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Riassunto di storia della politica internazionale 1945 2013

Storia delle Relazioni Internazionali (Università degli Studi di Parma)

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RIEPILOGO DI STORIA DELLE


RELAZIONI INTERNAZIONALI 2

DA STORIA DELLA POLITICA INTERNAZIONALE


(1945-2013) DI A. DUCE
Il presente testo, prodotto a scopo didattico, rielabora in modo sintetico i concetti e gli avvenimenti storici trattati
nell’opera originale e si considera complementare, e non sostitutivo, della stessa. Tutti i diritti, nonché i risultati
prodotti dalla ricerca storica perseguita per produrre l’opera originale, sono riservati ai rispettivi autori.

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1 L’ESPANSIONE COLONIALE 1

1. Le prime iniziative (Spagna, Portogallo, Francia, Inghilterra, Russia), p. 1 - 2. Gli Imperi arabo e
ottomano, p. 1.

2 L’IMPERIALISMO COLONIALE 2

1. Considerazioni generali, p. 2 - 2. Spagna e Portogallo, p. 2 - 3. Inghilterra, p. 3 - 4. Francia, p.3 - 5.


Russia, p. 3 - 6. Olanda, p. 4 - 7. Belgio, p. 4 - 8. Stati Uniti, p. 5 - 9. Giappone, p. 5 - 10. Italia, p. 6.


3 LA DECOLONIZZAZIONE DEL CONTINENTE AMERICANO 7

1. Nord America, p. 7 - 2. Centro e Sud America, p. 7.

4 LA DECOMPOSIZIONE DEGLI IMPERI OTTOMANO E AUSTRO-UNGARICO 9

5 L’EVOLUZIONE SUCCESSIVA (1919-1947) 10

1. La società delle Nazioni e il sistema dei mandati (1919-1946), p. 10 -2. Egitto, Iraq, Commonwealth,
Siria, Libano, Filippine, p. 10 - 3. Il secondo conflitto mondiale. Confronto tra Washington e Mosca, p. 11 -
4. L’azione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, p. 12.


6 L’EMANCIPAZIONE DEL MEDIO ORIENTE 13

1. La Lega Araba, il Partito della Resurrezione (Baath) e l’Iran, p. 13 - 2.1 La questione palestinese:
premesse, p. 13 - 2.2 La presenza inglese (mandato della Società delle nazioni, 1920). L’emirato di
Transgiordania (1921). Contrasti arabo-ebraici, p. 14 - 3. Dalla Seconda Guerra Mondiale alla fine del
mandato britannico. Le proposte dell’ONU (1947), p. 15 - 4. La nascita dello Stato di Israele (1948). La
prima guerra arabo-israeliana. L’ingresso nell’ONU, p. 16 - 5. I Luoghi Santi e Gerusalemme. La nascita
della Giordania (Transgiordania, Cisgiordania, Gerusalemme est), p. 17 - 6. Israeliani e palestinesi dopo il
conflitto del 1948-1949, p. 17 - 7. L’Egitto dalla monarchia alla repubblica. Il problema sudanese. La
costruzione della diga di Assuan. Il Cairo sceglie il “non allineamento”. p. 18 - 8. Nasser nazionalizza la
Compagnia del Canale di Suez (1956). La seconda guerra arabo-israeliana (1956). I memoranda egiziani
(1957). La dottrina Eisenhower per il Medio Oriente (1957). La nascita della Repubblica Araba Unita
(1958), p. 19 - 9. Nasser precisa gli obiettivi dell’arabismo. La terza guerra arabo-palestinese-israeliana
(1973). Il decesso di Nasser (1970), p. 20 - 10. Sadat alla guida dell’Egitto. Trattato di amicizia e
collaborazione sovietico-egiziano (1971). La quarta guerra arabo-palestinese-israeliana 1973). Arafat
all’Assemblea Generale dell’ONU (1974); la replica del rappresentante israeliano Tekoah, p. 20 - 11. La
nuova politica egiziana. Gli accordi di Camp David (1978). Il trattato di pace egiziano-israeliano (1979). Il
memorandum statunitense-israeliano (1979). Le reazioni del mondo arabo. L’assassinio di Sadat (1981), p.
21 - 12. Mubarak alla guida dell’Egitto, p. 22 - 13. La crisi libanese, p. 22 - 14. L’intifada, la “rivolta delle
pietre”, p. 23 - 15. La Conferenza di Madrid (1991). La “dichiarazione dei principi” (Oslo 1993), p. 23 - 16.
Clinton, Barak, Arafat (Camp David 2000). Colloqui di Taba (Sinai, 2001). La “Road Map” (2002). Decesso
di Arafat (2004), p. 23 -17. La conferenza di Annapolis (Maryland, 2007). Gaza: la lotta tra Hamas e SEGUE

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l’Autorità Nazionale Palestinese. L’intervento israeliano (operazioni “inverno caldo” e “piombo fuso”,
2008-2009), p. 24 - 18. La presenza iraniana, p. 24 - 19. Vertice Obama, Netanhyahu, Abu Mazen
(Washington 2010). Il problema delle “colonie israeliane”. Nuovi incidenti, p. 24 - 20. La “primavera
araba” (2010). La caduta di Mubarak; il consiglio supremo delle forze armate egiziane (2011). Il
riconoscimento palestinese all’ONU (2011). L’azione mediatrice del “quartetto” (ONU, UE, USA, Russia).
La Palestina entra nell’UNESCO (2011). Il rapporto del’AIEA sull’attività nucleare in Iran (2011), p. 25 - 21.
Mohamed Morsi alla guida dell’Egitto (2012). Il movimento dei Paesi non allineati (MNA). L’Assemblea
Generale dell’ONU (2012). Nuove tensioni tra Gerusalemme e Teheran, p. 25. - 22. Nuovo confronto tra
Israele ed Hamas; operazione “colonna di fumo”. La Palestina entra nell’ONU come “Stato osservatore non
membro” (novembre 2012); reazioni di Gerusalemme e Washington. Tensione al Cairo: il presidente Morsi
contestato dalle opposizioni (dicembre 2012). I colloqui egiziano-iraniani (febbraio 2013).

7 L’INDIPENDENZA DI INDIA E PAKISTAN 27

1. Le premesse, p. 27 - 2. La presenza inglese e la resistenza indiana. Gandhi, p. 27 - 3. Nehru. Il governo


provvisorio. La nuova politica britannica, p. 28 - 4. India e Pakistan indipendenti. Nuovi contrasti, p. 28 - 5.
La politica estera dell’India. Possedimenti francesi e portoghesi. Orientamenti del Pakistan, p. 29 - 6.
Nepal, Sikkim, Bhutan, p. 29 - 7. Da Nehru a Indira Gandhi. Trattato di amicizia indo-sovietico (1971).
L’ingresso nel “club atomico”, p. 30 - 8. Rajiv Gandhi. Nascita della SAARC. La crisi dello Sri Lanka, p. 30 -
9. Narashima Rao. Atal Bihari Vajpayee. Sviluppo degli armamenti nucleari. Dichiarazione d’amicizia cino-
indiana (1999); principi di cooperazione (2003). Nuovi rapporti con Washington. Visita di Clinton (2000), p.
30 - 10. Manmohan Singh. Sviluppo dell’economia indiana. Squilibri sociali. Il problema energetico.
Difficoltà nel Kashmir, p. 31 - 11. Pacistan: alternanza al potere tra civili e militari. Le armi atomiche (1998),
p. 31 - 12. Benazir Bhutto, Pervez Musharraf, Asif Ali Zardari. La lotta al terrorismo. Rapporti civili con
Washington. Sviluppo economico e problemi sociali, p. 31.

8 L’INDOCINA 32

1. L’Indocina dopo gli accordi di Ginevra del 1954 (Vietnam, Cambogia, Laos), p. 32 - 2. La guerriglia nel
Vietnam del Sud: la nascita del Fronte di Liberazione Nazionale (FLN, 1960). Le decisioni di Kennedy
(1963). L’esecuzione di Nog Dinh Diem. Washington sostiene il nuovo governo sudvietnamita, p. 32 - 3.
Nuove difficoltà a Saigon: la guerra continua. Il libro bianco americano sul Vietnam (1965). Il piano
Johnson (1965). L’escalation. I bombardamenti oltre il 17° parallelo. La conferenza di Manila (1966), p. 33 -
4. Le iniziative per la pace di diversi Paesi. L’impegno del Segretario dell’ONU U Thant. L’opposizione alla
guerra negli Stati Uniti. Lo scambio di lettere tra Johnson e Ho Chi Minh (1967), p. 33 - 5. L’offensiva del
Tet. Nuove proposte di pace a Parigi (1968). Nixon decide il disimpegno statunitense e la
“sudvietnamizzazione” del conflitto. La nascita del Governo Rivoluzionario Provvsorio (GRP, 1969). Il
decesso di Ho Chi Minh. L’inasprimento del conflitto (1970). Saigon nelle mani di Nguyen Van Thieu
(1971). L’offensiva aero-navale di Nixon contro il Vietnam del nord (1972), p. 33 - 6. Gli accordi di Parigi
(gennaio 1973). Le valutazioni di Washington, Saigon, della “terza forza”, del GRP e di Hanoi. La posizione
di Mosca e Pechino. Le intese integrative (“Parigi bis”, giugno 1973), p. 34 - 7. La crisi del Vietnam
meridionale. L’epilogo: le dimissioni di Thieu. Il governo di Minh. La vittoria del GRP (1975). La conferenza
per la riunificazione della patria (Ho Chi Minh-Saigon, 1975). La nascita della Repubblica Socialista del
Vietnam (1976). L’ingresso all’ONU (1977). I conflitti cambogiano-vietnamita e cino-vietnamita (1979), p. 35
- 8. Cambogia, Laos, Thailandia, p. 36 - 9. La repubblica socialista del Vietnam dopo il 1976. L’ingresso
nell’ONU (1977). Il congresso del Partito Comunista del 1986. Nuovi rapporti con Parigi, Pechino e
Washington. L’adesione all’ASEAN (1995), p. 37.

9 L’EMISFERO OCCIDENTALE E LA QUESTIONE DI CUBA 38

1. L’America Latina dalla dottrina Monroe (1823) alla formazione dell’Organizzazione degli Stati Americani
(OSA, 1948). L’intervento statunitense in Guatemala (1954) e nella Costa Rica (1955), p. 38 - 2. La vittoria
di Castro a Cuba (1959). La rottura con Washington. Nuovi rapporti cubano-sovietici. L’operazione “Baia
dei Porci” (1961). Kennedy promuove l’”Alleanza per il progresso” (1961), p. 39 - 3. Castro sceglie il
comunismo. Reazioni della Casa Bianca. Cuba espulsa dall’OSA (1962), p. 39 - 4. La crisi dei missili
(ottobre 1962): il blocco navale di Cuba. L’azione dell’ONU. L’Accordo Kennedy-Krusciov (ottobre 1962).
Reazioni di Castro e dei movimenti anticastristi negli USA, p. 40 - 5. La conferenza tricontinentale (1966);
l’impegno rivoluzionario del castrismo in America, in Africa e Asia. La conferenza dell’Organizzazione
Latino-Americana di Solidarietà (1967). Ernesto “Che” Guevara in Bolivia. Cuba entra nel Comecon (1972).
Gli USA e il blocco economico (1975). Cuba in Africa (1976): antimperialismo, anticolonialismo, apartheid.
Castro all’Assemblea Generale dell’ONU (1979), p. 41 - 6. Cuba di fronte alla caduta del comunismo
sovietico. Le visite di Giovanni Paolo II (1998) e di Benedetto XVI (2012). Nuovi rapporti russo-cubani:
Putin a Cuba (2000). La costituzione dell’ALBA (2004). Le dimissioni di Fidel Castro (2006): SEGUE

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Raul Castro al potere (2008), p. 41 - 7. L’evoluzione dei rapporti interamericani. Mercato comune
centroamericano (1960); Patto andino (1969). La crisi del Nicaragua (1979). Isole Malvine (Falkland
Islands): la guerra anglo-argentina (1982). Grenada (1983). Gruppo di Contadora (1983). Gruppo di Rio
(1986). NAFTA (1992); AFTA (1994); MERCOSUR (1991); CSN (2004); UNASUD (2008), p. 42.

10 LA FINE DEGLI IMPERI COLONIALI EUROPEI IN AFRICA E ASIA 43

1. Inghilterra, p. 43 - 2. Francia, p. 44 - 3. Belgio, p. 44 - 4. Spagna, p. 45 - 5. Portogallo, p. 45 - 6. Olanda,


p. 45 - 7. Italia, p. 46 - 8. La decomposizione dell’impero zarista-sovietico, p. 46 - 9. Ipotesi sul futuro degli
Stati Uniti e della Cina, p. 47 - 10. L’evoluzione dell’azione missionaria delle Chiese cristiane. La Santa
Sede, p. 48 - 11. Neocolonialismo e decolonizzazione, p. 48.

11 NUOVI ORIZZONTI COLONIALI. CALOTTE POLARI E ESPLORAZIONE DELL’UNIVERSO 49

1. Il “continente artico”, p. 49 - 2. Il “continente” antartico, p. 49 - 3. L’esplorazione dell’universo. I


precedenti, p. 50 - 4. I satelliti artificiali terrestri. Lo sbarco sulla Luna. Sviluppi successivi, p. 50 - 5. Gli
accordi sullo spazio extratmosferico (1967) e sulla Luna (1979), p .50.

App. MAPPE CONCETTUALI 51

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1 L’ESPANSIONE COLONIALE

1 LE PRIME INIZIATIVE (SPAGNA, PORTOGALLO, FRANCIA, OLANDA, INGHILTERRA E RUSSIA)

GLOBALE

STATI NAZIONALI EUROPEI

• L’avvio dell’espansione europea negli altri continenti risale ai secoli XV e XVI. Grandi
progressi nella tecnica, nella navigazione e nell’orientamento e nella scienza in generale,
connaturati all’epoca rinascimentale, consentono agli europei di esplorare tutte le aree del globo. La
navigazione, dapprima contemplata solo in iniziative d’avventura private, inizia a diventare
sistematica e alla base di reti commerciali.
• Portoghesi e spagnoli furono in tale contesto molto attivi: mentre i primi circumnavigano l’Africa
per raggiungere l’Asia evitando passaggi in zone del Medio Oriente, i secondi provano a
raggiungerla circumnavigando il globo, portando così nel 1492 alla casuale scoperta
dell’America. Gli spagnoli dilagano nel centro e nel sud, schiavizzando le popolazioni locali e
sfruttando le ricche risorse locali trasportandole in Spagna.
• Lo sfruttamento delle risorse e la sottomissione delle popolazioni native sono in parte
giustificati dalla convinzione di compiere una missione di civiltà e di diffusione religiosa. La
Santa Sede e la religione cattolica hanno un ruolo fondamentale nel colonialismo europeo: giacché
il Papa è considerata la massima autorità della cristianità, da lui provengono le autorizzazioni ai
colonizzatori di procedere con le opere di conquista ed espansione. Ciò nonostante, non mancano
forti critiche, dal mondo cattolico, per la scarsa considerazione che i coloni hanno nei
confronti dei nativi, trattati brutalmente e con metodi repressivi. Mentre gli Stati hanno obiettivi
economici, militari e strategici, la Chiesa intende evangelizzare gli indigeni e promuovere opere
caritatevoli nei loro confronti: in questa ottica si diffondono le missioni.
• Anche Francia e Inghilterra si affacciano al nuovo mondo nel XVI secolo; oltre alle colonie
nordamericane, gli inglesi occupano anche le isole tropicali del centro America, mentre i francesi
hanno interesse per le isole nell’Oceano Indiano. L’Olanda ha un ruolo di rilievo nella
colonizzazione: accantonando motivazioni strategiche e militari, Amsterdam punta
maggiormente allo sviluppo di una rete commerciale globale, sviluppando le sue attività lungo
le coste africane e in nord America (nascita della nuova Olanda e di Nuova Amsterdam a
Manhattan). La Russia si espande verso la Siberia, estendendo la propria influenza sino in Asia.
• Le compagnie private rivestono un ruolo fondamentale nelle esplorazioni, negli scambi e negli
insediamenti: godono di ampia autonomia e di poteri delegati dallo stato sovrano, divenendo vere
e proprie strutture operative dei governi.

2 GLI IMPERI ARABO E OTTOMANO

MEDIO ORIENTE, EUROPA MERIDIONALE



PAESI DEL MEDITERRANEO SUD ORIENTALE, PENISOLA BALCANICA

• Nel Mediterraneo sud orientale si assiste, a partire dal VII secolo, alla diffusione dell’Islam
per opera di Maometto. La dottrina musulmana nel giro di pochi anni si espande dalla Mecca alle
aree circostanti; essa crea un sistema di vita integrale, dove la divisione tra sfera politica e sfera
religiosa, presente in Europa da secoli, non esiste. Alla morte di Maometto, la guida dei
musulmani è assunta dai califfi, rappresentanti del profeta, ai quali si deve la rapida espansione
del nuovo credo in vasti territori, fino alle montagne del Caucaso e alla conquista della Spagna nel
VIII secolo (durata fino alla “riconquista cristiana” nel 1492).
• Dopo la scomparsa del profeta, si assiste alla divisione tra sciiti e sunniti. I primi ritengono che
solo i diretti discendenti del profeta possano aspirare al ruolo di guida della comunità; sono una
minoranza con consistenti presenze in numerosi Paesi. I secondi sono invece favorevoli a un
sistema elettivo diretto, rifiutando la teoria ereditaria; l’ultimo califfo è destituito da Ataturk nel 1924.
• Durante il XV secolo sono consistenti le conquiste, che includono anche aree della penisola
balcanica: l’avanzata ottomana sarà fermata solamente a Vienna. L’impero sopravviverà fino al
primo conflitto mondiale, dopo il quale si disgregherà (nascita della Turchia, amministrazione
delle ex colonie sotto l’egida della Società delle Nazioni).
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2 L’IMPERIALISMO COLONIALE

1 CONSIDERAZIONI GENERALI

GLOBALE

GENERALIZZATO

• Gli stati colonizzatori hanno giustificato le loro imprese espansionistiche con


argomentazioni legate a civilizzazione e modernizzazione. Da parte loro, la colonizzazione
appare una missione caritatevole a promozione di progresso e civiltà, ma viene sminuita la modalità
di queste azioni (violenze, sottomissioni). C’è un divario tra chi ha beneficiato di vantaggi immediati,
chi ne ha ricevuti modesti e chi ha avuto danni dall’azione coloniale. Le potenze colonizzatrici, che
hanno recepito enormi vantaggi, avrebbero potuto svilupparsi anche senza le colonie: è indubbio
tuttavia il loro contributo nella loro crescita non solo economica, ma anche politica e militare.
• La coscienza cristiana si “sveglia” nel tardo Settecento e il Congresso di Vienna (1815)
conferma la condanna delle metodologie brutali e violente dei colonizzatori. Nonostante la
battuta d’arresto autocritica, a fine XIX secolo riprende l’espansione coloniale con nuovo
vigore: si lanciano nell’impresa anche Nazioni prima disinteressate al fenomeno (Italia,
Germania, Giappone, Belgio): la costruzione di un impero costituisce fattore di prestigio nazionale.
Alcune di queste iniziative, specie dopo la prima guerra mondiale, sono definite di tardo
colonialismo. Nessuno vuole essere escluso dal banchetto coloniale: le iniziative militari contro
gli indigeni si affiancano alle tese trattative tra Nazioni per spartirsi i territori e le risorse, spinti
anche dalla pressione demografica interna all’Europa.
• La Santa Sede costituisce, a metà Seicento, la Congregazione per la propaganda della fede:
avrà il compito di organizzare l’attività missionaria. La distinzione tra evangelizzazione e
colonizzazione non viene recepita dalle popolazioni indigene: d’altronde, la dottrina cristiana è
quella professata dagli stessi colonizzatori, che spesso si abbandonano a comportamenti in netto
contrasto con essa. L’opera di conversione è inficiata dai crescenti contrasti tra le Chiese
nazionali dei rispettivi Paesi (cattoliche, protestanti, ortodosse), e dalla conseguente incertezza
dei valori.
• Occorre riflettere sul fenomeno nel complesso: oggi ci è possibile grazie al completamento
della decolonizzazione nel secondo dopoguerra. Nella storia dell’umanità nessun imperialismo
si è manifestato pacificamente; tra le accuse più gravi mosse ai colonizzatori della storia moderna
vi sono la promozione della schiavitù e il ricorso sistematico alla “tratta”. Il colonialismo ha posto
le basi per lo sviluppo dei rapporti internazionali così come li conosciamo ad oggi.
Successive valutazioni del fenomeno hanno portato alcuni sovietici a definire colonie i soli
possedimenti a vario titolo ubicati lontano dal paese colonizzatore; nel 1947, al Comitato delle
Nazioni Unite Poynton, definisce questo ragionamento capzioso “sofisma dell’acqua salata” (non
vi sarebbe alcuna differenza tra l’espansione inglese oltremare e quella russa sul continente verso
la Siberia; allo stesso modo è vista l’espansione americana verso il Pacifico, con guerre contro il
Messico e la relegazione in riserve degli indigeni).

2 SPAGNA E PORTOGALLO

EUROPA OCCIDENTALE

PORTOGALLO, SPAGNA E COLONIE

• Dopo aver perduto gran parte dei suoi possedimenti in America centrale e meridionale per i moti
rivoltosi locali e per i contrasti con gli Stati Uniti, la Spagna proclama il protettorato sul Marocco
nel 1912, occupando il Rio de Oro (regione di Hamra).
• Il Portogallo conferma invece la propria presenza in numerose zone dell’Africa centro-
meridionale (Mozambico, Angola, Guinea Bissau): Lisbona sviluppa l’idea di un grande
insediamento africano est-ovest con cui congiungere l’Angola al Mozambico per esercitare
una posizione di rilevanza nel continente, ma il progetto fallirà per le resistenze inglesi e gli
oggettivi limiti finanziari e militari dei portoghesi.

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3 INGHILTERRA

EUROPA OCCIDENTALE

REGNO UNITO E COLONIE

• Il contributo di Londra all’espansione coloniale è importante. In realtà, inizialmente gli inglesi


hanno preferito evitare conquiste e occupazioni (giudicate inutili e costose) per focalizzarsi
sullo sviluppo dei commerci e delle presenze in aree strategiche. Tuttavia, successivamente,
all’acquisto di numerose colonie (Ceylon, Malta, parte della Guyana) segue una lenta ma
progressiva penetrazione in India; nel 1876 la regina d’Inghilterra è proclamata imperatrice
delle Indie, mentre vengono occupate Cipro, l’Uganda, il Kenya e Zanzibar.
• Gli attriti di Londra con Roma, Parigi e Instanbul relativi al controllo mediorentale e al Canale
di Suez porteranno all’occupazione dell’Egitto nel 1882; si spingerà nell’Africa occidentale fino
al Niger e al Ciad, mentre alla fine dell’Ottocento verrà avviato un sanguinoso conflitto con le
popolazioni locali per la conquista del Sudafrica. La situazione di questo territorio è complessa:
in una prima fase di confronto tra boeri locali (contadini di origine olandese) e inglesi, i primi
saranno spinti a spostarsi verso nord in cerca di nuovi territori, fondando nuove piccole entità
statali; successivamente Londra avanzerà nell’entroterra, dopo la scoperta delle risorse
naturali locali, vincendo le guerre anglo-boere di inizio Novecento e unificando i territori in
un’unica entità sudafricana,
• Contestualmente, gli inglesi estendono il loro dominio in Asia, in particolare in India. Regno
Unito e Francia mostrano interesse verso la penisola indocinese, composta da realtà frazionata e
mancanza di unità; gli inglesi sono interessati al Siam e alla Birmania, da cui ottengono concessioni
e privilegi; la forte influenza inglese in Afghanistan è causa di contrasti con la Russia.
• Gli inglesi partecipano al “banchetto cinese”, dopo che il governo di Pechino è costretto a
cedere alle pressioni diplomatiche e militari cedendo privilegi commerciali, l’uso dei porti, la libertà
di navigazione fluviale e l’extraterritorialità alle potenze europee. Tuttavia l’accettazione di tali
“trattati ineguali” da parte cinese non porta alla conquista né all’occupazione della Cina.
• La secessione delle colonie americane (1776) porta gli inglesi ad assumere un
atteggiamento prudente nei confronti delle colonie, favorendone l’evoluzione verso
l’autogoverno, l’autonomia e l’indipendenza con provvedimenti graduali nel tempo per evitare
nuove rotture. In tal senso, lo Statuto di Westminster (1931) porta alla nascita del
Commonwealth, un associazione fra soggetti con status diverso sotto la guida della Corona
inglese. Il secondo dopoguerra vedrà l'adesione di nuovi membri, trasformando il Commonwealth
in una libera associazione di Stati presieduta dalla regina. Il governo inglese non ha mai accettato
rappresentanti delle ex colonie e dei dominions all’interno del Parlamento, né ha concesso la
cittadinanza “in blocco” (pur riconoscendola ai cittadini trasferiti e ai loro diretti consanguinei).

4 FRANCIA

EUROPA OCCIDENTALE

FRANCIA E COLONIE

• Dopo la parentesi rivoluzionaria (1789) e il periodo Napoleonico, la Francia controlla poco


dei possedimenti precedenti. L’espansione riprenderà nel 1830 in Algeria, cui seguirà
l’occupazione di Tahiti in Polinesia (1843) e di Senegal, Congo, Gibuti e Madagascar in Africa nella
seconda metà dell’Ottocento; nel 1912 occuperà il Maroccoo. Il quadro asiatico vede la
proclamazione del protettorato sul Laos, a fine Ottocento, e sulle isole dell’Oceano Indiano.
• Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, Parigi conquisterà vasti territori e arriverà
ad avere un’espansione dell’Impero d’oltremare seconda solo quello inglese, con un notevole
margine di distacco dalle altre potenze europee.

5 RUSSIA

ASIA, EUROPA ORIENTALE



RUSSIA

• L’espansione della Russia verso l’Asia orientale ha radici remote. Iniziata già a metà del
Cinquecento con Ivan il Terribile, porta inizialmente all’annessione di territori del basso e medio

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• Volga, cui seguirà la conquista della Siberia. I confini con la Cina sono raggiunti nel corso del
Seicento, e i russi si spingeranno fino alle coste del Pacifico e ai mari artici. Questa
espansione trae origine dalla volontà di potenza, dalle esigenze di sicurezza strategica e dalla
effettiva curiosità verso le zone inesplorate. La violenza verso i nativi è sistematica, mentre lo zar
procede a incorporare le terre al regno e a trasferirvi nuclei di coloni sempre più consistenti.
• Tra il Seicento e il Settecento l’interesse russo verso le aree centroeuropee e balcaniche
porta all’occupazione di parte della Polonia, dell’Ucraina e della Bielorussia,
contestualmente alle aree baltiche. La conquista della Crimea offrirà una sponda sul mar Nero,
mentre la Russia non nasconde di ambire al controllo degli Stretti per avere uno sbocco sul
Mediterraneo con una progressiva espansione nelle zone tra Mar Nero e Mar Caspio.
• L’espansione europea coincide con quella asiatica: i russi varcano lo stretto di Bering a metà
Ottocento e occupano l’Alaska fino a metà Ottocento (quando verrà ceduta agli Stati Uniti) e
occupano l’isola di Sahalin, sbocco sul Pacifico.
• L’abolizione della servitù della gleba a metà Ottocento spinge milioni di contadini alla ricerca
di terre europee e orientali, mentre la popolazione russa arriva quasi a raddoppiare tra il
1860 e il 1914. La decisa opposizione inglese porta i russi a rinunciare alle proprie aspirazioni su
Persia (Iran) e Afghanistan.
• Dopo la parentesi rivoluzionaria (1917-1920), i sovietici cercano di riprendere il controllo dei
territori zaristi persi. Con Stalin riprenderà, a Yalta e Potsdam (1945), l’espansionismo russo
verso territori europei e asiatici, anche se l’estensione sarà minore rispetto ai territori del periodo
zarista. In Asia ottiene le isole Curili, Sahalin meridionale e il mantenimento della Repubblica
Popolare Mongola (stato, di fatto, sotto l’influenza moscovita). In Europa otterrà la linea Curzòn,
con l’annessione di parte della Polonia.

