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VIDEOLEZIONE N.

8
SOCIOLOGIA DELLA COMUNICAZIONE

LA TEORIA DELLA COLTIVAZIONE

Argomenti:
– TV e teoria della coltivazione
– Coltivazione e nuovo sistema mediale

Si tratta di una teoria che mira ad analizzare il nesso e le relazioni tra media e società,
cercando di cogliere le linee di potere che collegano media e individui.

* TV e teoria della coltivazione *


Possiamo introdurre il medium televisivo come un potente storytelling, ossia si
riconosce alla TV la vocazione di storytelling, in quanto è nel desiderio di tutti noi
ascoltare le storie televisive. La TV è un potentissimo media che si inserisce all'interno
dei contesti domestici e diventa un punto di riferimento per un ascolto, una fruizione
quotidiana, riuscendo così molto bene ad intrecciarsi proprio nelle maglie della nostra vita
domestica.

La TV offre a i suo spettatori storie ripetitive che sono ritualisticamente consumate.


Questa è la posizione di George Gerbner che a partire dal 1977 porta avanti una serie di
studi e poi di effettive ricerche empiriche finalizzate a riconoscere e comprendere questo
ruolo, che lui reputa così centrale, della televisione.

La centralità della televisione è riconducibile ad una funzione in particolare, la funzione


“affabulatoria”, cioè la ricerca di soddisfacimento della propria “intelligenza
narrativa” attraverso lo sviluppo degli avvenimenti, dei personaggi, delle azioni e
della coerenza narrativa della storia. La TV è così potente perché ci dispensa delle
storie all'interno delle quali noi possiamo evadere, possiamo costruire il nostro
immaginario sulla realtà e sulle cose, e questa idea di trovare soddisfatta la nostra
intelligenza narrativa sta proprio ad indicare come, in quanto fruitori, apprezziamo e
amiamo seguire quelle storie che in qualche modo sono diventate per noi in parte già note
proprio perché consumate più e più volte; di conseguenza di fronte all'evoluzione di certi
personaggi amiamo, per nostra intelligenza narrativa, immaginare e riuscire a capire quali
saranno gli esiti di questa storia. Possiamo cogliere come già in questa modalità di
fruizione si cieli il lavorio della coltivazione televisiva, il coltivare ad esempio sviluppi
narrativi che dipendono e diventano anche parte del nostro sguardo.

C'è una seconda funzione molto importante assolta dalla televisione, la funzione
“bardica”, ossia la capacità del mezzo televisivo di raccontare le gesta della
comunità e farsi testimonianza delle vicende che diventano patrimonio comune di
conoscenza. Un po' come il bardo di quelle comunità, che attraverso i propri versi,
traduceva quelle che erano le problematiche della comunità di riferimento, così la
televisione diventa il nostro cantatore di storie, il nostro storyteller. In questo lavoro che
svolge, riesce anche a costruire e a produrre un linguaggio comune che diventa il nostro
linguaggio con cui guardiamo le cose e soprattutto con cui ci esprimiamo, a partire ad
esempio dalla condivisione di norme e di valori, di un senso e di una morale, con cui noi
osserviamo la realtà.

Trascrizione VDL 8 – Valeria Sboarina


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Questo tipo di funzioni richiamano molto da vicino quelle elaborate anche da altri autori.
Si tratta in particolare di Fiske e Hartley che nel 1978, in quello scenario molto
effervescente di studi che era il mondo dei Cultural Studies, prestavano particolare
attenzione al mezzo televisivo considerandolo piena espressione di quell'idea di un lavoro
dei media pronti a veicolare un'ideologia dominante alla massa di un pubblico,che in
qualche modo finiva con l'assorbire questa visione dominante.

Le funzioni individuate da Fiske e Hartley sono in particolare:


• articolare le linee principali dell'interpretazione culturale della realtà, cioè la
TV ha come grande compito essere una sorta di grande codificatore della realtà in
cui siamo inseriti e che quindi ci propone secondo proprie norme e propri punti di
vista
• coinvolgere i singoli membri nel suo sistema di valori dominanti, mediante la
condivisione di messaggi tesi a rafforzarne l'ideologia sottesa; è evidente
come dietro a questo pensiero ci sia la critica dell'egemonia culturale portata avanti
da Antonio Gramsci, a cui i Cultural Studies si ispirano
• celebrare, spiegare, interpretare e giustificare le azioni dei singoli in relazione
al mondo esterno; questa è indubbiamente una delle funzioni di decodifica che
propone la televisione al proprio pubblico
• convincere i membri dell'audience che il loro status e la loro identità sono
garantiti dalla cultura stessa; il mondo televisivo con le sue storie ci propone una
realtà nella quale specchiarci e nella quale desideriamo essere rispecchiati e
rassicurati che i nostri comportamenti siano conformi a quello che viene inteso
come il senso comune della realtà
• trasmettere un senso di appartenenza attraverso sicurezza e coinvolgimento,
che la televisione è così ben capace di dispensare

Teoria della coltivazione.


