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LORENZO

ROSSI

Fantastici
animali
la zoologia tra scoperte
e immaginazione
ILLUSTRAZIONI DI STEFANO MAUGERI
I QUADERNI

I Quaderni del CICAP è una collana diretta da Elena Iorio


Supervisione scientifica: Marco Ciardi
In redazione:
Andrea Ferrero, Roberto Labanti, Sofia Lincos, Veronica Padovani
Amministrazione: Marino Franzosi, Laura Zampini
Quaderno n. 27
ISBN 978-88-95276-44-1
Lorenzo Rossi, Fantastici animali. La zoologia tra scoperte e immaginazione
Redazione: Veronica Padovani
Impaginazione: Luana Canedoli
Copertina: Lorenzo Rossi
Illustrazioni: Stefano Maugeri
Supplemento al n. 38 di Query (Estate 2019)
Trimestrale scientifico – Sped. in abb. postale 45 Art. 2 comma 20/B legge
662/96 Filiale di Padova
© 2019 CICAP
Tutti i diritti riservati
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Sommario
Animali fantastici: in qualche caso reali, talvolta inesistenti 5
1 Curiosi per natura 10
2 Leggende di ieri, scoperte di domani 15
3 Polifemo e i suoi fratelli 20
4 Sulle tracce del Grifone 24
5 Europa, terra di draghi 27
6 Gli ultimi unicorni 32
7 Kraken, il signore degli abissi 39
8 Intervista ad Adrienne Mayor, geomitologa 48
9 I detective della natura 51
10 Le terre emerse nascondono ancora dei segreti 57
11 Le isole dei draghi 63
12 Un mare di scoperte 68
13 Dal topolino allo yeti 75
14 Il mistero del lago 79
15 L’ultimo dinosauro 90
16 Il non così abominevole uomo delle nevi 100
17 Chupacabras, il vampiro dei Caraibi 114
18 Intervista a Sandro Lovari, zoologo 121
Pagine del CICAP 125
Con il CICAP per difendere il valore dei fatti e contrastare pseudoscienza e disinformazione 125

Animali
fantastici: in
qualche caso
reali, talvolta
inesistenti
SE VI È CAPITATO DI SENTIRE DIRE DA QUALCUNO che leggere Harry Potter fa male, perché non aiuta i ragazzi a crescere bene,
beh, sappiate che si è sbagliato di grosso. Perché riempire la testa dei giovani lettori con storie di maghi e streghe, di
unicorni, ippogrifi e altre creature fantastiche? La risposta a questa domanda è già stata data, alcuni secoli fa, da uno degli
inventori della scienza moderna, Galileo Galilei: quando leggiamo un libro di fantasia non è importante che quello che c’è
scritto dentro sia vero. Però sviluppare l’immaginazione e la creatività sin da piccoli ci sarà di grande aiuto in qualsiasi
attività poi svolgeremo da grandi. La lettura preferita di Galileo era un libro di Ludovico Ariosto, l’Orlando furioso,
praticamente l’Harry Potter dei suoi tempi. E non pare che quella lettura gli abbia impedito di diventare un grande
scienziato. Anzi, forse lo è diventato proprio per quello. Così come qualche scienziato amante di Harry Potter lo troverete
anche nella pagine del libro di Lorenzo Rossi, Fantastici animali. La zoologia tra scoperte e immaginazione. Leggete un po’
cosa ci racconta l’autore: «un cranio di dinosauro scoperto in Dakota del Sud, Stati Uniti, ricordava talmente tanto un
drago che i paleontologi che hanno descritto la specie hanno deciso di chiamarla Dracorex hogwartsia, letteralmente “re
drago di Hogwarts”. Quegli scienziati devono avere davvero amato le splendide avventure del giovane mago Harry Potter».
Ma ce n’è per tutti i gusti. Ad esempio, un trilobite descritto nel 2005, ci ricorda sempre Rossi, è stato chiamato Han Solo,
cioè con il nome di uno dei più celebri personaggi della saga di Star Wars.
Personalmente continuo a essere affascinato dai misteri nello stesso modo in cui lo ero da ragazzino. Quando ho capito che
questa attitudine è quella che caratterizza l’attività di ogni scienziato mi sono sentito molto sollevato. Albert Einstein, ad
esempio, ha scritto: «lo studio e la ricerca della verità e della bellezza rappresentano una sfera di attività in cui è permesso
di rimanere bambini per tutta la vita». La sua amica Marie Curie, la donna che ha scoperto la radioattività, la pensava allo
stesso modo: «Sono tra coloro che pensano che la scienza abbia in sé una grande bellezza. Uno scienziato nel laboratorio
non è soltanto un tecnico; è anche un bambino posto di fronte a fenomeni naturali che lo impressionano come fossero
fiabe». Purtroppo nessuno mi ha mai raccontato queste cose quando sono andato a scuola. E temo che questo accada molto
spesso ancora oggi. Piero Angela, infatti, ha dichiarato: «Nelle scuole si insegnano le materie scientifiche, ma non si
insegna quasi mai la scienza, ovvero le regole di base che permetterebbero di capire se chi annuncia di aver fatto una
scoperta è credibile o no». Fra queste regole di base, c’è anche la comprensione del rapporto tra ricerca scientifica e
creatività.
Quando i bambini terminano le elementari ed entrano nel mondo della scuola secondaria (insomma, alle medie), accade
qualcosa che spezza il legame tra la scienza e il mondo dell’immaginazione. Quest’ultima sembra qualcosa che appartenga
solo alla sfera delle discipline umanistiche. L’insegnamento delle materie scientifiche si trasforma in un insieme di nozioni
da imparare a memoria, nozioni che poi vengono rapidamente dimenticate. La scienza perde completamente la dimensione
storica, e questo è gravissimo, perché i dati e le formule, le teorie e le ipotesi, sono presentati in maniera asettica, senza
una spiegazione che permetta di capire i motivi e le cause della loro origine, nonché i problemi che hanno dovuto
affrontare nel corso del loro sviluppo. In sostanza, non c’è lo spazio per insegnare cosa sia e come funzioni la scienza.
Così facendo, lo stretto rapporto fra scienza e immaginazione viene reciso e, spesso, perduto. Ma non solo. Tutto ciò è
all’origine di un clamoroso paradosso: le radici del perdurare di un atteggiamento magico, sia nei ragazzi, che nei futuri
adulti, affondano proprio anche nel modo in cui viene presentata la scienza a scuola.
Il libro di Lorenzo Rossi ci insegna che non c’è alcun problema nell’appassionarsi alla ricerca di animali fantastici,
misteriosi o stravaganti, perché ciò è una delle cose che fanno regolarmente gli scienziati, in questo caso gli zoologi. Il
segreto per diventare bravi ricercatori non sta in quello che si studia, ma in come lo si studia. Ed è questo che dovremmo
imparare prima di tutto a scuola. Ci sono due valori nella scienza moderna, dai tempi di Galileo, che vengono spesso
trascurati:
1) la scienza è l’unico luogo della conoscenza all’interno del quale non ha alcun valore l‘appello alle autorità del presente e
del passato, alla fede religiosa e politica, e alle testimonianze individuali.
2) coloro che propongono una nuova teoria o affermano di aver fatto una scoperta devono accettare il confronto con la
comunità scientifica, mettendo a disposizione i risultati raggiunti e consentendo agli scienziati di sottoporre a verifica le
affermazioni fatte.
In genere, gli autori pseudoscientifici tendono a ricordare al pubblico soltanto la prima di queste regole, dimenticando
totalmente la seconda. Non basta avere un’idea geniale che metta in crisi il sapere acquisito; questa idea va anche
dimostrata sulla base di prove ed evidenze condivise, prima di tutto dai colleghi del settore in cui si sta lavorando.
Come nel caso di molti ambiti dedicati alla ricerca di cose strane e misteriose, anche per quanto riguarda l’ambito degli
animali fantastici, stravaganti o mitologici, ciò che conta è il modo con cui viene portata avanti la ricerca. Dunque,
un’indagine seria sarà solo quella che fornirà prove ed evidenze esaminabili dagli specialisti del settore, che potranno
accettarle o rifiutarle. Specialisti che non rappresentano delle autorità inattaccabili ed infallibili, ma studiosi che
condividono metodi e valori in base ai quali può essere stabilita la validità di una ricerca.
Purtroppo, gli scaffali delle librerie sono pieni di accattivanti “Atlanti del Mistero” privi di qualsiasi validità scientifica. Per
non parlare di certe trasmissioni televisive o di ciò che si trova in rete: tutto all’apparenza molto affascinante, ma che in
realtà di scientifico ha poco o niente. Ma come distinguere fra gli studi seri da quelli senza alcun fondamento? Anche
questa è una cosa che si dovrebbe iniziare a imparare a scuola, mostrando come funziona la pseudoscienza, spiegando
perché certi argomenti non hanno valore, mettendo a confronto le interpretazioni corrette con quelle sbagliate. È un lavoro
faticoso, ma è l’unico modo che abbiamo per far conoscere veramente la scienza, il suo metodo e i suoi valori.
Il libro di Lorenzo Rossi è il primo di una serie di “Quaderni” che il CICAP intende rivolgere in maniera specifica ai ragazzi
fra i 10 e i 14 anni. Strumenti che possano far capire che cos’è la scienza, senza distruggere l’immaginazione, la curiosità e
lo spirito di avventura, requisiti indispensabili per la formazione di ogni vero scienziato.
Marco Ciardi insegna Storia della Scienza all’Università di Bologna ed è membro del Comitato Direttivo del Cicap. Per
approfondire gli argomenti trattati nella sua prefazione è possibile leggere: Galileo e Harry Potter. La magia può aiutare la
scienza? (Carocci, 2014).
Ad Antonella

1 Curiosi per
natura
Non ho particolari talenti,
sono soltanto appassionatamente curioso.
Albert Einstein
IL 12 SETTEMBRE DEL 1940 quattro adolescenti stavano gironzolando nei boschi prossimi al piccolo villaggio francese di
Montignac in compagnia di un cane di nome Robot. Giunti vicino a una collina chiamata Lascaux, il loro amico a quattro
zampe cadde in una voragine del terreno mentre inseguiva un coniglio. Fu così che, nel soccorrere Robot, scoprirono che
l’ingresso parzialmente sepolto della fenditura si apriva in una profonda galleria. Pensando di essersi imbattuti nel tunnel
segreto che secondo una leggenda locale conduceva a un tesoro nascosto, iniziarono a scavare per esplorare la cavità. Lo
scavo portò alla luce uno stretto condotto nel quale i ragazzi scesero con cautela; dopo circa quindici metri di discesa sotto
terra si ritrovarono in una grotta la cui visione li lasciò sbalorditi: si resero conto di avere trovato un grande tesoro, ma era
molto diverso da quello su cui avevano fantasticato...
Il primo adulto a recarsi nella grotta fu il loro insegnante, Leon Laval. All’inizio si mostrò molto dubbioso di quanto i
ragazzi gli avevano raccontato, temeva che volessero attirarlo nei boschi per giocargli un tiro mancino, ma una volta
entrato nella grotta poté invece contemplare uno spettacolo incredibile: le pareti di roccia erano ricoperte da magnifici
disegni di cavalli, cervi, stambecchi, bufali, orsi e leoni riprodotti con grandissima cura dei dettagli. Le opere erano state
realizzate sia tramite incisioni, che dipinte con pigmenti ricavati da argilla e legna carbonizzata. Resosi subito conto che
non si poteva trattare né di uno scherzo né di disegni recenti, Laval allertò la comunità scientifica.
Quelle raffigurazioni – oggi famose in tutto il mondo – risalgono a circa 15.000 anni fa e rappresentano uno dei più rilevanti
esempi conosciuti di arte parietale preistorica. Ma il loro immenso valore non è soltanto artistico: le grotte di Lascaux
testimoniano infatti il profondo significato che gli animali hanno avuto per l’uomo sin dalla sua comparsa sulla Terra e
l’indissolubile legame che li unisce: un rapporto cominciato molti millenni prima di quelle stesse effigi.
Per l’essere umano conoscere gli animali nel migliore modo possibile è stata sin da subito una necessità direttamente
legata alla sua stessa sopravvivenza. Gli animali non solo rappresentavano un’indispensabile fonte di cibo attraverso
attività quali la caccia e la pesca, ma rivestirono un ruolo chiave per molteplici necessità: dalla materia prima per la
produzione di strumenti e indumenti, fino a essere utilizzati, con l’avvento della domesticazione e dell’agricoltura, come
mezzi di trasporto e forza motrice per la coltivazione dei campi e la loro fertilizzazione.
Sarebbe però un grosso sbaglio pensare che il nostro rapporto con gli animali si sia limitato al loro mero sfruttamento per
fini esclusivamente materiali: per gli esseri umani gli animali hanno da sempre rappresentato molto più di questo,
ispirando in ogni cultura e in ogni società una serie infinita di miti, leggende, favole, storie e proverbi che si sono
tramandati nel corso dei secoli attraverso quella che è definita come tradizione orale. Sono inoltre rimasti uno degli
argomenti che più ci attrae anche con l’avvento dell’epoca moderna, tanto che i primi documenti scritti di ogni tipo, dai
diari di viaggio alle corrispondenze, riportano informazioni riguardanti animali di ogni sorta, sia reali che fantastici.
Con il tempo questa lunga serie di interazioni ha gettato le basi fondamentali della disciplina conosciuta come zoologia, che
può essere considerata come una delle prime aree di ricerca delle scienze naturali studiate dall’uomo. Secondo
l’antropologo Louis Liebenberg, l’origine stessa della scienza si potrebbe ricercare in quella che egli considera come la più
antica della attività: l’osservazione e l’analisi delle impronte lasciate dagli animali, indispensabili per il buon esito della
caccia.
Come la scienza non è soltanto il prodotto dell’osservazione obiettiva dei fenomeni naturali, ma anche il prodotto della
nostra immaginazione che ci guida alla loro interpretazione, anche “leggere le impronte” coinvolge l’immaginazione del
cacciatore; così lo sviluppo, nel corso dei millenni, dell’abilità di interpretare le tracce e i segni, potrebbe avere giocato un
ruolo fondamentale nella nascita della mentalità scientifica.
Terminata una lunga fase di quasi 300.000 anni in cui siamo stati una specie di “cacciatori raccoglitori”, circa 12.000-
11.000 anni fa, con la nascita dell’agricoltura e dell’allevamento, abbiamo trovato una soluzione più efficiente alla
necessità della ricerca del cibo. Poco a poco la stabilità ottenuta dal vivere in insediamenti fissi, ci ha permesso di dedicare
parte del tempo a una moltitudine di pratiche e di interessi supplementari che ci hanno portato, scoperta dopo scoperta, a
conquistare il pianeta in un brevissimo arco di tempo. Attualmente il nostro impatto sulla Terra ha una portata tale che
l’epoca in cui viviamo viene da alcuni chiamata “antropocene” (era dell’uomo) e molte cose sono cambiate da quando la
nostra maggiore preoccupazione era quella di difenderci dai predatori e procurarci di che nutrirci. Da un certo punto di
vista il nostro rapporto con il mondo naturale si è come invertito, tanto che, vincendo la competizione con gli altri animali,
abbiamo causato l’estinzione di molti di essi.
Con il tempo la zoologia ha così sviluppato nuovi obiettivi e discipline, orientando gli sforzi della scienza verso soluzioni
idonee a proteggere la biodiversità che la nostra attività sempre più intensa sul pianeta minaccia e impoverisce a ritmi
vertiginosi.
Quello che, però, in fondo non è mai cambiato è il fascino che la natura e i suoi misteri continuano a esercitare su di noi.
Proprio per questo motivo il libro che state leggendo non vuole essere un trattato di zoologia, ma raccontarne alcuni
aspetti in grado di farci capire come il mondo che ci circonda non abbia smesso di custodire i suoi segreti soltanto perché è
stato quasi completamente esplorato.
Spero quindi che durante questo viaggio tra antiche leggende, animali inaspettati e altri che molto probabilmente non
saranno mai scoperti, ci accorgeremo di quanto si possa sempre imparare e scoprire grazie alla passione e alla curiosità, i
più grandi motori di ogni nostra conquista.
Il nome e il cognome degli animali
Di tanto in tanto nel corso della lettura, i nomi dei vari animali di cui tratteremo saranno seguiti da parole in latino. Non si
tratta però di incantesimi usciti da un libro di magia di Harry Potter, ma di ciò che i biologi chiamano “nomenclatura
binomia” che, volendo semplificare, consiste nell’assegnare a ogni essere vivente un “nome” e un “cognome” riconoscibili
in tutto il mondo.
Fino al XV secolo, in Europa il numero di animali e piante conosciuti era piuttosto limitato, ma con l’inizio delle grandi
esplorazioni vi fu uno sviluppo delle scienze naturali che portò alla catalogazione di una moltitudine di nuovi organismi. Si
pose quindi la necessità di riuscire a catalogare e ordinare piante e animali nel modo più preciso possibile. Tra le diverse
soluzioni proposte, quella di maggiore successo risale al Settecento e si deve a Karl von Linné, conosciuto in Italia come
Carlo Linneo.
A lui dobbiamo il merito della prima definizione scientifica di “specie”, che identificava gli organismi viventi sulla base dei
loro caratteri esteriori e che rappresentava l’unità principale del suo sistema di classificazione. Lo scienziato indicava ogni
singola specie con due nomi, il primo indicante il “genere” e il secondo il “nome specifico”. Ad esempio, con questo
sistema, il lupo diventa Canis lupus, dove Canis rappresenta il genere e lupus il nome specifico. Per convenzione il nome
scientifico di una specie si scrive in corsivo e la prima lettera del genere va riportata in maiuscolo. Questi nomi sono
riportati di norma in latino perché all’epoca di Linneo era considerata la lingua universale per gli scienziati, un po’ come
accade oggi per l’inglese.
Questa prassi può apparire molto rigida e rigorosa, ma diversi nomi di specie animali nascondono in realtà significati molto
più semplici, e spesso persino divertenti, di quanto si possa immaginare. Attualmente le regole della nomenclatura binomia
indicano che il nome utilizzato non deve essere offensivo, deve essere scelto utilizzando soltanto le 26 lettere dell’alfabeto
latino e può essere derivato da ogni lingua. Questo ha permesso di chiamare un trilobite descritto nel 2005, Han solo (dal
nome di un celebre protagonista della saga di Guerre Stellari) e una vespa australiana con il nome di Aha ha, perché lo
zoologo che la descrisse, una volta aperto il pacco che ne conteneva gli esemplari, esclamò “Aha!”.

2 Leggende di
ieri, scoperte
di domani
– Anch’io ho sempre pensato che gli unicorni fossero mostri fantastici.
Non ne avevo mai visto uno prima d’ora!
– Se credi in me io crederò in te
Lewis Carroll, Attraverso lo specchio
QUANDO ERO BAMBINO, in occasioni come il Natale e i compleanni, pochi regali mi erano graditi quanto libri illustrati di
animali, dinosauri e mostri giocattolo.
Non è un caso che io abbia scritto “dinosauri e mostri”, perché di fatto per me a quell’età si trattava quasi della stessa
cosa. A dire il vero sapevo bene che i primi erano animali davvero esistiti in un passato molto lontano, mentre i secondi
prendevano vita soltanto nei film e nelle favole, ma a parte questo “dettaglio”, tutto sommato draghi e dinosauri erano
piuttosto simili ai miei occhi e potevo farli interagire tra loro senza problemi durante i miei giochi.
Eppure, anche se al giorno d’oggi impariamo a conoscere la differenza tra animali reali e fantastici dopo pochi anni di vita,
dagli albori della civiltà sino a un passato non troppo lontano, le cose non state affatto così semplici. Creature mostruose e
fantastiche hanno fatto la loro comparsa nell’immaginario dell’uomo di pari passo con la nascita e lo sviluppo della cultura.
I primi ritrovamenti delle tradizioni scritte, e le ancora più antiche raffigurazioni rupestri, ci parlano di esseri incredibili:
enormi giganti con un occhio solo, giganteschi animali marini grandi come isole, grifoni e draghi mangiatori di uomini o
custodi di preziosi tesori.
Queste creature erano talmente presenti e, molto spesso, così ben descritte e rappresentate, che i primi zoologi che le
studiarono arrivarono a pensare che esseri del genere fossero un tempo davvero esistiti e che forse esistevano ancora.
Così, fino al XVII secolo, molti studiosi scrivevano di draghi come di fatti scientifici e gli autori dei bestiari (opere che
hanno preceduto i primi veri manuali di zoologia) non esitavano a riferire che di questi esseri non si era soltanto
semplicemente parlato, ma che molti erano stati visti e anche uccisi.
Solamente dalla metà del Seicento, quando la zoologia iniziò ad affermarsi come scienza, le creature fantastiche
cominciarono lentamente a scomparire dai testi degli studiosi, sino a essere relegate nell’ambito delle favole e delle
leggende, sicuramente a loro più congeniale.
Nonostante questo, il mondo rimase un posto pieno di sorprese che non aspettavano altro che essere scoperte. Nei primi
decenni dell’Ottocento gli scienziati cominciarono a interessarsi in modo più approfondito ai resti fossili degli animali del
passato, che sino a non molto tempo prima erano considerati alla stregua di bizzarrie della natura. La ricerca sistematica di
questi reperti e il loro studio portarono a scoprire che in epoche molto remote erano davvero vissute creature incredibili
che non avevano nulla da invidiare ai draghi delle leggende. Stiamo parlando dei dinosauri e dei grandi rettili volanti e
acquatici come gli pterosauri e i plesiosauri. Alcuni si chiesero così se dopotutto questi e altri animali estinti del passato
potessero spiegare la nascita delle antiche leggende sui mostri e le creature mitologiche.
Il problema, se ci fermiamo un attimo a riflettere, è davvero molto complesso. Gli animali fantastici hanno popolato le
storie degli uomini da molto prima che la scienza scoprisse l’esistenza dei dinosauri i quali, a loro volta, sono molto più
antichi degli uomini e di tutte le loro storie. Talmente antichi che nessun uomo ne ha mai visto uno in carne e ossa, poiché
la loro estinzione si è verificata circa 65 milioni di anni fa, mentre i primi esseri umani – Homo habilis e Homo rudolfensis,
sono comparsi sulla Terra “soltanto” due milioni di anni fa.
Come spiegare allora il fatto che creature fantastiche come draghi, idre e basilischi somiglino così tanto ai dinosauri? In
che misura la fantasia dell’uomo è libera di creare dal nulla miti e leggende e in che misura invece queste storie attingono
a fatti concreti e reali?
La nostra immaginazione si basa sulla natura e la natura esplode in un’immensa moltitudine di organismi di diverse forme
che probabilmente non riusciremo mai a catalogare interamente. Stabilire quindi cosa sia arrivato prima e cosa sia arrivato
dopo risulta un’impresa straordinariamente difficile. Sicuramente uno degli aspetti più affascinanti dell’essere umano è la
sua capacità, che non trova eguali tra gli altri animali, di plasmare il mondo attraverso l’uso della fantasia. Per esempio,
quando siamo bambini, ci risulta facile “trasformare” un bastone di legno in un poderoso destriero o il nostro giardino di
casa in una foresta inesplorata irta di pericoli.
Oltre che per il gioco, l’immaginazione svolge un ruolo fondamentale anche nei miti delle diverse culture e civiltà. I miti
sono essenzialmente racconti che cercano di spiegare il perché il mondo funzioni in un certo modo, ruolo che oggi spetta
alla scienza. Questi racconti fanno spesso uso di “simboli”, cioè di “cose che stanno per altre cose”. Per fare un esempio: le
antiche leggende su mostri marini in grado di affondare intere navi possono essere nate per spiegare i mille pericoli del
mare aperto che le prime civiltà di navigatori dovevano affrontare. In seguito, quando i viaggi marittimi si fecero
progressivamente più sicuri e l’esplorazione del mondo più completa, i mostri cominciarono un poco alla volta a scomparire
dai racconti così come dalle mappe nautiche.
Per dare una forma a questi mostri l’uomo si sarebbe ispirato all’osservazione di animali realmente esistenti e
impressionanti come balene, coccodrilli o grandi serpenti, solo per citarne qualcuno.
Le somiglianze tra alcune creature mitiche e animali realmente esistiti in epoche preistoriche potrebbero essere così
dovute a semplici coincidenze. Coincidenze che potrebbero riguardare non soltanto le specie estinte, ma anche animali
ancora vivi e vegeti dotati di caratteristiche particolari.
In Thailandia è da tempo diffusa una leggenda secondo cui nel fiume Mekong, uno dei più grandi di tutta l’Asia, vivrebbe
un enorme serpente acquatico chiamato Naga, che possiede una cresta sulla schiena. Questo animale sarebbe stato
avvistato anche in tempi recenti e molti negozi di souvenir del Paese vendono ai turisti cartoline e quadretti con una
fotografia che ne ritrarrebbe addirittura un esemplare in carne e ossa! L’immagine mostra infatti un gruppo di uomini che
sorreggono un animale lungo più di sette metri, simile a un serpente con una vistosa cresta rossa. È inoltre accompagnata
da una didascalia che spiega come il mostro fu catturato nei pressi di una base americana lungo il fiume Mekong nel 1973.
La cosa che colpisce è che, pur non trattandosi di un mitico Naga, lo strano animale della foto sia assolutamente reale.
L’essere in questione è infatti un pesce marino conosciuto con il nome di regaleco (Regalecus glesne). Sebbene il suo
aspetto possa sembrare minaccioso, è assolutamente innocuo per l’uomo e si nutre di piccoli gamberetti chiamati krill. Vive
inoltre a profondità che vanno dai 300 ai 600 metri ed è molto difficile da osservare. Dobbiamo poi aggiungere che
l’esemplare immortalato nella foto non fu catturato affatto nel fiume Mekong, dove un animale di questo tipo non potrebbe
in alcun modo sopravvivere, ma fu trovato spiaggiato in California nel 1996.
All’epoca dei fatti la fotografia destò molta curiosità e fece il giro del mondo, arrivando anche nel sudest asiatico. Qui la
somiglianza tra l’animale in carne e ossa e il leggendario Naga non passò inosservata e a un astuto venditore di souvenir
venne l’idea di spacciare il regaleco per un animale fantastico, stampando l’immagine e inventando una storia in grado di
fare credere ai turisti che si trattasse della mitica creatura.
Ciò che ruota attorno ai prodotti dell’immaginazione dell’essere umano è però molto complesso e può avere più di una
soluzione, a seconda dei singoli casi. Una delle spiegazioni più interessanti sulla nascita degli animali fantastici proviene da
una disciplina chiamata “geomitologia”, che si occupa di studiare il rapporto tra gli antichi miti e i fenomeni geologici. Tra i
geomitologi più famosi c’è la mia amica Adrienne Mayor dell’Università di Stanford, che mi ha concesso la bella intervista
che compare più avanti in questo libro.
Come altri suoi colleghi, Adrienne ha intuito che, se anche la paleontologia è una disciplina relativamente recente e il
concetto scientifico di “dinosauro” si è sviluppato solo a partire dall’Ottocento, i fossili di piante e animali hanno da sempre
alimentato la curiosità dell’uomo. Infatti nell’antichità, sia in Grecia che nell’Asia centrale, erano raccolti, acquistati e
anche esposti non diversamente da quanto siamo soliti fare al giorno d’oggi. Il concetto di “scoperta dei dinosauri” può
essere così visto come un lungo percorso e non è certamente azzardato pensare che la prima tappa sia stata il ritrovamento
di fossili da parte delle civiltà del passato, che li interpretavano come ciò che rimaneva di animali straordinari forse ormai
scomparsi o che forse vivevano ancora in paesi lontani. Non vanno poi dimenticate le tante maestose specie di mammiferi
che hanno popolato la Terra assieme all’uomo sino a non molte decine di migliaia di anni fa come i mammut, i rinoceronti
lanosi e i bradipi giganti, grandi quanto elefanti. Per finire, anche animali ancora viventi, ma all’epoca quasi sconosciuti,
sono stati alla base della nascita di alcuni miti riguardanti animali fantastici.
La nostra prima tappa del viaggio, che ci condurrà tra alcune leggende del passato rivelatesi in seguito più reali del
previsto, può così avere inizio.

