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Saggi/scienze

Marco Mazzeo

Tatto e linguaggio
Il corpo delle parole

Editori Riuniti
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Indice

I edizione: settembre 2003 Tatto e linguaggio


© Copyright Editori Riuniti, 2003
via Alberico II, 33 - 00193 Roma
www.editoririuniti.it 9 Introduzione
fax verde: 800 677822
ISBN 88-359-5426-6
17 I. Animale razionale o bipede implume?
1. L’animale razionale: il modello delle scienze cognitive, p. 17 - 2.
Una storia parziale delle scienze cognitive, p. 22 - 2.1. La prima fa-
se: dal comportamentismo al cognitivismo, p. 22 - 2.2. La seconda fa-
se: dal cognitivismo alle scienze cognitive, p. 29 - 2.3. Gli ultimi quin-
dici anni: nuova apertura o nuovo irrigidimento?, p. 31 - 3. La via
cognitiva alla natura umana: un vicolo cieco, p. 36 - 3.1. McDowell:
due nature, p. 38 - 3.2. Pinker: la seconda natura è ridotta alla prima,
p. 42 - 3.3. Marconi: la soluzione è il cervello, p. 50 - 4. Verso il bi-
pede implume, p. 56 - 4.1. Il «doppio schiacciamento» cognitivista:
l’occhio di Hal, p. 57 - 4.2. Il corpo: lo sfondo rimosso, p. 63 - 4.3. Il
tatto: senso del corpo, p. 66 - Letture consigliate, p. 71

73 II. L’animale sprovveduto


1. Aprire la scatola della mente, p. 73 - 2. L’opposizione al comporta-
mentismo: ambiente e spirito, p. 77 - 3. Un problema filosofico: am-
biente vs mondo, p. 5 - 3.1. L’essere che tasta: l’uomo formatore di
mondo, p. 89 - 3.2. L’animale povero di istinti, p. 92 - 3.3. Il problema
della antropogenesi, p. 98 - 3.4. L’animale non specializzato, p. 113 -
4. Nudità e neotenia, p. 120 - Letture consigliate, p. 127

129 III. Nelle nostre mani


1. La mano e il senso del limite, p. 129 - 2. I dieci principi della per-
cezione manuale secondo Révész, p. 132 - 3. Gibson: il tatto come
senso attivo, p. 148 - 4. Al lavoro: perché le nostre non sono mani di
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scimmia, p. 154 - 5. I ciechi vedono? Le ricerche cognitive sul tatto,
p. 162 - 5.1. Vedere con la pelle: Bach-y-Rita e la sostituzione sensoria-
le, p. 164 - 5.2. La pelle in prospettiva: Kennedy e i ciechi che disegna-
no, p. 172 - 5.3. Il tatto tra riscossa e sconfitta: le ricerche di Lederman
e Klatsky, p. 180 - Letture consigliate, p. 188

189 IV. Esperienza tattile e facoltà del linguaggio Tatto e linguaggio


1. Le scimmie che pescano: culture animali e culture umane, p. 189 -
2. I bambini che ululano: natura e cultura umana, p. 193 - 3. L’errore
di Gulliver: linguaggio e dimensioni del corpo, p. 201 - 3.1. Esser
piccoli: perché Lilliput non esiste, p. 203 - 3.2. Esser grandi: perché
nostro figlio non sarà mai alto 18 metri, p. 207 - 4. Tatto e facoltà del
linguaggio: la coevoluzione tra mondo e ambienti, p. 210 5. Prende-
re contatto con sé: il tatto come fondamento del monologo, p. 218 -
5.1. Cure tattili, p. 220 - 5.2. Il corpo allo specchio, p.225 - 5.3. Tatto,
logica partecipativa e il parlare a se stessi, p.230 - 6. Funamboli e fu-
matori: il tatto di secondo ordine, p. 238 - 6.1. I funamboli di Lilli-
put, p. 241 - 6.2. Andare in fumo, p. 244 - Letture consigliate, p. 251

264 Bibliografia
279 Indice dei nomi
283 Indice analitico

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Introduzione

Al centro di questo libro è la questione della natura umana.


Cercheremo di rispondere a tre domande:

1. Cosa distingue l’animale umano dalle altre forme di vita?


2. È possibile affermare la diversità del genere umano rispetto
alle altre specie senza ridurre gli animali a macchine e senza
abbandonare una visione evoluzionistica dell’Homo sapiens?
3. Esiste un fondamento e un luogo di raccordo comune delle
diversità linguistiche e culturali?

Al primo interrogativo risponderemo affermando che il dif-


ferenziale tra condizione animale e umana è costituito dal no-
stro corpo e dal nostro linguaggio. Piú precisamente è il tatto,
il senso piú plastico e meno specializzato, a costituire la chiave
per comprendere il rapporto di somiglianze e differenze biolo-
giche tra animali umani e non umani: è questo scarto che costi-
tuisce la porta evolutiva attraverso la quale è potuto entrare il
linguaggio.
Il tatto, come afferma l’etologo Desmond Morris (1971, p.
9), vive un paradosso: «È cosí fondamentale che tendiamo a
tenerlo per scontato». È necessario dunque fare uno sforzo:
costruire una prospettiva sinottica delle conoscenze scientifi-
che oggi disponibili su questa modalità di senso e recuperare
una fenomenologia dell’esperienza tattile troppo spesso soffo-
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cata da vulgate e semplificazioni, dal pregiudizio che la vista Il nostro principale obiettivo polemico sarà costituito da
sia il primo tra i sensi. Per questa ragione eviteremo due solu- due percorsi di ricerca, tra i piú influenti del secondo dopo-
zioni frequenti nella storia del pensiero occidentale e nel senso guerra. Il primo è rappresentato dalla scienza cognitiva (cap.
comune. La prima consiste nel parlare di un generico senti- I): almeno nella sua versione piú classica e ortodossa essa pro-
mento del corpo, di un’esperienza vissuta e indicibile che fa ri- pone un’analogia, tra conoscenza umana e computazione elet-
ferimento a un alveo mistico e ineffabile dell’esperienza: si pen- tronica, che non è in grado di cogliere il succo dell’esperienza
si, ad esempio, al linguaggio privato di Wittgenstein ma anche, umana. Il progetto cognitivo di naturalizzazione della cono-
piú semplicemente, alla frase che ognuno di noi avrà avuto la scenza fa cilecca proprio quando si tratta di colpire il bersaglio
disgrazia di sentire o proferire: «Tu non puoi capire perché principale, comprendere cosa ci rende animali umani, poiché
non sei nei miei panni». La seconda soluzione riduce invece non coglie il raccordo tra biologia e cultura sul quale si incar-
l’esperienza tattile alla percezione manuale ed esalta la mano dina la nostra natura. Il secondo approccio, piú trasversale,
come organo miracoloso che, separato dal resto del corpo, do- può essere definito «riduzionismo linguistico» (l’espressione è
na all’animale umano quella differenza che segnerebbe lo scar- di Cimatti, 2000a): secondo questo modello, è solamente il lin-
to con le altre forme di vita. guaggio verbale a segnare la differenza tra vita animale e uma-
Il tatto è, invece, un senso bipolare: vive dell’estensione nu- na. In questo modo, però, la facoltà del linguaggio diviene qual-
cosa di assoluto (non siamo che parola) e quindi misterioso:
da di una pelle priva di peli e della plasticità di mani che non
non comprendere le condizioni di possibilità del linguaggio si-
sono aguzzi artigli, né potenti pinne ma forme pronte solo alla
gnifica sottoscrivere un materialismo rinunciatario che cede le
genericità del lavoro. Non si tratta, infatti, di un senso localiz-
armi di fronte alla religione, alla magia e alla metafisica lascian-
zato: ha un’area piú focale, le mani, ma non esiste un corrispet-
do a loro il compito di interrogarsi (se non di rispondere) sulle
tivo tattile degli occhi o delle orecchie, della bocca o del naso.
nostre origini, sulla provenienza e, dunque, sul senso della no-
La duplicità di questa modalità sensoriale è la sua caratteristica
stra condizione.
principe e, al contempo, ciò che ha favorito il suo accantona- Concentrare l’attenzione sul rapporto tra tatto e linguaggio
mento nella maggior parte della riflessione occidentale. Per significa rispondere positivamente alle altre due domande con
questa ragione, abbiamo cercato di chiarirne i tratti e il signifi- cui si apre questa introduzione. È proprio la nostra specifica
cato attraverso una panoramica, ragionata ma non sistematica sensorialità che costituisce contemporaneamente un punto di
(non mancano le lacune: da M. Merleau-Ponty a D. Katz), de- snodo e di raccordo: in un caso segna lo scarto biologico tra
gli studi piú importanti del novecento che riguardano questa animale umano e non umano, in un altro costituisce il fonda-
modalità di senso. Nel secondo capitolo ci occuperemo della mento comune delle varietà culturali.
somestesia, cioè della percezione del corpo intero: gli studi di La tesi centrale del libro, infatti, può essere riassunta dal
un paradigma filosofico chiamato antropologia filosofica, della motto «di necessità, virtú»: la mancanza di armi naturali di un
scienza che studia il comportamento animale (l’etologia) e del- corpo nudo (cap. II) e la plasticità di mani senza compiti per-
la biologia dello sviluppo ne costituiranno le linee portanti. cettivi prefissati (cap. III) si rivelano alla nascita come handi-
Nel terzo capitolo, invece, descriveremo le capacità tattili delle cap insuperabili senza il sostegno, la collaborazione e il calore
mani (percezione aptica): gli studi della psicologia gestaltica di altri umani adulti. L’animale umano costituisce infatti l’in-
della prima metà del secolo e della psicologia ecologica di J.J. carnazione per eccellenza della neotenia, quel fenomeno biolo-
Gibson risulteranno, ancora oggi, fondamentali. gico che permette alla specie di mantenere anche in età avan-
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zata i tratti morfologici dell’età infantile: una immaturità croni- gricoltura); sono ancora invasione poiché l’intervento umano
ca che ci consente di apprendere fino agli ultimi giorni della (l’allevamento, l’uso di fertilizzanti) non può non avere un ef-
nostra vita e che, al contempo, mette in costante pericolo gli fetto antropico, non può non comportare un cambiamento del-
equilibri raggiunti dalla nostra esistenza. L’essere umano è co- l’ambiente a immagine e somiglianza dell’Homo sapiens.
stretto a trovare nella precarietà della sua condizione una sicu- La condizione umana vive dunque un contrasto intrinseco
rezza labile e una stabilità sempre revocabile. Il nostro corpo alla sua natura: da un lato è altro da ciò che la circonda perché
ci permette di trovare percorsi individuali, di uscire dalle rigi- nasce priva di nicchia ecologica; dall’altro, è ciò che la circon-
dità della programmazione istintuale, di evadere da una nic- da (il mondo) perché frutto dell’operato della propria comu-
chia ecologica specifica. Proprio per questa ragione, vedremo nità. Il linguaggio verbale non solo non cancella questa ambi-
che l’uso di strumenti nella specie umana assume un rilievo valenza di fondo ma la eredita: il monologo costituirà il luogo
fondamentale perché, al contrario delle altre forme di vita, ri- privilegiato d’analisi delle ambivalenze di una forma di vita per
veste un valore biologico decisivo: è ciò che le consente di so- la quale la logica del principio di identità (A è uguale ad A) e
pravvivere (cap. IV). la legge di non contraddizione (A non è non A) sono una con-
I casi di ragazzi selvaggi, abbandonati precocemente o alle- quista storica e, come tale, sempre a repentaglio. Sarà proprio
vati da altre specie animali (si pensi al celebre film di F. Truf- il parlare a se stessi, infatti, a costituire un esempio dell’alveo
fault), testimoniano la plasticità di un corpo neotenico che esi- partecipativo nel quale il linguaggio verbale nasce e di cui non
bisce la capacità di modellarsi sul calco delle forme di vita cui può liberarsi definitivamente: l’animale umano, cosí dipenden-
si affida, di farsi piú lupo tra i lupi e piú gazzella tra le gazzel- te dalle cure che riceve dai suoi conspecifici, impiega una vita
le. L’essere umano, infatti, non nasce in un «ambiente» ma in intera non solo a gestire il rapporto di distinzione e apparte-
un «mondo»: non si tratta di un contesto ecologico già deter- nenza con il mondo nel quale si trova a vivere, ma anche a di-
minato per il quale l’Homo sapiens nasce adatto ma della storia stinguersi e a partecipare a una comunità senza la quale sareb-
di un organismo che per sopravvivere deve proteggere le pro- be letteralmente morto.
prie nudità con abiti, costruire una dimora che gli si addica o, Per questa ragione, nella natura umana biologia e cultura
male che vada, vivere del prestito istintuale della specie che lo non costituiscono termini antagonisti né domini da ridurre l’un
adotta. Dopo che una avventurosa sortita tra i lillipuziani e i l’altro. Si tratta piuttosto di due figure a incastro: i vuoti di un
giganti del Viaggio di Gulliver ci avrà dimostrato che la plasti- corpo, quello umano, a corto di istinti definiti alla nascita, di
cità organica necessaria per parlare è resa possibile dalle di- armi preconfezionate dalla specie e organi di senso già formati
mensioni del nostro corpo, vedremo che è proprio l’opposizio- sono colmati dalle cure di una società che ci dà il tempo di cre-
ne materiale tra un mondo umano in espansione e ambienti scere, di imparare, di portare avanti una maturazione organica
animali in ripiegamento a costituire il motore coevolutivo tra la cui lentezza non ha paragoni nel resto del regno animale. La
azione tattile e facoltà del linguaggio. Mani e parole sono, in cultura è la nostra salvezza biologica: ciò non significa, però,
primo luogo, forme di intervento che modificano il contesto in che tra corpo e linguaggio esista un rapporto lineare come quel-
cui si insediano. Hanno un impatto ecologico tale da richiede- lo tra malattia e vaccino. Se le parole sono un farmaco, lo sono
re spesso un’azione ulteriore dal carattere intrinsecamente am- in senso omeopatico.
bivalente: sono riparazione, poiché cercano di rimediare al Per un verso il linguaggio ci protegge da una stimolazione
cambiamento provocato (ad esempio l’estinzione delle prede percettiva altrimenti insopportabile, offre riparo a una pelle
cacciate o l’impoverimento del terreno sfruttato attraverso l’a- insolitamente esposta agli agenti esterni tenendoci in contatto.
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Per un altro fonda nuove dimensioni dell’esperienza: il vissuto si filosofici) di quel gruppo di amici che, con Daniele, divide la
tattile del funambolo, cosí come quello del fumatore, costitui- sua vita tra Roma e Cosenza: senza Paolo Virno, Felice Cimat-
scono due casi che dimostrano la nascita dal linguaggio di espe- ti e Francesco Ferretti non so proprio come farei. Non dimen-
rienze non linguistiche. Se la corda e la sigaretta costituiscono tico Laura Detti che, dopo anni di discussioni, mi ha quasi con-
artefatti sofisticati, frutto di una società fondata sulle parole, il vinto che vale la pena di leggere Kant e Scaravelli ma alla qua-
virtuosismo di chi danza sulla fune (ma anche del pianista e le, in compenso, ho rubato il mio primo libro di Gould. La re-
dello sciatore, del motociclista e del pittore) e la coazione a ri- dazione di Montag (Guido Traversa, Brunella Antomarini e
petere del tabagista dimostrano che il linguaggio non ci basta, Massimiliano Biscuso) è stata sempre generosa offrendomi in-
che parlare non è sufficiente a lenire le ferite di un corpo nu- coraggiamento, spunti di riflessione e un luogo dove poter ri-
do. Il linguaggio sostituisce il bisogno epidermico di contatto flettere insieme. Nel mio soggiorno di studio a Parigi, Pierre
della nostra specie senza però appagarlo («smettila di parlare, Jacob mi ha accolto con grande disponibilità presso l’Institut
avvicinati un po’», recita una vecchia canzone) e, per questo, Jean-Nicod consentendomi di partecipare come uditore libero
apre la via a nuove dimensioni tattili. Dire che il tatto costitui- al DEA in scienze cognitive durante l’anno accademico 2002-
sce la porta d’ingresso del linguaggio nella natura umana non 2003. In questo periodo, l’entusiasmo e la curiosità di Boris
significa affermare che questo, una volta entrato, chiuda l’u- Gimenez-Sastre e Vincent Spehner mi hanno aiutato a com-
scio dietro di sé lasciando alle proprie spalle l’autonomia del- prendere che con persone come loro le scienze cognitive pos-
l’esperienza percettiva e tagliando i ponti con la biologia del sono avere un futuro vitale e che, almeno su questo, dovrò for-
nostro corpo. se ricredermi.
Il titolo di questo libro si presta dunque a una interpreta- Ho scritto l’ultimo paragrafo pensando a mia madre, Ersilia
zione duplice: per un verso, sottolinea l’importanza dell’espe- Bosco: che sia l’occasione buona per farla smettere di fumare.
rienza tattile per comprendere in che modo il corpo umano co- Questo libro è dedicato alla memoria di mio padre, Mario
stituisca l’origine della facoltà del linguaggio; per un altro, si Mazzeo: il primo a mostrarmi la varietà dei sensi e a insegnar-
riferisce alla densità sensibile e al sapore percettivo assunto dal mi l’importanza di fare di necessità virtú.
parlare. Se le parole vivono perché vive la collettività degli or-
ganismi che le pronunciano, anche le parole rivelano la loro
fragranza materiale, anch’esse hanno un corpo da esibire.

Durante la stesura del libro, ho avuto la fortuna di fare in-


contri che hanno cambiato la forma di questo testo e la sostan-
za della mia vita. In primo luogo Daniele Gambarara mi ha da-
to un sostegno teorico, morale e materiale, senza il quale mi
sarei, senza dubbio, smarrito. Con Massimo Prampolini ho col-
tivato l’idea originaria dalla quale nasce oggi Tatto e linguag-
gio: un’antologia sulla percezione cosiddetta «minore» e che
minore non è (tatto, gusto, olfatto), progetto che spero un gior-
no possa vedere la luce. Indispensabile è stata l’effervescenza
(fatta di dibattiti accesi, cene sostanziose e affettuosi colpi bas-
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I. Animale razionale o bipede implume?

Per costruire bisogna prima distruggere


P. Kropoktin

1. L’animale razionale: il modello delle scienze cognitive

Una lunga tradizione di pensiero indica nel linguaggio ver-


bale l’unico punto critico di distinzione tra animali umani e
non umani. A distinguerci dalle altre forme di vita sarebbe il
fatto che siamo animali razionali, padroni di quel che la tradi-
zione greca chiama il logos. Un termine dall’ampio spettro se-
mantico che comprende i concetti di «calcolo», «ragione» e
«discorso». Proprio quest’idea, l’uomo come animale raziona-
le-linguistico, sarà il nostro principale obiettivo polemico. In
particolar modo rivolgeremo la nostra attenzione critica a una
delle varianti piú recenti di un simile modello teorico, la scien-
za cognitiva, mostrando l’esigenza di trovare un luogo di rac-
cordo e snodo tra la natura umana e quella animale di tipo cor-
poreo: la percezione tattile, come vedremo, ne costituisce uno
dei momenti privilegiati di emergenza.
La scienza cognitiva ripropone questa ipotesi teorica attra-
verso il recupero, in chiave aggiornata, della fusione tra lin-
guaggio, calcolo e ragione. La risposta che questo paradigma
di ricerca propone ad alcune delle domande che abbiamo po-
sto nell’introduzione potrebbe esser riassunta cosí: l’essere
umano si distingue dagli altri animali perché ha una mente e
avere una mente significa essere in grado di effettuare compu-
tazioni. Cosa sono le computazioni? Sono calcoli su rappre-
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sentazioni, operazioni applicate su stringhe finite di simboli. d’accordo, tutto il resto appare stupefacente. Nel nostro caso
Chi è allora l’animale umano? È l’essere che calcola come un la preparazione alla mossa consiste nel credere che per poter
computer, che ragiona perché elabora input tramite una serie identificare lo specifico che individua la nostra specie sia ne-
di operazioni matematiche. cessario astrarlo, anzi estrarlo, dal genere cui apparteniamo.
Negli ultimi decenni l’elemento cardine del paradigma co- Secondo la scienza cognitiva per comprendere l’animale uma-
gnitivo, l’analogia mente-computer, è stato proposto secondo no è necessario prima farne fuori una parte (quella animale) e
versioni molto diverse. Queste possono essere distribuite fra vedere poi cosa resta (l’umano per l’appunto). Per questa ra-
due polarità principali: una piú forte che propone il computer gione, il paradigma computazionale rimane invischiato in al-
come modello effettivo della nostra intelligenza e una piú de- meno due serie di difficoltà metodologiche e, come vedremo
bole che utilizza questa metafora come via euristica per coglie- nei paragrafi successivi, contenutistiche.
re solo alcuni aspetti di essa (Johnson-Laird, 1993, p. 6). Simi- Chiameremo la prima serie di difficoltà «il problema figu-
li differenziazioni non sono però molto rilevanti ai fini del no- ra-sfondo». Per illustrare in cosa consiste facciamo un altro
stro discorso poiché in tutti i casi si persegue il ragionamento esempio. Poniamo di trovarci nella selva amazzonica e di do-
di fondo: «visto che è necessario fare astrazione, mettere da ver rintracciare le are rosse, una specie di pappagalli dei quali
parte la nostra animalità e concentrarci su ciò che ci contrad- sappiamo poco, solo che hanno colori particolarmente sgar-
distingue (la razionalità), cosa c’è di meglio che utilizzare co- gianti. Improvvisamente ne vediamo un esemplare. Poniamo
me termine di riferimento una macchina?». che un osservatore esterno, un indigeno, ci dica: «Cerca di ca-
La mossa teorica può sembrare innocente. In fondo, po- pire cosa li distingue dalle altre specie che popolano la fore-
tremmo dire, ogni scienza modellizza un fenomeno per com- sta». Cosa faremmo? Probabilmente cominceremmo a osserva-
prenderlo. Per comprendere la natura umana quindi può esser re con cura le are, a registrarne i suoni e a toccarne il piumag-
opportuno, anzi necessario, utilizzare un modello, il computer gio continuando la nostra indagine attraverso il confronto con
in questo caso. altre specie. Gradualmente capiremmo che le are si distinguo-
Questa mossa teorica però non solo non è innocente ma è no non solo per la vivacità dei colori ma anche per il becco
profondamente sbagliata. Per capirlo meglio ricorriamo a un particolarmente compatto, per la grandezza del loro corpo (su-
accostamento che ha suggerito piú di cinquant’anni fa Ludwig perano il metro), la coda molto lunga, ecc. Immaginiamo ora
Wittgenstein (1953). Secondo l’autore austriaco, per certi versi che il nostro ipotetico interlocutore obietti: «Ma tu non devi
la filosofia assomiglia all’illusionismo poiché in entrambi i casi guardare cosa l’ara non è, cosa ha in comune con gli altri uc-
abbiamo a che fare con i problemi della prestidigitazione. Tan- celli, ma solo cosa la distingue. Per capirlo devi osservare solo
to nello spettacolo di magia che in filosofia ogni mossa è di per lei, perché guardare il resto sarebbe solo una perdita di tem-
sé innocente: se accetti le condizioni iniziali del gioco (i sugge- po». Quest’ordine avrebbe senso? Potremmo in tal modo ca-
rimenti del prestidigitatore, i presupposti di un modello teori- pire come identificare un’ara? No. Per cogliere differenze è
co) tutto sembra naturale e scontato. Ma ciò accade solo per- necessario infatti focalizzarle su uno sfondo di somiglianze, per
ché, in realtà, il trucco è già stato fatto. Il trucco infatti è prima comprendere la natura di una specie è necessario che questa si
della mossa, è nella sua preparazione. Il prestigiatore sceglie stagli sullo sfondo costituito dal genere.
per il suo esperimento di lettura del pensiero qualcuno tra il La scienza cognitiva, soprattutto nella sua versione piú ri-
pubblico e afferma di averlo fatto a caso: se lo spettatore ac- gida e ortodossa, incappa proprio in questa difficoltà: sezio-
cetta una simile condizione iniziale, che i due cioè non siano na l’animale umano in due, una parte animale e una raziona-
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le, e si concentra su quest’ultima poiché costituirebbe il suo 20). Diversi anni fa la Nasa, l’ente spaziale americano, decide
specifico. Un’impresa simile a un forsennato esperimento chi- di edificare degli enormi hangar per proteggere i propri razzi
rurgico che, a forza di tagliare, finisce con l’uccidere il pa- dalle intemperie del tempo. La grandezza degli apparecchi
ziente. aerospaziali impone di costruire edifici grandi dieci volte il
Ma passiamo al secondo ordine di difficoltà. Quel che po- normale secondo un ragionamento semplice e apparentemen-
tremmo chiamare il «problema dell’hangar» riguarda la con- te sensato: se i mezzi da contenere sono enormi, sarà suffi-
vinzione di fondo della scienza cognitiva secondo la quale per ciente costruire hangar enormi. Una volta costruito però, l’e-
comprendere la costituzione di un elemento naturale sia ne- dificio rivela controindicazioni inaspettate: le strutture sono
cessario o perlomeno utile modellizzarlo (lo accennavamo pri- tanto ampie da creare al loro interno dei veri e propri micro-
ma). Da un certo punto di vista questo è certamente vero. La climi con tanto di nuvole, piogge e scariche di energia elettro-
portata delle nostre capacità conoscitive ci impone una perce- statica.
zione della realtà fallibile e parziale, stretta dalla morsa di li- Come vedremo la scienza cognitiva si trova in una situa-
miti biologici e culturali. Etimologicamente «modello» vuol zione molto simile a questa. Il ragionamento, ancora una vol-
dire «piccolo modo» (modulus > modus): in tal senso possia-
ta, appare sensato: poiché esistono dei processi cognitivi che
mo intendere l’espressione «costruire un modello del mondo»
possono essere simulati e spiegati attraverso rappresentazioni
come «conoscere il mondo all’interno delle debolezze costitu-
computazionali, per descrivere la natura umana basta esten-
tive della nostra conformazione». Ma questo non è il senso del
dere queste forme rappresentative e renderle piú complesse e
modello cognitivista. Johnson-Laird, pur professandosi appar-
le nostre domande avranno risposta. Proprio negli ultimi an-
tenente alla versione piú soft del cognitivismo contempora-
neo, afferma: ni però sono state formulate perplessità e difficoltà da parte
di alcuni dei piú radicali e autorevoli sostenitori del paradig-
Sensazione ed emozioni possono essere spiegate all’interno di uno sche- ma cognitivista. Fodor (2001, p. 127) ha recentemente affer-
ma di riferimento che mette insieme la selezione naturale e un punto di mato che «finora ciò che la nostra scienza cognitiva ha sco-
vista computazionale della mente. E cosí forse un robot potrebbe avere
sentimenti. Potrebbe esser dotato di alcuni processori che monitorizzano
perto sulla mente è stato soprattutto che non sappiamo come
i suoi stati interiori – che rivelano ad esempio, che la sua scorta di ener- funziona». Marconi (2001, p. 80), anche se piú ottimista, ha
gia è scarsa – e di altri processori che rivelano eventi importanti nel suo sottolineato il carattere paradossale della riscoperta e difesa
ambiente, come la presenza di un pericolo, e trasmettono un segnale par-
ticolare ad altri della gerarchia (Johnson-Laird, 1993, p. 416). del concetto di natura umana da parte della scienza cognitiva
che, a rigor di termini, si occupa di processi come quelli com-
Vediamo il presupposto dell’argomentazione: un robot non putazionali di appannaggio non esclusivo degli esseri umani
prova sentimenti ma in linea di principio una macchina può (ne sono capaci anche le macchine). Come vedremo nel pros-
provarne. Si tratta solo di una problema di complessità: ag- simo paragrafo, in quasi cinquant’anni le scienze cognitive si
giungere microchip, progettare sistemi di monitoraggio inter- sono dedicate alla costruzione di un enorme hangar nel quale
ni, trovare software adatti. Il «problema dell’hangar» nasce studiare mente, pensiero, linguaggio e percezione. Ora però
proprio quando si presuppone che la qualità non sia altro che nuove nuvole si vanno formando proprio all’interno di quel-
un problema di quantità. La denominazione che abbiamo scel- l’edificio che doveva proteggere dalle intemperie (dalla no-
to per questa serie di difficoltà trae spunto da un esempio stra animalità cosí come dalle variazioni storico-culturali).
particolarmente perspicuo proposto da Watzlawick (1986, p. Come mai?
20 21
2. Una storia parziale delle scienze cognitive si arrivasse a un terzo approccio e fu proprio Watson a iniziarlo: se i co-
siddetti processi mentali degli organismi inferiori sono spiegabili in mo-
do diverso perché non utilizzare queste spiegazioni anche nel caso del-
Per comprendere perché la scienza cognitiva incappi in l’uomo? (Skinner, 1959, p. 603).
quelle serie di difficoltà che abbiamo chiamato «problema del-
l’hangar» e della «figura-sfondo» faremo un passo indietro nel Nella prospettiva comportamentista esser darwinisti signifi-
tentativo di fornire una rapida ricostruzione storico-teorica di ca rendersi protagonisti di un rovesciamento: non piú attribui-
questo paradigma filosofico. È necessaria però un’avvertenza. re il complesso (stati mentali) al semplice (forme di vita ele-
Poiché si tratta della narrazione di una vicenda complessa a mentari) ma spiegare il primo riducendolo al secondo. Darwi-
noi temporalmente vicina, essa sarà «parziale» nel duplice sen- nismo diventa sinonimo di riduzionismo poiché si postula che
so del termine: scarna e approssimativa (incompleta), ma an- è possibile ricondurre l’apprendimento a processi di condizio-
che proposta all’interno di un esplicito tentativo di interpreta- namento per rinforzo. Dato un certo stimolo filtrato dai siste-
zione critica (di parte). mi percettivi dell’animale, il rinforzo è ciò che rende piú pro-
babile una certa risposta a quello stimolo. Se a un topo quan-
2.1. La prima fase: dal comportamentismo al cognitivismo do spinge una certa leva diamo del cibo, rinforziamo la sua ri-
sposta con il risultato che questa tenderà a divenire stabile. Il
Il cognitivismo nasce come alternativa al comportamenti-
topo imparerà cioè ad azionare quella leva secondo il seguente
smo: un paradigma centrato sullo studio del condizionamento
schema1:
ambientale che sin dall’inizio del novecento si era affermato
come punto di riferimento per lo studio di mente e linguaggio.
SD ‡ R ‡ Rinf.
Ci soffermeremo su di esso per comprendere in quale panora-
ma nasce quella che in seguito si chiamerà scienza cognitiva. Proprio perché basato sul concetto di condizionamento, il
Secondo il comportamentismo, per studiare scientifica- comportamentismo rappresenta una forma di evoluzionismo
mente l’essere umano non è necessario né opportuno ricorrere piuttosto particolare: tutta concentrata sulla pressione che l’am-
a presunti meccanismi interni osservabili solo introspettiva- biente esercita sull’organismo, essa tende a trascurare i caratte-
mente. Credere che per comprendere la nostra natura sia ne- ri innati, geneticamente trasmessi, delle forme di vita che ap-
cessario postulare dei criteri di indagine diversi rispetto a quel- prendono. Skinner (1961a, p. 100), ad esempio, riconosce che
li validi per lo studio di forme di vita piú semplici rappresente- è la genetica a rompere il circolo vizioso secondo il quale so-
rebbe infatti il frutto di una superstizione. Burrhus Skinner nel pravvive ciò che si adatta all’ambiente e, allo stesso tempo, è
suo necrologio dell’altro fondatore del comportamentismo, J.B. adatto ciò che sopravvive. Ma secondo lo psicologo americano
Watson, afferma: l’animale umano segna in tal senso un elemento di frattura e di
discontinuità. Il nostro patrimonio biologico è considerato in-
Nel momento stesso in cui Darwin stabilí la continuità della specie, attri-
buí processi mentali a organismi inferiori. In questo egli poté contare fatti solo la condizione base che permette il dispiegarsi dell’u-
sull’appoggio fornito da una schiera di naturalisti aneddotici, che affer- nico fattore realmente decisivo: il controllo del comportamen-
mavano di aver riscontrato in cani, gatti, elefanti, ecc. esempi di ragiona- to per mezzo di cultura, educazione e società. In altri termini,
mento, di rapporto empatico e persino di godimento artistico. La reazio- è importante esser dotati di un lascito genetico «normale»
ne a questo approccio era inevitabile e trovò la sua espressione in Llyod
Morgan, secondo il quale era possibile spiegare in modo diverso queste (Skinner, 1961a, p. 103) che consenta di superare le difficoltà
presunte manifestazioni dei processi mentali. Era quindi inevitabile che che ci propone l’ambiente per mezzo dell’educazione. È per
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questa ragione che al centro della concezione comportamenti- reagisce a stimoli con movimenti appropriati. Il concetto di
sta della natura umana troviamo la nozione di programmazio- riflesso condizionato è il precipitato teorico di una parte del
ne. Riferimenti espliciti (Skinner, 1955, p. 61) all’umanesimo pensiero cartesiano dal quale è stata eliminata ogni afferma-
del sedicesimo e diciassettesimo secolo si affiancano al ricono- zione metafisica e dualistica. Definire il corpo una macchi-
scimento di Cartesio come precursore del concetto di riflesso na da riflesso non significa piú, come per Cartesio, contrap-
(Skinner, 1931): l’idea di fondo è che la scienza non solo sia porre ad esso una res cogitans impalpabile e misteriosa,
uno strumento di comprensione della realtà ma che, come già quanto individuare il principio fondamentale al quale ri-
aveva intuito Bacone, essa costituisca il mezzo per controllare durre vita, mente e comportamenti umani.
l’ambiente e predire gli accadimenti. Il paradigma comporta- 2) L’essere umano è una macchina che richiede una programma-
mentista cerca di portare a compimento un’idea nata insieme zione sociale. L’apprendimento consiste nella costruzione di
alla scienza moderna: essere umani significa dominare la natu- riflessi, cioè di risposte stabili a stimoli determinati. Diver-
ra, la propria e quella circostante. samente dalle altre forme di vita, i nostri comportamenti
Secondo Skinner, per l’animale umano il condizionamento sociali non sono innati, cioè basati su istinti, ma quasi com-
è inevitabile: bisogna solo scegliere se provare a controllarlo, pletamente appresi. La cultura, da intendersi in senso lato
delegarlo ad altri (sistemi politici, economici, sociali) o lasciare come trasmissione storica di abitudini e comportamenti,
che si svolga casualmente. L’essere umano alla nascita è com- programma ogni individuo seppur con variazioni personali
pletamente indeterminato ed è per questa ragione che è l’am- poiché, per definizione, nessuno può compiere le stesse
biente fisico e culturale a determinarne le capacità, le propen- esperienze degli altri. La varietà umana è quindi la varietà
sioni e le scelte. La proposta comportamentista assume un ca- delle forme e degli esiti del condizionamento ambientale.
rattere globale: poiché è la scienza sperimentale a garantire l’u- Secondo il comportamentismo, è necessario che quest’ulti-
nica forma razionale di scoperta e controllo del comportamen- mo sia regolato da una precisa programmazione sociale af-
to, non bisogna fuggire dal laboratorio inseguendo il mito del- finché l’essere umano possa realizzare la perfettibilità che
l’interiorità umana, della quotidianità o, viceversa, della ridu- lo contraddistinguerebbe.
zione dell’uomo a formule matematiche (Skinner, 1961b) quan-
to procedere nella direzione inversa. Invece di criticare l’espe- Per venire ora al cognitivismo, è convinzione diffusa seppur
rimento scientifico per la sua rigidità è possibile trasformare non unanime2 che luogo e data di nascita di quel movimento
l’intera realtà sociale in una sorta di «superesperimento» per di ricerca oggi noto come «scienza cognitiva» sia «Massachu-
scoprire e controllare le diverse variabili del nostro comporta- setts Institute of Technology 10-12 settembre 1956» in occa-
mento. «La libertà», sostiene coerentemente Skinner (1955, p. sione del Symposium on Information Theory. Nei tre giorni del
66), «non è che un nome per definire un comportamento di simposio, Noam Chomsky presenta una relazione su linguag-
cui non è stata ancora scoperta la causa». Riassumendo, pos- gio e grammatica trasformazionale; Allen Newell e Herbert Si-
siamo dire che l’approccio comportamentista si basa su due mon descrivono la prima dimostrazione completa di un teore-
presupposti: ma mai eseguita da un computer; George A. Miller espone la
sua tesi che la memoria a breve termine umana sia composta
1) L’essere umano è il suo corpo: una macchina da riflesso. Skin- da un numero preciso e discreto di elementi. In altre parole si
ner individua in Cartesio il primo autore che prova a con- crea una convergenza, in parte voluta e in parte accidentale,
cepire ogni organismo vivente come un meccanismo che tra indirizzi di ricerca che hanno come presupposto il supera-
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mento del comportamentismo per mezzo dell’analogia tra men- dal fatto che è il computer il miglior modello con il quale pos-
te e computer. Abbiamo esordito con una rapida esposizione siamo riprodurre la mente umana. Al modello comportamenti-
del pensiero behaviorista perché il cognitivismo nasce in rigida sta della mente come scatola nera, si sostituisce quello cogniti-
contrapposizione al comportamentismo: non a caso si parla vista per il quale conoscere la mente significa simularne le mo-
spesso di «rivoluzione cognitiva» poiché si tratta di una pro- dalità di funzionamento:
spettiva funzionalista (Putnam, 1960) che si considera radical-
mente diversa dalla precedente perché basata su una visione variabili
Stimolo ‡ ‡ Risposta
computazionale e rappresentazionale della mente umana. La intervenienti
mente è un software, un programma che può girare su compu-
ter diversi, cioè su strutture hardware differenti. Per questa ra- software che
gione, a causa cioè dell’indipendenza della rappresentazione Input ‡ elabora info ‡ Output
mentale dalla sostanza materiale che la realizza, per il cogniti-
vista è necessario studiare la mente nel suo funzionamento (un
elaboratore di informazioni) senza andare a guardare la strut- Il cognitivismo segna certamente un brusco cambiamento
tura soggiacente, il modo nel quale queste elaborazioni sono di direzione rispetto alle teorie di Watson e Skinner poiché ta-
fisicamente realizzate dal cervello. glia fuori due fattori determinanti per la visione comportamen-
Ma al contrario di quanto possa apparire, il cognitivismo tistica della natura umana: l’ambiente esterno delle stimolazio-
manifesta elementi di continuità con il behaviorismo. Quello ni (cultura, crescita, apprendimento) e l’analogia tra animale
che, come ricorda Luccio (1980, p. 232), in una prima fase pro- umano e forme di vita piú semplici.
va a chiamarsi «comportamentismo soggettivo» vuole infatti Nella ormai celebre recensione di Chomsky (1959) all’ope-
mantenere il rigore scientifico del paradigma che lo ha prece- ra di Skinner Verbal Behaviour, ad esempio, emerge con net-
duto. Se Skinner e Watson concentrano la loro attenzione sul tezza la contrapposizione tra i due punti di vista. Il linguaggio
carattere necessariamente osservabile del dato scientifico, il co- non è riducibile all’apprendimento di una serie di risposte con-
gnitivismo ne sottolinea un altro aspetto: la riproducibilità. Per dizionate poiché si avvale di una struttura innata, di una gram-
questo paradigma il concetto di rappresentazione assume in- matica universale ereditata biologicamente. Ogni essere uma-
fatti un’importanza duplice: per un verso la rappresentazione no nasce con un software molto generale ma al contempo rigi-
diventa il cuore di una teoria esplicitamente mentalista poiché damente cablato (simile a un sistema operativo o, ancora me-
traccia il profilo di un essere umano che conosce il mondo per glio, a quello che nel gergo informatico è chiamato linguaggio
mezzo di pratiche di calcolo su stringhe simboliche. Per un al- macchina) che poi si realizza in ciascuna delle singole lingue
tro la rappresentabilità diviene il nuovo canone, piú debole ri- storico-naturali. Per Chomsky, imparare a parlare non è qual-
spetto al precedente di ispirazione positivista, per definire la cosa che il bambino fa, ma qualcosa che gli accade: un proces-
scientificità di una pratica di ricerca: lo studio scientifico del- so di maturazione che ha bisogno di attivazione esperenziale.
l’essere umano, cosí caro al comportamentismo, rimane cardi- L’ambiente ha quindi solo una funzione di innesco poiché è la
ne di una indagine che segue solo una direzione diversa. Ogni chiave che, inserita nel quadro, accende un motore innato. La
conoscenza è ora «scientifica» non quando tratta dati osserva- possibilità di parlare una lingua mette radicalmente in discus-
bili che riguardano il comportamento ma quando il suo risul- sione il paradigma comportamentista perché per la sua varietà
tato è riproducibile. L’analogia mente-computer nasce proprio e complessità è una capacità che non può essere ridotta al con-
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dizionamento per esperienze precedenti. Un aspetto essenziale tato dalle esperienze ambientali sul quale si concentra il
delle lingue, infatti, la loro creatività, si fonda proprio sulla pos- comportamentismo non è cosí decisivo perché è preceduto
sibilità di produrre sequenze di suoni e significati mai sentiti in termini sia genetici che logici da forme di autocontrollo.
prima. Con questa nozione non si intende, come sottolinea L’universalità prestabilita di linguaggio e mente umana van-
Chomsky (1988), la creatività artistica, produzioni eccezionali ta infatti una forte autonomia rispetto al condizionamento
create da personalità straordinarie, ma la capacità quotidiana e esterno. Non abbiamo bisogno della programmazione so-
comune di utilizzare in modo infinito, sempre nuovo, un nu- ciale comportamentista perché, in realtà, l’essere umano è
mero finito di elementi (suoni, parole). già programmato: è la nostra mente a funzionare come un
Questa rigida contrapposizione non deve però trarre in in- programma.
ganno.
Le diversità dell’approccio cognitivo rispetto a quello beha- Il confronto tra le nozioni cardine, comportamentiste e co-
viorista costituiscono cambiamenti di direzione, anche bruschi, gnitiviste, della natura umana mostra che quella funzionalista
ma la strada percorsa per certi aspetti non presenta soluzioni rappresenta una rivoluzione piuttosto strana che consiste sem-
di continuità. Per comprenderlo, proviamo a indicare i cardini plicemente nel passaggio da una sponda all’altra di uno stesso
della nozione di natura umana per l’approccio cognitivista: fiume: la separazione tra res cogitans e res extensa, tra corpo e
mente. A traghettarci da una riva all’altra è l’unica nozione che
1) L’essere umano è la sua mente: una sofisticata macchina da sopravvive a questo attraversamento: quella di macchina. Dal-
calcolo (il computer). Il punto di vista rispetto al comporta- l’essere umano come macchina corporea plastica e perfettibile
mentismo è spostato mediante un ribaltamento solo appa- si passa all’uomo come macchina mentale che si contraddistin-
rente: Skinner si concentra sulla meccanica cartesiana del gue per l’infinitezza delle sue procedure di calcolo.
corpo, abolendo la mente; il cognitivismo elimina il primo, Nel primo caso la mente sparisce ridotta a condizionamenti
concentrandosi sulla seconda. Il punto di riferimento cen- idraulici; nel secondo è il corpo a sparire perché considerato
trale di questa «rivoluzione» è però sempre lo stesso, Carte- irrilevante.
sio e il suo dualismo (cfr. Stancati, 2000b). La meccanica
dei corpi proposta dal filosofo francese è ormai superata, 2.2. La seconda fase: dal cognitivismo alle scienze cognitive
afferma Chomsky (1967; 1988), ma rimane del tutto attuale
Verso la metà degli anni settanta comincia a emergere una
la sua convinzione che sia la creatività il carattere distintivo
sempre piú diffusa insofferenza verso alcune caratteristiche
e irriducibile di linguaggio e mente umana: il corpo rimane
del modello cognitivista. L’entusiasmo per il paradigma com-
fattore ininfluente.
putazionale della mente ha come effetto la diffusione di mi-
2) La mente umana è (paragonabile a) un programma, un
cromodelli di spiegazione del comportamento molto specifici
software indipendente dal supporto che lo realizza (l’hardwa-
e localizzati basati su esperimenti da laboratorio lontani dalla
re). L’essere umano non è plasmato dagli stimoli ambientali
realtà quotidiana e privi di validità ecologica, cioè ambientale.
poiché questi hanno la sola funzione di attivare strutture
Ulric Neisser è tra i critici piú lucidi dell’approccio cognitivi-
(facoltà del linguaggio, grammatica universale, ecc.) geneti-
sta standard:
camente determinate. I geni forniscono degli interruttori
che l’esperienza si limita ad accendere (posizione on) o spe- La proliferazione di questi [quelli dell’approccio computazionale] me-
gnere (posizione off). Il controllo sulla natura umana eserci- todi ingegnosi e scientificamente di tutto rispetto apparve in un primo
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tempo (e per molti studiosi è ancora cosí) come un segno che la nuova
psicologia cognitivista sarebbe riuscita a evitare le trappole in cui era ca-
duta la vecchia psicologia. Un siffatto ottimismo può essere considerato
prematuro. Lo studio dell’elaborazione dell’informazione è certamente
dotato di impulso e di prestigio, ma non si è ancora impegnato a formu-
lare concezioni della natura umana tali da applicarsi oltre i confini del
laboratorio [...]. Non viene ancora fornita alcuna spiegazione di come
gli uomini agiscono o interagiscono col mondo quotidiano (Neisser,
1976, p. 30).

Secondo la ricostruzione proposta da Gardner (1985, pp.


48 sgg.), la piú completa a nostra disposizione, l’iniziativa di
una fondazione privata di New York, la Alfred P. Sloan Foun-
dation, funzionò da catalizzatore per tentare il superamento di
una situazione stretta da difficoltà e irrigidimenti. Il sovvenzio-
namento di programmi di ricerca interdisciplinari che cercas-
sero non solo di ottenere risultati sperimentali ma anche di ela-
borare strategie di ricerca e vocabolari teorici comuni costituí
l’elemento decisivo per la fondazione nel 1977 della rivista Co-
gnitive Science, da molti considerata l’atto di nascita della scien- Figura 1. Le linee unite indicano le connessioni interdisciplinari forti, le li-
nee tratteggiate quelle deboli. Fonte: Gardner, 1985
za cognitiva. Maggiore respiro teorico della ricerca e decisa
apertura interdisciplinare diventano i caratteri distintivi del
nuovo approccio e i correttivi apportati alle rigidità del primo
cognitivismo. Il cosiddetto esagono cognitivo ben rappresenta 2) Per lo studio della cognizione rimane valida la metafora men-
questo tentativo di rinnovazione (figura 1). te-computer. La mente è ancora considerata in primo luogo
Linguistica, filosofia, antropologia, intelligenza artificiale, un elaboratore di informazioni.
neuroscienze e psicologia costituiscono i sei lati di una figura 3) Gli scienziati cognitivi ridimensionano il piú possibile il ruo-
geometrica che, secondo lo State of Art report del 1978, deve lo di emozioni, contesto, cultura e storia. Sono ancora viste
rilanciare il cognitivismo alla riscoperta di ambiente e differen- come variabili che vanno ridotte a unità.
ze culturali. Il documento ebbe un’accoglienza contrastata tan- 4) La ricerca deve esser compiuta in modo interdisciplinare sen-
to da non esser mai pubblicato. Nonostante ciò Gardner (1985, za la paura che le linee tra le diverse discipline si offuschino.
pp. 52-60) propone cinque tratti o «sintomi», come li chiama 5) Questo rinnovato paradigma di ricerca riprende alcune del-
l’autore americano, per definire la scienza cognitiva: le questioni della filosofia classica. Non si abbandona allo
studio di micromodelli da laboratorio ma cerca di dare piú
1) Per lo studio della cognizione umana è legittimo, se non ne- ampio respiro alla propria ricerca.
cessario, postulare un piano di ricerca costituito dalla rap-
presentazione (schemi, immagini, idee, ecc.), membro in- Aldilà del dettaglio storico, l’aspetto piú interessante di que-
termedio tra input ed output. sta fase è proprio la sua portata teorica. Le voci piú critiche
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dell’approccio cognitivista standard sottolineano che in gioco essa si afferma come il paradigma di riflessione filosofica e
è «il concetto di natura umana che è, o dovrebbe essere, impli- scientifica internazionale piú prorompente.
cito nell’idea di attività cognitiva» (Neisser, 1976, p. 21). L’en- Bisogna sottolineare che quello fornito da Gardner non è
tusiasmo sperimentale sottolineato da Neisser aumenta il ri- solo un tentativo di ricostruzione storica ma anche una propo-
schio di affermare una paradossale continuità con, propri acer- sta teorica. Il testo è pieno di esortazioni a insistere sulla co-
rimi avversari, i comportamentisti. Il cognitivismo con la sua struzione di una prospettiva piú aperta e multidisciplinare, cosí
attenzione al microprocesso e alla simulazione finisce per se- come manifesto è il tentativo di riassorbire all’interno della
guire piú di ogni altro indirizzo contemporaneo il monito ri- scienza cognitiva movimenti di ricerca che altri autori hanno da
volto da Skinner (1961b) alla psicologia sperimentale di metà subito identificato come alternativi. L’approccio ecologico co-
secolo: di non fuggire dalla ricerca di laboratorio alla ricerca, stituisce il caso piú eclatante di un simile tentativo. La proposta
vana e illusoria, di lavorare sull’uomo «reale» o «della strada». di Gardner è quella di mantenere questa eterodossia cognitivi-
L’approccio di Neisser (e di J.J. Gibson che lo influenza profon- sta all’interno del nuovo paradigma, di utilizzarla come elemen-
damente ma dal quale mantiene alcune differenze d’imposta- to di apertura e propulsore per il ritorno al mondo esterno. Nei
zione) si definisce «ecologico» proprio per sottolineare la ne- fatti però questa indicazione non è stata seguita, almeno nella
cessità di un’apertura del paradigma cognitivista all’importan- maggior parte dei casi. Altre ricostruzioni storico-teoriche della
za non solo dei fattori sociali e culturali ma anche di quelli per- vicenda cognitivista anni fa lo presagivano e ora si limitano a
cettivi e corporei. Il rischio, come sottolinea ancora Neisser, è prenderne atto: sia Luccio (1980, 1981) che Mecacci (1992), ad
quello di perdere di vista l’obiettivo, di perdere per strada il esempio, individuano in Neisser e Gibson una strada alternati-
senso stesso dell’impresa: va alla scienza cognitiva la quale, secondo questa linea d’analisi,
si presenta come la versione profondamente rinnovata di una
Gli psicologi cognitivisti devono esaminare le implicazioni del loro lavo- ortodossia basata sull’analogia mente-computer.
ro relativamente a problemi piú fondamentali: la natura umana è troppo Questi ultimi quindici anni, per quanto sia difficile avere
importante per lasciarla ai comportamentisti e agli psicoanalisti (Neisser,
una visione complessiva di un periodo a noi cosí vicino, sem-
1976, p. 32).
brano dare ragione ai due studiosi italiani piuttosto che agli
auspici di Gardner.
Uscire dal laboratorio significa rivedere la radicale separa-
Ci troviamo di fronte infatti a una situazione imprevista e
zione tra corpo e mente, rivalutare il ruolo della percezione e
per questo motivo interessante: l’appello di Neisser a tornare a
dell’ambiente per cominciare a comprendere in che senso l’es-
parlare della natura umana è stato accolto ma il problema è rie-
sere umano non sia una macchina.
merso all’interno di una versione ortodossa del cognitivismo che
ha recepito solo in parte le istanze che costituivano il cardine
2.3. Gli ultimi quindici anni: nuova apertura o nuovo
del documento SOAP e delle eresie ecologiche. In questi ultimi
irrigidimento?
quindici anni abbiamo assistito a un implicito e deciso irrigidi-
Il panorama che abbiamo rapidamente ricostruito sulla scia mento del paradigma cognitivo rispetto alle proposte emerse
di quanto suggerito da Gardner (1985) è complesso e in un alle metà degli anni settanta. Se scorriamo le introduzioni al
certo senso imbarazzante: per un verso la scienza cognitiva si pensiero cognitivo piú recenti e diffuse, è possibile notare fa-
presenta come un paradigma incerto, ancora alla ricerca del cilmente infatti due divergenze fondamentali che riguardano
proprio statuto teorico; per un altro in questi ultimi decenni l’esagono cognitivo e l’eterodossia ecologica.
32 33
Tuttora la scienza cognitiva si presenta come un paradigma Ma queste dichiarazioni favorevoli ad accogliere le critiche
interdisciplinare che fa del rapporto tra diversi ambiti di ri- che spingono verso un approccio piú multidisciplinare ed eco-
cerca uno dei suoi massimi punti di forza. Il carattere interdi- logico sono solo apparenti. Guardando la figura, ad esempio,
sciplinare ha assunto una posizione cosí centrale da spingere è facile accorgersi che manca qualcosa. Un angolo dell’esago-
Marconi a porre il problema di fare una scelta tra l’espressio- no è scoperto e un rapido confronto con quello originale cita-
ne al singolare «scienza cognitiva» e quella al plurale «scienze to da Gardner ci mostra l’anello mancante: l’antropologia. A
cognitive»: ben guardare questa disciplina manca anche nell’elenco fatto
da Marconi poche righe piú su. Si tratta di una semplice omis-
Si sente parlare a volte di «scienze cognitive», al plurale; le scienze cogni- sione? Non proprio. Quello che per Gardner costituiva il «li-
tive sarebbero la psicologia, l’informatica, le neuroscienze, la linguistica,
la filosofia in quanto cooperano agli stessi fini [...]. Insomma è meglio
mite superiore» delle scienze cognitive, punto d’apertura ver-
parlare di scienza cognitiva – al singolare – come dello studio dei proces- so ambiente e società, è divenuto un riferimento a volte pole-
si cognitivi; uno studio che, come del resto fa ogni scienza, si avvale dei mico, spesso sfocato, quasi sempre ambivalente. Thagard
contributi di volta in volta ritenuti utili (Marconi, 2001, pp. 12-13). (1996) costituisce un buon esempio di una simile oscillazione:
nell’introduzione annovera l’antropologia tra le scienze cogni-
Tabossi (1994, pp. 17-18) apre la sua bella introduzione con tive, senza parlarne mai in seguito. Riemerge solo alla fine del
un esempio, riguardante le parole che nelle diverse culture in- testo quando gli studi antropologici vengono presentati tra
dicano i vari colori, che si prefigge esplicitamente di mostrare quelli che pongono delle sfide radicali al paradigma cognitivo
l’importanza di un approccio integrato multidisciplinare. Il pa- (pp. 156 sgg.): nel giro di un centinaio di pagine l’alleato è di-
ragrafo è preceduto dalla riproduzione dell’esagono cognitivo: venuto nemico!
Piú duro è invece l’atteggiamento di altri, come ad esempio
Pinker (1994). I suoi riferimenti all’antropologia sono frequenti
ma utilizzati sempre in negativo. Secondo la sua ricostruzione
dei risultati di questo campo di indagine sembra si diano solo
due possibilità (ma in realtà è una sola): o l’antropologia sba-
glia poiché riscontra differenze culturali là dove in realtà non
ce ne sono; oppure coglie nel segno quando mostra che diffe-
renze affermate in precedenza erano state clamorosamente esa-
gerate. L’antropologia sarebbe una scienza che può aver suc-
cesso, quindi, solo là dove afferma la propria autodistruzione.
Un atteggiamento piú coerente è adottato invece da quel
che possiamo considerare un documento interessante poiché
rappresenta, almeno parzialmente, lo status di questo paradig-
ma nell’Europa continentale (in particolar modo in Francia): il
Dizionario di scienze cognitive. Questo testo infatti (Houdé et
al., 1998) elimina senza oscillazioni l’antropologia dal paradig-
ma cognitivo dimostrando che l’esagono cognitivo si è ridotto
ormai a un pentagono e che le differenze culturali rimangono,
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nella scia delle forme piú primitive e ortodosse di cognitivi- ni (2001, pp. 128-129), che il behaviorismo ha dissolto il pro-
smo, oscillazioni da normalizzare. blema della natura umana schiacciando il portato biologico che
Scorrendo i testi citati finora, scopriamo che il fronte ecolo- caratterizza la nostra specie sotto il peso del condizionamento
gico della ricerca cognitiva riceve un trattamento molto simile ambientale, è anche vero che Watson e Skinner avevano forni-
a quello riservato all’esagono: Thagard (1994, p. 151) cita Gib- to una panoramica generale e pervasiva dell’essere umano (fin
son in una sola occasione mettendolo tra i critici, proprio ac- troppo, magari) tanto da svilupparne esplicitamente le conse-
canto agli antropologi; Pinker (1994) non menziona mai né guenze politiche, culturali, pedagogiche e sociali.
Neisser né Gibson; Marconi (2001) e Tabossi (1994) si riferi- Da questo punto di vista il cognitivismo assume una valen-
scono solo al primo prendendo in esame un testo ancora in li- za piú reattiva che rivoluzionaria: la fuga da una teoria che aspi-
nea con l’ortodossia cognitivista (si tratta di Cognitive Psycho- ra a risolvere insieme problemi filosofici e sociali sfocia nella
logy del 1967); Johnson-Laird (1993) sembra conciliare l’im- modellizzazione analitica e parziale di singole attività umane.
postazione di Gibson con quella computazionalista con il ri- Come abbiamo visto, il momento piú fertile del pensiero co-
sultato però di trasformare la prima nella seconda. Come ve- gnitivista è individuabile nella sua seconda fase: ed è allora (e
dremo meglio nel paragrafo 4.2, l’approccio dominante allo non ora, come Pinker e Marconi danno a intendere) che emer-
studio della percezione è infatti ancora quello computazionale: ge il tema della natura umana in tutta la sua problematicità. A
percepire l’ambiente significa mettere in moto procedure algo- metà degli anni settanta il problema dello statuto della ricerca
ritmiche che consentano di calcolare la distanza di un oggetto, cognitiva si intreccia indissolubilmente con la questione del
la sua forma, ecc. L’apertura all’ambiente percettivo proposta suo respiro teorico. A forza di restringere il campo di indagi-
da Neisser non è ancora riuscita ad affermarsi3. ne, la ricerca finisce con avere meno ossigeno e mostra di ave-
re il fiato corto. In questi ultimi quindici anni, il problema del-
la natura umana è stato ripreso ma viene affrontato con stru-
3. La via cognitiva alla natura umana: un vicolo cieco menti diversi rispetto a quelli auspicati da chi aveva posto ori-
ginariamente il problema (Neisser, Gibson e lo stesso Gard-
Sulla base di questa breve digressione storico-teorica pos- ner). È proprio la ripresa in termini ortodossi di una questione
siamo ora tornare al punto di partenza e comprendere piú nel posta da chi aveva proposto una profonda ristrutturazione ba-
dettaglio perché la scienza cognitiva si trovi di fronte a una si- sata sull’apertura alla dimensione storico-sociale e percettivo-
tuazione paradossale: per un verso, infatti, questo paradigma corporea dell’agire umano che pone il paradigma cognitivo di
deve affrontare il problema costituito dalla natura umana, per fronte alle difficoltà rappresentate da ciò che nel paragrafo 1
un altro si trova nella condizione di non poter rispondere a que- abbiamo chiamato il «problema dell’hangar».
sto interrogativo. Come abbiamo visto, in risposta allo strapotere accordato
Partiamo dal primo punto: la scienza cognitiva non può ac- dal comportamentismo al condizionamento ambientale nasce
cantonare la questione della natura umana. Come abbiamo vi- un modello nuovo che cerca di cogliere le caratteristiche della
sto nel paragrafo 2.1, un tentativo di evitare il problema è stato conoscenza facendo astrazione da questi fattori. Si costruisce
compiuto, nella prima fase cognitivista. Limitare la ricerca a un hangar che mette al riparo la cognizione umana dalle oscil-
modelli dell’attività umana parziali e di laboratorio ha costitui- lazioni imposte da cultura e società: il parlante ideale di Chom-
to la risposta ambivalente del cognitivismo allo strapotere del sky, le ricerche di laboratorio sulle capacità di memorizzazione
paradigma comportamentista. Se è vero, come afferma Marco- dell’informazione, le simulazioni della nascente intelligenza ar-
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tificiale ne costituiscono il paradigmatico esempio. In un se- La relazione tra il mondo delle cause e della natura biolo-
condo momento emerge però il problema di rendere plausibi- gica con quello delle ragioni e dello spazio linguistico-cultura-
le questo modello: di estenderlo, di effettuare una definitiva le costituisce il punctum dolens del cognitivismo contempora-
emancipazione dal comportamentismo fuggendo dal laborato- neo: il modello di McDowell consente di focalizzare meglio la
rio verso non solo «l’uomo interno», come lo definiva Skinner questione e di elaborare opportune strategie di risposta. L’au-
(1961b), ma anche verso l’uomo reale, i comportamenti e le tore americano propone di trovare una terza via tra due estre-
esperienze quotidiane. Da qui la necessità di una svolta: o cam- mi. Il primo, che identifica con quello che chiama «mito del
biare modello e uscire dall’hangar verso un approccio piú ri- dato», tende a risolvere il problema del rapporto tra mente e
volto alle differenze culturali (l’antropologia nell’esagono co- mondo riconducendo le ragioni della nostra condotta e le for-
gnitivo) e all’importanza di percezione e ambiente (l’approc- me del nostro linguaggio a cause materiali e/o biologiche. Il
cio ecologico di Neisser e Gibson) oppure provare ad amplia- secondo, definito «platonismo sfrenato», propone un percor-
re l’hangar tanto da comprendere quello che ne era rimasto so opposto che afferma la radicale eterogeneità tra mente, cul-
fuori. Nella maggior parte dei casi, come abbiamo visto, la tura e linguaggio da un lato e materia, biologia e natura dal-
scelta è caduta su questa seconda opzione: quella dell’amplia- l’altro.
mento. Il punto sul quale si concentra McDowell è come uscire dal-
Tratteremo allora tre varianti di questa estensione, tre pos- la dicotomia tra sensibilità, ricettività e necessità tipica del re-
sibili soluzioni cognitive al problema della natura umana: quel- gno delle cause (mondo naturale) e la spontaneità, la libertà
la di McDowell che, pur non essendo uno scienziato cognitivo, propria del mondo delle ragioni (cultura e linguaggio). La con-
ha contribuito a riproporre il tema; quella di Pinker che prova trapposizione tra i due approcci proposta da McDowell è utile
a integrare evoluzionismo e scienza cognitiva; e in ultimo la re- perché, forzando un po’ la mano, può esser riadattata ai fini
cente proposta di Marconi di passare dallo studio della mente del nostro discorso:
come software a quello del cervello come hardware. Considere-
Mito del dato Platonismo sfrenato
remo queste proposte una per volta cercando di dimostrare Comportamentismo Cognitivismo ortodosso
che si tratta di tre modi diversi di imboccare la stessa strada o,
per essere piú precisi, lo stesso vicolo cieco. Perché ogni volta ricettività (modello S/R) spontaneità (TCM)
nell’hangar le nuvole torneranno ad addensarsi. passività (condizionamento) creatività (linguaggio)
necessità delle cause (determinismo) libertà dalle cause (funzionalismo)

3.1. McDowell: due nature


L’esasperata attenzione sulla osservabilità del dato scienti-
Come accennavamo McDowell non è quello che potremmo fico, sulla possibilità di condizionamento dell’animale umano
definire uno scienziato o un filosofo cognitivo. Al contrario è tramite forme di rinforzo fanno del comportamentismo un
uno studioso che si muove all’interno di un panorama diverso, buon rappresentante della prima forma d’estremismo. L’ele-
vicino alla filosofia analitica. Le sue citazioni non riguardano mento che può sembrare dissonante è quello che riguarda il
Chomsky, Fodor o Pinker quanto Sellars, Brandom e Kant. Ma ruolo svolto dalla conformazione fisica, biologica e naturale
già il titolo del suo testo piú importante, Mente e mondo, sug- della nostra specie. Come abbiamo visto infatti, da un lato il
gerisce perché la sua posizione filosofica abbia destato l’inte- behaviorismo si professa come il vero prosecutore dell’idea
resse nell’ambito della scienza cognitiva. darwiniana di evoluzione; dall’altro questa affermazione si ri-
38 39
solve nella dissoluzione della natura umana nella pura condi- Secondo McDowell infatti anche l’esperienza percettiva è con-
zionabilità stimolo-risposta. La necessità naturale della quale cettuale. Per questo motivo la nostra sensibilità non è meramente
parlano i comportamentisti non è allora quella degli istinti, passiva poiché gode dell’attività propria della ragione o meglio,
che presupporrebbe una componente piú attiva di tipo pul- come esplicita nell’ultimo capitolo del suo libro, del linguaggio.
sionale, ma è la necessità indotta dall’ambiente circostante in Sarebbe la pervasività dei concetti a colmare il divario tra
un essere, quello umano, che si distingue per la sua estrema regno delle cause e mondo delle ragioni. Ed è per questo moti-
passività. vo che, secondo McDowell, lo spazio delle ragioni non è del
Il cognitivismo piú rigido sembra ben incarnare a propria tutto indipendente da ciò che è puramente umano: si tratta di
volta la seconda delle due opzioni: la teoria computazionale una autonomia che non deriva dal mondo delle cause né le ri-
della mente insiste sulla spontaneità di calcolo insita in ogni flette ma allo stesso tempo non ne è del tutto distaccato (ivi, p.
operazione conoscitiva dalla percezione alla dimostrazione di 98). La nozione di seconda natura costituisce il passaggio suc-
teoremi; la creatività costitutiva dell’attività linguistica (usare cessivo della sua argomentazione: per il filosofo americano es-
mezzi finiti in modo infinito, secondo lo slogan chomskyano) sa esprime la possibilità di apprendere abitudini di pensiero e
sottolinea la produttività di un sistema non passivo; e infine azione, di una formazione culturale (ciò che nella filosofia te-
l’indipendenza di una macchina mentale dal supporto che lo desca è noto come Bildung), dello sviluppo del linguaggio ver-
realizza, idea cardine del funzionalismo, sottolinea proprio la bale (ivi, pp. 90-91). La seconda natura consiste nella realizza-
libertà del mondo linguistico delle ragioni (software) da quello zione di potenzialità innate della specie umana: come tale non
fisico delle cause (hardware). introduce alcuna componente extranaturale o non animale nel-
Vista in questi termini la risposta che McDowell tenta di la nostra costituzione (ivi, p. 94).
fornirci appare ancora piú appetibile perché può indicarci, sep- Le argomentazioni di McDowell sono però lacunose o, ben
pur in modo implicito, la strada per sfuggire all’impasse in cui che vada, peccano di circolarità. Il filosofo americano afferma
si dibatte la scienza cognitiva. Qual è allora questa terza via? in sostanza che abbiamo il linguaggio perché godiamo di una
Il filosofo americano propone un tema importante che sarà seconda natura e che godiamo di una seconda natura poiché
uno dei concetti cardine di questo libro: quello della distinzio- possiamo apprendere un linguaggio. Ma come mai la nostra
ne tra prima e seconda natura. Allo stesso tempo, però, vanifi- specie può apprenderlo e le altre no? E se le capacità concet-
ca questa idea poiché, proponendo quel che chiama «platoni- tuali sono cosí determinanti tanto da permeare ognuna delle
smo naturalizzato», la imbriglia all’interno di un impianto cir- «nostre azioni corporee intenzionali» (ivi, p. 96), cosa ci salva-
colare. guarda dal relativismo linguistico? Lingue diverse hanno con-
Per rimarginare la cesura esistente tra mente e mondo cetti diversi. Di conseguenza potrebbero portarci a percepire il
McDowell segue due strategie di fondo. La prima, a suo pare- mondo ognuna a loro modo. Qual è poi la connessione tra pri-
re, combatte la tentazione di isolare ciò che avremmo in comu- ma e seconda natura?
ne con gli animali, la percezione: A tal proposito McDowell afferma esplicitamente:

Possiamo invece asserire di avere ciò che hanno i semplici animali, una La necessità di una storia evolutiva non deve apparire troppo importan-
sensibilità percettiva a certe caratteristiche del nostro ambiente, ma di te. [...]
averlo in una forma particolare. La nostra sensibilità percettiva all’am- La riflessione sulla Bildung di un singolo essere umano dovrebbe bastare
biente è assorbita nell’ambito della facoltà della spontaneità, e questo è a distinguere il platonismo naturalizzato che ho proposto dal platonismo
ciò che ci distingue da loro (McDowell, 1996, p. 69). sfrenato (ivi, p. 134).

