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JOHN LE CARRÉ

IL GIARDINIERE TENACE

Nato nel 1931, John le Carré è stato cinque anni nel


British Foreign Service, e ha vissuto a lungo in Germania.
Autore di numerosi best seller, ha raggiunto la fama
mondiale con "La spia che venne dal freddo", "La Casa
Russia" e "La tamburina" (tutti editi da Mondadori). "Il
giardiniere tenace" è il suo diciottesimo romanzo.

«Ah, ma l'uomo dovrebbe andar oltre


ciò che può afferrare,
o a che cosa serve il paradiso?»
Robert Browning, "Andrea del Sarto".
A Yvette Pierpaoli
che visse e morì senza infischiarsene

JOHN LE CARRÉ

IL GIARDINIERE TENACE

(2001)

Traduzione di
Annamaria Biavasco e Valentina Guani

Titolo dell'opera originale


THE CONSTANT GARDNER
1.

La notizia arrivò all'Alto Commissariato britannico di


Nairobi alle nove e trenta di un lunedì mattina. Per Sandy
Woodrow fu come una fucilata, che lo colpì diritto nel suo
cuore inglese diviso. Era in piedi, con i denti stretti e il petto
in fuori, questo lo ricordava. Era in piedi e il telefono
interno stava squillando. Aveva allungato il braccio per
prendere qualcosa, ma lo squillo l'aveva interrotto
inducendolo a chinarsi per sollevare la cornetta e
rispondere: «Woodrow» o forse: «Pronto, Woodrow».
Certamente era stato brusco, lo ricordava. La sua voce gli
era parsa quella di qualcun altro, un po' tagliente. «Pronto,
Woodrow.» Solo il cognome, senza l'aggiunta del
soprannome Sandy, buttato lì come se non gli piacesse,
perché mezz'ora dopo aveva la riunione obbligata del lunedì
mattina con l'alto commissario e, in qualità di cancelliere,
avrebbe dovuto fare il moderatore con un gruppo di
primedonne della cooperazione, il cui scopo principale era
entrare nelle grazie dell'alto commissario.
Per farla breve, si preannunciava come l'ennesimo
stramaledetto lunedì di fine gennaio, la stagione più calda a
Nairobi, tempo di polvere e razionamenti idrici, erba secca,
occhi che bruciano e marciapiedi che paiono sciogliersi
nell'afa, con gli alberi di jacaranda che, come tutto il resto,
aspettano le lunghe piogge.
Perché esattamente fosse in piedi non era ancora
riuscito a ricostruirlo. In realtà sarebbe dovuto essere curvo
dietro la scrivania, le dita sulla tastiera, a rivedere con ansia
le istruzioni arrivategli da Londra e i messaggi provenienti
dalle vicine missioni africane. Invece era davanti alla
scrivania, intento a fare qualcosa di indispensabile che non
ricordava, forse raddrizzare la fotografia di sua moglie
Gloria con i due bambini, quella che avevano scattato
l'estate precedente durante le ferie in patria. L'Alto
Commissariato era su una collina che non si era ancora
assestata e bastava un week-end per ritrovarsi con tutti i
quadri appesi storti.
O forse stava spruzzando insetticida contro qualche
zanzara keniota cui neanche i diplomatici erano immuni.
Alcuni mesi prima c'era stata un'invasione dei cosiddetti
"Nairobi eyes", moscerini che, se schiacciati e sfregati
accidentalmente sulla pelle, potevano provocare bolle e
irritazioni, quando non addirittura la cecità. Era possibile
che stesse spruzzando l'insetticida quando il telefono era
squillato e che avesse posato la bomboletta sulla scrivania e
alzato il ricevitore, perché in un ricordo successivo c'era
un'istantanea a colori di una bomboletta rossa di insetticida
sul vassoio della posta in partenza. Ricordava di aver detto
«Pronto, Woodrow» con il telefono premuto contro
l'orecchio.
«Pronto, Sandy. Sono Mike Mildren. Buongiorno. Sei
solo?»
Lucido, grasso, ventiquattrenne, Mildren, segretario
personale dell'alto commissario, accento dell'Essex, arrivato
fresco fresco dall'Inghilterra, al suo primo incarico
all'estero, era stato poco fantasiosamente soprannominato
'Mildred' dai colleghi più giovani.
Sì, rispose Woodrow, era solo. Perché?
«C'è un problema, temo, Sandy. Posso scendere un
momento da te?»
«Non possiamo parlarne dopo la riunione?»
«Veramente sarebbe meglio di no. No, meglio di no»
rispose Mildren convincendosene sempre di più a mano a
mano che parlava. «Riguarda Tessa Quayle, Sandy.»
Un Woodrow diverso, nervi tesi, antenne ritte. Tessa.
«Come?» chiese in tono volutamente indifferente,
mentre i pensieri correvano in tutte le direzioni. Oh, Tessa.
Oh, Cristo. Che cos'hai fatto stavolta?
«La polizia di Nairobi dice che è stata trovata morta»
disse Mildren, come se fosse cosa di tutti i giorni.
«È assurdo» esclamò Woodrow senza neppure darsi il
tempo di pensare. «Non essere ridicolo. Dove? Quando?»
«Sul lago Turkana. Sulla riva orientale. Il week-end
scorso. Sui particolari sono molto diplomatici. Nella sua
auto. Uno spiacevole incidente, dicono» aggiunse in tono di
scusa. «Ho avuto la sensazione che cercassero di
risparmiarci il peggio.»
«Nell'auto di chi?» chiese Woodrow sconvolto –
lottando, rifiutando quell'ipotesi folle – respingendo il chi,
il come, il dove e tutti gli altri pensieri e sensazioni e
cancellando furiosamente tutti i ricordi segreti di lei per
sostituirli con il paesaggio lunare di Turkana, come lo
ricordava da una visita fatta sei mesi prima in compagnia
dell'impeccabile attaché militare. «Resta dove sei, vengo su
io. E non parlarne con nessun altro, capito?»
Come un automa, Woodrow posò la cornetta, andò
dietro la scrivania, prese la giacca dalla spalliera della sedia
e se la infilò, prima una manica poi l'altra. Normalmente
non avrebbe messo la giacca per salire al piano di sopra.
Non era obbligatoria nemmeno per la riunione del lunedì,
figurarsi per scambiare quattro chiacchiere con quel
ciccione di Mildren nel suo ufficio. Ma l'esperienza
professionale gli diceva che il viaggio che stava per
intraprendere sarebbe stato lungo. E comunque, salendo le
scale si sforzò con tutta la propria volontà di applicare le
regole che si era dato per le emergenze e assicurarsi, così
come aveva fatto con Mildren, che non era successo niente.
A sostegno di ciò rifletté sul caso di una giovane inglese
fatta a pezzi nella foresta africana dieci anni prima, che
aveva destato molto scalpore. Doveva essere una bufala,
uno scherzo di cattivo gusto. Un replay nella mente malata
di qualcuno. Un poliziotto africano furibondo relegato nel
deserto, mezzo fatto di "bangi", che cercava di arrotondare
lo stipendio da fame che non gli pagavano da sei mesi.
La sede dell'Alto Commissariato era una costruzione
recente, austera e ben progettata. A Woodrow piaceva lo
stile, forse perché esternamente corrispondeva al suo. Con i
suoi spazi ben definiti – giardino, mensa, negozio, pompa di
benzina – e i suoi corridoi silenziosi e puliti, dava
un'impressione di severa autarchia. Woodrow, a prima
vista, aveva le stesse qualità. Quarantenne, era felicemente
sposato con Gloria – e se non lo era, riteneva di essere
l'unico a saperlo. Era cancelliere e aveva buone probabilità,
se avesse giocato bene le sue carte, di vedersi affidare una
modesta missione al prossimo incarico e di lì saltare di
missione in missione, sempre meno modesta, fino a un
cavalierato – prospettiva cui personalmente dava poca
importanza, certo, ma che avrebbe fatto piacere a Gloria.
Aveva un che di militare, ma del resto era figlio di un
militare. In diciassette anni di Servizio, aveva rappresentato
Sua Maestà in mezza dozzina di missioni britanniche
all'estero. Ma era stato il pericoloso, decadente,
saccheggiato e indebitato Kenya, ex colonia britannica, a
suscitargli le emozioni più forti, sebbene non osasse
chiedersi in che misura questo fosse dovuto a Tessa.
«Va bene» disse in tono aggressivo a Mildren, dopo aver
chiuso la porta e tirato il chiavistello.
Mildren era perennemente imbronciato. Seduto alla sua
scrivania, sembrava un bambino cicciottello e disubbidiente
che si rifiuta di finire la minestra.
«Era all'Oasi» disse.
«Quale oasi? Sii più preciso, per favore.»
Ma Mildren non si lasciava intimidire come la sua età e
il suo rango avrebbero potuto indurre Woodrow a credere.
Aveva stenografato alcuni appunti, che consultò prima di
parlare. Ecco che cosa gli insegnano di questi tempi, pensò
Woodrow con disprezzo: dove avrebbe trovato il tempo di
imparare la stenografia, altrimenti, un arrivista come
Mildren?
«C'è un albergo sulla sponda orientale del lago Turkana,
verso sud» annunciò Mildren leggendo dal foglio. «Si
chiama Oasi. Tessa ha passato lì la notte ed è ripartita la
mattina successiva a bordo di una jeep messa a disposizione
dal proprietario dell'albergo. Aveva dichiarato di voler
visitare la culla della civiltà, trecento chilometri più a nord.
Gli scavi di Leakey.» Si corresse. «Il sito archeologico di
Richard Leakey. Nel parco nazionale Sibiloi.»
«Era sola?»
«Wolfgang le aveva procurato un autista, il cui corpo è
stato ritrovato a bordo della jeep insieme con quello di
Tessa.»
«Wolfgang?»
«Il proprietario dell'albergo. Cognome a seguire. Lo
chiamano tutti Wolfgang. Pare sia tedesco. Un personaggio.
Secondo la polizia, l'autista è stato trucidato.»
«Come?»
«Decapitato. Non è stato ritrovato.»
«Cosa? Se hai detto che era in macchina con lei.»
«Il capo mozzato.»
Non potevo arrivarci da solo? «Com'è morta Tessa?»
«Un incidente. Non hanno detto altro.»
«L'hanno rapinata?»
«La polizia dice di no.»
Il fatto che non l'avessero derubata e che avessero
ucciso l'autista diede a Woodrow molto da pensare.
«Riferiscimi esattamente quello che ti hanno detto» ordinò.
Mildren si posò le grosse guance sulle mani e consultò
di nuovo gli appunti. «Ore nove e ventinove: la squadra di
pronto intervento della polizia di Nairobi chiama e chiede
dell'alto commissario» riferì. «Gli spiego che sua eccellenza
è in giro per ministeri e che rientrerà al più tardi alle dieci.
L'ufficiale di turno, un uomo piuttosto efficiente di cui ho le
generalità, mi informa che hanno ricevuto comunicazione
da Lodwar...»
«Lodwar? Ma è lontanissima da Turkana!»
«È la stazione di polizia più vicina» rispose Mildren.
«Sulla sponda orientale del lago, nei pressi della baia di
Allia, sulla strada che conduce al sito archeologico di
Leakey era stata ritrovata una jeep di proprietà dell'hotel
Oasi di Turkana, con due cadaveri dentro. Morti da
trentasei ore. Una donna bianca, causa della morte
imprecisata, e un africano senza testa, identificato come
Noah, autista, sposato con quattro figli. Uno scarpone
Mephisto, numero quaranta e mezzo. Una sahariana blu,
taglia XL, sporca di sangue, sul fondo della jeep. La donna,
apparentemente di età compresa fra i venticinque e i
trent'anni, capelli scuri, anello d'oro al medio della sinistra.
Una catena d'oro sul fondo del mezzo.»
'La collana che porti' ricordava di averle detto Woodrow,
mentre ballavano, per provocarla.
'Mia nonna la regalò a mia madre il giorno del suo
matrimonio' aveva risposto lei. 'La porto sempre, anche se
non si vede.'
'Anche a letto?'
'Dipende.'
«Chi li ha ritrovati?» domandò Woodrow.
«Wolfgang. Ha chiamato la polizia via radio e ha
informato il suo ufficio qui a Nairobi. Sempre via radio.
All'Oasi non c'è telefono.»
«Come hanno fatto a identificare l'autista, se era stato
decapitato?»
«Aveva un braccio storpio. Si era messo a fare l'autista
per questo. Wolfgang ha visto Tessa partire in automobile
con Noah il sabato mattina alle cinque e mezzo in
compagnia di Arnold Bluhm. È l'ultima volta che sono stati
visti vivi.»
Leggeva, o fingeva di leggere dagli appunti e continuava
ad appoggiare la testa tra le mani. Non sembrava
intenzionato a cambiare posizione, perché aveva le spalle
testardamente contratte.
«Ripeti» ordinò Woodrow dopo un istante di silenzio.
«Tessa era in compagnia di Arnold Bluhm. Erano
arrivati all'hotel Oasi insieme venerdì sera, avevano
dormito lì ed erano partiti il mattino dopo alle cinque e
mezzo sulla jeep di Noah» ripeté pazientemente Mildren.
«Il corpo di Bluhm non era sull'auto e non è stato ritrovato.
Non ancora, comunque. La polizia di Lodwar e il pronto
intervento sono sul posto, ma da Nairobi vogliono sapere se
siamo disposti a pagare l'elicottero.»
«Dove sono i corpi adesso?» Woodrow era lucido e
pratico, da bravo figlio di militare.
«Non si sa. La polizia voleva che li tenessero all'Oasi, ma
Wolfgang si è rifiutato. Dice che farebbero scappare il
personale e tutti i clienti.» Un attimo di esitazione. «Si era
registrata come Tessa Abbott.»
«Abbott?»
«Il suo cognome da ragazza. Tessa Abbott, e il numero
di una casella postale di Nairobi. La nostra. Siccome qui
non c'è nessun Abbott, ho fatto una ricerca al computer e
ho trovato Quayle, Tessa, nata Abbott. Immagino che
usasse il cognome da ragazza per le sue attività
umanitarie.» Scorse l'ultima pagina degli appunti. «Ho
cercato di contattare l'alto commissario, ma è in giro per
ministeri ed è l'ora di punta» spiegò. Intendeva: nella
moderna Nairobi del presidente Moi, una chiamata locale
può comportare mezz'ora di 'Le linee sono
temporaneamente occupate, vi preghiamo di provare più
tardi' ripetuto ossessivamente da una cortese voce di donna
di mezz'età.
Woodrow era già sulla porta. «L'hai detto a qualcuno?»
«No.»
«E la polizia?»
«Loro dicono di no, ma non rispondono di Lodwar e,
secondo me, nemmeno di loro stessi.»
«A quanto ti risulta, Justin ne sa niente?»
«No.»
«Dov'è?»
«Nel suo ufficio, presumo.»
«Fa' in modo che ci resti.»
«È arrivato presto, come fa sempre quando Tessa è via
per i suoi impegni umanitari. Vuoi che disdica la riunione?»
«Aspetta.»
Ormai consapevole, se mai ne avesse dubitato, di avere
per le mani uno scandalo forza dodici oltre che una
tragedia, Woodrow imboccò di corsa la scala di servizio, il
cui accesso era vietato al personale non autorizzato, e
percorse un buio corridoio che conduceva a una porta di
acciaio con uno spioncino e un campanello. Quando lo
premette, la telecamera si accese e lo filmò. Gli aprì una
donna rossa di capelli e sottile come un giunco, con un paio
di jeans e una camicetta a fiori. Sheila, il loro numero due,
che parlava kiswahili.
«Dov'è Tim?» le chiese.
Sheila premette un pulsante e parlò in un microfono.
«C'è Sandy. Ha fretta.»
«Aspettate un minuto, solo per la forma» rispose una
cordiale voce maschile.
Aspettarono.
«Via libera» ripeté la stessa voce mentre si apriva
un'altra porta.
Sheila si fece da parte e lo lasciò entrare per primo. Tim
Donohue, capo della stazione, troneggiava davanti alla
propria scrivania dall'alto dei suoi due metri di statura.
Doveva averla appena messa in ordine, perché non c'era un
foglio in giro. Aveva l'aria più malata del solito. Gloria, la
moglie di Woodrow, sosteneva che stesse morendo. Aveva
le guance smunte e pallide, pieghe di pelle rugosa sotto gli
occhi giallastri all'ingiù e i baffi che gli scendevano
disordinati sulla bocca, conferendogli un'espressione di
comica disperazione.
«Salve, Sandy. Che cosa possiamo fare per te?» gridò
guardando Woodrow attraverso le lenti bifocali e
rivolgendogli il suo sorriso da teschio.
Viene troppo vicino, ricordò Woodrow. Sorvola il
territorio e intercetta i tuoi segnali prima ancora che tu li
abbia lanciati. «Sembra che Tessa Quayle sia stata ritrovata
morta nei pressi del lago Turkana» disse, con il desiderio
vendicativo di scioccarlo. «Devo mettermi in
comunicazione radio con il proprietario di un certo hotel
Oasi.»
È questo che insegnano durante l'addestramento, pensò.
Regola numero uno: non mostrare mai i tuoi sentimenti,
sempre che tu ne abbia. La faccia lentigginosa di Sheila
rimase immobile, in pensieroso rifiuto. Tim Donohue
mantenne il suo sorriso idiota, a dimostrazione del fatto
che era privo di significato.
«Come hai detto, vecchio mio? Ti dispiace ripetere?»
«È morta. Non si sa come, o comunque la polizia non lo
dice. L'autista della jeep su cui viaggiava è stato decapitato.
La storia è questa.»
«Rapinata e uccisa?»
«Solo uccisa.»
«Vicino al lago Turkana.»
«Sì.»
«E che cosa ci faceva lassù?»
«Non ne ho idea. Pare che volesse visitare gli scavi di
Leakey.»
«Justin lo sa?»
«Non ancora.»
«È coinvolto qualcun altro di nostra conoscenza?»
«È una delle cose che sto cercando di scoprire.»
Donohue gli fece strada verso una cabina insonorizzata
che Woodrow non aveva mai visto prima. Telefoni digitali
colorati. Un fax posato su quello che sembrava un barile di
petrolio. Un apparecchio radio composto da scatole di
metallo verdastro. Un elenco di numeri di telefono stampati
al computer. Ecco come comunicano di nascosto le spie
dalla nostra stessa sede, pensò. Ufficialmente o
ufficiosamente? Non si capiva mai. Donohue si sedette
accanto alla radio, consultò l'elenco, armeggiò tra i comandi
con dita tremanti e bianchissime e intonò: «Z.N.B. 85,
Z.N.B. 85 per T.K.A. 60» come il protagonista di un film di
guerra. «T.K.A. 60, mi sentite? Passo. Oasi, mi sentite,
Oasi? Passo.»
Dopo una serie di fischi e ronzii, arrivò una voce: «Qui
Oasi. Vi sentiamo forte e chiaro. Chi parla? Passo».
L'accento era sciattamente tedesco, il tono di sfida.
«Oasi, parlo dall'Alto Commissariato britannico di
Nairobi. Le passo Sandy Woodrow. Passo.»
Woodrow appoggiò tutte e due le mani sulla scrivania di
Donohue per avvicinarsi al microfono.
«Sono Woodrow, il cancelliere. Parlo con Wolfgang?
Passo.»
«Cancelliere come Hitler?»
«Capo dell'ufficio politico dell'ambasciata. Passo.»
«Okay, signor cancelliere, sono Wolfgang. Che cosa
voleva chiedermi? Passo.»
«Una descrizione della donna che si è registrata nel suo
hotel come Tessa Abbott. Dico bene? È questo il nome che
ha usato? Passo.»
«Sicuro. Tessa.»
«Com'era fisicamente? Passo.»
«Capelli scuri, niente trucco, ventotto-trent'anni, non
inglese. Non a mio giudizio. Tedesca – del sud della
Germania – austriaca o italiana. Sono un albergatore, la
gente la guardo. Molto bella. Sono anche un uomo. Molto
sexy nei modi, nei movimenti. Molto poco vestita.
Corrisponde alla Abbott che conosce lei o no? Passo.»
La testa di Donohue era vicinissima alla sua. Sheila era
in piedi dall'altra parte. Guardavano tutti e tre il microfono.
«Sì, sembra proprio lei. Mi dica, quando prenotò la
stanza nel suo albergo e come? Lei ha un ufficio a Nairobi,
se non sbaglio? Passo.»
«Non prenotò.»
«Scusi?»
«Prenotò il dottor Bluhm. Due persone, due bungalow
vicino alla piscina, una notte. Abbiamo un solo bungalow
libero, gli dico. Va bene lo stesso. Però, che uomo. Li
guardavano tutti, ospiti, personale. Una bella donna bianca
e un aitante medico africano: uno spettacolo. Passo.»
«Quante stanze ci sono in un bungalow?» domandò
Woodrow nella vaga speranza di poter ancora allontanare lo
scandalo che vedeva già materializzarsi.
«Una stanza da letto con due letti singoli, non troppo
duri, comodi, e un soggiorno. Qui il registro lo firmano
tutti. Niente nomi fasulli, glielo raccomando. È facile
perdersi e io devo sapere chi sono. Allora è così che si
chiama. Abbott? Passo.»
«È il cognome da ragazza. Passo. Il numero di casella
postale che le ha dato è quello dell'Alto Commissariato.»
«E il marito dov'è?»
«Qui a Nairobi.»
«Oh, Signore!»
«Quando prenotò Bluhm? Passo.»
«Giovedì. Giovedì sera. Per radio, da Loki. Mi avvertì
che volevano partire venerdì alle prime luci dell'alba. Loki
come Lokichokio. Sul confine settentrionale. Capitale delle
agenzie umanitarie che operano nel Sudan meridionale.
Passo.»
«So dov'è Lokichokio. Le dissero che cosa facevano lì?»
«Aiuti. Bluhm è nel giro degli aiuti umanitari, no? Non
ci sarebbe stato altro motivo per andare a Loki. Lavora per
qualche organizzazione medica belga, mi disse. Passo.»
«Dunque prenotò da Loki e da Loki partirono venerdì
mattina presto. Passo.»
«Diceva che per mezzogiorno volevano essere sulla
sponda occidentale del lago. Voleva che gli prenotassi una
barca per attraversarlo e farsi portare al mio albergo. 'Senta'
gli ho risposto, 'da Lokichokio a Turkana la strada è
pericolosa. Meglio viaggiare in gruppo. L'altopiano è pieno
di banditi e le tribù si rubano fra loro il bestiame, il che è
normalissimo, solo che mentre dieci anni fa avevano le
lance, adesso hanno i mitragliatori.' Lui si mette a ridere e
dice che è tutto sotto controllo. In effetti sono arrivati senza
problemi. Passo.»
«Quindi si sono registrati, hanno firmato. E poi?
Passo.»
«Bluhm mi dice che vogliono una jeep e un autista per
andare agli scavi di Leakey la mattina dopo, presto. Non mi
chieda perché non me l'ha detto quando ha prenotato: non
gliel'ho domandato. Forse hanno deciso all'ultimo
momento o forse non gli andava di parlare dei loro progetti
via radio. 'Okay' gli dico. 'È fortunato. C'è qui Noah.' Bluhm
era contento e lei anche. Sono andati in giardino, hanno
fatto il bagno, si sono seduti al bar, hanno mangiato, hanno
dato la buonanotte a tutti e sono andati nel loro bungalow.
Sempre insieme. La mattina dopo sono partiti. Io li ho visti
partire. Vuole sapere che cosa hanno mangiato per
colazione?»
«Chi altri li ha visti partire, a parte lei? Passo.»
«Tutti quelli che non dormivano. Pranzo al sacco, acqua,
tanica di benzina, razioni di emergenza, medicine. Tutti e
tre davanti, la Abbott seduta nel mezzo, come una bella
famigliola. Questo è un albergo, capito? Ho venti ospiti e
dormivano quasi tutti. Ho quaranta dipendenti ed erano
quasi tutti svegli. Ho un centinaio di scocciatori che si
aggiravano intorno al parcheggio a vendere pelli, bastoni e
coltelli da caccia. Tutti quelli che li hanno visti li hanno
salutati. Gli abbiamo fatto ciao con la mano io e i venditori
di pelli, e Noah e Bluhm e la Abbott ci hanno risposto.
Senza sorridere, serissimi: avevano cose importanti per la
testa, decisioni difficili da prendere, evidentemente. Cosa
ne so io? Cosa vuole che faccia, signor cancelliere? Che
ammazzi i testimoni? Guardi, sono come Galileo, io. Se mi
mettete in prigione, giuro che quella all'Oasi non c'è mai
stata. Passo.»
Per un momento Woodrow rimase paralizzato, senza
altre domande da fare o forse con troppe. Io in prigione ci
sono già, pensò. Il mio ergastolo è cominciato cinque
minuti fa. Si passò una mano sugli occhi e quando li riaprì
si accorse che Donohue e Sheila lo guardavano con la stessa
espressione vacua che avevano assunto quando gli aveva
rivelato che Tessa era morta.
«Quando le è venuto il sospetto che fosse successo
qualcosa? Passo» domandò titubante. Come se gli avesse
chiesto: abita lì tutto l'anno? Passo. Oppure, da quanto
tempo gestisce l'hotel? Passo.
«Sulla jeep c'era una radio. Quando porta in giro i
turisti, Noah mi deve chiamare per dire che va tutto bene.
Questa volta non mi chiama. Okay, si sarà rotta la radio,
Noah si sarà dimenticato. Mettersi in contatto è una cosa
lunga, bisogna fermare la macchina, scendere, montare
l'antenna. Mi sente? Passo.»
«Forte e chiaro. Passo.»
«Solo che Noah non si dimentica mai. Per questo lo
faccio lavorare. Stavolta però non chiama né il pomeriggio,
né la sera. Okay, penso, si saranno accampati da qualche
parte, magari lo hanno fatto bere troppo. L'ultima cosa che
faccio prima di chiudere per la notte è mettermi in
comunicazione radio con quelli degli scavi. Niente. Così il
mattino dopo vado a Lodwar a denunciare la scomparsa. La
jeep è mia, l'autista lavora per me, okay? Via radio non si
può fare denuncia e quindi ci devo andare di persona. È un
viaggio tremendo, ma la legge è la legge. Alla polizia di
Lodwar sono un sacco disponibili. Mi è scomparsa la jeep?
Cazzi miei. A bordo c'erano due miei clienti e il mio autista?
Perché non me li vado a cercare da solo? È domenica e loro
di domenica non lavorano. Vanno in chiesa, loro, la
domenica. 'Se ci paghi e ci presti una macchina, magari ti
diamo una mano' mi fanno. Così torno a casa e mi
organizzo. Passo.»
«Come?» Woodrow stava riprendendo l'abbrivo.
«Due squadre di uomini miei, con due camioncini,
acqua, carburante di riserva, medicine, cibo e scotch, nel
caso ci sia bisogno di disinfettare qualcosa. Passo.» Ci fu
un'interferenza e Wolfgang intimò alle voci di tacere.
Sorprendentemente, lo fecero. «Qui fa un caldo boia, signor
cancelliere. Sono quarantasei gradi e ci sono tanti sciacalli e
iene quanti topi da voi. Passo.»
Ci fu un momento di silenzio, probabilmente in attesa
che Woodrow dicesse qualcosa.
«La ascolto» disse.
«La jeep era su un fianco. Non mi chieda perché. Le
portiere erano chiuse. Non mi chieda perché. Un finestrino
aperto di cinque centimetri. Avevano chiuso le portiere e si
erano portati via la chiave. Un odore che non le dico, da
quella fessura. Segni di iene dappertutto, ammaccature e
graffi dove avevano cercato di entrare, e per terra le
impronte dove avevano raspato impazzite. Una iena sente
l'odore del sangue da dieci chilometri di distanza. Se fossero
riuscite ad arrivare ai corpi, li avrebbero sbranati e
avrebbero mangiato persino il midollo dentro le ossa. Però
non ce l'hanno fatta. Chi ha chiuso le portiere ha lasciato il
finestrino aperto di uno spiraglio per far diventare matte
loro e voi. Passo.»
Woodrow si sforzò di mettere insieme le parole. «La
polizia dice che Noah è stato decapitato. È vero? Passo.»
«Sì. Era un brav'uomo. I parenti sono terrorizzati.
Hanno mobilitato tutti per trovare la testa, perché senza
non gli possono fare un funerale come si deve e il suo
spirito tornerà a tormentarli. Passo.»
«E la signora Abbott? Passo.» Lo assalì un'immagine
terribile di Tessa senza testa.
«Non ve l'hanno detto?»
«No. Passo.»
«Sgozzata. Passo.»
Un'altra visione, questa volta del pugno dell'assassino
che le strappa la collana perché non intralci la lama del
coltello. Wolfgang gli stava spiegando che cosa aveva fatto.
«Prima di tutto ho detto ai miei uomini di lasciare le
portiere chiuse. Tanto erano morti tutti e due. Aprire quelle
portiere voleva dire mettersi nei casini. Lascio una squadra
ad accendere un fuoco e montare la guardia e con l'altra
torno all'Oasi. Passo.»
«Domanda. Passo.» Woodrow faceva fatica ad andare
avanti.
«Mi dica, signor cancelliere. Non faccia complimenti.
Passo.»
«Chi ha aperto la jeep? Passo.»
«La polizia. Appena sono arrivati loro, i miei uomini
sono scappati. La polizia non piace a nessuno. Nessuno
vuole farsi arrestare. Da queste parti soprattutto. Prima è
arrivata la polizia di Lodwar e poi il pronto intervento e
quelli della Gestapo personale di Moi. I miei hanno chiuso
la cassa e nascosto l'argenteria, a parte il fatto che non ho
argenteria. Passo.»
Altro momento di silenzio, durante il quale Woodrow si
affannò a cercare parole razionali.
«Bluhm indossava una sahariana quando partì per gli
scavi di Leakey? Passo.»
«Sì. Vecchiotta. Senza maniche. Blu. Passo.
«È stato ritrovato un coltello sul luogo del delitto?
Passo.»
«No. Ma doveva essere un gran bel coltello, glielo dico
io. Un machete con una lama Wilkinson. Ha tagliato Noah
in due come burro, in un colpo solo. E la donna lo stesso.
Zac. Era nuda. E piena di lividi. Non ve l'avevo detto?
Passo.»
No, non l'avevi detto, pensò Woodrow. Non avevi
assolutamente detto che era nuda. E nemmeno che era
piena di lividi. «Avevano un machete sulla jeep, quando
sono partiti dall'Oasi? Passo.»
«Non ho mai visto un africano che parte per un safari
senza un machete, signor cancelliere.»
«Dove sono adesso i corpi?»
«Noah, o quel che resta di lui, l'hanno restituito alla sua
tribù. Per la signora Abbott la polizia ha mandato una barca.
Hanno dovuto tagliare il tetto della jeep. Gli ho prestato io
l'attrezzatura. Poi l'hanno legata sul ponte. Sotto non c'era
posto per lei. Passo.»
«Perché no?» Ma rimpiangeva già di averlo chiesto.
«Un po' di fantasia, signor cancelliere. Sa che cosa
succede ai cadaveri in questo clima? Se la volete spedire a
Nairobi, la dovrete tagliare a pezzi, perché nella stiva di un
aereo non ci sta.»
Woodrow ebbe un attimo di paralisi mentale e, quando
si riprese, sentì Wolfgang che diceva di sì: conosceva già
Bluhm. Dedusse di averglielo chiesto lui, benché non se lo
ricordasse.
«L'avevo conosciuto nove mesi fa. Dava il buon esempio
a una comitiva di pezzi grossi nel campo degli aiuti
umanitari. Programmi alimentari mondiali, sanità
mondiale, rimborsi spese mondiali. Quei bastardi hanno
speso una montagna di quattrini e mi hanno chiesto di
gonfiargli un po' le ricevute. Io li ho mandati a quel paese e
a Bluhm questo è piaciuto. Passo.»
«Come le è sembrato questa volta? Passo.»
«In che senso?»
«Era diverso? Più nervoso, strano, non so...»
«Che cosa sta cercando di dire, signor cancelliere?»
«Secondo lei poteva essere sotto l'effetto di qualche
sostanza? Aveva preso qualcosa?» Si stava impappinando.
«Non so, cocaina o roba del genere. Passo.»
«Saluti e baci» disse Wolfgang e la comunicazione si
interruppe.
Woodrow si rese conto che Donohue lo stava fissando
con sguardo indagatore. Sheila era scomparsa. Woodrow
aveva l'impressione che fosse uscita a fare qualcosa di
urgente. Ma di cosa poteva trattarsi? Perché la morte di
Tessa avrebbe dovuto richiedere l'intervento urgente delle
spie? Rabbrividì e rimpianse di non avere un cardigan,
nonostante stesse sudando.
«Posso fare nient'altro per te, vecchio mio?» chiese
Donohue con una sollecitudine che non era da lui,
continuando a fissarlo con i suoi occhi gonfi da malato.
«Vuoi bere qualcosa?»
«No, grazie. Adesso no.»
'Lo sapevano già' si disse Woodrow arrabbiato,
scendendo le scale di corsa. 'Lo hanno saputo prima di me,
che era morta.' Ma è quello che vogliono farti credere: che
loro ne sanno sempre più degli altri, e lo sanno prima.
«L'alto commissario è tornato?» domandò facendo
capolino nell'ufficio di Mildren.
«Dovrebbe essere qui a momenti.»
«Annulla la riunione.»
Woodrow non andò subito nell'ufficio di Justin. Passò
prima da Ghita Pearson, l'impiegata più giovane della
cancelleria, amica e confidente di Tessa. Aveva gli occhi
scuri e i capelli chiari, era anglo-indiana e portava sulla
fronte il marchio della casta. Assunta lì a Nairobi, aspirava a
far carriera nel Servizio, si ripeté Woodrow. Quando lo vide
chiudere la porta, Ghita si accigliò.
«Questo colloquio è strettamente personale, Ghita,
okay?» Lei lo guardò fisso, aspettando che parlasse.
«Bluhm. Il dottor Arnold Bluhm. Sì?»
«Mi dica.»
«Siete amici.» Nessuna risposta. «Voglio dire, vi
frequentate?»
«È un contatto.» Fra i compiti di Ghita c'era quello di
tenersi quotidianamente in contatto con le agenzie
umanitarie.
«È anche amico di Tessa.» Gli occhi scuri di Ghita non
fecero commenti. «Conosci altra gente della sua
organizzazione?»
«Qualche volta parlo al telefono con Charlotte, che gli fa
da segretaria. Gli altri lavorano tutti sul campo. Perché?»
Aveva un accento anglo-indiano che Woodrow aveva
sempre trovato affascinante. Mai più, però. Mai più
nessun'altra.
«Bluhm era a Lokichokio la scorsa settimana. In
compagnia.»
Ghita assentì, questa volta più lentamente, e abbassò gli
occhi.
«Voglio sapere che cosa ci era andato a fare. Da Loki è
andato in macchina fino a Turkana. Voglio sapere se è già
tornato a Nairobi, o magari a Loki. Ce la fai a scoprirlo
senza dare troppo nell'occhio?»
«Ne dubito.»
«Provaci.» Gli venne un sospetto che non l'aveva mai
sfiorato da che conosceva Tessa. «Sai se Bluhm è sposato?»
«Penso di sì. O magari lo è stato. Di solito lo sono, no?»
Chi? Gli africani o gli amanti?
«Ma la moglie non sta qui a Nairobi. Perlomeno per
quanto tu ne sappia. Non ha una moglie qui.»
«Perché?» chiese lei sottovoce, preoccupata. «È
successo qualcosa a Tessa?»
«Forse. Stiamo cercando di capire.»
Woodrow bussò alla porta dell'ufficio di Justin ed entrò
senza aspettare che gli rispondesse. Questa volta non
chiuse a chiave la porta ma, con le mani in tasca, vi si
appoggiò con tutto il suo peso ottenendo lo stesso risultato.
Justin gli dava le spalle, elegante come al solito, con la
testa ben pettinata rivolta al muro. Stava studiando uno dei
tanti grafici sparsi per l'ufficio, ciascuno con una sigla in
nero e linee ascendenti o discendenti in diversi colori.
Quello che stava leggendo in quel momento era intitolato
INFRASTRUTTURE RELATIVE 2005-2010 e, per quanto
Woodrow riuscisse a vedere dalla sua posizione, si
proponeva di prevedere la prosperità delle nazioni africane
negli anni a venire. Sul davanzale della finestra c'era una
fila di piante in vaso, che Justin curava molto. Woodrow
riconobbe un gelsomino e una balsamina, ma solo perché
Justin ne aveva regalato un paio a Gloria.
«Ciao, Sandy» disse Justin, mettendo l'accento sul ciao.
«Ciao.»
«Ho sentito che la riunione è stata annullata.
Problemi?»
La sua famosa voce calda, pensò Woodrow, notando
ogni dettaglio come per la prima volta. Un po' appannata dal
tempo, ma di sicuro fascino, soprattutto per chi preferisce il
tono alla sostanza. Perché ti disprezzo nel momento in cui
sto per rovinarti la vita? Da adesso fino alla fine dei tuoi
giorni il tempo precedente e quello successivo a questo
istante saranno due epoche distinte per te come per me.
Perché non ti togli la giacca, maledizione? Devi essere
l'unico uomo rimasto nel Servizio a farsi fare i vestiti dal
sarto in questo clima. Poi si accorse di avere la giacca anche
lui.
«Tutto bene?» chiese Justin con lo stesso accento
studiato. «Gloria non patisce questo caldo micidiale? I
ragazzi crescono?»
«Stiamo tutti bene, grazie.» Piccola pausa, creata ad arte
da Woodrow. «E Tessa è sull'altopiano» suggerì. Le stava
dando un'ultima possibilità di dimostrare che era tutto un
malaugurato errore.
Justin divenne a un tratto loquace, come faceva sempre
quando gli si nominava Tessa. «Sì, infatti. Negli ultimi
tempi il suo impegno è praticamente totale.» Aveva in
mano un tomo delle Nazioni Unite spesso cinque
centimetri. Si chinò e lo posò su un tavolino. «Se continua
così, quando ce ne andremo avrà salvato tutta l'Africa.»
«Che cosa è andata a fare esattamente sull'altopiano?»
Ormai si aggrappava a tutto. «Pensavo che lavorasse qui a
Nairobi, negli slum. Kibera, dico bene?»
«Sì» rispose Justin con orgoglio. «Giorno e notte,
poveretta. Fa di tutto, da pulire il sedere ai bambini a offrire
consulenze legali. Si occupa soprattutto di donne, con
grande gioia sua e poca dei loro uomini.» Gli fece un sorriso
malinconico, come a dire 'se solo'... «Proprietà, divorzi,
violenza, stupro, infibulazione, prevenzione delle malattie a
trasmissione sessuale. Tutto quanto, tutti i giorni. È
comprensibile che ai mariti dia fastidio. Voglio dire, se io
stuprassi regolarmente mia moglie, mi darebbe fastidio.»
«Allora che cosa è andata a fare sull'altopiano?»
insistette Woodrow.
«E chi lo sa. Chiedilo al dottor Arnold» buttò lì Justin
con troppa disinvoltura. «Arnold è la sua guida e il suo
filosofo.»
La tua versione è questa, dunque, registrò Woodrow.
Questa è la copertura ideale per tutti e tre. Arnold Bluhm,
medico, tutore morale, cavaliere nero, protettore della bella
Tessa nella giungla degli aiuti umanitari. Tutto, tranne che
suo amante tollerato. «Ma dov'è andata esattamente?»
domandò.
«A Loki. Lokichokio.» Justin si era appoggiato al bordo
della scrivania, forse inconsciamente per adeguarsi
all'informalità della posizione di Woodrow. «La FAO ha
organizzato un seminario sulla presa di coscienza dei ruoli
sessuali. Ci crederesti? Fanno arrivare in aereo dal Sudan
meridionale contadine che non sanno nemmeno che cosa
sia la coscienza, gli propinano un corso intensivo su John
Stuart Mill e le rimandano a casa coscienti del loro ruolo
sessuale. Arnold e Tessa sono andati a partecipare ai lavori
e a farsi quattro risate. Beati loro.»
«Ma adesso dov'è Tessa?»
Justin parve non gradire quella domanda. Forse fu in
quel momento che si rese conto che le chiacchiere di
Woodrow avevano in realtà uno scopo ben preciso. O forse
– almeno così pensò Woodrow – non gli piaceva dover
ammettere che non sapeva dove fosse sua moglie.
«Sulla via del ritorno, presumo. Perché?»
«Con Arnold?»
«Credo di sì. Non penso che la lascerebbe là da sola.»
«L'hai sentita?»
«Da Loki? E come? Non esistono telefoni da quelle
parti.»
«Avrebbe potuto usare la radio di una delle agenzie. Non
è così che fanno tutti?»
«Tessa non fa quello che fanno tutti» ribatté Justin,
aggrottando la fronte. «Ha i suoi principi e non spende i
soldi degli aiuti per sé. È successo qualcosa, Sandy?»
Imbronciato, Justin si allontanò bruscamente dalla
scrivania e andò a piazzarsi al centro della stanza con le
mani dietro la schiena. Woodrow, osservando il suo viso
interessante e i capelli brizzolati alla luce del sole, ricordò i
capelli di Tessa, che erano esattamente dello stesso colore,
ma senza la compostezza e l'età di quelli di Justin. Ricordò
la prima volta che li aveva visti insieme, Tessa e Justin,
appena arrivati e appena sposati, ospiti d'onore alla festa di
benvenuto a Nairobi organizzata dall'alto commissario. Si
era fatto avanti per salutarli e aveva pensato che fossero
padre e figlia e lui lì per chiedere la mano di lei.
«Da quand'è che non la senti?» domandò.
«Da martedì, quando li ho accompagnati all'aeroporto.
Che cosa c'è, Sandy? Se è con Arnold, va tutto bene. A lui dà
retta.»
«Pensi che possano essere andati al lago Turkana, lei e
Bluhm... Arnold?»
«Se avevano un mezzo e il desiderio di farlo, perché no?
A Tessa piace la natura incontaminata e stima molto
Richard Leakey, sia come archeologo sia come africano
bianco per bene. Credo che Leakey abbia un dispensario da
quelle parti. Magari Arnold doveva andare a dare una mano
e si è portato dietro Tessa. Sandy, è successo qualcosa?»
insistette indignato.
Nel dargli la ferale notizia, Woodrow non poté fare altro
che osservare l'effetto delle proprie parole sul volto di
Justin. E vide le ultime vestigia di gioventù abbandonarlo
mentre, come una sorta di creatura marina, il suo bel viso si
chiudeva e si irrigidiva, lasciando soltanto quel che pareva
corallo.
«Una donna bianca e il suo autista africano sono stati
trovati morti sulla sponda orientale del lago Turkana»
iniziò Woodrow evitando volutamente di dire 'uccisi'. «Jeep
e autista erano dell'hotel Oasi. Il proprietario sostiene di
aver identificato il corpo della donna, perché Tessa e Bluhm
avevano dormito nel suo hotel prima di partire per gli scavi
di Richard Leakey. Bluhm non è stato ritrovato. La collana
era nella jeep. Quella che Tessa portava sempre.»
Come faccio a saperlo? Per l'amore di Dio, perché ho
scelto proprio questo momento per sfoggiare la mia
conoscenza di dettagli personali come quello della collana?
Woodrow continuava a guardare Justin. La parte più
codarda di lui avrebbe voluto abbassare gli occhi, ma per il
figlio di un militare sarebbe stato come condannare a morte
un uomo e non presenziare all'esecuzione. Guardò Justin
sbarrare gli occhi addolorato e deluso, come se fosse stato
colpito alle spalle da un amico, e quindi annichilire,
tramortito. Guardò le belle labbra aprirsi in una smorfia di
dolore fisico e quindi serrarsi e sbiancare, chiudendo fuori
tutto il resto.
«Sei stato gentile a dirmelo tu, Sandy. Non dev'essere
stato facile. Porter lo sa?» Porter era l'improbabile nome di
battesimo dell'alto commissario.
«Mildren lo sta cercando. Hanno ritrovato uno scarpone
Mephisto numero quaranta e mezzo. Ti quadra?»
Justin faceva fatica a coordinare le idee. Dovette prima
aspettare che il suono delle parole di Woodrow gli arrivasse,
dopodiché si affrettò a rispondere con frasi brusche e
stentate. «Ne aveva comprato tre paia in un negozio vicino
a Piccadilly l'ultima volta che siamo stati in Inghilterra. Non
l'avevo mai vista spendere e spandere a quel modo. Di solito
non lo faceva. Non aveva mai avuto problemi di soldi e
continuava a non farsene. Si sarebbe vestita soltanto con
roba dell'Esercito della Salvezza, se avesse potuto.»
«E una specie di sahariana. Blu.»
«Quelle le odiava» ribatté Justin ritrovando
improvvisamente la favella. «Diceva sempre che se le avessi
mai visto addosso uno di quegli affari kaki pieni di tasche,
avrei dovuto bruciarla o regalarla a Mustafà.»
Mustafà era il tuttofare di Tessa, ricordò Woodrow. «La
polizia dice che era blu.»
«Detestava il blu.» Justin sembrava sul punto di perdere
la pazienza. «Odiava tutto quello che sapeva di
paramilitare.» Woodrow notò che usava già il passato.
«Aveva una giacca militare verde, una volta. L'aveva
comprata da Farbelow, in Stanley Street. Ce l'avevo
accompagnata io, non so come mai. Probabilmente me lo
aveva chiesto lei. Odiava andare per negozi. Se l'era infilata
e aveva fatto un defilé. 'Guardami' diceva. 'Sembro il
generale Patton travestito da donna.' 'No, non sembri
affatto il generale Patton' le avevo detto io. 'Sembri una
bella ragazza con un'orribile giacca verde.'»
Cominciò a riordinare la scrivania con gesti precisi,
preparandosi ad andare via. Aprì e chiuse i cassetti, ripose le
carte nell'armadietto di acciaio e lo chiuse a chiave,
lisciandosi distrattamente i capelli fra un movimento e
l'altro, un'abitudine che a Woodrow aveva sempre dato un
gran fastidio. Spense l'odiato computer premendo
velocemente il tasto, diffidente, quasi temesse che gli
mordesse il dito. Girava voce che se lo facesse accendere da
Ghita tutte le mattine. Woodrow lo osservò mentre si dava
un'ultima occhiata intorno, senza vedere. Fine della storia,
fine della vita. Siete pregati di lasciare la stanza come l'avete
trovata. Davanti alla porta, Justin si voltò e guardò le piante
sul davanzale, forse meditando se portarle via o lasciare
detto a qualcuno di innaffiarle, ma non fece né una cosa né
l'altra.
Accompagnando Justin nel corridoio, Woodrow fece per
posargli una mano sul braccio, ma una sorta di repulsione
lo bloccò. Ciononostante stette attento a camminargli
abbastanza vicino da sorreggerlo nel caso avesse barcollato
o inciampato, perché ormai Justin sembrava un
sonnambulo ben vestito e disorientato. Camminavano lenti
e silenziosi, ma evidentemente Ghita li sentì perché quando
passarono davanti alla porta del suo ufficio la aprì, si
avvicinò a Woodrow e lo seguì in punta di piedi per
bisbigliargli qualcosa all'orecchio, scostando i capelli biondi
perché non gli cadessero sulla faccia.
«È scomparso. Lo stanno cercando ovunque.»
Ma l'udito di Justin era migliore di quanto prevedessero.
O forse la forza dell'emozione gli aveva acuito i sensi.
«Sei preoccupata per Arnold, immagino» disse a Ghita
con il tono collaborativo di uno sconosciuto che indica la
strada a un passante.