3 Polifemo e i
suoi fratelli
L’isola dei giganti
In Sicilia, attorno al 1371, alcuni contadini trapanesi scoprirono per puro caso l’accesso a una grotta e, spinti dalla
curiosità, decisero di esplorarne l’interno. La scena che si parò loro davanti fu sconcertante: nella grande volta dell’antro si
stagliava lo scheletro di un essere gigantesco. Il gruppetto fuggì a gambe levate per avvisare i compaesani e in breve
tempo una vera e propria folla di persone si radunò per ammirare l’insolito spettacolo. Ma quando il più intrepido del
gruppo si fece coraggio e toccò quei resti misteriosi, essi si sbriciolarono in polvere a eccezione di tre enormi denti, una
porzione di cranio e un grande femore.
A raccontare questa storia, che sembra uscita dalla fantasia della tradizione popolare, è il famoso poeta Giovanni Boccaccio
nella sua opera La Genealogia degli Dei (secondo alcuni l’autore stesso era presente al momento del ritrovamento
assistendo in prima persona all’incredibile evento). Oltre a raccontare l’episodio, lo scrittore arrivò a identificare quei resti
come appartenenti ai famosi ciclopi descritti da Omero nell’Odissea, la cui dimora, secondo alcune interpretazioni, era
collocata proprio in Sicilia.
Quei reperti sono oggi perduti per sempre, ma nel XVII secolo lo studioso tedesco Athanasius Kircher giunse in Sicilia con
l’obiettivo di esaminare ciò che restava del “gigante di Boccaccio”. Egli concluse che quelle e altre ossa simili,
saltuariamente rinvenute nelle grotte, non appartenevano ai ciclopi, ma a elefanti condotti dall’Africa o dall’Asia da antichi
invasori.
A quell’epoca lo studio dei fossili era ancora agli albori e Kircher non poteva immaginare che quei resti, sebbene davvero di
elefanti, non appartenevano a specie ancora presenti sulla Terra, ma ad animali molto antichi ed estinti. In passato infatti
molte specie di elefanti abitavano nell’arcipelago del Mediterraneo e in Sicilia erano presenti specie di piccoli pachidermi
appartenenti al genere Palaeoloxodon, alti meno di due metri al garrese.
Ma come è possibile confondere ossa di elefanti con ossa di ciclopi? Dobbiamo sapere che il cranio di questi animali, visto
dagli occhi inesperti degli antichi viaggiatori, poteva davvero ricordare un grosso cranio umano provvisto di una sola,
grande orbita oculare.

Testa e cranio di un antico elefante (sinistra)


paragonati al cranio di un uomo (in basso al
centro) e alla raffigurazione della testa di un
ciclope (destra).
Secondo i geomitologi questa caratteristica potrebbe essere stata alla base delle leggende sui feroci giganti monocoli che
si riteneva vivessero un tempo in Sicilia. La spiegazione zoologica è però meno poetica: la grande cavità frontale dei crani
di elefanti non ha nulla a che fare con i loro occhi, che come nella maggior parte dei mammiferi sono disposti lateralmente,
ma è invece uno spazio in cui si innestano i numerosi muscoli della proboscide.
L’animale sotterraneo
Le civiltà del Mediterraneo non sono state però le uniche a interrogarsi sull’origine dei resti di antichi proboscidati e altri
mammiferi estinti del passato. L’esempio più incredibile e spettacolare proviene sicuramente dalle immense distese della
Siberia, dove da tempo immemorabile sino all’inizio del 1800, le popolazioni indigene degli Jakuti, Khanti e Coriachi,
tramandavano storie su di una misteriosa creatura chiamata Mamantu, parola che significa “animale sotterraneo”. Tali
racconti giunsero sino in Cina, tramite la ricca rete di commerci che aveva intessuto con le popolazioni stanziate a nord del
Paese.
Le popolazioni indigene della Siberia non
conoscevano gli elefanti e i ritrovamenti di
carcasse congelate di Mammut diedero vita a
leggende riguardanti mostri che vivevano
sottoterra.
Attraverso alcuni antichi trattati storici e naturalistici cinesi è così possibile apprendere che in Siberia vivrebbero enormi
roditori, che come le talpe passano tutta la vita in gallerie sotterranee. Questi mostri dagli occhi piccolissimi sono ricoperti
di pelo e scavano cunicoli grazie a due enormi denti a forma di piccone, ma se malauguratamente entrano a contatto con la
luce del sole, muoiono all’istante. Quando ciò accade, gli abitanti della Siberia raccolgono i loro giganteschi denti per
inciderli e intagliarli, ricavandone utensili da lavoro e gioielli.
Dovettero passare molti anni prima che queste leggende apparentemente incredibili, trovassero una sorprendente
conferma scientifica: i misteriosi animali sotterranei della Siberia altro non erano infatti che antiche carcasse di Mammut
lanoso (Mammuthus primigenius) conservate nel permafrost, un particolare terreno caratterizzato da fanghiglia congelata
tipico delle immense distese della Siberia settentrionale.
I mammut erano stretti parenti degli odierni elefanti asiatici e vivevano in Europa, Asia e Nord America sino alla fine
dell’ultima Era Glaciale, avvenuta circa 10.000 anni fa. Alti fino a 3,6 metri e pesanti dalle quattro alle sette tonnellate,
erano ricoperti da una folta peluria simile a quella dell’attuale Bue muschiato (Ovibos moschatus). Sia i maschi che le
femmine erano dotati di grandi zanne d’avorio che potevano pesare fino a 90 chili, motivo per cui la caccia a carcasse
congelate di questi animali interessò non soltanto gli scienziati, ma anche numerosi avventurieri e mercanti desiderosi di
incrementare i propri guadagni.

4 Sulle tracce
del Grifone
UN CORPO POSSENTE DA LEONE E TESTA E ALI D’AQUILA, questa è l’immagine con cui in tutto il mondo viene raffigurata una delle
più conosciute tra le creature fantastiche, il Grifone.
Presente negli stemmi di numerose casate, la sua figura dalla valenza generalmente positiva è stata solitamente spiegata
come la fusione tra i due animali ritenuti più nobili nell’antichità: il leone, sovrano delle fiere terrestri, e l’aquila, regina
delle creature dei cieli.
Eppure, al contrario degli altri mostri famosi della mitologia greca e romana, i grifoni non comparivano spesso all’interno
dei racconti riguardanti eroi e dei, ma erano invece considerati animali reali, nei quali chiunque avesse visitato remote
zone dell’Asia avrebbe potuto imbattersi.
Nel 460 a.C. Erodoto, considerato il primo storico al mondo, visitò le terre degli Sciti, oltre il Mar Nero, e intervistò queste
popolazioni nomadi sulla vita delle loro tribù e di quelle che vivevano molto più a oriente. Le sue trascrizioni rappresentano
il più antico spaccato sullo stile di vita, la lingua e le leggende di questo popolo e molto di quanto lì riportato continua
ancora oggi a essere confermato dalle moderne scoperte archeologiche.
Tra le tante informazioni fornitegli, gli Sciti raccontarono a Erodoto che i loro cercatori d’oro compivano lunghe spedizioni
in un lontano deserto molto caldo ma anche molto freddo, dove sottraevano ai grifoni il prezioso metallo da essi custodito.
Poco dopo, nel 400 a.C., lo storico greco Ctesia di Cnido viaggiò verso l’Iran, raccontando del perché l’oro dell’Asia era
molto difficile da ottenere. Proveniva infatti da alte montagne abitate dai grifoni, una specie di uccelli quadrupedi grandi
come lupi e con zampe da leoni.
Anche il filosofo Apollonio di Tiana compì viaggi in Asia riportando che i grifoni, anche se possedevano un becco, non erano
dei veri e propri uccelli e non erano in grado di volare perché privi di ali.
La trattazione più puntigliosa su queste mitiche creature proviene dallo scrittore romano Eliano, che alla stregua di un
moderno zoologo cercò di dare una spiegazione razionale agli aspetti più favolosi che le riguardavano. Egli riporta infatti
che è probabile che non custodissero l’oro intenzionalmente, ma che all’arrivo dei cercatori sentissero minacciati i loro
piccoli dando così battaglia agli indesiderati intrusi.
Al contrario di molti suoi colleghi, che consideravano questi racconti frutto dell’immaginazione, la studiosa di civiltà
classiche Adrienne Mayor aveva notato come le antiche descrizioni dei grifoni sembravano prive di elementi
sensazionalistici e decise di indagare a fondo per cercare di svelare il mistero di queste affascinanti creature. Secondo la
studiosa, un elemento comune a tutti i racconti trovò una conferma reale quando gli archeologi rinvennero una grande
quantità di artefatti in oro nelle tombe degli Sciti, lungo le pendici dei monti Altai e Tien Shan. Vennero alla luce anche
raffigurazioni di grifoni, tra le quali persino un tatuaggio impresso sulla pelle di una mummia.
I cronisti del passato parlavano però di spedizioni in un misterioso e lontano deserto; era proprio quel deserto che secondo
Mayor poteva fornire una volta per tutte la chiave per comprendere l’origine di questi mitici animali.
Entra in scena l’avventura
Nel 1920 l’esploratore americano Roy Chapman Andrews venne a sapere che un geologo russo aveva scoperto un dente
fossile di rinoceronte nel Deserto del Gobi, un’enorme distesa sabbiosa situata tra Cina e Mongolia. Sulla base di questo
ritrovamento, sperando di scoprire prove dell’esistenza di antichi antenati dell’uomo, nel 1922 guidò una spedizione
sponsorizzata dal Museo Americano di Storia Naturale.
Giunto sul posto seguendo la rotta delle antiche carovane, scoprì che ad attenderlo in superficie e a pochi metri sotto di
essa, erano presenti una moltitudine di fossili. Non si trattava però degli antichi ominidi che sperava ingenuamente di
scoprire, ma di creature molto più antiche: i dinosauri. Tra questi, la specie in assoluto più numerosa era rappresentata da
animali quadrupedi lunghi circa un metro e ottanta centimetri e dotati di un grosso becco adunco, in seguito descritti con il
nome di protoceratopi (Protoceratops andrewsi). Le sorprese per Andrews non terminarono qui, perché oltre alle ossa, per
la prima volta nella storia, furono scoperti anche nidi di dinosauro con tanto di uova fossilizzate!
Quando Adrienne Mayor studiò queste scoperte pensò di avere trovato il tassello mancante per completare il puzzle delle
origini delle leggende riguardanti i grifoni e quella che segue è una sintesi della sua teoria.
Il deserto molto caldo e molto freddo descritto dagli Sciti a Erodoto poteva essere il Deserto del Gobi (le cui temperature
possono variare da +50°C in estate a oltre -40°C in inverno). Una volta arrivati in queste terre gli antichi cercatori d’oro si
trovarono di fronte allo spettacolo per loro affascinante e incomprensibile dei fossili di protoceratopi, animali quadrupedi
come i mammiferi, ma dotati di un enorme becco ricurvo (la parola grifone deriva dal greco “gripos”, che significa adunco)
e che come gli uccelli deponevano uova. Le prime leggende a diffondersi riguardavano quindi uccelli quadrupedi che
vivevano tra i giacimenti d’oro e solo in un secondo tempo, dopo che giunsero in Grecia e da qui si diffusero nel resto del
mondo, si iniziò ad aggiungere le ali nelle raffigurazioni di queste creature.
Andrews, il cui motto era «c’è un’avventura dietro a ogni angolo e il mondo è pieno di angoli», non avrebbe sicuramente
potuto sperare in uno sviluppo più entusiasmante di questo per le sue importanti scoperte.

5 Europa,
terra di draghi
NEL FOLCLORE DI TUTTO IL MONDO esiste un’antichissima tradizione riguardante i draghi, creature molto temute, ma a volte
considerate benevole, dall’aspetto generale di serpenti dotati, in base alle diverse descrizioni di ogni cultura e Paese, di
due o più zampe e talvolta anche di ali. È però soprattutto in Europa che per molto tempo i draghi sono stati studiati e
soprattutto ritenuti reali da molti eruditi dell’epoca. Tra i tanti figurava il naturalista Edward Topsell, secondo il quale «in
Europa, non abbiamo semplicemente sentito parlare di draghi senza mai vederli ma, anche nel nostro stesso paese (come
dichiarato da diversi scrittori), ne sono stati scovati e uccisi diversi».
Non è possibile stabilire se il mito dei draghi sia nato dal ritrovamento di fossili, ma questi hanno sicuramente contribuito a
mantenere vive le leggende sul loro conto. Questi esseri sono stati in molte occasioni associati alle caverne, luoghi in cui
spesso, come ci ricorda la storia del gigante di Boccaccio, sono stati rinvenuti resti di animali estinti del passato.
Un esempio famoso è quello della fontana della cittadina austriaca di Klagenfurt fondata, secondo la leggenda, dopo la
sconfitta di un drago acquatico che dimorava quelle terre e che provocava disastrose alluvioni. Klagenfurt significa infatti
“il guado del pianto”.
Nel 1335 fu rinvenuto presso una cava nelle vicinanze della città la parte superiore del cranio di una creatura misteriosa,
che venne attribuita nientemeno che al famigerato mostro della leggenda. Successivamente, nel 1590, in occasione della
realizzazione di una fontana commemorativa della fondazione della città, lo scultore Ulrich Vogelsang la utilizzò come
modello per ricostruire le fattezze del drago di Klagenfurt. Oggi sappiamo che quel reperto non apparteneva a una
creatura leggendaria, ma a un rinoceronte lanoso (Coelodonta antiquitatis), gigantesco animale che sfiorava i quattro metri
di lunghezza e che viveva in Europa e Asia settentrionale, estintosi insieme ai mammut alla fine dell’ultima Era Glaciale.

Cranio di un Orso delle caverne. Questi


giganteschi plantigradi che si estinsero
10.000 anni fa, erano più grandi di un orso
bruno e diffusi in Europa centrale.
Sono però davvero esistite creature del passato veramente molto simili ai draghi alati delle leggende e forse potrebbero
essere la causa della credenza, molto vivida sino al XVIII secolo, che il Monte Pilatus in Svizzera fosse una loro dimora.
Uno di questi fu osservato nel 1619 dal prefetto di Lucerna, che descrisse «un fiero drago lucente emerso da una delle
grotte del Monte Pilatus». Di enormi dimensioni, possedeva un collo molto lungo e testa e denti da serpente.
A interessarsi del caso fu ancora una volta Athanasius Kircher, che segnalò come anni prima, presso l’altura, fosse stato
rinvenuto lo scheletro di un drago. Fu però l’autore Robert Ferguson nel 1853 il primo a suggerire che erano stati
scambiati per draghi i fossili di antichi rettili preistorici come gli pterosauri, i cui resti pietrificati erano molto numerosi
nella regione del Monte Pilatus.
Come facilmente intuibile, il grande fascino esercitato da queste figure non ha mancato di attirare anche burloni e
imbroglioni, cosicché draghi e draghetti di varie dimensioni erano realizzati in modo da sembrare autentici. Un caso
interessante è quello presentato dall’ingegnere olandese Cornelius Meyer in un’opera del 1696 dedicata all’Italia. In questo
trattato appare l’illustrazione dello scheletro di un drago rinvenuto presso “le paludi fuori di Roma”. Osservando il disegno
dello scheletro è stato però possibile per i paleontologi riconoscere il cranio di un cane, le costole di un pesce e le zampe di
un orso, dimostrando così che un anonimo artista si era divertito ad assemblare assieme parti di diversi animali.
Curiosità
Mammut e faraoni
È possibile che dei mammut vivi e vegeti siano arrivati in Egitto all’epoca dei faraoni? Questa ipotesi risale al 1994 e non
proviene dalle pagine di un romanzo d’avventura, ma da quelle di Nature, una prestigiosa rivista scientifica.
In un dipinto risalente al XV secolo a.C. che adorna una parete della tomba del governatore Rekhmire, in una scena che
mostra mercanti siriani recanti doni e mercanzie pregiate, è infatti presente un elefante peloso dotato di grandi zanne e
alto meno di un uomo.
Dobbiamo sapere che nella remota isola di Wrangel, a 200 km al largo della costa della Siberia, esistevano mammut di
dimensioni molto ridotte, alti al garrese dai 180 ai 250 cm. Questi pachidermi si estinsero molto più tardi rispetto ai loro
parenti del continente, sopravvivendo, molto probabilmente, fino a circa 3.500 anni fa.
Ritenere che siano giunti fino in Egitto rimane però un’eventualità altamente improbabile e al momento l’elefante villoso
della tomba di Rekhmire resta un affascinante mistero.
Dal Cretaceo a Hogwarts

Raffigurazione d’epoca del “Drago bipede”


esaminato da Aldrovandi nel 1572.
Un luogo comune vuole gli uomini di scienza poco interessati all’arte, al gioco e alle opere di fantasia. In realtà questo
quadro corrisponde davvero poco alla realtà e un cranio di dinosauro scoperto in Dakota del Sud, Stati Uniti, ricordava
talmente tanto un drago che i paleontologi che hanno descritto la specie hanno deciso di chiamarla Dracorex hogwartsia,
letteralmente “re drago di Hogwarts”. Quegli scienziati devono avere davvero amato le splendide avventure del giovane
mago Harry Potter!
Alla ricerca del draghetto perduto
La più affascinante storia di draghi proveniente dall’Italia è senza dubbio quella che vide come protagonista il celebre
naturalista Ulisse Aldrovandi.
Tutto ebbe inizio il 13 maggio del 1572 quando a Bologna fece la sua comparsa un draghetto bipede che sibilava come un
serpente. Lo strano mostriciattolo fu ucciso da un contadino a colpi di bastone e il suo corpo fu in seguito consegnato a
Ulisse Aldrovandi, che lo fece essiccare per metterlo in mostra nel museo che lui stesso aveva fondato.
La creatura era lunga circa un metro e possedeva coda, collo e testa da serpente, un corpo rigonfio ricoperto da squame e
due arti anteriori dotati ciascuno di quattro dita. Questo affascinante reperto, che avrebbe potuto finalmente dimostrare
l’esistenza di un animale leggendario, è purtroppo andato perduto nel corso degli anni e a testimonianza della sua
esistenza restano soltanto le descrizioni di Aldrovandi e i disegni che fece commissionare.
Oggi gli studiosi ritengono giustamente che quel draghetto non fosse autentico, ma un artefatto forse realizzato dallo
stesso Aldrovandi, che avrebbe potuto unire tra loro la testa e la coda di una biscia dal collare (Natrix natrix), il corpo di
una carpa (Cyprinus carpio) e le zampe di un rospo comune (Bufo bufo).

6 Gli ultimi
unicorni
LA PIÙ AMATA TRA TUTTE LE CREATURE LEGGENDARIE è senza dubbio l’unicorno. Tutti noi pensiamo di conoscerne bene l’aspetto
e, quando fantastichiamo su questa figura, immaginiamo subito un bellissimo destriero bianco come la neve, con un lungo
corno spiralato posto al centro della fronte. Come però impareremo presto, esistono diversi unicorni in base alle varie
culture e quello che oggi è per noi un cavallo bianco, un tempo era immaginato con ben altro aspetto.
Ma procediamo con ordine, partendo ancora una volta dalle fonti più antiche della cultura greca e romana. Queste
informazioni sono molto diverse tra loro e l’unico tratto che hanno in comune è quello di riportare la presenza di un singolo
corno posto sulla fronte dell’animale.
La prima descrizione di unicorno di cui si abbia notizia in occidente appartiene allo storico Ctesia, che, come abbiamo
appreso, aveva parlato anche dei mitici grifoni. Nel 416 a.C. fu inviato alla corte del re di Persia Dario II come prigioniero
di guerra, rimanendovi per diciassette anni e trascrivendo molte storie e informazioni su quel Paese lontano. Tra queste vi
erano racconti riguardanti strani animali che vivevano in India, descritti come una specie di asini selvatici più grandi di un
cavallo e con un corno sulla fronte lungo circa 50 centimetri. Questo corno possedeva incredibili virtù: dalla polvere
ricavata dalla sua lavorazione era possibile ottenere una pozione in grado di curare gli effetti di ogni tipo di veleno. Chi poi
beveva acqua o vino da esso, utilizzandolo come una coppa, diventava immune da numerose malattie.
In epoca successiva Plinio il Vecchio riportò che in India si cacciavano animali selvatici chiamati unicorni, che possedevano
testa di cervo, piedi di elefante e coda da cinghiale, mentre il loro corpo ricordava quello del cavallo. Emettevano un verso
molto basso e profondo e non era possibile catturarne esemplari vivi.
Con il passare del tempo l’immagine dell’unicorno in Europa cambiò radicalmente fino a raggiungere le sue connotazioni
più tipiche e famose nel medioevo, periodo nel quale iniziò a essere descritto e rappresentato con la forma a noi nota di un
bellissimo cavallo bianco. In quest’epoca la mitica creatura, benché ancora ritenuta reale, perse la valenza di semplice
animale esotico di terre lontane e ne assunse una più simbolica, finendo per rappresentava la nobiltà e la purezza.
L’esploratore deluso
Esattamente come per quanto è avvenuto con il grifone, se vogliamo cercare di risalire alle origini dell’unicorno dobbiamo
dimenticarci di quello che pensiamo di conoscere e prendere in considerazione le fonti più antiche. Come abbiamo visto,
queste ultime parlano di un animale dall’aspetto insolito che vive in India e che possiede un corno dalle proprietà ritenute
magiche.
Una creatura in carne e ossa, corrispondente a molte di queste descrizioni, esiste davvero e uno dei primi europei a vederla
con i propri occhi fu proprio un italiano. Stiamo parlando del famoso mercante e viaggiatore veneziano Marco Polo che nel
1271, all’età di diciassette anni, iniziò assieme al padre e allo zio un lungo viaggio che da Venezia lo avrebbe condotto in
Cina e in altri Paesi dell’Asia. Tra le terre visitate ci furono anche l’India e l’isola di Giava, dove vivevano davvero quegli
unicorni di cui tanto si era favoleggiato in Europa.
Marco Polo ne rimase però alquanto deluso, raccontandoci che l’unicorno era a suo avviso molto brutto a vedersi e non
somigliava affatto all’idea che se ne aveva in occidente. Come mai una tale reazione?
All’interno de Il Milione, una memoria di viaggio che racconta le peripezie dell’avventuriero e la cui stesura è attribuita allo
scrittore Rustichello da Pisa, che dell’intrepido veneziano ascoltò e trascrisse i racconti e i ricordi, possiamo leggere che
l’unicorno tiene la testa, simile a quella di un maiale selvatico, sempre rivolta verso il basso e ama molto restare tra melma
e fango.
L’animale a cui si riferiva Marco Polo altro non era che il rinoceronte indiano (Rhinoceros unicornis) e il suo vicino parente,
il rinoceronte di Giava (Rhinoceros sondaicus), entrambi caratterizzati dalla presenza di un solo corno.
Il prezzo della superstizione
Un’altra caratteristica che accomuna i rinoceronti a questa mitica creatura riguarda le presunte qualità del loro corno,
molto prezioso e richiesto nei Paesi in cui è diffusa la cosiddetta “medicina tradizionale”. Attualmente, soprattutto in
Vietnam, è ancora molto radicata la convinzione che il corno del rinoceronte possieda davvero proprietà curative e la
richiesta sul mercato nero è diventata talmente alta che il bracconaggio serrato sta portando alla progressiva scomparsa di
questi animali in tutte le zone del mondo in cui sono ancora presenti. Negli ultimi anni si sono estinte in natura ben tre
sottospecie: il Rinoceronte nero occidentale (Diceros bicornis longipes), il Rinoceronte di Giava orientale (Rhinoceros
sondaicus annamiticus) e il Rinoceronte bianco settentrionale (Cerathoterium simum cottoni). Si stima che un chilo di corni
di rinoceronte possa valere sino a 60.000 euro, rendendo così questi oggetti più preziosi dell’oro e del platino!
L’avidità dei trafficanti è talmente tanta che negli ultimi anni si sono verificati anche furti nei musei, tra cui anche quello di
Modena, e – come se questo non bastasse – c’è anche chi si è spinto oltre, uccidendo animali nei giardini zoologici, come
accaduto nel marzo 2017 presso lo zoo di Thoiry, a ovest di Parigi.
L’elemento più triste di questa storia è che il corno del rinoceronte non possiede in realtà nessuna caratteristica che possa
giustificare una tale follia. Non è composto nemmeno da prezioso avorio come le zanne degli elefanti, ma da cheratina, che
non è certo dotata di proprietà magiche o curative ed è la stessa sostanza di cui sono composti i peli e le unghie dei
mammiferi, compresi quelli degli esseri umani.
A volte le leggende possono rivelarsi un bello e utile strumento per fantasticare un poco e anche per imparare cose nuove,
ma non andrebbe mai dimenticato che credere in qualcosa che non corrisponde al vero può avere un prezzo molto alto da
pagare per noi e per il mondo che ci circonda.
Una leggenda dura a morire
Nel medioevo l’immagine dell’unicorno si era talmente radicata da essere considerato da molti un animale reale anche in
epoche successive. Così, quando nel 1515 il primo rinoceronte indiano giunse in Europa e iniziò a diffondersi l’idea che di
fatto questi pachidermi e gli unicorni fossero la stessa cosa, ci fu chi non si convinse di questo.
A cavallo tra XVII e XVIII secolo, l’erudito Lorenzo Magalotti, segretario dell’Accademia del Cimento, la prima società
scientifica europea, poneva seri dubbi sul fatto che rinoceronti e unicorni potessero essere il medesimo animale. Basandosi
sulle relazioni di un viaggio in Africa del missionario portoghese Jerónimo Lobo, scrisse che questa congettura non poteva
essere vera perché i rinoceronti possiedono due corni, mentre l’unicorno solamente uno.
Questa simpatica considerazione è a prima vista apparentemente corretta, ma lo scienziato italiano non aveva tenuto conto
del fatto che rinoceronti africani e indiani sono diversi: i secondi possiedono infatti soltanto un corno.
Per la prima rigorosa dissertazione scientifica sulla mitica creatura, bisognò attendere il XIX secolo, quando il celebre
naturalista francese Georges Cuvier, pioniere degli studi paleontologici, pose forti dubbi sull’esistenza dell’unicorno, in
quanto nessuno dei mammiferi da lui esaminati sino ad allora, sia viventi che estinti, possedevano un corno osseo posto
sulla fronte, posizione ritenuta anatomicamente impossibile dallo studioso, perché sarebbe coincisa con la presenza delle
suture craniche.
L’unicorno dei ghiacci
In un’opera del 1866 lo storico russo di origine tedesca Friedrich Wilhelm Radloff, appassionatosi allo studio della cultura e
delle tradizioni delle popolazioni indigene della Siberia, riportò un’antica leggenda degli Evenchi, che narrava la storia
dell’uccisione di un gigantesco bue nero con un enorme corno sulla fronte, talmente grande che poteva essere trasportato
solo utilizzando una slitta.
La ricerca di Radloff fu letta dallo zoologo tedesco Johann Friedrichvon Brandt, che si accorse di come il misterioso
unicorno degli Evenchi somigliasse molto a un animale un tempo realmente esistito nei loro territori e poi estintosi:
l’Elasmoterio siberiano (Elasmoterium sibiricum).