40 41
In questo modo però gli interrogativi che abbiamo posto prendimento e di realizzazione degli esseri umani devono esser
rimangono senza risposta. Con buona pace di McDowell, la ricondotte all’azione dei loro geni.
Bildung di per sé non basta. Del platonismo sfrenato secon- Rimproverando alla teoria comportamentista di non consi-
do la dicitura del filosofo americano, o del cognitivismo orto- derare l’importanza della struttura biologica della nostra spe-
dosso se riprendiamo il filo del nostro discorso, Mente e mon- cie, Pinker (1994) propone una forma di cognitivismo che do-
do sembra mantenere in fin dei conti tutte le caratteristiche vrebbe essere piú aperta e costituire la realizzazione del sogno
fondamentali tra le quali il carattere linguistico della perce- formulato nel documento SOAP, una scienza cognitiva che an-
zione. La nozione di seconda natura non è in grado di supe- noveri in sé antropologia e ambiente, evoluzione e fattori biolo-
rare di per sé il funzionalismo poiché non spiega in che modo gici. È quella che Jerry Fodor (2001) in un suo recente libro
le funzioni del linguaggio siano legate alla struttura corporea chiama la «Nuova Sintesi»: il tentativo di unire la prospettiva
che caratterizza la nostra specie. McDowell individua in Do- evoluzionista alla teoria linguistica di Chomsky e alla teoria rap-
nald Davidson il tipico esponente di uno dei due estremismi presentazionale della mente. Se torniamo allo schema del para-
che vuol evitare, quello di un platonismo sfrenato fondato su grafo precedente possiamo constatare che la Nuova Sintesi con-
una nozione coerentista di verità: per verificare se un enun- corda infatti con le prime due convinzioni base del platonismo
ciato è vero o falso non possiamo confrontarlo infatti con sfrenato e del cognitivismo ortodosso (TCM come spontaneità e
qualcosa che è esterno al linguaggio ma valutarne la coerenza linguaggio come forma creativa) mentre rifiuta la terza: la li-
ponendolo a raffronto con altre proposizioni. L’idea di Da- bertà del regno delle ragioni è ora meno forte poiché è ridi-
vidson è che non possiamo uscire dalle nostre credenze cosí mensionata la refrattarietà all’evoluzionismo espressa da Mc-
come non possiamo uscire «dalla nostra pelle» (ivi, p. 17). Dowell e dal funzionalismo piú in generale.
Ma la posizione di McDowell non sembra portare a conclu- Il tentativo di soluzione intrapreso da Pinker segue, in tutto
sioni tanto diverse: il linguaggio verbale pervade percezione e per tutto, la strategia di «ingrandimento dell’hangar» che ab-
e pensiero tanto che per entrambi gli autori è impossibile at- biamo descritto nel paragrafo 1: lo studioso americano ha pri-
tribuire ad animali non umani capacità di pensiero. Non a ma scelto alcune nozioni chiave per il cognitivismo contempo-
caso tutti e due arrivano alla medesima conclusione: l’essere raneo (riscontrabili in Fodor e Chomsky) e poi le ha estese per
umano, come afferma l’ultimo capitolo di Mente e mondo co- mezzo di una loro lettura in senso evoluzionistico. Vediamo in
breve procedimenti ed esiti di questo ampliamento.
sí come un noto articolo di Davidson (1985), è un «animale
Dal pensiero di Fodor, Pinker estrae ed esalta due ipotesi
razionale».
teoriche fondamentali: il linguaggio del pensiero (LDP) e la mo-
dularità della mente. La prima idea afferma che le diverse lin-
3.2. Pinker: la seconda natura è ridotta alla prima
gue parlate del mondo costituiscono varianti superficiali, diffe-
Anche Pinker propone il suo pensiero come terza via che si renti variazioni fisico-fonetiche di un unico supercodice men-
insinui in una forbice troppo stretta. Nella sua rappresentazio- tale, il cosiddetto «linguaggio del pensiero» o «mentalese» ov-
ne del problema della natura umana egli segna una drastica vero un sostrato interno computazionale (una specie di lin-
contrapposizione: quella tra il cosiddetto «Modello Standard guaggio macchina) che non assomiglia a nessuna lingua speci-
delle Scienze Sociali» (MSSS) del quale farebbero parte il com- fica. Ciò spiegherebbe secondo Fodor (e Pinker) perché è pos-
portamentismo e buona parte dell’antropologia e il «determi- sibile comprendersi nonostante le differenze linguistiche e cul-
nismo biologico» secondo il quale le capacità di scelta, di ap- turali tra i vari popoli o individui e perché sia logicamente rea-
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lizzabile la traducibilità da un idioma all’altro: sarebbe il men- Questa illusione (come molte altre: cfr. cap. III, paragrafo 2)
talese a evitare l’ambiguità, la sinonimia e la mancanza di pre- esercita il suo effetto a prescindere dalle circostanze nelle quali
cisione logica che affliggerebbero le lingue storico-naturali. Da lo stimolo è presentato (caratteristica modulare 1): anche se sap-
questa ipotesi Pinker (1994, p. 424) deduce che non parlare la piamo che i due segmenti sono oggettivamente uguali uno conti-
stessa lingua è una differenza superficiale, come la differenza nua a sembrarci piú grande dell’altro (2) poiché ha una presa co-
del colore della pelle: come l’interno del nostro corpo è uguale gnitiva istantanea (4) ed è limitata a quella configurazione di li-
in ciascuno di noi, cosí la struttura mentale del pensiero sareb- nee e non ad altre. L’illusione ha inoltre un campo d’azione mol-
be identica al di là delle diversità che sussistono tra il francese to specifico (3) e costituisce una prestazione cognitiva obbligata
e l’arabo. perché anche se non vogliamo rimanere soggetti all’illusione non
La seconda tesi riprende e amplia un’idea esposta per la pri- possiamo farne a meno (5). Infine è possibile trovare un’area del-
ma volta da Fodor nel 1983 nel testo La mente modulare. L’i- la corteccia visiva responsabile di questo fenomeno (6).
potesi di fondo è che la mente sia suddivisa in entità separate, i Pinker estende l’idea fodoriana di modulo: rileggendola in
moduli, caratterizzati da almeno sei proprietà cognitive: termini piú spiccatamente biologici, la paragona a un organo o
un istinto. Seguendo con coerenza l’impostazione teorica
1. I moduli sono informazionalmente incapsulati, cioè insensi- chomskyana, Pinker si propone di affrontare «lo studio della
bili al contesto e ai processi generali di inferenza propri dei mente umana in modo analogo allo studio della struttura fisica
cosiddetti «sistemi centrali» ai quali sono dedicati i proces- del corpo» (Chomsky, 1980, p. 37) concependo la lingua ver-
si di ragionamento olistici e sensibili alle varietà ambientali. bale come un organo modulare. Una simile integrazione teori-
2. Le rappresentazioni computate dai moduli permettono un ca inserisce però una concezione non solo biologica ma anche
accesso limitato al sistema di elaborazione centrale. evoluzionistica della natura umana, elemento questo che è ri-
3. I moduli hanno un dominio specifico, cioè un campo d’a- masto escluso dall’impostazione proposta da Chomsky (alme-
zione ben definito. no fino a poco tempo fa: cfr. cap. IV, par. 4).
4. Per questa ragione i moduli possono processare l’informa- L’esito di questo correttivo è ambivalente poiché per un ver-
zione ad alta velocità. so propone una formulazione teorica che rimane opposta ri-
5. La loro azione è inoltre obbligata: l’input innesca una ri- spetto a quella comportamentista, per un altro reintroduce un
sposta rigida. elemento di somiglianza tra le due impostazioni: sebbene in
6. Ad ogni modulo, infine, corrisponde una precisa struttura modi diversi, infatti, entrambe le posizioni finiscono col ridur-
neuronale responsabile del suo funzionamento, cosí come re la seconda natura alla prima. I comportamentisti, lo abbia-
di deficit in caso di danneggiamento. mo visto, insistono su un riduzionismo che privilegi le capacità
di condizionamento dell’esperienza. Pinker aderisce all’estre-
Un esempio di prestazione cognitiva di tipo modulare è for- mo opposto poiché privilegia la trasmissione genetica dei tratti
nita dalle illusioni ottiche. L’illusione di Müller-Lyer, ad esem- ereditari mettendo in secondo piano le forze ambientali. Ci tro-
pio (ivi, p. 109), mostra queste caratteristiche: viamo di fronte a una specularità interessante poiché tradisce,
anche nella cosiddetta Nuova Sintesi, il carattere reattivo piú
che rivoluzionario del paradigma cognitivo.
Per Skinner il patrimonio genetico è semplicemente una
porta d’accesso al condizionamento: l’organismo deve essere
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morfologicamente sano affinché possa subire un’opportuna Ma Pinker non sembra curarsi di queste difficoltà perché
programmazione stimolativa. per lui l’essere umano si distingue dal resto del regno animale
Per Pinker è esattamente l’opposto: è l’esperienza a costitui- per differenze biologiche di tipo meramente quantitativo: la
re un semplice elemento scatenante che consente l’espressione nostra è una specie piú capace di adattamento perché ha piú
del patrimonio genetico di un organismo. È per questa ragione istinti. In questo modo, però, ci ritroviamo all’interno di una
che il linguaggio viene paragonato alla proboscide dell’elefante: situazione ancor piú paradossale. Da un lato lo studioso ameri-
si tratta di un organo evolutivamente nuovo rispetto alle altre cano paragona espressamente la diversità delle lingue a diver-
specie che per maturare ha bisogno di certe esperienze che atti- sità tra specie:
vino i geni responsabili del suo sviluppo. Per Pinker ciò che di-
stingue l’animale umano dalle altre forme di vita è il fatto che L’inglese è simile, anche se non identico, al tedesco per la stessa ragione
per cui le volpi sono simili, anche se non identiche, ai lupi: l’inglese e il
l’essere umano ha piú moduli, cioè piú istinti. La flessibilità tedesco sono modificazioni di una comune lingua antenata parlata nel
umana deriva da una esuberanza istintuale della quale il lin- passato, e le volpi e i lupi sono modificazioni di una comune specie ante-
guaggio costituirebbe la manifestazione suprema. nata che visse nel passato (Pinker, 1994, pp. 232-233).
Questa posizione però crea dei problemi proprio perché, in
primo luogo, il linguaggio non è, né può essere descritto come, Dall’altro, come abbiamo visto, Pinker conclude il proprio
un istinto. testo ribadendo che le differenze tra idiomi rappresentano
Il linguaggio è, infatti, per definizione non modulare. Come solo diversità di rivestimento superficiale di un’unica struttu-
sottolinea lo stesso Fodor (2001)4, i processi linguistici non so- ra computazionale: il mentalese. Delle due l’una: o le lingue
no limitati a un dominio, non sono incapsulati informazional- hanno modalità di differenziazione ed evoluzione simile a
mente, né sono insensibili al contesto: è proprio questa assenza quella seguita dai corpi animali oppure queste seguono prin-
di limitazioni che fa del linguaggio verbale non solo il codice cipi diversi. Nel primo caso non si capisce come questa stra-
contestuale per eccellenza ma anche la piú potente forma se- tegia possa salvarci dal relativismo culturale poiché la diver-
miotica mai apparsa sul pianeta terra. Se dico ad esempio «che sità che separa tedeschi e inglesi dovrebbe poter comportare
caldo che fa in questa stanza!», la frase avrà significati diversi a differenze tanto marcate quanto quelle che separano lupi e
seconda delle diverse circostanze nella quale essa verrà pro- volpi, due diverse forme di vita. Se scegliamo la seconda op-
nunciata: se il riscaldamento è rotto e nella stanza la tempera- zione, è necessario abbandonare la riduzione del linguaggio a
tura è pari a tre gradi centigradi, probabilmente la mia asser- istinto e l’idea base della psicologia evoluzionista che la cul-
zione sarà ironica e con essa vorrò esprimere esattamente il tura segua criteri darwiniani di selezione e sviluppo. Non so-
contrario del suo significato apparente (che fa freddo e non lo. La Nuova Sintesi deve fare i conti con un altro problema
caldo in questa stanza). Se invece è estate e non c’è neanche un legato all’ipotesi del linguaggio del pensiero. Come abbiamo
ventilatore, il senso della frase probabilmente sarà quello lette- accennato, secondo Pinker sarebbe il mentalese, oltre alla mo-
rale. Ma è possibile pensare anche a situazioni diverse nelle dularità massiva (ovvero alla visione dell’essere umano come
quali dire che fa caldo nella stanza non significa voler descrive- animale ultraistintuale), a costituire l’antidoto al relativismo
re uno stato di cose quanto invece dare un ordine in modo ve- culturale poiché garantirebbe il sostrato innato e universale
lato e indiretto: dico questa frase perché desidero che qualcu- della razionalità umana.
no vada ad aprire la finestra, a spegnere il riscaldamento o ad Tutti gli studi antropologici citati dallo studioso america-
accendere il ventilatore. no sono volti a dimostrare che in fondo tra le varie culture
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non sussistono grandi differenze, soprattutto nell’applicazio- quando una donna ha raggiunto il momento del parto, si pre-
ne delle categorie logiche e classificatorie. Soffermiamoci su scrive di stare a riposo, di mettersi sdraiati e di seguire una die-
due di queste caratteristiche: ta particolare. Il punto interessante è che queste prescrizioni
non devono essere seguite solo dalla donna ma anche dal mari-
1. Le classificazioni popolari sono rigidamente gerarchiche. to. Si crede infatti che il comportamento dell’uomo sarà deter-
Nessun popolo afferma, ad esempio, che un animale può minante per la nascita del figlio: poiché il bambino è stato con-
essere contemporaneamente pesce ed uccello (ivi, p. 417). cepito da entrambi ed entrambi lo faranno crescere, anche il
2. Il concetto di sé costituisce un modulo innato ed è quindi parto è considerato un momento collettivo che riguarda, allo
universale (ivi, p. 414). stesso modo, tutti e due gli elementi della coppia (cfr. Lévy-
Bruhl, 1910; Odier, 1966). Affidare l’individuazione a un mo-
Mentalese (primo caso) e moduli (il secondo) sarebbero i dulo dedicato conferisce all’identità umana una rigidità che
garanti della nostra razionalità e della possibilità che culture non le è propria poiché le sottrae quella variabilità che ne co-
diverse si comprendano tra loro: questo il quadro. stituisce uno degli elementi distintivi. Per un verso il modulo
Esistono però popolazioni per le quali un essere animato del sé obbliga la presenza di un ego distinto e definito a mem-
può appartenere contemporaneamente a due classi tra loro di- bri di comunità che non sembrano averne. Per un altro la mo-
versissime poiché hanno un concetto di «sé» molto diverso dal noliticità del modulo non rende conto della varietà che carat-
nostro. Facciamo un paio di esempi che dimostrino queste dif- terizza il genere umano:
ficoltà. Come riferiscono Lévy-Bruhl (1910, pp. 104-105) e Vy-
gotsky (1934, p. 173), una tribú del Brasile del nord, i Bororò, Perché gli esseri umani devono essere considerati piú singolari degli ele-
si vanta del fatto che i membri del proprio popolo siano ap- fanti, dei pinguini, dei castori, dei cammelli, dei serpenti a sonagli, degli
uccelli parlanti, delle murene che danno la scossa elettrica, degli insetti
partenenti a una particolare specie di pappagalli: le are rosse che si mimetizzano sulle foglie, delle sequoie giganti, delle mantidi reli-
(la stessa che abbiamo utilizzato nel paragrafo 1 come esempio giose, dei pipistrelli o dei pesci di profondità che hanno una lanterna
del problema figura-sfondo). Questa popolazione, credendo di fluorescente sulla testa? (Pinker, 1994, p. 362).
appartenere contemporaneamente a due classi tanto diverse,
dimostra che la rigida gerarchia postulata al punto 1 e la co- Al contrario di quanto afferma Pinker, infatti, gli esseri uma-
stanza del concetto di sé del punto 2 devono essere profonda- ni sono piú singolari delle altre specie per un motivo duplice.
mente rivisti. In molte popolazioni primitive, infatti, il criterio In primo luogo le potenzialità della nostra specie non sono pro-
dell’identità personale è profondamente diverso, meno forte e prio quelle dei lombrichi o delle foche: questo è dimostrato dal
piú diffuso rispetto a quello che esiste nelle società occidentali. fatto, inquietante ma semplice, che siamo l’unica forma di vita
Altrove abbiamo cercato di spiegare piú diffusamente (Maz- che corre il serio rischio di distruggere non solo il suo specifico
zeo, 2002a) che il principio di individuazione, il senso cioè di ambiente ma la terra nella sua interezza (cfr. ad es. Eldredge,
una identità personale, è per l’animale umano una conquista e 1998. Analizzeremo meglio la distinzione ambiente-mondo nel
non un dato di fatto. Solo in questo modo è possibile com- prossimo capitolo). In secondo luogo siamo piú singolari non
prendere, ad esempio, fenomeni come la cosiddetta couvade solo poiché ci distinguiamo dalle altre forme di vita ma perché
(covata) che altrimenti rimarrebbero inspiegabili o frutto di rispetto alle altre abbiamo maggiori distinzioni al nostro inter-
semplici superstizioni (spiegazione tipica dell’antropologia po- no. È difficilmente discutibile che due volpi qualsiasi differi-
sitivista di inizio secolo): in diverse popolazioni primitive, scano tra loro meno di due animali umani. Le differenze, po-
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niamo, tra Adolf Hitler e Martin Luther King non riguardano portamentismo e antropologia hanno contribuito a dissociare
solo tratti morfologici e corporei (colore della pelle, altezza, gli aspetti culturali della vita umana da quelli biologici e a dis-
peso, ecc.) paragonabili alle distinzioni che sussistono tra le solvere la nostra specificità in una generica capacità d’inter-
varietà di manto o taglia all’interno di una specie di canidi ma pretazione:
anche e soprattutto la varietà dei comportamenti e delle cre-
denze, delle abitudini e delle modalità d’espressione: la famosa L’uomo di Hans Georg Gadamer e di Roland Barthes, di Claude Lévi-
Strauss e di Umberto Eco, di Jacques Le Goff e di Pierre Bordieu sembra
seconda natura di cui parla McDowell. Sul piano della singola- avere un corpo solo per averne un’immagine [...] (Marconi, 2001, p. 126).
rità, cioè di quello che la filosofia classica chiama il «principio
di individuazione», la seconda natura non ha quindi una presa Marconi identifica con precisione i problemi di impostazio-
meramente aggiuntiva o solamente secondaria, poiché cambia ne presenti nel platonismo naturalizzato di McDowell: qual è
radicalmente il concetto stesso di individualità: la diversità e la l’anello mancante tra sviluppo del linguaggio e apprendimento
portata degli effetti del comportamento di Hitler e King lo di- del sistema dei significati? Come evitare che l’inclusione della
mostrano drammaticamente. vita mentale umana nello spazio delle ragioni comporti la sua
La posizione di Pinker ripropone una visione razionalista esclusione dallo spazio delle cause, dal regno della prima natu-
della natura umana particolarmente disarmonica poiché non ra? Lo studioso italiano propone come soluzione a questi due
riesce ad amalgamare due elementi condannati a rimanere giu- problemi di estendere lo studio della mente umana a quello
stapposti. Si sostiene che il corpo dell’essere umano non costi- del cervello:
tuisce nel suo complesso condizione di possibilità per la nasci-
ta del linguaggio (è in questo senso, un corpo anonimo, confu- È forse questa la principale sfida teorica dei prossimi anni: una vera ri-
so nelle varietà del regno animale) poiché il discrimine fonda- composizione dell’uomo biologico e dell’uomo culturale sarà possibile
solo se i processi cognitivi potranno essere compresi a partire dal funzio-
mentale è affidato a un criterio quantitativo, la maggiore mo- namento del cervello (ivi, p. 134).
dularità, che culmina in un organo specifico, il linguaggio.
Per Pinker l’essere umano è un animale razionale nel senso Se Pinker individua nel linguaggio l’organo distintivo della
che è un animale ed è razionale. Vive diviso nella sommatoria nostra specie, Marconi lo identifica direttamente nel suo so-
di due elementi tra loro separati: un organo umano (il linguag- strato neurologico: è il sistema nervoso centrale a costituire il
gio) in un corpo animale. Ma qual è il rapporto tra questi due punto di contatto e passaggio dalla prima natura (biologica) al-
elementi? Cosa costituisce condizione di possibilità per il veri- la seconda (culturale) umana. Da un punto di vista epistemo-
ficarsi dello sviluppo del linguaggio? Perché non siamo noi ad logico, Marconi non propone solo un allargamento del campo
avere la proboscide e non sono gli elefanti a poter parlare? di indagine ma un tentativo di riduzione: egli non esclude, an-
Questo Pinker proprio non lo dice. zi auspica che quando le neuroscienze avranno fornito le co-
noscenze necessarie saremo in grado di ricondurre la compren-
3.3. Marconi: la soluzione è il cervello
sione di una certa espressione italiana a una certa configura-
In un libro recente, Diego Marconi ha rivendicato con zione neuronale, «non ci importerà piú molto dei significati
chiarezza l’importanza del ruolo della scienza cognitiva per la come norme dell’uso» (ivi, p. 138).
rivalutazione del concetto di natura umana. Richiamandosi a Anche Marconi propone di schiacciare la seconda natura
Pinker, lo studioso italiano afferma che esistenzialismo, com- sulla prima: riducendo il linguaggio a configurazioni sinapti-
50 51
che, la mente al cervello e la cultura alla neurologia. Anche in re umano è in tal senso prima razionale e poi animale. Finché
questo caso, il tentativo non manca di aspetti paradossali. questa successione è un fatto meramente espositivo, non susci-
Il primo è sottolineato, come abbiamo accennato nel para- ta alcun problema (da qualche parte dovremo pur comincia-
grafo 1, dallo stesso Marconi: il ritorno alla natura umana gra- re): le difficoltà sorgono quando non si tratta piú di un sempli-
zie alle ricerche cognitive ha del paradossale, poiché stiamo ce ordine di indagine ma riguarda una priorità tra livelli di ri-
parlando di un paradigma che si occupa delle capacità cono- cerca. Riemerge, in altre parole, il problema della figura che
scitive e di elaborazione di informazione proprie sia di uomini trascura il suo sfondo: l’essere umano si distingue dalle altre
che di macchine. Il problema non consiste nel fatto che si par- forme di vita per il logos (ragione, calcolo, linguaggio) sullo
ta dall’analisi di problemi di portata limitata per poi procedere sfondo di una morfologia corporea che rispetto al resto del
verso espansioni che mirino a comprendere la specifica posi- mondo animale rimane indistinta: accidentale e trascurabile.
zione assunta dall’essere umano tra le altre specie animali. Co- È trascurabile per McDowell: poiché il corpo è dominato
me abbiamo visto nel paragrafo 2.2, il passaggio dal cognitivi- dal carattere attivo del linguaggio, la nostra corporeità è quin-
smo alla scienza cognitiva consiste proprio nel tentativo di for- di diversa rispetto a quella del mondo animale solo perché per-
nire una risposta meno reattiva e realmente alternativa al com- vasa dalla ragione.
portamentismo. Il problema è costituito invece dalle modalità È invece accidentale per Pinker e Marconi. Per entrambi, la
con le quali effettuare questo ampliamento. Mantenendo come seconda natura si innesta semplicemente sulla prima.
punto di forza l’analogia mente-computer, ci si ritrova nella Ci sono delle differenze, senza dubbio: per il primo abbia-
strana condizione di voler riaffermare la specificità della natu- mo un corpo da primati sul quale si aggiunge l’organo del lin-
ra umana a partire non solo dall’analogia tra ciò che è umano e guaggio che, come un fegato o un pancreas, cresce e matura;
ciò che non lo è, ma tra l’animale umano e qualcosa che non è per il secondo, assistiamo invece a un’operazione di sostituzio-
neppure un essere vivente. È paradossale che la scienza cogniti- ne piú che d’innesto. Dopo aver rimproverato agli scienziati
va provi a ristabilire una connessione tra uomo biologico e uo- sociali di aver considerato non il corpo ma solo la sua immagi-
mo culturale partendo dall’analogia tra la nostra mente e una ne, Marconi sostiene che per naturalizzare il paradigma cogni-
forma culturale per eccellenza: il computer. Si tratta in fondo tivo bisogna affrontare con piú convinzione lo studio del cer-
della stessa ambiguità dalla quale prende le mosse McDowell. vello: il corpo scompare di nuovo, sostituito stavolta dal siste-
Il suo obiettivo è quello di naturalizzare il platonismo: ma per- ma nervoso centrale.
ché partire da una posizione platonica per poi doverla natura- Ma in entrambe le versioni di Pinker e Marconi, la scienza
lizzare? È come scavare una buca e poi porsi il compito di ri- cognitiva risente ancora, come il cognitivismo ortodosso e pri-
coprirla5. Lo stesso accade alla posizione di Marconi: parago- ma ancora il comportamentismo (paragrafi 2.1, 2.2), del duali-
niamo l’essere umano al prodotto culturale cognitivamente piú smo di origine cartesiana tra res cogitans (mente e linguaggio) e
potente a disposizione (il computer) per poi tornare indietro e res extensa (corpo, materia). Le piú recenti e autorevoli propo-
cercare il punto di congiunzione tra macchina e natura umana. ste della scienza cognitiva mostrano come denominatore comu-
Per la scienza cognitiva la migliore definizione della nostra spe- ne una diffusa rimozione del corpo. Il comportamentismo ac-
cie è quella di «animale razionale» perché in questa imposta- cetta la visione meccanica del corpo suggerita da Cartesio, il
zione studiare scientificamente l’essere umano significa partire cognitivismo la rifiuta senza però suggerirne una alternativa fi-
dall’analisi della sua razionalità per poi giungere a considerare nendo anzi per tralasciarla completamente. O il corpo è ciò che
i suoi tratti animali. Come accennavamo in precedenza, l’esse- dice Cartesio oppure non esiste: questa è la scelta. Chomsky,
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come accennavamo nel paragrafo 2.1, esprime con nettezza una prattutto c’è una confusione di livelli favorita dall’ampio spet-
simile posizione. A sostegno delle sue critiche al comporta- tro semantico del termine «corpo»: con questa parola possia-
mentismo, il linguista statunitense (1967; 1988, pp. 118-119) mo intendere infatti due concetti che ai fini del nostro discor-
ricorda che già per Cartesio è l’uso produttivo del linguaggio a so non possono rimanere indistinti. Un conto è il corpo come
costituire l’eccezione, una eccezione estremamente significati- mera entità fisica, definibile approssimativamente come mate-
va, alle regole meccaniche dei corpi estesi e che diversamente ria che occupa una certa porzione dello spazio-tempo; altro è
dal mondo delle macchine, costrette ad agire secondo leggi il corpo come organizzazione biologica di un essere vivente.
universali e necessarie, il regno del linguaggio (della mente e Chomsky e il cognitivismo in genere parlano del corpo nella
del pensiero) è semplicemente incitato o disposto ad agire da prima delle due accezioni, in termini ancora cartesiani: è una
sollecitazioni esterne. La mente è «una seconda sostanza inte- macchina piú fisica che biologica. Per questa ragione, l’evolu-
ramente separata dal corpo e non soggetta a spiegazione mec- zione non sembra interessarli: poiché le leggi meccaniche sono
canica» (ivi, p. 119). eterne, il tempo è un fattore poco pertinente al loro studio. Co-
Chomsky rifiuta la metafisica cartesiana e la sua contrappo- me visto, Pinker aggiorna e integra questa visione inserendo
sizione tra res cogitans ed extensa ma non promuove una reale elementi chiaramente evoluzionistici e darwiniani. Ma lo spet-
conciliazione tra questi due termini poiché mantiene alcuni tro di Cartesio ancora si aggira tra le pagine dei suoi testi poi-
presupposti di quella impostazione. In primo luogo, la perce- ché da un corpo indistinto a metà tra fisica e biologia si è pas-
zione costituisce solo una fonte stimolativa, «occasione per la sati a un corpo darwiniano ma ancora anonimo, ancora generi-
mente di produrre un’interpretazione dell’esperienza» (Chom- camente animale. In fondo la metafora usata da Marconi (2001,
sky, 1980, p. 40). In secondo luogo, la nozione di corpo rimane p. 137) a tal proposito tradisce questa prospettiva, poiché sug-
indistinta e confusa. Per un verso, la scuola chomskyana può gerisce l’idea che tra prima e seconda natura sia da individuare
vantare il merito di aver introdotto nello studio del linguaggio «un anello concettuale mancante», una specie di cavo di con-
una dimensione biologica per lo piú assente in altre linee di nessione:
pensiero come lo strutturalismo europeo: Pinker è solo una
delle piú recenti espressioni di un paradigma di ricerca che con Prima natura Cavo di connessione Seconda natura
la fondamentale opera di Lenneberg (1967) ha piú di trent’an- animale organo del linguaggio (Pinker) razionale
ni di lavoro alle spalle (il linguaggio è un organo). Per un altro, cervello (Marconi)
si tratta tendenzialmente di una biologia piú protesa verso la
fisica che l’evoluzionismo, piú vicina a Newton che a Darwin. Ma se impostiamo le cose in questo modo perché dovrem-
Quando Chomsky tratta il problema mente-corpo tende, non mo parlare di prima e seconda natura e non, come fa piú coe-
a caso, a confondere i piani affermando che, poiché la mecca- rentemente Cartesio, di prima e seconda sostanza? Il funziona-
nica cartesiana è stata disconfermata dal lavoro di Newton, non lismo schiaccia il corpo sulla sua mente, Marconi lo identifica
sappiamo piú con precisione cosa sia un corpo e di conseguen- col suo cervello: è un passo avanti, ma insufficiente poiché si
za è impossibile porre il problema del suo rapporto con la men- tratta di una concessione alla corporeità troppo simile alla sem-
te. In questo ragionamento non ci sono solo imprecisioni piut- plice espansione della ghiandola pineale (individuata da Carte-
tosto evidenti (tanto per dirne una, sembra poco plausibile af- sio come punto di connessione tra anima e materia) al cervello
fermare che la fisica contemporanea fornisca una conoscenza nella sua interezza. Il problema non è risolto, ma semplicemen-
dei corpi materiali meno perspicua di quella cartesiana) ma so- te spostato.
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4. Verso il bipede implume Sottolineare l’importanza della specifica corporeità umana
non significa, si badi, negare l’importanza del linguaggio ver-
Come abbiamo visto, la scienza cognitiva propone una vi- bale: il suo rilievo evolutivo, la sua potenza semiotica o il suo
sione dell’essere umano precisa: è un animale razionale. Ab- valore cognitivo. Si tratta piuttosto di individuare le condizioni
biamo anche visto alcune delle difficoltà che comporta questa di possibilità del linguaggio, di comprendere quale sia, po-
posizione poiché prima e seconda natura non riescono a trova- tremmo dire, la sua presa a terra. Solo individuando le caratte-
re un rapporto d’equilibrio: o sono del tutto separate tra loro ristiche morfologiche che distinguono l’essere umano dal resto
o una è ridotta all’altra. I caratteri reattivi della rivoluzione co- del regno animale potremo comprendere non solo il tipo di ra-
gnitiva, tra i quali spicca l’analogia mente-computer, hanno im- zionalità che contraddistingue la nostra specie ma anche la for-
pedito finora di abbandonare (o di abbandonare completa- ma di animalità che ci è propria. Nei paragrafi precedenti ab-
mente) tre tendenze di fondo: biamo visto piú volte che nell’animale razionale il linguaggio
sembra aggiungersi a un corpo anonimo, senza carattere, né
1. Il paradigma cognitivo è tendenzialmente fissista. L’astrazio- specificità. Un ingrediente nuovo e misterioso grazie al quale
ne dai fattori ambientali e la concentrazione sulla trasmis- la nostra specie ha fatto la sua comparsa sulla terra. Ma qual è
sione ereditaria dell’informazione hanno come logica con- l’origine e il significato di questo ingrediente?
seguenza un sostanziale disinteresse o un impedimento spes- Per comprenderlo dovremo rivolgerci a un’altra definizione
so decisivo ai tentativi di apertura al darwinismo. che, sin dall’antichità, ha conteso a quella di animale razionale
2. Il paradigma cognitivo è tendenzialmente teista. Senza evo- la specificazione della nostra identità: l’animale umano è bipe-
luzionismo è impensabile trovare una descrizione soddisfa- de implume.
cente delle somiglianze-differenze tra animali umani e non Queste due definizioni, è opportuno sottolinearlo, non so-
umani poiché la frattura tra specie umana e regno animale no necessariamente in contrasto tra loro. Ma per comprendere
diviene inevitabile. L’analogia mente-computer implicita- la natura umana bisogna far precedere lo studio della nostra
mente afferma: come il computer è opera dell’essere uma- morfologia corporea a quello del linguaggio e della razionalità
no, cosí l’essere umano risulta il frutto di una creazione. poiché è il nostro corpo, non semplicemente il cervello, a con-
3. Il paradigma cognitivo, anche quando è evoluzionista, rimane giungere prima e seconda natura.
tendenzialmente riduzionista. Tentativi come quello di Pinker
(cfr. par. 3.2) mostrano che l’inserimento della dimensione
4.1. Il «doppio schiacciamento» cognitivista: l’occhio di Hal
evolutiva nello studio cognitivo della natura umana assume
un carattere ambiguo. La Nuova Sintesi fornisce un’inter- Uno dei lungometraggi piú noti di Stanley Kubrik è certa-
pretazione meccanica del darwinismo che cerca di ridurre le mente 2001: Odissea nello spazio. Il film, molto complesso e
dinamiche culturali umane a comportamenti regolati da pro- articolato, narra tra le altre cose la storia di un computer. Hal
cessi di selezione naturale e adattamento (è un punto che, 2000, questo il suo nome, è il sistema computazionale che ge-
seppur a margine, continueremo ad affrontare anche nei stisce la navicella spaziale. Gradualmente il film illustra la ri-
prossimi capitoli. Cfr., ad es., cap. IV, par. 6.2). Da questo bellione di Hal che prima rifiuta di obbedire agli ordini che gli
punto di vista l’evoluzionismo cognitivo, pur sottolineando vengono impartiti e poi cerca di eliminare gli esseri umani pre-
le componenti innate a scapito di quelle ambientali, non è senti nel modulo spaziale. Per mostrare l’autocoscienza del
molto dissimile dal darwinismo comportamentista. computer Kubrik concentra l’attenzione dello spettatore sul-
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l’equivalente robotico degli occhi umani: gli obiettivi rossi del- ordinaria sono ben diversi. Quasi tutti gli eventi, o per lo meno quelli
che ci interessano o destano la nostra attenzione, stimolano piú di un si-
le telecamere presenti sulla navicella. Per questa ragione ci sem-
stema sensoriale (Neisser, 1976, p. 52).
bra che il film si presti a illustrare due aspetti strutturali e im-
pliciti del paradigma cognitivo. Hal è un elaboratore superin-
Il carattere sinestetico della percezione non può che essere
telligente il cui corpo è misterioso, fuso con l’ambiente circo-
trascurato da un approccio alla percezione che elimina dalla
stante: per un verso è l’intera astronave, per un altro non esiste
propria indagine i fattori ambientali. Se si lavora in laboratorio
poiché non ha congegni dedicati, non ha nulla del cyborg di
è conveniente considerare solo un senso alla volta o, per me-
Terminator o dei robot che popolano altri film di fantascienza.
glio dire, studiare un solo senso. Neisser a tal proposito non ha
Il corpo è lo sfondo degli avvenimenti, mentre la figura, ciò su
dubbi:
cui spettatore e regista si concentrano, è quell’occhio rosso. La
percezione è ridotta all’esperienza visiva e allo stesso tempo Raramente gli psicologi hanno discusso la natura cumulativa, guidata in-
vedere non vuol dire altro se non computare a velocità supere- ternamente, che caratterizza la percezione. Forse questo è dovuto al fatto
levata. Proprio per queste ragioni l’occhio di Hal incarna quel- che quasi tutti gli esperimenti relativi alla percezione si basano sull’atti-
vità visiva (ivi, p. 38).
lo che potremmo definire il «doppio schiacciamento» che ca-
ratterizza buona parte della scienza cognitiva:
A tutt’oggi la situazione non sembra cambiata molto. In cor-
rispondenza alla mancata (o parziale) apertura della scienza co-
1. Primo schiacciamento: la percezione è identificata con l’e-
gnitiva ai fattori ambientali, troviamo un atteggiamento ancora
sperienza visiva.
monosensoriale. Quasi tutti i testi che abbiamo citato finora pro-
2. Secondo schiacciamento: la vista è assorbita dal linguaggio.
seguono implicitamente nell’identificazione tra percezione e vi-
sione: Chomsky (1980, 1988), Johnson-Laird (1993), Tabossi
Partiamo dal primo punto. Il paradigma cognitivo, al di là
(1994), Pinker (1994), Taghard (1996), McDowell (1996), Marco-
delle sue pretese rivoluzionarie, si inserisce a pieno nella tradi-
ni (2001) procedono tutti su questa linea7. Il rifiuto di ampliare il
zione del pensiero occidentale poiché elegge, piú o meno esplici-
paradigma cognitivo ad ambiente e società ha avuto come effetto
tamente, la vista a primo tra i sensi6. La rimozione del corpo del-
collaterale (o, da un altro punto di vista, come presupposto) il
la quale abbiamo parlato nei paragrafi precedenti passa infatti
mantenimento di questa rigida identificazione. I computer non
per un processo metonimico, per l’identificazione del tutto con
toccano8, né annusano, né gustano. Al massimo sentono la voce
la parte: il corpo è risucchiato dagli occhi, le membra del com-
dei loro programmatori (come nel caso di Hal e degli ordini vo-
puter sono rappresentate da una telecamera o da un monitor.
cali che gli sono impartiti): ma non si tratta di suoni bensí di pa-
Non a caso sono proprio le forme piú eterodosse di cognitivismo
role, cioè elementi sensoriali da decodificare in stringhe simboli-
a sottolineare l’esigenza di riscoprire la varietà dei nostri sistemi
che (esamineremo meglio questo secondo punto tra poco).
sensoriali. Gibson (1966), come vedremo nel capitolo III, scrive
Cosa ancora piú notevole è che questa identificazione rimane
alla fine degli anni sessanta una monografia sulla complessità del-
quasi inalterata anche in testi specificamente dedicati alla perce-
la sensorialità umana per molti versi ancora oggi insuperata. Neis-
zione. Prendiamo ad esempio Sensation and Perception di S. Co-
ser, nella sua critica al cognitivismo da laboratorio, ricorda:
ren, L.M. Ward e J.T. Enns. Si tratta di un testo di carattere ge-
Negli esperimenti sulla percezione novantanove su cento (o addirittura nerale sulla percezione che vanta cinque edizioni ed è tra le ope-
999 su 1000) implicano la stimolazione di un solo senso. I fatti della vita re piú citate su questo argomento degli ultimi quindici anni9.
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Questo libro cerca di illustrare lo stato dell’arte delle ricer- spaventato protagonista e, allo stesso tempo, utilizza una voce
che sia fisiologiche che cognitive sulla percezione senza fare ri- calda e rassicurante che contrasta con il carattere devastante
ferimento, come si specifica nella prefazione (p. vi), a «nessuna delle sue azioni. Si tratta di un elemento convergente con l’a-
specifica teoria sulla percezione». nalisi del nostro testo campione, Sensation and Perception, che
Per questa ragione è opportuno soffermarci per un attimo pur essendo dedicato in gran parte alla visione, riserva tre ca-
su un testo che, pur essendo di ispirazione cognitiva, non ne pitoli a udito e voce. Quella uditiva costituisce però una mo-
riflette nessuna tendenza specifica e di conseguenza evidenzia dalità percettiva particolare poiché tutta concentrata sulla com-
i limiti e i pregiudizi generali sulla percezione di questo para- prensione e sulla produzione di suoni che non sono altro che
digma. Ci troviamo di fronte a un poderoso volume articolato parole. Piú che di una modalità di esperienza si tratta infatti di
in 18 capitoli. Molti di questi trattano, almeno apparentemen- un canale comunicativo, di un medium del flusso verbale. L’u-
te, alcune caratteristiche generali della percezione: lo spazio dito è considerato solo la porta di ingresso rapida di quello che
(cap. 9), la forma (cap. 10), la costanza (cap. 11), il tempo (cap. di solito avviene tramite la tastiera: la programmazione del
13), il movimento (cap. 14), l’attenzione (cap. 15), lo sviluppo software da parte dell’operatore o la scelta di opzioni precosti-
(cap. 16), apprendimento ed esperienza (cap. 17) e le differen- tuite all’interno di un sistema già pronto10. Per la percezione
ze individuali (cap. 18). Altre sezioni sono dedicate invece vera e propria, potremmo ipotizzare, rimane l’occhio. Ma è
esplicitamente alle diverse modalità sensoriali. È sufficiente proprio cosí? A ben pensarci, secondo il paradigma cognitivo
una lettura sommaria per rendersi conto della preponderante anche questo senso, seppur in modo diverso, è espressione del
asimmetria che struttura il testo. linguaggio. Mentre tramite l’udito la programmazione è espli-
In primo luogo nelle sezioni dedicate ai diversi sensi: tatto, cita, verbale e in tempo reale (ciò che nel film momento per
olfatto e gusto sono raccolti in un unico capitolo; vista e udito ne momento permette al protagonista, prima della ribellione, di
occupano tre ciascuno. Se poi si va a guardare un po’ meglio aprire porte, variare la rotta, modificare l’illuminazione, ecc.),
emerge un altro dato. I capitoli che trattano fenomeni generali la vista risente di una programmazione implicita e silente. È il
della percezione fanno riferimento solo a fenomeni visivi: il mo- sistema operativo del computer a gestire il funzionamento di
vimento è quello dell’apparato oculare e degli oggetti visti, la co- quello che rimane comunque un elaboratore di informazioni:
stanza riguarda la grandezza e forma visiva e cosí via. Per quel certi stimoli visivi vengono registrati dalla telecamera che poi
che riguarda gli altri sensi, ben che vada, sono relegati in un pa- attraverso sofisticate regole di calcolo li inserisce come dati al-
ragrafo (cap. 16) oppure ci si limita a qualche esempio sporadico l’interno di un sistema di variabili predefinito perché program-
(capp. 14 e 18). Risultato: su diciotto capitoli, due sono effettiva- mato dal suo costruttore.
mente di carattere generale, tre sono dedicati all’udito, uno a gli Nel paradigma cognitivo la differenza alla fine è tutta qui:
altri sensi e dodici alla vista. Due terzi del testo che si intitola Sen- nel caso dell’udito il carattere linguistico della percezione è
sazione e percezione sono perciò dedicati a un unico senso. Parla- esplicito, in quello della vista è implicito. La voce esprime de-
re di identificazione tra percepire e vedere non può sembrare cisioni consapevoli (il tono caldo di Hal vuol suggerire proprio
quindi esagerato. questo carattere d’autocoscienza), mentre il suo algido occhio
Trattiamo ora il secondo punto facendo ritorno ad Hal. Co- rosso riflette scelte inconsapevoli, poiché stabilite dal program-
me accennavamo poco fa, oltre che per quella visiva il compu- matore. Nella scienza cognitiva ritroviamo un modello della vi-
ter del film di Kubrik si distingue anche per un’altra modalità sione di questo tipo sia nella teoria piú forte della visione pro-
sensoriale: quella vocale-uditiva. Sente le parole proferite dallo posta, ad esempio, da Gregory (1966) che in quella piú debole
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adottata da Johnson-Laird (1993). Per il primo, vedere signifi- diffuso e privo di membra, impegnato a risolvere problemi ma-
ca calcolare: percepire la distanza, le forme degli oggetti e la tematici e a scovare valori in equazioni incomplete.
profondità di campo vuol dire dispiegare un complesso siste-
ma di ipotesi e di inferenze e costruire una rappresentazione 4.2. Il corpo: lo sfondo rimosso
visiva dell’ambiente circostante. Il secondo assume invece una
posizione piú conciliante poiché prova a integrare la prospetti- Possiamo ora far ritorno a quello che nel primo paragrafo
va ecologica di Gibson con quella computazionale. Per un ver- abbiamo chiamato il problema della figura-sfondo. La scienza
so l’informazione visiva è contenuta nell’ambiente che ci cir- cognitiva sostiene che definire l’essere umano un animale ra-
conda, per un altro però questa costituisce solo il materiale zionale è sufficiente per coglierne la specificità e, al contempo,
grezzo di processi computazionali: per evidenziare i tratti che lo legano alle altre forme di vita. In
realtà, questa strategia euristica si rivela fallimentare poiché se-
La visione è abbastanza simile al problema di trovare il valore di x nell’e- para nettamente il sostantivo «animale» (generico e anonimo)
quazione: 5=x+y
L’equazione semplicemente non è ben formulata, dal momento che non
dall’aggettivo «razionale» (unico e specifico). L’essere umano
c’è modo di determinare quale parte del 5 provenga da x e quale da y. appare come una scimmia con innestato nella testa un potente
Se, in base a conoscenze precedenti, si può assumere che y ha probabil- processore elettronico: una specie di Frankenstein darwiniano
mente un valore minore di 1, si potrà allora inferire che x ha probabil- nel quale un cervello nuovo viene inserito in un vecchio corpo.
mente un valore maggiore di 4. Nella visione, le assunzioni sul mondo
rendono risolubile un problema mal formulato (ivi, p. 67). Qualunque processo percettivo dimostra invece che esperire
implica un rapporto tra figura e sfondo che non consiste in un
Non a caso, però, Johnson-Laird (ivi, pp. 64 sgg.) apre la semplice processo di analisi e ritaglio. Quando sento un rumo-
trattazione della visione prendendo in esame il paragone tra oc- re, lo distinguo da uno sfondo percettivo determinato. Questo
chio e telecamera. Per lo psicologo americano una telecamera, sfondo non solo consente (cioè costituisce la condizione di pos-
presa isolatamente, è un simulatore inefficace della visione uma- sibilità) il mio percepire (se nella strada accanto c’è un martel-
na non perché questa costituisce una protesi senza corpo ma lo pneumatico al lavoro, sarà difficile sentire il canto del mio
perché dietro a questa dobbiamo aggiungere un elaboratore di canarino) ma ne modifica e struttura le caratteristiche. Pensia-
informazioni. La percezione in generale e quella visiva in parti- mo a un’esperienza quotidiana: vedere un film come il già cita-
colare viene considerata come l’impressione passiva di una su- to 2001: Odissea nello spazio. Un esperimento semplice ma si-
perficie sensibile ai cambiamenti ambientali che necessita di un gnificativo è quello di abbassare improvvisamente il volume
sistema di calcolo che renda l’informazione stabile e coerente. del televisore o di lasciare solo gli effetti sonori facendo scom-
Come McDowell, anche Johnson-Laird propone una concezio- parire la musica di sottofondo. Il film non solo risulterà meno
ne della percezione come processo passivo che registra infor- coinvolgente ma anche meno veloce nel suo svolgimento e me-
mazioni. Vedremo nel terzo capitolo che un modello alternati- no frenetico nelle parti piú movimentate come il conflitto tra
vo della percezione, non linguistico né computazionale, si con- gli ominidi e nelle fasi piú concitate dello scontro tra Hal e il
centra invece sul carattere attivo del processo percettivo messo suo rivale umano. La figura visiva senza un adeguato tappeto
in atto da un corpo che coglie informazioni nella sua nicchia sonoro perde carattere, modifica le sue proprietà rallentando
ambientale. Ma per il paradigma della percezione che abbiamo la propria corsa. La scienza cognitiva trascura questo sfondo.
chiamato «l’occhio di Hal» la questione è un’altra: percepire si- Per un verso la specifica animalità dell’essere umano, avere il
gnifica usare una telecamera montata su un computer potente, corpo di un bipede implume, costituisce condizione di possi-
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bilità per la sua razionalità. Per un altro stazione eretta, nudità biamo fatto riferimento finora. Nel suo testo piú noto, L’errore
della pelle e liberazione delle mani caratterizzano una raziona- di Cartesio, critica la separazione tra emozione e cognizione
lità spuria poiché permeata di emozioni e percezioni. Questo descrivendo un’ampia casistica volta a dimostrare come un cer-
sfondo ha subíto una rimozione costante poiché dal comporta- to tono emotivo costituisca condizione indispensabile per la
mentismo prima e dal cognitivismo poi il corpo è stato consi- progettazione di azioni e scopi, il perseguimento di fini e com-
derato una macchina (idraulica o computazionale) con uno sta- portamenti che saremmo inclini a definire razionali. La radice
tuto che ha oscillato tra l’indeterminatezza affermata da Chom- di questi stati emozionali è individuata proprio nella percezio-
sky e quell’anonimato presupposto dalla maggior parte degli ne di stati corporei interni. Nel suo libro successivo, Damasio
autori contemporanei. Nell’illustrare il problema della figura- continua a mettere in evidenza quanto sia profondamente im-
sfondo abbiamo cominciato con un caso visivo (i pappagalli puro il carattere del conoscere umano:
del primo paragrafo di questi capitolo) e abbiamo continuato
con uno sonoro, quello cinematografico. Abbiamo proceduto Non esiste una percezione pura di un oggetto nell’ambito di un canale
per approssimazioni volendo mostrare in primo luogo come il sensoriale, per esempio della visione. I cambiamenti concomitanti che ho
appena descritto non sono un accompagnamento facoltativo. Per perce-
rapporto tra questi due termini valga per diverse modalità per- pire un oggetto, visivamente o in altro modo, l’organismo ha bisogno di
cettive. Ma lo sfondo al quale vogliamo riferirci è piú generale segnali sensoriali specializzati e dei segnali che derivano dagli aggiusta-
perché é ciò che costituisce il punto di riferimento non solo menti del corpo necessari affinché si realizzi la percezione (Damasio,
1999, p. 182).
del linguaggio ma anche di tutte le altre esperienze sensoriali:
l’interezza del nostro corpo.
Anche le ipotesi piú soft della scienza cognitiva ridimensio- Come è impura la nostra elaborazione di informazioni, cosí
nano il ruolo delle inferenze computazionali utilizzando di so- è impura la nostra percezione quasi mai limitata al funziona-
lito la nozione di modulo, già incontrata nel paragrafo 3.2. La mento di un singolo modulo. Sfondo della razionalità umana è
tesi sostiene che alcune sezioni del processo percettivo poiché il suo corpo: una presenza incarnata che costituisce un flusso
automatiche e informazionalmente incapsulate, non risentono costante di percezioni.
delle ingerenze del sistema centrale e, di conseguenza, del lin- La psicologia cognitiva tende ad affrontare invece lo studio
guaggio verbale. Johnson-Laird ad esempio afferma: della percezione lungo una dicotomia: quella tra proprietà mo-
dali e amodali. Le prime (colore, sapore, odore, calore) costi-
Anch’essi [gli indici percettivi importanti da un punto di vista biologico] tuirebbero le caratteristiche degli oggetti colte da un senso spe-
probabilmente si basano su vincoli innati che operano automaticamente cifico. Le seconde (forma, grandezza, ecc.) emergerebbero dal-
e inconsciamente e sono relativamente indipendenti dalla conoscenza
degli oggetti. Essi sono parte di ciò che potrebbe essere definito perce- l’elaborazione simbolica del contenuto percettivo delle nostre
zione pura [...] (ivi, p. 111). esperienze. Si tratta di una sorta di meccanismo tutto-niente
nel quale si danno solo due casi: o abbiamo un’esperienza mo-
Inserire la figura sullo sfondo significa rinunciare a questa nosensoriale (perché blindata nel modulo) o un’astrazione lin-
purezza, al presunto carattere cristallino della razionalità uma- guistica che ne estrae informazioni generali.
na cosí come al funzionamento monosensoriale della nostra vi- È necessario invece articolare la dicotomia modale-amodale
ta percettiva. in una struttura ternaria piú complessa e flessibile che preveda
In questi ultimi anni A. Damasio (1994, 1999) ha evidenzia- la presenza di un terzo termine costituito dalle proprietà inter-
to efficacemente alcuni dei limiti della scienza cognitiva cui ab- modali11. Le proprietà intermodali non sono proprie di un solo
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senso né di tutti ma solo di alcuni. Alcune caratteristiche spa- Nel pensiero occidentale il tatto vive di un’ambivalenza di
ziali come distanza e forma potrebbero costituirne un esem- fondo. Da un lato essa è in un organo specifico e localizzato: le
pio. In tal modo è possibile evitare di postulare una connessio- mani; dall’altro è percezione e presenza del corpo intero.
ne binaria tra i sensi e prender atto di relazioni piú complesse Se prendiamo in esame la cosiddetta «questione Molyneux»,
che prevedono la presenza di connessioni intersensoriali piú questa ambivalenza emerge con chiarezza. In una lettera data-
forti (ad es. mano-occhio; naso-bocca) e meno forti (naso-oc- ta 3 marzo 1693, William Molyneux (1656-1698) poneva a John
chio; orecchio-bocca). Locke (1632-1704) il seguente problema:
Il carattere intrinsecamente sinestetico della nostra vita per-
cettiva costituisce un’ulteriore disconferma dell’ipotesi modu- Supponete un cieco nato che sia oggi adulto, al quale si sia insegnato a
distinguere mediante il tatto un cubo da una sfera, dello stesso metallo e,
lare della mente. Questa infatti non considera due fattori di a un dipresso, della stessa grandezza, in modo che quando egli tocca l’u-
corrosione: quello reciproco tra i sensi e quello svolto dai sensi no o l’altro, sappia dire qual sia il cubo e quale la sfera, questo cieco ven-
sul linguaggio. In altre parole, elaborare un modello della na- ga ad acquistare la vista. Si domanda se, vedendoli prima di toccarli, egli
saprebbe ora distinguerli, e dire quale sia il cubo e quale la sfera (Locke,
tura umana che ci consideri in primo luogo bipedi implumi 1694, p. 147).
vuol dire considerare le specificità del corpo umano secondo
due direttrici: Il problema del cubo e della sfera (che ancora oggi anima il
dibattito psicologico contemporaneo) identifica implicitamen-
1. La corporeità umana è condizione di possibilità della no- te il tatto con le mani e le loro capacità percettive. Ma se an-
stra razionalità. diamo a considerare alcune delle soluzioni proposte al proble-
2. Il nostro corpo fornisce una proprietà sinestetica fonda- ma vediamo che le cose si complicano. Leibniz (1765, p. 130),
mentale alla percezione degli oggetti poiché costituisce lo ad esempio, tenta di rispondere al quesito ipotizzando il caso
sfondo delle nostre esperienze. inverso, una persona cioè priva del tatto ma fornita di vista e
nel farlo immagina un soggetto paralizzato. Berkeley (1709, pp.
Solo in questo modo supereremo in modo radicale quel dua- 146-150) pensa invece a un puro spirito, cioè a una persona
lismo tra res cogitans e res extensa che né comportamentismo priva di corpo. Questi esempi suggeriscono che il tatto non è
né cognitivismo sono riusciti a scongiurare. È proprio la speci- solo un senso manuale ma qualcosa di piú complesso. Leibniz
ficità del corpo umano a costituire la dimensione che tiene in- e Berkeley ci spingono infatti a porci la domanda: cosa sareb-
sieme prima e seconda natura, la chiave di volta che sorregge bero uomini privi del senso del tatto?
vita biologica e culturale. A pensarci bene chiamiamo cieche persone prive della vi-
sta, sorde quelle senza l’udito, anosmiche quelle prive dell’ol-
4.3. Il tatto: senso del corpo
fatto, affetto da ageusia chi è senza il gusto, ma non abbiamo
In questo testo non parleremo del corpo in modo vago o neanche un nome per definire uomini senza il tatto. Al giorno
generico. Tenteremo di vederlo attraverso una lente focale che d’oggi è possibile parlare di aprassia tattile (Binkofski et al.,
ne metta a fuoco caratteri e portata, e questa lente focale sarà 2001), un disturbo che riguarda la capacità di usare utensili, o
costituita dall’esperienza tattile. Il corpo dell’animale umano si di agnosia tattile (Claparéde, 1904; De Renzi, 1990), un deficit
esprime in primo luogo nel suo senso tattile, questa è una delle percettivo che consiste però solo nella incapacità a riconoscere
tesi principali del libro. la forma stereoplastica dei corpi e non certo in una completa
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insensibilità corporea. Forse potremmo pensare a persone pri- poreo» o «immagine di sé») e come tale non può esser con-
ve delle mani: ma in questo caso tenderemmo a definirle come siderato separatamente dalle sensazioni cinestesiche (cfr.
esseri monchi. Animali umani privi del tatto non esistono né ad es. Schilder, 1935; Fraisse, Piaget, 1963; Mountcastle,
potrebbero esistere perché significherebbe dire che sono dei 1984; e soprattutto Cardona, 1985). La somestesia costitui-
viventi disincarnati. sce un complesso sistema percettivo che, anche a un primo
Il senso tattile infatti non è solo localizzato nelle mani ma sguardo, mostra una compenetrazione tra i suoi sottosiste-
esteso nel corpo. Faremo nostra questa ambivalenza senza cer- mi dall’elevato valore evolutivo poiché rappresenta una
care di ridurla: considereremo il tatto proprio come il senso condizione necessaria per la sopravvivenza biologica e, di
caratterizzato da una duplicità. conseguenza, per il linguaggio. Come vedremo, la perce-
Il tatto è un sistema sensoriale complesso che vive della ten- zione somestesica si rivela fondamentale, infatti, per lo svi-
sione tra due polarità. Una diffusa ed estesa, di solito chiama- luppo organico, sociale ed emotivo.
ta somestetica, e una focalizzata e locale, la percezione aptica.
Per farci intendere meglio, diamone una presentazione rapida – La «percezione aptica», espressione utilizzata soprattutto a
e generale: partire da fine ottocento/inizio novecento, viene definita
nell’ambito di due contrapposizioni concettuali. La prima
– La somestesia, etimologicamente percezione del corpo, può caratterizza soprattutto la prima metà del secolo e oppone,
essere definita come un macrosistema percettivo che com- sia in campo artistico che psicologico, la percezione aptica
prende al proprio interno sei sottosistemi: tattile, nocicetti- a quella visiva con l’obiettivo di stabilire una precisa gerar-
vo, viscerale, cinestetico-propriocettivo, vestibolare e ter- chia sensoriale. In questo caso il termine è utilizzato in sen-
mico. Questi sottosistemi sono deputati alla percezione ri- so etimologico (dal verbo greco ëptv, tocco presente già nel
spettivamente di contatto, dolore, stati viscerali e termici, De partibus animalium di Aristotele) e assume il significato
posizione degli arti e del corpo, dell’equilibrio. Tali sensa- generico di percezione legata al tatto. La seconda contrap-
zioni spesso sono mescolate tra loro tanto da divenire indi- posizione, quella piú interessante, propone, al di là di ogni
scernibili: gli stati dolorosi, ad esempio, possono essere pro- presunta gerarchia sensoriale, una distinzione all’interno del
vocati da un’intensa fonte termica (il fuoco), da violente senso tattile. Tra gli altri, G. Révész (1938) prima e J.J. Gib-
sensazioni tattili (con cui dividono alcune afferenze nervo- son (1961) poi, distinguono una modalità tattile attiva detta
se, cfr. Schwob, 1994, pp. 31-35) come un colpo o un piz- aptica, tipica della prensione e della esplorazione attiva, da
zico, ma anche da patologie degli organi interni o dal mo- una modalità tattile passiva basata sulla mera sensazione di
vimento di un arto fratturato o slogato. Alcuni autori (ad contatto subita dalla pelle come nel caso di un pizzico, di
es. Gibson, 1966; Sacks, 1984; Negri Dellantonio, 1994) una puntura o di una leggera pressione. È proprio attraver-
suggeriscono di escludere dalla somestesia la percezione so la modalità aptica che il tatto riesce a percepire forme in
dell’equilibrio che considerano un sistema propriocettivo un modo accessibile solo alla mano nella loro concreta e si-
indipendente localizzato nell’orecchio medio. A nostro pa- multanea tridimensionalità.
rere questa scelta è svantaggiosa perché trascura un ele-
mento fondamentale: la fenomenologia dell’equilibrio, pur Proprio questa polarità rende difficile sostenere che il tatto
avendo un sistema specifico di rilevamento, riguarda ne- sia un senso come gli altri: è il senso della nostra presenza e
cessariamente il corpo nella sua interezza (lo «schema cor- della percezione del nostro corpo. L’esperienza tattile coinvol-
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ge quindi non solo il modo con cui siamo in rapporto con il sensoriali (cfr. cap. III, paragrafo 4.1); è la nudità del nostro
mondo ma il fatto stesso dello stare nel mondo. Il tatto è con- corpo e la sua morfologia che costituisce l’alveo delle nostre
dizione indispensabile dello stare al mondo. Per un verso il tat- forme culturali (per la manualità: cfr. cap. III), il presupposto
to individua dei «come» dell’esperienza: modi di esplorare il biologico della nostra seconda natura e della facoltà del lin-
mondo e di conoscere ciò che lo circonda (senso aptico) ma guaggio (cfr. cap. IV).
anche percezione di temperatura, vibrazione e dolore. Per un Per questa ragione il tatto costituisce il «secondo senso»: da
altro verso il tatto individua il «che» dell’esperienza: comun- una parte perché storicamente è considerato il principale riva-
que sia essa è corporea (senso somestetico). Cosa vedrebbero, le della modalità sensoriale per eccellenza, la vista (si pensi alla
ad esempio, esseri con le pupille sotto le piante dei piedi? Gli questione Molyneux). Da un’altra è il secondo senso perché
occhi vedono lontano anche perché godono di una certa posi- chiave della duplicità propria della specie umana: è il tatto a
zione nel corpo, perché sono in alto: la vista non è un’espe- costituire il cardine della connessione tra prima e seconda na-
rienza pura non solo quindi perché si avvale, come sostiene tura, corpo e società, biologia e psicologia. È il tatto il senso
Damasio (1994, p. 317; 1999, p. 307), di feedback e sensazioni del bipede implume che parla.
corporee, ma soprattutto perché il suo intero campo fenome-
nico è strutturato dalla posizione degli occhi rispetto al corpo
(per la frontalità della visione umana e il suo rapporto con le Letture consigliate
attività manipolative si veda il cap. II).
L’identificazione tra tatto e corpo, si potrebbe obiettare, ri- Per il lettore che intendesse approfondire ulteriormente i temi affrontati
propone però una logica sensoriale inevitabilmente gerarchica: in questo libro proporremo alla fine di ogni capitolo qualche suggerimento,
suddiviso per punti il cui il tema sarà evidenziato in corsivo:
scalza la vista per affermare il tatto come senso dei sensi. Per
un certo verso è cosí poiché rivendichiamo un primato del tatto – Felice Cimatti (in stampa) propone una ricostruzione molto interessante
anche se non di tipo ontologico in senso tradizionale poiché del rapporto tra comportamentismo e cognitivismo, piú precisamente tra
non si baseràsu un materialismo talmente grezzo da ridurre Skinner e Chomsky, mettendo in luce i tratti di continuità tra i due pa-
radigmi.
tutte le forme percettive a scontri tra corpi materiali. Non ri- – In italiano il testo piú completo sulla storia del paradigma cognitivista,
durremo, cioè, i campi fenomenologici su un unico piano di seppur ormai datato, rimane Gardner (1985). Il libro propone la storia,
ordine fisico (contatto tra atomi) o fisiologico (eccitazione di disciplina per disciplina, delle scienze che compongono «l’esagono co-
terminazione nervose per contatto). Si tratta invece di un pri- gnitivo» sottolineando il carattere interdisciplinare e rivoluzionario di
questo modello. Contiene una introduzione sintetica all’approccio ecolo-
mato diverso ma duplice. gico di Gibson, alla teoria della visione di D. Marr e alla teoria dei pro-
Innanzitutto ontico (cfr. Heidegger, 1927): il tatto è condi- totipi di E. Rosch.
zione di conoscenza del mondo, rappresenta una necessità per – Per il dibattito attuale sul futuro delle scienze cognitive si veda il numero
l’esistenza: esistono uomini senza vista ma non esistono uomi- 2 del 2002 del Giornale italiano di psicologia dedicato a questo tema (con
interventi, tra gli altri, di Gallese, Parternoster, Marraffa, Ferretti, Goz-
ni senza corpo. In tal senso individuare il ruolo fondante del zano) e i numeri 1 e 2 del 2002 di Sistemi intelligenti (con contributi, tra
tatto come condizione di possibilità dell’esperienza non signi- gli altri, di Benvenuto, Cimatti, Legrenzi, Marconi, Marraffa e Parisi).
fica disconoscere l’importanza delle differenze tra le diverse Nel volume Scienze cognitive (2002) Massimo Marraffa propone una vi-
modalità sensoriali. sione che definisce «riformista» che superi l’antibiologismo e l’indivi-
dualismo che segna la scienza cognitiva classica attraverso l’elaborazione
In secondo luogo, evolutivo (in senso sia ontogenetico che di un modello multidimensionale della cognizione. Per un testo introdut-
filogenetico): è dalla pelle che si specializzano le altre modalità tivo alle scienze cognitive si veda Legrenzi (2002): una pubblicazione agi-
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le e chiara caratterizzata da una impostazione piú gestaltica della media e II. Animali sprovveduti
da un ultimo capitolo su scienze cognitive e società.
– In Mente e Simulazioni Domenico Parisi (1999, 2001) presenta una pro-
spettiva interessante, chiamata Vita artificiale. Si tratta di un approccio
che si oppone al paradigma cognitivo, poiché non propone il computer
come modello della natura umana ma come mezzo per la simulazione dei
processi biologici e culturali. Una posizione piú conciliante è proposta
dalla cosiddetta Nuova Robotica che cerca di progettare sistemi cognitivi
integrando conoscenza, azione e percezione abbandonando l’idea di un
sistema centrale che controlli azioni e movimenti tramite rappresentazio-
ni e ragionamenti. Un’illustrazione di questo paradigma, chiara e ricca di
esempi, è fornita da Clark (1997).
– Negri Dellantonio (1994) fornisce una descrizione sia della percezione Che esseri poco percettivi siamo!
aptica che di quella somestetica illustrando alcuni dei principali processi S.J. Gould
fisiologici che sono alla base delle percezione tattile. A tal proposito, piú
dettagliato, quindi molto tecnico, resta Mountcastle (1984), mentre
Berthoz (1997, 2003) propone una concezione del tatto che presta parti-
colare attenzione alla sinestesia poiché integra dati psicologici, neurolo- 1. Aprire la scatola della mente
gici e fisiologici all’interno di una prospettiva piuttosto suggestiva che
sottrae alla rappresentazione mentale molto del suo presunto potere co-
gnitivo. Il problema è che gran parte dei dati fisiologici disponibili si ba- Come abbiamo visto nel capitolo primo, è il tatto a costi-
sa sul presupposto, tutt’altro che scontato, che i risultati ottenuti dallo tuire la chiave di volta della natura umana, il pilastro in grado
studio dell’anatomia delle scimmie possano essere trasferiti, senza troppe di sorreggere e congiungere gli aspetti biologici e culturali,
difficoltà, all’essere umano. Questo atteggiamento di fondo, che riguarda
soprattutto le ricerche che interessano piú da vicino il senso tattile, è li- ciò che McDowell chiama rispettivamente prima e seconda
mitante perché non consente di verificare con maggiore precisione quali natura.
siano le differenze corporee tra primati umani e non umani. Questo senso ha la peculiarità di essere infatti uno e bino: è
costituito dalla sensibilità diffusa ed estesa della pelle (perce-
zione somestetica) ma è anche focalizzato in una modalità piú
circoscritta, la percezione aptica propria dell’azione manuale.
Gli studi e le riflessioni piú importanti sulla percezione tat-
tile presenti nel novecento seguono due linee fondamentali di-
stinte, seppur tra loro interconnesse. La prima, della quale ci
occuperemo in questo capitolo, ha come principale riferimenti
teorici e scientifici l’antropologia filosofica, la biologia morfo-
logica e l’etologia (animale e umana). La seconda, invece, alla
quale dedicheremo il capitolo terzo, rappresenta gli sviluppi
teorici e sperimentali della psicologia della Gestalt e di quello
che abbiamo chiamato il cognitivismo eterodosso (o ecologico)
di Neisser e Gibson.
Ognuna di queste linee di ragionamento e ricerca ha con-
centrato la propria attenzione su uno dei due aspetti che carat-
terizzano il tatto dando origine cosí a una interessante comple-
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mentarietà. Gli studi biologici e dell’antropologia filosofica mento chiave di questo approccio; da un altro, però, sembra
hanno dato piú rilievo all’importanza della morfologia corpo- che la biologia rilevante per lo studio dell’intelligenza umana
rea dell’essere umano nel confronto tra le diverse forme di vi- sia solo quella che riguarda il cervello. La scienza cognitiva è
ta. Quelli di carattere psicologico e cognitivo eterodosso, inve- spesso preda di quella che Wittgenstein era solito chiamare
ce, tendono a considerare il tatto come senso prima di tutto un’illusione filosofica:
manuale. Questi ultimi hanno concentrato i loro sforzi piú al-
l’interno della specie umana, sul confronto tra vedenti e ciechi Stranamente, una delle idee filosoficamente piú pericolose è l’idea che
pensiamo con la testa o nella testa. L’idea del pensare come di un pro-
e sul rapporto ontogenetico tra percezione tattile e linguaggio. cesso che ha luogo nella testa; in uno spazio perfettamente conchiuso,
È nostra intenzione tentare di integrare due aspetti che non conferisce al pensare un che di occulto (Wittgenstein, 1967, paragrafi
possono esser considerati antagonisti (come a volte accade). 605-606).
In questi due capitoli, il secondo e il terzo, mostreremo due
facce di una posizione teorica che mette in rilievo la specificità Pinker (cfr. cap. I, paragrafo 3.2) costituisce un buon esem-
del corpo umano per trovare una lettura della natura umana pio di una simile tendenza: egli descrive il linguaggio come «la
piú soddisfacente di quella cognitivista standard. Lo faremo il- capacità di inviare da una testa all’altra un numero infinito di
lustrando due delle principali linee di riferimento per lo studio pensieri strutturati» (1994, p. 354) e si abbandona in afferma-
dell’esperienza tattile. Come già è avvenuto nel capitolo prece- zioni del tipo che è necessario ammettere che «nella testa del-
dente, il nostro incedere sarà scandito pertanto da un passo l’uomo c’è qualcosa di piú di una tendenza generalizzata ad
doppio, per autori e per temi, nel tentativo di ricostruire un apprendere» (ivi, p. 409). Marconi (cfr. cap. I, paragrafo 3.3)
dibattito e di fornire a esso il nostro contributo. Come abbia- sostiene che è il cervello, il luogo cardine per la svolta che con-
mo visto la storia della scienza cognitiva si caratterizza per l’e- duce dalla prima natura alla seconda, dalla biologia alla cultu-
spulsione (spesso implicita) dell’antropologia dal novero delle ra. Il pensiero cosí sembra essere incapsulato dentro una sca-
discipline che fanno parte di questo paradigma di ricerca: è tola, quella cranica: un coniglio che per magia esce da quel ci-
una scienza che viene presentata spesso come promotrice di lindro che ognuno di noi porta sopra il collo. Ma il primo pun-
un forte relativismo linguistico e culturale, come colei che ha to sul quale riflettere è che non solo non esiste in natura alcun
contribuito a dissolvere il concetto stesso di natura umana (cfr. cervello senza corpo ma non si dà neanche un cervello che non
cap. I., paragrafi 2.3; 3.2; 3.3). In questo capitolo, presentere- abbia collegamenti nervosi e terminazioni sensoriali che lo met-
mo un altro tipo di antropologia che non è in contrasto con la tano in grado di percepire stati ambientali (sia esterni che in-
prima ma, anzi, ne costituisce il completamento. Partendo da terni) e di muovere parti corporee. In altri termini, la scienza
una domanda che riguarda proprio la natura dell’essere uma- cognitiva non solo riduce il corpo al sistema nervoso ma schiac-
no (qual è il nostro posto nel mondo?), l’antropologia filosofi- cia quest’ultimo sulla sua porzione centrale: tutto quel compli-
ca applica la propria riflessione teoretica ai dati che provengo- cato sistema di afferenze ed efferenze che ne costituisce un ele-
no dalla biologia. Non si concentra specificamente sulle diffe- mento essenziale viene messo da parte. Se si trascurano le tre
renze culturali senza però trascurarle poiché cerca di indivi- principali vie di connessione tra centro e periferia (midollo spi-
duare il loro luogo di origine. nale, innervazioni senso-motorie e sangue) è inevitabile conce-
Allo stesso tempo abbiamo anche visto che la scienza co- pire il cervello come un’enorme ghiandola pineale di cartesia-
gnitiva mostra una certa ambivalenza nei confronti della biolo- na memoria: una scatola elettrica nella quale convergono fili
gia: da un lato, infatti, le neuroscienze sono considerate un ele- separati e stolti disseminati nel corpo. Il problema, invece, è
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che afferenze ed efferenze hanno modalità combinatorie com- 2. L’opposizione al comportamentismo:
plesse che cominciano nei cosiddetti nuclei sottocorticali come ambiente e spirito
collicolo superiore e inferiore, amigdala, talamo ed encefalo.
Come suggerisce Damasio (1999, pp. 171-172), il sistema ner- Il paradigma cognitivo non costituisce naturalmente l’unico
voso1 è paragonabile a un sofisticato sistema omeostatico di re- modello alternativo al behaviorismo di Skinner e Watson. In
golazione tra organismo e ambiente: è per questa ragione che questo paragrafo e nel successivo ci soffermeremo su due posi-
non può essere limitato al cervello o addirittura alla sua parte zioni che emergono ben prima del 1956, l’anno di nascita del
evolutivamente piú recente, la corteccia. C’è solo un modo per cognitivismo (cap. I, paragrafo 2.1), mentre di una terza, sorta
evitare una nozione homunculare di mente e coscienza, l’idea proprio negli anni cinquanta, ci occuperemo nel paragrafo 3.4.
cioè che dentro la nostra testa ci sia un uomo in miniatura che Si tratta di due autori che si concentrano entrambi sulla
muova le nostre membra e vagli le informazioni che provengo- nozione di ambiente: il primo, il biologo J. von Uexküll (1864-
no dagli organi di senso: ritornare a una concezione piú com- 1944), focalizza la propria attenzione sul rapporto tra ambien-
pleta dell’animale umano, non facendo della sua mente una te e comportamento animale e umano; il secondo, M. Scheler
CPU (un processore centrale informatico) e del suo sistema ner- (1874-1928), riserva questo concetto solo agli animali non uma-
voso periferico una semplice «cinghia di trasmissione» (Wall, ni riservando alla nostra specie una categoria diversa, quella di
1999, p. 122) che trasmetta alle estremità quel che si decide spirito. Uexküll rappresenta uno dei massimi esponenti di
nella scatola di comando. quell’approccio che è possibile definire «biologia morfologi-
Il comportamentismo, come abbiamo visto (cfr. cap. I, pa- ca» (l’espressione è tratta da Portmann, 1965) e che studia il
ragrafo 1.1), bolla come «scatola nera» i processi mentali che mondo vivente tenendo conto dell’impatto reciproco tra am-
potevano interporsi tra stimolo e risposta. In quanto inosserva- biente e forma/dimensioni degli organismi che lo abitano.
bili, lo studio scientifico di questi meccanismi è dichiarato im- Scheler, invece, è di solito considerato il fondatore dell’antro-
possibile e, di conseguenza, superfluo. pologia filosofica2.
Il cognitivismo ortodosso dichiara invece necessario lo stu- L’approccio di Uexküll sottolinea l’importanza di studiare
dio del funzionamento della scatola attraverso l’analogia men- ogni forma di vita nel suo ambiente naturale. Lo studioso te-
te-computer. Il connessionismo (uno degli esiti piú recenti del- desco contesta al comportamentismo una visione degli organi-
l’intelligenza artificiale) e lo stesso Marconi insistono su una ri- smi che, col pretesto di voler esser scientifica e oggettiva, ridu-
cerca che ne consideri non solo la funzione ma anche la strut- ce questi a meri oggetti, cioè a corpi da sezionare. La specifi-
tura. Ma se si guarda bene, si scopre che ci troviamo di fronte cità del mondo organico, infatti, non può esser colta in labora-
a variazioni sul tema di un’unica immagine: la mente è una sca- torio poiché ogni essere vivente è come circondato da «una
tola, una stanza limitata da pareti e chiusa da una porta. bolla di sapone» (1956, p. 83): l’ambiente non è un contesto
caotico dal quale astrarre l’animale per poi studiarlo quanto
Per evitare, come suggeriva Wittgenstein, di concepire il
piuttosto parte costitutiva della sua forma di vita. Infatti, affer-
pensiero come qualcosa di misterioso è necessario non localiz-
ma Uexküll, l’ambiente è ritagliato da ogni specie a modo pro-
zarlo nella testa né tantomeno chiuderlo in una scatola. Una
prio, in quel che chiama «sfera» o «mondo individuale»:
strada realmente alternativa è aprire questa scatola e conside-
rare i processi cognitivi come proprietà di corpi che agiscono Per esprimerci con un’immagine, possiamo dire che ogni soggetto ani-
nel mondo che li circonda. male prende contatto con il suo oggetto tramite una tenaglia a due bran-
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che, una percettiva ed una attiva: la prima branca conferisce all’oggetto biente del paramecio è costituito da due varietà d’oggetti: gli
un carattere percepito, la seconda vi imprime il carattere determinato
dall’atto [...] (Uexküll, 1956, pp. 131 sgg.; ivi, p. 92).
ostacoli di fronte ai quali si ferma cambiando poi direzione e il
cibo, costituito dal batterio della putrefazione. Per il parame-
Quel che un organismo può percepire cosí come ciò che cio l’oggetto «cibo» è quindi una categoria molto ristretta poi-
può fare è determinato in primo luogo dalla sua conformazio- ché costituita da un solo tipo di alimento, mentre l’oggetto
ne e dalle sue dimensioni. Lo spazio e il tempo non costitui- «ostacolo» è illimitato perché comprende tutto il resto: da un
scono dei piani stabili e unidimensionali, validi allo stesso mo- altro paramecio a una mano umana, da una roccia alla monta-
do per ogni forma di vita. Si tratta piuttosto di finestre che si gna cui essa appartiene.
aprono nell’incontro specifico tra il singolo organismo e il suo Per Uexküll, il mondo individuale dei diversi organismi si
mondo individuale. L’istante, ovvero la minima quantità perce- contrae e si dilata secondo due coordinate di fondo: monoto-
pibile di tempo, di un pesce combattente è infatti diverso da nia e varietà. Se si procede verso la polarità della monotonia
quello di una lumaca o di un essere umano. Tanto piú accele- aumenta la sicurezza nel comportamento, mentre se ci si spo-
rato è il metabolismo e il movimento di una forma di vita tanto sta nella direzione opposta, quella della varietà, aumenta la li-
esso sarà breve: un quarto di secondo per la lumaca, un diciot- bertà e la ricchezza nella condotta:
tesimo per la nostra specie, un trentesimo per l’inquieto pesce
combattente (ivi, pp. 126-130). Lo stesso si dica per lo spazio. mondo povero mondo ricco
In tal senso caso estremo è costituito dal paramecio. Si tratta monotono VS variabile
di una forma vivente molto semplice, di dimensioni ridottissi- sicurezza comportamentale libertà comportamentale
me (210 µm, molto piú piccolo dell’acaro della scabbia), rico- separazione tra modalità sensoriali unità sinestetica
perta da ciglia vibratili che gli consentono di muoversi nell’ac-
qua a una velocità di 2-3 millimetri al secondo (prendiamo da- In questa scala graduata l’animale umano si trova all’estre-
ti e figura da McMahon, Bonner, 1983, p. 199): mo di destra, mentre il paramecio vicino al polo opposto. Nel
mezzo troviamo le altre forme di vita: dalle meduse alle zec-
che, dalle mosche ai cani. La maggiore libertà e varietà com-
portamentale è garantita all’animale umano e alle forme di vita
piú complesse dall’integrazione tra le varie informazioni senso-
riali. Per organismi semplici come i parameci questo problema
non si pone poiché le modalità percettive sono ridotte a una
sola, in genere quella tattile. Per animali come le chiocce o le
cavallette il problema invece sussiste perché pur essendo for-
me di vita plurisensoriali (dotate non solo di tatto ma anche di
vista, udito e altre modalità percettive), esse spesso non posso-
Figura 1 no associare tra loro campi fenomenici diversi. La chioccia, ad
esempio, per rintracciare i suoi pulcini deve sentire il loro ri-
chiamo: se invece può vederli senza però sentirne il verso (per-
A prescindere dal continente nel quale esso si trovi, dal ti- ché rinchiusi ad esempio in una campana di vetro), continua a
po di clima, vegetazione o condizioni meteorologiche, l’am- ignorarli. In modo simile gli acridi, una specie di grilli, riesco-
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no ad accoppiarsi solo se il maschio può sentire i suoni stridu- loro crescita rappresenta una spinta verso un fuori indetermi-
li emessi dalle femmine. Al contrario, se il maschio può vedere nato, verso un ambiente senza centro di riferimento. Già in
la femmina anche molto da vicino ma non può sentirla, l’ac- questo regno però, emerge un principio morfologico che va al
coppiamento non ha luogo (ivi, pp. 154-155). di là del principio darwiniano della selezione naturale che è
La scala illustrata in precedenza mostra che la posizione di quello dell’«espressione» (ivi, p. 162): la ricchezza di forme e
Uexküll è estremamente continuista. La specie umana si di- colori delle piante non segue leggi di sopravvivenza ma sembra
stingue da chiocce, parameci e acridi solo perché ha un mondo regolarsi in maniera estetica come se quella conformazione
piú vario e reso piú coeso dalla fusione tra i campi fenomenici avesse un valore intrinseco, non riducibile a principi quali ri-
considerati fondamentali dallo studioso tedesco: quello ottico, produzione o crescita. Gli altri tre regni sono articolazioni del-
tattile e cinestetico. L’apparato concettuale valido per descri- la sfera animale. La seconda forma organica essenziale è rap-
vere le diverse specie animali è lo stesso che può essere utiliz- presentata infatti dall’istinto che si caratterizza per almeno cin-
zato per rendere conto delle diversità culturali umane. Uexküll que proprietà:
mette sullo stesso piano la differenza di comportamento di
fronte a una quercia tra una formica e una volpe e quella che 1. A differenza delle prove per tentativi ed errori, l’istinto si
sussiste tra una bambina, che fantastica sulle sue forme, e un svolge secondo uno schema rigido.
boscaiolo che ne taglia i rami in cerca di legna da ardere. 2. Deve avere un senso, cioè un valore adattivo, per il suo por-
Per Uexküll tra i concetti di ambiente (Umwelt) e mondo tatore o per il suo gruppo: l’animale percepisce solo ciò che
(Welt) esiste quindi solo una differenza di ampiezza. L’ambien- ha un significato per i suoi istinti.
te è costituito dall’insieme dei mondi individuali, delle sfere 3. L’istinto può aver valore non solo per il presente ma anche
specie-specifiche che popolano il nostro pianeta. Tra queste ce per il futuro: si pensi ad esempio alle formiche che accumu-
n’è una piú grande delle altre che è quella umana. Di conse- lano cibo per l’inverno.
guenza Umwelt è semplicemente la somma dei mondi (Welten) 4. L’istinto fornisce risposte per momenti decisivi e importan-
individuali. ti per la specie: riproduzione, aggressione, difesa.
L’approccio di Scheler è a tal proposito completamente di- 5. È innato, ereditario e «completo» (ivi, p. 166) sin dalla na-
verso, per certi aspetti opposto. All’inizio della sua opera piú scita. Non si tratta di una rappresentazione innata ma di un
importante, La posizione dell’uomo nel cosmo (1928), il filosofo sentire emotivo che va oltre le repulsioni e le attrazioni tipi-
tedesco pone il problema della costituzione di una nuova an- che del regno vegetale.
tropologia che, invece di occuparsi delle diversità culturali, si
interroghi su «come scaturiscano dall’uomo le sue funzioni piú Il terzo regno, corrispondente ad animali dotati di capacità
proprie» (ivi, p. 219) per mezzo del confronto con le altre for- associative e in grado di acquisire abitudini, centralizza l’atti-
me organiche sia animali che vegetali. vità dell’organismo per mezzo di una parziale liberazione dal-
Quella che delinea Scheler è una scala biologica suddivisa l’istinto. Le prove per tentativi ed errori cosí come il riflesso
in quattro regni. Il primo, quello vegetale, viene definito «il condizionato rappresentano la possibilità di acquisire compor-
grado piú basso del mondo psichico» ed è costituito da un «im- tamenti tramite l’esercizio e l’apprendimento. Ma è solo con il
pulso affettivo» del tutto privo di coscienza (ivi, p. 159), sensa- quarto regno, il quarto grado della vita psichica, che emergono
zione e rappresentazione. Le piante sono forme «exatiche» cioè capacità di anticipazione degli eventi e pianificazione del com-
prive di un centro cui coordinare riflessi e sistemi motori: la portamento, la possibilità di affrontare non solo situazioni nuo-
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ve per la specie (come avviene grazie alla memoria associativa) ze e solo gli uomini colgono oggetti (Gegenstände). Solo la no-
ma nuove per l’individuo. Questo pensiero rappresentativo e stra specie può distanziarsi da loro, contrapporvisi (stehen ge-
creativo, riconosce Scheler, è presente, seppur in modo con- gen) e coglierli nella loro complessa unità.
troverso, anche nelle scimmie antropoidi. Nonostante ciò, il fi- Per sottolineare questa differenza Scheler prende come
losofo tedesco afferma una differenza di genere e non di grado esempio, una forma di vita, quella del ragno, analizzata anche
tra animali umani e non umani. Per la nostra specie infatti in- da Uexküll per sostenere il suo punto di vista. Il biologo tede-
terviene un ulteriore grado di vita psichica che Scheler chiama sco afferma (Uexküll, 1956, p. 100) infatti che «a somiglianza
«spirito» (Geist). Sarebbe lo spirito, una mescolanza che riuni- dei fili tesi dal ragno, i rapporti stabiliti dal soggetto con le di-
sce in sé il concetto greco di ragione (il logos) ma anche atti verse qualità delle cose costituiscono la tela su cui poggia la
emozionali e volitivi propri solo della nostra specie, a rovescia- sua esistenza». È significativo che, piú di sessanta anni dopo
re il nostro rapporto con l’ambiente esterno. (lo scritto di Uexküll è del 1933) e in modo indipendente,
Per un verso infatti l’essere umano sintetizza l’intero uni- Pinker (1994, p. 10) per illustrare la propria visione del lin-
verso naturale poiché racchiude in sé tutti i precedenti gradi guaggio utilizzi la stessa metafora:
della vita psichica: ha un sistema nervoso vegetativo, ha istinti
[A proposito della facoltà umana del linguaggio] io preferisco usare il
cosí come una intelligenza associativa e pratica. termine «istinto» anche se un po’ antiquato. Suggerisce l’idea che l’uomo
Per un altro costituisce invece un’inversione di tendenza sa parlare piú o meno nello stesso senso in cui il ragno sa tessere la sua
nei confronti degli altri regni naturali poiché è un organismo tela. La ragnatela non è stata inventata da uno sconosciuto aracnide ge-
niale e non dipende dall’educazione ricevuta o da un’attitudine all’archi-
organizzato secondo un principio diverso. Mentre le forme di tettura e alla costruzione. In realtà il ragno tesse ragnatele perché ha un
vita animali e vegetali non possono sottrarsi a impulsi e istinti, cervello da ragno, che gli fornisce la spinta a tessere e la competenza per
non possono «dire di no» alla vita poiché non sono in grado di farlo (Pinker, 1994, p. 10).
bloccare impulsi scatenanti e istinti innati, l’essere umano si
può emancipare da ciò che è organico e rendersi libero, aperto L’estremo continuismo che caratterizza entrambi gli autori
al mondo e alla sua oggettività. li porta a non cogliere la differenza strutturale che sussiste tra
Mentre per Uexküll l’ambiente costituisce solo il contenitore l’ambiente animale e il mondo umano. Scheler (1928, p. 186),
di mondi individuali, Scheler (ivi, p.182) segna una distinzione prendendo in esame proprio l’esempio del ragno, lo mostra
qualitativa tra i due concetti mediante un preciso schema: con chiarezza. Il paragone proposto sia da Uexküll che da
Pinker tra ambiente dell’aracnide e mondo umano non è soste-
Animale Ambiente Uomo Mondo nibile proprio in virtú di uno dei principi, l’integrazione inter-
(Umwelt) (Welt) sensoriale, che il biologo tedesco aveva attribuito ai mondi ani-
mali. Il ragno quando cattura la preda dimostra di non poter
Se l’animale può cogliere solo ciò che è limitato e struttura- integrare lo spazio tattile e cinestetico della tela che si muove
to nell’ambiente che gli appartiene, l’essere umano può allon- con l’immagine ottica dell’insetto preso in trappola. Se una mo-
tanare l’ambiente (Umwelt) e trasformarlo in un mondo (Welt): sca morta viene posta vicino al ragno, questo non solo non la
può allontanarsi dalla sua realtà e, proprio per questo motivo, mangia ma scappa via ritraendosi. In modo simile a quanto di-
può coglierla oggettivamente (ivi, p. 183). Per questa ragione mostrato da Uexküll per chiocce e grilli, anche per il ragno
anche la nozione di oggetto diventa piú specifica rispetto a ogni senso segue una strada indipendente, cosicché ogni mo-
quella proposta da Uexküll: gli animali percepiscono resisten- dalità sensoriale dà notizia di un oggetto diverso. Il linguaggio
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non è l’equivalente umano della tela del ragno (cosí come il cogitans e res extensa (ivi, p. 209). Psichico e fisiologico, men-
suo ambiente non è l’equivalente del nostro mondo) proprio tale e animale costituiscono infatti due facce della stessa meda-
perché alla realtà specie-specifica dell’aracnide manca questo glia. Il loro punto d’incontro non è costituito però dalla ghian-
doppio carattere di apertura: la varietà sensoriale e l’integra- dola pineale poiché il loro scorrere è parallelo: è il corpo nella
zione sinestetica. sua totalità la dimensione dell’incontro e della fusione tra pro-
La questione Molyneux (cfr. cap. I, paragrafo 4.3) viene pre- cessi che sono identici dal punto di vista ontologico e diversi
sa ad esempio da Scheler di questa capacità sinestetica propria solo da quello fenomenico.
in massimo grado dell’essere umano. Il cieco che riacquista la Scheler (ivi, p. 199) pone dunque domande decisive: «come
vista ha difficoltà solo iniziali a riconoscere gli oggetti esplorati mai questo animale malato, giunto in ritardo, sofferente, co-
in precedenza con il tatto poiché per ogni essere umano già stretto a coprirsi e a proteggersi non è perito?». Come ha fatto
esiste uno spazio intersensoriale che integri i dati provenienti l’essere umano a uscire da quello che sembra essere un «vicolo
dai vari sensi. Il caso del cieco che vede, immaginato da Moly- cieco biologico»?
neux e ben presto divenuto un caso reale grazie alle operazioni La risposta che fornisce, come abbiamo visto tutta centrata
di cataratta inaugurate dal chirurgo Cheselden nel 1728, mo- sulla nozione di spirito, è però fuorviante: la discontinuità tra
stra la flessibilità intrinseca all’essere umano: «il mammifero ambiente e mondo diviene troppo marcata con il risultato di
piú plastico», dagli «istinti piú retrogradi» (ivi, p. 169). far rientrare dalla finestra quella distinzione tra res di ispirazio-
Mentre il ragno non può integrare i diversi campi fenome- ne cartesiana che aveva provato a far uscire dalla porta.
nici neanche quando i suoi apparati sensoriali funzionano al
meglio, l’animale umano può riuscire nell’integrazione anche
in condizioni estreme come quelle del recupero della funzione 3. Un problema filosofico: ambiente vs mondo
visiva dopo anni di completa inattività o dopo averla persa sin
dalla nascita. Nella prima metà del novecento emergono sia in ambito
Attraverso la separazione tra le nozioni di «ambiente» e biologico che filosofico diverse vie alternative alla soluzione
«mondo» Scheler propone una distinzione concettuale fonda- comportamentista alla questione della natura umana. Una di
mentale ma allo stesso tempo ci mette in una situazione imba- queste, incarnata da Uexküll, propone lo studio delle forme di
razzante. Per un verso, come vedremo subito, il filosofo tede- vita non in laboratorio ma nel vivo delle loro condizioni am-
sco intravede una strada alternativa a quella riduzione della se- bientali. Il rapporto con l’ambiente è infatti considerato parte
conda natura alla prima della quale si rendono protagonisti in integrante di un organismo: astrarlo dal suo habitat significa
tempi diversi e secondo modalità differenti, Uexküll e Pinker. studiarlo da morto. Si tratta di una posizione che, come visto,
Per un altro introduce un principio, quello di spirito, che si presenta alcune affinità con posizioni molto recenti, come quel-
oppone a una lettura materialista del rapporto tra somiglianze le espresse da Pinker, riguardo il rapporto tra prima e seconda
e diversità tra animali umani e non umani. natura umana: il problema viene risolto per mezzo di un conti-
Scheler, infatti, affronta esplicitamente il tema della natura nuismo radicale. L’uomo sarebbe un animale particolarmente
umana cercando di evitare due estremi opposti: da un lato l’op- potente, dotato di istinti piú numerosi (Pinker) e di un am-
zione comportamentista che suggerisce di ridurre i processi biente piú esteso e vario (Uexküll). L’essere umano si inquadra
psicologici e gli stati mentali a meccanismi fisiologici; dall’altro perfettamente in quella che lo studioso tedesco definisce la pri-
