Sei sulla pagina 1di 2

Qoèlet (=Ecclesiaste)

1. Canone
- nel canone cristiano Qoèlet occupa il 4º posto dopo Giobbe, Salmi e Proverbi. È il penultimo dei libri attribuiti a Salomone. Nel
canone ebraico forma parte dei 5 meghillôt (Rut, Cantico dei cantici, Qoèlet, Lamentazioni ed Ester), situati dopo Giobbe nei
Ketubîm (dopo Proverbi in alcuni mss. medievali). I meghillôt si leggevano durante alcune delle principali feste ebraiche (Qoèlet
si legge nella festa dei Tabernacoli).
- nel canone ebraico il libro è denominato ‫קהֹלֹת‬ ֹ (Qoèlet), che la Lxx tradusse ’Εκκλησιαστής (“membro dell’ecclesia” cf. Liddell-
Scott, A Greek-English Lexicon), nome che la Vulgata ripresse letteralmente: Ecclesiastés. In realtà ‫קהֹלֹת‬ ֹ (qoelet, part. Qal fem.
sing. del verbo qahal) è difficile di tradurre, sia per la forma femminile che per il fatto che il verbo non viene mai usato nella
coniugazione Qal. L’ipotesi più salda è considerarlo un nome astratto di svolgimento di una funzione (anche in greco la forma
corrisponde alla 1ª declinazione, ma di genere maschile: ’Εκκλησιαστής, -oû), col significato probabilmente di “colui che ha il
compito di richiamare l’assemblea”.
- Qoèlet forma parte, accanto a Prov e Cant, dei libri discussi tra i rabbini al momento di determinare il canone dei libri sacri
ebraici. Il motivo era che si tratta di libri di lettura difficile, che si dovevano leggere metaforicamente (cf. Abot di Rabbì Natan
1,5). Per quanto riguarda in concreto Qoèlet, b. Shabbat 30b (cf. anche m. Yadayîm 3,5) presenta una discussione rabbinica
riguardo le apparenti contradizioni interne (7,3 e 8,15 sembrano contraddirsi sulla convenienza o meno dell’allegria, mentre 2,2
mostra un’attitudine ironica al riguardo), ma i rabbini decisero a favore della canonicità perché il libro fornisce una cornice
ortodossa per risolvere i problemi (1,3 e 12,13). Anche la tradizionale attribuzione del testo a Salomone (non affermata
esplicitamente nel testo), ha coadiuvato in questo senso: “Parole di Qoèlet, figlio di Davide, re a Gerusalemme” (Qo 1,1).

2. Genere letterario
- per il genere letterario del libro si sono offerte diverse possibilità e non si è arrivato ancora ad un accordo. Alcuni lo
considerano alla stregua dei “testamenti regali” egiziani, in cui il re (in questo caso Salomone) faceva delle ultime ammonizioni
(questo genere letterario è chiaro fino a 2,26; caratteristico del genere è l’uso della 1ª persona, “io”, costante in Qoèlet). Per
altri invece il genere sarebbe quello del dialogo o diatriba, cioè, una discussione tra l’autore e un partner fittizio.
- alla difficoltà di individuare un genere unico nell’insieme del libro, si aggiunge il fatto che al suo interno si possono elencare
altri generi minori: proverbi (4,9.12; 7,1; ecc.); racconti didattici (4,13-16; 9,13-15).
- si discute il carattere poetico o in prosa del testo. Benché sia certo che il testo ebraico tramandato dai masoreti non porti gli
accenti poetici, ci sono brani certamente poetici e la prosa si può considerare ritmica o poetica (si ricorda che solo Salmi, Giobbe
e Proverbi portano gli accenti poetici masoretici; nemmeno il Cantico dei cantici li porta, mentre è chiaramente una
composizione lirica).