L’Elasmoterio era una creatura davvero


impressionante. Secondo alcuni studiosi
potrebbe essere all’origine di antiche
leggende riguardanti un misterioso unicorno
siberiano.
Gli elasmoteri erano dei rinoceronti diffusi in Eurasia, comparsi sulla Terra 2,5 milioni di anni fa. Potevano raggiungere i
quattro metri di lunghezza ed erano alti fino a due metri. Al contrario di quanto avvenuto per i mammut, non sono mai
state rinvenute carcasse congelate, ma soltanto ossa fossili. Nonostante questo, le moderne conoscenze paleontologiche
indicano che molto probabilmente questi animali erano ricoperti di pelo e che possedevano un singolo, grandissimo corno,
posto in corrispondenza della fronte (trattandosi di cheratina e non di una struttura ossea, ciò non contravviene alla
“regola” di Cuiver) e non vicino alle narici come nei moderni rinoceronti.
All’epoca in cui von Brandt si accorse della somiglianza tra la creatura delle leggende siberiane e i resti fossili di
Elasmoterio, poco si sapeva circa la loro estinzione, ma lo studioso avanzò l’ipotesi che questi animali fossero sopravvissuti
abbastanza a lungo da imbattersi nell’Homo sapiens.
Di recente i ricercatori dell’Università Statale di Tomsk (Russia) hanno scoperto che in Kazakistan nord orientale questa
specie era sopravvissuta sino a circa 28.000 anni fa e che quindi molto probabilmente era conosciuta ai primi uomini
moderni.
È allora possibile che gli elasmoteri abbiano dato vita alle leggende riguardanti il grande bue nero degli Evenchi,
tramandatesi poi nel tempo per così tanti anni?
Curiosità
L’unicorno dei mari
La massima popolarità dell’unicorno fu raggiunta in epoca cristiana medioevale, quando dal XVI secolo iniziarono a fare la
loro comparsa sul mercato lunghissimi corni in avorio dalla struttura elicoidale.
Questi oggetti affascinanti, seppure realmente presenti in natura, non appartenevano però al leggendario animale, ma a un
cetaceo dei mari artici conosciuto come Narvalo (Monodon monoceros). I maschi della specie, e occasionalmente anche le
femmine, possiedono un dente modificato di forma spiralata che si sviluppa in lunghezza fuori dalla bocca dell’animale fino
a due metri e mezzo. Per lungo tempo lo scopo di questa zanna ha reso perplessi gli scienziati e la teoria più accreditata
era il suo utilizzo durante i combattimenti tra maschi, proprio come avviene per i cervi. La testa di molti maschi anziani
presenta infatti cicatrici riconducibili a ferite procurate durante gli scontri. Nel 2017 le riprese di un drone del WWF hanno
contribuito ad aggiungere altre informazioni a questo mistero: per la prima volta è stato infatti possibile osservare alcuni
narvali intenti nella caccia al merluzzo utilizzare il lungo dente per stordire le prede colpendole con movimenti laterali.
Un unicorno in Italia
Sembra incredibile, ma tra i bellissimi boschi dei Monti Sibillini, nelle Marche, viveva un unicorno! Si trattava di un
capriolo filmato nel luglio del 2007 che invece di possedere due palchi come tutti gli altri individui della sua specie, ne
aveva soltanto uno, posto in cima al cranio.. Il fenomeno delle mutazioni negli organismi animali è studiato da una branca
della biologia che prende il nome di teratologia.

7 Kraken, il
signore degli
abissi
Un mistero dei mari
Prima che la società moderna dipendesse dal petrolio e dai suoi derivati, c’è stato un tempo in cui l’illuminazione delle
strade e delle abitazioni del mondo occidentale era fornita da quello che veniva chiamato “olio di balena”. Questa sostanza
si ricavava facendo sciogliere il grasso di diverse grandi specie di cetacei, tra cui la Balena franca (Eubalaena australis) e
la balena della Groenlandia (Balaena mysticetus). L’olio più pregiato si otteneva però dal Capodoglio (Physeter
macrocephalus), il più grande e forte predatore dei mari.
All’interno della sua enorme testa è infatti contenuta una sostanza cerosa dalla cui lavorazione venivano fabbricate candele
di grande qualità che, una volta accese, emettevano una quantità minore di fumo rispetto a quelle realizzate con i prodotti
degli altri cetacei.
Però, al contrario di balene e balenottere, che sono prive di denti e si cibano di piccoli pesci e plancton che filtrano
attraverso i fanoni, la mandibola del capodoglio è provvista di denti enormi che possono raggiungere i 20 cm di lunghezza
e pesare sino a un chilo.
La caccia a questo gigante del mare era affidata agli equipaggi delle navi baleniere e, per quanto redditizia, si rivelava
spesso molto pericolosa. Quando un equipaggio avvistava un branco di capodogli venivano fatte calare in acqua delle lance
con a bordo dei rematori e un ramponiere, il cui compito era quello di scagliare un arpione all’indirizzo dell’animale. La
preda aveva spesso reazioni difensive anche molto violente e la forza del capodoglio poteva essere così devastante che nel
1820 un enorme esemplare maschio riuscì ad affondare un’intera nave! Si trattava della baleniera Essex, un veliero lungo
26 metri. In seguito, questo episodio ispirò lo scrittore Herman Melville nella stesura del romanzo Moby Dick, la sua opera
più celebre.
I capitani delle baleniere, inoltre, annotavano spesso nei diari di bordo osservazioni sul comportamento e sulla morfologia
dei grossi animali: in un certo senso possiamo considerarli come i primi naturalisti dei mari. Notarono infatti come spesso i
capodogli catturati presentavano strane cicatrici rotonde attorno alla bocca e alla testa, come se avessero combattuto
contro qualche misteriosa e grande creatura.
Inoltre, dallo stomaco dell’animale emergeva spesso un altro mistero: avvolti da sfere composte da una sostanza cerosa
conosciuta come ambra grigia, erano spesso rinvenuti oggetti simili ai becchi dei pappagalli, ma grandi quanto il pugno di
un uomo (i grumi di ambra grigia sono creati dai succhi gastrici del capodoglio e hanno la funzione di rivestire tutti gli
oggetti duri ingeriti dall’animale, in modo da prevenire irritazioni e ferite allo stomaco). Ciò significava che qualunque
fosse la loro identità, i proprietari di questi becchi rientravano nella dieta tipica del grande cetaceo.
I capitani più attenti furono i primi a intuire la spiegazione dietro a tutte queste stranezze. Da secoli infatti gli uomini di
mare parlavano di terrificanti avvistamenti di un animale grande e sconosciuto che poteva afferrare un marinaio con le sue
lunghe braccia simili a serpenti e trascinarlo negli abissi. I marinai norvegesi chiamavano questo mostro temibile con il
nome di Kraken, affermando che possedeva zampe da ragno e che era grande quanto un’isola, ma nessuno lo aveva mai
visto per intero.
I segni delle ferite sui corpi dei capodogli e la forma dei becchi avevano però un aspetto familiare, quasi che questo
misterioso Kraken non fosse altro che la versione ingigantita di un animale che tutti quanti conoscevano molto bene...
Un mostro al vaglio della scienza
Ben presto queste voci si sparsero, giungendo alle orecchie del naturalista danese Johannes Japetus Steenstrup, che decise
di sottoporre il caso, e la sua personale soluzione, al giudizio dei suoi colleghi. Nel 1854, durante una conferenza presso
l’Associazione di Storia Naturale Danese, davanti a una platea di zoologi sbigottiti, elencò diversi casi di antichi
avvistamenti di mostri marini, mostrando infine a tutti i presenti un vaso contenente un becco corneo grande come il pugno
di un uomo. Steenstrup disse che esisteva un solo animale che possedeva un becco del genere e che era in grado di lasciare
sul corpo dei capodogli cicatrici rotonde: il calamaro. Nello specifico una specie di calamaro misteriosa e poco nota, in
grado di raggiungere enormi dimensioni, alla quale diede il nome molto appropriato di Architeuthis dux, che significa re
dei calamari. Dovettero passare però ancora diversi anni prima che tutto il mondo si convincesse che un calamaro,
misterioso oppure no, potesse raggiungere dimensioni tanto grandi da renderlo in grado di ferire un capodoglio.
Gli avvistamenti e i ritrovamenti erano infatti molto rari e il primo esemplare completo giunse nelle mani degli scienziati
solamente diciannove anni dopo, a seguito di una fortunosa cattura da parte di un pescatore di Terranova, una grande isola
canadese che si affaccia sull’Oceano Atlantico. Gli individui più impressionanti furono però documentati in anni successivi.
Nel 1878, sempre a Terranova, si spiaggiò un calamaro gigante lungo 16,8 metri dalla punta del mantello a quella dei
tentacoli, mentre nel 1887 in Nuova Zelanda, ne fu trovato un esemplare lungo 17,3 metri.
Identikit del re dei calamari
Come i suoi parenti più piccoli, il Calamaro gigante è dotato di un corpo affusolato, chiamato mantello, che termina a punta
in prossimità di due pinne che servono all’animale per stabilizzarsi durante il nuoto. Sotto agli occhi, che possono
raggiungere i 35 centimetri di diametro (più del cerchione di un’auto!), risultando i più grandi di tutto il regno animale, è
presente un sifone. Quest’organo rappresenta la difesa del calamaro, che nei momenti di pericolo è in grado di espellere un
potente getto d’acqua che gli permette di schizzare all’indietro a grande velocità. Dalla testa, dove è presente il famoso
becco, si snodano dieci lunghe appendici. Otto di queste, dette braccia, sono munite di ventose dai bordi dentellati per
tutta la loro lunghezza. Le restanti due, chiamate braccia tentacolari, possono superare i 10 m di lunghezza e terminano in
due protuberanze a forma di clava munite anch’esse di ventose. Durante il nuoto questi tentacoli restano nascosti assieme
alle braccia finché non viene localizzata una preda. A quel punto vengono lanciati verso di essa come due elastici e la
ghermiscono con le ventose dentellate che si conficcano nella carne.

Nel silenzio senza luce delle profondità degli


oceani capodogli e calamari giganti si
fronteggiano.
Le dimensioni del gigante
Una creatura tanto straordinaria non poteva che essere la protagonista di inquietanti dicerie sul suo conto.
Le storie più paurose sono senz’altro quelle che raccontano di calamari giganti assalitori di imbarcazioni e membri degli
equipaggi. Alcuni ritenevano infatti che questi animali scambiassero la chiglia delle imbarcazioni con la forma del loro
acerrimo nemico, il Capodoglio. Va però sottolineato che questo comportamento sarebbe privo di senso, in quanto è il
cetaceo a cibarsi dei calamari e non viceversa. Non dobbiamo poi dimenticare che questi giganti sono creature delle
profondità e incontrarle in superficie è un evento davvero molto raro, che si verifica più che altro quando questi animali
sono oramai morenti. Risulta così più probabile pensare che gli “scontri” tra calamari e imbarcazioni siano più che altro
episodi rarissimi e accidentali e che quello che poteva essere scambiato per un attacco, non fosse altro che un’ultima,
disperata reazione difensiva.
Questa è la spiegazione più semplice di quanto accadde nel gennaio 2003 all’imbarcazione del celebre navigatore Oliver de
Kersauson, intento con il suo equipaggio a stabilire un nuovo record per il giro del mondo in barca a vela. Durante la notte
il veliero urtò contro qualcosa e De Kersauson, che era al timone, avvertì delle vibrazioni anomale. Furono così ammainate
le vele e ispezionata la barca utilizzando delle torce elettriche. I membri dell’equipaggio rimasero senza fiato
nell’accorgersi che dei grandi tentacoli avevano aderito ai fianchi dell’imbarcazione, ma poco dopo il calamaro lasciò la
presa e gli uomini ripresero il loro viaggio.
Oltre che sulla loro presunta ferocia e pericolosità, le storie sui calamari giganti sono caratterizzate anche dall’aumento
sproporzionato delle già eccezionali dimensioni dell’animale. Le fonti in merito però, non sono sempre verificabili e
attendibili.
Fino a non molti anni fa le uniche occasioni
per studiare i calamari giganti erano
rappresentate dall’occasionale ritrovamento
delle loro carcasse.
Tra gli aneddoti più diffusi vi è quello di Dennis Braun, il quale riferì che nel 1969, quando era un caporale dei marines, fu
testimone di un episodio sorprendente mentre era a bordo della nave Francis Marion, ancorata nelle acque di Porto Rico.
Mentre si trovava sul ponte in compagnia di altri due soldati, si accorse che ben visibile sul fondo sabbioso vicino alla nave,
giaceva un enorme calamaro la cui lunghezza fu stimata in 30 metri.
Oltre ai presunti avvistamenti esisterebbero anche altri tipi di prove, come il ritrovamento sul corpo dei capodogli di
cicatrici di ventose del diametro di 40 e 60 centimetri. Facendo i dovuti calcoli sarebbero state inferte da calamari lunghi
oltre 60 metri! Quando queste dicerie sono state indagate, è però emerso che le cicatrici più grandi realmente misurate
erano inferiori ai 4 centimetri di diametro. Forse è possibile che cicatrici più grandi di così, ammesso che esistano davvero,
siano state inferte su giovani capodogli e che siano aumentate di dimensioni in concomitanza con la crescita dei cetacei, o
che siano state provocate da altre cause. Per esempio, le fauci dello Squalo della Groenlandia (Somniosus microcephalus),
che può superare i 7 metri di lunghezza e vivere per centinaia di anni, imprimono ferite circolari.
Nel corso degli anni i biologi marini si sono resi conto che stabilire le dimensioni massime del calamaro gigante non è
affatto un’impresa semplice. Per prima cosa gli esemplari adulti che è stato possibile studiare sono molto pochi ed è quindi
improbabile che tra questi ci fossero stati i rappresentanti più grandi della specie. Inoltre, quando misurano un calamaro
gigante, gli scienziati distinguono tra due tipi di lunghezze: quella totale, che comprende mantello più tentacoli, e la sola
lunghezza del mantello. Ci si è infatti resi conto che le braccia tentacolari del calamaro sono molto elastiche e facili da
stirare e allungare se maneggiate senza i dovuti accorgimenti. Per questo motivo oggi si tende a non considerare
attendibili i record di lunghezza del passato e si preferisce misurare solamente il mantello dell’animale. In questo modo, se
consideriamo solamente i parametri più attendibili, il calamaro gigante più grande mai misurato era lungo 12 metri. Uno
studio molto recente del biologo marino Charles Paxton dell’Università di Saint Andrews, in Scozia, stabilisce però a 20
metri la lunghezza massima teorica raggiungibile da queste creature straordinarie. Re dei calamari è quindi un titolo
davvero meritato.
Curiosità
Il mostro e i romanzieri
Nel capolavoro Moby Dick di Herman Melville, la coraggiosa ciurma del capitano Achab alla ricerca del mitico capodoglio
bianco si imbatte in un’altra temuta leggenda dei mari. Nel capitolo LIX dell’opera lo scrittore descrive infatti il
ritrovamento del cadavere galleggiante di una «vasta massa polposa, lunga e larga centinaia di metri [...] con innumerevoli
lunghi tentacoli». Quando i marinai interrogano il primo ufficiale Starbuck riguardo a quella mostruosa visione,
quest’ultimo li informa che si tratta del Grande Calamaro, l’unico cibo del capodoglio e la più grande tra le creature dei
mari. Non dobbiamo dimenticare che Moby Dick fu pubblicato nel 1851, quindi sebbene con numerose esagerazioni e
inesattezze, Melville anticipò di due anni la descrizione del calamaro gigante fatta dal naturalista danese Streenstrup.
Il 30 novembre 1861, al largo di Tenerife, Canarie, la vedetta della nave da guerra francese Alecton, capitanata dal tenente
Bouyer, avvistò un animale mostruoso con un corpo rosso lungo più di cinque metri che galleggiava in superficie. Il tenente
decise di catturarlo e furono sparati dei colpi. Fu lanciata una fune per issarlo a bordo, ma la cima tagliò il corpo della
creatura, che nel frattempo si era scoperto essere un calamaro gigante, e testa e tentacoli si inabissarono in mare. Fu in
seguito stilato un rapporto, presentato poi a un convegno dell’Accademia Francese di Scienze. Questa relazione finì poi
nelle mani del romanziere Jules Verne, che la utilizzò come base per la descrizione del calamaro gigante che attacca il
sottomarino Nautilus del Capitano Nemo nella sua opera più celebre: Ventimila leghe sotto i mari.
Una pessima idea per un fritto misto
La curiosità di un vero scienziato non ha limiti e lo zoologo Clyde Roper, grande studioso di calamari giganti, ne è la prova
vivente. Un giorno decise infatti di assaggiare un pezzetto di carne di un esemplare custodito presso l’istituto in cui
lavorava. L’idea non si rivelò delle migliori, perché il sapore era molto amaro. Ciò era dovuto al fatto che i muscoli del
calamaro gigante contengono cloruro di ammonio, una sostanza molto simile all’urina.
La dieta del gigante
Si è vociferato a lungo sulle abitudini alimentari di questo gigante delle profondità. Prima che si iniziassero a raccogliere
dati precisi, gli autori più fantasiosi lo descrivevano come un feroce predatore dei mari alla caccia di grosse prede come
squali, tonni, delfini e persino esseri umani. Ma il contenuto degli stomaci dei calamari giganti studiati dai ricercatori era
composto quasi esclusivamente da altre specie di calamari e pesci di profondità.
Un sovrano viaggiatore
Visto che il calamaro gigante è presente in tutti i mari del mondo, per molto tempo gli scienziati si sono domandati se ne
esistessero varie specie, cioè se gli individui presenti in un determinato oceano fossero diversi da quelli viventi altrove. Nel
2013 una ricerca dell’Università di Copenhagen ha dato una risposta a questa domanda.
I risultati mostrano che i calamari giganti sono simili in tutto il pianeta. Si ritiene che mentre gli adulti rimangano confinati
in determinate aree geografiche, i giovani, che vivono più in superficie, siano guidati dalla deriva delle correnti. Quando
raggiungono dimensioni sufficienti per potere sopravvivere negli abissi, si immergono nelle più vicine profondità ospitali e
da lì ricomincia il loro ciclo riproduttivo.

8 Intervista ad
Adrienne
Mayor,
geomitologa
ADRIENNE MAYOR È UNA RICERCATRICE di storia classica e storia della scienza presso l’Università di Stanford, California, USA.
Autrice di numerosi libri è considerata tra i più grandi esperti di geomitologia, la disciplina che studia il rapporto tra i
fenomeni geologici e le antiche leggende.
Ciao Adrienne, ti va di raccontare ai lettori come sei diventata una cacciatrice di grifoni?
Ciao Lorenzo, ero interessata alle leggende del passato riguardanti la natura, specialmente le antiche descrizioni greche di
animali leggendari. Poteva esserci un nocciolo di verità avvolto da alcune di quelle leggende? La maggior parte delle
creature della mitologia greca sono sicuramente esseri bizzarri frutto dall’immaginazione dell’uomo come il cavallo alato
Pegaso, il Minotauro con una testa di toro e un corpo da uomo e la Sfinge con una testa di donna e un corpo da leone.
Ma i grifoni sembravano in qualche modo differenti. Non esistevano miti antichi sul conto di queste creature descritte con
un corpo da lupo e il becco di un rapace. Non solo combinavano le caratteristiche di animali conosciuti, ma si diceva ne
esistessero in gran numero nei deserti dell’Asia Centrale presso i giacimenti d’oro. Eppure, in oltre mille anni di antichi
racconti greci e romani, nessuno aveva mai dichiarato di avere visto un grifone vivo. Che cosa poteva spiegare la coerenza,
lungo un millennio, di racconti su creature quadrupedi, con un becco, che deponevano uova nel terreno dei deserti attorno
ai monti Altai? Questa è la domanda che mi ha portato a diventare una cacciatrice di grifoni.
Quanto sei soddisfatta della tua teoria che collega i grifoni dell’antica Grecia ai fossili di dinosauro del deserto del Gobi?
Qual è la tua risposta a chi dice che il grifone era una creatura mitologica ben caratterizzata già molto tempo prima del suo
ingresso nella cultura ellenica?
Molte culture antiche hanno creato storie e figure di giganti, mostri, draghi e altre creature senza alcuna relazione con i
resti fossili. Spesso le sole prove di queste creature immaginarie sono artistiche, così non possiamo avere idea su che tipo
di storie si raccontavano sul loro conto.
Ad esempio, creature che combinano le caratteristiche di mammiferi, uomini, pesci e uccelli compaiono nell’arte antica
micenea, egizia, scitica e mesopotamica. Non esistono però documenti scritti relativi a queste creature, così rimangono per
noi un mistero. Nella mia lunga ricerca sulle creature che poi divennero conosciute come grifoni, ho raccolto ogni
combinazione conosciuta di leoni e aquile nell’arte greca antica e nel vicino oriente, assieme a uomini con teste di tori e di
uccelli, di leoni e altri mammiferi con zampe posteriori da uccelli, ali, etc. Sfortunatamente c’è poco da dire su queste
figure, perché non esistono manoscritti su di loro e non sappiamo nemmeno con quali nomi venissero chiamate. È possibile
che quando persone già a conoscenza di miti e folclore su creature bizzarre si imbattevano o sentivano raccontare di
ragguardevoli fossili di creature estinte e sconosciute, potessero considerarle una conferma dei miti e delle leggende che
già esistevano. Ad esempio, persone che conoscevano storie su giganteschi serpenti, possono avere identificato le grandi
vertebre dei rettili marini estinti come prova per queste storie. Ma non potremo mai sapere chi è arrivato prima: se le
storie sui mostri o l’osservazione dei fossili.
È significativo che non esistano miti greci sui grifoni. I grifoni non hanno un ruolo nell’antica Grecia. Invece, gli animali
chiamati grifoni, vengono descritti dagli storici, naturalisti, geografi e viaggiatori greci e romani come quadrupedi che
depongono le uova nel deserto in prossimità dei giacimenti d’oro dell’Asia Centrale. Dati consistenti provenienti da fonti
greche e latine, parlano di questi animali lungo un periodo di mille anni che va da circa il 450 a.C. a circa il 350 d.C.
Dopo aver consultato storici dell’arte antica, classicisti, archeologi e paleontologi, ho deciso che l’approccio più pratico per
capire ciò che poteva spiegare queste descrizioni così coerenti, sarebbe stato quello di concentrarsi sull’arco di tempo per
il quale avevamo a disposizione una relazione tra le raffigurazioni artistiche e le descrizioni letterarie. Non sostengo che
tutte le antiche raffigurazioni di ibridi tra uccelli e leoni furono ispirate dall’osservazione di fossili di dinosauro. Suggerisco
soltanto che quando fossili molto ben conservati di dinosauro dotati di un grosso becco come i protoceratopi e i loro nidi
contenenti uova erano osservati e descritti nell’antichità, influenzavano i racconti sui grifoni che dall’Asia filtravano sino
all’antica Grecia e a Roma.
Hai qualche consiglio per i giovani lettori che vorrebbero diventare geomitologi?
Leggete voracemente, osservate la natura con attenzione, siate curiosi della storia della curiosità umana, seguite le vostre
passioni e abbiate il coraggio di scavare in profondità dove nessun altro ha mai fatto prima!

