galileiano, il
matematico esprime ancora una volta le sue opinioni sul sistema tolemaico e quello
copernicano, lasciando intendere l’adesione con il secondo. la struttura del trattato è
articolata in quattro giornate, durante ognuna delle quali verrà trattato un tema, il
luogo del racconto è Palazzo Sagredo a Venezia, dove è possibile osservare in
modo empirico il fenomeno delle maree, argomento di una delle giornate
I personaggi sono solamente tre: uno è Filippo Salviati, scienziato fiorentino,
misurato e sicuro di sé, sostenitore della teoria copernicana. alter-ego di galilei
stesso; il secondo è Francesco Sagredo, un nobile veneziano seguace della nuova
scienza, un personaggio ironico che ha ruolo di moderatore, nonché narratore, e
condivide le idee rivoluzionarie di Salviati, perché argomenta le sue teorie e fornisce
delle prove; rappresenta il lettore comune, che dovrebbe rendersi conto della
correttezza delle argomentazioni di Galileo/Salviati. Il terzo è Simplicio, come si
intuisce dal nome è un sempliciotto, che probabilmente rappresenta un generico
aristotelico o un uomo di Chiesa, quindi sostiene il pensiero tolemaico e quello
aristotelico, crede a tutto ciò che gli viene detto e non sa controbattere nelle
discussioni se non rimanendo attaccato al principio d’autorità (ipse dixit).
Come già detto l’opera si svolge in quattro giornate: nella prima giornata avviene la
confutazione della teoria della diversa natura dei corpi celesti. Nella seconda viene
analizzato il moto di rotazione della terra, teorizzato da Copernico, che spiegherebbe
l’alternarsi del giorno e della notte ed il movimento delle maree. Viene esposto il
principio dell’”osservare per capire”, perché le esperienze sensibili sono alla base
delle dimostrazioni. Galileo getta così le basi dell’illuminismo, decretando la divisione
delle tre materie della filosofia, teologia, scienza e distinguendo astronomia da
astrologia. La terza giornata si apre con un’invenzione ironica dell’autore: Simplicio è
arrivato tardi al palazzo perché la gondola è rimasta arenata a causa della bassa
marea, pretesto usato da Salviati/Galileo per discutere delle maree come evidenza
del sistema copernicano in particolare del moto di rivoluzione terrestre, che spiega
anche l’alternarsi delle stagioni. L’ultima e quarta giornata viene dedicata
interamente a flusso e reflusso del mare, considerato a torto da Galilei come
elemento probatorio dell’ipotesi copernicana.
Il testo riesce in qualche modo ad ottenere il permesso di pubblicazione
dall’Inquisizione, sebbene con la nota condizione di presentare la teoria copernicana
come una mera supposizione, e quando viene pubblicato, nel 1632, riscuote grande
successo. Nello scritto Galilei espone numerose dimostrazioni dell'insufficienza della
vecchia fisica, però, pur disprezzando gli aristotelici, ha grande stima di Aristotele,
che ha sviluppato grandi teorie con la limitata esperienza dell’epoca in cui è vissuto.
Nel Dialogo ribadisce anche l’importanza della matematica, verità assoluta e dunque
necessaria, è il mezzo con il quale Dio, che è assoluta razionalità, ha creato
l'universo. La razionalità della natura è dunque comprensibile grazie all'utilizzo del
mezzo matematico: è impossibile che Dio abbia operato fuori della ragione.
Naturalmente, esistono diversi sistemi razionali possibili ma, essendo tutti razionali,
sono tutti ugualmente decifrabili. Il cardinale Agostino Oreggi, nel suo De Deo uno,
nel 1629, riferì che Urbano VIII, rispondendo a Galilei, quando in uno dei loro
numerosi incontri gli aveva presentato la sua teoria delle maree come prova del
movimento della Terra, espresse l'opinione che l'onnipotenza divina potesse
esprimersi, nella creazione, in un progetto non ricostruibile, in quanto non può
essere compreso dalla ragione umana, Galilei espone questo concetto alla fine del
libro, per mezzo dell'aristotelico Simplicio.
La fortuna dell’opera non dura più di un anno, infatti Urbano VIII venne spinto dai
Gesuiti, e da problemi di Stato, a rivedere la sua posizione riguardo le correnti
eretiche, ovvero riguardo il Dialogo stesso, Urbano VIII era infatti stato eletto da
cardinali filo-francesi, e l’opposizione gesuita filo-spagnola lo aveva giudicato troppo
lassista, quindi per dare equilibrio politico fu obbligato a mostrarsi durissimo sulla
questione. A settembre 1632 viene emesso il primo ordine di comparizione per
Galileo a Roma, ci furono diversi tentativi di evitare di presentarsi a Roma, tanto che
il 1º gennaio 1633 il cardinale Antonio Barberini arrivò a minacciare di obbligarlo a
presentarsi, fosse anche necessario condurlo con la forza al Supremo Tribunale. Il
Granduca di Toscana non volle mettersi in urto con la Chiesa, così il 20 gennaio
1633 Galileo parte senza la sua protezione per Roma in lettiga, e vi arriva il 13
febbraio 1633. Arrivato a Roma è ospite a Villa Medici dell'ambasciatore toscano
Niccolini, quest’ultimo ottiene che Galileo, sofferente di artrite, possa, anche durante
il processo, soggiornare presso l'ambasciata toscana: gli viene concesso, con
l'eccezione del periodo tra il 12 e il 30 aprile, tra il primo e il secondo interrogatorio,
in cui viene trattenuto in prigionia nelle camere del giudice nel Palazzo del
Sant'Uffizio. Inizialmente Galileo si mostra ottimista ma l’ambasciatore gli consiglia di
non difendere le sue opinioni copernicane in tribunale, in modo da farla finita il prima
possibile, è quello che poi Galileo sarà costretto a fare, trovandosi obbligato a
definire invalide e non concludenti le supposizioni copernicane, concludendo il primo
interrogatorio. Viene chiamato nuovamente per altri interrogatori, dove ancora
ammette di non riconoscere quasi come proprio lo scritto, e rinnegando
completamente la teoria della mobilità della Terra, arrivando a dire di essere pronto
a scrivere un altro libro dove dichiara come falsa la teoria di Copernico.
Dimostrandosi completamente sottomesso, e a causa di problemi di salute, viene
congedato dal palazzo dell’Inquisizione e può tornare all’ambasciata fiorentina.
Venne però chiamato nuovamente e diventa chiaro che Galileo oltre a non poter
insegnare in nessun modo la teoria copernicana, non potrà neanche più riportarla in
discussione, come fatto nel dialogo, dopotutto lui non è sincero e l’Inquisizione non
si fida, quindi viene torturato per ottenere una confessione esplicita, e il Dialogo
viene definitivamente proibito. Il giorno dopo, nella Sala capitolare del convento
domenicano adiacente alla chiesa di Santa Maria sopra Minerva, viene letta in
italiano, a un Galileo inginocchiato, la sentenza sottoscritta da sette inquisitori su
dieci, che lo condannava alla prigionia, la sentenza venne però presto cambiata in
arresti domiciliari, che scontò fino alla morte in una villa fuori Firenze. Dopo la
sentenza Galileo fu anche costretto ad abiurare.