6 OLANDA

EUROPA SETTENTRIONALE

PAESI BASSI E COLONIE

• L’Olanda è tra le potenze europee che realizzeranno le loro aspirazioni imperiali. Con un
lungo e impegnativo conflitto tra Ottocento e Novecento s’insedierà in gran parte dell’isola di
Sumatra e del Borneo; seguiranno espansioni in Nuova Guinea, Giava e Mare delle Filippine.
• Dopo una prima fase coloniale “classica”, le preoccupazioni del governo olandese per le
proteste contro l’occupazione portano alla nascita del Consiglio del Popolo nel 1916. Tale
Consiglio ha funzioni consultive ed è formato sia da membri eletti, sia da membri dell’Aia: la nuova
costituzione olandese (1923) dichiarerà tali territori “parte integrante del Regno dei Paesi Bassi”.
• L’evoluzione nell’area asiatica sarà bloccata nel 1942 con l’occupazione nipponica, che porrà
fine al periodo coloniale olandese. Poco prima della sconfitta (1945), Tokyo trasferirà pieni
poteri ai capi nazionalisti locali che proclameranno l’indipendenza. Tale risultato non sarà
accettato dagli olandesi e aprirà un aspro contenzioso politico e militare con la nascita di nuovi
Stati nelle regioni indonesiana e caraibica.

7 BELGIO

EUROPA SETTENTRIONALE

BELGIO E CONGO

• Il Belgio avvia la sua politica coloniale tardivamente, a fin Ottocento, con l’occupazione del
Congo (1877) assicurandosi così una vasta area centroafricana ricca di risorse minerarie e
agricole. Il re Leopoldo II costituisce nel 1885 lo Stato indipendente del Congo di cui assume
la guida a titolo di unione personale, che passerà al Belgio dopo la sua morte (1908). Il
colonialismo belga è ascrivibile al colonialismo classico, con una gestione diretta da parte della
madrepatria: lo sfruttamento delle risorse del Paese ne determina un progressivo sviluppo, con le
autorità coloniali che provvedono alla costruzione delle infrastrutture e di una importante rete di
scuole primari, superiori e professionali (lasciando però in ombra le università).
• La presenza belga sul territorio agevola la convivenza delle numerose tribù del vasto
territorio. Nel secondo dopoguerra Bruxelles è convinta di poter mantenere la propria
colonia, che si rivela meno sensibile alle spinte indipendentiste. La decolonizzazione sarà

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accelerata, saltando le importanti fasi intermedie che caratterizzano analoghe esperienze africane.s

8 STATI UNITI

AMERICA SETTENTRIONALE E CENTRALE



STATI UNITI D’AMERICA, MESSICO

• All’inizio del 1800 gli Stati Uniti, allora costituiti dalle 13 ex-colonie, si espandono verso il
Pacifico e il Golfo del Messico. Questo fenomeno ha spiegazioni strategiche, ma anche
demografiche: importante l’immigrazione dall’Europa (Irlanda, Inghilterra, Germania), mentre si
afferma la convinzione di dover civilizzare l’intero continente, scarsamente popolato e ricco
di risorse.
• Il contenzioso con la Spagna sul Texas vedrà la vittoria americana, mentre dai contrasti con il
Messico scaturisce il conflitto messicano-statunitense del 1846, in cui Washington prevarrà
senza fatica, annettendo numerosi Stati (California, Nevada, Utah, Arizona). Gli americani
prevarranno anche sui russi, che dopo forti pressioni politiche cedono loro l’Alaska. Sul
finire dell’Ottocento, la rivolta cubana contro la dominazione spagnola spinge gli Stati Uniti ad
intervenire per porre fine a contrasti che si trascinano da ormai mezzo secolo; il successivo
trattato di pace obbliga la Spagna a rinunciare ad ogni pretesa su Cuba, occupata dagli Stati
Uniti insieme a Puerto Rico.
• Questi progressi americani nei caraibi rendono necessario un collegamento interoceanico
tra Pacifico e Atlantico. Risolte le opposizioni di Londra, prende avvio la costruzione del
Canale di Panama, che sarà completato nel 1914. Gli Stati Uniti attribuiranno in futuro maggiore
importanza allo sviluppo economico attraverso politiche attive di import-export e l’uso di capitali
finanziari consistenti. Tali comportamenti, definiti come diplomazia del dollaro, sottolineano
l’importanza data ai fattori economico-monetari, pur in assenza degli strumenti del
colonialismo classico. Questa scelta non escluse l’uso della forza; alla progressiva espansione
americana corrisponde un arretramento delle potenze europee.
• Di fatto, gli Stati Uniti diventano anch’essi una potenza imperialista, affermandosi nei confronti
di aree contigue ed insulari, esercitando poteri analoghi a quelli delle altre potenze coloniali.
Emblematico è il caso delle Filippine, liberate dalla tediata presenza spagnola: Washington
promette loro la piena indipendenza nel 1934, dopo un processo di preparazione istituzionale di 10
anni. La promessa viene mantenuta nel 1946, dopo la Seconda Guerra Mondiale.

9 GIAPPONE

ASIA, OCEANO PACIFICO



GIAPPONE

• Anche il Giappone sviluppa una propria attività coloniale a fine Ottocento. Ciò genererà un
clima di tensione con le altre potenze coloniali, nonostante la dichiarata intenzione nipponica di non
interferire o insediare zone consolidate già da altri.
• L’esigenza primaria di Tokyo è garantire la sicurezza nazionale, in un contesto di potenziali
minacce russo-cino-coreane. I nipponici si rivolgono subito verso il continente, e nel dettaglio
verso la penisola coreana, allora parte della Cina: la regione è appetibile anche per le risorse
minerarie del Nord e quelle agricole nel Sud. La Cina è impreparata ad un confronto con
Tokyo per i disordini interni e, dopo l’occupazione parziale della Corea da parte del Giappone nel
1894, è costretta a riconoscere “in maniera definitiva la piena indipendenza e autonomia della
Corea”, cedendo al Giappone anche l’isola di Formosa. Alle tensioni in Corea si affiancano
quelle con la Russia, la cui flotta, nel confronto coi nipponici, è annientata nei primi anni del
Novecento, aprendogli la strada all’isola di Sahalin e alle Curili. La Società delle Nazioni si rivela
impotente alle iniziative ostili, ma tutte queste occupazioni giapponesi avranno carattere
temporaneo: saranno cancellate dalla sconfitta militare del Giappone del 1945.
• Il Regno di Corea è annesso a Tokyo nel 1904: prenderà avvio una iniziativa di
snazionalizzazione dell’intera area, divenuta di fatto provincia giapponese, con una attività
di revisione culturale, scolastica e sociale profonda e brutale. Gli sviluppi postbellici
confermeranno il fallimento di tale politica si assimilazione, generando un risentimento profondo
nei confronti dei giapponesi.

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10 ITALIA

EUROPA OCCIDENTALE, AFRICA



ITALIA E COLONIE

• Anche l’Italia avvia una politica coloniale tardiva: ciò è dovuto alla formazione recente dello
Stato unitario (1861), con una organizzazione istituzionale lenta, un progresso industriale debole e
la mancata necessità di mercati che assorbano le eccedenze produttive. Le risorse finanziarie
limitate frenano le possibilità di manovra delle classi politiche liberali del periodo; le forze
nazionaliste, orgogliose dell’unità raggiunta, premono affinché l’Italia diventi una potenza coloniale.
• Le prime iniziative in tal senso sono la conquista di Eritrea e Somalia. L’impegno è consistente
anche in Asia, nel tentativo di ottenere da Pechino condizioni favorevoli e partecipare al “banchetto
cinese”.
• Dopo un breve conflitto con l’Impero Ottomano, la Libia è occupata nel 1912 dove tuttavia
non si otterrà mai il completo controllo della regione. La Libia non è considerata colonia, ma
parte integrante del Regno (la cosiddetta “quarta sponda”): è soggetta ad una completa
assimilazione territoriale e sarà oggetto di importanti insediamenti coloniali italiani. Analoghe
iniziative di sviluppo, seppur di minore entità, sono intraprese per difendere le popolazioni
islamiche dalle prevaricazioni anglo-francesi. L’apertura delle ostilità in Etiopia, durante il regime
fascista, incrina i rapporti con gli inglesi.
• Le mire coloniali italiane non si limitano solo all’Africa, ma anche ai balcani. Nel 1939 è
occupata l’Albania, nel tentativo di rendere l’Adriatico un “lago italiano”: l’aggressione alla
Grecia invece non produrrà risultati soddisfacenti.
• Le presenze coloniali italiane avranno, in genere, durata breve e poco significativa. L’articolo
24 del trattato di pace conclusivo della seconda guerra mondiale (1947) porrà definitivamente
fine all’avventura coloniale italiana, costretta a rinunciare a tutte le proprie conquiste.

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3 LA DECOLONIZZAZIONE DEL
CONTINENTE AMERICANO

1 NORD AMERICA

AMERICA SETTENTRIONALE

STATI UNITI D’AMERICA

• Il fenomeno della decolonizzazione non è stato simultaneo né coordinato: mentre alcune aree
si affacciano all’indipendenza, altre fino ad allora “libere” conoscono il dominio di potenze straniere.
E’ comunque oggettivo l’innesco originario del processo, avviatosi nella seconda metà del
Settecento nel Nord America: la ribellione delle 13 colonie inglesi sulle coste atlantiche assumerà
un rilievo internazionale.
• I primi disordini in nord America scoppiano nel 1773, quando diviene nota l’intenzione di Re
Giorgio III di estendere alle colonie i tributi necessari al governo inglese per sostenere gli oneri delle
guerre europee. I disordini degenerano rapidamente in guerriglia e infine in una ribellione, che
si prefigge lo scopo di rompere i vincoli con la madrepatria. George Washington, capo delle milizie
ribelli, sconfigge gli inglesi a Boston; il neonato Congresso ribelle mette a punto la propria
costituzione e dichiara l’indipendenza (1776). Le insurrezioni suscitano la solidarietà politica
della Francia, da sempre ostile al Regno Unito.
• Londra non accetta il distacco e intraprende numerose azioni militari per soffocare la
ribellione. Dopo pochi anni, però, gli inglesi dovranno prendere atto delle determinazioni e
delle sorprendenti capacità militari dei rivoltosi, sostenuti da francesi e spagnoli. Il Regno Unito
decide, nel 1783, di aprire una nuova fase e di trovare un’intesa con le province ribelli,
accettandone l’indipendenza.
• Il successo dei ribelli, ottenuto dopo decenni di aspri combattimenti, rimarrà impresso nella
memoria del popolo americano a causa della lotta, dei sacrifici e delle perdite sostenute. Questo
atteggiamento porterà gli Stati Uniti ad assumere il ruolo di protettore dell’America centro-
meridionale, qualora si manifestassero revanscismi colonialisti europei, con la nota dichiarazione
Monroe (1823). Tale scelta troverà consensi, ma anche pareri contrari, secondo cui questo
comportamento può essere considerato una forma più evoluta (ma pur sempre negativa) dei vecchi
protettorati.

2 CENTRO E SUD AMERICA

AMERICA CENTRALE E MERIDIONALE



STATI UNITI D’AMERICA

• L’indipendenza delle colonie nordamericane apre la strada ai moti indipendentisti nel resto
del continente, che ora si rende consapevole delle proprie potenzialità economiche e di sviluppo.
L’emancipazione dei territori americani centro-meridionali dalle dominazioni europee
(principalmente spagnole e portoghesi) è agevolata dagli avvenimenti della rivoluzione francese
(1789), dalle guerre che la seguono e dal Congresso di Vienna.
• Il movimento indipendentista sarà tuttavia frazionato e poco unitario: in questi territori si
confrontano popoli con culture, caratteristiche sociali e desideri divergenti, spesso tra loro
contrastanti. Ad aprire le porte all’indipendenza sarà, nel 1816, la nascita dell’Argentina dalle
ceneri delle Province Unite della Plata, dipendenze spagnole. Seguiranno negli anni
immediatamente successivi Cile, Venezuela, Colombia (queste ultime due, liberate da Simòn
Bolìvar) e infine il Brasile. Questi avvenimenti suscitano l’interesse statunitense, che vedono
un’esperienza analoga alla propria e la possibilità di avviare relazioni commerciali ed
economiche coi territori appena liberati.
• Gli Stati Uniti “prendono atto” dell’indipendenza delle colonie nel 1823, assumendo il ruolo di
protettore nei confronti di residuali aspirazioni coloniali da parte europea sotto le spoglie di
una forma indiretta di protettorato.
• Tali colonie non saranno tra loro unitarie: i numerosi tentativi di creare una entità statale

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• unitaria (conferenza di Panama) falliranno, e Bolìvar, da sempre fautore di un America centro-


meridionale unita a livello nazionale o federale, arriverà ad affermare di “aver arato il mare”. L’idea
panamericana mantiene comunque il suo fascino, e nei decenni successivi sono numerose le
conferenze tenutesi a tal proposito: sono esaminati, in tali occasioni, progetti di difesa
collettiva e accordi di scambi commerciali.

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4 LA DECOMPOSIZIONE DEGLI IMPERI


OTTOMANO E AUSTRO-UNGARICO
EUROPA CENTRO-ORIENTALE, MEDIO ORIENTE

IMPERI OTTOMANO E AUSTRO-UNGARICO

• Già agli inizi dell’Ottocento, la tensione nei confronti di Costantinopoli cresce nella penisola
balcanica: le popolazioni cristiane sottomesse dal Cinquecento mal tollerano il potere del
sultano, fedele ai principi dell’Islam. I turchi considerano i balcani regioni da sfruttare, senza alcun
piano per un loro sviluppo; accettano l’autonomia religiosa e non impongono la conversione, purché
ciò non sconfini in campo politico, ma applicano una rigida distinzione senza alcuna forma di
integrazione.
• I serbi, dopo una lunga resistenza, riescono a costituire nel 1812 un principato autonomo:
ciò alimenta altre iniziative analoghe e suscita l’interesse delle capitali europee per questa
parte di “mondo cristiano”. Alla solidarietà europea però si contrappone una certa
preoccupazione: si teme che il crollo ottomano possa spianare la strada alla Russia,
sconvolgendo gli equilibri balcanici e mediterranei (ove ancora sono consistenti gli interessi anglo-
francesi). Le potenze europee comunque riconoscono l’indipendenza greca (1830) ottenuta
dopo la loro sollevazione, mentre i turchi accettano altre richieste indipendentiste balcaniche
per evitare nuove complicazioni.
• Dopo un periodo di calma, i moti insurrezionali balcanici riprendono alla fine dell’Ottocento e
la razione di Costantinopoli è durissima: riemerge, in tutta la sua gravità, la “questione
orientale” per le potenze europee. In tale contesto, la Russia prevale sulla Turchia nel
confronto militare e ottiene, nel 1878, importanti modifiche territoriali balcaniche a suo
favore. Si delinea così chiaramente una conseguenza collaterale dei moti indipendentisti balcanici:
da una parte si riduce l’influenza ottomana, ma dall’altra vi è l’inserimento di altre potenze europee,
causando così nuovi contrasti tra esse. La rivalità austro-russa, scaturita dalla disgregazione
dell’impero Ottomano, costituirà una delle cause del primo conflitto mondiale.
• Nel frattempo la Serbia si allontana dall’Austria-Ungheria: Vienna reagisce con l’annessione
della Bosnia-Erzegovina, provocando una rottura profonda con la Russia che non sarà più
sanata. I movimenti nazionalisti balcanici cercano appoggio nelle capitali europee e intraprendono
così il conflitto militare con Costantinopoli, prevalendo (1912). La Turchia rinuncia così alla sua
residuale presenza europea: è sancita l’indipendenza dell’Albania, mentre il conflitto con l’Italia in
Libia è perso.
• Pur avendo perso ampi territori balcanici, l’Impero Ottomano mantiene una notevole estensione,
ma la multietnicità delle popolazioni che lo abitano costituisce elemento di debolezza e una
maggiore sensibilità alle spinte indipendentiste. A fine Ottocento, gli anglo-francesi controllano le
finanze dell’Impero, che è insolvente, mentre i russi esercitano pressioni per favorire l’autonomia
armena. Con la sconfitta nella prima guerra mondiale, la dissoluzione dell’Impero è completa:
il sistema dei mandati della Società delle Nazioni favorisce la decolonizzazione, mentre la
Turchia, per l’azione del generale Mustafa Kemal (Ataturk), diventa una repubblica laica
d’ispirazione euro-americana; il generale sarà anche primo presidente. Il Regno Unito ottiene i
mandati su Mesopotamia e Palestina, mentre rafforza la sua posizione in Egitto (pur indebolendo la
propria influenza in Afghanistan e Iran).
• La sconfitta degli imperi centrali pone fine anche all’Impero austro-ungarico, fondato nel 1867
e costituito da due regni distinti e paritari sotto il medesimo sovrano. Dopo il conflitto, i vincitori ne
decidono lo smembramento: dal territorio di 700.000 kmq nascono numerosi stati indipendenti,
tra cui l’Austria che diventa una repubblica federale.

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5 L’EVOLUZIONE SUCCESSIVA
(1919-1947)

1 LA SOCIETA’ DELLE NAZIONI E IL SISTEMA DEI MANDATI (1919-1946)

GLOBALE

GENERALIZZATO

• Al termine del primo conflitto mondiale, con la nascita della Società delle Nazioni, è
affrontato esplicitamente il tema della decolonizzazione. Nonostante pareri divergenti riguardo i
principi di autodeterminazione dei popoli enunciati da Wilson, le potenze europee convergono
sull’importanza di affrontare il problema nei territori colonizzati dai Paesi vinti. La gestione delle ex-
colonie viene affidata, paradossalmente, a Paesi coloniali: questo processo infatti ha come
primo obiettivo la distruzione degli imperi vinti, e non l’emancipazione dei Paesi colonizzati.
• Le ex colonie tedesche e le parti non anatoliche dell’impero ottomano vengono affidate a
membri della Società delle Nazioni: l’articolo 22 dello statuto della stessa precisa che le ex-
colonie dei Paesi vinti non in grado di auto governarsi dovranno essere aiutati in un cammino
verso l’indipendenza dai membri della Società, secondo un sistema di mandati suddivisi in tipo
A, tipo B e tipo C.
• Nei mandati di tipo A rientrano le aree prima controllate dall’Impero ottomano che si riteneva
avessero "raggiunto uno stadio di sviluppo in cui la loro esistenza come Nazioni indipendenti poteva
essere riconosciuta anche se provvisoriamente soggetta all'assistenza amministrativa di una
Potenza Mandataria fino a quando non fossero stati in grado di governarsi da soli”. Siria e Libano
sono affidati alla Francia, mentre la Palestina e l’Iraq al Regno Unito. I mandati di tipo B
includevano tutti i precedenti Schutzgebiete (Territori tedeschi) nelle regioni sub-sahariane
dell'Africa centro-occidentale, che si riteneva richiedessero un maggiore livello di controllo da
parte della Potenza mandataria: Tanganica, Tengo e Camerun furono affidati al Regno Unito,
Ruanda e Urundi al Belgio, Kionga (regione del Mozambico) al Portogallo. Nel gruppo dei mandati
di tipo C rientravano l'Africa sud-occidentale e alcune isole del Pacifico meridionale, furono
considerati da amministrare "secondo le leggi della Potenza mandataria come parte
integrante del suo territorio”; Nauru, Guinea e le isole Bismarck furono affidate all’Australia, le
Samoa alla Nuova Zelanda, mentre al Giappone Marianne, Marshall, Caroline e Palau.
• Lo sviluppo successivo sarà in realtà molto diverso da quanto previsto. Il ritiro degli Stati Uniti
e l’assenza dell’URSS, nonché la dissociazione italo-nipponica nei primi anni ’30, lasciarono a
Londra e Parigi la gestione delle fasi più delicate.
• La sistemazione degli ex territori dell’Impero austro-ungarico fu differente. Si trattava infatti di
aree contigue all’Austria popolate da società molto diverse e già da tempo ostili a Vienna: sono da
subito costituiti Stati indipendenti considerati idonei all’esercizio di tutte le funzioni
istituzionali (Ungheria, Cecoslovacchia, Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, Jugoslavia). Vienna
perde anche territori a favore dell’Italia (Alto-Adige, Brennero).
• La Società delle Nazioni ribadirà i principi articoloniali anche durante le operazioni di
aggressione di Italia e Giappone durante gli anni ’30: com’è noto, ciò porterà le due nazioni a
uscire dalla Società stessa.

2 EGITTO, IRAQ, COMMONWEALTH, SIRIA, LIBANO, FILIPPINE

GLOBALE

EX-COLONIE IN AFRICA DEL NORD, MEDIO ORIENTE E ASIA

• Gli anni tra le due guerre mondiali vedono una stabilizzazione del quadro: i Paesi oggetto dei
mandati non guadagnano l’indipendenza, e in alcuni di essi la volontà di portare avanti il
processo liberatorio si manifesta con particolare forza.
• Il Regno Unito affronta la questione in numerosi territori. L’Egitto, di fatto protettorato inglese
dal 1914, ottiene la semilibertà dal Regno Unito solo nel 1922 (che pur si riserva diritti strategici

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• fortemente limitanti della sovranità dello Stato: è evidente l’importanza del Canale di Suez nel
territorio egiziano). La riduzione dell’influenza inglese sul territorio si avrà nel 1936, con un nuovo
trattato. In Iraq il mandato si conclude rapidamente dopo le sollevazioni popolari, che
porteranno alla convocazione di una costituente nel 1924: all’indipendenza del Paese si
affianca un accordo militare con cui gli inglesi potranno usare le basi nel territorio. Molti dominions
raggiungono la piena indipendenza, associati nel Commonwealth; l’India tuttavia non gode di
tale beneficio e al suo interno l’opposizione alla Corona si fa crescente, dando avvio a una
lunga lotta che porterà all’indipendenza solo nel 1947.
• Anche la Francia affronta la questione in Siria, che verrà dichiarata indipendente nel 1936, e
in Libano. Tuttavia l’impasse di Parigi nel contesto libano-siriano è evidente e non si riesce a
giungere a una soluzione soddisfacente; anche in Indocina, a fronte di una autonomia de facto di
Laos, Cambogia e Annam, si assiste a un pesante controllo con scarsa considerazione delle
autorità locali. I francesi rifiutano categoricamente le richieste di indipendenza del Nord Africa
(Marocco, Algeria, Tunisia).
• Spagna e Portogallo affrontano la questione nei territori africani di competenza, nel
convincimento di poter mantenere le loro colonie; in Indonesia l’Olanda affronta la situazione in
modo simile. Valutazione a parte per le Filippine, sotto il controllo degli Stati Uniti, a cui è
promessa l’indipendenza entro dieci anni nel 1934 (a causa del conflitto, slitterà al 1946).

3 IL SECONDO CONFLITTO MONDIALE. CONFRONTO TRA WASHINGTON E MOSCA

GLOBALE

GENERALIZZATO

• Il secondo conflitto mondiale è particolarmente importante nel processo di decolonizzazione:


molti dei più importanti Stati non saranno più in grado di controllare i propri imperi coloniali a causa
dello sforzo bellico (e dell’oggettivo indebolimento degli stessi). L’emergenza bellica ha inoltre
obbligato gli Stati a concedere alle proprie colonie benefici di vario genere al fine di
assicurarsi la loro collaborazione bellica affidabile e duratura. La gestione coloniale del primo
dopoguerra induce molti all’ottimismo: si spera di poter replicare il fenomeno.
• I movimenti indipendentisti delle colonie sono in genere allineati alle democrazie euro-
americane durante il conflitto, coalizzate contro le potenze dell’Asse; diversamente, in Asia, il
Giappone avvia le proprie azioni militari giustificandole come “liberatorie nei confronti dei
colonizzatori euro-americani”: questa politica nipponica, anche se infine fallirà, si rivela
inizialmente di successo con grandi effetti psicologici sui leader asiatici. La guerra diventa
comunque elemento di forte accelerazione della decolonizzazione, qualunque sia lo schieramento
della colonia oggetto. Il processo accelera dopo il 1945 (anche se non dagli accordi di Yalta e
Potsdam, che avevano considerato esclusivamente e marginalmente i territori da sottrarre a
Germania e Giappone), con l’emergere delle due superpotenze e la nascita dell’ONU.
• La rottura dei vincoli coloniali non avviene in modo uniforme e coordinato: la maggioranza
delle potenze non intende porre fine ai propri imperi coloniali dopo il conflitto e si ripropongono di
saldare i vincoli anche in zone perse durante il conflitto. In tale contesto si inserisce il
peggioramento dei rapporti tra le due superpotenze: gli Stati Uniti riaffermano i principi del libero
commercio e più in generale della “porta aperta”, ma devono sostenere l’intero fronte delle
democrazie liberali, molte delle quali sono potenze coloniali. Da ciò nasce il difficile compromesso:
la decolonizzazione è approvata e sostenuta, ma valutata caso per caso. Gli americani dispongono
comunque degli strumenti atti a sostenere l’azione, ovvero ingenti mezzi economici finanziari
(esempio lampante in Europa fu il piano Marshall). Mosca è invece priva di “vincoli” con potenze
coloniali e può riprendere l’azione avviata nel 1917, ma deve fare i conti con limitate disponibilità
economiche (di gran lunga inferiori a quelle americane) e alla conflittualità aperta tra le forze
anticolonialiste locali e il comunismo.
• A differenza del 1918, in cui si è assistito alla spartizione delle colonie dei Paesi vinti tra
Paesi vincitori, la nuova sfida coinvolge le grandi potenze, che si scontrano, seppur
indirettamente, per le loro differenti posizioni ideologiche. Entrambe cercano una soluzione
rapida e soprattutto favorevole al sistema ideologico-politico cui appartengono: l’impegno dei
movimenti indipendentisti è rilevante ed essenziale nel contesto, nonché fattore originario,
ma non sempre causa esclusiva.

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4 L’AZIONE DELL’ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE

GLOBALE

GENERALIZZATO

• I tre grandi affrontano il problema coloniale già a Yalta nel 1945: intendono definire un “nuovo
sistema di tutela internazionale”: questa soluzione è accolta dai contraenti a condizione che
sia applicata ad alcuni specifici casi (mandati ancora in essere della Società delle Nazioni,
territori ripresi dal nemico in seguito al conflitto attuale, ogni altro territorio posto sotto tutela). Il testo
elaborato è preciso e ricco di vincoli, a sottolineare i timori e le riserve dei contraenti, ma queste
precauzioni non impediscono un aspro confronto sull’intera questione alla conferenza di
San Francisco (aprile 1945). Alla conferenza è raggiunto un compromesso e si conviene di porre
in amministrazione fiduciaria sia i territori destinati all’indipendenza che quelli già predisposti
all’autogoverno. Questa soluzione dell’ONU è mirata a rafforzare pace e sicurezza
internazionale, promuovere il progresso politico, assicurare parità di trattamento e
rinvigorire la coscienza dei diritti fondamentali dell’uomo.
• Le potenze titolari dei precedenti mandati della Società delle Nazioni ottengono specifici
accordi di tutela da parte dell’ONU, mentre questa non accoglie le aspirazioni sudafricane di
“gestire senza controllo” (quindi annettere) l’Africa sud-occidentale tedesca. Gli ex colonizzatori
sono sottoposti ad obblighi, valutati con attenzione dall’ONU con lo scopo di garantire il progresso
politico e sociale, nonché sviluppare l’autogoverno delle colonie; sono inoltre obbligati a informare
con rendiconti statistici il segretariato generale, informandolo sull’evoluzione della questione.
• Negli anni successivi l’ONU estende la propria azione a favore delle ex-colonie, incontrando
l’opposizione dei colonizzatori che affrontano lo sgretolamento progressivo dei propri imperi.
Decisive, per la partita, saranno le forze anticoloniali locali ma anche il sostegno fornito da
Washington e Mosca (seppur con obiettivi differenti). L’ONU attiverà anche strumenti specifici di
controllo e di gestione per la complessa questione coloniale, con impegno speciale del segretariato
e della Corte Internazionale di Giustizia.
• Il fenomeno non ha uno sviluppo coordinato né una regia comune. I primi settori che manifestano
significativi risultati sono il Medio Oriente, l’India, l’Indocina e l’Indonesia. L’ONU interviene ancora
con decisione sulla questione alla 15a Assemblea del 1960: il segretario generale evidenzia la
necessità di sottrarre i conflitti regionali alla “lotta ideologica tra i due blocchi” e specifica
che “l’ONU dovrebbe attivare una “diplomazia preventiva” per garantire il passaggio rapido e
indolore all’indipendenza. Gli Stati devono inoltre osservare scrupolosamente la Carta delle Nazioni
Unite e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. La risoluzione di condanna al
colonialismo, approvata a larga maggioranza nel dicembre 1960, sottolinea l’importanza
dell’autodeterminazione dei popoli; essa non è vincolante ma ha un importante valore morale
ed è considerata un manifesto della decolonizzazione.