9 I detective
della natura
– Qual è il più astuto tra gli animali?
– Quello che nessun uomo ha ancora visto
Anonimo, Il romanzo di Alessandro
La nascita della zoologia moderna e le ultime parole famose
di Cuvier
Nonostante la sempre più sentita necessità da parte degli studiosi della natura di distinguere tra animali reali e fantastici,
il confine tra la zoologia moderna e gli antichi bestiari rimase per molto tempo alquanto sottile, tanto che, ancora a inizio
Ottocento, il filosofo inglese Samuel Taylor Coleridge notava che la zoologia sembrava non avere ancora raggiunto il livello
di sviluppo delle altre scienze naturali.
A iniziare a gettare le basi verso un approccio più rigoroso furono Linneo, l’ideatore di un sistema universale in grado di
dare “un nome e un cognome” agli esseri viventi e Georges Cuvier, pioniere dello studio scientifico dei fossili, che aveva
dichiarato guerra all’unicorno e a tutti gli animali fantastici. I grandi progressi scientifici che stavano cambiando
letteralmente il mondo lo spinsero infatti a rigettare totalmente le descrizioni e le storie su animali incredibili riportate da
autori del passato come Ctesia e Plinio, scrivendo che nessuno avrebbe dovuto più perdere tempo e risorse per cercarli.
Inoltre, forse eccessivamente fiducioso nei confronti delle conoscenze dell’epoca, nel 1812 affermò che erano rimaste
poche speranze di scoprire ancora nuove specie di grandi quadrupedi.
Tuttavia, dopo solo sette anni, si scoprì non soltanto che un altro animale precedentemente ritenuto favoloso esisteva
davvero, ma che era anche un grande quadrupede.
La creatura in questione, conosciuta con il nome di Mé dal folclore cinese e come Baku dalla tradizione giapponese, era
descritta in modo molto confuso come una sorta di chimera che combinava assieme caratteristiche dell’orso, dell’elefante,
del rinoceronte e della tigre. La sua dimora era nell’arcipelago malese e le leggende sul suo conto divennero più
consistenti soltanto sul finire del XVIII secolo, quando furono pubblicati i primi studi sull’Indonesia. In essi era infatti
riportato che nell’isola di Sumatra viveva uno strano animale bianco e nero, a volte descritto come un piccolo rinoceronte,
a volte come un tapiro.
I tapiri sono grossi erbivori che possono superare i due metri di lunghezza e raggiungere i 300 kg di peso. Animali
dall’aspetto alquanto curioso, possiedono zampe tozze e un muso dotato di una sorta di corta proboscide altamente mobile,
con la quale sono in grado di afferrare le foglie di cui si nutrono. All’epoca si dava ormai per scontato che questi animali
vivessero solamente in America meridionale, così le voci che giungevano dall’Asia erano trattate con sospetto dagli zoologi
europei.
Eppure, anche Cuvier dovette ricredersi quando fu proprio uno dei suoi studenti, Pierre-Médard Diard, che nel 1816 aveva
intrapreso un viaggio nell’arcipelago malese, a inviargli una lettera con il disegno del tapiro bianco e nero che viveva in
quelle terre lontane, scrivendo quanto segue: «Quando l’ho visto per la prima volta sono rimasto attonito nello scoprire che
un animale tanto grande potesse essere ancora sconosciuto».
Le sorprese non erano però destinate a esaurirsi e tra le molte nuove specie che continuavano a essere descritte e
catalogate nei manuali di zoologia, di tanto in tanto facevano la loro comparsa anche animali precedentemente ritenuti
soltanto il frutto della fervida immaginazione di viaggiatori. Il più straordinario tra questi aveva una storia iniziata oltre
duecento anni prima, quando nel 1625 l’avventuriero inglese Andrew Battel, dopo avere passato molti anni nelle colonie
portoghesi in Africa centrale, scrisse che nelle foreste viveva un mostro molto pericoloso chiamato Pongo dagli indigeni.
Descritto come simile all’uomo, ma dalla costituzione gigantesca e interamente ricoperto di peli, era dotato di una forza
prodigiosa. Queste voci furono accolte dai naturalisti in modo contrastante: per il francese Buffon, tra i più eruditi zoologi
della sua epoca, si trattava di una creatura reale, mentre secondo il botanico ed esploratore tedesco Jacob Radermacher,
era opinione di molti che un simile animale fosse soltanto un’invenzione.
Il mistero trovò soluzione soltanto nel 1847, con la scoperta da parte del mondo occidentale del Gorilla di pianura (Gorilla
gorilla). Circa mezzo secolo più tardi anche l’esistenza di un altro leggendario uomo selvatico, conosciuto con il nome di
Ngagi dai nativi del Ruanda, trovò conferma nell’imponente Gorilla di montagna (Gorilla beringei).
Questi straordinari primati nostri vicini parenti si erano guadagnati una tale fama di animali pericolosi e feroci, che
dovettero passare ancora molti anni prima che i moderni studi sul comportamento animale portati avanti da famosi
ricercatori come George Schaller e Dian Fossey, dimostrassero che si trattava di creature schive e dal temperamento
prevalentemente mite nei confronti dell’uomo.
Lo Sherlock Holmes della zoologia
Il più rivoluzionario contributo nei confronti della zoologia si ebbe probabilmente a opera del naturalista inglese Charles
Darwin, che nel 1831 si imbarcò a bordo del brigantino Beagle per un viaggio attorno al mondo. Quest’esperienza della
durata di cinque anni gli permise di giungere a importanti intuizioni riguardanti un dibattito che si era sviluppato a partire
dalla seconda metà del 1600, in seguito alla maturata consapevolezza che i fossili non fossero semplicemente curiose
formazioni geologiche, ma veri e propri resti pietrificati di piante e animali che un tempo avevano vissuto sulla Terra. Ci si
era infatti resi conto che il nostro pianeta doveva essere molto più antico di quanto si pensasse e si iniziarono a formulare
teorie che potessero spiegare i cambiamenti degli organismi viventi con il susseguirsi delle epoche. L’ipotesi avanzata da
Georges Cuvier era conosciuta con il nome di catastrofismo e prevedeva fasi di stabilità alle quali si erano intervallate
repentine catastrofi globali, che avevano portato di volta in volta all’estinzione di tutte le specie viventi presenti in quel
momento. A queste estinzioni avevano fatto seguito nuove creazioni divine, delle quali l’uomo rappresentava lo stadio
finale.

Considerato un animale fantastico sino al


1901, il Gorilla di montagna è oggi in serio
pericolo di estinzione.
Durante il suo viaggio Darwin si rese invece conto che più che da cambiamenti improvvisi, la Terra era stata teatro di un
lento susseguirsi di fenomeni naturali. Questa intuizione scaturì in lui studiando e riesaminando il numeroso materiale
raccolto in seguito all’attenta osservazione delle diverse specie animali incontrate durante il corso del suo viaggio, come ad
esempio gli uccelli simili a fringuelli che vivevano nelle isole Galápagos.
Infatti, seppure superficialmente piuttosto simili l’una all’altra, l’ornitologo John Gould gli aveva fatto notare come ogni
singola specie possedeva marcate differenze nella struttura dei becchi a seconda dell’isola di provenienza. La spiegazione
poteva ricondursi al fatto che le piccole isole dell’arcipelago possedevano ambienti piuttosto diversi l’una dall’altra e che
questa diversità si rispecchiava anche nei fringuelli che vivevano in ciascuna di esse. Diversi anni dopo elaborò l’idea che la
comparsa e l’estinzione delle specie fosse legata alla loro necessità di adattarsi all’ambiente in cui vivevano.
Nella sua visione delle cose i progenitori degli attuali “fringuelli”, giunti in passato nell’arcipelago, appartenevano alla
stessa specie ma, distribuendosi nelle varie isole, si trovarono di fronte a diverse tipologie di ambienti che influirono nella
competizione per la ricerca del cibo. All’interno di una specie animale nessun individuo è perfettamente uguale a un altro,
così di fronte a una medesima situazione c’è chi è più o meno avvantaggiato. Per esempio, in un’isola ricca di semi dal
guscio molto spesso, gli individui con i becchi più grossi e robusti sarebbero riusciti a procurarsi il cibo molto più
facilmente e quindi a sopravvivere, trasmettendo ai loro discendenti le medesime caratteristiche, che nell’arco di
lunghissimo tempo avrebbero dato origine a una nuova specie di uccelli dal becco robusto.
Per Darwin il motore dell’evoluzione era rappresentato dalla selezione naturale e questa nuova teoria, che in seguito fu
ampliata e sviluppata prima da lui stesso e poi da altri studiosi grazie a successive scoperte nel corso degli anni, donò agli
zoologi un nuovo modo per osservare la natura. Per la prima volta era possibile riuscire a stabilire l’esistenza di una specie
grazie alle sue interazioni con l’ambiente e con gli altri organismi viventi...
La falena predetta
La riproduzione e sopravvivenza delle piante dotate di fiori si basa sul fenomeno dell’impollinazione, cioè il trasporto del
polline da un fiore all’altro. In natura ciò avviene in molti modi diversi a seconda di ogni pianta: per alcune a occuparsi
della dispersione del polline sono l’acqua o il vento, mentre per altre sono gli animali che si nutrono del nettare dei fiori.
Questi ultimi però non possiedono tutti la stessa forma e dimensione, così solo certi animali possono impollinare specifiche
piante.
Qui entra in gioco Darwin che nel 1862 pubblicò uno studio sulla biologia delle orchidee, nel quale aveva notato che in una
particolare varietà di queste piante, presenti in Africa e Madagascar, il nettare era custodito al termine di una cavità molto
lunga e che i loro fiori, odorosi soprattutto di notte, attiravano le falene.
Così come le farfalle, le falene possiedono una sorta di “proboscide”, chiamata spiritromba, che quando non viene utilizzata
è difficilmente visibile perché arrotolata come le lingue di Menelicche che si usano a carnevale. Quando però questi insetti
devono raggiungere il nettare dei fiori, distendono la spiritromba, che può essere anche molto più lunga del loro stesso
corpo.
In particolare, il nettare dell’orchidea conosciuta come Stella di Betlemme e presente solo in Madagascar, poteva essere
raggiunto soltanto da falene con una spiritromba lunga almeno 25-30 centimetri. All’epoca nessuna specie simile era
conosciuta sull’isola e alcuni entomologi (gli zoologi che studiano gli insetti) trovarono fantasiosa la tesi di Darwin.
Soltanto quarantuno anni dopo, nel 1903, si scoprì che la falena conosciuta come sfinge di Morgan (Xanthopan morgani),
dotata di una spiritromba sufficientemente lunga, ma conosciuta soltanto in Africa tropicale, era presente anche in
Madagascar, avvalorando così le intuizioni da detective del grande naturalista.

10 Le terre
emerse
nascondono
ancora dei
segreti
La giraffa di foresta del Congo
Nel 1800 iniziarono le prime esplorazioni delle zone più remote dell’Africa Centrale e con esse non tardarono a circolare
notizie relative a strani animali di ogni genere. A fine secolo, nel 1890, l’esploratore Henry Norton Stanley menzionò in una
memoria di viaggi un curioso animale descritto come simile a un asino e conosciuto dai pigmei Wambutti delle foreste di
Ituri (oggi nella Repubblica Democratica del Congo). Era chiamato Atti, si nutriva di foglie e veniva cacciato per la bontà
delle sue carni. Questo aneddoto era molto interessante perché sino ad allora animali come asini, zebre e cavalli erano
considerati abitanti esclusivi di grandi praterie, distese desertiche o savane, cioè ambienti che erano totalmente all’opposto
della fitta foresta tropicale.
Il mistero dell’Atti attirò l’interesse di Sir Harry Johnston, un amministratore coloniale britannico esperto di botanica. Dopo
averne discusso a Londra con lo stesso Stanley e ormai deciso a indagare appena possibile l’esistenza della misteriosa
creatura, Johnson partì per l’Uganda in qualità di suo nuovo governatore. L’occasione gli si presentò nel 1899, quando
liberò un gruppo di pigmei Wambutti dalle grinfie di un impresario senza scrupoli, che li aveva catturati nella foresta di
Ituri con lo scopo di esibirli al pubblico in Europa. Prima di ritornare sani e salvi al loro villaggio furono per qualche giorno
ospiti del governatore e, grati al loro liberatore, risposero al meglio alle sue numerose domande riguardanti lo strano
animale che stava cercando. Lo informarono così di conoscerlo molto bene e che il suo nome corretto era Okapi. Si trattava
di una creatura molto timida di colore scuro, con le zampe striate e piuttosto simile a un grande asino.
Ormai convinto della sua reale esistenza, l’anno seguente decise di mettersi sulle tracce dell’animale. Raggiunto
l’avamposto belga di Mbeni, interrogò scrupolosamente gli ufficiali presenti ai quali l’Okapi sembrava essere ben
conosciuto: la milizia dei nativi riteneva infatti che le sue carni fossero squisite e quando riusciva a catturarne uno, lo
portava alla base. I testimoni rilasciarono così una descrizione molto minuziosa che faceva emergere un dettaglio alquanto
interessante sul piede di questo animale. Non possedeva infatti uno zoccolo singolo tipico degli animali detti perissodattili
(con un numero dispari di dita) come zebre e cavalli, ma diviso in due come quello degli artiodattili (con un numero pari di
dita), come cervi e antilopi.
Johnston si convinse così che l’Okapi doveva essere un discendente dell’Ippario (Hipparion sp.), un cavallo preistorico che
possedeva tre dita e che si estinse circa 800.000 mila anni fa dopo avere colonizzato tutti i continenti ad esclusione di
Oceania e Antartide. Nella sua visione delle cose i discendenti di questo animale dovevano così essere in qualche modo
sopravvissuti nelle zone più remote e inaccessibili dell’Africa centrale.
Quest’ipotesi ardita lo spinse però a commettere un madornale errore quando, esplorando le foreste di Ituri, scoprì delle
impronte che i nativi gli dissero appartenere all’Okapi. Visto che però possedevano soltanto il segno di due unghie e non di
tre come ci si sarebbe dovuti aspettare da un ippario, decise di non seguirle pensando che appartenessero a un’antilope.
Non passò comunque molto tempo prima che l’ufficiale in capo all’avamposto di Mbeni, inviasse a Johnston una pelle
completa e due crani di Okapi. Nel mese di giugno del 1901 questo prezioso materiale fu presentato agli esperti del Museo
Britannico di Storia Naturale di Londra, che giunsero a una sorprendente conclusione.
L’enigmatico animale non era infatti né un asino né un cavallo preistorico, ma un mammifero strettamente imparentato con
le giraffe, molto simile ad alcune specie dal collo corto come il Paleotrago (Palaeotragus sp.) e il Samoterio (Samotherium
sp.), che si estinsero circa 5 milioni di anni fa, risultando così ancora più antichi dello stesso Ippario.
Lungo più di 2 metri e pesante più di 300 Kg, l’Okapi è un animale timido, schivo e a rischio di estinzione. Il manto del
corpo è cangiante e varia dal marrone al violaceo al nero in base ai riflessi della luce. La parte posteriore delle zampe
possiede striature come quelle della zebra, mentre la testa, fornita di grandi orecchie e di due piccole corna è molto simile
a quella di una giraffa, con la quale condivide anche la lingua molto allungata utile per afferrare rami e foglie.
Al contrario dei suoi parenti di savana, che devono raggiungere le foglie sulle cime degli alberi, l’Okapi, vivendo in fitte
foreste ricche di vegetazione, sviluppò solo un modesto allungamento del collo per adattarsi all’ambiente circostante in
perfetta sintonia con le visioni evoluzionistiche di Darwin.
Un fantasma dalle corna affusolate
Alla spettacolare scoperta dell’Okapi, ritenuta come una tra le più incredibili sorprese della zoologia moderna, ne seguì
una altrettanto sorprendente, anche perché avvenuta in un’epoca in cui il completamento dell’inventario delle specie
terrestri auspicato da Georges Cuvier, era considerato da alcuni quasi imminente.
Nel maggio del 1992 una spedizione scientifica organizzata dal WWF e guidata dall’esperto zoologo John MacKinnon, stava
esplorando per la prima volta l’area del Parco Nazionale di Vu Quang, situato nella Catena Annamita, un gruppo montuoso
che si estende tra Laos e Vietnam per oltre 1.000 km.
Qui i biologi scoprirono che nelle pareti delle abitazioni di alcuni cacciatori locali erano appesi degli strani trofei. Si
trattava di corna affusolate che ricordavano quelle di alcune grandi antilopi africane chiamate orici, ma non esisteva
nessun erbivoro asiatico conosciuto dotato di caratteristiche simili.
La popolazione locale però affermava di conoscere bene il misterioso mammifero, che era chiamato con i nomi di Saola
(corna affusolate) e Son duong (capra di montagna). Per risolvere l’enigma furono organizzate altre spedizioni che
riuscirono a procurare ulteriori reperti dell’animale, tra cui anche alcune pelli intere.
Le analisi dei campioni dimostrarono che si trattava davvero di un erbivoro completamente nuovo per la scienza, dalle
caratteristiche veramente bizzarre. Infatti, benché simile nell’aspetto agli orici, il suo DNA lo collocava più vicino a un
bovino indonesiano chiamato Anoa (Bubalus depressicornis). Alla specie fu dato così il nome scientifico di Pseudoryx
nghetinhensis (finto orice delle provincie di Nghệ An e Hà Tĩnh).

A sinistra: l’Okapi, un animale straordinario


scoperto
nel cuore dell’Africa all’inizio del 1900.
Riuscire a individuare un esemplare di Saola in carne e ossa per eseguire ulteriori indagini si rivelò però molto più difficile
che trovarne i resti. I nativi informarono i ricercatori che questi animali un tempo numerosi erano diventati molto rari.
Inoltre, vivendo in piccoli gruppi di due o tre individui nelle foreste d’alta montagna, era possibile catturarli soltanto in
inverno, quando si avventuravano a quote inferiori in cerca di cibo e temperature più miti.
Solo due anni più tardi, nel 1994, fu possibile catturare per la prima volta due esemplari, un maschio e una femmina, ma
gli zoologi poterono esaminarli per un breve periodo di tempo, in quanto entrambi morirono dopo pochi mesi.
Per i ricercatori osservare dei Saola in natura è un’impresa molto difficile, sia perché vivono in aree remote e dense di
foreste, sia perché non è facile per loro ottenere dal governo del Laos i permessi necessari per visitare queste zone. A oggi
l’unico sistema con cui si è potuto documentare la presenza dei Saola nel loro ambiente è stato attraverso l’utilizzo di
strumenti chiamati fototrappole. Si tratta di piccoli apparecchi che possono essere alimentati da semplici batterie e
operare con una lunga autonomia. Spesso forniti di particolari flash a infrarossi non visibili all’occhio e molto silenziosi,
questi strumenti sono dotati di un sensore che rileva il passaggio di oggetti in movimento permettendo di scattare
fotografie o girare dei filmati. La prima fotografia di un Saola in natura risale al 1998, mentre la più recente è stata
ottenuta nel settembre del 2013.
Non è facile stabilire quanti di questi animali siano rimasti nel loro ambiente naturale, ma la loro popolazione non sembra
essere molto numerosa, tanto che sono classificati ad alto rischio di estinzione.
Gli sforzi dei ricercatori per raccogliere più informazioni possibili però continuano, perché il compito della zoologia non è
soltanto quello di scoprire nuove specie, ma anche quello di proteggerle.

11 Le isole dei
draghi
I coccodrilli di terra
In Indonesia, a est di Giava, si estende un arcipelago chiamato Isole della Sonda. Tra queste ce n’è una molto piccola,
grande più o meno quanto la città di Matera in Basilicata, conosciuta con il nome di Komodo. Formata da rocce vulcaniche
e ricoperta da foreste tropicali, è rimasta disabitata fino all’inizio del 1800, quando il sultano della vicina Sumbawa iniziò a
utilizzarla come una sorta di “carcere naturale” dove esiliare e deportare i suoi oppositori politici. Le coste dell’isola erano
anche saltuariamente frequentate da cercatori di perle, che iniziarono a diffondere strane voci raccontate loro dai
deportati. Sembrava infatti che Komodo fosse la dimora di grandi animali mostruosi simili a coccodrilli, ma abitanti nella
terraferma. Stando ai racconti, queste creature conosciute con il nome di Boeaja darat (coccodrilli di terra), erano ghiotti
divoratori di cervi, maiali e talvolta persino di esseri umani. Queste storie giunsero alle orecchie di Peter Ouwens, all’epoca
direttore del Giardino Botanico di Giava, quando un aviatore reduce da un atterraggio di emergenza sull’isola, lo informò
che quest’ultima era davvero popolata da quelli che definì come “orribili draghi”. Ouwens contattò così il governatore della
vicina isola di Flores affinché indagasse. Quest’ultimo giunse a Komodo nel 1912, dove alcuni cercatori di perle gli
raccontarono storie incredibili riguardanti i coccodrilli di terra che, gli fu assicurato, non soltanto erano animali in carne e
ossa, ma potevano raggiungere i 7 metri di lunghezza!
Continuando la sua indagine, il governatore riuscì infine a scovare uno di questi animali e ne inviò la pelle e le fotografie a
Ouwens. Le prove fornite dimostrarono però che non si trattava di un coccodrillo, ma di un varano, una vera e propria
lucertola gigante che fu battezzata Varanus komodoensis.
Quando i misteri attorno a queste straordinarie creature iniziarono a dipanarsi, ci si rese conto che non tutte le storie che
circolavano sul loro conto erano attendibili, in modo particolare quelle che riguardavano le loro presunte dimensioni. Gli
esemplari più grandi raggiungevano infatti una lunghezza totale che sfiorava o superava di poco i 3 metri. Anche così si
tratta comunque di misure davvero impressionanti, che rendono quello di Komodo il più imponente tra tutti i varani oggi
conosciuti. Infatti, anche se in Nuova Guinea esiste una specie che raggiunge dimensioni molto simili, la coda di
quest’ultima è lunga due terzi dell’intero animale, mentre nel varano di Komodo soltanto la metà.
Per via del suo aspetto imponente e per la sua fama di animale leggendario dalla lunga lingua che saetta velocemente
dentro e fuori le fauci ricordando quasi una fiammella, a questa grossa lucertola fu dato il nome di Drago di Komodo, con il
quale è oggi conosciuta in tutto il mondo. Una vera meraviglia della natura che avrebbe sicuramente fatto la gioia di
Edward Topsell e Ulisse Aldrovandi.
Il drago vegetariano
Nell’aprile del 2001, quasi novant’anni dopo la scoperta del Varano di Komodo, gli zoologi si accorsero stupefatti che
esisteva un’altra isola in cui un “drago” era riuscito a vivere per lunghissimo tempo lontano da occhi indiscreti. Stiamo
parlando di Luzon, la più grande isola dell’arcipelago delle Filippine. Qui un gruppo di biologi stava studiando la fitta
foresta montana della Sierra Madre, situata a nord del territorio, quando si imbatté in alcuni cacciatori della locale tribù
Aeta, intenti a trasportare il corpo di un varano che non avevano mai visto prima.
Di grandi dimensioni, aveva un colore che ricordava quello delle salamandre alpine: un corpo blu scurissimo maculato da
chiazze gialle molto visibili. Gli scienziati appresero che l’animale era conosciuto con i nomi di Bitatawa e Butikaw e
rappresentava per i nativi una gradita fonte di cibo. Proprio per questo motivo i cacciatori non permisero loro di prelevare
e studiare resti dall’esemplare in loro possesso.

Prima del 1912 il Varano di Komodo era


considerato un animale leggendario.
Da quel momento iniziò così una lunga ricerca che terminò soltanto otto anni dopo, quando altri abitanti del luogo decisero
di collaborare con un team di zoologi, donando loro nel 2009 una carcassa di Bitatawa. L’anno seguente questa nuova
specie venne descritta con il nome di Varanus bitatawa, dal nome dato dalle popolazioni locali. Nonostante possa
raggiungere i 2 metri di lunghezza, questa grande lucertola è più gracile e leggera rispetto ai varani che vivono a Komodo.
La cosa che li differenzia maggiormente è però la dieta, infatti il Bitatawa è esclusivamente frugivoro, si ciba cioè solo di
frutta, in particolare dei frutti degli alberi di Pandano, la cui forma ricorda quella di un ananas. È proprio questa
predilezione verso la frutta ad averlo reso molto difficile da scovare, infatti passa la maggior parte del tempo sugli alberi di
intricate foreste, nascondendosi tra le fronde quando avverte un pericolo.
L’aspetto forse più affascinante dietro alla scoperta di questo grande varano è che l’isola in cui vive era già ben conosciuta
e studiata dagli zoologi, dimostrandoci così che se anche un luogo compare sulle cartine geografiche, non per questo
conosciamo ogni cosa sulle creature che lo abitano. Compito di un bravo zoologo è quindi quello di tenere sempre gli occhi
aperti, perché non si può mai sapere quante sorprese la natura possa avere ancora in serbo anche nelle zone che crediamo
già di conoscere bene.
Curiosità
Sulle tracce del “cervo lento”
Nel 1994 il biologo vietnamita Nguyen Ngoc Chinh visitò un’area a nord di Vu Quang alla ricerca del Saola, un raro
mammifero vietnamita. Giunto sul posto scoprì invece con stupore che la popolazione locale parlava di un animale
chiamato Quang khem, che significa “cervo che corre lentamente”. Un cacciatore gli donò un cranio che a suo dire
apparteneva a uno di questi animali e che possedeva delle corna peculiari, che ricordavano quasi quelle di un elmo
vichingo.
I successivi esami del DNA confermarono che si trattava di una specie ignota di bovide (famiglia a cui appartengono
mucche, capre e antilopi), ma attualmente nessuno zoologo è ancora riuscito a osservarne un esemplare dal vivo.
Da Komodo al grande schermo
La scoperta del Varano di Komodo suscitò grande scalpore in occidente, ispirando gli esploratori e registi Merian C. Cooper
e Ernest B. Schoedsack a scrivere la sceneggiatura di un film in cui una spedizione scopre un’isola in Indonesia e qui
assiste alla lotta tra un varano e un gorilla. Dopo avere catturato il primate per portarlo a New York, quest’ultimo fugge
seminando il panico. L’idea piacque talmente tanto che i produttori stanziarono un budget molto superiore a quello dei più
costosi film dell’epoca. Chiesero però delle modifiche alla storia: il gorilla doveva diventare un colossale gigante alto 10
metri e non avrebbe più dovuto battersi con un Varano di Komodo, ma contro un tirannosauro! Quando nel 1933 la pellicola
uscì nelle sale il suo successo fu immenso. Si trattava di King Kong, uno dei film più famosi della storia del cinema.
Sensi di drago
Di giorno la vista del Drago di Komodo può permettergli di vedere gli oggetti sino a 300 metri di distanza, inoltre, come
accade per molti altri rettili, non percepisce gli odori attraverso le narici, ma tramite la lingua, con cui è in grado di
localizzare carcasse di animali sino a quasi 10 km! Il suo udito è invece alquanto limitato, al punto che secondo i cercatori
di perle che per primi lo descrissero, se si riusciva a non farsi vedere era possibile avvicinarsi tantissimo a questi animali
senza che se ne accorgessero, in quanto si pensava che fossero sordi. In effetti, in natura i varani di Komodo non sembrano
scomporsi più di tanto nemmeno in presenza di forti rumori.
Un morso letale
Il Varano di Komodo è senza dubbio un predatore temibile che in alcuni casi può diventare pericoloso anche per l’uomo. I
suoi denti, non adatti a masticare quanto invece a strappare grossi lembi di carne che l’animale ingoia interi, provocano
ferite molto gravi. I biologi avevano però notato come le prede di queste grandi lucertole riuscissero spesso a fuggire dopo
avere subito un attacco, salvo poi morire entro l’arco di qualche giorno ed essere raggiunte e divorate in seguito dai loro
aggressori. Si era quindi ipotizzato che la saliva dei varani, abituali divoratori di carogne, fosse ricca di batteri che
potessero causare un’infezione del sangue.
Anche se numerosi batteri sono in effetti presenti, questa teoria a lungo ritenuta valida fu però rigettata nel 2009. In
quell’anno si scoprì infatti che i draghi di Komodo possiedono un vero e proprio veleno in grado di abbassare la pressione
del sangue, velocizzarne la fuoriuscita dalle ferite e indurre le prede in uno stato confusionale, portandole lentamente alla
morte.