L'alto commissario era un uomo svuotato ma molto


intelligente, sempre intento a studiare qualcosa. Aveva un
figlio in una merchant bank, una figlia piccola cerebrolesa
di nome Rosie e una moglie che, quando era in Inghilterra,
faceva il giudice di pace. Adorava la sua famiglia e passava i
week-end con Rosie in braccio. Era come se si fosse fermato
alla soglia della maturità: portava bretelle da ragazzo e
pantaloni larghi. Dietro la porta c'era la giacca coordinata
appesa a una gruccia con il suo nome scritto sopra: P.
COLERIDGE, BALLIOL. L'alto commissario era al centro
del suo grande ufficio con la testa inclinata verso Woodrow,
l'espressione furibonda e i capelli scompigliati. Aveva le
lacrime agli occhi e sulle guance.
«Cazzo» disse con foga, come se non vedesse l'ora di
pronunciare quella volgarità.
«Già» disse Woodrow.
«Povera ragazza... Così giovane... Quanti anni aveva?»
«Venticinque.» 'Come faccio a saperlo?' «Più o meno»
aggiunse, per mantenersi sul vago.
«Ne dimostrava diciotto. E quel povero fesso di Justin,
con i suoi fiori...»
«Già» ripeté Woodrow.
«Ghita lo sa?»
«Ha intuito qualcosa.»
«Che cosa farà quel pover'uomo adesso? Non ha
nessuna prospettiva di carriera. Alla fine di questo incarico
avevano in programma di scaricarlo. Se Tessa non avesse
perso il bambino, lo avrebbero già mandato via.» Stufo di
restare fermo nello stesso posto, Coleridge fece qualche
passo. «Rosie ha preso una trota da un chilo sabato scorso»
sbottò in tono accusatorio. «Che cosa ne dici?»
Aveva l'abitudine di prendere tempo cambiando discorso
di punto in bianco.
«Che brava» mormorò rispettosamente Woodrow.
«A Tessa avrebbe fatto piacere. Diceva sempre che Rosie
ce l'avrebbe fatta. E Rosie le era molto affezionata.»
«Lo so.»
«Non l'ha voluta mangiare, però. L'abbiamo tenuta tutto
il week-end in terapia intensiva e poi l'abbiamo seppellita
nel giardino.» Raddrizzò le spalle, segnale che riprendeva a
parlare di lavoro. «C'è sotto qualcosa, Sandy. Qualcosa di
terribile.»
«Me ne rendo conto.»
«Quella merda di Pellegrin ha già chiamato per dire di
arginare i danni.» Sir Bernard Pellegrin, mandarino del
ministero degli Esteri e responsabile degli affari africani,
era nemico giurato di Coleridge. «Come diamine facciamo
ad arginare i danni se non sappiamo nemmeno quali cazzo
sono? Gli abbiamo rovinato la partita a tennis, immagino.»
«È stata con Bluhm quattro giorni e quattro notti, prima
di morire» disse Woodrow guardando la porta per accertarsi
che fosse ancora chiusa. «Sempre che questi siano danni.
Sono andati a Loki e poi a Turkana. Hanno preso un
bungalow insieme e Dio sa cos'altro. Sono stati visti
insieme da un sacco di gente.»
«Grazie. Grazie mille. È proprio quello che volevo
sapere.» Infilandosi le mani in tasca, Coleridge cominciò a
passeggiare per la stanza. «Dove cazzo è adesso Bluhm?»
«Lo stanno cercando dappertutto, pare. L'ultima volta
che è stato visto era seduto accanto a Tessa sulla jeep,
quando sono partiti per gli scavi di Leakey.»
Coleridge andò a grandi passi alla scrivania e si lasciò
cadere sulla sedia allargando le braccia. «Quindi è stato il
maggiordomo» dichiarò. «Bluhm si è scordato di essere un
uomo istruito, è impazzito, ha ammazzato due persone, si è
preso per ricordo la testa di Noah, ha rovesciato la jeep su
un fianco, ha chiuso a chiave le portiere e se l'è data a
gambe. Be', chi non lo farebbe? Cazzo!»
«Lo conosciamo tutti e due.»
«No, io non lo conosco. Me ne guardo bene. Non mi
piacciono le star degli aiuti umanitari. Dove diamine sarà
finito? Dov'è?»
A Woodrow passarono per la testa una serie di
immagini. Bluhm, l'apollo barbuto, l'africano amato dagli
occidentali che frequentava i cocktail di Nairobi,
personaggio carismatico, spiritoso, bellissimo. Bluhm e
Tessa fianco a fianco che stringevano la mano agli ospiti
mentre Justin, ex scapolo d'oro, faceva le fusa, sorrideva e
serviva da bere. Il dottor Arnold Bluhm, già eroe della
guerra in Algeria, che dissertava dal palco della sala
conferenze delle Nazioni Unite sulle priorità sanitarie in
situazioni di crisi. Bluhm accasciato su una sedia verso la
fine della festa, con l'aria persa e vuota, con tutto quello che
valeva la pena di sapere sul suo conto ben nascosto chissà
dove.
«Non potevo rispedirli a casa, Sandy» diceva Coleridge
con la voce più ferma di chi è appena uscito rinfrancato da
un esame di coscienza. «Non mi sono mai sentito in diritto
di stroncare la carriera di un uomo solo perché sua moglie
scopa in giro. Siamo nel nuovo millennio, la gente ha il
diritto di rovinarsi la vita come meglio crede.»
«Certo.»
«Negli slum stava facendo un ottimo lavoro,
indipendentemente da quello che dicevano di lei al
Muthaiga Club. Avrà anche dato fastidio agli scagnozzi di
Moi, ma gli africani che contano le volevano bene dal primo
all'ultimo.»
«Su questo non c'è dubbio» concordò Woodrow.
«Okay, aveva la fissa dell'emancipazione femminile. E
aveva ragione. Mettete l'Africa in mano alle donne e vedrete
che le cose andranno meglio.»
Mildren entrò senza bussare.
«Ha chiamato l'ufficio protocollo, signore. Il corpo di
Tessa è appena arrivato all'obitorio. Vorrebbero che venisse
identificata al più presto. E le agenzie di stampa chiedono a
gran voce una dichiarazione.»
«Come diamine hanno fatto a portarla a Nairobi così in
fretta?»
«In aereo» rispose Woodrow, ricordando il
raccapricciante commento di Wolfgang sulla necessità di
fare a pezzi il cadavere per caricarlo nella stiva.
«Nessun comunicato stampa finché non sarà stato
identificato il corpo» ordinò Coleridge.

Woodrow e Justin andarono insieme, a testa bassa sul


sedile di assicelle di un furgone Volkswagen dell'Alto
Commissariato con i vetri fumè. Davanti c'erano
Livingstone, che guidava, e il massiccio Jackson, anche lui
kikuyu, casomai fosse stato necessario un paio di braccia
muscolose in più. Nonostante l'aria condizionata fosse al
massimo, dentro il furgone si soffocava. Il traffico pareva
impazzito. Pulmini Matutu pieni zeppi li superavano
suonando il clacson a destra e a manca, emettendo nuvole
di fumo e sollevando polvere e ghiaia. Livingstone si
immise a fatica in un rondò e si fermò davanti a una porta
di pietra circondata da gruppi di uomini e donne che
cantavano una nenia dondolando. Scambiandoli per
manifestanti, Woodrow lanciò un improperio, ma poi si
rese conto che erano parenti che aspettavano di riprendersi
le salme dei loro cari. Lungo il ciglio della strada erano
parcheggiati furgoni arrugginiti e macchine con nastri rossi.
«Non era il caso, Sandy» disse Justin.
«Figurati» rispose nobilmente il figlio del militare.
Un gruppo di poliziotti e di persone con il camice bianco
macchiato li aspettavano sulla soglia. Il loro unico scopo era
compiacerli. Un certo ispettore Muramba strinse sorridente
la mano ai due distinti rappresentanti dell'Alto
Commissariato britannico. Un orientale vestito di nero si
presentò come il dottor Banda Singh, per servirvi.
Imboccarono un corridoio di cemento fiancheggiato da
bidoni traboccanti di spazzatura e con tubi a vista sul
soffitto. Serviranno per le celle frigorifere, pensò Woodrow,
anche se non funzionano perché manca la corrente e
l'obitorio non ha generatori. Il dottor Banda faceva strada,
ma Woodrow l'avrebbe trovata anche da solo. A sinistra
l'odore si affievoliva, a destra era più intenso. La parte più
indifferente di lui aveva di nuovo preso il sopravvento. Il
dovere di un militare è presenziare, non provare sentimenti.
'Dovere.' Perché quella donna mi faceva sempre pensare al
dovere? Chissà se esisteva un'antica superstizione riguardo
agli aspiranti adulteri che osservano il cadavere della donna
che hanno desiderato. Il dottor Banda li condusse su per
una breve scala, che li portò in un atrio privo di ventilazione
dove l'odore di morte era soffocante.
Si trovarono davanti a una porta di acciaio arrugginita,
chiusa, e Banda bussò in modo autoritario, appoggiandosi
sui talloni e battendo quattro o cinque volte a intervalli
regolari, come per trasmettere una sorta di codice. La porta
si aprì di uno spiraglio, cigolando, e lasciò intravedere le
facce preoccupate e disfatte di tre ragazzi. Alla vista del
dottore si fecero da parte lasciandoli passare, con il risultato
che Woodrow, rimasto in piedi nell'atrio puzzolente, ebbe il
privilegio di una visione da incubo, nella quale il dormitorio
del suo college era stato ceduto a morti di AIDS di tutte le
età. Cadaveri emaciati giacevano affiancati, due per ogni
letto, e per terra ce n'erano altri, sia vestiti sia nudi, sul
fianco o sulla schiena. Alcuni avevano le ginocchia piegate
sul petto, quasi a proteggersi inutilmente, il mento alzato
come in segno di protesta. Su tutti volavano nugoli di
mosche che ronzavano all'unisono.
Al centro del dormitorio, parcheggiata in disparte nel
corridoio fra i letti, c'era la grande asse da stiro su ruote
della bidella e, sull'asse da stiro, una massa artica di
lenzuola avviluppate da cui spuntavano due piedi mostruosi
e semiumani. A Woodrow ricordavano le pantofole a forma
di zampe di anatra che insieme con Gloria aveva regalato al
figlio Harry il Natale precedente. Una mano distesa era
riuscita chissà come a rimanere fuori dalle lenzuola. Le dita
erano coperte di sangue nero, che si era raccolto soprattutto
in corrispondenza delle nocche. La punta era azzurro
acquamarina. 'Un po' di fantasia, signor cancelliere. Sa che
cosa succede ai cadaveri in questo clima.'
«Il signor Justin Quayle, per favore» tuonò il dottor
Banda Singh con la potenza di un imbonitore a un
ricevimento reale.
«Ti accompagno» sussurrò Woodrow e, con Justin al
fianco, andò coraggiosamente verso il dottor Banda,
arrivando appena in tempo per vederlo scostare il lenzuolo
e mettere in mostra la testa di Tessa come una volgare
caricatura, fasciata con una benda lurida legata sotto il
mento e intorno alla gola, dove un tempo era stata la
collana. Come un uomo che sta annegando e che sfiora la
superficie per l'ultima volta, Woodrow memorizzò anche
tutto il resto: i capelli scuri lisciati dal pettine del
parrucchiere dei morti, le guance gonfie come quelle di un
cherubino che soffia, gli occhi chiusi e le sopracciglia alzate
e la bocca semiaperta in una smorfia di stupore, incrostata
di sangue nero come se le avessero strappato tutti i denti in
una volta sola. 'Tu?' chiede stupidamente mentre
l'ammazzano e la bocca rimane ferma mentre pronuncia la
'u'. Tu? A chi lo chiede? Chi sta guardando da dietro le
palpebre bianche e tirate?
«Lei conosce questa signora?» chiese con delicatezza
l'ispettore Muramba a Justin.
«Sì. Sì, la conosco. Grazie» rispose Justin, soppesando
ogni parola prima di pronunciarla. «È mia moglie Tessa.
Dobbiamo organizzare il funerale, Sandy. Lei avrebbe
voluto che fosse celebrato qui in Africa, il più presto
possibile. È figlia unica, i suoi genitori non ci sono più. Non
ho bisogno di chiedere niente a nessuno. Meglio fare in
fretta.»
«Be', converrà sentire cosa dice la polizia» gli fece
notare Woodrow con voce spezzata. Fece appena in tempo
ad arrivare a un catino pieno di crepe dove vomitò anche
l'anima mentre Justin, educatissimo, gli rimase accanto
tenendogli una mano sulla spalla, cercando di consolarlo.
Dal santuario moquettato del suo ufficio, Mildren lesse
al giovane dalla voce neutrale all'altro capo del filo:

"È con somma tristezza che l'Alto Commissariato


annuncia la morte di Tessa Quayle, moglie di Justin Quayle,
primo segretario della cancelleria. La signora Quayle è
deceduta sul lago Turkana, nei pressi della baia di Allia.
Anche il suo autista, Noah Katanga, è rimasto ucciso. Tessa
Quayle verrà ricordata per la dedizione con cui si è battuta
per i diritti delle donne in Africa, oltre che per la sua
bellezza e la giovane età. Le nostre sincere condoglianze al
marito Justin e ai numerosi amici della signora Quayle. La
bandiera dell'Alto Commissariato resterà a mezz'asta fino a
data da destinarsi. Nell'atrio verrà messo a disposizione un
registro per chi vorrà esprimere le proprie condoglianze".

«Quando lo mandate in onda?»


«L'ho appena fatto» rispose il giovane.
2.

I Woodrow abitavano in una villetta di pietra con


finestre in stile Tudor e un grande giardino all'inglese,
nell'esclusivo quartiere di Muthaiga, dove le case erano
tutte uguali, a un tiro di schioppo dal Muthaiga Club, dalla
residenza dell'alto commissario britannico e dalle sontuose
ville di ambasciatori di paesi di cui è probabile che non si
conosca il nome finché non si costeggiano i viali
accuratamente sorvegliati e si leggono le targhe, in mezzo a
cartelli in kiswahili che raccomandano di stare attenti ai
cani. Dopo l'attentato all'ambasciata statunitense di
Nairobi, il ministero degli Esteri aveva fornito a tutto il
personale dal rango di Woodrow in su cancelli in ferro,
custoditi coscienziosamente ventiquattr'ore su ventiquattro
da turni di esuberanti baluhya e relativi amici e parenti.
Intorno al giardino, le stesse menti ispirate avevano
previsto recinti elettrificati sormontati da spirali di filo
spinato e fari antintrusione che restavano accesi tutta la
notte. A Muthaiga esiste una gerarchia anche nella
protezione: le case più umili hanno cocci di bottiglia in cima
ai muri di pietra, quelle di medio livello filo spinato, ma per
la tutela della nobiltà diplomatica occorrono come minimo
cancellate di ferro, barriere elettrificate, sensori alle finestre
e fari sempre accesi. La casa dei Woodrow era a tre piani.
Gli ultimi due costituivano ciò che comunemente viene
chiamata 'zona protetta', isolata da una porta scorrevole in
acciaio sul pianerottolo del primo piano, di cui solo
Woodrow e la moglie avevano la chiave. E nella suite per gli
ospiti al piano terra, che i Woodrow chiamavano i piani
bassi per via della pendenza del terreno su cui si trovava la
casa, c'era una grata dalla parte del giardino per proteggere
la famiglia dalla servitù. La suite comprendeva due stanze
austere e imbiancate che, a causa delle sbarre alle finestre e
della grata, sembravano celle di prigione. Gloria, tuttavia, in
previsione dell'arrivo dell'ospite, le aveva abbellite con
mazzi di rose colte in giardino e una lampada che aveva
preso nello spogliatoio di Sandy, oltre al televisore e alla
radio della servitù, cui a suo dire avrebbe giovato stare un
po' senza. Non era un cinque stelle neanche così, confidò
alla sua amica del cuore Elena, moglie inglese di un
funzionario greco alle Nazioni Unite di dubbia integrità
morale, ma perlomeno il pover'uomo avrebbe avuto un po'
di privacy, che quando si perde una persona cara è la cosa
più importante, non credi, El? Gloria ne aveva avuto un
bisogno estremo, quando aveva perso la madre. Vero è che
Tessa e Justin erano una coppia un po' anticonformista, se
così si può dire, sebbene, per quanto la riguardava, lei non
avesse mai dubitato che ci fosse un grande affetto fra loro,
perlomeno da parte di Justin. Tessa, non si sa.
Francamente, cara Elena, solo Dio lo sa e noi certamente
ormai non lo sapremo più.
A queste parole Elena, che aveva divorziato più volte e
aveva una visione del mondo più pratica rispetto a Gloria,
aveva replicato: «Be', guardati le chiappe, amica mia. A
volte gli uomini vedovi da poco diventano delle vere
bestie».

Gloria Woodrow era una di quelle mogli esemplari del


Servizio determinate a vedere il lato buono in qualsiasi
cosa. Se lati buoni proprio non ce n'erano, si faceva una
bella risata e diceva: «Be', così è!», esortando tutte le
persone coinvolte a restare unite e a fare fronte alle
avversità della vita senza lamentarsi. Era una leale ex
alunna delle scuole private che l'avevano formata e istruita,
cui mandava aggiornamenti regolari sulla propria vita,
divorando avidamente i comunicati delle vecchie compagne
di scuola. A ogni festa, a ogni raduno, si congratulava con
loro a mezzo telegramma e, negli ultimi tempi, tramite
posta elettronica con messaggi ironici e spesso in rima,
perché non dimenticassero che aveva vinto il premio di
poesia della scuola. Era decisamente attraente,
notoriamente loquace, soprattutto quando non c'era
granché da dire, e aveva l'orrenda andatura vacillante delle
donne inglesi di stirpe reale.
Ma Gloria Woodrow non era stupida. Diciotto anni
prima, all'università di Edimburgo si era classificata fra le
menti più brillanti del suo corso e si diceva che, se non si
fosse innamorata di Woodrow, sarebbe riuscita a laurearsi
in scienze politiche e filosofia con una votazione più che
dignitosa. Tuttavia il matrimonio, la maternità e le
incertezze della vita diplomatica avevano cancellato tutte le
sue eventuali ambizioni. Talvolta sembrava avesse
volutamente messo la sordina alle proprie doti intellettuali
per fare il proprio dovere di moglie, e Woodrow se ne
rammaricava, ma le era anche grato di questo sacrificio e
della tranquillizzante incapacità di lei, che pure faceva di
tutto per assecondare le sue aspirazioni, di leggere i suoi
pensieri più reconditi. «Quando vorrò fare una vita mia, te
lo dirò» gli assicurava ogni volta che lui, in preda ai sensi di
colpa o alla noia, la esortava a riprendere gli studi, a
iscriversi a giurisprudenza o a medicina oppure a un corso
qualsiasi, per l'amore del cielo. «Se non ti piaccio come
sono, è diverso» gli rispondeva, spostando abilmente la sua
richiesta dal particolare all'universale. «Ma no, cara,
figurati, io ti amo così come sei!» si indignava lui e la
abbracciava affettuosamente. E, almeno un po', ci credeva.

Justin divenne il prigioniero segreto ai piani bassi la


sera del lunedì nero in cui aveva saputo della morte di
Tessa, all'ora in cui davanti alle case degli ambasciatori
cominciavano a scalpitare le limousine in attesa di varcare i
cancelli di ferro e avviarsi in processione verso il trogolo
misticamente eletto per abbeverarsi quel giorno. Lumumba
Day? Merdeka Day? L'anniversario della presa della
Bastiglia? Non aveva importanza: la bandiera nazionale
avrebbe sventolato nel giardino, l'irrigazione automatica
sarebbe stata disattivata, le passatoie rosse stese e i
servitori neri con i guanti bianchi si sarebbero messi
sull'attenti come ai tempi del colonialismo che tutti ormai
democraticamente disapproviamo. E da sotto il tendone del
padrone di casa sarebbero uscite le note di qualche melodia
patriottica adatta alle circostanze.
Woodrow salì con Justin sul Volkswagen nero. Dopo
l'obitorio, lo aveva accompagnato alla stazione di polizia e lo
aveva osservato mentre vergava con la sua immacolata
calligrafia accademica una dichiarazione in cui identificava
il cadavere della moglie. Da lì Woodrow aveva chiamato
Gloria per informarla che, traffico permettendo, sarebbe
arrivato a casa nel giro di quindici minuti con il loro 'ospite
speciale'. «Meglio che si tenga in disparte per un po', cara, e
noi dobbiamo fare in modo che ci resti» le disse. Questo
non impedì a Gloria di precipitarsi al telefono, componendo
il numero di Elena finché non ottenne la linea, per
chiederle consiglio sul menù. Il povero Justin preferiva il
pesce o la carne? Gloria se n'era scordata, ma aveva la
sensazione che fosse un tipo 'bizzarro'. Dio Santo, El, di che
cosa parleremo quando Sandy andrà a presidiare il forte e
noi resteremo da soli per ore? Voglio dire, non c'è
argomento che non sia off-limits!
«Qualcosa ti verrà in mente, cara, non ti preoccupare»
l'aveva rassicurata Elena, non proprio cortesemente.
Ma Gloria aveva comunque trovato il tempo di farle un
resoconto delle telefonate a dir poco 'strazianti' che aveva
ricevuto dai giornalisti e di altre cui aveva preferito non
rispondere, chiedendo a Juma, il suo tuttofare wakamba, di
riferire a chiunque chiamasse che i signori Woodrow erano
impossibilitati a rispondere in quel momento. A dire la
verità, con il giovanotto del 'Telegraph', che era di
un'eloquenza straordinaria, avrebbe parlato volentieri, solo
che Sandy glielo aveva proibito nella maniera più assoluta.
«Magari ti scriverà, cara» la consolò Elena.
Il Volkswagen con i finestrini fumè si fermò davanti alla
casa, Woodrow saltò giù a controllare che non ci fossero
giornalisti in agguato e poco dopo Gloria ebbe l'onore di
vedere Justin il vedovo, l'uomo che nel giro di sei mesi
aveva perso moglie e figlio, il marito tradito che d'ora in poi
non sarebbe più stato tradito, Justin con i suoi abiti leggeri
fatti su misura e lo sguardo dolce, il fuggiasco segreto da
nascondere ai piani bassi, che si toglieva il cappello di paglia
scendendo dal furgone dando la schiena al pubblico e,
ringraziando tutti – cioè Livingstone l'autista, Jackson la
guardia e Juma che si aggirava senza fare niente come al
solito – con un cenno distratto della testa scura, andava
diretto alla porta di casa. Gloria lo vide prima con la faccia
in ombra e poi alla luce incerta del crepuscolo. Le andò
incontro e le disse: «Buonasera, Gloria, siete molto gentili a
ospitarmi» controllando la voce con tanto sforzo che a lei
venne da piangere; in effetti più tardi, ripensandoci, pianse.
«Siamo lieti di poter fare qualcosa, Justin» mormorò lei
baciandolo con cauta tenerezza.
«Di Arnold non si sa niente, devo supporre. Non ha
telefonato nessuno mentre noi eravamo per strada?»
«No, mi dispiace. Siamo tutti angosciati, naturalmente.»
'Devo supporre' pensò Gloria. Supponi giusto. Eroe.
In sottofondo udì Woodrow che la avvertiva in tono
sconsolato che doveva rientrare in ufficio per un'oretta.
Scusa, cara, ti chiamo più tardi. Ma lei non lo ascoltò quasi.
Chi hai perso, tu? rifletté acida. Sentì le portiere che si
chiudevano e il furgone che si allontanava, ma non ci fece
caso. Aveva occhi solo per Justin, eroe tragico affidato alle
sue cure. Justin, capì in quel momento, era vittima di quella
tragedia quanto Tessa, perché se Tessa era morta, lui era
stato gravato di un dolore che si sarebbe portato nella
tomba. Gli aveva già ingrigito le guance e cambiato
l'andatura e le cose che guardava camminando. Le bordure
di cui Gloria andava tanto fiera e che aveva piantato dietro
suo suggerimento non vennero degnate di uno sguardo. E
così il sommacco e i due meli che tanto graziosamente le
aveva impedito di pagare. Perché una delle cose
straordinarie di Justin, cui Gloria non si era mai abituata
veramente – come ebbe modo di dire a Elena poche ore
dopo nel farle il resoconto dettagliato della serata – era che
sapeva 'tutto' di piante, fiori e giardini. Ma come ha fatto a
farsi una simile cultura, El? Forse ha preso da sua madre.
Non era imparentato con i Dudley? Be', i Dudley sono tutti
degli straordinari giardinieri, da secoli e secoli. Perché
parliamo di botanica inglese classica, qui, El, non delle
sciocchezze che si leggono sui giornali della domenica.
Accompagnando il suo prezioso ospite al portone, lungo
il corridoio e giù per la scala di servizio che portava ai piani
bassi, Gloria gli mostrò le celle in cui avrebbe risieduto per
tutta la durata della pena: l'armadio di compensato sbilenco
per i tuoi abiti, Justin – ma perché non aveva dato altri
cinquanta scellini a Ebediah per ridipingerlo? – il comò
tarlato per camicie e calzini – ma come aveva fatto a non
pensare che i cassetti andavano rivestiti?
Tuttavia fu Justin, come al solito, a scusarsi. «Temo di
non avere molti vestiti da metterci, Gloria. La mia casa è
assediata dai giornalisti e Mustafà deve avere staccato il
telefono. Sandy si è offerto gentilmente di prestarmi
qualcosa finché non mi sarà possibile andare a recuperare
un po' di roba.»
«Oh, Justin, che sciocca sono stata!» esclamò Gloria
arrossendo.
Tuttavia, o perché non ne aveva voglia o perché non
sapeva come congedarsi, insistette per mostrargli l'orribile
frigorifero pieno di bottiglie di acqua minerale e bibite varie
– perché non aveva fatto cambiare la guarnizione? – il
ghiaccio è qui, Justin, per tirarlo fuori basta metterlo sotto
l'acqua – e il bollitore elettrico di plastica che aveva sempre
odiato e la teiera con una crepa nel mezzo, e le bustine di
Tetley e la scatola di latta tutta ammaccata con i biscotti,
nel caso ti venisse voglia di uno spuntino durante la notte,
perché Sandy spesso mangia, di notte, nonostante gli
abbiano detto che deve dimagrire. E finalmente – per
fortuna questa l'aveva azzeccata! – il vaso di bocche di
leone multicolori che aveva seminato lei stessa seguendo le
sue istruzioni.
«Bene, adesso ti lascio un po' tranquillo» gli disse; poi,
sulla porta, le venne in mente che non gli aveva fatto le
condoglianze. «Justin, caro...» cominciò.
«Grazie, Gloria, non c'è bisogno» la interruppe lui con
sorprendente decisione.
Bloccata nel suo afflato di tenerezza, Gloria cercò di
ritrovare un tono pratico. «Okay, come preferisci. Quando
vuoi, sali di sopra, va bene? Ceniamo alle otto, in teoria. Se
hai voglia, prima prendiamo l'aperitivo. Fai quello che
preferisci. Anche niente, se vuoi. Dio solo sa a che ora
rientrerà Sandy.» A quel punto tornò in camera sua
sollevata, fece una doccia, si cambiò, si truccò e andò a
controllare che i ragazzi facessero i compiti. Placati dalla
presenza della morte, erano diligentemente impegnati, o
comunque fingevano di esserlo.
«Ha l'aria distrutta?» chiese Harry, il minore.
«Lo vedrai domani. Mi raccomando, comportati
educatamente e non scherzare con lui. Mathilda vi sta
preparando gli hamburger: mangerete nella stanza dei
giochi, non in cucina. Capito?» Partì con il post scriptum
prima ancora di averci pensato. «È un uomo coraggioso,
dovete trattarlo con grande rispetto.»
Scese in salotto e rimase sorpresa nel vedere che Justin
era già lì. Gli offrì un whisky e soda, versò un bicchiere di
vino bianco per sé e si sedette in poltrona. Era la poltrona di
Sandy, per la verità, ma in quel momento lei non pensava a
Sandy. Per diversi minuti – Gloria non avrebbe saputo dire
quanti – rimasero zitti tutti e due, immersi in un silenzio
che le sembrava li legasse sempre di più. Justin sorseggiava
il suo whisky e Gloria notò che non aveva l'abitudine
fastidiosissima che Sandy aveva preso ultimamente di
chiudere gli occhi e stringere le labbra imitando un
sommelier. Con il bicchiere in mano, andò alla
portafinestra e guardò il giardino illuminato: venti
lampadine da centocinquanta watt collegate al generatore
della casa, il cui bagliore sembrava bruciargli metà del viso.
«Forse è quello che pensano tutti» disse a un tratto,
come riprendendo un discorso che in realtà non c'era stato.
«Che cosa?» chiese Gloria. Non era sicura che Justin
avesse parlato a lei, ma glielo chiese lo stesso perché era
chiaro che aveva bisogno di parlare.
«Che gli altri ci amano per qualcosa che non siamo. Che
siamo un bluff. Che rubiamo l'amore.»
Gloria non sapeva se era quello che tutti pensavano, ma
era certa che, se l'avessero fatto, sbagliavano. «Tu non sei
un bluff, Justin» disse in tono fermo. «Tu sei una delle
persone più autentiche che abbia mai conosciuto. Lo sei
sempre stato. Tessa ti voleva molto bene, com'era giusto.
Era una donna molto fortunata.» Quanto all'amore rubato,
rifletté, chi dei due rubasse, in quella coppia, era chiaro
come il sole.
Justin non rispose a quelle pronte rassicurazioni, o
perlomeno Gloria non se ne accorse, e per un po' sentì
soltanto una serie di cani che abbaiavano come per una
reazione a catena: cominciò uno e poi tutti gli altri a
seguire, su e giù per l'esclusivo quartiere di Muthaiga.
«Sei sempre stato molto buono con lei, Justin, lo sai.
Non punirti per crimini che non hai commesso. È normale
farsi delle colpe, quando si perde una persona cara, ma non
è giusto. Non si può trattare la gente come se da un
momento all'altro potesse morire: se facessimo così, non
concluderemmo nulla. Ti pare? Le sei sempre stato fedele»
asserì, accennando indirettamente al fatto che la stessa cosa
non si poteva dire della moglie. E quell'implicazione a
Justin non sfuggì, Gloria ne era certa: stava per parlarle di
quell'importuno Arnold Bluhm quando lei, con grandissimo
disappunto, sentì il marito che infilava la chiave nella toppa
spezzando la magia di quel momento.
«Justin, amico mio, come va?» esclamò Woodrow
versandosi un bicchiere di vino insolitamente piccolo prima
di sedersi mollemente sul divano. «Nessuna notizia,
purtroppo. Né buona né cattiva. Nessun indizio, nessun
sospetto, almeno per ora. Nessuna traccia di Arnold. I belgi
metteranno a disposizione un elicottero e Londra dovrebbe
procurarne un secondo. È solo questione di soldi, come
sempre. Comunque, siccome è cittadino belga, perché no?
Come sei carina, amore mio. Che cosa c'è di buono per
cena?»
Ha già bevuto, pensò Gloria disgustata. Fa finta di
lavorare fino a tardi e invece se ne sta in ufficio a
sbevazzare, mentre io faccio fare i compiti ai figli. Sentì un
rumore provenire dalla finestra e con sgomento si accorse
che Justin si stava preparando a uscire, spaventato, senza
dubbio, dalla goffaggine elefantiaca di suo marito.
«Non ceni?» gli chiese Woodrow. «Guarda che poi ti
indebolisci.»
«Grazie, ma non ho proprio fame. Gloria, grazie ancora.
Buonanotte, Sandy.»
«Pellegrin ha mandato una sfilza di messaggi di
solidarietà da Londra. Dice che tutto il ministero è in lutto.
Non si è fatto vivo di persona perché non vuole essere
invadente.»
«Bernard è sempre stato un uomo pieno di tatto.»
Gloria guardò la porta che si chiudeva, lo sentì scendere
le scale di cemento e notò il bicchiere vuoto sul tavolo di
bambù accanto alla portafinestra e per un attimo ebbe il
terrore di non rivederlo mai più.
Woodrow ingurgitò la cena, senza gustarla come al
solito. Gloria, che come Justin non aveva appetito, lo
guardò mangiare. Anche Juma, il tuttofare, lo guardò,
passando in punta di piedi da uno all'altro.
«Come andiamo?» mormorò Woodrow con aria da
cospiratore, sottovoce, indicando il pavimento per invitare
anche lei a parlare piano.
«Bene» disse, stando al gioco. «Tutto considerato.» Che
cosa starai facendo di sotto? Si chiedeva. Sei coricato sul
letto a punirti nel buio o guardi il giardino da dietro le
sbarre della finestra parlando con il suo fantasma?
«Ha detto niente di significativo?» chiese Woodrow,
impappinandosi leggermente sulla parola 'significativo', ma
continuando a parlare per allusioni per via di Juma.
«Di che genere?»
«Sull'amante» le bisbigliò. Poi facendo timidamente
cenno alle begonie, mosse le labbra, senza far uscire la voce.
Juma corse a prendere l'acqua.
Gloria rimase per ore sdraiata accanto al marito che
russava; poi, immaginando di avere sentito un rumore da
basso, uscì di soppiatto sul pianerottolo a guardare dalla
finestra. Il black out era finito e dalla città si alzava fino alle
stelle un bagliore arancione, ma nel giardino illuminato
non c'erano né il fantasma di Tessa né Justin. Tornò a letto
e vi trovò Harry disteso di traverso, con il dito in bocca e un
braccio sul petto di suo padre.

Si svegliarono presto come al solito, ma Justin li aveva


preceduti ed era già vestito. Aveva gli abiti sgualciti e le
guance rosse. A Gloria parve che si desse troppo da fare e
avesse troppo colore sotto gli occhi castani. I ragazzi gli
strinsero la mano, seri come era stato loro raccomandato, e
Justin rispose al saluto con cortesia.
«Buongiorno, Sandy» disse non appena comparve
Woodrow. «Possiamo parlare un minuto?»
Si ritirarono tutti e due nella sala.
«È per casa mia» esordì Justin non appena furono da
soli.
«La casa di qui o quella di Londra?» chiese Woodrow in
un debole tentativo di fare lo spiritoso. Gloria, che origliava
dalla cucina, attraverso il passavivande, ebbe l'impulso di
spaccargli la testa.
«Qui a Nairobi. Le carte di Tessa, le lettere degli
avvocati, i documenti relativi alle proprietà di famiglia, roba
preziosa per tutti e due. Non posso lasciare la sua
corrispondenza personale alla mercè dei poliziotti kenioti.»
«E che cosa proponi?»
«Di andarci. Subito.»
'Che determinazione' pensò estasiata Gloria. 'Così forte,
nonostante tutto!'
«Amico mio, è impossibile. I giornalisti ti mangerebbero
vivo.»
«Non credo, davvero. Forse cercheranno di fotografarmi,
di urlare, ma se io non rispondo, più di tanto non possono
fare. Sorprendiamoli mentre si stanno ancora radendo.»
Gloria conosceva perfettamente il modo di tergiversare
di suo marito. Avrebbe subito chiamato Bernard Pellegrin a
Londra, come faceva sempre quando aveva bisogno di
bypassare Porter Coleridge e di ottenere le risposte che gli
servivano.
«Senti, facciamo così: scrivimi un elenco di tutte le cose
che vuoi e io lo passo a Mustafà che le va a prendere.
Okay?»
'Un classico' pensò Gloria furibonda. 'Esita,
temporeggia, cerca sempre una scappatoia.'
«Mustafà non saprebbe che cosa scegliere» sentì che
rispondeva Justin con lo stesso tono deciso. «E un elenco
non servirebbe a niente. Fa confusione persino con le liste
della spesa. Senti, Sandy, glielo devo. Ho un debito morale
nei confronti di Tessa e voglio onorarlo. Che tu decida di
venire con me oppure no.»
'Che classe!' Applaudì silenziosamente Gloria dalla linea
laterale. 'Ben fatto.' Ma neanche in quel momento, sebbene
la sua mente si stesse aprendo verso direzioni inaspettate,
pensò che il marito potesse avere le sue ragioni per andare
a casa di Tessa.

I giornalisti non si stavano radendo. Justin si era


sbagliato. O, se mai, si stavano radendo sulle aiuole davanti
a casa sua, dove avevano passato tutta la notte a bordo di
auto noleggiate, gettando spazzatura in mezzo alle ortensie.
Un paio di venditori ambulanti africani con i pantaloni a
stelle e strisce e il cilindro in testa stavano montando una
bancarella dove servivano tè. Altri abbrustolivano
pannocchie. Poliziotti stanchi si aggiravano intorno a una
macchina scassata, sbadigliando e fumando. Il loro capo, un
grassone enorme con il cinturone marrone lucido e un
Rolex d'oro, era stravaccato sul sedile davanti con gli occhi
chiusi. Erano le sette e mezzo del mattino e la città era
nascosta dietro a nuvole basse. Grandi uccelli neri stavano
appollaiati sui fili della luce, aspettando il momento giusto
per scendere in picchiata a cercare del cibo.
«Supera la casa e poi fermati» ordinò Woodrow, degno
figlio di un militare, dal sedile posteriore del furgone.
Si erano sistemati come il giorno prima: Livingstone e
Jackson davanti, Woodrow e Justin dietro. Il Volkswagen
aveva la targa diplomatica, come la metà delle vetture in
circolazione a Muthaiga. Un occhio esperto avrebbe potuto
riconoscere il prefisso britannico, ma non c'erano occhi
esperti in giro e nessuno mostrò il minimo interesse per il
furgone che superava lentamente il cancello lungo la strada
in salita. Livingstone si fermò e tirò il freno a mano.
«Jackson, scendi e vai a controllare il cancello della casa
del signor Quayle. Come si chiama il tuo custode?» chiese
poi a Justin.
«Omari» rispose questi.
«Di' a Omari di aprirci il cancello all'ultimo momento e
di richiuderlo appena siamo entrati. Resta con lui per
assicurarti che faccia esattamente come gli abbiamo detto.
Vai.»
Perfettamente immedesimato nel suo ruolo, Jackson
scese dal furgone, si stiracchiò, si sistemò la cintura e poi si
avviò verso il cancello di Justin dove, sotto gli occhi di
poliziotti e giornalisti, si mise accanto a Omari.
«Okay, partiamo» ordinò Woodrow a Livingstone. «Vai
piano. Prenditela comoda.»
Livingstone tolse il freno a mano e, con il motore
acceso, percorse lentamente la discesa in retromarcia
infilandosi nel vialetto di accesso di casa Quayle con la
parte posteriore del furgone in maniera che tutti pensassero
che stesse semplicemente facendo manovra. In ogni caso
non lo pensarono a lungo perché, un attimo dopo, schiacciò
l'acceleratore e partì in retromarcia verso il cancello,
facendo schizzare qua e là i giornalisti attoniti. Il cancello si
aprì, tirato da una parte da Omari e dall'altra da Jackson. Il
furgone lo oltrepassò e il cancello si richiuse. Jackson saltò
di nuovo sul furgone e Livingstone lo portò fino alla
veranda antistante la casa, salendo i due gradini e
fermandosi a pochi centimetri dal portone che il tuttofare
Mustafà, con esemplare preveggenza, aprì dall'interno per
poi richiudere immediatamente. Woodrow intanto spingeva
avanti Justin e lo seguiva di corsa nel corridoio.