• La TV è conveniente, è per tutti. La TV è conveniente perché è alla portata di tutti,
non servono una specifica educazione e delle specifiche competenze per poterla
fruire. In questo cogliamo quindi la grande competenza della TV, e di tutti i mass
media.
• L'insieme dei messaggi televisivi dà forma a “una cultura comune attraverso
la quale le comunità coltivano nozioni condivise e pubbliche circa i fatti, i
valori e le contingenze dell'esistenza umana”. È proprio questo il main stream,
la costruzione cioè di un senso comune all'interno del quale noi troviamo espresse
quelle che sono le visioni e le posizioni dominanti della società, ciò che esce dal
main stream inizia a collocarsi in zone che sono al margine, e che di conseguenza
richiamano all'idea di soggetti che sono “borderline”, fuori dalla linea corretta, da
quello che è la grande corrente di pensiero e di valori in cui si esprime la società, e
quindi il pensiero dominante di questa società.
• La teoria socioculturale è interessata ad individuare il nesso tra media e
percezioni, credenze, attitudini e valori dei soggetti. Insomma la teoria della
coltivazione sostiene che se la TV ha questa forza allora diventa interessante per
una teoria socioculturale capire come funzionano i collegamenti e le relazioni tra
media (in particolare il mezzo televisivo) e il modo in cui le persone pensano, come
costruiscono le loro credenze, quali sono i valori che reputano più importanti proprio

Trascrizione VDL 8 – Valeria Sboarina


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perché condivisi dalla maggioranza delle persone nella loro percezione


complessiva.

Nasce a questo proposito un progetto di ricerca, un vero e proprio studio che si svolgerà
per diversi anni (inizia nel 1967 e prosegue per tutti gli anni 80) che si chiama “Cultural
Indicators Project”. Si tratta di una serie di studi (tra cui quello della violenza) che
riguarda diversi aspetti, diversi valori e diverse situazioni della società contemporanea.
Questo studio prende le mosse negli Stati Uniti negli anni 1967-68 con uno studio per la
Commissione Nazionale sulle cause e la prevenzione della violenza. Che anni sono
questi? Ricordiamo nel 1963 l'assassinio di Kennedy, successivamente quello di Martin
Luther King, sono quindi anni che esprimono assolutamente una violenza all'interno della
società, e di conseguenza si presta molta attenzione a cercare di cogliere da che cosa
viene portata avanti questa violenza, anche perché nella società si condividono ancora i
pensieri circa un ruolo determinante che i media giocano nel fondare e nel far circolare
sentimenti e atteggiamenti. Diventa allora importante studiare la natura e le
conseguenze della presenza della violenza nel mezzo televisivo. Una parte degli
obiettivi di questa ricerca si interroga quindi su come la violenza viene promossa e
rappresentata in televisione.

Diventa allora necessario approfondire le definizioni di violenza su cui lavora questo


progetto.
In primo luogo vengono prese in analisi tutte le rappresentazioni in cui viene raccontata
una qualsiasi espressione di forza fisica contro se stessi o altri con l'obiettivo di
ferire o uccidere.
Un altro tipo di violenza ha che vedere con tutte le forme accidentali di violenza o
catastrofi naturali, in grado di provocare un numero elevato di vittime, è un tipo di
violenza non personale, che non riguarda la relazione stretta tra un carnefice e una
vittima, ma indubbiamente anche queste rientrano nella rappresentazione televisiva.
O ancora ogni atto che può provocare effetti gravi, pur se collocato in contesti
fantastici o addirittura umoristici; esiste insomma una rappresentazione della violenza
che non necessariamente è collegata al reale, ma rispetto alla funzione affabulatoria della
televisione viene prodotto all'interno delle storie del medium televisivo, anche facendo
riferimento a situazioni irreali, a un mondo di personaggi immaginario.