12 Un mare di
scoperte
Il pesce venuto dalla preistoria
La storia che sto per raccontare è sicuramente tra le mie preferite perché insegna qualcosa di molto importante: quando si
ha tanta curiosità e passione è possibile scoprire qualcosa di incredibile anche se si dispone di pochi mezzi.
Tutto ebbe inizio il 24 agosto del 1931, quando la signora Marjorie Latimer fu nominata curatrice del piccolo e poco
conosciuto Museo di Scienze Naturali di East London, una città del Sudafrica che si affaccia sull’Oceano Indiano. Il museo
non possedeva né ricche collezioni, né molti reperti da esporre al pubblico, ma Marjorie decise di rimboccarsi le maniche
per sopperire a queste mancanze. Così ogni qualvolta le era possibile, si recava al molo per esaminare le reti dei pescatori
alla ricerca di qualche campione interessante. In questo modo fece la conoscenza del capitano Hendrik Goosen,
comandante di un motopeschereccio che si offrì di aiutarla a mettere insieme una collezione di pesci. Grazie al suo lavoro
di pescatore la materia prima non sarebbe di certo mancata!
Tramite questo sodalizio i reperti custoditi nel museo iniziarono ad aumentare di numero e nel 1937 la collezione era
diventata sufficientemente corposa da attirare l’attenzione degli studiosi. Tra questi vi era James Smith, professore di
chimica presso l’Università di Rhodes, ma anche grande appassionato di ittiologia e profondo conoscitore dei pesci del
Sudafrica.
La mattina del 22 dicembre del 1938 accadde qualcosa in grado di andare oltre a ogni aspettativa... Alle 9:45 il capitano
Goosen telefonò alla signora Latimer per informarla di avere catturato un enorme quantitativo di pesci e per invitarla a
dare un’occhiata. Natale era alle porte, con il suo carico di tanti preparativi e faccende da sbrigare e Marjorie, come
scrisse molti anni dopo in una memoria di quegli eventi, avrebbe volentieri preferito dedicarsi a queste, ma per non essere
scortese decise che avrebbe fatto un veloce sopralluogo al molo.
Fu così che esaminando il pescato, in mezzo a squali, razze, coralli e spugne marine, vide spuntare una strana pinna
bluastra di una forma che non aveva mai visto prima. Non appena ebbe finito di liberare dal mucchio l’oggetto del suo
interesse, davanti ai suoi occhi apparve il pesce più straordinario che avesse mai visto: era lungo un metro e mezzo e di un
colore blu malva pallido con deboli macchie biancastre. Tutto il suo corpo emanava iridescenze che variavano dal colore
dell’argento, al verde, al blu. Era interamente ricoperto da grandi squame ossee che davano la parvenza di un’armatura,
ma l’aspetto più strano era rappresentato dal numero delle pinne e dalla loro forma. Sul dorso ve ne erano due, separate
l’una dall’altra, sul ventre ce n’erano cinque, la prima pinna dorsale cresceva direttamente sulla schiena come in tutti gli
altri pesci, mentre le sei restanti spuntavano al termine di tozze appendici muscolari sorrette da uno scheletro, che
somigliavano quasi a piccole zampe.
Un membro dell’equipaggio la informò che in oltre 30 anni di pesca non si era mai imbattuto in un animale del genere e
così Marjorie trasportò immediatamente l’insolito reperto al museo. Dopo averlo adagiato su un tavolo, iniziò a consultare i
manuali di ittiologia per scoprire di cosa si trattasse, ma senza riuscire a trovare nessuna informazione soddisfacente.
Le balenò allora un’idea bizzarra e prese dallo scaffale un volume dedicato all’evoluzione dei pesci. Con sua enorme
sorpresa, vi trovò il disegno di un pesce molto simile a quello catturato dal capitano Goosen e apprese che apparteneva alla
famiglia dei Celacantidi, ma quando proseguì nella lettura non poté credere ai propri occhi... Era infatti riportato che quei
pesci, assieme a loro parenti chiamati Ripidisti, erano comparsi sulla Terra più di 350 milioni di anni fa, nel periodo
conosciuto con il nome di Devoniano. In quel tempo tutto il mondo era unito in un unico immenso continente chiamato
Pangea e i Celacantidi si diffusero prima nelle acque interne e poi in mare aperto assieme ai primi antenati degli squali.
Mentre questi erano però giunti sino ai nostri giorni, i Celacantidi si erano estinti in concomitanza con i dinosauri, circa 65
milioni di anni fa.
Com’era possibile che uno di quei pesci, in carne e ossa, fosse adagiato sopra un tavolo del museo a pochi centimetri da
lei? Decise così di allertare il direttore della struttura, ma egli, che non doveva essere particolarmente ferrato in ittiologia,
identificò l’esemplare con una Cernia a macchie bianche (Epinephelus ongus), non cambiando opinione nemmeno quando
gli fu posto sotto al naso il libro con le illustrazioni degli estinti Celacantidi.
Così, nell’indifferenza di chi avrebbe dovuto essere il primo a riconoscere la straordinaria scoperta, Marjorie fece di tutto
per cercare di conservare il prezioso reperto. Disgraziatamente il museo non disponeva di un congelatore e tutte le persone
che interpellò si rifiutarono di aiutarla. Fu infine costretta a portare il pesce a casa propria, dove lo avvolse in fogli di
giornale imbevuti di formaldeide, una sostanza utilizzata per conservare i campioni biologici.
Avendo provvisoriamente messo al sicuro il campione, decise di rivolgersi all’unico amico che avrebbe potuto svelare
l’identità del pesce misterioso una volta per tutte: il professor James Smith.
Ma in quell’epoca priva di telefonini e di posta elettronica, comunicare con le persone distanti non era facile come lo è
oggi. Scrisse così una lettera allegando anche uno schizzo del pesce che aveva appena scoperto. I giorni però passavano
inesorabili senza ricevere risposte e l’inestimabile reperto stava iniziando a marcire.
Fu così costretta a prendere una decisione estrema: farlo imbalsamare. Ciò avrebbe significato perdere molte parti del
pesce, soprattutto gli organi interni, ma avrebbe permesso di conservarne almeno la pelle e parte dello scheletro.
La lettera di risposta di Smith, che arrivò soltanto il 9 gennaio, la informava con grande entusiasmo che le sue intuizioni
erano corrette e che si sarebbe personalmente recato al museo il 16 febbraio per esaminare personalmente il reperto:
«Questa scoperta sarà sulla bocca di tutti gli scienziati del mondo. Ho sempre pensato che un giorno uno di questi pesci
primitivi sarebbe riapparso».
Fu lo stesso Smith a redarre la descrizione scientifica della formidabile scoperta e decise di onorare Marjorie con uno tra i
più grandi riconoscimenti cui un amante della zoologia possa ambire, quello di avere il proprio nome associato a quello di
una specie. Il celacantide sopravvissuto entrò infatti nei libri di storia con il nome di Latimeria chalumnae.
Lo squalo dalle fauci giganti
Abbiamo appreso come molto spesso, ancora prima di essere scoperte dagli scienziati, numerose specie siano già ben
conosciute dalle popolazioni locali attraverso curiose leggende o da testimoni che ne abbiano fugacemente osservato un
esemplare. Esistono però anche molti casi in cui una nuova specie rappresenta una sorpresa assoluta. Questo accade
specialmente quando si esplorano luoghi non frequentati da alcun essere umano e tra questi vi sono sicuramente le
immense profondità degli oceani lontane dalle coste.
Accadde così che nel 1976, al largo delle isole Hawaii, uno strano pesce rimasto imprigionato in un’ancora calata da una
nave di ricerca americana fu portato accidentalmente in superficie. Si trattava di un imponente squalo lungo quasi cinque
metri, ma diverso da tutti gli altri sino ad allora conosciuti.
Gli scienziati studiarono il corpo dell’animale per ben sette anni prima di rendere nota al mondo la scoperta e l’imponente
creatura fu battezzata con il nome di Megachasma pelagios (grandi fauci delle profondità), divenendo in seguito conosciuto
in tutto il mondo come Megamouth.
Possiede una testa enorme, grande quasi la metà dell’intero corpo, un muso rotondo e occhi molto grandi. La sua bocca
gigantesca ospita decine di file di denti acuminati simili nella struttura a quelli dello squalo bianco (Carcharodon
carcharias), ma di piccolissime dimensioni e quindi inadatti a cacciare grosse prede. Questa enorme creatura, assieme allo
Squalo balena (Rhincodon typus) e allo Squalo elefante (Cetorhinus maximus) è infatti la terza specie conosciuta di squalo
a cibarsi di plancton.

La Latimeria (in alto) e lo squalo Megamouth


(in basso), due incredibili abitanti delle
profondità marine.
Pur avendo descritto le sue caratteristiche fisiche, gli scienziati conoscevano ancora davvero molto poco sul suo conto. Non
era infatti possibile sapere se viveva in altri mari del mondo oltre a quello in cui era stato trovato, né tantomeno svelarne le
abitudini. Ad alcuni di questi dubbi fu possibile rispondere soltanto nel 1990, quando per la prima volta nella storia si riuscì
a catturare un Megamouth vivo e a studiarlo per qualche tempo prima di lasciarlo libero di tornare nel suo habitat.
Così come era avvenuto anni prima per la sua scoperta, anche in questo caso la cattura fu del tutto accidentale. Il
pescatore Otto Elliot si accorse infatti che tra le sue reti per catturare pesci spada al largo della California era rimasto
intrappolato uno squalo che non aveva mai visto in sedici anni di attività. Resosi conto della sua indole pacifica lo liberò
dalle reti, ma prima assicurò la sua coda a una fune e procedendo a velocità molto bassa per non fargli del male, lo
trasportò nei pressi del porto di Dana Point, un centro abitato a nord di San Diego. Fu poi contattato il Museo di Storia
Naturale di Los Angeles, che accortosi dalle descrizioni di essere in presenza di un Megamouth, inviò immediatamente i
suoi esperti.
Non essendo possibile ospitare un animale del genere in cattività e per evitare di comprometterne la salute, fu deciso di
liberarlo il prima possibile, non prima però di avergli installato due piccoli trasmittenti sotto la pelle, in modo da poterne
monitorare gli spostamenti.
Grazie a questo espediente fu possibile capire come mai uno squalo tanto grande sembrava non essere mai stato avvistato
prima del 1976. Si scoprì infatti che era un “migratore verticale”, cioè un organismo che si sposta in superficie durante la
notte e all’alba ritorna nelle profondità marine.
Curiosità
Un “fossile vivente” conosciuto da tempo
Studiando la Latimeria il professor Smith scoprì che i nativi delle Isole Comore, situate tra Africa e Madagascar,
conoscevano questo “fossile vivente” da molto tempo prima degli scienziati. Era da loro chiamato Kombessa e le sue carni
non erano considerate pregiate, in quanto molto oleose e maleodoranti. In compenso però le sue squame così spesse e
ruvide, erano ottime per essere utilizzate come carta vetrata.
Il pesce che nuota al trotto
Il primo a riuscire a filmare la Latimeria nel suo ambiente fu il biologo marino Hans Fricke nel gennaio del 1987.
Utilizzando un mini sommergibile a due posti, scoprì che questi pesci frequentano le fenditure delle rocce vulcaniche a
circa 200 metri di profondità e possono nuotare sia in avanti che all’indietro, alternando il movimento delle pinne in modo
simile a quello delle zampe di un cavallo al trotto. Si scoprì anche che le loro strane pinne/zampe erano adibite
esclusivamente al nuoto e non, come si era ipotizzato, per “camminare” sul fondale.
Il signore del mare
Il 18 settembre del 1997 la naturalista Arnaz Mehta Erdmann e il biologo Mark V. Erdmann si trovavano in luna di miele a
Sulawesi, una grande isola dell’Indonesia. Durante una visita al mercato del pesce di Nanado videro uno strano animale
trasportato su un carrello. Avvicinandosi si accorsero che era in tutto e per tutto uguale alla Latimeria del Sudafrica, ma di
colore marroncino anziché bluastro. Scoprirono inoltre che i pescatori locali conoscevano l’animale con il nome di Raja
Ikan Laut Purba (signore del mare). Tra lo stupore del mondo, a pochi anni dal 2000, era stata così scoperta una seconda
specie attuale di celacanto.
Un mistero su cui fare luce
I biologi chiamano “bioluminescenza” il fenomeno attraverso il quale alcuni organismi viventi riescono a emettere una
sorgente luminosa. I più famosi sono sicuramente le lucciole, ma oltre a questi insetti anche molti animali marini sono in
grado di illuminare parti del proprio corpo. Questo riguarda in particolare le creature delle profondità marine. Per ogni
specie la bioluminescenza ha un utilizzo diverso, ma per chi vive negli abissi, dove la luce del sole non riesce ad arrivare e
regna un’oscurità perenne, questa funzione si rende molto utile per attirare le prede o per localizzare più facilmente
individui della stessa specie. Secondo alcuni biologi la parte inferiore della grande bocca del Megamouth sarebbe in grado
di illuminarsi, ma sino a oggi le analisi effettuate sugli esemplari trovati spiaggiati non sono riuscite a trovare nessuna
traccia dei cosiddetti “fotofori”, cioè di organi in grado di emettere luce.

13 Dal
topolino allo
yeti
Spesso si può imparare molto anche da ciò che non si trova
Marco Ciardi, Scienza e credenze
SO CHE SEMBRA STRANO, ma se non fosse stato per un topolino che entrò in casa mia quando ero bambino, probabilmente
questo libro non sarebbe stato mai scritto.
Arrivati a questo punto del nostro viaggio, attraverso antiche leggende del passato, spedizioni avventurose in zone remote
e scoperte di alcuni tra gli animali più incredibili che popolano il pianeta, un topolino può sembrare poca cosa, ma è una
storia che merita di essere raccontata, perché ogni avventura, grande o piccola che sia, comincia sempre con un primo,
piccolo passo.
Era una mattina come tante, quando aprendo l’anta di un mobile della cucina, vidi con la coda dell’occhio una piccola
macchia grigia schizzare via per poi scomparire in un lampo. Avvisai subito i miei genitori, ma né mia madre né mio padre
credettero alla mie parole. Non potendo fare altrimenti e non essendo affatto dispiaciuto che un animaletto gironzolasse
per casa, ripresi così le mie attività di tutti i giorni.
Le cose presero una svolta improvvisa soltanto qualche giorno dopo, quando aprendo un cassetto mio padre trovò che
alcuni documenti erano stati rosicchiati a puntino e dovette ammettere di trovarsi di fronte a una prova che ciò che avevo
raccontato corrispondeva al vero. Sollevato dal fatto di essere stato riabilitato e da quello (non secondario) di non essere io
il colpevole di quell’incidente domestico, non mi rimase altro da fare che attendere che l’intruso venisse catturato e
prendere le sue difese affinché fosse liberato sano e salvo nei campi.
Poco dopo questo episodio, mi imbattei per caso in un programma televisivo chiamato Italia Sera, restando affascinato da
un servizio che riguardava uno strano animale conosciuto con il nome di Yeti, che secondo alcuni viveva nascosto nelle
montagne dell’Himalaya. La cosa che mi colpì non fu soltanto l’eccezionalità di quella creatura, che veniva descritta come
una grande scimmia, ma anche il fatto che le poche persone che dicevano di averla vista, di norma non venivano credute.
Pensai così che, tutto sommato, a me era successa la stessa cosa quando dissi di avere visto un topo in cucina e iniziai a
provare simpatia per il povero Yeti incompreso verso la cui esistenza nessuno nutriva fiducia. Aiutato dal fatto che avevo da
poco imparato a leggere, cominciai così a sbirciare tutti i giornali e riviste che mi capitavano sottomano alla ricerca di
notizie su animali misteriosi da ritagliare e conservare.
Solo molti anni dopo, quando iniziai a studiare in modo più approfondito la storia della zoologia, mi accorsi che in questa
bizzarra attività ero stato preceduto da molte altre persone.
Il fascino delle antiche leggende rivelatesi avere una base di realtà e le avventurose scoperte delle nuove specie, di cui
abbiamo fatto conoscenza nelle pagine precedenti, aveva infatti risvegliato in diversi zoologi del Novecento l’interesse sui
racconti e le testimonianze moderne riguardanti animali straordinari che sembravano ancora sconosciuti alla scienza.
Il divulgatore scientifico Willy Ley, con il suo Dall’unicorno al mostro di Loch Ness pubblicato nel 1941, aveva contribuito a
diffondere diversi casi di quella che definì, non a torto, “zoologia romantica”, mentre anche zoologi professionisti come il
tedesco Ingo Krumbiegel iniziavano a interrogarsi sulle tradizioni e testimonianze dei nativi di alcune zone dell’Africa, che
parlavano di uno strano e temuto animale in grado di uccidere gli ippopotami. A dare a questi argomenti una eco su vasta
scala fu però il naturalista e scrittore americano di origini scozzesi Ivan Terence Sanderson.
Sanderson aveva collaborato con importanti istituzioni come il Museo Britannico di Storia Naturale e aveva guidato diverse
spedizioni in zone all’epoca poco conosciute di Nigeria, Guatemala e Malesia. Trasferitosi negli Stati Uniti dopo la Seconda
Guerra Mondiale, divenne in breve molto famoso grazie a frequenti interventi alla radio e alla televisione, oltre che alla
pubblicazione di articoli su riviste e quotidiani di grande diffusione. Con il tempo la sua inclinazione verso il fantastico lo
spinse tuttavia a formulare ipotesi ardite legate a una serie infinita di argomenti misteriosi, che andavano dagli ufo al
triangolo delle Bermuda, e ad allontanarsi dal metodo scientifico. Nonostante questo, un suo articolo del 1948 riguardante
la possibilità che nel cuore dell’Africa potessero essere sopravvissuti dei dinosauri, attirò la curiosità di un giovane zoologo
belga di nome Bernard Heuvelmans, che decise di dedicare la sua vita alla raccolta di informazioni da tutti gli angoli del
mondo riguardanti leggende e avvistamenti di animali insoliti.
Il suo scopo, molto ambizioso, era quello di applicare il metodo scientifico allo studio e alla ricerca di questi animali e
quando nel 1955 pubblicò Sulle tracce degli animali sconosciuti, il suo primo libro sull’argomento, questo divenne un
successo mondiale tradotto in numerose lingue.
Nasce la criptozoologia
Convinto che la ricerca di nuove specie da scoprire sulla base di leggende e testimonianze potesse diventare una disciplina
della zoologia, Heuvelmans battezzò questo nuovo campo di indagine con il nome di criptozoologia (scienza degli animali
nascosti).
Pur rifacendosi ad alcune basi concrete, come per esempio il fatto che animali come l’Okapi e il Varano di Komodo, a lungo
ritenuti leggendari, fossero stati infine davvero scoperti, il suo eccessivo ottimismo lo indusse anche a compiere errori
madornali.
Il più grande di questi fu senza dubbio quello di finire per credere che ogni leggenda fosse riconducibile con l’esistenza
reale di uno specifico animale, mettendo in secondo piano altre possibili spiegazioni. Così, agli occhi Heuvelmans, un
piccolo roditore apparentemente sconosciuto descritto in Africa del nord, aveva la stessa possibilità di esistere di un
mostro dall’aspetto di un rettile preistorico segnalato in alcuni laghi della Scozia.
Per questo motivo la criptozoologia, nonostante i buoni propositi, non è mai riuscita a essere considerata una scienza vera
e propria.
Ultimamente alcuni scienziati, come il paleontologo inglese Darren Naish, hanno iniziato a rivalutare questa disciplina,
spiegando che se affrontata con spirito critico, può rivelarsi utile per approfondire aspetti sulla psicologia umana e per
trovare una spiegazione all’origine di alcune leggende anche senza ricorrere per forza di cose all’ipotesi dell’esistenza
degli animali più disparati.
In effetti capire come svelare un mistero, anche quando la sua spiegazione reale non corrisponde a quella in cui
speravamo, può sempre insegnare qualcosa di utile. Ad esempio, vi siete mai chiesti come mai ancora oggi tante persone
credono all’esistenza dei “mostri”? A questa domanda tenteremo a breve di dare una risposta.

Il tilacino (Thylacinus cynocephalus) era un


carnivoro marsupiale estintosi in Tasmania
negli anni Quaranta, che molti criptozoologi
sognano un giorno di riscoprire in vita.
Purtroppo, nonostante i molti avvistamenti
che ancora oggi continuano a essere
segnalati, non sono mai emerse prove
concrete della sua sopravvivenza.