l’eredità lasciata da Cartesio con la relativa separazione tra res ma legge per lo studio dei mondi soggettivi:
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Tutti i soggetti animali, dal piú semplice al piú complesso, sono perfetta- guaggio verbale. Esso pervade ogni aspetto della sua vita e,
mente inquadrati nel loro mondo individuale, che sarà semplicissimo per
gli animali piú semplici e via via piú complicato per le forme piú com-
di conseguenza, rappresenta i limiti del suo mondo-ambien-
plesse (Uexküll, 1956, p. 94). te. Questa dicitura è doppia poiché per un verso il nostro è
un mondo: si distingue dal resto del regno animale perché
Il pensiero di Uexküll costituisce quindi un buon punto di ampio (Lo Piparo, 1999) e ampliabile (Cimatti, 2000b). Per
partenza per una risposta alternativa a quella cognitivista e un altro rimane un ambiente poiché è strutturalmente tale: è
comportamentista al problema della natura umana poiché po- un cerchio chiuso dal quale non si può uscire. Lo Piparo (ivi,
ne la centralità dello studio ambientale di ogni forma di vita, p. 195), ad esempio, illustra con chiarezza questa posizione
inclusa quella umana. La sua impostazione rischia però di co- quando afferma:
stituire una falsa partenza se non viene depurata da una so-
La Umwelt umana ha pertanto i limiti della corrispondente mente lingui-
vrapposizione, quella tra i concetti di ambiente e mondo. Co- stica e anch’essa, come tutte le Umwelten animali, è inseparabile da con-
me visto, Scheler propone la netta divaricazione tra queste due genite cecità cognitive:
nozioni. Ma se Uexküll pecca di eccessivo continuismo, il se-
mente linguistica
condo rischia di fare prendere alla nostra strada argomentativa
una piega pericolosamente animista e spiritualista: le piante Umwelt
avrebbero una vita psichica, l’uomo si distinguerebbe in base a
una strana entità, lo spirito. Nei prossimi paragrafi ci sofferme- La nostra bolla ambientale ha margini linguistici e il para-
remo su questa contrapposizione per noi fondamentale: il pro- dosso specifico della nostra condizione è «sapere che esistono
blema sarà come mantenerne la validità all’interno di una pro- confini che delimitano anche la Umwelt umana senza poterli
spettiva piú chiaramente naturalista. mai attraversare» (ivi, p. 198). Per Cimatti (2000b, pp. 133-
Poiché la posizione di Uexküll di recente è stata ripresa 134) però la circolarità dell’ambiente può essere spezzata dalla
piú volte anche dai nostri avversari, gli «animali razionali» nostra capacità di «avanzare ipotesi». Ma come fa il linguag-
(l’accostamento con il continuismo di Pinker già suggeriva gio, che costituisce i bordi del nostro mondo, a staccarsi da
questa possibilità), vale la pena inserire da subito un paio di quei stessi bordi e a farci vedere uno spiraglio di apertura? Se-
esempi di rilettura contemporanea del suo pensiero per com- condo Cimatti (ivi, p. 134):
prendere meglio l’importanza di un correttivo, la distinzione
tra mondo e ambiente, senza il quale molte delle intuizioni L’animale umano ha un proprio mondo proprio perché può logicamente
proposte dal biologo tedesco rischiano di andare perse. Sem- distinguere il suo ambiente – quello definito dal suo linguaggio – dalla
indeterminata regione del «buio», proprio perché può logicamente di-
plificando molto possiamo dire che Uexküll costituisce, in- stinguere – dall’interno – il proprio ambiente dal piú vasto e incommen-
fatti, un importante punto di riferimento teorico non solo per surabile mondo.
il paradigma che stiamo difendendo (quello del bipede im-
plume) ma anche per una posizione riassumibile attraverso la Sarebbe il carattere autoreferenziale del linguaggio (quella
celebre affermazione del Tractatus wittgensteiniano: «I confi- proprietà che si mostra in frasi come «sto dicendo cose insen-
ni del mio linguaggio indicano i confini del mio mondo» sate», «intendo qualcosa che è oltre le mie parole») a darci la
(Wittgenstein, 1921, paragrafo 5.6). L’idea di fondo del «ri- possibilità di riflettere e distaccarci dal nostro ambiente lingui-
duzionismo linguistico» (Cimatti, 2000a) è questa: a differen- stico. Ma la metalinguisticità è sufficiente a farci uscire dalla
za delle altre specie animali, l’essere umano dispone del lin- gabbia dorata costituita dal linguaggio? Secondo noi no.
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Se il linguaggio pervade il nostro mondo, il distacco con anche quella che propone Pinker non è una soluzione: affer-
mezzi linguistici ne costituisce una articolazione tutta interna, mare che il linguaggio è un istinto che ci porta fuori dall’am-
sempre compresa in quella bolla fatta di parole che costituireb- biente degli istinti è intrinsecamente contraddittorio. Ma su
be la nostra esistenza. L’autoriflessività rappresenta una scala questo punto non ci vengono in aiuto né Lo Piparo né Cimatti
che ci fa cambiare piano all’interno di una casa dalla quale, se- poiché entrambi danno per scontata la pervasività autofondan-
condo questo modello, non è possibile né entrare né uscire: non te del codice verbale. Questa rischia di divenire una sorta di
ci entriamo perché le condizioni genetiche di questo ingresso e deus ex machina che, anche se non utilizza l’analogia mente-
della sua costruzione non sono considerate; non ne possiamo computer, finisce per risentire di vizi di impostazione simili a
evadere perché per definizione le pareti del linguaggio costitui- quelli del paradigma cognitivo. Ancora una volta in termini
scono i bordi del nostro mondo. Per questa ragione neanche il percettivi e corporei l’essere umano sarebbe del tutto simile
carattere indefinitamente espandibile, sul quale insiste Cimatti, agli altri animali (il punto di totale continuità con le altre for-
di questa nicchia ambientale sembra sufficiente a farci uscire da me di vita) ma poi interverrebbe un principio altro, il linguag-
una bolla linguistica che pur gonfiandosi rimane chiusa. Anche gio, a sovvertire il quadro e a impadronirsi completamente del-
il fatto che il linguaggio possa codificare al proprio interno espe- la natura umana (ed ecco il punto, altrettanto imbarazzante, di
rienze sempre nuove, esplorazioni diverse attraverso estensioni totale discontinuità). Come vedremo nel prossimo paragrafo è
analogiche ed estetiche non basta a evitare una simile conclusio- piú opportuno affermare non che è l’essere umano ad avere e
ne: il carcere del linguaggio costruisce nuovi padiglioni in grado non avere un ambiente ma che è l’animale ad avere e non ave-
di contenere piú ostaggi, ma non per questo cessa di essere un re un mondo.
carcere3. Non a caso in brani come quello ora riportato, emerge
l’ambivalenza di questa lettura di Uexküll: quello umano sembra
3.1. L’essere che tasta: l’uomo formatore di mondo
contemporaneamente essere e non essere un ambiente.
Per Lo Piparo lettore di Uexküll e Wittgenstein4, il mondo Negli stessi anni nei quali Scheler pubblica la sua opera
umano si caratterizza per il fatto che ci consente di sapere che principale, Martin Heidegger (1889-1976) svolge un corso a
esistono cose che non possiamo sapere e di utilizzare pratica- Friburgo nel semestre invernale 1929-1930 nel quale riprende
mente dimensioni alle quali non possiamo accedere (come esplicitamente le riflessioni di Uexküll, apportandovi modifi-
quando per scovare tartufi usiamo il naso che non abbiamo, che decisive. Heidegger (1930) infatti propone una netta con-
quello del cane). trapposizione di tipo triadico riassunta nella tesi di fondo che
Per Cimatti lettore di Uexküll e Prodi, il mondo è una buia «la pietra è senza mondo, l’animale è povero di mondo, l’uo-
prateria ancora non linguistica che un giorno colonizzeremo mo è formatore di mondo». A differenza di Uexküll e coeren-
per mezzo della nostra attività verbale. Il carattere pervasivo temente con il metodo seguito in Essere e tempo, Heidegger
del linguaggio ci mette però in una situazione difficile perché (1930) non parte dalla nozione genericamente animale di am-
postula continuità lí dove non dovrebbe essercene mentre la in- biente per poi articolarla in mondi specie-specifici. Al contra-
terrompe lí dove dovremmo trovarne. La tesi del mondo umano rio, il filosofo tedesco comincia la sua analisi da una nozione
come ambiente linguistico pone questo in estrema disconti- esclusivamente umana, quella di Welt, per poi verificare se sia
nuità col resto del regno naturale poiché non individua le mo- possibile estenderla ad altre forme di esistenza. L’analisi hei-
dalità della sua formazione, non ci fa capire come il linguaggio deggeriana è per noi particolarmente interessante perché di-
sia potuto originarsi. Per questa ragione, come abbiamo visto, stingue queste tre realtà in base a un criterio tattile. La pietra,
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come tutto il regno inorganico, non esplora né ricerca stimoli o La condizione animale è del tutto diversa. Heidegger in que-
conoscenza: essa giace, poiché rimane lí dove caso e leggi fisiche sto senso fa sua l’idea di Uexküll che animale e ambiente costi-
l’hanno depositata. L’animale di converso ha un comportamen- tuiscono elementi integrati. Proprio questa integrazione diven-
to poiché si muove e ricerca, si sposta dirigendosi verso fonti di ta l’aspetto distintivo della condizione animale: nei confronti
cibo, luoghi riparati o partner sessuali. Per questa ragione l’ani- della pietra che un ambiente non lo ha; nei confronti dell’esse-
male non giace, ma tocca poiché ha commercio e scambi con ciò re umano che ha un mondo perché dall’ambiente può distac-
che lo circonda. L’essere umano, oltre a giacere (se morto) e a carsi. L’animale è per definizione «stordito», cioè coinvolto
toccare, è anche in grado di tastare: manipola e costruisce, cam- dalla totalità dei suoi istinti, preso da pratiche determinate ge-
bia i suoi dintorni e cura i suoi conspecifici. neticamente. L’ape, ricorda Heidegger riprendendo un esem-
Heidegger riprende pertanto alcuni termini utilizzati da pio di Uexküll, quando si nutre non solo assorbe il cibo ma,
Uexküll cambiandone però il senso in maniera radicale. Il mon- potremmo dire, ne è assorbita. Se, mentre sta succhiando il
do (Welt) non costituisce piú una generica sfera animale rita- nettare da un fiore, si recide la parte posteriore dell’insetto,
gliata da ogni specie a modo proprio poiché diventa spazio abi- l’ape continua a succhiare anche se il nutrimento comincia a
tativo proprio solo dell’essere umano. Anche il concetto di «po- fuoriuscire dalla parte tagliata del suo corpo. Lo stordimento è
vertà» si trasforma: il filosofo tedesco precisa che affermare una nozione complessa perché comprende in sé determinazio-
«l’animale come essere povero di mondo» non significa che ne ni apparentemente contrastanti: assorbimento ed allontana-
ha poco, una scarsa quantità (che è invece l’accezione di mento.
Uexküll) ma vuol dire che ne è privo, che ne fa completamen- Per un verso, infatti, l’animale è assorbito nel suo fare: non
te a meno. Povertà da sinonimo di indigenza si trasforma in in- può guardarsi mentre compie le sue azioni, non può uscire dal
dice di nullatenenza. Questo concetto quindi non indica piú suo cerchio ambientale. Ma proprio per questa ragione, l’ani-
una differenza di grado tra animali umani e non umani ma di male non entra mai in relazione con ciò che lo circonda poiché
genere. Se però l’animale è privo di mondo, come distinguia- per farlo sarebbero necessari distacco e autonomia. Poiché è
mo questa condizione da quella del sasso? Attraverso la versio- assorbito dalle pratiche che riguardano i suoi conspecifici, l’a-
ne riformulata del concetto di ambiente. La pietra è, come ac- nimale è in contatto con loro solo in modo superficiale. La di-
cennavamo prima, sempre fuori contesto. Poiché non compie stinzione tra le diverse forme tattili di presenza al mondo chia-
azioni né ha comportamento, essa non fa letteralmente nulla. risce bene questa serie di differenze. Come abbiamo detto men-
Obbedisce solo alle leggi della fisica: tirata verso l’alto ricade tre la pietra giacendo non si comporta (semplicemente sta lí),
in basso; fiondata in mare, affonda nella sabbia; scagliata con- l’animale è invece preso da un ambiente: sia nel senso che può
tro un vetro lo infrange in mille pezzi. Proprio perché sta dove vivere solo in un certo habitat (nell’universo le pietre sono
chiunque la metta, essa non solo non ha un mondo ma non ha ovunque, non si può dire lo stesso di gatti o dromedari); sia
neanche un ambiente. Essere inorganici significa proprio que- nel senso che ne è catturato, ne è prigioniero. La pietra non ha
sto: non aver scambio con ciò che ti circonda. Si tratta di un relazioni con ciò che la circonda, mentre un organismo molto
giacere ovunque che non è sintomo di capacità adattive straor- semplice come il paramecio è in rapporto con il suo ambiente
dinarie ma, al contrario, di insensibilità alla varietà dei sistemi poiché invece di giacere tocca nutrimento e ostacoli. Toccare
nei quali ci si trova ad essere: la pietra giace perché è sempre vuol dire essere schiavi di un urto del quale non si può fare a
fuori posto, poiché non esiste un posto che sia il suo, in cui meno: «l’animale è, per la durata della sua vita, imprigionato
possa vivere. nel suo mondo-ambiente come in un tubo che non si allarga
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né si restringe» (ivi, p. 258). Il paramecio, anche in questo caso e Scheler all’interno di un percorso filosofico che attraversa
Heidegger riprende esplicitamente un esempio di Uexküll, è tutto il novecento: dai primi saggi degli anni trenta arriva fino
talmente assorbito dalle sue pratiche istintuali da forgiare il agli anni settanta con la ripubblicazione, riveduta e corretta,
proprio corpo in relazione alla necessità da soddisfare al mo- della sua opera piú importante, L’uomo (la prima edizione è
mento: se gli organi che servono allo spostamento rimangono del 1940).
fissi, in questa classe di organismi il resto del corpo, il proto- Sia Scheler che Heidegger intuiscono che corpo e ambiente
plasma varia al variare delle esigenze. A ogni boccone diviene rappresentano i cardini fondamentali per affrontare il proble-
una bolla che prima si fa bocca, poi intestino e infine ano. Que- ma costituito dalla natura umana. Heidegger, come visto, indi-
sto tipo di esseri viventi, detti infusori, rappresenta in modo ca nel tastare una prima capacità percettiva e cognitiva che ci
esemplare la condizione animale: è talmente stordita dall’am- distingue con nettezza dal resto del regno animale. Ma cos’è
biente cui appartiene da specializzare la propria struttura cor- questa forma tattile? In cosa consiste? Quali sono i suoi pre-
porea secondo le circostanze. supposti? Il filosofo tedesco in tal senso è ambiguo, per lo me-
L’essere umano non si limita a giacere né a toccare poiché è no poco esplicito. Per un verso egli sembra riferirsi a una ca-
in grado di tastare: non modifica il proprio corpo in base al- ratteristica tipicamente manuale: il tastare dischiude le porte
l’ambiente ma, al contrario, è lui a formare il proprio mondo. di un mondo indefinitamente aperto nel quale, come già si af-
Per mezzo delle mani modifica ciò che lo circonda strutturan- ferma in Essere e tempo (Heidegger, 1927, p. 134), gli oggetti
dolo secondo le esigenze. sono infinitamente disponibili, letteralmente «a portata di ma-
no» (Zuhandheit). Per un altro il tastare richiama qualcosa di
piú. Proprio perché la distinzione tra ambiente e mondo è cosí
3.2. L’animale povero di istinti
netta, sembra poco plausibile che sia affidata a un solo organo:
Scheler e Heidegger suggeriscono una netta separazione tra non appare possibile che siano le mani a poter fare di una scim-
vita animale e umana. Il primo contesta il carattere iperistin- mia un animale umano. Come indica Scheler, per evitare la di-
tuale dell’uomo affermato da Uexküll per mezzo di una nozio- cotomia tra res cogitans e res extensa non è sufficiente indivi-
ne controversa, quella di spirito. Il secondo elimina questa am- duare in un organo, il cervello o la mano, il carattere distintivo
biguità introducendo una definizione piú precisa del contrasto dell’animale umano, ma bisogna trattare il corpo nella sua in-
tra mondo e ambiente. Nessuno dei due indica però le condi- terezza. La nostra specie si distingue per una diversità com-
zioni, genetiche e morfologiche, che sono alla base della diva- plessiva che riguarda la sua posizione rispetto a ciò che lo cir-
ricazione tra animali umani e non umani. Lo spirito di Scheler conda: le mani costituiscono in tal senso un momento impor-
scende dall’alto all’interno di una concezione che, al di là delle tante che non può essere però esaustivo.
intenzioni dell’autore, presenta l’essere umano non tanto come Gehlen sottolinea l’importanza della morfologia complessi-
una scimmia progredita quanto, potremmo dire, come un an- va del corpo umano per comprendere la natura della nostra
gelo decaduto. Heidegger non si pone il problema poiché, do- condizione senza per questo sposare posizione animiste o spi-
po esser partito dall’analisi della condizione umana, si limita a ritualiste. Come abbiamo visto in precedenza, Uexküll e Sche-
chiarire il significato di una separatezza incarnata da tre diver- ler avevano già proposto di interpretare il regno naturale se-
se condizioni tattili prendendone semplicemente atto. condo un principio morfologico che assumeva però valore vi-
Arnold Gehlen (1904-1976), in tal senso, consente di fare talistico: per il biologo tedesco, i rapporti tra le specie viventi
un passo ulteriore. Egli riprende piú volte il pensiero di Uexküll non sono regolati dalla selezione naturale ma da un «soggetto-
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natura» che ha organizzato ogni relazione secondo un pro- che Scheler si è limitato a indicare genericamente il corpo e
gramma preordinato (Uexküll, 1956, p. 225; cfr. paragrafo 4); Heidegger ha suggerito una forma troppo specifica come il ta-
Scheler, quando assegna alle piante e alle forme di vita piú sem- stare, Gehlen individua condizioni piú adeguate per compren-
plici una vita psichica, percorre una strada simile. dere il carattere unico della specie umana. È la forma del no-
La tesi di fondo sostenuta da Gehlen, fatta risalire esplicita- stro corpo a fare la differenza, a dischiudere la porta a un am-
mente a Herder5, Schopenhauer6 e Nietzsche, rilegge l’impor- biente che si fa mondo: stazione eretta, manualità e integrazio-
tanza della nostra morfologia alla luce di un principio diverso: ne sensoriale ne costituiscono i tre elementi fondamentali.
l’animale umano si distingue dalle altre forme di vita non per- La posizione eretta ci stacca da terra, ci espone agli stimoli
ché in possesso di maggiori istinti ma perché, al contrario, ne ambientali favorendo una sensibilità corporea pericolosa e
ha di meno. L’animale umano vive in un mondo e non in un straordinaria. Quello umano è un animale che si contraddistin-
ambiente, secondo Gehlen (1978, p. 36), perché egli costitui- gue per la varietà e non per l’acutezza dei suoi sensi: la sua pel-
sce un essere «incompiuto», «indefinito» caratterizzato rispet- le, priva di difese, trasforma il proprio carattere poiché non
to alle altre specie da una minore specializzazione evolutiva. costituisce piú, come nella maggior parte delle specie animali,
Per un verso infatti siamo indefiniti perché esseri alla nascita un insieme di strutture specializzate e locali ma diventa essa
difettevoli, privi di armi e difese precostituite. Per un altro que- stessa organo primario di percezione generico e diffuso. Quel-
sta espressione si riferisce alla difficoltà a trovare una defini- la che in precedenza (cap. I, paragrafo 4.3) abbiamo chiamato
zione (nel senso di «descrizione finale» ma anche di «condizio- percezione somestesica riveste per Gehlen un’importanza ca-
ne definitiva») in grado di cogliere cosa l’uomo sia. Scheler, pitale. La sensibilità cutanea costituisce un’importante condi-
sebbene Gehlen non gli risparmi critiche, aveva intuito a tal zione di possibilità per la specie umana che si coniuga con una
proposito due punti fondamentali senza però riuscire a focaliz- motilità particolarmente plastica, con una struttura corporea
zarli sufficientemente. In primo luogo, il filosofo tedesco aveva aperta alle piú diverse coordinazioni senso-motorie. Mobilità e
colto in La posizione dell’uomo nel cosmo la paradossale pecu- sensibilità convergono in un continuo feedback sensoriale:
liarità della nostra specie che rappresenta un vicolo cieco bio- quando l’animale umano si muove, non solo percepisce gli og-
logico, un essere tanto malato da non poter sopravvivere. Sche- getti esterni ma anche se stesso. Tatto e udito costituiscono il
ler aveva anche proposto l’idea che le forme di vita piú com- fondamento di un carattere riflessivo strutturale insito nella
plesse non fossero piú potenti e forti di quelle semplici ma che, nostra morfologia corporea. L’animale umano si autoavverte:
al contrario, costituissero organismi fragili. Questa posizione toccarsi e sentirsi significa potersi estraniare, cogliersi non solo
nasceva da una visione morfologica della natura secondo la come soggetto ma anche come oggetto della percezione.
quale l’essere umano, poiché rappresenta il culmine della com- Per queste ragioni la morfologia del corpo umano costitui-
plessità naturale, è a rischio, come un fiore delicato che può sce la prima condizione di possibilità per dischiudere la nozio-
scomporsi al primo alito di vento. La bellezza ha un prezzo: il ne di ambiente in quella di mondo. Mentre le altre specie ani-
carattere vellutato dei petali non consente di avere anche quel- mali sono barricate nel loro habitat-bolla, l’essere umano vive
la robustezza che li difenderebbe dagli agenti ambientali. Ma una condizione liminare e anfibia in grado di entrare e uscire
la condizione umana è ancora piú precaria perché mentre il da una zona non piú claustrofobica.
fiore è inchiodato allo stelo che lo sorregge ma difeso dalla sue La duplicità del tatto costituisce il cardine di una condizio-
spine, l’animale umano nasce mobile ma sprovvisto di mezzi: ne che è apertura e compito: poiché l’animale umano è indefi-
senza artigli, pelo, o scaglie che possano fare da scudo. Dopo nito deve lavorare per trovare le sue qualità. Il precario equili-
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brio della stazione eretta, il carattere protoriflessivo della pro- La percezione sinestetica è per noi fondamentale perché
priocezione, l’esposizione della pelle a freddo, caldo e dolore ogni modalità sensoriale non costituisce la rigida porzione di
costituiscono aperture che, se non fossero gestite, porterebbe- una nicchia ambientale strutturata: il tatto, in modo partico-
ro alla morte dell’individuo e all’estinzione della specie. Non lare, si avvale della collaborazione con la vista per sbrigare un
a caso quando parla dell’animale umano, Gehlen sembra ave- carico d’esperienza che rischia di schiacciarci sotto il suo pe-
re in mente un verso del Faust di Goethe, molto caro a Witt- so. Il carattere panoramico dell’esperienza visiva ci permette
genstein (1969, paragrafo 402) e a Vygotskij (1934, p. 395): di cogliere ampi orizzonti e di sorvolare sugli oggetti. La vista
«Im Anfang war die Tat (in principio era l’azione)». L’animale è considerata da Gehlen un senso superficiale poiché scorre
umano, proprio perché difettevole, è nato per l’azione: per ri- rapidamente da una porzione all’altra dello spazio senza do-
pararsi e sopravvivere deve fare e costruire. Le varie dimen- vercisi troppo trattenere. Ma a differenza da quanto fatto da
sioni della sensibilità somestetica costituiscono le porte attra- Herder (1778) nella Plastik, uno dei precursori della sua an-
verso le quali interno ed esterno continuamente si scambiano tropologia filosofica, Gehlen coglie anche la positività del ca-
di posto. Allo stesso tempo, affinché la corrente non ci spazzi rattere sbrigativo della vista. Proprio perché superficiale que-
via e la stimolazione ambientale (dovremmo dire mondana) sta modalità sensoriale ci consente di evitare il costante ap-
non ci annichilisca, è necessario un sistema di filtri che per- profondimento conoscitivo della situazione nella quale ci ve-
metta chiusure temporanee. La seconda polarità tattile, quella niamo a trovare: fornisce la velocità che manca al tatto poi-
aptico-manuale, svolge esattamente questo ruolo. Stazione ché consente di muoversi con rapidità. Infatti anche se la ma-
eretta significa infatti non solo esposizione di un ventre non nualità è esonerante poiché fornisce strumenti di riparo, essa
piú schiacciato a terra, ma anche liberazione degli arti supe- possiede un aspetto che rimane oneroso: lo stretto campo d’a-
riori che invece di specializzarsi in strumenti di offesa e armi zione della percezione aptica richiede una esplorazione cosí
da taglio diventano un complesso sistema di leve in grado di lenta e laboriosa del mondo esterno da costituire struttural-
fornire le prestazioni piú varie. Se la plasticità del corpo ci mente una ricerca approfondita ma per questo faticosa (cfr.
espone, quella delle mani dà nuove garanzie: non piú la sicu- cap. III).
rezza tipica delle forme di vita piú semplici ma quella di un A differenza di quanto sostiene gran parte della tradizione
essere che, invece di difendersi o attaccare, lavora (cfr. cap. filosofica occidentale, secondo Gehlen non è il tatto a scim-
III, paragrafo 4). miottare la vista: è piuttosto la vista a farsi carico di indici tatti-
L’animale umano uscendo dalle nicchie ambientali proprie li poiché sono gli occhi a sbrigare faccende manuali. Il tatto è
delle altre specie costituisce un essere per definizione disadat- il secondo senso: non perché rappresenta l’inadeguato vicario
tato, privo di habitat. Proprio perché non ha un nido precosti- della vista, ma perché è il senso in cui si radica la seconda na-
tuito, deve costruirsi una casa; visto che non possiede pelo né tura (cfr. cap. IV). È proprio nella sprovvedutezza umana, nel-
piume deve vestirsi e accendere fuochi; privo di zanne e artigli la duplicità apertura-esonero che Gehlen individua la connes-
deve costruirsi armi e arnesi, utensili e strumenti. Per questo sione tra biologico e culturale, materiale e mentale. Il cardine
motivo la mano non solo plasma l’oggetto ma anticipa l’azione lungo il quale scorre la connessione tra prima e seconda natura
rendendo l’animale umano, come afferma Gehlen, un conti- è il corpo umano nella sua bivalenza tattile: somestetica e ma-
nuo «prometeo»: un essere in costante scoperta e in perenne nuale. È questa cerniera che costituisce la presa a terra del lin-
costruzione che, per evitare un presente altrimenti insostenibi- guaggio e che, senza svilirne l’importanza, gli garantisce una
le, deve giocare d’anticipo e guardare al futuro. collocazione biologica ed evolutiva plausibile:
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L’uomo è dunque organicamente «l’essere manchevole» (Herder), egli aspetti filogenetici, Portmann quelli ontogenetici anche se per
sarebbe inadatto alla vita in ogni ambiente naturale e cosí deve crearsi tuttii si tratta di due dimensioni fortemente intrecciate. L’a-
una seconda natura, un mondo di rimpiazzo approntato artificialmente e
a lui adatto, che possa cooperare con il suo deficiente equipaggiamento spetto del pensiero di Portmann trascurato da Gehlen, e che
organico; e fa questo ovunque possiamo vederlo. Vive, per cosí dire, in in seguito prenderemo in esame, è il confronto proposto dal
una natura artificialmente disintossicata, resa maneggevole, trasformata biologo svizzero tra la nostra forma di vita e quell’alternativa
in senso utile alla sua vita, ciò che è appunto la sfera della cultura (Geh-
len, 1961, p. 88-89). evolutiva ai primati costituita da chi percepisce il mondo dal-
l’alto: gli uccelli. Ma procediamo con ordine.
Mentre Heidegger concepisce l’animale umano come un es- In On the Problem of Anthropogenesis, Bolk (1926, p. 467)
sere che diventa ricco di mondo, Gehlen rovescia questa attri- spiega con chiarezza quale sia l’interrogativo che ha dato inizio
buzione cambiandone parte del senso: è l’animale a essere ric- alla sua ricerca: «Cos’è essenziale per l’organismo umano, cosa
co di istinti e l’uomo a esser povero di qualità innate ed è per per la sua morfologia?». Bolk parte dalla convinzione che la
questa ragione che deve costruirsi il suo mondo. Potenza e im- ricchezza di dati paleoantropologici a disposizione degli stu-
potenza (su questo punto torneremo nel cap. IV, paragrafo 1) diosi non può essere sufficiente per comprendere le specificità
diventano cosí due facce di un’unica medaglia: la possibilità di del genere umano. Il suo intento è trasformare un approccio
costruirsi una cultura è al contempo una necessità, un dovere fino ad allora «deduttivo», che ha cercato di spiegare l’origine
dell’uomo concentrandosi sui resti fossili, in uno «induttivo»
inflitto da un corpo sensibile ma debole. In questa attribuzio-
che parta dall’unico dato certo a nostra disposizione: l’homo
ne invertita di povertà, il carattere tattile distintivo della natura
sapiens e la sua morfologia.
umana proposto da Heidegger si focalizza nella duplicità di
Nei primi trent’anni del novecento una serie di studi porta
somestesia e manualità. Toccare e tastare sono le due polarità
Bolk a rovesciare non solo la metodologia ma anche uno dei
base di un corpo superesposto che può, in compenso, costrui-
presupposti teorici fondamentali della paleoantropologia: l’i-
re il suo riparo.
dea che l’animale umano discenda dalla scimmia. Lo studio
dei primati e dei loro caratteri anatomico-morfologici suggeri-
3.3. Il problema della antropogenesi
sce a Bolk infatti una via radicalmente diversa che si concen-
In che modo la selezione naturale ha consentito che potesse tra sulla distinzione tra primati dallo «sviluppo propulsivo» e
affermarsi un animale povero di istinti? Qual è il processo evo- quelli caratterizzati da uno «sviluppo conservativo» (Bolk,
lutivo grazie al quale è comparsa quella specie che oggi defi- 1926, p. 467): del primo gruppo fanno parte tutte le scimmie
niamo homo sapiens? Per rispondere a questi interrogativi Geh- antropomorfe, il secondo è costituito solo dalla specie umana.
len rimanda al pensiero di due autori. Al primo, Louis Bolk L’animale umano non si distingue dalle altre specie perché co-
(1866-1930), in modo ripetuto poiché aderisce a gran parte stituisce una specie piú perfezionata delle altre, piú progredita
delle sue ipotesi interpretative. Al secondo, Adolf Portmann o sofisticata. Al contrario il suo carattere costitutivo va rin-
(1897-1982), in modo parziale, perché per alcuni aspetti si di- tracciato nella sua arcaicità e nella sua lentezza di sviluppo. La
scosta dall’impostazione gehleniana. nostra forma di vita si distinguerebbe dalle altre per un prin-
Gli scritti di quest’ultimo consentono di sviluppare un dop- cipio che è contemporaneamente morfologico e genetico: la
pio confronto che merita un approfondimento. I tre gli autori conservazione di tratti fetali nella costituzione strutturale del-
concentrano la propria attenzione sul rapporto tra l’animale l’adulto. Non solo Bolk contesta l’idea di uno sviluppo lineare
umano e gli altri primati: Bolk e Gehlen accentuandone gli dell’evoluzione da forme piú semplici e inferiori a organismi
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piú complessi e superiori, ma diffida anche della concezione (si pensi ai punti 2, 3, 7, 18 e 22-25) discendono quelli che Bolk
secondo la quale l’evoluzione consisterebbe nella graduale spe- chiama caratteri consecutivi, conseguenze della sua conforma-
cializzazione di organismi nelle loro nicchie ambientali e della zione fetale.
identificazione tra complessità organica e specializzazione Tra questi il piú importante sarebbe la stazione eretta. Lo
morfologica. Lo studioso tedesco propone l’analisi di una studioso tedesco propone quindi una interessante inversione.
quantità impressionante di dati in grado di dimostrare che Mentre nella rappresentazione piú tradizionale e diffusa del-
gran parte delle nostre caratteristiche morfologiche sono feta- l’antropogenesi l’essere umano si sarebbe alzato da terra eso-
li. Questi dati sono riassumibili in una lista di 25 proprietà, nerando cosí le mani dalla loro funzione locomotoria, secondo
elementi organici che appartengono ai primi stadi dell’ontoge- Bolk sarebbe accaduto il contrario: la persistenza del carattere
nesi dei primati ma che poi questi perdono (cit. in Gould, fetale dei nostri arti superiori sarebbe stato inadatto a svolgere
1977, p. 357): il ruolo di zampe e per questa ragione siamo stati costretti a di-
venire bipedi. L’animale umano non rappresenta né un angelo
1. L’ortognatismo: un viso piatto caratterizzato da una fronte spiovente decaduto né una scimmia progredita quanto un primate carat-
e dalla presenza di un mento sporgente
2. La riduzione o perdita dei peli sul corpo
terizzato dalla lentezza del proprio sviluppo. Quest’idea, è fa-
3. La perdita della pigmentazione di pelle, occhi e capelli cilmente intuibile, non solo converge con l’idea gehleniana del-
4. La forma dell’orecchio esterno l’animale umano come essere non specializzato e povero di
5. L’angolo interno dell’occhio (l’epicanto) istinti ma ne dà il fondamento filogenetico. Proprio rifacendo-
6. La posizione centrale del foramen magnum che nell’ontogenesi dei
primati si sposta invece all’indietro si a questi dati Gehlen (1978, p. 125) afferma con un filo di
7. L’elevato peso del cervello in relazione al peso corporeo paradosso che non è l’uomo a discendere dalla scimmia, ma è
8. Persistenza di suture craniali anche in età avanzata «la scimmia che discende dall’uomo».
9. Le labbra sporgenti nelle donne
10. La struttura dei piedi e delle mani
Tra i primati, già protagonisti di un primo processo di feta-
11. La forma pelvica nella donna lizzazione rispetto ad altri mammiferi superiori, l’animale uma-
12. La posizione orientata in senso ventrale del canale sessuale nella donna no si distingue per una seconda tornata conservatrice che senza
13. Alcune variazioni delle suture craniali e dei denti arrestare il suo sviluppo lo rallenta obbligando la nostra specie
14. L’assenza di spigoli nella fronte
15. L’assenza di creste craniali a compensare culturalmente le lacune di una scarsità di equi-
16. Lo spessore sottile delle ossa della testa paggiamento naturale dovuta a un ritardo cronico (Bolk, 1924,
17. La posizione delle orbite al di sotto della cavità craniale p. 329). Questa impostazione è interessante perché oltre a indi-
18. Le ridotte dimensioni della testa in relazione a quelle del corpo
19. I denti piccoli viduare la specificità morfologica dell’animale umano evita il ri-
20. La fuoriuscita tardiva dei denti dalle gengive schio di proporre una visione finalistica della sua comparsa. Chi
21. L’impossibilità di ruotare il pollice del piede concepisce l’Homo sapiens come essere piú adatto degli altri agli
22. Il periodo prolungato di dipendenza infantile dai genitori ambienti naturali, piú specializzato degli animali perché fornito
23. Il periodo prolungato di crescita
24. La lunga durata della vita di un maggior numero di istinti, finisce col concepire la nostra
25. Le ampie dimensioni corporee. specie come il culmine di un progresso naturale che persegue il
fine del miglior adattamento possibile. La biologia morfologica
Da questa lunga serie di caratteristiche corporee che riguar- costituisce, invece, il miglior antidoto a ogni deriva darwiniana
da sia parti anatomiche (soprattutto la conformazione di testa, che finisca per eleggere i principi della selezione naturale a leggi
mani e piedi) che aspetti piú generali della morfologia umana tanto pervasive da imprimere al mondo naturale una direzione
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prestabilita. Le sue virtú, cioè la sua seconda natura, non si ade- ma in modo definitivo le ambivalenze contenute nella nozione
guano a un fine già predisposto, né nascono da un processo di scheleriana di Geist: il termine tedesco non rimanda piú a una
autogenerazione come sembrano suggerire alcune riletture in entità misteriosa, lo spirito, poiché assume il significato, piú con-
chiave linguistica del pensiero di Uexküll (cfr. paragrafo 3). Lin- temporaneo e materialistico, di mente.
guaggio e cultura rappresentano piuttosto una risposta, una rea- I dati forniti dal biologo svizzero a tal proposito sono parti-
zione accidentale ma decisiva a una mancanza genetica. colarmente significativi. Prima di affrontare i problemi rappre-
Mentre Bolk illustra la particolarità dello sviluppo umano sentati dall’ontogenesi umana, Portmann aveva suddiviso lo svi-
leggendo le particolarità del suo sviluppo secondo una pro- luppo dei mammiferi in due tipologie fondamentali. Quella dei
spettiva filogenetica, Portmann ci permette di approfondire il mammiferi nidiacei (nesthocker), i cui piccoli tendono a rima-
problema da un punto di vista complementare poiché mette in nere presso il nido per lungo tempo, e quella dei non nidicei
rilievo le peculiarità ontogenetiche del nostro processo di cre- (nestflüchter) che si caratterizzano per il fatto che i loro piccoli
scita. La posizione dello zoologo svizzero è interessante poi- abbandonano presto il nucleo familiare (ivi, p. 511):
ché, oltre a costituire un punto di riferimento per l’antropolo-
gia filosofica di Gehlen, riprende alcune idee di Scheler e di Tipo primario (I) Tipo secondario (II)
Uexküll7 a proposito della differenza strutturale che sussiste organizzazione inferiore organizzazione superiore
(roditori, insettivori) (foche, balene, mammiferi superiori
tra ambiente animale e mondo umano. Portmann fonda in sen- con zoccoli, primati)
so ontogenetico la distinzione tra Umwelt e Welt ridefinendo nidiacei non nidiacei
quel fattore che Scheler aveva proposto come elemento distin- gravidanze brevi (3/4 settimane) gravidanze lunghe
figliate numerose figliate poco numerose
tivo della condizione umana: il geistig, lo spirituale. Spiega piccoli indifesi piccoli con organi di senso
Portmann: e di movimento formati
infanzia lunga infanzia breve
La modalità spirituale della vita si sviluppa nell’ontogenesi non solo at-
traverso la maturazione di caratteri ereditari che si differenziano tra loro È proprio dal confronto con questa classificazione che Port-
in modo relativamente indipendente. Questi fattori infatti attraverso la
trasmissione ereditaria di certe proprietà fanno parte di un carattere estre- mann mostra la specificità del nostre genere. L’animale umano
mamente aperto e non specializzato e mantengono la sua conformazione infatti mescola caratteri delle due tipologie: le sue gravidanze
particolarmente individuale in massimo contatto con le impressioni sen- sono lunghe (tipo II) ma lo è anche la sua infanzia poiché rima-
soriali che il mondo esterno ci trasmette. Lo sviluppo del linguaggio uma-
no costituisce l’esempio piú drastico di tutto questo processo ontogene-
ne legato per molto tempo alle figure parentali (tipo I); le sue
tico spirituale (Portmann, 1941, p. 516). figliate sono poco numerose (tipo II) ma i piccoli indifesi (tipo
I). Per giunta, anche i suoi tempi di crescita sono particolari.
Come sostiene Gehlen in quegli stessi anni, il linguaggio non Attraverso il confronto dei ritmi di sviluppo postnatali con gli
costituisce una dimensione isolata che all’improvviso taglia in altri primati Portmann rileva che la velocità dell’ontogenesi
due la storia naturale poiché è reso possibile da una serie di pro- umana è superiore a quella delle altre specie prese a confronto
cessi che lo precedono. Gehlen parla del linguaggio verbale co- poiché mantiene per il primo anno di vita ritmi di crescita pa-
me di una struttura di importanza fondamentale che esonera la ragonabili a quelli fetali. Nel corso degli anni successivi invece,
condizione umana dal flusso fin troppo intenso di stimolazioni sia per peso corporeo che cerebrale, lo sviluppo non appare ac-
cui è sottoposta. Portmann individua queste condizioni di pos- celerato rispetto agli altri primati ma anzi rallentato, proprio
sibilità all’interno di una ricostruzione ontogenetica che trasfor- come richiesto dalla tesi di Bolk.
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Portmann individua nel primo anno di sviluppo post-fetale Per comprenderne piú a fondo le conseguenze è necessario
umano un’eccezione duplice poiché non ha pari né nello svi- spingersi piú in là di quanto faccia Gehlen e considerare una
luppo degli altri primati né in altre fasi della nostra stessa cre- ricostruzione del regno naturale che vada ben oltre l’utilizzo e
scita. I dati forniti dal biologo svizzero ci fanno capire che la la chiave di lettura che ne fornisce il filosofo tedesco. La lettu-
specificità del nostro sviluppo non risiede soltanto nella lista di ra del mondo vivente proposta da Portmann, infatti, non è me-
particolari anatomici proposta da Bolk. Il punto distintivo ri- no interessante dei suoi studi sull’ontogenesi dei mammiferi. Il
siede infatti nella particolare mescolanza di caratteri primari e biologo svizzero riconosce a Uexküll il merito di aver contri-
secondari del suo sviluppo ontogenetico. buito a superare una concezione comportamentistica degli or-
È questo che fa dell’Homo sapiens quel che definisce Port- ganismi viventi (Portmann, 1963, p. 420) e di aver anticipato
mann un «nidicolo secondario» (ivi, p. 512). Nell’utero mater- in questo l’impostazione filosofica di Heidegger (ivi, p. 422).
no l’animale umano attraversa uno stadio caratterizzato dalla L’obiettivo di Portmann è proseguire su questo cammino ed
chiusura degli occhi che nelle altre specie appare piú tardi; in evitare ogni forma di riduzionismo, sia fisiologico che fisico,
aggiunta a questo, la sua nascita è anticipata rispetto agli altri del mondo organico. Non a caso il darwinismo, da Uexküll ri-
primati. Questa doppia anticipazione contrasta con il fatto che fiutato in blocco, è accettato con riserva anche da Portmann: i
un cervello tanto complesso come quello umano richiederebbe principi della selezione naturale e dell’adattamento sono utili
un tempo di gestazione molto piú ampio per permettere una per comprendere il mondo naturale solo se si basano su un’a-
prontezza sensoriale e cognitiva alla nascita pari a quella degli nalisi morfologica delle strutture organiche. Ogni forma di vita
altri mammiferi. Portmann calcola infatti che se i tempi di svi- infatti prima di sottostare ai principi di autoconservazione e di
luppo umano fossero in linea con quelli degli altri primati, la autoaccrescimento (adattamento e sviluppo) obbedisce a un
gestazione dovrebbe durare non nove ma tra i venti e i venti- principio ancor piú fondamentale: quello della autopresenta-
due mesi (ivi, p. 514; 1959, p. 155): in altre parole un nidiaceo zione (Selbstdarstellung).
umano, secondo lo schema riportato prima, dovrebbe nascere Portmann (1951, p. 312) definisce l’organismo una Gestalt
già in grado di parlare e di camminare in posizione eretta (1941, spazio-temporale: una configurazione dinamica che cambia nello
p. 514). L’animale umano invece vive una «primavera extraute- spazio e nel tempo, una forma in movimento. Ogni forma di vita
rina» (ivi, p. 517) che costituisce un ingrediente fondamentale ha un volto sensoriale che non è aggiuntivo o secondario ma co-
per la formazione del suo Daseinart, della sua modalità d’esi- stitutivo del suo essere. Il mondo organico si distingue da quello
stenza (ivi, p. 516). Siamo primati che rispetto agli altri mam- minerale proprio perché percepisce ed è percepito, perché si av-
miferi si distinguono morfologicamente a causa di un diverso vale di una modalità di presenza autopresentativa sconosciuta al-
andamento di sviluppo: in termini filogenetici, Bolk dimostra le rocce o ai meteoriti. Non a caso, prima di affrontare il tema
che siamo scimmie lente poiché conserviamo un gran numero dell’umano, l’unica netta distinzione segnata da Portmann all’in-
di tratti fetali; secondo una direttrice ontogenetica, Portmann terno del regno organico non è tra organismi superiori e inferio-
fa vedere che siamo protagonisti invece di una accelerazione ri, tra vertebrati e invertebrati, mammiferi e primati, ma tra ani-
dei tempi che ci espone al mondo prima delle altre specie. Que- mali a superficie trasparente ed esseri a pelle opaca.
sto doppio movimento temporale, questa accelerazione nel ri- Organismi unicellulari o forme di vita semplici come il pa-
tardo, costituisce la matrice genetica di una sovraesposizione ramecio (visto nei paragrafi 2 e 3.1) si distinguono per una se-
sensoriale unica nel suo genere, nella quale, come vedremo an- parazione tra esterno e interno corporeo che è solamente mec-
che nel prossimo paragrafo, il tatto svolge un ruolo centrale. canica, cioè fisico-chimica. Quando la superficie si fa opaca,
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l’interno (ora invisibile) può distinguersi dall’esterno fenome- indefinite possibilità di acquisire nuove conoscenze. È un pro-
nicamente e quindi in modo piú marcato. Si tratta pertanto di blema, come esplicita in diverse circostanze (Portmann, 1951,
una modalità di presentazione prevalentemente ottica che si p. 314; 1955, p. 35), di potenza e atto: l’animale umano si di-
fonda però su una struttura innanzitutto tattile: stingue dalle altre forme di vita per maggiori potenzialità armo-
niche, per la necessità imposta dalla sua forma corporea e dai
La superficie dell’animale, ormai divenuta opaca, si trasforma cosí in un suoi ritmi di crescita di stabilire Stimmungen forti e ampie. L’a-
nuovo organo; con essa nasce una nuova realtà bidimensionale, larga-
mente indipendente dalle strutture all’interno. Una superficie siffatta
nimale umano si distingue per questo lungo entrambe le dimen-
non è solo «frontiera», [...] bensí si trasforma in un organo con possibi- sioni che definiscono il regno materiale, spazio e tempo. La pri-
lità del tutto nuove. [...] La superficie opaca acquista un proprio valore ma l’abbiamo già analizzata: siamo primati dalla filogenesi lenta
come vetrina di fenomeni ottici (Portmann, 1955, p. 24). e dalla nascita precoce. La seconda è caratterizzata secondo
Portmann dalla stazione eretta e dal molteplice significato che
Il concetto di Selbstdarstellung e quello di Gestalt indicano essa assume. Non solo esser bipedi significa liberare le mani (su
con una certa precisione la linea di discrimine tra minerali e questo, come visto in precedenza, la posizione di Bolk è forse
animali: forma e percezione sono elementi costitutivi di un piú interessante poiché inverte la relazione tra i due termini) ma
mondo che è costitutivamente relazionale, nel quale si è e si vuol dire anche cercare nuove forme di equilibrio: lo sviluppo
sembra, nel quale «stare» significa «manifestarsi». Per questa dell’orecchio interno si rende necessario per un corpo dalla sta-
ragione la biologia morfologica si basa su due concetti tra loro bilità altrimenti precaria. Nel contempo questa precarietà per-
complementari: ogni organismo ha un’esperienza di ciò che lo mette una esposizione agli stimoli esterni piú completa che non
circonda e ogni esperienza è per definizione relazionale. Le esclude piú la parte ventrale, rivolta ora in avanti.
forme di vita vivono in una prestabilita armonia (Stimmung) Apertura per un verso e necessità di autocontrollo per un
con le altre specie, instaurano con esse una simpatia di fondo, altro8 distinguono l’animale umano per il suo portamento (Hal-
cioè basilari forme di contatto. Come ambiente e organismo tung): un essere vivente che non solo porta con sé utensili e
non sono tra loro mai scindibili, cosí ogni organismo non vive strumenti grazie alla molteplicità dei movimenti manuali ma
mai solo poiché si nutre, in senso sia proprio che metaforico, che «si porta in giro», si tiene (halten): può trattenersi e non
di rapporti interorganici. Nel riprendere alcuni temi portanti rispondere agli stimoli ambientali; può agire su di sé e sul mon-
dell’impostazione di Uexküll (l’armonia prestabilita, la sogget- do modificandoli (Portmann, 1959, pp. 158-159).
tività intrinseca a ogni essere vivente), Portmann inserisce ele- È l’apertura obbligata del suo portamento che dischiude al-
menti di novità importanti che contribuiscono ad allontanare l’animale umano una sfera conoscitiva altra, l’esperienza se-
ulteriormente questa posizione dalle tentazioni spiritualistiche condaria caratterizzata dal linguaggio:
emerse in Scheler. Come nell’analisi della morfologia umana lo
spirito diventa mente, cosí lo studio delle altre forme viventi È il mondo secondario dell’intelletto calcolante, del dominio tecnico del-
attribuisce loro una interiorità che non ha piú connotati misti- l’esistenza, un mondo di rappresentazioni fortemente distaccate dalla vi-
ta sensibile; è un regno in cui i concetti, come ci dicono i matematici,
ci: l’interiorità è in primo luogo interno corporeo e interiora non vanno considerati in rapporto a un loro ipotetico significato, ma so-
viscerali, la soggettività consiste nella capacità materiale di per- lo come entità operative (ivi, p. 183).
cepire ciò che è nei dintorni.
In questo panorama, anche secondo Portmann la condizione Portmann (1957, pp. 112-113; 1959, pp. 171 sgg.) contrap-
umana si distingue per la sua apertura all’esperienza e per le sue pone quindi il «mondo tolemaico», centrato su di sé e proprio
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della maggior parte delle specie viventi, a un «mondo coperni- e linguaggio. Dominio ed equilibrio (aereo per i primi, terre-
cano» che prende come punto di riferimento fondamentale stre per i secondi) sono due termini chiave per entrambe le
non le coordinate corporee ma punti cardinali esterni. forme di vita: la precarietà del volo somiglia all’incedere tra-
Un simile decentramento non è semplicemente spaziale ma ballante dei bipedi implumi (Portmann, 1959, p. 156).
anche temporale: solo un essere che vanta la nostra configura- Allo stesso tempo, però, tutto ciò avviene secondo diret-
zione corporea può distaccarsi dalla nozione biologica di tem- trici evolutive antagoniste. Portmann, come abbiamo visto,
po, quella di istante come intervallo minimo percepibile, pro- per parlare dei sistemi di riferimento tolemaico e copernica-
posta da Uexküll (cfr. Portmann, 1951, p. 310; cfr. paragrafo no utilizza il termine «mondo»: ma il suo uso va qui inteso in
2) e affidarsi invece a unità di misura esterna non necessaria- senso generico e non tecnico. Questa imprecisione terminolo-
mente specie-specifica (secondi, settimane, anni). L’animale gica rischia di fare confusione: secondo il significato dato a
umano, proprio perché primate lento dalla nascita precoce, è queste nozioni da Heidegger e Gehlen, è piú corretto parlare
anche l’essere che misura il tempo e che governa i propri istan- infatti di ambienti tolemaici e copernicani. La distinzione pro-
ti mediante le lancette dell’orologio (Portmann, 1957, p. 99). posta da Portmann, in altri termini, non coincide con quella
A tal proposito il confronto con gli uccelli, soprattutto quel- che separa mondo e ambiente. Proprio per questo motivo, è
li migratori, dà la possibilità a Portmann (1951; 1957) di espor- compatibile con essa poiché può essere interpretata come una
re in modo ancor piú approfondito le peculiarità della natura sua articolazione interna. Proviamo a rappresentare Umwelt
umana. Entrambe le specie, uomini e uccelli, costituiscono in- con un cerchio chiuso, Welt con uno tratteggiato e a segnare
fatti forme di vita copernicane ma secondo modalità opposte. il sistema di riferimento tolemaico con una serie di frecce
Per questa ragione è possibile parlare di due vie evolutive al- orientate verso il centro dell’organismo e quello copernicano
ternative tra loro. con frecce indirizzate verso l’esterno:
Come gli esseri umani, gli uccelli migratori rappresentano
degli organismi nei quali la dimensione temporale è partico-
larmente rilevante. Quel che di solito viene chiamato «istinto
migratorio» è secondo Portmann (1951, p. 315) una forma di
sintonizzazione con l’ambiente particolarmente evoluta. Que-
ste specie basano la loro vita mettendo a frutto un tempo che
non è né soggettivo (l’istante) né terrestre (la stagione) ma in- Umwelt Umwelt Welt Welt
terplanetario. La migrazione si basa sulla sincronizzazione tra tolemaico copernicano tolemaico copernicano
l’organismo e la dinamica delle distanze che intercorrono tra (molti animali) (uccelli) (a. umano) (a. umano)
sole e terra. La trasformazione degli arti anteriori dei rettili in
ali ha rappresentato la nascita di una forma di vita in grado di Gli uccelli, in particolar modo quelli migratori, costituisco-
muoversi in quella pienezza tridimensionale che solo il volo no un caso importante poiché mostrano somiglianze di orienta-
può garantire. Per certi aspetti quindi sia gli uccelli che gli es- mento ma non di struttura con l’animale umano. Sia gli uni che
seri umani dominano la terra: i primi per mezzo di un corpo gli altri sono forme di vita esteroflesse, volte verso l’esterno.
piumato sovrastano ogni distesa in modo visivo attraverso Ma solo la nostra specie è, per usare un’espressione coniata da
sguardi dall’alto; i secondi poiché dotati di corpi nudi sono in Helmut Plessner (1892-1985)9, «eccentrica» cioè in grado di
grado di costruire il loro mondo grazie a mani, stazione eretta porsi al di fuori di se stessa. Quello delle rondini, ad esempio,
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è comunque un istinto: una forma rigida e impermeabile che, riferimento, tolemaico e copernicano. Ma attenzione: sarebbe
come tale, non conosce modulazioni. Mentre l’uccello deve errato dire che Tolomeo è il nostro corpo, mentre Copernico è
emigrare, l’uomo può parlare. Come già sottolineava Uexküll il nostro linguaggio. Questa identificazione, che ci riportereb-
alla sicurezza animale fa da contraltare la libertà dell’uomo. be in fin dei conti alla identificazione tra mondo e parola, è in-
Ma libertà e possibilità non sono, ribadisce Portmann, sinoni- sostenibile.
mi di caos: I nostri tempi di sviluppo morfologici, la posizione del no-
stro corpo, la libertà delle mani costituiscono forme copernica-
Alla sicurezza dell’animale protetto dalle sue preordinate capacità di ne corporee perché costituiscono il presupposto di una vita che
orientamento l’uomo non si contrappone in quanto essere disorientato.
esce da nicchie ambientali per costruire mondi adatti a sé. Allo
Il vero polo opposto alla determinatezza ereditaria del mondo esperito
dall’animale è costituito dall’orientamento come compito della ragione, at- stesso tempo, è proprio Portmann (1959, p. 178) a sottolineare
tuabile attraverso l’innata facoltà a dominare per questa via il mondo che anche il linguaggio ha aspetti tolemaici: il pensiero primiti-
(Portmann, 1957, p. 113). vo e infantile, il ragionamento per analogia e immagini trasuda
di esperienze sensoriali tanto da rimanerne soggiogato. Non si
L’animale umano è protagonista di un mondo sia tolemaico tratta di uno stadio transitorio del pensiero umano che poi vie-
che copernicano. Se da un lato questa duplicità è fonte di con- ne superato, quanto invece di un carattere costitutivo del no-
trasto tra sistemi di orientamento tra loro opposti, dall’altro è stro corpo e del nostro linguaggio:
proprio una simile ambivalenza che segna le sorti di un anima-
le che è eccentrico ma non spaesato, che vive di un orienta- Noi siamo e restiamo dei tolemaici; siamo nati tali e tali nasceremo in
mento primario garantito dai suoi sensi ma anche di sistemi di futuro, e anche nell’esperienza di tutti i giorni, come nella nostra vita
sentimentale, l’atteggiamento tolemaico resterà sempre determinante
riferimento che consentano di andare al di là del qui e dell’ora, (ivi, p. 184).
di fare progetti e di immaginare.
Questa precisazione consente di fare un passo teorico im- Sia gli uccelli che gli esseri umani sorvolano (übersehen) ma
portante. Sia la tesi di Uexküll e Pinker che la lettura linguisti- solo questi ultimi possono farlo nella duplicità dell’espressio-
ca delle nozioni di mondo e ambiente proposta da Lo Piparo e ne: poiché, oltre a godere di vedute panoramiche, gli animali
Cimatti insistono infatti su una duplicità. Seppur nella diver- umani sono in grado di esimersi dall’esperienza, di tirare oltre,
sità delle varie posizioni, tutti e quattro gli autori sostengono di lasciar stare. Proprio perché la struttura dell’uccello si con-
che quello dell’uomo è allo stesso tempo un mondo e un am- centra sull’aspetto visivo della percezione panoramica, ne ri-
biente. Heidegger e Gehlen ci hanno mostrato invece la radi- mane intrappolato: è tanto aerodinamico in aria quanto goffo
cale diversità di queste due condizioni d’esistenza. Portmann a terra. Quello degli uccelli migratori è in realtà un sistema
ci dà ora la possibilità di mantenere ciò che c’è di positivo in combinato: la visione si avvale di una sofisticata bussola biolo-
questa intuizione, la duplicità della natura umana, evitando gica che permette agli uccelli migratori (cosí come alle api) di
però di affermare la coesistenza tra due termini che si escludo- orientarsi nell’attraversare il pianeta (cfr. Hughes, 1999).
no reciprocamente (avere un mondo e avere un ambiente è una L’essere umano raggiunge un sistema d’orientamento simile
situazione tanto contraddittoria che anche Heidegger la utiliz- a quello degli uccelli attraverso un percorso del tutto diverso:
za per definire la vita animale solo in prima battuta e per ap- la nudità della pelle fa da contraltare al carattere localizzato
prossimazione). Si tratta infatti di una duplicità diversa che ri- delle mani che, invece di specializzarsi in ali, mostrano caratte-
guarda la compresenza nell’animale umano di due sistemi di ri piú generici anche rispetto alle zampe dei primati (cfr. cap.
110 111
III, paragrafo 4). Per questa ragione seppur esistano, come ci permettono di cambiare strada alla ricerca di posti inesplo-
nota Morris (1967, pp. 16-17), mammiferi volanti senza piu- rati, forse migliori. L’animale umano è per struttura morfologi-
me (i pipistrelli) tale perdita di piumaggio non solo non com- ca un primate lento, ma per sistema d’orientamento è un uc-
porta l’apertura dell’ambiente dell’animale in un mondo ma al cello che vola con la lingua.
contrario ha come effetto il suo confinamento in un Umwelt
di dimensioni spazio-temporali ancora piú ristrette. Il punto è 3.4. L’animale non specializzato
importante perché, se ci pensiamo, il pipistrello potrebbe co-
stituire un controesempio alla nostra tesi: è anch’egli in un cer- Nel paragrafo 2 abbiamo analizzato due risposte alla psico-
to senso un bipede implume10 ma non per questo ha una se- logia comportamentista, quelle di Uexküll e di Scheler. Intor-
conda natura (i pipistrelli non solo non migrano ma neanche no agli anni quaranta e cinquanta un altro approccio allo stu-
parlano). dio del comportamento animale, l’etologia, comincia a far sen-
La nudità aerea di questa specie costituisce infatti una spe- tire la propria voce contro il behaviorismo grazie soprattutto
cializzazione evolutiva e non un carattere fetale: non a caso è all’opera del suo fondatore, Konrad Lorenz (1903-1989) e del
accompagnata dalla scomparsa della funzione visiva e dalla sua suo collaboratore piú stretto Nikko Tinbergen (1907-1988).
sostituzione con un sistema di orientamento ancora piú specia- L’etologia, che si propone di studiare non solo il compor-
lizzato, efficace anche in assenza di luce. Mentre il pipistrello tamento ma anche le abitudini e il carattere (l’ethos, appunto)
rinuncia a pelo e piume in omaggio a due strutture superspe- di ogni specie vivente, è protagonista di un rovesciamento ar-
cializzate (ali e sistema di ecolocalizzazione), l’animale umano gomentativo che contribuisce a mettere in crisi il paradigma
accompagna a quello implume una serie ancor piú vasta di ca- comportamentista (Gardner, 1985, pp. 44-45) ma che al con-
ratteri non specializzati (si pensi alla lista fornita da Bolk). La tempo critica alcuni assunti fondamentali dell’antropologia fi-
sensibilità esposta della pelle, ricettiva e ancorata a terra, è con- losofica.
trobilanciata dalla mobile libertà di mani che costituiscono la Il behaviorismo, infatti, negli anni cinquanta ripropone una
premessa per modificare l’ambiente in mondo. critica radicale al concetto di «innato» (cfr. cap. I, par. 2.1):
Per questa ragione è la duplicità del tatto (anticipiamo un per un verso sostiene che la dicotomia innato/appreso è so-
tema che affronteremo nel capitolo IV) a costituire il fonda- stanzialmente inutilizzabile poiché ognuno dei due termini
mento corporeo della duplicità linguistica, tolemaica e coper- può esser definito solo facendo ricorso all’altro. Per un altro
nicana, dell’animale umano. verso la soluzione proposta da questo paradigma consiste nel-
È su questa basilare e complessa capacità di orientamento l’esaltazione dell’apprendimento tramite rinforzo e condizio-
che si fonda una perspicuità, quella offerta dal linguaggio, su- namento.
periore anche a quella visiva: quest’ultima può sorvolare solo Mentre il comportamentismo ipotizza la forza pervasiva dei
in senso proprio, mentre la prima garantisce prospettive pano- processi di apprendimento, Lorenz ravvede nella complemen-
ramiche sia percettive (quelle fornite da alianti e satelliti, aero- tarietà tra innato e appreso la necessità di riscoprire l’impor-
plani ed elicotteri: tutti oggetti della seconda natura) che rap- tanza dei fattori ereditari per comprendere il comportamento
presentative. Come la rondine, anche l’essere umano migra an- animale (Lorenz, 1965, pp. 22 sgg.; 1978, pp. 9, 267). L’ap-
che se non è piú un istinto a guidarne il percorso. A condurci proccio etologico però critica anche Uexküll poiché postula
sono i segni sulla carta o i racconti dei nostri avi che ci esone- l’esistenza di «un’armonia prestabilita» tra l’organismo e il suo
rano dal pericolo dello smarrimento e che, allo stesso tempo, ambiente (1965, p. 32). In entrambi i casi infatti l’apprendi-
112 113
mento è considerato un processo automatico: per i comporta- parte di Lorenz dell’opposizione tra fattori innati e appresi se-
mentisti perché determina l’intera vita di un essere vivente; per gna quindi una ridistribuzione dei pesi rispetto al comporta-
Uexküll perché è una pratica statica, incapsulata all’interno di mentismo che privilegia i fattori ereditari su quelli acquisiti. Se-
una relazione rigida e astorica. Le informazioni possono entra- condo Lorenz, infatti, mentre è impossibile che si verifichi ap-
re dentro un organismo, ricorda Lorenz (ivi, p. 130), non solo prendimento senza che ci siano precondizioni genetiche a costi-
attraverso l’interazione tra l’individuo e l’ambiente ma anche tuirne la porta d’ingresso, è possibile che si verifichi il contrario.
per mezzo dell’interazione tra specie e ambiente nel corso del- È la rivalutazione del concetto di istinto a costituire un pun-
l’evoluzione. to di distanza fondamentale non solo con il pensiero compor-
Il comportamentismo trascura l’importanza del patrimonio tamentista ma anche con l’antropologia filosofica. Si tratta di
genetico che costituisce per ogni specie animale la realizzazio- un concetto del quale aveva diffidato per primo lo stesso Lo-
ne biologica degli a priori kantiani: la griglia attraverso la qua- renz poiché connotato tra fine ottocento e inizio novecento di
le un organismo entra in contatto con l’ambiente è determina- sfumature vitalistiche e finalistiche. La sua rilettura da parte di
ta dall’insieme dei suoi sistemi motori e percettivi. Lorenz e Tinbergen (1951) in senso genetico permette di im-
Uexküll coglie nel segno quando definisce il rapporto tra piegarlo per comprendere aspetti del mondo animale altrimen-
comportamento e ambiente in termini di contrappunto, poi- ti inspiegabili. Il fatto, ad esempio, che una tinca alla quale sia-
ché individua, secondo Lorenz (1973, p. 53), il principio morfo- no state rescisse le terminazioni nervose afferenti (cioè stimola-
logico che permette alle strutture innate e ai comportamenti tive) sia in grado di continuare a muoversi nell’acqua mostra
appresi di costruire «tessere a incastro» (1965, p. 24). Ogni l’esistenza di schemi motori innati quasi del tutto autonomi da
specie vivente è l’immagine dell’ambiente nel quale vive poi- ogni forma di feedback percettivo e d’apprendimento (ivi, pp.
ché ne costituisce il correlato funzionale. Se Portmann correg- 112-114).
ge un darwinismo che rischia di trascurare il valore morfologi- Fenomeni diffusi nel mondo animale come i cosiddetti
co delle forme viventi, Lorenz introduce una lettura evoluzio- «meccanismi scatenanti innati» (ivi, pp. 74 sgg.; Lorenz, 1973,
nistica della biologia di Uexküll. Mentre il biologo svizzero in- pp. 100 sgg.) ne costituiscono la conferma: in questi casi per
siste sul significato autorappresentativo del corpo, il fondatore dimostrare il carattere innato di certi comportamenti è suffi-
dell’etologia contemporanea propone una interpretazione am- ciente che l’animale non riceva certe stimolazioni. L’esperienza
bientale del concetto di immagine: comune del cane domestico che improvvisamente si mette a
scavare impossibili buche nel pavimento di casa mette in evi-
Anche nel corso dello strutturarsi del corpo, cioè nella morfogenesi, si denza come coordinazioni motorie anche complesse sfruttino
formano delle immagini del mondo esteriore: le pinne e il modo stesso di
muoversi dei pesci riproducono le caratteristiche idrodinamiche dell’ac- l’esperienza solo come innesco e, in mancanza di questa, si at-
qua […] (Lorenz, 1973, p. 25). tivino in modo automatico indifferentemente dalla situazione
nella quale si vanno a trovare. Il cane, a prescindere da dove si
Anche una forma elementare come il paramecio, ormai a noi trova, agisce come se fosse nel suo ambiente naturale poiché lo
ben noto (cfr. paragrafi 2, 3.1, 3.3), costituisce il calco dell’am- porta sempre con sé: la pressione selettiva dell’evoluzione è in
biente in cui vive: in questo caso si tratta di un’immagine sem- grado di modificare il rapporto organismo-ambiente ma ciò
plice e piatta di uno spazio unidimensionale nel quale è possibi- non significa che la rigidità di quel rapporto descritta da
le muoversi solo per procedere lungo il proprio percorso o evi- Uexküll non sia valida in termini sincronici, cioè durante la vi-
tare un oggetto d’intralcio (ivi, pp. 25-26, 30). La rilettura da ta di un singolo organismo.
114 115
Secondo Lorenz, è sufficiente introdurre questa correzione e non umane. La distinzione piuttosto consisterebbe tra siste-
darwiniana per rendere l’approccio di Uexküll sostanzialmen- mi biologici aperti e chiusi: i corvi tra gli uccelli, i ratti tra i
te corretto. Non a caso l’estrema continuità postulata da que- mammiferi e gli uomini tra i primati costituirebbero picchi di
st’ultimo tra la nozione di ambiente e quella di mondo è man- apertura ecologica tra loro commensurabili.
tenuta invariata. È proprio questo il punto di scontro che av- Gehlen, pur accettando alcune critiche di Lorenz e ammor-
via l’acceso dibattito tra Lorenz e Gehlen sul posto dell’anima- bidendo la posizione assunta nella prima edizione dell’Uomo,
le umano nel regno naturale. ricorda che i comportamenti mostrati da questi animali asso-
Lorenz infatti critica Gehlen per aver sopravvalutato le dif- migliano solo apparentemente alle condotte esplorative uma-
ferenze che ci distinguono dalle altre specie animali: il fonda- ne. Corvi e ratti, ricorda il filosofo tedesco (Gehlen, 1978, p.
tore dell’etologia sottolinea che si tratta di un rapporto di con- 57), di queste condotte in realtà non sanno che farsene. Anche
tinuità nel quale le diversità sono solo di grado e non di gene- se si muovono nello spazio e lo esplorano al di là di evidenti
re. Se il primo concorda con il secondo nel definire propria vantaggi immediati (ricerca di cibo, riparo o partner sessuale),
dell’uomo «una persistente curiosità e l’apertura al mondo» non si può affermare che simili forme di vita prendano cono-
(Lorenz, 1973, pp. 364 sgg.) caratterizzata da condotte esplo- scenza di ciò che li circonda in modo superiore rispetto agli al-
rative, la differenza d’impostazione emerge quando si prendo- tri uccelli o altre specie di mammiferi.
no in esame comportamenti animali per certi versi simili a quel- L’animale umano si distingue perché, oltre ad avere biso-
li umani. Lorenz infatti ricorda che anche i ratti tra i mammi- gni, ha interessi: «mette tra parentesi» i propri istinti, li «subli-
feri e i corvi tra gli uccelli si caratterizzano per la loro curio- ma» (ivi), li indirizza verso un obiettivo diverso da quello ori-
sità. I ratti, ad esempio, quando si vengono a trovare in un am- ginario. L’interesse è un bisogno contestualizzato, sensibile alle
biente nuovo esplorano in lungo e in largo tutti i possibili rifu- differenti circostanze. Lo iato che secondo Gehlen sussiste tra
gi anche se hanno già a loro disposizione un riparo; i corvi spo- animali umani e non umani si annuncia in uno iato interno alla
stano con il becco gli oggetti che capitano a tiro anche se non nostra specie:
hanno intenzione di mangiarli, fanno a pezzi un oggetto di di-
mensioni anomale per poi nasconderli e servirsene in seguito. questa parola [iato] deve indicare il fatto che l’uomo è in grado di ritene-
È proprio l’apertura che caratterizza queste forme di vita a met- re presso di sé i suoi impulsi, desideri, interessi, di sganciarli dall’azione
– e questo può succedere tanto da sé (nello stato di riposo) quanto vo-
terli in condizione di vivere in situazioni ambientali molto di- lontariamente – in quanto non accondiscende ad essi attivamente, per
verse e a far assumere loro comportamenti e abitudini di volta cui questi acquistano una valenza «interiore». È lo iato che costituisce
in volta distinti. propriamente ciò che si chiama anima (Gehlen, 1963, p. 136).
Il corvo ad esempio:
La critica di Lorenz, però, va piú a fondo poiché coinvolge
Nei deserti nordafricani, dove si nutre di carogne, vive la stessa vita del- un elemento cardine della teoria di Gehlen, l’idea che l’uomo
l’avvoltoio, sulle isole degli uccelli, nel mare del Nord, vive come un gab- sia un essere non specializzato. Il cervello costituirebbe invece
biano predatore, nutrendosi parassitariamente delle uova e dei piccoli di
altri uccelli; mentre, nell’Europa centrale, può dedicarsi alla caccia di il controesempio a questa posizione poiché rappresenta una
mammiferi di piccole dimensioni, come fanno le cornacchie (ivi, p. 252). struttura dedicata ad alcune funzioni specifiche, proprie sol-
tanto dell’animale umano.
Secondo Lorenz, questi comportamenti mostrano che non Quest’obiezione è particolarmente interessante poiché, sep-
c’è soluzione di continuità tra le diverse specie animali umane pur su basi molto diverse, ripropone una convinzione fonda-
116 117
mentale della scienza cognitiva contemporanea. Come si ricor- motorie, rispondenti l’una all’altra, e, fatto questo, domandarsi poi come
deve essere costituito un organismo che necessita di queste cose. Ed è
derà (cap. I, paragrafo 3.3) Marconi, ad esempio, è fautore del- appunto un organismo embrionale, non specializzato, povero d’istinti,
l’idea che sia proprio lo studio del cervello l’ultima e decisiva esposto alla ricchezza aperta del mondo (Gehlen, 1963, p. 121).
frontiera per una spiegazione della natura umana in termini
cognitivi. Non si tratta quindi di una mera questione terminologica o
Lorenz, che non a caso esprime ripetutamente il suo ap- della sterile contesa sulla denominazione piú corretta. Quel che
prezzamento per le teorie linguistiche di Chomsky11, ripropo- è in gioco è l’opposizione tra due paradigmi alternativi: nono-
ne una teoria simile poiché sottolinea soprattutto le compo- stante entrambi i modelli (in questo caso Lorenz e Gehlen) si ri-
nenti innate, i repertori geneticamente programmati, che fan- facciano a Uexküll e portino a loro sostegno la teoria della feta-
no sí che «l’uomo sia per natura un essere culturale» (Lorenz, lizzazione di Bolk (Lorenz lo cita ad esempio in 1973, p. 254), le
1973, p. 316). Di fondo non ci sarebbero quindi elementi di posizioni che propongono sono molto diverse tra loro.
discontinuità tra uomo, corvo e ratto perché sono tutti «ani- Quelli che si affrontano non sono due posizioni, una evolu-
mali specializzati nel non essere specializzati» (ivi, p. 252). zionistica e una no, ma due modi diversi di intendere l’evoluzio-
Gehlen ribatte esplicitamente a questa critica in un saggio nismo e, in relazione a ciò, di concepire la natura umana. Come
(1963) in cui rivisita la sua opera principale. La risposta è par- vedremo nel prossimo paragrafo, infatti, la posizione disconti-
ticolarmente interessante perché ripropone con precisione il nuista di Gehlen trova sostegno nella lettura dei processi evolu-
contrasto tra due visioni della natura umana. Una la localizza tivi proposti in questi ultimi decenni da S.J. Gould e N. Eldred-
nel cervello aggiungendo piú o meno esplicitamente che essa è ge i quali insistono sul carattere non graduale dell’evoluzione.
in primis un organo linguistico: idea che, con le dovute distin- Ma la risposta di Gehlen sembra piú soddisfacente della cri-
zioni, abbraccia un ampio arco di posizioni che comprende la tica che gli è mossa almeno per un’altra ragione. Lorenz, infatti,
scienza cognitiva ortodossa, la rilettura linguistica di Uexküll e incappa in un paradosso molto simile a quello mostrato proprio
ora l’etologia di Lorenz. da uno dei piú autorevoli esponenti della scuola chomskyana,
La seconda ricorda che non sono solo cervello e linguaggio Pinker. Quest’ultimo, come visto (cap. I, paragrafo 3.3), consi-
a fare dell’animale umano quel che è ma che è necessario pren- dera il linguaggio una sorta di superistinto che si distingue dalle
dere in considerazione un piú ampio principio morfologico che altre forme cognitive solo in base a criteri meramente quantita-
riguarda struttura e sensibilità del suo corpo. Come ricorda tivi: l’animale umano ha un organo in piú rispetto alle altre spe-
Gehlen infatti, il cervello è un organo sensomotorio prima che cie, la somma dei suoi istinti è superiore a quella delle altre for-
intelligente: in altre parole non bisogna confondere il fatto che me di vita. Avremmo istinti tanto plastici da essere programma-
il cervello sia un organo estremamente sviluppato e frutto di bili e cosí flessibili da aprire una dimensione temporale che non
un complesso processo evolutivo con l’idea che questo costi- è solo genetica ma storica. Ma in che senso allora sono istinti?
tuisca un organo specializzato. Proprio perché il cervello è l’or- Lorenz ci riporta a una impostazione piuttosto simile, mi-
gano buono per tutte le occasioni non è nato solo per una di nata inevitabilmente da una confusione non solo teorica ma
esse. In tal senso non può esser definito neanche un organo, anche logica. Affermare che siamo specializzati nel non esserlo
è come dire che gli aeroplani sono in fondo automobili che
come non può esserlo il corpo o le mani:
hanno le ali: il che, a prescindere dal senso in cui ciò sia vero o
Insieme al cervello bisogna vedere gli organi di percezione, la facoltà del meno, non ci dice nulla di nuovo perché non ci fa capire in co-
linguaggio e del pensiero, la straordinaria molteplicità di possibili figure sa gli aeroplani siano diversi dalle auto. Detto in altri termini,
118 119
tutti coloro i quali sostengono che l’animale umano non vive in caratteristiche somatiche tipiche della condizione infantile (o
un mondo ma solo in un ambiente particolarmente ampio com- embrionale) del genere biologico cui si appartiene.
piono un errore che con le parole di Wittgenstein possiamo La neotenia di per sé non caratterizza solo lo sviluppo del-
chiamare «grammaticale», poiché dopo aver proposto un con- l’animale umano. L’axototl (una specie di salamandra), ad
cetto se ne fa un utilizzo che implicitamente ne disconferma i esempio, può mantenere a secondo delle condizioni ambienta-
caratteri costitutivi. L’ambiente, infatti, non è altro che una nic- li la respirazione branchiale tipica del suo stato giovanile di gi-
chia ecologica, cioè una porzione ristretta dello spazio abitabile. rino (ivi; Gould, 1977a, pp. 319-321). Morris però concentra
Quando si afferma che quella dell’animale umano è una nic- la propria attenzione su una caratteristica neotenica, già indivi-
chia la cui particolarità è solo di essere ampia, si sostiene che duata da Bolk, particolarmente importante: la nudità del no-
l’habitat umano è una porzione dello spazio abitabile che è ri- stro corpo.
stretta e contemporaneamente non ristretta. Siamo di nuovo al- Come afferma lo studioso inglese, infatti, tra le 193 specie
la contraddizione già analizzata secondo la quale l’uomo avreb- di primati esistenti sulla terra solo quella umana è priva di pe-
be e non avrebbe un ambiente (cfr. paragrafo 2). lo. Allo stato fetale ne sono sprovviste anche le altre scimmie,
ma questa caratteristica permane solo nella nostra specie. La
nudità si compone in realtà di tre elementi: non consiste solo
4. Nudità e neotenia nell’assenza quasi totale di pelo sulla pelle ma anche dell’au-
mento, rispetto agli altri primati, delle ghiandole sudoripare e
Desmond Morris (n. 1928) è uno degli autori che con piú au- dello strato di grasso sottocutaneo.
torevolezza ha applicato il modello etologico allo studio del com- Queste caratteristiche sono complementari alla prima. Se-
portamento umano. Lo studioso inglese, cosí come I. Eibl-Eibes- condo Eibl-Eibesfeld (1987, p. 756), infatti, sarebbero proprio
feld (n. 1928) l’altro grande nome dell’etologia contemporanea, queste due proprietà somatiche che ci permetterebbero di com-
è fedele all’assunto di Lorenz secondo il quale l’animale umano pensare in resistenza quello che la stazione eretta ci sottrae in
sarebbe «specializzato nel non specializzarsi» (Morris, 1967, p. termini di velocità: è ciò che consente ai Boscimani, ad esempio,
138; cfr. Eibl-Eibesfeld, 1987, p. 757; 1989, p. 398). di catturare animali scattanti come le antilopi per sfinimento.
Seppur la sua posizione diverga da quella con cui concor- Stazione eretta e nudità costituiscono a tal proposito un bi-
diamo (la linea Heidegger-Gehlen), Morris contribuisce a svi- nomio decisivo perché costituiscono due elementi fondamen-
luppare una nozione, quella di neotenia, di grande importanza tali di genericità per un corpo non piú confinato a terra ma al-
per il paradigma del bipede implume. In realtà questo termine lo stesso tempo ancora in grado di percorrere lunghe distanze.
(letteralmente «tendere al nuovo, al giovane») nasce un secolo Una mancata specializzazione che si manifesta anche nella pla-
fa per merito di J. Kollmann (Gould, 1977a, p. 356), ma è solo sticità corporea alla quale accennavamo in precedenza. Proba-
nella seconda metà del novecento che questo concetto trova bilmente il processo di ominizzazione, cioè il passaggio dalle
ampia diffusione e viene approfondito in relazione al proble- prime forme di ominini all’Homo sapiens, è stato caratterizzato
ma della natura umana. dal trasferimento da un ambiente forestale a uno stepposo in
La neotenia, come afferma Morris (1967, p. 34), è un pro- conseguenza del progressivo inaridimento dell’Africa equato-
cesso di «infantilismo differenziale» molto simile alla fetalizza- riale, nostro luogo di origine12. Questa duplicità, esseri arbori-
zione di cui parla Bolk (che accenna non a caso a questo con- coli diventati terrestri, vegetariani in competizione con carni-
cetto, 1926, p. 472): consiste infatti nel ritenere in età adulta vori, ha dato vita a un bricolage di caratteristiche morfologiche
120 121
molto particolare. Nella steppa infatti vivono di solito animali Come si vede, la contrapposizione tra selezione K e R ri-
dalla limitata plasticità corporea: anche le antilopi, una delle calca quasi perfettamente la distinzione proposta da Port-
forme di vita meno specializzate in questo habitat (Eldredge, mann tra mammiferi altriciali e primari13. Gould ripropone
1991, p. 140), si muovono secondo unità di coordinazione mo- questa classificazione all’interno di un panorama piú ampio
toria piú grandi, di conseguenza piú rigide, non solo dei pri- nel quale la neotenia acquista connotati precisi: il problema
mati ma anche di altri quadrupedi che vivono in ambienti me- non è solo stabilire se una specie mantiene in età adulta tratti
no omogenei come ad esempio i camosci (Lorenz, 1973, p. giovanili ma anche quale sia il processo che porta a un simile
234). L’animale umano si presenta invece come un essere che risultato. Nel caso della progenesi, infatti, questa conserva-
vive nella steppa ma che nella locomozione ha un «minimum zione è conseguenza di una folgorazione ontogentica, di uno
separabile, cioè la minima parte autonomamente disponibile sviluppo tanto rapido da impedire ad alcuni tratti somatici di
della coordinazione ereditaria» (ivi, p. 233), tipico di ambienti svilupparsi. Nel caso della neotenia, invece, si ottiene una fu-
piú variegati, come quelli arboricoli. ga dalla specializzazione per mezzo del rallentamento onto-
Prima di passare all’altra conseguenza della nostra nudità genetico.
che riguarda l’intimità sociale, dobbiamo però soffermarci con Come già accennavamo nel paragrafo 3.3, l’animale uma-
piú cura sul concetto di neotenia. no sembra unire queste due caratteristiche: al ritardo aggiun-
Questa infatti non solo consiste nel mantenimento in età ge un altro fattore di segno inverso poiché i piccoli umani na-
adulta di caratteri giovanili. Come osserva Gould (1977a, pp. scono prima del tempo. Gould a tal proposito consente di fa-
303 sgg.) in uno degli studi piú accurati su questo tema, è pos- re delle integrazioni interessanti. Mentre Portmann si con-
sibile distinguere tra almeno due processi evolutivi che hanno centra sull’importanza della precoce stimolazione corporea,
questo esito, chiamato di solito pedomorfosi: l’attenzione del biologo americano è rivolta soprattutto a un
altro aspetto. Gould (1977b, pp. 62-67) sostiene che la pre-
Pedomorfosi coce nascita del piccolo di uomo dipende da un motivo ana-
ÌÓ tomico che riguarda la spropositata grandezza della nostra te-
Progenesi Neotenia
sta: se il piccolo aspettasse a uscire, non riuscirebbe a farlo
Caratteri giovanili Caratteri giovanili
prodotto di prodotto di perché il canale utero-vaginale femminile non sarebbe in gra-
Í Í do di dilatarsi a sufficienza. Egli concorda con Morris nel sot-
Accelerazione con Ritardo nello sviluppo tolineare che la grandezza del nostro cervello, elemento con-
maturazione sessuale somatico
precoce con maturazione sessuale
siderato decisivo per l’origine del linguaggio verbale, non è
Í Í Í un fatto collaterale al carattere neotenico del nostro sviluppo:
normale ritardata i tempi di crescita tanto elevati che contraddistinguono il no-
(axolotl) (Homo sapiens) stro primo anno di vita riguardano in particolar modo pro-
Í Í
prio il nostro cervello. Alla nascita in effetti quest’organo è
Selezione R Selezione K solo il 23% delle dimensioni adulte, mentre negli altri prima-
– animali di piccole dimensioni – animali di grandi dimensioni ti corrisponde al 70%. Se nelle scimmie il processo si esauri-
– vita breve – vita piú lunga
sce nei primi sei mesi dopo il parto, nell’animale umano assi-
– figliate frequenti e numerose – figliate poco frequenti e
poco numerose stiamo a un percorso complesso, piú veloce e piú lungo allo
– clima avverso e scostante – clima meno duro e piú costante stesso tempo.
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Per un verso i ritmi di crescita post-natale sono come detto fesa. Il diverso grado di neotenia emerge infatti nella gestione
piú elevati; per un altro il processo di sviluppo cerebrale pro- del gregge di pecore che devono sorvegliare. I primi utilizza-
segue fino ai 23 anni (Morris, 1967, p. 34). È proprio questa no comportamenti predatori degli adulti arrestandosi prima
accelerazione nel ritardo a contraddistinguere quella che altro- dell’uccisione: sottomettono le pecore che si discostano dal
ve (Mazzeo, 2002c) abbiamo proposto di chiamare ultraneote- gruppo afferrandole. I secondi stanno in mezzo al gregge for-
nia: una tendenza alla gioventú che non si esprime solo nella nendo protezione solo con la loro mole e comportandosi con
resistenza all’invecchiamento ma anche, ed è questa la novità, le pecore come se fossero cuccioli: le leccano, ci giocano e le
nella fretta di nascere. Una fuga dalla specializzazione doppia montano.
poiché riunisce insieme tutte e due le strategie naturali che dan- Ultraneotenia e neofilia hanno conseguenze decisive per la
no forma a un corpo generico: progenesi e neotenia14. nostra forma di vita poiché incarnano entrambe la necessità di
Il carattere particolarmente neotenico della nostra specie una estrema intimità corporea e sociale che, in assenza di con-
rivela, inoltre, un secondo aspetto, complementare al primo, specifici, si può riversare su specie diverse per genere biologi-
che, mutuando il termine da Morris (1967, p. 139), potrem- co ma affini per giocosa plasticità. Si tratta di un bisogno di in-
mo definire neofilia. Questo termine non si riferisce solo al- timità che emerge secondo almeno due direttrici di fondo: nelle
l’amore per il nuovo sottolineato da Gehlen, poiché ha anche cure parentali e nelle cure sessuali.
altri due significati piú circoscritti che costituiscono la pre- «L’infante umano», come ricorda Morris (1971, p. 37), «è
condizione genetica della nostra apertura al mondo. L’ultra- un unico grande invito all’intimità»: come abbiamo visto, la
neotenia si esprime, in primo luogo, nella predilezione umana sua conformazione corporea sollecita cure indispensabili per
percettiva ed emotiva per forme neoteniche. Studi condotti un essere che per molto tempo non può sopravvivere solo. La
da Lorenz (cit. in Eibl-Eibesfeld, 1989, p. 41) e poi ripresi da nascita prematura costituisce allora una necessità che si fa
Gould (1980, pp. 89-98) dimostrano la nostra predisposizio- virtú: l’intrinseca socialità dell’animale umano non dipende
ne innata per morfologie corporee particolari: teste grandi in da una sorta di bontà naturale quanto invece dall’impossibi-
corpi in proporzione molto piú piccoli, occhi grandi su fron- lità di fare altrimenti poiché costituisce «un fattore formativo
te bombata costituiscono le coordinate di affezione primitiva obbligatorio» (Portmann, 1960, p. 198). Per questa ragione
ai piccoli della nostra specie, le stesse che l’industria delle la nostra seconda natura, cultura e linguaggio, non si aggiun-
bambole e del fumetto sfrutta tutt’oggi per incrementare le ge semplicemente alla prima ma la integra costituendone il
proprie vendite. necessario completamento. Le cure parentali, cosí come i for-
In secondo luogo l’animale umano è un neofilo perché, ti legami sociali, costituiscono un presupposto del linguaggio
nella domesticazione, tende a selezionare animali neotenici in verbale indispensabile per esseri che solo stando insieme han-
senso sia morfologico che comportamentale (Gould, 1993, no qualche possibilità di sopravvivere. L’allattamento al seno
pp. 438-453). Da un punto di vista somatico esiste un rap- e il contatto con i genitori costituiscono forme di intimità fi-
porto tra forma animale e domesticazione. Lo studio della siologica necessarie per lo sviluppo e il nutrimento del picco-
lunghezza del cranio dei cani, ad esempio, ha mostrato la so- lo che, allo stesso tempo, assumono un valore intrinsecamen-
miglianza della forma della testa nei neonati a quella adulta. te sociale poiché contribuiscono a cementificare rapporti du-
Ma il punto centrale della neotenia delle specie domestiche è raturi. L’ultraneotenia è il processo che dà forma a una specie
costituito dalle sue conseguenze comportamentali: buon nella quale piccoli particolarmente indifesi sono presi in cura
esempio è dato dal confronto tra i cani pastore e i cani da di- da adulti particolarmente attratti dai loro bambini. È proprio
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questa necessità di stare insieme che contribuisce a far uscire Per animali che nascono sprovvisti di difese naturali, so-
l’animale umano dall’isolamento che caratterizza l’ambiente pravvivere e avere una identità individuale diventano un com-
animale e a gettarlo nella socialità del mondo: l’amore per i pito. Si tratta di una conquista che solo il linguaggio verbale
propri piccoli non è solo simbolo ma anche condizione gene- può consentirci di ottenere lavorando sullo sfondo di intimità
tica per quell’amore per la novità che caratterizza la nostra sociali già intrecciate dall’insufficienza biologica mostrata dai
intera esistenza. nostri corpi.
I rapporti sessuali costituiscono in tal senso la prosecuzio-
ne di una intimità sociale non piú legata ai rigidi schemi dell’i-
stinto. «La scimmia nuda», sostiene giustamente Morris (1967, Letture consigliate
p. 67), «è il piú sensuale di tutti i primati viventi»: il contatto
sessuale umano, la forma piú coinvolgente di percezione tatti- – Sull’importanza della nozione di mondo per la filosofia del linguaggio e
per la filosofia politica è decisivo Virno (1994). Per una introduzione al
le, non è necessariamente legato alla riproduzione poiché la pensiero di Uexküll e Portmann si veda Lestel (2001) che sottolinea l’im-
ricettività femminile non è legata a quello che nelle altre spe- portanza dei due autori per il passaggio dalla concezione cartesiana degli
cie è il ciclo dell’estro. Non è tanto l’ovulazione a determinare animali come macchine a quella, etologica, che li considera innanzitutto
l’eccitazione della donna quanto invece il rapporto con il pro- soggetti. Uexküll è al centro di una suggestione narrativa molto efficace
in cui lo scrittore danese Peter Høeg (1993) fornisce un esempio interes-
prio partner: come già riconosce Gehlen (1951; 1978), la ses- sante della nostra condizione di esseri «quasi adatti».
sualità, insieme alle altre pulsioni umane, rappresenta una di- – L’opera piú completa sulla neotenia è ancora quella di Gould (1977a)
mensione sfocata e diffusa che trova focalizzazione proprio che dedica a questo concetto l’ultima parte del libro (capp. 9 e 10) e che
contiene un glossario molto accurato anche da un punto di vista storico,
nel contatto sociale. Se l’indeterminatezza alla nascita è il pre- utile per orientarsi nella biologia dello sviluppo. Piú aggiornata è l’opera
supposto dell’intimità parentale, l’indeterminatezza sessuale di McKinney e McNamara (1991) che dedica un capitolo (il settimo) ai
garantisce che questa intimità prosegua nel tempo nel contat- tempi dello sviluppo umano. In italiano è possibile leggere alcuni saggi,
to con il partner. Si tratta a tal proposito di una mancanza di meno tecnici ma ugualmente efficaci, contenuti in Gould (1977b. saggi
n. 7 e 8) che parlano sia di Bolk che di Portmann. Per una lettura della
determinazione sessuale duplice. Per un verso essa riguarda neotenia opposta a quella presentata qui, si veda il recente libro di Felice
un contatto, come accennato, tra individui di sesso diverso or- Cimatti (2002) che, come vedremo nel cap. IV, interpreta la lentezza del-
mai non piú legato alla riproduzione: non a caso la lunghezza lo sviluppo umano non come condizione di possibilità (e di necessità)
media dei rapporti sessuali umani è cento volte superiore ri- del linguaggio ma come sua conseguenza. Purtroppo non tradotto in ita-
liano, uno dei romanzi di Aldous Huxley (1939) risente delle ricerche
spetto a quella degli altri primati (Morris, 1971, p. 106). Per che il fratello Julian Huxley (1920), tra i biologi piú importanti del nove-
un altro questa indeterminatezza riguarda anche la nostra iden- cento, ha condotto sugli axototl (le salamandre che restano immature).
tità sessuale: proprio perché non piú confinata in istinti, gli After many a summer dies the Swan, infatti, propone una versione del
mito della vita eterna in chiave neotenica: il filtro di lunga vita non solo
animali umani si caratterizzano, come sottolinea Portmann, renderebbe immortali ma, dandoci il tempo di invecchiare, ci trasforme-
per la loro intrinseca bisessualità: rebbe in scimmie.
– Sull’antropogenesi, Gribbin e Cherfas (2001) hanno scritto di recente un
Ereditaria è anche la fondamentale bisessualità della nostra costituzione, testo, chiaro e abbastanza aggiornato, che sottolinea l’attualità dell’im-
come lo è la singolare divisione fra maschile e femminile, dove è da nota- postazione di Bolk e della teoria della fetalizzazione. Per una panorami-
re il fatto che in ognuno dei due sessi distinti anche l’altro tende nei piú ca molto dettagliata sullo stato attuale della ricerca paleoantropologica,
diversi modi a farsi valere. Gli psicologi si imbattono sempre piú spesso è utile consultare Biondi e Rickards (2001): il loro testo mette in eviden-
in espressioni di questa condizione androgina dell’individuo (Portmann, za il ruolo del caso per la comparsa della specie umana ma, curiosamen-
1959, p. 173). te, considera la casualità che regge l’evoluzione inconciliabile con la ri-
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cerca di tratti corporei che abbiano costituito condizioni di possibilità III. Nelle nostre mani
per la natura umana. Schwartz (1987) contiene una ricostruzione stori-
co-teorica molto interessante delle difficoltà classificatorie che presenta
il concetto di «primate». All’interno del libro è proposta una ricostru-
zione della filogenesi umana, minoritaria ma originale, che sottolinea la
vicinanza non tanto tra l’Homo sapiens e gli scimpanzé, quanto tra noi e
gli orang-outan.
Io non separo la mano né dal corpo né dalla mente.
Tra la mente e la mano, però, le relazioni non sono
quelle, semplici, che intercorrono tra un padrone
ubbidito e un docile servitore. La mente fa la mano,
la mano fa la mente.
H. Focillon