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6 L’EMANCIPAZIONE DEL MEDIO


ORIENTE

1 LA LEGA ARABA, IL PARTITO DELLA RESURREZIONE (BAATH) E L’IRAN

MEDIO ORIENTE

IRAQ, IRAN, PAESI DELLA LEGA ARABA

• Il mondo arabo è tra i primi a inviare importanti segnali di decolonizzazione; in queste zone
si assiste a un duplice fenomeno, ove la richiesta di indipendenza alle potenze coloniali si
affianca a uno sforzo di aggregazione interaraba. Gli Stati arabi analizzano le prospettive
federali, mentre si delinea il “problema palestinese”: Londra deve fermare l’immigrazione ebraica
nella zona e costituisce un “Fondo nazionale arabo” per acquistare terreni in Palestina per impedire
che finiscano in “mani sioniste”.
• Il problema ebraico è destinato a produrre ripercussioni durevoli e profonde i cui effetti sono
ancora oggi evidenti. E’ innegabile la solidarietà nei confronti dei sopravvissuti allo sterminio, ma
si precisa che non è possibile risolvere un’ingiustizia avvenuta in Europa con atti arbitrari e
prevaricatori ai danni di arabi e palestinesi. Secondo questa valutazione, la Palestina è araba e
indivisibile.
• Nel 1945 è sottoscritta al Cairo la Carta della Lega Araba da Egitto, Siria, Transgiordania, Iraq,
Libano e Yemen: nasce un sodalizio tra gli Stati arabi indipendenti con lo scopo di
consolidarne i rapporti e tutelare la loro indipendenza e sovranità. Attenzione specifica è
riservata alla Palestina: essa, come gli altri paesi staccati dall’impero ottomano, deve essere
indipendente. Dopo una prima fase di grande progresso integrativo si registrano i primi
dissidi tra Paesi arabi, mentre le superpotenze si affacciano al Medio Oriente per affermare il
proprio sistema politico-economico, avere garanzie sul Canale di Suez e, non meno importante, il
crescente rilievo delle risorse energetiche della regione.
• La lotta ai “dirigenti arabi collaborazionisti” e alle potenze colonialiste è inasprita dal
rafforzamento delle forze nazionaliste arabe. In tale contesto nasce il Partito della
Resurrezione Araba, o Baath, a opera del siriano Michel Aflaq: l’organizzazione si prefigge di
garantire unità e libertà araba, nonché integrità della sua identità. Il colonialismo ai danni degli arabi
è un crimine e va combattuto con tutti i mezzi possibili, ma si ricordano libertà di parola, riunione,
convinzione e attività. Le donne godono di diritti paritari di tutti i cittadini arabi, ma si evidenzia la
natura rivoluzionaria del partito, che crede nella risurrezione araba attraverso la costruzione
del socialismo contro ogni forma di moderatismo e riformismo graduale.
• In questo contesto, il Regno Unito affronta anche le richieste dell’Egitto che, in semi
indipendenza, chiede la revisione delle clausole limitative ancora in essere dal 1936. I rapporti
peggiorano quando il governo egiziano denuncia il trattato (la cui durata prevista era fino al 1956):
Londra rafforza la sua presenza armata a Suez e attribuisce al Sudan (da sempre ambito
dall’Egitto) i poteri per costituire un governo autonomo.
• Teheran richiede il ritiro dei contingenti inglesi e russi sul proprio territorio, ma mentre gli
inglesi procedono i russi rimangono in loco in virtù di un sodalizio russo-iraniano, anche di
natura economica (costituzione di società petrolifera co-gestita). L’ingerenza sovietica provoca la
risposta inglese, che inizia a sostenere i movimenti anticentralisti del Sud in aperto
contrasto con la svolta filosovietica del Paese. L’Iran, con l’appoggio anglo-americano,
interviene nelle zone del Nord riprendendone il controllo e procede a non ratificare gli accordi
petroliferi stretti in precedenza con l’URSS, la cui influenza nell’area si riduce a favore di
rapporti più stretti tra Iran e anglo-americani.

2 LA QUESTIONE PALESTINESE: PREMESSE


I
MEDIO ORIENTE

PALESTINA

• La difficile situazione mediorientale pone le basi per l’evento straordinario costituito dalla

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• nascita, in Palestina, dello Stato di Israele. Questo evento ha una genesi complessa e non
direttamente imputabile alla decolonizzazione: il problema ebraico ha radici profonde e secolari
che risalgono alla “diaspora” della popolazione ebraica, che cercava di sottrarsi a stermini e
persecuzioni romane. La contrapposizione arabo-ebraica, che ancora oggi persiste, è legata a
“diritti storici”. Per entrambe le fazioni la regione costituisce un inestimabile valore sociale e storico,
culla delle religioni di entrambi: la disputa trascende la mera disputa territoriale.
• Storicamente, la Palestina (territorio e non Stato, all’epoca non ancora esistente) assume per
la prima volta una dimensione statuale con la formazione dei regni di Davide (1000 a.C.) e del
figlio Salomone (961 a.C.), che concretizzano le precedenti strutture socio-politico-religiose. La
morte di Salomone coincide con la spartizione in due del Regno: Israele al Nord, che sarà
sottomessa dagli assiri, e Giuda al sud sottomessa dai babilonesi. Ciò causerà l’inizio della
diaspora, ovvero della “dispersione” della popolazione ebraica, aggravata dalla conquista
romana della regione; le continue sommosse e ribellioni porteranno alla distruzione di
Gerusalemme da parte delle legioni romane e al divieto ai giudei di risiedere nella regione,
ribattezzata Palestina. Nel VII Secolo si verifica l’occupazione araba: il territorio diventerà poi
provincia dell’Impero ottomano fino al primo conflitto mondiale. Nel frattempo, si manifesta la
singolare capacità del popolo ebraico di mantenere intensi rapporti sul piano socio-familiare
e religioso: gli ebrei non si assimilano al popolo in cui risiedono, ma conservano antiche
tradizioni e arricchiscono la “precedente ricchezza spirituale”. Il mondo ebraico manifesta
attenzione per l’Illuminismo; nel corso dell’Ottocento, varie espressioni dell’ebraismo moderno
cercano nuove iniziative per rafforzare i legami tra le diverse comunità ebraiche sparse per il globo.
E’ fondato, ad opera di Theodor Herzl, il movimento sionista: trattasi di un movimento
nazionalista, democratico e laico che promuove un primo congresso a Basilea nel 1897 in
cui si ribadisce il diritto degli ebrei ad avere una propria terra: “Dobbiamo […] vivere come
uomini liberi sulla nostra propria zolla e morire in pace nella nostra propria patria”.
• Paradossalmente le persecuzioni europee negli anni ’30 e ’40, con il drammatico epilogo della
Shoah, aiuteranno la causa sionista polarizzando le attenzioni e la solidarietà globale sulla
questione. Il progetto sionista ha alla base l’insediamento ebraico in Palestina, agevolato da
possedimenti terrieri: sono costituiti a tale scopo fondi speciali ebraici e finanziatori stranieri, che
offrono i mezzi per acquistare i terreni dai proprietari arabi che li vendono a caro prezzo. Il
proletariato agricolo arabo si trova di fronte a “nuovi padroni” ebrei e teme la crescente
immigrazione, particolarmente accentuata a cavallo di Ottocento e Novecento. L’immigrazione
accentua problemi sociali dati dalle differenze ideologiche dei “nuovi arrivati” con gli arabi
(sistema politico, rapporti familiari).
• Gerusalemme e la Palestina sono vitali anche per gli arabi: il territorio è la culla dell’Islam e,
secondo la tradizione, Maometto stesso avrebbe dimorato in più occasioni nella città.
Gerusalemme è, per i musulmani, la terza città sacra con la Mecca e Medina. Il comune “ventre”
per la nascita delle religioni, però, non corrisponde ad una omogeneità nazionale tra ebrei ed arabi,
né sul piano sociale né su quello politico: gli ebrei sono infatti impermeabili alle influenze del credo
islamico, salvo rare eccezioni.

2 LA PRESENZA INGLESE (MANDATO DELLA SOCIETA’ DELLE NAZIONI, 1920). L’EMIRATO DI


II TRANSGIORDANIA (1921). CONTRASTI ARABO-EBRAICI

MEDIO ORIENTE

PALESTINA

• Durante il primo conflitto mondiale, Londra ottiene il supporto delle popolazioni locali per
“liberarle dal giogo della tirannia turca”. Dopo il conflitto lo smembramento dell’impero ottomano
è completo, e gli inglesi ottengono il mandato sulla regione nel 1920, nell’ottica di decolonizzazione
perseguita dalla Società delle Nazioni; lo sviluppo degli eventi non sarà però coerente con le
promesse.
• Nel 1917 è emessa la dichiarazione di Balfour, con cui si autorizza la costituzione in
Palestina di un “focolare ebraico”: non ci sono riferimenti espliciti alla creazione di uno Stato, ma
i sionisti vedono in tale dichiarazione un importante premessa alla costituzione dello stesso. Nel
1921 gli inglesi costituiranno l’emirato di Transgiordania, con status di semiprotettorato che resterà
legato alle esigenze strategiche del Regno Unito; il mondo arabo, però, preme per il ritiro delle
autorità britanniche e l’impedimento di nuove emigrazioni di ebrei, che continuano ad affluire
con ritmi sempre crescenti (date anche le circostanze europee). La mancata accettazione delle

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• clausole di Balfour da parte araba genera gravi incidenti antiebraici e il boicottaggio delle
elezioni previste per la stesura di una nuova Costituzione palestinese: la contrapposizione
arabo-ebraica si fa via via più violenta. Per la protezione dei “coloni”, dal 1920 si formano numerose
organizzazioni parmilitari (Haganah e Irgun, dalle tendenze più estremistiche): l’azione sempre più
violenta delle stesse porta all’istituzione di una commissione d’inchiesta inglese che propone la
“tripartizione” della palestina in uno Stato arabo, uno Stato ebreo e una co-gestione speciale per
Gerusalemme.
• Nel 1938 il governo inglese pubblica un libro bianco (Policy in Palestina), in cui identifica nel
progetto di tripartizione dello stato la “migliore soluzione al dissidio”; L’ipotesi spartitori è
respinta senza riserve dal mondo arabo, che rifiuta l’immigrazione ebraica ed offre agli ebrei già
residenti la coesistenza. Gli obiettivi si dimostreranno però “mutualmente incompatibili” col passare
degli anni, perchè le “due razze” in Palestina non hanno conciliato le loro aspirazioni nazionali,
ostacolando così la nascita di un governo unitario autonomo. Si delinea, con maggiore urgenza,
la necessità di un intervento della Società delle Nazioni: la potenza mandataria è incapace di
risolvere la controversia. L’evoluzione negativa del quadro induce il Regno Unito ad una
“pausa riflessiva”: è temporaneamente accantonata l’idea trispartitoria e si indice una conferenza
ad hoc con rappresentati arabi ed ebrei.
• Durane il secondo conflitto mondiale parte del mondo arabo simpatizza per le potenze
dell’Asse, in virtù dell’impegno comune contro gli inglesi; nello stesso periodo, numerosi sono
gli appelli degli ebrei a Londra affinché sia loro permesso di accogliere nel territorio i loro fratelli
perseguitati in Europa.
• Nel 1942 si tiene a New York una importante conferenza sionista: è approvato il piano Biltmore
che prevede l’apertura illimitata dell’immigrazione ebraica in Palestina, lo sviluppo economico del
Paese sotto il controllo dell’Agenzia ebraica e la costituzione di uno Stato ebraico indipendente su
tutto il territorio palestinese. Questi progetti accentuano, inevitabilmente, i contrasti con il
mondo arabo palestinese.

3 DALLA SECONDA GUERRA MONDIALE ALLA FINE DEL MANDATO BRITANNICO. LE


PROPOSTE DELL’ONU (1947)
MEDIO ORIENTE

PALESTINA

• Il conflitto mondiale non facilita la soluzione del problema palestinese, anzi complica il
quadro; il territorio precipita in un vortice di violenze senza precedenti, mentre le organizzazioni
terroristiche prevalgono i loro affiliati (sia da parte araba, sia da parte ebraica) e la situazione
sfugge al controllo di Londra. Attlee denuncia l’attivismo delle forze armate irregolari ebraiche,
in particolare verso l’Haganah: “le atrocità subìto dai nazisti non possono giustificare
l’azione terroristica di matrice ebraica”. La situazione precipita nel luglio 1946 con l’attentato
terroristico nell’hotel sede dell’Alto Comando militare britannico a Gerusalemme. Gli inglesi
capiscono che l’immigrazione non è solo la reazione delle precedenti persecuzioni ma parte di un
più grande progetto organizzato da strutture ebraiche perciò predisposte: non si può tollerare che
una minoranza di estremisti sionisti pregiudichi la equa definizione della crisi palestinese.
• Gli Stati Uniti, da sempre assenti nella gestione della problematica, cambiano linea politica
con Truman che da avvio a un specifico impegno politico a proposito. Cio è dovuto non solo
all’impatto sulla coscienza della Shoah, nel frattempo scoperta in tutto il suo orrore, ma anche alle
pressioni della influente comunità ebraica americana. La linea di Truman però non considera le
aspettative del mondo ebraico, dando precedenza alla sistemazione degli interessi ebraici.
• Nel frattempo, il mondo arabo elabora una propria soluzione alla questione: propone la
costituzione urgente di un Assemblea costituente, la stesura di una costituzione democratica e
l’elezione di un parlamento nazionale. Essenziale è l’integrità dei Luoghi Santi, mentre
l’immigrazione ebraica va completamente proibita (pur tutelando gli ebrei già in loco). Da parte loro,
gli ebrei ritengono la loro immigrazione come costruttiva per il territorio e priva di atti pericolosi o
minacce indirizzate agli arabi: tali concetti sono sottolineati al congresso sionista di Basilea del
1946, occasione in cui si registrano significative chiusure nei confronti degli inglesi e del loro Libro
bianco del 1939 (che sottolineava l’importanza della tripartizione come unica soluzione plausibile).
• Londra prende finalmente atto dell’impossibilità di proseguire nel tentativo di stabilizzare la
regione. Importante è l’opposizione del governo inglese: Churchill chiede che si ponga fine ad
uno “squallido collaborazionismo coi terroristi” e il governo stesso considera concluso il mandato

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• ricevuto dalla Società delle Nazioni. La questione è passata all’ONU: questo atto da un lato
sottolinea l’importanza dell’organizzazione appena nata, ma dall’altro rende evidente il
“passaggio della patata bollente” da parte dei britannici, che si disimpegnano dalla
questione. Nel passare la questione all’ONU, Londra “non raccomanda alcuna particolare
soluzione”.
• La commissione ONU approva a maggioranza il provvedimento dedicato alla regione: è
prevista la costituzione di tre realtà, con uno Stato arabo e l’altro ebraico (ognuno dei quali
dovrà assicurare, nel proprio territorio, la difesa delle razze, delle religioni e delle lingue); la
città di Gerusalemme sarà amministrata dall’ONU stessa con un mandato fiduciario e sarà
creata una forza di polizia speciale a difesa dei Luoghi Santi. La proposta è contraddittoria, perchè
mentre propone una unica realtà economica, di fatto sancisce una divisione politica. La reazione
del mondo arabo è negativa: si denuncia la pesante ingerenza statunitense nella questione, e “la
Palestina deve costituirsi Stato arabo”. Pareri favorevoli invece da Washington e Mosca; i primi
si dichiarano anche disponibili ad aiuti economici e finanziari nel periodo transitorio. Gli ebrei
accolgono la spartizione, pur con qualche riserva.
• Il problema ebraico non è un problema di immigrati o rifugiati ebrei, né ascrivibile a un caso
di decolonizzazione: è il problema secolare del popolo ebreo senza patria. Nel 1947 l’ONU
approva il progetto di spartizione in due Stati indipendenti, pur incontrando l’opposizione araba e le
perplesssità degli inglesi (che si astengono dal voto). L’ipotesi di costituire una forza
internazionale per imporre i due nuovi Stati spalanca le porte sulla scena a nuove presenze,
tra cui quella sovietica: da ciò si origina un repentino cambio di linea politica americano; è
comunque escluso l’uso delle forze armate americane nella regione. Mosca rimane invece
favorevole all’ipotesi di spartizione proposta; gli americani devono prendere atto delle
opposizioni delle loro idee e saranno costretti a riconsiderare la spartizione.

4 LA NASCITA DELLO STATO DI ISRAELE (1948). LA PRIMA GUERRA ARABO-ISRAELIANA.


L’INGRESSO NELL’ONU
MEDIO ORIENTE

PALESTINA

• Al ritiro del contingente britannico, terminato il mandato, corrisponde l’annuncio del Gran
Consiglio sionista dell’imminente creazione del stato indipendente ebraico, auspicandone il
riconoscimento da parte di “tutti i Paesi civili e dall’ONU”. Gli appelli del Consiglio di
Sicurezza delle Nazioni Unite per porre fine alle ostilità cadono nel vuoto, mentre la situazione
politica è paralizzata dall’impossibilità di un accordo arabo-ebraico.
• L’Alto Commissario britannico annuncia la fine del mandato inglese sulla Palestina nella
primavera del 1948. Contestualmente il governo rilascia un Libro bianco in cui si spiega che
una parte degli obiettivi del mandato è stata raggiunta (promozione di benessere e sviluppo
dell’area e creazione, in Palestina, di un focolare ebraico), mentre il tentativo di avviare
all’autogoverno il popolo palestinese è fallito. Si ritengono inoltre le forze ebraiche terroristiche
responsabili di una campagna organizzata ed equipaggiata con tutte le armi della fanteria moderna;
Londra si dichiara comunque disponibile a collaborare per nuove soluzioni. La lettura inglese della
vicenda non è però condivisa da tutti: Mosca critica il Libro bianco ritenendolo una “dichiarazione
d’impotenza e ipocrisia”.
• Decisiva alla nascita dello Stato è l’azione di Ben Gurion, che ritiene l’attesa di ulteriori sviluppi
“pericolosa” e, attraverso la votazione del Direttorio del Popolo, porta alla proclamazione dello
Stato di Israele il 14 maggio 1948: con questo atto, dopo quasi 2000 anni di dispersioni e
persecuzioni, rinasce in Palestina uno stato ebraico. Questo importante evento non è una
risposta al più radicale antisemitismo, manifestatosi in Europa il decennio precedente in tutta la sua
crudeltà e orrore: è la conclusione di un percorso di emancipazione ebraica in atto da quasi 20
secoli, culminato con il “Risorgimento ebraico” (così definito dagli stessi costituenti). E’ un “segno
miracoloso” per il “popolo eletto” che ritrova finalmente il proprio territorio; il successo è coronato
dall’accettazione della nuova realtà statale da numerosi Stati, tra cui proprio le due
superpotenze. Seguirà, nei mesi successivi, il riconoscimento dello Stato da parte di numerose
nazioni; diametralmente opposta è la reazione araba, che oppone una violenta opposizione
politica e militare.
• La tensione cresce e culmina con lo scoppio della prima guerra arabo-israeliana pochi mesi
dopo: in realtà occorre sottolineare che l’invasione della Palestina da parte dei Paesi arabi

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• confinanti era già in atto, secondo piani precedentemente stabiliti. E’ diffuso il convincimento che la
partita possa essere risolta soltanto con le armi; il sanguinoso conflitto induce molti Paesi a
rivolgersi alle Nazioni Unite, che attivano gli organi predisposti, pur senza produrre nulla di
concreto. La situazione peggiorerà ulteriormente con l’attentato perpetrato dagli estremisti
ebrei a Folke Bernadotte, mediatore delle Nazioni Unite, che rimarrà ucciso. Ben Gurion, primo
presidente israeliano, è ben conscio della gravità dell’atto.
• La tregua al conflitto è rotta numerose volte, mentre Israele ottiene forniture militari dalla
Cecoslovacchia aggirando l’embargo imposto da molti Paesi. Il fronte arabo si sfalda
progressivamente: ognuno ha progetti diversi e non conciliabili, mentre Israele è di fatto “un’isola in
un mare arabo” e deve, contemporaneamente, organizzare l’immigrazione ebraica e il modus
vivendi con i Paesi limitrofi. La questione sicurezza diventa, per il popolo ebraico in Israele, un
problema fondamentale.
• Il Paese, pur allineandosi al mondo occidentale (democrazia liberale) abbraccia principi socialisti,
almeno in una prima fase della sua vita. Ben Gurion ritiene essenziale l’adozione iniziale di una
economia pianificata, tendente alla massima realizzazione dell’ideale sionista-socialista. Israele
entra nell’ONU nel maggio 1949: l’evento sancisce un autentico successo sionista; il mondo
arabo vede l’evento come una “nuova crociata” (ebraica, non cristiana) e vive il periodo con
estrema sofferenza.

5 I LUOGHI SANTI E GERUSALEMME. LA NASCITA DELLA GIORDANIA (TRANSGIORDANIA,


CISGIORDANIA, GERUSALEMME EST)
MEDIO ORIENTE

ISRAELE, PALESTINA

• Il mondo arabo considera i provvedimento ONU fonte di grande ingiustizia, arrivando a


definirli una “nuova crociata”. Israele, se da un lato intende garantire la sicurezza e il libero
accesso dei Luoghi Santi, dall’altro vorrebbe incorporare la città nuova (parte occidentale) di
Gerusalemme e, come il mondo arabo, respinge l’ipotesi di una sua internazionalizzazione. Ciò
nonostante, nel 1949 l’Assemblea Generale approva a maggioranza il progetto di
internazionalizzazione di Gerusalemme, che però non sarà attuato. Il problema suscita
l’interesse della Santa Sede e del mondo cristiano: il Pontefice è preoccupato dagli scontri in zona
e propone per questi siti un regime di garanzie internazionali.
• Nell’aprile 1950 le autorità transgiordane indicono elezioni generali: vi parteciperanno sia gli
abitanti della Transgiordania sia gli abitanti palestinesi della Cisgiordania, occupata dalle forze
armate transgiordane. L’evento costituisce di fatto la nascita della nuova Giordania. Londra
accetta la nuova realtà statuale, con riserve riguardo le frontiere con Israele; rammenta inoltre che
occorre attendere le decisioni dell’ONU per definire la situazione di Gerusalemme e Luoghi Santi.
Negativa è invece la reazione dei Paesi arabi, secondo i quali i giordani, operando in collusione
con gli anglo francesi, abbia violato l’impegno di non annettere parti della Palestina. Le
conseguenze dell’atto saranno gravi: la Giordania è espulsa dalla Lega Araba e il re giordano
Abdullah, vittima di un attentato perpetrato da gruppi arabo-palestinesi, pagherà con la vita
la politica palestinese adottata.

6 ISRAELIANI E PALESTINESI DOPO IL CONFLITTO DEL 1948-1949

MEDIO ORIENTE

ISRAELE, PALESTINA

• La prima (e più significativa) fase della questione palestinese si chiude a inizio anni ’50, anche se i
contrasti si prolungheranno fino ai giorni nostri. Da una valutazione complessiva dei primi anni del
contrasto emergono i grandi risultati raggiunti dagli israeliani con la rinascita del proprio
Stato, evento di importanza storica sotto diversi aspetti (ritorno alla terra dei padri, ricostituzione
entità statuale, ecc.); tale evento costituisce la conclusione di una fase storica “duratura e dolorosa”
iniziata quasi 2000 anni prima con la diaspora. La soddisfazione per il traguardo raggiunto non
può tuttavia cancellare i timori per il futuro, scaturiti dall’inaspettata guerra contro i palestinesi;
gli israeliani vivono in uno “stato d’assedio” perenne.
• Nel 1951 gli israeliani rivendicano il loro diritto a ricevere riparazioni dalla Germania per le

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• persecuzioni subite dagli ebrei; la richiesta avvenne tardivamente perchè, a conflitto terminato,
Israele non esisteva; la richiesta israeliana è accolta da Adenauer (Germania Ovest), che si
impegna a riparare i danni materiali causati dai nazisti.
• E’ ben diverso il bilancio arabo-palestinese, che vede una popolazione divisa in tre tronconi:
una parte in Israele, in difficili condizioni socio-economiche (“stranieri in patria”), una parte
assimilata dallo stato giordano (dove, oltre le dichiarazioni formali, la convivenza sarà difficile) e una
parte, la più consistente, data da coloro che hanno abbandonato la Palestina agli inizi del
conflitto. Questi ultimi lo fecero non solo per sfuggire dal conflitto, ma perchè ebbero la
promessa dai vicini Paesi arabi di poter rientrare una volta che la Lega Araba avrebbe vinto il
conflitto. Ciò non avvenne mai, e Israele non ne accetta il rientro per motivi di sicurezza: si apre
così il dramma socio-umanitario dei campi di raccolta, dove le condizioni di vita dei profughi
sono insufficienti. Povertà, miseria e sfiducia nel futuro rafforzano le organizzazioni terroristiche,
cui vi si indirizzano molti giovani. Gli arabi contestano la democrazia israeliana, paragonandola alla
Grecia antica, poiché godono di diritti democratici solo i cittadini israeliani: sono esclusi gli arabi
rimanenti residenti nel Paese. E’ in egual modo crescente il risentimento nei confronti di Stati
Uniti e URSS per l’appoggio fornito alla causa ebraica.
• I fatti palestinesi avvengono mentre una parte del mondo arabo conosce l’indipendenza e la
decolonizzazione dai Paesi europei: appaiono, in questa chiave di lettura, in controtendenza
se non anacronistici. Il precario equilibrio generato dopo il primo conflitto sarà nuovamente rotto
con nuovi eventi bellici nei decenni a seguire.

7 L’EGITTO DALLA MONARCHIA ALLA REPUBBLICA. IL PROBLEMA SUDANESE. LA


COSTRUZIONE DELLA DIGA DI ASSUAN. IL CAIRO SCEGLIE IL “NON ALLINEAMENTO”
AFRICA DEL NORD

EGITTO

• L’Egitto, indipendente de jure dal 1922, vuole liberarsi dei vincoli che permangono con il
Regno Unito. Alla fine del 1951 denuncia unilateralmente il trattato con Londra e intima le forze
armate britanniche di sgomberare; la situazione è aggravata dalle tensioni interne, che il re Farouk
fatica a controllare.
• Nel 1952 un gruppo di ufficiali guidati dal generale Naguib assume pieni poteri, obbliga il re
ad abdicare e stringe accordi politici coi rappresentanti indipendentisti sudanesi (territorio su cui
l’Egitto aveva aspirato al pieno controllo); il Sudan sceglie così la strada dell’indipendenza, e l’anno
successivo è proclamata la Repubblica d’Egitto di cui Naguib è primo presidente. Nel 1954 è
raggiunto l’accordo con Londra: le forze armate inglesi si ritireranno dal Paese, il Canale di Suez
è “parte integrante dell’Egitto” (e sarà usato in base alla convenzione di Costantinopoli del 1888).
Londra potrà usare le basi a Suez se si verificherà un attacco contro l’Egitto o un Paese della Lega
Araba. La lotta interna che si sviluppa tra vertici politici e militari egiziani porta
all’allontanamento di Naguib in favore di Nasser, che guida il consiglio della Rivoluzione.
• Iraq e Turchia sottoscrivono il patto di Baghdad nel settembre 1955, cui poi aderiranno Regno
Unito, Pakistan e Iran: il trattato vuole rafforzare la sicurezza dei Paesi contraenti nel contesto
mediorientale. L’adesione al trattato è aperta a tutti i Paesi mediorientali: si vuole dar vita ad un
cordone di sicurezza dal Mediterraneo al Mar Arabico per rafforzare il lato sud europeo della NATO
e ostacolare i tentativi dell’URSS di influenzare il Medio Oriente. Il patto diventa così un
“collegamento” tra NATO e SEATO, ma avrà durata breve: nel 1974 l’invasione di Cipro da parte
della Turchia gli pone fine di fatto e sarà sciolto ufficialmente nel 1979.
• La situazione lungo i confini tra Israele ed Egitto resta precaria, con continui incidenti
soprattutto nel piccolo territorio della striscia Gaza: il quadro orientale è dominato dal clima di
diffidenza e sospetto reciproci lasciato dalla guerra degli anni precedenti. L’Egitto decide di armarsi
con forniture dalla Cecoslovacchia, disposta a fornire armi in un contesto di scambi commerciali;
lamenta le forniture “illimitate” ad Israele da parte di molti Paesi occidentali, tra cui l’Italia.
• Negli anni successivi l’Egitto intensifica le relazioni con i Paesi non allineati: in un incontro tra
Nasser, Tito e Nehru si conviene sulla necessità di porre fine al “dominio di un Paese sull’altro” e di
procedere sulla strada del disarmo mondiale. In quest’ottica si rende evidente l’appoggio
dell’URSS alla causa egiziana: i sovietici, tuttavia, non cercano in Medio Oriente vantaggi né
privilegi perchè dispongono già di tutte le risorse necessarie al loro sviluppo. Ciò suscita
l’interesse di Washington, che segue gli sviluppi della questione egiziana con estrema
attenzione: Eisenhower conferma la necessità di stabilizzare il Medio Oriente.