Ipotesi di ricerca.
I telespettatori forti (coloro che guardano molta TV) sono portatori di una visione del
mondo come un luogo triste e squallido, descritto con termini riconducibili a
condizioni di depressione e alienazione.
Secondo la teoria della coltivazione se noi, in quanto telespettatori abituati a vedere per
tante ore le televisione, ci ritroviamo a vedere di conseguenza tante immagini, storie e
informazioni legate alla violenza, tenderemo ad avere un'idea del mondo come un mondo
particolarmente caratterizzato dalla violenza; questo porta quindi poi ad una visione
generalizzata riconducibile a sentimenti di depressione.
Individuare l'esistenza del mainstreaming, ossia la condivisione di punti di vista
comuni tra i telespettatori forti.
Soggetti che guardano le stesse cose, secondo questa teoria, probabilmente costruiranno
una visione del mondo, un mainstream, assolutamente condiviso.

Trascrizione VDL 8 – Valeria Sboarina


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Come funziona la ricerca.


Viene organizzata attraverso quello che potremo definire “doppio binario
metodologico”.
Da un lato viene analizzato il sistema dei messaggi veicolato dal mezzo televisivo (in
particolare per la focalizzazione sul tema della violenza, vengono osservati e analizzati
oltre 2000 programmi e oltre 6000 protagonisti).
Dall'altro lato viene svolta una “surveys”, cioè una ricerca di taglio quantitativo, condotta
sul pubblico. Per la costruzione del campione in questa ricerca quantitativa, volta
appunto a interrogare e verificare nelle persone gli effetti della teoria della coltivazione,
vengono scelte delle variabili tradizionali come quelle demografiche (età, sesso e area
geografica di appartenenza), e un secondo elemento centrale, ossia l'esposizione
televisiva. Vengono suddivise le interviste per la surveys in tre gruppi: attraverso
l'individuazione di persone che sono spettatori deboli (che guardano meno di 2 ore al
giorno), spettatori medi (tra le 2 e le 4 ore) e spettatori forti (più di 4 ore al giorno).

Risultati: costruzione del mainstream.


La ricerca vuole arrivare a dimostrare che esiste una costruzione di un mainstream, legato
alla percezione e a quello che racconta la violenza televisiva.
Quello che emerge è che i telespettatori forti ritenevano di avere maggiori probabilità
di essere coinvolti in episodi di violenza. Aspetto molto importante: se ci trovassimo
nella teoria dell'ago ipodermico o nel modello di Laswell della comunicazione come
trasmissione efficace di un messaggio, la teoria della coltivazione dovrebbe arrivare a dire
che se c'è molta violenza le persone diventano violente. Ma invece siamo negli anni '60 e
la teoria dell'ago ipodermico è stata ormai parzialmente archiviata (soprattutto perché se
ne sono scoperti i limiti rispetto alla variabili intervenienti) e allora la teoria della
coltivazione dice qualcosa di un po' diverso, ossia che non si diventa violenti perché si
guarda violenza, ciò che si costruisce in noi è la convinzione che viviamo in un mondo
molto più violento di quello che è realmente.
Inoltre ciò che determina la teoria della coltivazione è che ci sia una percezione
esagerata del pericolo, una visione distorta circa il tasso di criminalità nel paese e il
numero di addetti alle forze dell'ordine. Questi sono proprio i risultati concreti di quella
che è anche una percezione distorta, ma che di fatto è stata coltivata all'interno della
rappresentazione televisiva e quindi una criminalità più alta, e anche un numero di forze
dell'ordine decisamente superiore.
La rappresentazione della violenza riflette le inquietudini e produce risonanza, ossia
il rispecchiamento tra ciò che vivono nella realtà e ciò che vedono rappresentato.
Certamente nel caso in cui si viva all'interno di una città violenta, quello che vediamo in
televisione, secondo la teoria della coltivazione, non può che avere un effetto di risonanza,
se non addirittura di ridondanza, al punto da farci credere con ancora più convinzione che
la violenza sia davvero un problema forte all'interno della società.

Un altro risultato della ricerca ha a che vedere con la rappresentazione femminile, le


minoranze etniche e le donne straniere solo le più penalizzate, ossia, nel racconto
televisivo, sono le realtà sociali che hanno maggiore probabilità di subire violenza.

Trascrizione VDL 8 – Valeria Sboarina


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Effetto di coltivazione.
I forti consumatori elaborano risposte televisive, ossia una sovrapposizione tra
realtà televisiva e mondo reale. Se ci viene chiesto cosa pensiamo rispetto alla violenza
sulle donne noi possiamo rispondere o a partire dai nostri dati che fanno riferimento alla
realtà nella nostra vita quotidiana, oppure possiamo dare delle risposte che definiamo
“televisive” nel momento in cui stanno facendo riferimento alla realtà che abbiamo
ascoltato nella rappresentazione mediatica.