La casa era immersa nell'oscurità. In segno di rispetto


nei confronti di Tessa o per via dei giornalisti in agguato, i
domestici avevano chiuso le tende. Justin, Woodrow e
Mustafà erano in piedi nell'ingresso. Mustafà piangeva in
silenzio. Woodrow scorse il volto contratto, la smorfia che
gli scopriva i denti bianchi, le lacrime sulle guance, quasi
sotto le orecchie. Justin gli posò le mani sulle spalle per
consolarlo. Woodrow rimase stupito, e anche un po' offeso,
da una manifestazione di affetto così poco inglese. Justin
attirò a sé Mustafà fino a fargli appoggiare la mascella
contratta sulla propria spalla. Woodrow si voltò dall'altra
parte, imbarazzato. Apparvero altre ombre nel corridoio,
provenienti dalla zona riservata ai domestici: il giardiniere
con un braccio solo immigrato illegalmente dall'Uganda che
aiutava Justin in giardino e di cui Woodrow non era mai
riuscito a imparare il nome e la profuga del Sudan
meridionale che si chiamava Esmeralda e aveva sempre
problemi con gli uomini. Tessa non sapeva resistere a una
storia strappalacrime così come non sapeva piegarsi alle
leggi locali. A volte la loro casa sembrava un rifugio
panafricano per vagabondi e disabili. Woodrow aveva
manifestato più volte con Justin la propria disapprovazione
al riguardo, ma era come parlare a un muro. Esmeralda era
l'unica che non piangeva; aveva quell'espressione
impassibile che i bianchi spesso scambiano per villania o
indifferenza. Woodrow sapeva che non era così, che era
'familiarità', che voleva dire: la vita vera è questa. Questo è
il dolore, l'odio, l'omicidio. Questo è il quotidiano che io
conosco da quando sono nata e che voi "wazungu" ignorate.
Staccatosi con dolcezza da Mustafà, Justin strinse tutte
e due le mani a Esmeralda, che posò la fronte contro la sua.
Woodrow aveva la sensazione di essere stato introdotto in
una cerchia di affetti di cui non immaginava l'esistenza.
Juma avrebbe pianto così, se avessero tagliato la gola a
Gloria? Neanche per sogno. Ed Ebediah? E la nuova
cameriera, come diavolo si chiamava? Justin abbracciò il
giardiniere ugandese e gli accarezzò una guancia, poi si
voltò e posò la mano destra sulla ringhiera della scala. Per
un attimo parve il vecchio che stava per diventare, poi si
trascinò di sopra. Woodrow lo guardò sparire nel buio del
pianerottolo e nella camera da letto in cui non era mai
entrato, sebbene lo avesse furtivamente fantasticato in
innumerevoli occasioni.
Ritrovandosi solo, esitò e si sentì in pericolo come gli
capitava ogni volta che entrava in casa di Tessa, ragazzo di
campagna appena arrivato in città. Se si trattava di un
cocktail, perché non conosceva le persone invitate? Quale
causa gli avrebbero chiesto di sposare quella sera? In quale
stanza era lei? E Bluhm? Al suo fianco, presumibilmente. O
in cucina, a far piegare in due dalle risate i domestici.
Ricordando lo scopo di quella visita, Woodrow avanzò cauto
nel corridoio buio fino alla porta del soggiorno. Non era
chiusa a chiave. Fasci di luce filtravano da dietro le tende
illuminando gli scudi, le maschere e i tappeti lisi, fatti a
mano da paraplegici, con i quali Tessa era riuscita a
ravvivare il cupo arredamento fornito dal governo. Come
aveva fatto a rendere così bella la casa con quelle schifezze?
Il caminetto è identico al nostro, con le stesse travi in finto
legno per dare un'illusione di vecchia Inghilterra. Tutto
uguale, ma più piccolo, perché i Quayle non avevano figli e
Justin era di rango inferiore. Ma allora perché la casa di
Tessa gli era sempre sembrata una vera casa e la loro la
sorella più brutta e più spenta?
Si fermò al centro della stanza, impietrito dal potere
della memoria. Ero qui, quando le ho fatto la predica, vicino
a questo bello scrittoio intarsiato che, come lei mi spiegò,
era il preferito di sua madre, la contessa, mentre io mi
aggrappavo allo schienale di questa fragile sedia di pregiato
legno satinato e pontificavo come un padre vittoriano.
Tessa era là, in piedi davanti alla finestra, controluce, con il
vestitino di cotone. Lo sapeva che stavo parlando a una
silhouette nuda, che guardandola mi pareva di vedere
realizzato il mio sogno, la mia ragazza sulla spiaggia, la mia
sconosciuta sul treno?
«Ho pensato che la cosa migliore fosse venirti a
trovare» comincia, in tono severo.
«E come mai, Sandy?» domanda lei.
Le undici del mattino, finita la riunione della
cancelleria, Justin a distanza di sicurezza, spedito a
Kampala a un inutile congresso di tre giorni sull'efficienza
degli aiuti umanitari. Sono qui in veste ufficiale, ma ho
parcheggiato in una traversa come un amante colpevole che
va a trovare la moglie giovane e bella di un collega. Dio, se è
bella. Dio, se è giovane. Giovane nei seni alti e sodi, fermi.
Come fa Justin a perderla di vista anche solo per un attimo?
Giovane negli occhi grigi e infuocati, nel sorriso troppo
saggio per la sua età. Woodrow non vede il sorriso perché è
controluce, ma glielo sente nella voce. La sua voce
provocante, astuta, aristocratica. La ricorda benissimo.
Come ricorda la linea della vita e dei fianchi della sua
silhouette nuda, l'andatura sensuale da impazzire – non c'è
da sorprendersi che lei e Justin si siano innamorati: due
purosangue con lo stesso pedigree e vent'anni di differenza.
«Tess, sinceramente, non si può andare avanti così.»
«Non mi chiamare Tess.»
«Perché no?»
«Perché è un privilegio per pochi.»
Per chi, si domanda Woodrow. Bluhm o un altro dei tuoi
amanti? Quayle non la chiamava Tess. E nemmeno Ghita, a
quanto gli risultava.
«Non ti puoi esprimere così liberamente. Dire quello
che pensi.»
Attacca il predicozzo che si è preparato, ricordandole i
suoi doveri di moglie responsabile di un diplomatico, ma
non arriva alla fine. La parola 'doveri' la fa scattare.
«Sandy, io ho dei doveri nei confronti dell'Africa. E tu?»
Il fatto di essere chiamato a rispondere di se stesso lo
sorprende. «Del mio paese, se permetti. Come Justin, del
resto. Del Servizio e del mio capomissione. Ti ho risposto?»
«No, nemmeno per sogno. E lo sai benissimo.»
«Come faccio a saperlo?»
«Credevo fossi venuto a parlarmi degli interessantissimi
documenti che ti ho dato.»
«No, Tessa, non sono venuto per questo. Sono venuto a
chiederti di smetterla di sbandierare ai quattro venti le
iniquità del governo Moi facendoti sentire da tutta Nairobi.
Sono venuto a chiederti di fare un po' di gioco di squadra,
invece di... Oh, be', finisci tu la frase» conclude
maleducatamente.
Le avrei parlato così, se avessi saputo che era incinta?
Forse avrei usato un tono meno duro. Ma le avrei parlato
comunque. Avevo intuito che era incinta mentre cercavo di
non guardare la sua silhouette nuda? No, la desideravo in
maniera insopportabile, come lei aveva certamente
indovinato dalla mia voce alterata e dalla goffaggine dei
miei movimenti.
«Vuoi dire che non li hai neanche letti?» chiede,
tornando sull'argomento con determinazione. «Stai per
dirmi che non hai avuto tempo?»
«Certo che li ho letti.»
«E che cosa ne pensi, Sandy?»
«Non mi hanno detto niente di nuovo, e niente per cui
io possa fare qualcosa.»
«Sandy, sei negativo. Anzi, peggio: sei un vigliacco.
Perché non puoi fare niente?»
Woodrow si detesta quando risponde: «Perché siamo
diplomatici e non poliziotti, Tessa. Tu dici che il governo
Moi è irrimediabilmente corrotto. Non l'ho mai dubitato.
Questo paese sta morendo di AIDS, è sul lastrico e sta
rovinando tutto quello che ha, dal turismo alla natura, alla
scuola, ai trasporti, ai servizi e alle comunicazioni con
corruzione, incompetenza e trascuratezza. Ottima
osservazione. Ministri e pubblici ufficiali fanno sparire
interi camion di generi alimentari e farmaci destinati ai
profughi che muoiono di fame, a volte addirittura in
combutta con chi lavora nelle associazioni umanitarie. Sì,
certo. La spesa pubblica per la sanità è di circa cinque
dollari l'anno per abitante, e questo prima che tutti gli
interessati si siano presi la loro fetta. La polizia intimidisce
sistematicamente chiunque osi rendere pubblici questi
maneggi. Vero. Hai studiato i loro metodi. Li torturano con
l'acqua, dici. Li tengono a bagno per un po', così quando li
picchiano i segni si vedono meno. Hai ragione, fanno
proprio così. Non sono selettivi e noi non diciamo niente.
La polizia presta armi a bande di assassini che gliele
restituiscono il mattino dopo, se no addio cauzione. L'Alto
Commissariato è disgustato quanto te, solo che noi non
protestiamo. E perché? Perché grazie a Dio siamo qui a
rappresentare il nostro paese e non il loro. Abbiamo
trentacinquemila cittadini britannici in Kenya che
dipendono per la propria sussistenza dai capricci del
presidente Moi. L'Alto Commissariato non vuole rendere
loro la vita più difficile di quanto già non sia».
«Siete qui per rappresentare gli interessi economici
inglesi» gli ricorda lei in tono di scherno.
«Non c'è nulla di male, Tessa» ribatte lui, cercando di
staccare la parte bassa del proprio sguardo dall'ombra dei
suoi seni sotto il vestito trasparente. «Il commercio non è
un peccato. Fare affari con i paesi emergenti non è
peccaminoso. Anzi, è il solo modo per aiutarli a emergere,
per l'appunto, per rendere possibili le riforme, quelle che
tutti noi vogliamo, per favorire il loro ingresso nel mondo
moderno. È così che li aiutiamo. Come potremmo aiutare
un paese povero se non fossimo ricchi?»
«Stronzate.»
«Scusa?»
«Sono stronzate speciose, pompose e tipiche del
ministero degli Esteri, se vuoi che te la dica proprio tutta,
degne dell'inestimabile Pellegrin. Guardati intorno. Il
commercio non rende ricchi i poveri. Con gli utili di
bilancio non si comprano le riforme, ma i funzionari
governativi corrotti e tanti bei conti in Svizzera.»
«Questo non è assolutamente...»
Tessa lo interrompe. «Così hai deciso di archiviare e
dimenticare, vero? Respinto, firmato Sandy. Bene. La
madre di tutte le democrazie si rivela per l'ennesima volta
un'ipocrita mentitrice, che predica libertà e rispetto dei
diritti umani, ma quando c'è da far soldi fa qualche
eccezione.»
«Non è giusto! D'accordo, gli scagnozzi di Moi sono dei
ladri e lui resterà in carica ancora qualche anno. Ma le
prospettive sono buone. Una parola detta all'orecchio
giusto, una sospensione concertata degli aiuti al momento
opportuno, azioni diplomatiche condotte in sordina, fanno
sempre il loro effetto. E Richard Leakey entrerà nel governo
per mettere un freno alla corruzione e garantire ai paesi
donatori che i loro aiuti umanitari non vadano a finanziare
il racket di Moi.» Comincia a suonare come un telegramma
di istruzioni dalla sede di Londra, lo sa. Ma il peggio è che lo
sa anche lei, e glielo fa capire con un grande sbadiglio. «Il
Kenya non avrà un gran presente, ma ha un futuro»
conclude coraggiosamente Sandy. E aspetta un segno da
parte di Tessa a indicare che stanno negoziando una tregua.
Ma Tessa – se ne ricorda troppo tardi – non è una
mediatrice, come non lo è la sua amica del cuore, Ghita.
Sono tutte e due abbastanza giovani da credere che esista la
verità pura e semplice. «Sul documento che ti ho dato ci
sono i nomi, le date e i numeri di conto corrente» insiste
implacabile. «I singoli ministri sono identificati e le loro
responsabilità denunciate. Non vale la pena di dire una
parolina all'orecchio giusto anche su questo? O non c'è
nessuno che ascolta?»
«Tessa.»
Si sta allontanando, proprio quando lui è andato da lei
per avvicinarsi.
«Sandy.»
«Ho capito, ti ascolto. Ma per l'amor di Dio, non
perdiamo la testa: non puoi pretendere seriamente che il
governo di Sua Maestà, nella persona di Bernard Pellegrin,
intraprenda una caccia alle streghe contro dei ministri del
governo keniota! Insomma, Dio santissimo, non è che noi
inglesi siamo esenti dalla corruzione. Vuoi che l'Alto
Commissariato keniota a Londra ci venga a dire di guardare
in casa nostra?»
«Sono tutte balle e tu lo sai benissimo» sbotta Tessa con
occhi di fiamma.
Non si è accorto di Mustafà, che ha varcato
silenziosamente la soglia e con grande precisione sistema
un tavolino sul tappeto, in mezzo a loro due, quindi vi posa
una caffettiera e il vassoio d'argento della defunta contessa
con i pasticcini. Questa intrusione chiaramente stimola la
teatralità di Tessa, che si inginocchia davanti al tavolino,
con le spalle all'indietro e il vestito che le tira sul seno, e gli
rivolge una serie di domande pungenti.
«Lo prendi nero, Sandy, o macchiato? Non ricordo più»
gli chiede con una parodia di gentilezza. 'Questa è la nostra
vita da farisei' gli sta dicendo, 'fuori dalla porta c'è un
continente che muore e noi ce ne stiamo qui a prendere il
caffè nel servizio d'argento, mentre intorno a noi i bambini
fanno la fame, i malati muoiono e i politici corrotti
mandano in rovina il paese da cui si sono fatti eleggere con
l'inganno.' «Una caccia alle streghe – visto che l'hai
nominata – sarebbe un ottimo inizio. Smascherarli,
svergognarli, tagliargli la testa ed esporla in cima a un palo,
ecco che cosa bisognerebbe fare, secondo me. Il problema è
che non funziona. Ogni anno i giornali di Nairobi mettono
all'indice i corrotti, sempre gli stessi, ma non succede
niente. Nessuno perde il posto, nessuno finisce in
tribunale.» Gli serve il caffè, ruotando sulle ginocchia per
porgergli la tazza. «Ma questo non ti turba, vero? Tu sei per
lo status quo. Hai preso tu questa decisione, non ti ha
costretto nessuno. Hai scelto tu, Sandy. Un giorno ti sei
guardato allo specchio e hai pensato: 'Bene, d'ora in poi
prenderò il mondo come viene. Cercherò di ottenere il
massimo per la Gran Bretagna e lo chiamerò il mio dovere.
Non importa se questo implicherà la sopravvivenza di
alcuni fra i peggiori governi del mondo: lo farò lo stesso'.»
Gli offre lo zucchero, che lui rifiuta senza parlare. «Dunque
penso che non esista un accordo fra noi, ti pare? Io voglio
parlare, tu vuoi che io nasconda la testa sotto la sabbia
come te. Il dovere di una donna è la resa di un altro uomo.
Non c'è niente di nuovo, in questo.»
«E Justin?» le chiede Woodrow giocando la sua ultima,
inutile, carta. «Justin dove lo mettiamo?»
Tessa si irrigidisce, presentendo una trappola. «Justin è
Justin» risponde diffidente. «Ha fatto le sue scelte come io
ho fatto le mie.»
«E Bluhm è Bluhm, suppongo» la schernisce Woodrow,
spinto dalla gelosia e dalla rabbia a pronunciare il nome che
si era ripromesso di non fare per nessuna ragione. Tessa,
evidentemente, aveva giurato a se stessa di non sentirlo.
Con grande disciplina interiore stringe le labbra e aspetta
che Woodrow si renda ancora più ridicolo. Come
puntualmente fa. Alla grande. «Non ti viene il sospetto che
stai mettendo a repentaglio la carriera di Justin, per
esempio?» le chiede con arroganza.
«È per questo che sei venuto?»
«In pratica, sì.»
«Credevo che fossi venuto per salvarmi da me stessa,
invece adesso salta fuori che sei venuto a salvare Justin da
me. Quanto sei ingenuo.»
«Credevo che l'interesse di Justin fosse anche il tuo.»
Lei scoppia in una risata tesa, per nulla divertita, mentre
le ritorna la collera. Ma, a differenza di Woodrow, non
perde il controllo. «Per l'amor del Cielo, Sandy, devi essere
l'unico in tutta Nairobi a credere una cosa del genere!» Si
alza: il gioco è finito. «Penso che ti convenga andare. Non
vorrei che la gente mormorasse. Ti farà piacere sapere che
non ti manderò più nessuna denuncia. C'è il rischio che il
distruggi-documenti dell'Alto Commissariato si surriscaldi.
Potrebbe andarne della tua carriera.»
Rivivendo la scena come aveva fatto ripetutamente nei
dodici mesi trascorsi da allora, provando di nuovo la stessa
umiliazione e frustrazione e sentendosi trapassare dallo
sguardo pieno di disprezzo di lei mentre se ne andava,
Woodrow aprì furtivamente un cassettino dello scrittoio
intarsiato preferito dalla madre di Tessa e vi passò la mano
dentro, raccogliendo tutto ciò che conteneva. Ero ubriaco,
ero matto, si disse, come attenuante. Provavo l'impulso di
compiere un gesto sconsiderato, cercavo di far crollare il
soffitto per vedere finalmente il cielo.
Un pezzo di carta – era tutto ciò che chiedeva frugando
freneticamente dentro cassetti e scaffali – un insignificante
foglio di carta intestata azzurra del governo di Sua Maestà,
scritto su una facciata di mio pugno, dove dico l'indicibile in
parole che, una volta tanto, non danno adito a equivoci, che
non significano: 'Da una parte è così, ma dall'altra non ci
posso fare niente' firmato non S o SW, ma Sandy, chiaro e
leggibile, e poi WOODROW, in stampatello, per mostrare al
mondo intero e a Tessa Quayle che per cinque dissennati
minuti nel suo ufficio quella stessa sera, con il ricordo
conturbante della silhouette nuda di lei nella mente e un
grande bicchiere di whisky accanto al gomito di timido
amante, un certo Sandy Woodrow, cancelliere presso l'Alto
Commissariato britannico di Nairobi, aveva compiuto
un'azione di una follia unica, voluta e calcolata, mettendo a
rischio carriera, moglie e figli in un tentativo disperato di
avvicinare la propria vita ai propri sentimenti.
E, dopo aver scritto quel che aveva scritto, aveva infilato
la lettera in una busta con il simbolo di Sua Maestà, l'aveva
chiusa con la saliva che sapeva di whisky, vi aveva scritto
con cura l'indirizzo e – ignorando la vocetta ragionevole che
gli consigliava vivamente di aspettare un'ora, un giorno,
un'altra vita, di bersi un altro scotch, di chiedere una licenza
o almeno di spedire la lettera l'indomani dopo averci
dormito su – l'aveva portata all'ufficio postale dell'Alto
Commissariato, dove un impiegato kikuyu che si chiamava
Jomo, in onore del grande Kenyatta, senza fermarsi a
chiedere come mai il cancelliere stesse mandando una
lettera a mano con la dicitura PERSONALE alla silhouette
nuda della bella e giovane moglie di un collega e
subordinato, l'aveva ficcata in un sacco su cui era scritto
LOCALE NON RISERVATO cantando ossequiosamente:
«Buonanotte, signor Woodrow» alla sua schiena che si
allontanava.

Vecchi biglietti di auguri natalizi.


Vecchi cartoncini di invito con una croce che voleva dire
NO scritta da Tessa oppure, più enfaticamente, MAI.
Vecchie cartoline con uccelli indiani, scritte da Ghita
Pearson per augurarle una pronta guarigione.
Un nastrino, un tappo di bottiglia, un mazzetto di
biglietti da visita tenuti insieme da una pinza.
Ma nessun foglio azzurro di carta intestata di Sua
Maestà con la scritta trionfante: 'Ti amo, ti amo, ti amo,
Sandy'.
Woodrow si mosse furtivo e veloce lungo gli ultimi
scaffali, aprendo libri a caso, scoperchiando scatole di
ninnoli, riconoscendo la propria sconfitta. Datti una
regolata, ragazzo, si disse sforzandosi di trasformare la
notizia da brutta in bella. D'accordo: niente lettera. Perché
ci sarebbe dovuta essere una lettera? Tessa? Dopo dodici
mesi? Probabilmente l'aveva buttata nella spazzatura lo
stesso giorno in cui l'aveva ricevuta. Una donna come lei,
che civettava con tutti e aveva un marito senza spina
dorsale, probabilmente riceveva due proposte simili al
mese. Tre al mese! Una alla settimana! Una al giorno! Stava
sudando. In Africa il sudore lo inondava come una doccia
unta e subito gli si asciugava addosso. Rimase a testa bassa
e lasciò scorrere il torrente, le orecchie tese.
Ma che cosa stava facendo quell'altro al piano di sopra?
Andava avanti e indietro in punta di piedi. Carte private,
aveva detto. Lettere di avvocati. Ma che carte poteva mai
tenere in camera da letto che erano troppo personali per il
piano terra? Il telefono nel salotto cominciò a suonare.
Stava suonando senza interruzione da quando erano entrati
in casa, ma se n'era accorto solo allora. Giornalisti?
Amanti? E chi se ne frega. Lo lasciò suonare. Stava
pensando a com'era fatta casa sua e immaginando come
doveva essere questa. Justin era proprio sopra di lui, a
sinistra della tromba delle scale. C'era uno spogliatoio e poi
un bagno e la camera da letto principale. Woodrow ricordò
che Tessa gli aveva detto che aveva trasformato lo
spogliatoio in studio: 'Non è un privilegio solo per gli
uomini, Sandy. Anche a noi donne serve uno studio' aveva
sentenziato in tono provocatorio, come se fosse una lezione
di anatomia. Il ritmo cambiò. Adesso stai raccogliendo
chissà cosa nella stanza. Che cosa? 'Roba preziosa per tutti
e due.' E forse anche per me, pensò Woodrow, nauseato al
ricordo della propria follia.
Accorgendosi di essere alla finestra che dava sul retro,
scostò la tenda e vide festoni di cespugli fioriti, orgoglio
degli "open days" di Justin, quando serviva fragole con
panna e vino bianco ghiacciato e offriva un tour del proprio
elisio ai dipendenti più giovani. 'Un anno di giardinaggio in
Kenya ne vale dieci in Inghilterra' amava dire quando
faceva i suoi ridicoli pellegrinaggi per la cancelleria
regalando i fiori del suo giardino ai ragazzi e alle ragazze.
Era l'unica cosa di cui si vantava, a pensarci bene. Woodrow
guardò di lato, verso la collina. La casa dei Quayle non era
distante dalla sua e, data la pendenza, la notte si vedevano
le luci da una all'altra. Mise a fuoco la finestra da cui troppo
spesso si era affacciato per guardare in quella direzione.
All'improvviso si sentì prossimo alle lacrime. I capelli di
Tessa erano sulla sua faccia. Gli pareva di nuotare nei suoi
occhi, di sentire il suo profumo e l'odore di erba dolce e
calda che aveva addosso quando aveva ballato con lei a
Natale al Muthaiga Club e per puro caso le aveva sfiorato i
capelli con il naso. Sono le tende, si rese conto, aspettando
che le lacrime tornassero indietro. Hanno trattenuto il suo
profumo e io sono qui vicino. Istintivamente ne afferrò un
lembo con tutte e due le mani e fece per nascondervi la
faccia.
«Grazie, Sandy. Scusa se ti ho fatto aspettare.»
Woodrow si voltò, spingendo via le tende. Justin era
sulla porta e aveva l'aria congestionata quanto la sua,
probabilmente; in mano aveva una borsa da viaggio lunga, a
forma di salsicciotto, di vacchetta molto consumata, con
viti, angoli e lucchetti in ottone, e stipata di roba.
«Hai finito? Hai onorato il tuo debito?» chiese
Woodrow, colto di sorpresa, ma recuperando subito il
proprio fascino, da bravo diplomatico. «Molto bene.
Andiamo, allora? Hai preso tutto quello che ti serviva?»
«Credo di sì. Sì. Fino a un certo punto.»
«Non ne sembri sicuro.»
«Davvero? No, non volevo. Era di suo padre» spiegò poi
spostando la borsa.
«Sembra la valigetta di un medico abortista» commentò
Woodrow per fare lo spiritoso.
Si offrì di dargli una mano, ma Justin preferiva portare il
bottino da sé. Woodrow salì sul furgone, Justin lo seguì e si
sedette con una mano sulle maniglie della vecchia borsa di
vacchetta. I giornalisti gridavano da dietro i finestrini:
«Pensa che sia stato Bluhm a farla fuori, signor
Quayle?»
«Ehi, Justin, il mio editore è disposto a sborsare un
sacco di quattrini.»
Dalla casa, oltre allo squillo del telefono, a Woodrow
parve di sentire piangere un bambino e si rese conto che era
Mustafà.
3.

La reazione dei media all'assassinio di Tessa


inizialmente fu molto meno esagerata di quanto si
aspettassero Woodrow e l'alto commissario. Una massa di
stronzi specializzati nel fare di un granellino di sabbia una
montagna, commentò cauto Coleridge, e altrettanto capaci
di fare di una montagna un granellino. E sulle prime fu
questo che fecero. GUERRIGLIERI UCCIDONO LA
MOGLIE Dl UN INVIATO BRITANNICO titolavano i primi
articoli e questo approccio deciso, tanto sui giornali seri
quanto sui tabloid, diede soddisfazione al pubblico oculato.
Si parlava profusamente dei rischi sempre maggiori che
corre chi si occupa di aiuti umanitari in tutto il mondo,
c'erano editoriali caustici sull'incapacità delle Nazioni Unite
di difendere il proprio staff e sui costi sempre più alti che
comportano le prese di posizione coraggiose in questo
campo. Si fece un gran parlare di tribù senza legge in cerca
di vittime da cannibalizzare, di uccisioni rituali, di
stregoneria e del macabro commercio di pelle umana. Si
diede grande rilievo alla presenza di bande di immigrati
clandestini dal Sudan, dalla Somalia e dall'Etiopia. Ma non
si fece parola del fatto inconfutabile che Tessa e Bluhm,
davanti al personale e agli ospiti dell'Oasi, avevano dormito
nello stesso bungalow la notte prima della tragedia. Bluhm
era un 'funzionario di un'organizzazione umanitaria belga'
– giusto – 'un consulente medico delle Nazioni Unite' –
sbagliato – 'un esperto di malattie tropicali' – sbagliato – e
si temeva che fosse stato rapito dagli assassini, che
probabilmente intendevano chiedere un riscatto o
ucciderlo.
Tra il navigato dottor Arnold Bluhm e la sua giovane,
bellissima pupilla non c'era altro legame che l'impegno
umanitario. Noah comparve solo nelle prime edizioni dei
giornali, dopodiché morì una seconda volta. Il sangue nero,
lo sanno anche gli ultimi arrivati in Fleet Street, non fa
notizia, ma una testa tagliata merita pur sempre un
accenno. I riflettori rimasero spietatamente puntati su
Tessa, la ragazza di buona famiglia laureata in
giurisprudenza a Cambridge, la principessa Diana dei poveri
africani, la madre Teresa degli slum di Nairobi, l'angelo del
ministero degli Esteri britannico che non se ne infischiava.
Un articolo di fondo del 'Guardian' attribuiva grande
significato al fatto che 'il diplomatico donna del nuovo
millennio' avesse trovato la morte nella culla dell'umanità
di Leakey e ne traeva l'inquietante morale che, per quanto
possano cambiare gli atteggiamenti sulla questione razziale,
gli abissi di ferocia che si nascondono nel cuore di tenebra
di ognuno di noi restano insondabili. L'articolo risultava un
po' meno convincente là dove un redattore aggiunto,
evidentemente poco pratico del continente africano,
collocava l'assassinio di Tessa sulle sponde del lago
Tanganica anziché del Turkana.
Le foto di lei si sprecavano. Tessa bambina sorridente in
braccio al padre giudice all'epoca in cui Vostro Onore era un
modesto avvocato che tirava avanti con mezzo milione di
sterline all'anno. Tessa a dieci anni con le trecce e i
pantaloni da cavallerizza in una lussuosa scuola privata, con
un docile pony sullo sfondo. (Benché la madre fosse una
contessa italiana, si faceva notare in tono di approvazione, i
genitori avevano saggiamente scelto di farle frequentare
scuole inglesi.) Tessa "golden girl", adolescente in bikini,
con la gola ancora intatta ritoccata dal fotografo. Tessa con
la toga, il tocco accademico inclinato in modo sbarazzino
sulla testa e la minigonna. Tessa nella ridicola tenuta degli
avvocati inglesi, che seguiva le orme del padre in tribunale.
Tessa il giorno del matrimonio, insieme con Justin, vecchio
etoniano con un sorriso da etoniano ancora più vecchio.
Nei confronti di Justin la stampa mostrò un'inconsueta
discrezione, in parte per non intaccare il lustro dell'eroina
del momento e in parte perché su di lui c'era poco da dire.
Justin era 'un quadro intermedio del ministero degli Esteri'
– leggi 'scribacchino' – un ex scapolo incallito 'con la
diplomazia nel sangue' che prima di sposarsi aveva
rappresentato Sua Maestà in alcuni dei punti più caldi e
sfortunati della terra, tra cui Aden e Beirut. I colleghi ne
lodavano il sangue freddo nelle situazioni di crisi. A Nairobi
aveva presieduto un 'forum internazionale high-tech' sugli
aiuti umanitari. Nessuno parlava di 'posti dimenticati da
Dio e dal mondo'. Paradossalmente, le foto di lui, sia prima
sia dopo il matrimonio, scarseggiavano. Un'istantanea 'di
famiglia' lo mostrava ragazzo introverso dall'espressione
aggrondata che con il senno di poi pareva già destinato a
rimanere vedovo prematuramente. Era stata ricavata da una
foto di gruppo della squadra di rugby di Eton, confessò
Justin su insistenza della padrona di casa.
«Non sapevo che giocassi a rugby, Justin! Che
coraggio!» esclamò Gloria, che si era arrogata il compito di
portargli i messaggi di condoglianze e la rassegna stampa
inviati dall'Alto Commissariato tutte le mattine subito dopo
la prima colazione.
«Coraggio un accidente!» ribatté lui in uno di quegli
sprazzi di umorismo che divertivano tanto Gloria. «Mi ci
fece entrare a forza un professore violento, convinto che per
diventare veri uomini fosse indispensabile farsi ammazzare
di botte. La scuola non avrebbe dovuto dare quella foto ai
giornali.» Poi, più calmo, aggiunse: «Ti sono molto grato,
Gloria».
E lo era davvero, come lei si affrettò a riferire a Elena:
per gli aperitivi, i pranzi e le cene, per la cella in cui
dormiva, per le passeggiate che facevano insieme in
giardino e i piccoli seminari sulla cura delle aiuole – si era
complimentato in particolare per l'alisso, bianco e viola, che
Gloria era finalmente riuscita a far crescere sotto il
bombace – le era grato per l'aiuto che gli aveva dato
nell'organizzazione del funerale imminente, compreso il
fatto di essere andata con Jackson a fare un sopralluogo
della tomba e delle pompe funebri, dal momento che
Londra aveva decretato che Justin doveva stare in
punizione finché non si fossero calmate le acque. La lettera,
arrivata via fax dal ministero, indirizzata a Justin presso
l'Alto Commissariato e firmata 'Alison Landsbury, capo del
Personale' aveva quasi sconvolto Gloria, che non riusciva a
ricordare nessun'altra occasione in cui fosse arrivata così
vicina a perdere le staffe.
«Oh, Justin, è uno scandalo! Consegnare le chiavi di
casa finché le autorità non avranno preso gli opportuni
provvedimenti? Neanche per sogno! Quali autorità? Le
autorità keniote? O quei piedipiatti di Scotland Yard che
non si sono ancora degnati di venirti a parlare?»
«Ma Gloria, io sono già stato a casa mia» ribatté Justin
sperando di calmarla. «Perché combattere una battaglia già
vinta? Al cimitero ci hanno dato un appuntamento?»
«Per le due e mezzo. Dobbiamo trovarci alle pompe
funebri Lee alle due. L'annuncio uscirà sui giornali
domani.»
«La metteranno vicino a Garth?» Garth, il bambino
morto, che avevano chiamato come il padre di Tessa, il
giudice.
«Il più vicino possibile, caro. Sotto lo stesso albero di
jacaranda. Con un bambino africano.»
«Sei così gentile» le disse per l'ennesima volta e, senza
aggiungere altro, se ne tornò ai piani bassi dalla sua borsa
di vacchetta.
Quella borsa era la sua unica consolazione. Già due
volte Gloria lo aveva intravisto dalle sbarre della finestra
che dava sul giardino, seduto immobile sul letto con la testa
tra le mani a fissarla, per terra, ed era segretamente
convinta – come aveva detto alla sua amica Elena – che
contenesse le lettere d'amore di Bluhm. Le aveva salvate da
occhi indiscreti – senza alcun contributo da parte di Sandy
– e stava aspettando di sentirsi abbastanza forte da decidere
se leggerle o bruciarle. Elena era d'accordo, ma pensava che
Tessa fosse stata una stupida sgualdrinella a conservarle.
«Leggi e distruggi, carissima, il mio motto è questo.»
Notando la riluttanza di Justin ad allontanarsi dalla sua
camera nel timore di lasciare incustodita la borsa, Gloria gli
suggerì di metterla nella cantina che, avendo come porta un
cancello di ferro, contribuiva a creare l'atmosfera cupa da
prigione dei piani bassi.
«Puoi tenere la chiave, Justin» aggiunse con fare
magnanimo. «Eccola. E quando Sandy vuole una bottiglia,
dovrà chiederti di aprirgli. Così magari berrà un po' meno.»

A poco a poco, con il calare dell'interesse dei giornali,


Woodrow e Coleridge ebbero quasi l'impressione di essere
riusciti ad arginare lo scandalo. O Wolfgang aveva messo a
tacere dipendenti e ospiti dell'albergo, oppure i media erano
talmente interessati al luogo del delitto che nessuno si era
preoccupato di andare a dare un'occhiata all'Oasi, si dissero.
Coleridge parlò personalmente al consiglio riunito del
Muthaiga Club implorando i soci, in nome della solidarietà
anglo-keniota, di frenare i pettegolezzi. Woodrow rivolse un
analogo appello allo staff dell'Alto Commissariato.
Qualunque cosa pensiamo a titolo personale, dobbiamo
assolutamente evitare di soffiare sul fuoco, disse, e le sue
parole sincere, pronunciate con calore, fecero il loro effetto.
Ma era tutta un'illusione, come Woodrow nel suo cuore
razionale aveva intuito fin dall'inizio. Proprio quando la
stampa stava perdendo lo slancio, un quotidiano belga uscì
con un articolo in prima pagina in cui si attribuiva a Tessa e
a Bluhm una 'appassionata "liaison"', accompagnato da una
fotocopia del registro degli ospiti dell'Oasi e dalle
testimonianze di clienti che avevano visto i due amanti
cenare insieme la sera prima dell'omicidio. Per i giornali
inglesi della domenica fu un invito a nozze: tutto a un tratto
Bluhm divenne l'odiato bersaglio delle bordate di tutti i
cecchini di Fleet Street. Fino ad allora era stato il dottor
Arnold Bluhm, congolese adottato da una ricca famiglia
belga con interessi nel settore minerario, che aveva studiato
a Kinshasa, Bruxelles e alla Sorbona, un medico con uno
spirito di servizio degno di un religioso, frequentatore di
zone di guerra, generoso soccorritore di Algeri. Da quel
momento in poi divenne Bluhm il seduttore, Bluhm
l'adultero, Bluhm il maniaco. In terza pagina una rassegna
dei medici assassini del passato era corredata da una foto di
Bluhm e da una di O. J. Simpson che si assomigliavano
come due gocce d'acqua, con l'azzeccata didascalia: 'Quale
dei due è il dottore?'. Bluhm, per i lettori di quel genere di
giornali, era l'archetipo del killer nero. Aveva irretito la
moglie dell'uomo bianco, l'aveva sgozzata, aveva decapitato
l'autista ed era scomparso in cerca di altre vittime o
comunque per fare quello che fanno i neri da salotto
quando sentono il richiamo della foresta. Per rendere più
evidente la somiglianza, la barba di Bluhm era stata
cancellata con l'aerografo.
Per tutto il giorno Gloria risparmiò il peggio a Justin,
nel timore che rimanesse sconvolto, ma siccome lui
insisteva per bere l'amaro calice fino in fondo, verso sera,
prima che rientrasse Woodrow, gli portò un bicchiere di
whisky e a malincuore gli mostrò l'intera rassegna di
stronzate pubblicate dai giornali. Entrando nella cella, si
indignò nel trovare il prigioniero in compagnia del figlio
Harry, che gli stava seduto di fronte accigliato, intento a
giocare una partita di scacchi. Fu colta da un accesso di
gelosia.
«Harry, tesoro, come puoi essere così indiscreto da
disturbare il signor Quayle con gli scacchi quando...»
Ma Justin non le lasciò finire la frase.
«Tuo figlio è diabolico, Gloria» le assicurò. «Sandy
dovrà stare molto attento, credi a me.» Prendendo il pacco
di giornali, andò a sedersi languidamente sul letto e
cominciò a sfogliarli. «Arnold sa che siamo pieni di
pregiudizi» commentò nello stesso tono distaccato. «Se è
ancora vivo, non rimarrà sorpreso e, se invece è morto, non
lo toccherà più, ti pare?»
Ma la stampa aveva in serbo un colpo ancora più
mortale, che Gloria non aveva immaginato neppure nei
momenti di maggiore pessimismo.

Della dozzina circa di pubblicazioni dissidenti cui era


abbonato l'Alto Commissariato – fogli locali a colori, firmati
con pseudonimi e stampati alla buona – uno in particolare
aveva dimostrato una notevole capacità di sopravvivenza.
Era intitolato, senza tanti complimenti, AFRICA
CORROTTA e seguiva una politica, se così si possono
chiamare gli impulsi turbolenti che lo muovevano, che
consisteva nel gettare fango su tutto e su tutti, a
prescindere dalla razza, dal colore, dalla verità e dalle
conseguenze. Se denunciava presunti ladrocini commessi
da ministri e burocrati dell'amministrazione Moi, era
altrettanto disinvolto nel mettere a nudo 'concussione,
corruzione e stile di vita da maiali ben pasciuti' dei
burocrati delle organizzazioni umanitarie.
Ma il bollettino in questione – da allora in poi noto
come numero 64 – non riguardava nessuno di questi
argomenti. Era un foglio di carta rosa shocking di circa un
metro quadrato, stampato fronte e retro. Ripiegato più
volte, stava comodamente nella tasca della giacca. Una
grossa lista nera indicava che la redazione del numero 64
era in lutto e il titolo era composto da una sola parola,
TESSA, in lettere nere alte sei centimetri. La copia di
Woodrow fu consegnata il sabato pomeriggio nientemeno
che dall'occhialuto, baffuto e altissimo Tim Donohue in
persona con la sua aria malaticcia e trasandata.
Il campanello suonò mentre Woodrow giocava a cricket
con i ragazzi in giardino. Gloria, che di solito stava
instancabilmente in porta, era al piano di sopra con il mal di
testa; Justin era sottocoperta, invisibile nella sua cella con
le tende tirate. Woodrow entrò in casa e, sospettando che
potesse trattarsi del tranello di un giornalista, prima di
aprire guardò dallo spioncino. E vide Donohue impalato
davanti alla porta con un sorriso impacciato sulla faccia
lunga, che sventolava un affare che poteva essere un
tovagliolo rosa.
«Ti prego di scusare il disturbo, vecchio mio. Il sabato è
sacro, lo so, ma pare proprio che sia scoppiata una merda.»
Senza nascondere il proprio fastidio, Woodrow lo fece
accomodare in salotto. Che cosa diavolo faceva lì quello
scocciatore? Anzi, pensandoci bene, che cosa diavolo faceva
in generale? A Woodrow gli 'Amici', come venivano
chiamati senza nessun affetto gli agenti segreti del
ministero degli Esteri, non erano mai piaciuti. Donohue era
poco diplomatico, aveva scarse conoscenze linguistiche e
nessun fascino. Era, sotto tutti i punti di vista, un prodotto
scaduto. Passava le giornate al Muthaiga Club a giocare a
golf in compagnia degli uomini d'affari più grassi di Nairobi
e le serate al bridge. Viveva nel lusso, in una bella casa in
affitto con quattro persone di servizio e una ex bella donna
di nome Maud che aveva l'aria malata quanto lui. Nairobi
era una sinecura per lui? Un contentino al termine di una
onorevole carriera? Woodrow aveva sentito dire che fra gli
Amici usava così. A suo parere Donohue era un peso inutile
in una categoria per definizione parassitaria e obsoleta.
«Uno dei miei ragazzi era a passeggio per caso nella
piazza del mercato» spiegò Donohue. «C'erano dei tizi che
lo distribuivano gratis, con aria furtiva, e ha pensato bene di
prenderne uno.»
Nella prima facciata c'erano tre diversi elogi di Tessa,
ufficialmente scritti da tre amiche africane, nel tipico
vernacolo anglo-africano, con toni un po' da predica, un po'
da concione e disarmanti sentimentalismi. Delle donne
come Tessa, sosteneva a modo suo ciascuna delle autrici, si
era perso lo stampo. Con i suoi soldi, le sue origini, la sua
cultura e la sua bellezza avrebbe potuto sfarfallare in
compagnia dei peggiori sostenitori della supremazia bianca
di tutto il Kenya. Invece aveva preso la posizione opposta.
Aveva combattuto contro la sua classe, la sua razza e tutto
ciò che considerava un freno, fosse il colore della pelle, i
pregiudizi dei suoi pari o i vincoli del matrimonio con un
funzionario del Servizio. «Come sta reagendo Justin?»
chiese Donohue mentre Woodrow leggeva.
«Tutto considerato, bene, grazie.»
«Ho sentito che è stato a casa sua, l'altro giorno.»
«Vuoi che legga questo o no?»
«Sei stato in gamba, devo dire, vecchio mio, a evitare
quelle serpi in agguato davanti al cancello. Dovresti venire a
lavorare con noi. È in casa?»
«Sì, ma non riceve nessuno.»
Se l'Africa era la patria di adozione di Tessa, lesse
Woodrow, l'emancipazione delle donne africane era la sua
nuova religione.

"Tessa ha lottato per noi su tutti i fronti, contro


qualsiasi tabù. Si è battuta per noi ai cocktail, alle cene
eleganti e in tutte le altre occasioni chic in cui avevano il
coraggio di invitarla, e il suo messaggio era sempre lo
stesso. Solo l'emancipazione delle donne africane potrà
salvarci dagli errori e dalla corruzione dei nostri uomini.
Quando scoprì di essere incinta, Tessa insistette per far
nascere il suo bambino tra le donne africane che amava".