14 Il mistero
del lago
Strano spettacolo a Loch Ness
Il 14 aprile del 1933 i coniugi Aldie e John Mackay stavano viaggiando in automobile verso il piccolo villaggio scozzese di
Drumnadrochit costeggiando un grande lago che di lì a poco, proprio grazie a loro, sarebbe diventato famoso in tutto il
mondo.
All’improvviso la signora Mackay scorse un grosso animale simile a una balena emergere dalla superficie calma e piatta
dell’acqua, per poi rituffarsi provocando forti moti ondosi. Quanto accaduto giunse alle orecchie di Alex Campbell,
corrispondente locale del Corriere di Inverness, che decise di scrivere un articolo in merito, ma quando il pezzo fu
sottoposto al direttore, quest’ultimo disse che se l’animale che era stato osservato era davvero così grande, si doveva
trattare di un vero e proprio mostro e il testo fu modificato di conseguenza. Il lago costeggiato dai Mackay si chiamava
Loch Ness.
Nasceva così la leggenda del mostro più famoso di tutti i tempi.
Per gli amici Nessie
Il lago di Ness, o Loch Ness, si trova nelle Highlands, una regione montuosa della Scozia, a circa 16 metri sul livello del
mare e si è formato 10.000 anni fa, in seguito allo scioglimento dei ghiacciai. È lungo 36 km e largo appena due, ma
profondo oltre 200 metri, risultando così il lago della Gran Bretagna con il maggiore volume d’acqua.
Come altri laghi di quella regione, sin dall’inizio del XIX secolo era già una meta turistica molto apprezzata e popolare tra
la classe media inglese. L’affluenza si moltiplicò nel 1840 in seguito alla restaurazione del Canale di Caledonia, che
permetteva di imbarcarsi in crociere su battelli a vapore. Con il tempo divenne talmente visitato che nel 1900 fu raggiunto
dalla ferrovia delle Highlands.
Un numero altissimo di testimoni giura di
avere visto uno strano grande animale
nuotare nelle acque di Loch Ness.
In un simile scenario, risulta quindi chiaro il perché la notizia della presenza di un mostro nelle sue acque si sparse così
velocemente prima in Gran Bretagna e in seguito nel resto del mondo.
Dopo la pubblicazione dell’articolo di Campbell, si fecero avanti numerosi altri testimoni oculari e la fama del mostro
crebbe a tal punto che la stampa coniò per lui l’affettuoso nomignolo Nessie.
Attualmente, il numero di persone che nel corso degli anni ha dichiarato di avere visto qualche strana creatura nel lago,
ammonta a oltre 10.000. La maggior parte dei testimoni ha osservato delle grosse gobbe nere, simili per forma allo scafo di
una barca rovesciata, emergere dall’acqua, mentre altri hanno descritto un animale dal lungo collo sormontato da una
piccola testa: un’immagine che riporta alla mente il plesiosauro, un rettile preistorico estinto.
Una presenza antica
Secondo le persone fermamente convinte dell’esistenza di strani animali nel lago, i primi testimoni non furono i coniugi
Mackay, ma nientemeno che un santo e i suoi discepoli nel lontano 565 d.C.
Il santo in questione era Columba di Iona, monaco irlandese che contribuì a introdurre il cristianesimo in Scozia. Durante il
suo peregrinare decise di attraversare il fiume Ness, ma una volta giunto in prossimità della riva scoprì che alcune persone
del luogo stavano seppellendo un uomo che era stato aggredito e ucciso da una bestia acquatica sconosciuta. Incurante di
quanto riferitogli, chiese a un suo discepolo di attraversare il fiume a nuoto affinché andasse a recuperare un’imbarcazione
sulla sponda opposta. Il devoto non esitò a ubbidire, ma una volta entrato in acqua fu attaccato dalla creatura, che si
diresse verso di lui a fauci spalancate emettendo un pauroso ruggito. Il santo intimò allora alla bestia di allontanarsi e
questa fuggì via lasciando illeso l’uomo, che poté tornare sano e salvo dai propri compagni a bordo della barca.
La foto del dottore
Nell’agosto del 1933 un’altra coppia di coniugi, gli Spicer, dichiarò di avere osservato una strana creatura. Questa volta
non nelle fredde acque del lago, ma addirittura intenta ad attraversare la strada! Fu descritta simile a un drago o a un
animale preistorico, ma senza ulteriori dettagli oltre al fatto che sembrava possedere un grosso corpo e un lungo collo.
Un altro episodio simile si verificò nel gennaio del 1934, quando uno studente di veterinaria di nome Arthur Grant, disse
che una creatura lunga almeno sei metri, che gli ricordava un incrocio tra un plesiosauro e una foca, lo aveva quasi fatto
andare fuori strada.
Tre mesi dopo il medico londinese Robert Kenneth Wilson si stava dirigendo al lago assieme a un amico per trascorrere una
vacanza. Viaggiando a bordo della sua auto si accorse che qualcosa era emerso dall’acqua e riuscì a immortalare l’oggetto
con la sua macchina fotografica prima che si immergesse di nuovo. Lo scatto mostrava un lungo collo sormontato da una
piccola testa e fu pubblicato sui quotidiani di tutto il mondo, divenendo ben presto per molti la prova che forse, gli
avvistamenti di Nessie, non erano causati soltanto dal buon whiskey scozzese.
Il filmato di Tim Dinsdale
La leggenda era oramai consolidata e capace di attirare a Loch Ness non soltanto innumerevoli turisti da tutto il mondo,
ma anche veri e propri “cacciatori di mostri” pronti a raggiungere il lago con lo scopo preciso di scovarne l’elusivo
abitante.
Tra questi vi era Tim Dinsdale, un ingegnere aereonautico di Londra assolutamente deciso a girare un filmato di Nessie. A
questo scopo organizzò più di cinquanta viaggi al lago, durante uno dei quali, avvenuto nell’aprile 1960, si convinse di
essere finalmente riuscito nella formidabile impresa. Era un sabato mattina e mentre percorreva in automobile la strada
che costeggia il lago, scorse un grosso oggetto sulla superficie dell’acqua. Sapendo quanto sarebbe stato difficile riuscire a
filmare il mostro, Dinsdale aveva pensato a tutto, attrezzandosi in modo da non lasciare nulla al caso. A tale scopo aveva
rimosso dalla sua auto il sedile anteriore per il passeggero, in modo da montare un treppiede e potere così utilizzare la sua
cinepresa non appena se ne fosse presentata l’occasione. Questa scelta si rivelò azzeccata e dopo avere osservato il
misterioso oggetto attraverso un binocolo, si accorse che sembrava essere la schiena di un grande animale.
La gobba della creatura procedeva a zig zag immergendosi e tornando in superficie in rapide successioni. Quando si fu
completamente immersa, Dinsdale si diresse verso un punto dal quale osservare più da vicino l’incredibile spettacolo, ma
una volta arrivato si accorse che del mostro non vi era più traccia e che la superficie del lago era simile a uno specchio,
come se nulla fosse accaduto.
Tornato a Londra fece sviluppare la pellicola, ma il risultato finale lo deluse molto. Il filmato era infatti di pessima qualità e
non riproduceva i dettagli che aveva potuto osservare attraverso le lenti del binocolo. Inizialmente fu mostrato soltanto a
qualche amico e agli zoologi interessati, ma non passò molto tempo prima che la stampa venisse al corrente della cosa.
Così la sera del 13 giugno dello stesso anno, fu trasmesso dalla BBC, la più autorevole emittente televisiva della Gran
Bretagna. Le immagini generarono un grande interesse, tanto che la pellicola fu esaminata dai tecnici dell’aeronautica
militare britannica. Stando al loro verdetto, per via della sua velocità, l’oggetto non sembrava essere né un’imbarcazione,
né un sottomarino.
Il mostro e l’inventore
Nel decennio successivo la fama di Nessie non accennò a diminuire, con tanti altri testimoni che dichiararono di averlo
visto e tante altre presunte fotografie e filmati molto confusi che pretendevano di immortalarlo. Eppure, sebbene ancora
molto amato dal pubblico, il mostro non interessava particolarmente gli scienziati, che a parte qualche eccezione si erano
sempre dimostrati poco inclini a interessarsi al caso.
Le cose cambiarono all’inizio degli anni Settanta, quando entrò in scena l’avvocato e prolifico inventore Robert Harvey
Rines. Deciso a svelare l’identità di Nessie escogitò un approccio mai tentato prima: fotografarlo direttamente sott’acqua,
dove sembrava logico dovesse trascorrere la maggior parte del tempo.
Da notare che l’acqua del lago è davvero molto scura perché vi galleggiano grandi quantità di resti vegetali e fango
trasportati dai fiumi che vi affluiscono. Un sommozzatore in immersione già a pochi metri di profondità avrebbe difficoltà a
osservare le proprie mani, così riuscire a scattare fotografie subacquee a Loch Ness non era certo un’impresa all’ordine del
giorno.
Per aggirare il problema e riuscire a “vedere” i mostri furono utilizzate delle macchine fotografiche dotate di flash molto
potenti e collegate a un sonar, ossia di uno strumento che permette di rilevare la presenza di un oggetto sott’acqua grazie
alla trasmissione e ricezione di onde sonore, con un principio di funzionamento non diverso da quello che si riscontra in
natura in molte specie di cetacei, come ad esempio i delfini. Quando le onde sonore colpiscono un ostacolo, queste
rimbalzano indietro e raggiungono il ricevitore, che registra la presenza di un oggetto. L’idea di Rines era così quella di
fare scattare automaticamente flash e macchine fotografiche non appena il passaggio del mostro fosse stato individuato dal
sonar.
Il piano fu messo in atto nell’agosto del 1972 e i risultati furono a dir poco sbalorditivi. Due fotografie ritraevano infatti una
grande pinna, la cui lunghezza fu stimata maggiore di un metro, che sembrava diversa da quella di ogni animale fino ad
allora conosciuto.
Tre anni più tardi, nel mese di giugno, la squadra di Rines tornò a Loch Ness e anche questa volta riuscì a ottenere
fotografie piuttosto suggestive, anche se più confuse. Una di queste mostrava una sorta di testa con una bocca aperta e
delle protuberanze simili ai tentacoli di una lumaca, mentre la seconda sembrava ritrarre un corpo massiccio con
un’appendice a forma di pinna e munito di un lungo collo.
Le immagini colpirono anche il celebre naturalista Peter Scott, fondatore del WWF, che decise di dare un nome scientifico
al mostro di Loch Ness pubblicandone la descrizione sulle pagine della più importante rivista scientifica al mondo, Nature.
Il nome scelto per l’occasione fu Nessiteras rhombopteryx, cioè “mostro di Ness con una pinna a forma di rombo”.
Antiche leggende, testimoni a volontà, fotografie, filmati e persino una descrizione scientifica sulla più autorevole tra le
riviste specialistiche. A questo punto del racconto potremmo essere indotti a pensare che tutto sommato le prove a
sostegno dell’esistenza del mostro di Loch Ness siano davvero tante. Ma siamo sicuri che le cose stiano proprio così?
Il mostro di Loch Ness esiste davvero?
Quando vogliamo cercare di capire un mistero o presunto tale, dobbiamo innanzitutto porci le domande giuste.
Per prima cosa: se a Loch Ness vivono o vivevano davvero dei mostri, perché nessuno ne aveva mai sentito parlare prima
dell’avvistamento dei coniugi Mackay? Eppure come abbiamo visto, il lago era una località molto frequentata già dal 1800.
Abbiamo appreso che la prima testimonianza sembra avere origini molto antiche con San Columba, ma non possiamo
sapere quanto questa storia, scritta almeno un secolo dopo la morte del santo, possa essere attendibile. Oltretutto i fatti
narrati non si verificarono nemmeno nel lago, ma nel fiume Ness, che si trova qualche chilometro più a nord. Si tratta
certamente di una distanza tutto sommato accettabile e forse un tempo i presunti mostri erano più numerosi e vivevano in
un numero maggiore di luoghi, ma dopo questa cronaca non esistono più tracce di storie di strani animali a Loch Ness sino
al 1933.
Voci sulla presenza di creature simili ad animali preistorici nel lago risalgono soltanto al 1933, in concomitanza con l’uscita
nelle sale cinematografiche del film King Kong, che rappresentò uno dei maggiori eventi per la cultura popolare dell’epoca.
Oltre al celeberrimo gorilla gigante protagonista della pellicola, le scene mostravano infatti anche diversi dinosauri, tra cui
un Brontosauro (Brontosaurus sp.) emergere dall’acqua. Fu probabilmente questo film a giocare un ruolo importante sulla
fantasia e la percezione dei testimoni.
Un altro quesito che dobbiamo porci è se il lago contiene abbastanza risorse per nutrire una popolazione di grandi animali.
Non va infatti dimenticato che il mostro di Loch Ness non può essere soltanto uno. È infatti necessaria la presenza di
diversi esemplari che devono essersi riprodotti per continuare a sopravvivere nel corso dei secoli.
La vegetazione è molto limitata e quindi i mostri non potrebbero essere erbivori, perché non ci sarebbe per loro
abbastanza cibo. Inoltre, anche se le acque sono molte profonde, le fonti di nutrimento idonee per sfamare un grande
animale carnivoro, rappresentate da pesci come trote e salmoni, sono disponibili soltanto nei primi 30 metri di profondità.
È così stato calcolato che il lago potrebbe a stento sostenere una popolazione di venti predatori pesanti 100 kg ciascuno.
Volendo fare un paragone con animali conosciuti, significa che potrebbe sfamare al massimo sei foche adulte.
Come si spiegano allora i numerosi avvistamenti da parte di tanti testimoni? A questa domanda ha dato risposta il
naturalista Adrian Shine, che studiando Loch Ness dal 1973 conosce davvero molti dei suoi segreti.
Shine ha scoperto che quasi tutti gli avvistamenti del mostro sono avvenuti quando la superficie del lago era calma e piatta
e che è soprattutto in queste circostanze che si verificano fenomeni bizzarri, in grado di giocare brutti scherzi anche ai più
attenti osservatori. Tra questi il più comune è quello provocato delle onde create dal passaggio delle imbarcazioni, che
sono in grado di propagarsi per molto tempo senza essere percettibili all’occhio. Quando due di queste onde si incontrano,
danno vita a giochi d’acqua bizzarri, tra cui la formazione di gobbe che sembrano spostarsi contro corrente e che possono
essere scambiate per la schiena di un grande animale.
Sotto la superficie del lago possono formarsi inoltre delle forti correnti in grado di spostare gli oggetti inanimati in
superficie, come ad esempio grossi tronchi d’albero, che appaiono così dotati di vita propria.
Non va poi dimenticato che nei boschi vicini e sulle sponde vivono animali in grado di trarre in inganno i testimoni. Tra
questi vi sono le lontre che, nuotando in fila indiana, possono dare l’illusione di un grande serpente. Numerose sono state
le segnalazioni di un animale con una testa sormontata da due corte appendici terminanti in un bulbo. Simili avvistamenti
si sono registrati prevalentemente nei mesi estivi e benché possa sembrare strano, sono stati causati con tutta probabilità
da animali ben conosciuti, ma che comunemente non associamo all’acqua. Stiamo parlando dei cervi. Questi grossi erbivori
sono stati visti nuotare nel lago in più di un’occasione e i giovani cervi possiedono palchi non ancora ramificati e formati,
che possono dare in alcuni casi l’idea di antenne dalla cima arrotondata.
Non va poi dimenticato che tra gli altri animali conosciuti che di tanto in tanto visitano Loch Ness ci sono anche le foche
grigie (Halichoerus grypus). Si tratta dei più grandi pinnipedi che frequentano le coste scozzesi: possono superare i due
metri di lunghezza e raggiungere i 300 kg di peso. Nuotano aiutate dalle pinne e potrebbero essere di tanto in tanto state
fugacemente avvistate sia nelle acque del lago quanto sulla terraferma.
Come abbiamo visto i testimoni possono confondersi, ma cosa dire delle fotografie e dei video? Una macchina fotografica o
un sonar possono essere ingannati? La risposta è si, o meglio, fotografie e filmati possono essere falsificati
deliberatamente, oppure le apparecchiature possono essere utilizzate in modo sbagliato dando vita a degli errori di
interpretazione.
Ricordate la famosa foto del dottore? Fu ritenuta attendibile da molti perché il suo autore, un medico rispettato, era
considerato al di sopra di ogni sospetto, ma i giornali che la pubblicarono utilizzarono un ingrandimento dell’immagine
originale. Nello scatto completo è infatti possibile vedere come l’oggetto fotografato fosse in realtà davvero molto piccolo
ed è molto probabile che la fotografia in questione non sia altro che il frutto di uno scherzo.
E che dire del filmato di Dinsdale? A quell’epoca falsificare un video non era un’impresa facile come lo è oggi e inoltre fu
persino esaminato da esperti tecnici militari.
L’analisi in questione conteneva però alcuni errori di calcolo. Dinsdale infatti dichiarò che per non consumare subito la
pellicola, aveva interrotto la registrazione ogni volta che il mostro sembrava inabissarsi prima di riemergere. Nel calcolare
la velocità dell’oggetto filmato, i tecnici non tennero in considerazione questa cosa, ritenendolo più veloce di quanto
realmente fosse. Eseguendo invece un calcolo corretto la velocità dell’oggetto era simile a quella di un gommone a motore.
Poco dopo si scoprì che un abitante del luogo era solito fare un giretto in gommone proprio alla stessa ora e nello stesso
punto in cui Dinsdale girò il suo celebre filmato.
Anche le incredibili immagini subacquee di Rines in realtà nascondono qualcosa. L’idea di unire un sonar a una macchina
fotografica fu senza dubbio molto astuta, ma furono commessi degli errori prima di calare le attrezzature. La profondità
dell’acqua era infatti inferiore a quanto stimato e macchina fotografica e sonar colpirono il fondale del lago ribaltandosi. I
negativi originali che in teoria mostravano le famose pinne di Nessie furono inoltre pesantemente ritoccati: le immagini
reali erano in realtà molto confuse e ritraevano con tutta probabilità proprio una porzione di fondale fangoso.
Si scoprì poi che la fotografia della testa di Nessie ritraeva in realtà un tronco sommerso e che l’oggetto interpretato come
il corpo e collo del mostro probabilmente non era altro che un piccolo pezzo di legno molto vicino all’obiettivo fotografico.
Dopo tanti anni di ricerche e nessuna prova raccolta, l’interesse da parte del pubblico nei confronti del mostro di Loch
Ness è venuto a scemare a poco a poco, al punto che attualmente, nonostante il numero di turisti in visita alle Highlands
sia aumentato, i presunti avvistamenti di Nessie sono diventati rarissimi.
È proprio il caso di dire che a volte la suggestione è in grado di mostrarci anche ciò che non esiste.
Curiosità
Elementare Nessie
Nel 1970 uscì nelle sale cinematografiche il film La vita privata di Sherlock Holmes. La trama della pellicola vedeva il
celebre detective recarsi a Loch Ness, scoprendo che il famoso mostro altro non era che un piccolo sottomarino per uso
militare costruito dal governo britannico. Il mostro/sottomarino utilizzato per le riprese fu realizzato basandosi sulle
testimonianze più in voga e possedeva così un lungo collo e due grosse gobbe, che avevano anche la funzione di favorire il
galleggiamento dell’intera struttura. Il regista però non apprezzò il design della creatura, chiedendo che le gobbe
venissero rimosse. Il suo desiderio fu esaudito, ma il mostro artificiale si inabissò nel lago senza lasciare traccia di sé per
oltre 50 anni. Fu ritrovato soltanto nell’aprile del 2016, grazie a un piccolo sottomarino telecomandato di una compagnia
norvegese ingaggiata per monitorare il fondale del lago.
Il tunnel segreto
Un luogo comune piuttosto diffuso è che il fondale e le sponde di Loch Ness siano disseminati di grotte subacquee nelle
quali i “mostri” trovano rifugio e che esistano addirittura veri e propri tunnel sotterranei che collegano il lago al mare. Il
problema principale è che tunnel e caverne sono tipici delle aree caratterizzate da rocce calcaree solubili, totalmente
assenti a Loch Ness, le cui sponde sono formate invece da insolubili rocce scistose. Va inoltre aggiunto che in oltre 30 anni
di ricerche, caverne e tunnel non sono mai stati scoperti all’interno del lago e la loro esistenza è quindi altamente
improbabile.
Il ricercatore burlone
Alla fine degli anni Settanta il ricercatore Adrian Shine escogitò un esperimento per mettere alla prova la capacità di
giudizio delle persone che arrivavano a Loch Ness ansiose di scorgere il mostro.
Utilizzò allo scopo un palo di legno lungo e diritto che unì a una puleggia e a una corda. Poi calò il tutto in acqua a una
certa distanza dalla riva. In condizioni normali il palo restava completamente sommerso, ma allentando la corda si poteva
fare in modo che spuntasse dall’acqua dando l’idea di un animale in emersione. I visitatori venivano condotti sulla riva e
lasciati soli per qualche tempo, dopodiché il mostro di legno di Shine faceva una breve apparizione.
Quando una persona segnalava l’avvistamento, veniva invitata a sedersi e a tracciare uno schizzo di quello che aveva visto.
Benché il palo non avesse alcuna sporgenza, Shine scoprì che un numero significativo di testimoni disegnava una testa
minuscola all’estremità di un lungo collo. Le persone sapevano quale aspetto doveva avere Nessie e disegnavano quello che
si aspettavano di avere visto e non quello che era apparso loro in realtà.

15 L’ultimo
dinosauro
Il mostro delle paludi
Nel mese di febbraio del 1905, presso il Museo di Storia Naturale di New York, ebbe luogo un evento destinato a fissare
per molto tempo nell’immaginario collettivo l’aspetto dei dinosauri. Per la prima volta nella storia fu infatti esibito al
pubblico lo scheletro completo di un brontosauro e in tutto il mondo iniziò a diffondersi l’interesse e la meraviglia nei
confronti di questi giganti del passato. I brontosauri appartengono al gruppo dei dinosauri sauropodi, cioè dotati di cinque
dita, del quale facevano parte specie che spaziavano dai 4 ai 35 metri di lunghezza.
All’epoca la paleontologia era una disciplina ancora agli albori e gli scienziati del museo dovettero faticare non poco per
capire come assemblare nel miglior modo possibile le ossa del mastodontico animale. Si basarono così su lucertole e
coccodrilli per cercare di capire come i muscoli di questi ultimi fossero attaccati alle ossa, utilizzandoli come modelli. Il
risultato finale fu un bestione con le zampe arcuate e una pesante coda strisciante sul terreno.
In quegli anni, oltre all’interesse per i grandi animali estinti del passato, la società occidentale era attirata anche dai
giardini zoologici, che rappresentavano gli unici luoghi nei quali per la maggior parte delle persone era possibile osservare
da vicino gli animali esotici provenienti dai Paesi lontani. La struttura più famosa e apprezzata era quella del tedesco Carl
Hagenbeck, il più noto mercante di animali della storia, che nel 1907 inaugurò il primo zoo privo di gabbie, nel quale gli
animali venivano ospitati in aree che cercavano di riprodurre i loro ambienti naturali.
Hagenbeck non era uno zoologo professionista, ma riusciva spesso a esibire per primo esemplari di cui a volte anche gli
scienziati ignoravano l’esistenza. Infatti, se giungevano alle sue orecchie voci sull’esistenza di un animale insolito o
curioso, inviava immediatamente sul campo uno dei tanti esploratori e naturalisti al suo servizio. Il loro compito era quello
di raccogliere le testimonianze delle popolazioni indigene per scoprire se la creatura in questione esisteva davvero, e in tal
caso, catturarne degli esemplari. In questo modo fu scoperto l’ippopotamo pigmeo della Liberia (Hexaprotodon liberiensis),
sino ad allora ritenuto il frutto della fantasia dei nativi.
Hagenbeck, quindi, più di chiunque altro nell’Europa dell’epoca, era a conoscenza di storie e leggende su animali
misteriosi provenienti da tutto il mondo. Così, quando nel 1909 dichiarò che i suoi collaboratori gli avevano parlato di un
grande animale «per metà elefante e per metà drago», che viveva nelle zone paludose dell’Africa centrale e che a suo
avviso poteva trattarsi di un brontosauro sopravvissuto all’estinzione, i giornali di tutto il mondo riportarono la notizia
scatenando una vera “dinosauro mania”. Molti non avevano dubbi che presto Hagenbeck avrebbe esibito nel suo zoo un
dinosauro in carne e ossa e attesero con il fiato sospeso l’esito delle spedizioni africane a caccia della misteriosa creatura.
Purtroppo, gli esploratori che si cimentarono nell’impresa non riuscirono a stanare nessun dinosauro (molti di loro a dire il
vero, non riuscirono nemmeno a raggiungere i luoghi che le leggende volevano esserne la dimora) e la febbre per il
brontosauro si affievolì poco a poco.
La caccia ricomincia
Le cose cambiarono nel 1941, quando lo scrittore Willy Ley rese pubblica una relazione sull’esplorazione del Camerun da
parte del governo tedesco avvenuta nel 1913. Il suo autore era il Capitano Ludwig Freiherr von Stein zu Lausnitz e nel
rapporto si parlava di un essere assai misterioso conosciuto dagli indigeni del Congo con il nome di Mokele-mbembe.
Secondo il documento questo animale era diventato molto raro e ne erano rimasti soltanto pochi esemplari. Era descritto di
colore grigio, con la pelle liscia e grande quanto un elefante o un ippopotamo (gli elefanti che vivono nelle foreste
dell’Africa centrale e occidentale sono più piccoli di quelli che vivono nella savana). Possedeva un collo molto lungo e una
coda possente come quella dei coccodrilli. Si nutriva solo di vegetali e il suo cibo preferito era un frutto simile a una mela,
che cresceva su una liana dai grandi fiori bianchi contenenti una linfa della consistenza del latte. La spedizione fu però
interrotta per via dello scoppio della Prima Guerra Mondiale e gli esploratori non riuscirono a visitare le zone dove si
diceva vivesse ancora questa creatura.
Molte leggende dell’Africa Centrale parlano
di un misterioso animale dei fiumi, metà
drago e metà elefante, che somiglierebbe a
un dinosauro sauropode.
Altre informazioni su questo animale, il cui nome è una parola bantu della Repubblica Democratica del Congo che significa
“colui che blocca il corso dei fiumi”, furono raccolte e pubblicate dallo zoologo Bernard Heuvelmans, che dichiarò che una
creatura simile era segnalata anche nell’alto Bacino del Congo, nella Repubblica Democratica del Congo, in Gabon,
Camerun e Repubblica Centrafricana.
Ley e Heuvelmans non si recarono in Africa centrale per investigare personalmente queste leggende, ma nel 1972
l’erpetologo (zoologo specializzato nello studio dei rettili) James H. Powell, decise di recarsi in Gabon per indagare.
A tale scopo aveva portato con sé diverse illustrazioni e quando mostrava immagini di animali che vivevano in Africa, come
il coccodrillo o il gorilla, gli abitanti dei villaggi riconoscevano i disegni. Quando invece mostrava immagini di animali che
non vivevano in Africa, come orsi o cammelli, le persone dicevano di non conoscerli. Quando mostrò le illustrazioni di un
brontosauro da un libro sui dinosauri, alcuni interlocutori dissero che si trattava di un animale molto raro, che solo poche
persone avevano visto. Viveva nelle paludi più remote e nei fiumi più profondi e il suo cibo preferito erano i frutti di una
strana pianta chiamata dai locali “cioccolato della jungla”.
I resoconti del suo viaggio furono letti da un altro grande appassionato di animali misteriosi, il biologo Roy Mackal
dell’Università di Chicago. Mackal era un fervente sostenitore dell’esistenza del mostro di Loch Ness e così non perse
tempo nel lanciarsi all’inseguimento del Mokele-mbembe.
Nel 1980 si recò in Congo assieme a Powell, passando un mese a Impfondo, una città a nord est del Paese che sorge lungo
il grande fiume Ubangi. Con l’aiuto di un interprete interrogarono diverse persone, venendo a sapere che gli abitanti delle
rive di un lago chiamato Tele, pescavano solo in prossimità della costa, come se avessero paura di qualcosa.
Ikolé Marien, nativo del villaggio di Minganga, a nord ovest del lago Tele, parlò loro di una zona della foresta nella quale
non si recava mai nessuno perché ritenuta abitata da un grande animale. Non aveva mai visto un Mokele-mbembe, ma in
base alle descrizioni fornitegli dai suoi famigliari identificò i disegni di un diplodoco (un dinosauro sauropode) come
somiglianti alla creatura.
Incontrarono anche un testimone che disse di avere visto un Mokele-mbembe con i propri occhi. Si trattava di un anziano
originario della città di Epena, che da ragazzo, nel 1940, stava scendendo in piroga lungo il fiume Likouala, quando
all’improvviso la schiena di un grande animale dal colorito rossastro emerse dall’acqua per circa due metri. L’anziano era
sicuro che non si trattava di un ippopotamo e aggiunse che a Epena vivevano altre persone che lo avevano visto.
L’aneddoto che più incuriosì i due scienziati fu riferito da Miobe Antoine, capo della polizia di Impfondo. Secondo lui nel
1959 un Mokele-mbembe era stato ucciso nel lago Tele in prossimità di uno dei numerosi accessi che lo collegano con il
fiume Bai. L’animale possedeva un lungo collo e una lunga coda.
Epena e il lago Tele divennero così le prossime mete del loro viaggio. Prima di partire si recarono però presso una profonda
pozza del fiume Ubangi, che secondo un’antica tradizione locale era stata per lungo tempo la dimora di uno di questi
animali. Qui trovarono ad attenderli una gradita sorpresa...
Dal cioccolato della jungla al lago Tele
Lungo le rive crescevano in abbondanza liane dai fiori bianchi e dalla linfa lattiginosa, con frutti simili a mele. Si trattava
sicuramente della pianta descritta dal Capitano von Stein nella sua relazione! Scoprirono che era chiamata malombo e fu
identificata con una specie presente in molte parti dell’Africa. Poteva quindi corrispondere al “cioccolato della jungla” di
cui Powell aveva sentito parlare in Gabon. Per la prima volta, dai vaghi racconti sul Mokele-mbembe, sembrava emergere
un dato concreto e concordante. Se il cibo preferito della creatura esisteva davvero, anche il misterioso animale poteva
essere reale? Con questo enigma da svelare i due avventurosi zoologi proseguirono il loro viaggio.
La marcia verso il lago si rivelò però difficoltosa. Il piccolo aereo su cui avrebbero dovuto imbarcarsi per accorciare il
tragitto non era più operativo e la spedizione dovette spostarsi a piedi con l’aiuto di guide pigmee. L’impresa fu ardua
perché l’unica via possibile era attraversare un’estesa palude, ci vollero due giorni. Raggiunsero infine Epena a bordo di
piroghe, dove raccolsero altre informazioni promettenti, che sembravano confermare le storie raccolte in precedenza:
Mateka Pascal, pescatore presso il lago Tele, li informò che da bambino era venuto a sapere che i pigmei del luogo avevano
ucciso un grande animale che era entrato nel lago dal ramo paludoso di un fiume in cui viveva.
A questo punto diventava imperativo cercare di rinvenire ossa o altri resti dell’animale ucciso, se non addirittura di
osservarne uno in carne e ossa. Ma il lago Tele, nonostante fosse ad appena 30 chilometri in linea d’aria da loro, era
circondato da paludi impossibili da attraversare. L’unica via agibile per raggiungerlo era scendere il fiume Likouala verso il
villaggio di Boha e poi attraversare le foreste a nord ovest. Questo viaggio avrebbe richiesto sei giorni, ma la spedizione
doveva lasciare il Paese entro una settimana per la scadenza dei permessi di soggiorno.
Mackal non si diede per vinto e l’anno seguente organizzò un nuovo tentativo. Il gruppo partì per l’Africa alla fine di
ottobre per evitare la stagione delle piogge, ma nonostante una permanenza di tre mesi, anche questa volta non riuscì ad
arrivare a destinazione e non fu possibile ottenere alcuna prova concreta sull’esistenza del mitico animale.
Lo scienziato sognatore non tornò più in Congo, ma altre spedizioni si succedettero alla sua. Alcune di queste arrivarono
sino al lago Tele, ma solo per scoprire che la popolazione del luogo non aveva alcun timore di pescare nelle sue acque e che
per la maggior parte degli abitanti della zona Mokele mbembe non era niente più che uno spirito e non una creatura in
carne e ossa.
Mokele-mbembe esiste davvero?
Certamente l’idea di un dinosauro sopravvissuto ai nostri giorni è elettrizzante, ma per prima cosa dobbiamo chiederci
quante possibilità ci sono, ammesso esista davvero, che il Mokele-mbembe possa essere davvero un sauropode.
Il primo grande problema è che i dinosauri si sono estinti da 65 milioni di anni a causa di importanti cambiamenti
ambientali e climatici dovuti all’eruzione di numerosi vulcani e all’impatto di un grande meteorite in quello che oggi è il
Golfo del Messico. Ma Willy Ley e Roy Mackal erano ugualmente molto fiduciosi e ponevano enfasi sul fatto che l’Africa
Centrale era rimasta quasi inalterata nel corso dei millenni, rappresentando quindi un luogo ideale per dare rifugio
all’ultimo dinosauro sopravvissuto. La realtà dei fatti è però diversa e anche l’Africa, come tutte le zone della Terra, è stata
soggetta a svariati cambiamenti geologici e climatici. Il fatto che sia stata per lungo tempo inesplorata, non significa
necessariamente che possieda zone rimaste tali e quali dalle epoche preistoriche.