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8 NASSER NAZIONALIZZA LA COMPAGNIA DEL CANALE DI SUEZ (1956). LA SECONDA


GUERRA ARABO-ISRAELIANA (1956). I MEMORANDA EGIZIANI (1957). LA DOTTRINA
EISENHOWER PER IL MEDIO ORIENTE (1957). LA NASCITA DELLA REPUBBLICA ARABA
UNITA (1958)
AFRICA DEL NORD, MEDIO ORIENTE

EGITTO, ISRAELE, SIRIA

• Alla fine del 1955 l’Egitto comunica l’intenzione di costruire una imponente infrastruttura sul
Nilo: trattasi della diga di Assuan, che permetterebbe di regolare la portata delle acque e rendere
così coltivabili ampie zone intorno al fiume; verrà realizzata con proventi da numerose fonti (incluso
un eventuale coinvolgimento della Banca Mondiale), ma l’anno successivo gli Stati Uniti
annunciano il ritiro del loro aiuto a fondo perduto per la costruzione della diga. L’atto
costituisce un avvertimento a Nasser: Washington non tollera il progressivo avvicinamento
dell’Egitto all’URSS.
• Nasser per ritorsione e per disporre di risorse finanziarie alternative, annuncia la
nazionalizzazione la Compagnia del Canale di Suez in un violento discorso antioccidentale
ad Alessandria, ribandendo l’astio nei confronti di Israele. Immediata è la protesta da parte
anglo-franco-americana, con cui si denuncia la violazione della convenzione ancora in vigore e si
esprimono timori per la libertà di navigazione nel Canale; tuttavia quanto accaduto non è illegale.
• La conferenza di Londra dell’agosto 1956, tenutasi in tal proposito ma in assenza dell’Egitto,
vede la contrapposizione dei 22 partecipanti in due gruppi, il più numeroso dei quali propone la
gestione internazionale del Canale. L’Egitto la respinge confermando la legittimità dell’operazione e
denunciando pericolose manovre militari anglo-francesi.
• Mentre i lavori del Consiglio di Sicurezza non riescono a trovare una soluzione alla questione,
Israele avvia un’azione militare contro l’Egitto con l’appoggio anglo-francese: si apre così il
secondo scontro arabo-israeliano noto come Crisi di Suez. In pochi giorni le forze armate
israeliane raggiungono il Canale; gli anglo-francesi invitano i contendenti a “ritirarsi nella zona del
Canale”. L’Egitto, in tutta risposta, lo chiude e si assiste all’affondamento di alcune navi. Mosca,
Washington e Nuova Delhi deplorano l’uso della forza da parte anglo-francese. Israele, con molte
riserve dovute al risentimento di non poter transitare nel Canale, accetta di ritirarsi dalle aree
occupate precisando di non aver mai voluto annettere il Sinai.
• Mentre proseguono le difficoltà nella Striscia di Gaza (gli Israeliani pretendono specifiche garanzie
di smilitarizzazione prima di riconsegnarla all’Egitto che l’aveva occupata nel 1949), l’Egitto emette
un memorandum nel marzo 1957 relativo alla questione del Canale. Il governo egiziano si
impegna a rispettare la convenzione del 1888 senza riserve, afferma l’assoluta sovranità
egiziana sul Canale e l’opposizione a qualsiasi forma di controllo internazionale su esso.
Nonostante reazioni polarizzate, la navigazione riprende normalmente; un memorandum
immediatamente successivo, indirizzato al segretario delle Nazioni Unite, conferma l’esclusione di
ogni interferenza o presenza straniera nella gestione del Canale. Anche se il memorandum non è in
linea con alcuni punti di rilievo con le decisioni del Consiglio di Sicurezza e presenta carenze, si
preferisce dare fiducia al governo egiziano: prevale l’esigenza economica di poter transitare
senza particolari limiti e restrizioni.
• Prende corpo la dottrina Eisenhower per il Medio Oriente, con scopo di contenimento contro il
comunismo. L’URSS non usa il Canale, al contrario dell’Europa, dell’Asia e dell’Africa: la sua caduta
in mani ostili potrebbe produrre effetti disastrosi. La dottrina non è destinata a risolvere i
problemi arabo-palestinesi, che saranno affrontati dall’ONU in separata e apposita sede, ma
a fermare ogni possibilità di “aggressione comunista diretta o indiretta”. E’ opportuno
sottolineare che la crisi in atto non scaturisce da alcuna influenza comunista, che nei territori arabi
non gode di appoggio (il marx-leninismo è talvolta soggetto a persecuzioni), tuttavia gli arabi
hanno cercato il sostegno finanziario e militare di Mosca sperando di prevalere nel conflitto.
Nonostante questi aiuti, l’Egitto resta “non allineato” e Marocco e Tunisia preferiscono
mantenere buoni rapporti con l’Occidente; in generale, nessuno di questi Paesi intende aderire ai
sistemi di alleanza (blocchi).
• Le ingerenze americane in Medio Oriente, che sostituiscono la precedente presenza anglo-
francese, non sono giustificate solo dal contenimento del comunismo, ma anche dalla
prospettiva di creare un sistema di alleanze simil-NATO evitando lo scontro arabo-ebraico. Le
valutazioni di Washington si riveleranno carenti per non aver considerato le gravi
conseguenze della nascita di Israele (e della sua accettazione) presso il mondo arabo e
palestinese.

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• Nel 1958 l’Egitto si unisce alla Siria (e più tardi allo Yemen) nella Repubblica Araba Unita;
nello stesso periodo il colpo di Stato in Iraq porta all’affermazione del generale Kassem,
che proclama la Repubblica. Si succederanno numerosi colpi di Stato fino al 1979, quando
l’affermazione di Hussein darà alla politica estera irachena altri indirizzi.

9 NASSER PRECISA GLI OBIETTIVI DELL’ARABISMO. LA TERZA GUERRA ARABO-


PALESTINESE-ISRAELIANA (1973). IL DECESSO DI NASSER (1970)
AFRICA DEL NORD, MEDIO ORIENTE

EGITTO, ISRAELE

• Il ministro degli esteri di Israele, Golda Meir, denuncia l'impedimento del passaggio delle
navi israeliane nel Canale di Suez da parte dell'Egitto. Quest'ultimo risponde che “Israele non ha
alcun diritto da rivendicare poiché è stato nato dalla violenza”. Ciò nonostante, Nasser conferma
il precedente indirizzo della sua politica: per superare lo stato di arretratezza del paese
arabo è stato necessario sconfiggere l'imperialismo, il feudalesimo, la monarchia e il
capitalismo. La Repubblica Araba Unita cessa di esistere nel 1961 a causa di un colpo di stato
militare in Siria: Damasco rivendica la propria indipendenza; l’Egitto abbandona la precedente
denominazione e assume quella di Repubblica Araba d’Egitto.
• Nell'estate del 1964 si riunisce il congresso nazionale palestinese che decide di creare un
movimento per la liberazione della Palestina: nasce l'organizzazione per la liberazione della
Palestina (OLP), con lo specifico obiettivo di "distruggere il sionismo”. Immediata è la reazione di
Israele, che denuncia l'intenzione di paesi appartenenti all'ONU di attaccare un altro membro
dell'organizzazione stessa.
• Tensioni degli anni precedenti e gli avvenimenti recenti portano allo scoppio del terzo
conflitto arabo palestinese israeliano nel 1967: inizia la guerra dei sei giorni che vede
Israele prevalere rapidamente sul fronte siriano e in Egitto, conquistando rapidamente la
Striscia di Gaza e la penisola del Sinai fino a raggiungere la sponda occidentale del Canale di
Suez. Il Consiglio di Sicurezza con voto unanime invita i contendenti a sospendere
immediatamente le ostilità: Israele accetta la richiesta, che è però respinta dai Paesi arabi.
Questi ultimi non negano la sconfitta militare ma attribuiscono il successo israeliano al sostegno
anglo americano cercando di ottenere, invano, un aiuto sovietico più incisivo; nonostante
l’approvazione unanime al Consiglio di Sicurezza della risoluzione 242 (che prevede la
pacificazione della regione con il riconoscimento della sovranità e dell'integrità territoriale politica di
tutti gli Stati dell’area) le posizioni dei contendenti sono troppo lontane e inconciliabili I
problemi rimangono sostanzialmente irrisolti. La situazione non risolta fa crescere l'attività
terroristica; le organizzazioni palestinesi danno vita ad un consiglio nazionale palestinese, di
100 membri, che funziona come parlamento del popolo palestinese.
• Nel 1969, Golda Meir assume il ruolo di guida del governo di Israele. Il quadro mediorientale
resta confusa e conflittuale: si verificano numerosi incidenti (colpi di Stato in Libia e Sudan) mentre
in Giordania si verificano disordini dovuti alla presenza dell’OLP e del suo quartier generale. Dopo
loro azioni terroristiche, il governo giordano reagisce con la forza; l’Organizzazione si trasferisce
nel sud del Libano mentre Arafat, suo leader, fugge in Egitto. Proseguono gli attentati perpetrati
ai danni di ebrei (attentati alle Olimpiadi di Monaco del 1972).
• Nasser muore nel 1970, aprendo così nuovi interrogativi sulla stabilità dell’Egitto. Egli ha
tenuto con coerenza anche il non allineamento fra i blocchi post bellici, ha legato l’arabismo alla
distruzione dello Stato ebraico (subendo però tre sconfitte) e ciò ha contribuito all’accettazione di
Israele da parte delle potenze.

10 SADAT ALLA GUIDA DELL’EGITTO. TRATTATO DI AMICIZIA E COLLABORAZIONE


SOVIETICO-EGIZIANO (1971). LA QUARTA GUERRA ARABO-PALESTINESE-ISRAELIANA
(1973). ARAFAT ALL’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU (1974); LA REPLICA DEL
RAPPRESENTATE ISRAELIANO TEKOAH
AFRICA DEL NORD, MEDIO ORIENTE

EGITTO, ISRAELE

• Sadat succede a Nasser, come da questi indicato come successore; il nuovo capo di governo
conferma la linea politica egiziana, confermando la linea nasseriana. Nel 1971 ci sono segnali
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• di apertura per risolvere la questione del Canale. Il Cairo necessita di liberare il Sinai, occupato
da Israele (che, prima di procedere, pretende specifici trattati a tutela della pace).
Contestualmente, Meir denuncia i crescenti aiuti militari sovietici in un contesto di progressivo
avvicinamento all'URSS (con sottoscrizione, nel 1971, di un accordo di amicizia e
collaborazione economica e militare): l'Egitto non nasconde, "in mancanza di altre
soluzioni", di riprendere le ostilità nel breve termine. Sadat precisa comunque di non volere
uno scontro diretto tra URSS e Stati Uniti.
• Ripetuti incidenti e scontri sfociano, nel 1973, nella Guerra del Kippur: Siria ed Egitto
avviano le operazioni militari contro Israele e inizialmente prevalgono, avvantaggiati dal
fattore sorpresa e dall'aver colpito durante una festività ebraica (il Kippur, appunto). Il Consiglio di
Sicurezza chiede l'interruzione immediata dei combattimenti; le controffensive israeliane
hanno successo, mentre intervengono i caschi blu per garantire il "cessate il fuoco". I Paesi arabi
produttori di petrolio, per ritorsione, si accordano (coordinati dall'OPEC) per diminuire
l'estrazione della risorsa e aumentarne artificiosamente il prezzo, innescando la nota crisi
energetica del 1973: ciò spinge le nazioni occidentali a considerare l'importanza del Medio Oriente
per le proprie forniture, ma anche a cercare metodi di produzione alternativi (nucleare, solare,
ecc.). L'atto darà risultati solo modesti, mentre gli Stati Uniti confermano il loro supporto a
Israele; inoltre l'afflusso di valuta pregiata (dollari) nelle casse dei Paesi arabi li spinge a investire
nei circuiti bancari occidentali, accentuando i loro legami con i Paesi che si volevano danneggiare.
Negli anni '80 il prezzo del greggio tornerà a calare drasticamente.
• In occasione della conferenza di Ginevra (dicembre 1973), si registrano segnali di apertura
da parte delle parti in causa. Egitto e Israele firmano l'accordo (detto "del km 101" dalla località
di firma nel Sinai) che prevede, tra le altre, ritiro delle forze armate ebraiche dal Sinai e la
creazione di una fascia smilitarizzata con presidio dei caschi blu. La conferenza prosegue
senza risultati apprezzabili, con problemi di rappresentanza per il popolo palestinese (sia l'OLP che
la Giordania pretendono di parlare a suo nome). Gerusalemme nega di trattare con l'OLP, che nega
l'esistenza dello stato israeliano stesso.
• Israele affronta polemiche interne sulla gestione del conflitto: Golda Meir, che prese la
controversa decisione di non attaccare preventivamente, si dimette e le succede Rabin.
Contestualmente, l'intensa attività diplomatica statunitense permette di riprendere il dialogo con i
Paesi arabi e di distendere le relazioni con l'Egitto.
• Le due superpotenze hanno inevitabilmente influenzato gli eventi: entrambe, professando la
pace, hanno comunque fornito aiuti militari ai contendenti, non risolvendo quindi i veri problemi che
dividono arabi ed ebrei.

11 LA NUOVA POLITICA EGIZIANA. GLI ACCORDI DI CAMP DAVID (1978). IL TRATTATO DI PACE
EGIZIANO-ISRAELIANO (1979). IL MEMORANDUM STATUNITENSE-ISRAELIANO (1979). LE
REAZIONI DEL MONDO ARABO. L'ASSASSINIO DI SADAT (1981)
AFRICA DEL NORD, MEDIO ORIENTE

EGITTO, ISRAELE

• Il ministro degli esteri egiziano Fahmi effettua una importante apertura nei confronti di
Israele nel 1975, ipotizzandone l'accettazione se questi “rinunciasse a mire espansionistiche o a
essere uno Stato federato degli Stati Uniti". Dopo otto anni di chiusura e importanti opere di
ripristino, è riaperto nel 1975 il Canale di Suez. Le progressive distensioni con Israele attuati da
Sadat sono mal accettate dall'OLP e da Siria, Iraq e Libia (uniti nel "fronte del rifiuto").
• Le progressive aperture di Egitto a Israele sono sostenute dall'impegno statunitense. Mentre si
avvicina a Washington, Il Cairo si allontana progressivamente da Mosca per divergenze sulle
forniture militari e sui crediti concessi: ciò spinge l'URSS a stringere i legami con l'OLP e il
"fronte del rifiuto".
• I rapporti tra Egitto e Israele migliorano al punto che si assiste ad uno scambio di visite tra
Sadat e Begin; da successive trattative, non prive di ostacoli, si arriva agli accordi di Camp David
(1978), ai quali prende parte anche Carter. Israele si ritirerà dal Sinai e firmerà un trattato di pace,
mentre si definiscono le basi per la pace in Medio Oriente; tali accordi sono tuttavia una pace
separata, non interpellando altri Paesi arabi e l'OLP (che avranno infatti una reazione negativa).
Gran parte della comunità internazionale approva tuttavia gli sforzi (Begin e Sadat avranno il Nobel
per la pace).
• Nel 1979 è firmato a Washington il trattato di pace tra Egitto e Israele, che stabiliranno così

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• relazioni consolari, diplomatiche, economiche e commerciali. Gli israeliani avranno garanzie dagli
Stati Uniti riguardo le forniture di petrolio. L’OLP, in conseguenza, propone ritorsioni contro
l’Egitto e gli Stati Uniti, manifestando con scioperi e attentati. Il fronte arabo “moderato” teme
contaminazioni interne dell’OLP: in questo periodo, non a caso, si verificano disordini a carattere
eversivo e rivoluzionario in numerosi Paesi (in Iran è cacciato lo scià e nasce un nuovo governo
islamico sotto la guida di Khomeini). Sadat è accusato di aver infranto il fronte arabo. La
“conduzione a tre” delle trattative non è stata casuale: l’Egitto ha fronteggiato da solo Israele,
con una scarsa partecipazione degli altri Paesi arabi, perdendo tre conflitti.
• Nel 1980 Israele rivendica come propria capitale “Gerusalemme unita e integra”: ciò suscita
le ire dell’OLP e dei Paesi arabi. L’anno successivo Sadat perde la vita in un attentato
terroristico rivendicato dal “Fronte di liberazione egiziano”; gli succede Mubarak che
conferma piena adesione alla politica del periodo precedente, rassicurando Israele e Stati Uniti.
Mentre l’Egitto finisce per essere “assediato” dagli altri Paesi arabi, Israele si libera
dell’”accerchiamento terrestre” ma cambia progressivamente indirizzo: Begin è contrario alla
restituzione dei territori occupati nel 1967 (Gaza, Cisgiordania, Golan, Gerusalemme) e ciò, in
contrasto evidente con gli accordi di Camp David, complica le trattative con il mondo arabo.
• Mosca, pur ostile alla politica di Israele e la sua “sudditanza” agli Stati Uniti, non ne vuole la
scomparsa perchè l’ha riconosciuto come Stato e ne ha agevolato l’ingresso nell’ONU. Nutre
interesse nell’area mediorientale non per necessità di risorse energetiche ma per stringere
rapporti di amicizia coi Paesi locali per influire sulla politica energetica europea (e quindi
sulla stabilità della NATO). Ciò non avverrà: il mondo arabo resta fondamentalmente ancorato alle
proprie tradizioni culturali e religiose, ed è impermeabile al comunismo.

12 MUBARAK ALLA GUIDA DELL’EGITTO

AFRICA DEL NORD



EGITTO

• Mubarak, eletto dal Parlamento e confermato dal popolo con un referendum nel 1981,
conferma la precedente linea politica insieme a Washington (che vuole proseguire il “dialogo a
tre”): tuttavia la decisione di Israele di annettere il Golan complica la situazione. Assad dichiara che
la Siria “non riconoscerà mai Israele”; altresì negative, ma molto pacate, le reazioni di Washington
e dell’Europa sull’azione israeliana. L’Egitto, perseguendo la piena applicazione degli accordi
di Camp David e della successiva pace, non intende “compromettere le relazioni con
Israele”. Dopo la firma dei trattati di pace, l’Egitto è escluso dalla Lega Araba.

13 LA CRISI LIBANESE

MEDIO ORIENTE

LIBANO

• Dopo aver avuto base in Giordania, l’OLP si è trasferita nel sud del Libano. La situazione è
aggravata dalla presenza, nella stessa regione, di enormi campi profughi con formazione di reparti
armati aderenti all’OLP stessa: da ciò scaturisce nel 1975 una grave crisi interna al Paese che
si protrae per alcuni anni.
• Accogliendo l’appello dell’OLP, la Siria interviene nel 1977 stringendo solidi legami con
l’organizzazione. Le milizie libanesi si rendono responsabili di massacri di civili palestinesi (circa
1.000 morti): Israele è accusato di complicità nelle operazioni e costituisce una commissione
parlamentare d’inchiesta. Il ministro della difesa è allontanato e gran parte della società israeliana,
indignata, protesta con manifestazioni popolari. Begin si ritira dalla vita politica nel 1983.
• Assad denuncia il crescente aiuto americano a Israele, incoraggiato “dalla lobby sionista degli
USA”; col proseguire dei disordini in Libano, si assiste all’insediamento delle milizie sciite di
Hezbollah, antisraeliana, che accresce la propria influenza nell’area e che gode dell’appoggio
dell’Iran. A tal proposito, la rivoluzione iraniana punta a destabilizzare il quadro
mediorientale (analogamente alla rivoluzione francese col quadro europeo). L’azione iraniana è
indebolita dallo scoppio del conflitto con l’Iraq (1980), guidato da Hussein che, pur
conducendo una politica semidittatoriale, è gradito all’occidente.

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14 L’INTIFADA, LA “RIVOLTA DELLE PIETRE” (1989)

MEDIO ORIENTE

ISRAELE, PALESTINA

• Dopo i disordini è violenta la risposta Palestinese, con l’avvio dell’intifada (rivolta,


sollevazione) delle pietre contro il potere militare-civile israeliano in Cisgiordania e, soprattutto,
a Gaza: quest’ultima area è problematica perchè miseria e terrorismo si alimentano a vicenda. Il
piano in quattro punti proposto da Shamir ai palestinesi non trova attuazione.
• Hamas, con l’appoggio iraniano, delegittima l’OLP che ritiene verticista e inconcludente; in
risposta, Arafat dell’OLP proclama la nascita dello Stato dei palestinesi, con capitale Gerusalemme.

15 LA CONFERENZA DI MADRID (1991). LA “DICHIARAZIONE DEI PRINCIPI” (OSLO 1993)

MEDIO ORIENTE

ISRAELE, PALESTINA

• La gravità della crisi mediorientale spinge Bush e Gorbaciov a proporre un incontro a


Madrid tra le parti, che avviene nel 1991: gli incontri si svolgono in una atmosfera di ostilità e
sospetto reciproci e non portano a risultati significativi. Nei mesi successivi sono portate avanti
trattative segrete tra israeliani e palestinesi ad Oslo che risulteranno in una “dichiarazione
di principi” (1993): alla base dell’intesa c’è il reciproco riconoscimento tra Israele l’OLP. La
pacificazione sembra ora possibile, giacché l’OLP rinuncia a distruggere Israele e ne rispetta e
riconosce l’esistenza.
• Arafat torna a Gaza nel 1994, ma deve fare i conti con i pareri opposti dei Paesi arabi e di
Hamas, che ne condannano il comportamento “arrendevole e rinunciatario”. Nel 1995, Rabin è
ucciso in un attentato perpetrato da un estremista israeliano; gli succede Netanyahu nel 1996, il cui
governo cadrà dopo 3 anni per le tensioni politiche interne.
• Nonostante un iniziale ottimismo, le due comunità rimangono prive di fiducia vicendevole e
ostili.

16 CLINTON, BARAK, ARAFAT (CAMP DAVID 2000). COLLOQUI DI TABA (SINAI, 2001). LA “ROAD
MAP” (2002). DECESSO DI ARAFAT (2004)
MEDIO ORIENTE

ISRAELE, PALESTINA

• Barak assume la guida del governo israeliano. Nel 2000 è convocato un nuovo vertice a
Camp David, cui prenderanno parte Barak, Arafat e Clinton: anche questo incontro si conclude con
un nulla di fatto. Le proposte dei colloqui di Taba (Sinai) del 2001 (gli Stati Uniti propongono la
cessione del 95% della Cisgiordania all’Autorità azionale palestinese) non trovano accoglimento.
• Nel 2000 si riaccende la violenta protesta palestinese, causata dalla visita di Sharon alla
spianata delle Moschee di Gerusalemme (considerata “provocatoria” dagli arabi palestinesi).
L’anno successivo, Sharon stesso sarà eletto alla guida di Israele e attuerà il ritiro israeliano da
Gaza, divenuta una “polveriera sociale”.
• Stati Uniti, Russia, Unione Europea e ONU mettono a punto nel 2002 una “tabella di
marcia” (Road Map) per la pace da realizzarsi entro tre anni, che tra le altre contempla la fine
del terrorismo palestinese, il ritiro israeliano, una conferenza economica ad hoc per la Palestina; il
progetto non andrà a buon fine.
• Nel 2004 muore Arafat, considerato da i palestinesi autentico patriota, abile uomo politico e
infaticabile animatore della resistenza. Gli succede Mahmoud Abbas (detto anche Abu Mazen).

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17 LA CONFERENZA DI ANNAPOLIS (MARYLAND, 2007). GAZA: LA LOTTA TRA HAMAS E


L’AUTORITA’ NAZIONALE PALESTINESE. L’INTERVENTO ISRAELIANO (OPERAZIONI
“INVERNO CALDO” E “PIOMBO FUSO”, 2008-2009)
MEDIO ORIENTE

ISRAELE, PALESTINA

• Bush convoca la conferenza di Annapolis del 2007 con la speranza di riprendere il dialogo
dai precedenti vertici arabo-israeliani: si pensa di tenere la Road Map for Peace come base
per il lavoro successivo. E’ approvata la costituzione di due Stati per porre fine al decennale
conflitto.
• Hamas si conferma al governo di Gaza nelle elezioni svoltesi sotto controllo ONU: il contesto
diventa critico poiché Hamas è considerata da gran parte dell’occidente una organizzazione
terroristica. I miliziani di Hamas intraprendono operazioni ostili (lancio di missili, mortaio) e Israele
risponde con estrema durezza, invadendo militarmente Gaza (operazione Inverno caldo, 2008);
pochi mesi dopo le ostilità riprendono, sempre con intervento armato israeliano (operazione
Piombo fuso, 2008). Il sistematico ricorso di Israele al violento contrattacco pone la
questione di Gaza al centro del dibattito internazionale.

18 LA PRESENZA IRANIANA

MEDIO ORIENTE

IRAN, ISRAELE, PALESTINA

• Il fronte ostile a Israele ha goduto dell’appoggio dell’Iran che, dopo la cacciata dello scià
(1979), ha assunto una posizione di “tutela” della causa palestinese.
• Ahmadinejad attacca a più riprese Israele durante le conferenze cui ha partecipato, attaccando i
“circoli ebraici” che “pretendono d’imporre un clima di intimidazione e ingiustizia”; di fatto si riferisce
indirettamente alla presunta lobby ebraica statunitense, e quindi agli Stati Uniti stessi.

19 VERTICE OBAMA, NETANYAHU, ABU MAZEN (WASHINGTON 2010). IL PROBLEMA DELLE


“COLONIE ISRAELIANE”. NUOVI INCIDENTI
MEDIO ORIENTE

ISRAELE, PALESTINA

• Il nuovo presidente degli Stati Uniti Obama, dopo averne discusso anche in campagna
elettorale, promuove nel 2010 un incontro a Washington con Mazen e Netanyahu (ritornato
presidente d’Israele); le trattative in essere sono bloccate, per l’ennesima volta, da opposti
radicalismi. Netanyahu non può rompere con Obama, e neppure far cadere il proprio governo.
• La situazione, già grave, registra nel 2010 un ulteriore peggioramento con nuovi disordini e
attentati. Un incidente nel frattempo avvenuto (Israele blocca navi che si professano umanitarie
verso Gaza, fino ad abbordarle) provoca la dura reazione della Turchia, che entra nel fronte
antisraeliano rimarcando i dubbi sul suo futuro (è legata da decenni all’Occidente e membro NATO,
ma insofferente per i continui rinvii del suo ingresso in UE).

20 LA “PRIMAVERA ARABA” (2010). LA CADUTA DI MUBARAK; IL CONSIGLIO SUPREMO DELLE


FORZE ARMATE EGIZIANE (2011). IL RICONOSCIMENTO PALESTINESE ALL’ONU (2011).
L’AZIONE MEDIATRICE DEL “QUARTETTO” (ONU, UE, USA, RUSSIA). LA PALESTINA ENTRA
NELL’UNESCO (2011). IL RAPPORTO DELL’AIEA SULL’ATTIVITA’ NUCLEARE IN IRAN (2011)
MEDIO ORIENTE

IRAN, ISRAELE, PALESTINA

• Sul finire del 2010 in molti Paesi nordafricani e mediorientali si registrano rivolte popolari
contro le autorità governative e militari. Saranno interessati, in misura variabile, Marocco,
Algeria, Tunisia, Libia, Egitto, Siria, Arabia Saudita, Giordania, Yemen, Oman, Bahrein e Iran. Tali
movimenti verranno definiti dagli osservatori internazionali come parte di un più ampio fenomeno

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• detto “primavera araba”. Un ruolo determinante in tali rivolte è svolto dal mondo giovanile e dal
loro uso delle comunicazioni telematiche; solo all’interno di pochi Stati la situazione ad oggi è
normalizzata.
• In Marocco il Re Mohammed VI affronta la rivolta attuando un incisivo programma di riforme
socio-economiche, mentre in Algeria Bouteflika revoca lo Stato di emergenza in vigore dal 1992 e
avvia un’azione riformatrice; anche in Arabia Saudita il re Abdullah attua un programma di riforme a
favore di occupazione e liberalizzazione economica.
• In Siria invece, la rivolta scoppiata nel 2011 degenera rapidamente in guerra civile: si contano
ormai migliaia di vittime. Bashar al-Assad, in carica dal 2000, è contestato per la legge marziale (in
vigore dal 1963) e per la conseguente sospensione delle garanzie costituzionali. La situazione
non si normalizza, nonostante l’impegno di imponenti mezzi per risolvere la crisi; la Lega
Araba sospende Damasco fino a quando la repressione non avrà avuto termine. L’Occidente
preme perchè Assad lasci il potere; soluzione osteggiata da Russia e Cina per il rischio di
ingerenze occidentali.
• In Tunisia la primavera araba restituisce un quadro più definito, con un nuovo governo
rappresentativo dei rivoluzionari; in Libia invece si contesta il leader Gheddafi, al potere dal
1969 (dopo la destituzione del re Idris). Il suo regime, che unifica precetti islamici ad arabismo e
socialismo, è in rapporti difficili con l’Occidente: la Libia è definita “Stato canaglia” dagli USA, e
dopo la strage di Lockerbie del 1988 (volo Pan Am 103: esplode in volo a causa di una bomba di
terroristi libici, uccidendo tutti i passeggeri e alcuni a terra colpiti dai rottami nella città inglese di
Lockerbie) anche l’ONU dispone l’embargo. Le relazioni sono parzialmente normalizzate soltanto
nel 2006. La rivolta sfocerà con l’imposizione di una no fly zone per tutelare la popolazione
civile; Gheddafi è catturato e ucciso nell’ottobre 2011.