«Oh, Cristo» esclamò sottovoce Woodrow.


«Quello che ho detto anch'io» approvò Donohue.
L'ultimo paragrafo era tutto maiuscolo.
Meccanicamente, Woodrow lesse anche quello:
ADDIO MAMA TESSA. SIAMO FIGLIE DEL TUO
CORAGGIO. GRAZIE, GRAZIE, MAMA TESSA, PER LA
TUA VITA. FORSE ARNOLD BLUHM È ANCORA VIVO,
MA TU SEI MORTA, ORMAI. SE LA REGINA
D'INGHILTERRA DA' ONORIFICENZE POSTUME,
INVECE Dl INSIGNIRE IL SIGNOR PORTER COLERIDGE
DEL TITOLO DI CAVALIERE PER I SERVIGI RESI ALLA
COMPIACENZA BRITANNICA, SPERIAMO CHE DIA LA
CROCE AL MERITO A TE, MAMA TESSA, AMICA
NOSTRA, PER IL TUO STRAORDINARIO CORAGGIO DI
FRONTE ALL'IPOCRISIA POSTCOLONIALE.

«Il meglio è sull'altra facciata, in realtà» disse Donohue.


Woodrow voltò il foglio.

IL BAMBINO AFRICANO DI MAMA TESSA

"Tessa Quayle voleva essere presente e vivere la sua vita


ovunque la portassero le sue convinzioni e si aspettava che
gli altri facessero lo stesso. Quando era ricoverata all'Uhuru
Hospital di Nairobi, il suo caro amico dottor Arnold Bluhm
la andava a trovare tutti i giorni e, secondo alcune fonti,
anche quasi tutte le notti, portandosi addirittura un lettino
da campo per poter dormire accanto a lei in corsia".

Woodrow ripiegò il volantino e se lo infilò in tasca.


«Penso che andrò a farlo vedere a Porter, se sei d'accordo.
Posso tenerlo, immagino?»
«È per te, vecchio mio. Omaggio della Ditta.»
Woodrow si era avviato verso la porta, ma Donohue non
accennava a seguirlo.
«Vieni?» chiese Woodrow.
«Pensavo di fermarmi ancora un attimo, se non ti
dispiace. Per fare le condoglianze a Justin. Dov'è? Al piano
di sopra?»
«Non avevamo deciso che avresti lasciato perdere?»
«Ah, sì? Non c'è problema. Gliele farò un'altra volta. Il
padrone di casa sei tu, è ospite tuo. Non hai per caso
nascosto da qualche parte anche Bluhm, vero?»
«Non farmi ridere.»
Donohue, nient'affatto scoraggiato, con un balzo
raggiunse Woodrow, fece un inchino e con esagerata
deferenza propose: «Vuoi un passaggio? Ho la macchina
qui dietro l'angolo. Così fai a meno di tirar fuori la tua. Fa
troppo caldo per andare a piedi».
Nel timore che Donohue tornasse indietro e facesse un
altro tentativo di parlare con Justin, Woodrow accettò il
passaggio e guardò la sua macchina al sicuro in cima alla
salita. Porter e Veronica Coleridge prendevano il sole in
giardino. Alle loro spalle c'era la villa in stile Surrey, ai loro
piedi i prati impeccabili e le curatissime aiuole di un
giardino degno di un ricco agente di borsa. Coleridge era
seduto sul dondolo e leggeva dei documenti che prendeva
da una ventiquattrore. La moglie Veronica, bionda, con una
gonna color fiordaliso e un cappello floscio di paglia, era
sdraiata sull'erba e canticchiava accanto a un box imbottito
in cui la figlia Rosie si dondolava sulla schiena ammirando
le foglie di una quercia da dietro le dita di una mano.
Woodrow porse a Coleridge il volantino e attese le
imprecazioni. Non ce ne furono.
«Chi legge queste scemenze?»
«Tutti i giornalisti della città, immagino» rispose
Woodrow impassibile.
«Quale sarà la prossima tappa?»
«L'ospedale» replicò con un tuffo al cuore.
Sprofondato in una poltrona di velluto nello studio di
Coleridge, mentre lo ascoltava distrattamente scambiare
frasi prudenti con il suo odiato superiore a Londra al
telefono digitale che teneva chiuso a chiave nel cassetto,
Woodrow, nel sogno ricorrente di cui non si sarebbe
liberato finché viveva, vide il proprio corpo di uomo bianco
che attraversava a passo di marcia gli stanzoni affollati
dell'Uhuru Hospital, fermandosi soltanto per chiedere a
chiunque portasse un'uniforme indicazioni per la scala
giusta, il piano giusto, il reparto giusto, la paziente giusta.
«Quella merda di Pellegrin dice di nascondere tutto
sotto il tappeto» annunciò Porter Coleridge sbattendo giù il
telefono. «Subito e meglio possibile. Sotto il tappeto più
grosso che riusciamo a trovare. Classico.»
Dalla finestra dello studio Woodrow vide Veronica che
prendeva Rosie dal box e la portava in casa. «Credevo che lo
stessimo già facendo» obiettò, sempre immerso nelle sue
fantasticherie.
«Quello che faceva Tessa nel tempo libero, compreso
farsi trombare da Bluhm e dedicarsi a tutte le nobili cause
che le garbavano, non ci riguarda. Ufficiosamente e soltanto
se ce lo chiedevano, rispettavamo le sue crociate, ma le
consideravamo mal documentate e un po' campate per aria.
E non rilasciamo commenti sulle tesi improbabili sostenute
dalla stampa scandalistica.» Si interruppe, lottando contro
il disgusto che provava per se stesso. «Praticamente
dobbiamo darle della pazza.»
«Perché mai dovremmo fare una cosa simile?» esclamò
Woodrow riscuotendosi di colpo.
«Non sta a noi discutere dei perché. La morte del
bambino l'ha sconvolta e già prima era instabile. A Londra
era in terapia, il che ci aiuta. Fa schifo e non mi piace.
Quand'è il funerale?»
«Se va bene, a metà della prossima settimana.»
«Non si può fare prima?»
«No.»
«Perché no?»
«Stiamo aspettando i risultati dell'autopsia. I funerali
vanno prenotati in anticipo.»
«Sherry?»
«No, grazie. Penso che tornerò a casa.»
«La parola d'ordine suggerita dal ministero è portare
pazienza. Era la nostra croce, ma la sopportavamo con
coraggio. Pensi di poter portare pazienza?»
«Non credo di farcela.»
«Nemmeno io. Mi fa veramente schifo, cazzo.»
Quelle parole gli erano sfuggite così veloci, ribelli e
convinte, che Woodrow sulle prime dubitò di averle udite.
«Quella merda di Pellegrin dice che non possiamo fare
diversamente» continuò Coleridge con il massimo
disprezzo. «Nessun dubbio, nessuna defezione. Ci stai?»
«Immagino di sì.»
«Bravo, buon per te. Io non so se ce la faccio. Qualsiasi
iniziativa abbia preso Tessa, da sola, insieme a Bluhm o a
chiunque, compresi tu e io, qualsiasi idea fissa le ronzasse
per la testa su questioni animali, vegetali, politiche o
'farmaceutiche'» pausa di una lunghezza estenuante
durante la quale Coleridge lo fissò con l'ardore di un eretico
che esorta al tradimento «esulano dalla nostra competenza
e noi non ne sappiamo un cazzo. Assolutamente e
completamente. Sono stato chiaro o devo scrivertelo sul
muro con l'inchiostro simpatico?»
«Sei stato chiaro.»
«Perché Pellegrin è stato chiaro, capisci. Ambiguo
certamente no.»
«No. Non sarebbe da lui.»
«Abbiamo tenuto copia della roba che Tessa non ti ha
mai dato? Della roba che non abbiamo mai visto né toccato
o che non ha in alcun altro modo macchiato le nostre
coscienze immacolate?»
«Tutto quello che ci ha dato è stato consegnato a
Pellegrin.»
«Ma che bravi siamo stati! E tu te la passi bene, vero,
Sandy? Tieni duro, anche se i tempi sono difficili e hai suo
marito ospite in casa tua?»
«Direi di sì. E tu?» domandò Woodrow che da un po' di
tempo, incoraggiato da Gloria, assisteva compiaciuto
all'allargarsi della frattura tra Coleridge e Londra e cercava
il modo migliore per approfittarne.
«Non sono sicuro di passarmela tanto bene, per la
verità» rispose Coleridge con più sincerità di quanta ne
avesse mai mostrata con Woodrow in passato. «Per nulla
sicuro. Anzi, pensandoci bene, non credo proprio di poter
approvare niente di tutto questo. Non posso e, anzi, mi
rifiuto di farlo. Quindi che Bernard Pellegrin e i suoi
compari si arrangino. Che vadano a farsi fottere. Oltre tutto
a tennis è una schiappa. Un giorno di questi glielo dico.»
In un'altra occasione Woodrow avrebbe potuto
apprezzare quella dichiarazione scismatica e avrebbe fatto
del suo meglio per fomentare l'attrito, ma i ricordi
dell'ospedale lo assalivano con una vivezza implacabile,
riempiendolo di astio per un mondo che lo teneva
prigioniero contro la sua volontà. Il tragitto dalla residenza
dell'alto commissario a casa non durò più di dieci minuti,
durante i quali fu bersaglio di cani che abbaiavano, bambini
che gli correvano dietro elemosinando: «Cinque scellini,
cinque scellini» e automobilisti benintenzionati che
rallentavano per offrirgli un passaggio. Ma quando arrivò al
cancello aveva rivissuto l'ora più compromettente della sua
vita.

Ci sono sei letti nella stanza dell'Uhuru Hospital, tre per


parte, tutti senza lenzuola né cuscini. Il pavimento è di
cemento. Ci sono dei lucernari, chiusi. È inverno, ma non
passa un alito di vento nella camera e la puzza di
escrementi e disinfettanti è così forte che Woodrow ha la
sensazione di inghiottirla, oltre che sentirla nel naso. Tessa
è nel letto di mezzo sul lato sinistro della stanza e allatta un
bambino. La vede per ultima, deliberatamente. I due letti
accanto al suo sono vuoti, a parte i teli di gomma consunti
fissati con bottoni ai materassi. Di fronte a lei c'è una donna
molto giovane rannicchiata su un fianco, con la testa sul
materasso, un braccio nudo penzoloni. Un ragazzino è
accucciato vicino al letto e le fa vento con un pezzo di
cartone guardandola fisso in faccia con occhi sgranati e
imploranti. Una donna anziana con i capelli bianchi, in
piedi lì accanto con l'aria solenne, legge severamente una
Bibbia da dietro un paio di occhiali con la montatura di
tartaruga. Ha un "kanga" di cotone di quelli che i turisti
comprano come parei. Dietro di lei una donna con gli
auricolari ascolta qualcosa che la fa accigliare; ha una
smorfia di dolore sul viso e l'aria molto devota. Woodrow
osserva tutto questo come una spia, mentre con la coda
dell'occhio guarda Tessa e si domanda se lei lo ha visto.
Bluhm lo ha visto in ogni caso. Ha rizzato la testa
appena Woodrow è entrato goffamente nella stanza. Si è
alzato dal suo posto al capezzale di Tessa e si è chinato a
sussurrarle qualcosa all'orecchio prima di andargli incontro
in silenzio per stringergli la mano e mormorare:
«Benvenuto» da uomo a uomo. Benvenuto dove,
esattamente? Benvenuto da Tessa, per gentile concessione
del suo amante? Benvenuto in questo squallore puzzolente
di apatica sofferenza? Ma Woodrow risponde soltanto con
un rispettoso: «Lieto di rivederti, Arnold» e Bluhm esce con
discrezione nel corridoio.
Nella limitata esperienza di Woodrow in materia di
donne che allattano, le inglesi erano decorosamente
riservate. Gloria perlomeno lo era stata. Si sbottonava come
fanno gli uomini, poi con destrezza nascondeva tutto ciò
che stava sotto. Ma Tessa, nell'afa africana, non trova
necessario alcun pudore. È nuda fino alla vita, ha un
"kanga" simile a quello della donna anziana, e ha il
bambino attaccato al seno sinistro, mentre il destro è
scoperto, pronto. Ha il torso sottile e traslucido e il seno,
anche subito dopo aver partorito, chiaro e perfetto come
tante volte lui lo ha immaginato. Il bambino è nero. Nero
blu, rispetto al biancore marmoreo della pelle di lei. Una
manina nera ha trovato il seno che lo nutre e lo tocca con
strana confidenza; Tessa la osserva, poi alza lentamente i
grandi occhi grigi e incrocia lo sguardo di Woodrow, che
cerca qualcosa da dire, ma invano. Si china su di lei e sul
bambino e, posando la mano sinistra sulla testiera del letto,
le dà un bacio in fronte. Con una certa sorpresa, vede un
quaderno dalla parte del letto dove era seduto Bluhm, in
precario equilibrio sul minuscolo comodino insieme con un
bicchiere di acqua dall'aria tutt'altro che fresca e con due
biro. È aperto e Tessa vi ha scritto con una calligrafia
confusa e filiforme che sembra un vago ricordo del corsivo
da scuola privata che Woodrow è abituato ad associare a lei.
Si siede di fianco sul letto e pensa a qualcosa da dire, ma è
Tessa a parlare per prima. Con voce flebile, impastata dai
medicinali e strozzata dal dolore, ma di una innaturale
compostezza, che riesce ancora ad assumere il tono
sfottente che usa sempre con lui.
«Si chiama Baraka» annuncia. «Vuol dire benedizione.
Ma lo sapevi già.»
«Bel nome.»
«Non è figlio mio.» Woodrow tace. «Sua madre non può
allattarlo» spiega lei con voce lenta e sognante.
«Allora è fortunato ad avere trovato te» commenta
tempestivamente Woodrow. «Come stai, Tessa? Ero molto
preoccupato per te, non puoi immaginare quanto. Mi
dispiace moltissimo. Chi si occupa di te, a parte Justin?
Ghita e chi altri?»
«Arnold.»
«Volevo dire anche a parte Arnold, naturalmente.»
«Una volta mi dicesti che mi vado a cercare le
coincidenze» dice lei, ignorando la domanda. «Mettendomi
in prima linea, faccio succedere le cose.»
«Ti ammiravo per questo.»
«E mi ammiri ancora?»
«Certo.»
«Sta morendo» dice spostando gli occhi da lui all'altro
lato della stanza. «Sua madre. Wanza.» Guarda la donna
con il braccio penzoloni e il ragazzo muto accucciato per
terra accanto a lei. «Su, Sandy. Non mi chiedi di che cosa?»
«Di che cosa?» domanda lui ubbidiente.
«Vita. Che i buddisti insegnano è la prima causa di
morte. Sovrappopolazione. Malnutrizione. Condizioni di
vita miserrime.» Adesso si rivolge al bambino. «E avidità.
L'avidità degli uomini, in questo caso. È un miracolo che
non abbiano ammazzato anche te. Ma non ce l'hanno fatta,
vero? Nei primi tempi venivano a trovarla due volte al
giorno. Erano terrorizzati.»
«Chi?»
«Le coincidenze. Gli uomini avidi con i loro bei camici
bianchi. La guardavano, la toccavano, leggevano i valori,
parlavano con le infermiere. Adesso non vengono più.» Il
bambino le fa male, lei lo sposta delicatamente e riprende:
«Andava bene per Gesù Cristo. Lui poteva sedersi al
capezzale dei moribondi, diceva le parole magiche, quelli
vivevano e tutti battevano le mani. Le coincidenze non
possono e per questo se ne sono andate. L'hanno uccisa e
adesso non conoscono le parole».
«Poverette» dice Woodrow per divertirla.
«No.» Tessa si volta facendo una smorfia di dolore e con
un cenno indica il letto di fronte. «Poveretti loro. Poveretti
Wanza e suo fratello lì accucciato per terra, Kioko. Tuo zio
si è fatto ottanta chilometri a piedi per venire dal villaggio a
scacciarle le mosche, vero?» dice rivolta al bambino. Poi se
lo posa in grembo e gli batte delicatamente sulla schiena
finché non fa il ruttino, solleva con una mano l'altro seno e
glielo porge.
«Tessa, ascoltami.» Woodrow la guarda negli occhi che
lo giudicano. Tessa conosce quella voce, conosce tutte le
sue voci. Le vede scendere sul viso l'ombra del sospetto e
rimanerci. Mi ha mandato a chiamare perché aveva bisogno
di me, ma adesso si è ricordata chi sono. «Tessa, ti prego,
ascoltami. Non sta morendo nessuno. Nessuno ha
ammazzato nessuno. Hai la febbre alta, stai delirando. Sei
troppo stanca. Lascia perdere. Riposati. Ti prego.»
Lei torna a occuparsi del bambino e gli dà un buffetto
sulla guancia con un dito. «Sei la cosa più bella che abbia
mai toccato in vita mia» gli sussurra. «Non dimenticarlo
mai.»
«Sono sicuro che non lo dimenticherà» dice Woodrow
con calore e, sentendo la sua voce, Tessa si ricorda della sua
presenza.
«Come va la serra?» gli chiede. È così che chiama l'Alto
Commissariato.
«Splendidamente.»
«Potreste fare le valigie e tornarvene a casa domani e
non farebbe la minima differenza» dice lei con la voce
impastata.
«Lo dici sempre.»
«L'Africa è qui. Voi siete là.»
«Ne parliamo quando starai meglio» suggerisce
Woodrow nel tono più conciliante possibile.
«Davvero?»
«Certo.»
«E mi darai ascolto?»
«Come un falco.»
«E ti parleremo anche delle coincidenze avide con il
camice bianco. E tu ci crederai. D'accordo?»
«Mi parlerete? Chi?»
«Io e Arnold.»
Nel sentir nominare Bluhm, Woodrow torna con i piedi
per terra. «Farò quello che posso, date le circostanze.
Quello che posso. Entro i limiti del possibile. Te lo
prometto. Adesso cerca di riposare. Ti prego.»
Tessa, pensierosa, spiega al bambino: «Promette di fare
quello che può, date le circostanze. Entro i limiti del
possibile. Be', lui sì che è un vero uomo. Come sta Gloria?».
«È molto dispiaciuta. Ti manda a salutare.»
Tessa sospira stancamente e, con il bambino ancora
attaccato al seno, si appoggia all'indietro e chiude gli occhi.
«Allora torna da lei. E non scrivermi altre lettere» dice. «E
lascia in pace Ghita. Lei non c'entra.»
Woodrow si alza e si volta, aspettandosi chissà perché di
vedere Bluhm sulla soglia nella posizione che detesta di
più: appoggiato con disinvoltura allo stipite, le mani infilate
nella cintura artigianale come un cowboy, con il sorriso
bianchissimo che spunta dalla pretenziosa barba nera. Ma
sulla porta non c'è nessuno, il corridoio senza finestre è
illuminato come un rifugio antiaereo da una fila di
lampadine troppo basse. Passando accanto a barelle rotte
cariche di corpi distesi, con l'odore del sangue e degli
escrementi che si mescola al profumo dolce ed equino
dell'Africa, Woodrow si chiede se lo squallore contribuisca a
rendere Tessa tanto attraente ai suoi occhi: 'Ho passato la
mia vita a fuggire dalla realtà, ma per causa sua adesso ne
vengo attratto'.
Entra in un atrio affollato e vede Bluhm immerso in
un'animata conversazione con un altro uomo. Prima sente
la sua voce – ma non le parole – stridente e accusatrice, che
riecheggia sulle travi di acciaio del soffitto. L'altro risponde.
Certe persone, viste una volta, vivono per sempre nei nostri
ricordi, ed è così che Woodrow vede quell'uomo. È robusto,
panciuto, con un'espressione di abietta disperazione dipinta
sulla faccia paffuta e luccicante. Ha i capelli biondo rossicci
radi sul cranio arrossato dal sole. La bocca, stretta e rosea,
implora e nega. Gli occhi, tondi di dispiacere, sono pieni di
un orrore che i due uomini sembrano condividere. Le mani
sono chiazzate e forti, il collo della camicia kaki percorso da
righe di sudore che sembrano binari. Tutto il resto è
nascosto sotto un camice bianco da medico.
'E ti parleremo anche delle coincidenze avide con il
camice bianco.'
Woodrow avanza furtivo. Li ha quasi raggiunti, ma
nessuno dei due si volta. Sono troppo presi a discutere.
Passa loro accanto non visto e le voci alterate si perdono
nella confusione.

L'auto di Donohue era di nuovo davanti a casa. Il solo


vederla suscitò in Woodrow un'ira incontrollabile. Entrò
sbattendo la porta, andò al piano di sopra, fece una doccia e
si mise una camicia pulita, ma la sua ira non si placò
affatto. In casa regnava un silenzio insolito per essere
sabato e guardando dalla finestra del bagno capì perché.
Donohue, Justin, Gloria e i ragazzi erano seduti al tavolo
del giardino a giocare a Monopoli. Woodrow detestava i
giochi da tavolo in generale, ma per il Monopoli nutriva un
odio irragionevole, non molto diverso da quello che provava
per gli Amici e per tutti gli altri membri dell'ipertrofica
Intelligence britannica. Che cosa diavolo crede di fare,
tornando qui subito dopo che gli ho detto di stare alla larga,
maledizione? E che razza di marito è uno che si siede a fare
una bella partita di Monopoli un paio di giorni dopo che gli
hanno fatto a pezzi la moglie? Gli ospiti, solevano dire
Woodrow e Gloria citando il proverbio, sono come il pesce:
dopo tre giorni puzzano. Tuttavia, per Gloria Justin
diventava sempre più profumato a mano a mano che
passavano i giorni.
Woodrow scese in cucina e si fermò a guardare dalla
finestra. Naturalmente i domestici erano in festa, il sabato
pomeriggio. Stiamo tanto meglio, noi due soli, tesoro. Solo
che non era 'noi' due soli, ma 'voi' due soli. E tu, con due
uomini di mezz'età che ti vezzeggiano, hai l'aria molto più
contenta di quando sei con me.
Justin era appena finito in una strada che apparteneva a
qualcuno e stava sborsando una bella cifra di affitto, mentre
Gloria e i ragazzi esultavano e Donohue dichiarava che era
ora che toccasse un po' di fortuna a lui. Justin aveva in testa
il suo stupido cappello di paglia che, come tutto ciò che
portava, gli stava benissimo. Woodrow riempì il bollitore e
lo mise sul gas. Gli porterò il tè, gli farò notare che sono
tornato – ammesso che si degnino di considerarmi. Poi
cambiò idea, uscì deciso in giardino e si avvicinò al tavolo.
«Justin, scusa l'interruzione. Mi chiedevo se possiamo
parlare un attimo.» E agli altri, la mia famiglia, che mi
fissano come se avessi violentato la cameriera: «Mi
dispiace, ragazzi. È questione di un minuto. Chi vince?».
«Nessuno» rispose seccata Gloria, mentre Donohue, in
disparte, faceva uno dei suoi sorrisi vacui.
Andarono nella cella di Justin. Se il giardino non fosse
stato occupato, Woodrow avrebbe preferito parlare lì, ma
date le circostanze i due uomini si trovarono faccia a faccia
nella squallida camera da letto, con la borsa di vacchetta di
Tessa – la borsa del padre di Tessa – appoggiata dietro la
grata della cantina. La mia cantina. E la chiave in mano a
lui. La borsa di vacchetta dell'illustrissimo padre di Tessa.
Ma quando stava per prendere la parola, si accorse con
orrore che le cose intorno a lui si trasformavano. Invece
della testiera di ferro del letto, vide lo scrittoio intarsiato
preferito della madre di Tessa e, più in là, il caminetto di
mattoni con gli inviti sulla mensola. E dall'altra parte della
stanza, dove le false travi sembravano incontrarsi, la sua
silhouette nuda davanti alla portafinestra. Con uno sforzo
di volontà, tornò al presente e l'illusione svanì.
«Justin.»
«Sì, Sandy.»
Ma per la seconda volta in due minuti evitò il confronto
che aveva programmato. «Su uno dei giornali locali c'è una
specie di "liber amicorum" per Tessa.»
«Che pensiero gentile.»
«Ci sono un sacco di riferimenti alquanto espliciti a
Bluhm. Si insinua che abbia fatto nascere personalmente il
bambino. E anche, in maniera non molto velata, che il
bambino fosse suo. Mi dispiace.»
«Stai parlando di Garth.»
«Sì.»
La voce di Justin era tesa e a Woodrow suonò
pericolosamente alta, come la propria, del resto. «Sì, be', è
un'illazione che di tanto in tanto la gente ha fatto in questi
ultimi mesi, Sandy, e senza dubbio con il clima che c'è
adesso succederà di nuovo.»
Benché Woodrow gli avesse lasciato lo spazio per negare
la fondatezza di quell'illazione, Justin non accennò a farlo.
E questo costrinse Woodrow a insistere, spinto da una forza
interiore che lo riempiva di sensi di colpa.
«Dicono anche che Bluhm si era addirittura portato un
letto da campo in ospedale per poter dormire vicino a lei.»
«Lo abbiamo usato tutti e due.»
«Come, scusa?»
«A volte ci ha dormito Arnold e a volte ci ho dormito io.
Facevamo a turno, a seconda degli impegni di lavoro.»
«Allora non ti dispiace?»
«Che cosa?»
«Che dicano queste cose di loro... che lui le dedicasse
tanta attenzione, apparentemente con il tuo consenso,
mentre lei figurava come tua moglie qui a Nairobi.»
«'Figurava'? Tessa 'era' mia moglie, che diamine!»
Woodrow non aveva previsto la rabbia di Justin né più
né meno di quella di Coleridge. Era troppo occupato a
controllare la propria. Si era sforzato di non alzare la voce e
in cucina era riuscito a scuotersi di dosso un po' di tensione,
ma lo sfogo improvviso di Justin lo colse alla sprovvista. Si
aspettava una reazione contrita e, onestamente, umiliata,
non una resistenza armata.
«Che cosa mi stai chiedendo esattamente?» domandò
Justin. «Credo di non capire.»
«Ho bisogno di sapere, Justin, tutto qui.»
«Sapere che cosa? Se controllavo mia moglie?»
Woodrow implorava e al tempo stesso si tirava indietro.
«Ascolta, Justin... Voglio dire, cerca di metterti per un
momento nei miei panni, okay? Questa notizia finirà sui
giornali di tutto il mondo. Ho il diritto di sapere.»
«Sapere che cosa?»
«Che cos'altro facevano Tessa e Bluhm che possa
interessare alla stampa domani e nelle prossime sei
settimane» concluse in tono di autocommiserazione.
«Per esempio?»
«Bluhm era il suo guru. Non è forse così? Oltre il resto.»
«E allora?»
«Si battevano per le stesse cause. Contro gli abusi. Per i
diritti umani. Bluhm era incaricato di fare da osservatore,
no? O lui o i suoi datori di lavoro. E Tessa...» Woodrow
annaspava, sotto gli occhi di Justin. «... Tessa lo aiutava.
Perfettamente naturale. Date le circostanze. Usava la sua
preparazione legale.»
«Ti dispiacerebbe dirmi dove vuoi andare a parare?»
«Le sue carte. Nient'altro. Le sue cose. Quelle che sei
andato a prendere. Che siamo andati a prendere insieme.»
«E allora?»
Woodrow si ricompose: sono il tuo superiore, per Dio,
non un qualsiasi postulante. Ristabiliamo le priorità,
chiaro? «E allora devi assicurarmi che qualsiasi documento
Tessa abbia raccolto per le sue cause, in quanto moglie di
un diplomatico qui residente per conto del governo di Sua
Maestà, verrà consegnato al ministero. È a questa
condizione che ti ho accompagnato a casa tua martedì
scorso. Altrimenti non ci sarei venuto.»
Justin era rimasto immobile. Non aveva mosso un dito
né battuto ciglio mentre Woodrow si sgravava di quel
menzognero ripensamento. Controluce, immobile come la
silhouette di Tessa.
«L'altra cosa che ti chiedo di assicurarmi va da sé»
continuò Woodrow.
«E sarebbe?»
«La massima discrezione. Qualunque cosa tu sappia del
suo lavoro, delle sue cosiddette attività umanitarie, del suo
incontrollato eccesso di zelo.»
«Perché incontrollato?»
«Voglio semplicemente dire che, per tutte le occasioni in
cui Tessa sconfinava in acque ufficiali, tu sei vincolato
quanto noi dalle regole della riservatezza. È un ordine che
viene dall'alto, temo.» Stava cercando di buttarla in ridere,
ma nessuno dei due rise. «Ordine di Pellegrin.»
'E tu te la passi bene, vero, Sandy? Anche se i tempi
sono difficili e hai suo marito ospite in casa tua?'
Finalmente Justin disse qualcosa. «Grazie, Sandy.
Apprezzo tutto quello che hai fatto per me. Ti sono grato di
avermi permesso di entrare in casa mia. Ma adesso devo
riscuotere l'affitto nel Viale dei Giardini, dove posseggo un
albergo che mi frutta un sacco di quattrini.»
E, con grande stupore di Woodrow, tornò in giardino, si
risedette accanto a Donohue e riprese la partita di Monopoli
nel punto in cui l'aveva lasciata.
4.

Gli inviati della polizia inglese erano dei veri agnellini.


Fu Gloria a dirlo e, se non era d'accordo, Woodrow non lo
diede a vedere. Persino Porter Coleridge, per quanto
stringato nella descrizione dei suoi incontri con loro, disse
che erano stati «sorprendentemente educati, tenuto conto
delle merde che sono». E la cosa migliore, riferì Gloria a
Elena dal telefono di camera sua dopo averli accompagnati
nel soggiorno all'inizio della seconda giornata di colloqui
con Justin – la cosa migliore in assoluto, El, è che ti danno
la sensazione di essere qui per aiutare, e non per rovesciare
altro dolore e imbarazzo addosso al povero Justin. Il
ragazzo, Rob, non era niente male. Dico sul serio, El, avrà a
dir tanto venticinque anni! Un po' costruito, ma non troppo,
ed è stato bravissimo a togliersi dai piedi i Blue Boys, la
polizia keniota, con cui avrebbero dovuto collaborare. E
Lesley – che è una donna, nota bene, cosa che ha sorpreso
tutti quanti, e questo ti dimostra quanto poco conosciamo
l'Inghilterra di oggi – veste un po' fuori moda ma, a parte
questo, be', francamente, non diresti mai che non ha fatto le
nostre stesse scuole. Non certo dall'accento, visto che
nessuno parla più come insegnavano una volta, non hanno
il coraggio. Comunque a suo agio in qualsiasi salotto, molto
tranquilla e sicura di sé, a suo agio, ti dico, con un bel
sorriso caldo e qualche filo grigio tra i capelli che
giustamente non si tinge; come dice Sandy, non è un'oca
giuliva, così che non devi cercare continuamente qualcosa
da dire quando fanno un break e danno un attimo di tregua
al povero Justin. L'unico problema era che Gloria non aveva
la minima idea di che cosa si dicessero, perché non poteva
stare tutto il giorno in cucina con l'orecchio incollato al
passavivande, soprattutto in presenza della servitù, ti
sembra, El?
Ma se l'argomento delle conversazioni tra Justin e i due
ufficiali di polizia le sfuggiva, Gloria sapeva ancora meno di
quelle con il marito, anche perché lui non le aveva neppure
detto che erano in corso.

Le prime battute che Woodrow e i poliziotti si erano


scambiati erano state un modello di cortesia. I due si erano
detti consapevoli della delicatezza della loro missione e gli
avevano assicurato che non intendevano scoprire gli altarini
della comunità bianca di Nairobi, eccetera eccetera.
Woodrow, dal canto suo, aveva promesso la massima
collaborazione da parte del suo staff e la disponibilità di
tutte le strutture necessarie, amen. I poliziotti si erano
impegnati a tenerlo aggiornato, compatibilmente con gli
ordini ricevuti da Scotland Yard. Woodrow aveva fatto
notare giovialmente che erano tutti sudditi della stessa
regina e che, se a Sua Maestà andava bene farsi chiamare
per nome, potevano farlo anche loro.
«Allora, quali sono esattamente le mansioni di Justin
Quayle presso l'Alto Commissariato, signor Woodrow?»
aveva chiesto educatamente Rob, ignorando l'invito.
Era un maratoneta londinese, tutto orecchie e ginocchia,
gomiti e grinta. Lesley, che sarebbe potuta essere la sorella
maggiore e più intelligente, aveva con sé una comoda borsa
nella quale Woodrow immaginò che portasse tutto ciò di
cui Rob aveva bisogno quando correva – iodio, integratori
salini, stringhe di ricambio – ma che in realtà, per quanto
ebbe modo di vedere, conteneva soltanto un registratore,
delle cassette e una serie di blocchi per appunti e quaderni
colorati.
Woodrow assunse un'aria pensosa, il cipiglio giudizioso
da cui si doveva capire che era una persona seria, lui. «Be',
tanto per cominciare è l'unico che ha studiato a Eton»
disse, e tutti apprezzarono la battuta. «Fondamentalmente,
Rob, è il rappresentante britannico presso l'East African
Donors' Effectiveness Committee, altrimenti noto con la
sigla EADEC, il Comitato Efficienza Aiuti all'Africa
Orientale» continuò scandendo le parole a beneficio della
limitata intelligenza di Rob. «In origine, la seconda E stava
per Efficacy, ma dato che la parola efficacia non è molto
conosciuta da queste parti, abbiamo preferito sostituirla
con qualcosa di più "userfriendly".»
«E che cosa fa esattamente questo comitato?»
«È un ente consultivo relativamente nuovo, Rob, con
sede qui a Nairobi. È composto da rappresentanti di tutte le
nazioni che forniscono aiuti, soccorso e assistenza all'Africa
Orientale, in qualsiasi forma. I suoi membri vengono scelti
tra il personale delle ambasciate e degli Alti Commissariati
di ciascun paese donatore; il comitato si riunisce
settimanalmente e presenta un rapporto quindicinale.»
«A chi?» chiese Rob, scrivendo.
«A tutti i paesi membri, naturalmente.»
«E su cosa?»
«Sulle attività che si è preposto di svolgere» rispose
Woodrow sopportando pazientemente la sua
maleducazione. «Promuove l'efficacia, o l'efficienza, nel
settore degli aiuti umanitari. In questo campo quello che
conta è l'efficienza. La compassione va da sé» aggiunse con
un sorriso disarmante che diceva che di compassione ne
abbiamo da vendere. «L'EADEC si occupa della spinosa
questione di quale percentuale di ogni dollaro versato dai
vari paesi membri arriva veramente a destinazione e quanti
inutili doppioni, sprechi e concorrenza vana ci sono tra le
varie agenzie. Combatte – come tutti noi, purtroppo – con
le tre R del mondo degli aiuti: Ripetizione, Rivalità,
Razionalizzazione. Cerca di conciliare spese generali e
produttività e» aggiunse con il sorriso di chi possiede una
saggezza segreta «di tanto in tanto fa qualche tentativo di
raccomandazione, dato che, a differenza di voialtri, non ha
il potere di imporre nulla.» Un lieve cenno del capo
introdusse l'imminente confidenza: «Detto tra noi, non
sono sicuro che sia stata l'idea migliore del mondo, ma è la
pensata del nostro carissimo ministro degli Esteri, ed è in
linea con le richieste di maggiore trasparenza e di una
politica estera eticamente corretta e altre discutibili
panacee dei giorni nostri, e così l'abbiamo spinta per quel
che valeva. Alcuni dicono che è un lavoro che toccherebbe
all'ONU, altri che l'ONU lo sta già facendo. Altri ancora che
l'ONU è parte della malattia. Scegliete voi». Un'elegante
alzata di spalle per invitarli a optare per la soluzione che
pareva loro più appropriata.
«Quale malattia?» chiese Rob.
«L'EADEC non è autorizzato a investigare sul campo.
Ciononostante, la corruzione è un fattore rilevante da
includere nei bilanci, se si vuole calcolare il rapporto tra
costi e risultati. Da non confondere con gli inevitabili
sprechi e incompetenze, ma di natura simile.» Cercò un
paragone alla portata dell'uomo della strada. «Prendete la
vecchia rete degli acquedotti inglesi, costruita intorno al
1890. L'acqua esce dal bacino; una parte, se siete fortunati,
arriva al vostro rubinetto, ma molta va perduta lungo il
tragitto. Ora, se l'acqua in questione è donata dalla
generosità dei cittadini, non la potete lasciar andare così, vi
pare? Soprattutto se il vostro lavoro dipende dai capricci
dell'elettorato.»
«Con chi lo mette a contatto questo lavoro nel
comitato?» chiese Rob.
«Diplomatici di vario livello residenti qui a Nairobi. Dal
livello di consiglieri in su. Un ministro ogni tanto, ma non
molti.» Gli parve che ciò richiedesse qualche spiegazione.
«L'EADEC andava 'esaltato', a mio modo di vedere. Doveva
rimanere in alto. Se si fosse abbassato al lavoro sul campo,
sarebbe finito alla stregua di una sorta di
superorganizzazione non governativa – ONG, Rob – e si
sarebbe rovinato con le sue stesse mani. Io l'ho sempre
sostenuto. D'accordo: l'EADEC doveva essere qui a Nairobi,
sul posto, tastare il polso della situazione locale. Ovvio. Ma
è pur sempre un "think-tank". Deve rimanere "super
partes". È assolutamente indispensabile che resti –
consentitemi di citare me stesso – 'spassionato'. Justin è il
segretario di questo comitato. Non per suoi meriti
particolari: era semplicemente il nostro turno. Scrive i
verbali, collaziona le ricerche e redige i rapporti
quindicinali.»
«Tessa non era spassionata» obiettò Rob dopo aver
riflettuto un momento. «Tessa era passione allo stato puro,
stando a quanto ci è stato detto.»
«Temo che lei abbia letto troppi giornali, Rob.»
«No. Ho consultato i rapporti che scriveva sulla sua
attività umanitaria. Era una che si rimboccava le maniche e
sguazzava nella merda giorno e notte.»
«Ed era senz'altro necessario. Ammirevole. Ma non
portava all'obiettività, che è la prima responsabilità del
comitato in quanto ente consultivo internazionale» disse
Woodrow benevolo, ignorando quella caduta nel
turpiloquio così come, a un livello del tutto diverso,
ignorava la volgarità dell'alto commissario.
«Così andavano ognuno per la propria strada» concluse
Rob appoggiandosi allo schienale e battendosi la matita sui
denti. «Lui era obiettivo e lei emotiva. Lui giocava con
prudenza al centro e lei si muoveva pericolosamente a
bordo campo. Adesso capisco. Anzi, direi che questo l'avevo
già capito. E dove si colloca Bluhm in tutto questo?»
«In che senso?»
«Bluhm. Arnold Bluhm. Il dottore. Dove si colloca in
questo quadro della vita di Tessa e sua, signor Woodrow?»
Woodrow fece un sorrisetto, a perdonare quel modo
bizzarro di dipingere la situazione. La 'mia' vita? Che cosa
aveva a che fare la vita di Tessa con la mia? «Abbiamo una
grande varietà di organizzazioni non a scopo di lucro, come
certamente saprete. Tutte sponsorizzate da paesi diversi e
finanziate da associazioni benefiche o di altro tipo. Il nostro
prode presidente Moi le detesta tutte, dalla prima
all'ultima.»
«Perché?»
«Perché fanno ciò che dovrebbe fare il suo governo, se
facesse il proprio dovere. E perché bypassano i suoi sistemi
di corruzione. Quella di Bluhm è un'organizzazione
modesta, belga, finanziata da privati, che opera in campo
medico. Non so dirvi altro, temo» aggiunse con un candore
che li invitava a condividere la sua ignoranza in merito alla
questione.
Ma loro non si lasciarono convincere tanto facilmente.
«È un organo con funzioni di supervisione» lo informò
brevemente Rob. «I suoi medici visitano le altre ONG,
ispezionano cliniche, controllano e correggono le diagnosi.
Cose tipo: 'Questa non è malaria, dottore, forse è un cancro
al fegato'. Poi controllano la terapia. Si occupano anche di
epidemiologia. Che cosa ci dice di Leakey?»
«Che cosa volete sapere?»
«Bluhm e Tessa stavano andando da lui, no?»
«Così pare.»
«Chi è esattamente Leakey? Che cosa fa?»
«È sulla buona strada per diventare una leggenda. È un
bianco, antropologo e archeologo, che studiava le origini
dell'umanità insieme con i genitori sulle sponde orientali
del lago Turkana. Quando loro sono morti, ha continuato il
loro lavoro. È stato direttore del Museo Nazionale qui a
Nairobi e poi si è dedicato alla tutela di natura e ambiente.»
«Aveva dato le dimissioni.»
«O l'avevano spinto a farlo. È una storia complicata.»
«Inoltre è una spina nel fianco di Moi, giusto?»
«È stato suo avversario politico e ha patito non poco a
causa del suo impegno. Adesso sta tornando in auge come
castigatore dei kenioti corrotti. Il Fondo Monetario
Internazionale e la Banca Mondiale vogliono che entri nel
governo.» Quando Rob si appoggiò allo schienale, mentre
Lesley si apprestava a dargli il cambio, apparve chiaro che la
distinzione che Rob aveva fatto a proposito dei Quayle
valeva anche per loro due. Rob parlava a scatti, con il
trasporto di chi cerca di trattenere le emozioni. Lesley era
l'imperturbabilità personificata.
«Allora, che tipo di uomo è questo Justin?» chiese
pensierosa osservandolo come se fosse un lontano
personaggio storico. «Fuori dal lavoro e da questo suo
comitato? Quali sono i suoi interessi, i suoi desideri, il suo
stile di vita? Insomma, chi è?»
«Oh, mio Dio, chi siamo?» esclamò Woodrow forse un
po' troppo teatralmente. Al che Rob si batté di nuovo la
matita sui denti e Lesley sorrise paziente, mentre Woodrow
con affascinante riluttanza snocciolava un elenco dei miseri
attributi di Justin: appassionato giardiniere – anche se, a
pensarci bene, da quando Tessa aveva perso il bambino era
meno appassionato – nulla lo diverte più che zappettare e
curare le sue aiuole il sabato pomeriggio; un "gentleman",
qualunque cosa ciò significhi; un etoniano nel senso
migliore del termine; cortese fino all'eccesso nei rapporti
con il personale locale, naturalmente; uno di quelli che al
ballo annuale dell'alto commissario invitano le ragazze che
fanno tappezzeria; ex scapolo impenitente, benché a
Woodrow non venissero in mente esempi precisi; che lui
sapesse, non giocava a golf né a tennis, non andava a caccia
né a pesca e non amava la vita all'aria aperta, a parte il
giardinaggio. E, naturalmente, era un diplomatico
professionista di prim'ordine, senza pretese, con un sacco di
esperienza sul campo, conoscenza di due o tre lingue
straniere, affidabilissimo, assolutamente fedele alle
istruzioni di Londra. E – il triste è questo, Rob – senza
averne nessuna colpa, privo di prospettive di carriera.
«Non è che frequentava cattive compagnie?» domandò
Lesley consultando i suoi appunti. «Non frequentava
nightclub malfamati quando Tessa era via per le sue
spedizioni?» La domanda era ironica. «Non sarebbe nel suo
stile, mi pare di capire, vero?»
«Night-club? Justin? Che idea straordinaria!
All'Annabel, forse, venticinque anni fa. Come vi è saltata in
testa un'idea del genere?» esclamò Woodrow con una risata
di cuore come non ne faceva da giorni.
Rob fu lieto di illuminarlo. «È un suggerimento del
nostro capo, in realtà. Il signor Gridley è stato per un
periodo qui a Nairobi come ufficiale di collegamento. Dice
che i posti dove, volendo, si può assoldare un killer sono i
night. Ce n'è uno in River Road, poco lontano dal New
Stanley, che è comodo se dormi lì. Cinquecento dollari
americani e ti fanno fuori chi vuoi. Metà subito, metà a
lavoro finito. In certi locali anche meno, secondo lui, ma la
qualità lascia a desiderare.»
«Justin amava Tessa?» chiese Lesley, mentre Woodrow
sorrideva ancora.
Nell'atmosfera rilassata che si stava creando tra loro,
Woodrow alzò le braccia e rivolse una muta invocazione al
Cielo. «Oh, mio Dio! Chi ama chi, in questo mondo, e
perché?» E, dal momento che Lesley non rinunciò subito ad
avere una risposta, aggiunse: «Era bellissima. Spiritosa.
Giovane. Lui aveva passato i quaranta quando la conobbe.
Andropausa incombente, quasi al novantesimo minuto,
solo. Infatuazione? Voglia di sistemarsi? Amore?
Decidetelo voi, io non saprei».
Ma se quello era un invito perché Lesley esprimesse il
suo parere, cadde nel vuoto. Come Rob, anche lei pareva più
interessata alla sottile trasfigurazione di Woodrow,
all'infittirsi delle rughe sotto gli occhi, alle chiazze rossastre
che gli erano comparse sul collo, alle quasi impercettibili
contrazioni involontarie della mandibola.
«E Justin non si arrabbiava con Tessa, che so, per il
lavoro umanitario, per esempio?» suggerì Rob.
«Perché avrebbe dovuto arrabbiarsi?»
«Non gli dava sui nervi quando lei attaccava una
filippica su certe aziende occidentali, anche britanniche, che
rapinavano gli africani facendosi pagare cifre esorbitanti per
servizi tecnici o medicine scadute? Che usavano gli africani
come cavie umane per la sperimentazione di nuovi farmaci,
come viene spesso insinuato e raramente dimostrato?»
«Sono certo che Justin era molto fiero del lavoro di sua
moglie. La maggior parte delle donne qui si tiene in
disparte. L'impegno di Tessa ristabiliva l'equilibrio.»
«Allora non era arrabbiato con lei» insistette Rob.
«Justin non è un tipo che si arrabbia. Non come le
persone normali. Caso mai, era imbarazzato.»
«E voi eravate imbarazzati? Voglio dire, all'Alto
Commissariato.»
«Perché mai?»
«Per il lavoro umanitario di Tessa. Il suo impegno
sociale. Erano in conflitto con gli interessi di Sua Maestà?»
Woodrow tirò fuori la sua espressione più esterrefatta e
disarmante. «Il governo di Sua Maestà non potrà mai
trovarsi in imbarazzo per gesti di umanità, Rob. Dovreste
saperlo.»
«Lo stiamo imparando, signor Woodrow» intervenne
sottovoce Lesley. «Siamo nuovi.» E dopo averlo studiato
ancora un po' senza abbandonare nemmeno per un secondo
il suo bel sorriso, ripose quaderni e registratore nella borsa
e, dicendo che avevano altri impegni in città, propose di
riprendere il colloquio il giorno dopo alla stessa ora.
«Tessa si confidava con qualcuno, che lei sappia?»
chiese Lesley con fare disinvolto mentre tutti e tre si
avviavano verso la porta.
«A parte Bluhm, intende dire?»
«Pensavo a eventuali amiche, per la verità.»
Woodrow finse di frugare nei propri ricordi. «No. No,
non credo. Non mi viene in mente nessuno in particolare.
Ma secondo voi perché dovrei saperlo?»
«Supponendo che facesse parte del suo staff... Come
Ghita Pearson, per esempio» disse Lesley incoraggiante.
«Ghita? Oh, be', sì, Ghita. Vi hanno messo a
disposizione tutto il necessario, vero? Macchina e tutto?
Bene.»
Passò un giorno intero, e poi tutta una notte prima che
ritornassero.