1. La mano e il senso del limite

Nel pensiero occidentale la mano subisce uno strano desti-


no. Per un verso nella nostra cultura, profondamente visiva e
legata alla scrittura, la mano rappresenta lo strumento per ve-
rifiche ultime e accertamenti senza appello. «Toccare con ma-
no» significa conoscere direttamente, andare a capire di perso-
na, non lasciare spazio all’inganno. Da questo punto di vista
l’episodio biblico di Tommaso rappresenta un evento paradig-
matico, simbolo e sintomo di un’intera vicenda culturale e filo-
sofica. Nell’episodio narrato da Giovanni, le mani assumono
infatti un valore duplice poiché alla notizia della resurrezione
di Gesú, Tommaso reagisce cosí:

Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi, e non metto il mio dito
nel posto dei chiodi, e non metto la mia mano nel suo costato, non cre-
derò (Vangelo di Giovanni, 20, 27-30).

Vedere il segno non è sufficiente: per credere Tommaso


chiede non solo di poter mettere il dito nel costato (cosí come
è rappresentato nell’iconografia tradizionale), ma anche di met-
tere la sua mano dentro la mano di chi si dice sia risorto.
L’idea che solo toccando sia possibile accertare la verità e
superare l’illusione non è isolata poiché nella nostra tradizione
filosofica riemerge in piú circostanze, a volte all’improvviso.
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Piú di un millennio dopo, J.G. Herder (1744-1803), ad esem- do questo modello, colui che è cieco nello spazio è in grado di
pio, segue esattamente questa linea di pensiero quando, par- vedere nel tempo perché coglie il senso ultimo degli avveni-
lando dell’esperienza estetica, contrappone il carattere illuso- menti e della nostra esistenza. Il cieco vede il futuro perché è
rio della visione a quello autentico e sincero della tattilità: fuori dallo spazio, escluso da una conoscenza di ciò che lo cir-
conda che solo la vista sembra garantire: poiché la vista è il pri-
Noi crediamo di vedere dove dovremmo soltanto sentire; alla fine vedia- mo tra i sensi, chi ne è privo vive sospeso in un mondo nel qua-
mo tanto e cosí rapidamente da non sentire piú nulla, e non riuscire a
sentire, poiché tal senso è sempre garante e fondamento del primo. In
le la percezione dello spazio è impossibile. Recentemente que-
tutti questi casi la vista è soltanto una formula abbreviata del tatto. […] sta posizione è stata assunta, ad esempio, dal neurologo Oliver
La vista è sogno, il tatto verità (Herder, 1778, p. 43). Sacks. Lo studioso americano nel descrivere il caso di un cieco
che riacquista la vista dopo un intervento chirurgico (proprio
La capacità conoscitiva attribuita alla mano di poter «affer- la circostanza discussa nella questione posta da Molyneux: cfr.
rare la verità» ha come risvolto la convinzione che in essa sia cap. I, paragrafo 4.3) si lascia andare ad affermazioni di questo
possibile leggere passato e futuro di ogni destino individuale. tipo1:
La chiromanzia, in tal senso, costituisce il recto magico di un
verso epistemologico rappresentato dalla veridicità del «tocca- Noi che abbiamo una dotazione sensoriale completa viviamo immersi
nello spazio e nel tempo; i ciechi, invece, vivono in un mondo esclusiva-
re con mano»: i segni sui palmi costituiscono la testimonianza mente temporale, che costruiscono a partire da sequenze di impressioni
delle nostre azioni ma anche il presagio dell’avvenire. (tattili, uditive, olfattive) (Sacks, 1995, p. 179).
In questa prima accezione, quella della veridicità e della ri-
velazione (religiosa, magica o epistemica: comunque conosciti- Il cognitivismo contemporaneo non assume una posizione
va), il tatto manuale costituisce la declinazione percettiva di tanto radicale: anzi di solito critica l’idea che sia solo la vista il
quello che potremmo definire «il senso del limite»: conduce la senso dello spazio. Allo stesso tempo, però, le scienze cogniti-
sapienza umana all’estremo delle sue possibilità, comporta l’ur- ve sembrano avere assorbito una declinazione raffinata, e per
to decisivo con ciò che è reale. questa ragione forse ancor piú fuorviante, dei topoi culturali e
Per un altro verso, però, nella tradizione occidentale la ma- filosofici legati al tatto manuale e alla perdita della vista: il tat-
no sembra vivere una condizione di completa inferiorità rispet- to è considerato un senso inefficiente che mostra la propria
to alla vista: il tatto è senso del limite in un modo del tutto di- funzionalità solo quando il cieco, o il vedente bendato, riesce
verso. Proprio perché legata alla presa diretta e al contatto con a «vedere» attraverso le mani (Gentaz, Hatwell, 2002) o la
la materia, la conoscenza manuale è considerata di solito ap- mente (Galati, 1992). Il tatto sembra in fin dei conti privo di
prossimativa, grezza, poco efficace. una sua autonomia cognitiva, schiacciato com’è sulla perce-
La mano, secondo questa idea, non coglie un limite ma vive zione visiva.
un limite: deve tastare per successioni un mondo che non co- Come accennavamo nel primo capitolo (par. 4.1), anche da
nosce nella sua interezza e mai completamente. La mano è sen- questo punto di vista quella cognitiva non può essere conside-
so del limite perché ristretto è il suo raggio d’azione e deficita- rata una rivoluzione quanto una «controrivoluzione» poiché,
ria la sua forma di conoscenza. insieme al comportamentismo, ha contribuito a limitare lo stu-
Una simile ambivalenza si riflette nella concezione occiden- dio della percezione umana alla visione. Ancora oggi, infatti,
tale della cecità, anch’essa duplice. Si pensi, ad esempio, a Ti- alcune delle acquisizioni della psicologia sperimentale e feno-
resia, l’indovino cieco che rivela a Edipo il suo destino. Secon- menologica della prima metà del novecento risultano essere le
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migliori e aspettano di essere approfondite. Per questa ragio- in particolare. La prima è quella del «corpo intero statico»: se-
ne, il presente capitolo avrà un andamento particolare. Nei condo lo psicologo ungherese, quando rimaniamo a lungo im-
prossimi due paragrafi ci occuperemo di alcune delle ricerche mobili, si crea una situazione di sospensione percettiva che a
piú significative compiute sul tatto dalla psicologia gestaltica e lungo andare dà luogo a un vero e proprio disorientamento sen-
della sua ripresa negli anni sessanta da parte di J.J. Gibson. soriale dovuto all’incapacità di cogliere gli assi spaziali in modo
Nella sezione successiva sottolineeremo le differenze anatomi- preciso e all’avvertimento confuso del proprio corpo. La secon-
che e funzionali tra gli arti superiori delle scimmie e le mani da è legata al «corpo intero in movimento», la cinestesia (lette-
umane: le prime sono preadattate a compiti specifici, le secon- ralmente, percezione del movimento): se ci spostiamo nello spa-
de sono forme plastiche che aprono una dimensione inedita zio con gli occhi chiusi, tramite il movimento la percezione del
nel regno animale, quella del lavoro. Nel quinto e ultimo para- nostro corpo e di ciò che ci circonda diventa piú precisa e con-
grafo tratteremo invece alcuni degli attuali indirizzi di ricerca sapevole anche se rimane ancora difficile da descrivere perché
sulla percezione manuale cercando di mostrare la loro sostan- indefinita e fortemente soggettiva. È solo con la terza forma, la
ziale inadeguatezza: potrà sembrare paradossale ma molti di percezione manuale, che possiamo avvertire con chiarezza lo
questi studi, pur essendo cronologicamente recenti, sono da spazio ed esplorarlo efficacemente. Per lo psicologo ungherese
un punto di vista teorico piú vecchi di quelli offerti dalla psi- il tatto manuale costituisce, in estrema sintesi, l’emancipazione
cologia gestaltica ed ecologica. da una percezione spaziale troppo soggettiva (la somestesia sia
statica che dinamica) che tende a confondere la presenza di sé
con quella degli oggetti circostanti.
2. I dieci principi della percezione manuale secondo Révész descrive la percezione della forma offerta dall’azio-
Révész ne manuale per mezzo di dieci «principi» o «tendenze». Ognu-
no di essi incarna un aspetto differente di una percezione tatti-
Una delle opere piú importanti scritte sul tatto nel secolo le manuale (anche detta, come abbiamo visto, aptica) che si ri-
appena concluso è sicuramente Die Formenwelt des Tastsinnes vela multiforme e poliedrica. Le tendenze che sembrano costi-
(Il mondo delle forme tattili) pubblicato nel 1938 dallo studio- tuire una specie di «dieci comandamenti del tatto» agiscono in
so ungherese Geza Révész (1878-1955). Nel 1960 la riedizione modo sinergico e complementare poiché solamente in rari casi
in lingua inglese, sotto il titolo Psychology and art of the blind, un principio è antagonista all’altro. Vediamo piú da vicino al-
ha permesso a questo testo di trovare dopo la seconda guerra lora in cosa consistono questi principi che, ancora oggi, offro-
mondiale maggiore diffusione e una certa notorietà: è uno dei no una delle descrizioni piú perspicue della percezione aptica:
testi piú citati nella letteratura, forse la piú conosciuta tra le
opere scritte sul tatto nella prima parte del secolo2. Si tratta in- 1. Principio stereoplastico. La percezione aptica tenta sempre,
fatti di un libro di grande respiro che cerca di porre le basi da per prima cosa, la presa avvolgente: se l’oggetto è piccolo e
un lato dello studio della percezione manuale, dall’altro della a dimensione della mano le dita lo circondano; se invece è
psicologia della cecità (in questa sede ci occuperemo soprat- piú grande il movimento stereoplastico si limita ad afferrar-
tutto del primo aspetto). lo. Secondo Révész (1938a, p. 164), si tratta del «principio
Révész, bisogna chiarirlo subito, non identifica in maniera fondamentale della percezione aptica» poiché costituisce
rigida il tatto con la manualità: il suo testo comincia con l’esa- un passo decisivo per la differenziazione tra l’io e il mondo
me di diverse forme della percezione tattile dello spazio, di tre che lo circonda. Grazie infatti alla capacità della mano di
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avvolgere gli oggetti con le dita, il tatto può esperire la cor- pio della successività e quello cinematico si legano insieme
poreità tridimensionale degli oggetti, tutte le loro dimensio- nel prendere le misure di un corpo altrimenti irrappresen-
ni (altezza, larghezza e profondità) contemporaneamente: tabile. Esistono a tal proposito, secondo lo psicologo un-
da qui il nome di «stereo» (simultaneo) «plastico» (forma gherese, due metodi fondamentali di misurazione. Il primo
tridimensionale). è di tipo statico poiché si limita ad applicare meccanica-
2. Principio della successività. Come abbiamo accennato, se l’og- mente unità di misura prestabilite come il centimetro, il me-
getto percepito è piú grande della mano, l’azione stereopla- tro, ecc. Il secondo invece è piú dinamico e soggettivo poi-
stica delle dita non può avvolgerlo (come accade per un col- ché si limita a rilevare grandezze relative e verifica se un
tello o una maniglia) ma solo prenderlo. Per questa ragione, corpo è piú grande o piú piccolo di un altro. Il primo meto-
il tatto deve procedere per passi successivi che gradualmente do incarna un atteggiamento piú scientifico e preciso, il se-
gli consentano di esplorare l’oggetto. Poiché il campo d’azio- condo è un sistema di valutazione piú veloce e approssima-
ne della mano è limitato, di fronte a un corpo di grandi di- tivo poiché rileva distanze e proporzioni, non vere e pro-
mensioni come una statua, un cancello o un’automobile il prie misure. Il senso aptico-manuale è quindi un senso geo-
processo esplorativo è costretto a suddividersi in una succes- metrico non perché un soggetto cieco può conoscere lo spa-
sione di atti di presa che devono essere poi assemblati in un zio solo grazie alle astrazioni della scienza euclidea, ma, al
intero (cfr. princ. 8 e 9). Questa tendenza è soprattutto tatti- contrario, perché la tendenza alla misurazione intrinseca al-
le ma, sottolinea Révész, rivela la propria presenza anche nel- la manualità costituisce il luogo di origine della geometria
la vista. Quando guardiamo una costruzione di ampie di- (cfr. Mazzeo, 2001a). Il fatto che molte unità di misura (il
mensioni, una cattedrale ad esempio, anche gli occhi devono pollice e il piede, la spanna o i passi) richiamino diverse par-
impegnarsi in un complesso lavoro di fissazioni parziali da ti del corpo umano non fa altro che testimoniare la paternità
riunire poi in una immagine complessiva. tattile della rappresentazione spaziale (ivi, pp. 155-156). So-
3. Principio cinematico. La mano conosce solo se si muove: sia lo la funzione metrica del tatto infatti è stabile e affidabile:
nella presa (princ. 1) che nell’esplorazione (princ. 2), il tat- nella vista le grandezze sono sempre variabili poiché decre-
to rileva un carattere intrinsecamente dinamico. Pazienti af- scono all’aumentare della distanza dagli oggetti percepiti.
fetti da un particolare tipo di agnosia tattile che disturba i 5. Principio dell’atteggiamento ricettivo o intenzionale. Secon-
movimenti manuali dimostrano l’importanza di un princi- do Révész, l’efficacia spaziale del tatto risente dell’atteggia-
pio secondo solamente a quello stereoplastico: se bendati, mento percettivo mostrato dal soggetto. Se la percezione
infatti, questi pazienti non sono in grado di riconoscere le tattile infatti è solo ricettiva, cioè si limita a subire passiva-
forme piú semplici poiché scambiano una croce per un qua- mente gli stimoli che provengono dall’esterno, le sue pre-
drato o per un parallelogramma (ivi, p. 170). Pur avendo stazioni nel riconoscimento di forma e sostanza degli ogget-
una sensibilità tattile normale, l’assenza di movimenti ade- ti diviene molto limitata. Se invece l’atteggiamento si fa in-
guati impedisce ai soggetti di identificare gli oggetti in base tenzionale, cioè attivo ed esplorativo (cfr. princ. 2), la situa-
alla forma. zione cambia radicalmente poiché per il tatto diventa possi-
4. Principio metrico. La mano, sostiene Révész, costituisce il bile non solo percepire forme ma vere e proprie Gestalten,
modello degli strumenti di misura: spesso toccare e misura- cioè forme immediate e complete (cfr. princ. 8). È proprio
re sono due azioni legate l’una con l’altra in modo indisso- lo iato tra atteggiamento ricettivo-passivo e intenzionale-at-
lubile. Quando un oggetto è di grandi dimensioni, il princi- tivo a costituire per Révész una delle maggiori differenze
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tra tatto e vista. Questo accade non perché, come vorrebbe ferenti. La prima, di tipo associativo, è piuttosto superficia-
una certa vulgata, il tatto sia intrinsecamente passivo e la vi- le poiché consiste nel legare un’impressione tattile a una vi-
sta naturalmente attiva, ma per una ragione piú sfumata. siva: se tocco una pipa, sostiene lo psicologo ungherese
Per lo psicologo ungherese, infatti, entrambi i sensi posso- (Révész, 1938a, p. 186), automaticamente mi verrà in mente
no avere sia una modalità ricettiva che una intenzionale: la l’immagine visiva di quell’oggetto. La seconda è invece piú
differenza sta nel fatto che mentre per il tatto il passaggio profonda poiché consiste in una vera e propria riconversio-
dall’una all’altra è decisivo poiché modifica drasticamente ne del dato tattile in un elemento visivo. L’aspetto piú inte-
le sue prestazioni, nella vista questo passaggio è meno signi- ressante di questo processo è che, secondo Révész, esso non
ficativo poiché essa procede secondo dinamiche piú stan- può fare a meno del linguaggio verbale: «è il concetto l’anel-
dardizzate e automatiche che si attivano indipendentemen- lo di congiunzione attraverso il quale la forma tattile si lega
te dall’atteggiamento del soggetto. alla Gestalt ottica» (ivi, p. 188. Il corsivo è nel testo). Ciò
6. Tendenza al tipo e allo schema. Per mostrare questo princi- non vuol dire, come è stato suggerito (cfr. ad es. Pick, 1974),
pio, Révész propone un esempio semplice ed efficace. Po- che il tatto subisce una costante codifica in termini verbali
niamo di trovarci di fronte a una tavola imbandita sulla qua- e ottici: questa tendenza, infatti, non è sempre all’opera per-
le è disposta una serie di forchette, tutte di tipo diverso (una ché può essere soverchiata o sostituita da altre (ad esempio
lunga, una stretta, ecc.). Ora proviamo a percepire le for- dal principio 1 o dal 10).
chette prima solo con la vista, guardandole per qualche se- 8. Principio dell’analisi strutturale e 9. Principio della sintesi co-
condo, poi con il tatto toccandole con gli occhi chiusi. Poi- struttiva. Poiché questi due principi sono intrinsecamente
ché la vista procede piú per impressioni globali e il tatto per legati l’uno all’altro, è opportuno darne una descrizione uni-
successioni percettive, le due modalità sensoriali sono in- taria. Si tratta infatti di due aspetti distinti di un processo
fluenzate da due tendenze differenti. Con la vista ci con- unico e simultaneo che riguarda la percezione di quella che
centriamo maggiormente sul fatto che si tratta di forchette Révész chiama la «struttura» di un oggetto. Mentre la for-
differenti, nonostante la loro somiglianza: ogni pezzo ha la ma (Gestalt) è una totalità fenomenica unitaria, un tutto si-
sua forma individuale caratterizzata da certe proporzioni multaneo e immediato, la struttura (Struktur) è costituita
spaziali. Per mezzo del tatto invece i soggetti tendono a con- dall’ordine e dalla disposizione delle parti che costituiscono
centrare la loro attenzione sul fatto che, al di là delle parti- l’oggetto. Poiché la vista ha un campo percettivo ampio per-
colari differenze, si tratta sempre dello stesso oggetto, cioè cepisce piú forme che strutture; il tatto, che ha una portata
del medesimo utensile. Poiché nella vista la forma ha mag- sensoriale molto minore, è spesso costretto a muoversi per
giore pregnanza, cioè si impone all’attenzione con piú forza successioni (princ. 2) e a cogliere piú strutture che forme.
coercitiva, gli occhi mirano all’individuale, mentre il tatto Ciò non comporta, si badi, solo svantaggi (la perdita, ad
tende maggiormente a inscrivere gli oggetti in tipi generali esempio, di una visione d’insieme immediata): mentre un
di identificazione e a costruire schemi generali di riconosci- oggetto può avere diverse Gestalten, esso ha una sola strut-
mento. tura. Se ad esempio vediamo un cubo, di questo avremo im-
7. Tendenza trasformatrice. Secondo Révész, in alcune circo- pressioni visive unitarie ma parziali: dovremmo girarci in-
stanze il tatto ha come tendenza implicita quella di trasfor- torno o voltarlo piú volte per vederne tutte le facce. Se pren-
mare i propri contenuti d’esperienza in dati visivi. Una si- diamo il cubo tra le mani, invece, ci troviamo in una situa-
mile trasformazione avverrebbe secondo due modalità dif- zione diversa: anche ammesso che le sue dimensioni ecce-
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dano quelle della mano e che ci costringano ad analizzarne tomesso al secondo: ciascuna modalità, pur dando accesso
la struttura attraverso passi successivi d’esplorazione, una a uno spazio unico, ha leggi proprie. Non a caso, Révész de-
volta sintetizzate le parti in una somma unitaria (il principio dica la discussione di questo principio all’analisi di uno stu-
9), la struttura dell’oggetto si rivela unica poiché, a diffe- dio pubblicato dallo psicologo Blumenberg (1936) quasi
renza della forma, non risente del punto di vista dal quale è contemporaneamente al suo libro. Questa discussione è in-
percepita. Proprio perché il tatto ha accesso piú a strutture teressante perché Blumenberg ha una posizione per molti
che a forme, è in grado di avere una funzione metrica piú versi simile a quella che assumerà Gibson circa trent’anni
efficace di quella visiva che gli consente valutazioni spaziali dopo (cfr. paragrafo 3). La tesi che propone è chiara e deci-
piú stabili e sicure. Ancora una volta, riprenderemo questo sa: «al di là di tutte le differenze fenomeniche e descrittive, la
punto piú avanti, per mettere insieme le diverse parti per- forma delle leggi che governano le relazioni spaziali aptiche e
cettive il tatto ha bisogno di un lavoro di fissazione verbale: visive è, date condizioni materiali tra loro comparabili, iden-
nel processo di sintesi tattile il linguaggio compie un ruolo tica […]» (ivi, p. 132. Il corsivo è nel testo). Per compren-
decisivo perché interno alla costruzione dell’unità struttura- dere le sfumature, peraltro decisive, che compongono la di-
le. Nella vista, al contrario, secondo Révész l’intervento ver- vergenza tra i due autori è necessario fare un passo indie-
bale tende ad essere esterno, cioè successivo, poiché inter- tro. Blumenberg utilizza alcune delle ricerche compiute pro-
viene su un’unità percettiva già pronta. Anche in questo ca- prio da Révész per assumere una posizione molto radicale.
so, comunque, molto dipende dal tipo di oggetto percepito: Già prima della pubblicazione della sua opera piú impor-
di fronte a forme complesse ed ampie come edifici, distese tante, lo psicologo ungherese infatti aveva cominciato a stu-
panoramiche od opere d’arte (ivi, p. 203), la vista non può diare il rapporto tra le illusioni percettive visive e quelle tat-
che rilevare strutture. tili dimostrando la loro sostanziale omogeneità (cfr. Révész,
10.Principio dell’organizzazione autonoma. Una lettura disat- 1934). Questa serie di ricerche, che proseguono per quasi
tenta o parziale dell’opera di Révész ha portato spesso a una vent’anni (cfr. Révész, 1953), fornisce dei risultati interes-
interpretazione distorta secondo la quale lo psicologo un- santi poiché dimostra che le cosiddette «illusioni ottico-geo-
gherese sosterrebbe la palese inferiorità di un senso non metriche» non costituiscono fenomeni solamente visivi.
spaziale (cfr. ad es. Millar, 1981) o comunque decisamente Révész lavora su oltre una trentina di illusioni (tra cui quel-
inefficiente nella percezione della forma (cfr. ad es. Flet- la di Müller-Lyer della quale abbiamo parlato nel capitolo I,
cher, 1981; Heller, 2000b). Questa decima tendenza percet- paragrafo 3.2) dimostrando la loro forza coercitiva anche
tiva dimostra invece che le cose stanno diversamente. Quel- nel senso aptico, cioè sul tatto manuale attivo (per alcuni
lo di Révész, infatti, è un gioco continuo di somiglianze e esempi si veda la figura 1). È opportuno precisare che que-
differenze che tende a sottolineare due principi fondamen- sto studio assume un rilievo particolare perché secondo
tali. Per un verso tatto e vista, se messi nella condizione di Révész le illusioni non costituiscono delle semplici curiosità
farlo, sono in grado di percepire secondo modalità molto percettive ma rivelano la conformazione stessa del nostro
simili: quando gli oggetti da percepire sono di piccole di- spazio:
mensioni il tatto può ad esempio percepire Gestalten; quan-
do sono invece molto grandi, anche la vista deve procedere Le illusioni ottiche costituiscono quindi dei fattori essenziali per il nostro
spazio visivo. Se le eliminassimo, il mondo spaziale cambierebbe i propri
per rilevazioni strutturali. Per un altro, ciò non vuol dire connotati, perderebbe la propria vivacità ed elasticità e, in tal modo, ver-
che tatto e vista siano sensi identici, né che il primo sia sot- rebbe meno gran parte del suo carattere estetico. È proprio attraverso
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questo insieme di tendenze che sono alla base anche delle illusioni geo-
metrico-visive che le forme [Formen und Gestalten] acquistano vita, mo-
vimento e attività. Se queste tendenze non avessero effetto, il nostro mon-
do spaziale diverrebbe un sistema rigido piú che un mondo in continuo
divenire (Révész, 1953, p. 466).

Illusione di Kundt Illusione di Titchener La dimostrazione che un gran numero di illusioni sono co-
Se si confrontano i segmenti Il cerchio A dà l’impressione di muni sia al tatto che alla vista dimostra «l’unità delle nostre ca-
a e b, il segmento b, essere piú grande del cerchio
suddiviso in parti, appare B, delle stesse dimensioni ma
pacità percettive dello spazio e della forma» (Révész, 1934, p.
piú grande del segmento a. tra cerchi piú grandi. 364). Il dissenso nasce dal fatto che Blumenberg commette l’er-
rore di trarre da questa conclusione un’inferenza non lecita che
stabilisce la sostanziale identità (o perlomeno la totale confor-
mità) tra il dominio visivo e quello aptico. Blumenberg sostie-
ne, ad esempio, che la prospettiva è percepibile graficamente
anche attraverso il tatto per mezzo di una fitta maglia di segni
in rilievo tracciata in modo tale che ogni segno parta da un
punto di fuga centrale (si pensi a una ragnatela: ivi, p. 136) e
Illusione di Zöllner Illusione di Poggendorf
Le cinque sezioni centrali Il segmento A, che ha la stessa
che l’illusione di Aristotele (fig. 2) non è altro che la versione
delle linee sono parallele lunghezza del segmento B tattile dello sdoppiamento dell’immagine visiva (il noto «vede-
ma sembrano convergere e che è interrotto da due re doppio» di chi ha esagerato con l’alcool o è reduce da un’a-
verso sinistra e verso destra. verticali, sembra spostato
verso il basso.
nestesia generale: ivi, pp. 156-157).
La posta in palio non va sottovalutata. Attraverso la disami-
na dei suoi dieci principi, Révész cerca di trovare un equilibrio
tra due concetti ancora oggi troppo spesso confusi tra loro: au-
tonomia e indipendenza. La vasta coincidenza delle illusioni
geometriche tattili e visive, cosí come la parziale applicabilità
al senso aptico delle leggi gestaltiche verificata da un allievo
dello psicologo ungherese (Scholz, 1957), dimostra che queste
Illusione delle ellissi: Illusione di quantità:
Se si confrontano l’ellissi Le linee di A sembrano piú
due modalità sensoriali sono strettamente intrecciate e che dan-
verticale A e l’ellissi numerose di quelle di B, no accesso a uno spazio unitario, non pulviscolare. Al contem-
orizzontale B, quella sebbene il loro numero po sostenere l’intreccio tra questi due sensi non significa affer-
verticale appare piú alta sia identico.
e stretta.
mare che tra di essi non sussistano forti differenze, che ciascu-
no di essi non abbia la sua autonomia, cioè leggi proprie
(aÈtÒw = proprio, nÒmow = legge):

Questa forte coincidenza è mostrata dal fatto che sono percepibili in am-
bito aptico tutti i tipi di illusione geometrico-visiva. Una tale coincidenza
non perde in alcun modo la propria validità generale a causa del fatto
Figura 1 Alcune delle illusioni visive e tattili studiate da Révész che esistono illusioni spaziali specifiche della vista come la prospettiva
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che, come accennato, si realizza in seguito alla particolare funzione svol- Tutto ciò non vuol dire che la posizione di Révész sia esen-
ta dalla visione binoculare. Allo stesso modo, è possibile citare illusioni
specifiche del senso aptico, che trovano la loro origine nel movimento e
te da difficoltà o che non necessiti di integrazioni. I punti che
nella posizione degli organi tattili, come ad esempio la cosiddetta illusio- devono passare un vaglio critico sono infatti almeno due. Il
ne di Aristotele (Révész, 1953, p. 476). primo concerne il settimo principio, quello che riguarda la ten-
denza del tatto a tradurre i dati aptici in forme visive. In che
Révész insiste continuamente sul fatto che ciò che costitui- senso esso è valido? Quando parla di illusioni spaziali, Révész
sce l’eccezione, o meglio un caso insolito, per un senso rappre- è molto chiaro su un punto. La coincidenza di prestazioni tra
senta la regola per l’altro. Tra tatto e vista esiste una relazione tatto e vista non può essere spiegata come una traduzione visi-
incrociata che permette di distinguere i loro tratti costitutivi e, va delle prestazioni tattili:
nel contempo, di focalizzarne i punti di raccordo e sovrapposi-
zione: gli oggetti piccoli e non troppo complessi costituiscono Contro le nostre affermazioni sulla natura delle illusioni tattili, si potrebbe
sostenere che queste, in realtà, sono datità [Gegebenheiten] non aptiche ma
il punto di collasso, cioè di estrema coincidenza, tra sistemi originariamente visive, che nascono involontariamente in corrispondenza
percettivi con caratteristiche proprie. di impressioni tattili-motorie e che poi si trasferiscono su di esse. Questa
ipotesi è del tutto insostenibile perché, come è possibile dimostrare, perso-
ne cieche dalla nascita o dalla prima infanzia si comportano come i vedenti
con gli occhi chiusi (Révész, 1953, pp. 476-477. I corsivi sono nel testo).