21 MOHAMED MORSI ALLA GUIDA DELL’EGITTO (2012). IL MOVIMENTO DEI PAESI NON
ALLINEATI (MNA). L’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU (2012). NUOVE TENSIONI TRA
GERUSALEMME E TEHERAN
MEDIO ORIENTE, NORD AFRICA

EGITTO, IRAN, ISRAELE

• Mubarak è costretto alle dimissioni nel 2011; il nuovo governo militare rassicura gli Stati Uniti sul
rispetto degli accordi di pace sottoscritti dal precedente presidente. Tantawi, a capo della giunta
militare che controlla l’Egitto post-Mubarak, provoca nuovi disordini sospendendo la Costituzione e
sciogliendo il Parlamento. Alle elezioni del 2012 trionfa Mohamed Morsi, candidato dei Fratelli
Musulmani; il Cairo mantiene comunque i buoni rapporti precedenti con gli Stati Uniti.
• Si verificano nuove tensioni tra Israele ed Iran quando quest’ultima si dota di missili a lunga
gittata; gli israeliani considerano ciò una minaccia concreta. Gli Stati Uniti, pur attenti all’evoluzione
politica iraniana, insistono per non andare oltre le azioni diplomatiche. In questo contesto si tiene a
Teheran, nel 2012, l’assemblea degli Stati aderenti al Movimento dei non Allineati (MNA), di
cui l’Iran ha la presidenza di turno; nel suo discorso introduttivo, Khamenei (politico iraniano)
denuncia la “situazione ingiusta” della Palestina, a sottolineare che il quadro è ancora difficile e i
suoi problemi più gravi rimangono senza soluzione (status di Gerusalemme, liberazione dei
territori, Gaza, profughi).

22 NUOVO CONFRONTO TRA ISRAELE ED HAMAS; OPERAZIONE “COLONNA DI FUMO”. LA


PALESTINA ENTRA NELL’ONU COME “STATO OSSERVATORE NON MEMBRO” (NOVEMBRE
2012); REAZIONI DI GERUSALEMME E WASHINGTON. TENSIONE AL CAIRO: IL PRESIDENTE
MORSI CONTESTATO DALLE OPPOSIZIONI (DICEMBRE 2012). I COLLOQUI EGIZIANO-
IRANIANI (FEBBRAIO 2013)
MEDIO ORIENTE, NORD AFRICA

EGITTO, ISRAELE

• La Striscia di Gaza rappresenta un grave problema palestinese; trattasi di una piccola porzione
territoriale costiera, confinante a sud con l’Egitto a cui è collegato con una rete di gallerie
clandestine attraverso cui vengono trasportate ogni genere di merci (armi, auto, medicine, droga).
Questa intensa attività a Gaza ha portato Israele a costruire il “muro” di separazione con essa.

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• La situazione porta a un rinnovato confronto tra Israele ed Hamas; Netanyahu risponde con
determinazione ai missili lanciati da Gaza contro i territori israeliani con numerose incursioni aeree
sulla striscia (operazione Colonna di fumo, novembre 2012). La tregua è raggiunta dopo una
settimana di violenti e sanguinosi scontri con molte vittime civili a Gaza. Mentre Israele dimostra
capacità difensive e distrugge gran parte degli arsenali di Hamas, vuole tenere aperto il dialogo con
l’Egitto; Hamas invece ha dimostrato vitalità militare e politica, attaccando città lontane per
riaffermare la propria presenza proprio nel momento in cui Abu Mazen si appresta ad
ottenere un importante riconoscimento internazionale.
• La Palestina infatti, dopo una votazione a maggioranza favorevole, entra nell’ONU come
Stato osservatore non membro; ciò sancisce, di fatto, l’apertura dell’iter verso l’accesso in qualità
di membro, seguito da molti Paesi nel corso della storia dell’Organizzazione (tra cui l’Italia). Il
dibattito all’Assemblea Generale è scosso dalle divergenti posizioni dei principali attori.
• Nel 2012 si registrano nuovi disordini in Egitto. Morsi è contestato dalle opposizioni del
mondo laico egiziano e cristiano; questi avvenimenti sottolineano il quadro instabile risultante
dalla primavera araba.
• Israele prenderà atto, negli anni a venire, del perdurante radicalismo terrorista di Hezbollah e
Hamas; il futuro politico dell’area è di difficile previsione, nonostante i notevoli passi in avanti
compiuti negli ultimi anni.

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7 L’INDIPENDENZA DI INDIA E
PAKISTAN
ASIA

SUBCONTINENTE INDIANO

• Prima del conflitto mondiale, il mondo politico britannico è convinto di poter mantenere
l’unità imperiale, pur accettandone la graduale evoluzione. Questo processo è considerato da
tutti inevitabile: il primo e più impegnativo confronto avviene con l’India, considerata “la perla
dell’Impero”.

1 LE PREMESSE

ASIA

SUBCONTINENTE INDIANO

• La storia dell’India è molto antica: la presenza coloniale inglese, in rapporto, è stata “breve” ma
significante. Nel 500 a.C. le città lungo il Gange danno vita a potentati autonomi e nei secoli
successivi si costituiscono due importanti regni nel Nord e nella parte più meridionale dell’India. Il
medioevo indiano vede la nascita di numerosi regni locali in tutte le regioni del subcontinente, con
rapporti tra loro generalmente conflittuali. Le religioni più diffuse sono buddhismo e induismo,
insieme di credenze religiose, mitologie e leggende di culti molto antichi.
• Le successive invasioni da parte dei sultani musulmani, provenienti da Occidente,
modificano in profondità l’ordine del continente; nel 1206 si forma il sultanato di Delhi. Durante
questi secoli di lotte e conquiste si formano e decompongono molti sultanati e principati indiani; si
consolida quello del Gran Moghul Barbur, il cui potere declinerà solamente alla fine del Settecento
con l’arrivo degli afghani. L’India, quindi, si presentava in un contesto molto variegato e
frammentato dal punto di vista sociale ed economico.

2 LA PRESENZA INGLESE E LA RESISTENZA INDIANA. GANDHI

ASIA

SUBCONTINENTE INDIANO

• In questo contesto, all’inizio del 1600 si inserisce, senza particolare difficoltà nell’imporsi, la
Compagnia delle Indie. Gli inglesi sconfiggono il Gran Moghul nel 1764, ma i sikh del Punjab
conducono una resistenza più duratura. Il potere esercitato dalla Compagnia delle Indie è prioritario
nella formazione di una realtà “semistatuale” che raggruppa una serie di realtà frammentate;
l’iniziale attività lucrosa lungo le coste si spinge rapidamente verso l’interno, mentre si rafforza la
presenza amministrativa inglese (con relativi prelievi fiscali).
• Le prime difficoltà per gli inglesi nell’area sorgono a metà dell’Ottocento. La presenza della
Compagnia incontra resistenze ed opposizioni; nel 1857 scoppia l’insurrezione, appoggiata dal
Gran Moghul, che sarà domata a fatica. La rivolta segna la fine della Compagna e l’assunzione
dell’amministrazione diretta da parte di Londra l’anno successivo; il nuovo governatore
generale, col titolo di “vicerè”, è nominato dalla Regina Vittoria. Nel 1885 nasce a Bombay il
Congresso Nazionale, originato dalle diverse correnti del nazionalismo indiano (ancora poco
organizzate).
• Il primo conflitto mondiale porta ad un nuovo confronto anglo-indiano: Londra vieta ogni
attività politica con severi provvedimenti d’emergenza. In questi anni emerge sulla scena il
mahatma Gandhi che, dopo aver studiato a Londra e aver difeso la minoranza indiana in
Sudafrica con il suo celebre modus operandi della “non violenza”, aderisce al Congresso. Le
rivolte sono represse senza pietà dagli inglesi; ciò porterà all’inizio della “non cooperazione”
promossa da Gandhi, che lo porterà all’arresto nel 1922. La protesta prosegue negli anni a venire,
aggravata dalla crisi economica del 1929. Allo scoppio del secondo conflitto mondiale l’India è

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• trascinata in guerra dal viceré senza alcuna consultazione della dirigenza politica indiana; per
ritorsione, Nehru attiva la cosiddetta “rivoluzione d’agosto”, sabotando linee telefoniche, telegrafiche
e di comunicazione.

3 NEHRU. IL GOVERNO PROVVISORIO. LA NUOVA POLITICA BRITANNICA

ASIA

SUBCONTINENTE INDIANO

• Nonostante le forti tensioni tra Londra e il mondo politico indiano, Nehru ottiene dagli inglesi il via
libera per formare un governo provvisorio indiano: ciò spalanca le porte all’indipendenza
della colonia, ma accende la conflittualità interna tra indù e musulmani, in virtù della natura
sociale variegata presente. Da parte musulmana si auspica la secessione di cinque province
del nord per dare vita allo Stato del Pakistan autonomo e sovrano, ma l’ipotesi è avversata dal
Congresso e da Londra.
• Il primo governo provvisorio indiano indipendente è costituito da Nehru nel 1946, ma la Lega
Musulmana (nata nel 1906 allo scopo di tutelare i musulmani) non vi entrerà. I musulmani temono
di diventare una minoranza “potente ed indifesa” qualora l’India dovesse ottenere
l’indipendenza. Di fronte all’ipotesi di un ritiro inglese chiedono la costituzione del Pakistan
(Punjab, Afghania, Kashmir, Iran, Sindh, Turkharistan, Balochistan); gli inglesi temono che un
eventuale neonato stato pakistano possa scivolare nell’orbita sovietica, poiché condividerebbe i
confini con le più meridionali repubbliche dell’URSS. Nehru incoraggia i musulmani,
prospettando loro la possibilità di vivere senza problemi nell’India laica.
• La questione agita il dibattito politico interno inglese. L’opposizione di Churchill è ferma e
inamovibile: si contesta la volontà del governo di Attlee di lasciare “frettolosamente” l’India al
proprio destino, affermando che “il dominio inglese è come una grande macchia d’olio distesa sulla
superficie dell’acqua, che mantiene calmo un immenso e profondo oceano di umanità”. Conferma
inoltre la propria opposizione a Nehru e a Gandhi (“un fachiro seminudo che osa salire le scale
del palazzo di Sua Maestà”. Temendo il peggio, molti principi indiani stipulano accordi con il
Congresso assicurandosi una presenza nella futura Costituente.
• Londra annuncia nel 1947, nonostante le opposizioni interne, il ritiro definitivo dall’India, con
la volontà di trasferire i residuali poteri a un governo locale nazionale entro il 1948. Il limite di tempo
è determinato dalle insistenti richieste indiane di fissare una data; costituisce inoltre il
“coronamento” della secolare “missione” compiuta in India. L’Indian Independence Act è quindi
approvato all’unanimità dalla Camera dei Comuni nel luglio 1947: prevederà la costituzione di
due nuovi dominions, ovvero India e Pakistan dal 15 agosto dello stesso anno.
• L’India raggiunge l’indipendenza, reclamata da decenni, senza distanzioni di razza né casta;
la classe politica dà prova di saggezza accettando la spartizione pur di evitare una guerra civile
tra indiani e autoproclamati pakistani.

4 INDIA E PAKISTAN INDIPENDENTI. NUOVI CONTRASTI

ASIA

INDIA, PAKISTAN

• Questa positiva evoluzione non pone del tutto fine ai contrasti interni nel Paese. Per evitare
ulteriori massacri, scende in campo lo stesso Gandhi (seppure abbia abbandonato da tempo
l’impegno politico poiché non favorevole alla spartizione dell’India). Il mahatma sarà vittima della
contrapposizione: sarà ucciso da un estremista indù nel 1948.
• Altrettanto problematica è la gestione del futuro dei principati indiani. Hyderabad, un
principati ricco e popoloso situato nel centro della penisola indiana, si proclama
indipendente. Delhi reagisce invadendolo militarmente: la resistenza sarà breve e anche questo
territorio aderirà all’Unione indiana. Problematiche anche la situazione del Kathiawar, che
intende aderire al Pakistan, e del Kashmir, dove l’adesione all’Unione indiana scatena la rivolta
armata degli islamici e un serio conflitto locale.
• La questione è presentata all’ONU dall’India, che accusa il Pakistan di armare e proteggere forze
musulmane irregolari nel conflitto; l’Organizzazione sottoscrive una tregua militare e specifiche
raccomandazioni per la pacificazione.

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• L’indipendenza dall’Inghilterra ha anche un lascito di problemi economici. Sotto l’egemonia


inglese, l’intero subcontinente ha conosciuto un unità e una prosperità economica che ora è difficile
mantenere. Rilevante è comunque l’architettura istituzionale del nuovo Stato: la Costituzione
indiana si ispira a quella americana e il sistema giuridico prevede due Camere. Importanti
cambiamenti politico-partitici sono l’abolizione delle caste (sacerdoti, guerrieri, commercianti e
agricoltori, gli esecutori di attività manuali: di fatto sancivano la divisione della società in classi) e
dell’”intoccabilità”: si vuole uno Stato con cittadini uguali e di pari diritti e doveri.
• Il Congresso Nazionale indiano non è mai stato un partito in senso stretto, ma una forza
propulsiva e di coordinamento per le componenti indipendentiste: di fatto il fenomeno è analogo a
quello del Kuomintang in Cina.

5 LA POLITICA ESTERA DELL’INDIA. POSSEDIMENTI FRANCESI E PORTOGHESI.


ORIENTAMENTI DEL PAKISTAN
ASIA

INDIA, PAKISTAN

• Nehru è ben consapevole delle sfide che lo attendono; nel 1948 espone all’ONU il dramma del
colonialismo asiatico con singolare forza. L’India appoggia senza riserve la lotta per eliminare il
“giogo coloniale”; rifiuta altresì la logica dei blocchi e il conseguente allineamento alle due
superpotenze.
• L’India accetta i principi della Carta delle Nazioni Unite; vuole muoversi lottando per la libertà dei
popoli, per l’eliminazione della miseria, delle malattie e dell’ignoranza che affligge la maggior parte
della popolazione del mondo. Di fatto la proposta indiana per mantenere una pace “sicura e
durevole” ha una originale singolarità perchè supera le impostazioni di Yalta-Potsdam; al
tempo stesso è rivolto al progresso del popolo indiano e di quelli più miseri.
• Di particolare importanza nei primi anni di Nehru è la questione di Goa, piccolo possedimento
portoghese situato sulle coste occidentali dell’India; quest’ultima ne pretende la rapida adesione
all’Unione indiana e la questione è risolta nel 1961 con la sua occupazione (da parte delle forze
indiane e delle forze irredentistiche locali). Nehru giustifica la legittimità dell’invasione di Goa
ricordando l’inadempienza del Portogallo alle precedenti risoluzioni ONU: il suo neutralismo non
è mai stato disimpegno né indifferenza verso il colonialismo e l’imperialismo, e ciò ne è la
prova.
• La politica estera pakistana risente del carattere “islamico confessionale” del Paese, ben
radicato nell’architettura istituzionale e sociale. Sono comunque buoni i rapporti con altri Stati
musulmani, eccetto l’Afghanistan (tensioni con il movimento indipendentista Pathan). Nel 1955
aderisce al patto di Baghdad, esternando una simpatia filoccidentale a contrasto dell’influenza
sovietica nel Mediterraneo e in Medio Oriente.

6 NEPAL, SIKKIM, BHUTAN

ASIA

SUBCONTINENTE INDIANO

• L’India affronta anche il problema dei territori limitrofi al Nord, nelle aree himalayane, dove si
trovano Nepal, Sikkim e Bhutan. La situazione è critica: nel limitrofo Tibet è recente la vittoria
militare del comunismo cinese (accordi cino-tibetani del 1951).
• Scoppiano i primi incidenti in Nepal nel 1950; nei disordini prevarranno le forze progressiste
ispirate al Congresso, che saranno in grado di fornire maggiori garanzie di sabilità e
sicurezza a Delhi. Il piccolo regno subirà pressioni dai potenti vicini anche negli anni a venire; nel
1956 si arriva alla firma di accordi tra Kathmandu e Pechino, volti al reciproco rispetto e alla
coesistenza pacifica.
• Simile sorte di indipendenza “garantita” avrà il Bhutan: il piccolo stato, nel periodo postbellico,
conosce un graduale sviluppo socioeconomico e un lento ma deciso cammino verso la democrazia.
Il suo ingresso nell’ONU nel 1971 di fatto ne sottolinea la sostanziale indipendenza.
• Il Sikkim sarà invece autonomo per la politica interna, mentre le sue relazioni esterne
saranno prerogativa del governo indiano che ne blocca le iniziative di indipendenza arrivando
all’annessione nel 1975; critica è la reazione di Pechino all’atto.

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• Il progressivo deterioramento dei rapporti tra Pakistan e Bengala occidentale porta alla
proclamazione d’indipendenza del Bangladesh nel 1971. Tali territori bengalesi,
geograficamente lontani dalla “nazione madre”, ritenevano di non essere tutelati adeguatamente sul
piano socio-economico; l’India, sotto la guida di Indira Gandhi, assume le difese del nuovo
Stato riaccendendo il conflitto con il Pakistan. Il conflitto termina con l’intervento diplomatico
dell’ONU e la sconfitta militare dei pakistani; il Bangladesh è riconosciuto dal Pakistan nel 1972.
• La questione del Kashmir influenzerà le relazioni indo-pakistane negli anni a venire,
determinando l’ingresso di entrambi nel club atomico per ragioni di “difesa”.

7 DA NEHRU A INDIRA GANDHI. TRATTATO DI AMICIZIA INDO-SOVIETICO (1971). L’INGRESSO


NEL “CLUB ATOMICO”
ASIA

INDIA, PAKISTAN

• A causa della rivolta tibetana (1958) e dell’accoglimento dei rifugiati tibetani (tra i quali il Dalai
Lama) in India incrina i rapporti con la Cina, stabilizzati dal trattato cino-indiano del 1954.
• Indira Gandhi succede al padre Nehru alla sua morte (1964), dopo un breve governo di Shastri
(1964-1966). Si rafforzano i legami con Mosca, con la sottoscrizione del trattato di amicizia nel 1971
(rinnovato nel 1991).
• L’India non aderisce al trattato di non proliferazione atomica: sostiene il disarmo globale ma
non accetta che alcune potenze che detengono tali armamenti impediscano ad altri di dotarsene.
Ciò genera attriti con Washington e preoccupazioni per il Pakistan, il quale a sua volta si lancia
nell’armamento.
• All’inizio degli anni ’80, violente manifestationi dei sikh più estremisti genera un massacro degli
stessi da parte dell’esercito. Per ritorsione, le guardie del corpo di Indira Gandhi (anch’essi dei
skih) la uccidono.

8 RAJIV GANDHI. NASCITA DELLA SAARC. LA CRISI DELLO SRI LANKA

ASIA

INDIA, PAKISTAN

• Ad Indira succede il figlio Rajiv Gandhi. India e URSS auspicano il disarmo atomico globale,
entro il 2010. Nuova Delhi sostiene la nascita della SAARC (Associazione dell’Asia del Sud per la
cooperazione regionale).
• Rajiv Gandhi paga con la vita la decisione di inviare un corpo di spedizione militare per
domare la ribellione della minoranza tamil (Sri Lanka): è ucciso nel 1991 in un attentato dei
tamil stessi.

9 NARASHIMA RAO. ATAL BIHARI VAJPAYEE. SVILUPPO DEGLI ARMAMENTI NUCLEARI (1998).
DICHIARAZIONE D’AMICIZIA CINO-INDIANA (1999); PRINCIPI DI COOPERAZIONE (2003).
NUOVI RAPPORTI CON WASHINGTON. VISITA DI CLINTON (2000)
ASIA

INDIA, PAKISTAN

• Il nuovo presidente Narashima Rao avvia importanti iniziative di riforma economica per
aprire l’India ai mercati internazionali, ma conferma grossomodo gli indirizzi politici precedenti.
Bihari Vajpayee governerà, sostenuto da diverse maggioranze, dal 1996 al 2004.
• Nuova Delhi riprende gli esperimenti nucleari nel 1998, provocando reazioni internazionali
negative; in risposta, anche il Pakistan prosegue nei test. Washington è preoccupata e avvia
sanzioni economiche contro i due Paesi.
• Diametralmente opposte le relazioni tra India e Cina, che dopo le dispute confinarie dei
decenni precedenti migliorano con la sottoscrizione, nel 1999, di una dichiarazione di
amicizia; anche quelli con le ex-repubbliche sovietiche, dopo la decomposizione dell’URSS nel
1991, rimangono buoni.
• ll miglioramento delle relazioni con Washington, pur lento e per gradi, culmina con la visita

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• di Clinton nel 2000; dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 al World Trade Center (New York), al
Pentagono (Washington) e con lo schianto del volo United 93 (Pennsylvania) l’India non esita a
schierarsi al fianco degli USA nella lotta al terrorismo.

10 MANMOHAN SINGH. SVILUPPO DELL’ECONOMIA INDIANA. SQUILIBRI SOCIALI. IL


PROBLEMA ENERGETICO. DIFFICOLTA’ NEL KASHMIR
ASIA

INDIA

• Il quadro politico indiano cambia nel 2004: vince il Partito del Congresso Indiano guidato da
Sonia Gandhi, vedova di Rajiv, che però rifiuta di condurre il governo poiché oggetto di critiche
dell’opposizione per le sue origini italo-americane; ella propone al suo posto Manmohan Singh,
già economista.
• Singh svolge un ruolo cruciale nello sviluppo economico indiano, avviando le più importanti
riforme strutturali liberalizzando l’economia interna ed esterna. Gli sforzi sono apprezzati e
appoggiati dal Fondo Monetario Internazionale (FMI); crescono gli investimenti esteri e della
information technology e, con gradualità, si superano i più pesanti condizionamenti del
sottosviluppo.
• Questa crescita è significativa, ma anomala e squilibrata dal punto di vista infrastrutturale e
sociale (forti squilibri di distribuzione della ricchezza). L’India punta a diventare l”ufficio del
mondo”, offrendo servizi qualificati in settori terziari; ciò presuppone la disponibilità crescente di
energia. Nel 2006, Bush ha posto le basi per un nuovo accordo per l’uso pacifico del nucleare,
garantendo la fornitura di uranio a ciò destinato: quest’apertura è stata oggetto di criiche.
• In pochi decenni il Paese è passato dalla “non violenza” di Gandhi al possesso di armi
nucleari come fattore decisivo per la propria sicurezza, e si presenta sulla scena globale come
una delle maggiori realtà economiche e politiche : è la più grande democrazia al mondo.
Nonostante le evidenti difficoltà, i progressi in campo socio-economico sono stati enormi.

11 PAKISTAN: L’ALTERNANAZA AL POTERE TRA CIVILI E MILITARI. LE ARMI ATOMICHE (1998)

ASIA

PAKISTAN

• Il Pakistan conosce fasi alterne di dittatura militare e di governi parlamentari; la dittatura di


Zia-ul-Haq farà i conti, nel 1979, con un grande afflusso di profughi afghani a causa
dell’invasione sovietica nel Paese confinante. Ciò curerà i già buoni rapporti con Washington per
la comune avversione all’espansione moscovita.

12 BENAZIR BHUTTO, PERVEZ MUSHARRAF, ASIF ALI ZARDARI. LA LOTTA AL TERRORISMO.


RAPPORTI CON WASHINGTON. SVILUPPO ECONOMICO E PROBLEMI SOCIALI
ASIA

PAKISTAN

• Benazir Bhutto succede a Zia-ul-Haq alla sua morte; ella sostiene la necessità di avere
strumenti di difesa strategica (armi nucleari) per potersi difendere da Delhi, anch’essa in possesso
delle armi. Un colpo di stato militare porta al potere Pervez Musharraf nel 1999, che dovrà
combattere la nascita, nel Pakistan, di un pericoloso terrorismo islamista; dopo il 2001
sosterrà senza incertezze la lotta al terrorismo al fianco degli USA.
• Il leader di Al-Qaeda, Osamaa bin Laden, è infatti ucciso nel 2011 (operazione Neptune
Spear) in un blitz delle forze speciali statunitensi vicino Islamabad, dopo anni di indagini e
insegumenti.
• Musharraf è costretto alle dimissioni nel 2008; vi succederà Asia Ali Zardari dopo le elezioni.
Sul piano economico e sociale si registrano rilevanti miglioramenti delle condizioni di via della
popolazione, con significativi progressi nei settori manufatturieri, agricoli e industriali.

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8 L’INDOCINA

1 L’INDOCINA DOPO GLI ACCORDI DI GINEVRA DEL 1954 (VIETNAM, CAMBOGIA, LAOS)

ASIA

PENISOLA INDOCINESE

• La conferenza di Ginevra del 1954 non riesce a dare soluzione ai problemi indocinesi, il
quadro politico locale anzi peggiora rapidamente in Vietnam, Laos e Cambogia: il graduale
disimpegno delle forze armate straniere coincide con lo scontro sempre più acceso tra le
componenti nazionaliste del sud (più vicine all’Occidente) e quelle comuniste nel nord. Nel
nord, già nel 1945, è costituita la Repubblica capeggiata da Ho Chi Minh, grazie all’impegno del
movimento nazionalista progressista Viet Minh, di fatto guidato dai comunisti.
• Secondo gli accordi di Ginevra, la divisione del Vietnam al 17° parallelo è temporanea e finisce
con le libere elezioni per la formazione di un governo democratico espressione di tutte le
forze politiche. Ho Chi Minh considera le elezioni importanti, ma ricorda l’importanza della lotta
politica e militare per la causa nazionale. Gli Stati Uniti hanno seri dubbi sull’intesa raggiunta e
nutrono dubbi in virtù della “teoria del domino” (dopo la Cina, altre nazioni sud asiatiche
potrebbero finire nell’orbita comunista): si vuole aiutare Saigon (sud) non tanto contro Hanoi (nord),
ma contro la Cina. Ciò porterà gli americani a contribuire all’addestramento delle forze armate del
sud dal 1954. La teoria del domino è inesatta: confonde il comunismo col nazionalismo vietnamita.
• L’affermazione comunista nel nord è accompagnata da repressioni ed esecuzioni nei confronti degli
oppositori; organizzare il sud è invece difficile perchè non esiste una coscienza nazionale,
non ci sono strutture pubbliche consolidate, manca una qualsiasi esperienza democratica.
Ngo Dinh Diem ha una visione elitaria del potere e ben poca sensibilità per la democrazia. Ho
Chi Minh, di fronte alle difficoltà del sud, insiste per le elezioni immediate (che Diem rifiuta) e
stringe accordi commerciali con Mosca e Pechino: di fatto, si consolida la divisione del Paese in due
realtà autoritarie e repressive.
• In tale contesto, la Cambogia si ritiene formalmente neutrale, ma lamenta tensioni confinarie; il
Laos invece, inizialmente schierato con Saigon, dopo il colpo di stato del 1960 (ascesa al
potere di Souvanna Phouma) dichiara di volere rispettare gli accordi di Ginevra e perseguire
una politica neutralista e pacifista, allontanandosi dagli Stati Uniti.