Questa volta fu Lesley e non Rob ad aprire il colloquio e


lo fece con una vivacità che induceva a pensare che ci
fossero stati sviluppi interessanti dall'ultima volta che si
erano visti. «Tessa aveva appena avuto un rapporto
sessuale» annunciò in tono allegro da prima mattina,
mentre tirava fuori matite, quaderni, registratore, gomma
da cancellare come se fossero prove da mostrare a una
giuria. «Sospettiamo che sia stata violentata. Non è stato
reso noto, ma immagino che lo leggeremo sui giornali di
domani. Finora hanno soltanto prelevato un tampone
vaginale e controllato al microscopio per vedere se gli
spermatozoi erano vivi o morti. Pare che fossero vivi e che
venissero da più di una persona. Forse era addirittura un
cocktail! Secondo noi, non hanno i mezzi per accertarlo.»
Woodrow si prese la testa tra le mani.
«Dovremo aspettare i referti dei nostri laboratori prima
di averne la certezza al cento per cento» disse Lesley
guardandolo.
Rob, come il giorno prima, si batteva con nonchalance la
matita sui denti.
«E il sangue sulla sahariana di Bluhm era di Tessa»
continuò Lesley con lo stesso tono schietto. «O almeno così
sembra, badi bene. Qui sanno riconoscere solo i gruppi più
comuni: A e B. Per tutto il resto, bisognerà rivolgersi ai
nostri laboratori.»
Woodrow si era alzato in piedi, come spesso faceva nelle
riunioni informali per mettere tutti a loro agio. Andando
mollemente alla finestra, si piazzò dall'altra parte della
stanza e si mostrò assorto nella contemplazione del brutto
panorama della città. Di tanto in tanto si sentivano dei
tuoni e nell'aria regnava quell'indefinibile odore di tensione
che precede la magica pioggia africana. Per contro,
l'atteggiamento dell'uomo era di calma totale. Nessuno vide
le due o tre gocce di sudore bollente che dalle ascelle gli
correvano come grossi insetti giù per il costato.
«Lo avete detto a Quayle?» chiese e intanto si domandò,
come forse anche i due poliziotti, perché per il vedovo di
una donna violentata si usa improvvisamente il cognome e
non più il nome.
«Ci sembrava opportuno che fosse un amico a dargli la
notizia» replicò Lesley.
«Lei» suggerì Rob.
«Certo.»
«Inoltre, non è escluso – come ha detto Les – che Tessa
e Arnold fossero stati insieme prima di partire. Se vuole
accennarglielo. Decida lei.»
Quale sarà la goccia che farà traboccare il mio vaso? si
chiese Woodrow. Che cos'altro deve succedere prima che
apra questa finestra e mi butti di sotto? Forse era questo
che mi aspettavo da lei: che mi portasse oltre i limiti della
mia stessa sopportazione.
«Noi stimiamo Bluhm» intervenne Lesley in tono di
amichevole esasperazione, quasi volesse che lo stimasse
anche Woodrow. «D'accordo, dobbiamo stare attenti
all'altro Bluhm, alla belva sotto sembianze umane. E a casa
nostra le persone più pacifiche sono capaci di compiere i
gesti più spaventosi, quando vengono provocate. Ma chi lo
ha provocato, ammesso che sia andata così? Nessuno,
tranne forse Tessa.»
A questo punto Lesley fece una pausa, invitando
Woodrow a commentare, ma lui stava esercitando il diritto
di non rispondere.
«Bluhm è quanto di più vicino esista a un 'uomo
buono'» insistette Lesley quasi 'uomo buono' fosse una
condizione precisa come "Homo sapiens". «Ha fatto un
sacco di cose veramente buone. Non per mettersi in mostra,
ma perché ci credeva. Ha salvato vite umane, ha rischiato la
pelle, ha lavorato gratis in posti spaventosi, ha nascosto
gente in casa propria. Non è d'accordo, signore?»
Lo stava sondando, o chiedeva semplicemente lumi a un
maturo osservatore della relazione Tessa-Bluhm?
«Sono sicuro che ha ottime credenziali» ammise.
Rob sbuffò spazientito e scrollò le spalle. «Senta, lasci
perdere le credenziali. Personalmente: lei stima Bluhm o
no? Vogliamo sapere solo questo.» E cambiò posizione
sulla sedia.
«Oddio» disse Woodrow voltandosi a guardarlo e stando
attento, questa volta, a non esagerare con il tono teatrale,
ma lasciando comunque trasparire una nota di
esasperazione dalla voce. «Ieri volevate la definizione di
amore, oggi parlate di stima. Siamo un po' incerti nelle
definizioni nella gelida Albione, di questi tempi.»
«Le stiamo chiedendo un parere, signore» insistette
Rob.
Forse il trucco stava in quelle botte di 'signore'. Il primo
giorno lo avevano chiamato signor Woodrow, quando non
addirittura Sandy. Adesso lo chiamavano signore, a
dimostrazione del fatto che non erano né suoi colleghi, né
suoi amici, ma estranei di classe inferiore venuti a ficcare il
naso nel club esclusivo che da diciassette anni dava a
Woodrow prestigio e protezione. Intrecciò le dita dietro la
schiena, raddrizzò le spalle e si voltò sui tacchi fino a
guardare in faccia i due investigatori.
«Arnold Bluhm è un tipo persuasivo» esordì in tono
saccente dall'altra parte della stanza. «È bello, affascinante.
Spiritoso, a chi piace quel genere di umorismo. Una certa
aura, forse per via della barbetta ben curata. Per i più
suggestionabili è un eroe popolare africano.» Detto questo,
voltò loro nuovamente le spalle come se aspettasse che
facessero i bagagli e se ne andassero.
«E per i meno suggestionabili?» chiese Lesley,
approfittando del fatto che era girato per studiare la sua
postura, con le mani strette l'una all'altra dietro la schiena
quasi a sostenersi e il ginocchio su cui non poggiava il peso
sollevato in atteggiamento di autodifesa.
«Oh, siamo la minoranza, ne sono certo» rispose
Woodrow con fare carezzevole.
«Immagino però che potesse essere molto irritante per
lei, e anche preoccupante, forse, in quanto cancelliere,
vedere quanto le succedeva sotto il naso e sapere di non
poter fare nulla per impedirlo. Voglio dire, non poteva mica
andare da Justin e dirgli: 'Lo vedi quel tizio nero con la
barba laggiù? Se la intende con tua moglie, vero?'.»
«Se uno scandalo minaccia di trascinare nel fango il
buon nome della Missione, io ho il diritto, anzi, il dovere, di
intervenire.»
«E in questo caso lo ha fatto?» Era Lesley.
«Più o meno, sì.»
«Con Justin? O direttamente con Tessa?»
«Il problema, ovviamente, era che il suo rapporto con
Bluhm aveva una 'copertura', per così dire» rispose
Woodrow, facendo in modo di aggirare la domanda. «Lui è
un medico importante, molto stimato negli ambienti
umanitari. Tessa era una zelante volontaria. Da un certo
punto di vista, era normalissimo che si frequentassero. Non
si può accusarli di adulterio di punto in bianco, senza
nessuna prova. Si può solo dire: 'Sentite, la cosa può essere
male interpretata, quindi per favore state un po' più
attenti'.»
«E lei a chi lo ha detto?» domandò Lesley scrivendo
qualcosa su uno dei quaderni.
«Non è così semplice. Non si è trattato di un solo
episodio, di una sola conversazione.»
Lesley si sporse in avanti e controllò che la cassetta nel
registratore stesse girando. «Tra lei e Tessa?»
«Tessa era un motore progettato per essere brillante a
cui mancavano metà degli ingranaggi. Prima di perdere il
bambino, era un po' scatenata. Niente di male.»
Nell'accingersi a tradirla fino in fondo, Woodrow ricordò
Porter Coleridge seduto nel suo studio che citava infuriato
le istruzioni di Pellegrin. «Tuttavia dopo – con estremo
rammarico, ma devo dirlo – a molti di noi parve che avesse
perso del tutto i freni inibitori.»
«Era ninfomane?» chiese Rob.
«Temo che questa domanda esuli dalla mia
competenza» ribatté gelido Woodrow.
«Diciamo che civettava in maniera scandalosa» suggerì
Lesley. «Con tutti.»
«Se proprio insistete...» Detto in tono di massimo
distacco. «Non è facile, vi pare? Una splendida ragazza, la
più bella della festa, con un marito più vecchio di lei...
Civetta? O è semplicemente se stessa e si diverte? Se si
mette un vestito scollato e sculetta un po', la gente dice che
è poco seria. Altrimenti che è una bacchettona. Nella
comunità bianca di Nairobi è così. Forse è così dappertutto.
Non posso dire di essere un esperto.»
«Con lei civettava?» domandò Rob dopo aver
tamburellato per l'ennesima volta con la matita sui denti.
«Ve l'ho già detto. Era impossibile capire se civettava o
era così di carattere» replicò Woodrow, più cortese che mai.
«Sì, ma lei, be', per caso ha risposto facendole un po' la
corte?» si informò Rob. «Non faccia quella faccia, signor
Woodrow. Anche lei, come Justin, ha passato i quaranta, ha
l'andropausa incombente, è quasi al novantesimo minuto.
Aveva una cotta per Tessa, vero? Scommetto che sarebbe
successo anche a me.»
Woodrow si riprese così in fretta che quasi non se ne
accorse lui stesso: «Sì, certo, non pensavo ad altro. Tessa,
Tessa notte e giorno. Ero ossessionato. Lo chieda a chi
vuole».
«Già fatto» rispose Rob.

L'indomani mattina Woodrow ebbe l'impressione che gli


assedianti fossero addirittura indecenti nella loro fretta di
attaccarlo. Rob posò il registratore sul tavolo, Lesley aprì un
grande quaderno rosso a una pagina segnata da un elastico
e cominciò a interrogarlo.
«Abbiamo ragione di credere che lei sia andato a trovare
Tessa all'ospedale di Nairobi poco dopo che perse il
bambino, signore. È vero?»
Woodrow si sentì crollare il mondo addosso. Chi glielo
aveva detto, in nome di Dio? Justin? Non può essere stato
lui, di sicuro non gli hanno ancora parlato, altrimenti lo
saprei.
«Fermi tutti» ordinò secco.
Lesley alzò la testa. Rob si raddrizzò e, quasi stesse per
mollarsi un ceffone, allungò un braccio e si posò la mano
sul naso, dopodiché osservò Woodrow da sopra la punta
delle dita.
«È questo l'argomento di stamattina?» chiese Woodrow.
«È uno degli argomenti» ammise Lesley.
«Allora, visto che non abbiamo tempo da perdere,
vorreste dirmi cortesemente che cosa diavolo c'entra una
visita in ospedale con l'assassinio di Tessa, che a quanto mi
risulta è il motivo per cui siete qui?»
«Stiamo cercando un movente» disse Lesley.
«Credevo mi aveste detto che lo avevate: violenza
carnale.»
«Non vale più, non come movente. Lo stupro è stato un
effetto collaterale. Forse una finta per farci credere che si
trattava di un omicidio casuale, non programmato.»
«Premeditato» spiegò Rob, fissando Woodrow con i suoi
grandi occhi castani. «Quello che noi chiameremmo un
lavoretto scientifico.»
Al che Woodrow, per un momento brevissimo ma
terrificante, non riuscì a pensare assolutamente a nulla. Poi
pensò: 'Scientifico'. Perché ha detto 'scientifico'? Nel senso
che c'era di mezzo il mondo della ricerca scientifica?
Impossibile! Troppo improbabile per essere preso in
considerazione da un diplomatico rispettabile!
Poi la sua mente si svuotò di colpo. Non una parola,
nemmeno la più banale e insignificante, venne in suo
soccorso. Si vide, sia pur vagamente, come una specie di
computer che cercava, assemblava e poi rifiutava una serie
di collegamenti crittografati archiviati in una zona
inaccessibile della sua memoria.
Scientifico? No, era stato casuale. Non programmato.
Un'orgia sanguinosa in stile africano.
«Allora perché andò all'ospedale?» sentì che gli
chiedeva Lesley quando ritrovò l'audio. «Perché andò a
trovare Tessa dopo la morte del bambino?»
«Perché me lo chiese lei. Mi mandò a chiamare tramite
suo marito. In qualità di superiore di Justin.»
«Qualcun altro fu invitato alla festa?»
«Che io sappia no.»
«Magari Ghita?»
«Intende Ghita Pearson?»
«Ne conosce altre?»
«Ghita Pearson non c'era.»
«Allora eravate solo lei e Tessa» osservò Lesley a voce
alta, scrivendo sul suo quaderno. «Che cosa c'entrava il
fatto che lei fosse il superiore di Justin?»
«Tessa era preoccupata per Justin e voleva assicurarsi
che stesse bene» rispose Woodrow con deliberata lentezza,
invece di assecondare l'accelerazione che Lesley voleva
imprimere al ritmo del discorso. «Avevo cercato di
convincere Justin a prendersi un periodo di riposo, ma lui
aveva preferito continuare a lavorare. La conferenza
annuale dei ministri EADEC era imminente e lui voleva
prepararla. Spiegai a Tessa tutto questo e le promisi che
l'avrei tenuto d'occhio.»
«Tessa aveva il portatile con sé?» intervenne Rob.
«Come, scusi?»
«Che cosa c'è di tanto difficile? Aveva il computer?
Accanto a sé, sul comodino, sotto il letto, sul letto? Il
portatile. Tessa era affezionatissima al suo portatile. Lo
usava per la posta elettronica. Mandava messaggi a Bluhm,
a Ghita, a un ragazzino malato in Italia di cui si occupava, a
un ex fidanzato a Londra. Scriveva a mezzo mondo. Aveva il
portatile con sé?»
«Grazie della spiegazione. No, non ho visto nessun
portatile.»
«Quaderni?»
Un attimo di esitazione, mentre frugava tra i ricordi e
componeva la bugia. «Che io abbia visto, no.»
«E che non abbia visto?»
Woodrow non si degnò di rispondere. Rob si appoggiò
allo schienale e osservò il soffitto con finta indifferenza.
«E in che stato era?» chiese poi.
«Nessuno è in perfetta forma dopo aver partorito un
figlio morto.»
«Come stava?»
«Era debole. Farneticante. Depressa.»
«E non avete parlato di altro. Solo di Justin. Del suo
marito amatissimo.»
«A quanto mi ricordo, sì.»
«Quanto tempo rimase con lei?»
«Non controllai l'orologio, ma una ventina di minuti,
direi. Naturalmente non volevo che si stancasse.»
«Così parlaste di Justin per venti minuti. Se faceva
colazione eccetera.»
«Non parlammo ininterrottamente» ribatté Woodrow
arrossendo. «Quando una persona ha la febbre, è esausta e
ha appena perso un figlio, non è facile avere una
conversazione lucida.»
«Era presente qualcun altro?»
«Ve l'ho già detto. Andai da solo.»
«La mia domanda era un'altra. Le ho chiesto se era
presente qualcun altro.»
«Per esempio chi?»
«Per esempio chiunque altro. Un'infermiera, un medico.
Un altro visitatore, un amico o un'amica. Un amico
africano. Come il dottor Arnold Bluhm, per esempio. Perché
devo tirarle fuori le parole con le pinze, signore?»
A riprova della sua irritazione, Rob si allungò come un
lanciatore di giavellotto, prima alzando un braccio in aria,
poi risistemando laboriosamente le lunghe gambe. Nel
frattempo Woodrow consultava la propria memoria,
aggrottando le sopracciglia in una smorfia divertita e
addolorata al tempo stesso.
«Ora che ci penso, Rob, ha proprio ragione. Ha un
grande intuito, lei! C'era Bluhm, quando arrivai. Ci
salutammo e lui uscì. Immagino che l'incontro sia durato
circa venti secondi. Facciamo venticinque.»
Ma gli fu difficile mantenere quell'atteggiamento
noncurante. Chi diavolo aveva detto a Rob e Lesley che
Bluhm era al capezzale di Tessa? Oltre tutto la sua
apprensione non si fermò lì e si insinuò nei recessi più
oscuri dell'altra sua mente, andando di nuovo a toccare
quella concatenazione di cause che rifiutava di ammettere e
che Porter Coleridge gli aveva furiosamente ordinato di
dimenticare.
«Allora. Che cosa ci faceva lì Bluhm, secondo lei?»
«Non mi diede spiegazioni, e Tessa neppure. È un
medico, no? A parte tutto il resto.»
«Che cosa faceva Tessa?»
«Era a letto. Che cosa credete che facesse?» ribatté
perdendo per un attimo la testa. «Che giocasse al gioco
della pulce?»
Rob stese le lunghe gambe davanti a sé, contemplandosi
i piedi come se stesse prendendo il sole. «Non saprei»
disse. «Che cosa crediamo che facesse, Les?» chiese alla
collega. «Il gioco della pulce no di sicuro. Era a letto. A fare
cosa, ci chiediamo.»
«Ad allattare un bambino nero, secondo me» disse
Lesley. «La cui madre stava morendo.»
Per un po' nella stanza si sentì solo il rumore di passi
provenienti dal corridoio e di macchine che correvano e
lottavano nella città dall'altra parte della vallata. Rob tese il
lungo braccio e spense il registratore.
«Come lei ci ha fatto giustamente notare, signore, non
abbiamo tempo da perdere» disse cortesemente. «Quindi la
preghiamo di non sprecarlo dicendo cazzate, evitando le
nostre domande e trattandoci come delle merde.» Riaccese
il registratore. «Sia così gentile da raccontarci con parole
sue della donna moribonda all'ospedale e del suo bambino,
signor Woodrow» disse. «Per favore. Di che cosa è morta,
chi cercava di curarla e come, e qualsiasi altra cosa sappia al
riguardo.»
Messo alle strette e pieno di rancore, Woodrow
istintivamente cercò aiuto nel suo capomissione, ma subito
ricordò che Coleridge non si faceva trovare. La sera
precedente, quando l'aveva cercato per avere un colloquio
privato, Mildren lo aveva informato che era in riunione con
l'ambasciatore americano e poteva essere disturbato solo in
caso di emergenza. Quella mattina, invece, Coleridge era
'impegnato in affari che seguiva dalla propria residenza'.
5.

Woodrow non si lasciava scoraggiare tanto facilmente.


Nella sua carriera diplomatica era stato costretto a gestire
non poche situazioni imbarazzanti e aveva imparato per
esperienza che la soluzione più efficace era rifiutarsi di
riconoscere che c'era qualcosa che non andava. Applicò
questa regola anche in quel momento, fornendo con brevi
frasi brusche un resoconto minimalista della sua visita in
ospedale. Sì, era vero – disse un po' sorpreso che fossero
tanto interessati ai dettagli del ricovero di Tessa – ricordava
vagamente che vicino a Tessa c'era una paziente che
dormiva o era in coma. E, siccome non era in grado di
allattare il suo bambino, Tessa l'aveva preso a balia. La
disgrazia di Tessa era stata la salvezza di quel bambino.
«Come si chiamava la donna malata?» chiese Lesley.
«Non ricordo.»
«C'era qualcuno con lei? Un parente o un amico?»
«Il fratello, un ragazzino venuto dalla baraccopoli. Così
mi disse Tessa ma, date le condizioni in cui era, non la
considererei una teste affidabile.»
«Ricorda come si chiamava il fratello?»
«No.»
«E la baraccopoli?»
«No.»
«Tessa le disse che cosa aveva la donna?»
«La maggior parte delle cose che diceva era senza
senso.»
«Ma una parte era sensata» gli fece notare Rob. Era
stranamente diventato più tollerante e aveva trovato un
posto per le sue gambe allampanate. Sembrava che tutto a
un tratto avesse un sacco di tempo da perdere. «Quando era
in sé, che cosa le disse a proposito della sua vicina di letto,
signor Woodrow?»
«Che stava morendo. Che la sua malattia, che non
nominò, era dovuta alle condizioni sociali in cui viveva.»
«AIDS?»
«Non parlò di AIDS.»
«Tanto per cambiare.»
«Infatti.»
«E la stavano curando per questa malattia che non
conosciamo?»
«Presumo di sì. Perché sarebbe stata in ospedale,
altrimenti?»
«La curava Lorbeer?»
«Chi?»
«Lorbeer.» Rob fece lo spelling del cognome. 'L-O-R,
BEER, come la Heineken. Mezzo olandese, biondo o
rossiccio, sui cinquantacinque anni. Grasso.»
«Mai sentito nominare» ribatté Woodrow con la
massima sicurezza stampata sul viso e le budella che gli si
torcevano.
«Vide nessuno curare la donna?»
«No.»
«Sa che cure le facevano? Che cosa le davano?»
«No.»
«Vide qualcuno che le somministrava delle pillole o le
faceva un'iniezione?»
«Gliel'ho già detto: in mia presenza non comparvero
dipendenti ospedalieri.»
Nuovamente rilassato, Rob trovò il tempo di riflettere
sulla risposta che gli aveva dato Woodrow e il modo in cui
controbattere. «E non ospedalieri?»
«Non quando c'ero io.»
«E quando non c'era?»
«Come faccio a saperlo?»
«Potrebbe averglielo detto Tessa. Quando era in sé»
spiegò, e gli fece un sorriso talmente grande che il suo
buonumore divenne un elemento inquietante, come se
precorresse una barzelletta ancora tutta da raccontare. «La
vicina di letto di Tessa, la madre del bambino che allattava,
aveva ricevuto cure da qualcuno, a quanto Tessa le disse?»
Glielo chiese con pazienza, mettendo in fila le parole come
per un non meglio specificato gioco da salotto. «La malata
fu visitata, controllata, osservata o curata da qualcuno,
maschio, femmina, bianco, nero, dottore, non dottore,
infermiere, esterno, interno, ausiliario, visitatore o altro?»
Si appoggiò allo schienale: prova un po' a non rispondere a
questa.
Woodrow stava cominciando a capire la gravità della
propria situazione. Che cos'altro sapevano che non gli
volevano dire? Il nome Lorbeer gli era riecheggiato nella
testa come un rintocco funebre. Quali altri nomi stavano
per sbattergli in faccia? Per quanto ancora sarebbe riuscito
a negare a testa alta? Che cosa avevano saputo da
Coleridge? Perché Coleridge gli negava il suo aiuto,
rifiutandosi di colludere? O stava confessando tutto alle sue
spalle?
«Tessa mi raccontò una storia a proposito di piccoli
camici bianchi che andavano a visitare la donna» rispose
sdegnoso. «Immaginai che se lo fosse sognato, o che se lo
stesse sognando mentre me lo raccontava. Non vi diedi
alcun peso.» Né dovreste dargliene voi, era il messaggio
implicito.
«E perché la visitavano? Secondo Tessa, intendo dire.
Secondo la storia che a suo dire si era sognata.»
«Perché i piccoli camici bianchi l'avevano uccisa. A un
certo punto li chiamò le 'coincidenze'.» Aveva deciso di
raccontare la verità buttandola in ridere. «Diceva che erano
avidi, che avrebbero voluto curarla, ma che non erano in
grado di farlo. Una storia assurda.»
«Curarla come?»
«Questo non lo specificò.»
«E come l'avevano uccisa lo disse?»
«Fu vaga anche su quel punto, temo.»
«Aveva scritto qualcosa?»
«Su questa storia? E come?»
«Aveva preso appunti? Lesse degli appunti, quando
gliela raccontò?»
«Gliel'ho già detto. Non credo che avesse un quaderno.»
Rob inclinò la testa da una parte per osservare Woodrow
da un altro punto di vista, magari più significativo. «Arnold
Bluhm crede che la storia di Tessa sia tutt'altro che assurda.
Crede che Tessa non fosse fuori di sé, ma che avesse
perfettamente ragione. Non è vero, Les?»

Woodrow era sbiancato e se ne rendeva conto.


Nonostante lo shock provocatogli dalle loro parole, rimase
saldo sotto il fuoco di fila come ogni buon diplomatico che
deve difendere il 'forte'. Trovò la voce e l'indignazione.
«Scusate, state dicendo che avete ritrovato Bluhm? È
scandaloso.»
«Intende dire che sarebbe meglio se non lo
trovassimo?» si informò Rob un po' stupito.
«Niente affatto. Intendo dire che voi siete qui a certe
condizioni e che nel momento in cui trovate Bluhm o
comunicate con lui, avete il dovere di riferirlo all'Alto
Commissariato.»
Ma Rob stava già scuotendo la testa. «Guardi che non
l'abbiamo trovato, signor Woodrow. Purtroppo per noi. Ma
abbiamo trovato alcune delle sue carte. Materiale
abbastanza utile, direi, sparso qua e là per casa sua. Niente
di sensazionale, ahimè. Annotazioni su casi che penso
interesserebbero a un bel po' di gente. Copie di lettere
piuttosto dure inviate dal dottore a industrie, laboratori o
cliniche universitarie in varie parti del mondo. Più o meno è
tutto, no, Les?»
«Dire che era sparso qua e là mi sembra
un'esagerazione» puntualizzò Lesley. «Nascosto, casomai.
Abbiamo trovato un plico incollato dietro a una cornice e un
altro sotto la vasca da bagno. Ci abbiamo messo tutta la
giornata per trovarlo. O quasi.» Si bagnò un dito e girò
pagina.
«Come se non bastasse, si sono dimenticati la
macchina» le ricordò Rob.
«Be', sì. Quando siamo arrivati noi, più che un
appartamento sembrava una discarica» riconobbe Lesley.
«Non sono andati molto per il sottile: hanno spaccato e
arraffato tutto. Be', a dire la verità, ormai succede anche a
Londra. Appena sui giornali viene fuori che uno è morto o
scomparso, arrivano gli sciacalli e fanno man bassa. Gli
entrano in casa e pigliano tutto. Le forze dell'ordine trovano
la cosa piuttosto fastidiosa. Le spiace se le facciamo un paio
di nomi, signor Woodrow?» gli chiese, alzando gli occhi
grigi dal foglio e fissandolo.
«Non fate complimenti» rispose Woodrow, come se non
lo avessero ancora fatto.
«Kovacs. Donna, giovane, presumibilmente ungherese.
Capelli corvini, gambe lunghe. Presto avremo anche gli altri
dati. Nome di battesimo ignoto, ricercatrice.»
«La ricorderebbe senz'altro» disse Rob.
«Temo di no.»
«Emrich. Medico, ricercatore, studi a Pietroburgo, una
laurea tedesca a Lipsia, ha lavorato a Gdansk. Donna.
Nessuna descrizione. Le dice qualcosa?»
«Mai sentita. Non conosco nessuno che corrisponda a
questa descrizione, a questo nome, a queste origini e
qualifiche.»
«Accipicchia. Non l'ha mai sentita nominare, quindi?»
«E il nostro vecchio amico Lorbeer?» intervenne
timidamente Lesley. «Nome di battesimo sconosciuto,
origini ignote, probabilmente per metà olandese o boero,
qualifiche misteriose. Il problema è che citiamo dagli
appunti di Bluhm: si può dire che siamo alla sua mercè. Ha
unito assieme i tre nomi come in un diagramma di flusso,
con qualche nota personale in ognuno dei riquadri. Lorbeer
e le due dottoresse. Lorbeer, Emrich, Kovacs. Riempiono la
bocca, vero? Le avremmo portato una copia, ma abbiamo
qualche scrupolo a usare le fotocopiatrici, per il momento.
Sa com'è la polizia locale. E le copisterie, be', non ci
fideremmo a fargli copiare il Padre Nostro, francamente.
Non è vero, Rob?»
«Potete usare le nostre» suggerì Woodrow con troppa
prontezza.
Seguì un silenzio gravido di pensieri che per Woodrow
fu come un'improvvisa sordità in cui non passavano
automobili, non cinguettavano uccelli e nessuno
camminava nel corridoio fuori dalla porta. Fu rotto da
Lesley, che dichiarò risolutamente che Lorbeer era l'uomo
che più di tutti avrebbero desiderato interrogare.
«Lorbeer è una mina vagante. 'Si presume' che lavori
nell'ambiente farmaceutico. 'Si presume' che sia stato a
Nairobi diverse volte in quest'ultimo anno, ma i kenioti non
riescono a rintracciarlo, chissà come mai. 'Si presume' che
sia stato nel reparto dell'Uhuru Hospital in cui era
ricoverata Tessa. Un'altra descrizione che ce ne hanno fatto
lo definiva 'taurino'. È sicuro di non aver mai visto un
presunto medico, taurino e rosso di capelli, di nome
Lorbeer? In nessuna delle sue peregrinazioni?»
«Mai sentito. Non conosco nessuno che gli assomigli.»
«Caso strano» commentò Rob.
«Tessa lo conosceva. E anche Bluhm» disse Lesley.
«Questo non significa che lo debba conoscere anch'io.»
«Che cos'è il morbo bianco, in parole povere?» domandò
Rob.
«Non ne ho la più pallida idea.»
Se ne andarono come le altre volte, lasciando in sospeso
un interrogativo sempre più grosso.

Non appena furono abbastanza lontani, Woodrow prese


il telefono interno e, con grande sollievo, si sentì rispondere
da Coleridge in persona.
«Hai un minuto?»
«Penso di sì.»
Lo trovò seduto alla scrivania, una mano sulla fronte, le
dita aperte. Aveva un paio di bretelle gialle con un motivo a
cavalli e l'espressione sospettosa e bellicosa.
«Ho bisogno di sapere che abbiamo l'appoggio di Londra
su questa cosa» esordì Woodrow, senza sedersi.
«Abbiamo? A chi ti riferisci?»
«A me e a te.»
«E per Londra intendi Pellegrin, immagino.»
«Perché? È cambiato qualcosa?»
«Che io sappia, no.»
«Cambierà?»
«Che io sappia, no.»
«Bene, mettiamola così: Pellegrin è appoggiato da
qualcuno?»
«Bernard è sempre appoggiato da qualcuno.»
«E noi andiamo avanti così, oppure no?»
«Andiamo avanti a mentire, intendi? Certamente.»
«E allora perché non ci mettiamo d'accordo su... su
quello che diciamo?»
«Giusto. Non so. Se fossi un uomo di Dio, andrei a
pregare. Ma non è così facile, cazzo. Da una parte quella
ragazza è morta. Dall'altra noi siamo vivi.»
«Quindi gli hai detto la verità?»
«No, no, figurarsi. Ho una memoria che è un colabrodo,
io. Mi dispiace.»
«Gli dirai la verità?»
«A loro? Macché. No, no. Mai. Sono delle merde.»
«E allora perché non possiamo metterci d'accordo su
cosa dire?»
«Okay. Perché no? Infatti. Hai detto una cosa giusta,
Sandy. Chi ce lo impedisce?»

«Ci parli della sua visita all'Uhuru Hospital, signor


Woodrow» cominciò Lesley con brio.
«Mi pareva che ne avessimo già parlato l'ultima volta.»
«L'altra sua visita, signor Woodrow. La seconda.
Qualche tempo dopo. Il seguito.»
«Seguito? Seguito di cosa?»
«Lei promise qualcosa a Tessa, ci risulta.»
«Ma di che cosa parlate? Non capisco.»
Invece Rob capiva perfettamente e lo disse. «Mi pareva
di essere stato chiaro. Non andò a trovare Tessa in ospedale
una seconda volta? Circa quattro settimane dopo la
dimissione? Non la incontrò nell'anticamera del reparto
maternità, dove Tessa aveva un appuntamento? Perché
negli appunti di Arnold c'è scritto questo e finora non ha
mai sbagliato, almeno a quanto risulta a noi poveri
ignoranti.»
'Arnold' notò Woodrow. Non più Bluhm.
Il figlio del militare stava dibattendo fra sé, e lo faceva
con la freddezza calcolatrice che era la sua musa nei
momenti di crisi, mentre con la memoria seguiva la scena
nell'ospedale affollato come se fosse capitata a qualcun
altro. Tessa ha una borsa di stoffa con i manici di bambù. È
la prima volta che la vede con quell'accessorio, ma da allora
in poi e per il resto della sua breve vita farà parte
dell'immagine dura che si era costruita in ospedale, con il
proprio figlio nato morto in obitorio, la vicina di letto
moribonda e il suo bambino al seno. Fa pendant con il
trucco più leggero, i capelli più corti e lo sguardo torvo che
non è tanto diverso dall'occhiata incredula che gli stava
lanciando Lesley in quel momento, in attesa della sua
versione riveduta e corretta dei fatti. La luce, come ovunque
nell'ospedale, è instabile. Il sole proietta grandi coni
luminosi che tagliano in due la stanza. Fra le travi del
soffitto volano degli uccelli. Tessa è in piedi con la schiena
appoggiata a una parete curva, vicino a un baretto
maleodorante con le seggiole arancione. Nonostante
l'andirivieni della folla dalle zone illuminate, Woodrow la
vede subito. Regge la borsa di stoffa con tutte e due le mani,
le braccia sul ventre, nella posizione in cui stavano le
prostitute sui portoni quando lui era giovane e timoroso. La
parete è in ombra perché il sole non arriva fino in fondo alla
stanza e forse è proprio per questo che Tessa ha scelto quel
punto.
«Mi avevi promesso di ascoltarmi, quando mi fossi
ristabilita» gli ricorda con un tono aspro e basso, quasi
irriconoscibile.
È la prima volta che si parlano da quando è andato a
trovarla durante il ricovero. Le osserva le labbra, fragili
senza la disciplina offerta dal rossetto. Le legge negli occhi
grigi una passione che lo spaventa, come tutte le passioni,
compresa la propria.
«L'incontro a cui lei fa riferimento non era personale»
rispose a Rob evitando lo sguardo implacabile di Lesley.
«Ma di lavoro. Tessa sosteneva che si era imbattuta in
documenti che, se fossero stati autentici, sarebbero stati
delicatissimi. Mi chiese di vederci in ospedale per
consegnarmeli.»
«Come sarebbe a dire 'si era imbattuta'?» chiese Rob.
«Aveva dei contatti esterni. Non so altro. Amici nelle
agenzie che si occupano di aiuti umanitari.»
«Come Bluhm?»
«Fra gli altri. Non era la prima volta che denunciava
scandali all'Alto Commissariato, devo dire. Era un po'
un'abitudine, in realtà.»
«Quando parla di Alto Commissariato, intende dire lei
stesso?»
«In quanto cancelliere, sì.»
«Perché non li dava a Justin in modo che fosse lui a
consegnarveli?»
«Justin doveva restarne fuori: su questo Tessa non
transigeva. E probabilmente nemmeno lui.» Stava dando
troppe spiegazioni: altro rischio? Continuò. «Io rispettavo
questa sua decisione. A essere franchi, rispettavo il fatto
che si facesse degli scrupoli.»
«Perché non li aveva dati a Ghita?»
«Ghita è nuova, è giovane e fa parte dello staff locale.
Non andava bene come messaggero.»
«Dunque vi deste appuntamento» riprese Lesley. «In
ospedale. Nell'anticamera del reparto maternità. Non era un
posto un po' troppo in vista, per due bianchi in mezzo a
tanti africani?»
Ci siete già stati, pensò, rasentando nuovamente il
panico. Siete andati all'ospedale. «Non era degli africani che
aveva timore, ma dei bianchi. Non voleva sentire ragioni.
Quando era in mezzo agli africani, si sentiva al sicuro.»
«Glielo disse?»
«Lo dedussi io.»
«Da che cosa?» chiese Rob.
«Dal suo atteggiamento negli ultimi mesi. Dopo la storia
del bambino. Nei confronti miei e della comunità bianca.
Nei confronti di Bluhm. Bluhm non sbagliava mai. Era
africano, era un bell'uomo, era un medico. E Ghita è mezza
indiana.» Lo disse con un po' troppo trasporto.
«Come le diede appuntamento?» chiese Rob.
«Mi fece recapitare a casa un biglietto dal suo tuttofare,
Mustafà.»
«Sua moglie sapeva dell'appuntamento?»
«Mustafà consegnò la missiva al mio tuttofare, che poi
la diede a me.»
«E lei a sua moglie non disse niente?»
«Lo considerai un incontro riservato.
«Perché non le telefonò?»
«Mia moglie?»
«Tessa.»
«Non si fidava dei telefoni diplomatici. A ragione. Non si
fida nessuno.»
«Perché non le mandò semplicemente i documenti
tramite Mustafà?»
«Perché aveva bisogno di assicurazioni da parte mia. Di
garanzie.»
«Perché non glieli portò qui a casa?» Rob incalzava, non
mollava.
«Per il motivo che le ho già spiegato. Era giunta al punto
in cui non si fidava più dell'Alto Commissariato, non voleva
averci niente a che fare, non voleva farsi vedere entrare o
uscire da quella porta. Voi ne parlate come se fosse una
persona che si comportava in modo logico. Negli ultimi
mesi, invece, non era per niente così.»
«Perché non Coleridge? Perché sempre lei? Al suo
capezzale, in ospedale... Non conosceva nessun altro qui?»
Per un pericolosissimo attimo Woodrow passò dalla
parte dei propri inquisitori. Già, perché sempre io? chiese a
Tessa in un impeto di rabbioso vittimismo. Perché la tua
maledetta vanità non voleva mollarmi. Perché ti faceva
piacere sentirmi promettere anche l'anima, nonostante
sapessimo tutti e due che alla resa dei conti non avrei
mantenuto la promessa e tu non avresti accettato. Perché
confrontarsi con me era come guardare in faccia tutti i
difetti tipicamente inglesi che amavi tanto odiare. Perché
ero un archetipo, per te 'tutto rituali senza un'ombra di
fede'. Parole tue. Siamo l'uno di fronte all'altra, a pochi
centimetri di distanza, e io mi domando come mai siamo
alti uguali finché non mi accorgo che sei salita sul gradino
che corre intorno al muro, come fanno tutte le altre donne
per farsi vedere dai loro uomini. Abbiamo gli occhi alla
stessa altezza e, malgrado la tua nuova austerità, è di nuovo
Natale e sto ballando con te, sento il profumo di erba dolce
e calda che hai nei capelli.
«Così Tessa le diede delle carte» diceva Rob. «Di cosa
parlavano?»
Prendo la busta che mi porgi e il contatto con le tue dita
mi fa impazzire. Lo fai apposta, ad attizzare il fuoco che
arde in me, lo sai e non puoi farne a meno, mi stai portando
oltre il limite ancora una volta, pur sapendo benissimo che
non mi accompagnerai al di là. Non ho giacca. Mi osservi
mentre mi sbottono la camicia e mi faccio scivolare la busta
sulla pelle nuda fermandola sotto la cintura dei pantaloni e
poi mi riabbottono con la stessa sensazione di imbarazzo
che proverei se avessimo fatto l'amore. Da bravo
diplomatico, ti offro un caffè al bar, ma tu dici di no. Siamo
faccia a faccia, come ballerini in attesa che la musica
giustifichi la nostra vicinanza.
«Rob le ha chiesto di che cosa parlavano quelle carte»
gli ricordò Lesley, fuori dai margini della sua coscienza.
«Erano presunte prove di un grave scandalo.»
«Qui in Kenya?»
«Era materiale top-secret.»
«Lo aveva deciso Tessa questo?»
«Non diciamo sciocchezze. Non stava a Tessa decidere»
sbottò Woodrow, rimpiangendo troppo tardi la reazione
impulsiva.
'Devi costringerli a prendere posizione, Sandy' mi
scongiuri. Hai la faccia pallida, sofferente, coraggiosa.
L'aver vissuto una tragedia vera non ha spento la tua
teatralità. Hai gli occhi pieni di lacrime che, da quando hai
perso il bambino, non ti lasciano mai. Usi un tono
implorante ma carezzevole, che gioca sulle sfumature come
sempre. 'Abbiamo bisogno di qualcuno che ci appoggi,
Sandy. Di una figura esterna, ufficialmente riconosciuta,
capace. Promettimelo. Se io posso fidarmi di te, tu puoi
fidarti di me.'
Così lo dico. Come te, mi lascio trasportare dal
momento. 'Credo. In Dio, nell'amore, in Tessa.' Quando
siamo sul palcoscenico insieme: 'Io credo'. Te lo giuro,
come tutte le volte che vengo da te, come tu vuoi che io
faccia perché anche a te piacciono da morire le relazioni
impossibili e le scene madri. 'Te lo prometto' ti dico e tu me
lo fai ripetere. 'Te lo prometto, te lo prometto. Ti amo e te lo
prometto.' E tu mi baci su quelle labbra che hanno
pronunciato la vergognosa promessa: un bacio per
mettermi a tacere e siglare il contratto; un abbraccio veloce
per legarmi e farmi sentire il profumo dei tuoi capelli.
«Le carte furono inviate con valigia diplomatica a
Londra, al sottosegretario competente» spiegava Woodrow
a Rob. «Che le dichiarò top-secret.»
«Perché?»
«Per le gravi accuse che contenevano.»
«Nei confronti di chi?»
«Non posso dirglielo, temo.»
«Una persona fisica? Giuridica?»
«Passo.»
«Di quante pagine era il documento, suppergiù?»
«Quindici, venti. Più un allegato.»
«Foto, disegni, prove di qualche genere?»
«Passo.»
«Nastri, dischetti, confessioni o dichiarazioni
registrate?»
«Passo.»
«A quale sottosegretario le inviò?»
«Sir Bernard Pellegrin.»
«Ne tenne qui una copia?»
«La prassi ci impone di trattenere qui meno materiale
delicato possibile.»
«Ne tenne copia, sì o no?»
«No.»
«Com'erano i documenti?»
«In che senso?»
«Il materiale era scritto a mano o a macchina?»
«A macchina.»
«Che tipo di macchina?»
«Non mi intendo di macchine per scrivere.»
«Meccanica? Elettronica? Al computer? Con che
carattere o font? Se lo ricorda?»
Woodrow alzò le spalle con un malumore al limite della
violenza.
«Era scritto in corsivo, per esempio?» insisteva Rob.
«No.»
«O stampatello minuscolo, con quel carattere che vuol
sembrare scritto a mano?»
«Era un carattere normalissimo.»
«Scritto con una macchina elettronica.»
«Sì.»
«Vede che se lo ricorda. Anche l'allegato era scritto a
macchina?»
«Probabilmente.»
«Stesso carattere?»
«Probabilmente.»
«Ricapitoliamo: erano quindici, venti pagine scritte con
una macchina elettronica in un normalissimo carattere
romano. Grazie. E da Londra le risposero?»
«Dopo un po'.»
«Pellegrin?»
«Può essere stato Sir Bernard come uno del suo staff.»
«E le disse?»
«Che non era il caso di intervenire.»
«Specificò il motivo?» Rob sferrava domande come se
fossero pugni.
«Le cosiddette prove che il documento adduceva erano
tendenziose. Eventuali indagini non avrebbero portato a
nulla di concreto e sarebbero state deleterie per i rapporti
con il paese che ci ospita.»
«Lei riferì questo a Tessa?»
«In parole povere, sì.»
«Che cosa le disse esattamente?» chiese Lesley.
Fu la nuova politica di dire la verità a fargli dare quella
risposta o un istinto più debole che lo spingeva a
confessare? «Le dissi quello che ritenevo potesse accettare,
nel suo stato, tenuto conto del fatto che aveva perso il
bambino e dell'importanza che dava a quei documenti.»
Lesley aveva spento il registratore e stava impilando i
suoi quaderni. «E quale menzogna riteneva che potesse
accettare, signor Woodrow?» gli chiese.
«Che Londra avrebbe fatto qualcosa. Che si sarebbero
mossi.»
Per un momento Woodrow si illuse che l'interrogatorio
fosse finito. Invece Rob restava al suo posto, sul ring.
«Ancora una cosa, signor Woodrow, se non le dispiace.
Bell, Barker & Benjamin, altrimenti noti come ThreeBees.»
Woodrow non cambiò posizione.
«La pubblicità è dappertutto. 'ThreeBees, le api operose
dell'Africa.' 'Uno sciame di farmaci qui per voi.' Credo che la
sede sia da queste parti, in un palazzo di vetro che sembra
un Dalek.»
«Perché vi interessano?»
«Abbiamo dato un'occhiatina al profilo dell'azienda ieri
sera, vero, Les? Non so se lo sa, ma è un'organizzazione
straordinaria. Ha agganci dappertutto in Africa, ma è
britannica al cento per cento. Hotel, agenzie di viaggi,
giornali, sicurezza, banche, miniere d'oro, carbone e rame,
importazione di auto, camion e imbarcazioni... insomma,
potrei andare avanti ancora a lungo. Oltre a farmaci di vario
tipo. 'Le operose ThreeBees per la vostra salute.' Questo
l'abbiamo visto stamattina venendo qui. Non è vero, Les?»
«In fondo alla strada» confermò lei.
«La ThreeBees è culo e camicia con gli scagnozzi di Moi,
a quanto ci risulta. Aerei privati, donne a volontà...»
«Immagino che vogliate arrivare a qualcosa.»
«Veramente no. Mi interessava vedere che faccia faceva
nel sentirla nominare. Bene. La ringrazio per la pazienza.»
Lesley stava finendo di mettere la roba nella borsa.
Dall'interesse che aveva dimostrato per quello scambio di
battute, si sarebbe potuto pensare che non l'avesse
nemmeno sentito.
«Bisognerebbe fermarla, la gente come lei, signor
Woodrow» rifletté ad alta voce, scrollando la testa
perplessa. «Lei pensa di risolvere i problemi del mondo,
quando in realtà il problema è proprio lei.»
«Les intende dire che lei è un gran bugiardo» spiegò
Rob.
Questa volta Woodrow non li accompagnò alla porta, ma
rimase al suo posto dietro la scrivania ad ascoltare i passi
dei suoi ospiti che si allontanavano, poi chiamò la reception
e, con finta indifferenza, chiese se i due poliziotti erano già
usciti. Dopo averne avuto conferma, andò velocemente
nell'ufficio privato di Coleridge. Sapeva che non c'era,
perché era in riunione con il ministro degli Affari Esteri
keniota. Mildren era impegnato al telefono interno con
un'aria odiosamente rilassata.
«È urgente» disse Woodrow, dando per scontato che ciò
che Mildren intendeva fare non lo fosse.
Seduto dietro la scrivania vuota di Coleridge, Woodrow
guardò Mildren che estraeva una scheda bianca dalla
cassaforte personale dell'alto commissario e la inseriva con
piglio autoritario nel telefono digitale.
«A che cosa ti serve?» domandò con la tipica insolenza
che i segretari personali di ceto inferiore riservano ai
superiori.
«Esci» disse Woodrow.
Non appena fu solo, compose il numero diretto di Sir
Bernard Pellegrin.