Il fatto che i ciechi congeniti diano risultati simili a quelli


dei vedenti bendati conferma l’autonomia della percezione tat-
tile (Révész, 1934, pp. 367-371). Perché allora insistere sulla
tendenza a visualizzare? Révész compie l’errore di considerare
come costitutivo della percezione tout court un dato probabil-
mente valido per la nostra cultura e la nostra epoca (entrambe
sicuramente assai visive: televisione, cinema, telematica ne sono
le testimonianze piú ovvie e recenti). È esattamente questo il
pericolo che corre ogni indagine sulla conoscenza umana che
trascuri di confrontarsi con la ricerca antropologica (si pensi,
ad esempio, al paradigma cognitivo): scambiare un fatto cultu-
rale (cioè locale e storico) per una condizione universale, valida
sempre e ovunque. La stessa antropologia, peraltro, ha dedica-
to scarsa attenzione a forme sensoriali come quella tattile per
lungo tempo considerate «minori»: pertanto i dati a disposizio-
Figura 2. L’illusione di Aristotele è provocata da un mancato processo di ne sono purtroppo scarsi. Nonostante ciò è possibile fare un
unificazione sensoriale: se, a occhi chiusi, tocchiamo una matita con due dita
distese (fig. a), abbiamo la sensazione di venire a contatto con un solo ogget- paio di esempi piuttosto interessanti perché suggeriscono il ca-
to, ma se le incrociamo ci sembrerà di sentirne due (fig. b) come se i due lati rattere culturale della tendenza a rendere visivi i dati tattili. Non
della matita rimanessero separati. Il nome dell’illusione ricorda che il primo solo, infatti, alcune ricerche sul campo hanno confermato la va-
a descrivere il fenomeno è stato Aristotele (Metafisica, IV, 1011a). Per una
rassegna aggiornata sulle illusioni tattili si veda Negri Dellantonio, 1994, Hel- lidità di alcune illusioni tattili, come quella di Aristotele, anche
ler, 2000c e Gentaz, Hatwell, 2002. Fonte: Coren, Ward, Enns, 1999 presso popolazioni non occidentali come i Toda dell’India me-
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ridionale (Rivers, 1905, pp. 371-372): esistono culture per le cia e incisività se non viene inserito in prospettiva genetica ed
quali la percezione tattile assume un valore diverso, piú focale, evolutiva. In che modo vista e tatto sono sensi diversi?
rispetto alla nostra. Gli eschimesi Netsilik, ad esempio, vivono Lo psicologo ungherese mette a disposizione tutti gli ele-
in un clima estremamente rigido: per questo la madre porta con menti per una risposta piú forte e soddisfacente senza però trar-
sé il figlio legato dietro la schiena sotto la sua giacca. Il bambi- re con decisione le dovute conclusioni: è come se imbandisse la
no è sempre al caldo, non rischia di cadere sul fondo ghiacciato propria tavola per poi andare a mangiare altrove. Révész sotto-
dell’igloo e la madre può svolgere le proprie attività quotidia- linea infatti due aspetti complementari. Per un verso tatto e vi-
ne. Per la maggior parte della giornata il bambino guarda il sta sono due modalità sensoriali diverse perché hanno un rap-
mondo da sopra le spalle della madre e ogni scambio comuni- porto differente con lo spazio-tempo. Il tatto è piú lento della
cativo, almeno finché il piccolo non comincia a camminare, av- vista: i movimenti della mano sono misurati di solito in secon-
viene per mezzo del tatto: «la madre riesce a prevedere i suoi di, quelli degli occhi (i cosiddetti movimenti saccadici) in mil-
[del figlio] bisogni attraverso il contatto cutaneo» (Montagu, lesimi di secondo. Nel contempo le mani hanno un campo d’a-
1971, p. 212). Nella cultura Netsilik l’intesa tra madre e neona- zione, come accennavamo in precedenza, limitato all’estensio-
to piú che di sguardi è fatta di contatti, di pressioni e di rap- ne delle braccia e del corpo, mentre gli occhi possono percepi-
porti termici. Nelle distese ghiacciate del Polo Nord non c’è lu- re forme e colori per centinaia di metri. Questa accoppiata, tat-
ce per sei mesi l’anno e per la maggior parte degli altri sei il ba- to lento a corto raggio e vista veloce a lunga gittata, fa sí che i
gliore del sole contro il ghiaccio è molto fastidioso. Nell’ecosi- principi portanti della percezione assumano contorni molto di-
stema artico la vista perde il primato che gode presso la cultura versi. Come abbiamo visto in precedenza, le opposizioni tra
occidentale e cede il passo al senso del contatto. forma e struttura, successività e simultaneità, analisi e sintesi
Non si può certo obiettare che l’ambiente polare sia «meno non sono nette poiché non è possibile identificare ciascun ter-
naturale» di quello tropicale o temperato: è solamente diverso. mine con un senso piuttosto che con un altro (Révész non af-
Differenti sono le priorità sensoriali e le strategie di sopravviven- ferma, ad esempio, che il tatto è senso della successione men-
za adottate dagli animali umani che abitano questo spazio ecolo- tre la vista quello della simultaneità come invece tutt’oggi an-
gico per trasformarlo in un posto in cui poter crescere, cioè in cora molti sostengono: cfr. ad es. Jonas, 1994; Sacks, 1995).
un mondo (cfr. cap. II, par. 3; cap. IV, par. 4). L’importanza del Si tratta piuttosto di un problema di amalgama e di domi-
tatto nella cultura eschimese non è riducibile, infatti, alle condi- nanza: come mostra lo schema, le dieci tendenze di cui abbia-
zioni climatiche nelle quali essa vive: anche per i Dusun, popolo mo parlato sono sia aptiche che visive, ma diversa è la loro me-
che vive nel Borneo settentrionale, la percezione tattile assume scolanza perché differenti sono i loro rapporti di forza:
un ruolo centrale (Williams, 1966). Il fatto che si tratti di una Principio tatto vista
cultura prevalentemente orale svincola il sapere collettivo dal 1. Stereoplastico + –
mezzo ottico costituito dalla scrittura: nel caso dei Netsilik una 2. Successività + –
struttura sociale basata piú sul racconto collettivo che sulla lettu- 3. Cinematica + –
4. Metrico + –
ra individuale si accompagna alla necessità biologica di stare in 5. Atteggiamento ricettivo o intenzionale + –
contatto per non perdere calore (e non solo in senso metaforico). 6. Tendenza al tipo e allo schema + –
Ma c’è un secondo punto sul quale è necessario soffermarsi 7. Tendenza trasformatrice + –
8. Analisi strutturale + –
perché, se possibile, ancora piú importante del primo. Il lavoro 9. Sintesi costruttiva – +
di Révész, infatti, rischia di perdere gran parte della sua effica- 10. Organizzazione autonoma + +
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Révész sottolinea, poi, un secondo aspetto: è proprio per la vergenza binoculare e alla rilevazione dei contorni sono auto-
maggiore lentezza e il minor raggio d’azione che il tatto ha bi- matici e precablati. I movimenti saccadici sono delle forme di
sogno del linguaggio verbale. Questa affermazione è spesso in- aggiustamento percettivo di ordine sostanzialmente fisiologico,
tesa in modo riduttivo: se il tatto ha bisogno di integrazioni poco influenzabili da abitudini, cultura o stile di vita, dalla co-
verbali, vuol dire che è un senso intrinsecamente linguistico e siddetta seconda natura insomma.
come tale percettivamente inefficace. Per il tatto, le cose stanno differentemente. Révész, parlan-
Come abbiamo visto questa conclusione è insostenibile poi- do della differenza tra struttura e forma, fa un’affermazione
ché esiste un nucleo percettivo aptico che è autonomo, origi- molto interessante:
nale e irriducibile: la percezione stereoplastica dei corpi, la raf-
finata sensibilità alla tessitura delle superfici, la pregnanza del- la struttura è in senso kantiano un prodotto empirico, mentre la forma è
le illusioni geometriche e, in parte, delle leggi gestaltiche ne una condizione trascendentale della percezione gestaltica (Révész, 1938a,
p. 153).
costituiscono la dimostrazione. Ciò non toglie naturalmente
che il tatto sia un senso meno gestaltico della vista. Questa ca-
La prima è un dato empirico e costruito, mentre la secon-
ratteristica, di solito considerata come un handicap di parten-
da è innata. È proprio questo elemento che consente di utiliz-
za, dà invece la possibilità di capire l’importanza del tatto per
l’origine del linguaggio3. zare la presentazione della percezione aptica fornita da Révész
Révész è sulla buona strada quando, in maniera piuttosto come parte integrante della nozione di natura umana sulla qua-
sorprendente (almeno per il lettore abituato a una gran quan- le abbiamo cominciato a lavorare nei capitoli precedenti. La
tità di letteratura che si ispira alle scienze cognitive ma che tra- capacità della mano di percepire piú strutture che forme co-
scura il tatto), afferma che «il processo percettivo tattile è, per stituisce infatti il correlato aptico della sprovvedutezza che
sua natura generale, cognitivo» (Révész, 1938a, p. 127. Il corsi- contraddistingue il corpo umano nella sua interezza. Come la
vo è nel testo). Che il tatto sia un senso cognitivo non significa somestesia dell’Homo sapiens si caratterizza per l’esposizione
che questa modalità percettiva è colonizzata dalle parole ma agli stimoli esterni e agli agenti climatici poiché nuda e sprov-
che il tatto costituisce l’humus percettivo nel quale si radica il vista di armi, cosí la mano umana non ha a disposizione la pos-
linguaggio. sibilità cablata, pronta alla nascita, di percepire automatica-
Questo punto è spesso occasione di fraintendimenti. Una mente forme. In entrambi i casi il punto di partenza è la sprov-
delle fonti di confusione concettuale delle quali è responsabile vedutezza data da una mancanza di difese e abilità innate. Nel
lo stesso Révész è di aver inserito il termine «intenzionale» o contempo questa doppia sprovvedutezza non rappresenta
«volontario» nel confronto tra tatto e vista. Anche i movimenti semplicemente la sottolineatura naturale e un po’ ossessiva di
tattili, infatti, sono molto spesso involontari (cfr. paragrafo 4.2): uno stesso carattere, quanto invece due aspetti complementari
quando esploriamo un oggetto con le mani non dobbiamo co- in grado di dare soluzione al problema costituito dalla nudità
scientemente comandare, passo dopo passo, gli spostamenti umana.
delle nostre dita. La differenza sta nel fatto che questa comune L’estrema esposizione conferita al nostro corpo dalla postu-
involontarietà che accomuna tatto e vista ha un’origine e un si- ra eretta consente infatti di liberare le mani dalle funzioni spe-
gnificato profondamente diversi. La superiore velocità della vi- cializzate della locomozione o della semplice presa. Spoglian-
sione è determinata infatti da una circostanza precisa: i movi- dosi in una cruda somestesia, il corpo umano denuda le sue
menti deputati alla messa a fuoco e al puntamento, alla con- mani, l’altra sponda della percezione tattile. Ma proprio mani
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tanto nude, cosí prive di capacità immediate di percezione del- «ecologico» poiché cerca di fornire una visione della cono-
la forma e di gesti automatici di presa (questo secondo aspetto scenza umana meno frammentata e meno separata da ciò che
lo vedremo meglio nel paragrafo 4), hanno una plasticità tale la circonda. A differenza della concezione computazionale del-
da farsi strumenti di lavoro, mezzo di costruzione culturale di la mente, base del cognitivismo standard, l’informazione se-
quei ripari di cui nasciamo privi. condo Gibson non è elaborata dalla mente attraverso schemi
Da una parte tra linguaggio e manualità sussiste quella che inferenziali. Le informazioni sono come i fiori in un campo:
già Gehlen (1978, p. 173; cfr. cap. II, paragrafo 3.2) descrive sono lí, nell’ambiente che circonda ogni organismo e sono sem-
come una analogia strutturale: si tratta in entrambi i casi di for- plicemente da «cogliere» (pick up). Di conseguenza, percezio-
me conoscitive che non si limitano a constatare come il mondo ne e pensiero tra loro non si identificano: per lo psicologo ame-
è, ma a costruirlo, a modificarlo continuamente. Come nel lin- ricano percepire significa avere presa istantanea sulle cose,
guaggio il dire è sempre un fare, cosí nella percezione manuale muoversi su un pianeta popolato da altri organismi. La perce-
l’azione conoscitiva è sempre una prassi manipolativa: sia il lin- zione, infatti, non è concepita come un processo passivo (com-
guaggio che la percezione aptica sono intrinsecamente perfor- portamentismo) né come l’elaborazione tutta attiva della men-
mativi (lo vedremo meglio nel cap. IV, paragrafo 4). te calcolatrice (cognitivismo): è un processo di interazione tra
Dall’altra, c’è un secondo aspetto sottolineato da Révész gli esseri viventi e il loro ambiente. Ambiente e soggetto della
(ivi, pp. 188, 191-192): la percezione manuale della struttura percezione sono infatti tra loro interconnessi, due termini di
richiede una fissazione verbale. La percezione aptica, cosí co- un unico rapporto: è proprio da questa relazione specie-speci-
me quella somestesica (cfr. cap. II), costituisce condizione del fica che scaturiscono le diverse affordances, cioè le varie possi-
linguaggio semplicemente perché ne ha bisogno. Ciò non vuol bilità pratiche di uso e di sfruttamento dell’ambiente da parte
dire, naturalmente, che il tatto sia la causa della comparsa del di ciascun organismo. Specie differenti non solo percepiscono
linguaggio verbale: non si tratta di una relazione meccanica, né ciò che le circonda in modo differente ma lo utilizzano in ma-
tantomeno di una necessità logica. Piú semplicemente, la sprov- niera diversa: ci si può arrampicare su un albero solo se si han-
vedutezza del corpo e della mano umana trova la sua cura per no zampe, un sasso può essere lanciato solo da chi abbia mano
un verso nella plasticità della somestesia e nelle capacità mani- prensile.
polative della percezione aptica, per un altro nella plasticità e L’approccio ecologico di Gibson si distingue quindi per due
nella performatività del linguaggio. caratteristiche di fondo. La prima, come abbiamo ribadito piú
Mentre la sua nudità somestesica permette all’Homo sa- volte, è il rifiuto di ogni paradigma di ricerca sulla natura uma-
piens di evadere da un ambiente, le capacità costruttive delle na che si concentri solamente sulle sue capacità linguistiche e
sue mani e delle sue parole gli consentono di costruirsi un che utilizzi come principale strumento euristico esperimenti di
mondo. laboratorio basati sull’analogia mente-computer.
La seconda consiste invece in una forma estrema di conti-
nuismo che descrive l’essere umano semplicemente come un
3. Gibson: il tatto come senso attivo animale tra gli altri, un essere il cui ambiente è reso piú esteso
dalla cultura (Gibson, 1966, p. 26). Nella teoria gibsoniana del-
Come abbiamo detto nel primo capitolo (paragrafo 2.2), la percezione, infatti, la nozione di «mondo» ha un impiego
Gibson propone una versione del cognitivismo molto partico- specifico ma molto diverso rispetto all’accezione nella quale
lare, potremmo dire eterodossa. Il suo approccio è chiamato viene utilizzata nell’antropologia filosofica e in questo libro.
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Per Gibson (1966, p. 8), «mondo» è termine che si riferisce manuale della quale ci stiamo occupando ora, senza porli in
semplicemente all’insieme degli oggetti fisici: di conseguenza è relazione gerarchica.
un concetto ancora piú generico di quello di ambiente poiché A tal proposito Gibson distingue tre forme di percezione
non si rivolge alla specificità della vita umana quanto invece al- tattile. La prima è definita tatto passivo o cutaneo (passive or
la descrizione prebiologica, fisica, di ciò che circonda un esse- cutaneous touch) e si riferisce alla condizione nella quale la pel-
re vivente. le subisce il contatto di un altro corpo che le si avvicina (Gib-
Proprio per queste due ragioni, l’originalità della sua posi- son, 1962, p. 477). È la modalità percettiva tattile meno effica-
zione e l’eccessivo continuismo, Gibson può esser definito una ce poiché consiste semplicemente «nella stimolazione della pel-
sorta di «Uexküll della seconda metà del novecento»: da un la- le e dei tessuti piú profondi senza alcun movimento di artico-
to le sue ricerche hanno un valore fondamentale e imprescin- lazioni o muscoli» (Gibson, 1966, p. 122).
dibile, dall’altro necessitano di alcune correzioni che permetta- La seconda è chiamata tatto attivo (active touch). Come ve-
no una migliore comprensione della natura umana e del valore dremo tra poco, è la modalità tattile piú efficace per il ricono-
del tatto per la nostra specie. scimento della forma. Gibson la definisce in questo modo:
Partiamo dal primo punto. Nel 1966 Gibson pubblica una
Il tatto attivo si riferisce a ciò che di solito è chiamato toccare. Il tatto atti-
monografia frutto del lavoro di un decennio di ricerche, The vo deve essere distinto dal tatto passivo ovvero dall’esser toccati. In un ca-
senses considered as perceptual systems, che costituisce ancora so l’impressione sulla pelle è causata da chi percepisce, mentre nell’altro
oggi un testo insuperato per la filosofia della percezione. Il te- da qualche agente esterno. Questa differenza è molto importante per l’in-
dividuo ma non è stata sottolineata dalla psicologia della sensazione né,
sto non si distingue solo per la sua completezza (tratta in ma- soprattutto, dalla letteratura sperimentale.
niera approfondita tutti e cinque i sensi mettendo in discus- Il tatto attivo è un senso esplorativo piú che meramente ricettivo. […] Si
sione la possibilità di una loro rigida distinzione) ma soprat- tratta di movimenti esplorativi, non operativi. In questo senso, questi mo-
tutto perché il libro è pervaso da un continuo e preciso inten- vimenti tattili delle dita sono come i movimenti degli occhi. Infatti, il tatto
attivo può essere definito una esplorazione tattile [tactile scanning], in ana-
to teorico: dimostrare il carattere attivo della percezione, la logia con l’esplorazione oculare [ocular scanning] (Gibson, 1962, p. 477).
sua autonomia da pensiero e linguaggio, la sua intrinseca sine-
steticità. Il terzo tipo di percezione tattile è definita da Gibson tat-
Seppur la sua attenzione si sia concentrata, in questo come to dinamico (dynamic touch). A differenza del tatto attivo, il
in altri testi, soprattutto sulla percezione visiva, il progetto teo- dynamic touch coinvolge infatti non solo stimolazioni cutanee
rico di Gibson è sicuramente piú esteso e completo. Per quel e movimenti articolari ma anche sforzi muscolari (Gibson,
che riguarda la percezione tattile, infatti, i due capitoli del li- 1966, p. 109). Per questa ragione, si tratta di una forma di
bro ora citato dedicati a questa modalità sensoriale costituisco- percezione tattile coinvolta soprattutto nella valutazione del
no senza dubbio, oltre a una ricerca pubblicata qualche anno peso dei corpi e nell’impiego di bastoni (o di un qualunque
dopo sulla rivista Psicological Review, i due cardini della ricer- tipo di sonda) per l’esplorazione di ciò che ci circonda. Quan-
ca sul tatto della seconda metà del novecento. do il cieco con il suo bastone bianco cammina per la strada si
Gibson individua ancor piú chiaramente di Révész il carat- muove sfruttando per l’appunto il tatto dinamico: è attraver-
tere bipolare della percezione tattile poiché identifica sia la po- so la simultaneità di informazioni che provengono da pelle,
larità somestetica (Gibson, 1962, p. 479; 1966, p. 98) della qua- muscoli e articolazioni che il non vedente percepisce «la so-
le abbiamo parlato nel capitolo precedente che quella aptica- stanza materiale, cioè, l’inerzia degli oggetti» toccati dal suo
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strumento, la loro «consistenza» (Gibson, 1966, p. 128. Il cor- molto semplice. Gli oggetti (posti dietro una tenda in modo da
sivo è nel testo). impedirne la visione) da identificare erano delle formine per
Gibson afferma esplicitamente che prima di lui solamente dolci con un diametro medio di 2 centimetri e mezzo, costruite
Révész e Katz hanno studiato il tatto prendendo nella dovuta con una striscia metallica piegata a formare una certa sagoma.
considerazione le diverse modalità di funzionamento della per- Si tratta di forme geometriche semplici e piuttosto regolari:
cezione manuale. La modalità attiva di Gibson sembra ripren-
dere infatti il principio cinematico di Révész di cui abbiamo
parlato nel paragrafo precedente:

Katz (1925) e Révész (1950) hanno provato, invece, che la mano è un or-
gano sensoriale distinto dalla pelle della mano. Katz ha cominciato a de-
scrivere l’esperienza tattile cosí come si presenta nella vita quotidiana e
ha compiuto esperimenti su alcune delle discriminazioni che è possibile
individuare. Révész, osservando le performances dei ciechi, ha proposto I soggetti dovevano capire quale fosse la forma di questi og-
un modo sconosciuto di esperienza chiamato aptico che va oltre le classi-
che modalità del tatto e della cinestesi. L’interesse di questo autore è ri- getti all’interno di due diverse condizioni sperimentali: la pri-
volto alla filosofia e all’estetica. Questi due sembrano essere i soli ricer- ma prevedeva che le mani non potessero esser mosse in alcun
catori che abbiano dato peso a ciò che abbiamo chiamato tatto attivo. Il modo. Era lo sperimentatore a imprimere la forma dell’ogget-
loro lavoro non è stato continuato da altri ricercatori e il termine stesso
«aptico» non è stato piú molto usato, forse perché non si adatta con ciò
to sulla mano aperta e distesa. Nel secondo caso invece i sog-
che di solito si considera un senso (Gibson, 1962, pp. 477-478). getti potevano muovere l’oggetto ed esplorarne i contorni. I ri-
sultati delle due prove furono molto chiari: mentre con il tatto
Anche Gibson (1966, p. 123) è convinto che il tatto non sia passivo, i soggetti riuscivano a identificare le forme sono nel
inferiore alla vista nella percezione dello spazio. L’articolo pub- 49% dei casi, nella modalità attiva la percentuale saliva al 95%
blicato nel 1962 sulla rivista Psicological Review (al quale ac- (Gibson, 1962, p. 486). Ciò dimostra senza ombra di dubbio
cennavamo in precedenza e che abbiamo citato diverse volte) non solo che il tatto attivo è molto piú efficace di quello cuta-
fonda un atteggiamento teorico in gran parte nuovo, in grado neo ma che la pretesa inefficienza sensoriale del tatto, tanto
di dare nuova linfa alla serie di ricerche sul tatto inaugurata spesso ribadita nella letteratura (cfr. paragrafo 1), nasce dalla
dalla psicologia gestaltica. Questo studio ottiene un risultato scarsa conoscenza di una modalità sensoriale piú complessa di
sperimentale semplice ma convincente in grado di dimostrare quanto si potrebbe credere.
con chiarezza e rigore le capacità tattili nella percezione della La riabilitazione della percezione aptica di Gibson assume
forma. Le ricerche di Katz e Révész infatti sono spesso piene però un valore diverso rispetto a quello datogli da Révész. Lo
di resoconti sperimentali approssimativi, a volte basati sull’e- psicologo americano infatti sottolinea piú le somiglianze che le
sperienza diretta degli autori con soggetti ciechi o bendati. Gib- differenze tra vista e tatto. In questo senso lo studioso ameri-
son propone un test in grado di eliminare qualsiasi residuo ra- cano sembra essere piú vicino a Blumenberg che allo psicolo-
psodico o generico senza, per questo, scadere in esperimenti go ungherese:
specialistici, pieni di dettagli fisiologici precisi ma privi di al-
cun interesse teorico. D’altro canto, se il colore è intangibile, la temperatura è invisibile. Ogni
senso ha la sua speciale sensibilità alle proprietà di una superficie ma ce
Lo psicologo americano mette alcuni soggetti vedenti di fron- ne sono anche alcune comuni. La corteccia di un albero appare ruvida
te a un compito di riconoscimento delle forme dalla struttura senza il tatto ma la si percepisce ruvida anche con il tatto e senza la vista.
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L’esperto può identificare l’albero solo per mezzo di entrambi i sensi. di un oggetto duro o morbido, liscio o ruvido. Nel dynamic
Naturalmente, la struttura ottica delle superfici si estende per miglia e la
struttura tangibile si estende solo per la lunghezza del braccio umano.
touch, infatti, mani e corpo umano diventano una specie di
Ma se le superfici determinano lo spazio percettivo, sia vista che tatto so- «diapason biologico» in grado di cogliere le caratteristiche cor-
no sensi spaziali. poree degli oggetti circostanti (Mazzeo, 2002b).
[…] Si dice che la visione registri solo la superficie frontale di un og-
I problemi nascono quando Gibson si lancia in affermazio-
getto mentre il tatto registra il davanti e il dietro allo stesso tempo. In
tal senso visione e tatto sembrano esser differenti. Tuttavia queste diffe- ni come questa:
renze sono esagerate; la successione riguarda l’operatività di entrambi i
sensi. La capacità di vibrisse, artigli e antenne di sentire cose a distanza non è
[…] In generale, queste indagini suggeriscono che visione e tatto non differente in linea di principio dall’abilità dell’uomo di usare un bastone o
hanno nulla in comune solo quando sono considerati come canali per dati una sonda per scoprire fonti d’urto meccanico alla fine dell’appendice ar-
sensoriali semplici e senza significato. Hanno invece molto in comune tificiale della sua mano. L’impiego di strumenti, da stecche, bastoni e ra-
quando sono considerati come canali per la raccolta di informazioni, co- strelli fino a oggetti piú raffinati come cacciaviti, pinze o anche canne da
me organi sensoriali attivi ed esplorativi. Per certi versi, sembra che regi- pesca e racchette da tennis, si basa probabilmente su capacità percettive
strino la stessa informazione e che producano le stesse esperienze feno- corporee che si trovano anche negli altri animali (Gibson, 1966, p. 100).
meniche. (Gibson, 1962, pp. 488-490. I corsivi sono nel testo).

Se fosse come dice Gibson, se l’impiego umano di utensili


Questo brano mostra con chiarezza che Gibson tende a sot-
si basasse su capacità percettive del tutto simili a quelle degli
tolineare, seppur con un certo equilibrio, piú la convergenza
altri animali, non si capirebbe perché non capita mai di vedere
che l’autonomia sensoriale. Si tratta di una differenza di impo-
due scimpanzé che giocano a tennis o il proprio cane che smon-
stazione che non si oppone alle tesi di Révész4: come vedremo
ta la sua cuccia con un paio di pinze. Da questo punto di vista,
(paragrafi 5-5.3), però, nel tempo questa diversità di toni si è
trasformata fino a segnare tra gli allievi di Gibson e lo psicolo- lo psicologo americano fa un assunto paradossalmente molto
go ungherese una cesura marcata. simile a quello di chi sostiene la tesi opposta, secondo la quale
sarebbe solo il linguaggio verbale a distinguerci dalle altre for-
me di vita (cfr. cap. II, paragrafo 3). Entrambe le teorie, sia
4. Al lavoro: perché le nostre non sono mani di l’approccio ecologico che il riduzionismo linguistico, non pos-
scimmia sono rispondere allo stesso interrogativo: come mai allora è
l’Homo sapiens a parlare e non i delfini o gli scimpanzé?
Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, Gibson sot- Questa domanda può trovare risposta, invece, se prendia-
tolinea un elemento importante della percezione tattile, la sua mo atto che solo nell’animale umano nudità del corpo e plasti-
estendibilità protesica. Lo psicologo americano chiama dyna- cità manuali si danno reciproco sostegno e che solo nella no-
mic touch l’azione congiunta di mani e braccia che ci consente stra specie le protesi tattili assumono un valore duplice. Que-
non solo di valutare il peso degli oggetti ma anche di esplorar- ste, per un verso, hanno una utilità conoscitivo-esplorativa: il
ne la superficie per mezzo di bastoni, attrezzi e sonde. Provate, caso classico del bastone bianco che permette al non vedente
ad esempio, a chiudere gli occhi e a prendere una matita tra le di orientarsi nello spazio. Per un altro, la loro importanza è di
dita. Poi cominciate a esplorare quello che vi circonda: consta- tipo manipolativo poiché, grazie alle nostre capacità manuali,
terete che, pur non toccando direttamente gli oggetti, siete in possiamo costruire utensili in grado di modificare quel che ci
grado di rilevarne alcune caratteristiche tattili poiché non solo circonda: dalla tenaglia alla motocicletta, dal trapano all’elicot-
potrete dire se qualcosa è di fronte a voi, ma anche se si tratta tero. La plasticità del tatto manuale si esprime anche nella pos-
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sibilità di mettere in gerarchia questi due aspetti a secondo del- drupede o per la brachiazione, cioè per il passaggio da un ra-
le circostanze5. Nell’esplorazione sensoriale la manipolazione mo all’altro. Proprio per questa ragione, Révész sottolinea che
deve mettersi da parte per evitare il rischio di rompere o modi- la mano umana non è semplicemente una sorta di passe-partout
ficare ciò che vuole conoscere: nel tastare un mandarino per universale e privo di vita (ivi, p. 113) ma che esprime «il con-
verificare se sia maturo, occorre avere la capacità di agire con cetto stesso di umanità» (Révész, 1938b, p. 132). Essa non è il
delicatezza per evitare che il frutto ci esploda tra le dita; nell’e- coacervo di una gamma di istinti animali, nemmeno della piú
splorare l’ambiente che lo circonda il cieco deve fare attenzio- ampia possibile, poiché incarna la negazione dell’istinto che,
ne a non rompere con il suo bastone gli oggetti che incontra. per definizione, è specifico e programmato nel Dna: la mano
Nell’azione manipolativa, al contrario, l’apprezzamento per- può costruire armi e difesa proprio perché è geneticamente di-
cettivo degli oggetti deve essere inibito poiché rallenta o impe- sarmata.
disce il lavoro: se nel lanciare un coltello ci mettessimo ad ac- La differenza tra la mano umana e quella degli altri primati
carezzarne l’impugnatura per godere a pieno della sua liscia le- emerge con chiarezza, ad esempio, in una circostanza molto si-
vigatezza, non potremmo mai imprimere su di esso l’energia gnificativa: il trasporto degli utensili. In un libro recente, Ci-
necessaria per stringerlo correttamente, lasciarlo al momento matti (2002, p. 109) osserva giustamente che una delle caratte-
giusto ed evitare che la nostra preda fugga via indisturbata. ristiche della produzione di strumenti da parte degli scimpanzé
In entrambi i casi, l’uso di protesi si combina con la plasti- è che questi hanno un impiego limitato alla situazione in cui
cità tipica della nostra manualità e, in questo modo, sopperisce vengono utilizzati. Dopo che una scimmia ha costruito o usato
alla mancanza di armi o difese naturali. È proprio questo il pun- uno strumento (ha scagliato un sasso a terra per usarne una
to che sfugge sia a Gibson che ai sostenitori del riduzionismo scheggia, ha infilato un bastoncino dentro un altro per averne
linguistico: il nostro non è un anonimo corpo animale e quelle uno piú lungo), lo lascia lí, a una distanza dal luogo della fab-
umane non sono mani di scimmia. A tal proposito, Révész pre- bricazione non superiore a qualche decina di metri. Come ab-
cisa che le mani umane assomigliano a quelle degli altri prima- biamo visto (cap. II, paragrafo 3) la posizione di Cimatti schiac-
ti solo superficialmente. La diversa conformazione scheletrica cia tutte le differenze tra animali umani e non umani su un’u-
della mano consente una opponibilità tra il pollice e le altre di- nica variabile, la presenza del linguaggio verbale: lo scimpanzé
ta che non si limita, come negli altri primati, a formare una pre- non continua a utilizzare lo strumento perché è inchiodato a
sa uncinata poiché permette di lavorare sugli oggetti e di co- una sorta di eterno presente dal quale, senza le parole, non è
struire strumenti. Un utensile «nasce solo quando un materiale possibile uscire. Queste affermazioni sono condivisibili se in-
stabile subisce una modificazione adeguata per un scopo cir- tegrate dall’individuazione di condizioni di possibilità corpo-
coscritto» poiché «lo strumento del lavoro deve nascere dal la- ree per uno sganciamento dal presente che, altrimenti, sembra
voro stesso» (Révész, 1938a, pp. 107-108). Sebbene altre spe- provenire dal nulla. Révész permette di farlo. Lo psicologo
cie animali siano in grado di costruire occasionalmente stru- ungherese (Révész, 1938b), infatti, attribuisce alla mano un
menti, solo i sapiens ne fanno un impiego sistematico, variega- valore «sociobiologico» perché la sua conformazione anato-
to e complesso (torneremo su questo punto nel cap. IV, para- mica consente l’apertura di un orizzonte temporale storico e
grafo 1). Ciò è reso possibile dal fatto che la mano che costrui- sociale nel quale presente, passato e futuro si intrecciano tra
sce l’attrezzo non è lei stessa uno strumento progettato per uno loro. Révész sottolinea un limite nell’uso degli strumenti da
scopo preciso. Al contrario, la mano dei primati non umani co- parte degli scimpanzé che fonda e completa quello citato da
stituisce in primo luogo lo strumento per la locomozione qua- Cimatti: la scimmia abbandona lo strumento per ragioni in
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primo luogo corporee, metaboliche e morfologiche. Da un la- anche se dotate, nel contempo, di polpastrelli larghi. Quelle
to, il comportamento di presa è scatenato da un bisogno spe- cui abbiamo accennato sono solo alcune delle caratteristiche
cifico, il nutrimento: quando questo cessa, l’oggetto viene ab- morfologiche che consentono la cosiddetta «presa di precisio-
bandonato. Dall’altro lo scimpanzé non porta con sé i propri ne». Questa presa, che non riguarda soltanto pollice e indice
utensili poiché le sue mani, a causa della scarsa opponibilità ma coinvolge tutto l’arto, è il movimento base che consente al-
tra il pollice e le altre dita, mal si prestano alla funzione di tra- la mano non solo di raccogliere e utilizzare piccoli oggetti (pin-
sporto (ivi, p. 125). zette, aghi o matite) ma anche di costruire e utilizzare utensili
Le affermazioni di Révész sono confermante da un recen- di dimensioni maggiori.
te studio di Marzke (1996) che mette a confronto con accu- Questi dati dimostrano che la mano è la manifestazione
ratezza la mano umana e quella dei primati a noi piú vicini: esemplare del particolare andamento di sviluppo che caratte-
gli orango, i gorilla e gli scimpanzé. La studiosa americana rizza la nostra specie, la neotenia (cap. II, paragrafo 4). Le no-
ha individuato solamente due tratti anatomico-funzionali co- stre estremità superiori, infatti, sono tanto versatili poiché con-
muni alla mano umana e a quella delle grandi scimmie: il pri- servano la plasticità e la mobilità dello stato embrionale6:
mo è costituito dall’articolazione ridotta tra ulna e polso, il
secondo nella mancanza di muscoli adduttori per l’indice e Nell’uomo la mano raggiunge il suo massimo grado di sviluppo funzio-
l’anulare. In tutti e due i casi si tratta di caratteristiche legate nale. Ciò è dovuto in parte al fatto che essa conserva molti caratteri co-
siddetti «primitivi»: il che vuol dire che è priva della specializzazione
all’utilizzo della mano come una specie di uncino per la bra- (cioè delle divergenze dallo schema di base dei mammiferi), che le mani
chiazione. Ma il punto interessante è che gli altri 17 tratti degli altri Primati possiedono; e in parte al fatto (probabilmente di mag-
morfologici decisivi per la funzionalità della mano umana non giore importanza) che le connessioni che la mano ha con il sistema ner-
sono presenti nelle altre tre specie. Alcune prove sperimenta- voso centrale sono incomparabilmente piú ricche che in ogni altro ani-
male. Cosí, insieme con un’anatomia che rende possibile una grande va-
li hanno confermato il forte legame tra le caratteristiche rietà di movimenti, c’è il controllo neuro-muscolare necessario per la lo-
morfologiche che distinguono la mano umana e la costruzio- ro attuazione (Clegg, 1968, p. 176).
ne degli utensili:

L’analisi delle posture di presa e dei movimenti delle mani usati nella ripe- Allo stesso tempo è proprio l’opponibilità del pollice che
tizione sperimentale e nella manipolazione di utensili paleolitici ha dimo- sembra creare dei problemi a una interpretazione neotenica
strato che la gran parte delle caratteristiche morfologiche che distinguono
le mani degli ominidi da quelle dei pongidi sono le stesse richieste dall’uso della manualità umana:
e dalla costruzione abituale di strumenti litici (Marzke, 1996, p. 131).
Se comparata con quella degli altri primati, l’anatomia della mano uma-
na sembra congelata nella condizione embrionale. Tuttavia, l’opponibi-
La manipolazione di materiali duri come la pietra, ad esem- lità del pollice, ottenuta attraverso la rotazione del suo piano di allinea-
pio, è resa possibile da ossa robuste e legamenti resistenti che mento verso le altre dita, è uno sviluppo aggiuntivo (Lock, Peters, 1996b,
rendono particolarmente stabile e forte la regione centrale del p. 376).
palmo umano. Le particolari proporzioni e l’adeguata configu-
razione articolo-muscolare conferisce al palmo, al pollice e alle Gehlen (1978, pp. 130-131), a tal proposito, sottolinea che
altre dita una presa sicura. Il controllo delle attività manipola- l’opponibilità del pollice costituisce una acquisizione evolutiva
tive è facilitato anche dalle dimensioni delle nostre dita: que- recente e pertanto non fetale. Il filosofo tedesco, però, si lascia
ste, in proporzione, sono piuttosto piccole rispetto al pollice andare a una affermazione tanto radicale poiché gli studi pa-
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leontologici a lui contemporanei consideravano questo tratto la manualità aptica è definibile il senso estendibile verso la
morfologico successivo addirittura all’uomo di Neanderthal. lontananza. La prima apre gli scenari di una sensibilità ampia
Ricerche piú recenti (Biondi, Rickards, 2001, pp. 44-45) dimo- ma scoperta; la seconda crea le condizioni per modificare il
strano invece che l’opponibilità del pollice è un tratto molto proprio corpo e il proprio mondo a seconda delle necessità
piú antico, già presente nell’Oreopiteco e risalente a un perio- scatenate da una somestesia tanto fragile. Il concetto di «la-
do compreso tra i 7 e i 9 milioni di anni fa. voro» è in grado di mettere in relazione queste due polarità
Questo dato è considerato da alcuni studiosi7 una discon- e, nel contempo, consente di reinterpretare le due vulgate ri-
ferma dell’idea che la manualità sia un aspetto decisivo per la guardanti la mano che percorrono la tradizione occidentale.
comparsa dell’Homo sapiens: se gli Oreopitechi avevano una Nel primo paragrafo, abbiamo visto che la mano sembra co-
mano simile alla nostra e il tatto manuale è cosí importante per stituire il senso del limite e della rivelazione ultima (il «toccar
la natura umana, come mai questi ominidi non hanno svilup- con mano») oppure, come vedremo meglio nei prossimi pa-
pato una cultura o un linguaggio simili ai nostri? ragrafi, il senso della limitazione, cioè una forma conoscitiva
L’interrogativo, però, è mal posto: come abbiamo detto piú insufficiente. Questa oscillazione ha finito per isolare le no-
volte, il rapporto tra manualità, posizione eretta, nudità del stre estremità superiori dal resto del corpo: in un caso perché
corpo e linguaggio non deve essere considerato in modo rigi- unica fonte di conoscenza, in un altro perché senso materiale
do, in termini di causa ed effetto. Stiamo parlando piuttosto e grezzo.
delle condizioni corporee di possibilità della natura umana: co- Per questa ragione, il lavoro riabilita le mani perché eviden-
me tali esse possono essere, presa una per una, necessarie ma zia una dimensione decisiva del significato che esse assumono
non per questo singolarmente sufficienti (ma su questo punto per l’Homo sapiens: è ciò grazie a cui l’essere umano «operan-
ritorneremo: cfr. cap IV, paragrafo 2). L’arcaicità del pollice do tale moto sulla natura fuori di sé e cambiandola, cambia al-
opponibile può esser letta come una prova a favore della no- lo stesso tempo la natura sua propria» (Marx, 1867, pp. 211-
stra impostazione: proprio perché è un tratto tanto arcaico non 212). Da questo punto di vista, il tatto manuale è decisivo per
è piú necessario ipotizzare, come è stato costretto a fare Geh- la costruzione di un mondo e l’abbandono dell’ambiente per-
len (1978, p. 130), che si tratti di una «specializzazione […] di ché rende operativa una sensibilità generica che senza inter-
data recentissima». Comunque, a prescindere se sia un’acqui- vento e priva di cure non potrebbe che morire. Ne costituisce,
sizione recente o meno, l’opponibilità del pollice non rappre- in altri termini, la condizione pratica e sociale. Per un verso
senta di certo una forma di specializzazione biologica ma una modifica i dintorni in uno spazio pronto ad accoglierlo (la ma-
semplice mutazione morfologica che, ammesso e non concesso no che taglia, coltiva e raccoglie), per un altro è lo strumento
non sia neotenica, contribuisce ad acuire il carattere versatile e grazie al quale curare una prole che nasce indifesa: prende in
generico della mano umana. braccio e porta per mano8.
In questo scenario l’importanza del dynamic touch del qua- Ciò vuol dire che la mano non è né il senso inchiodato nei
le parla Gibson diviene piú chiara e focale. È proprio nella suoi limiti, né quello che li supera sorvolandoli: è piuttosto il
possibilità di sentire e agire tramite utensili che i due volti del senso dell’attrito. Le linee che solcano i nostri palmi non so-
tatto trovano la loro sinergia. Come abbiamo visto nel secon- no il misterioso presagio di un futuro ma i segni di un lavoro
do capitolo, la somestesia è infatti il senso esteso della vici- che, a volte con fatica e altre con insuccesso, cerca il riscatto
nanza: consiste in una nudità estrema ed esposta, indifesa e di un corpo nudo. È grazie al lavoro che il destino è nelle no-
bipede. Come abbiamo visto nei paragrafi precedenti, invece, stre mani.
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5. I ciechi vedono? Le ricerche cognitive sul tatto modalità sono tra loro ridondanti poiché mostrano larghi mar-
gini di sovrapposizione. Per questa ragione, molti dei suoi allie-
Prima di concludere questo capitolo, dobbiamo affrontare vi hanno sottolineato il carattere amodale della percezione tatti-
un ultimo aspetto, importante sia da un punto di vista storico le, con un esito però doppiamente insoddisfacente.
che teorico. Da un lato la loro ricerca si basa sull’impiego di un termine
Il paradigma cognitivo infatti ha fornito in questi ultimi de- che, come abbiamo accennato in precedenza (cap I, paragrafo
cenni un numero considerevole di articoli e pubblicazioni sulla 4.2), è ambiguo e controverso: cosa vuol dire «amodale»? Si trat-
percezione tattile. Questo dato, indubitabile, può dare l’im- ta di proprietà condivise da tutti i sensi o da nessuno in partico-
pressione che la trasformazione ancora in atto delle scienze co- lare? O forse solamente da alcuni? Dall’altro, la psicologia eco-
gnitive stia comportando un rapido e decisivo cambiamento logica che si è occupata della percezione aptica ha finito col di-
teorico in grado di spezzare quella identificazione tra percezio- luire le caratteristiche proprie del tatto in una rete di somiglian-
ne e visione della quale abbiamo parlato in precedenza (cap. I, ze con la percezione visiva. Ancora una volta il tatto rischia di
paragrafo 4.1). Dobbiamo interrogarci, dunque, su quale sia la essere considerato semplicemente una specie di vista in tono mi-
portata e la validità degli studi cognitivi sulla percezione tatti- nore. Chi comincia a leggere le ricerche pubblicate negli ultimi
le. In che modo, ad esempio, consentono di conoscere meglio decenni ha la sensazione di essere di fronte a un bivio: o il tatto
questa modalità sensoriale? In che senso gli eredi di Gibson è efficace perché funziona come la vista oppure il tatto è auto-
sono realmente tali? nomo ma inefficiente. Ciò che ne risulta è un panorama confuso
Il nostro giudizio su questi studi sarà particolarmente duro e reazionario poiché invece di farci comprendere meglio la per-
per due ragioni di fondo, tra loro interconnesse, che è oppor- cezione tattile, ci riporta ad antichi miti che riguardano tatto e
tuno anticipare. cecità. Proprio per questa ragione, affronteremo alcune delle
Nonostante il loro numero, questi saggi non hanno avuto al- posizioni piú rilevanti della ricerca contemporanea: si tratterà di
cun effetto rilevante sullo strapotere che la visione ancora oggi un viaggio dal potere terapeutico, in grado di farci superare, al-
riveste nello studio sulla percezione poiché non hanno superato meno lo speriamo, alcune idee suggestive ma fuorvianti. Saremo
il loro status di «ricerca di nicchia». Alla base di questa incapa- alle prese soprattutto con le varianti di un’idea che rappresenta
cità esiste un preciso motivo teorico. Non si tratta soltanto della il converso della posizione sostenuta da Sacks (l’abbiamo vista
refrattarietà mostrata dal resto del mondo scientifico e della ri- nel par. 1): mentre lo scienziato americano sostiene che esser
cerca sperimentale a comprendere la necessità di studiare i sen- ciechi significa vivere fuori dallo spazio, ci confronteremo con
si non visivi per conoscere meglio la percezione umana. Il pro- l’opinione secondo cui, almeno in certe occasioni, i ciechi vedo-
blema principale di queste ricerche è che loro stesse non sono no. Il risultato della combinazione di queste due posizioni è pa-
riuscite a liberarsi da alcune illusioni filosofiche che riguardano radossale perché ci stringe in una morsa inesorabile: come vada-
il rapporto tra tatto e vista. no le cose la mancanza della vista non costituisce un problema.
Salvo qualche eccezione, rara e parziale (le vedremo nel par. Nel primo caso, la cecità è un problema solo per i vedenti poi-
5.3), molti di coloro che dicono di ispirarsi all’approccio di Gib- ché i ciechi non si renderebbero conto del proprio limite; nel
son hanno cercato di approfondire lo studio della percezione secondo caso la cecità non è un problema per nessuno perché
tattile in modo unilaterale, enfatizzando l’importanza conferita questo limite, in fondo, sembra superabile.
dallo psicologo americano alla ridondanza intersensoriale che A tal proposito prenderemo in esame due esempi. Nel primo
caratterizza la percezione. Secondo Gibson, infatti, le differenti l’équipe di Bach-y-Rita sostiene che i ciechi possono vedere per
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mezzo di appositi strumenti progettati per la sostituzione senso- sperimentali per affermare che, per mezzo del TVSS, il cieco è in
riale (paragrafo 5.1); nel secondo lo psicologo irlandese John grado di vedere: «vedere», bisogna sottolinearlo, in senso pro-
Kennedy afferma che i non vedenti disegnano utilizzando molte prio e non metaforico. Cerchiamo di capire quali sono i risul-
delle strategie grafiche adottate da chi vede, in primo luogo la tati sperimentali che sembrano autorizzare una conclusione
prospettiva (paragrafo 5.2). Analizzeremo infine una terza linea, tanto stupefacente. I successi del TVSS possono essere riassunti
costituita dagli studi di Susan Lederman e Roberta Klatzky, che in tre punti principali:
costituirà, almeno in parte, un esempio di come sia possibile fa-
re ricerca cognitiva sul tatto senza lasciarsi ingannare dai luoghi 1. Dopo un addestramento di diverse ore11, i soggetti ciechi
comuni che segnano la nostra cultura. riescono, grazie al TVSS, a riconoscere oggetti di uso quoti-
diano (telefoni, tazze, sedie) e figure geometriche (triangoli,
5.1. Vedere con la pelle: Bach-y-Rita e la sostituzione sensoriale9 cubi e sfere) e ad apprezzare effetti tipici della percezione
visiva (prospettiva, zoom e parallasse).
L’interesse che ha spinto Paul Bach-y-Rita a costruire il suo 2. Sempre dopo l’addestramento, se un oggetto si avvicina ra-
sistema di sostituzione sensoriale è in primo luogo pratico: tro- pidamente alla telecamera i soggetti ciechi, invece di spo-
vare ausili tecnici in grado di aiutare i non vedenti negli spo- stare la schiena o la pancia cioè il luogo colpito direttamen-
stamenti e nella percezione di ciò che li circonda. Non a caso te dallo stimolo, muovono la testa indietro o di lato, come
lo strumento da lui ideato, il Tactile Visual Substitution System fanno i vedenti.
(TVSS), nasce come l’evoluzione tecnica dell’Optacon, una mac- 3. Tramite il TVSS il cieco percepisce a distanza: caratteristica
china che traduce in Braille la scrittura in nero. tipica del vedere e non del toccare.
La sostituzione sensoriale consiste nell’uso «di un senso
umano per ricevere informazione che normalmente è ricevuta Il TVSS è in realtà uno strumento estremamente limitato che
da un altro senso» (Kaczmarek et al., 1991, p. 1). Il TVSS è un fa emergere l’ambiguità dell’espressione «percezione amoda-
apparecchio piuttosto semplice che realizza questo rapporto di le». Con questo apparecchio i soggetti percepiscono ciò che li
sostituzione per mezzo di una matrice collegata a una telecame- circonda in un modo che sembra essere a metà strada tra la vi-
ra. La matrice è posta sulla schiena o sulla pancia del soggetto sione tipica delle forme di vita piú semplici (il fototattismo dei
ed è formata da una griglia di 400 stimolatori di 1 mm di dia- lombrichi, ad esempio) e quella dei mammiferi. Con il TVSS, in-
metro e distanziati l’uno dall’altro di 12 mm. Gli stimolatori fatti, i ciechi vedono meglio dei lombrichi ma peggio dei gatti,
trasformano in vibrazioni le informazioni visive colte dalla tele- comunque non vedono come vede la maggior parte degli ani-
camera: la versione schienale del TVSS utilizza una sedia da den- mali umani. Lo dimostra, in primo luogo, il comportamento
tista; la versione anteriore è invece portatile con la telecamera percettivo dei soggetti. Se analizziamo le argomentazioni di Ba-
montata direttamente sulla testa del soggetto (cfr. figure 3 e 4) ch-y-Rita, Dennett e Morgan scopriamo che quelli che vengo-
Questo apparecchio ha goduto di un certo successo nel di- no presentati come i punti di forza del TVSS costituiscono inve-
battito filosofico10 poiché alimenta la speranza che un giorno, ce dei punti deboli:
grazie alla tecnologia piú avanzata, il tatto possa diventare un
efficace sostituito della vista. Alcuni autori, tra cui Morgan 1) Con il TVSS i ciechi vedono perché riconoscono forme percepi-
(1977), Daniel Dennett (1991) e lo stesso Bach-y-Rita (1972; te con una telecamera. In realtà, si tratta di prestazioni mol-
1997), hanno utilizzato infatti i dati ottenuti da queste prove to limitate. Il numero degli oggetti riconosciuti dai soggetti
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è ristretto (venticinque circa: cfr. Bach-y-Rita et al., 1969, p.
963; White et al., 1970, p. 23). Inoltre, tramite il TVSS è im-
possibile rendere la percezione cromatica, elemento fonda-
mentale della visione. Questo congegno garantisce quindi
un repertorio percettivo di basso livello sia per quantità che
per qualità. Un test con immagini emotivamente coinvol-
genti non produce sui soggetti alcun effetto: i soggetti risul-
tano del tutto indifferenti alle immagini di donne nude pub-
blicate dalla rivista Playboy (Bach-y-Rita, 1972, pp. 145-146;
Dennett, 1991, p. 379).
2) Con il TVSS i ciechi vedono perché le punture tattili diventano
«trasparenti». Bach-y-Rita e gli altri autori non prendono in
considerazione il fatto che tutte le protesi tendono a diveni-
re parte integrante del corpo cui sono applicate: è un effet-
to che caratterizza anche protesi piú semplici che siano di
tipo sostitutivo (seguiamo la classificazione di Eco, 1997,
pp. 317-318) come gli occhiali o magnificativo come i patti-
ni, le motociclette o gli sci. In ciascuno di questi casi, la pro-
tesi tende a scomparire e a divenire parte integrante dell’ar-
to al quale è applicato. La caratteristica della trasparenza
non rappresenta quindi una proprietà esclusiva dei sistemi
di sostituzione sensoriale ma è elemento proprio di ogni
strumento protesico. Per di piú, nel TVSS l’unificazione de-
gli stimoli non segue leggi visive (unificazione gestaltica per
vicinanza) ma tattili (cfr. White et al., 1970, p. 26): i sogget-
ti cui è applicata una matrice non uniforme suddivisa in
quattro quadrati non si accorgono della differenza poiché
gli stimoli tendono a collassare gli uni negli altri secondo
l’illusione tattile (e uditiva) della percezione «a imbuto».
3) Con il TVSS i soggetti vedono perché possono percepire a di-
stanza. Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, per
utilizzare il dynamic touch, discriminare forma e tessitura di
oggetti lontani, non è necessario il TVSS poiché è sufficiente
un’asta o un bastone.
Figure 3 e 4. Il Tactile Visual Substition System (TVSS)
Figura 3 fonte: White et al., 1970 Soffermiamoci ancora per un istante su quest’ultimo punto.
Figura 4 fonte: Bach-y-Rita, 1972 A tal proposito, Bach-y-Rita afferma:
166 167
La telecamera non serve da estensore della pelle nello stesso modo in cui degli effetti percettivi che dovrebbero contraddistinguere il
avviene nella sensibilità tattile dei ciechi che utilizzano il bastone bianco.
TVSS come parallasse, zoom e prospettiva.
Al contrario, il ruolo svolto dalla pelle nel nostro sistema di sostituzione
sensoriale è quello di modificare il suo ruolo percettivo in questa situa- A un primo sguardo, il TVSS sembra ispirarsi al modello eco-
zione funzionale. La pelle assume, da un certo punto di vista, il ruolo di logico della percezione fondato da Neisser e Gibson13, mentre
un relay (simile alle cellule gangliari della retina o al nucleo genicolato la- tradisce in realtà una impostazione molto piú vicina al cogniti-
terale) dell’informazione che proviene da una telecamera che non costi-
tuisce una estensione del senso tattile, ma piuttosto una superficie ricet- vismo ortodosso. Il problema della sostituzione sensoriale è af-
trice artificiale (Bach-y-Rita, 1972, p. 152). frontato infatti come una semplice questione di portata del ca-
nale. Kazmarek (et al., 1991), ad esempio, ci conforta ricor-
Le parole di Bach-y-Rita sono condivisibili, a patto di rove- dando che il tatto è secondo solo alla vista in quanto a flusso
sciarne il senso: il TVSS non è come il bastone bianco perché è massimo di informazioni per secondo (Vista: 10 7 bit/sec, Pelle:
meno efficace di quest’ultimo. L’utilità di questo apparecchio 10 6, Udito: 10 5). Bach-y-Rita (1972, p. 16) ricorda che per la
per orientarsi nello spazio è infatti scarsa, inferiore a quella di sensibilità alle variazioni temporali il break minimo percepibile
un qualsiasi pezzo di legno: non è un caso che nelle nostre città dal tatto è di 10 msec: molto migliore di quello della vista (30
non vediamo spostarsi ciechi armati di TVSS12. Se non diciamo msec) e poco peggiore dell’udito (3 msec). Viene dato per scon-
che con il bastone bianco «il cieco vede», perché dovremmo tato, in altre parole, un punto per niente ovvio: che le differen-
dirlo allora dell’apparecchio progettato da Bach-y-Rita? ze tra i sensi siano solo quantitative, cioè di semplice capacità
Su un piano comportamentale, quindi, possiamo dire che di gittata informazionale.
con il TVSS i ciechi non vedono perché non sono in grado di per- Il paradigma in base al quale è costruito il TVSS concepisce
cepire e muoversi come i vedenti umani. Nel contempo, il TVSS la percezione come un processo che potremmo definire idrau-
fornisce una immagine del senso tattile decisamente reaziona- lico-postale. Questa immagine dei rapporti tra le modalità sen-
ria: si ritorna alla vulgata secondo la quale il tatto costituirebbe soriali, piú specificatamente tra tatto e vista, è fuorviante poi-
un senso intrinsecamente protesico, geometrico e meramente ché trascura la storia evolutiva che distingue i diversi sensi. La
cutaneo. sinestesia infatti non è (o non è solo) una forma di ridondanza,
L’ipotesi di fondo che anima queste prove sperimentali è quanto piuttosto il carattere costitutivo del rapporto perce-
che tra tatto e vista esisterebbe una differenza solo «quantitati- piente-percepito. I sensi costituiscono una rete di esplorazione
va» (Morgan, 1977, p. 201): Bach-y-Rita (1972, p. 68) sostiene intrecciata con aree di sovrapposizione e zone divergenti, cioè
che il TVSS è qualitativamente paragonabile alla vista, Dennett modalità tra loro dipendenti ma contemporaneamente autono-
(1991, p. 379) che l’aumento della velocità di trasmissione del- me. Abbiamo visto in precedenza (paragrafo 2) che la sovrap-
l’informazione potrebbe migliorare «alcune deficienze del si- posizione parziale tra illusioni tattili e visive mostra l’alternan-
stema». Il problema però è piú complesso. A dimostrarlo c’è il za tra margini di intersezione sinestetica e zone cognitive tipi-
fatto che tra quantità degli stimolatori tattili e qualità della per- che di ciascun senso. Il TVSS non dimostra che il tatto possa di-
cezione non esiste un rapporto direttamente proporzionale. Il ventare un senso visivo, piuttosto ci ricorda quale sia il legame
passaggio da 200 a 400 pixel tattili, ad esempio (Bach-y-Rita, filogenetico tra occhio e pelle, come il primo discenda dalla se-
1972, pp. 90-91), ha migliorato l’accuratezza del riconoscimen- conda. È solo in questa accezione che è possibile affermare che
to delle figure ma non lo ha raddoppiato (si è passati dal 69,6% «vediamo con la pelle»: una simile affermazione però non ri-
al 87,5% di risposte corrette). L’incremento del numero degli guarda piú il cieco armato di TVSS, quanto piuttosto la storia
stimolatori, soprattutto, non ha reso piú nitida la percezione evolutiva di tutti gli organismi vedenti. Certo, la retina e l’oc-
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chio nel loro complesso costituiscono una organizzazione sem- ciò che mostra la propria efficacia non sono gli apparecchi di
pre cutanea: non solo perché hanno sensibilità tattile (a pres- sostituzione sensoriale ma le protesi percettive.
sione, temperatura, dolore) ma perché costituiscono forme or- Il TVSS non è una forma di visione tattile, ma qualcosa che
ganiche derivate dalla pelle sia filogeneticamente (il già citato sta a metà tra il mito della percezione dermo-ottica (il cieco
fototattismo) che ontogeneticamente. Come afferma uno dei che riesce a vedere senza gli occhi: Montagu, 1971, p. 139) e la
collaboratori di Bach-y-Rita (Collins, 1971, p. 268), l’occhio si dermografia o una scrittura sulla pelle simile a un Braille iconi-
forma nel corso della crescita embrionale14 a partire da un fo- co-geometrico. Il TVSS non costituisce pertanto uno strumento
glietto cutaneo, l’ectoderma. Non è corretto, però, utilizzare di sostituzione sensoriale non solo perché non sostituisce nulla
questo dato per affermare che la pelle può avere una funziona- (come abbiamo detto, è soltanto una protesi) ma anche perché
lità simile a quella della retina (ivi, pp. 277, 291; Bach-y-Rita non è poi cosí sensoriale (Lenay et al., 2000, pp. 292 sgg.): è
nel passo citato poco sopra). La storia naturale che separa pel- una tecnica di rappresentazione16, piú vicina al geroglifico che
le e occhio non può essere né ignorata, né spazzata via come se alla televisione, tramite la quale imparare a riconoscere un «vo-
fosse qualcosa di secondario e inutile: se la pelle fosse piú o cabolario di oggetti»17. Non a caso, quando Bach-y-Rita (1997)
meno come la retina, perché esisterebbero gli occhi? A questo cita altri esempi di ciò che intende per mezzi di sostituzione
l’equipe di Bach-y-Rita sembra proprio non pensare. sensoriale menziona il Braille e, in seconda istanza, la Lingua
Una progressiva differenziazione evolutiva ha portato la ge- dei Segni, due forme (una tattile, l’altra visivo-gestuale) di co-
nerazione di organi percettivi specializzati (occhi, orecchie, na- municazione piú che di percezione. Come abbiamo accennato
si) che modalizzano questa prima forma di contatto con il mon- all’inizio il predecessore tecnico e concettuale del TVSS è costi-
do. La questione posta dal TVSS va quindi rovesciata: il fatto tuito proprio da apparecchi monodimensionali (Visotactor) e
che grazie a protesi tecniche il cieco riesca a vedere qualcosa poi bidimensionali (Optacon) che nascono come traduttori in
con la pelle non dimostra che le diversità sensoriali sono ridu- Braille delle pagine scritte in nero (Nye, Bliss, 1970) e, prima
cibili a differenze di gittata informazionale. Al contrario, le mo- ancora, da una sorta di «linguaggio corporeo» (Geldard, 1960)
dalità sensoriali costituiscono un tessuto sinestetico caratteri- che tenta di proiettare sulla pelle lettere alfabetiche.
stico della nostra forma di vita che trova suo fondamento in Il TVSS, quindi, non solo non costituisce un progresso nella
una comune origine filo e ontogenetica, in un tessuto vero e nostra conoscenza della percezione tattile, ma anzi rischia di
proprio, la pelle, poiché sensi e linguaggio rappresentano, in farla regredire. Come abbiamo visto in precedenza (paragrafo
primo luogo, forme di contatto con il mondo (su questo punto 3), infatti, Gibson attribuisce a Révész e Katz il merito di aver
torneremo: cap. IV, paragrafo 4)15. La produzione di un siste- svincolato il tatto dal pregiudizio di essere una forma percetti-
ma che riuscisse ad avere una complessità simile a quella della va passiva e inefficace. Nel dire questo Gibson critica proprio
retina non renderebbe il sistema in grado di sostituire la visio- le ricerche da cui ha preso spunto Bach-y-Rita per costruire il
ne ma produrrebbe semplicemente un occhio artificiale. Se fos- suo apparecchio:
simo in grado di progettare una matrice tattile che convertisse
tanto accuratamente gli stimoli ottici, potremmo collegarla non […] a dispetto della sua importanza, il «senso del tatto» (Boring, 1942,
alla pelle nuda ma al nervo ottico e realizzare un occhio bioni- cap. 13; Geldard, 1953, capp. 9-12) è stato studiato dai fisiologi sensoria-
co simile agli impianti cocleari che migliorano l’udito seguen- li solo come un canale passivo o ricettivo. È trattato come parte della
sensibilità cutanea. La sensibilità della pelle, che include temperatura e
do esattamente questo principio, inserendo una centralina elet- dolore cosí come il tatto, può essere piú facilmente studiata applicando
tronica sulla terminazione del nervo acustico: ancora una volta degli stimoli alla superficie cutanea. A livello percentuale, Geldard (1957)
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ha applicato stimoli multipli alla pelle e ha mostrato cosí alcuni dei di- divisi in due gruppi: alcuni (10 vedenti bendati) dovevano te-
versi «messaggi» che la pelle può trasmettere, ma in tal modo si è occu- nere il dito indice fermo e sentire passare sotto di esso una fi-
pato di un mosaico di ricettori e non di un organo esplorativo (Gibson,
1962, p. 477). gura in rilievo mossa dallo sperimentatore; gli altri (12 vedenti
bendati) invece dovevano lasciarsi guidare dallo sperimentato-
5.2. La pelle in prospettiva: Kennedy e i ciechi che disegnano re nel movimento dell’indice su un foglio liscio, nel quale non
c’era alcuna linea in rilievo. Questa volta fu il secondo gruppo
John Kennedy è una figura molto rappresentativa della ri- ad andare meglio, a dimostrazione del fatto che nel riconosci-
cerca contemporanea sulla percezione tattile. Lo psicologo ir- mento del disegno è piú importante il movimento cinestetico
landese ha tutte le carte in regola per essere considerato uno della mano che la percezione cutanea passiva. Questa coppia
degli eredi piú promettenti della scuola gibsoniana: il suo di- di esperimenti non contrasta quindi con le affermazioni di
rettore di tesi alla Cornell University è James Gibson (che non Révész o Gibson poiché dimostra che il tatto è attivo a pre-
esita a definire il suo «mentore»: Kennedy, 1993, p. viii) e il su- scindere da chi controlla il suo movimento, confermando un
pervisore Eleanor Gibson; il suo iter studiorum include l’in- punto al quale abbiamo già accennato (paragrafo 2): l’attività
contro con lo studioso di percezione di ispirazione gestaltista del tatto non deve essere confusa con la volontarietà dei movi-
Rudolf Arnheim. menti di esplorazione. Le due prove sottolineano anche che si
Le ricerche di Kennedy si concentrano su un particolare può apprendere a riconoscere disegni in rilievo poiché, alme-
aspetto della percezione tattile, i disegni prodotti da ciechi. In no in una prima fase, una guida esterna può supplire alla man-
primo luogo, il suo studio mira a sottolineare le potenzialità canza di capacità di esplorazione adeguate per percepire un
grafiche e pittoriche del tatto che, secondo lo psicologo irlan- disegno in rilievo. Se si esorta il bambino non vedente a sco-
dese, sono sottostimate: i ciechi spesso non sanno disegnare prire il piacere di produrre e percepire immagini, questo ben
solamente perché non hanno mai provato a farlo o non hanno presto diventerà «guida di se stesso» (Kennedy, in stampa)18.
imparato le tecniche adatte. Non a caso, uno dei primi saggi Piú conosciuto è però un altro aspetto dell’attività di ricerca
dedicati da Kennedy (Magee, Kennedy, 1980) al problema co- di Kennedy che ha sottolineato in piú di una circostanza che ve-
stituito dalla rappresentazione tattile aggiunge una sfumatura denti e ciechi disegnano utilizzando modalità rappresentative tra
importante, sia da un punto di vista psicologico che pedagogi- loro molto piú simili di quanto si possa credere. Analizzando di-
co, al concetto di active touch di cui parla Gibson. In una pro- segni fatti da soggetti ciechi tra loro molto diversi per età, scola-
va di riconoscimento tattile, alcuni soggetti dovevano ricono- rizzazione e cultura, lo psicologo di origine irlandese cerca di di-
scere delle figure in rilievo facendosi guidare dallo sperimenta- mostrare che anche i non vedenti utilizzano metodi grafici consi-
tore. Altri, invece, dovevano farlo in modo piú attivo, esplo- derati tradizionalmente visivi come la prospettiva e l’occlusione.
rando il disegno da soli. Il risultato della prova è interessante Proprio queste comuni capacità grafiche dimostrerebbero la vi-
perché i soggetti guidati, pur avendo un atteggiamento piú pas- cinanza tra il tatto e la vista. La posizione di Kennedy sembra,
sivo rispetto agli altri, riconoscevano i disegni (un ombrello, per certi versi, una versione aggiornata e raffinata di quella pro-
una mano, un cigno, ecc.) con maggiore facilità. In apparente posta da Blumenberg (cfr. paragrafo 2) poiché anche in questa
contrasto con quanto affermato da Révész e Gibson, «i sogget- circostanza il tentativo è il pedissequo accostamento tra tatto e
ti passivi mostravano prestazioni migliori di quelli attivi» (ivi, vista. In questo caso, però, l’accostamento è unilaterale: Blumen-
p. 288). Una seconda prova ha precisato il senso di questa af- berg, infatti, non cerca solo equivalenti tattili delle esperienze vi-
fermazione. In un altro esperimento i soggetti furono di nuovo sive ma procede anche in direzione inversa (afferma, ad esem-
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pio, che l’illusione di Aristotele ha come corrispettivo visivo lo (tra l’altro, se il bicchiere è trasparente, lo occlude solo tattil-
sdoppiamento oculare). Kennedy sembra procedere invece in un mente). Un esempio tanto semplice dimostra che non è necessa-
solo senso di marcia poiché, secondo la sua tesi, ciò che appariva rio ricorrere ai disegni dei ciechi per mettere in discussione un’i-
fino ad oggi visivo è in realtà anche tattile. Quel che ci preme dea cosí approssimativa dei rapporti tra tatto e vista.
sottolineare è l’ambivalenza di un accostamento che sembra pre- Sicuramente ciò che contribuisce a fare confusione nel di-
ludere alla rivalutazione della percezione tattile, mentre ne segna scorso di Kennedy è l’ampiezza semantica della parola «prospet-
l’ennesimo scacco. Vediamo brevemente perché. tiva». Se consultiamo un dizionario della lingua italiana di me-
Kennedy indica un percorso teorico che mira esplicitamen- dia qualità troviamo infatti almeno tre accezioni del termine:
te alla riabilitazione del tatto e con il quale, quindi, non po-
tremmo che esser d’accordo. Il problema è che persegue que- 1. In geometria, la rappresentazione grafica di un solido o di un
sto obiettivo attraverso una strategia controproducente. gruppo di solidi, guardato da un determinato punto di vista.
Per un verso concede troppo poco al senso aptico e alle pos- 2. Nelle arti figurative, la capacità o la tecnica di rappresenta-
sibilità rappresentative dei ciechi. In Drawing & the Blind, il re gli oggetti in modo da esprimere la loro collocazione in
testo in cui affronta il problema in modo piú approfondito, profondità nello spazio.
Kennedy (1993) propone un esame accurato e preciso delle ca- 3. L’insieme di norme che regolano l’esecuzione di disegni di
pacità pittoriche dei non vedenti confrontandole con quelle di questo genere.
popolazioni che non hanno esperienza nella produzione e rico-
noscimento delle immagini (i Songe) e con iscrizioni rupestri Poniamoci allora la domanda: in quale circostanza i disegni
risalenti a circa 50000 anni fa: l’obiettivo è sostenere che alcu- raccolti da Kennedy ci direbbero qualcosa di particolarmente
ne delle modalità che governano la raffigurazione per immagi- «stupefacente» o «eclatante» (Ferretti, 1998, pp. 128-129) sul-
ni sono universali e non dipendenti dalle variazioni culturali. le possibilità rappresentative e percettive del tatto?
La prospettiva sembra essere un ottimo candidato perché, In alcuni casi, lo psicologo di origine irlandese sembra ri-
secondo Kennedy, i ciechi la riconoscono e la possono utilizza- ferirsi soprattutto alla prima delle tre accezioni: rappresenta-
re senza grandi difficoltà. Lo psicologo irlandese propone al- re in prospettiva significa poter disegnare un oggetto, ad
cuni disegni (figura 5) fatti da soggetti ciechi per darne dimo- esempio un tavolo, secondo un certo punto di vista unifican-
strazione. I disegni sono interessanti ma forse meno di quanto te (vantage point: cfr. Kennedy, 1983, p. 23; 1993, pp. 198
ci si potrebbe aspettare. La domanda è infatti semplice: dov’è sgg.). Ma questa abilità non è particolarmente sorprendente
la prospettiva? poiché non riflette una specifica capacità pittorica o percetti-
Nella serie di disegni che ritraggono una mano, quel che pos- va quanto una struttura cognitiva piú ampia e generale: esser
siamo notare è un semplice fenomeno di occlusione: un oggetto consapevoli che la posizione degli oggetti nello spazio è rela-
copre un corpo che sta alle sue spalle. Ma questo è davvero cosí tiva alla nostra posizione corporea. Quando, ad esempio, sor-
sorprendente? Lo è solo se si parte dall’idea che l’occlusione sia volo in aereo la penisola italiana, la disposizione dei mari è
un fenomeno tipicamente visivo: un puro «mettere in ombra». relativa alla direzione del mio viaggio: se provengo da sud mi
Se ci pensiamo un po’ meglio, scopriamo invece che non è cosí: troverò l’Adriatico sulla destra e il Tirreno sulla sinistra ma se
se, ad esempio, posiamo un bicchiere sopra un compact disc, l’aereo è partito da Parigi, è chiaro che la posizione dei due
possiamo toccare solo una parte della superficie del CD perché mari sarà, rispetto ai miei assi d’orientamento, invertita. È
il bicchiere, ostacolandone la percezione, lo occlude tattilmente sorprendente, piuttosto, che Kennedy di ciò non si accorga:
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tanto piú che, per mettere alla prova le capacità prospettiche
dei ciechi, egli utilizza la versione modificata di un test esco-
gitato da Piaget (la prova delle «tre montagne») proprio per
comprendere meglio le capacità cognitive generali dei bambi-
ni. L’esperimento è molto semplice: su di un tavolo si dispon-
gono un cubo, una sfera e un cono. Poi si chiede ai soggetti
di dire da quale punto di osservazione si avrebbe la disposi-
zione degli oggetti disegnata su un foglio (da sinistra o da de-
stra, dall’alto o dal basso, ecc.). I risultati hanno dimostrato
che la capacità di riconoscere il punto di osservazione tra i
due gruppi di soggetti è sostanzialmente la stessa (Kennedy,
1993, pp. 205 sgg.; 1997, p. 94. Si veda anche Heller, Ken-
nedy, 1990). Quel che verrebbe da aggiungere è: «e quindi?
È cosí straordinario il fatto che i soggetti ciechi non abbiano
una concezione egocentrica dello spazio?» In un senso tanto
generale, è ovvio che i ciechi godano di capacità prospetti-
che: il fatto che riescano a muoversi nel flusso caotico di una
città solo col bastone bianco ne costituisce la migliore dimo-
strazione.
Vediamo allora la seconda delle accezioni che abbiamo elen-
cato. Qui le cose si fanno piú interessanti. Kennedy definisce
infatti il principio della prospettiva nel modo seguente: «un
oggetto sottende un angolo piú piccolo quando è lontano ri-
spetto a quando è vicino» (ivi, p. 192). L’autore sottolinea giu-
stamente che questo principio non è solo visivo: se ascoltiamo
due persone, una alla nostra sinistra e l’altra alla nostra destra,
la direzione delle loro voci segue esattamente questo principio
perché l’arco che sottende la loro posizione diminuisce all’au-
mentare della distanza dall’ascoltatore. Lo stesso vale per il tat-
to: se puntiamo due alberi con una coppia di bastoni, prose-
gue Kennedy, l’angolo costituito dalle nostre braccia seguirà il
medesimo principio prospettico. La prospettiva è definita per-
tanto come una generica «scienza della direzione» (ivi, p. 225).
Anche in questo caso ci troviamo però di fronte allo stesso in-
terrogativo di prima. Abbiamo semplicemente dimostrato che
Figura 5 Disegni di alcuni ciechi adulti: una mano (a,b,c) e un tavolo i ciechi conoscono lo spazio: forse non è ancora un risultato
Fonte: Kennedy, 1993 del tutto scontato (come abbiamo visto c’è ancora qualcuno
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che lo mette in discussione: cfr. paragrafo 1) ma sembra un po’ gica conseguenza del credere che quello del cieco sia un mon-
poco. In primo luogo, la dimostrazione fa ricorso a una cono- do fuori dallo spazio. Poiché si suppone che il mondo senso-
scenza somestetica dello spazio mentre una delle tesi di Ken- riale dei non vedenti sia radicalmente altro da quello dei ve-
nedy è che «l’aptica possiede un senso intuitivo delle prospet- denti, quel che ne risulta è che nessuno può uscire dalla pro-
tive» (cit. in Masini, Antonietti, 1992, p. 138); in secondo luo- pria condizione né comprendere i propri limiti. Kennedy assu-
go, da questo punto di vista le posizioni di Révész e Gibson me una posizione che è opposta a questa, una controparte tal-
sono piú mature poiché propongono una concezione maggior- mente speculare che arriva, seppur in base a premesse diverse,
mente equilibrata dei rapporti che legano e distinguono tatto e alle medesime conclusioni: ogni tentativo di fare dei ciechi de-
vista. gli «aspiranti vedenti» (cfr. Mazzeo Mario, in stampa) ha come
Passiamo infine alla terza accezione, la piú delicata. In que- conseguenza di fraintendere la specificità della condizione di
sto caso, infatti, la posizione di Kennedy è oscillante. Per un chi è privo della vista e di non comprendere possibilità e limiti
verso lo psicologo irlandese nega che i ciechi disegnino sponta- della percezione tattile.
neamente per mezzo di una tecnica prospettica. Cosa, tra l’al- Come è avvenuto nel paragrafo precedente, ci troviamo di
tro, difficile da ipotizzare poiché non avviene neanche nei ve- fronte a un percorso argomentativo curioso: in un primo mo-
denti: come è noto, nella cultura occidentale la tecnica pro- mento si sottovaluta il proprio oggetto di studio, il tatto, per poi
spettica è un’invenzione solo rinascimentale. mostrare in un secondo tempo che in realtà questa modalità sen-
Ma per un altro verso Kennedy (in stampa) sembra affer- soriale ha capacità eclatanti. Il risultato è una doppia esagera-
mare che per i bambini ciechi è naturale apprendere certe tec- zione, prima per difetto e poi per eccesso, che ha per conse-
niche tanto quanto per i vedenti. Questa, in realtà, è l’unica tesi guenza affermazioni decisamente sorprendenti come questa:
forte del suo approccio e purtroppo è anche la piú fuorviante.
Alcuni disegni mostrati da Kennedy sono molto belli e, in cer- I disegni di questi tre soggetti ciechi indicano che essi apprezzano molti
principi della rappresentazione dei contorni. In linea generale, nei dise-
ti casi, dimostrano un vero talento grafico (cfr. ad es. quelli di gni le linee corrispondono alle regole che governano la rappresentazione
Tracy in Kennedy, 1993, p. 118 o quelli di Gaia in Kennedy, in dei contorni per i vedenti. Cioè, le loro linee rappresentano bordi di su-
stampa): ma sono eccezioni. La maggior parte dei soggetti esa- perfici (Kennedy, 2000, p. 72. Cfr. Kennedy, 1993, p. 123).
minati dallo stesso Kennedy (1993) mostrano capacità molto
inferiori, a riprova che per i bambini ciechi è possibile ma non O al tatto si concede troppo (la tesi secondo cui per i bam-
facile imparare certe tecniche rappresentative. bini ciechi non è poi cosí difficile disegnare in prospettiva) o
Rivalutare le capacità cognitive del tatto non significa mi- si concede troppo poco: è cosí stupefacente infatti che a con-
metizzarle, cioè schiacciarle su quelle visive. Il rischio è quello torni visivi corrispondano linee tattili? Kennedy sembra di-
di proporre una descrizione omogenea dei sensi che non ri- menticare che il disegno, sia in nero che in rilievo, nasce da
spetti la loro specificità: se il tatto fosse davvero tanto visivo o una abilità manuale: in entrambi i casi si tratta di fare un se-
cosí «amodale» (Kennedy, 1993; 2000), il confronto con il li- gno, tracciare una linea sulla carta. Studiando il disegno dei
mite sensoriale per i ciechi sarebbe tutto sommato poco fru- ciechi lo psicologo irlandese cerca di evidenziare il carattere
strante e facilmente superabile: si ritorna in fondo all’idea di visivo del tatto, invece di sottolineare il fatto che la manualità
chi, come Sacks (1995), afferma che il cieco non avverte il pro- aptica ha un valore anche per i vedenti. È forse per questa ra-
prio limite sensoriale e, di conseguenza, che esso non è poi co- gione che Kennedy (1993, pp. 269-270) afferma che siamo
sí drammatico. Per Sacks questa conclusione costituisce la lo- una specie bizzarra perché sappiamo disegnare e fare raffigu-
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razioni anche se ciò non ci avrebbe dato alcun vantaggio evo- mensionale si dimostra nettamente piú efficace di quella bidi-
lutivo. Proprio perché sottovaluta il valore della manualità mensionale. Questo test suggerisce che, se si vuol comprende-
per la specie umana (cieca o vedente che sia), a Kennedy può re il valore cognitivo del tatto, è rischioso concentrare la pro-
sembrare «strana» la nostra facoltà di produrre e interpretare pria attenzione esclusivamente sulla percezione manuale dei
immagini. Come abbiamo visto nel paragrafo 4, questa capa- tratti in rilievo poiché essa costituisce proprio uno dei suoi
cità non solo non è bizzarra ma è addirittura decisiva. La rap- punti deboli.
presentazione figurativa costituisce una delle forme di una ca- Come Bach-y-Rita, anche Kennedy cade vittima invece di
tegoria tutta umana, quella del lavoro: grazie alla sua plasti- un modello di riferimento che non sembra perdere la propria
cità la mano sopperisce alla sprovvedutezza del proprio cor- forza, il Braille. La scrittura è la concretizzazione visiva delle
po modificando ciò che la circonda, costruendo utensili, pro- lingue orali: il fatto che la scrittura in rilievo per non vedenti
ducendo figure. È perché siamo nudi che, con le mani, ci co- costituisca il paradigma ultimo di molte ricerche contempora-
priamo di immagini. nee sul tatto tradisce una concezione doppiamente subalterna
del tatto, alla vista e al linguaggio verbale. Il «doppio schiac-
5.3. Il tatto tra riscossa e sconfitta: le ricerche di Lederman e ciamento» che affligge il cognitivismo piú ortodosso (cap. I,
Klatsky paragrafo 4.1) riesce a infiltrarsi anche nelle ricerche che gli si
oppongono.
Circa la facilità con la quale i ciechi possono percepire le Una parte degli studi di Klatsky e Lederman sono interes-
immagini in rilievo, non tutti gli autori sono d’accordo con l’ot- santi poiché contribuiscono a sgomberare il campo da alcune
timismo di Kennedy. Pur non dichiarandosi gibsoniano, il grup- delle vulgate che dipingono il tatto come un senso temporale,
po di ricerca di Susan Lederman e Roberta Klatsky sottolinea inefficace e subordinato per l’appunto a vista e linguaggio. Altre
un principio ecologico elementare che sembra sfuggire a tutti ricerche, alle quali faremo solo un breve accenno, ne costitui-
coloro che, parlando del tatto, pensano in realtà solo alla per- scono invece l’ennesima incarnazione: la riscossa del tatto ha
cezione di disegni o lettere: il tatto è piú adatto alla percezione per retrogusto una nuova sconfitta. Ma procediamo con ordine.
tridimensionale che a quella bidimensionale (Klatsky, Leder- Secondo i due autori, il tatto è una modalità sensoriale for-
man, 1993, p. 201). mata da due sottosistemi distinti ma interdipendenti. Il primo,
Per dimostrarlo, Klatsky e Lederman (Klatsky et al., 1993) sensoriale, è deputato alla percezione di qualità tattili, termi-
hanno escogitato un esperimento suddiviso in due parti: nella che, nocicettive e cinestetiche. Il secondo è di tipo invece mo-
prima un gruppo di soggetti bendati doveva riconoscere, toc- torio-manipolativo. Il legame che sussiste tra i due sottosistemi
candoli, oggetti di uso comune (occhiali, forbici, telefoni, ecc.). è dimostrato dal fatto che le proprietà fenomeniche percepite
La prova era resa difficile dal fatto che la percezione manuale dalla mano (sottosistema 1) sono esplorate da precise tecniche
era ostacolata: alcuni potevano toccare gli oggetti solo con un esplorative (sottosistema 2) chiamate EP (exploratory procedu-
dito o due, altri dovevano farlo con le mani coperte da guanti. res). Per le nostre mani, le due psicologhe ipotizzano otto EP
Nella seconda parte dell’esperimento, un altro gruppo di sog- fondamentali (figura 6):
getti doveva riconoscere immagini in rilievo raffiguranti gli og-
getti del test precedente. Il risultato dell’esperimento è molto 1) Movimento laterale (lateral motion): consiste nello strofina-
significativo perché, nonostante le limitazioni imposte sulle re le dita contro un’area omogenea della superficie dell’og-
possibilità di percepire forme e tessitura, la percezione tridi- getto per percepirne la tessitura.
180 181
2) Pressione (pressure): la mano preme una parte dell’oggetto
per verificarne la consistenza e la durezza.
3) Contatto statico (static contact): è una tecnica adottata quan- Movimento laterale/ Pressione/
do l’oggetto è sostenuto da un supporto mentre la mano lo tessitura durezza
tocca per verificarne la temperatura.
4) Presa senza sostegno (unsupported holding): consiste nel sol-
levare un oggetto soppesandolo con la mano, il polso e il
braccio.
5) Chiusura (enclosure): la mano cerca di avvolgere l’oggetto Contatto statico/
temperatura Presa senza sostegno/
stringendolo tra le dita per percepirne la forma globale e il peso
volume.
6) Seguire il contorno (contour following): è una tecnica parti-
colarmente dinamica attraverso la quale la mano si mantie-
ne in costante contatto con l’oggetto per valutarne con pre-
cisione il volume e la forma.
7) Prova del movimento parziale (part motion test): una mano
Chiusura/ Seguire il contorno/
prova a muovere una parte dell’oggetto, mentre l’altra lo forma globale, volume forma globale, forma
tiene fermo. esatta
8) Prova funzionale (function testing): le mani eseguono dei
movimenti particolari per mettere alla prova alcune delle
funzionalità specifiche che l’oggetto può possedere. Lo agi-
tano per produrre rumore, ci si infilano per constatare se è Prova del movimento
cavo, lo stringono alle estremità per muoverlo a tenaglia. Prova funzionale/ parziale/
funzione specifica movimento delle part
Il valore cognitivo e la plausibilità empirica di queste con-
dotte esplorative è stata verificata da due esperimenti (Leder-
man, Klatsky, 1987). Nel primo si chiedeva a soggetti bendati
di capire in base a quali proprietà tattili i due oggetti presenta-
ti mostravano somiglianze: tessitura, consistenza, temperatura,
peso, forma e volume, movimento parziale e funzionalità. L’at-
tività manuale dei soggetti, ripresa da una telecamera e poi esa-
minata nel dettaglio, ha confermato l’associazione tra le otto
EP e le diverse proprietà sensoriali.
Il secondo esperimento è piú complesso perché mira a raf-
finare un’associazione che rischia di risultare approssimativa.
La prova aveva come obiettivo quello di stabilire se ogni EP Fig. 6: Le sei Exploratory procedures (EP) di Lederman e Klatsky
fosse necessaria, sufficiente od ottimale per percepire una cer- Fonte: Klatsky, Lederman, 1993
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ta qualità tattile: era sufficiente se forniva una capacità di rico- dell’orizzonte percettivo a fare la differenza: l’occhio si apre a
noscimento superiore al 50% delle prove; necessaria se era la un panorama esteso, le dita colgono solo porzioni dello spazio.
sola a essere sufficiente; ottimale se forniva i risultati piú accu- Per dimostrarlo Loomis, Lederman e Klatsky (1991) hanno
rati nella percezione di quella proprietà sensoriale. I soggetti pensato a un esperimento molto elegante. I soggetti dovevano
potevano utilizzare solo una EP alla volta, suggerita dallo speri- esplorare, prima con la vista e poi col tatto, una serie di dise-
mentatore: in questo modo, a rotazione ogni strategia esplora- gni. L’idea di fondo della prova era di imporre alle due moda-
tiva veniva associata al riconoscimento di ciascuna delle pro- lità sensoriali gli stessi vincoli di campo percettivo. L’esplora-
prietà che abbiamo elencato per verificare quale fosse l’EP piú zione tattile era limitata all’uso di un solo dito e il campo visi-
adatta a ognuna di esse. I risultati hanno confermato lo sche- vo godeva di un’apertura sensoriale identica a quella tattile: i
ma che abbiamo riassunto sopra (il movimento laterale è l’EP soggetti dovevano vedere su un monitor le immagini proiettate
piú adatta alla percezione della tessitura, il contatto statico alla da una penna elettronica particolare poiché la sua finestra per-
rivelazione della temperatura, ecc.). Non solo: i dati forniti da cettiva era stata tarata in modo tale che avesse l’estensione pari
Lederman e Klatsky (ivi, p. 364) permettono anche di capire a quella di un dito. In questa maniera tatto e vista lavoravano
quali tra le diverse EP siano le strategie esplorative piú specia- al riconoscimento delle immagini utilizzando lo stesso tipo di
lizzate, efficaci solo per una o due proprietà, e quali invece so- sequenze. I risultati dimostrano che, in condizioni simili, le ca-
no in grado di dare risultati soddisfacenti per la maggior parte pacità discriminative dei due sensi sono quasi identiche. Se
di esse: la pressione è la tecnica piú specializzata, mentre la però si prova a raddoppiare l’estensione della finestra percetti-
chiusura è quella piú generica e versatile. Come è possibile ve- va attraverso la quale percepire i disegni succede qualcosa di
dere nella figura 6, la chiusura coincide con ciò che Révész inaspettato: per mezzo di due dita le capacità discriminative
chiama percezione stereoplastica (cfr. paragrafo 2): la presa si- del tatto rimangono inalterate, mentre la vista grazie al rad-
multanea che permette la ricognizione della forma dell’oggetto doppiamento del campo visivo della penna ottica raddoppia la
nella sua tridimensionalità. Come abbiamo visto nel paragrafo qualità delle sue prestazioni.
4, questo punto è importante perché conferma che la partico- Questi due esperimenti sono interessanti perché forniscono
lare plasticità della mano umana consiste proprio nella possibi- una immagine equilibrata dei rapporti tra vista e tatto, giocata
lità di opporre tra loro le dita con ampi gradi di libertà: gli per somiglianze e differenze. Per un verso, la prima prova sot-
esperimenti di Lederman e Klatsky mostrano che non specia- tolinea la parentela genetica e funzionale tra i due sensi poi-
lizzazione manuale ed efficacia percettiva costituiscono i due ché, a parità di condizioni, sia il tatto che la vista sono sensi se-
volti, strutturale e funzionale, della rilevazione stereoplastica quenziali. Per un altro, la seconda prova sottolinea le loro di-
della forma. versità: l’aumento quantitativo del campo percettivo ha effetto
Un’altra serie di esperimenti consente di chiarire ulterior- solo per la vista poiché gli occhi costituiscono una struttura
mente i rapporti che contraddistinguono il legame tra tatto e specializzata per la rilevazione di ampi orizzonti. Gli occhi so-
vista. Lederman e Klatsky ipotizzano che le differenze tra que- no panoramici ma non le mani ed è per questo motivo che la
ste due modalità sensoriali siano da ricondurre, prima di tutto, vista è adatta alla percezione bidimensionale: per apprezzare
alla diversa ampiezza del campo percettivo. Il tatto e la vista so- disegni e scrittura è decisamente piú importante una percezio-
no entrambi sensi sequenziali: mentre però la vista produce se- ne estesa e meno stereoplastica di una ristretta ma piú tridi-
quenze rapide e automatiche, il tatto procede per passi piú len- mensionale. A tal proposito, un dato fornito da Lederman e
ti e plastici (cfr. paragrafo 2). È proprio la diversa estensione Klatsky costituisce un’ulteriore disconferma delle ipotesi di
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Kennedy circa la presunta facilità nel percepire segni in rilievo di rotazione mentale dell’immagine di tipo spaziale. L’ipotesi
e tecniche raffigurative come la prospettiva attraverso il tatto. secondo la quale immaginare significa costruire frasi non è in
Mentre per i vedenti bendati le immagini bidimensionali pro- grado infatti di giustificare l’incremento lineare del tempo im-
spettiche risultano piú facili da percepire di quelle che non si- piegato nelle diverse prove. Se il formato delle rappresentazio-
mulano graficamente la profondità, per i ciechi è esattamente ni fosse verbale, la rappresentazione mentale dovrebbe rivelar-
il contrario: per i non vedenti il loro riconoscimento è piú dif- si insensibile (o sensibile non in maniera tanto proporzionale)
ficile (Lederman et al., 1990). alle differenze di orientamento angolare.
Bisogna aggiungere però che per spiegare questo risultato Gli studi di Marmor e Zaback (1976) e di Carpenter e Ei-
anche Lederman e Klatsky ricorrono a una ipotesi poco con- senberg (1978), che hanno riproposto gli stessi test attraverso
vincente. Secondo le due psicologhe la percezione bidimensio- una diversa modalità sensoriale, disconfermano anche la tesi
nale delle immagini attraverso il tatto sarebbe codificata visiva- visualista. In questi esperimenti infatti immagini erano perce-
mente: ciò che chiamano image mediation model (ivi, p. 56) ri- pite per mezzo dell’esplorazione tattile di figure in rilievo: ol-
chiama terribilmente la tendenza trasformatrice, il nono prin- tre a un gruppo di soggetti bendati sono state osservate le pre-
cipio aptico descritto da Révész (e per esso valgono quindi le stazioni di due gruppi di soggetti ciechi (congeniti e non). An-
stesse cautele e le medesime considerazioni: cfr. paragrafo 2). che in questo caso il tempo impiegato nei compiti di confronto
Indubbiamente disporre di capacità immaginative visive costi- è risultato direttamente proporzionale al grado di rotazione
tuisce un aiuto nel risolvere compiti cognitivi come il ricono- mentale necessario per giudicare l’uguaglianza delle due figu-
scimento di un disegno (Ferretti, 1998). Allo stesso tempo, re. Carpenter e Eisenberg (1978) hanno scoperto inoltre che le
però, se si trattasse di un costante lavoro di traduzione visiva, i prestazioni dei vedenti risentivano della posizione iniziale delle
ciechi non solo dovrebbero avere difficoltà nel riconoscere i mani: se le mani erano poste in modo perpendicolare rispetto
tracciati in rilievo, ma non dovrebbero riuscirci affatto. Il che, alla figura in rilievo, i tempi di risposta erano piú brevi quando
naturalmente, è falso. Lederman e Klatsky danno per scontato per il confronto era necessaria una rotazione mentale di zero o
che ricorrere all’immaginazione significhi fare ricorso all’im- di trecento gradi, mentre per ottenere le risposte piú lente era
maginazione visiva. Negli ultimi trent’anni molte ricerche sulle necessaria una rotazione di centottanta gradi. Se le mani erano
immagini mentali hanno dimostrato invece che la situazione è poste invece a trecento gradi in senso orario rispetto al cam-
piú articolata poiché l’immaginazione non può essere ridotta pione, i tempi di risposta piú brevi si verificavano con rotazio-
né a un processo solamente verbale (l’ipotesi proposizionali- ni di duecentoquaranta e trecento gradi, quelli piú lenti con
sta), né a uno esclusivamente visivo (tesi che potremmo chia- rotazioni di centoventi gradi.
mare visualista). In conclusione, il confronto tra la posizione di Bach-y-Rita,
Gli studi, ormai classici, di Shepard e Metzler (1971) sulla Kennedy e quella di Lederman e Klatsky rivela il carattere para-
rotazione mentale hanno fornito evidenze sperimentali che di- dossale di buona parte della produzione scientifica contempora-
sconfermano la prima ipotesi. Ai soggetti era chiesto di verifi- nea sulla percezione tattile manuale. Troppo spesso sembra che
care se due figure dalla diversa orientazione spaziale fossero non ci siano alternative: o il tatto funziona come la vista o il tat-
uguali o meno. I tempi di risposta risultarono direttamente to è inefficace e, per dare qualche risultato, deve affidarsi agli
proporzionali alla differenza di orientamento angolare tra le occhi. Allo stesso tempo, proprio alcuni degli studi di Leder-
due figure. Questo esperimento, condotto sia con immagini ir- man e Klatsky mostrano che la ricerca cognitiva può divenire
regolari che a forma di lettera, indica l’esistenza di un processo teoricamente piú avanzata quando, in maniera piú o meno con-
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sapevole, recupera un atteggiamento teorico vicino a quello di IV. Esperienza tattile e facoltà del linguaggio
Révész e Gibson. In questo caso il rigore sperimentale che ca-
ratterizza questo tipo di indagine cessa di essere asfittico e ca- È il tatto il tronco stesso dell’umanità!
strante poiché consente di dimostrare con maggiore rigore la J.G. Herder