2 LA GUERRIGLIA NEL VIETNAM DEL SUD: LA NASCITA DEL FRONTE DI LIBERAZIONE


NAZIONALE (FLN, 1960). LE DECISIONI DI KENNEDY (1963). L’ESECUZIONE DI NOG DINH
DIEM. WASHINGTON SOSTIENE IL NUOVO GOVERNO SUDVIETNAMITA
ASIA

PENISOLA INDOCINESE

• La situazione nel Vietnam del Sud appare via via più critica a causa della crescente guerriglia
tra forze governative e vietcong (guerriglieri comunisti sudvietnamiti), che seminano terrore nei
villaggi e si abbandonano a diverse atrocità (omicidi, distruzione di scuole, imboscate). In questo
contesto nel 1960 si costituisce il Fronte di Liberazione Nazionale (FLN), al quale partecipano
le forze ostili a Diem.
• Kennedy, inizialmente contrario all’intervento militare in Vietnam sostenendo solo gli aiuti,
rompe gli indugi e decide l’intervento nel 1963: è costituito un “comando per l’assistenza
militare degli USA in Vietnam” con un contingente inizialmente limitato, ma destinato a crescere a
dismisura negli anni a venire; notevoli le pressioni sull’Australia e la Nuova Zelanda affinché si
uniscano allo sforzo. La Cambogia rompe le relazioni con Saigon denunciando numerose e
sanguinose incursioni sudvietnamite.
• Diem ha perduto il contatto con il popolo, peggiorando la situazione con la repressione
buddhista, e Washington si trova in una situazione difficile. I risultati della lotta alla guerriglia sono
scarsi e l’impopolarità di Diem è crescente. La situazione precipita con il colpo di stato del 1963:
Diem è catturato e giustiziato in un operazione in cui il sostegno di Washington è evidente.
Va al vertice il generale Nguyen Khanh e le attività militari si estendono nel 1964, quando le unità
motosiluranti nordvietnamite attaccano le navi statunitensi (incidente del Tonchino).

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3 NUOVE DIFFICOLTA’ A SAIGON: LA GUERRA CONTINUA. IL LIBRO BIANCO AMERICANO SUL


VIETNAM (1965). IL PIANO JOHNSON (1965). L’ESCALATION. I BOMBARDAMENTI OLTRE IL
17° PARALLELO. LA CONFERENZA DI MANILA (1966)
ASIA

VIETNAM

• I vertici governativi di Saigon appaiono sempre più divisi, incapaci di definire una riforma
costituzionale adeguata e di condurre il Paese con determinazione: ciò non porta al disimpegno di
Washington, ma anzi ad un suo convincimento di dover sostituire le carenze del governo locale. Gli
USA emettono, a giustificare la propria condotta, un Libro Bianco sul Vietnam (1965) e il conflitto
contro Hanoi e FLN diventa sempre più statunitense.
• Mosca reagisce prontamente, assicurando l’assistenza “necessaria” ad Hanoi e auspicando
l’immediato ritiro americano; Pechino condanna l’aggressione.
• Hanoi propone un programma di quattro punti per l’esecuzione degli accordi di Ginevra: né
Saigon né Washington possono accogliere tali proposte, molto radicali (ritiro americano, nessun
alleanza militare in attesa della riunificazione).
• La situazione peggiora nuovamente nel 1966, con la ripresa dei bombardamenti sul Vietnam
del Nord; neppure la conferenza di Manila dell’ottobre 1966 migliora il quadro e la guerra
continua con immutata violenza, senza alcun segnale di pacificazione.

4 LE INIZIATIVE PER LA PACE DI DIVERSI PAESI. L’IMPEGNO DEL SEGRETARIO DELL’ONU U


THANT. L’OPPOSIZIONE ALLA GUERRA NEGLI STATI UNITI. LO SCAMBIO DI LETTERE FRA
JOHNSON E HO CHI MINH (1967)
ASIA

VIETNAM

• Contemporaneamente all’escalation si intensificano gli sforzi per la risoluzione diplomatica


della questione: alla condanna della Francia di De Gaulle si uniscono gli sforzi del segretario ONU
U Thant per la ripresa dei negoziati. La Cina polemizza l’ONU stessa e il segretario, ritenendoli
“strumenti nelle mani dell’imperialismo americano”.
• Anche negli Stati Uniti iniziano a manifestarsi dissensi dalla politica di governo: numerosi
esperti di politica orientale di Harvard firmano un documento contro l’azione del governo. Nel 1968 il
presidente Johnson, per superare le difficoltà, invia personalmente un messaggio a Ho Chi
Minh auspicando un dialogo rapido e leale per porre fine al conflitto, ma la risposta è di netto
rifiuto; da parte nordvietnamita si contestano le ingerenze degli Stati Uniti, “distanti migliaia di
chilometri dal Vietnam”. Le posizioni dei due leader restano lontane e, di fatto, inconciliabili.

5 L’OFFENSIVA DEL TÊT. NUOVE PROPOSTE DI PACE A PARIGI (1968). NIXON DECIDE IL
DISIMPEGNO STATUNITENSE E LA “SUDVIETNAMIZZAZIONE” DEL CONFLITTO. LA NASCITA
DEL GOVERNO RIVOLUZIONARIO PROVVISORIO (GRP, 1969). IL DECESSO DI HO CHI MINH.
L’INASPRIMENTO DEL CONFLITTO (1970). SAIGON NELLE MANI DI NGUYEN VAN THIEU
(1971). L’OFFENSIVA AERO-NAVALE DI NIXON CONTRO IL VIETNAM DEL NORD (1972)
ASIA

VIETNAM

• All’inizio del 1968 avviene una poderosa offensiva dei vietcong in molte aree urbane e rurali,
nonché contro basi americane: l’operazione diviene presto nota come “offensiva del
Têt” (capodanno vietnamita) e, pur non portando alla sconfitta militare di Washington e
Saigon, mette in luce le loro debolezze. Le forze comuniste sono in grado di attaccare
apertamente le forze governative.
• Le operazioni belliche, nel tempo, finiscono per contagiare la parte orientale di Laos e
Thailandia dove la guerriglia comunista è sempre più attiva. La situazione militare è in stallo:
l’enorme sforzo statunitense (circa 400.000 soldati e ingente impegno di mezzi aeronavali e
terrestri) non dà i risultati attesi. Crescono, al contrario, le proteste interne agli Stati Uniti e le
riserve dei suoi stessi alleati.
• Il FLN dichiara di essere pronto a partecipare a colloqui con Saigon e Hainoi per stabilizzare

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• la questione; Saigon si dichiara non intenzionata a partecipare, al contrario di Hanoi. Le prime


conversazioni sono avviate a Parigi per porre fine, anzitutto, alle rimanenti azioni aeree e navali
contro il nord. I negoziati però non daranno risultati apprezzabili, perchè interrotti da opposte
esigenze di Washington e Hanoi. Prevale infine un compromesso: le trattative sono avviate da
due delegazioni, una per il nord (Hanoi e FLN) e una per il sudi (Saigon e Washington).
• La nova amministrazione Nixon vuole “vietnamizzare” il conflitto: si intende ridurre la
presenza USA e incrementare la forza sudvietnamita. Nixon presenta un piano nel 1969,
dichiarando Washington disposta a ritirarsi nella misura in cui anche Hanoi sia intenzionata a
procedere in tal senso: si palesa così l’abbandono americano alla ricerca di una vittoria militare (si
vuole la pace, ma non si accetta una sconfitta). La deamericanizzazione del conflitto sarebbe un
modo indiretto per perdere la guerra in modo onorevole: lo sconfitto, formalmente, sarebbe Saigon.
• La nascita, nel sud, di un Governo Rivoluzionario Provvisorio (1969) ad opera di ufficiali
vietcong, contadini e notabili patriottici sottolinea il distacco crescente del governo
sudvietnamita dalla realtà sociale e politica del Paese. Il GRP è immediatamente riconosciuto
da URSS e Cina. Gli USA lamentano la mancanza di progressi nei negoziati, mentre il contagio del
conflitto verso Laos e Cambogia (attraverso cui i guerriglieri si infiltrano verso il nemico) rende il
quadro asiatico preoccupante.
• Mentre Nixon si compiace dei risultati della vietnamizzazione del conflitto (rientrano i contingenti
americani), si evidenzia un rafforzamento dell’apparato militare sudvietnamita: a ciò non
corrisponde un analogo fenomeno sul piano socio-politico, con un governo fragile e oggetti
di continui colpi di Stato. Saigon, con il ritiro americano, rischia di ritrovarsi isolata nel mezzo
di un conflitto inconcluso e con ostilità non solo dal confinante Vietnam del nord, ma all’interno
della sua stessa popolazione. Nel frattempo nel sud avviene la controversa elezione, a
stragrande maggioranza, di Nguyen Van Thieu.
• In questo contesto avviene lo storico viaggio di Nixon in Cina: Washington vuole affermare
libertà di movimento nei confronti del comunismo mondiale, mentre Pechino punta a indebolire i
rapporti sovietico-americani e porsi come autorevole interlocutore anche con gli USA stessi. Questi
contatti fanno temere, in particolare ad Hanoi, accordi tra le due potenze che potrebbero imporre
soluzioni non gradite: il viaggio di Nixon è ritenuto inopportuno anche per il momento in cui è
avvenuto.
• I lavori di Parigi non fanno progressi; Nixon (1972) si dichiara deluso dai negoziati, che
Hanoi userebbe in modo strumentale per “prendersi gioco degli USA”. Nel mentre,
nordvietnamiti e vietcong conducono una nuova poderosa offensiva in tutti i settori della regione: la
debolezza di Saigon è evidente, poiché essa è incapace di assicurare la sicurezza né lungo le
frontiere, né all’interno. Nixon denuncia una vera e propria invasione del Vietnam del Sud e
decide un’offensiva aerea e navale di particolare intensità, con l’adozione anche di nuove
radicali misure militari (minamento dei porti, blocco vie d’acqua, ecc.).
• Washington pare ostinata a non comprendere che Saigon non gode del sostegno popolare;
si è così impegnata in una guerra persa in partenza. La Casa Bianca ha deciso il ritiro ma, prima
di concluderlo, vuole precise garanzie per la sopravvivenza della democrazia nel Sud. Nixon deve
prendere atto del fallimento dei contatti diplomatici con le capitali mondiali del comunismo
(Mosca e Pechino), che non hanno assunto impegni diretti continuando però a rifornire Hanoi. Il
FLN spinge per un confronto diretto per il governo di Saigon, debole e diviso: l’esito del confronto è
scontato.

6 GLI ACCORDI DI PARIGI (GENNAIO 1973). LE VALUTAZIONI DI WASHINGTON, DI SAIGON,


DELLA “TERZA FORZA”, DEL GRP E DI HANOI. LA POSIZIONE DI MOSCA E PECHINO. NUOVE
INTESE INTEGRATIVE (“PARIGI BIS”, GIUGNO 1973)
ASIA

VIETNAM

• Nel luglio 1972 riprendono i colloqui di Parigi: Hanoi espone a Washington richieste di
carattere ultimativo (rinuncia all’aggressione e al neocolonialismo, fine dei bombardamenti e de
sostegno al governo Thieu). Si ritiene necessario istituire nel Sud un nuovo governo
provvisorio, espressioni delle tre componenti paritarie (comunisti, Saigon, altre forze) che deve
far fronte agli affari pubblici più urgenti e preparare elezioni “libere e democratiche”. La Casa bianca
preme per una soluzione negoziata della guerra ma ritiene che essa sia più facile intensificando le
azioni belliche, anziché riducendole.

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• Nel 1972 la situazione si sblocca a Parigi, dopo gli incontri tra Le Duc Tho e Kissinger: è
raggiunto un compromesso. Hanoi non prevale sul piano militare e non c’è stata alcuna
sollevazione popolare al sud, mentre Nixon non ha alternative in quanto ha di fronte due ipotesi
estreme (ambedue impraticabili): abbandonare il Vietnam del Sud o impiegare la forza senza limiti
contro quello del Nord. Prevale la scelta del compromesso.
• La costituzione di un sistema liberal democratico nel sud è in realtà difficile e lenta: riforme e
democrazia richiedono decenni. Thieu si oppone alla realizzazione del governo “a tre” e in
particolare alla “terza forza” (neutralisti, pacifisti, buddisti, ecc.) ritenuta “comunismo mascherato”:
questa intransigenza complica l’opera di Washington.
• Gli accordi sono firmati a gennaio 1973: costituiscono un faticoso compromesso e lasciano
senza soluzione definita molti problemi, regolando soltanto l’uscita di scena delle forze
esterne al Vietnam del Sud. Washington precisa che considera il governo di Thieu l’unico del
Vietnam del Sud e auspica che “le due parti sudvietnamite” (FLN e Saigon) dovranno assicurare
libertà democratiche. L’accordo, che da inizio ad una pace fragile (non mancheranno incidenti
nei mesi successivi) è nel complesso difficile e articolato e l’uscita di scena americana lascia
gli antagonisti in evidente squilibrio tra loro: da un lato il nord unito e consolidato e dall’altro
Saigon, più forte militarmente ma debole sul piano politico. Il sud conferma una forte sfiducia
nell’accordo: Thieu è isolato, non è capito né appoggiato dal popolo e la sua repressione ha spinto
le forze pacifiste verso quelle comuniste.

7 LA CRISI DEL VIETNAM MERIDIONALE. L’EPILOGO: LE DIMISSIONI DI THIEU. IL GOVERNO DI


MINH. LA VITTORIA DEL GRP (1975). LA CONFERENZA PER LA RIUNIFICAZIONE DELLA
PATRIA (HO CHI MINH-SAIGON, 1975). LA NASCITA DELLA REPUBBLICA SOCIALISTA DEL
VIETNAM (1976). L’INGRESSO ALL’ONU (1977). I CONFLITTI CAMBOGIANO-VIETNAMITA E
CINO-VIETNAMITA (1979)
ASIA

VIETNAM

• Nel 1974 la situazione nel sud non si normalizza: gli accordi di Parigi non trovano adeguata
applicazione. Il GRP deplora inoltre le azioni militari condotte da Saigon e Washington, ormai
ascrivibili a “guerra di genocidio contro i vietnamiti”. Thieu, che effettivamente viola numerose
norme internazionali (uso di bombe a grande capacità, gas tossici, napalm, ecc.) deplora da parte
sua le infiltrazioni nordvietnamite e l’aggressività dei vietcong.
• La popolazione vive, oltre al dramma della guerra, quello dell’aumento del costo della vita
per la carenza di prodotti alimentari essenziali e per le conseguenze della crisi petrolifera
mondiale (1973). L’intero tessuto sociale vietnamita, già fragile, è stato ulteriormente sconvolto dal
decennale conflitto in atto: Hanoi e il GRP approfittano della situazione e mantengono alta la
pressione militare; nonché la propaganda politica.
• Saigon è sempre più debole: la sua capacità operativa dipende da Washington, che da “troppo
poco” per controbilanciare la crescente forza del nord. Il progressivo disimpegno americano,
derivante dall’impossibilità di vittoria, corrisponde ad un aumento delle responsabilità del governo
Thieu, incapace di reggere la pressione. Il progressivo sgretolamento delle istituzioni del sud è
evidente: gli americani considerano plausibile la caduta di Thieu e valutano l’evacuazione di
tutto il personale americano e dei sudvietnamiti più compromessi. Thieu si dimette, infine, nel
1975: nel discorso di dimissioni attacca apertamente gli Stati Uniti per “essersi tirati
indietro” e per “non aver mantenuto gli impegni”.
• Alla guida del sud sale il generale neutralista Duong Van Minh: costui è critico verso
Washington. Minh crede di poter sostituire Thieu e trattare la pacificazione con i
rivoluzionari, ma questi (e Hanoi) non hanno alcuna intenzione di rinunciare al controllo del Sud né
alla riunificazione del Paese. Minh accetta quindi le condizioni di resa proposte dal GRP ed
evita, in tal modo, una battaglia cruenta quanto inutile.
• Finisce quindi il conflitto trentennale, con danni incalcolabili: si stima un milione di vittime.
Saigon è ribattezzata Ho Chi Minh City e assume il potere del sud un Comitato amministrativo
militare, che invita i cittadini a mantenere la calma e a proseguire nelle proprie attività abituali. Il
nuovo governo ottiene immediati e autorevoli riconoscimenti da tutto il mondo. Di fatto ora esistono
due Vietnam: la loro richiesta d’adesione all’ONU cade per il veto statunitense.
• Nel 1975 nasce a Ho Chi Minh City la “conferenza politica consultiva per la riunificazione
della patria”: la consultazione elettorale al di là delle dichiarazioni ufficiali, è condotta secondo la

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• logica marx-leninista e di fatto la possibilità di scelta è limitata ai rappresentanti di questa ideologia.


Nel 1976 è costituito il governo cui spetta la guida del Paese unificato: al suo interno, come
immaginabile, spiccano numerosi esponenti del GRP e del nord.
• L’impegno americano in Indocina si è sviluppato per molto tempo: Washington interviene nel
conflitto per gradi (escalation) e allo stesso modo ne esce alla fine. Tale conflitto fu atipico: non ci fu
una vera e propria dichiarazione di guerra americana al nord, e i due Vietnam non erano Stati, sul
piano formale. Gli americani riescono a porre fine al terribile conflitto senza la vittoria: il reale
vincitore è la dirigenza nordvietnamita, che ottiene il controllo sul Sud e quindi l’unificazione del
Paese (obiettivi di Ho Chi Minh dal 1945). Il confronto infatti non è stato tra Hainoi e Saigon, ma tra
Hanoi e Washington: la prima mette in luce tenacia, determinazione e capacità di sacrificio
straordinarie; ciò è stato possibile perchè decenni di lotta (prima contro i giapponesi, poi contro i
francesi) hanno radicato nel Viet Minh nel nord e nel sud e non esistono “forze” analoghe.
• Sullo sfondo del conflitto si è giocata la partita tra Pechino e Washington. Quella vietnamita
è la terza guerra indiretta cino-americana (dopo quella con il Kuomintang e quella in Corea):
sono indirette perchè in nessun caso vi è stato un conflitto militare diretto tra i due Stati. Il conflitto
in Vietnam non ha comunque interrotto il dialogo tra Stati Uniti e URSS: quest’ultima non volle
abbandonare il Vietnam del Nord nelle mani del comunismo cinese, né interrompere il dialogo con
gli americani per perseguire la sicurezza internazionale. L’URSS si è trovata al centro di una
delicata situazione, da gestire con attenzione: si volle sia aiutare Hanoi, sia mantenere buoni
rapporti con gli americani.
• Il Vietnam entra nell’ONU nel 1977; l’anno seguente stringe un accordo di amicizia e
cooperazione con l’URSS. La situazione indocinese non è ancora stabilizzata e i rapporti tra gli
Stati locali subiranno sostanziali mutamenti.

8 CAMBOGIA, LAOS, THAILANDIA

ASIA

PENISOLA INDOCINESE

• L’evoluzione del quadro vietnamita produce effetti tangibili in tutta la penisola indocinese.
• In Cambogia, nel 1974, il regime di Lon Nol controlla la capitale e le maggiori città, mentre le
aree rurali sono sotto il controllo del Fronte nazionale unito guidato da Sihanouk (che gode
dell’appoggio di Hanoi e Pechino). La situazione evolve a favore degli oppositori nel 1975: Lon
Non lascia il Paese e Sihanouk torna al potere. Nel 1976 è varata la nuova costituzione e la
Cambogia diventa “Stato democratico cambogiano”. Pol Pot diventa primo ministro e diviene
rapidamente noto per le drastiche disposizioni in materia di deportazioni dalle città alle campagne,
eliminazione fisica degli oppositori e l’esecuzione degli “ostili al nuovo ordine”. Si stabilizza così il
potere comunista in Cambogia.
• Nel Laos, dopo gli accordi di pace del 1973: il territorio resta di fatto diviso in due parti (una
sotto il governo di Vientiane, l’altra sotto il Fronte patriottico del Pathet Lao). Il Pathet Lao è
d’ispirazione comunista moderata: combatte l’analfabetismo, consente la proprietà privata e limita
l’intervento statale; inoltre non nasconde ambizioni di carattere nazionale. Nel 1975, con le
dimissioni del sovrano Vatthana ha termine la monarchia e nasce la Repubblica popolare
democratica del Laos, con un nuovo governo espressione del Pathet Lao.
• La Thailandia ha alle spalle un passato difficile: dopo il tramonto della monarchia (1932) è stata
governata dai militari, con solo brevi parentesi civili. Si cerca di promuovere una nuova
situazione socio-economica, più attenta alle esigenze della borghesia metropolitana e ai nascenti
ceti commerciali, nonché a operai e agricoltori: questo sviluppo è sostenuto apertamente da
Washington. La Thailandia cura buoni rapporti con i vicini, senza rinnegare quelli con
Washington. L’azione specifica americana ha sicuramente contribuito a frenare l’irruenza del
comunismo indocinese e forse impedito si potesse allargare a Filippine, Malaysia e Indonesia ma,
nel teatro specifico, non ha prodotto i risultati auspicati.

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9 LA REPUBBLICA SOCIALISTA DEL VIETNAM DOPO IL 1976. L’INGRESSO NELL’ONU (1977). IL


CONGRESSO DEL PARTITO COMUNISTA DEL 1986. NUOVI RAPPORTI CON PARIGI, PECHINO
E WASHINGTON. L’ADESIONE ALL’ASEAN (1995)
ASIA

PENISOLA INDOCINESE

• L’unificazione del Vietnam termina il tormentato periodo bellico, durante il quale sono state
combattute tre guerre contro Francia, Stati Uniti e la Cina, nonché un conflitto civile molto aspro.
Con l’unificazione, il Vietnam cessa di essere un conflitto e torna ad essere un paese.
• La rigida guida del partito comunista, pur garantendo stabilità ed ordine, non riesce ad
assicurare lo sviluppo e a ridurre la povertà, che induce molti vietnamiti ad abbandonare il
Paese: per molti il viaggio avrà conseguenze tragiche (pirateria locale, difficoltà della lunga
navigazione).
• Dopo l’inserimento nell’ONU (1977) migliorano i rapporti con Washington: l’ingresso stesso
nell’Organizzazione è stato reso possibile dalla rimozione del “veto”, applicata da Jimmy
Carter. Gli Stati Uniti tolgono l’embargo commerciale e stabiliscono relazioni diplomatiche solo nel
1995, ma rifiutano le “pretese riparazioni” per danni di guerra.
• La critica situazione interna induce i vertici vietnamiti ad una revisione della politica
economica adottata, al fine di uscire dal sottosviluppo e garantire alla popolazione livelli di vita più
dignitosi. Vengono adottati nuovi sistemi di governo dell’economia e si ha un profondo ricambio
generazionale nel settore politico-amministrativo e in quello militare. Hanoi supera i contrasti
coloniali con la Francia e normalizza le relazioni con Pechino, superando le precedenti
esperienze belliche (sfociate nel 1979 in una breve guerra con un invasione cinese del Vietnam del
nord). Anche i rapporti economici con Washington sono normalizzati nel 2001.
• Il Vietnam aderisce nel 1995 all’ASEAN (Association of South East Asian Nations): ciò segna
una svolta negli indirizzi politici precedenti, perchè l’ASEAN è nata nel 1967 con obiettivi di
contenimento comunista: non c’è più l’attaccamento al mondo moscovita.
• Il Vietnam ha imboccato la strada dello sviluppo sulla base di alcuni principi di liberismo, pur
senza rinnegare il comunismo (come la Cina, identificazione nel partito unico, governo e Stato
Nazionale).

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9 L’EMISFERO OCCIDENTALE E LA
QUESTIONE DI CUBA

1 L’AMERICA LATINA DALLA DOTTRINA MONROE (1823) ALLA FORMAZIONE


DELL’ORGANIZZAZIONE DEGLI STATI AMERICANI (OSA, 1948). L’INTERVENTO
STATUNITENSE IN GUATEMALA (1954) E NELLA COSTA RICA (1955)
AMERICHE

GENERALIZZATO

• Nei decenni successivi alla decolonizzazione, l’America Latina è al centro dell’emigrazione


europea (spagnoli, italiani, francesi, portoghesi e tedeschi in Argentina e Brasile): all’epoca la
presenza economico-finanziaria europea è ancora nettamente superiore a quella
statunitense, che si svilupperà nei decenni a cavallo tra il 1800 e il 1900 per diventare
predominante dopo il primo conflitto mondiale.
• La stabilità politica diventa un elemento importante per Washington che non può lasciare
senza tutela le iniziative intraprese nei Paesi del sud: le nuove repubbliche, pur adottando
costituzioni liberali (adottate solo formalmente), rimangono deboli sul piano politico ed esposte a
tentazioni dittatoriali e populiste. Washington finisce per assumere un ruolo di controllore esterno
attento ai mutamenti politici ed economici: la “diplomazia del dollaro” ha una doppia effige,
perchè gli investimenti creano sviluppo e redditi, ma anche dipendenza politica.
• La collaborazione tra Washington e le nuove repubbliche del sud America è frenata dai
nazionalismi difensivi dei nuovi Stati rispetto all’espansionismo economico-finanziario dei
nordamericani. Dopo il primo conflitto bellico, l’Europa è troppo debole per mantenere le precedenti
posizioni economico-finanziarie: in tale contesto si insedia Washington, che cerca di imporre un
“grande libero mercato” (porta aperta) con la forza della sua economia. Diversi governi rifiutano
questi indirizzi condannando le “avide ingerenze” del capitalismo americano, riaffermano la
propria nazionalità, ricorrono alla tutela franco-inglese all’interno della Società delle Nazioni. A
guidare il fronte “antistatunitense” spicca l’Argentina, ove il forte nazionalismo, l’immigrazione
italiana e tedesca e la crescente industrializzazione tengono vivo lo spirito indipendentista.
• Si sviluppano in questi anni le conferenze panamericane (Santiago del Cile, 1923; l’Avana,
1928) in cui si cerca di dare interpretazioni condivise alla dottrina Monroe; con gli anni,
Washington abbandona il corollario Roosevelt (aggiunta alla dottrina Monroe, secondo cui
“comportamenti cronici sbagliati nel continente americano richiedono l'intervento di polizia
internazionale da parte di una nazione civilizzata”) e riduce gli interventi armati e a partire dagli anni
Trenta tende a recuperare i consensi perduti nel Centro-Sud con una politica più attenta alle
esigenze del nazionalismo economo-politico locale.
• Durante il secondo conflitto mondiale, F.D. Roosevelt riesce ad allineare questi governi in
una posizione comune ostile al Tripartito; nell’immediato dopoguerra, è sottoscritto il trattato
d’assistenza e sicurezza interamericano (Patto di Rio, 1947) che, come analoghi precedenti (NATO,
Patto di Varsavia) ribadisce il diritto degli Stati all’autodifesa. Nasce così una comunità di difesa
comune panamericana, con lo scopo di accrescere la sicurezza nel quadro postbellico dell’intero
continente. Il “pericolo rosso” è infatti avvertito in tutto l’emisfero occidentale e i governi
latino-americani restano, in genere, ostili ai movimenti marx-leninisti. Le attese di questi
governi di ricevere aiuti rilevanti (sulla falsariga del piano Marshall) sono deluse da Truman.
• Gli sforzi per rafforzare le relazioni tra questi Paesi portano alla sottoscrizione della Carta di
Bogotà: nasce nel 1948 l’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), operativa dal 1951, che
porta in via un progetto continentale che risponde, per molti aspetti, alle aspirazioni di
Bolivar. In questi Paesi rimane, comunque, un astio strisciante nei confronti del ricco stato nord-
americano, caratterizzato da un rapporto di amore-odio che tuttavia non sconfina nel campo
dell’ideologia marx-leninista.
• La crescita della popolazione nel subcontinente, nel dopoguerra, genera gravi disagi sociali
(sviluppo urbano fuori controllo, baraccopoli): questa parte disagiata di popolazione è guardata
con sospetto dalle élite e dal ceto medio, generando provvedimenti repressivi e ulteriore
isolamento perchè si teme che le difficili condizioni di vita possano diventare terreno fertile
per aspirazioni marx-leniniste.

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• In questo contesto si registrano momenti di tensione in Guatemala e Costa Rica a causa di


presene politiche importanti collegate ai sovietici. In Guatemala, gli Stati Uniti sostengono l’azione
militare antigovernativa del colonnello Armas (1954); in Costa Rica, il tentativo di destituire il
presidente Figueres è riportato alla normalità dagli USA nel 1955, dopo aver sconfitto gli insorti (che
non ottengono l’appoggio della popolazione).
• Nonostante il contesto movimentato nasce all’ONU nel 1948 la Commissione economica per
l’America latina (CEPAL).