Sedettero sulla veranda, come due normali colleghi del


Servizio che prendono un digestivo sotto gli implacabili fari
antintrusione. Gloria si era ritirata in salotto.
«Non c'è un modo migliore di dirtelo, Justin» esordì
Woodrow. «Perciò te lo dirò così: è molto probabile che
Tessa sia stata violentata. Mi dispiace moltissimo. Sia per
lei che per te.»
Gli dispiaceva veramente. Doveva dispiacergli. A volte
non è necessario provare qualcosa per sapere che lo si
prova. A volte si è talmente sconvolti che l'ennesimo
particolare straziante diventa solo un'informazione in più
da gestire.
«Non le hanno ancora fatto l'autopsia, quindi è
prematuro e ufficioso» continuò, evitando lo sguardo di
Justin. «Ma sembrano sicuri.» Sentì il bisogno di offrirgli
un conforto concreto. «Secondo la polizia è un elemento
importante, in quanto almeno il movente adesso è chiaro.
Dicono che è un passo avanti significativo, malgrado non
abbiano ancora identificato il colpevole.»
Justin era impettito e teneva il bicchiere di brandy con
tutte e due le mani, come se fosse una coppa con cui lo
avevano appena premiato.
«Non è sicuro?» obiettò alla fine. «Strano. Come mai?»
Woodrow non immaginava di dover subire un altro
interrogatorio, ma per qualche orribile ragione se ne
rallegrò. Era assatanato.
«Naturalmente devono stabilire se il rapporto è stato
consensuale o meno. È la routine.»
«Consensuale con chi?» chiese Justin stupefatto.
«Be', con chiunque. Con chiunque abbiano in mente.
Non possiamo fare il loro lavoro, no?»
«No, certo. Povero Sandy, ti toccano tutti i compiti più
ingrati. Non pensi che adesso dovremmo occuparci un po' di
Gloria? Ha fatto bene a lasciarci soli. Stare qui fuori in
compagnia di tutti gli insetti dell'Africa è troppo per la sua
delicata pelle inglese.» Con un'improvvisa repulsione per la
vicinanza di Woodrow, si alzò in piedi e aprì la
portafinestra. «Gloria, cara, ti abbiamo trascurato!»
6.

Justin Quayle seppellì la pluriassassinata moglie in un


bellissimo cimitero africano che si chiamava Langata, sotto
un albero di jacaranda, tra il figlio Garth e un bambino
kikuyu morto a cinque anni e custodito da un angioletto di
gesso in ginocchio con uno scudo che annunciava che era
andato a raggiungere i santi. Dietro di lei riposava in pace
Horatio John Williams del Dorset e davanti Miranda K.
Soper, per sempre amata. Ma Garth e il piccolo africano,
che si chiamava Gitau Karanja, erano i più vicini e Tessa
giaceva in mezzo a loro, come Justin aveva voluto e Gloria
ottenuto, grazie a un'oculata distribuzione della generosità
di lui. Durante la cerimonia, Justin rimase appartato, con la
tomba di Tessa sulla sinistra e quella di Garth sulla destra,
due passi avanti a Woodrow e Gloria, che fino a quel
momento lo avevano affiancato protettivi in parte per
offrirgli conforto e in parte per proteggerlo dalla curiosità
dei giornalisti. Questi ultimi, ligi al dovere nei confronti
dell'opinione pubblica, erano implacabilmente determinati
a ottenere fotografie e dichiarazioni del diplomatico inglese
cornuto nonché padre mancato, la cui moglie bianca morta
ammazzata, per citare almeno tre dei tabloid più
spregiudicati, veniva sepolta in un paese lontano, che
sarebbe restato per sempre inglese, accanto al figlioletto
che aveva generato con un amante africano.
Vicino ai Woodrow, ma a una certa distanza, c'era Ghita
Pearson in sari, il capo chino e le mani giunte nell'eterno
atteggiamento di chi prega, e al suo fianco Porter Coleridge
pallidissimo, e la moglie Veronica che, agli occhi di
Woodrow, parevano offrire a Ghita la protezione che
altrimenti avrebbero dato alla loro figlioletta Rosie.
Il cimitero di Langata si trova su un pianoro
verdeggiante, dove l'erba è alta e la terra argillosa, con
alberi ornamentali fioriti, al tempo stesso triste e gioioso, a
tre o quattro chilometri dal centro della città e a un passo
da Kibera, uno degli slum più grandi di Nairobi, immensa
macchia marrone di baracche fumanti ammantate di
malsana polvere d'Africa e ammucchiate nella valle del
fiume Nairobi a un palmo di distanza l'una dall'altra. Kibera
conta mezzo milione di abitanti, ed è in crescita, e la valle è
piena di fogne, sacchetti di plastica, biancheria colorata
stesa ad asciugare, bucce di arancia e di banana, pannocchie
e altri rifiuti della città. Di fronte al cimitero ci sono
l'elegante sede dell'Ufficio del Turismo Keniota e l'ingresso
al Nairobi Game Park e, poco lontano, i baraccamenti del
Wilson Airport, il più vecchio aeroporto del Kenya.
I due Woodrow e molti dei presenti avvertirono
qualcosa di minaccioso e di eroico nella solitudine di Justin
al momento della sepoltura. Sembrava che stesse porgendo
l'estremo saluto non soltanto alla moglie, ma anche alla
propria carriera, a Nairobi, al figlio nato morto, alla vita che
aveva vissuto fino ad allora; tutto questo si rifletteva nel
modo in cui stava pericolosamente vicino all'orlo della
fossa. Era impossibile non pensare che gran parte del Justin
che conoscevano, forse tutto, se ne stava andando nell'aldilà
con lei. Un solo essere vivente pareva meritevole della sua
attenzione, notò Woodrow, e non si trattava del prete, né di
Ghita Pearson, che sorvegliava la scena come una
sentinella, e neppure del reticente e pallido Porter Coleridge
o dei giornalisti che facevano a gara a chi scattava la foto
migliore; non erano le mogli inglesi che con la faccia
compita ostentavano dolore per la morte di una consorella
il cui destino sarebbe potuto essere il loro né le decine di
poliziotti kenioti ben pasciuti che si tormentavano i
cinturoni.
Era Kioko, il ragazzo seduto sul pavimento nella corsia
dell'Uhuru Hospital ad assistere la sorella moribonda,
quello che si era fatto dieci ore di marcia per essere con
Wanza nei suoi ultimi istanti e altre dieci per essere con
Tessa quel giorno. Justin e Kioko si videro nello stesso
momento e, da allora in poi, continuarono a scambiarsi
occhiate complici. Kioko era il più giovane fra i presenti,
notò Woodrow. Come voleva la tradizione tribale, Justin
aveva espresso il desiderio che non ci fossero bambini.
Pilastri bianchi indicavano l'ingresso del cimitero.
Cactus giganti, solchi di ruote nel fango e docili venditori di
banane, plantani e gelati si erano disposti lungo la strada
che portava alla fossa. Il prete era nero, vecchio e brizzolato.
Woodrow ricordava di avergli stretto la mano a una delle
feste di Tessa. L'amore del sacerdote per la defunta era
sconfinato e la sua fede nella vita eterna tanto fervida, il
rumore degli aerei e del traffico tanto forte – per non
parlare della vicinanza degli altri funerali e del volume degli
spiritual e delle orazioni al megafono indirizzate ad amici e
parenti dei defunti che mangiavano seduti sull'erba accanto
alle tombe dei loro cari – che solo poche delle sue parole
alate giunsero all'orecchio dei presenti. Ma Justin non dava
segno di averle sentite. Elegante come sempre nel
doppiopetto scuro che aveva tirato fuori per l'occasione,
teneva lo sguardo fisso su Kioko che, come lui, si era
cercato uno spazio in disparte e pareva esservisi impiccato,
perché aveva i piedi lunghi e sottili che quasi non toccavano
terra, le braccia cenciose penzoloni sui fianchi, il lungo
collo piegato in una posa di perenne curiosità.
L'estremo viaggio di Tessa non era stato semplice, ma né
Woodrow né Gloria avrebbero voluto che lo fosse. Entrambi
tacitamente trovavano giusto che il suo ultimo atto
contenesse quell'elemento di imprevedibilità che aveva
caratterizzato la sua vita. Si erano alzati presto, nonostante
non fosse per nulla necessario, a parte il fatto che nel cuore
della notte a Gloria era venuto in mente che non aveva un
cappello scuro. Con una telefonata allo spuntar del sole
aveva appurato che Elena ne aveva due, ma un po' anni
Venti e da aviatore, andavano bene lo stesso? Dalla
residenza del marito greco partì una Mercedes d'ordinanza
con un cappello nero in una borsa di plastica di Harrod's.
Gloria lo rimandò indietro perché preferiva il velo di pizzo
nero di sua madre, che avrebbe portato come una
"mantilla". Dopo tutto Tessa era mezza italiana, spiegò.
«Spagnola, cara» ribatté Elena.
«Ti sbagli» replicò Gloria. «Sua madre era una contessa
toscana. O almeno così era scritto sul 'Telegraph'.»
«La "mantilla", cara» la corresse pazientemente Elena.
«La "mantilla" è spagnola, non italiana, temo.»
«Be', sua madre invece era italiana» sbottò Gloria, solo
per ritelefonare cinque minuti dopo e scusarsi attribuendo
lo scatto alla tensione nervosa.
A quel punto i figli erano a scuola, Woodrow era andato
all'Alto Commissariato e Justin si aggirava per la sala da
pranzo in giacca e cravatta. Voleva dei fiori. Non del
giardino di Gloria, ma del proprio. Voleva le fresie gialle e
profumate che coltivava per Tessa tutto l'anno, diceva, e che
le faceva sempre trovare nel soggiorno al ritorno dai suoi
viaggi. Ne voleva almeno due dozzine per la bara. Le
riflessioni di Gloria sul modo migliore per procurarsele
furono interrotte dalla confusa telefonata di un giornalista
di Nairobi che sosteneva di aver sentito dire che il cadavere
di Bluhm era stato ritrovato sul greto di un fiume in secca a
quasi cento chilometri dal lago Turkana, potevano dargliene
conferma? Gloria rispose con un secco: «No comment» e
buttò giù. Ma era scossa e in dubbio se aspettare o meno la
fine del funerale per dirlo a Justin. Fu pertanto assai
sollevata quando, nemmeno cinque minuti dopo, chiamò
Mildren per avvertirla che Woodrow era in riunione, ma
che le voci circa il ritrovamento del cadavere di Bluhm
erano false: il corpo per il quale una tribù di banditi somali
chiedeva diecimila dollari aveva almeno cent'anni, o forse
addirittura mille. Poteva passargli un momento solo Justin?
Gloria chiamò Justin e, dimostrandosi un po' invadente,
rimase lì mentre questi rispondeva che sì, a lui andava
bene, molto gentile, avrebbe senz'altro fatto in modo di
trovarsi pronto. Ma in che cosa consistesse la gentilezza di
Mildren e per che cosa Justin dovesse farsi trovare pronto
rimase oscuro. No, grazie – disse deciso a Mildren,
infittendo il mistero – preferiva che non lo andassero a
prendere all'arrivo, preferiva organizzarsi da solo.
Dopodiché riattaccò e chiese – in modo un po' caustico,
tenuto conto di tutto quello che Gloria aveva fatto per lui –
di essere lasciato un momento solo in sala da pranzo per
chiamare il suo avvocato a Londra, a carico del destinatario,
come aveva già fatto in due occasioni in quegli ultimi giorni
senza far partecipe Gloria del contenuto delle
comunicazioni. Con ostentata discrezione, pertanto, la
donna si ritirò in cucina per origliare dal passavivande, ma
si trovò di fronte Mustafà affranto. Si era presentato
spontaneamente alla porta di servizio con un cesto di fresie
gialle che, di sua iniziativa, aveva raccolto nel giardino di
Justin. Forte di questa scusa, Gloria tornò a passo di marcia
nella sala da pranzo sperando di cogliere almeno la fine
della conversazione di Justin, che però quando lei entrò
stava posando il ricevitore.
Improvvisamente, senza che fosse passato altro tempo,
erano in ritardo. Gloria aveva finito di vestirsi, ma non
aveva nemmeno ancora incominciato a truccarsi, non
avevano messo niente sotto i denti nonostante fosse già
passata l'ora di pranzo, Woodrow aspettava fuori sul
Volkswagen, Justin era nell'ingresso con le fresie in mano –
legate in un mazzo –, Juma passava con un vassoio di
tramezzini al formaggio e Gloria stava cercando di decidere
se legare la "mantilla" sotto il mento o lasciarla sciolta sulle
spalle come faceva sua madre.
Seduta dietro fra Justin e Woodrow, ammise fra sé ciò
che Elena le diceva da diversi giorni e cioè che si era
innamorata follemente di Justin, cosa che non le capitava
da anni, e il pensiero che lui stesse per andare via la
angosciava. D'altra parte, come le aveva fatto giustamente
notare l'amica, la sua partenza le avrebbe permesso di
riprendersi e di ritornare a fare la moglie come si deve.
Qualora poi la lontananza avesse rinsaldato il suo
sentimento, be', come Elena aveva avuto il fegato di
suggerirle, avrebbe potuto sempre fare qualcosa una volta
tornata a Londra.
Attraversare la città in macchina le parve ancora più
disagevole del solito e il calore della coscia di Justin contro
la sua la metteva a disagio. Quando il furgone si fermò
davanti alle pompe funebri, aveva un groppo alla gola e il
fazzoletto umido appallottolato nel palmo della mano e non
sapeva più se il dolore che provava era per Tessa o per
Justin. Le porte posteriori del furgone si aprirono
dall'esterno, Justin e Woodrow saltarono giù e la lasciarono
da sola, con Livingstone davanti. Non c'erano giornalisti,
pensò Gloria sollevata, cercando a fatica di ricomporsi. O
perlomeno non erano ancora arrivati. Osservò dal
parabrezza i suoi due uomini che salivano i gradini davanti
all'edificio: era basso, di granito e aveva un'aria vagamente
Tudor. Justin con il vestito di sartoria e i capelli brizzolati
perfetti, nonostante non l'avesse mai visto né pettinarsi né
spazzolarsi, il mazzo di fresie in mano e l'andatura da
ufficiale della cavalleria tipica di tutti i mezzi Dudley, con la
spalla destra leggermente in avanti. Perché sembrava
sempre che Justin aprisse la strada e Woodrow lo seguisse?
E perché Sandy era così umile in quegli ultimi tempi, così
'servile'? si lamentò fra sé. È ora che si compri un vestito
nuovo: con quell'abito di serge sembra un investigatore
privato.
Scomparvero nell'ingresso. «Dobbiamo firmare delle
carte, tesoro» le aveva detto Sandy in tono paternalistico.
«L'autorizzazione a ritirare la salma e altre sciocchezze.»
Perché di colpo mi tratta come una stupida femmina? Si è
dimenticato che il funerale l'ho organizzato tutto io?
Davanti all'entrata laterale dell'edificio delle pompe funebri
si erano raccolti i portatori, in abito scuro. Le porte si
aprirono e uscì in retromarcia un carro funebre, con
un'inutile scritta CARRO FUNEBRE a grandi lettere
bianche sulla fiancata. Con la coda dell'occhio Gloria scorse
la bara di legno lucido color miele, e le fresie gialle, mentre
i portatori vestiti di nero la facevano scivolare dentro.
Dovevano aver attaccato il mazzo di fiori con lo scotch,
altrimenti come faceva a stare a posto? Justin pensava
proprio a tutto. Il carro si allontanò con i portatori a bordo.
Gloria tirò su con il naso e se lo soffiò.
«Che brutta cosa» commentò Livingstone, da davanti.
«Proprio brutta brutta.»
«Davvero» replicò Gloria, grata della formalità di quello
scambio di battute. Sarai sotto lo sguardo di tutti, ragazza
mia, si ammonì severa. Tieni la testa alta e comportati come
si deve. Le porte posteriori si aprirono.
«Tutto bene, cocca?» le chiese allegro Woodrow,
sedendosi pesantemente accanto a lei. «Sono stati
fantastici, vero, Justin? Cordiali, professionali...»
Non mi chiamare 'cocca' gli disse furiosa, ma non a voce
alta.

Entrando nella chiesa di Saint Andrew, Woodrow passò


in rassegna la congregazione. Con un unico colpo d'occhio
vide i Coleridge e dietro di loro Donohue e la sua strana
moglie Maud, che sembrava una ballerina tramontata,
accanto a Mildren detto Mildred in compagnia di una
bionda anoressica con la quale si diceva convivesse. I
mafiosi del Muthaiga Club – come li chiamava Tessa –
formavano uno squadrone militare. Dall'altra parte della
navata scorse un contingente della FAO e uno composto
interamente da donne africane, alcune con il cappello, altre
in jeans, ma tutte con lo sguardo determinato e agguerrito
che caratterizzava le amiche radicali di Tessa. Alle loro
spalle c'era un manipolo di giovani dall'aria gallica, spersa e
vagamente arrogante, le ragazze con la testa coperta, i
ragazzi senza cravatta e con la barba fintamente trasandata.
Woodrow, dopo un attimo di perplessità, decise che erano i
membri dell'organizzazione belga di cui faceva parte Bluhm.
Si staranno chiedendo se gli toccherà tornare la settimana
prossima per quello di Arnold, pensò brutalmente. Nelle
vicinanze c'erano i domestici clandestini dei Quayle: il
tuttofare Mustafà, Esmeralda la sudanese, l'ugandese con
un braccio solo di cui non conosceva il nome. In prima fila,
torreggiante a fianco dell'infido levantino che aveva
sposato, c'era la bestia nera di Woodrow, la cara Elena, pel
di carota, bene in carne e con la funerea bigiotteria della
nonna.
«Cosa dici, cara, il giaietto va bene o rischio di sembrare
eccessiva?» aveva voluto sapere da Gloria alle otto di quella
mattina. Non del tutto in buona fede, Gloria le aveva
consigliato di osare.
«Indosso a un'altra, francamente, potrebbe sembrare
esagerato. Ma a te sta benissimo.»
Niente polizia, notò Woodrow gratificato, né keniota né
inglese. Che le pozioni di Bernard Pellegrin si fossero
rivelate davvero magiche? Silenzio perfetto, chi parla uno
schiaffetto.
Lanciò un'altra occhiata a Coleridge, con la faccia lattea
da martire. Ricordò la bizzarra conversazione a casa sua il
sabato precedente e lo maledisse per la sua indecisione e la
sua presunzione. Posò di nuovo lo sguardo sul feretro
davanti all'altare, con le fresie gialle di Justin sopra. Gli
vennero le lacrime agli occhi, ma le rispedì prontamente al
loro posto. L'organo suonava il "Nunc Dimittis" e Gloria,
che conosceva perfettamente le parole, cantava con
partecipazione. Vespro al suo college, pensò Woodrow. O al
mio. Li odiava entrambi. Sandy e Gloria non erano nati
liberi. La differenza è che io lo so e lei no. 'Ora lascia, o
Signore, che il tuo servo vada in pace.' A volte vorrei farlo.
Andare e non tornare mai più. Ma dove troverei la pace?
Guardò di nuovo la bara. Ti ho amata. È molto più facile
dirlo al passato. Ti ho amata. Ero l'uomo controllato che
non riusciva a mantenere il controllo, come hai avuto modo
di dirmi. Be', guarda la fine che hai fatto. E perché l'hai
fatta.
No, Lorbeer non l'ho mai sentito nominare. Non
conosco nessuna bella ungherese con le gambe lunghe di
nome Kovacs e non voglio ascoltare altre teorie non dette e
non provate che mi risuonano nella testa come campane.
Non mi interessano le belle spalle olivastre della spettrale
Ghita Pearson con il suo sari. Quello che so è che dopo di te
nessuno mai dovrà sapere che sotto le spoglie di questo
figlio di militare si nasconde un bambino timoroso.

In cerca di distrazioni, Woodrow si dedicò allo studio


attento delle vetrate della chiesa. Santi, tutti bianchi, tutti
maschi, nessun Bluhm. Tessa avrebbe protestato. Una
finestra commemorava un bel bambino bianco vestito alla
marinara e circondato da belve adoranti. 'Una iena sente
l'odore del sangue da dieci chilometri di distanza.' Di nuovo
le lacrime. Woodrow si impose di guardare il buon vecchio
sant'Andrea, che pareva il ritratto dello scozzese
Macpherson quella volta che siamo andati con i ragazzi a
Loch Awe a pescare i salmoni. Fiero sguardo da scozzese,
barba rossastra da scozzese. Che cosa devono pensare di
noi? si chiese stupito, osservando la congregazione. Che
cosa immaginavamo di fare qui a quei tempi, con il nostro
Dio bianco e il nostro bianco santo scozzese mentre
usavamo il paese come un parco giochi per aristocratici
debosciati alla moda?
«Personalmente, cerco di fare ammenda» mi rispondi
quando io per corteggiarti ti rivolgo la stessa domanda sulla
pista da ballo del Muthaiga Club. Ma non rispondi mai
senza ritorcermi contro la domanda e usarla contro di me:
«E lei che cosa fa qui, signor Woodrow?» mi chiedi. La
musica è alta e dobbiamo ballare vicinissimi per sentirci. Sì,
è il mio seno, mi dicono i tuoi occhi quando io oso
abbassare lo sguardo. Sì, sono i miei fianchi, che muovo
mentre tu mi tieni per la vita. Puoi guardarli, se vuoi,
accomodati. Lo fanno tutti, non devi per forza fare
eccezione.
«Aiuto i kenioti ad amministrare ciò che abbiamo dato
loro, suppongo» grido pomposo per farmi sentire
nonostante il fracasso e ti sento irrigidire e allontanare
prima ancora di avere finito la frase.
«Non abbiamo dato loro un bel niente, noi! Se lo sono
presi con la minaccia delle armi! Non abbiamo dato loro
niente, assolutamente niente!»
Woodrow si girò di scatto da una parte, Gloria, accanto a
lui, fece lo stesso e così i Coleridge, nel banco di fronte. Un
urlo fuori dalla chiesa era stato seguito da un rumore di
cocci. Dalla porta Woodrow vide due sagrestani spaventati
che chiudevano i cancelli mentre i poliziotti con il casco
sulla testa formavano un cordone intorno alla chiesa
brandendo il manganello con tutte e due le mani, come
giocatori di baseball pronti a colpire la palla. Nella strada,
dove si erano raccolti alcuni studenti, c'erano un albero che
bruciava e due auto rovesciate, gli occupanti troppo
spaventati per uscire. Fra le urla di incoraggiamento della
folla, una limousine nera e lucente, una Volvo come quella
di Woodrow, si levava traballante da terra, sollevata da uno
sciame di uomini e donne. Si alzò, ondeggiò, si inclinò
prima da una parte e poi all'indietro e quindi ricadde
rumorosamente a terra fra le sue compagne. La polizia
caricò. Qualsiasi cosa avessero aspettato per intervenire,
evidentemente adesso si era verificata. Partirono e un
istante dopo si facevano largo fra la folla che si disperdeva,
fermandosi solo per picchiare quelli che erano per terra.
Arrivò una camionetta blindata su cui vennero caricati
cinque o sei corpi sanguinanti.
«L'università è una polveriera» gli aveva detto Donohue
quando Woodrow lo aveva consultato sull'argomento
rischio. «Hanno bloccato borse di studio e stipendi, fanno
entrare un sacco di incompetenti purché siano ricchi, aule e
dormitori sono sovraffollati, i gabinetti intasati, le porte se
le sono rubate tutte. Il rischio di incendio è altissimo e nei
corridoi c'è gente che cucina su fuochi di carbone. Non c'è
elettricità, non c'è luce per studiare e mancano i libri. Gli
studenti più poveri finiscono in mezzo a una strada perché
il governo sta privatizzando l'università senza chiedere
niente a nessuno e studiare è diventato un privilegio per chi
se lo può permettere. In più gli esami sono truccati e il
governo costringe molti ad andare all'estero. Ieri la polizia
ha ammazzato due studenti e i loro compagni se la sono
legata al dito. Ti serve altro?»
I cancelli della chiesa si aprirono di nuovo, l'organo
riprese a suonare. La funzione poteva ricominciare.

Nel cimitero il caldo era aggressivo e particolare. Il


vecchio prete brizzolato aveva smesso di parlare, ma il
baccano non si era placato e il sole picchiava come un
flagello. Da una parte una grossa radio portatile suonava a
tutto volume una versione rock dell'Ave Maria per un
gruppo di suore nere vestite di grigio. Dall'altra una squadra
di football in divisa era riunita intorno al mucchio di lattine
di birra vuote di un improvvisato tiro al bersaglio, mentre
un solista cantava l'estremo saluto a un compagno di
squadra. E al Wilson Airport doveva essere in corso una
sorta di show, perché ogni venti secondi sfrecciava sopra di
loro un aeroplanino colorato. Il vecchio prete abbassò il
breviario e i portatori si avvicinarono alla bara,
afferrandone il cordone. Justin, sempre solo, parve perdere
l'equilibrio e Woodrow fece per andarlo a sorreggere, ma
Gloria lo bloccò con un artiglio guantato.
«La vuole tutta per sé, idiota» gli sussurrò fra le lacrime.
I giornalisti non dimostrarono altrettanto tatto. Era la
foto che tutti aspettavano: i portatori neri che calavano la
donna bianca assassinata in una fossa africana sotto gli
occhi del marito tradito. Un uomo dal viso butterato, con i
capelli a spazzola e alcune macchine fotografiche appese al
collo porse a Justin una paletta piena di terra sperando di
poterlo riprendere mentre la gettava sulla bara, ma Justin
gli fece segno di no. In quel momento vide due uomini
cenciosi che spingevano verso la fossa una carriola di legno
con una gomma bucata, piena fino all'orlo di cemento
fresco.
«Scusate che cosa avete intenzione di fare?» chiese loro,
in tono così tagliente che tutti si voltarono. «Qualcuno per
cortesia vuol farsi dire che cosa vogliono fare con questo
cemento? Sandy, mi serve un interprete.»
Ignorando Gloria, Woodrow il "chargè d'affaires" si
avvicinò a Justin a passo veloce. L'ossuta Sheila che
lavorava con Tim Donohue parlò ai due uomini e quindi
tradusse per Justin.
«Dicono che è il trattamento riservato ai ricchi, Justin»
gli disse.
«In che cosa consiste? Non capisco. Puoi spiegarti
meglio?»
«Il cemento. Serve a proteggere la cassa dai ladri. I
ricchi vengono seppelliti con la fede al dito e vestiti
eleganti. I "wazungu" sono un bersaglio molto ricercato. Il
cemento è una sorta di polizza assicurativa, dicono.»
«Chi gli ha detto di farlo?»
«Nessuno. Costa cinquemila scellini.»
«Digli che se ne vadano, per favore. Ti spiace, Sheila?
Non voglio i loro servizi e non gli darò un soldo. Che si
riprendano la carriola e se ne vadano.» Poi, però, forse
temendo che il messaggio non gli venisse trasmesso con
sufficiente vigore, andò verso i due uomini e,
posizionandosi fra la carriola e l'orlo della fossa, alzò un
braccio, come Mosè, oltre le teste dei presenti. «Andate via»
ordinò «Immediatamente. Grazie.»
La folla si divise lasciando aperto un varco in
corrispondenza del suo braccio alzato e i due uomini con la
carriola si allontanarono. Justin li osservò finché non
sparirono. Nel calore vibrante, sembrava che fossero diretti
verso il cielo bianco. Justin si voltò, rigido come un
soldatino di piombo, verso i giornalisti.
«Desidero che ve ne andiate anche voi» disse nel
silenzio che era sceso in mezzo al frastuono. «Siete stati
molto gentili. Grazie. Arrivederci.»
Con grande stupore degli astanti, i giornalisti presero
docilmente macchine fotografiche e taccuini e borbottando
frasi del tipo: 'Arrivederci, Justin' se ne andarono. Justin
tornò al proprio posto in solitudine davanti a Tessa. In quel
momento un gruppo di donne africane marciò verso la
fossa e si dispose a ferro di cavallo. Avevano tutte la stessa
divisa: un abito leggero a fiorellini blu e sulla testa un
fazzoletto della stessa stoffa. Separatamente avrebbero
avuto l'aria sperduta, ma tutte insieme sembravano unite.
Cominciarono a cantare, dapprima sottovoce, senza
nessuno a dirigerle, senza musica a guidarle, con voce
ferma nonostante le lacrime. Cantavano in coro, un po' in
inglese e un po' in kiswahili, con sempre maggior forza a
mano a mano che andavano avanti: «"Kwa heri, mama
Tessa... Little Mama, goodbye"...» Woodrow cercò di capire
le altre parole. «"Kwa heri, Tessa"... Tessa, amica, addio...
Sei venuta da noi, "Mama Tessa, Little Mama", ci hai
donato il tuo cuore... "Kwa heri, Tessa, goodbye"».
«Da dove spuntano queste?» chiese a Gloria sottovoce.
«Da laggiù» borbottò lei indicando lo slum di Kibera.
Il canto si alzò mentre la bara veniva fatta scendere
nella fossa. Justin la guardò e fece una smorfia quando
toccò il fondo, poi un'altra alla prima palata di terra che
colpì il coperchio, seguita da una seconda che coprì le fresie.
Ci fu un urlo spaventoso, rapido come il cigolio di un
cardine arrugginito quando si sbatte una porta, ma lungo
abbastanza perché Woodrow vedesse Ghita Pearson cadere
sulle ginocchia come al rallentatore, rotolare sul fianco e
coprirsi il viso con le mani per poi rialzarsi, in maniera
altrettanto improbabile, sorretta da Veronica Coleridge, e
riprendere posto davanti alla bara.
Justin disse qualcosa a Kioko? O Kioko fece tutto di sua
iniziativa? Lieve come un'ombra, si era materializzato al
fianco di Justin e, con un gesto d'affetto privo di qualsiasi
vergogna, gli aveva preso la mano. Di nuovo in lacrime,
Gloria vide le loro mani che cercavano la stretta più
confortevole per entrambi. Così uniti, l'affranto marito e
l'affranto fratello guardarono la bara di Tessa scomparire
sotto terra.

Justin partì da Nairobi quella sera stessa. Woodrow, con


eterno rammarico di Gloria, non l'aveva avvertita. La tavola
era apparecchiata per tre e lei aveva stappato
personalmente il chiaretto e preparato l'anatra al forno per
sollevare il morale della compagnia. Sentì i passi nel
corridoio e immaginò compiaciuta che Justin avesse deciso
di scendere per bere l'aperitivo insieme a lei, mentre Sandy,
di sopra, leggeva "Biggles" ai bambini. Invece se l'era visto
davanti, la logora borsa di vacchetta e una valigia grigia
ammuffita che gli aveva portato Mustafà parcheggiate
nell'atrio con tanto di etichette, l'impermeabile sul braccio e
una sacca a tracolla. Si accingeva a restituirle la chiave della
cantina.
«Ma, Justin, non puoi andartene!»
«Siete stati molto gentili con me, Gloria. Non so come
ringraziarvi.»
«Scusa, cara» intervenne allegro Woodrow, scendendo i
gradini a due a due. «Un po' sul genere cappa e spada, temo,
ma non volevamo che i domestici spettegolassero. Era
l'unico modo.»
In quel momento suonarono il campanello: era
Livingstone, l'autista, con una Peugeot rossa che si era fatto
prestare da un amico per evitare di andare all'aeroporto con
la targa diplomatica. Accasciato sul sedile davanti c'era
Mustafà, che guardava diritto davanti a sé come un profilo
su una moneta.
«Veniamo anche noi, Justin! Non possiamo non
accompagnarti! Insisto! Volevo regalarti uno dei miei
acquerelli! Che cosa ne sarà di te laggiù?» piangeva
sconsolata Gloria. «Non possiamo lasciarti andare via così...
'Caro!'»
Il 'caro' in teoria sarebbe dovuto essere per Woodrow,
ma poteva essere anche per Justin, dal momento che si
perse in un pianto dirotto, l'ultimo di una giornata lunga e
lacrimosa. Fra i singhiozzi, abbracciò Justin premendogli le
mani sulla schiena e la guancia sulla faccia e sussurrò: «Oh,
ti prego, Justin, non te ne andare» e altre esortazioni
indecifrabili prima di staccarsi coraggiosamente da lui, dare
una gomitata al marito perché si togliesse dai piedi e salire
di corsa le scale sbattendo la porta di camera sua.
«È stata una giornata pesante» spiegò Woodrow con un
sorriso.
«Già» replicò Justin stringendogli la mano. «Grazie di
tutto, Sandy.»
«Ci sentiamo.»
«Certo.»
«Sei sicuro di non volere che ti vengano a prendere
all'arrivo? Sono tutti ansiosi di compiere il loro dovere.»
«Me lo immagino, ma ho avvertito gli avvocati di Tessa.
Verranno loro.»
E un momento dopo scendeva la scala per raggiungere la
macchina rossa, con Mustafà al fianco che reggeva la borsa
di vacchetta e Livingstone dall'altra parte che portava la
valigia grigia.
«Ho lasciato al signor Woodrow una busta per voi tutti»
disse Justin a Mustafà quando furono partiti. «E questa è
da consegnare personalmente a Ghita Pearson. Sai cosa
intendo per 'personalmente'.»
«Sappiamo che lei sarà per sempre una brava persona»
disse Mustafà profetico, nascondendo la busta nei recessi
della giacca di cotone. Ma non c'era perdono nella sua voce
per il fatto che stava lasciando l'Africa.

L'aeroporto, nonostante la recente ristrutturazione, era


nel caos. Gruppi di turisti accaldati e sfiniti dal viaggio
facevano lunghe file, arringati dalle guide, per passare i loro
enormi zaini ai raggi X. Al check-in gli impiegati trovavano
qualcosa di strano in ogni biglietto e facevano interminabili
telefonate sottovoce. Annunci incomprensibili dagli
altoparlanti seminavano il panico mentre facchini e
poliziotti si aggiravano oziosamente. Ma Woodrow aveva
organizzato tutto e Justin fece appena in tempo a scendere
dalla macchina che fu affiancato da un rappresentante della
British Airways e scortato in una saletta al riparo da sguardi
indiscreti.
«Vorrei che i miei amici venissero con me, se è
possibile» chiese Justin.
«Nessuno problema.»
Con Livingstone e Mustafà alle spalle, prese una carta
d'imbarco intestata ad Alfred Brown e stette a guardare
passivamente mentre un'analoga etichetta veniva applicata
alla valigia grigia.
«Questa la porto come bagaglio a mano» annunciò,
quasi fosse un editto.
Il rappresentante della British Airways, un ragazzo
biondo neozelandese, prese in mano la borsa e la soppesò,
facendo un sospiro esagerato. «L'argenteria di famiglia,
immagino.»
«Del mio ospite, per la verità» rispose Justin stando allo
scherzo, ma al tempo stesso comunicando con lo sguardo
che non avrebbe ammesso discussioni.
«Se riesce a sollevarla lei, signore, ce la faremo anche
noi» replicò il biondo restituendogliela. «Buon viaggio,
signor Brown. La accompagneremo anche all'arrivo, se per
lei va bene.»
«Molto gentili.»
Justin si voltò per salutare Livingstone e Mustafà. Al
primo strinse tutte e due le poderose mani, ma Mustafà
non aveva retto e, silenziosamente come sempre, se n'era
andato. Con la borsa di vacchetta saldamente in pugno,
Justin entrò nell'atrio degli arrivi seguendo la sua guida e si
ritrovò di fronte un'enorme donna di razza indefinibile che
gli sorrideva dalla parete opposta. Alta sei metri e larga uno
e mezzo nel punto più largo, era l'unica pubblicità di tutta la
sala. Era vestita da infermiera e aveva tre api dorate su
ciascuna spalla e altre tre sul taschino del camice bianco.
Offriva un vassoio di squisitezze farmaceutiche a una
famiglia vagamente multirazziale di bambini felici con i
loro genitori. Sul vassoio c'era qualcosa per ciascuno:
bottigliette di sciroppo dorato che sembravano più whisky
che medicine per il papà, pillole ricoperte di cioccolato per i
bambini e prodotti di bellezza per la mamma, decorati con
dee nude che si protendevano verso il sole. Sopra e sotto,
due scritte bordò annunciavano la lieta novella a tutta
l'umanità:

THREEBEES
Api operose per la salute dell'Africa

Il poster catturò la sua attenzione.