validità delle intuizioni dell’approccio ecologico e di estendere


il campo di indagine della psicologia gestaltica.

Letture consigliate
– Purtroppo non esiste nessuna traduzione italiana dei testi di Révész che
abbiamo citato. Per un rapido profilo biografico dell’autore e per una bi-
bliografia completa dei suoi scritti si può consultare il sito della Révész
Library di Amsterdam: http://cf.uba.uva.nl/en/libraries/psychology/re-
vesz.html. 1. Le scimmie che pescano: culture animali e culture
– La migliore presentazione generale della percezione tattile è ancora quella umane
di Montagu (1971) nella quale sono illustrate alcune delle caratteristiche
genetiche, antropologiche e psicologiche piú rilevanti di questa modalità
sensoriale. L’obiettivo di questo libro è ribaltare l’idea per la quale l’e-
– L’interpretazione della nozione di lavoro contenuta nell’ultimo paragrafo sperienza tattile darebbe origine, almeno nell’animale umano,
deve molto a Virno (1999, parte terza; 2003).
– Per una introduzione in italiano alle tendenze di ricerca contemporanee a una sensorialità seconda, o meglio, secondaria: subordinata a
sulla percezione aptica è utile consultare Galati (1992). Due volumi col- vista e/o linguaggio. Nei capitoli precedenti abbiamo cercato
lettanei recenti, uno in lingua francese (Hatwell, Streri, Gentaz, 2000) e di mostrare che il tatto è definibile come «il secondo senso» in
uno in inglese (Heller, 2000a), contengono numerosi saggi in grado di
dare un resoconto aggiornato del dibattito. Il piú completo dei due è un modo opposto rispetto a quello tradizionale. L’esperienza
sicuramente il primo poiché propone interventi, ad esempio, su sostitu- tattile, prima di essere «seconda», è duplice: vive della polarità
zione sensoriale, percezione neonatale, illusioni aptiche e supporti gra- fondamentale tra somestesia e percezione aptico-manuale. Per
fici per non vedenti. Uno degli articoli (Lacreuse, Fragaszy, 2000) pro-
pone un confronto tra mano umana e non umana molto diverso dal no- questa ragione è doveroso sottolineare ancora una volta che
stro poiché insiste piú sugli elementi di somiglianza che di differenza. esistono due accezioni di «tatto»: la prima si riferisce a una
– Per una concezione della cecità e del tatto opposta alla nostra si veda, oltre sensibilità cutanea estesa, la seconda a quella localizzata nelle
a Sacks (1995), l’autobiografia di John Hull (1990). Anche la lettura del
carteggio tra Bryan Magee e il filosofo cieco Martin Milligan (Magee, mani. Questa peculiarità costituisce, contemporaneamente, il
Milligan, 1995) costituisce un buon esercizio per mettere alla prova la tallone d’Achille e il punto di forza dell’esperienza tattile poi-
propria permeabilità ad alcune illusioni filosofiche circa la condizione di ché, come abbiamo visto, è dallo stato di cronica indigenza di
chi è privo della vista.
– Una introduzione chiara e stimolante al dibattito contemporaneo su un
un corpo neotenico che sorge la necessità di stabilire legami
tema al quale abbiamo potuto solo accennare, quello delle immagini men- emotivi, instaurare tradizioni storiche, tessere pratiche sociali.
tali, è sicuramente quella di Ferretti (1998). Cornoldi e Vecchi (2000a, Il tatto può essere definito «il secondo senso» non perché
2000b) forniscono invece dati recenti sulle immagini mentali nei ciechi.
modalità sensoriale subordinata alla vista, ma poiché costitui-
sce la dimensione dell’esperienza decisiva per il secondo volto
della natura umana, la cultura. Dire «secondo volto» o «secon-
da natura» può generare fraintendimenti: è opportuno stron-
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carli sul nascere. Queste espressioni non intendono affermare non consiste nel possesso o meno di una entità spirituale, l’ani-
in alcun modo che per l’animale umano il linguaggio sia qual- ma. In questo senso siamo tutti continuisti.
cosa di posticcio, un tardo additivo per un impasto biologico Le accuse reciproche di «discontinuismo» rischiano, in pri-
già formato. Al contrario: è proprio il carattere indefinito e pla- mo luogo, di farci trascurare il vero punto della questione: ca-
stico, immaturo e incerto della corporeità umana che apre la pire qual è l’origine e il valore di queste differenze di compor-
porta spazio-temporale alla comparsa evolutiva del linguaggio. tamento. In secondo luogo suggeriscono in maniera implicita
In particolar modo, la mancata specializzazione dell’esperienza un presupposto argomentativo duro a morire che conduce a
tattile costituisce l’elemento chiave di una relazione a incastro: una sorta di stallo teorico. È come se, ancora oggi, si giocasse
la «sprovvedutezza biologica» dell’animale umano, come la una partita stretta in una vecchia contrapposizione, di stampo
chiama Gehlen (1978, p. 60), è il presupposto genetico di ri- ottocentesco: l’essere umano è «un angelo decaduto» (opzione
medi culturali che ne colmino le lacune e ne compensino le spiritualista) o «una scimmia progredita» (opzione materialisti-
mancanze. È per questa ragione che tra comportamenti cultu- ca)? Mentre all’epoca della pubblicazione delle opere di
rali umani e non umani sussiste una somiglianza solo superfi- Darwin e Lamarck, questo interrogativo ha un contenuto ge-
ciale che, come tale, può trarre in inganno. Un caso molto no- nuino poiché nasce dalla rottura di un paradigma pervasivo
to è costituito, ad esempio, dall’uso di utensili da parte degli come il creazionismo (l’uomo è creato da Dio), oggi questa do-
scimpanzé per catturare le termiti (per una rassegna: Lestel, manda, almeno in sede filosofica e scientifica (se stiamo discu-
2001, pp. 75 sgg.). L’etologa americana Jane Goodall ha osser- tendo con un teologo, le cose cambiano), assume il sapore stan-
vato in Tanzania questo comportamento presso una comunità tio di chi, indugiando, fa confusione per mancanza di radica-
di scimpanzé: le scimmie prendono dei ramoscelli, li privano lità teorica.
delle foglie, li inseriscono nei tunnel dei termitai e poi li estrag- Per ogni paradigma di ricerca che si dica «naturalista» la ri-
gono per mangiare le formiche che ci si aggrappano sopra. sposta all’interrogativo sembra infatti semplice, frutto di un’op-
Questo esempio è importante per almeno due ragioni. In pri- zione obbligata: siamo scimmie progredite. Ed è qui che si ce-
mo luogo, lo scimpanzé non solo utilizza un attrezzo ma lo la l’inganno: perché, a rigor di termini, non siamo né scimmie
crea: non prende un ramo già privo di foglie ma ne strappa né esseri progrediti. Non solo, come abbiamo sottolineato nel
uno dagli alberi per poi piegarlo alle sue esigenze. In secondo secondo capitolo, l’idea che l’uomo discenda dalla scimmia è
luogo, si tratta di un comportamento culturale poiché solo que- scorretta da un punto di vista evoluzionistico (il punto di diva-
sto gruppo di scimpanzé utilizza la cosiddetta «pesca delle ter- ricazione cronologica tra scimpanzé e ominidi è oggi molto di-
miti», una pratica trasmessa di generazione in generazione. battuto ma comunque notevole, tra i 7 e i 4 milioni di anni fa:
Molto spesso questo caso è considerato una riprova della forte cfr. Biondi, Rickards, 2001; Cherfas, Gribbin, 2001) ma è an-
continuità evolutiva tra animali umani e non umani: la cultura che fuorviante da un punto di visto filosofico.
non rappresenterebbe uno specifico umano e la differenza tra L’esempio della pesca alle termiti infatti è un’ottima dimo-
comportamenti culturali animali e umani sarebbe solo di gra- strazione della relazione di somiglianza tra Homo sapiens e
do e non di genere. Ma cosa significa affermare che questa dif- scimpanzé ma anche della loro estrema diversità. Per un verso,
ferenza è solo di quantità e non di qualità? Sgombriamo subito sarebbe sbagliato rifiutarsi di considerare culturale il compor-
il campo da un primo fraintendimento. Su un punto riduzioni- tamento degli scimpanzé osservato dalla Goodall. Per un altro,
smo linguistico, paradigma cognitivo e antropologia filosofica sarebbe altrettanto errato lasciarsi trarre in inganno da una si-
si trovano d’accordo: la differenza tra animali ed esseri umani milarità che si rivela essere solo di superficie. Il punto decisivo
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infatti è che per gli animali non umani i comportamenti cultu- squalo non possiamo tuffarci in mare e andare a prendere il
rali hanno un’importanza relativa, cioè opzionale. Molto spes- nostro pesce spada. Per un altro è una pesca che sa aspettare
so, il fatto che alcune specie di scimpanzé non utilizzino ba- poiché il nostro corpo, grazie alle sue dimensioni e alla sua
stoncini per pescare le termiti è considerato la dimostrazione morfologia (cfr. paragrafi 3 e 5), ha un numero minore di istin-
ultima del carattere culturale di questo comportamento e, quin- ti al quale dare risposta immediata: ed è per questo che quella
di, del rapporto di continuità tra la nostra specie e gli altri pri- pesca può impegnare il significato di una vita intera.
mati. È proprio quest’ultimo passaggio logico a essere indebi-
to: ci si dimentica, infatti, che le altre comunità di scimpanzé,
quelle che non utilizzano questa tecnica, non sostituiscono il 2. I bambini che ululano: natura e cultura umana
ramoscello con altri utensili ma mangiano le termiti diretta-
mente con mani e lingua. La differenziazione tra le diverse co- Come abbiamo visto nel paragrafo precedente, il gioco di
munità di scimpanzé non consiste quindi nell’impiego di tecni- somiglianze e differenze tra l’utensile dei primati non umani e
che differenti ma tra gruppi che mostrano questo comporta- quello costruito dai sapiens consiste in una diversa amalgama
mento culturale e gruppi che non lo mostrano. Per questa ra- tra plasticità e necessità d’uso. Per i primi, arnese e strumento
gione, l’impiego animale di utensili culturali1 è un insieme di costituiscono semplicemente una magnificazione delle presta-
azioni accessorio e secondario perché gli scimpanzé sono una zioni. Aumentano un’efficacia comunque presente nella loro
specie cosí specializzata che può sopravvivere ugualmente an- morfologia corporea: si tratta di attrezzi meno plastici sempli-
che senza bastoncini: non a caso le termiti catturate con uten- cemente perché di essi si ha meno bisogno. Per i secondi, lo
sili costituisce solo il 20% di quelle mangiate da questa forma strumento non è solamente una protesi magnificativa poiché
di vita (Lestel, 2001, p. 76). costituisce l’apertura di interi campi d’esperienza e costituisce
La somiglianza tra la pesca delle termiti degli scimpanzé e una condizione necessaria per la sopravvivenza. Mentre per lo
la sfida tra il marlin e il pescatore narrata da Hemingway ne Il scimpanzé il ramoscello privato delle foglie è semplicemente
vecchio e il mare è perciò sfavillante ma superficiale come quel- uno strumento piú potente per mangiare una quantità mag-
la che esiste, sul piano teorico, tra potenza e potenzialità. En- giore di termiti, per l’Homo sapiens il bastone, la punta o il
trambi i termini infatti richiamano la dimensione del «poter fa- percussore non sono oggetti dedicati a un unico scopo ma a
re», ma in due sensi molto diversi: gli strumenti animali sono una molteplicità di compiti necessari per vivere (tagliare e bat-
tali esclusivamente in virtú della loro efficacia di prestazione tere, appoggiarsi o lanciare) per i quali le mani nude non sono
immediata (potenza); quelli umani lo sono in virtú della loro sufficienti.
flessibilità d’uso (potenzialità). La pesca della scimmia è un’at- La differenza cruciale sta dunque nel fatto che solo per gli
tività, potremmo dire, appetibile: ha un effetto veloce ma limi- animali umani la cultura ha un valore biologico. Per compren-
tato poiché soddisfa rapidamente un bisogno non procrastina- dere meglio questo aspetto i cosiddetti «ragazzi selvaggi» co-
bile. Quella umana è invece una pratica longeva: la lunga vita stituiscono un terreno di riflessione particolarmente adatto. Si
del protagonista del romanzo di Hemingway è il frutto di una tratta di un insieme di casi interessante poiché costituisce lo
infanzia cronica, di un periodo di apprendimento che non dà scollamento tra prima e seconda natura umana: bambini vivo-
subito risultati (o almeno non sempre). Per un verso, è una pe- no per lungo tempo in isolamento o, abbandonati, sopravvivo-
sca che deve attendere: poiché non siamo provvisti della morfo- no allevati da altre specie (ad esempio lupi, orsi, gazzelle). Di
logia dell’orca marina o degli acutissimi organi di senso dello solito, al loro ritrovamento questi ragazzi presentano compor-
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tamenti aggressivi, assenza completa di linguaggio verbale, abi- ne. Per controbattere la seconda, dovremo chiarire meglio la
tudini alimentari e di vita «animalesche». In seguito si verifica nozione di condizione di possibilità. Per mostrare l’implausibi-
un recupero della capacità intellettive e comunicative, sempre lità della terza, faremo un percorso piú ampio che coinvolgerà
però parziale. È una questione, bisogna sottolinearlo, molto il rapporto tra non specializzazione, evoluzione e dimensioni
dibattuta: la maggior parte delle testimonianze risale al diciot- corporee: sarà allora che salperemo alla volta dei misteriosi
tesimo secolo e si affida a resoconti episodici e poco precisi. mondi descritti da Jonathan Swift nei Viaggi di Gulliver.
Non si tratta, però, di una controversia di ordine puramente Partiamo dunque dalla prima obiezione. Pur facendo eser-
metodologico. Dal punto di vista teorico, questi dati suggeri- cizio di prudenza, è possibile ritrovare in tutte le storie che ri-
scono infatti interpretazioni molto diverse. Da un lato, sono guardano i ragazzi selvaggi un primo elemento ricorrente. Il
stati utilizzati per sostenere che da un punto di vista biologico cucciolo d’uomo, infatti, tende ad assumere i caratteri della
non esiste qualcosa che possa definirsi «natura umana»: secon- specie che lo alleva, qualunque essa sia: se è allevato da lupi
do la filosofa Anna Ludovico (1979, p. 56) ciò che distingue tende a diventare un predatore carnivoro, se allevato da gaz-
l’essere umano dall’animale «non è la biologia, bensí la cultu- zelle si comporta come una preda erbivora2. Il bambino lupo o
ra»; lo psicologo Lucien Malson (1964) ripete piú volte che i il ragazzo gazzella costituiscono il corrispettivo di ciò che nel
ragazzi selvaggi dimostrano che fuori dall’ambito sociale l’es- secondo capitolo (paragrafo 3.5) abbiamo chiamato neofilia.
sere umano non è tale. Dall’altro, Felice Cimatti (2002, p. 207) Da questo punto di vista, infatti, la plasticità umana è una stra-
utilizza questi casi per discreditare la tesi secondo cui la neote- da a doppio senso: l’umano adulto è attratto da forme giovani-
nia sarebbe decisiva per comprendere la nostra natura. Le ar- li e quindi, oltre che dai suoi piccoli, dalle specie piú flessibili
gomentazioni di Cimatti sono sostanzialmente tre. In primo e potenzialmente domestiche (la neofilia, per l’appunto). Allo
luogo i bambini selvaggi contraddicono la tesi neotenica per- stesso tempo, il cucciolo di uomo tende ad assumere i tratti de-
ché, privi di linguaggio, riescono a sopravvivere: se l’essere gli adulti che lo circondano, siano conspecifici o meno: è per
umano fosse davvero sprovvisto di biologia, senza cultura non questa ragione che ogni tanto sentiamo parlare di bambini lu-
dovrebbe farcela. In secondo luogo, si tratta di esseri che han- po, ragazzi gazzella o uomini orso e mai di antilopi zebra o di
no il nostro stesso corpo ma che non parlano: se questo ne fos- scimpanzé ghepardo. Naturalmente esiste una varietà di casi
se condizione di possibilità, dovrebbero poterlo fare. Da qui la nei quali una specie animale adotta cuccioli di un’altra. In al-
conclusione che la neotenia, e siamo al terzo punto, non costi- cune circostanze, ad esempio, un cane alleva piccoli di gatto.
tuisce un prerequisito per avere linguaggio verbale, quanto Ma il punto che qui ci preme sottolineare è che il gatto, quan-
piuttosto la sua conseguenza. Poiché, come abbiamo visto, il do cresce, non abbaia: miagola. Mentre il bambino cresciuto
concetto di «natura umana» e l’immaturità corporea tipica del- dai lupi mescola caratteri umani a quelli dei lupi, il gattino al-
la nostra specie rappresentano due idee centrali per questo li- levato dai cani resta un gatto. Per questa ragione, i ragazzi sel-
bro, è doveroso affrontare la questione. A tal proposito, le tre vaggi non solo non costituiscono una difficoltà per il fonda-
obiezioni di Cimatti sono interessanti perché ci danno l’occa- mento neotenico della condizione umana ma ne rappresentano
sione di sviluppare la nostra tesi: difendere, contro Ludovico e la conferma.
Malson, la nozione di «natura umana» senza abbracciare per Esiste poi un secondo tratto comune. In tutte le storie di ra-
questo alcuna forma di riduzionismo linguistico. Per risponde- gazzi selvaggi di cui abbiamo notizia si parla di cuccioli d’uomo
re alla prima critica, sarà necessario sottolineare due tratti co- allevati comunque da un gruppo: se lupi o altre specie non se
muni ai casi di bambini cresciuti lontano dalle comunità uma- ne prendessero carico, il bambino morirebbe. Un controesem-
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pio per questa idea potrebbe essere costituito da un sottoinsie- umana dovrebbero parlare. A tal proposito è decisivo com-
me della vasta categoria dei ragazzi selvaggi. Si tratta dei bam- prendere la nozione di «condizione di possibilità». Come già
bini sopravvissuti per autosostentamento che, dopo essere sta- accennato nel capitolo precedente (paragrafo 4), abbiamo scel-
ti abbandonati, sono riusciti a cavarsela da soli in ambienti na- to di utilizzare questo termine proprio per proporre una alter-
turali come foreste o zone montuose. Se andiamo, però, a os- nativa teorica in grado di uscire dalle strettoie imposte dall’op-
servare piú da vicino i casi documentati (Ludovico, 1979), sco- posizione tra cause e ragioni, tra natura e cultura, tra innato e
priamo che la data di scomparsa dei bambini è sconosciuta o appreso. Solo se si sfugge a queste antinomie è possibile evita-
successiva ai 4-5 anni3, un’età piuttosto avanzata. Ma, a tal pro- re di aggiungere la seconda natura umana su un anonimo cor-
posito, l’argomento decisivo è un altro: in fondo, è il clamore po animale (è il problema di Ludovico e Malson ma anche, ad
stesso suscitato da questi casi a costituire un dato fondamenta- esempio, di McDowell: cap. I. paragrafo 3.2) e comprendere
le a sostegno della nostra ipotesi. Si tratta di resoconti sugge- che la cultura è costitutiva dell’Homo sapiens poiché nella no-
stivi proprio perché rari ed eccezionali (17 negli ultimi quattro stra specie assume un valore biologico radicale: è per questa
secoli), proprio perché di solito un bimbo umano da solo non ragione che la seconda natura non si innesta, né si aggiunge al-
riesce a sopravvivere. la prima ma la integra e, almeno in parte, la riorganizza. Soste-
I casi di cuccioli d’uomo allevati da altre specie animali non nere che il bipedismo dell’Australopithecus o il pollice opponi-
fanno che testimoniare la plasticità corporea di un essere che, bile dell’Oreopiteco costituiscono prove contro la nostra ipote-
proprio perché a corto di istinti, in situazioni estreme riesce a si significa esser vittima di un fraintendimento: a fare la diffe-
fare affidamento su quelli altrui. Quel che emerge è, in altre renza è infatti la congiunzione di diverse condizioni di possibi-
parole, un secondo aspetto nel quale si intersecano neotenia e lità, un’espressione che, dunque, è necessario declinare al plu-
neofilia, lentezza di crescita e domesticazione. Il bambino lu- rale. In questo libro stiamo cercando di individuare ciò che per
po, infatti, segue lo stesso principio di fondo su cui si basa il il linguaggio costituisce una serie di condizioni singolarmente
cercatore di tartufi (cfr. cap. II, par. 3): se quest’ultimo si affi- necessarie e solo congiuntamente sufficienti. Sufficiente è infat-
da al naso del suo cane per scovare sottoterra un tubero cosí ti un insieme di tratti morfologico-sensoriali: essere bipedi e
pregiato, il primo si affida al gruppo di predatori per trovare implumi, essere nudi e dotati di mani, avere un tatto someste-
qualcosa di ancora piú prezioso, la sopravvivenza. È proprio la sico e un tatto aptico neotenici.
neotenica plasticità del suo corpo a consentire al ragazzo sel- Si faccia attenzione: affermare che essere bipedi implumi è
vaggio di modellarsi sulla comunità che lo accoglie: sfrutta al un insieme di condizioni necessarie e sufficienti per avere lin-
massimo gli istinti residui (utilizzando, ad esempio, un olfatto guaggio verbale significa dire che non ci può essere un corpo
debole rispetto agli altri mammiferi), vive del prestito costante che parla che non sia bipede e implume ma non che, se si è bi-
di quelli che non può acquisire (il bambino lupo può imparare pedi e implumi, si abbia necessariamente linguaggio verbale. Il
a usare l’olfatto ma non a farsi crescere gli artigli). Poiché il ra- punto è decisivo per almeno due ragioni. In primo luogo per-
gazzo selvaggio non ha a portata di mano una cultura, colma le ché segna la differenza tra condizioni necessarie e sufficienti e
mancanze del proprio corpo con una biologia altra, quella del- cause necessarie e sufficienti: per comprendere l’origine della
l’animale che lo adotta. facoltà del linguaggio le prime devono sostituire le seconde
La seconda obiezione basata sui ragazzi selvaggi riguarda il perché, a volte lo si dimentica, quello in cui ci stiamo muoven-
rapporto tra corpo tattile e linguaggio: se il primo fosse condi- do è un dominio biologico e non fisico (ammesso che nella fi-
zione per il secondo, i bambini lupo che hanno una sensibilità sica contemporanea si possa ancora parlare di cause. Diciamo:
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in un sistema complesso e non in un sistema semplice). Date problema dell’origine del linguaggio. Se la sua comparsa non
certe condizioni, infatti, l’evoluzione non ha uno sviluppo pre- ha condizioni di possibilità, essa potrebbe fare la sua appari-
vedibile; allo stesso tempo, escluse certe condizioni è possibile zione in tutte le specie animali: perché quindi proprio nella
prevedere che alcuni avvenimenti non si verificheranno. Senza nostra?
luce solare, ad esempio, non può esserci fotosintesi. Allo stesso In secondo luogo la despecializzazione, al di là di quanto si
tempo se c’è luce solare non vuol dire che questo, prima o poi, vorrebbe far credere, non è una risposta evolutiva al problema
provocherà la comparsa della fotosintesi su Marte. In secondo dell’origine del linguaggio, almeno non in quanto tale poiché
luogo il punto è decisivo perché lo scarto tra avere i prerequi- lascia aperti una serie di problemi tutti da risolvere. Prendia-
siti per il linguaggio e parlare costituisce una caratteristica in- mo ad esempio la stazione eretta. Come abbiamo detto, il bi-
terna non solo alla nozione di condizione di possibilità ma an- pedismo è già presente negli Australopitechi e probabilmente
che a quella di facoltà del linguaggio verbale. Avere facoltà del in specie anteriori (Biondi, Rickards, 2001, p. 72). Per chi ade-
linguaggio significa proprio questo: essere potenziali e non es- risce con coerenza alla logica della despecializzazione, le cose
sere potenti e, dunque, poter disporre di una capacità senza che dovrebbero essere andate piú o meno cosí: in un primo tempo
questa si sviluppi necessariamente. Un animale specializzato è i nostri predecessori erano bipedi; in un secondo momento si
potente proprio perché imbocca efficacemente uno svincolo sono specializzati in scimmie quadrupedi; in un terzo momen-
evolutivo molto stretto: o risponde a certe condizioni ecologi- to, grazie al linguaggio, siamo tornati bipedi. Se il linguaggio
che oppure si estingue. Un animale potenziale ha, invece, un avesse avuto un effetto di despecializzazione sul corpo umano,
campo di possibilità piú vasto poiché si trova in quello che po- ci troveremmo di fronte a una sorta di «inversione a u» evolu-
tremmo chiamare «un paesaggio evolutivo». L’Orrorin, ad tiva. Questo dietrofront filogenetico non solo è filosoficamente
esempio, uno tra i nostri progenitori piú antichi, ha avuto di tortuoso, ma anche biologicamente improbabile poiché viola
fronte a sé due strade principali che costituiscono i percorsi una delle poche regole che il darwinismo è riuscito a produrre
fondamentali del processo di ominazione: poteva specializzarsi in poco piú di un secolo di vita: la cosiddetta legge di Dollo.
(in modi tra loro molto diversi: gli odierni orang outang, goril- Vediamo in breve di cosa si tratta. Louis Dollo (1857-1931)
la e scimpanzé ne costituiscono solo alcuni esempi) oppure ri- è un ingegnere minerario che, alla fine del diciannovesimo se-
manere il meno specializzato possibile e affidarsi sempre piú colo, si appassiona alla paleontologia: durante i suoi scavi in-
alla coesione di gruppo, alla socialità del toccarsi e a quello che fatti si imbatte in diversi fossili animali, in prevalenza dino-
alla fine sarebbe divenuto il carattere pubblico della parola. sauri. Nel 1893, dopo aver studiato per piú di dieci anni la
La non specializzazione costituisce il nodo cruciale della morfologia dei reperti, formula tre principi che costituiscono
terza questione alla quale dare soluzione. Rimane da compren- ancora oggi i cardini della teoria evoluzionistica: secondo Dol-
dere, infatti, quale sia il rapporto logico e genetico tra scarsità lo l’evoluzione è un processo discontinuo, irreversibile e limi-
di istinti e linguaggio: la sprovvedutezza della struttura corpo- tato. L’evoluzione è discontinua perché non procede per cam-
rea umana e la neotenia della sua ontogenesi non possono co- biamenti progressivi e graduali ma per mutamenti bruschi e
stituire, piú che una precondizione, la conseguenza della com- improvvisi; è limitata perché ogni specie ha una durata nel
parsa della facoltà del linguaggio? tempo finita, dunque destinata all’estinzione; è irreversibile
La risposta è semplice: no. Questa domanda, infatti, si ba- perché una volta imboccata una via evolutiva non è possibile
sa su un’idea di fondo, la despecializzazione, che presenta due tornare indietro ripristinando lo stato di cose precedente. È
inconvenienti. In primo luogo lascia inesplicato e misterioso il proprio quest’ultima affermazione che costituisce la «legge o
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regola di Dollo». Il principio sostiene che mentre è possibile ne una variante biologica decisiva, di solito trascurata dalla let-
che una specie non specializzata si specializzi, molto piú com- teratura: le dimensioni degli organismi.
plesso è il caso contrario.
Questa direzionalità evolutiva, si badi, non ha alcun sapore
finalistico. Si tratta soltanto, infatti, di una questione di proba- 3. L’errore di Gulliver: linguaggio e dimensioni
bilità. Le trasformazioni evolutive sono cosí complesse che la del corpo4
probabilità di riportare a uno stadio precedente grandi muta-
zioni, come quelle che hanno dato origine al volo degli uccelli Probabilmente, la prima forma di vita apparsa sulla terra è
o alla nascita dell’Homo sapiens, è pari a quella di ottenere sem- stata un batterio. I batteri costituiscono ancora oggi non solo
pre «croce» lanciando in aria una moneta cento volte di segui- esseri viventi di straordinario successo evolutivo ma, come pre-
to (Gould, 1993, pp. 100-101). vede la legge di Dollo, costituiscono una delle forme di vita
Dollo, bisogna dirlo, non costituisce la soluzione a tutti i meno specializzate mai prodotte dalla storia naturale. Il punto
nostri problemi. Se per un verso, ci aiuta a dimostrare che l’es- di forza dei batteri coincide con il loro problema maggiore: so-
sere umano non può costituire una specie despecializzata, non no esseri microscopici. La semplicità è ciò che consente loro di
ci dice un’altra cosa, altrettanto decisiva: come sia possibile adattarsi ad ambienti diversissimi (per conformazione chimica,
render conto del fatto che i sapiens e i suoi antenati abbiano temperatura e struttura: cfr. Gould, 1996) ma, allo stesso tem-
mantenuto un grado cosí elevato di non specializzazione. In po, è ciò che li ingabbia in un orizzonte biologico molto ri-
realtà, lo studioso belga rischia di intrappolarci in un duro im- stretto.
passe: se Dollo ha ragione e l’evoluzione è un processo a senso Sono proprio le dimensioni corporee infatti a costituire la
unico, l’essere umano non deve costituire solamente il primate strada maestra intrapresa dai processi evolutivi che rigenerano
meno specializzato ma, addirittura, l’organismo meno specia- il potenziale di speciazione: il passaggio dalla prima forma di
lizzato. Poiché, infatti, è difficile passare dalla specializzazione vita non specializzata ad altre specie non specializzate consiste
alla non specializzazione e visto che l’essere umano è l’animale in un aumento dimensionale che ha permesso una differenzia-
meno specializzato, Dollo ci mette nella bizzarra condizione di zione dei tempi di sviluppo e, dunque, del rapporto epigeneti-
dover affermare che la comparsa dell’Homo sapiens coincide co tra DNA e ambiente. Se un organismo è di grandezza ridot-
con l’inizio della vita, il che è clamorosamente falso. In altre ta, microscopica come quella dei batteri o minuscola come
parole, si pone il problema di comprendere in che modo l’evo- quella degli insetti, la varietà dei tempi di sviluppo non può es-
luzione possa non solo perdere potenziale evolutivo ma anche sere molto ampia per una semplice ragione quantitativa: in un
aumentarne. In primo luogo, dobbiamo ricordare che la legge organismo tanto piccolo ci sono poche variabili biologiche e
di Dollo riguarda, come abbiamo accennato, solo fenomeni meccaniche sulle quali il caso può giocare. Il fenomeno stesso
evolutivi complessi, su ampia scala sia morfologica che tempo- della neotenia compare infatti solo in organismi di dimensioni
rale: alcune inversioni evolutive sono possibili ma solo per trat- maggiori: come abbiamo avuto già modo di dire, l’esempio piú
ti corporei relativamente semplici che riguardano mutazioni di noto nel regno animale è quello dell’axototl, una salamandra
singoli geni come le proporzioni di tibia e fibula nelle zampe (cap. II, paragrafo 4). Naturalmente l’aumento di taglia corpo-
di alcuni uccelli o la presenza di denti molari nei gatti (Raff, rea non è, di per sé, garanzia di non specializzazione: apre sem-
1996, pp. 392-395). In secondo luogo, per risolvere questa dif- plicemente diverse possibilità evolutive. I dinosauri da questo
ficoltà in modo radicale è necessario prendere in considerazio- punto di vista costituiscono un esempio paradigmatico poiché
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rappresentano il vertice dimensionale raggiunto dalla vita sulla sono decisive poiché costituiscono un tassello fondamentale per
terra (sono gli organismi piú grandi mai vissuti sul nostro pia- comprendere la relazione a incastro tra biologia e cultura. Tra-
neta) e, al contempo, specie di rettili adattate ad habitat molto scurare questo elemento costituisce una mossa teorica, ingiusti-
specifici. È proprio con la scomparsa dei dinosauri, circa 65 ficata e fuorviante, che dimentica la nostra storia evolutiva poi-
milioni di anni fa, che si libera un numero enorme di nicchie ché si basa sulla convinzione di fondo che cambiando le dimen-
evolutive. Poiché cessa la compressione ecologica esercitata fi- sioni di un corpo si verifica un aumento progressivo e graduale
no a quel momento dagli enormi rettili, i mammiferi, piccoli delle sue proprietà e della sua forma. Si tratta di una idea allet-
animali poco specializzati, possono proliferare e variare per tante ma ingenua, l’incarnazione filosofica di una suggestione
specie e dimensioni. Mentre però l’aumento dimensionale dei narrativa di successo: una teoria della natura umana alla Gulli-
dinosauri aveva assunto il significato di una forte specializza- ver, il celebre protagonista del romanzo di Jonathan Swift. L’au-
zione, i mammiferi intraprendono un numero diverso di stra- tore inglese, infatti, propone una sorta di esperimento mentale
de. Una di queste è quella dei primati. Se il basso fabbisogno che torna utile ai fini del nostro discorso poiché svolge con coe-
energetico e la maggiore capacità di sfruttare le risorse hanno renza un presupposto sbagliato, ancora oggi largamente condi-
costituito probabilmente un binomio decisivo per la sopravvi- viso: la convinzione che linguaggio e cultura siano indipendenti
venza dei mammiferi (Gould, 1994, p. 84), i primati rappre- dalla grandezza del nostro corpo.
sentano una sorta di «mammifero prototipico»: piccoli arbori- Per capire perché le nostre dimensioni sono decisive per fa-
coli simili ai toporagni che si nutrono di insetti e che, proprio re di noi organismi non specializzati e, sulla base di ciò, anima-
per la loro minore specializzazione corporea, possono ora con- li in grado di parlare, prenderemo in esame quel che potrem-
quistare nuovi habitat. Tra le diverse vie evolutive dei primati mo definire l’errore di Gulliver. Facendo visita al regno dei mi-
che è possibile ricostruire (si tratta, infatti, di un gruppo tutt’al- croscopici lillipuziani e a quello dei giganteschi Broddingna-
tro che monolitico), alcune di esse intraprendono un aumento gians, analizzeremo gli aspetti centrali di un’idea che, letteral-
delle dimensioni corporee tale da comportare una maggiore mente, non sta in piedi.
possibilità di variazioni nello sviluppo ontogenetico. Ed è qui
che i sapiens entrano in scena. 3.1. Esser piccoli: perché Lilliput non esiste
Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, infatti, l’ani-
male umano è una forma di vita di dimensioni notevoli. Abi- L’apertura del romanzo di Swift è nota: Lemuel Gulliver, in
tuati forse al confronto con elefanti e rinoceronti, balene e orsi, seguito alla rovina della sua imbarcazione, naufraga su un’isola
esseri che ci colpiscono per la loro enorme mole, dimentichia- sconosciuta. Al suo risveglio, si trova assediato da creature
mo che l’essere umano è piú grande del 99% degli esseri viven- umane «non piú alte di quindici centimetri» (Swift, 1726, p.
ti (Gould, 1977b, p. 167). Concentrati sul potere esercitato dal 10) armate di arco e frecce. Il protagonista si imbatte, infatti,
linguaggio o dalle rappresentazioni mentali sulla nostra espe- in mini-uomini che parlano una lingua straniera e che vivono
rienza, sia il riduzionismo linguistico che il paradigma cogniti- in una città simile a quelle europee del settecento: i lillipuziani
vo considerano le proporzioni corporee come una variante se- sono come noi in tutto e per tutto tranne che per le dimensio-
condaria: il peso delle nostre membra o l’altezza del nostro cor- ni. Ma è davvero cosí? È davvero possibile avere una cultura e
po sarebbe frutto del solo caso o, se si vuole, è un particolare un linguaggio a prescindere dalle dimensioni del corpo? L’in-
che non merita eccessiva considerazione. Non è cosí. Per una terrogativo deve apparirci meno bizzarro di quanto potremmo
specie non specializzata come la nostra, le dimensioni corporee credere poiché è, ancora oggi, del tutto attuale. Jerry Fodor
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(1986), uno degli esponenti piú rappresentativi del paradigma glia limite e questo le impedisce di ridursi in scala, di affollare
cognitivo, ha dedicato ad esempio un intero saggio al proble- i cervelli lillipuziani con la stessa densità con la quale popola i
ma se i parameci, protozoi grandi quanto un ovulo umano dei nostri. Secondo le stime del biologo Florence Moog (1948, p.
quali abbiamo già parlato piú volte (cap. II, paragrafi 2, 3.1), 53), la portata cranica di Lilliput non consente di superare i 35
possano avere o meno rappresentazioni mentali. Nella sua di- milioni di neuroni: è per questa ragione che Gulliver non si
scussione della questione, Fodor non prende neanche in consi- troverebbe nell’isola dei piccoli umani ma in quella degli in-
derazione le dimensioni di questo organismo dando per scon- sufficienti mentali. Non solo. Anche gli occhi, infatti, risento-
tato che non si tratti di un aspetto pertinente per il problema5. no delle variazioni dimensionali. Come i neuroni, pure coni e
Felice Cimatti (2000a, p. 9), dal canto suo, apre una delle sue bastoncelli non possono essere eccessivamente miniaturizzati.
monografie affermando che il cervello di un topo assomiglia a Per di piú il foro che consente alla luce di entrare nell’occhio,
quello di essere umano molto piú di quanto ci farebbe piacere la pupilla, non può farsi troppo stretto, perché la retina non
credere poiché si tratta, in fondo, sempre di neuroni. Torna l’i- potrebbe mettere il suo proprietario nella condizione di vede-
dea che l’evoluzione è una specie di meccano che procede dal- re a causa di fenomeni di diffrazione della luce: i lillipuziani
l’elementare al complesso attraverso un semplice processo di quindi oltre che stolti sarebbero anche deboli di vista6.
addizione: Swift non avrebbe saputo fare di meglio. Spesso, Wittgenstein (1953, paragrafo 115) non ha mai
Vediamo allora perché l’autore inglese e tutti i suoi inconsa- smesso di ricordarlo, nel linguaggio immagini ci tengono «pri-
pevoli epigoni hanno torto. Esistono, infatti, diversi motivi fisici gionieri». In alcune circostanze, lo abbiamo visto nel primo ca-
e biologici che rendono i lillipuziani una forma di vita meccani- pitolo, questa immagine allestisce un teatro mentale entro il
camente impossibile ed evolutivamente priva di senso. Capendo quale si svolgerebbe quella recita incorporea in cui consiste-
ciò, sarà piú chiaro qual è il ruolo giocato dalle dimensioni per rebbero i nostri pensieri. In altre parole si tratta dell’idea che
un animale non specializzato come quello umano. cervello e corpo siano due entità radicalmente distinte e che
Se a qualcuno capitasse la sventura di naufragare in mare e nel primo (o meglio in una sua parte specifica) sia possibile
ritrovarsi nell’isola di Lilliput noterebbe qualcosa di diverso ri- trovare la sede del linguaggio. Il corpo ne sarebbe il semplice
spetto al racconto di Gulliver. I lillipuziani non si comporte- contenitore e le sue dimensioni modificherebbero di conse-
rebbero, infatti, come gli essere umani a dimensione standard: guenza solo l’ingombro di questa «scatola che parla» (l’idea
sin da subito emergerebbe la loro sconcertante stupidità. Co- secondo la quale i pensieri sono nella nostra testa, della quale
me è noto, il cervello umano è formato da circa 14 miliardi di abbiamo parlato all’inizio del secondo capitolo, ne costituisce
cellule neuronali. Il problema è che il corpo in miniatura di una delle possibili varianti). Questo modo di affrontare lo stu-
Lilliput non potrebbe ospitare un cervello altrettanto piccolo dio del linguaggio è fuorviante poiché dimensioni del corpo,
poiché la variabilità dimensionale delle cellule non è propor- capacità sensoriali e sviluppo cerebrale costituiscono coordi-
zionale alla variabilità dimensionale dei corpi. Il confronto, ad nate interdipendenti: solo un equilibrio evolutivamente effica-
esempio, tra il neurone di un topo e quello di un elefante mo- ce e biologicamente plausibile tra questi assi può costituire la
stra che al contrario delle dimensioni dei corpi, che differisco- condizione di possibilità per il linguaggio verbale.
no l’un dall’altro di circa 125000 volte, le rispettive cellule ce- L’importanza di queste precondizioni è dimostrata implici-
rebrali divergono in grandezza di sole 8 volte (D’Arcy Thom- tamente da un’altra grave impossibilità che mina il mondo lil-
pson, 1961, p. 51). A causa della sua costituzione interna la lipuziano. Come abbiamo visto nel primo paragrafo, l’uso di
cellula neuronale, infatti, non può andare sotto una certa so- utensili è decisivo per comprendere le relazioni di somiglianza
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e differenza tra corpo umano e corpo animale. La nozione stes- tura e strumento sarebbero evolutivamente insensate perché
sa di utensile, infatti, ha significato solo all’interno di uno spa- fisicamente inefficaci.
zio corporeo che abbia certe dimensioni. Per arnesi da taglio
(lame, lance o frecce) o da percussione (clave, asce, scalpelli), 3.2. Esser grandi: perché nostro figlio non sarà mai alto 18 metri
ad esempio, è necessaria una forza cinetica di impatto tale che
Le dimensioni corporee pongono vincoli sulla nostra forma
essi possano compiere il lavoro per il quale sono stati costrui-
di vita non solo se vengono rimpicciolite ma anche se amplifi-
ti: abbattere corpi, intagliare oggetti. Il punto è che un anima-
cate. La selezione naturale non vive cioè solo di dinamiche bio-
le umano sotto il metro d’altezza non avrebbe la forza necessa-
logiche (catene alimentari, equilibri tra popolazioni, ecc.) ma
ria per usare questi strumenti. Variazioni di dimensione a pa-
anche di fattori meccanici. Le dimensioni di un corpo, tanto
rità di forma sono rese impossibili dalle peculiarità che carat-
piú quelle proprie dell’animale umano, non sono infatti arbi-
terizzano il rapporto tra superficie, lunghezza e volume. Men-
trarie: né in senso biologico né fisico. La stazione eretta, che
tre la superficie di un corpo, cioè la sua area, è direttamente
proporzionale al quadrato delle sue dimensioni lineari, il volu- come abbiamo detto è una delle caratteristiche che ci distingue
me è proporzionale al suo cubo. Per questa ragione l’aumento dagli altri primati, è strettamente collegata alle limitazioni im-
delle dimensioni di un oggetto in lunghezza, larghezza e altez- poste dalla meccanica dei corpi. Nel paragrafo precedente ab-
za incide sul rapporto tra superficie e volume: piú grande è il biamo visto che esseri piccoli come i lillipuziani di una simile
corpo, maggiore sarà la differenza tra la prima e il secondo postura non saprebbero che farsene: non hanno mani da libe-
poiché «il volume cresce piú rapidamente della superficie» rare perché non avrebbero utensili da utilizzare; non hanno
(Gould, 1977b, p. 161). L’energia cinetica sviluppata da un voce da elevare al cielo vista l’esile acutezza del loro timbro so-
corpo è poi proporzionale, lo vedremo meglio nel prossimo noro; non ci sono orizzonti da dominare data la debolezza del-
paragrafo, al suo peso e al suo volume. Di conseguenza l’ener- l’apparato visivo. Allo stesso tempo, anche uomini giganteschi,
gia con la quale un animale può utilizzare un’ascia o un coltel- non avrebbero vantaggi da una postura bipede peraltro fisica-
lo diminuisce in modo esponenziale con il rimpicciolimento mente impossibile. Ciò spiega non solo perché l’aumento di-
della sua grandezza. Secondo i calcoli di Went (1968, p. 407), mensionale è stato cosí decisivo per una specie poco specializ-
un animale dalle sembianze umane pari alla metà delle nostre zata come la nostra ma anche perché questo aumento non ha
dimensioni, un bambino ad esempio, non gode della metà del- avuto proporzioni ancora maggiori. Come vedremo subito un
la nostra forza ma solo di un venticinquesimo. Un essere uma- corpo troppo grande fa precipitare il potenziale evolutivo di
no inferiore al metro, quindi, a prescindere se sia dotato di lin- una specie in una nicchia, ancora una volta, molto specifica.
guaggio, non può tagliare alberi né lanciare pugnali semplice- Nella seconda parte del suo romanzo, infatti, Swift immagi-
mente perché sotto i suoi sforzi il legno non si aprirebbe e i na una situazione inversa a quella di Lilliput: Gulliver, scappa-
coltelli, non avendo la necessaria forza di penetrazione, non to dall’isola dei mini-uomini, si ritrova a fare i conti con esseri
ucciderebbero la preda. Aldilà delle sue capacità di disloca- enormi, il regno di Broddingnagians. Il caso è interessante: se
zione spazio-temporale, il lillipuziano non avrebbe quindi nul- l’esempio di Lilliput ci mostra perché non costituiamo primati
la da dislocare o, per meglio dire, per lui sarebbe meccanica- microscopici, il prossimo ci aiuterà a comprendere come mai
mente impossibile godere di una simile capacità, schiacciato non abbiamo dimensioni maggiori.
com’è dai vincoli fisici cui è sottoposto il suo corpo. Se gli es- Secondo i calcoli di Moog (1948, p. 52), un essere umano
seri umani fossero di dimensioni lillipuziane, le nozioni di cul- alto 18 metri come quelli incontrati da Gulliver nel corso dei
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suoi viaggi avrebbe un peso pari circa a 90 tonnellate. Ma una una moltiplicazione per trentadue ma per centomila poiché la
simile stazza sarebbe insopportabile non solo per un essere bi- crescita della violenza d’urto non cresce in maniera costante
pede ma per un qualunque animale terrestre. L’altezza massi- alle dimensioni ma, come detto, in modo esponenziale (se man-
ma che la struttura corporea umana può sopportare è di circa teniamo costante l’unità di misura in centimetri, 18005 cm equi-
2,20 metri corrispondenti a un massimo di 200 chili di peso. vale a 100000 x 1805 cm). Un essere umano gigante, quindi,
Non è un caso infatti che la popolazione umana di maggiore non può avere stazione eretta in primo luogo per motivi strut-
altezza, i Vatussi, superino i due metri e che il peso limite di turali: la schiena cederebbe, piedi e gambe si spezzerebbero
un Homo sapiens si aggiri intorno a quella misura. Man mano (Gould, 1977b, p. 169), i fasci connettivali dei muscoli non sa-
che un corpo aumenta di grandezza e peso, le ossa tendono a rebbero sufficientemente forti da compensare le oscillazioni
divenire piú grandi e piú corte. Infatti, mentre lo scheletro co- del corpo (Moog, 1948, pp. 52-53). In secondo luogo, nella
stituisce l’8% del peso corporeo di un topo, per un cane la per- lotta contro la selezione naturale, un Homo sapiens alto 18 me-
centuale aumenta al 13-14% e nell’animale umano arriva al tri non avrebbe alcun vantaggio a stare in piedi poiché la mini-
18% (D’Arcy Thompson, 1961, p. 27). Il rapporto tra peso ma distrazione e il piú piccolo incidente provocherebbero ca-
corporeo e ingombro scheletrico, quindi, non rimane costante dute sicuramente letali (McMahon, Bonner, 1990, pp. 138-
ma aumenta con le dimensioni: è per questo motivo che gli ani- 139): per esseri umani tanto grandi, la gravità risulterebbe es-
mali terrestri piú pesanti come elefanti e rinoceronti non solo sere troppo grave.
si sorreggono su quattro zampe ma hanno un’ossatura tozza e Come è possibile constatare dunque, la relazione tra non spe-
imponente tale da renderli goffi e lenti. La schiena e le gambe cializzazione e dimensione corporea è molto piú stretta di quel-
dei Broddinggians non sarebbero in grado quindi di sostenere lo che si potrebbe pensare. Il corpo umano è generico non solo
un peso per il quale la loro struttura bipede risulterebbe ina- per la sua struttura ma anche per la sua grandezza poiché la no-
deguata. stra sprovvedutezza nasce dalla combinazione di queste due va-
L’energia cinetica, inoltre, non costituirebbe un problema riabili. Un organismo molto piccolo, infatti, può essere non spe-
solo per i lillipuziani ma anche per i giganteschi protagonisti cializzato in termini morfologici, ma non genetici. Il caso dei
del secondo libro gulliveriano. In questo caso il problema ri- batteri da questo punto di vista è paradigmatico. Come abbia-
guarderebbe, infatti, la caduta. mo accennato in precedenza, si tratta della forma di vita che ha
Come sottolinea Gould (1977, p. 164), quando i bambini maggior successo ecologico sulla terra proprio perché ha una
cadono a terra si fanno male molto meno degli adulti non tan- forma generica in grado di adattarsi agli ambienti piú disparati
to per la plasticità del loro corpo quanto per le loro ridotte di- (Mazzeo, in stampa). Allo stesso tempo, però, sono proprio le
mensioni. In circostanze come queste, l’energia cinetica corri- loro dimensioni a impedire quella lentezza di sviluppo che co-
sponde circa alla quinta potenza delle dimensioni lineari: ciò stituisce la via di ingresso della cultura nella biologia.
vuol dire che un corpo di 180 centimetri d’altezza cade con D’altro canto, un corpo enorme come quello dei dinosauri
molta piú violenza rispetto a uno di 90, una violenza che non non può essere generico né per forma né per ontogenesi: le li-
equivale a due volte quella patita dal corpo piú piccolo ma a mitazioni imposte dalla forza di gravità lo rendono un animale
trentadue (1805 infatti è pari a 32 x 905). Di conseguenza un radicato in una nicchia ecologica tanto specifica da imprigio-
corpo alto 18 metri, come quello dei Brobdinggians, cadrebbe narlo in una specializzazione ancora piú rigida di quella batte-
in maniera ancora piú rovinosa rispetto a uno, come il nostro, rica. Per mancare di specializzazione, una massa biologica tan-
che ne misura dieci volte meno: stavolta infatti non si tratta di to ingombrante richiederebbe inoltre dei tempi di sviluppo
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probabilmente non sostenibili: sarebbero cosí lenti che la di- processo di specializzazione: affermare dunque che il linguag-
pendenza dei piccoli giganti dal gruppo sarebbe troppo pro- gio matura significa dire che si specializza. Si tratta ancora una
lungata. volta dell’idea, criticata piú volte (cap. I, paragrafo 3.2; II, pa-
ragrafi 2, 3), che il linguaggio è un istinto la cui caratteristica
principale consisterebbe in un meccanismo ricorsivo, cioè l’ap-
4. Tatto e facoltà del linguaggio: la coevoluzione tra plicazione in modo infinito di un numero finito di elementi.
mondo e ambienti Al contrario, il legame tra costruzione culturale di utensili,
neotenia e dimensioni corporee propone una concezione della
Il ruolo decisivo giocato dalle dimensioni corporee per ave- facoltà del linguaggio opposta a quella chomskyana: non si trat-
re cultura e linguaggio ha un altro importante risvolto teorico. ta di un organo che deve maturare quanto piuttosto di un corpo
Poiché fornisce la chiave evolutiva per comprendere la com- che può restare immaturo.
parsa dell’Homo sapiens e i caratteri della sua scarsa specializ- La somiglianza genetica e strutturale tra tatto e linguaggio
zazione, l’errore di Gulliver fornisce alcune coordinate essen- mostra che il carattere straordinario del linguaggio umano non
ziali per capire meglio cosa sia la facoltà del linguaggio verbale. è il suo grado di specializzazione quanto la sua indeterminata
Piú volte abbiamo accennato a una prima alternativa teori- plasticità, una creatività che trova il suo esempio paradigmati-
ca: Chomsky e Pinker, infatti, considerano la facoltà del lin- co non tanto o non solo nella ricorsività meccanica (cosa che
guaggio come la maturazione di un organo. Si tratta però di spiega, tra l’altro, perché è possibile costruire delle macchine
una definizione fuorviante poiché, a rigor di termini, il lin- ricorsive, i computer, che però non riescono a parlare) quanto
guaggio non è né un organo né qualcosa che matura. L’attratti- piuttosto nel bricolage: la capacità di agire, costruire strumenti,
va di questa definizione risiede nell’illustrare un processo ine- modificare il mondo. Come vedremo tra poco è proprio que-
vitabile: se prendo un limone verde, ad esempio, e non lo sto a rendere conto della sua comparsa evolutiva.
espongo alla luce e al calore, questo non maturerà. Se lo metto La facoltà del linguaggio, infatti, trova i suoi cardini geneti-
al sole, il limone diventerà giallo e sarà pronto per la nostra ci in tre dimensioni tattili. La prima l’abbiamo vista: meno po-
spremuta. Cosí come un limone esposto al sole non può che tente ma piú potenziale delle altre modalità sensoriali, il tatto
maturare, un bambino esposto a una comunità non può che è, come l’azione verbale, disponibile a fare tutto, ma di per sé
parlare. Il problema però, come spesso accade in filosofia, è pronto a poco. La seconda sarà l’oggetto di questo paragrafo:
ciò che questa immagine presuppone. Affermare che la facoltà il tatto è senso della seconda natura perché, come il linguag-
del linguaggio matura significa dire due cose: in primo luogo gio, è intrinsecamente performativo (cfr. Mazzeo, 2002c). Ab-
che ha bisogno di un certo tempo per svilupparsi; in secondo biamo già ricordato nel capitolo III (paragrafo 2) che toccare
luogo che dopo quel lasso di tempo il linguaggio va a regime. non significa solo percepire ma anche agire, prendere manipo-
Queste due affermazioni sono condivisibili ma si coniugano ad lando: si tratta di una modalità sensoriale in realtà poco moda-
altri due presupposti che, come abbiamo visto, sono inaccetta- le perché non specifica e poco sensoriale poiché una parte del-
bili: il primo che è per la facoltà del linguaggio la lunghezza la sua capacità percettiva è sacrificata in cambio di maggiori
dei tempi di maturazione costituirebbe un accidente sostan- possibilità d’intervento. Allo stesso modo, parlare significa in-
zialmente privo di senso o, al massimo, un fatto esterno alla fa- nanzitutto agire: prima di essere rappresentazioni mentali, la
coltà7. In secondo luogo, come ricorda il neurobiologo T. Dea- promessa e la speranza, il comando e il ricordo sono azioni che
con (1997, p. 188), la maturazione biologica non è altro che un creano relazioni di gruppo e modificano stati di cose.
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A queste due dimensioni ne è intimamente legata una terza, cognitive superiori solamente decine di millenni piú tardi. Per-
che vedremo sia in questo paragrafo che nel prossimo. Come il ché l’Homo sapiens aspetta cosí tanto a farlo? Una prima ri-
linguaggio, il tatto è un senso intrinsecamente sociale: proprio sposta può chiamare in causa il caso: in realtà i sapiens hanno
perché di per sé è pronto a poco ma disponibile a tutto, c’è bi- lasciato da molto prima tracce della loro azione ma queste so-
sogno che qualcuno gli insegni cosa fare. È su una duplice pla- no andate perse. Ma proprio perché non sappiamo come è an-
sticità infatti, performativa e sociale, che si fonda il legame ge- data, dobbiamo formulare una teoria in grado di dar conto del-
netico tra tattilità e facoltà del linguaggio. È proprio questa la possibilità che non si tratti di un accidente fortuito. Se soste-
duplicità a costituire il motore coevolutivo tra facoltà del lin- niamo che la facoltà del linguaggio consiste nella mancanza di
guaggio e cambiamento ambientale: un circolo nel contempo specializzazione di un corpo neotenico (in estrema sintesi: nu-
vizioso e virtuoso che costituisce il cardine su cui ruota la fa- do, manuale e cerebrale) che si esprime nel metter mano a un
coltà del linguaggio e che, per questa ragione, dà modo di com- mondo, bisogna chiedersi perché per lungo tempo i sapiens ab-
prendere meglio la sua origine. biano potuto non lasciare tracce durature del loro operato.
Nel suo ultimo libro Paolo Virno (2003) sottolinea che il In parte abbiamo risposto a questa domanda già nel para-
momento storico attuale si caratterizza per un tratto specifico: grafo due: poiché la facoltà del linguaggio costituisce una ca-
flessibilità professionale, formazione permanente, trasforma- pacità potenziale e non potente, essere in grado di parlare non
zione di un concetto di lavoro sempre piú centrato sulla pro- significa doverlo fare. Ma ciò non basta, poiché è necessario
duzione linguistica non fanno che mettere in primo piano e te- affrontare una difficoltà supplementare che riguarda un dato
matizzare le condizioni di possibilità della natura umana, neo- di fatto: gli esseri umano parlano. Si tratta, in altri termini, di
tenia e linguaggio. Si tratta di una intuizione molto suggestiva spiegare non solo perché il processo possa non innescarsi (i
poiché consente di aggiungere a questo elenco un altro ele- bambini lupo) o possa non essersi innescato immediatamente
mento che costituisce senz’altro una delle peculiarità del mon- (scarto temporale tra reperti anatomici e testimonianze di atti-
do contemporaneo: l’impatto ecologico dell’azione umana. vità culturali complesse) ma cosa ha fatto sí che si innescasse,
Quella tra mondo e ambiente infatti è una opposizione con- come è cominciata ad attualizzarsi la facoltà del linguaggio.
cettuale (cfr. cap. II, paragrafo 3) che ha un suo concreto cor- Una risposta plausibile chiama in causa la struttura intrin-
rispettivo materiale. Poiché la cultura per l’essere umano costi- seca della relazione tra animale umano, mondo e ambiente poi-
tuisce la compensazione di una mancanza biologica, il mondo ché mette in connessione non solo facoltà del linguaggio e iscri-
mette radici a spese dell’ambiente animale: ne sfrutta le risorse zioni rupestri ma a questi aspetti aggiunge anche gli altri due
e, dunque, se questo non è sufficientemente ricco, gli sottrae dati citati da Deacon: espansione dell’uomo moderno ed estin-
materialmente spazio. Deacon (1997, pp. 361-362), ad esem- zione di alcune specie animali di grossa taglia.
pio, mette in rilievo un dato paleontologico molto interessante: Come abbiamo detto, l’essere umano deve adattare a sé ciò
l’espansione dell’uomo moderno, l’estinzione di alcuni animali che lo circonda poiché nasce privo di una nicchia ecologica
di grossa taglia e le prime iscrizioni rupestri (indice di uno svi- che possa dirsi sua. Per questo motivo, è intrinseco alla condi-
luppo cognitivo e rappresentativo senza precedenti) si verifica- zione umana che la sua presenza abbia un’incidenza sull’am-
no nello stesso periodo, circa 65000 anni fa. Esiste un legame biente circostante e, quindi, sulle altre specie animali e vegeta-
tra questi fenomeni? La domanda non è oziosa. Un primo pro- li. Da un certo punto di vista, ogni specie incide sulla sopravvi-
blema è capire perché, nonostante l’Homo sapiens faccia la sua venza delle altre poiché la dipendenza tra le forme di vita è
comparsa circa 150000-100000 anni fa, lasci traccia di capacità parte integrante della nozione stessa di ecosistema. Il caso piú
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banale è rappresentato dal rapporto tra prede e predatori: se sedia: se è estremamente ricco, può scoraggiare massicci inter-
in un certo territorio un’epidemia decima la popolazione di venti culturali dei quali semplicemente non c’è bisogno (le fo-
leoni, nell’arco di poco tempo avremo un aumento numerico reste tropicali, ad esempio); se è molto povero, può essere
di altre forme di vita, ad esempio di gazzelle. Nel caso della ugualmente scoraggiante perché rende molto difficile un inse-
specie umana accade però qualcosa di differente. L’Homo sa- diamento culturale che ne modifichi la struttura (si pensi agli
piens non è solo in grado di modificare un ecosistema ma di al- esquimesi nelle zone artiche).
terarlo interamente, di incidere sull’intero equilibrio idrogeo- L’impatto ecologico costituisce dunque un fenomeno che si
logico del pianeta: nella storia della terra solo un corpo non è messo in evidenza solo di recente, grazie all’industrializzazio-
terrestre, come il meteorite che ha decretato la fine dei dino- ne dei paesi occidentali: ma quel sta emergendo è un elemento
sauri, è stato piú devastante. che si trovava già sullo sfondo, una condizione di possibilità
Il processo coevolutivo alla base della facoltà del linguaggio della nostra forma di vita. Dire ciò non significa affermare che
può esser visto infatti come un «effetto a cascata» che ha come sia «normale» o «giusto» che l’animale umano devasti il piane-
protagonisti principali corpo sprovveduto e ambienti. Poiché ta terra o che quella odierna sia l’unica possibile strada di svi-
l’essere umano deve adattare a sé ciò che lo circonda, egli sfrut- luppo per la nostra specie. Al contrario, ciò che vogliamo dire
ta le risorse naturali dei dintorni piegandole alle proprie esi- è che porre un problema ecologico è intrinseco alla natura uma-
genze. A lungo termine, questa azione ha (o può avere) una na: come lo si affronti o se lo si affronti, è un altro discorso.
forte incidenza sul territorio. In questo caso, è necessario allo- Mentre gli animali non umani nascono già in equilibrio nel
ra un intervento culturale, piú radicale del primo, per ottenere loro ambiente (o già in squilibrio, se si tratta di organismi mu-
dalla natura ciò che spontaneamente non è piú in grado di of- tanti), l’Homo sapiens deve costruire una relazione non simbio-
frire proprio a causa dell’azione umana. tica, distruttiva e riparatoria, che potremmo definire di dome-
Facciamo un esempio. Mentre è probabile che la nascita sticazione (cfr. cap. II, paragrafo 4). Da questo punto di vista,
dell’agricoltura sia nata come una risposta all’inaridimento del ragazzi selvaggi e impatto ecologico costituiscono due facce del-
pianeta causato da un cambiamento climatico, essa ha avuto la stessa medaglia: nel primo caso un prestito biologico si infil-
ed ha tuttora un «effetto antropico» che consiste nel cambia- tra in un vuoto culturale (il bambino che, senza società, si affi-
mento di interi habitat: distruzione di foreste, desertificazione, da al gruppo dei lupi), nel secondo una proliferazione culturale
dissesto idrogeologico (Tattersal, 1998, p. 195). Questo nuovo si inserisce in un vuoto biologico (la scarsità di istinti tipica del-
squilibrio ha richiesto un altro tipo di manipolazione culturale, la nostra specie). Proprio perché la natura umana è innanzitut-
piú radicale della seconda (l’uso di fertilizzanti, ad esempio) to neotenica e potenziale, l’Homo sapiens da una parte può far-
che a sua volta ha come risvolto effetti antropici ulteriori (in- si piú animale (diventare meno sapiens e piú gazzella), dall’altra
quinamento delle falde, impoverimento del terreno, ecc.). Que- può ominizzare gli animali: addomesticarli e allevarli ma anche
sto esempio, nella sua rozzezza, ha come obiettivo solo quello sterminarli e distruggerli.
di mettere in luce la logica del processo: una coevoluzione che, A fare la differenza tra domesticazione e Homo ferus è la
a secondo delle circostanze, può essere devastante. La portata presenza di un elemento che, come abbiamo già visto nel capi-
dell’impatto ambientale dipende infatti sia dal tipo di cultura tolo II, costituisce parte integrante della condizione neotenica,
che si forma (e dunque dalle contromisure che il sistema socia- la socialità. Essa costituisce il punto di snodo del processo coe-
le stabilisce per organizzare lo sfruttamento delle risorse natu- volutivo tra mondo e ambiente: se è solo, l’Homo sapiens muo-
rali) sia dall’ecosistema nel quale un certo gruppo umano si in- re o si mimetizza nella prima natura (l’ambiente schiaccia il
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mondo); se è in gruppo, si dà man forte e, in compagnia, tra- terialmente il tempo di differenziarsi: la socialità schiaccia l’in-
sforma ciò che lo circonda nella propria casa (il mondo si af- dividualità perché l’unica maniera di trovare coordinazione di
ferma tra gli ambienti). gruppo è una rigida programmazione genetica che contenga le
Non a caso, è proprio la combinazione tra plasticità e socia- stesse istruzioni di base per ciascun individuo. Tra le formiche,
lità che costituisce una delle differenze decisive tra utensile ad esempio, il grado di individuazione è cosí basso che non so-
umano e non umano. All’interno della sua panoramica sulle lo non c’è differenza tra la storia che caratterizza la vita dei sin-
diverse forme di utensili nel regno animale, l’etologo Domini- goli animali ma, spesso, non c’è nemmeno differenza materiale
que Lestel fa una osservazione molto interessante: tra il corpo di un conspecifico e il corpo di uno strumento. Di
solito gli utensili utilizzati dalle formiche sono altre formiche:
Uno spazio di intelligibilità delle azioni che utilizzano mediazioni si dise- è sui cadaveri delle loro consorelle che questi insetti costrui-
gna progressivamente intorno a due opposizioni principali: le azioni so-
scono ponti ed edificano scale.
no solitarie o collettive? Sono intelligenti o rigide? Le azioni degli insetti
sociali che utilizzano mediazioni sono collettive e rigide, quelle degli Nell’essere umano la velocità di crescita degli insetti (la pro-
scimpanzé sono intelligenti e individuali – e quelle degli umani sono col- genesi) ha un risultato del tutto diverso: poiché si combina alla
lettive e intelligenti (Lestel, 2001, p. 88). crescita neotenica di un corpo dalle dimensioni molto piú gran-
di, questa rapidità si traduce in un parto anticipato, nella subi-
Secondo Lestel, dunque, è possibile concepire l’attività stru- tanea esposizione al mondo. Il risultato è che, se per un verso
mentale umana come l’incrocio tra due modalità già esistenti le relazioni con i conspecifici non sono programmate, per un
nella storia naturale, una tipica degli insetti, l’altra dei primati. altro di questo rapporto si ha molto piú bisogno.
La prima è collettiva ma rigida: i ponti delle formiche o gli al- La maggiore complessità degli utensili umani, infatti, non
veari delle api sono costruiti secondo uno schema programma- prevede solo una minore specializzazione corporea e manuale
to geneticamente. La seconda, al contrario, è intelligente ma ma anche forme di collaborazione sociale. La piú lenta matura-
individuale: uno dei limiti della produzione di utensili dei pri- zione del corpo umano costituisce il converso genetico della
mati è che questa non si avvale mai dell’aiuto altrui. In entram- non specializzazione: se l’Homo sapiens può costruire attrezzi
bi i casi, dunque, abbiamo collettività o intelligenza ma mai perché le sue mani non sono utensili già strutturati per un solo
quella collaborazione sociale che costituisce la chiave della con- compito (cfr. cap. III, paragrafo 4), la nostra specie li edifica
dotta umana. socialmente perché l’altra faccia della non specializzazione è la
Le radici di questa differenza vanno rintracciate, ancora una dipendenza dal gruppo. Il sapiens ha bisogno di imparare le
volta, in fattori genetici. È impressionante notare che se l’uti- tecniche depositate da una cultura e dunque che qualcuno glie-
lizzo di utensili umano mescola due caratteristiche già presenti le insegni. Ha bisogno di farle insieme ad altri sapiens perché,
nel regno animale, il tipo particolare della nostra modalità di anche quando ha imparato cosa fare, deve metterlo in pratica
crescita (l’iperneotenia) è il frutto della stessa mescolanza: tra socialmente per ottenere qualche risultato: se gli utensili piú
la progenesi, tipica di insetti e parassiti, e la neotenia, accen- semplici possono essere costruiti da due mani, ce ne vogliono
tuata tra i primati. piú di due per usarli efficacemente. Con un solo paio di mani,
Come abbiamo visto parlando dell’errore di Gulliver, non ad esempio, è possibile costruire una corda molto lunga. Per
si tratta di una coincidenza. I tempi di maturazione incidono usarla però ce ne vogliono molte perché trasportare la carcassa
sulle possibilità cognitive e sociali di una specie. Date le loro dell’animale catturato e dividerlo in parti richiede diversi Ho-
dimensioni e le modalità di crescita, gli insetti non hanno ma- mo sapiens. Non a caso, una delle discriminanti tra utensili ani-
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mali e umani è che solo i secondi sono utilizzati per catturare male è sazio si ferma. Poiché la nostra pratica culturale è lon-
organismi piú grandi e forti della specie che li impiega (Lestel, geva e basata su una cronica indigenza, è piú facile che l’azio-
2001, p. 142). Il carattere accessorio dello strumento per lo ne umana comporti un cambiamento radicale negli habitat cui
scimpanzé trova infatti un’ulteriore dimostrazione nel fatto che pone mano. Poiché per le scimmie la cultura assume un carat-
questo viene utilizzato solo per prendere animali piú deboli, tere opzionale, essa non ha rilevanti effetti ecologici; poiché
contro specie «già sconfitte» come le formiche o le termiti. per noi assume un valore biologico decisivo, il rapporto tra le
Mentre in una forma di vita specializzata come gli scim- Umwelten e le culture dei sapiens è piú delicato e può avere
panzé il gruppo assomiglia piú alla somma delle attitudini in- esiti devastanti.
dividuali e dei loro istinti che a un sistema organizzato, nel ca- Nei prossimi due paragrafi cercheremo di capire meglio l’o-
so degli animali sprovveduti la situazione è esattamente oppo- rigine tattile di questi due caratteri, riflessività e ambivalenza,
sta: poiché il saper fare dell’uno è collegato al saper fare del- che caratterizzano il mondo e il linguaggio degli animali uma-
l’altro (perché glielo ha insegnato, perché ognuno sa fare cose ni. Analizzeremo piú da vicino in che modo per i sapiens le cu-
diverse, perché alcune cose possono esser fatte solo insieme), il re rappresentino un bisogno sia biologico che sociale, per poi
collettivo cessa di essere la somma di individui senza per que- definire due caratteristiche morfologiche del nostro corpo, li-
sto collassare in un sistema superindividuale come il regno del- minarità e specularità. Dall’intersezione tra la necessità socio-
le formiche. Si tratta piuttosto di una relazione invertita. Non biologica di cure e la struttura della nostra conformazione fisi-
è piú il collettivo a costruirsi sull’individuale (nascita di indivi- ca emergerà quella dinamica ambivalente che contraddistingue
dui autosufficienti che si riuniscono in un gruppo) ma è l’indi- il linguaggio umano e che si manifesta con evidenza senza pari
viduale a emergere dal collettivo: la nascita di organismi non nel monologo.
autosufficienti richiede il gruppo e solo grazie ad esso ogni or- Il monologo costituisce una forma linguistica esemplare poi-
ganismo può trovare e costruire la propria individualità. ché mostra la connessione intrinseca delle due caratteristiche
delle quali parleremo: è forma riflessiva perché consiste in un
parlare a se stessi; è ambivalente perché tra il sé che parla e
5. Prendere contatto con sé: il tatto come quello a cui si parla sussiste un rapporto contemporaneo di
fondamento del monologo esclusione (non sono gli stessi interlocutori) e inclusione (sono
la stessa persona).
La manifestazione socioculturale della facoltà del linguag- Come abbiamo visto nel secondo capitolo (paragrafo 3), i
gio può essere considerata, dunque, come un processo autore- sostenitori dell’importanza esclusiva del linguaggio per la na-
ferenziale e ambivalente che mette mano ai cambiamenti che tura umana insistono spesso sul suo carattere riflessivo. La sua
lei stessa ha provocato: è al contempo medicina e malattia. capacità autoreferenziale, la possibilità che solo le lingue han-
In primo luogo la parola e la mano sono forme di interven- no di riferirsi a se stesse, è un elemento decisivo dell’autoco-
to riparatorie e distruttive, che possono mandare in pezzi ciò scienza umana (Cimatti, 2000a). La riflessività verbale non va
che hanno costruito cosí come rimediare al danno provocato. intesa infatti solamente come la capacità del linguaggio di rife-
Le azioni tattili e verbali contribuiscono a creare un mondo e, rirsi a se stesso («la parola scricchiolio è onomatopeica», «quel
al contempo, hanno in sé la capacità di saccheggiare gli am- che sto dicendo è privo di senso», ecc.) ma anche come la pos-
bienti circostanti. Proprio perché la pratica culturale della sibilità che il linguaggio conferisce a chi la pratica di parlare a
scimmia si basa su un principio di appetibilità, quando l’ani- se stesso. Comprendere l’origine corporea del parlare a se stes-
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si e, soprattutto, descrivere in che modo il monologo erediti logici mostrano che l’intreccio ontogenetico dei diversi sistemi