2 LA VITTORIA DI CASTRO A CUBA (1959). LA ROTTURA CON WASHINGTON. NUOVI RAPPORTI


CUBANO-SOVIETICI. L’OPERAZIONE “BAIA DEI PORCI” (1961). KENNEDY PROMUOVE
L’”ALLEANZA PER IL PROGRESSO” (1961)
AMERICA CENTRALE

CUBA

• Negli anni 50 anche l’area caraibica insulare è al centro di una grave crisi, da cui scaturisce un
aspro confronto diretto tra le due superpotenze.
• Cuba, indipendente dalla Spagna dal 1898, rimane sotto controllo statunitense fino al 1934: la
presenza americana è accentuata da consistenti investimenti in infrastrutture e per il volume del
commercio. L’intervento di Washington a Cuba, giustificato dal mettere fine al colonialismo
spagnolo, ha finito per generare un neo-colonialismo nell’area.
• Cuba, politicamente, è nelle mani del colonnello Batista, pur con fasi alterne. Si manifestano
in più occasioni proteste e ribellioni, fra le quali avrà successo quella guidata da Fidel Castro, un
avvocato. Alla fine del 1958, Castro avvia un offensiva contro le forze del colonnello;
l’operazione ha successo per il progressivo sfaldamento dell’esercito governativo, ma anche
per il crescente consenso da parte del popolo cubano. Con l’occupazione di Avana all’inizio del
1959, Castro assume la guida del governo ed ottiene l’immediato riconoscimento di
Washington: suscitano, tuttavia, perplessità alcune iniziative che sembrano ispirate ad una
logica collettivista. Ciò inasprisce rapidamente i rapporti con Washington ben presto dai timori si
passa alle accuse, e da queste alle ritorsioni economiche.
• In questo tormentato contesto si registra un esodo consistente di esuli cubani verso le coste
della Florida, che diventa un naturale covo di oppositori. La certezza dell’ostilità statunitense
convince Cuba a cercare supporto a Mosca: viene sottoscritto un accordo commerciale di
grande importanza (l’URSS acquisterà zucchero e fornirà un credito rilevante a tassi di favore).
Castro lega così il futuro politico dell’isola a Mosca; Washington decide la rottura delle
relazioni diplomatiche con l’Avana nel 1960 e matura la decisione di appoggiare un consiglio
rivoluzionario cubano con gli esuli.
• L’idea si concretizza con l’operazione, guidata da José Cardona, iniziata con lo sbarco nella
Baia dei Porci nell’aprile 1961 e si conclude con un completo insuccesso degli “invasori”.
Kennedy deve prendere atto del fallimento dell’invasione che, nonostante non abbia comportato il
diretto coinvolgimento delle forze armate americane, è attribuita a Washington. Si propone
l’esclusione di Cuba dall’OSA, ma non si ottiene l’auspicata convergenza di tutti i membri
(che pur rinnegando il castrismo non condividono le misure di blocco economico adottate nei
confronti dell’Avana).
• Castro attacca con forza il piano di aiuti proposto dagli USA per l’America Latina, e annuncia
che “come i nazisti non sono riusciti a dominare l’Europa, gli yankees non potranno prevalere nel
sud America”: Kennedy si trova così ad affrontare un’emergenza nuova e senza precedenti.

3 CASTRO SCEGLIE IL COMUNISMO. REAZIONI DELLA CASA BIANCA. CUBA ESPULSA


DALL’OSA (1962)
AMERICA CENTRALE

CUBA

• Kennedy decide di ampliare le sanzioni commerciali già applicate da Eisenhower nel 1960. Nel
1961 l’Avana accusa Washington di preparare una nuova invasione dell’isola. Il castrismo si
sviluppa con rapidità e nel 1961 il nuovo Partito della rivoluzione socialista cubana è
costituito. Secondo Castro, i popoli latinoamericani devono seguire l’esempio di Cuba (che è “la

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• scintilla che farà incendiare il pagliaio”). L’Avana conduce una propaganda anti statunitense
attiva e allerta la popolazione su una imminente invasione, chiedendo a Mosca di garantire la
propria sicurezza: Castro si reca in visita nell’URSS (1962), dove ottiene l’impegno sovietico di
installare sull’isola basi missilistiche per garantirne la difesa “a fronte di una invasione
americana”. Per contro, Mosca rassicura Washington di volersi attenere ad una politica
meramente difensiva, offrendo armamenti “non offensivi” in un contesto di coesistenza e
convivenza pacifica. Cuba è espulsa dall’OSA dopo una votazione, anche se il fronte sui
provvedimenti da adottare non è compatto (il rifiuto del castrismo rimane comunque un punto fermo
comune).
• Nel 1962 il ministro dell’Economia Ernesto “Che” Guevara sottoscrive con Mosca accordi
per ricevere aiuti economici e militari. La reazione statunitense di fronte a questa rapida
evoluzione dei rapporti sovietico-cubani è cauta: Kennedy rassicura gli americani sugli aiuti
militari sovietici, che non rappresenterebbero al momento una minaccia; di contro, si deve impedire
con ogni mezzo (“comprese le armi”) la diffusione del regime marx-leninista di Cuba. Kennedy, con
un consolidamento dei membri OSA contro Cuba, ottiene la solidarietà del continente.

4 LA CRISI DEI MISSILI (OTTOBRE 1962): IL BLOCCO NAVALE DI CUBA. L’AZIONE DELL’ONU.
L’ACCORDO KENNEDY-KRUSCIOV (OTTOBRE 1962). REAZIONI DI CASTRO E DEI MOVIMENTI
ANTICASTRISTI NEGLI USA
AMERICA CENTRALE

CUBA

• In questo movimentato contesto, gli aerei spia Lockheed U-2 individuano la costruzione di
rampe per missili sul suolo cubano. Si valutano diverse ipotesi del comportamento “provocatorio
e proditorio” dei sovietici, anche se l’ipotesi più evidente resta quella difensiva.
• Nell’ottobre 1962 Kennedy attiva il blocco navale su Cuba e ne illustra le motivazioni:
fermare l’installazione di missili offensivi e impedire la nascita di una base strategica dotata
di armi di distruzione di massa puntate contro l’Occidente. La denuncia di Kennedy, in un
discorso radio alla nazione, è circostanziata e molto precisa: si ricordano le intollerabili “false
assicurazioni” fornite dai sovietici sulla natura delle armi date a Cuba.
• Kennedy non intende rischiare una guerra nucleare, ma non è possibile indietreggiare ogni
volta di fronte a questo rischio quando questo deve “essere corso” per la sicurezza della
nazione. Questa nuova realtà investe i rapporti sovietico-americani e rompe l’equilibrio fra le due
superpotenze: i missili offensivi, per loro stessa natura, non hanno alcuna giustificazione difensiva
su Cuba. Si invoca l’immediata convocazione del Consiglio di Sicurezza per “adottare le misure
necessarie contro una minaccia sovietica alla pace mondiale”: gli USA chiedono l’immediato
smantellamento delle armi offensive a Cuba sotto controllo di ispettori dell’ONU.
• Il 23 ottobre Kennedy attiva il blocco navale con apposito decreto con cui si deplora l’azione
delle potenze cino-sovietiche; il Cremlino reagisce con estrema durezza alle decisioni
statunitensi. Le rispettive posizioni sono ribadite, durante il dibattito al Consiglio di Sicurezza, da
parte del delegato sovietico (Zorin) e quello statunitense (Stevenson). Il segretario generale
suggerisce un compromesso iniziale: è opportuna la sospensione, volontaria e immediata, di tutti gli
invii di armi a Cuba e delle misure di blocco sull’isola. Krusciov fa una proposta: è pronto a ritirare
gli armamenti da Cuba a fronte di un analogo ritiro delle armi americane da Italia e Turchia, ma il
governo americano rifiuta la proposta.
• La crisi evolve in senso distensivo quando il gruppo dirigente sovietico prende atto della
fermezza statunitense e, accantonando il problema della sicurezza europea, ordina lo
smantellamento delle basi. Krusciov lamenta i voli, con scopi di spionaggio, degli U-2 statunitensi
sul territorio sovietico.
• In uno scambio di lettere nel 1962 tra Kennedy e Krusciov si concretizza l’omonimo accordo:
rispetto dell’indipendenza e della sovranità di Cuba e ritiro delle “armi offensive”. A ciò
corrisponde una violenta reazione di Castro, che non crede nella promessa americana di non
invadere l’isola, né nella necessaria tutela da parte degli alleati sovietici. Mosca non può ignorare
il risentimento e le proteste dell’alleato caraibico, e, per evitare di perderlo a favore
dell’insidiosa concorrenza cinese (che si dimostra sensibile alle lamentele cubane), il vice
primo ministro sovietico vi si reca in visita per definire una comune linea futura. Washington
concentra la sua azione per recidere i rapporti economici ancora in essere tra cuba e gli Stati
latinoamericani, nel tentativo di innescare la caduta del sistema politico castrista.

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• La crisi dell’ottobre 1962 costituisce un punto culminante della tensione mondiale del
secondo dopoguerra. La fermezza americana sarà letta dagli alleati in modo difforme: da un lato
rassicura sulla volontà di Washington di non cedere alle provocazioni moscovite, dall’altro sorge il
dubbio che analoghe iniziative sovietiche, in altre aree, non causerebbero la stessa risposta.
Mosca, a fronte della sconfitta tattica, ottiene il primo governo comunista nel continente americano.
Questa aggressività può rappresentare anche una ritorsione per l’insuccesso sovietico nei
mesi precedenti sulla questione di Berlino. Il bilancio dell’operazione è negativo per l’URSS
attraverso una verifica tanto inutile quanto rischiosa, con l’aggravante del trasporto segreto
(e negato) di armi di distruzione di massa a sottolineare gravi carenze diplomatiche sovietiche.
• Castro non è convinto del risultato ottenuto, ma l’azione di Mosca ne garantisce l’esistenza e si
mantengono gli accordi di assistenza militare una onerosa rete di aiuti economici.

5 LA CONFERENZA TRICONTINETALE (1966); L’IMPEGNO RIVOLUZIONARIO DEL CASTRISMO


IN AMERICA, IN AFRICA E IN ASIA. LA CONFERENZA DELL’ORGANIZZAZIONE LATINO-
AMERICANA DI SOLIDARIETA’ (1967). ERNESTO “CHE” GUEVARA IN BOLIVIA. CUBA ENTRA
NEL COMECON (1972). GLI USA E IL BLOCCO ECONOMICO (1975). CUBA IN AFRICA (1976):
ANTIMPERIALISMO, ANTICOLONIALISMO, APARTHEID. CASTRO ALL’ASSEMBLEA
GENERALE DELL’ONU (1979)
AMERICA CENTRALE

CUBA

• I rapporti con Mosca rimangono buoni, grazie all’adesione cubana allo schieramento comunista
internazionale e la capacità del’URSS stessa di assorbire la produzione di zucchero dell’isola,
garantendole al tempo stesso assistenza tecnico-economica e protezione militare.
• Nel gennaio 1966 si tiene all’Avana la conferenza tricontinentale (Asia-Africa-America
Latina): l’iniziativa evidenzia l’urgenza della lotta antimperialista per i popoli afro-asiatici e
latino-americani, cercando di unire gli sforzi dei “tre continenti” per la liberazione nazionale, al
ricostruzione, la prosperità e la pace.
• L’Avana, senza denunciare la politica moscovita, se ne distacca e rivendica la propria libertà
d’azione rivoluzionaria. Pur appoggiandosi a Mosca, Cuba è vicina alle tesi del radicalismo cinese
e sembra voler dare vita ad un movimento comunista latino-americano estraneo alla polemica
interna cino-sovietica. Cuba vuole riprendere e rielaborare il programma di Bolìvar per
l’indipendenza politica e l’unità regionale, “vanificato dalle oligarchie statunitensi”. L’impegno
cubano si concretizza in tutto il continente con la costituzione di gruppi armati combattenti,
come quello costituito da Ernesto “Che” Guevara in Bolivia (dove morirà nel 1967).
• L’OSA reagisce con prontezza alle provocazioni cubane: si confermano le precedenti decisioni
per fronteggiare il pericolo comunista, come l’espulsione di Cuba dall’organizzazione stessa. Nel
1972 Cuba entra nel COMECON confermando i precedenti buoni legami con i Paesi comunisti.
Qualche anno dopo, nel 1975, cambia anche la linea di azione dell’OSA che lascia i membri liberi di
gestire le proprie relazioni economiche e politiche con Cuba.
• Castro visita l’Africa nel 1976, condannando l’imperialismo, il colonialismo e l’apartheid
(Sudafrica): con queste iniziative extraterritoriali Cuba vuole assumere un ruolo attivo di
respiro globale sul fronte rivoluzionario: quest’azione è guardata con favore da Mosca, la
quale dopo la complicazione del dialogo tra superpotenze provocata dalle guerriglie in America
Latina ora preferisce puntare sulle forze d’opposizione socialiste dei Paesi africani. Questa scelta
costituisce, di fatto, l’accettazione di Mosca dei prevalenti interessi di Washington sull’area
sudamericana.

6 CUBA DI FRONTE ALLA CADUTA DEL COMUNISMO SOVIETICO. LE VISITE DI GIOVANNI


PAOLO II (1998) E DI BENEDETTO XVI (2012). NUOVI RAPPORTI RUSSO-CUBANI: PUTIN A
CUBA (2000). LA COSTITUZIONE DELL’ALBA (2004). LE DIMISSIONI DI FIDEL CASTRO (2006).
RAUL CASTRO AL POTERE (2008)
AMERICA CENTRALE

CUBA

• La dissoluzione dell’URSS (1991) mette a dura prova le relazioni sovietico-cubane. Cuba deve

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• così affrontare una difficile situazione economica, con l’annullamento dei contratti per forniture di
zucchero e petrolio all’URSS e il volume degli scambi commerciali viene ridotto di molto. I rapporti
con Washington restano comunque difficili, e non migliorano nemmeno dopo l’insediamento di
Bill Clinton nel 1993 a causa del suo impegno per il rafforzamento della democrazia nel mondo
latino-americano.
• Cuba sostiene in Colombia le FARC (forze rivoluzionarie che conducono azioni terroristiche
contro il governo), mentre migliorano i rapporti con la Santa Sede. Ciò fu possibile grazie alla
visita di papa Giovanni Paolo II a Cuba nel 1998 e quella di papa Benedetto XVI nel 2012. A
cavallo dei due millenni riprendono anche i rapporti con la Russia e le ex repubbliche dell’URSS.
• Nel 2004 Fidel Castro e Hugo Chavez (Venezuela) danno vita all’ALBA (Alianza Bolivariana
para América Latina y el Caribe) concretizzando un progetto di cooperazione cui aderiranno, inoltre,
anche altri stati (Bolivia, Ecuador, Nicaragua, ecc.).
• Nel 2006 Fidel Castro annuncia le proprie dimissioni a causa di ragioni di salute e passa il
potere nelle mani del fratello Raul e di alcuni “vecchi rivoluzionari”: il sistema politico resta in
piedi e sostanzialmente invariato. Barack Obama rimuove il blocco in atto e revoca alcune
restrizioni nel 2009, e due anni più tardi il congresso del Partito comunista cubano annuncia
misure di liberalizzazione economica: di fatto il regime si orienta a una maggiore apertura che
potrebbe presentare in futuro importanti sviluppi. La situazione socio-economica rimane comunque
molto critica, con un reddito pro-capite ancora basso.

7 L’EVOLUZIONE DEI RAPPORTI INTERAMERICANI. MERCATO COMUNE CENTROAMERICANO


(1960); PATTO ANDINO (1969). LA CRISI DEL NICARAGUA (1979). ISOLE MALVINE (FALKLAND
ISLANDS): LA GUERRA ANGLO-ARGENTINA (1982). GRENADA (1983). GRUPPO DI
CONTADORA (1983). GRUPPO DI RIO (1986). NAFTA (1992; AFTA (1994); MERCOSUR (1991);
CSN (2004); UNASUD (2008)
AMERICA CENTRALE

CUBA

• Negli anni ’70 la situazione latino-americana ha subito una forte evoluzione: a causa degli scarsi
risultati dell’Alleanza per il progresso, molti Paesi hanno cercato rapporti vicendevoli più stretti. In
questo periodo scoppiano diverse crisi regionali.
• In Nicaragua un gruppo di ribelli armati con collegamenti marx-leninisti allontana dal potere
il dittatore Somoza nel 1979. Gli Stati Uniti forniscono aiuti militari ai Paesi confinanti e il
Nicaragua, dopo una devastante e pluriennale guerra civile, eleggerà nel 1990 il presidente Violeta
Chamorro.
• Nel 1982 torna alla ribalta la questione delle isole Malvine (Falkland), contese tra Argentina e
Regno Unito: l’Argentina occupa le isole, scatenando un breve conflitto che volge a favore del
Regno Unito dopo pochi mesi. Ad oggi, il problema resta irrisolto nonostante i numerosi appelli
dell’Argentina all’ONU per recidere “un perdurante e inaccettabile legame con il colonialismo”.
• Washington interviene nel 1983 anche a Grenada per fermare le attività rivoluzionarie,
trattandosi di un’azione militare secondo la classica impostazione della tutela statunitense sul
continente occidentale.
• L’OSA procede nel cammino delle riforme interne, attribuendo maggiori poteri esecutivi al
segretario. Queste riforme e la politica degli Stati Uniti creano momenti di tensione tra i
membri dell’organizzazione, ma non si arriva alla sua decomposizione: si conferma anzi la
volontà di costituire il “primo emisfero democratico” del mondo, all’interno del quale sono assicurati
il rispetto dei diritti fondamentali, l’importanza della legge e la convivenza pacifica. Nel 1991,
Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay attivano il Mercado Comùn del Suo (MERCOSUR); nel
1994 Clinton propone un allargamento del NAFTA, che dovrebbe evolvere in AFTA. Si prospetta
anche l’ipotesi di creare un’area di libero scambio transatlantica (TAFTA).
• I tentativi di integrazione fra Stati americani proseguono ancor oggi, pur con obiettivi diversi.
Alcuni Paesi del sud nutrono in realtà interesse per l’area del Pacifico (Cina, India), con un
crescente import-export dai primi anni ‘2000; queste aree costituiscono un mercato potenzialmente
enorme con grandi possibilità di crescita.

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10 LA FINE DEGLI IMPERI COLONIALI


EUROPEI IN AFRICA E ASIA

• Nel volgere di pochi decenni, il processo di colonizzazione porterà alla liquidazione di gran
parte dei vecchi imperi coloniali europei, che cesseranno di esistere in tutti i continenti. Il
cambiamento non avverrà in modo pacifico, salvo qualche eccezione; l’ONU svolgerà in tale
frangente un ruolo fondamentale, promuovendo la decolonizzazione e l’emancipazione delle ex
colonie.

1 INGHILTERRA

GLOBALE

IMPERO BRITANNICO

• In Asia, Ceylon raggiunge l’indipendenza nel 1947, rimanendo nel Commonwealth come
dominion. Più complessa è la situazione in Birmania (Myanmar): durante l’occupazione
bellica, i nipponici le hanno concesso l’indipendenza (1943) e il Regno Unito preferisce trattare
con la Lega dei moderati (Aung San) per evitare un conflitto con le forze comuniste e nazionaliste.
L’indipendenza sarà concessa nel 1948 e il Paese esce dall’orbita inglese.
• La decolonizzazione della Malesia è afflitta da una delicata situazione interna. Londra
vorrebbe la nascita di una federazione indipendente che garantisca pieni diritti politici e civili a
tutti gli abitanti di questi territori, ma deve cedere alle proteste dei nazionalisti malesi. Ciò non
impedisce l’accendersi di uno scontro militare (1948), destinato a durare diversi anni. Nasce nel
1965 la Malesia, al cui interno confluiscono gli ex possedimenti inglesi del settore.
• Nell’Africa orientale inglese (Kenya, Uganda, Zanzibar) si cerca di dar vita a un sistema
federale ma senza successo: i tre Paesi seguiranno strade separate. Il Kenya è indipendente
nel 1963 sotto la guida di un partito nazionalista locale, e anche in Uganda nasce una repubblica
nel 1962 che pone fine ai contrasti interni. Zanzibar e Tanganica si uniscono nel 1964 per dare vita
alla Repubblica del Tanganica e di Zanzibar (poco dopo Repubblica unita di Tanzania).
• Seguono la Rhodesia del Nord (poi Zambia) e il Nyasaland (poi Malawi) indipendenti dal 1964, e la
Rhodesia del Sud dal 1965. Anche l’Africa occidentale inglese segue la sua strada verso
l’indipendenza in questi anni: la Costa d’Oro (Ghana) nel 1957, Nigeria nel 1960, Sierra Leone nel
1961 e Gambia nel 1965.
• Più complessa sarà la decolonizzazione dello Yemen. Essa si articola in più fasi a partire dal
1934, quando un accordo anglo-yemenita ne riconosce l’indipendenza e avviene insieme alla
sistemazione definitiva di altri territori, ovvero gli emirati meridionali (Kuwait, Oman, Bahrein, Qatar,
Emirati Arabi Uniti) e quelli mediterranei (Cipro 1960, Malta 1964).
• Questione a sé fu quella del Sudafrica. La decolonizzazione fu fonte di contrasti e malcontento,
perchè il potere passò sostanzialmente dalla potenza coloniale ad un governo formato dagli stessi
esponenti della potenza in questione. Nel periodo successivo, il potere resta in mano dei
bianchi che attivano una politica segregazionista nota come apartheid: con questa politica
apertamente razzista il governo mira a isolare le comunità nere e spingerne gli esponenti a
trasferirsi nelle riserve (bantustan). Ciò provocherà gravi disordini interni e reazioni esterne: l’ONU
condanna l’apartheid crimine contro l’umanità e il Commonwealth espelle il Sudafrica; Pretoria si
mantiene comunque allineata al mondo occidentale per quanto riguarda il contrasto del comunismo.
• All’interno del Paese emergono rapidamente movimenti di opposizione “nera”, in particolare
la formazione politica guidata da Nelson Mandela (African National Congress). Il primo
ministro Botha (1984-1989) tenta di difendere in extremis l’apartheid; spetterà al suo successore
Willem de Klerk aprire la strada alla conciliazione nazionale con la liberazione di Nelson Mandela
dopo 30 anni di carcere nel 1990 e l’abolizione dell’apartheid nel 1991. Seguirà nel 1992
l’approvazione della nuova Costituzione e le prime elezioni con partecipazione di tutte le etnie
nel 1994 (vinte dall’African National Congress e quindi da Mandela). In realtà è l’elezione di
Mandela a coincidere con la fine del periodo coloniale in Sudafrica: la proclamazione della
Repubblica non venne considerato un elemento rilevante a causa del regime di apartheid.

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• Thabo Mbeki seguirà Mandela e la nazione arcobaleno otterrà positivi risultati economici (il
Sudafrica registra il PIL più elevato del continente e produce, da solo, un terzo del suo reddito), cui
però si opporranno una distribuzione iniqua della ricchezza e il grave problema dell’AIDS.
• La Namibia otterrà l’indipendenza dalle forze occupanti di Pretoria dopo un lungo conflitto,
portato avanti da un’organizzazione politico-militare nota come SWAPO, nel 1990.

2 FRANCIA

GLOBALE

IMPERO FRANCESE

• La politica francese è tendenzialmente caratterizzata dall’assimilazione delle colonie


all’interno della madrepatria e dalla diffusa concessione della cittadinanza. In questo contesto, più
paritario a parole che nei fatti, svolgono un ruolo fondamentale in funzionari francesi, i dirigenti
coloniali e gli organi di rappresentanza locali. Il modello francese non avrà il successo sperato e la
decolonizzazione porterà alla nascita di numerosi nuovi Stati. Un ultimo tentativo è fatto con la
Costituzione del 1946, con cui nasce l’Unione Francese: la soluzione si rivela ben presto
debole per la difficoltà di gestione e per le crescenti richieste d’indipendenza che ne rendono
difficile prima la nascita e in seguito l’esistenza stessa: Marocco e Tunisia rifiutano l’adesione
(ponendo fine al protettorato nel 1956) e nella penisola indocinese si scatenerà un grave e lungo
conflitto. Alla fine degli anni 50, numerosi Stati nasceranno in sede delle vecchie colonie francesi.
• Di particolare gravità è la guerra d’Algeria, dove nasce la Repubblica d’Algeria nel 1962 dopo
una lunga lotta contro le forze indipendentiste iniziatasi nel 1954. De Gaulle cerca di mantenere il
territorio sotto controllo, ma in seguito non esiterà a porre fine al peggior conflitto della
decolonizzazione francese e firmerà gli accordi di Evian con il Front de Libération National
algerino nel 1962.
• La politica francese evolve e negli anni Sessanta, sotto la spinta delle recenti conquiste
d’indipendenza nordafricane, numerosi Paesi africani raggiungeranno l’indipendenza (Mali,
Camerun, Madagascar, Togo, Congo, Ciad, Costa d’Avorio, Alto Volta - Burkina Faso, Niger). Nel
teatro pacifico, anche la Polinesia francese diventa territorio d’oltremare nel 1946 e dal 1984
gode di uno statuto di autonomia interna. I test nucleari francesi del 1995 nell’atollo di Mururoa sono
sospesi dopo le proteste internazionali.

3 BELGIO

GLOBALE

IMPERO BELGA

• Il Belgio resta convinto di poter mantenere il controllo coloniale anche dopo la fine del
secondo conflitto mondiale. Ciò porterà ad un confronto acceso e sanguinoso con i suoi territori
(Congo, Ruanda-Urundi): si pensa che alla mancanza di una classe dirigente locale valida possa
aiutare a mantenere il controllo.
• Per queste ragioni il Congo sarà afflitto da una decennale situazione di conflitto e disordini
(1956-1964). Bruxelles tenta di dar vita ad un unione simile a quella francese e rifiuta ogni pretesa
di indipendenza, se necessario con la forza: la situazione precipita a causa della mancanza di una
dirigenza locale idonea e il Belgio accelera il cammino verso l’indipendenza del Paese.
• Le nuove autorità congolesi sono incapaci di guidare il Paese e il quadro, già instabile, subisce
un ulteriore deterioramento con la rivolta delle forze armate che, animate da un radicale
anticolonialismo, avviano la “caccia ai bianchi”. Il presidente Lumumba chiede l’intervento dell’ONU
che invia un contingente armato (caschi blu) nel tentativo di ripristinare ordine e sicurezza in un
conflitto di natura atipica poiché coinvolgente scontri tribali, regionali e massacri antioccidentali. La
secessione del Katanga è osteggiata da Lumumba che sostiene l’unità del Paese con una visione
centralista: sarà arrestato, dopo un colpo di Stato guidato dal colonnello Mobutu, e consegnato ai
katanghesi che lo condannano a morte nel 1961.
• L’ingresso dell’ONU nel Congo evidenzia l’incompenteza delle autorità congolesi e la
sfiducia dei nativi verso le autorità. In questo periodo termina l’amministrazione fiduciaria su
Ruanda e Urundi. Nel 1965, in Congo, si impone Mobutu e il Paese, di nuovo riunificato, assume il
nome di Zaire fino al 1997, mantenendo buoni rapporti con Washington.

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• La situazione socio-economica congolese rimane ad oggi grave. Le conflittualità prolungate


hanno ridotto le capacità economiche del Paese, ricco di risorse minerarie; solo nel 2005 si son
registrati timidi progressi.

4 SPAGNA

GLOBALE

IMPERO SPAGNOLO

• Il secondo dopoguerra pone fine anche a ciò che resta dell’impero spagnolo. Nel 1956 è
riconosciuta l’indipendenza del Marocco (la Spagna si riserva il controllo di Ceuta e Melilla).
Negli anni ’70, Rabat contesta la sovranità sul Sahara occidentale: la “marcia verde” del 1975
precede l’annessione nel 1976. Il Marocco proclama la Repubblica Araba Saharawi Democratca. La
guerriglia contro la Maruritania, che inizialmente si oppose all’annessione, termina nel 1991: le parti
si impegnano ad attuare un referendum per stabilire il futuro del Sahara occidentale, che ad oggi
non si è ancora svolto. Rabat controlla di fatto la regione, la cui principale risorsa economica è
costituita dai fosfati.

5 PORTOGALLO

GLOBALE

IMPERO PORTOGHESE

• Il Portogallo “resisterà” alla decolonizzazione più a lungo delle altre potenze europee,
trasformando le principali colonie in province d’oltremare nel secondo dopoguerra. Ciò si
concretizza con una rigorosa battaglia contro le élites locali e i movimenti indipendentisti sia in
Guinea Bissau che in Angola e Mozambico.
• I ribelli intraprendono la strada della lotta armata in Guinea Bissau e Lisbona non è in grado
di reprimere la ribellione né di riprendere il controllo dell’area: nel 1973 è proclamata
l’indipendenza della Guinea Bissau, mentre nel 1974 la “rivoluzione dei garofani” pone fine alla
dittatura di Salazar e sancisce la nascita della Terza Repubblica in madrepatria. La nuova
repubblica riconoscerà l’indipendenza di numerosi territori (Capo Verde, Mozambico, Angola,
Principe, Sao Tomé). In Mozambico, la contrapposizione tra il Fronte di Liberazione
(FRELIMO) con stretti rapporti con Mosca e il Partito nazionale della resistenza
mozambicana (RENAMO) trascina il Paese in una lunga guerra civile, destinata a terminare
solo nel 1992 con gli accordi di Roma.
• La dominazione portoghese termina anche in Asia a Timor (1975) e a Goa (annessa dall’India
nel 1961).