Il ritratto classico dei dinosauri sauropodi in


base alle conoscenze scientifiche del
Novecento (illustrazione di Zdenek Burian,
1956).
Dobbiamo poi porci un’altra domanda: quanto sappiamo davvero sul Mokele-mbembe e quanto queste informazioni sono
compatibili con un brontosauro? Innanzitutto è necessario comprendere che cosa il Mokele-mbembe è per i nativi. Le
informazioni raccolte nel corso degli anni sono davvero molto poche, perché soltanto una minima parte delle persone
intervistate aveva sentito parlare dell’animale o dichiarò di averne visto uno. Per la maggior parte di loro si trattava di una
leggenda e quel poco che ci è dato sapere è riferibile a un animale dal lungo collo, che passa la sua vita immerso nell’acqua
e si nutre di piante che crescono lungo le rive di fiumi e paludi.
Questo quadro si sposa abbastanza con il ritratto che la paleontologia aveva fatto dei sauropodi nelle prime decadi del
1900, ma oggi sappiamo che non collima con le moderne conoscenze scientifiche.
Questi animali non erano dei lenti bestioni legati all’acqua che si spostavano pigramente trascinando la coda, ma vivevano
in zone asciutte ed erano in grado di muoversi agilmente, tenendo la coda e il collo paralleli al terreno. La loro dieta
inoltre, sebbene erbivora, comprendeva principalmente conifere e felci.
Sappiamo però che le illustrazioni di sauropodi mostrate da Powell ai locali venivano da loro attribuite al Mokele-mbembe,
mentre animali come orsi e cammelli non erano invece da loro riconosciuti. Questo può definirsi una prova?
Approfondendo la questione emergono elementi sospetti. Ad esempio, quando furono mostrate illustrazioni di pterosauri ai
nativi, quest’ultimi li identificarono come pipistrelli, mentre un’immagine del tirannosauro (Tyrannosaurus rex) fu
identificata con un pangolino.
I pangolini sono mammiferi molto particolari il cui corpo è quasi completamente rivestito da una vera e propria armatura di
scaglie che ricordano nella forma quelle dei pesci. Possiedono inoltre una robusta coda e una lingua molto allungata e
sinuosa, che utilizzano per catturare formiche e termiti. Le specie più grande, il pangolino gigante (Manis gigantea), può
raggiungere i 140 cm di lunghezza e un peso di circa 30 kg. A prima vista questo animale non assomiglia per niente a un
tirannosauro, ma di tanto in tanto si rizza sulle zampe posteriori, potendo forse ricordare in questo modo la postura di un
dinosauro bipede.
Secondo le leggende Mokele-mbembe possiede un lungo collo e vive in acqua, ma non esistono molte altre informazioni sul
suo aspetto. È quindi normale che i nativi lo identifichino con un disegno che si avvicina abbastanza a quanto conoscono.
Va comunque aggiunto che paradossalmente, alcune spedizioni successive a quelle di Mackal non avevano ottenuto
riscontri positivi quando le raffigurazioni mostrate ai nativi ritraevano sauropodi sulla terra ferma invece che in acqua.
È quindi più che lecito supporre che quella di Mokele-mbembe sia una leggenda che ha poco a che fare con la
sopravvivenza dei dinosauri e prima ancora di chiederci cosa un simile animale potrebbe essere, dovremmo domandarci
piuttosto se esiste realmente.
Curiosità
Il lago e l’uccello di fuoco
Anche se non è la dimora dell’ultimo dinosauro, il lago Tele possiede caratteristiche uniche e ancora misteriose. Si tratta di
uno specchio d’acqua di forma quasi perfettamente ellittica, al centro di un’immensa foresta paludosa di milioni di ettari.
La sua profondità media è di circa 2,5 metri e la sua origine è sconosciuta. Secondo le leggende bantu e pigmee, si sarebbe
formato in seguito alla caduta dal cielo di un “uccello di fuoco”. Questo combacia in un certo senso con quanto scoperto nel
1992 da una spedizione franco-congolese che, effettuando misurazioni e analisi, registrò delle anomalie magnetiche
compatibili con la caduta di un meteorite.
Il biologo e il dinosauro
Nel 1983 il governo congolese decise di finanziare una ricerca del Mokele-mbembe presso il lago Tele e la spedizione fu
guidata da Marcellin Agnagna del Giardino Zoologico di Brazzaville. Dopo due giorni di osservazioni e nessun
avvistamento, il biologo decise di filmare la fauna della foresta che circonda il lago. A un certo punto qualcuno cominciò a
gridare indicando l’acqua e le persone giunte sul posto videro qualcosa che sembrava un animale con una grande schiena e
un lungo collo. Per l’emozione Agnagna iniziò a filmare con il coperchio della telecamera ancora sopra alla lente e quando
si accorse dell’errore, purtroppo, la pellicola era terminata.
Diversi anni dopo lo scrittore britannico Redmond O’Hanlon raggiunse il lago e intervistando i presunti testimoni di allora,
scoprì che nessuno di questi era al corrente dell’episodio. Altri invece gli dissero che si trattava di una bugia architettata
per organizzare spedizioni a pagamento alla ricerca del Mokele-mbembe.
Una dieta mostruosa
La spedizione Mackal del 1981 raccolse in Congo numerosi frutti di diverse specie di malombo, il “cioccolato della jungla”.
Alcuni di questi furono sottoposti a esami del valore nutrizionale, con lo scopo di scoprire se fossero stati in grado di
soddisfare il fabbisogno alimentare di un grosso erbivoro della foresta tropicale. Risultò che avevano un basso contenuto di
fibre (8,5%) e proteine (7,9%) e un alto contenuto di carboidrati (72,2%). Non proprio l’ideale per essere il cibo principale
alla base della dieta di un animale di grandi dimensioni.
Le pietre di Ica
Nel 1966 a Ica, una piccola città che si trova nella costa meridionale del Perù, un medico di nome Javier Cabrera Darquea
ricevette in dono una piccola pietra recante l’incisione di un pesce. Si convinse che l’artefatto era molto antico e cominciò a
chiedere informazioni alla popolazione locale. Le voci si sparsero presto e i nativi iniziarono a contattarlo dicendogli di
possedere delle pietre simili che avrebbero potuto vendergli.
Con sua enorme sorpresa si accorse che recavano incisioni di brontosuari, tirannosauri, triceratopi, stegosauri e altri
animali estinti. Poteva essere la prova che un’antica civiltà si era imbattuta in dinosauri viventi?
Darquea, che nel frattempo si era appassionato così tanto alle pietre fino ad acquistarne circa quindicimila (!), aprì un
museo per esporle al pubblico, ma tutti i dinosauri raffigurati erano uguali alle ricostruzioni tipiche degli anni Sessanta e
non collimavano con le moderne conoscenze scientifiche. Successive indagini hanno dimostrato che le incisioni delle pietre
erano recenti e il principale fornitore confessò di averle realizzate prendendo spunto da libri, riviste e fumetti.

16 Il non così
abominevole
uomo delle
nevi
Impronte misteriose
Leggende riguardanti strani “uomini selvatici” che vivono nei boschi e nelle montagne lontano dalla civiltà hanno origini
antichissime e sono diffuse in quasi tutto il mondo, Italia compresa. Il rinnovato interesse per queste tradizioni ormai
dimenticate iniziò a destarsi timidamente alla fine dell’Ottocento, sino a dilagare in modo vero e proprio nella metà del
1900, quando gli europei iniziarono a esplorare remote zone dell’Asia le cui frontiere erano prima inaccessibili agli
stranieri. Capitava così che in alcuni casi, i diari di queste missioni riportassero aneddoti riguardanti episodi alquanto
misteriosi relativi al ritrovamento di impronte simili a quelle degli esseri umani.
Il primo di cui siamo a conoscenza è contenuto in una relazione del 1885 scritta dall’inglese Colman Macaulay, che stava
attraversando il Sikkim, uno stato dell’India tra le montagne dell’Himalaya, quando una delle sue guide attirò l’attenzione
su grandi impronte che attraversavano la superficie nevosa per una lunga distanza. Disse che si trattava delle tracce degli
uomini selvaggi che vivevano sui monti e aggiunse che la gente del luogo non viaggiava mai sola la notte tanto ne era
spaventata.
Qualche anno più tardi anche il suo connazionale Laurence Waddell riportò di avere scoperto enormi impronte sulla neve
dirette verso le vette a nord est del Sikkim: «Sembravano le impronte dei selvaggi uomini pelosi che si crede vivano tra le
nevi eterne. La credenza in queste creature è diffusa in tutto il Tibet».
Queste storie iniziarono a diffondersi con grande vigore in occidente a partire dal 1921, quando il giornalista Henry
Newman intervistò i membri della prima spedizione organizzata allo scopo di cercare un percorso per riuscire a
raggiungere la cima dell’Everest, la montagna più alta del pianeta. I portatori locali riferirono che la misteriosa creatura
era chiamata Metoh Kangmi, che il giornalista tradusse in “abominevole uomo delle nevi”. Un nome così evocativo colpì
molto la fantasia popolare e contribuì a fare in modo che un’antica leggenda di un paese lontano venisse ripresa dai
giornali di tutto il mondo.
Quello che ancora mancava affinché la curiosità verso l’uomo delle nevi passasse a un livello successivo, cioè qualcosa di
più tangibile di semplici racconti, arrivò nel 1951, quando fu diffusa la fotografia molto chiara di una sua presunta
impronta. L’immagine fu scattata dall’alpinista Eric Shipton su un ghiacciaio del monte Gauri Sankar, al confine tra Nepal e
Tibet.
Shipton si trovava assieme al medico Micheal Ward e allo sherpa Sen Tensing quando si imbatté in una serie di impronte
molto chiare che furono seguite per circa 1.600 metri, sino a quando si interruppero in prossimità di un crepaccio. Chi
aveva impresso quelle orme aveva però attraversato con un balzo la voragine proseguendo il suo cammino: «era
perfettamente visibile il punto in cui la creatura aveva saltato e usato le dita per assicurarsi la presa sulla neve nel ciglio
opposto».
Per la prima volta il mondo iniziò a domandarsi seriamente se le incredibili leggende degli sherpa avessero un fondo di
verità.
Gli abominevoli tre
Quando furono organizzate le prime spedizioni con lo scopo preciso di indagare sul misterioso abitante dell’Himalaya, si
scoprì che le popolazioni locali utilizzavano svariati nomi per descrivere quelli che sembravano non uno, ma addirittura tre
diversi tipi di “uomini delle nevi”.
1. Yeh-teh, il piccolo yeti
Se esistesse davvero, il “piccolo yeti”
troverebbe nelle valli del Nepal tanti posti per
nascondersi e tante cose da mangiare!
L’animale chiamato Yeh-teh (di cui la diffusissima parola yeti è la “traduzione” occidentale) dagli sherpa nepalesi, era
descritto come una scimmia dal pelo rossiccio, alta come un bambino di 10 anni e dalla testa conica. Secondo i testimoni si
muoveva prevalentemente a quattro zampe, ma in alcune circostanze, ad esempio quando si spostava sulla neve, poteva
camminare come un uomo. Lo Yeh-teh, che significa “animale delle rocce”, o secondo altre interpretazioni “piccolo animale
simile all’uomo”, vivrebbe nelle foreste del Nepal orientale e si avventurerebbe ad alta quota soltanto per spostarsi da una
valle all’altra alla ricerca di cibo.
La sua figura sembrerebbe essere legata a un episodio piuttosto interessante, perché ebbe come protagonisti gli zoologi
Edward Cronin e Jeffrey McNeely, che nel dicembre del 1972 stavano studiando le foreste della Valle di Arun, in Nepal
orientale. Quest’area di difficile accesso, riparata tra i torreggianti massicci dell’Everest e del Kanchenjunga (la terza
montagna più alta del mondo), prima di allora non era mai stata studiata dagli scienziati. Il giorno 17, accompagnati da due
portatori sherpa raggiunsero una cima a 3700 metri e si accamparono. Poco prima dell’alba il medico della spedizione uscì
dalla tenda e si accorse della presenza di strane impronte, che indicavano che qualcuno, o qualcosa, aveva visitato
l’accampamento durante la notte. Le orme, lunghe circa 23 centimetri e larghe 12, possedevano cinque dita e l’alluce,
proprio come quello delle scimmie, non era allineato alle altre, ma divergente. Cronin e McNeely non seppero attribuirle a
nessun animale da loro conosciuto e da quel giorno si convinsero dell’esistenza dello yeti.
2. Dzu-teh o Nyalmo, il grande yeti
Lo Dzu-teh (nome tibetano) o Nyalmo (nome utilizzato in Nepal) sarebbe invece un vero e proprio gigante, alto più di 2
metri, che vivrebbe in Tibet orientale e lungo il confine tra Tibet e Nepal. Il suo pelo varierebbe dal biondo al marrone e
camminerebbe sempre in posizione eretta come un uomo. Le sue impronte sono descritte come simili a quelle di un grande
piede umano nudo, ma il suo aspetto ricorda quello di una scimmia. Le impronte scoperte da Shipton nel 1951
appartenevano a questo colosso?
Ma se così fosse, quale tipo di creatura potrebbe imprimere sulla neve tracce del genere?
A questa domanda cercò di rispondere lo zoologo Bernard Heuvelmans, che da grande sostenitore dell’esistenza dello yeti
formulò un’ipotesi affascinante, basata su di una formidabile scoperta paleontologica avvenuta in Cina meno di vent’anni
prima il ritrovamento delle impronte da parte di Shipton.
Nel 1934 il geologo olandese Ralph von Koenigswald si trovava a Hong Kong e decise di visitare le farmacie tradizionali
della città per curiosare tra gli insoliti reperti messi in vendita. Sapeva infatti che tra questi ultimi era possibile trovare
anche frammenti fossili di animali estinti etichettati come “ossa di drago”. Enorme fu però la sua sorpresa quando da
un’urna contenente dei denti emerse un molare molto simile a quello degli esseri umani, ma grande il doppio di quello di
un gorilla!

Il grande yeti, chiamato Nyalmo o Dzu-teh,


sarebbe un vero e proprio gigante delle nevi.
Si scoprì in seguito che era appartenuto a una scimmia gigantesca estintasi circa 300.000 anni fa, che fu chiamata
gigantopiteco (Gigantopithecus blacki). Imparentata con l’orango, viveva in India, Vietnam, Cina e Indonesia e si nutriva di
frutta e bamboo.
Nella mente di Heuvelmans si era così fatta largo l’idea che questo straordinario primate non si fosse completamente
estinto, ma che un esiguo numero di individui fosse sopravvissuto trovando rifugio dall’uomo sulle montagne dell’Himalaya,
dando così vita alle leggende sui giganti delle nevi.
3. Ban-manche, l’uomo selvatico
Tra i diversi tipi di yeti che si aggirerebbero tra le montagne dell’Asia è probabilmente il Ban-manche (in nepalese “uomo
della foresta”) o Mi-go (in tibetano “uomo selvatico”) a rappresentare il mistero più affascinante. Non è infatti descritto
come una scimmia, ma come un uomo ricoperto di pelo. Nella valle di Langtang, in Nepal centrale, le storie sul piccolo yeti
rossiccio sono poco conosciute, ma molte persone dei villaggi mi parlarono dei Ban-manche, che a volte indicavano anche
come “l’altra gente”.
La peculiarità di questa tipologia di yeti consiste nel fatto che le storie sul loro conto non esistono soltanto lungo tutta la
catena dell’Himalaya, ma provengono anche dalle montagne del Caucaso, dalla Mongolia e da molte zone della Russia.
Inoltre, le varie popolazioni dell’Asia, nonostante le distanze e le differenti lingue e culture, descrivono questi esseri
selvatici in un modo sorprendentemente omogeneo. Sarebbero alti dai 160 ai 180 cm con un volto caratterizzato da arcate
sopraccigliari molto sporgenti, mentre il mento è invece poco pronunciato. Ogni tanto utilizzano rudimentali strumenti
come pietre e bastoni, ma non conoscono l’uso del fuoco e dormono in rifugi naturali senza costruire abitazioni. Mentre
secondo i nepalesi questi uomini sono ormai scomparsi da molto tempo, in alcune zone dell’Asia i loro presunti
avvistamenti hanno continuato a registrarsi sino in epoca moderna.
La medica chirurga russa Marie Jeanne Koffmann aveva sentito raccontare storie sugli uomini selvatici sin da bambina, ma
non aveva mai ritenuto che fossero degne di interesse. Soltanto in seguito, quando nel 1947 si arruolò nell’esercito
divenendo comandante di un plotone in Caucaso, iniziò a interessarsene per via delle numerose segnalazioni delle
popolazioni locali che riguardavano esseri umanoidi chiamati almasty. Dedicò oltre 30 anni nel tentativo di riuscire a
dimostrare l’esistenza di queste creature, ottenendo centinaia di testimonianze, ma nessuna prova concreta.
Jordi Magraner, zoologo di origini spagnole, nel 1987 si trovava nella valle del Chitral (Pakistan) quando alcuni locali gli
parlarono di un essere chiamato bar-manu (l’uomo forte) e si offrirono di accompagnarlo da testimoni che avevano detto di
averne osservato uno. Appassionatosi al caso decise di stabilirsi nella valle con lo scopo di scoprire la misteriosa creatura:
riuscì a condurre un totale di 27 interviste, durante le quali tutti i presunti testimoni gli descrissero la creatura allo stesso
modo.
Sebbene si trattasse di due ricercatori indipendenti impegnati in un’impresa alquanto bizzarra, le indagini della Koffmann
e Magraner godettero di una certa considerazione in Francia, tanto che furono appoggiate da due nomi illustri del mondo
accademico: il celebre paleoantropologo Yves Coppens e il naturalista e antropologo Theodore Monod del Museo di Scienze
Naturali di Parigi.

Il Ban-manche, o uomo selvatico,


somiglierebbe a un ominide primitivo.
Lo yeti esiste davvero?
A oggi nessuna delle creature classificabili come yeti dalle leggende è stata ancora scoperta e, come avremo modo di
vedere, è molto probabile che ciò non accadrà mai.
Per certi versi lo yeh-teh del Nepal orientale, la cui descrizione ricorda piuttosto bene quella di un grosso macaco,
sembrerebbe la tipologia più verosimile, ma anche se sono state molte le nuove specie di scimmie scoperte negli ultimi
anni (e due di queste erano proprio grossi macachi), questi primati vivono in gruppi bene organizzati, mentre lo yeh-teh è
descritto come un animale solitario. Il Nepal inoltre non è più un’area inaccessibile del globo, ma una nazione oramai
aperta al turismo e ai ricercatori di tutto il mondo. Sembra così altamente improbabile, anche se non impossibile, che possa
ospitare un grosso primate in grado di eludere i ricercatori per così tanto tempo. Tuttavia, le storie sullo yeh-teh
potrebbero avere un fondo di realtà se le si guarda da un altro punto di vista...
I macachi che vivono in Nepal sono troppo piccoli per essere all’origine della leggenda, ma in Tibet orientale vive la più
grande specie conosciuta: il macaco tibetano (Macaca thibetana), che può superare i 70 cm di lunghezza e i 15 kg di peso.
In rari casi alcuni individui, soprattutto maschi adulti, si allontanano dal proprio branco, vagando sino a giungere in aree
non frequentate abitualmente. In simili circostanze possono assumere comportamenti aggressivi nei confronti dell’uomo ed
è accertato che, in alcune zone della Cina, macachi tibetani solitari sono stati all’origine di leggende molto simili a quelle
relative al “piccolo yeti” nepalese.
Il Nepal è troppo distante dal Tibet orientale per poter essere raggiunto da esemplari di questa specie, ma non dobbiamo
dimenticare che gli antenati degli sherpa hanno origini tibetane e potrebbero avere portato in Nepal il loro bagaglio
culturale riguardante gli animali del proprio Paese, che con il passare del tempo la tradizione orale avrebbe potuto
lentamente tramutare in leggende.
Per quanto riguarda l’esistenza dello Dzu-teh, o “grande yeti”, l’ipotesi di Heuvelmans riguardante gigantopitechi
sopravvissuti, si scontra con le cause della loro estinzione, dovute a cambiamenti climatici che portarono all’abbassamento
della temperatura. L’Himalaya non è così il luogo ideale in cui aspettarsi di scoprire superstiti di questa specie.
L’aspetto più curioso che riguarda “il grande yeti” è che probabilmente si tratta di un mito creato dagli occidentali più che
dalle popolazioni dell’Himalaya. Nel 2003 conobbi un anziano monaco buddista chiamato Pemba, proveniente dal Kham,
una regione del Tibet orientale. Fu molto disponibile nel fornirmi informazioni sugli animali della sua terra e mi descrisse il
suo incontro con un grande yeti, che nella sua regione si chiama Dre-Mo, avvenuto quando era bambino.
Quando terminò il suo racconto gli dissi che la creatura da lui osservata mi ricordava un orso, ma rispose che il Dre-Mo era
diverso sia dall’orso che dal Mi-Go. Compresi allora che gran parte del mistero nato attorno alla figura dello yeti era dovuto
alla difficoltà, da parte degli occidentali, di comprendere le diverse lingue e dialetti dell’Asia himalayana. Nei luoghi che si
credono abitati dallo yeti esistono infatti tre diversi orsi. Il più conosciuto è l’orso dal collare (Ursus thibetanus) di colore
nero e con una caratteristica macchia bianca a forma di “v” sul petto. Si tratta dell’orso himalayano più diffuso ed è a
quest’ultimo che di norma gli occidentali fanno riferimento quando parlano di orsi con i nativi. Esistono poi due sottospecie
di orso bruno. La prima è l’orso isabellino (Ursus arctos isabellinus), mentre la seconda, rarissima e poco conosciuta, è
l’orso azzurro (Ursus arctos pruinosis). Su dorso, zampe e parte del ventre è ricoperto da una magnifica pelliccia alquanto
folta di colore grigio tendente al blu, il muso è di colore bruno chiaro, mentre attorno al collo e nel petto è quasi bianco. È
conosciuto con tantissimi nomi diversi dai popoli dell’Himalaya ed è davvero molto probabile che quando i primi esploratori
occidentali iniziarono a raccogliere storie riguardanti lo yeti, le abbiano confuse con gli avvistamenti di questo animale,
finendo per mescolare assieme tutti i racconti e fondendoli fino a creare l’immagine di un gigante bipede.