Proposta di un caso di analisi rispetto alla violenza contro le donne in Italia.


Ricerca effettuata sulla copertura giornalistica nei TG di Rai e Mediaset nel 2007,
svolta e pubblicata dall'Università La Sapienza di Roma.
L'obiettivo era di analizzare come è stata la copertura giornalistica di accadimenti di
cronaca molto violenti, ossia appunto uccisioni delle donne, tra il 2006 e il 2007, proprio
per verificare come è stato il racconto mediatico. Si tratta di una content analysis, non di
un'indagine sul pubblico, ma di una verifica di come i racconti sono stati espressi
all'interno del racconto giornalistico.
Nella cronaca concreta ci furono 188 uccisioni di donne nel 2006, di cui 162 casi furono
risolti, in 153 l'autore era un uomo, 81 furono notiziati e gli altri 81 invece no.

Relazione assassino/vittima.
La tipologia più diffusa con 100 casi su 162 aveva visto un partner o un ex fidanzato come
assassino eppure all'interno del servizio giornalistico risulta la meno notiziata,
interessando 40 notizie su 100.
La tipologia meno diffusa con 7 casi su 162 è stata ad opera di uno sconosciuto eppure
risulta essere la più notiziata con 5 notizie su 7.

Nazionalità dell'assassino.
Nella realtà la tipologia meno diffusa di autore è quella dello straniero (22/162), eppure la
visibilità appare completamente sproporzionata essendo la categoria più notiziata (14/22).

14 casi da soli producono un quarto di tutti i servizi in tema trasmessi nel 2006 (119/473).
Questo dato è molto interessante perché, pur facendo riferimento solo a un anno, ci
permette di cogliere come indubbiamente, se il racconto giornalistico e quindi il medium
televisivo produce delle notizie continuando a sostenere alcune tematiche, la percezione
come mainstream che noi riceviamo può essere un discorso che non corrisponde
esattamente alla realtà, eppure diventa il nostro punto di riferimento.

SPUNTI DI RIFLESSIONE. IL RUOLO DELLA TV COME STORYTELLER

* Coltivazione e nuovo sistema mediale *


Come dobbiamo inserire la teoria della coltivazione all'interno dello scenario
contemporaneo? Uno scenario che è caratterizzato da un'offerta che viaggia su strade
diverse (cavo, satellite, internet), che viene gestita da imprese attive su più piattaforme
differenti (servizio pubblico nazionale, Netflix, Amazon, YouTube, etc.) e che si
specializza rispetto ai contenuti proposti e l'accesso on demand. Questo principio di
specializzazione riconduce all'idea di personalizzazione dei nostri percorsi di fruizione.

Trascrizione VDL 8 – Valeria Sboarina


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Modalità di consumo.
Mediante le smart television, tramite internet (in modo legale o meno) o tramite
computer o smartphone. Si attivano delle pratiche di fruizione che tolgono alla
televisione quell'aura di medium così potente, in grado di catalizzare l'interesse con i suoi
racconti del pubblico italiano. Le vie sono troppo diversificate per poter ancora sostenere
con forza l'idea che il medium televisivo sia lo storyteller per eccellenza. Questo può
valere per alcune tipologie di persone, ma non per tutti.

Tempi di consumo.
Dipendono dalle modalità con cui selezioniamo contenuti da una “library” e come
decidiamo di visionarli, ad esempio in un momento successivo. Questo è un aspetto
importante perché toglie alla televisione come storyteller la capacità di raggiungere nel
processo “uno a molti” tante persone nello stesso momento, creare l'idea di condivisione,
di comunità immaginata che si raccoglie ad ascoltare nello stesso momento la stessa
fonte informativa o lo stesso narratore.
Programmare la visione di un'intera serie televisiva nel corso di una serata diventa
una delle pratiche di fruizione possibile. Anche su questo si può cogliere un aspetto
interessante: da un lato il medium televisivo non è più un grande punto di riferimento, ma
dall'altro non possiamo parlare di una diminuzione dell'ascolto televisivo. Se allora si
diceva che lo spettatore forte è colui che guarda la televisione per più di 4 ore, oggi ci
troviamo di fronte a pratiche di consumo che in certi casi possono ben superare le 4 ore al
giorno.

Approccio iniziale della Coltivazione.