6 OLANDA

GLOBALE

IMPERO OLANDESE

• Durante il secondo conflitto mondiale, l’Indonesia è occupata dalle forze militari giapponesi
che cercano un’intesa con gli esponenti nazionalisti locali (già in lotta contro i colonizzatori
olandesi). Dopo la sconfitta nel 1945, Tokyo proclama l’indipendenza della regione: gli olandesi non
accettano la situazione, ma la nuova repubblica indonesiana raggiunge un accordo coi Paesi Bassi
(1946) per dare vita ad una federazione indonesiana-olandese. Ciò nonostante, si verificano gravi
incidenti e il governo olandese interviene militarmente per stroncare la ribellione e riprendere il
controllo della zona, determinando così l’intervento delle Nazioni Unite.
• Al termine dei lavori dell’ONU si decide di costituire una repubblica degli Stati Uniti
d’Indonesia e la formazione di una unione olandese-indonesiana. L’Indonesia è così
indipendente nel 1949 non per volontà della potenza coloniale, ma dopo un duro confronto militare
con le forze indipendentiste.
• La politica d’ispirazione marxista, islamica e liberal-democratica di Sukarno (presidente del Paese
dal 1945 al 1967) causano numerosi attentati e tentativi di colpo di Stato: Sukarno accentua i poteri

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• dell’esecutivo, pur senza estromettere il Parlamento (“democrazia guidata”). Nel 1963 è proclamato
presidente a vita, ma dovrà ritirarsi pochi anni dopo a causa delle tensioni politiche. Gli subentra
Haji Mohammad Suharto, legato ad ambienti militari anticomunisti e sensibili alla
propaganda statunitense.
• L’Indonesia annette Timor est nel 1975: il referendum del 1999 è vinto dagli indipendentisti, e
nuove violenze portano ad un nuovo intervento dell’ONU che spiana la strada alla nascita
della Repubblica di Timor Est (2002). La situazione interna non è però normalizzata.
• La rivoluzione indonesiana del 1998 induce Suharto alle dimissioni, e nel 1999 si tengono le
prime elezioni libere da quelle del 1955. Nel 2004, le coste occidentali di Sumatra sono devastate
dal potente maremoto dell’Oceano Indiano (26 dicembre 2004), che causa oltre 200.000 vittime.
L’economia indonesiana ha dato segni di vitalità negli ultimi anni, con una costante crescita
del PIL; ciò nonostante il 20% degli abitanti vive sotto la soglia di povertà. La Guyana olandese (poi
Suriname) otterrà l’indipendenza nel 1975.

7 ITALIA

GLOBALE

IMPERO ITALIANO

• I trattati di pace del secondo dopoguerra sono chiari in merito alle colonie italiane, che
vengono tutte sottratte dall’autorità del Paese; ben poco possono fare le ripetute proteste di
Roma in merito. Le colonie italiane in Africa escono dal suo controllo con percorsi specifici,
accedendo all’indipendenza.
• In Libia, l’intesa anglo-italiana di triplice amministrazione fiduciaria (Tripolitania all’Italia,
Fezzan alla Francia e Cirenaica al Regno Unito) non trova attuazione: l’ONU respinge l’ipotesi
ed affida la Libia indipendente all’emiro Sayed Idris (1951).
• L’Etiopia (o Abissinia), dopo la breve presenza militare italiana, è liberata agli inglesi nel
1941. E’ ripristinata la monarchia, che terminerà però nel 1974 con un colpo di Stato ad opera di
una giunta militare che proclama la repubblica e da vita ad un sistema interno di tipo socialista con
a capo Mariam (1977). Dopo il 1991, i rapporti del Paese avranno una svolta significativa:
sono abbandonati i legami con il comunismo internazionale e vengono strette nuove
relazioni con USA, UE e Paesi occidentali. La situazione economica rimane tuttavia grave e il
Paese è uno dei più poveri del mondo.
• L’Etiopia ha dovuto fare fronte al conflitto con la vicina Eritrea (anch’essa ex colonia italiana),
la quale si oppone all’appartenenza allo Stato etiopico. La sua annessione nel 1962 provoca lo
scoppio di un lungo e sanguinoso confitto in una delle aree più arretrate e misere del
mondo. L’Eritrea tornerà indipendente solo nel 1993, con la conclusione delle operazioni militari.
• L’Italia ottiene l’amministrazione fiduciaria della Somalia nel 1950: sarà destinata a durare dieci
anni e portare il Paese, come previsto, all’indipendenza nel 1960. La Somalia affronterà due
conflitti (1964 e 1977) con l’Etiopia a causa di contrasti confinari; Siad Barre assume la
presidenza nel 1969 dopo un cruento colpo di Stato. La situazione rimane ad oggi caotica e
frammentata, aggravata da una grave carestia: numerosi gruppi tribali sono in permanente
guerriglia tra loro e la situazione resta precaria. Nel 1991 il Somaliland si proclama indipendente
dalla Somalia; nel 2002 si attiva una missione di pace dell’Unione Africana, ma nonostante questi
tentativi il Paese non è pacificato. A causa di errate valutazioni sul territorio, la Somalia è
precipitata nel caos della guerra civile e dell’anarchia.

8 LA DECOMOPOSIZIONE DELL’IMPERO ZARISTA-SOVIETICO

GLOBALE

IMPERO ZARISTA

• Uno degli imperi costituitosi con territori contigui è quello russo zarista. Rifiutare la tesi
dell’impero coloniale perchè contiguo significa accettare il “sofisma dell’acqua salata”.
• Al momento della dissoluzione dell’URSS (fine anni ’80-inizio anni ’90) si affermano due
elementi principali: il rifiuto del sistema economico, politico e sociale marx-leninista perseguito da
decenni e il rifiuto dell’integrità statale riconducibile al passato zarista. La coraggiosa proposta di
riformare il sistema (perestrojka) è sostituita gradualmente dalla volontà di abbatterlo. Molti

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• territori mettono in discussione la struttura interna e la formazione stessa della Russia e nell’URSS
dei secoli precedenti. Il processo ha avvio nel centro dell’URSS e non dalla periferia, come già
fu nel 1917.
• Già nella seconda metà degli anni Ottanta, suscita interesse la nuova politica di Mikhail
Gorbaciov, fondata su ricostruzione (perestrojka) e trasparenza (glasnost). Quest’azione finirà
per favorire lo sgretolamento dell’unità sovietica: già in questo periodo sono numerosi i conflitti
interfonici e le proteste nazionali.
• In Europa i movimenti di emancipazione sono di natura nazionale (repubbliche Baltiche,
Ucraina, Bielorussia). Entro il 1991 tutte le repubbliche sovietiche, inclusa quella russa,
affermano la propria sovranità: questo sconvolgimento affonda le proprie radici nella crisi
economica, nella disoccupazione, nei problemi ecologici (si ricordi il disastro nucleare di Chernobyl
del 1986 e il prosciugamento del lago di Aral, uno dei più gravi disastri ambientali mai provocati
dall’uomo e tutt’ora in atto).
• L’URSS cessa ufficialmente di esistere nel dicembre 1991 e al suo posto è costituita una
Comunità di Stati Indipendenti (CSI), alla quale però non partecipano tutte le realtà statuali
(repubbliche baltiche e Georgia ne restano fuori). La CSI si rivela da subito debole e fallirà
nei suoi intenti economici e politici. I nuovi Stati sviluppano politiche interne ed estere per
proprio conto; sono ben presto riconosciuti sul piano nazionale e entrano nell’ONU. Le repubbliche
baltiche, in particolare, riprendono i legami con il mondo scandinavo ed entrano nell’Unione
Europea; cresce il loro interesse verso l’occidente (NATO).
• La Russia guidata da Eltsin e Putin ha avviato una politica autonoma per reinserirsi nella
comunità internazionale come grande potenza. Si attenua la contrapposizione ideologica con
l’Occidente, migliorano le relazioni con Pechino e si allentano le relazioni con i Paesi comunisti: si
assiste ad una crescente convergenza con gli Stati Uniti per far fronte alle crisi internazionali.
Questo radicale cambiamento, che segna il tramonto dell’URSS, avvenne in modo pacifico.
Nessuno si è opposto con la forza né in Asia né in Europa.
• Dopo i difficili anni della decomposizione, la Russia avvia un economia di mercato
sostitutiva di quella pianificata. Putin ha dovuto affrontare numerosi problemi economici, sociali
ed ecologici. Gli succede nel 2008 Medvedev, che rafforza i legami con l’UE. Nel 2011 i due
annunciano di scambiarsi i ruoli: negli ultimi mesi sono scoppiate in molte città russe rivolte
e proteste contro il governo in carica e “i due nuovi zar”. Si denunciano presunti brogli
elettorali alle elezioni, che rieleggono il partito di Putin Russia Unita.
• Putin conferma che il Paese condurrà un’azione internazionale indipendente, sensibile ai
problemi mondiali ma attenta alle esigenze nazionali. Mosca è contraria alla proliferazione delle
armi nucleari e contrasta il possesso di questi strumenti da parte iraniana e nordcoreana.

9 IPOTESI SUL FUTURO DEGLI STATI UNITI D’AMERICA E DELLA CINA

AMERICA DEL NORD, ASIA



STATI UNITI D’AMERICA, CINA

• Dopo la decomposizione dell’URSS, alcuni studiosi russi hanno formulato ipotesi relative al
futuro delle grandi potenze formarsi con espansioni attigue in territori colonizzati (Stati Uniti
e Cina). Secondo queste valutazioni, anche questi Stati sarebbero a rischio decomposizione: è
opportuno sottolineare che si tratta di ipotesi, scarsamente verificabili nel breve termine.
• Alcuni Stati americani (Illinois, Alabama, New York, California) sono in evidente difficoltà
finanziaria e l’intero sistema nazionale è stretto nella tenaglia del debito. Non si esclude che
alcuni di questi Stati possano essere tentati di separarsi dalla nazione e percorrere la strada
dell’indipendenza per sottrarsi dagli oneri federali.
• Analogamente, la Cina si è costituita con espansioni contigue e sarebbe a rischio decomposizione
a causa delle opposizioni interne (minoranze del Tibet, della Mongolia e del Sinkiang). Nonostante
la dirigenza politica nata dalla rivoluzione può vantare importanti ed evidenti risultati in tutto il
Paese, le popolazioni di queste aree non nascondono una certa indifferenza nei confronti del
potere centrale, riaffermando le proprie radici culturali e nazionali.

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10 L’EVOLUZIONE DELL’AZIONE MISSIONARIA DELLE CHIESE CRISTIANE. LA SANTA SEDE

GLOBALE

TUTTI I PAESI CON FEDELI CRISTIANI

• Con il trascorrere dei decenni, la Chiesa avverte l’esigenza di rivedere i rapporti con la
“madrepatria” per tutelare l’opera missionaria svolta in precedenza. Occorre distaccare la
missione dagli interessi delle capitali europee e favorire la nascita di un clero indigeno: le Chiese
rivendicano una forte autonomia.
• La trasformazione della dottrina missionaria è evidente, anche se rimane immutato l’obiettivo di
diffondere il messaggio evangelico. La sensibilità anti coloniale si fa più acuta, specialmente dopo la
prima guerra mondiale. Per tutelare le missioni già insediate e proteggere le comunità
indigene, occorre evitare a tutti i costi l’identificazione della presenza religiosa con
l’invadenza coloniale. Si pensa ad una nuova gerarchia indigena in grado di interpretare i valori
delle società locali: tramonta il ruolo “egemonico” del missionario europeo e si afferma quello
del religioso indigeno a guida delle comunità convertite.
• La Chiesa contribuisce al rafforzamento della politica di “contenimento” del comunismo, ma
il timore che la lotta anticolonialista possa portare ad uno sbocco marx-leninista non le impedisce di
approvare la “giusta causa anticoloniale”.
• I numerosi richiami della Chiesa per sensibilizzare il mondo sui problemi dei Paesi più poveri non
sono efficaci nel modificare la condotta in essere di quelli più ricchi in loro aiuto. Rimane alta
l’attenzione per i problemi del Terzo Mondo.

11 NEOCOLONIALISMO E DECOLONIZZAZIONE

GLOBALE

GENERALIZZATO

• La nascita di numerosi Stati indipendenti non ha reciso i vincoli economici e culturali


esistenti nel periodo della colonizzazione: alla battaglia per l’indipendenza politica si è così
congiunta quella per recidere le dipendenze economiche, che sono continuate anche dopo
l’indipendenza della ex colonia.
• Molti colonizzatori hanno imposto la propria economia alle colonie, che ora dispongono di pochi
validi strumenti sostitutivi. I nuovi Stati hanno parzialmente risolto il problema avviando
relazioni economiche e commerciali in più direzioni e rafforzando le loro istituzioni interne
grazie alle maturate capacità gestionali degli apparati statali.
• La fase di colonizzazione (e quella di decolonizzazione) ha gettato le basi per la creazione di
rapporti tra popoli lontani, culture diverse e territori distanti: di fatto il fenomeno si è evoluto ed
è ancora oggi in essere, trasformato in globalizzazione.

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11 NUOVI ORIZZONTI COLONIALI. LE


CALOTTE POLARI E L’ESPLORAZIONE
DELL’UNIVERSO

• Nell’ultimo secolo molte potenze hanno mostrato interesse crescente nei confronti dei
“continenti” polari. Dopo le prime esplorazioni hanno preso corpo crescenti rivendicazioni anche
su queste remote aree. Questa situazione ha acceso nuovi confronti, in particolare per quanto
riguarda l’Artide.

1 IL “CONTINENTE” ARTICO

POLO NORD

ARTIDE

• L’Artide, ricoperta quasi interamente dai ghiacci, è la regione più settentrionale del mondo,
all’interno del quale si trova il Polo Nord. Include zone appartenenti a numerosi Stati (Russia,
USA, Canada, Islanda, Norvegia, Svezia) e numerose isole. Le prime esplorazioni
raggiunsero il Polo Nord a inizi Novecento (1909 Stati Uniti, 1928 Norvegia e Italia - dirigibile
di Umberto Nobile).
• Le rivendicazioni avanzate dagli Stati interessati si estendono ben oltre le miglia nautiche
previste dalle Convenzioni internazionali per le Zone d’interesse economico esclusivo (ZEE):
i diritti e le responsabilità di ognuno sulle zone artiche sono precisati dalla Convenzione ONU sul
diritto del mare (UNCLOS), definita nel 1982 ed entrata in vigore nel 1984. Restano senza
soluzione anche i problemi relativi ad aree di pesca, nonché libertà e controllo di passaggi divenuti
possibili con il disgelo.
• La decomposizione dell’URSS (1991) ha accentuato l’importanza del passaggio artico di
Nord-Est perchè la Russia ha perduto i porti baltici. Mosca attribuisce al traffico marittimo in
queste aree una particolare importanza economica, militare e strategica: essa si considera artica
per “diritto naturale”, pur aprendo alla cooperazione.
• Altre potenze presenti nella regione avanzano rivendicazioni (Canada, USA-Alaska, Islanda,
Danimarca, Regno Unito). La Norvegia ha assunto il ruolo di coordinamento e mediazione nei
rapporti tra Russia e UE.

2 IL “CONTINENTE" ANTARTICO

POLO SUD

ANTARTIDE

• L’Antartide comprende i territori e i mari che circondano il Polo Sud: è quasi completamente
ricoperta da ghiacci spessi oltre 1.500 metri ed è ricca di risorse minerarie, nonché riserve di
acqua dolce. I primi viaggi lungo le sue coste avvennero tra la fine del Settecento e l’inizio
dell’Ottocento. Il primo raggiungimento del Polo Sud avviene nel 1911.
• Nel corso del XX Secolo numerosi Stati hanno avanzato rivendicazioni su alcuni territori
antartici, con motivazioni diverse. Per definire un uso pacifico delle risorse del continente e
tutelare il suo delicato ecosistema è stato firmato a Washington nel 1959 il Trattato antartico
(ATS), formato da diversi accordi. L’ATS è stato integrato nel 1991 da un accordo per la
protezione ambientale, firmato a Madrid. Gli accordi di Washington stabiliscono la libertà di ricerca
scientifica a scopo pacifico in Antartide: sono proibite tutte le attività militari. L’Italia ha sottoscritto il
trattato nel 1981 e nel 1985 ha dato vita al Programma Nazionale ricerche in Antartide (PRNA).
• Grazie a questi accordi, il continente antartico è oggi sottratto al confronto tra le capitali ed è
un’area pacifica di cooperazione internazionale per la gestione e la tutela condivisa del
continente.

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3 L’ESPLORAZIONE DELL’UNIVERSO. I PRECEDENTI

SPAZIO

• Negli ultimi decenni è cresciuto l’interesse dell’uomo nei confronti dello spazio che circonda
la Terra, ovvero il sistema solare. Pur in presenza di numerose conoscenze, molte ipotesi erano
da verificare e l’attenzione degli studiosi si concentra inizialmente sul sistema solare.
• Dopo la completa osservazione delle terre emerse del pianeta, l’uomo ha dato importanza
crescente al mondo extraterrestre: questo tipo di ricerca però necessita di enormi risorse
finanziarie, conoscenze scientifiche approfondite, strumenti operativi sviluppati. In queste
ipotesi l’azione dei singoli “esploratori” è insufficiente: entrano in gioco gli Stati. L’avvio
dell’esperienza extraterrestre ha inizio dal corpo celeste più vicino alla Terra e ad essa da
sempre legato: la Luna.
• Per superare i limiti dei velivoli ad elica, già nella Germania nazista si studiarono i precursori
dei moderni motori a getto o a reazione (Horten Ho-229, Messerschmitt Me-262: velivoli a
reazione i cui studi furono interrotti dalla sconfitta bellica), contestualmente allo sviluppo delle
bombe volanti (V1 e V2). Gran parte delle scoperte della Germania, nonché alcuni suoi più
esponenti scientifici come Von Braun, verranno travasate agli alleati. Von Braun dirigerà la
NASA dal 1960 al 1970.

4 I SATELLITI ARTIFICIALI TERRESTRI. LO SBARCO SULLA LUNA. SVILUPPI SUCCESSIVI

SPAZIO

• Da qui inizieranno i programmi missilistici statunitensi e sovietici: gli USA lanciano in orbita il
primo satellite artificiale Explorer 1 (1959) e pochi anni dopo una capsula spaziale porta in orbita
terrestre il primo cosmonauta statunitense John Glenn (1962). L’URSS prevale nel confronto: lancia
lo Sputnik 1 nel 1957 e il primo essere vivente (cane Laika) a bordo dello Sputnik 2. Nel 1963
Valentina Terseshkova è la prima cosmonauta donna.
• Nel 1969 l’Apollo 11 atterra sulla Luna: gli astronauti (Armstrong e Aldrin) scendono sulla superficie
lunare e compiono la storica “passeggiata lunare”. In sostanza, l’URSS mette in orbita il primo
satellite artificiale con equipaggio, mentre gli USA prevalgono nella corsa verso la Luna. Dal
1981 gli USA iniziano ad utilizzare navette spaziali riutilizzabili (Space Shuttle), la cui carriera si è
conclusa solo nel 2011 (sarà sostituito dal Dream Chaser).
• L’URSS e la Russia poi proseguono con le attività spaziali: nel 1986 è lanciata la stazione
spaziale Mir. Anche Pechino, Tokyo e l’UE sono attive nel campo con il lancio di sonde e
satelliti.
• Negli ultimi anni numerose società private statunitensi hanno manifestato interesse
nell’attività spaziale: la nascita di queste società induce a ricordare la formazione delle antiche
compagnie private della colonizzazione europea.

5 GLI ACCORDI SULLO SPAZIO EXTRATMOSFERICO (1967) E SULLA LUNA (1979)

SPAZIO

• Le esplorazioni extraterrestri hanno posto nuovi problemi e interrogativi sul futuro dello spazio
cosmico. Washington, Mosca e Londra sottoscrivono nel 1967 il trattato sullo spazio extratmosferico
(Outer Space Treaty): nessuno Stato firmatario potrà collocare armi nucleari o di distruzione di
massa in orbita, né rivendicare risorse sui corpi celesti (considerati patrimonio dell’umanità).
• Lo spirito degli “accordi perpetui di pace” è riproposto per gestire gli spazi extratmosferici;
nel 1979 un successivo trattato sulla Luna integra l’OST. Ciò evidenzia un cambiamento
epocale e significativo: gli Stati si impegnano a risolvere i problemi in modo pacifico e senza
prevaricazioni: non a caso sono firmati inizialmente dalle superpotenze (USA, UK, URSS) che si
considerano garanti dell’ordine internazionale. Prevale la cooperazione e la ricerca comune per
perseguire incredibili risultati scientifici in nome dell’umanità e della pace, come recita la
targa apposta dagli americani sulla Luna.

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Appendice MAPPE CONCETTUALI


Pagina
1 L’ESPANSIONE COLONIALE 52

2 L’IMPERIALISMO COLONIALE 53

3 LA DECOLONIZZAZIONE DEL CONTINENTE AMERICANO 54

4 LA DECOMPOSIZIONE DEGLI IMPERI OTTOMANO E AUSTRO-UNGARICO 55

5 L’EVOLUZIONE SUCCESSIVA (1919-1947) 56

6 L’EMANCIPAZIONE DEL MEDIO ORIENTE 57

7 L’INDIPENDENZA DI INDIA E PAKISTAN 60

8 L’INDOCINA 61

9 L’EMISFERO OCCIDENTALE E LA QUESTIONE DI CUBA 62

10 LA FINE DEGLI IMPERI COLONIALI EUROPEI IN AFRICA E ASIA 63

11 NUOVI ORIZZONTI COLONIALI: LE CALOTTE POLARI E L’ESPLORAZIONE DELL’UNIVERSO 64

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1 L’ESPANSIONE COLONIALE
Grazie ai progressi del Rinascimento, gli europei iniziano ad esplorare il mondo con più facilità, stabilendo
il proprio dominio su numerose aree e numerose popolazioni indigene. Le iniziative sono giustificate dalla
diffusione della fede, mentre la Chiesa da avvio alle Missioni. Spagnoli e portoghesi furono
particolarmente attivi (i primi scoprirono casualmente l’America nel 1492, nel tentativo di raggiungere
l’Asia senza dover circumnavigare l’Africa); importanti iniziative colonialistiche furono portate avanti anche
da Francia, Inghilterra, Olanda e Russia.

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2 L’IMPERIALISMO COLONIALE
Gli Stati colonizzatori hanno spesso giustificato le loro azioni espansionistiche con argomentazioni legate
a civilizzazione, modernizzazione e diffusione del credo cristiano. L’espansione subisce una breve battuta
di arresto dopo il Congresso di Vienna (1815), in cui si condannano i metodi brutali dei colonizzatori, per
poi riprendere a fine Ottocento coinvolgendo anche nazioni fino ad allora disinteressate al fenomeno. A
metà Seicento la Chiesa costituisce la Congregazione per la propaganda della fede: ciò è dovuto ai
contrasti tra Chiese e Governi, che inficiano l’opera di conversione degli indigeni.

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3 LA DECOLONIZZAZIONE DEL
CONTINENTE AMERICANO
La rivoluzione americana porterà all’indipendenza delle 13 colonie dal Regno Unito nel 1776, e poi agli
Stati Uniti d’America. L’azione è un importante impulso per i territori colonizzati del Centro e Sud America
a percorrere la strada dell’indipendenza. Gli Stati Uniti assumono una crescente importanza nel continente
e curano le loro relazioni con esso seguendo la dottrina Monroe.

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4 LA DECOMPOSIZIONE DEGLI IMPERI


OTTOMANO E AUSTRO-UNGARICO
Per gli imperi Ottomano e Austro-Ungarico, la sconfitta della Prima Guerra Mondiale significherà la loro
dissoluzione, pur con percorsi specifici. Nel primo i disordini iniziano quasi un secolo prima; il secondo
accentua la rivalità con la Russia, che vuole trarre vantaggio dalla riduzione dell’influenza ottomana sulle
aree balcaniche.

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5 L’EVOLUZIONE SUCCESSIVA
(1919-1947)
Il sistema dei mandati della Società delle Nazioni si rivelerà lento e inefficace per garantire l’indipendenza
alle ex-colonie: la gestione di questi territori è infatti attribuita proprio a potenze coloniali. Ciò evidenzia
che l’intento era principalmente quello di distruggere gli imperi degli avversari sconfitti, mettendone
l’indipendenza in secondo piano. Francia e Regno Unito sono soli nel gestire le fasi più delicate dell’opera.
Nel secondo dopoguerra cresce la rivalità tra USA e URSS, nonostante i tentativi dell’ONU e le decisioni
di Yalta per tutelare un nuovo ordine di pace internazionale.

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6 L’EMANCIPAZIONE DEL MEDIO


ORIENTE
Nel secondo dopoguerra emerge con tutta la sua gravità la questione palestinese. Nasce Israele (1948),
primo stato unitario ebraico dopo 2000 anni, e le tensioni con il mondo arabo-palestinese continueranno
fino ad oggi. Il Regno Unito pone fine al mandato in Palestina e rimette la questione nelle mani dell’ONU.

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L’Egitto giocherà un ruolo fondamentale nel conflitto arabo-palestinese: combatterà tre guerre contro
Israele dopo quella del 1948 (1956, 1967, 1973), ma infine i rapporti tra i due Paesi si normalizzeranno
con gli accordi di Camp David (1978), firmati con la supervisione degli USA.

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Nel corso degli anni ’80, ’90 e 2000 si assiste ad importanti progressi nell’area (soprattutto nei rapporti tra
Israele ed OLP), mentre permane una situazione instabile e pericolosa nei rapporti con Hamas. Nel 2010
si innesca in tutte le aree nord-africane e mediorientali il processo poi ribattezzato “primavera araba”, con
modalità ed esiti molto differenti. In alcuni Paesi la situazione è normalizzata, mentre in altri (Libia, Siria)
proseguono i disordini (se non vera e propria guerra civile).

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7 L’INDIPENDENZA DI INDIA E
PAKISTAN
Il Regno Unito concede l’indipendenza alla propria colonia più importante nel 1947. Si assiste alla
spartizione tra India e Pakistan, per evitare ulteriori complicazioni ai già delicati conflitti sociali interni tra
indù e musulmani. Dopo numerose difficoltà e dispute territoriali, l’India si conferma come Paese
anticolonialista; negli anni diverrà potenza nucleare (“per difesa”) e conoscerà una importante crescita
economica, pur segnata da squilibri sociali.

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8 L’INDOCINA
Dal fallimento della Conferenza di Ginevra del 1954 si sviluppa in Vietnam, diviso in nord e sud dopo la
guerra, un aspro e lungo conflitto che vede il progressivo coinvolgimento statunitense. Dopo anni di guerra
e di appoggio al “sud democratico” contro il “nord comunista”, gli Stati Uniti capiscono che è impossibile
vincere e abbandonano il conflitto “vietnamizzandolo”. Il nord prevarrà nel 1975 riunificando il Paese sotto
la sua guida.

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9 L’EMISFERO OCCIDENTALE E LA
QUESTIONE DI CUBA
La questione di Cuba, unico Paese comunista in America, sfocia nella pericolosa crisi dei missili (1962)
che ha posto in diretto contrasto Stati Uniti ed Unione Sovietica. Ad oggi, Cuba rimane un’isola comunista
nel continente, anche se sono migliorate le relazioni diplomatiche. La situazione socio-economica interna
resta difficile.

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10 LA FINE DEGLI IMPERI COLONIALI


EUROPEI IN AFRICA E ASIA
Nel giro di pochi decenni, gli imperi coloniali europei si disgregano dando vita a numerosi nuovi Stati
indipendenti, e nel 1991 si scioglie l’URSS. Il processo, quasi mai pacifico, ridisegna la geografia politica
mondiale in Africa ed Asia, mentre l’azione missionaria della Chiesa si evolve. Anche alcuni Stati formatisi
ad espansioni contigue (USA, Cina), secondo alcune ipotesi, sarebbero a rischio disgregazione.

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11 NUOVI ORIZZONTI COLONIALI. LE


CALOTTE POLARI E L’ESPLORAZIONE
DELL’UNIVERSO
Nell’ultimo secolo è cresciuto l’interesse dell’uomo verso l’esplorazione dei poli e dello Spazio. La prima
ha riguardato Artide e Antartide con esplorazioni navali, la seconda è stata resa possibile dagli enormi
progressi scientifici avvenuti durante la Seconda Guerra Mondiale. Per entrambi, si decide di comune
accordo di utilizzare e tutelare gli spazi in un ottica di pace e interesse comune, sottraendo poli e spazio
alla competizione tra capitali.

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