3. Struttura
Si discute se esiste una struttura generale nel libro oppure si tratta di una raccolta disordinati di idee. Per motivi didattici proponiamo una
struttura, avvertendo che è del tutto provvisoria. La divisione è basata su alcuni elementi che si ripetono verso l’inizio e la fine dei brani
(“vanità”, “correre dietro il vento”, “sotto il sole” = “sotto il cielo”; sotto segnaliamo solo le ricorrenze più significative di questi termini):
I. Prologo (1,1-11): in 3ª pers. sing. (al versetto 1,2, facendo inclusione con 12,8 si trova il famoso detto: ‫לֹהבֹל‬ ֹ ‫הֹבֹלֹהֹבֹלֹיםֹהֹ ֹכ‬,
espressione superlativa, che sotto la veste latina è diventata quasi un emblema del libro: “vanitas vanitatum, omnia vanitas”)
II. Corpo del libro (1,12-12,8): usa la 1ª pers. sing. I temi sono svariati. Questa parte si potrebbe suddividere in 2 parti: 1,12-6,12, in
cui si nega che esista alcun ordine nella vita; e 7,1-12,8, che cerca la soluzione in una saggezza pratica):
a. 1º parte: si può strutturare come una alternanza tra: (A) parte critica; (B) riflessioni sulla morte
(A) 1,12-2,26: critica della sapienza tradizionale/retribuzione (“vanità” + “correre dietro il vento”: 1,14; 2,11.17.26;
“vanità”: 2,1.15.19.21.23; “sotto il sole”: 2,22)
COLOFONE (2,23-26): godere la vita + timore di Dio
(B) 3,1-21: la successione del tempo e la fugacità della vita (“sotto il cielo: 3,1; “sotto il sole”: 3,16; “vanità”: 3,19)
COLOFONE (3,10-15): godere la vita + timore di Dio (colofone a metà della parte B: 3,1-9 + 3,16-21)
(A) 4,1-16: contradizioni della vita (“sotto il sole”: 4,1; “vanità” + “correre dietro il vento”: 4,4.16; “correre dietro il vento”:
4,6; “vanità”: 4,7.8.16). NON HA COLOFONE, magari lo è la parte successiva.
(B) 4,17-5,6: timore di Dio (“vanità”: 5,6)
(A) 5,7-6,12: ricchezze (“vanità” + “correre dietro il vento”: 6,9; “vanità”: 5,9; 6,2.4.11.12; “sotto il sole”: 6,1.12)
COLOFONE (5,17-19): godere la vita + riferimento a Dio (anche qui il colofone si trova a metà: 5,7-16 + 6,1-12).
b. 2º parte: anche qui c’è alternanza tra parte critica (A) e riferimenti alla gioia della vita + Dio (B)
(A) 7,1-8,17: correzione della sapienza tradizionale (“vanità”: 7,6.15; 8,10.14bis)
COLOFONE (8,15-17): godere la vita + riferimento a Dio (“sotto il sole”: 8,15.17)
(B) 9,1-12: la vita e la morte (“sotto il sole”: 9,3.6.11)
COLOFONE (9,9-10): godere la vita + riferimento a Dio (“vanità” e “sotto il sole”: 9,9, 2 volte ciascuna)
(A) 9,13-11,10: correzione della sapienza tradizionale (“sotto il sole”: 9,13; “vanità”: 11,8.10)
COLOFONE (11,9): riferimento a Dio
(B) 12,1-8: tempo/morte (“vanità”: 12,8ter, facendo inclusione con 1,2). NON HA COLOFONE, magari lo è da sé.
III. Due epiloghi (12,9-12 + 12,13-14): di nuovo in 3ª pers. sing.

4. Lingua
- il testo ebraico che ci è pervenuto è ben conservato, e la lingua non presenta speciali difficoltà, pur mostrando uno stadio tra
l’ebraico classico e il mishnaico. La traduzione della Lxx è abbastanza servile dell’ebraico e sembra tardiva (sec. II d.C.), forse
dovuta alla scuola di Aquila (un ebreo che tentò un miglioramento della Lxx assomigliandola di più all’originale ebraico). Sono
a b
stati trovati due manoscritti a Qumran che non offrono miglioramenti al testo ebraico tramandato (4Qoh e 4Qoh ).
- nel testo ci sono aramaismi che invitano a datare la composizione dell’opera nel post-esilio (non nell’epoca del re Salomone).
5. Data di composizione
- benché la tradizione abbia attribuito il libro a Salomone (cf. 1,1), sia in riferimento alla sua qualità di re (cf. 1,12) che saggio (cf.
1,16; 2,4-11; 12,9-14), altri motivi invitano a datare l’opera intorno al sec. III a.C. Questi motivi sono di diverso tipo: 1)
contenutistico: si presenta una nuova visione della sapienza, in opposizione a quella tradizionale, e sotto alcuni aspetti l’autore
sembra essere al corrente delle scuole filosofiche greche (cinica, stoica, epicurea, scettica); 2) linguistico: l’ebraico utilizzato si
trova a metà strada tra l’ebraico classico e quello mishnaico; 3) sociologico: il libro sembra riflettere la situazione pacifica e
benestante (perciò la critica) della società israeliana sotto dominazione tolemaica (s. III a.C.) e non la situazione di conflitto delle
rivolte maccabee contro i Seleucidi nel sec. II a.C.;
- come luogo di composizione si può considerare la terra di Israele (ci sono riferimenti alla vegetazione, condizioni climatiche e
costumi propri del paese), forse Gerusalemme che viene nominata diverse volte (1,1.12.16; 2,7.9).
- benché ci siano stati tentativi di collegare Qoèlet alla sapienza egiziana o mesopotamica, contatti diretti sono difficili di
rintracciare. Certamente ci sono tracce di un humus comune che assomiglia Qoèlet ad opere dell’ambito medio-orientale, ma
con molte differenze. P.es. l’opera il Canto dell’arpista (poema breve egiziano pervenutoci in un papiro dell’Impero Nuovo, ca.
1200 a.C.) mostra alcuna somiglianza nel tema del godere la vita, ma l’approccio critico del Qoèlet è assente. Allo stesso modo,
nonostante coincidenze generiche con la filosofia stoica, epicurea o cinica (che probabilmente l’autore, un ebreo del III sec. a.C.,
conosceva), Qoèlet mostra un approccio diverso alle soluzioni offerte dalle filosofie greche. Soprattutto in Qoèlet è caratteristico
il riferimento a Dio (sempre Elohîm, 36x; mai Yhwh).