una logica tattile significa mostrare, una volta di piú, perché il somestesici è legato alla necessità di esperienze tattili-corporee
riduzionismo linguistico è un paradigma insufficiente. per l’equilibrio biologico e cognitivo dei mammiferi. L’analisi,
La nascita corporea del monologo, inoltre, ha una seconda seppur rapida, di questi dati consente di fare un passo avanti
ragione di interesse poiché evidenzia il carattere pubblico del- decisivo nel confronto tra la biologia degli animali umani e
la mente umana, l’origine intrinsecamente sociale della nostra quella dei non umani, piú precisamente, tra mammiferi, pri-
natura. Mentre le scienze cognitive tendono a considerare, piú mati e Homo sapiens. Come vedremo da un lato il tatto costi-
o meno esplicitamente, il dialogo come un forma monologica tuisce una condizione di possibilità decisiva per la vita di tutti i
poiché spesso trascurano gli aspetti contestuali della vita uma- mammiferi: privi di contatto parentale, questi sono destinati
na in nome di una sua piú proficua modellizzazione, il nostro alla morte. Dall’altro il passaggio da mammiferi a primati e da
obiettivo è mostrare il carattere profondamente dialogico del primati a umani è accompagnato dall’incremento esponenziale
monologo (cfr. Gambarara 2000b, p. 175-176). Il mentalismo dell’importanza dell’esperienza tattile poiché diviene la chiave
di un autore come Fodor per il quale prima vengono le rappre- non solo dello sviluppo biologico della specie ma anche di quel-
sentazioni mentali (cap. I., paragrafo 3.2) e poi il linguaggio lo sociale. Proprio perché l’Homo sapiens costituisce un mam-
verbale va rovesciato: la rappresentazione mentale non è il so- mifero prototipico e un primate generico (cfr. paragrafo 3) ri-
strato della parola ma la sua introiezione postuma da parte di troviamo nella nostra forma di vita le loro caratteristiche pri-
un corpo intrinsecamente partecipativo. Inoltre, al contrario di mitive: queste, esaltate, cambiano radicalmente di senso.
Pinker ad esempio, potremo dar conto di concezioni del sé Partiamo dunque dai mammiferi. Il contatto tattile post-
molto diverse da quella occidentale: si pensi al caso dei Bo- parto (tipico, per l’appunto, di questa classe di vertebrati) non
rorò, citato nel primo capitolo (paragrafo 3.2), che si conside- rappresenta soltanto una generica forma di rassicurazione tra
rano contemporaneamente uomini e uccelli. Fonderemo que- madre e cucciolo ma una vera e propria precondizione biologi-
ste diversità su un patrimonio corporeo-sensoriale comune (la ca di sopravvivenza. Infatti «l’animale neonato deve essere lec-
struttura bipede e implume) evitando ogni rischio di relativi- cato per sopravvivere» (Montagu, 1971, p. 20): se per qualche
smo culturale (pericolo che Pinker non scongiura: cap. I, para- motivo questo non accade, il soggetto di norma decede a causa
grafo 3.2). di disfunzioni genitourinarie o gastrointestinali. Gli agnelli che
non vengono leccati dopo la nascita, ad esempio, non riescono
5.1. Cure tattili a conquistare la postura eretta e spesso muoiono. I ratti costi-
tuiscono in tal senso un caso paradigmatico. Numerosi studi
Come abbiamo visto nel primo capitolo, «somestesia» si- compiuti su questa specie dimostrano che sia stimolazioni ma-
gnifica etimologicamente percezione del corpo e può essere nipolative condotte in laboratorio che cure materne post-nata-
definita come un macrosistema percettivo che comprende al li hanno un effetto decisivo: il peso corporeo aumenta (Ruega-
proprio interno sei sottosistemi (tattile, nocicettivo, viscerale, mer, Bernstein, Benjamin, 1954; Levine, 1957; Denenberg, Ka-
cinestetico-propriocettivo, vestibolare e termico) deputati alla ras, 1959), il sistema immunitario si rafforza (Levine, 1960, p.
percezione del contatto, del dolore, degli stati interni, della po- 85; Eliott, 1999, p. 140), i tempi di sviluppo sono piú veloci
sizione degli arti e del corpo, dell’equilibrio e della temperatu- (Levine, 1960, p. 85), la degenerazione neuronale rallenta
ra. La somestesia costituisce un macrosistema sensoriale sfac- (Meaney et al., 1988), aumentano i comportamenti esplorativi
cettato e nel contempo fortemente integrato. Diversi dati eto- (Ruegamer, Bernstein, Benjamin, 1954, p. 185; Sapolsky, 1997),
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le situazioni di stress risultano meno nocive grazie allo svilup- Quello tra madre e cucciolo non è un rapporto semplice-
po equilibrato del sistema ipotalamico-pituitario (Levine, 1960; mente nutritivo poiché l’allattamento si inserisce in un piú am-
Liu et al., 1997; Caldji et al., 1997), la durata della vita general- pio repertorio di cure corporee che coinvolge diverse dimensio-
mente incrementa8. Mentre cure tattili hanno effetti neurosta- ni tattili9. I cuccioli infatti dimostrano l’importanza del contatto
bilizzanti su ratti privi della tiroide e possono controbilanciar- con il corpo della madre o del suo surrogato sia in senso passivo
ne lo squilibrio ormonale, esemplari deprivati di ogni contatto che attivo. Per un verso le reazioni dei piccoli scimpanzé sono
risultano incapaci di costruire il nido e di avere rapporti socia- legate a variazioni che riguardano il contatto passivo come tessi-
li con i conspecifici. Anche in questo caso, l’esito piú comune tura, consistenza, temperatura e movimento: surrogati che don-
è una morte prematura di solito causata da lesioni organiche dolano di panno morbido e caldo sono preferiti a bambole che
cardiovascolari o gastroenteriche (Montagu, 1971, pp. 25-31). sono immobili, di filo metallico, rigide e fredde (Harlow, Zim-
Tra i sottosistemi somestesici sussiste quindi una forte connes- mermann, 1959, p. 431). Per un altro verso i piccoli scimpanzé
sione ontogenetica: la stimolazione tattile-termica incide sullo hanno l’esigenza di stare a contatto con corpi che possono esse-
sviluppo dei sistemi viscerali, dell’equilibrio e, piú in generale, re facilmente afferrati sia per forma che per orientamento spa-
del corpo. ziale: madri di pezza con una inclinazione favorevole alla pren-
Se spostiamo la nostra attenzione sui mammiferi piú neote- sione (in posizione sagittale e con il torace verso l’alto) risultano
nici, i primati, scopriamo che su di essi gli effetti della depriva- piú efficaci delle altre (Harlow, 1958, p. 675).
zione tattile hanno un impatto sociale ancora piú accentuato. Vediamo ora cosa succede nella specie umana. In primo luo-
Gli studi ormai classici di Harlow (1958; Harlow, Zimmer- go, dobbiamo mostrare che anche la nostra forma di vita ha un
mann, 1959; Harlow, 1962) sul rapporto cucciolo-madre nelle bisogno costitutivo di cure tattili neonatali. In secondo luogo
scimmie danno ampia conferma di questa ipotesi. Lo studioso sarà necessario mettere in evidenza cosa distingue il nostro bi-
americano ha dimostrato che per i cuccioli, nel corso dello svi- sogno di cure da quello dei primati o dei ratti. Si potrebbe
luppo, i genitori non costituiscono semplicemente fonte di nu- obiettare, infatti, che la dimostrazione dell’importanza della
trimento e scudo di protezione dagli agenti naturali. Soggetti stimolazione tattile per tutti i mammiferi non prova la sua im-
allontanati dalla madre ma nutriti artificialmente sviluppano portanza specifica per l’Homo sapiens poiché si tratta, per l’ap-
infatti comportamenti asociali, instabilità affettiva e impossibi- punto, di una necessità generale che appartiene alla classe di
lità alla vita di gruppo. L’aspetto piú interessante consiste nel vertebrati cui apparteniamo.
fatto che questi disturbi si presentano in grado minore se, al Cominciamo dal primo punto. Il bisogno di contatto della
posto del semplice biberon, viene messo nella gabbia uno scim- nostra specie è dimostrato da una deprivazione tattile, tutta
panzé di pezza mentre rimangono inalterati quando il sostituto umana, che riguarda il parto (per evidenti motivi etici, è im-
materno è composto da filo metallico. Quel che manca al cuc- possibile riproporre nell’animale umano gli stessi esperimenti
ciolo non è semplicemente il cibo ma il contatto corporeo. La compiuti su ratti e scimmie). Una serie di studi (Montagu, 1971,
stimolazione tattile sollecitata dalla bambola di pezza, riscalda- pp. 43-63; Simion et al., 1996) ha confrontato bambini nati se-
ta da una lampada situata al suo interno, soddisfa almeno in condo parto vaginale e bambini nati da parto cesareo. Da un
parte la necessità di cure del piccolo scimpanzé e compensa punto di vista percettivo-stimolativo la differenza tra i due casi
meglio (a volte del tutto) l’assenza della madre: il reinserimen- si è rivelata notevole. Come la gravidanza (cfr. cap. II, para-
to sociale risulta piú facile, anche se la possibilità di rapporti grafo 4), nella specie umana anche il travaglio è molto piú pro-
sessuali rimane spesso pregiudicata (Harlow, 1962, pp. 6-8). lungato rispetto a quello animale poiché condensa in sé quella
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funzione stimolativa di solito affidata negli altri mammiferi al sere umano il valore di queste esperienze cambia, o meglio, si
cosiddetto «leccamento post-natale». Durante il parto vaginale cronicizza. Per il piccolo sapiens la necessità di cure tattili as-
il bambino è a stretto contatto con l’utero materno. Diverse ri- sume un significato differente per due ragioni, una temporale,
cerche hanno confermato che la stimolazione tattile che ne de- l’altra spaziale. Quella temporale l’abbiamo già esaminata: la
riva ha un importante effetto biologico-cognitivo sui neonati: duratura immaturità del corpo umano richiede infatti che le
rispetto ai nati da parto cesareo, è possibile osservare maggiore cure parentali, necessarie per tutti i neonati mammiferi, si
reattività e frequenza nel pianto, un’acuità sensoriale piú alta e estendano e si prolunghino durante tutta la vita dell’essere
minor tasso di disturbi emozionali e di mortalità soprattutto in umano (cfr. cap. II, paragrafo 4; ma anche cap. IV, paragrafo
relazione a deficit respiratori. I bambini prematuri o nati da 6.2). Dobbiamo ancora soffermarci, invece, su quella spaziale.
parto cesareo (quindi, in entrambi i casi, con travaglio breve o Grazie alla sua immaturità, il corpo ultraneotenico racchiude
assente) sono affetti molto piú frequentemente da disturbi ga- in sé infatti due proprietà: la liminarità di un corpo nudo e la
strointestinali, genitourinari, respiratori e mostrano spesso un specularità di una struttura simmetrica.
ritardo nel controllo posturale, motorio, buccale e manuale. Il Come abbiamo visto nel secondo capitolo (paragrafo 3.4),
travaglio non costituisce quindi, come la sua etimologia lasce- Lorenz apre una delle sue opere piú significative affermando
rebbe desumere (tripalium = strumento di tortura a tre pali), che il corpo di un organismo rappresenta una sorta di immagi-
un inutile tormento o un semplice trauma (Pinker, 1994, p. ne dell’ambiente in cui vive: la pinna è immagine dell’acqua in
308) quanto un indice del fatto che la stimolazione cutanea co- cui si muove, l’ala è un calco della sostanza, l’aria, nella quale
stituisce una condizione di possibilità della nostra esistenza: si insinua. Nel caso dell’Homo sapiens, invece, il corpo non è
nel contatto con l’utero il corpo del neonato riceve quelle pres- immagine di un ambiente che non ha ma di se stesso, non è
sioni su labbra, viso e corpo in grado di attivare le funzioni vi- calco ma, potremmo dire, specchio. Sarà proprio la specularità
scerali e gli organi interni. riflessiva della nostra morfologia uno degli elementi che ci farà
Il travaglio si configura cosí come la prima forma di cura comprendere meglio l’origine corporea della riflessività ambi-
tattile in cui si mescolano, come sarà anche nella vita futura, valente che caratterizza la nozione di mondo.
piacere e dolore, sensazioni termiche e di contatto, attivazioni
viscerali e posturali: per questa ragione la sua assenza deve es- 5.2. Il corpo allo specchio
sere compensata da una successiva sovrastimolazione. La na-
scita stessa si configura come un momento di sviluppo poiché Come abbiamo accennato nel capitolo II (paragrafo 4), la
costituisce un episodio somestesico decisivo per la sua futura forma corporea umana mostra alcuni caratteri specifici: si con-
incidenza emozionale e cognitiva. figura come una struttura liminare (intersoggettiva e dialogica)
Come accennavamo all’inizio del paragrafo, questo esem- e speculare (riflessiva e monologica). Questi due aspetti sono
pio è interessante poiché mostra che tra l’ontogenesi umana e particolarmente importanti poiché mostrano il carattere intrin-
quella animale sussiste un rapporto caratterizzato da elementi secamente riflessivo del corpo e delle mani. Per un verso il no-
di somiglianza10 e differenza. La somiglianza consiste nel fatto stro corpo è nudo e indifeso poiché privo di scaglie e squame,
che la stimolazione tattile è decisiva per tutti i mammiferi, Ho- peli o aculei. Per un altro verso è piú esposto e, dunque, sensi-
mo sapiens incluso: alcune esperienze somestesiche si rivelano bile poiché il contatto con il mondo è diretto o quasi, mediato
imprescindibili per la costruzione del primo fondamento del solo da una sottile peluria. In questo senso è possibile afferma-
sé, il corpo. Ma nel caso di un essere ultraneotenico come l’es- re che la specie umana è protagonista di quello che potremmo
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definire «un baratto evolutivo»: minor protezione in cambio di pesante, a una scena sconvolgente ma anche a un crampo in-
sensibilità tattile maggiore, cioè meno specializzata. La stessa volontario associato alla fame; le sensazioni muscolari e postu-
postura eretta può esser interpretata secondo questa chiave di rali possono essere indotte da una caduta ma costituiscono an-
lettura poiché la riduzione di velocità nella fuga e le conseguen- che lo sfondo, continuamente presente, che caratterizza lo sta-
ti difficoltà nell’arrampicarsi sono compensate dalla libertà con- re seduti, in piedi o sdraiati; il dolore può essere causato da un
quistata dalle mani. Queste frantumando i cibi rendono possi- colpo inferto dall’esterno o da uno stato patologico interno
bile la diminuzione del lavoro masticatorio a carico delle man- (per le cause del dolore: Schwob, 1994, pp. 26 sgg.). Assistia-
dibole permettendo, insieme alla scesa della laringe, maggiore mo cioè a una permeabilità percettiva che, a prescindere da
facilità articolatoria e modulazione sonora (Liebermann, 1991). ogni strumento verbale, conferisce al nostro corpo trasparenza
L’essere umano si configura come un animale meno protet- e accessibilità12: è questa doppia reattività, interna ed esterna,
to rispetto agli altri ma piú predisposto a percepire e a comu- che consente un trasferimento analogico tra le mie esperienze
nicare. La pelle umana assume un significato peculiare poiché e quelle altrui e che permette di stabilire corrispondenze tra
non costituisce tanto (o solo) un baluardo difensivo (è delimi- avvenimenti nel mondo (ad esempio una puntura) e stati per-
tazione del corpo che si rivela fin troppo esposta agli agenti cettivi-emozionali (dolore, fastidio). Il corpo umano pertanto
esterni), quanto piuttosto un sistema osmotico di scambio (Da- non costituisce una sfera inaccessibile e oscura ma una porta
masio, 1994, p. 314). In altre parole, la cute umana non costi- semiaperta che permette di essere spiata e compresa dagli altri
tuisce una barriera ma quello che il filosofo della scienza Silva- e da noi stessi.
no Tagliagambe (1991; 1997; 2002) chiama un confine, cioè un Lo accennavamo in precedenza, il carattere intrinsecamen-
sistema che svolge una funzione complessa che, contempora- te riflessivo dell’essere umano affonda le proprie radici in un’al-
neamente, allontana e avvicina l’animale umano da ciò che lo tra proprietà fondamentale del nostro corpo, la specularità.
circonda: separa il corpo distinguendolo da quello altrui; lo Come osserva il filosofo italiano Luigi Scaravelli (1968), le par-
mette in contatto con il mondo che lo circonda; seleziona gli ti che lo costituiscono, infatti, si articolano per «opposizione
stimoli ambientali organizzando i presupposti delle prime for- incongruente» poiché sono entità simili ma non sovrapponibi-
me di comunicazione tra l’organismo e il suo habitat. Come li: se dividiamo il nostro corpo a metà con una linea verticale
vedremo meglio nel prossimo paragrafo, proprio sul carattere che procede dall’alto verso il basso, possiamo constatare che
liminare del corpo umano affonda le radici la soggettività mo- per un verso le due parti sono simili poiché costituite da una
nologica e dialogica propria della nostra specie: ogni azione, stessa successione di elementi (narice, orecchio, guancia, brac-
anche il parto, si configura da subito come una forma di oppo- cio, anca, ecc.), mentre per un altro sono diverse perché, se so-
sizione allo stesso tempo antagonistica e partecipativa tra il vrapposte, esse non coincidono (la parte sinistra è orientata in
neonato e la madre, tra il sé e il mondo. Proprio per questo modo opposto rispetto alla destra). Questa simmetria opposi-
motivo, le esperienze somestetiche costituiscono il fondamen- tiva è la paradossalità che caratterizza lo spazio umano: è ciò
to del sé corporeo11 senza assumere per questo un carattere che ne fa non una struttura geometrica assoluta e senza verso
privato o impermeabile alle menti altrui. Si tratta infatti di sen- ma un’esistenza orientata (Mazzeo, 2001a). L’opposizione in-
sazioni provocate da fonti sia interne che esterne: l’alterazione congruente della destra e della sinistra è elemento fondante
termica può essere indotta da un fiammifero posto vicino al della riflessività umana poiché costituisce una struttura lette-
braccio ma anche da una infiammazione interna o cutanea; la ralmente speculare. Sentendo, ad esempio, i muscoli e i tendi-
contrazione dello stomaco può esser dovuta a un pasto troppo ni del braccio destro e quelli del braccio sinistro è possibile co-
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gliere un’altra forma di riflessività intrinseca all’animale uma- suo palmo troviamo speciali recettori nervosi che grazie alla lo-
no che procede sempre per opposizione: non si tratta in que- ro sensibilità e velocità conduttiva permettono di esplorare il
sto caso di notare il contrasto tra uno sforzo (quello esercitato mondo con molta piú precisione rispetto al tatto passivo (cfr.
dal nostro corpo) e una resistenza (quella dei solidi che ci cir- Negri Dellantonio, 1994).
condano) quanto l’analogia e la contemporanea differenza di Nella mano la liminarità del corpo si esalta poiché essa mol-
orientamento del corpo che si muove nella sua bilateralità. Nel- tiplica le sue capacità sensibili: non solo, come abbiamo visto
l’abbraccio tra la destra che si unisce alla sinistra liminarità e (cap. III, paragrafo 3), i suoi movimenti esplorativi incremen-
specularità si incontrano. Nell’abbracciare un corpo estraneo tano del 50% la capacità di riconoscere le forme rispetto al tat-
non incontriamo solo un alter ego, ma, riconoscendo il confine to passivo, ma la loro sensibilità è 35 volte superiore ad altre
che ci separa e che ci mette in contatto con questo, incontria- parti del corpo, come ad esempio la schiena (Darley et al., 1984,
mo noi stessi. p. 101), e la mobilità che le è propria dà accesso a parti dell’u-
Questa duplice caratteristica del nostro corpo non è solo niverso per l’animale umano altrimenti inarrivabili.
somestesica poiché la ritroviamo anche nelle mani: stavolta, Se con la vista è possibile dominare ampi orizzonti e con-
però, liminarità e specularità non si manifestano piú in modo trollare distese panoramiche, è solo con il tatto che è possibile
generico e diffuso, bensí in forme precise e localizzate. Le ma- riparare e conservare. Mentre la vista può solo «tener d’oc-
ni costituiscono in tal senso la concentrazione delle proprietà chio», è con il tatto che ci si prende cura di sé e dell’altro. Nel
del corpo umano in un organo dedicato. Vediamo brevemente suo aspetto piú operativo, la manualità costituisce un presup-
perché. posto fondamentale per dialogicità e monologicità poiché que-
Per un verso le estremità superiori sono elementi corporei a sti termini non devono esser intesi semplicemente come collo-
tutti gli effetti (sono come le gambe o le narici): hanno una quio o confronto ma come intervento attivo, irruzione perfor-
struttura simmetrica per opposizione incongruente e, allo stes- mativa (sia distruttiva che riparatoria). Il pugno e la carezza,
so tempo, sono superfici lisce e indifese, prive di scaglie o acu- cosí come l’autolesionismo o l’autoerotismo, sono testimonian-
lei. Per un altro verso, le mani rappresentano la magnificazio- ze di uno scambio inter o intrapersonale complesso che rende
ne del corpo sia nella dimensione liminare che in quella sim- piú dinamico il rapporto tra diverse esistenze e tra le compo-
metrica. È proprio nelle mani che la percezione tattile some- nenti di un’unica vita.
stesica, che coglie forme e oggetti solo in modo passivo e gros- Le mani costituiscono la massima espressione anche della
solano, può farsi attiva e focalizzarsi nella percezione aptica seconda peculiarità dello spazio umano (Scaravelli, 1968): a es-
(cfr. cap. III). Con le estremità superiori non solo siamo in gra- sere speculare è l’intera struttura ma, per scorgere direttamen-
do di percepire per contatto diretto gli oggetti che ci circonda- te l’impossibilità della coincidenza delle due metà che la com-
no (sentendone impressi, in modo ancora somestesico, i con- pongono e il carattere orientato del nostro spazio, possiamo
torni nella pelle) ma possiamo afferrarli cingendoli tra le dita. sovrapporre con comodità solo le mani. Queste, come ricorda
In questo movimento attivo, siamo in grado di percepire si- Henry Focillon (1943, p. 108), «non sono una coppia di ge-
multaneamente la forma tridimensionale (stereoplastica) del- melli passivamente identici» poiché solamente con gli arti su-
l’oggetto ma anche la sua tessitura, la sua temperatura e la po- periori è possibile congiungere le due estremità opposte del
sizione che occupa rispetto al corpo. La mano rappresenta per corpo tramite il contatto tra il palmo destro e il palmo sinistro
questo un unicum neurofunzionale: solo la sua struttura artico- (non a caso, una delle posizioni tipiche della preghiera e della
lata permette di manipolare e aver presa sugli oggetti; solo nel autoriflessività che la contraddistingue: cfr. Virno, 2003).
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Le mani non solo possono afferrare gli oggetti esterni ma trinseco a quel che nel paragrafo 2 abbiamo chiamato domesti-
sono in grado di avvicinarli portandoli in prossimità del cor- cazione. Per un verso ciò che circonda l’animale umano gli ap-
po. Nelle azioni di presa, esaltate proprio dalla loro opposi- partiene, costituisce parte di lui poiché è il frutto della sua atti-
zionalità incongruente, esse svolgono, per utilizzare un’e- vità costruttiva. Per un altro il mondo rimane un fuori, un luogo
spressione di Heidegger (1927), una doppia funzione di «di- esterno con il quale confrontarsi e scontrarsi quotidianamente:
sallontanamento» cui corrisponde una doppia monologicità. la costruzione non è mai definitiva e sempre revocabile, le altre
Per un verso, avvicinando oggetti lontani dal tronco, le mani forme di vita continuano a riprodursi e a vivere.
conferiscono all’animale umano piena tridimensionalità, ne Il travaglio di questa relazione si incrocia con il rapporto,
completano il sé corporeo grazie alla manipolazione e alla altrettanto complesso, tra individualità e collettività umana.
percezione stereoplastica. Allo stesso tempo permettono quel- Anche in questo caso, l’ambivalenza si muove lungo due di-
la operatività sul mondo circostante e sul proprio sé che per- mensioni contrastanti e complementari. Da una parte ognuno
mette di modificare gli oggetti e non piú solo contemplarli o di noi possiede un corpo liminare che, nella sua nudità, ha bi-
ascoltarli. Si tratta di un disallontanamento che permette cioè sogno piú degli altri organismi di essere curato dai conspecifi-
un duplice rispecchiamento: in senso spaziale avvicina l’ani- ci: come abbiamo visto, se le cure tattili costituiscono una con-
male umano a se stesso consentendogli di riconoscersi a fon- dizione intrinseca alla biologia dei giovani mammiferi, per l’es-
do nella propria specularità; in senso emotivo avvicina l’ani- sere umano questo diviene un aspetto cronico perché cronica
male umano al mondo che lo circonda poiché gli consente di è la sua giovinezza. Da questo punto di vista, il corpo umano è
modificarlo a sua immagine e somiglianza, di sentirlo come meno individuale e piú sociale rispetto a quello delle altre for-
parte di sé. me di vita. La sua riflessività, per riprendere l’idea di Lorenz,
non rispecchia un ambiente ma i suoi conspecifici perché ha
5.3. Tatto, logica partecipativa e parlare a se stessi come soggetto privilegiato il genitore e la società, i donatori di
cure parentali: quello umano è, per questo motivo, «un anima-
La liminarità e la riflessività della morfologia umana consen- le affamato e assetato di riconoscimento simbolico» (Gamba-
tono di chiarire con maggior precisione l’origine tattile della fa- rara, 2003, p. 227).
coltà del linguaggio e, quindi, la coevoluzione tra mondo e am- Dall’altra parte quello umano è un corpo che, come detto,
bienti della quale abbiamo cominciato a parlare nel paragrafo 4. si articola per opposti incongruenti. In tal senso è intrinseca-
Un primo aspetto dell’ambivalenza che struttura il rapporto tra mente speculare in modo del tutto diverso: è un corpo piú ri-
l’essere umano e il suo mondo è già stato analizzato: come ab- flessivo degli altri perché è in grado di autoavvertirsi, perché è
biamo visto, si tratta del processo genetico nel quale ad altre capace di prendere atto di sé grazie alla plasticità delle sue
forme di vita vengono sottratte porzioni dei loro habitat per ave- membra, in particolare del tatto aptico-manuale. Da questo
re materiale da costruzione del mondo umano, in un processo punto di vista, la sua è una riflessività autoreferenziale: non è
continuo e reciproco di riparazione e devastazione. Ma a questo semplicemente un «corpo specchio» ma un corpo che spec-
aspetto ne va aggiunto un altro che non riguarda l’espansione chia se stesso, un corpo fortemente individuale perché è sulla
del mondo umano, cioè il momento in cui l’ambiente si fa mon- base della sua morfologia che può prendere atto della propria
do, ma il rapporto tra l’Homo sapiens e ciò che mondo è già di- esistenza13.
venuto. In questo caso l’ambivalenza si esprime in un rapporto Proprio perché liminare e riflessivo, il corpo umano è al
di contemporanea appartenenza ed estraneità che si rivela in- contempo massimamente individuale e massimamente sociale:
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questa è l’ambivalenza fondamentale di cui si nutre. La tattilità linguaggio in tal senso risponde a entrambe le necessità poiché
umana è infatti intrinsecamente partecipativa: invece di segna- consiste in una presa di contatto a distanza e, contemporanea-
re il contrasto tra individuo e gruppo o stabilire una semplice mente, in una distinzione nella vicinanza. È proprio grazie al
convergenza d’indirizzo essa tradisce la complementarietà linguaggio che è possibile, infatti, stare vicini rimanendo lonta-
strutturale tra l’autonomia di un corpo speculare e la dipen- ni e allontanarsi mantenendo prossimità fisica: sono dall’altra
denza di una morfologia liminare. parte della vallata e, sfruttando l’eco, ti dico cosa succede oltre
Su questa base tattile e neotenica, il linguaggio trova il suo la montagna; abbiamo litigato e nulla crea distanza piú grave
luogo di origine. L’aspetto che ci preme sottolineare è che, na- del non rivolgersi parola.
scendo in un alveo partecipativo, il linguaggio sviluppa a sua Dall’altra parte il linguaggio non può sciogliere il contrasto
volta una struttura partecipativa. Sin dal primo paragrafo, ab- dal quale trae origine poiché cura e curiosità, dipendenza e au-
biamo accennato al fatto che il rapporto tra tatto e linguaggio tonomia sono termini mai del tutto conciliabili. Per questa ra-
può esser concepito come una relazione di cura e malattia. Co- gione, il linguaggio ha, lui stesso, una struttura partecipativa e,
me il corpo umano nasce sprovveduto (liminare e riflessivo) e pertanto, un carattere liminare e riflessivo. È liminare perché,
ha bisogno di vestiti, cosí la biologia umana nascendo povera come la mano, è esperienza del limite: se la plasticità del corpo
ha bisogno di una ricchezza culturale che la sostenga. Il lin- umano esprime fragilità, l’elasticità del linguaggio verbale tra-
guaggio a tal proposito costituisce una cura: riempie ciò che è disce la labilità della mancanza di una nicchia ambientale. La
vuoto, copre ciò che è nudo. Prolunga a distanza, estende nel- sua liminarità lo espone dunque alla percezione: non è solo un
lo spazio e nel tempo il soddisfacimento di contatto di cui ha riparo che esonera un corpo nudo da una sensibilità altrimenti
bisogno ogni piccolo umano. Si tratta di specificare, però, di insostenibile, ma è una porta che apre a nuove dimensioni del-
che cura si tratti. Chi considera il linguaggio come una forma l’esperienza: il sommelier che assapora i vini, le mostre di pit-
di specializzazione, ad esempio, sembra concepire questa for- tura, i concerti musicali ma anche l’equilibrio del funambolo e
ma di cura come un vaccino, in grado di immunizzare una vol- il rituale del fumatore ne costituiscono la piú ampia dimostra-
ta per tutte la natura umana dalla sua costitutiva precarietà. zione (si tratta di un tema, quello della percezione di secondo
Purtroppo (o, meglio, per fortuna) non è cosí. Religione e pre- ordine, che vedremo tra poco nei paragrafi 6-6.2). Il linguag-
ghiera, magia e superstizione, attività ludica e disagio mentale gio verbale è riflessivo perché intrinsecamente metalinguistico:
dimostrano che la parola non basta a eliminare una fragilità la capacità di raccontare avvenimenti e riferire le parole altrui,
che è alla radice (cfr. paragrafo 6.2). Come abbiamo già visto a di riprendersi e correggersi ne costituiscono, insieme alla
proposito del suo rapporto originario con gli ambienti in cui si performatività (paragrafo 4), la sua principale caratteristica di-
insedia, il linguaggio costituisce piuttosto una cura omeopati- stintiva14. L’origine della capacità metalinguistica verbale, in-
ca, un farmaco nel senso etimologico del termine: medicina e fatti, non è una procedura ricorsiva modulare che poi si gene-
veleno, soluzione e problema. ralizza (l’idea di Hauser, Chomsky, Fitch, 2002) quanto piutto-
Da una parte il linguaggio dà quel sostegno che sostituisce sto il ripiegamento su se stessa di una struttura intrinsecamen-
ed esonera una intimità tattile troppo prolungata per essere so- te partecipativa che, cosí facendo, acquista maggiore focalità.
stenibile poiché rischierebbe di mettere in cortocircuito due Non a caso, liminarità e riflessività si mettono in evidenza
caratteristiche chiave dell’immaturità neotenica: la necessità di nelle esperienze di crisi. Nei momenti di scacco, durante i qua-
cure e il bisogno di esplorazione. Se la fragilità richiede prossi- li i nostri progetti falliscono, le previsioni si rivelano sbagliate
mità, la curiosità non può che realizzarsi nella separazione. Il e il mondo umano svela la propria precarietà, la struttura par-
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tecipativa del linguaggio emerge con pienezza. Come accenna- A si oppone ad A e non A
vamo in precedenza, il monologo costituisce da questo punto
La mano si oppone al corpo che la comprende
di vista un esempio paradigmatico. Lo psicologo russo L. Vy- Il singolo si oppone al gruppo di cui ha bisogno
gotskij (1896-1934) osserva che, sia nei bambini che negli adul- Il singolo si oppone al mondo che è parte di sé
ti, il parlare a se stessi è una pratica che emerge soprattutto nei Il mondo si oppone agli ambienti nei quali si insedia
momenti di difficoltà: quando i conti non tornano, l’animale
umano comincia a parlarsi. Questa idea è confermata dalla no- Come già osservava il linguista danese Hjelmslev (1928;
stra esperienza quotidiana. Quando parliamo a noi stessi? Nel 1935; 1937), la logica partecipativa non individua né contrap-
momento in cui stiamo per perdere il controllo della situazio- pone un termine negativo a uno positivo quanto descrive la con-
ne: non troviamo le chiavi di casa e, disperati, ricostruiamo i temporanea distinzione e compenetrazione tra una parte e un
nostri ultimi movimenti perché non riusciamo a ricordare do- tutto, tra un elemento intensivo e uno estensivo, tra un’idea de-
ve le abbiamo lasciate; nel pianto ripetiamo a noi stessi quello finita e una indefinita15. Il monologo si articola proprio secon-
che è successo; nel montare la libreria controlliamo le parti di do questa logica. Se riprendiamo le proprietà del linguaggio in-
cui non capiamo l’utilità ripercorrendo ad alta voce le tappe teriore individuate da Vygotskij nell’ultimo capitolo di Pensiero
dell’assemblaggio. Proprio perché è un esperienza liminare, il e linguaggio, è possibile affermare che il monologo si differen-
monologo è luogo di emergenza della struttura profonda del zia dal dialogo per le seguenti caratteristiche:
linguaggio verbale, una terminazione senza guaina dell’elettri-
cità che scorre al suo interno. 1) La sintassi è telegrafica e predicativa;
Per capire meglio in che senso il monologo è un punto sco- 2) La fonazione è spesso ridotta o assente;
perto che manifesta la struttura ambivalente del mondo uma- 3) È presente una tendenza agglutinante che accorpa tra loro i
no, dobbiamo ancora precisare, però, in cosa l’ambivalenza termini linguistici;
consista. Questa può esser definita come una opposizione che 4) Il senso, il valore contestuale, delle parole domina sul loro
non si svolge secondo la legge di non contraddizione ma se- significato, cioè sul loro valore piú stabile e intersoggettivo;
condo un principio che l’antropologo Lévy-Bruhl (1910; 1927) 5) Le leggi di unione semantica sono quelle tipiche dei sensi e
definisce di «partecipazione»: un termine (A) non si contrap- non quelle dei significati: sono dinamiche e fluttuanti. Un
pone alla propria negazione (non A) ma alla congiunzione tra processo di originalità semantica rende l’idioma riflessivo
sé e la propria negazione. Le ambivalenze che abbiamo descrit- intraducibile.
to in questo paragrafo e in quello precedente possono essere
riassunte nel modo che segue: Questi cinque punti dimostrano che il monologo si distin-
gue per un continuo processo di identificazione-distinzione
A è uguale a non A che appare incomprensibile se analizzato in termini di non con-
traddizione. Nel parlare a noi stessi ci troviamo di fronte a due
La mano è il corpo perché ne è la focalizzazione tattile termini, a uno sdoppiamento dell’Io, che permette lo scambio
Il singolo è il gruppo perché non può essere umano senza di lui
Il singolo è il mondo perché è la sua dimensione vitale comunicativo tra me e me stesso. Si tratta di un gioco linguisti-
Il mondo umano non può fare a meno degli ambienti animali co che non è cognitivamente vuoto: nel monologo mi sorpren-
do per ciò che dico, giungo a conclusioni prima incerte, metto
e insieme: a fuoco pensieri fino ad allora confusi. Cercare di ricondurre il
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corso della dinamica monologica nei binari del «quale sono dei (De Martino, 1973); il linguaggio schizofrenico e infantile pre-
due? O l’uno o l’altro» significa precludersi la possibilità di concettuale (Vygotskij, 1934); il gioco (Piaget, 1945) e i mecca-
comprendere l’aspetto piú centrale del fenomeno. Al contra- nismi onirici di simbolizzazione (Matte Blanco, 1975, 1988); la
rio, la relazione che sussiste nel monologo tra la voce che parla metafora e la percezione sinestetica (Mazzeo, in preparazione).
e l’altra che le risponde è partecipativa poiché mi oppongo a Come accennavamo prima, infatti, il monologo non riguar-
un contraltare che allo stesso tempo è e non è me: da solo un periodo limitato (l’infanzia) ma tutta la vita di un
essere la cui infanzia è cronica: il sistema partecipativo non co-
A è non A stituisce una semplice tappa del nostro sviluppo onto- e filoge-
(Io sono anche l’altro che mi risponde)
netico poiché, al contrario, ne rappresenta la struttura, il fon-
damento di una immaturità che non desiste. Per questa ragio-
e insieme:
ne, è possibile applicare alla logica partecipativa ciò che affer-
A si oppone a A e non A ma Portmann (cap. II, paragrafo 3.3) a proposito della visione
(Il Tu si oppone all’ Io che lo comprende) tolemaica del mondo: entrambe «non stanno lí per essere so-
stituite da altre, piú adatte a una forma matura di vita e quindi
Come la mano che prima si distacca dal fianco e poi si ri- piú «giuste»» (Portmann, 1959, p. 178). Si tratta piuttosto di
congiunge con il corpo cui appartiene, nel monologo parteci- un «patrimonio ereditario della natura umana che non dobbia-
po e mi oppongo a me stesso, prendo contatto con me in mo barattare con qualcosa d’altro» (ibidem).
profondità proprio perché mi allontano e mi rincontro. È pro- Che il linguaggio sia cura omeopatica alla fragilità neoteni-
babilmente a una logica partecipativa che Vygotskij (1934, pp. ca e non vaccino specializzato della nostra condizione è dimo-
172-176) fa riferimento parlando della legge semantica basata strato dunque dalla scarsa coesione di un’identità personale
sui sensi che regola il linguaggio interiore16. È per questo moti- che continuamente si fa e si disfa, che per tenersi insieme ha
vo che la limitata verbalizzazione fonetica e il carattere aggluti- bisogno di un continuo lavoro di tessitura narrativa: ha biso-
nante della sintassi non rivelano semplici forme riassuntive, gno di raccontare e raccontarsi, di ascoltare e ascoltarsi, di par-
contrazioni di un flusso verbale lineare che in qualche modo le lare a se stessi e agli altri. Proprio perché non abbiamo un or-
sottende (come precisa lo psicologo russo, il linguaggio inter- gano del linguaggio localizzato e non possiamo individuare in
no non è il linguaggio esterno meno la voce). Il linguaggio in- un punto del corpo la sede del nostro Io, non abbiamo mai un
terno manifesta piuttosto quel flusso originario e partecipativo completo e definitivo controllo sulle nostre azioni, sui nostri
da cui poi si cristallizzano i significati e i concetti scientifici de- impulsi, sulle spinte emozionali. Proprio perché non è sempre
finibili in termini di condizioni separatamente necessarie e con- padrone di sé, l’animale umano può avere qualcosa da dire e
giuntamente sufficienti. da dirsi: se ingabbiati nel totale controllo delle contraddizioni
A volte, quando il mondo umano è ben saldo, le opposizio- della logica classica (il calcolo elettronico-seriale) o sciolto nel
ni partecipative si addensano lungo contrapposizioni piú nette caos della partecipazione pura (la sindrome schizofrenica), mo-
e definite, come quelle della logica classica, nei linguaggi scien- nologo e dialogo perdono gran parte del loro senso (cfr. Pen-
tifici o nei calcoli formali. Altre volte, quando la nostra esisten- nisi, 2002; Pennisi, Cavalieri, 2002).
za è minacciata, ciò si rivela impossibile o piú difficile: ne co- Sia il corpo che il linguaggio umano si caratterizzano dun-
stituiscono esempi ulteriori il pensiero primitivo (il caso dei que per la loro mobile plasticità: come il somestesico si focaliz-
Bororò di cui abbiamo parlato nel primo capitolo) e magico za nella mano senza ridursi a percezione aptica, cosí la plura-
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lità dei sensi lessicali può addensarsi in un dizionario senza contrario, si tratta, come abbiamo cercato di suggerire piú vol-
perdere la possibilità di cambiamenti e nuove accezioni. Pro- te, di una relazione di solidarietà: la cultura si incunea nel vuo-
prio perché non è sempre padrone di sé, l’animale umano ha to lasciato dalla biologia dando un sostituto (un mondo) di ciò
necessità di parlarsi per prendere contatto con il proprio io at- che all’animale manca (un ambiente). Come abbiamo accenna-
traverso una logica, quella partecipativa, che scandisce la strut- to nel secondo capitolo (paragrafo 3.2), il linguaggio ha, per ri-
tura del movimento: del corpo, delle parole, del corpo delle prendere un’espressione di Gehlen, una funzione di «esone-
nostre parole. ro»: consente di filtrare un flusso percettivo altrimenti letale.
L’indeterminatezza di un corpo nudo e la mancata specializza-
zione di un essere in primo luogo tattile è ciò che consente la
6. Funamboli e fumatori: il tatto di secondo ordine fuga da ogni nicchia ambientale. Nel contempo la mancanza di
un habitat rischia di trasformarsi in una doccia stimolativa non
Gibson nelle prime pagine di The Senses Considered as Per- sopportabile. Il linguaggio e i rapporti sinestetici hanno la fun-
ceptuals Systems fa un’osservazione molto interessante che me- zione di filtrare il flusso percettivo, organizzandolo: offrono la
rita di essere citata per esteso: possibilità di avere certezze e punti di riferimento, evitano di
andare a controllare. Ma, come abbiamo accennato nel para-
Parlando, dipingendo, scolpendo e scrivendo l’animale umano ha impa- grafo precedente, la relazione di esonero è solo una delle mo-
rato a creare fonti di stimolazione per i suoi compagni e nel fare ciò a sti- dalità del rapporto tra linguaggio ed esperienza. Questa azione
molare se stesso. Queste fonti, ammettiamo, sono di tipo particolare, dif-
ferenti dalle fonti presenti nell’ambiente «naturale» poiché si tratta di focalizzatrice non ha solo un effetto, potremmo dire, sottratti-
fonti «artificiali». Queste generano per l’essere umano un nuovo tipo di vo perché non agisce solo da filtro. La solidarietà tra esperien-
percezione che può essere chiamata conoscenza o percezione di seconda za tattile e linguaggio non esprime una fondazione a senso uni-
mano [at second hand] (Gibson, 1966, p. 26).
co: per un verso l’esperienza tattile, poiché riflessiva e limina-
re, fonda il linguaggio; per un altro il linguaggio dà la stura a
Poco dopo lo psicologo americano (ivi, p. 28) precisa che la dimensioni tattili inedite poiché oltre ad esser riflessivo è an-
percezione di seconda mano non intacca la percezione diretta ch’esso intrinsecamente liminare. Questo tipo di esperienza
e che, come lui stesso tiene a sottolineare, è quest’ultima a co- tattile, che Paolo Virno propone di chiamare di «secondo gra-
stituire il suo primo problema. Si tratta pertanto di uno spunto do», non è la stanca ripetizione della prima, né una pallida imi-
che Gibson lascia in sospeso, convinto che sia piú importante tazione sensibile del linguaggio:
concentrarsi nella descrizione della teoria ecologica della per-
cezione diretta (cfr. cap. I, paragrafo 2.2; cap. III, paragrafo 3). Le sensazioni post-verbali, cioè di secondo livello, non hanno piú il com-
Nonostante l’impostazione di Gibson sia ormai molto nota, al pito di «esonerare» (Gehlen) il comportamento dell’animale umano dal-
la pressione di un contesto vitale sempre parzialmente indeterminato.
giorno d’oggi questa intuizione rischia di andare persa. Sareb- Poiché l’esonero è già avvenuto, queste sensazioni sono integrali, ossia
be un peccato, perché è alla base di una concezione del rap- non selettive. Estetiche in senso forte, dunque (Virno, 2001, p. 142).
porto tra esperienza e linguaggio piú interessante della mag-
gior parte di quelle attualmente in circolazione. La critica co- Il sensismo di secondo grado costituisce una sensibilità li-
stante che abbiamo riservato al paradigma cognitivo e al ridu- berata che mantiene l’inesauribile ricchezza della percezione
zionismo linguistico rischia infatti di proporre una visione del di primo livello e, nello stesso tempo, condivide con il linguag-
rapporto tra esperire e parlare puramente antagonistica. Al gio una focalità maggiore. Il riconoscimento di questa dimen-
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sione dell’esperienza è, bisogna sottolinearlo, decisivo. In pri- re il proprio corpo ed esperire il mondo con le mani, propor-
mo luogo, come abbiamo appena detto, ci consente di avere remo due esempi: uno somestetico, l’altro aptico-buccale. Con
un’immagine del rapporto tra linguaggio e sensibilità non an- il primo faremo ritorno a Lilliput: nel funambolismo la preca-
tagonistica: l’esperienza che nasce dalle parole ricorda che le rietà dinamica della figura umana diviene fine a se stessa, si fa
radici della facoltà del linguaggio sono sensoriali. In secondo esercizio e arte. Le dimensioni corporee dell’animale umano
luogo, rende immuni da semplificazioni che rischierebbero di si trasformano: da condizione di possibilità dell’esperienza
trarci in inganno. Un inganno del quale l’incipit della Metafisi- linguistica ne diventano oggetto di raffinamento, frutto da as-
ca di Aristotele costituisce il paradigmatico esempio: saporare. Il secondo coinvolge invece un’esperienza piú dif-
fusa, quella del fumo, che riguarda mani e bocca. In questo
Tutti gli uomini sono protesi per natura alla conoscenza: ne è un segno caso, il fumare si presenta da un lato come riparo rituale (e
evidente la gioia che essi provano per le sensazioni, giacché queste, an-
che se si metta da parte l’utilità che ne deriva, sono amate di per sé, e piú dunque linguistico-culturale) a un corpo nudo, per un altro
di tutte le altre è amata quella che si esercita mediante gli occhi. Infatti come focalizzazione postlinguistica di esperienze tattili e gu-
noi preferiamo, per cosí dire, la vista a tutte le altre sensazioni, non solo stative.
quando miriamo a uno scopo pratico, ma anche quando non intendiamo
compiere alcuna azione (Metafisica, I, 980a).
6.1. I funamboli di Lilliput
Questo passo è molto significativo perché riassume (e, for- Nel primo libro dei Viaggi di Gulliver, Swift ci mette di fron-
se, fonda) un atteggiamento, quello occidentale verso la perce- te a una scena significativa in cui descrive una danza sul filo lil-
zione, rimasto per molti aspetti invariato per oltre venticinque lipuziana:
secoli. Lo stesso Révész sembra riprendere questa opinione.
Come abbiamo visto nel capitolo scorso, lo psicologo unghere- Un giorno all’Imperatore venne in mente di intrattenermi con diversi
se riabilita il tatto sottolineandone il valore cognitivo e l’im- spettacoli locali [...]. Tuttavia nessuno di tali spettacoli mi divertí tanto
quanto quello dei danzatori sulla corda, eseguito su un sottile filo bian-
portanza per la nozione di lavoro. Ma, come Aristotele, anche co, lungo circa sessanta centimetri e sollevato dal suolo circa trenta (Swift,
Révész procede a una identificazione indebita poiché scambia 1728, p. 27).
due dimensioni percettive proprie a tutti i sensi per il funziona-
mento specifico di due modalità sensoriali, la nobile vista e il Questo esempio, che Swift propone in realtà per ironizzare
greve tatto: sulle acrobazie dei cortigiani per ingraziarsi il loro sovrano,
ben esemplifica alcuni aspetti del rapporto tra linguaggio ed
Nell’analisi tattile della struttura emerge in modo particolarmente chiaro esperienza umana. A pensarci bene, infatti, per i lillipuziani il
il carattere cognitivo della funzione aptica. Non tastiamo per il gusto di
tastare. La stessa forma che riusciamo a percepire per mezzo del nostro funambolismo costituirebbe un’attività semplicemente insen-
senso aptico è, in fin dei conti, solo un mezzo per conoscere l’oggetto e sata, sia in termini biologici che culturali. Da un lato, per gli
non l’espressione di una percezione immediata, non tendenziosa e con- abitanti di Lilliput non avrebbe senso esercitare le loro abilità
templativa. Nella contemplazione visiva, invece, seguiamo con lo sguar-
do un prato, un albero o una catena montuosa senza alcuno scopo (Révé- acrobatiche sul filo per il semplice motivo che non ci sarebbe
sz, 1938a, p. 190). nulla da esercitare: il loro corpo, piccolo e leggero come quello
dei passeri che vediamo posarsi sui cavi elettrici, non avrebbe
Per dimostrare che esiste una sensibilità tattile di secondo alcuna difficoltà meccanica a camminare sulla corda e un peso
grado che nasce dal linguaggio e si incarna nel gusto di senti- tanto scarso con un baricentro tanto basso non richiederebbe
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l’esercizio di nessuna abilità particolare. D’altro canto, i lillipu- ordine: ha come presupposto la nostra corporeità originaria e
ziani non potrebbero farsi funamboli perché una simile forma la facoltà del linguaggio ma, allo stesso tempo, è un’esperienza
di esercizio richiederebbe una cultura e una lingua che, come tattile non linguistica. Per essere funamboli è infatti necessario
visto nel paragrafo 3.1, essi non potrebbero avere. essere bipedi, implumi e dimensionalmente adatti: il gioco si
L’analisi di questi due aspetti chiave per il funambolismo basa su una precarietà e un equilibrio che solo la nostra forma
consente di mettere in scena la complessità del rapporto tra e le nostre dimensioni sono in grado di garantire.
esperienza tattile, dimensioni corporee e linguaggio. In effetti, si tratta di acquisire un mestiere che per un verso,
Al primo aspetto abbiamo già accennato: il tatto subisce i come ricorda Philippe Petit, forse il piú abile tra i funamboli
contraccolpi delle variazioni dimensionali. La propriocezione, viventi, «richiede tutta un’esistenza» (1985, p. 34) ma che nel-
ad esempio, ha origine proprio da quella rivincita della superfi- lo stesso tempo rende «inutile» ogni studio teorico (ivi, p. 33)
cie sul volume rappresentata dagli organi interni: i villi intesti- e addirittura pericolosa la riflessione verbale: «ogni pensiero
nali cosí come gli alveoli polmonari, la circolazione sanguigna e sul filo è una caduta in agguato» (ivi, p. 100). Per non cadere
le lobulazioni renali costituiscono un aumento di superficie che, dalla corda non solo è necessario stare in silenzio, non pronun-
non potendosi esprimere all’esterno se non al prezzo di un ulte- ciare parole, ma evitare di pensare in parole. L’esperienza di
riore aumento volumetrico, si ripiega su se stessa finendo dentro crisi che quotidianamente cerchiamo di risolvere tramite il mo-
il corpo cui appartiene (D’Arcy Thompson, 1961, pp. 45-46; nologo assume in questo caso un carattere differente poiché
Gould, 1977b, p. 162). Come abbiamo accennato nel paragrafo non solo non vuole esser superata ma tenta di essere vissuta:
5.2, la stazione eretta che distingue l’animale umano dalle altre camminare sul filo non significa proteggersi dai rischi evidenti
forme di vita assume un importante valore dimensionale perché di un’esperienza liminare ma farsene carico tenendosi in equi-
costituisce l’ottimizzazione del rapporto tra sensibilità e dimen- librio in una situazione nella quale, letteralmente, si è alla cor-
sione: l’incremento della superficie sensibile si realizza per mez- da. Come afferma Petit (ivi, p. 38), non si tratta di trovare «una
zo della creazione di un piano equidistante tra le due primor- risposta al problema dell’equilibrio»: il punto consiste piutto-
diali superfici corporee (dorsale e ventrale) ed è cosí che mette sto nel dare ad esso la sua piú vivace espressione.
in opera «un nuovo modo di esibirsi al mondo» (Tobias, 1982, Per questa ragione, l’esempio del funambolo rappresenta
p. 46). La postura eretta si configura quindi come un esposizio- in modo esemplare la condizione tipica dell’essere umano
ne precaria ma meccanicamente sopportabile, un aumento della poiché mette in evidenza una precarietà che diviene certezza.
superficie che non richieda, come per gli impossibili giganti di Proprio perché non ha le dimensioni di un uccello, l’animale
Gulliver, un esponenziale aumento del loro volume. L’animale umano camminando sul cavo non ne imita stoltamente le pre-
umano per parlare ha bisogno di alzarsi da terra: da lillipuziano stazioni (come farebbe l’abitante di Lilliput) ma ne stravolge
ne rimarrebbe schiacciato, da Brobdingnag rischierebbe un ri- il senso. Quel che è naturale per il passero e il lillipuziano,
torno di schianto. ciò che già appartiene al suo corpo, diviene per l’animale
L’esempio gulliveriano del danzatore sulla corda consente umano una conquista: naturale perché radicata nella sua
di comprendere meglio anche un altro aspetto che riguarda la morfologia dimensionale, culturale perché acquisita tramite
relazione tra esperienza e parola poiché il funambolismo è una esercizio e pratica. Per questo, funambolo è solo «chi è fiero
forma fine di cultura che presuppone il possesso della facoltà della propria paura» (ivi, p. 31): è l’animale umano che gode
del linguaggio. Il funambolismo rappresenta un ottimo esem- delle proprie necessità e, vivendole fino in fondo, le trasfor-
pio di ciò che abbiamo chiamato esperienza tattile del secondo ma in virtú.
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6.2. Andare in fumo fumatori in un miliardo e cento milioni, pari a un terzo degli
abitanti del pianeta con età uguale o superiore ai 15 anni. Si
Nel fare la rassegna delle possibili varianti dell’arte funam-
tratta di un fenomeno che, oltre ad avere un risvolto economi-
bolica, Petit propone un caso piuttosto bizzarro:
co notevole (un giro commerciale di circa 200 miliardi di dol-
La camminata nel cesto è un vecchio esercizio parecchio divertente. lari l’anno), costituisce una vera e propria emergenza sanitaria:
Una grande famiglia di funamboli, i Triska, aveva svaligiato in questo mo- ogni dieci secondi il tabacco miete una vittima. La domanda, a
do una fabbrica di sigarette. […] La corda partiva dalla finestra del ma- tal proposito, emerge inevitabile e misteriosa: come mai molti
gazzino. Nel corso dello spettacolo, arrivati a quell’esercizio, i funamboli
lo rifecero tante di quelle volte che il pubblico, non condividendo la pas-
di noi continuano a fumare visto che è a tutti noto che il fumo,
sione eccessiva per i cesti, cominciò a fischiare per l’impazienza. I cesti come ricorda la scritta su ogni scatola di tabacco, «nuoce gra-
erano metodicamente riempiti a un’estremità del filo e svuotati con cura vemente alla salute»?
all’arrivo. Cosí la troupe riuscí a riempire un intero carretto (ivi, p. 64). Trovare risposta a questo interrogativo è tutt’altro che sem-
plice. Il caso del fumatore mette in crisi, infatti, approcci mol-
Questa volta, infatti, i danzatori sul filo dimenticano di gu- to in voga come la psicologia evoluzionistica (criticata nel cap.
stare l’esperienza dell’equilibrio in nome di una causa piú ur- I, paragrafo 3.2) che, per dirla in breve, cercano di spiegare i
gente. Il lettore smaliziato potrebbe pensare a un fatto solo comportamenti umani sulla base di regole darwiniane come la
economico, il valore commerciale delle sigarette. Ma forse c’è selezione naturale o la conservazione della specie. L’ornitologo
qualcosa di piú: è all’amore per il fumo che dedichiamo la no- e fisiologo Jared Diamond ha cercato, ad esempio, di spiegare
stra chiusura. questo fenomeno sulla base del cosiddetto «principio dell’han-
Il fumatore incarna una forma d’esperienza postlinguistica dicap», teoria formulata dai coniugi Zahavi, due etologi israe-
complementare a quella del funambolo. Come abbiamo visto, liani. Questo principio spiega alcuni comportamenti animali,
il funambolismo rappresenta una esperienza somestetica che altrimenti incomprensibili. Quando ad esempio una gazzella di
non cerca di risolvere il proprio carattere liminare ma di ap- Thompson avvista un lupo, a un primo sguardo ha una reazio-
prezzarlo vivendolo. Il tabagismo è invece un fenomeno che ne insensata. Invece di allontanarsi o di rimanere immobile per
ha carattere manuale e boccale attraverso il quale l’animale studiare le mosse del predatore, quella dà vita a un comporta-
umano prova a dare risposta alla liminarità della nostra forma mento che gli etologi chiamano stotting e che consiste nel sal-
di vita per mezzo di un surrogato tattile dell’esperienza di cu- tare sul posto con tutte e quattro le zampe. Il fatto è bizzarro
ra. I risultati di questo tentativo sono però, ancora una volta, perché, almeno in apparenza, del tutto controproducente: la
poco definitivi e molto ambivalenti. Come vedremo tra breve, gazzella, saltando sul posto, spreca energie senza aumentare la
anche il fumo è una forma di cura omeopatica alla labilità del- distanza tra sé e il lupo. La teoria degli Zahavi spiega il feno-
l’esistenza umana che finisce per rivelarsi piú simile al funam- meno affermando che, in buona sostanza, la gazzella esibisce
bolismo di quanto si potrebbe credere. Sia la sigaretta tra le un comportamento comunicativo. La preda, saltando, sta di-
dita che i piedi sulla fune incarnano i paradossi di ogni espe- cendo al lupo: «Attento! Vedi come sono agile? Non ti convie-
rienza raffinata del rischio: in entrambi i casi la nostra vita è ne provare a prendermi, perché ti sfuggirei». Il comportamen-
messa a repentaglio. to è quindi costoso ma meno di quanto lo sarebbe un insegui-
A differenza del funambolismo che riguarda una ristretta mento con relativa fuga: l’apparente spreco di energie è in
cerchia di cultori, l’esperienza del fumo è un fenomeno di mas- realtà una forma di economizzazione delle risorse. La lesione
sa. L’Organizzazione mondiale della sanità stima il numero dei che la gazzella si autoinfligge (affaticarsi saltando sul posto)
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serve, in altre parole, a dimostrare la sua forza, ad allontanare i pravvivenza: cure tattili e parentali costituiscono la condizione
predatori e, in altri contesti, a rafforzare il proprio status nel di possibilità organica per il suo sviluppo. Per questa ragione,
gruppo dei conspecifici (Zahavi, Zahavi, 1997). durante la crescita si crea un conflitto:
La mossa teorica di Diamond consiste nell’assimilare l’ap-
parente irrazionalità della gazzella che salta da ferma a quella […] il fondamentale impulso di toccarci rimane e si pone l’arduo pro-
blema di scoprire come lo soddisfiamo nella routine quotidiana al di fuo-
del fumatore che, accendendosi una sigaretta, danneggia la pro- ri della cerchia familiare (Morris, 1971, p. 115).
pria salute. Anche quest’ultimo esibirebbe un comportamento
evolutivamente costoso per mostrare la propria potenza: A tal proposito Morris sostiene che il comportamento uma-
Chi fuma può avere l’alito sgradevole, e chi beve può essere impotente a
no si caratterizza per un progressivo rimpiazzamento delle figu-
letto: entrambi però sperano di impressionare i loro simili o le loro part- re primarie dell’attaccamento con delle forme sostitutive. Esse
ner grazie all’esibizione della loro superiorità implicita (Diamond, 1991, possono essere classificate in surrogati d’intimità umani, ani-
p. 250). mali e inanimati. I primi sono definiti dall’etologo inglese «toc-
catori di professione» (ivi, p. 174): parrucchieri, massaggiatori,
Il problema è che, come è costretto ad affermare lo stesso medici o sarti ad esempio dispensano contatto attraverso cano-
Diamond, a differenza della gazzella per il fumatore «i costi ni precisi, codificati dalla nostra cultura. Il secondo tipo è co-
sono superiori ai benefici» (ivi, p. 256). Quale forma di riscat- stituito dagli animali domestici: il contatto che riceviamo da ca-
to sociale può compensare la morte negli ultimi cinquanta anni ni o gatti e le cure che ad essi rivolgiamo esprimono in modo
di 60 milioni di persone, un numero di vittime superiore a quel- socialmente accettabile il nostro bisogno di intimità. Ma è il ter-
le provocate dalla prima e dalla seconda guerra mondiale mes- zo tipo quello che riguarda piú da vicino il nostro discorso. Il
se insieme? Essere piú attraente può valere una pratica che fumo, infatti, è il primo esempio proposto da Morris per illu-
causa circa il 90% dei tumori polmonari? Un’ottica rigidamen- strare il concetto di surrogato inanimato. In primo luogo, il fu-
te evoluzionista non solo non dà risposta all’interrogativo ma matore che porta la sigaretta alle labbra sottolinea il legame on-
rende, al contrario, la domanda ancora piú misteriosa. togenetico tra mano e bocca. Soprattutto nei primi tre mesi di
Nel caso dell’essere umano, il principio dell’handicap deve vita sia l’esplorazione tattile del mondo che il legame con le fi-
essere infatti rovesciato: mentre la gazzella nasce già adatta al gure parentali si esplica tramite la bocca (Bloch, 1994; Mazzeo,
suo ambiente e, danneggiandosi, mostra l’esuberanza della sua in preparazione): proprio perché quello umano è un corpo ul-
predisposizione alla propria nicchia ecologica, l’Homo sapiens
traneotenico le mani e le braccia del neonato non hanno la pos-
nasce, per cosí dire, già con un handicap (la mancanza di un
sibilità di svolgere compiti percettivi complessi. Succhiare il lat-
ambiente) e ad esso deve mettere, in qualche modo, riparo. Si
te dal seno materno cosí come mettere in bocca gli oggetti tro-
tratta di condotte riparatorie che assumono però un carattere
vati costituiscono per il bimbo due attività intrinsecamente le-
apparentemente inspiegabile perché, per curarsi, l’animale
gate, recto e verso della sua relazione affettiva e cognitiva con il
umano si ammala ulteriormente. Come mai?
mondo. Tenere tra le dita una sigaretta o stringere tra le labbra
Come abbiamo visto in precedenza (cap. II, paragrafo 4;
la pipa non costituisce quindi un generico «ritorno all’infanzia»
cap. IV, paragrafo 5.1), la peculiarità della condizione genetica
quanto l’espressione della sua effettiva permanenza:
umana fa sí che per l’Homo sapiens l’intimità non sia semplice-
mente un aspetto secondario di una strategia riproduttiva e L’avere qualcosa tra le labbra è un’esperienza calmante per l’animale uma-
d’allevamento quanto una condizione essenziale per la sua so- no, poiché richiama il rassicurante contatto con il protettore primario, va-
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le a dire la madre. È una potente forma d’intimità simbolica e quando ve- cato antropologico: lenisce l’incertezza intrinseca all’esistenza
diamo un vecchio succhiare beatamente il cannello della sua pipa diventa del bipede implume. Prima della loro distruzione da parte dei
chiarissimo che ci accompagna per tutta la vita (Morris, 1971, p. 215).
coloni americani, alcune tribú pellerossa utilizzavano una pi-
pa, «la grande pipa magica» (ivi, p. 13), per accertare se un
A tal proposito Morris propone un’idea sulla quale biso-
membro del gruppo dicesse o meno la verità. Il capo porgeva
gna fare attenzione. In piú di una circostanza l’etologo inglese
la pipa al presunto colpevole e, se questo osava fumarla, signi-
insiste sul fatto che il fumatore occidentale compensa una man-
ficava che le sue parole erano degne di fede. Allo stesso mo-
canza d’intimità dovuta alla particolare organizzazione della
do, il celebre calumet della pace costituisce il sigillo che riesce
nostra cultura: quello occidentale è un mondo tattofobico per-
a dare stabilità a un mondo nel quale né fatti né parole sono
ché sempre piú «massificato e impersonale» (ivi, p. 8) e che,
fonte di sufficiente certezza: non basta stipulare verbalmente
pertanto, gestisce con una certa riluttanza le dinamiche del
la pace perché è necessario segnarne la presenza condividen-
contatto. L’etologo inglese mostra la convinzione che una mag-
done il calore e la forma, il sapore e la tessitura. Il fumo incar-
giore intimità potrebbe eliminare la necessità di surrogati: na il nostro sentimento d’abbandono, ricorda e, nel contem-
Insomma, dobbiamo smetterla di attaccare i sintomi e studiare piú da vi-
po, medica la precarietà di un’intimità necessaria ma non per
cino il problema. Se soltanto potessimo essere meno inibiti con i nostri questo scontata.
«intimi», avremmo sempre meno bisogno di sostituti. In attesa di questo Se in alcune società pellerossa il fumo è ciò che viene dopo
progresso, qualunque contatto – o quasi – è meglio di nulla (ivi, p. 234). la parola perché ne rappresenta il sigillo, nel nostro mondo il
fumo viene dopo di essa perché è all’origine di una cultura del-
Piú volte abbiamo sottolineato il privilegio che la cultura e la sigaretta, della pipa o del sigaro che si esprime in una produ-
la filosofia occidentale danno alla vista e al suo presunto pri- zione materiale e in un apprezzamento percettivo raffinati. Ec-
mato. In tal senso, Morris ha ragione quando sottolinea che co che la condizione del funambolo e quella del fumatore rive-
nel mondo occidentale l’esperienza tattile è sottovalutata: smi- lano una prossimità maggiore di quanto, in un primo tempo, si
nuita nella teoria, trascurata nella pratica. Ciò però non vuol sarebbe potuto credere: come il primo trasforma l’instabilità
dire che un giorno sarà possibile fare a meno dei surrogati della posizione eretta nella gioia di trovare nuove virtú aeree,
d’intimità tattile, al massimo è possibile cambiarne la tipolo- cosí il secondo trae sollievo accarezzando la sua pipa17. Si tratta
gia. Il surrogato non è semplicemente il ripiego di una società di un conforto duplice che nasce per rimediare all’incertezza
disturbata. Esso costituisce, piuttosto, un tratto tipico del della condizione umana ma che diviene a sua volta piacere au-
mondo umano. Il fumo non costituisce semplicemente il vizio tonomo, godere intrinseco alla condizione della scoperta, gusto
di postura di una cultura visiva o di un individuo stressato dal- per il tabacco: il fumo non rappresenta solo un mezzo perché si
la velocità della vita moderna. È un sintomo, come dice Mor- trasforma lui stesso in un fine. Da questo punto di vista, l’espe-
ris, ma di un disagio piú profondo perché costitutivo della no- rienza del fumo rappresenta in modo paradigmatico i due volti
stra condizione: un disagio dal quale, come abbiamo visto (pa- della neotenia umana dei quali abbiamo parlato nel paragrafo
ragrafo 4), nasce il linguaggio ma che neanche il linguaggio 5.3: per un verso è cura poiché dà protezione a un corpo limi-
riesce a lenire. Si tratta, innanzitutto, di un rito: è per questo nare; per un altro è ricerca poiché permette la conoscenza di
che lo stesso Darwin nella sua autobiografia afferma: «fumo, nuove forme d’esperienza.
dunque sono» (cit. in Kiernan, 1991). In tal senso il fumo, an- Per questa ragione Révész (1938a, p. 186) quando, per so-
che nelle società piú tecnologiche, conserva un preciso signifi- stenere la validità del principio della trasponibilità (secondo il
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quale il tatto tenderebbe spontaneamente a tradursi in termini non rappresenta che l’altra faccia del virtuosismo del funam-
visivi: cap. III, paragrafo 2), fa l’esempio della pipa manca cla- bolo: proprio perché l’animale umano nasce come un essere
morosamente il punto. Toccare il suo cannello non richiede, malato, spesso è piú importante riuscire a dominare l’insicu-
come vorrebbe lo psicologo ungherese, l’associazione con una rezza generata dalla nostra costitutiva labilità che le insidie
corrispondente immagine visiva poiché è proprio un «oggetto prospettate dalla precisione della statistica. A volte è necessa-
totale» (Turchetto, 1998, p. 53) come la pipa a dimostrare lo rio accendersi una sigaretta per evitare che le nostre certezze
stretto intreccio tra l’esperienza del fumo e il senso del tatto18. vadano in fumo.
Ogni caratteristica della pipa ha un correlato funzionale, che
modifica la qualità del fumo e uno tattile che incide sull’espe-
rienza manuale e/o buccale di chi la usa: con la curvatura e la Letture consigliate
lunghezza, ad esempio, varia la freschezza del fumo e lo sfor-
zo impartito ai denti per tenerla in bocca (ivi, p. 33); la forma – Per una rassegna critica, completa e recente, delle forme di cultura ani-
male e un confronto dettagliato con le culture umane è molto utile Lestel
della testa modifica il ritmo d’aspirazione (ivi, p. 53); la tessi- (2001) che offre un’ottima bibliografia ragionata. Sull’utilizzo di utensili
tura del legno contribuisce a determinare la resistenza dell’og- da parte degli scimpanzé, la monografia dello psicologo gestaltista W.
getto e, dunque, la durata della fumata (ivi, p. 10). Köhler (1961) rimane ancora oggi un testo essenziale e molto chiaro. Su
un tema affine, quello del pensiero animale, l’antologia curata da Simone
Il paradosso della condizione del fumatore è spiegabile, di Gozzano (2001) contiene una scelta di testi pubblicati su questo argo-
conseguenza, solo se si parte dalla comprensione del carattere mento molto equilibrata poiché rappresentativa sia delle interpretazioni
omeopatico dell’azione riparatoria umana. Come di fronte a continuiste che di quelle discontinuiste. Con un taglio piú psicologico,
Vallortigara (2000) fornisce una panoramica piuttosto aggiornata sulla
una difficoltà, il bambino osservato da Vygotskij comincia il cognizione animale, ricca di dati sperimentali e spunti di riflessione sui
suo monologo per superare l’ostacolo (cfr. paragrafo 5.3), co- fondamenti biologici e cerebrali delle capacità percettive, mnenomiche,
sí l’adulto trova sollievo nel parlare delle sue quotidiane di- associative e dissociative delle diverse forme di vita.
– Sui ragazzi selvaggi quella di Ludovico (1979) rimane la rassegna piú ag-
sgrazie. Il parlarne, molto spesso, non modifica i fatti: la mia giornata. Malson (1964) offre invece una bibliografia ragionata, una ta-
macchina nel parcheggio continua a bruciare, il mio cane non vola riassuntiva dei casi conosciuti piú completa e, in appendice, propo-
cessa di essere morto, mio fratello persiste nel non farsi vivo. ne il testo integrale che descrive uno dei casi piú celebri: Victor dell’A-
veyron.
La riparazione di conseguenza non assume necessariamente – Sul rapporto tra forma, dimensioni e sviluppo organico interessante, an-
una direzione diretta, non tutte le condotte riparatorie sono che se piuttosto tecnico, è Raff (1996). Per un saggio breve e di piú faci-
paragonabili all’azione del cacciavite o del martello che met- le lettura si veda Gould (1977b, saggio n. 21). Il libro di Raff è molto uti-
tono a posto ciò che non va. Il problema è che la costruzione le perché discute la legge di Dollo da un punto di vista strettamente ge-
netico (si veda anche Marshall, Raff, Raff, 1994): alcuni geni possono ri-
di un mondo (edificare abitazioni, indossare abiti, guidare vei- manere silenti per alcuni milioni di anni e poi, improvvisamente, espri-
coli) non è mai permanente: mentre per perdere la stabilità mersi di nuovo riportando l’organismo cui appartengono a una condizio-
garantita da una nicchia ecologica è necessaria una mutazione ne evolutiva precedente. Gli errori di codifica medi nel passaggio da ge-
nerazione a generazione, infatti, arrivano a distruggere i geni non espres-
genetica (l’uccello perde le ali) o ambientale (un meteorite si solo a partire dai sei milioni di anni. Come sottolinea Gould (1993, p.
colpisce la terra), per l’acutizzarsi della precarietà tipica del 102), che definisce Louis Dollo «uno dei suoi eroi», il punto è però un
mondo umano basta molto meno: è per questo che, piú spes- altro: anche quando il gene latente si esprime, il paesaggio corporeo nel
quale si inserisce non è piú lo stesso di prima. L’inversione, dunque, non
so di quanto vorremmo, è piú confortante una sensazione tat- può essere totale poiché non può cancellare la storia evolutiva dell’orga-
tile di secondo grado che il timore di un malanno futuro in- nismo (per la posizione di Gould sulla legge di Dollo si veda il saggio 3
dotto dal consumo di tabacco. La dipendenza del tabagista in Gould, 1980 e il saggio 5 in Gould, 1993).