Si sosteneva che fosse un approccio macrosistemico, nel senso che aveva intenzione
di analizzare le istituzioni mediali, i messaggi attraverso la content analysis e gli
effetti sulle persone, eppure questo approccio è scomparso nel tempo perché se
guardiamo le ricerche che sono state svolte, in realtà scopriamo che la maggior parte di
queste indagini si è concentrata soprattutto sulle analisi dei messaggi della content
analysis, perdendo un po' di vista l'analisi assolutamente importante delle istituzioni
mediali, ossia cercare di capire come, perché e con quali obiettivi si viene a creare
quell'egemonia che poi viene trasmessa attraverso la televisione.
Il secondo punto è la concentrazione su singoli generi televisivi. La teoria della
coltivazione ha perso un po' nel tempo quell'ispirazione iniziale di volersi occupare di tutta
la cultura raccontata dalla televisione, e quindi cogliere quali erano gli argomenti e i temi,
quello che si sedimentava all'interno del mainstream televisivo, per finire invece con il
puntare l'attenzione su specifiche tematiche tante volte espresse all'interno di talk show,
delle serie mediche nel caso della rappresentazione della salute, o di programmi di
bellezza rispetto alla rappresentazione del corpo femminile. Quindi singoli temi e singoli
generi, cosa che in qualche modo ha un po' tradito l'impostazione iniziale.
Come terzo punto, l'approccio iniziale era attento ai meccanismi della memoria attivati
nel fornire le risposte agli item utilizzati per misurare la coltivazione, ossia nella
ricerca sul pubblico ciò che risultava fondamentale era la capacità mnemonica delle
persone di ricordare che cosa avevano visto e con che peso ciò che avevano visto era
stato in grado di determinare una loro nuova visione. La teoria della coltivazione sostiene
che gli effetti dei media, in questo caso della TV, siano a lungo termine e non immediati,
l'idea che continuando a vedere uno stesso racconto, innanzitutto da una parte si veridifica

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e dall'altra coltiverà in noi quella visione stessa che quel dato argomento o quel dato
programma ci ha proposto.

La teoria all'interno del sistema mediale mutato necessita di essere un po' rivista e
in questo senso ha ricevuto un po' di critiche.
In primo luogo la difficoltà ad analizzare il contenuto dei messaggi così come si sono
moltiplicati in modo esponenziale. Di televisione non ce n'è più una sola ma diverse, e di
conseguenza diventa complicato immaginarsi oggi un medium di massa così onnipotente
e centrale all'interno della nostra vita quotidiana.
È anche molto difficile misurare l'esposizione al mezzo televisivo distributiva su più
dispositivi e in momenti diversi della giornata. Alla fine di giugno 2019 è stato introdotto il
sistema di rilevazione della total audience da parte di Auditel e di conseguenza non è più
così realistico poter verificare come i programmi televisivi trasmessi in televisione e
attraverso altri device siano effettivamente ricercati, consumati e condivisi dalle persone.
Questo in qualche modo può suggerire una nuova possibilità per la teoria della
coltivazione di riverificare come il prodotto audiovisivo abbia una capacità di coltivare nelle
persone un mainstream specifico.

E in rete?
Innanzitutto gli storytelling sono targetizzati, non possiamo pensare che esista all'interno
della rete una fonte informativa o di racconto di storie così potente (conosciamo bene le
nostre pratiche di fruizione che tendono a privilegiare alcuni siti e alcuni soggetti portatori
di racconti e ad evitarne altri, eppure si tratta di una possibilità varia di scelta che ci
permette anche di cambiare i nostri punti di riferimento).
Esistono specifici fenomeni culturali che hanno proprio ambienti simbolici e restano
confinati in questi ambienti (vedi lez. filter bubble e echo chamber – in rete non siamo così
portati a vivere la libertà di poter trovare tutte le informazioni che vogliamo, ma in realtà
siamo spinti dalle nostre scelte da un lato e dagli algoritmi dall'altro a costruire dei nostri
ambienti dentro i quali stiamo, una sorta di comfort zone che facciamo fatica ad
abbandonare).
La coltivazione è un tema mirato che può tornare appunto attraverso il concetto di
echo chamber e filter blubble, ossia questi mondi in cui sarebbe interessante andare a
verificare quali sono gli elementi che costituiscono e vanno a creare dei processi di
mainstream.

SPUNTI DI RIFLESSIONE. I LIMITI DELLA TEORIA DELLA


COLTIVAZIONE OGGI

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