6. Accenni teologici
- la sapienza di Qoèlet è eminentemente pratica, basterebbe dire questo per capire l’insieme del libro. Questo realismo spiega
anche le contradizioni che talvolta si sono trovate nel testo (in 2,15-16 sembra screditarsi la sapienza, mentre è apprezzata in
7,12b; in 2,17 si odia la vita, ma si ama in 9,4; la gioia sembra inutile in 2,2-3 e 7,3, ma è apprezzata in 3,12-13; 8,15). La realtà
infatti, non è mai univoca, e davanti a diverse problemi conviene trovare diverse soluzioni. Questo non è relativismo, ma
realismo. Qoèlet non respinge la sapienza tradizionale, nemmeno la corregge. La completa. Non basta essere saggi, bisogna
anche imparare ad esserlo e saper applicare la sapienza con prudenza, cf. Qo 10,10: “Se il ferro si ottunde e non se ne affila il
taglio, bisogna raddoppiare gli sforzi: il guadagno sta nel saper usare la saggezza”.
- le due parti della struttura del libro si potrebbero perciò spiegare così:
1) la prima parte (1,12-6,12) corregge alcune affermazioni della sapienza tradizionale: a) la ricerca della sapienza (1,12-
18) e dei successi nella vita (2,3-11); b) la superiorità del saggio sullo stolto (2,12-16; 4,4-6); ; c) la valorizzazione assoluta del
lavoro (2,17-26; 4,7-12); d) la dottrina della retribuzione (negata in 4,1-3, affermata in 3,17, ma solo parzialmente; la critica si
ripete in 8,10-14, con l’eccezione di 8,12b-13); e) la superiorità della vecchiaia sulla giovinezza (4,13-16). La critica delle ricchezze
si presenta invece in continuità con la sapienza tradizionale in 5,7-11; 6,1-6 (tra questi due testi c’è invece una considerazione
positiva della ricchezza in 5,17-19).
2) nella seconda parte invece (7,1-12,8) l’autore presenta la sua proposta di soluzione, che consiste in una sapienza
pratica che: a) fugga della ricerca del successo assoluto (7,1-8), b) completi la dottrina della retribuzione (7,15-18; 9,1-6) e il
valore della sapienza (7,19-25; 8,1-9; 9,13-18), perché all’uomo risulta impossibile conoscere tutta la realtà (10,1-11,5);
- nell’impostazione dei problemi e le proposte di soluzione ci sono 2 leitmotiv che si ripetono e che appaiono insieme alla fine di
alcuni brani critici: il godersi la vita e il timore di Dio (questo ultimo Qoèlet lo presenta come soluzione definitiva ad ogni
affannarsi dell’uomo: è stato questo riferimento a Dio che ha fatto entrare Qoèlet nel canone): 2,24-26; 3,12-14; 5,17-19; 8,15;
9,9; 11,9 (quest’ultimo con un accento ironico alla fine). Solo Dio conosce tutto (11,5: “Come tu non conosci la via del soffio
vitale né come si formino le membra nel grembo d’una donna incinta, così ignori l’opera di Dio che fa tutto”; cf. anche 8,17).
Quindi l’uomo deve fidarsi di Dio (cf. c. 12). Gli stessi motivi d’impossibilità di comprensione della realtà e quindi di fiducia in Dio
sono la risposta che si trova nei capitoli finali del libro di Giobbe (cc. 39-41).
- un’attenzione particolare merita in Qoèlet la considerazione della morte, come momento critico in cui finisce ogni vanità. Il
Qoèlet affronta il tema della morte non per presentare la vita nell’aldilà, realtà che ignora (cf. 3,18-22; benché ci possa trovare
qualche accenno in 12,7: “e ritorni la polvere alla terra, come era prima, e il soffio vitale torni a Dio, che lo ha dato”; cf. anche
8,12b-13), ma perché la morte è il segno più efficace della precarietà della vita (al tempo e la morte sono dedicati i cc.: 3; 9,1-12
e 12,1-8).

7. Citazioni nel NT
Non esistono citazioni esplicite del Qoèlet nel NT.

8. Liturgia
- il Qoèlet viene letto nella 18ª domenica, ciclo C (1,2; 2,21-23), e il giovedì-venerdì-sabato della 25 settimana del TO, anni pari
(1,2-11; 3,1-11; 11,9-12,8).
- nella liturgia delle ore Qoèlet viene letto quasi per completo (tranne i cc. 4, 7 e 10) nell’ufficio di letture della 7ª settimana TO.

9. Commenti dei Padri al libro del Qoèlet


- I commenti di più rilievo a Qoèlet tra i Padri sono: san Gregorio Taumaturgo (Metaphrasis in Eccesiasten), san Girolamo
(Commentarius in Ecclesiasten) e san Gregorio di Nissa (In Ecclesiasten homiliae VIII). Importante anche il commento di san
Bonaventura, Commentarius in librum Ecclesiastae.