Come aveva catturato quella di Tessa.
Fissandolo rigido, Justin la sente protestare
allegramente alla sua destra. Stanchi per il viaggio, carichi
dei bagagli a mano accumulati all'ultimo minuto, sono
appena arrivati da Londra. Nessuno dei due ha mai messo
piede in Africa. Il Kenya, l'Africa intera, li sta aspettando.
Ma è quel manifesto che cattura l'attenzione eccitata di
Tessa.
«Justin, guarda! Justin, non stai guardando!»
«Che cosa? Sì che sto guardando.»
«Ci hanno fregato le api! Qui c'è qualcuno che si crede
Napoleone. Che faccia tosta! È una vergogna. Dovresti fare
qualcosa.»
Era davvero una vergogna. Ed era ridicolo: le tre api di
Napoleone, simbolo della sua gloria, prezioso emblema
dell'isola d'Elba tanto amata da Tessa, dove il grande
condottiero aveva trascorso il suo primo esilio, erano state
sfacciatamente deportate nel Kenya e vendute come schiave
alla pubblicità. Osservando il medesimo manifesto in quel
momento, Justin non poté far altro che meravigliarsi di
fronte all'oscenità delle coincidenze della vita.
7.

Seduto rigidamente nel posto di prima classe in cui era


stato trasferito nonostante avesse il biglietto di classe
turistica, con la borsa di vacchetta nell'apposito scomparto
sopra di lui, Justin Quayle osservava lo spazio scuro oltre il
proprio riflesso sul vetro. Era libero. Né perdonato, né
riconciliato, né confortato, né risolto. Non era libero dagli
incubi che gli ripetevano che era morta per poi svegliarsi e
scoprire che era vero, né dal senso di colpa dei superstiti o
dalla preoccupazione per Arnold, ma libero di piangere la
morte di Tessa a modo suo, finalmente. Libero dalla sua
cella spaventosa e dai carcerieri che aveva imparato a
detestare. Libero dall'abitudine di passeggiare avanti e
indietro per la stanza come un detenuto, temendo di
impazzire per lo sbalordimento o lo squallore della
prigionia. Libero dal silenzio della sua stessa voce,
dall'abitudine di sedersi sul bordo del letto a chiedersi
interminabilmente perché. Libero dai momenti vergognosi
in cui stanchezza e scoraggiamento arrivavano quasi a
convincerlo che non gliene fregava niente, che quel
matrimonio era stata una follia e si era concluso, grazie a
Dio. E se il dolore, come aveva letto da qualche parte, era
una sorta di pigrizia, era libero dalla pigrizia che a nulla
pensa tranne che al dolore.
Era libero anche dagli interrogatori della polizia, quando
un Justin che non riconosceva si era portato al centro del
palco e, con una serie di frasi perfettamente scolpite, si era
sgravato davanti agli inquisitori stupefatti del proprio
fardello, o perlomeno di ciò che il suo sgomento istinto gli
aveva suggerito che era prudente rivelare. Avevano
cominciato accusandolo di omicidio.
«Questo è uno degli scenari possibili, Justin» spiega
Lesley in tono di scusa, «e glielo dobbiamo dire subito
perché lei ne sia a conoscenza, pur sapendo che è doloroso.
Parte dal solito triangolo, dove lei è il marito geloso, che ha
pagato un killer perché facesse fuori moglie e amante, il più
lontano possibile, cosa che fa sempre comodo per costruirsi
un alibi. Li ha fatti ammazzare tutti e due, per vendetta. Poi
ha fatto tirare fuori dalla jeep il corpo di Arnold Bluhm e lo
ha fatto sparire in maniera che pensassimo che l'assassino
fosse lui. Siccome il lago Turkana è infestato di coccodrilli,
disfarsi di Bluhm non dovrebbe essere stato un problema.
Pare che oltre a tutto le tocchi una bella eredità, per cui
avrebbe avuto più di un movente.»
Lo osservano, lo sa, alla ricerca di indizi di colpevolezza
o innocenza, di indignazione o disperazione, di qualcosa,
insomma. Ma invano, perché, a differenza di Woodrow,
Justin all'inizio non fa assolutamente nulla. Siede elegante
e pensieroso e distante sulla sedia nello stile di Woodrow,
con la punta delle dita sul tavolo come se avesse appena
suonato un accordo e aspettasse che la sua eco si spegnesse.
Lesley lo sta accusando di omicidio, ma tutto ciò che ottiene
è un lieve aggrottare delle sopracciglia che lo collega al suo
mondo interiore.
«Dal poco che Woodrow ha avuto la bontà di dirmi sulle
indagini, avevo capito piuttosto che ipotizzaste un omicidio
casuale, non premeditato» obietta Justin con il tono
lamentoso di un accademico, più che di un vedovo.
«Woodrow è un sacco di merda» dice Rob, a voce bassa
per non farsi sentire dalla padrona di casa.
Non c'è ancora il registratore sul tavolo. I quaderni
colorati di Lesley sono ancora nella sua comoda borsa. Non
ci sono né fretta né formalità in quell'incontro. Gloria ha
portato un vassoio con il tè e, dopo una lunga dissertazione
sulla recente scomparsa del suo bull terrier, si è ritirata di
malavoglia.
«Abbiamo trovato le tracce di un altro veicolo
parcheggiato a sette chilometri dal luogo del delitto» spiega
Lesley. «Era in un fosso a sudest del posto in cui sua moglie
è stata assassinata. Abbiamo trovato una macchia di olio e i
resti di un bivacco.» Justin sbatte gli occhi, come se la luce
del giorno fosse troppo forte per lui, quindi inclina
educatamente la testa per far vedere che sta ascoltando. «E
alcuni mozziconi e bottiglie di birra seppelliti di recente»
continua, lasciando tutto a disposizione di Justin. «Quando
è passata la jeep di sua moglie, il mezzo misterioso è uscito
e l'ha seguita. L'hanno affiancata. Uno dei pneumatici
anteriori della jeep è stato colpito con un fucile da caccia.
Tutti gli elementi escludono che si sia trattato di un
omicidio casuale.»
«E avallano l'ipotesi dell'agguato» spiega Rob.
«Pianificato ed eseguito da professionisti pagati da uno o
più mandanti. Chiunque ha dato loro le istruzioni
conosceva i piani della signora Quayle.»
«E lo stupro?» chiede Justin con finto distacco, tenendo
gli occhi fissi sulle proprie mani intrecciate.
«Un incidente, oppure un tentativo di sviare le indagini»
ribatte Rob pronto. «O i killer hanno perso la testa, o
l'avevano premeditato.»
«E questo ci riporta al movente, Justin» dice Lesley.
«Il 'suo' movente» ribadisce Rob. «A meno che lei non
abbia qualche idea migliore.»
Guardano Justin fissi come due telecamere, l'una da una
parte e l'altro dall'altra, ma lui rimane inaccessibile ai loro
sguardi come alle loro allusioni. Forse immerso nel proprio
isolamento interiore non se ne rende conto. Lesley abbassa
una mano verso il registratore che tiene nella comoda
borsa, ma poi ci ripensa e la mano viene colta in flagrante,
mentre tutto il resto di lei è rivolto a Justin, a quell'uomo
dalle frasi impeccabili, a quel comitato composto da una
sola persona.
«Io non conosco nessun killer» obietta Justin, puntando
il dito su una lacuna nella loro ipotesi e guardando davanti
a sé con sguardo vacuo. «Non ho assoldato nessuno, non ho
dato istruzioni a nessuno. Non ho nulla a che fare con
l'omicidio di mia moglie. Non nel senso che intendete voi.
Non l'ho voluto e non sono stato io a organizzarlo.» La voce
gli si incrina e batte un tasto imbarazzante. «Non ho parole
per esprimere il mio dolore.»
Lo dice con tanta sicurezza che per un attimo i due
poliziotti sembrano non sapere da che parte girarsi e
preferiscono osservare gli acquerelli di Singapore di Gloria
appesi in fila sopra il caminetto di mattoni,
centonovantanove sterline l'uno, esente IVA, tutti con lo
stesso cielo slavato, la stessa palma e lo stesso stormo di
uccelli in volo e la firma grande abbastanza da poter essere
letta da una parte all'altra della strada, più la data a
beneficio dei collezionisti.
Finché Rob, che ha l'insolenza, se non la sicurezza, della
sua giovane età, alza la testa lunga e magra e sbotta: «Allora
non le importava che sua moglie e Bluhm andassero a letto
assieme, immagino. Molti mariti troverebbero qualcosa da
ridire». Quindi chiude la bocca, in attesa che Justin faccia
quello che si aspetta che facciano i mariti traditi in questi
casi: scoppi a piangere, arrossisca, inveisca contro la propria
inadeguatezza o la perfidia degli amici. Ma Justin lo delude.
«Non è questo il punto» replica con una forza tale che si
sorprende lui stesso; raddrizza la schiena e si guarda
intorno come per vedere chi ha osato prendere la parola
quando non gli toccava e rimproverarlo. «Per i giornali,
forse. E anche per lei. Invece per me non lo è mai stato e
continua a non esserlo.»
«Ma allora qual è il punto?» domanda Rob.
«Che l'ho delusa.»
«In che senso? Non è stato all'altezza delle sue
aspettative?» Ironia maschile. «A letto?»
Justin scuote la testa. «Con il mio distacco.» Abbassa la
voce. «Lasciandola andare da sola. Emigrando mentalmente
da lei. Stringendo con lei un patto immorale che non avrei
mai dovuto sottoscrivere. E lei nemmeno.»
«Quale patto?» domanda Lesley, dolce come il miele
dopo l'intenzionale durezza di Rob.
«Lei segue la sua coscienza e io vado avanti con il mio
lavoro. Era una distinzione immorale, che non si doveva
fare. Come mandarla in chiesa e dirle di pregare per tutti e
due. Come tracciare una linea con il gesso in mezzo alla
casa e dire 'ci vediamo a letto'.»
Per nulla turbato dalla franchezza di queste ammissioni
e dai giorni e le notti di colpevolizzazione che si intuiscono
dietro di esse, Rob lo provoca. La sua faccia lugubre ha la
stessa espressione di incredulo scherno, la bocca aperta e
tonda come la canna di un fucile. Ma quel giorno Lesley è
più rapida di Rob. La donna che è in lei è sveglissima e
percepisce suoni che l'orecchio aggressivamente maschile
di Rob non è in grado di cogliere. Rob si volta dalla sua
parte e le chiede il permesso di fare qualcosa: usare
nuovamente Arnold Bluhm come provocazione, forse, o
fare qualche altra domanda cruciale che lo porti più vicino
all'omicidio. Ma Lesley scuote la testa, alza la mano dalla
borsa e la muove avanti e indietro per aria come a dire:
'Piano, vacci piano'.
«Come vi siete conosciuti, comunque?» chiede a Justin,
nello stesso modo in cui lo si potrebbe chiedere a una
persona incontrata per caso durante un lungo viaggio.
Ed è geniale da parte sua prestargli il proprio orecchio di
donna, la comprensione di una persona estranea, stabilire
una tregua e spostarsi dal campo di battaglia ai verdi pascoli
sereni del passato. Justin risponde al suo appello, rilassa le
spalle, socchiude gli occhi e con il tono distante e intimo del
ricordo le racconta come andò, esattamente come se lo è
raccontato centinaia di volte in altrettante ore di tormento.

«Ma allora, secondo lei, quando uno stato smette di


essere uno stato, signor Quayle?» chiese Tessa dolcemente
un pigro pomeriggio di quattro anni prima a Cambridge,
in un'antica aula dell'ultimo piano tra fasci di luce
polverosa che scendono dal lucernario. Sono le prime
parole che gli rivolge e scatenano un coro di risate dal
languido pubblico dei cinquanta laureati in giurisprudenza
che, come lei, si sono iscritti a un seminario estivo di due
settimane su 'Diritto e pubblica amministrazione'. Justin le
ripete. Il modo in cui era finito lì solo sul palco, in un abito
tre pezzi di flanella grigio di Hayward, a parlare con le mani
strette sul leggio, era un classico della sua vita fino a quel
momento, spiega, senza rivolgersi né a Rob né a Lesley, ma
ai recessi in stile Tudor della sala da pranzo di Woodrow.
«Verrà Quayle!» aveva gridato un accolito nell'ufficio
privato del sottosegretario permanente, una sera tardi,
meno di undici ore prima della lezione. «Trovatemi
Quayle!» Quayle l'eterno buon partito, intendeva, in attesa
di destinazione, lo scapolo d'oro, ultimo di una razza in via
di estinzione, grazie a Dio, appena tornato dalla Bosnia e in
procinto di partire per l'Africa, ma non subito. Quayle il
maschio di riserva, che valeva la pena conoscere quando si
dava una cena e non si sapeva chi invitare, dai modi
perfetti, probabilmente gay – solo che non lo era, come
alcune delle mogli più attraenti sapevano, pur guardandosi
bene dal dirlo.
«Justin, sei tu? Sono Haggarty. Eri al college un paio di
anni avanti a me. Senti, il sottosegretario dovrebbe tenere
una conferenza a Cambridge domani per dei laureati in
giurisprudenza, ma non può, parte per Washington fra un
ora e...»
E Justin, il bravo ragazzo, si stava già autoconvincendo:
«Be', se è già scritta, direi che... Se è solo questione di
leggere il suo intervento...».
Haggarty lo interruppe: «Ti mando il suo autista sotto
casa alle nove, non un minuto più tardi. Il testo fa schifo, ti
avverto: se l'è scritto da solo. Per strada te lo leggi e ci
aggiungi quello che vuoi. Sapevo di poter contare su di
te...».
Così l'etoniano su cui si poteva contare lesse il discorso
più insulso che avesse mai sentito in vita sua, supponente,
pomposo e verboso come il suo autore, che con tutta
probabilità a quell'ora si stava rilassando nel grembo del
lusso sottosegretariale di Washington. Non aveva
immaginato che gli avrebbero fatto delle domande, ma
quando Tessa prese la parola, non pensò neppure di non
risponderle. Era seduta al centro geometrico dell'aula, dove
era giusto che fosse. Localizzandola, Justin ebbe
l'impressione, per quanto sciocca, che i colleghi le avessero
lasciato appositamente uno spazio intorno in omaggio alla
sua bellezza. Il colletto dell'avvocatesca camicetta bianca le
arrivava fin sotto il mento, come se fosse un'innocente
corista. Il suo pallore e la sua magrezza spettrale la
facevano sembrare un'orfanella. Veniva voglia di avvolgerla
in una coperta e proteggerla. Il riflesso della luce che
entrava dal lucernario era talmente forte sui suoi capelli
scuri che in un primo momento Justin non riuscì a
distinguerne la faccia. Vedeva soltanto la fronte chiara e
alta, due occhi solennemente sgranati e la mascella volitiva.
Ma la mascella la vide dopo. Nel frattempo, era un angelo.
Ciò che lui non sapeva, ma stava per scoprire, era che si
trattava di un angelo con la clava.
«Be', immagino che la risposta alla sua domanda sia...»
cominciò Justin «e mi corregga se la pensa diversamente...»
cercando di colmare la differenza di età e di sesso con un
tono vagamente egualitario «che uno stato cessa di essere
uno stato quando viene meno alle proprie responsabilità
più fondamentali. Lei è d'accordo?»
«Dipende da che cosa si intende per responsabilità
fondamentali» ribatté l'angelica orfanella.
«Be'...» ripeté Justin, incerto sulla strada da prendere e
ricorrendo quindi a segnali privi di connotazioni sessuali
con cui immaginava di potersi difendere, se non addirittura
di ottenere l'immunità totale. «Be'...» gesto preoccupato
della mano, dito etoniano alla basetta brizzolata, mano di
nuovo giù «io penso che, di questi tempi, molto
approssimativamente, si possa definire civile uno stato che
garantisce suffragio elettorale, dunque... tutela della vita e
della proprietà, hmm, giustizia, sanità e istruzione per tutti,
almeno fino a un certo livello, una solida infrastruttura
amministrativa, strade, trasporti, fognature eccetera...
Cos'altro? Ah, sì, un sistema fiscale equo. Se uno stato non
riesce ad assicurare almeno in parte tutto questo, allora il
contratto fra stato e cittadino si indebolisce e, se non lo
assicura per nulla, allora non risponde all'attuale
definizione di stato. È un non-stato.» Battuta. «Un ex
stato.» Altra battuta, ma nessuno rise. «Le ho risposto?»
Aveva dato per scontato che l'angelo avesse bisogno di
un momento di riflessione per meditare su quella profonda
risposta e rimase pertanto sconcertato quando, senza
nemmeno dargli il tempo di finire la frase, lei partì alla
riscossa.
«Lei riesce a immaginare una situazione in cui si
sentirebbe personalmente in dovere di rovesciare lo stato?»
«Io personalmente? In questo paese? O mio Dio, no di
certo!» aveva risposto Justin, giustamente scioccato.
«Proprio ora che sono appena rientrato in patria!» Risate
sdegnose del pubblico, decisamente schierato dalla parte di
Tessa.
«In nessuna circostanza?»
«Non che io riesca a prevedere, no.»
«E in altri paesi?»
«Non sono cittadino di altri paesi, le pare?» Le risate
cominciavano a spostarsi dalla sua parte. «Mi creda, è già
abbastanza faticoso cercare di parlare a nome di un paese.»
Altre risate, che lo incoraggiarono ulteriormente. «Più di
uno mi sembrerebbe proprio...»
Mentre cercava un aggettivo, lei ripartì alla carica senza
lasciargli il tempo di trovarlo e gli sparò una raffica di
domande.
«Perché? Bisogna esserne cittadini per giudicare un
paese? Lei tratta con altri paesi, no? Stipula accordi con
loro, li legittima attraverso transazioni commerciali. Sta
forse dicendo che esiste uno standard etico per il suo paese
e uno diverso per gli altri? Che cosa vuole dire,
esattamente?»
Dopo un primo momento di imbarazzo, Justin si
arrabbiò. Ricordò, un po' troppo tardi, che era ancora
stanchissimo per il soggiorno in Bosnia e in teoria avrebbe
dovuto riposare. Era in attesa di un incarico in Africa, in
qualche postaccio, come al solito. Non era tornato in patria
per fare da capro espiatorio e meno che mai per leggere un
discorso che faceva schifo al posto di un sottosegretario
latitante. Non aveva nessuna voglia di farsi mettere alla
berlina da una bella strega che lo trattava come l'archetipo
dell'idiota. Le risate fra il pubblico erano aumentate, ma
erano sul filo del rasoio, ormai, pronte a cadere di qua o di
là. Molto bene: se lei recitava per il loggione, anche lui
avrebbe fatto lo stesso. Con fare gigionesco, alzò le
sopracciglia scolpite e assunse un'espressione perplessa, poi
fece un passo avanti e alzò le mani con i palmi rivolti
all'insù.
«Signora» cominciò, attirando le risate dalla sua parte.
«Io credo, anzi 'temo', che lei stia cercando di coinvolgermi
in una discussione sui miei principi morali.»
Aquel punto il pubblico proruppe in un applauso che
interessò tutti tranne Tessa. Il sole, che fino a poco prima la
illuminava, era scomparso e Justin le vide il bel viso, offeso
e sfuggente. E di colpo la capì benissimo, e per un istante
meglio di quanto capisse se stesso. Si rese conto che per lei
la bellezza era un peso ed essere al centro dell'attenzione
una maledizione e si accorse di avere riportato una vittoria
che non desiderava. Conosceva le proprie insicurezze e le
vide all'opera in lei. Tessa si sentiva in dovere di farsi
ascoltare a causa della propria bellezza. Aveva lanciato una
sfida e le era andata male e adesso non sapeva più come
tornare alla base, qualsiasi essa fosse. Justin ricordò le
insulsaggini che aveva appena letto, le risposte disinvolte
che aveva appena dato e pensò: questa donna ha ragione e
io sono un porco, anzi, peggio, sono un furbastro attempato
del ministero degli Esteri che ha messo il pubblico di questa
conferenza contro una bella donna che ha fatto quello che
le veniva naturale fare. Dopo averla mandata al tappeto, si
affrettò pertanto ad aiutarla a rialzarsi in piedi: «Tuttavia,
se vogliamo essere seri per un attimo» annunciò con voce
più tesa alla sala, facendo ubbidientemente scemare le
risate, «lei ha puntato il dito su un problema che nella
comunità internazionale nessuno di noi sa risolvere. Quale
politica estera può dirsi etica? Okay, siamo tutti d'accordo
che ciò che unisce le nazioni migliori di questi tempi è una
sorta di umanesimo liberale. Ma ciò che ci divide è proprio
la questione che lei ha sollevato: quand'è che uno stato
presunto liberale diventa repressivo in maniera
inaccettabile? Che cosa succede quando mette a repentaglio
gli interessi del nostro paese? Chi è democratico, a quel
punto? Quando, in altre parole, chiediamo aiuto alle
Nazioni Unite – sempre che ritengano di darcelo, che è un
altro problema? Prendiamo il caso della Cecenia, della
Birmania o dell'Indonesia, di tre quarti dei cosiddetti paesi
in via di sviluppo...».
E così via. Sbrodolate metafisiche della peggiore specie,
come avrebbe ammesso lui stesso, che però la tirarono
fuori dai guai. Si aprì una sorta di dibattito, si formarono
schieramenti e si discusse di banalità. L'incontro durò più
del previsto e per questo fu considerato un successo.
«Ha voglia di fare due passi?» gli disse Tessa alla fine
della conferenza. «Così mi parla della Bosnia» aggiunse, a
titolo di scusa.
Passeggiarono per i giardini del Clare College e, invece
di parlarle della Bosnia, Justin le insegnò come si
chiamavano tutte le piante, nome e cognome, e cosa
facevano per vivere. Lei lo prese a braccetto e lo ascoltò in
silenzio, a parte qualche: «Perché fanno così?» o «Come
mai?» ogni tanto. E questo ebbe l'effetto di farlo continuare
a parlare, cosa di cui in un primo tempo le fu grato, perché
parlare era il suo modo per prendere le distanze dalla gente,
a parte il fatto che con Tessa sottobraccio si ritrovò a
pensare poco alle distanze e molto di più alle fragili caviglie
nascoste dagli anfibi alla moda che lo seguivano passo
passo lungo il viale. Gli pareva che, se fosse inciampata, si
sarebbe spezzata le tibie. E che, invece di camminare, gli
veleggiasse accanto, tanto era leggera. Dopo la passeggiata,
andarono a pranzo in un ristorante italiano dove i camerieri
le facevano gli occhi dolci e lui si seccò, finché non si rese
conto che Tessa era mezza italiana: questo giustificava in
parte la cosa, oltre a dargli modo di dimostrare che anche
lui parlava bene l'italiano e ne andava molto fiero. Ma poi
vide che era diventata seria, pensierosa, che muoveva le
mani a fatica, quasi le posate fossero troppo pesanti per lei,
come gli erano sembrati troppo pesanti gli anfibi mentre
passeggiavano nel parco.
«Mi ha protetto» gli disse, sempre in italiano, con i
capelli sulla faccia. «Mi proteggerà sempre, vero?»
Justin, educatissimo come sempre, rispose che sì, certo,
all'occorrenza lo avrebbe fatto, o perlomeno ci avrebbe
provato. A quanto ricordava, erano le uniche parole che si
erano scambiati a pranzo, invece in seguito lei gli assicurò
che le aveva detto cose molto interessanti sul rischio di
futuri conflitti in Libano, a cui Justin non pensava da anni,
sulla demonizzazione dell'Islam a opera dei media
occidentali e sulla posizione ridicola dei liberali con la loro
disinformata intolleranza. Gli disse anche che era rimasta
impressionata dal fervore con cui parlava di queste cose,
sorprendendolo di nuovo, visto che non gli sembrava di
avere mai assunto una posizione precisa al riguardo.
Ma gli stava succedendo qualcosa che andava oltre la
sua capacità di controllo, e questo da una parte gli faceva
piacere e dall'altra lo spaventava. Si era ritrovato per puro
caso in mezzo a una recita bellissima ed entusiasmante. Era
in un ambiente nuovo, recitava una parte, la parte che
spesso aveva avuto voglia di recitare nella vita, senza mai
riuscirci. In un paio di occasioni, per la verità, aveva
percepito un barlume di quella sensazione, ma mai con
tanta ebbra sicurezza, mai con tanto abbandono. E nel
frattempo il dongiovanni che era in lui gli mandava segnali
di allarme quanto mai enfatici: ritirati in buon ordine,
questa è pericolosa, troppo giovane per te, troppo vera,
troppo sincera, non conosce le regole del gioco.
Invano. Quel pomeriggio, dopo mangiato, con il sole che
continuava a brillare su di loro, andarono al fiume, dove lui
le dimostrò ciò che ogni innamorato deve dimostrare alla
sua donna sul Cam, e cioè quanto è abile, elegante e a
proprio agio, in equilibrio con il panciotto sulla precaria
poppa di un barchino, a maneggiare la pertica facendo
conversazione in due lingue diverse. Ancora una volta fu lei
a ricordarglielo, perché lui nella memoria aveva trattenuto
soltanto il corpo alto e snello di lei, la camicetta bianca e la
gonna nera da cavallerizza con lo spacco, e gli occhi gravi
che lo osservavano con una comprensione che lui non
riusciva a corrispondere, dal momento che in vita sua non
aveva mai provato un'attrazione tanto intensa né si era mai
sentito così soggiogato dal fascino di una persona. Gli
chiese dove aveva imparato tante cose sulle piante e lui
rispose: «Dai nostri giardinieri». Allora gli chiese che cosa
facevano i suoi genitori e lui fu costretto ad ammettere, per
quanto di malavoglia, certo di offendere i suoi principi
egualitari, che veniva da una famiglia buona e ricca e che a
pagare i giardinieri era suo padre, il quale aveva pagato
anche una lunga serie di tate e di rette di collegi e di
università, viaggi all'estero e tutto ciò che era necessario per
facilitargli l'ingresso in quella che chiamava 'l'azienda di
famiglia' cioè il ministero degli Esteri.
Con suo grande sollievo, tuttavia, Tessa sembrò trovarla
una descrizione assolutamente ragionevole e
contraccambiò con alcune confidenze su di sé. Anche lei
veniva da un ambiente privilegiato, gli confessò, ma i suoi
genitori erano morti nell'arco degli ultimi nove mesi,
entrambi di cancro. «Quindi sono orfana» dichiarò con
finta leggerezza, «pronta per l'adozione.» Dopodiché erano
rimasti seduti a una certa distanza per un po', sentendosi
comunque vicini.
«Ho dimenticato la macchina» le disse a un certo punto,
come se questo in qualche modo ponesse un veto a ulteriori
rapporti.
«Dove l'ha parcheggiata?»
«Da nessuna parte. Ho un autista. È la macchina del
sottosegretario.»
«Non può telefonare?»
Sorprendentemente lei aveva un telefono nella borsa e
lui il numero di cellulare dell'autista nel taschino. Così
Justin ormeggiò la barca e si sedette accanto a Tessa per
dire all'autista di tornare a Londra da solo, un gesto che
equivaleva a gettare la bussola e a decidere di rimanere
insieme su un'isola deserta, il cui significato non sfuggì a
nessuno dei due. Dopo il fiume, Tessa lo invitò nella sua
stanza e fece l'amore con lui. E perché lo fece, e chi credeva
che fosse Justin quando lo fece e chi Justin credeva che
fosse lei, e chi fossero entrambi alla fine di quel week-end
era un mistero, gli disse baciandolo alla stazione, che solo il
tempo e l'esperienza avrebbero svelato. Il fatto era, gli disse,
che lo amava e che tutto sarebbe andato a posto una volta
sposati. Justin, nella follia che l'aveva colto, fece
dichiarazioni altrettanto avventate, le ripeté e le rincarò,
sull'onda della pazzia che lo trasportava. E lo fece con gioia,
sebbene nei recessi della propria coscienza sapesse che un
giorno di ognuna di quelle iperboli avrebbe dovuto pagare il
fio.
Tessa non gli nascose il proprio desiderio di avere un
uomo più vecchio di lei. Come molte belle ragazze che
Justin aveva conosciuto, era stufa dei coetanei. Usando un
linguaggio che segretamente gli ripugnava, si definì un po'
troia, una zoccola con un cuore e una vena diabolica, ma
Justin era troppo innamorato per correggerla. Quelle
espressioni, scoprì in seguito, venivano dal padre di Tessa,
che da quel momento in poi Justin detestò, pur facendosi
un dovere di nasconderglielo, visto che lei ne parlava come
di un santo. Il bisogno che aveva dell'amore di Justin, gli
spiegò, era una fame insaziabile e Justin poté soltanto
risponderle che anche per lui era così, indiscutibilmente. E,
in quel periodo, ci credeva davvero.
Il suo primo istinto, quarantott'ore dopo essere tornato
a Londra, fu di fuggire. Era stato investito da un tornado e i
tornado, come ben sapeva, causano moltissimi danni,
alcuni collaterali, prima di continuare per la propria strada.
La prospettiva, ancora incerta, di essere trasferito in
qualche buco dell'Africa gli parve tutto a un tratto invitante.
Le sue dichiarazioni d'amore, più le pronunciava, più lo
preoccupavano: non è vero, sto recitando nella commedia
sbagliata. Aveva avuto diverse relazioni e sperava di averne
ancora qualcuna, ma solo su basi più contenute e
premeditate e con donne che fossero, come lui, poco inclini
a rinunciare al buonsenso per la passione. Detta più
crudelmente: temeva la fede di lei perché, inguaribile
pessimista, sapeva di non averne. Né nell'umanità né in
Dio, né nel futuro e tantomeno nel potere universale
dell'amore. L'uomo era cattivo e lo sarebbe sempre stato. Al
mondo c'erano alcuni animi nobili e ragionevoli, fra cui lo
stesso Justin, il cui compito, a suo parere, era evitare al
genere umano gli eccessi peggiori, fatto salvo che, quando
due parti erano decise a farsi a pezzi, una persona
ragionevole poteva fare ben poco, per quanto spietatamente
cercasse di evitare la spietatezza. Alla fine, il maestro di
arrogante nichilismo si disse che tutti gli uomini civili sono
come il re Canuto in un mare sempre più agitato. Era perciò
doppiamente una sfortuna che Justin, che considerava ogni
forma di idealismo con il più profondo scetticismo, si fosse
legato a una ragazza che, per quanto piacevolmente
disinibita per certi versi, era incapace di attraversare la
strada senza prima prendere una posizione morale. La fuga
era l'unica soluzione assennata.
Ma con il passare dei giorni, incamminato verso quello
che sarebbe dovuto essere un graduale distacco, la
meraviglia per ciò che gli era successo guadagnò terreno
dentro di lui. Cenette pianificate con il triste scopo di dirsi
addio si trasformarono in serate incantevoli seguite da
appassionate notti d'amore. Justin cominciò a vergognarsi
della propria segreta apostasia. Il folle idealismo di Tessa lo
divertiva, più che scoraggiarlo, e lo esaltava senza turbarlo.
Era giusto che qualcuno provasse e dicesse quelle cose.
Fino a quel momento aveva considerato le convinzioni
profonde un nemico naturale del diplomatico, da ignorare,
da prendere in ridere o da dirottare verso canali meno
pericolosi, come un'energia negativa. Adesso, con sua
grande sorpresa, le vedeva come esempi di coraggio, con
Tessa come portabandiera.
Questa rivelazione cambiò la sua visione di sé. Non più
scapolo d'oro che evitava abilmente le catene del
matrimonio, ma buffa e adorante figura paterna per una
ragazza bellissima, di cui soddisfaceva ogni capriccio,
lasciandole fare di testa sua ogni volta che le serviva. Ma la
proteggeva, era la mano che la guidava, il suo appoggio, il
suo giardiniere devoto con il cappello di paglia.
Abbandonato ogni progetto di fuga, Justin fece rotta verso
di lei senza più dubbi né ripensamenti, o almeno così
avrebbe voluto far credere ai poliziotti che lo interrogavano.

«Nemmeno quando divenne fonte di imbarazzo?»


chiede Lesley dopo aver ascoltato in rispettoso silenzio per
il periodo regolamentare, segretamente stupefatta, come
Rob, da tanta franchezza.
«Ve l'ho detto, su certe cose avevamo posizioni diverse.
Io aspettavo che lei si desse una calmata o che il ministero
ci assegnasse ruoli non contrastanti. La posizione delle
mogli dei diplomatici è in perenne mutamento. Non
possono guadagnarsi da vivere nei paesi in cui vivono e
sono obbligate a seguire i mariti quando vengono trasferiti.
A volte viene loro offerta ogni libertà e altre sono costrette a
comportarsi come delle geishe.»
«Era Tessa a dirlo o è lei?» domanda Lesley con un
sorriso.
«Tessa non aspettava che le offrissero la libertà: se la
prendeva.»
«E Bluhm non la metteva in imbarazzo?» chiede duro
Rob.
«Non c'entra, ma Arnold Bluhm non era il suo amante.
Erano legati da ben altre cose. Il segreto più oscuro di Tessa
era la sua virtù. Adorava scioccare.»
È troppo per Rob. «Quattro notti di seguito, Justin?»
obietta. «Nello stesso bungalow sul lago? Una donna
giovane come Tessa? E lei vorrebbe farci credere che non ci
andava a letto?»
«Potete credere quello che volete» risponde Justin,
apostolo dell'imperturbabilità. «Io ne sono convinto.»
«E perché?»
«Perché me lo diceva lei.»
A questo non possono rispondere. Ma Justin aveva
ancora qualcosa da aggiungere e, con l'aiuto di Lesley, piano
piano riuscì a tirarlo fuori.
«Aveva sposato le convenzioni» cominciò un po'
goffamente. «Aveva sposato me. Non un benefattore
illuminato. Me. Non dovete pensare a Tessa come a una
creatura incomprensibile. Io mi aspettavo – e anche lei,
quando arrivammo qui – che facesse come tutte le altre
geishe diplomatiche che tanto derideva. Che stesse alle
regole, anche se a modo suo.» Esitò, consapevole del loro
sguardo incredulo. «Quando i suoi erano morti, si era
spaventata e, con me a sostenerla, aveva deciso di
rinunciare agli eccessi di libertà. Era il prezzo che era
disposta a pagare per non essere più orfana.»
«E che cosa la spinse a cambiare?» domandò Lesley.
«Noi» ribatté Justin con trasporto. Intendeva noi 'altri'.
Noi sopravvissuti, noi colpevoli. «Con la nostra
compiacenza» disse abbassando la voce, «con questo.» Fece
un gesto a indicare non soltanto la sala da pranzo e gli
orrendi acquerelli di Gloria impalati sulla cappa del camino,
ma la casa intera con i suoi abitanti e per estensione le altre
case della strada. «Noi che, pagati per non vedere quello che
succede, preferiamo chiudere gli occhi. Noi che viviamo a
testa bassa.»
«Glielo disse lei?»
«No, sono io che lo dico. È così che aveva finito per
considerarci, da un po' di tempo a questa parte. Era nata
ricca, ma non le importava, non teneva ai soldi. Viveva con
meno di tanti arrampicatori sociali. Però sapeva di non
avere scuse per rimanere indifferente a ciò che vedeva e
sentiva. Era convinta di essere in debito.»
A questo punto Lesley propone di riprendere l'indomani
alla stessa ora, se a lei va bene, Justin. Sì, certo.
La British Airways era giunta alla stessa conclusione,
evidentemente, perché le luci in prima classe si
abbassarono e vennero raccolte le ultime ordinazioni della
sera.
8.

Rob resta stravaccato, mentre Lesley tira di nuovo fuori


i suoi giocattoli: quaderni colorati, matite, il registratore
che il giorno prima è rimasto spento, la gomma per
cancellare. Justin è di un pallore da carcerato e ha le rughe
intorno agli occhi, come tutte le mattine. Un medico gli
consiglierebbe di prendere un po' di aria.
«Lei ha detto di non avere nulla a che fare con l'omicidio
di sua moglie 'nel senso che intendevamo noi'» gli ricorda
Lesley. «In quale altro senso, se posso chiederle?» Deve
protendersi sul tavolo per sentire la risposta.
«Sarei dovuto andare con lei.
«A Lokichokio?»
Scuote la testa.
«Al lago Turkana?»
«Dappertutto.»
«Glielo diceva lei?»
«No, lei non mi ha mai rimproverato niente. Non
avevamo l'abitudine di dirci quello che dovevamo o non
dovevamo fare. Una volta litigammo, per una questione di
metodo, non di sostanza. Arnold non fu mai un ostacolo.»
«A che proposito litigaste?» gli chiede Rob, aggrappato
tenacemente alla sua visione letterale delle cose.
«Dopo che perdemmo il bambino, implorai Tessa di
lasciarsi portare in Inghilterra o in Italia, ovunque volesse.
Lei non ne voleva sapere. Aveva una missione, grazie a Dio,
una ragione di vita, ed era qui a Nairobi. Aveva scoperto una
grande ingiustizia sociale, un grande delitto. Lo definiva ora
in un modo ora nell'altro, ma più di così non mi diceva. Nel
mio lavoro la studiata ignoranza è un'arte.» Si volta verso la
finestra e guarda ciecamente fuori. «Avete visto quanta
gente abita negli slum?»
Lesley fa di no con la testa.
«Una volta mi ci portò. In un momento di debolezza,
disse in seguito, le venne voglia di mostrarmi il suo posto di
lavoro. Venne anche Ghita Pearson. Ghita e Tessa erano
due spiriti veramente affini. Tutte e due figlie di madre
medico e padre avvocato, tutte e due cattoliche. Andammo
in un dispensario: quattro mura di cemento e un tetto di
lamiera, con una fila di mille persone davanti.» Per un
momento dimentica dove si trova. «La povertà in quella
misura è una forma di disciplina che non si impara in un
pomeriggio. E comunque per me fu difficile, da quella volta
in poi, passare per Stanley Street senza...» fa una pausa «...
senza pensarci.» Dopo la viscida evasività di Woodrow, le
sue parole suonano vere come il Vangelo. «La grande
ingiustizia, il grande delitto, era ciò che la teneva in vita.
Nostro figlio era morto da cinque settimane e Tessa, sola in
casa, fissava il muro. Mustafà mi telefonava all'Alto
Commissariato e mi diceva: 'Torni a casa, sua moglie sta
male, malissimo'. Ma io non riuscivo a consolarla. Arnold
sì. Arnold la capiva. Avevano dei segreti. Bastava che
sentisse arrivare la sua macchina e diventava un'altra. 'Che
cos'hai? Hai qualcosa per me?' Intendeva informazioni,
sviluppi. Quando lui andava via, si ritirava nel suo studio e
lavorava fino a notte fonda.»
«Al computer?»
Attimo di diffidenza da parte di Justin. Subito superato.
«Aveva le sue carte, aveva il computer, il telefono, che
usava con la massima circospezione. E aveva Arnold, tutte
le volte che riusciva a liberarsi.»
«E a lei non importava?» lo schernisce Rob,
riprendendo sconsideratamente il tono prepotente. «Che
sua moglie stesse lì a languire in attesa che arrivasse il
dottor Facciotuttoio?»
«Tessa era disperata. Se ci fossero voluti cento Bluhm,
per quanto mi riguarda, glieli avrei dati tutti, a qualsiasi
condizione.»
«E non sapeva nulla di questo grande delitto?» Lesley
non demorde. «Nulla di nulla? Che cosa riguardava, le
vittime, i carnefici? Le tenevano tutto nascosto? Bluhm e
Tessa la lasciavano all'oscuro di tutto?»
«Ero io che gli lasciavo i loro spazi» conferma testardo
Justin.
«Non so come abbiate fatto a sopravvivere» insiste
Lesley, posando il quaderno e allargando le braccia.
«Insieme ma distanti, stando a quello che lei dice, come se
non vi parlaste più. Anzi, peggio.»
«Non siamo sopravvissuti» le ricorda semplicemente
Justin. «Tessa è morta.»