250 251
– Sul concetto di coevoluzione fondamentale è Deacon (1997). Nel suo li- Note
bro, lo scienziato americano fornisce una prospettiva affascinante e det-
tagliata sul rapporto di covariazione tra corpo e linguaggio. Quella uma-
na è una specie simbolica perché, afferma Deacon, «predisadattata».
L’autore illustra alcuni processi dell’evoluzione corporea e cerebrale, lo
spiazzamento ad esempio, che illustrano con precisione le basi biologi-
che della plasticità umana. Il libro, che dedica un capitolo (il quinto) al
rapporto tra dimensioni del corpo e del cervello, si caratterizza per alcu-
ne concessioni alla logica della despecializzazione evolutiva (ad esempio
sulla dentizione dei primati: pp. 380 sgg.).
– Ulteriori approfondimenti circa l’importanza della stimolazione tattile
per la crescita e la sopravvivenza di mammiferi, primati e animali umani
sono proposti da due testi collettanei in lingua inglese: Barnard, Brazel-
ton (1990) e Field (1995). Entrambi propongono una discussione degli
interventi in fondo a ciascun saggio e, nel caso di Barnard e Brazelton,
anche una tavola rotonda finale. Al rapporto tra cure tattili e origine del
linguaggio fa riferimento il libro di R. Dunbar (1996) nel quale si sostie-
ne che il linguaggio verbale nasce come sostituto della pulizia sociale del- I. Animale razionale o bipede implume?
la pelle tra le scimmie (grooming). I primi capitoli sono ricchi di dati cir- 1
«SD» sta per stimolo discriminativo, «R» per risposta e «Rinf.» per
ca il rapporto, nei primati, tra le dimensioni dei gruppi sociali e la gran- rinforzo.
dezza del cervello degli organismi che lo compongono. La seconda metà 2
Sono di questo avviso ad esempio Gardner (1985), Mecacci (1992), Fer-
del libro, invece, va presa con maggiore cautela poiché piena di afferma- retti (2001), Marconi (2001), Marraffa (2002). Tabossi (1994) e Legrenzi
zioni criticabili circa la natura del linguaggio verbale (che servirebbe, ad (2002) invece saltano la prima fase e individuano il suo inizio nella fon-
esempio, a trasmettere pensieri già pronti nella testa) e dei comporta- dazione della rivista «Cognitive Science» per il primo, in una conferenza
menti culturali umani spiegati, secondo una ottica ultradarwinista, come tenuta a La Jolla per il secondo. Luccio (1980) fa risalire la nascita del
strategie di propagazione dei propri geni. cognitivismo al 1967, data di uscita del testo di Neisser Cognitive Psy-
– Per una descrizione della logica partecipativa da un punto di vista antro- chology. Per orientarsi in un panorama tanto sfumato bisogna ricordare
pologico l’opera di Lévy-Bruhl (ad es. 1910, 1922) è ancora oggi una del- però che è decisivo stabilire cosa si intende con le espressioni «cognitivi-
le piú interessanti. Per una trattazione del tema in termini psicologici e smo» e «scienza cognitiva»: alcuni li utilizzano come sinonimi (usando
psicanalitici, la logica simmetrica di Matte Blanco (1975; 1988) è defini- in certi casi solo uno dei due), altri come termini antagonisti. Noi utiliz-
bile a tutti gli effetti come un sistema partecipativo. Mentre rimane quel- zeremo il primo termine per indicare la versione originaria e piú dura di
la di Hjelmslev (1935; 1937) l’opera piú completa sul rapporto tra lingui- questo movimento (nelle sue versioni piú recenti o ancora attuali parle-
stica e partecipazione. remo di «cognitivismo ortodosso»: si pensi a Chomsky e Fodor); il se-
– Sull’esperienza percettiva di secondo grado rimandiamo a Mazzeo, Virno condo per parlare di un progetto di ricerca che nasce come riforma del
(2002) e a Fortuna (2002). In entrambi i casi l’analisi di questo concetto primo con esiti contrastanti (a volte piú aperti a corpo e ambienti, altri
parte dall’opera di Ludwig Wittgenstein: il primo saggio si concentra so- con forme di chiusura non minori ma diverse). Parleremo di «cognitivi-
prattutto sulla nozione, contenuta nella seconda parte delle Ricerche Fi- smo eterodosso» per indicare quelle frange (sulla scia di Neisser e Gib-
losofiche, di «evidenza imponderabile»; il secondo sulla distinzione tra son) che non si sono conformate alla ripresa dell’ortodossia. Infine poi-
«vedere che» e «vedere come». ché non c’è accordo se utilizzare l’espressione al singolare «scienza co-
gnitiva» o al plurale «scienze cognitive», le useremo entrambe senza fare
distinzioni particolari.
3
Naturalmente si tratta di un processo in corso di trasformazione, difficile
dunque da riassumere con efficacia senza compiere semplificazioni e ri-
durre la complessità del panorama teorico. Lo status delle scienze cogni-
tive in Francia ad esempio è particolarmente interessante perché sinto-
matico delle tensioni che animano questo paradigma. In un recente con-
vegno dedicato al bilancio dell’attività di ricerca cognitiva degli ultimi
anni e al suo futuro (Colloque Cognitique 1999-2002, 6-7 décembre 2002,
252 253
Paris) è stata espressa, con forza e da piú parti, la necessità di aprire le prestazione. A questa obiezione, infatti, non sembra sfuggire del tutto
scienze cognitive alle scienze sociali e storiche. Questa apertura assume, neanche la Nuova Robotica illustrata da Clark (1997, p. 21) che cita il tat-
almeno per ora, contorni poco chiari: per un verso sembra emergere l’e- to una sola volta.
9
sigenza di un profondo rinnovamento teorico all’interno delle scienze Fondiamo questa affermazione sulla base di una ricerca compiuta sugli
cognitive che faccia di storia e società caratteri costitutivi e interni della ultimi quindici anni (1985-2000) del Social Science Citation Index (SSCI) e
conoscenza umana e che sottolinei soprattutto il carattere interdiscipli- dello Science Citation Index (SCI). A differenza di altri testi sulla perce-
nare del paradigma (di questo avviso sembra essere anche Marraffa, zione (abbiamo scelto come campione nove libri sulla percezione e sul
2001); per un altro questa idea corre il rischio di materializzarsi in una tatto tra cui Kennedy, 1993; Lewkowicz, 1994; Barnard, Brazelton, 1990)
semplice estensione del modello cognitivo, nell’applicazione in altri do- citati al massimo una decina di volte, il testo di Coren, Ward e Enns vie-
mini dell’attività conoscitiva umana degli stessi strumenti teorici utilizza- ne menzionato ben 68 volte.
10
ti finora (teoria rappresentazionale della mente, modularità, ecc.). La Chomsky (1963) costituisce un buon esempio di questa tendenza: in que-
stessa ambizione di fare delle scienze cognitive il punto di raccordo tra sto testo, intitolato Perception and Language, con «percezione» si intende
scienze della natura e scienze dello spirito assume un valore ambivalente in realtà «udito» e con «udito» si intende «elaborazione del linguaggio
poiché tende a fare delle scienze cognitive sia un semplice campo disci- parlato». Piú che di Percezione e linguaggio si tratta di percezione del lin-
plinare (lo studio interdisciplinare della conoscenza umana) che un para- guaggio. Come vedremo nel capitolo IV, quaranta anni dopo Chomsky è
digma teorico che definisca cosa sia la conoscenza umana sulla scorta di ancora di questo avviso (Hauser, Chomsky, Fitch, 2002).
11
una tradizione cognitivista piú o meno riformata. Per un’analisi approfondita di questo punto siamo costretti a rimandare
4
Per una critica serrata ed efficace, all’interno del paradigma cognitivista, a Mazzeo (in preparazione). Per ora, ci limitiamo a dire che ipotesi come
alla Nuova Sintesi rimandiamo a quest’opera. Le perplessità espresse da quelle dell’esistenza di proprietà visivo-spaziali delle rappresentazioni
Fodor sull’ipotesi della modularità massiva, come lui la chiama, non co- mentali (cfr. Ferretti, 1998, pp. 131 sgg.) aiutano a procedere in questa
stituiscono, si badi, un ripensamento da parte del filosofo americano. direzione. Non capiamo però perché, visto che si tratta di caratteristiche
L’importanza dei sistemi centrali di elaborazione era già sottolineata nel- comuni a piú sensi, sia necessario chiamarle visivo-spaziali e non sempli-
la Mente modulare. Il punto è che per Fodor non è possibile uno studio cemente spaziali.
scientifico della mente nei suoi aspetti non modulari: un’estensione della
modularità non risolve il problema (il paradosso dell’hangar). Ma nean- II. L’animale sprovveduto
che confinare lo studio di mente e natura umana, aggiungiamo noi, lo ri-
1
solve. Anche Damasio in realtà non distingue con precisione sistema nervoso e
5 cervello utilizzando spesso questi termini come sinonimi. Si tratta invece
I tentativi di naturalizzazione della mente proposti da Fodor incappano
nello stesso problema fondamentale (per una rapida ma efficace ricostru- di una distinzione utile che ci aiuta a non cadere nell’illusione filosofica
zione di questo percorso si veda Ferretti, 2001). del «pensiero nella testa».
6 2
In tal senso, ad esempio, il testo di Paternoster (2001) è molto interes- Cfr. ad es. Gehlen, 1961; Pansera, 2001.
3
sante. Per un verso è alla ricerca del delicato equilibrio tra fedeltà al pro- Come vedremo nel capitolo IV (paragrafi 6-6.2), questa affermazione
getto cognitivo e, al contempo, apertura a una concezione pragmatica non è esatta. I carceri non sono diversi dagli hangar di cui abbiamo par-
della percezione. Per un altro, anche in questo caso il percepire è ancora lato nel primo capitolo: anche il loro indefinito ampliamento determina
una volta schiacciato sul vedere. A causa della «sua indubbia preminenza cambiamenti interni imprevisti. In questo caso l’imprevisto è costituito
epistemica» (ivi, p. 9), la visione avrebbe infatti «un posto in qualche da esperienze non linguistiche che nascono dal linguaggio. Come dire:
modo privilegiato» (ivi, p. 111). ogni gabbia crea i suoi evasori.
7 4
Anche altri due testi introduttivi, molto recenti, non mettono in discus- Piú di recente, Lo Piparo (2003) ha ulteriormente approfondito la posi-
sione questa identificazione: mentre in Marraffa (2002) essa è implicita zione secondo la quale «l’uomo è linguaggio» (ivi, p. 4) nella sua lettura
poiché si fa riferimento solo alla percezione visiva, in Legrenzi (2002, p. del pensiero di Aristotele.
5
104) si afferma addirittura che «nei primati e nell’uomo piú del 50 per Per una introduzione alla filosofia di Herder si veda Tani (2000a). Per
cento della corteccia cerebrale è dedicato all’analisi dei processi visivi». una discussione sull’attualità del suo pensiero rimandiamo agli interventi
8
La progettazione di bracci meccanici, settore importante dell’ingegneria di Tani (2000b), Stancati (2000a), Virno (2000) e Fortuna (2000), tutti
robotica, sembra in tal senso fare eccezione. Si noti però che l’attenzione nello stesso numero del Bollettino Filosofico del Dipartimento di Filoso-
è di solito concentrata solo sull’elemento operativo del tatto e non su fia dell’Università della Calabria.
6
quello sensoriale: è importante solo l’efficacia della prestazione indu- Per il contributo di Schopenhauer alla distinzione tra mondo e ambiente
striale (precisione, velocità, economia). Gli aspetti piú propriamente sen- rimandiamo a Mazzeo, in stampa.
7
soriali sono esaminati solo quando è indispensabile per ottimizzare la In alcune conferenze tenute negli anni sessanta Portmann cita Scheler,
254 255
Bolk, Gehlen (Portmann, 1962, pp. 296-299) e Uexküll (ivi, pp. 287-288; 3
Con «origine del linguaggio» non intendiamo naturalmente la ricostru-
Portmann, 1963, pp. 419-421). È probabile che conoscesse le loro opere zione delle condizioni fattuali che hanno portato il primo Homo sapiens
sin dagli anni quaranta quando condusse le sue ricerche sullo sviluppo a parlare (l’idea stessa è priva di senso: cfr. cap. IV, paragrafo 4). Con
ontogenetico dei mammiferi. questa espressione, rifacendoci a Saussure (1922), ci riferiamo al tentati-
8
Autocontrollo in senso lato quindi: come dispositivi di equilibrio per la vo di individuare i tratti costitutivi di quella che il linguista ginevrino
dinamica di un corpo bipede (cfr. cap. IV, paragrafo 3 sgg.; paragrafo chiama «facoltà di linguaggio» (si veda a tal proposito Virno, 1999, pp.
6.1); come forme di esonero per un animale iperesposto all’esperienza 67 sgg. e Gambarara 2003).
(cfr. paragrafo 3.2). 4
Hatwell (1986, pp. 45 sgg.) e Masini, Antonietti (1992, pp. 117-118) sot-
9
Plessner è considerato insieme a Scheler e Gehlen uno dei padri dell’an- tolineano la distanza teorica che separerebbe i due. Come abbiamo det-
tropologia filosofica. Per la presentazione del suo pensiero rimandiamo a to, esistono delle differenze di impianto teorico che però non vanno esa-
Crispini (2000) e Pansera (2001). gerate: non dobbiamo dimenticare, ad esempio, che Gibson cita Révész
10
Non a caso, Linneo (1758), quando nella decima edizione del Sistema a conferma delle sue ipotesi e non come obiettivo polemico (cfr. Gibson,
naturae conia il termine «primate», comprende in questa classe anche il 1962, p. 477; Gibson, 1966, pp. 116, 123).
pipistrello (Schwartz, 1987, p. 141). 5
Come sottolinea la psicologa Yvette Hatwell (1986, p. 34) si tratta di due
11
Cfr. ad es, Lorenz, 1973, pp. 222, 275, 304 sgg., 310, 314 sgg., 408. funzioni in realtà tra loro solidali: al livello neuronale, ad esempio, que-
12
La questione, come sappiamo, è molto complessa e controversa (per una sta vicinanza è dimostrata dalla contiguità spaziale tra le aree primarie
discussione aggiornata cfr. Tattersal, 1998; Biondi, Rickards, 2001). Sa- sensoriali e motorie.
rebbe interessante rileggere il materiale paleoantropologico a nostra di- 6
Al contrario, le grandi scimmie africane (e altre specie, come i panda ad
sposizione e vedere se, a ottanta anni di distanza, la teoria della fetalizza- esempio: Gould, 1980) hanno mani specializzate: le dita sono flesse; cu-
zione di Bolk è ancora plausibile anche da questo punto di vista. Gould scinetti callosi proteggono le falangi che durante la locomozione devono
(1977a), che ne parla ampiamente, sembra ritenere di sí. In un libro re- sopportare il peso di tutto il corpo; legamenti e tendini sono rinforzati
cente Gribbin e Cherfas (2001) compiono un primo tentativo in questa
per evitare l’indolenzimento che comporterebbe scaricare decine di chili
direzione con risultati molto suggestivi.
13 sulle nocche (Schwartz, 1986, p. 110).
Cfr. paragrafo 3.3. Bisogna precisare che la selezione K non ha come esi- 7
Biondi e Rickards (2001, pp. 44-46, 146) interpretano il dato proprio in
to automatico la fuga dalla specializzazione, cosí come la selezione R
questa maniera. Durante una lunga conversazione anche Felice Cimatti,
quella opposta: si tratta piuttosto di segnalare l’usuale amalgama tra fat-
tori che rimangono tra loro distinti. Per una discussione del problema si per altro molto distante dalle posizioni dei due studiosi italiani, ha sotto-
veda Gould (1977a). lineato con enfasi che questa sarebbe una delle prove conclusive contro
14
Forse per questa ragione sarebbe piú corretto parlare di «ultrapedo- la tesi sostenuta in questo libro.
8
morfosi» piuttosto che di «ultraneotenia». Bisogna considerare però che A tal proposito Daniele Gambarara (2000a) afferma che il «prendere in
dopo questa iniziale accelerazione tutti gli altri tratti sono propriamente braccio» costituisce una delle manifestazioni piú significative di quel ri-
neotenici (le modalità di selezione, la maturazione sessuale): si tratta in conoscimento reciproco, simbolico e sociale, che costituisce una condi-
tal senso di uno sviluppo che «tende al nuovo» in senso proprio: sia per- zione di possibilità per il linguaggio verbale.
9
ché resiste al vecchio, sia perché si affretta a dar vita a un corpo autono- Questo paragrafo costituisce la rielaborazione di una relazione presentata
mo. Un processo, quest’ultimo, che ci avvicina ai marsupiali poiché con all’VIII congresso della Società di filosofia del linguaggio (Cosenza 20-22
essi condividiamo un periodo di esterogestazione, cioè di gravidanza settembre 2001) intitolata «Vedere con la pelle» (in Gambarara, 2002).
10
esterna: cfr. Montagu, 1971; Anderson, 1995. Molti testi che si occupano di percezione tattile contengono almeno un
commento sul TVSS. Solo per fare qualche esempio: Montagu, 1971, pp.
141 sgg.; Hatwell, 1978, pp. 506 sgg.; Hatwell, 1986, pp. 41 sgg.; Masini,
III. Nelle nostre mani Antonietti, 1992, p. 116; Kennedy, 1993, p. 293; Coren, Ward, Enns,
1
Per una critica piú dettagliata delle affermazioni di Sacks (1995) riman- 1999, pp. 237-238; Roberts, Wing, 2001, p. 52. Anche il volume colletta-
diamo a Mazzeo, 2001b. neo curato da Hatwell, Streri e Gentaz (2000) contiene un saggio dedica-
2
Come ricorderà anche Gibson (cfr. paragrafo 3), l’altro grande studioso to al TVSS (Lenay et al., 2000) seppur molto critico.
11
della percezione tattile nella prima metà del novecento è David Katz La durata della fase di addestramento varia notevolmente da esperimen-
(1884-1953). Lo psicologo tedesco di formazione gestaltica è, infatti, l’au- to a esperimento poiché parte da un minimo di venti ore e arriva a un
tore di Der Aufbau der Tastwelt (1925) tradotto nel 1989 in lingua ingle- massimo di centocinquanta (Bach-y-Rita et al., 1969, p. 963; White et al.,
se (The World of Touch) e molto citato in letteratura. Purtroppo, motivi 1970, p. 23).
12
di spazio ci proibiscono di approfondire in questa sede l’importanza teo- Non solo in Italia: cfr. Lenay et al., 2000, p. 287. Si potrebbe forse obiet-
rica e sperimentale del suo lavoro. tare che la mancata diffusione del TVSS dipende semplicemente dal fatto
256 257
che stiamo parlando di un prototipo sperimentale e, come tale, non di- 3
Con una sola eccezione: la fanciulla di Cranenburg che le cronache so-
sponibile sul mercato. Questo strumento è invece presente in commercio stengono sia stata lasciata sola all’età di 16 mesi.
(seppur a caro prezzo, circa 45000 dollari): nonostante ciò, la sua diffu- 4
Questo paragrafo, insieme al § 6.1, costituisce la versione modificata e
sione è nulla (ivi, p. 300). parziale di un articolo apparso sul numero 17 (2001) della rivista Bollet-
13
Cfr. ad es. Bach-y-Rita, 1972, p. 93; 1997, p. 91. Sembrano essere di que- tino filosofico. In questa sede, parleremo solo del modo in cui le dimen-
sto avviso Hatwell (1986, p. 42), Masini e Antonietti (1992, p. 116) e Fer- sioni corporee costituiscono una condizione di possibilità spaziale per il
retti (1998, p. 134). linguaggio. In realtà la taglia ha anche importanti risvolti temporali poi-
14
Le forme di sintonizzazione embrionale tra feto e madre di cui parla ad ché, ad esempio, è legata intrinsecamente alla lunghezza dei tempi di ma-
esempio Pennisi (1994) forse non sono forme propriamente uditive ma turazione del corpo (dunque alla sua neotenia). Per la trattazione di que-
tattili-vibratorie: non si tratta infatti del porsi in ascolto di due entità di- sto aspetto rimandiamo all’articolo.
stinte, ma di un corpo che vive in risonanza con l’altro. 5
Come di consuetudine, Fodor propone un’analisi ordinata ed elegante
15
A tal proposito, sia Antonio Pennisi che Tommaso Russo hanno espresso del problema. Come è possibile evitare infatti una deriva dell’attribuzio-
la loro perplessità circa la costruzione di una gerarchia sensoriale o l’av- ne delle rappresentazioni che assegni stati mentali anche a meccanismi
vio di una nuova «guerra» tra sistemi percettivi. Vogliamo ribadire, però, semplici come i termostati o organismi elementari come i parameci? Sen-
che il primato del quale abbiamo parlato qui è di tipo genetico e ontico: za mezzi termini Fodor si fa carico dell’obiezione mossa da Dennett alla
né cognitivo né ontologico (cfr. cap I, paragrafo 4.3). nozione cardine della scienza cognitiva. Secondo Dennett, infatti, non è
16
Una prova sperimentale (Miletic, 1994) conferma questa ipotesi. Nella chiaro quale criterio sia possibile trovare per segnare il confine tra siste-
risoluzione di compiti di rotazione mentale, ciechi con l’ausilio di un Op- mi intenzionali, organismi o artefatti (i computer, in primis) il cui com-
tacon modificato danno prestazione migliori di soggetti non vedenti che portamento può essere spiegato solo facendo ricorso alla nozione di rap-
ne sono sprovvisti. Quando, però, a quegli stessi soggetti viene sottratto presentazione mentale e i sistemi non intenzionali per i quali invece sa-
l’apparecchio vibro-tattile le loro performances peggiorano. È come se rebbe sufficiente un modello piú semplice, di tipo stimolo-risposta. Pro-
questi sistemi piú che protesi percettive costituissero un semplice ausilio prio per questa ragione, Fodor afferma che la proprietà comportamenta-
grafico. Se posso vedere o toccare una figura, questo mi aiuta nei compi- le che presuppone l’esistenza di rappresentazioni mentali è ciò che taglia
ti di rotazione mentale ma quando l’immagine scompare la difficoltà au- in due il «continuum filogenetico» (ivi, p. 12). Il tentativo di Fodor è in-
menta di nuovo. teressante perché, come abbiamo accennato, il filosofo americano fa l’e-
17
Questa espressione è usata esplicitamente dagli stessi autori dell’esperi- sempio del paramecio: una forma di vita presa in esame sia da Uexküll
mento: cfr. Scadden, 1969, p. 678; Bach-y-Rita et al., 1969, p. 964. che da Heidegger. L’analisi di Fodor si concentra su una distinzione chia-
18
Ringraziamo Loretta Secchi dell’Istituto per ciechi Cavazza di Bologna ve, quella tra proprietà nomiche e proprietà non nomiche. Le prime so-
per averci dato la possibilità di consultare, seppur ancora in stampa, i te- no esibite da sistemi fisici il cui comportamento può essere spiegato in
sti di John Kennedy e Mario Mazzeo. base a leggi psicofisiche; le seconde sono invece quelle proprietà posse-
dute da sistemi il cui comportamento non può essere spiegato solo attra-
IV. Esperienza tattile e facoltà di linguaggio verso leggi psicofisiche. Di conseguenza, le proprietà nomiche riguarda-
no non solo i cambiamenti di stato del termostato, risposte automatiche
1
Parliamo di utilizzo culturale di strumenti per distinguere la pesca alle ai cambiamenti di temperatura del suo ambiente (l’acqua dello scaldaba-
termiti da casi nei quali l’impiego di utensili assume un significato diver- gno ad esempio), ma anche le reazioni del paramecio di allontanamento
so come, ad esempio, i rami utilizzati da molte specie di uccelli per co- e attrazione poiché regolate in modo meccanico dalla presenza di luce o
struire il nido. Questi comportamenti, infatti, sono comuni a tutta la spe- cibo. Da un punto di vista evolutivo, Fodor sostiene che la deriva men-
cie poiché necessari alla sopravvivenza: costituiscono però il frutto di talista paventata da Dennett può essere scongiurata individuando una
un’applicazione rigida e istintuale di schemi innati e, dunque, non sono proprietà P che non risponda a una relazione nomica con l’ambiente.
forme culturali. Questa proprietà P è identificata con la capacità di generare nessi se-
2
In questo senso il confronto tra due bambine allevate da lupi nel 1920 in mantici, di spezzare la catena causale fisica e, dunque, di generare rap-
India e un ragazzo cresciuto negli anni sessanta tra le gazzelle nel deserto presentazioni (ivi, p. 14). Detto in altre parole, secondo Fodor è la rap-
del Sahara è impressionante: le prime mangiano solo carne cruda e latte, presentazione mentale ciò che ci consente di non essere ingabbiati in
mandano lunghi ululati, di notte sono sveglie e di giorno non vedono be- una relazione rigida con l’ambiente, di evadere dalla prigione fisica in
ne (Ludovico, 1979, p. 38); il secondo è esclusivamente erbivoro e man- cui i parameci vivono e i termostati funzionano: «la risposta selettiva a
gia radici strappandole dalla terra, manda segnali con mani, piedi e naso proprietà non nomiche è, dal nostro punta vista, il grande problema evo-
(gli stessi utilizzati dal branco in cui vive), ha un ritmo del sonno breve e lutivo per risolvere il quale la rappresentazione mentale è stata inventa-
irregolare e ha una vista diurna molto acuta (ivi, pp. 52-53). ta» (ibidem). Purtroppo la risposta di Fodor a questo «grande problema
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evolutivo» non sembra essere soddisfacente. Per certi aspetti, non sem- 7
In un articolo molto recente Chomsky (Hauser, Chomsky, Fitch, 2002)
bra essere neanche una risposta. L’ortodossia cognitiva di Fodor, infatti, propone di distinguere due sensi nei quali intendere l’espressione «fa-
non solo ripropone i problemi suscitati dal riduzionismo linguistico (cfr. coltà del linguaggio». La prima lo è in senso largo (FLB: faculty of langua-
cap. II, § 3) ma li aggrava. In primo luogo se la riduzione della natura ge broad sense) e comprende una serie di sistemi senso-motori e concet-
umana al linguaggio verbale pone quest’ultimo come un deus ex machi- tuali-intenzionali propri dell’essere umano ma comuni ad altre specie ani-
na, la proposta di Fodor si ritrova nello stesso impasse. Come mai alcuni mali: costituisce una struttura altamente specifica paragonabile all’occhio
sistemi sono rappresentazionali e gli altri no? Come emerge la fatidica per i vertebrati. La seconda è invece una facoltà del linguaggio in senso
proprietà P dalle proprietà non P? Ma non solo. Mentre il riduzionismo ristretto (FLN: faculty of language narrow sense) e comprende quella capa-
linguistico ha il vantaggio di poter descrivere la nostra natura sociale e cità sintattico-ricorsiva propria solo del linguaggio verbale, evolutasi di
storica come intrinseca all’animale umano, il rappresentazionalismo ha recente e che non ha alcuno omologo nel regno animale. L’idea di fondo,
anche il problema di spiegare come la rappresentazione si faccia linguag- anche in questa versione recente piú aperta verso il pensiero evoluzioni-
gio e, soprattutto, lo spiacevole inconveniente di considerare il carattere stico, rimane la stessa poiché segna una distanza netta tra FLB e FLN. L’u-
sociale e culturale della conoscenza umana come qualcosa di aggiunto e nica connessione genetica e strutturale ipotizzata tra le due riguarda la
succedaneo, secondario o innestato. Fodor afferma che capire «quali storia evolutiva della ricorsività che, secondo Chomsky e collaboratori,
proprietà delle cose siano quelle che stabiliscono relazioni nomiche con sarebbe consistita nel passaggio da un modulo animale dedicato a un
ciò che le circonda è, in senso lato, una questione empirica» (ivi, p. 9). compito cognitivo specifico (come ad esempio l’orientamento spaziale) a
Da un punto di vista filosofico è invece decisivo comprendere quali sia- un sistema generale che può essere applicato a qualunque situazione: una
no le relazioni nomiche che il nostro corpo deve instaurare con i suoi variante dell’idea che il linguaggio sia una forma di despecializzazione
dintorni e quali no: in che senso, come dicevamo nel primo capitolo, sia- (cfr. § 2). Inoltre Chomsky e collaboratori affermano a piú riprese che le
mo animali e in che senso umani. Da un lato il nostro organismo è costi- loro sono ipotesi scientifiche e, come tali, in futuro falsificabili sulla base
tuito di cellule, sangue, tessuti, ossa e muscoli come le altre specie viven- di nuovi dati. Si tratta di un esempio concreto del carattere ambivalente
ti (perlomeno quelle vertebrate); dall’altro la nostra vita si nutre di lin- che negli ultimi anni sta segnando il rinnovamento delle scienze cogniti-
guaggio e cultura, parole e immagini ed è questo che la rende propria- ve. Si afferma di essere evoluzionisti ma si sostengono le stesse idee di
mente umana. Come mettere insieme questi due aspetti, tanto decisivi fondo; si sostiene di essere disposti a rivedere le proprie posizioni sulla
per la nostra natura? L’impostazione di Fodor lascia irrisolto il problema base di dati futuri, tralasciando di discutere proprio quei dati che già da
di capire come la mente umana emerga dal regno animale o, detto in al- oggi sono in grado di metterle in difficoltà. A dimostrazione di ciò, quan-
tri termini, di comprendere quale sia la relazione tra biologia e cultura, do prendono in considerazione i sistemi percettivi che costituirebbero la
tra il nostro corpo e la nostra mente. Il filosofo americano afferma espli- FLB, Hauser, Chomsky e Fitch parlano solo delle capacità uditive, delle
citamente che la teoria rappresentazionale nasce per risolvere un proble- vocalizzazioni e della discesa della laringe. Rimane l’idea, piuttosto naïve,
ma evolutivo. Paradossalmente quella che fornisce Fodor è però una ri- secondo la quale le capacità percettive fondamentali per la facoltà del lin-
sposta fissista perché considera irrilevante il problema di come le pro- guaggio siano solo quelle che servono alla percezione del linguaggio.
prietà non nomiche nascano da proprietà nomiche. Fodor, detto in altri 8
L’interazione tra esperienze tattili precoci e durata della vita è resa com-
termini, non ci dice come mai il paramecio non parli e non abbia rap- plessa da almeno due fattori. In primo luogo per diverse specie svolge
presentazioni (contro l’identificazione tra parlare e pensare si veda Gam- un ruolo decisivo il rispetto di periodi critici per lo sviluppo: sia i ratti
barara, 1996). (cfr. anche Levine, 1960, p. 86) che i topi, ad esempio, traggono giova-
6
Swift (1728, p. 47) invece immagina che i lillipuziani possano vedere poco mento dalla stimolazione solo se compiuta entro i primi dieci giorni di
in lontananza ma che, in compenso, possiedano una formidabile acuità vi- vita. Nel caso questa avvenga successivamente, tra i dieci e i venti gior-
siva. La variazione dimensionale colpisce, inoltre, anche un organo di sen- ni, non solo la durata di vita non si allunga ma addirittura diminuisce.
so strettamente connesso al linguaggio verbale, l’udito. Nei mammiferi in- In secondo luogo la stimolazione tattile precoce sembra avvantaggiare
fatti il timbro della voce è inversamente proporzionale al quadrato delle in termini di durata di vita soprattutto gli organismi con tempi di svi-
dimensioni lineari della superficie che vibra, cioè delle corde vocali. Come luppo piú lenti: le forme di vita che maturano velocemente risentono
sottolinea D’Arcy Thompson (1961, p. 44), le dimensioni delle corde e dell’accelerazione genetica prodotta dalla stimolazione tattile (Denen-
della membrana del timpano sono direttamente proporzionali a quelle del berg, Karas, 1959).
9
corpo. Risultato: un lillipuziano avrebbe un timbro di voce acutissimo (di Nella predilezione verso surrogati di stoffa a quelli di metallo, la perce-
circa 37000 cicli al secondo), un suono piú alto e flebile dello squittio di zione visiva del surrogato sembra svolgere un ruolo modesto poiché l’ef-
un topo, impercettibile per il nostro orecchio che percepisce suoni di al fetto rassicurante sui cuccioli è inferiore a quello tattile (Harlow, 1958,
massimo 10000 cicli al secondo. Se anche esseri cosí deboli di mente e di pp. 681-684; Harlow, Zimmermann, 1959, p. 429). L’importanza della vi-
vista potessero parlare, noi non potremmo sentirli. sta emerge soprattutto dopo che il cucciolo e la madre-sostituto sono sta-
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ti allontanati da alcuni giorni: solo in questo caso il piccolo scimpanzé tatto (intimità) e della posizione corporea (soggettività). Nel 1927 il lin-
guarda la bambola di pezza piú a lungo rispetto a quella metallica. guista danese intervenne all’undicesimo convegno internazionale di psi-
10 cologia a cui parteciparono come relatori Révész (con la relazione sulla
Almeno nei primi cinque giorni di vita, i diversi effetti del parto vaginale
rispetto a quello cesareo sono riscontrabili, ad esempio, anche nei maca- differenza tra mani umani e arti dei primati che abbiamo citato nel cap.
chi (Meier, 1964). III, § 5) e D. Katz (cfr. Piéron, Meyerson, 1928). Non è escluso che que-
11 sto abbia potuto incidere su alcune delle idee espresse da Hjelmslev.
In questa sede non abbiamo lo spazio per argomentare piú nello specifi-
16
co la diversità della somestesia umana da quella animale: neotenia e In piú di una circostanza, Vygotskij (1934, p. 23, 25, 80, 103, 172-176,
morfologia simmetrico-riflessivo ne costituiscono in ogni caso le coordi- 397-398; 1978, p. 63) dà prova di aver letto con attenzione almeno tre
nate fondamentali poiché ne testimoniano la maggior plasticità. A tal dei testi in cui Lèvy-Bruhl parla dei rapporti partecipativi: Psiche e so-
proposito Deacon (1997, pp. 229 sgg.) ricorda, ad esempio, che le voca- cietà primitive (1910), La mentalità primitiva (1922) e Il pensiero primiti-
lizzazioni umane sono rese possibili da una sorta di inversione gerarchica vo (1930). È particolarmente interessante il fatto che nel quinto capitolo
tra il sistema viscero-emozionale (piú rigido e automatico) e il sistema di Pensiero e Linguaggio lo psicologo russo (Vygotskij, 1934, pp. 175-
muscolo-scheletrico (piú elastico e volontario): mentre nelle altre specie 176) instaura esplicitamente un parallelismo tra partecipazione e pensie-
è il primo ad essere piú importante, nell’Homo sapiens la figura si fa sfon- ro nei primi stadi genetici anche se crede giusto intendere questa nozio-
do e finisce per assumere un ruolo secondario a vantaggio di un control- ne in modo piú blando: non come processo di identificazione quanto di
lo piú fine del proprio corpo. imparentamento.
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12
L’intimo legame tra percezione del corpo interno ed esterno è dimostra- Detto per inciso, anche il fumo è un’esperienza legata alla nostra taglia
to dai casi di autotopagnosia (agnosia dell’immagine corporea): chi è af- corporea, quindi, fisicamente impossibile per il mondo di Lilliput. Come
fetto da questo disturbo non solo stenta nel riconoscere parti e orienta- ricorda Went (1968, pp. 404-405), infatti, una fiamma non può essere
menti del proprio corpo ma anche in quelli altrui (Schilder, 1935, p. 72). piú piccola di qualche millimetro: deve essere grande abbastanza per
13
A proposito dell’autoavvertimento o episensorialità, come la chiama Lo portare l’aria a una temperatura sufficiente e innescare il processo di ac-
Piparo (2003, p. 20), si potrebbe obiettare che di ciò sono capaci anche censione.
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la vista e l’udito: la vista regola il vedere prendendo come coordinata Naturalmente esiste anche una dimensione gustativa dell’esperienza del
spaziale il naso; con l’udito siamo in grado di percepire (e dunque di cor- fumo: quella che ci fa preferire un tabacco a un altro, una particolare
reggere e impostare) la nostra voce. Bisogna però fare attenzione: in tutti marca di sigarette. La nostra ipotesi è che questo aspetto sia secondario
e due i casi si tratta di autoavvertimenti parziali (poiché riguardano solo rispetto al suo valore di intimità tattile.
parti limitate del nostro corpo) e, soprattutto, sinestetici. Quando l’oc-
chio vede il naso, percepisce una parte del corpo e non una parte di sé
(l’occhio non vede se stesso). Quando le orecchie sentono la nostra voce,
percepiscono un prodotto articolatorio frutto di un’azione somestetica
(l’abbassamento del diaframma, il movimento della bocca, ecc.). Da que-
sto punto di vista, il caso piú interessante è un altro, costituito dalla vi-
brazione, poiché rappresenta il momento di collasso tra uditivo e tattile:
per la trattazione di questo tema rimandiamo a Mazzeo, 2002b.
14
Esiste, naturalmente, almeno una terza caratteristica fondamentale del
linguaggio umano, la contestualità (cfr. Gambarara, 1998). Non trattia-
mo esplicitamente questo aspetto poiché è interno alla nozione di mon-
do: poiché non nasciamo con un contesto già stabilito (un ambiente),
abbiamo la necessità di creare il nostro. Le fluttuazioni di senso delle
parole delle lingue storico-naturali esprimono la varietà e la labilità dei
contesti per un animale che nasce privo di nicchia ecologica. Sul legame
intrinseco tra contestualità e performatività si veda Prampolini (1999,
pp. 124-129).
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In questa sede non possiamo dilungarci su questo punto sebbene impor-
tante. Ci limitiamo a rimandare alla Categoria dei casi, nella quale Hjelm-
slev applica questo principio all’analisi delle lingue storico-naturali. È da
notare che le tre dimensioni in cui si svolgono le opposizioni partecipati-
ve indicate da Hjelmslev sono tattili: quella dell’avvicinamento, del con-
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De Renzi E., 67
Caldji C., 222 Detti L., 15, 92
Cardona G.R., 69 Diamond J., 245, 246
Anderson G.C., 256 Carpenter P.A., 187 Dollo L., 199-201, 251
Antomarini B., 15 Cartesio (René Descartes), 24, 25, 28, Dunbar R., 252
Antonietti A., 178, 257, 258 53-55, 65, 84
Aristotele, 69, 141-143, 174, 240, 255 Cavalieri R., 237 Eibl-Eibesfeld I., 120, 121, 124
Cherfas J., 127, 191, 256 Eisenberg P., 187
278 279
Eldredge N., 49, 119, 122 Houdé O., 35 Marconi D., 21, 34-38, 50-53, 55, 59, Pennisi A., 237, 258
Eliot L. Hull J., 188 71, 75, 76, 118, 253 Peters C.R., 159
Enns J.T., 59, 142, 255, 257 Huxley A., 127 Marmor G.S., 187 Petit P., 243, 244
Marr D., 71 Piaget J., 69, 177, 237
Ferretti F., 15, 71, 175, 186, 188, 253- Jacob P., 15 Marraffa M., 71, 253, 254 Pick H.L. Jr., 137, 149
255, 258 Johnson-Laird P., 18, 20, 36, 59, 62, Marshall C.R., 251 Pinker S., 35-38, 42-47, 49-51, 53-56,
Field T.F., 252 64 Marx K., 161 59, 75, 83-86, 89, 110, 119, 210,
Fitch T.W., 233, 255, 260, 261 Jonas H., 145 Marzke M.W., 158 220, 224
Fletcher J.F., 138 Masini R., 178, 257, 258 Plessner H., 109, 256
Focillon H., 129, 229 Kaczmarek K.A., 164 Matte Blanco I., 237, 252 Portmann A., 77, 98, 99, 102-111,
Fodor J., 21, 38, 43, 44, 46, 203, 204, Kant I., 15, 38 Mazzeo Marco, 48, 124, 135, 155, 114, 123, 125-127, 237, 255, 256
220, 253, 254, 259, 260 Karas G.G., 221, 261 209, 211, 227, 237, 247, 252, 255, Prampolini M., 14, 262
Fortuna S., 14, 232, 252, 255 Katz D., 10, 152, 171, 256, 263 256, 262 Prodi G., 88
Fragaszy D.M., 188 Kennedy J., 164, 172-181, 186, 187, Mazzeo Mario, 15, 179, 258, Putnam H., 26
Fraisse P., 69 255, 257, 258 McDowell J., 38-43, 50-53, 59, 62,
Kiernan V.K., 248 73, 197 Raff E.C., 251
Galati D., 131, 188 Klatzky R.L., 164 McKinney M.L., 127 Raff R.A., 200, 251,
Gallese V., 71 Köhler W., 251 McMahon T.A., 78, 209 Révész G., 69, 132-148, 150, 152,
Gambarara D., 14, 231, 257, 260 Kollmann J., 120 McNamara K.J., 127 153, 156-158, 171-173, 178, 184,
Gardner H., 30-33, 35, 37, 71, 113, Kropoktin P., 17 Meaney M.J., 221 186, 188, 240, 249, 257, 263
253 Kubrik S., 57, 60 Mecacci L., 33, 253 Rickards O.,, 127, 160, 191, 199, 256,
Geldard F.A., 171 Metzler J., 186 257
Gentaz E., 131, 142, 188, 257 Lacreuse A., 188 Miletic G., 258 Rivers W.H.R., 144
Gibson E., 172 Lamarck J.B.D.A., 191 Millar S., 138 Roberts R., 257
Gibson J.J., 10, 32, 33, 36-38, 58, 62, Lederman S.J., 164, 180-187 Miller G.A., 25 Rosch E., 71
68, 69, 71, 73, 132, 139, 148-156, Legrenzi P., 71, 253, 254 Milligan M., 188 Ruegamer W.R., 221
160, 162, 169, 171-173, 178, 188, Leibniz G.W., 67 Molyneux W., 67, 68, 71, 84, 131 Russo T., 234, 236, 258, 263
238, 253, 256, 257 Lenay C., 171, 257 Montagu A., 144, 171, 188, 221-223,
Gimenez-Sastre B., 15 Lenneberg E.H., 54 256, 257 Sacks O., 68, 131, 145, 163, 178, 188,
Goethe W., 96 Lestel D., 127, 190, 192, 216, 218, Morgan M.J., 22, 164, 165, 168 256
Goodal J., 190, 191 251 Morris D., 9, 112, 120, 121, 123-126, Sapolsky R.M., 221
Gould S.J., 15, 73, 100, 119-124, 127, Levine S., 221, 222, 261 247, 248 Saussure F. de, 257
200-202, 206, 208, 209, 242, 251, Lévy-Bruhl L., 48, 49, 234, 252 Mountcastle V.B., 69, 72 Scadden L., 258
256, 257 Lewkowicz D.J., 255 Scaravelli L., 15, 227, 229
Gozzano S., 71, 251 Liebermann P., 226 Negri Dellantonio A., 68, 72, 142, Scheler M., 77, 80, 82-86, 89, 92-95,
Gregory R., 61 Linneo K., 256 229 102, 106, 113, 255, 256
Gribbin J., 127, 191, 256 Liu D., 222 Neisser U., 29, 30, 32, 33, 36-38, 58, Schilder P., 69, 262
Lock A., 159 59, 73, 169, 253 Schopenhauer A., 94, 255
Harlow H.F., 222, 223, 261 Locke J., 67 Newell A., 25 Schwartz J.H., 256, 257
Hatwell Y., 131, 142, 188, 257, 258 Loomis J.M., 185 Newton I., 54 Schwob M., 68, 227
Hauser M.D., 233, 255, 260, 261 Lo Piparo F., 87-89, 110, 255, 262 Nietzsche F., 94 Secchi L., 258
Heidegger M., 70, 89-93, 95, 98, 105, Lorenz, 113-120, 122, 124, 225, 231, Nye P.W., 171 Sellars W., 38
109, 110, 230, 259 256 Shepard R.N., 186
Heller M., 138, 142, 177, 188 Luccio R., 26, 33, 253 Odier C., 49 Simion F., 223
Hemingway E., 192 Ludovico A., 194, 196, 197, 251, 258 Simon H., 25
Herder J., 94, 97, 98, 130, 189, 255 Pansera M.T., 255, 256 Skinner B., 22-24, 26-28, 32, 37, 38,
Hjelmslev L., 235, 252, 262, 263 Magee B., 188 Parisi D., 71, 72 45, 71, 77
Høeg P., 127 Magee L.E., 172, Paternoster A., 254 Stancati C., 28, 255
280 281
Streri A., 188, 257 Vecchi T., 132, 188
Swift J., 195, 203, 204, 207, 241, 260 Virno P., 15, 127, 188, 212, 229, 239,
Indice analitico
252, 255, 257
Tabossi P., 34, 36, 59, 253 Vygotskij L., 234-237, 250, 263
Tagliagambe S., 226
Tani I., 255 Ward L.M., 59, 142, 255, 257
Tattersal I., 214, 256 Watson J.B., 22, 23, 26, 27, 37, 77
Thagard P., 35, 36 Watzlawick P., 20
Tinbergen N., 113, 115 Went F.W., 206, 263
Tobias P., 242 White B.J., 166, 167, 257
Traversa G., 15 Williams T.R., 144
Truffault F., 12 Wing A.M., 257
Turchetto G., 250 Wittgenstein L., 10, 18, 75, 76, 86,
88, 96, 120, 205, 252
Uexküll J. von, 77-80, 82-86, 88-95,
102, 105, 106, 108, 110, 113, 114, Zaback L.A., 187
116, 118, 119, 127, 150, 256, 259 Zahavi Amotz, 245, 246
Zahavi Avishag, 245, 249 agnosia, 67, 134, 262 – dinosauri, 201, 202, 209
Vallortigara G., 251 Zimmermann R.R., 222, 223, 261 ambiente (Umwelt): – elefanti, 22, 46, 50, 202, 204, 208
– definizione del, 82 – formiche, 80, 81, 190-193, 216-218,
– linguistico, 87 258
– copernicano, 108-111 – gatti, 22, 91, 165, 195, 200, 247
– tolemaico, 109-111 – gazzelle, 12, 193, 195, 214, 215,
ambivalenza: 245, 246, 258
– del paradigma cognitivo, 35, 36, 45, – gorilla, 158, 198
56, 74, 174, 254, 261 – lombrichi, 49, 165
– tra riparazione e distruzione, 12, – lupi, 12, 47, 193, 195, 196, 213,
212-215, 218, 220, 221, 230, 231, 215, 245, 258
244 – orang-outan, 128, 198
– tra separazione e allontanamento, – orsi, 195, 202
13, 232 – panda, 257
animali preumani (ominidi): – pappagalli, 19, 48, 64
– Australopithechi, 197, 199 – parameci, 78, 79, 91, 92, 114, 204,
– Neanderthal, 160 259, 260
– Oreopithechi, 160, 197 – pipistrelli, 49, 112, 256
– Orrorin, 198 – ragni, 83, 84
animali non umani: – ratti, 116-118
– acridi (grilli), 79, 80 – scimpanzé, 128, 155, 157, 158, 190-
– agnelli, 221 193, 195, 198, 216, 218, 222, 223,
– antilopi, 121, 122, 195 251, 262
– api, 91, 111, 216 – topi, 23, 204, 208, 260, 261
– axototl (salamandre), 121, 127, 201 – volpi, 47, 49, 80
– balene, 103, 202 – zecche, 79
– camosci, 122 animali umani (Homo sapiens):
– cani, 22, 79, 88, 115, 124, 125, 155, – Bororò (Brasile settentrionale), 48,
195, 196, 208, 250 236
– chiocce, 79, 80, 83 – Boscimani (Africa meridionale),
– corvi, 116-118 121
– delfini, 155 – Dusun (Borneo settentrionale), 144

282 283
– Esquimesi Netsilik (Artico), 144, emozione: illusione percettiva: – e opponibilità del pollice, 100, 156-
215 – e cognizione, 20, 31, 64, 65, 167, – aptica, 139-143, 146, 167, 169, 174, 160, 197
– occidentali, 10, 48, 58, 67, 97, 129, 227 188 – e presa di precisione, 159
130, 143, 144, 161, 164, 178, 215, – e cura tattile, 69, 224 – ottica, 44, 139-143, 169 – liberazione delle, 64, 101, 107, 111,
240, 248 – e istinto, 81, 262 – prospettica, 112, 141, 164, 165, 112, 147, 148, 207, 226
– ragazzi selvaggi, 12, 193-197, 215, – e neofilia, 124 169, 172 sgg., 186 – umane e non umane, 93, 100, 132,
251, 258 – e neotenia, 189 – uditiva, 167 154 sgg., 188, 217, 257, 263
– Songe (Papua Nuova Guinea), 174 – e rispecchiamento, 230 immagini mentali: 186-188, 255 maturazione, 13, 27, 102, 122, 210,
– Toda (India meridionale), 144 EP (exploratory procedure), 181-184 istinto: 216, 256
– tribù pellerossa (America setten- episensorialità (autoavvertimento), – carenza di, 13, 25, 84, 92 sgg., 101, mentalese (linguaggio del pensiero),
trionale), 249 95, 231, 262 119, 126, 157, 196, 198, 215 43, 47, 48
– Vatussi (Africa centrale), 208 esonero: – definizione di, 81 mentalismo (rappresentazionalismo),
antropogenesi, 98 sgg., 127 – e linguaggio, 102, 232, 233, 239, – del linguaggio, 45-47, 83, 89, 119, 26, 220, 254, 260
antropologia: 256 211, mente (v. anche spirito), 17, 18, 20-
– culturale, 30, 31, 35, 36, 38, 42, 43, – e sinestesia, 97, 239 – prestito di, 12, 196, 215 22, 25-33, 38-40, 42-45, 52-56, 66,
47, 51, 143, 188, 234 – e visione, 97 – rigidità dell’, 12, 91, 92, 110, 126, 72, 73, 76, 87, 89, 129, 131, 149,
– filosofica, 10, 73, 74, 77, 102, 113, estro, 126 218, 258 220, 254, 260
115, 150, 190 etologia, 10, 73, 113, 114, 118, 120, – sublimazione dell’, 82, 117 metalinguistico, 87, 233
127, 190, 217, 245 modellizzazione, 18, 20, 36, 37, 220
calcolatore/computer, 11, 18, 20, 25- evoluzione: lavoro, 10, 95, 96, 132, 148, 156, 161, mondo (Welt):
28, 31-33, 40, 43, 52, 56-59, 61, 62, – armonia prestabilita, 106, 113 188, 206, 212, 240 – copernicano, 108 sgg.
64, 72, 76, 89, 149, 211, 259
– coevoluzione, 214, 230, 252 linguaggio verbale: – definizione del, 82, 90
cervello, 26, 38, 50-52, 55, 57, 63, 75,
– continuismo vs discontinuismo, 47, – come cura, 13, 14, 148, 231-233, 237 – tolemaico, 107 sgg., 237
76, 83, 93, 100, 103, 104, 117, 118,
80, 83, 86, 119, 150, 191, 245, 246, – condizioni di possibilità per (origi- morfologia corporea:
123, 124, 204, 205, 213, 251, 252,
251 ne del), 50, 66, 95, 127, 194, 195, – come immagine ambientale, 114
254, 255
– darwinismo (tipi di), 39, 43, 45, 56, 197, 198, 205, 215, 240, 259 – e autopresentazione (Selbstdarstel-
cieco:
100, 114, 115, 127, 191, 198, 204, – contestualità del, 12, 46, 220, 235, lung), 105, 106, 114
– che ritrova la vista, 67, 84, 131
– capacità cognitive del, 135, 143, 261 262 – e biologia morfologica, 77 sgg.,
151, 152, 172 sgg., 180 sgg., 258 – fissismo, 56, 260 – creatività del, 28, 39, 40, 43, 211 101, 106
– metodo di scrittura del (Braille), – legge di Dollo, 199-201, 251 – facoltà del, 11, 12, 14, 28, 197, 198, – e dimensioni, 209 sgg., 243
164, 171, 181 210 sgg., 240, 243, 261 – e liminarità, 219, 230 sgg., 262
– mitologia sul, 129 sgg., 163 sgg., Gestalt (forma dinamica) – performatività del, 148, 211, 212, – e stazione eretta, 63, 64, 66, 71, 95,
172 sgg., 188 – nel tatto, 135, 137, 138, 141, 146, 229, 233, 262 96, 101, 107, 109, 111, 112, 121,
comportamentismo (behaviorismo), – nella vista, 137, 138, 146, 167 – riflessività del, 88, 219, 229, 230- 160, 197, 199, 207-209, 242, 243,
22 sgg., 32, 36-40, 43, 45, 46, 53, – organismo come, 105, 106 233, 235, 239 249, 256
56, 66, 71, 76, 77, 84-86, 105, 113- – psicologia della, 71, 73, 132, 152, – socialità del, 125-127, 144, 194, – e specularità, 219, 225, 230 sgg.,
114, 131, 172, 188, 251, 256 198, 212, 215-220, 252, 257, 260 262
comunicazione animale, 79, 80, 245, – vs struttura, 137, 138, 145-148 linguistica, 30, 31, 34, 252
246, 258 gusto: logica partecipativa: natura (prima, seconda), 9, 13, 14, 40-
– chi è privo del (ageusia), 67 – definizione della, 234 42, 45, 50 sgg., 66, 71, 73-75, 84,
dialogo/monologo, 13, 218 sgg., 230 – e tabacco, 263 – e monologo, 234 sgg. 85, 97, 98, 102, 110, 112, 118, 125,
sgg., 250 – e pensiero magico, 252 189, 193 sgg., 211-215, 220, 243
domesticazione: IA (intelligenza artificiale), 30, 31 naturalizzazione, 11, 51-53, 254
– e bisogno di contatto, 247 identità personale: mammiferi, 84, 101, 103-105, 112, neotenia animale, 121, 122, 127
– e distruzione ambientale, 215 – e principio di individuazione, 13, 116, 117, 122, 123, 159, 165, 196, neotenia umana (ultraneotenia):
– e neofilia, 124, 195 48-50, 217 202, 221, 215, 231, 252, 256, 260 – definizione della, 11, 12, 120-122,
– e ragazzi selvaggi, 195, 196 – modulo della, 49 mani: 256
– precarietà della, 13, 127, 231, 237 – e lavoro, 10, 96, 148, 156, 161, 240 – e cervello, 123, 213

284 285
– e dimensioni corporee, 201, 217, – e mobilità corporea, 95, 122, 237, specializzazione corporea/sensoriale: – percezione dell’equilibrio, 68, 95-
259 238 – e despecializzazione, 198-200, 252 6, 107, 109, 220, 222, 233, 243, 244,
– e dipendenza, 125, 189, 196, 224, – e neotenia, 12, 125, 159, 195, 196, – e dimensioni corporee, 201 sgg. 256
225, 237, 247 262 – e tatto, 9, 70, 71, 95, 96, 111, 121, – percezione della temperatura, 68,
– e intimità, 125, 189, 247, 249 – e ragazzi selvaggi, 12, 195, 196 122, 159, 160, 184, 185, 226, 239, 70, 96, 144, 153, 170, 171, 182-184,
– e linguaggio, 123, 211, 213, 232, – e riflessività corporea, 230, 231, 262 257 220, 222-224, 226, 228
237, 249 – e socialità, 195, 196, 216 – e vista, 70, 71, 170, 185 – percezione viscerale, 68, 106, 220,
– e mani, 159, 160, 197, 213, 247 – e tatto manuale, 10, 11, 96, 132-4, – mancanza di, 9, 94-96, 102, 111 sgg., 222, 224, 262
– e neofilia, 124, 125, 196, 215, 232, 145-148, 155, 159, 184, 185, 230, 159, 160, 190, 195, 198, 201, 211- – propriocezione (cinestesi), 68-69,
249 231, 237, 238 213, 217, 226, 236, 237, 239, 256 133, 152, 220, 242
– e nudità, 121, 197, 213, 225, 262 – e utensili, 158, 159, 193, 216 spirito: teoria modulare della mente:
– e sessualità, 126 primati, 53, 72, 93, 98-101, 103-105, – come anima, 67, 190, 191 – definizione di modulo, 44, 45
– lista dei tratti della, 100 107, 108, 111, 113, 117, 121-123, – come Geist, 77, 82, 84-86, 92, 103, – modularismo massivo, 46 sgg., 254
neuroscienze, 30, 31, 34, 51, 75 126-128, 156-159, 189-193, 200, 106
202, 207, 216, 221-223, 252, 254, sprovvedutezza, 97, 147, 148, 180, udito:
olfatto: 256, 263 190, 198, 209, 214, 218, 232 – chi è privo del (sordità), 67, 170
– chi è privo del (anosmia), 67 principio dell’handicap, 245, 246 – e autoavvertimento, 95, 262
– e ragazzi selvaggi, 196 problema figura-sfondo, 19, 22, 48, tatto: – e dimensioni corporee, 207, 260
63, 64 – come secondo senso, 71, 97, 189 – e linguaggio, 60, 61, 255, 261
pelle, 10, 13, 42, 44, 50, 64, 69, 70, 73, problema dell’hangar, 20-22, 37, 38, – come senso duplice, 10, 68, 71, 95- – e tatto, 95, 167, 169, 258
96, 100, 105, 111, 112, 121, 151, 43, 254, 255 98, 112, 189, 228 – fetale, 258
protesi: – primato del, 70, 144, 258 utensile
152, 168-172, 226, 228, 252
– bastone bianco, 151, 152, 155, 156, tatto aptico (manuale): – definizione dell’, 156, 258
percezione:
168, 177 – chi è privo del, 67, 68 – e animali non umani, 12, 155-158,
– amodale, 65, 163, 178
– impianto cocleare, 170 – come active touch, 69, 135, 139, 190-193, 216-218, 251, 258
– intermodale, 65, 255
– occhio artificiale, 170 151-153, 172, 173, 228 – e dimensioni corporee, 205-207,
– modale, 60, 61, 65, 70, 79, 97, 139,
– TVSS (Tactile Visual Substitution – come dynamic touch, 151, 155, 160, 211
141, 162, 163, 169, 170, 211, 240
System), 164 sgg., 257, 258 167 – e manualità, 67, 96, 97, 107, 136,
paradigma cognitivo:
– come senso del limite, 129 e sgg., 155-160, 180, 211
– come controrivoluzione, 37, 45, 56- rappresentazione, 21, 26, 44, 62, 72, 161, 233
58, 131 80-82, 107, 135, 171-175, 178, 179, – definizione del, 69, 161 vibrazione
– come rivoluzione, 26-29, 71 187, 202, 204, 211, 212, 220, 254, – di secondo ordine, 233, 244 sgg. – come diapason biologico, 155
– e cognitivismo ecologico, 10, 29, 255, 259, 260 – e immagini bidimensionali, 172 sgg. – percezione della, 70, 164, 258, 262
32, 33, 38, 62, 73, 132, 148, 149, relativismo culturale, 41, 47, 74, 220 – i dieci principi del, 132-139 vista:
155, 172, 180, 188, 238, 253 res cogitans/res extensa, 25, 29, 53, 54, – vulgate sul, 10, 131, 136, 161, 168, – ampiezza di campo della, 97, 108,
– e cognitivismo ortodosso, 11, 19, 66, 75, 84, 85, 92 171, 181 111, 134, 137, 145, 185, 229
21, 33, 36, 37, 39, 43, 53, 76, 118, riduzionismo linguistico, 11, 86 sgg., tatto somestesico (corporeo): – come senso per eccellenza, 10, 58-
149, 169, 181, 203, 204, 253, 259- 110, 118, 155-157, 190, 194, 202, – chi è privo del, 67, 68 60, 71, 131, 144, 163, 189, 240, 248,
261 220, 260 – definizione del, 68, 160 254,
– e Nuova Sintesi, 43-47, 56, 254 – di secondo ordine, 233, 241-243 – e dimensioni corporee, 205, 207,
– e scienze cognitive, 11, 15, 17-22, selezione R, K, 122, 123, 256, – e dimensioni corporee, 242 258
25 sgg., 71, 72, 146, 162, 164, 187, sinestesia: – percezione del contatto (passive – e linguaggio, 58, 61, 112, 138, 171,
188, 190, 202, 220, 238, 253, 254, – come filtro, 97, 239 touch), 69, 135, 136, 151-153, 171- 181
261 – come ridondanza, 169 173, 228, 229 – e tatto, 69, 70, 97, 112, 130, 131,
– esagono cognitivo, 30, 31, 33-36, – come tessuto del percepire umano, – percezione del dolore, 68-70, 96, 134 sgg., 152-154, 162 sgg., 229,
38, 71 59, 66, 72, 79, 84, 97, 169, 170, 237, 170, 171, 181, 220, 224, 227 240, 250, 261, 262
plasticità: 262
– e linguaggio, 119, 211, 233, 237, – e questione di Molyneux, 67, 84
238, 262 – e tatto, 66, 97, 169

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Editing e impaginazione: Spell srl - Roma
Finito di stampare nel mese di settembre 2003
per conto degli Editori Riuniti
dagli Stabilimenti Tipografici Carlo Colombo S.p.A. - Roma

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