L’orso isabellino, magnifico e rarissimo


plantigrado che tante spedizioni hanno
confuso con lo yeti (illustrazione di Joseph
Smit, 1897).
Anche le numerose impronte ritrovate sulla neve nel corso degli anni non possono essere considerate come prove
attendibili dell’esistenza di una o più specie ancora sconosciute. Il problema principale consiste nel fatto che la neve è
soggetta allo scioglimento da parte dei raggi solari, che sono in grado di deformarne l’aspetto originale. Inoltre, durante la
deambulazione, gli orsi possono appoggiare l’impronta della zampa posteriore in prossimità di quella anteriore, creando
l’illusione di un unico, gigantesco piede.
Non va poi dimenticato che secondo gli amici e colleghi di Shipton, quest’ultimo amava giocare tiri mancini, e si ritiene che
la famosa impronta da lui fotografata fosse in realtà un falso.
Molto più interessanti sembrano essere le orme scoperte da Cronin e McNeely che, ritrovate prima dell’alba, non potevano
essere state deformate dal sole. Alcune di esse sembrano davvero simili ai piedi di una scimmia, ma non tutte avevano lo
stesso aspetto e la spiegazione più probabile è ancora una volta che siano state lasciate da un orso.
Che dire infine del Ban-manche o uomo selvatico? Le leggende che lo riguardano interessarono notevolmente alcuni
paleoantropologi perché sembravano ricordare le ricostruzioni di uomini della preistoria comparsi sulla Terra prima della
nostra specie, come ad esempio gli uomini di Neandertal. Ma più si scoprivano nuove informazioni su questi ominidi estinti,
più si comprese che le prime ricostruzioni che li ritraevano come bruti pelosi dalle limitate capacità intellettive erano
lontane dalla realtà. Questi uomini infatti conoscevano perfettamente l’uso del fuoco ed erano in grado di costruire utensili.
È inoltre estremamente probabile che non fossero ricoperti di pelo più di quanto non lo sia l’uomo moderno.
Il fatto che ricercatori del calibro di Coppens e Monod si siano interessati alla loro ricerca, non deve spingerci a credere
che questi esseri esistono davvero, ma farci comprendere come la scienza sia aperta e curiosa a ogni tipo di ipotesi, anche
le più improbabili.
Ma è soltanto quando vengono scoperte delle prove che l’improbabile diventa possibile...
Curiosità
Quando lo Zio Sam cercava lo yeti
Un documento governativo regolamenta la “caccia” allo yeti può sembrare una cosa bizzarra, ma un carteggio ufficiale
datato al 30 novembre 1959 e firmato da Ernest H. Fisk dell’Ambasciata americana a Kathmandu, riporta tutte le istruzioni
da seguire nel caso in cui una spedizione americana si fosse imbattuta nel leggendario animale. Le regole da applicare
erano le seguenti:
1) Una tassa di 5.000 rupie indiane dovrà essere versata a sua Maestà del Governo del Nepal per il permesso di condurre
una spedizione alla ricerca dello yeti.
2) Nel caso lo yeti sia avvistato potrà essere fotografato o catturato vivo, ma non dovrà essere ucciso o ferito. Tutte le
fotografie scattate dovranno essere consegnate al Governo del Nepal il prima possibile.
3) Novità e segnalazioni che gettano luce sull’effettiva esistenza della creatura dovranno essere inviate al Governo del
Nepal appena disponibili e in alcun modo diramate alla stampa e televisione per fini pubblicitari senza permesso.
Lo scalpo misterioso
Nel 1954 il Daily Mail, un quotidiano britannico, finanziò una spedizione di oltre tre mesi per cercare di catturare uno yeti.
La missione si concluse con un nulla di fatto, ma fu raccolta una notizia clamorosa. In alcuni monasteri nepalesi erano
custoditi degli scalpi di yeti, che i monaci veneravano come reliquie. Questi scalpi erano formati da un unico pezzo di pelle,
avevano una forma conica ed erano ricoperti di peli bruno rossicci. Nel novembre del 1960 lo scalatore Sir Edmund Hillary,
che nel 1952 era stato il primo uomo a conquistare la vetta dell’Everest, riuscì a ottenere in prestito uno di questi scalpi
per un mese per farlo esaminare da alcuni esperti. La reliquia finì anche nelle mani di Bernard Heuvelmans, famoso
sostenitore dell’esistenza dello yeti, che osservando il reperto si ricordò di un animale che molti anni prima aveva visto
presso lo zoo di Amsterdam. Si trattava di un serow (Capricornis thar), o capricorno dell’Hymalaia, un animale simile a una
capra selvatica che vive nelle stesse zone in cui vivrebbero gli uomini delle nevi. Ricerche successive dimostrarono che gli
scalpi di yeti erano stati fabbricati utilizzando pelle di serow modellata con il vapore.
L’Orang-pendek, uno dei tanti “uomini
selvatici” presenti nel folklore di tutto il
mondo.
Lo yeti della Alpi
Quasi ogni Paese ha tradizioni e leggende legate all’uomo selvatico e l’Italia non è da meno. In tutto l’arco alpino esistono
infatti tradizioni e racconti legati a questa figura, conosciuta con nomi diversi in base alle varie regioni. Ad esempio, in
Piemonte è chiamato gigant, in Veneto om salvarec e in Trentino salvanél. L’uomo selvatico della tradizione italiana,
sebbene ricoperto di pelo, non è considerato un uomo scimmia o un uomo primitivo, ma una persona che stanca della vita
nelle città si è ritirata sui monti. La sua più celebre raffigurazione è custodita presso il Museo dell’Uomo Selvatico di
Sacco, in Val Gerola (Lombardia). Si tratta di un affresco risalente al XV che mostra un uomo barbuto e peloso che regge
un bastone nodoso simile a una clava. Una scritta che accompagna l’effige lascia intendere che l’irsuto personaggio non
gradisce essere infastidito: «Sono un uomo selvatico per natura. A chi mi offende faccio paura».
Il “piccolo uomo” di Sumatra
Anche in Indonesia vivrebbe uno “yeti” dalle dimensioni minute. Nell’isola di Sumatra troverebbe infatti dimora una
creatura che i locali chiamano con il nome di Orang-pendek (il piccolo uomo). Secondo la tradizione somiglierebbe a un
gibbone siamango (Symphalangus syndactylus), ma la sua muscolatura sarebbe più massiccia e camminerebbe sempre in
posizione eretta, come un uomo. Per anni anche ricercatori professionisti hanno “dato la caccia” a questa creatura, ma
senza ottenere nessuna prova della sua esistenza.

17
Chupacabras,
il vampiro dei
Caraibi
Il terrore di Moca
Nel marzo del 1975 a Moca, nell’isola di Porto Rico, durante la notte qualcuno o qualcosa iniziò a uccidere il bestiame di
alcuni allevatori e agricoltori. I cadaveri di mucche, capre e maiali venirono ritrovati con delle profonde ferite in prossimità
del collo. L’aggressore non si cibava della carne delle sue vittime, ma i loro corpi sembravano dissanguati. Il misterioso
assassino fu così battezzato “il vampiro di Moca” e del caso iniziò a occuparsi anche la polizia. I presunti testimoni oculari
non tardarono a farsi avanti e il primo tra questi fu un bracciante di nome Juan Muñiz che, alle dieci di sera del 25 marzo,
disse di avere osservato «un’orribile creatura ricoperta di piume». Muñiz lanciò alcune pietre all’indirizzo dello strano
essere, ma anziché allontanarlo come da sue intenzioni, ne provocò invece l’ira, tanto che l’essere si lanciò verso di lui
costringendolo a rifugiarsi in mezzo a dei vicini cespugli.
Di lì a poco il presunto vampiro cessò di colpire e il clamore suscitato dalle sue gesta si spense. Episodi simili ripresero
però a manifestarsi in gran numero all’inizio degli anni Novanta in diverse parti dell’isola. Questa volta alcuni testimoni
parlarono di una creatura simile a un gorilla, mentre altri chiamarono in causa persino dischi volanti ed extraterrestri!
Come avvenuto in precedenza per i casi del mostro di Loch Ness e dell’abominevole uomo delle nevi, il misterioso
predatore di Porto Rico divenne famoso in tutto il mondo quando i media lo battezzarono con un nome in grado di destare
interesse e curiosità. Per l’occasione fu scelto l’appellativo di Chupacabras, che in spagnolo significa letteralmente
“succhia capre”, riferito alle vittime predilette dall’ignoto aggressore.
Secondo gli allevatori di Porto Rico, negli anni
Novanta l’isola fu invasa da una misteriosa
creatura predatrice di animali domestici.
Di lì a poco “chupacabras” divenne il termine utilizzato per indicare il colpevole di ogni morte di bestiame di cui non si
comprendesse la causa e iniziò anche a emergere un nuovo identikit della creatura, che sembrava essere letteralmente
uscita da un film dell’orrore. Si sarebbe trattato di un essere bipede, privo di coda, con delle vistose spine lungo la schiena
e dotato di braccia corte come quelle di un tirannosauro. La sua testa era ovale, così come i suoi enormi occhi. Sotto le
braccia erano presenti delle specie di membrane che ricordavano le ali dei pipistrelli. La lingua del mostro era cornea e
appuntita e veniva utilizzata come arma per dissanguare le prede. Il chupacabras si spostava saltando come un canguro e
lasciava sul terreno impronte rotonde a quattro dita dotate di robusti artigli.
Il vampiro sbarca in America
Quest’ultima ondata di attacchi ebbe una grande eco nelle televisioni e presto iniziarono a registrarsi episodi simili anche
in Messico e nei Paesi meridionali degli Stati Uniti, come ad esempio il Texas. Con il passare del tempo però, le descrizioni
del chupacabras sul continente divennero diverse da quelle riportate nelle isole dei Caraibi. I colpevoli degli attacchi erano
infatti indicati come strani animali simili a cani completamente privi di pelo, a volte con una specie di criniera lungo la
schiena e dalla pelle grigia e rugosa come quella degli elefanti. Iniziarono a circolare anche alcuni filmati, ma l’evento che
destò maggiore clamore fu la dichiarazione di Phylis Canion, un’allevatrice della città di Cuero, Texas, che disse di avere
ucciso un chupacabras e di averne conservato il corpo!
Le fotografie e i video dell’animale furono trasmesse dalle emittenti televisive di tutto il mondo e ampiamente diffuse su
internet. Il cadavere della creatura era in tutto e per tutto simile alle descrizioni che ne facevano i testimoni. L’essere era
inoltre privo di denti a eccezione di due grandi canini, mentre nelle gengive inferiori era presente un grande foro rotondo,
che secondo la signora Canion veniva utilizzato per succhiare il sangue delle vittime.
Il chupacabras esiste davvero?
Se l’animale ucciso a Cuero era davvero un chupacabras, come mai il suo aspetto non combaciava per niente con le
descrizioni dei testimoni di Porto Rico? Esistono diverse specie di chupacabras o forse la realtà era diversa da quella
presentata dai media?
Per cercare di capire come stanno davvero le cose dobbiamo cominciare proprio dalla creatura che fu abbattuta in Texas.
In questo caso l’esame del DNA stabilì che si trattava in realtà di un animale molto diffuso e noto a tutti, un coyote (Canis
latrans), canide che vive lungo un areale vastissimo, che spazia dall’Alaska sino alla Costa Rica. Come si spiega allora il
fatto che il suo aspetto fosse tanto strano e così diverso da quello dei suoi simili?
Zoologi e veterinari conoscono molto bene una malattia della pelle chiamata scabbia sarcoptica, provocata da piccoli
parassiti, piuttosto contagiosa e particolarmente diffusa tra i canidi selvatici. Gli animali che ne sono affetti perdono
progressivamente il pelo, fino a diventare quasi completamente glabri. Questo spiega lo strano aspetto della pelle del
chupacabras di Cuero. L’esemplare in questione era inoltre molto anziano, motivo per cui risultava essere quasi totalmente
privo di denti a parte i canini, che in questi animali sono quelli più resistenti e solitamente gli ultimi a cadere. Infine, il foro
sulla gengiva non era altro che l’alveolo di un dente caduto di recente non ancora rimarginatosi.
Ma se i chupacabras americani non sono altro che cani o coyote affetti da scabbia, cosa possiamo dire per quelli segnalati a
Porto Rico? I testimoni in quel caso parlavano di creature dall’aspetto stranissimo, come si può scambiare un cane per un
mostro bipede con ali da pipistrello?
Per comprendere a pieno il fenomeno del vampiro dei Caraibi partendo dal suo luogo di origine, il primo elemento da
prendere in considerazione è il fatto che l’isola di Porto Rico è priva di mammiferi carnivori autoctoni. Così al contrario di
Paesi come ad esempio l’Italia, dove da sempre contadini e pastori hanno dovuto convivere con animali quali faine, volpi e
lupi, che di tanto in tanto possono predare gli animali domestici, gli allevatori locali per diverso tempo non avevano mai
dovuto affrontare questo tipo di problemi. Le cose cambiarono con il dilagare del fenomeno del randagismo canino, che
nell’isola ha ormai raggiunto livelli altissimi. Quando i cani randagi, singolarmente o organizzati in branchi, iniziarono a
predare il bestiame domestico, gli allevatori si trovarono di fronte a un fenomeno per loro del tutto nuovo, al quale non
seppero dare spiegazione. A questo dobbiamo aggiungere in quale modo la leggenda iniziò a diffondersi: i primi a
raccogliere articoli di giornale e altre informazioni in merito, per poi condividerle attraverso libri e siti internet, erano
persone interessate ai fenomeni misteriosi come gli UFO e i poteri paranormali. In genere questi appassionati, pur essendo
spesso in buona fede e impegnandosi per fare del proprio meglio, tendono a non fidarsi delle dichiarazioni ufficiali
(all’epoca il governo di Porto Rico aveva correttamente attribuito la causa dei decessi ai cani randagi, eseguendo persino
delle autopsie pubbliche) e a interpretare la realtà in modo da prediligere le spiegazioni più strane. L’immagine di un
mostro sovrannaturale iniziò così a farsi strada un poco alla volta anche tra la gente del posto.
Ma se esaminiamo le vittime del temuto chupacabras attraverso la lente della scienza, ogni aspetto che appare misterioso
può trovare una ragionevole spiegazione. Sappiamo che il bestiame predato presentava spesso sul collo ferite simili a
quelle provocate da un vampiro e che le vittime non venivano divorate, come se l’aggressore fosse stato davvero
interessato soltanto al loro sangue. I canidi, come di norma tra i mammiferi carnivori, possiedono dei canini più sviluppati
degli altri denti, che rappresentano la loro arma principale durante la caccia. La loro tecnica per abbattere la preda
consiste in un morso alla gola, quindi sia il tipo di ferite inferte sulle presunte vittime del chupacabras che la loro
posizione, risultano perfettamente spiegabili. Quando le prede sono custodite in spazi limitati che impediscono la fuga,
come recinti e pollai, durante un attacco si crea una situazione caotica che può indurre l’aggressore in uno stato di furia
dovuto all’eccesso di adrenalina. In simili casi, anche se può capitare che tutti gli animali presenti vengano uccisi, soltanto
alcuni di essi sono poi effettivamente divorati o trascinati via. I cadaveri sono di norma rinvenuti il mattino seguente dagli
allevatori e il sangue al loro interno risulta coagulato, cioè privo di fluidità, dando la falsa percezione che le vittime siano
state dissanguate.
Prendiamo infine in esame le impronte attribuite al chupacabras, descritte come di forma rotonda e dotate di quattro dita
artigliate. Ebbene, si tratta della tipica conformazione dell’impronta di un canide.
A livello mediatico le notizie sulle peripezie del chupacabras si diffusero poi in tutto il mondo fino a che la mitica creatura
iniziò a essere avvistata anche nei Paesi meridionali degli Stati Uniti, luoghi in cui però le predazioni di bestiame erano già
perfettamente conosciute dagli allevatori per via della presenza storica di animali come volpi e coyote. Qui a colpire
l’immaginazione non furono quindi quest’ultime, quanto l’avvistamento di animali dall’aspetto bizzarro dovuto alla scabbia.
In pratica il chupacabras cambiò il suo aspetto perché ogni cultura plasma i suoi mostri e i suoi animali misteriosi in base
alle proprie credenze e conoscenze.
I veri vampiri
Appurato che il chupacabras è un essere creato dalla fantasia dell’uomo, non dobbiamo comunque dimenticare che in
natura gli animali detti ematofagi, cioè in grado di cibarsi di sangue, esistono davvero.
Alcuni di questi, come ad esempio le zanzare e le zecche sono ben conosciuti, mentre altri sono invece poco noti, come ad
esempio il candirù (Vandellia cirrhosa), un pesce gatto dell’Amazzonia.
La sua testa e branchie sono munite di numerose spine erettili ricurve con le quali provoca escoriazioni nella pelle di altri
pesci e mammiferi che entrano in acqua, nutrendosi poi del sangue che fuoriesce dalle ferite.
Il più famoso animale ematofago è sicuramente il pipistrello vampiro (Desmodus rotundus), la cui dieta è esclusivamente a
base di sangue. Spesso si crede che, proprio come il conte Dracula, morda la preda con i canini, ma in realtà l’operazione è
molto meno cruenta di così. Infatti, aiutandosi con gli affilati incisivi, stacca un piccolo lembo di pelle della vittima, per poi
leccarne il sangue che fuoriesce dalla ferita, che continua a scorrere grazie a una sostanza anticoagulante contenuta nella
saliva.
Infine, anche se può sembrare incredibile, esiste persino un uccello che di tanto in tanto si nutre di sangue. Stiamo
parlando del fringuello vampiro della Galapagos (Geospiza difficilis septentrionalis), che con il suo becco affilato colpisce la
pelle di uccelli marini chiamati sule (Sula sp.) e si nutre del sangue che fuoriesce. La cosa più bizzarra di tutte è che le
sule, nonostante la loro mole nettamente maggiore, non si oppongono mai a questo poco ortodosso trattamento.
Curiosità
L’innocuo succiacapre
Il caprimulgo europeo (Caprimulgus europaeus) è un uccello delle dimensioni di un merlo anche conosciuto con il nome di
succiacapre. Al contrario dell’omonima creatura fantastica di Porto Rico, questo nome non deriva dalla sua sete di sangue,
ma dal fatto che secondo la tradizione popolare utilizza il suo becco corto, ma piuttosto largo, per succhiare il latte delle
capre.
In realtà un becco così strutturato facilita la cattura di ciò di cui si nutre realmente: gli insetti notturni. Molto
probabilmente il suo nome deriva dal fatto che è spesso possibile avvistarlo a terra, in mezzo a greggi di capre o di pecore,
che attirano gli insetti.

18 Intervista a
Sandro Lovari,
zoologo
IL PROFESSOR SANDRO LOVARI è uno dei più importanti zoologi italiani. Già docente di etologia e gestione della fauna selvatica
all’Università di Siena, ha studiato gli animali nel loro ambiente in ogni parte del mondo. I suoi viaggi, ricerche e avventure
sono raccontati nel suo libro L’enigma delle pecore blu.
Di che cosa si occupa uno zoologo e come si diventa tale?
Non è facile offrire una risposta a causa dell’attuale campo vastissimo di interessi che ruotano intorno alla zoologia, dagli
studi di classificazione di nuove specie, alla morfologia, al comportamento e all’ecologia. Quando si dice “studio degli
animali” viene incluso tutto lo scibile sugli esseri viventi, esclusi i vegetali...
Nel panorama variegato e un po’ confusionario che si è venuto a creare con le varie riforme della scuola e dell’università,
non è facile suggerire precisi percorsi idonei a diventare zoologi. Direi che occorre iscriversi a un corso di laurea il più
“naturalistico” possibile tra quelli oggi disponibili, che cambiano nomi e composizione delle materie da sede a sede: per
niente semplice dunque fornire indicazioni in proposito!
Cercare però di preparare le tesi orientandosi allo studio del regno animale e passare più tempo possibile in campagna
osservando, raccogliendo e allevando animali. Solo con il contatto diretto con la fauna si svilupperanno la curiosità e la
sensibilità necessarie per apprezzarla e per porsi quesiti di carattere naturalistico ai quali trovare risposte.
Rispetto a quando hai cominciato a occupartene, come e quanto è cambiata la zoologia?
Ho cominciato a occuparmi intensamente di coleotteri (scarabei, cervi volanti e longicorni) e ortotteri (grilli e cavallette)
quando frequentavo la prima classe della scuola media e, in seconda media, avevo già letto due volte – con avida attenzione
– i dieci volumi dei Ricordi di un entomologo del naturalista francese Jean-Henri Fabre. Eravamo nella seconda metà degli
anni Cinquanta. Da allora (60 anni fa) gli obbiettivi della zoologia sono parzialmente cambiati. Dalle descrizioni
morfologiche, si è passati all’etologia e all’ecologia, mentre oggi è posta grande enfasi sulla conservazione e sugli aspetti
molecolari.
Personalmente trovo la zoologia attuale abbastanza diversa da quella “storica”. Oggi si fa troppa poca ricerca sul campo e
si delega troppo il computer. Questa tendenza crea il rischio allarmante di non sapere più interpretare correttamente – o
addirittura nemmeno individuare – certi fenomeni biologici.
Il termine ironico anglo-americano “armchair biologist” (biologo da poltrona) individua una crescente porzione degli attuali
zoologi...
L’aspetto della zoologia che affascina maggiormente il pubblico è sicuramente la scoperta di nuove specie. Possiamo
attenderci ancora qualche sorpresa o ormai quasi tutti gli animali sono stati catalogati?
Solo negli anni ’90 del secolo scorso – 20 anni fa – non meno di tre specie nuove di mammiferi sono state scoperte nella
sola Asia sud-orientale (i maschi adulti di una di queste, il Saola, pesano oltre 100 kg!) e alcune credute estinte sono state
riscoperte in Africa centrale, come in altre parti remote e coperte da densa vegetazione nel mondo. Stiamo parlando di
mammiferi, ma pensate di quante specie di invertebrati o di piccoli vertebrati o di organismi marini ancora ignoriamo
probabilmente l’esistenza!
Visto che conosci molto bene la fauna del Nepal, ti sei mai chiesto se lo yeti esiste davvero?
Direi che il mito dello yeti è stato risolto: quasi certamente si tratta di una trasformazione popolare dell’orso bruno. Molti
elementi acquisiti recentemente inducono a crederlo. Però mi dispiace molto dire questo: mi sarebbe invece piaciuto molto
sostenere l’esistenza di un grande primate ancora sconosciuto alla scienza...
C’è un consiglio che vorresti dare ai ragazzi?
Se vi sarà possibile, seguite i vostri sogni con determinazione e intelligenza, senza mai demordere: lo studio degli animali
non mancherà di farvi “sognare” e vi offrirà moltissime gratificazioni.

Pagine del
CICAP
Con il CICAP
per difendere il
valore dei fatti
e contrastare
pseudoscienza
e
disinformazione
Il Comitato Italiano per il Controllo delle Affermazioni sulle Pseudoscienze (CICAP) è un’organizzazione di volontari,
scientifica ed educativa, che promuove un’indagine scientifica e critica nei confronti delle pseudoscienze, del paranormale,
dei misteri e dell’insolito.
Il CICAP nasce nel 1989 per iniziativa di Piero Angela, suo attuale presidente onorario, e di un gruppo di scienziati,
intellettuali e appassionati che sottoscrive la seguente dichiarazione comune:
«Giornali, settimanali, radio e televisioni dedicano ampio spazio a presunti fenomeni paranormali, a guaritori, ad astrologi,
trattando tutto ciò in modo acritico, senza alcun criterio di controllo; anzi cercando, il più delle volte, l’avvenimento
sensazionale, che permetta di alzare l’indice di vendita o di ascolto. Per questo portiamo avanti un’opera di informazione e
di educazione rispetto a questi temi, per favorire la diffusione di una cultura e di una mentalità aperta e critica, e del
metodo scientifico basato sull’evidenza nell’analisi e nella soluzione dei problemi».
Oggi, inoltre, sono sempre più diffuse e seducenti idee e affermazioni pseudoscientifiche a sostegno di terapie di non
provata efficacia, teorie del complotto, leggende urbane e falsificazioni storiche.
Notizie infondate e autentiche truffe in campo medico, alimentare, economico e storico si mimetizzano con linguaggio
scientifico per diffondere contenuti privi di qualsiasi riscontro effettivo e contribuiscono alla diffusione di una cultura della
cospirazione che rende difficile un esame accurato e razionale di molti problemi ed eventi.
A fondamento dell’azione del Comitato è dunque il “valore dei fatti”, ovvero la necessità che le diverse affermazioni, teorie,
ipotesi di spiegazione che vengono immesse nel dibattito pubblico siano adeguatamente supportate da evidenze che le
sostengono.
Il CICAP rappresenta un punto di riferimento aperto a quanti ritengano che, soprattutto in un contesto di crisi e di
difficoltà quale è quello che la società italiana sta attraversando, sia utile ripartire dalla cultura per promuovere
consapevolezza, partecipazione e per accrescere il capitale umano del Paese.
Tutti possono aderire al CICAP. Come dice Piero Angela:
«Diventare Soci del CICAP è qualcosa di molto gratificante, perché si ha la certezza di fare qualcosa di utile tanto per gli
altri quanto per se stessi. È una vera e propria scuola intellettuale, che arricchisce moltissimo anche dal punto di vista
morale, perché offre l’occasione di sostenere in modo pulito e disinteressato i valori della scienza e consente di capire
molte cose sulla natura umana».
Le modalità di adesione si trovano su www.cicap.org (oppure chiamando lo 049-686870). Si può ricevere la rivista
trimestrale Query o decidere di partecipare in maniera più attiva, aderendo ai Gruppi locali presenti in tutta Italia o ai
Gruppi tematici dedicati a diverse iniziative. Inoltre, è possibile sostenere il lavoro del CICAP anche con donazioni
detraibili o versando il 5x1000 della dichiarazione dei redditi (intestandolo a: CICAP – Codice fiscale 03414590285).
Questo viaggio attraverso la zoologia fantastica è stato reso possibile grazie al contributo di altrettanto fantastici
collaboratori e amici.
Antonella Guercio ha letto con pazienza la stesura dei vari capitoli in corso d’opera.
Francesco Maria Angelici, Willy Guasti, Elena Iorio e Veronica Padovani hanno scovato e segnalato errori zoologici, storici
e grammaticali.
Adrienne Mayor e Sandro Lovari hanno messo a disposizione la loro grande esperienza all’interno delle interviste che mi
hanno concesso.
Da adolescente rimasi incantato dalle illustrazioni di Stefano Maugeri, che ringrazio per avere accettato di partecipare a
questo progetto.
Un grazie a Massimo Polidoro, che mi ha proposto di scrivere questo libro e a Marco Ciardi per la prefazione e i consigli.
Grazie a Roberto Labanti per avermi messo sulle tracce del draghetto di Aldrovandi.
E infine, grazie al topolino che quella mattina di tanti anni fa entrò nella mia casa. Spero, cari lettori, che anche voi
possiate un giorno imbattervi nel vostro.
LETTURE CONSIGLIATE
- Michele Bellone, Incanto. Storie di draghi, stregoni e scienziati, Torino, Codice Edizioni, 2019
- Marco Ciardi, Scienza e credenze. Storie di successi e di illusioni, Milano, Hachette, 2016
- Sandro Lovari, L’enigma delle pecore blu. L’altra faccia della zoologia, Roma, Orme editori s.r.l., 2012
- Alfonso Lucifredi, A cosa pensava Darwin? Piccole storie di grandi naturalisti, Milano, Hoepli, 2016
- Alfonso Lucifredi, Alla scoperta della vita. Le grandi rivoluzioni delle scienze naturali, Milano, Hoepli, 2017
- Vittorio Martucci, Strani animali e antiche storie, Padova,Franco Muzzio Editore, 1997
- Lorenzo Montemagno, Mostri. La storia e le storie, Roma,Carocci, 2018
- Karl Shuker, Draghi. Una storia naturale, Modena, Logos, 2007
- Dino Ticli, Fossili e dinosauri. La scienza sulle tracce di draghi e altri incredibili mostri, Roma, Lapis, 2015
SITOGRAFIA
- www.criptozoo.com sito curato dall’autore, interamente dedicato alla criptozoologia
- www.youtube.com/user/ZooSparkle canale youtube curato da Willy Guasti, dedicato alla divulgazione zoologica
- www.stefanomaugeri.it sito di Stefano Maugeri
CONTATTI
Lorenzo Rossi: lorenzo@criptozoo.com
Stefano Maugeri: gattosm@libero.it