A quel punto avrebbero potuto pensare che il tempo


delle confidenze fosse finito e che a esso seguisse un
periodo di vergogna, di imbarazzo o addirittura di
ritrattazioni. Invece Justin ha appena cominciato. Si mette
a sedere impettito, come un giocatore che alza la posta.
Appoggia le mani sulle cosce e resta così fino a nuovo
ordine. La voce riacquista potenza. Una profonda forza
interiore la spinge verso la superficie, nell'aria stagnante
della fetida sala da pranzo dei Woodrow, dove ancora
aleggia l'odore dell'arrosto della sera prima.
«Era così impetuosa» dichiara con orgoglio, recitando
ancora una volta brani di discorsi che ha fatto tra sé per ore
e ore. «È una cosa che mi è piaciuta fin dall'inizio. Voleva
disperatamente un figlio, subito. La morte dei suoi genitori
andava compensata il prima possibile. Perché aspettare che
fossimo sposati? Io la frenai. Non avrei dovuto. Mi appellai
alle convenzioni, Dio sa perché. 'Molto bene' mi disse
allora, 'se per avere un figlio ci dobbiamo sposare,
sposiamoci.' E così andammo in Italia e ci sposammo
subito, per la gioia dei miei colleghi, che ebbero un ottimo
argomento di conversazione.» È divertito. «'Quayle ha
perso la testa! Il vecchio Justin si è sposato. Con una che
sembra sua figlia! Tessa ha già dato la maturità?' Quando
rimase incinta, dopo tre anni che ci provavamo, pianse. E io
pure.»
Fa una pausa, ma nessuno lo incalza.
«Con la gravidanza cambiò. In meglio. Divenne
materna. Esternamente rimase allegra e spensierata, ma
dentro stava diventando responsabile. Anche le sue attività
umanitarie assunsero un nuovo significato. Mi dicono che è
normale. Ciò che fino a quel momento era stato importante
divenne una vocazione, praticamente un destino. Era
incinta di sette mesi e assisteva ancora gli ammalati e i
moribondi, poi tornava per qualche frivolo ricevimento
diplomatico in città. Più si avvicinava il momento del parto,
più sembrava determinata a cambiare il mondo. E non solo
per nostro figlio, ma per tutti i bambini. Aveva deciso di
partorire in un ospedale africano. Se l'avessi costretta ad
andare in una clinica privata, l'avrebbe fatto, ma sarebbe
stato come tradirla.»
«In che senso?» mormora Lesley.
«Tessa faceva una distinzione netta fra chi osserva il
dolore e chi lo condivide. Esiste un dolore giornalistico,
diplomatico, televisivo, che cessa non appena si spegne
l'apparecchio. Chi osserva il dolore senza fare niente,
secondo Tessa, è solo un po' meglio di chi lo infligge. Sono i
cattivi samaritani.»
«Tessa invece faceva qualcosa» obietta Lesley.
«Per questo l'ospedale africano. Nei momenti di
maggior estremismo, parlava di partorire il suo bambino
nello slum di Kibera. Per fortuna, Arnold e Ghita riuscirono
a dissuaderla. Arnold è un'autorità in materia di sofferenza.
Non soltanto ha curato le vittime della tortura in Algeria,
ma ha subito torture lui stesso. Si era guadagnato il passi
per accedere ai poveri della terra. Io no.»
Rob coglie l'occasione al volo, come se non fosse un
punto che hanno già toccato una decina di volte. «Difficile
capire il suo ruolo, Justin. Sembra quasi che lei fosse
l'ultima ruota del carro, con la testa nelle nuvole, fra dolore
diplomatico e il suo bel comitato, non le pare?»
Ma la sopportazione di Justin è infinita. A volte è troppo
educato per esprimere il proprio dissenso. «Tessa mi aveva
esentato dal servizio attivo, per dirla come diceva lei»
annuisce, abbassando vergognoso la voce. «Aveva tirato
fuori argomentazioni speciose per mettermi l'animo in
pace. Sosteneva che al mondo c'era bisogno di tutti e due: di
me dentro il sistema e di lei al di fuori, sul campo. 'Sono io
quella che crede nello stato morale' diceva. 'Se voi non fate
il vostro lavoro, che speranza c'è per noi altri?' Era un
sofisma e lo sapevamo tutti e due. Il sistema non aveva
bisogno del mio lavoro e io nemmeno. Che senso aveva?
Scrivevo rapporti che nessuno leggeva e suggerivo
provvedimenti che nessuno prendeva. Tessa era contraria
agli inganni, ma per me faceva un'eccezione. Per me si
ingannava in maniera assoluta.»
«Non aveva mai paura?» domanda Lesley, sottovoce per
non turbare l'atmosfera da confessionale.
Justin riflette, poi si concede un mezzo sorriso, al
ricordo di qualcosa. «Una volta si vantò con l'ambasciatrice
americana che paura era l'unica parolaccia di cui non
conosceva il significato. Sua Eccellenza non apprezzò la
battuta.»
Anche Lesley sorride, ma solo per un attimo. «E questa
decisione di partorire in un ospedale africano» chiede con
gli occhi fissi sul foglio. «Può dirci quando la prese, per
favore?»
«C'era una donna di una baraccopoli su al Nord che
Tessa andava a trovare regolarmente. Di nome si chiamava
Wanza, di cognome non so. Soffriva di una misteriosa
malattia ed era stata selezionata per una terapia particolare.
Per pura coincidenza si trovarono nello stesso reparto
all'Uhuru Hospital e fecero amicizia.»
Hanno percepito la nota di cautela che all'improvviso ha
nella voce? Justin sì, la percepisce.
«Sa di che malattia si trattava?»
«Di preciso no. So che era malata e che rischiava di
morire.»
«AIDS?»
«Se la sua malattia avesse a che fare con l'AIDS non lo
so. La mia impressione è che l'AIDS non c'entrasse.»
«Non è strano che una donna così povera andasse a
partorire in ospedale?»
«Era sotto osservazione.»
«Da parte di chi?»
E la seconda volta che Justin si autocensura. Mentire
non gli riesce naturale. «Di qualche servizio sanitario,
immagino. Del suo villaggio, della baraccopoli, non so.
Vedete, non ricordo molto. Mi meraviglio di quanto poco
conosca.»
«E Wanza morì, vero?»
«La notte in cui Tessa uscì dall'ospedale» riferisce
Justin, grato di poter abbandonare le proprie riserve e di
poter ricostruire quel momento. «Ero stato tutta la sera con
lei e Tessa aveva insistito perché andassi a casa a dormire
un po'. Aveva mandato via anche Arnold e Ghita. Ci davamo
il turno per starle vicino. Arnold aveva portato un lettino da
campo. Alle quattro del mattino mi telefonò. Non c'erano
telefoni in reparto e aveva usato quello della suora. Era
disperata. Isterica, dovrei dire. Solo che Tessa, quando era
isterica, non alzava la voce. Wanza era scomparsa e il
bambino anche. Quando si era svegliata, il suo letto era
vuoto e la culla non c'era più. Presi la macchina e la
raggiunsi. Arnold e Ghita arrivarono contemporaneamente
a me. Tessa era inconsolabile. Era come se avesse perso un
secondo figlio dopo pochi giorni. Fra tutti riuscimmo a
convincerla a tornare a casa. Dal momento che Wanza era
morta e il bambino era scomparso, non si sentì in obbligo di
restare.»
«Tessa ebbe modo di vedere il corpo?»
«Chiese di vederlo, ma le dissero che era meglio di no.
Wanza era morta e il bambino era stato riportato dal
fratello al villaggio. L'ospedale aveva chiuso la pratica: dei
morti non si preoccupano» aggiunge, parlando per
esperienza, ricordando Garth.
«E Arnold ci riuscì?»
«Arrivò troppo tardi. Avevano mandato il corpo
all'obitorio e si era perso.»
Lesley sgrana gli occhi sinceramente stupita mentre
Rob, dall'altra parte rispetto a Justin, si piega velocemente
in avanti, tocca il registratore e si accerta che il nastro stia
girando.
«Perso? Come si fa a perdere un cadavere?» esclama.
«Qui a Nairobi succede in continuazione, ve lo
assicuro.»
«E il certificato di morte?»
«Io vi posso dire solo quello che mi raccontarono Arnold
e Tessa. Del certificato di morte non so niente. Non ne
hanno mai parlato.»
«Non ci fu autopsia?» domanda Lesley.
«Che io sappia, no.»
«Wanza riceveva visite, in ospedale?»
Justin ci pensa, ma non vede motivo per non rispondere.
«C'era suo fratello Kioko che, quando non le scacciava le
mosche di dosso, dormiva sul pavimento accanto al suo
letto. A volte le stava vicino Ghita Pearson, quando andava
a trovare Tessa.»
«Nessun altro?»
«Un dottore bianco, mi pare, ma non ne sono sicuro.»
«Che fosse bianco?»
«Che fosse un dottore. Era un bianco e aveva un camice
bianco. E lo stetoscopio.»
«Da solo?»
Le stesse riserve di prima oscurano la sua voce come
un'ombra. «Con un gruppo di studenti. O perlomeno, così
pensai io. Erano giovani e avevano il camice bianco pure
loro.»
Con tre api dorate ricamate sul taschino, potrebbe
aggiungere, ma la sua decisione glielo impedisce.
«Perché dice che erano studenti? Glielo riferì Tessa?»
«No.»
«Arnold?»
«Arnold non ne parlò mai, in mia presenza. È una mia
supposizione. Basata sul fatto che erano giovani.»
«E il loro capo? Il dottore, sempre che lo fosse? Arnold
disse qualcosa su di lui?»
«Non con me. Se aveva qualcosa da dire, l'avrà detta
all'uomo con lo stetoscopio.»
«In sua presenza?»
«Ma non a portata d'orecchio.» O quasi.
Rob e Lesley si protendono in avanti per sentire ogni
parola. «Ce lo descriva.»
Justin lo sta già facendo. Per una breve tregua è passato
dalla loro parte, ma ha ancora delle riserve nella voce. Nei
suoi occhi stanchi si leggono cautela e circospezione.
«Arnold prese da parte l'uomo con lo stetoscopio, tenendolo
per un braccio. Si parlarono come si parlano fra loro i
medici. Sottovoce, in disparte.»
«In inglese?»
«Credo. Quando Arnold parla inglese si muove in
maniera diversa da quando parla francese o kiswahili.»
Quando parla inglese tende ad alzare lievemente la voce,
avrebbe potuto aggiungere.
«Ce lo descriva. Il tizio con lo stetoscopio» ordina Rob.
«Tarchiato. Robusto. Con la pancia. Sciatto. Mi sembra
di ricordare che avesse le scarpe scamosciate. Mi è
sembrato strano, per un medico, non so perché. Sì, mi pare
proprio che avesse le scarpe scamosciate. E il camice
sporco, non saprei di cosa. Scarpe scamosciate, camice
sporco, faccia rossa. Uno showman. Se non avesse avuto il
camice bianco, avrei detto che era un impresario.» E tre api
dorate, sbiadite ma riconoscibilissime, ricamate sul
taschino, proprio come l'infermiera sul manifesto
dell'aeroporto, pensa. «Sembrava che si vergognasse»
aggiunge, cogliendosi di sorpresa.
«Di cosa?»
«Di essere lì. Di quello che faceva.»
«Perché le ha dato questa impressione?»
«Non guardava Tessa in faccia. E neanche me. Ci
evitava.»
«Colore di capelli?»
«Biondo rossastro. E il colorito di chi beve troppo, che
con quei capelli risaltava ancora di più. Sapete chi è? Tessa
era curiosa.»
«Barba? Baffi?»
«No, ma direi che non si radeva da un giorno o due.
Anche la barba era chiara. Tessa gli chiese più volte come si
chiamava, ma lui non le rispose.»
Rob interviene di nuovo bruscamente. «Che cosa le
sembrò che si dicessero?» Insiste. «Le parve che litigassero
o che scambiassero quattro chiacchiere in amicizia? Si
mettevano d'accordo per andare a pranzo insieme? Che cosa
successe?»
Cautela. Non aveva sentito nulla, solo visto. «Mi parve
che Arnold protestasse, che lo rimproverasse e che il
medico negasse. Avevo l'impressione...» Si interrompe,
dandosi il tempo di scegliere con cura le parole. Non ti
fidare di nessuno, gli aveva raccomandato Tessa. Nessuno, a
parte Ghita e Arnold. Promettimelo. Sì, te lo prometto.
«Ebbi l'impressione che non fosse la prima volta che
discutevano, che quello che si svolse davanti ai miei occhi
fosse il prosieguo di un litigio già in corso. O perlomeno
così mi parve ripensandoci in seguito. Mi sembrò di aver
assistito a una ripresa delle ostilità fra due nemici.»
«Ci ripensò in seguito, dunque.»
«Sì, sì» ammette Justin dubbioso. «Ebbi anche la
sensazione che per l'altro l'inglese non fosse la lingua
madre.»
«Ma non ne parlò con Arnold e Tessa?»
«Quando l'uomo se ne andò, Arnold tornò al capezzale
di Tessa, le prese il polso e le disse qualcosa in un
orecchio.»
«E neanche stavolta lei sentì che cosa le disse?»
«No. Evidentemente non volevano che sentissi.» Troppo
debole, pensa. Fai di meglio. «Ero abituato, ormai, a
starmene in disparte» spiega, evitando il loro sguardo.
«Che medicine prendeva Wanza?» domanda Lesley.
«Non ne ho idea.»
Invece l'aveva, eccome: Wanza prendeva del veleno. Era
appena arrivato a casa dall'ospedale con Tessa ed era due
gradini dietro a lei sulla scala che portava alla loro camera,
reggendo in una mano la borsa di lei e nell'altra quella con i
vestitini, i lenzuolini e i pannolini di Garth, e la teneva
d'occhio come un lottatore perché Tessa voleva fare da sola,
era nel suo carattere. Vedendola barcollare, Justin aveva
mollato i bagagli e l'aveva presa al volo prima che si
accasciasse e aveva sentito quanto era leggera, aveva
avvertito il suo tremito e la sua disperazione quando era
scoppiata a piangere non per Garth, ma per Wanza.
'L'hanno ammazzata!' gli aveva urlato in faccia, perché era
vicinissimo. 'Quei bastardi hanno ammazzato Wanza!
L'hanno avvelenata, Justin!' Chi è stato, amore mio? le
aveva chiesto scostandole i capelli dalla fronte e dalle
guance sudate. Chi l'ha ammazzata? Dimmelo.
Sorreggendola con un braccio dietro la schiena ossuta,
l'aveva accompagnata in camera da letto. Chi sono quei
bastardi, amore mio? Dimmelo. 'Quelli della ThreeBees,
quei dottori di merda che non ci guardavano neanche in
faccia!' Ma di che dottori parli? L'aveva sollevata di peso e
stesa sul letto perché non rischiasse di cadere un'altra volta.
Non sai come si chiamano? Dimmelo.
Chiuso nel suo mondo, sente Lesley che gli rivolge la
stessa domanda al contrario. «Le dice niente il nome
Lorbeer, Justin?»
Nel dubbio, menti, si è ripromesso. A costo di andare
all'Inferno, menti. Se non posso fidarmi di nessuno,
neppure di me stesso, se devo essere leale solo verso i
morti, meglio che menta.
«Temo di no» risponde.
«Non l'ha mai sentito nominare, nemmeno al telefono?
Quando Arnold e Tessa chiacchieravano? Lorbeer. Tedesco,
olandese, forse svizzero?»
«Non mi dice niente.»
«Kovacs? Una donna. Ungherese, capelli scuri, pare
molto bella?»
«E di nome?» Intende dire no, ma questa volta è la
verità.
«I nomi di battesimo non li conosciamo» replica Lesley
con una sorta di disperazione. «Emrich, bionda. Niente?»
Getta la matita sul tavolo, sconfitta. «Dunque Wanza morì»
dice. «È ufficiale. Uccisa da un uomo che non la guardava in
faccia. E lei, sei mesi dopo, non sa ancora di che cosa. Sa
che è morta e basta.»
«Non me lo dissero mai. Sempre che Arnold e Tessa lo
sapessero.»
Rob e Lesley si accasciano sulla sedia come due atleti
durante un time out. Appoggiato allo schienale, le lunghe
braccia rilassate, Rob sospira in modo teatrale, mentre
Lesley si prende il mento fra le mani con un'espressione
malinconica sul viso saggio.
«Non è che lei si è inventato tutto, vero?» chiede a
Justin. «La storia di questa Wanza che muore, del suo
bambino, del presunto dottore che si vergogna e dei
presunti studenti in camice bianco. Non sarà tutta una
sfilza di bugie dall'inizio alla fine?»
«È ridicolo! Perché mai dovrei farvi perdere tempo
inventandomi una storia del genere?»
«All'Uhuru Hospital non risulta nessuna Wanza» spiega
Rob, altrettanto abbattuto, dalla sua posizione semidistesa.
«Tessa sì, e anche il povero Garth. Wanza no, invece. Non è
mai stata ricoverata, mai visitata da nessun dottore, vero o
presunto. Non risultano terapie, esami o altro. Il bambino
non risulta nato, lei non risulta morta, il suo cadavere non
risulta disperso in quanto non è mai esistito. Les ha provato
a parlare alle infermiere, ma non ne sanno niente. Dico
bene, Les?»
«Qualcuno mi ha preceduto, evidentemente» spiega
Lesley.

Sentendo una voce maschile alle proprie spalle, Justin si


voltò. Ma era soltanto lo steward che gli domandava se
aveva bisogno di qualcosa. Il signor Brown desiderava
essere aiutato ad abbassare lo schienale? Grazie, ma il
signor Brown preferiva tenerlo su. Il video? No, grazie non
mi serve. Voleva che gli abbassasse la tendina? No, grazie –
in tono enfatico – Justin preferiva guardare il cosmo dal
finestrino. Una bella coperta calda per il signor Brown?
Inguaribilmente educato, Justin accettò la coperta e ritornò
a guardare dal finestrino buio, giusto in tempo per vedere
Gloria che entra nella sala da pranzo senza bussare, con un
vassoio di tramezzini. Mentre lo posa sul tavolo, ne
approfitta per sbirciare gli appunti di Lesley. Invano,
tuttavia, perché Lesley ha appena voltato pagina.
«Non vorrete stancarmi troppo il mio ospite, vero? Ha
già patito abbastanza, vero, Justin?»
Bacio sulla guancia per Justin e uscita degna di un
musical, visto che tutti e tre si alzano contemporaneamente
per aprire la porta alla loro carceriera, che torna in cucina
con il vassoio vuoto.

Dopo l'intrusione di Gloria, per un po' parlano del più e


del meno mangiando i tramezzini. Lesley apre un altro
quaderno, azzurro, mentre Rob fa una serie di domande
apparentemente slegate, con la bocca piena.
«Conosce qualcuno che fuma accanitamente
Sportsman?» con un tono da cui si intuisce che fumare quel
tipo di sigarette è un delitto capitale.
«Non mi viene in mente nessuno. Io e Tessa
detestavamo le sigarette.»
«Intendo in generale, non solo a casa.»
«No.»
«Conosce qualcuno che ha un gippone verde in buone
condizioni, targa keniota?»
«L'alto commissario ha una jeep corazzata, ma non
credo che stiate pensando a lui.»
«Conosce qualcuno sui quarant'anni, militaresco,
robusto, scarpe lucide e carnagione abbronzata?»
«Non mi pare» confessa Justin, sorridendo fra sé al
pensiero di essere fuori dalle acque pericolose.
«Ha mai sentito parlare di un posto che si chiama
Marsabit?»
«Sì, credo. Sì, certo, Marsabit. Perché?»
«Oh, bene. Okay. Anche noi. Dov'è?»
«Vicino al deserto di Chalbi.»
«A est del lago Turkana, dunque?»
«Se ben ricordo, sì. È un centro amministrativo, tappa
obbligata per tutti quelli che viaggiano nel nord del paese.»
«Lei c'è mai stato?»
«Purtroppo no.»
«Conosce qualcuno che c'è stato?»
«No, non credo.»
«Ha idea di che cosa ci può trovare un viaggiatore
preoccupato e stanco?»
«Da dormire, penso. E un posto di polizia. Oltre a una
riserva naturale.»
«Però lei non c'è mai stato.» Justin non è mai stato a
Marsabit. «Né ci ha mai mandato nessuno? Due persone,
magari?» No, Justin non ci ha mai mandato nessuno. «E
allora come fa a sapere tutte queste cose? Cos'ha, dei poteri
paranormali?»
«Quando arrivo in un paese, mi faccio scrupolo di
studiarne la geografia.»
«Ci hanno raccontato di un gippone verde che ha fatto
tappa a Marsabit due notti prima dell'omicidio, Justin»
spiega Lesley, quando il rito dell'aggressione ha terminato il
suo corso. «Con due bianchi a bordo. Sembravano
cacciatori. In buona forma fisica, più o meno della sua età,
abiti kaki, scarpe lucide, come ha detto Rob. Non hanno
parlato con nessuno, solo fra loro. Non hanno degnato di
uno sguardo una comitiva di ragazze svedesi al bar. Hanno
fatto provviste al negozio: benzina, sigarette, acqua, birra,
roba da mangiare. Sigarette Sportsman, birra Whitecap in
bottiglia. La Whitecap è solo in bottiglia. Sono ripartiti la
mattina dopo, diretti a ovest, verso il deserto. Se non hanno
fatto soste, potrebbero essere arrivati sulla sponda del lago
Turkana la sera e forse addirittura fino alla baia di Allia. Le
bottiglie vuote ritrovate vicino al luogo del delitto erano di
Whitecap e i mozziconi di Sportsman.»
«È ingenuo da parte mia chiedere se l'albergo di
Marsabit ha un registro degli ospiti?» chiede Justin.
«Manca la pagina» dichiara Rob trionfante,
intervenendo di nuovo con foga. «Strappata, per la
precisione. E quelli dell'albergo non ricordano
assolutamente niente. Hanno tanta paura che non si
ricordano nemmeno come si chiamano. Evidentemente
siamo stati preceduti anche lì dalle stesse persone che sono
andate all'Uhuru Hospital.»
Ma questo è il canto del cigno di Rob nel suo ruolo di
boia, e se ne accorge anche lui, perché aggrotta la fronte, si
gratta un orecchio e assume un'espressione quasi di scusa.
Justin nel frattempo ha alzato le antenne: sposta rapido lo
sguardo da Rob a Lesley e viceversa, aspetta la domanda
successiva e, visto che non arriva, ne formula una lui
stesso.
«Avete provato alla motorizzazione?»
I due poliziotti scoppiano in una risata cupa. «In
Kenya?»
«Le compagnie di assicurazione, allora. Gli importatori,
i fornitori. Non possono esserci tanti gipponi verdi in
Kenya. Si possono controllare tutti.»
«Ci stanno lavorando a pieno ritmo i Blue Boys»
risponde Rob. «Nel prossimo millennio, se saremo bravi,
forse ci daranno una risposta. Neanche gli importatori sono
stati molto disponibili, a dire la verità» risponde Rob
lanciando un'occhiata significativa a Lesley. «Si tratta di
una piccola ditta di nome Bell, Barker & Benjamin,
altrimenti nota come ThreeBees. Mai sentita? Il presidente
a vita è un certo Kenneth K. Curtiss, ladro e golfista, Kenny
K. per gli amici.»
«In Africa tutti conoscono la ThreeBees» risponde
Justin rimettendosi subito in riga. Nel dubbio, menti. «E
Kenneth, naturalmente. È un personaggio.»
«Amato?»
«Ammirato, direi piuttosto. È il presidente di una nota
squadra di calcio keniota e va sempre in giro con un
berretto da baseball con la visiera al contrario» aggiunge
con un disgusto che suscita l'ilarità dei due poliziotti.
«Saranno pure le api operose dell'Africa, ma i risultati
non si vedono» riprende Rob. «Sembra che si diano un gran
daffare, ma non combinano niente. 'Nessun problema,
ispettore. Per l'ora di pranzo glielo facciamo avere,
ispettore!' Solo che è passata una settimana e non abbiamo
ancora visto niente.»
«Temo che sia la prassi, da queste parti» lamenta Justin
con un sorriso stanco. «Avete provato con le compagnie di
assicurazione?»
«La ThreeBees è anche compagnia di assicurazioni. Be',
è normale, d'altronde, no? R.C. gratis se acquisti un veicolo
da noi. E comunque neanche lì ci hanno aiutato molto.
Perlomeno non a rintracciare un gippone verde in buone
condizioni.»
«Capisco» risponde Justin cortese.
«Tessa non se ne interessava?» chiede Rob con la sua
solita nonchalance. «Della ThreeBees, intendo. Kenny K.
sembra molto vicino al trono di Moi e, a quanto ho capito,
bastava questo a farle arricciare il naso. O sbaglio?»
«Immagino di sì» risponde Justin altrettanto vago.
«Sicuramente, sarà così. Non c'è dubbio.»
«E questo potrebbe spiegare come mai la premiata
House of ThreeBees non ci aiuta a risolvere il mistero del
gippone e un paio di altre cosette a esso collegate. Il fatto è
che operano in campi diversi, vero? Dagli sciroppi per la
tosse ai jet, mi dicono. Giusto, Les?»
Justin sorride distante, ma non offre contributi alla
conversazione – nemmeno, sebbene sia tentato, con uno
spiritoso accenno al glorioso simbolo napoleonico preso
sfacciatamente a prestito e all'assurda coincidenza dell'isola
d'Elba. Non nomina neppure la notte in cui ha portato
Tessa a casa dall'ospedale e quei bastardi della ThreeBees
che hanno avvelenato Wanza.
«Non erano sulla lista nera di Tessa, però» continua
Rob. «Mi sorprende, a dire la verità, tenuto conto di come
ne parlano alcuni loro detrattori. 'Pugno di ferro e guanto di
ferro' ha detto recentemente della ThreeBees un
parlamentare di Westminster a proposito di qualche
scandalo subito dimenticato, se ben ricordo. Non penso che
a costui offriranno mai un safari gratis, vero, Les?» Les
risponde di no. «Kenny K. e le sue ThreeBees. Suona come
un gruppo rock. Non le risulta che Tessa avesse proclamato
una "fatwa" contro di loro, vero?»
«Che io sappia, no» dice Justin sorridendo nel sentire la
parola "fatwa".
Rob non demorde. «Nemmeno sulla base di qualche
brutta esperienza vissuta da lei e Arnold sul campo o che so
io, qualche errore, qualche pasticcio farmaceutico? Tessa si
interessava molto di sanità e roba del genere, no? E anche
Kenny K., quando non va a giocare a golf con gli scagnozzi
di Moi o prende il suo Gulfstream per andare a firmare
qualche contratto in giro per il mondo.»
«Be', certo» replica Justin con l'aria distaccata, se non
addirittura di disinteresse, di chi non sa assolutamente che
cosa dire sull'argomento.
«Se le raccontassi che in queste ultime settimane Tessa
e Arnold si erano rivolti ripetutamente a diverse sezioni
dell'onnipresente House of ThreeBees, scrivendo lettere,
telefonando e chiedendo appuntamenti senza ottenere
soddisfazione, lei direbbe comunque che non se n'era
accorto in nessuna forma o maniera? È una domanda.»
«Sì, le direi così.»
«Tessa scrive a Kenny K. in persona una serie di lettere
furibonde, che gli fa recapitare a mano o gli spedisce per
raccomandata. Telefona alla sua segretaria tre volte al
giorno e lo bombarda di e-mail. Lo aspetta davanti alla sua
casa sul lago Naivasha e all'ingresso dei suoi splendidi uffici
nuovi, ma i suoi uomini lo avvertono e lui passa dalla porta
di servizio, con grande divertimento di tutto lo staff. Lei di
tutto questo non sa nulla, Justin? Che Dio l'aiuti!»
«Con o senza l'aiuto di Dio, no, non ne so niente.»
«Però non mi sembra affatto sorpreso.»
«Ah, no? Strano, perché invece sono sbigottito. Forse
non mostro abbastanza le mie emozioni» ribatte Justin con
un misto di collera e di riservatezza che coglie i due
ispettori di sorpresa, perché entrambi alzano la testa e lo
guardano come se gli facessero il saluto militare.
Ma a Justin le loro reazioni non interessano. Le sue
menzogne vengono da una parrocchia completamente
diversa da quella di Woodrow. Mentre quest'ultimo era
indaffaratissimo a dimenticare, Justin è assalito su tutti i
fronti da ricordi recuperati a metà: frammenti di
conversazioni tra Bluhm e Tessa che in coscienza si era
sforzato di non udire, ma che adesso gli tornano in mente;
l'esasperazione di sua moglie, mascherata dietro il silenzio,
ogni volta che sentiva nominare l'onnipresente Kenny K.,
per esempio a proposito del suo imminente ingresso alla
camera dei Lord, che al Muthaiga Club veniva praticamente
dato per certo, o per le voci insistenti di una prossima
fusione tra la ThreeBees e una conglomerata
multinazionale ancora più grande. Gli torna in mente
l'implacabilità con cui Tessa boicottava tutti i prodotti
ThreeBees – la sua campagna antinapoleonica, come la
chiamava ironicamente – dai prodotti alimentari e per la
casa che proibiva di comprare al suo esercito di domestici
spiantati, pena la morte, a quelli che si trovavano nelle
stazioni di servizio e nei bar, batterie per auto e olio
lubrificante ThreeBees che gli vietava di acquistare quando
viaggiavano insieme, per arrivare alle parolacce che diceva
ogni volta che un manifesto pubblicitario della ThreeBees li
guardava torvo con l'emblema rubato a Napoleone.
«Sentiamo spesso la parola radicale, Justin» annuncia
Lesley, emergendo dalla lettura dei propri appunti per
intromettersi ancora una volta nei suoi pensieri. «Tessa era
radicale? Radicale è sinonimo di militante, a casa nostra. 'Se
non ti piace, mettici una bomba.' Questo genere di
ragionamento. Tessa non faceva così, vero? E Arnold
nemmeno. O sì?»
La risposta di Justin ha il tono annoiato di una bozza
riveduta e corretta più volte per un ministro pedante.
«Tessa riteneva che la ricerca sconsiderata del profitto
stesse distruggendo il pianeta e in particolare i paesi
emergenti. Mascherati da investimenti, i capitali occidentali
danneggiano l'ambiente e favoriscono l'ascesa delle
cleptocrazie. Il suo ragionamento era questo. Non lo
definirei radicale, di questi tempi: sono cose di cui si
discute ampiamente nei corridoi della comunità
internazionale. Persino nel mio comitato.»
Si ferma e ripensa al brutto spettacolo dell'obeso Kenny
K. che si allontana dal primo tee del Muthaiga Club in
compagnia di Tim Donohue, l'attempato capo delle spie.
«Sempre in base a questo ragionamento, gli aiuti al
Terzo Mondo sono una forma di sfruttamento sotto mentite
spoglie» riprende. «I beneficiari sono i paesi che prestano
denaro a interesse, i politici africani e i funzionari locali che
intascano laute tangenti e le aziende occidentali e i
mercanti di armi che ci si arricchiscono. Le vittime sono
l'uomo della strada, i profughi, i poveri e i poverissimi. E i
bambini senza futuro» conclude citando Tessa e ricordando
Garth.
«Lei ci crede?» domanda Lesley.
«È un po' tardi per credere in qualcosa, per me»
risponde Justin docilmente e passa un attimo prima che
aggiunga, meno docilmente: «Tessa era una bestia rara: un
avvocato che crede nella giustizia».
Ascoltate in silenzio queste parole, Lesley chiede
perentoria: «Perché stavano andando da Leakey?».
«Forse Arnold aveva qualcosa da fare lassù per la sua
ONG. Leakey non è tipo da trascurare il benessere degli
africani.»
«Forse» concorda Lesley scrivendo pensierosa in un
quaderno dalla copertina verde. «Sua moglie lo conosceva
personalmente?»
«Non credo.»
«E Arnold?»
«Non ne ho idea. Forse dovreste chiederlo a Leakey.»
«Il signor Leakey non li aveva mai sentiti nominare,
prima di accendere il televisore la settimana scorsa»
risponde Lesley in tono cupo. «Ultimamente passa la
maggior parte del suo tempo qui a Nairobi, cercando a fatica
di diventare il Mastro Lindo di Moi.»
Rob lancia un'occhiata a Lesley in cerca di approvazione,
ottenendo in risposta un cenno velato. Si sporge in avanti e
con fare aggressivo spinge il registratore verso Justin: parla
in questo coso, per favore.
«Allora che cos'è il morbo bianco, in parole povere?»
domanda sottintendendo, con tono severo, una
responsabilità personale di Justin nella sua diffusione. «Il
morbo bianco» ripete vedendo che Justin esita. «Che cos'è?
Forza.»
Di nuovo sul viso di Justin è calata una stoica
immobilità. La sua voce si richiude nel guscio
dell'ufficialità. Davanti a lui si aprono nuove vie, ma sono le
vie di Tessa, che ha intenzione di percorrere da solo.
«Morbo bianco, l'altro nome che un tempo si usava per
indicare la tubercolosi» dichiara. «Il nonno di Tessa morì di
T.B.C. e lei assistette alla sua morte. Aveva un libro che si
intitola così.» Ma non aggiunge che l'ha preso dal suo
comodino per metterlo nella borsa di vacchetta.
Ora tocca a Lesley andare cauta. «È per questo che sua
moglie nutriva un particolare interesse per la T.B.C.?»
«Particolare, non saprei. Come ha appena detto lei
stessa, il suo lavoro negli slum la portava a interessarsi di
vari problemi, uno dei quali era la tubercolosi.»
«Ma se suo nonno era morto di T.B.C., Justin...»
«Tessa disapprovava l'alone di sentimentalismo che
circonda questa malattia in letteratura» prosegue Justin in
tono severo, non lasciandola parlare. «Keats, Stevenson,
Coleridge, Thomas Mann... Diceva che quelli che trovavano
romantica la T.B.C. avrebbero dovuto provare a sedersi al
capezzale di suo nonno.»
Rob si consulta di nuovo silenziosamente con Lesley e
di nuovo ottiene un cenno di approvazione.
«Quindi la sorprenderà sapere che durante una
perquisizione non autorizzata nell'appartamento di Arnold
Bluhm abbiamo trovato una copia di una vecchia lettera
indirizzata al direttore marketing della ThreeBees, in cui lo
informava degli effetti collaterali di un nuovo farmaco
antitubercolare ad azione rapida commercializzato dalla
stessa ThreeBees?»
Justin non ha un attimo di esitazione. La piega
pericolosa che ha preso l'interrogatorio ha risvegliato le sue
doti diplomatiche. «Perché dovrei rimanere sorpreso? La
ONG di Bluhm si occupa per statuto di farmaci distribuiti
nel Terzo Mondo. I farmaci sono lo scandalo dell'Africa. Se
c'è un fenomeno sintomatico dell'indifferenza
dell'Occidente verso le sofferenze del continente africano, è
la vergognosa carenza di medicinali adatti, per non parlare
dei prezzi scandalosamente alti che le case farmaceutiche
hanno preteso negli ultimi trent'anni» dichiara ripetendo le
parole di Tessa, ma senza citare la fonte. «Scommetto che
Arnold ha scritto decine e decine di lettere di questo
genere.»
«Questa era da una parte, nascosta» dice Rob. «Insieme
con un sacco di dati tecnici a noi incomprensibili.»
«Be', speriamo che possiate chiedere ad Arnold di
decifrarveli, quando torna» ribatte Justin compito, senza
darsi la pena di nascondere il disgusto che gli ispira l'idea
che abbiano frugato tra le cose di Bluhm e gli abbiano letto
la corrispondenza a sua insaputa.
Prende di nuovo la parola Lesley. «Tessa aveva un
portatile, vero?»
«Certo.»
«Di che marca?»
«Non ricordo. Piccolo, grigio, giapponese: non saprei
dirvi altro.»
Sta mentendo, e con disinvoltura. Lo sa, e anche loro lo
sanno. Dai volti di Rob e Lesley traspare il senso di perdita,
di amicizia disillusa che si è insinuato nel rapporto. Ma non
da quello di Justin. Justin non conosce altro che il rifiuto
ostinato, nascosto con grazia diplomatica. Questa è la
battaglia per la quale si è preparato giorno e notte, pregando
di non doverla mai affrontare.
«Lo teneva nel suo studio, vero? Insieme con la sua
bacheca, le sue carte e il materiale per le sue ricerche.
«Quando non lo portava con sé, sì.»
«Lo usava per scrivere lettere, documenti?»
«Credo di sì.»
«E per la posta elettronica?»
«Spesso.»
«E stampava quello che scriveva, giusto?»
«A volte.»
«Circa sei mesi fa aveva scritto un documento lungo,
una lettera di circa diciotto pagine con allegati. Una lettera
di protesta per una sorta di scandalo nel settore sanitario o
farmaceutico, o forse in entrambi. Un caso che illustrava
qualcosa di molto grave che stava succedendo qui in Kenya.
Glielo mostrò?»
«No.»
«E lei non lo lesse, per conto suo, all'insaputa di sua
moglie?»
«No.»
«Allora non ne sa niente. È questo che sta dicendo?»
«Temo di sì.» Sorriso pieno di rammarico, per fargli
digerire quella risposta.
«È solo che ci chiedevamo se potesse avere a che fare
con il grave delitto che sua moglie pensava di avere
scoperto.»
«Capisco.»
«E se la ThreeBees potesse essere coinvolta.»
«È possibile.»
«Ma sua moglie non glielo fece vedere?» insiste Lesley.
«Come le ho già detto più volte, Lesley, no.» Per un pelo
non la chiama: 'Mia cara signora'.
«Pensa che potesse in qualche modo riguardare la
ThreeBees?»
«Ahimè, non ne ho idea.»
Invece ne ha idea, eccome: è stato in quel periodo
terribile, quando temeva di perderla e il suo giovane viso si
induriva di giorno in giorno e nei suoi occhi era comparsa
una luce fanatica; quando stava curva sul portatile nel suo
studio, sera dopo sera, circondata da pile di fogli evidenziati
e sottolineati come pratiche legali; il periodo in cui
mangiava senza accorgersi di che cosa aveva nel piatto e poi
tornava di corsa al suo lavoro senza nemmeno salutarlo,
quando alla porta di servizio si presentavano in silenzio
africani timidi che venivano a trovarla dalla campagna, si
sedevano con lei sulla veranda e mangiavano ciò che serviva
loro Mustafà.
«Sua moglie non parlò mai di quel documento con lei?»
fa Lesley incredula.
«Mai, temo.»
«E neanche in sua presenza, magari con Arnold o
Ghita?»
«Negli ultimi mesi, Tessa e Arnold avevano preso le
distanze da Ghita, per proteggerla. E di me avevo addirittura
la sensazione che non si fidassero. Pensavano che, se mi
fossi trovato di fronte a un conflitto di interessi, avrei dato
la precedenza alla Corona.»
«Ed è vero?»
Mai e poi mai, pensa Justin, ma la sua risposta contiene
l'ambiguità che si aspettano da lui. «Non essendo a
conoscenza del documento in questione, temo di non poter
rispondere a questa domanda.»
«Ma il documento sarà sul computer, no? Le famose
diciotto pagine, anche se non gliele mostrò, le avrà
stampate dal portatile, no?»
«Può darsi. O da quello di Bluhm. O di qualche amico.»
«Allora dov'è questo portatile, adesso?»
Impassibile.
Persino Woodrow avrebbe avuto da imparare da lui.
Non un cenno, non un tremito nella voce, non una
pausa eccessiva per prendere fiato.
«Ho cercato invano il portatile nell'inventario degli
effetti personali di mia moglie presentatomi dalla polizia
keniota e, come varie altre cose, purtroppo non vi
compare.»
«A Loki nessuno l'ha vista con un computer portatile»
lo informa Lesley.
«Immagino che non le abbiano controllato i bagagli.»
«All'Oasi nessuno l'ha vista con un portatile. Lo aveva
con sé quando lei l'accompagnò all'aeroporto?»
«Aveva lo zaino che usava sempre per le spedizioni sul
campo. Che è scomparso. Aveva anche una sacca, in cui
poteva aver messo il portatile. A volte lo faceva, perché il
Kenya non è il posto migliore per farsi vedere in pubblico
con costosi dispositivi elettronici, soprattutto per una
donna sola.»
«Ma non era sola, no?» Gli ricorda Rob. Segue un lungo
silenzio, tanto lungo che si crea la suspense di vedere chi lo
romperà per primo.
«Justin» dice Lesley alla fine. «Quando è andato a casa
sua con Woodrow martedì scorso, che cosa ha preso?»
Justin finge di compilare mentalmente un elenco. «Oh...
carte di famiglia... corrispondenza privata relativa al trust
della famiglia di Tessa... qualche camicia, dei calzini... un
vestito scuro per il funerale... qualche ricordino di valore
sentimentale... un paio di cravatte.»
«Nient'altro?»
«Così su due piedi non mi viene in mente altro, no.»
«E non così su due piedi?» insiste Rob.
Justin fa un sorriso fiacco e tace.
«Abbiamo parlato con Mustafà» riprende Lesley. «Gli
abbiamo chiesto: 'Mustafà, dov'è il computer portatile della
signora Tessa?'. Ha lanciato segnali contraddittori. Prima
diceva che la signora l'aveva portato con sé, poi che l'aveva
lasciato lì. Dopo ancora che l'avevano rubato i giornalisti.
L'unico che non ha mai nominato è stato lei, Justin. Dal che
abbiamo dedotto che stesse cercando maldestramente di
coprirla.»
«Temo che sia inevitabile, se si fanno intimidazioni al
personale di servizio.»
«Non abbiamo fatto nessuna intimidazione» replica
Lesley, perdendo alla fine la pazienza. «Anzi, siamo stati
gentilissimi. Gli abbiamo chiesto come mai la bacheca di
sua moglie era piena di buchi e di spilli, ma non c'era
nessun appunto. Li aveva tolti lui, ha detto. Aveva messo in
ordine da solo, senza l'aiuto di nessuno. Non sa leggere
l'inglese, non ha il permesso di toccare le cose della signora
né altro in quella stanza, ma ha messo in ordine la bacheca.
Che cosa ha fatto dei foglietti? Gli abbiamo chiesto. Li ha
bruciati, dice. Chi gli ha detto di bruciarli? Nessuno. Chi gli
ha detto di toglierli dalla bacheca? Nessuno. E soprattutto
non il signor Justin. Secondo noi cercava di coprirla, e non
molto bene. Secondo noi i foglietti li ha presi lei, Justin, e
non Mustafà. Secondo noi la sta coprendo anche sulla storia
del portatile.»
Justin è di nuovo in quello stato di disinvoltura
artificiale che è la maledizione e la benedizione del suo
mestiere. «Temo che stia dimenticando la differenza tra le
nostre due culture, Lesley. C'è una spiegazione più
plausibile, ed è che mia moglie si sia portata il computer a
Turkana.»
«Insieme con i foglietti appesi in bacheca? Non credo,
Justin. Lei non ha preso per caso qualche dischetto,
passando da casa martedì scorso?»
E qui per un attimo, ma solo per un attimo, Justin
abbassa la guardia. Perché, mentre da una parte è occupato
a smentirli blandamente, dall'altra è ansioso quanto loro di
trovare risposte.
«No, ma confesso che li ho cercati. Gran parte della
corrispondenza legale di mia moglie era su disco. Aveva
l'abitudine di comunicare via e-mail con il suo avvocato su
una serie di cose.»
«E non li ha trovati.»
«Erano sempre sulla scrivania» protesta Justin, reso
loquace dal desiderio di condividere quel problema. «In una
bella scatola di lacca che le aveva regalato l'avvocato stesso
lo scorso Natale: non erano solo cugini, ma vecchi amici. È
una scatola con degli ideogrammi. Tessa se li era fatti
tradurre da una donna cinese che lavorava in
un'associazione umanitaria e aveva scoperto con grande
gioia che si trattava di un'invettiva contro gli odiosi
occidentali. Immagino che abbia preso la stessa strada del
computer. Forse si era portata a Loki anche i dischetti.»
«Perché mai?» chiede Lesley scettica.
«Non mi intendo di computer. Dovrei usarlo anch'io, ma
non so da che parte cominciare. Nell'inventario della polizia
i dischetti non erano nemmeno nominati» aggiunge in
attesa di un aiuto da parte loro.
Rob riflette un momento e poi dichiara: «Qualsiasi cosa
ci fosse in quei dischetti, dovrebbe essere anche sul
computer. A meno che sua moglie non l'avesse copiato su
un dischetto e poi cancellato dal disco fisso. Ma che senso
avrebbe?».
«Tessa era molto prudente, come vi ho già detto.»
Altro silenzio gravido di interrogativi, condiviso da
Justin.
«Allora dove sono adesso le carte di sua moglie?» chiede
Rob bruscamente.
«In viaggio per Londra.»
«Con valigia diplomatica?»
«Con modalità di mia scelta. Il ministero degli Esteri si
sta rivelando di grande aiuto.»
Forse è l'eco delle risposte evasive di Woodrow a far
schizzare Lesley sull'orlo della sedia in un moto di autentica
esasperazione.
«Justin.»
«Sì, Lesley.»
«Tessa faceva delle ricerche, giusto? Lasci perdere i
dischetti. Lasci perdere il computer. Dove sono le sue carte?
Tutte le sue carte? Dove si trovano materialmente, in
questo preciso momento? E dove sono gli appunti che
teneva in quella bacheca?»
Riprendendo a recitare, Justin le elargisce uno sguardo
tollerante, come a dire che malgrado lei si stia mostrando
irragionevole, farà del proprio meglio per accontentarla.
«Tra i miei effetti personali, senza dubbio. Se mi chiede
esattamente in quale valigia, potrei trovarmi in imbarazzo.»
Lesley aspetta che il respiro le torni regolare.
«Vorremmo che ci aprisse tutti i suoi bagagli, Justin.
Vorremmo che ci portasse al piano di sotto, ora, e ci
mostrasse tutto ciò che ha preso in casa sua martedì
mattina.»
Si alza. Rob anche, e va a piazzarsi accanto alla porta,
pronto. Solo Justin rimane seduto. «Temo che non sia
possibile» dice.
«Perché no?» domanda Lesley seccamente.
«Per lo stesso motivo per cui l'ho preso. Si tratta di
documenti personali e privati che non ho intenzione di
sottoporre né a voi né a nessun altro finché non avrò avuto
modo di leggerli io stesso.»
Lesley arrossisce. «Se fossimo in Inghilterra, Justin, a
quest'ora le avrei già sbattuto sul naso un bel mandato.»
«Ma, ahimè, non siamo in Inghilterra. Che io sappia,
non avete nessun mandato e nessun permesso delle
autorità locali.»
Lesley lo ignora. «Se fossimo in Inghilterra, mi farei
dare un mandato per perquisire questa casa da cima a
fondo. E sequestrerei tutti i ricordini, i fogli e i dischetti che
lei ha prelevato dallo studio di sua moglie. E il portatile. E li
esaminerei con la lente di ingrandimento.»
«Mi avete già perquisito la casa, no?» protesta Justin,
tranquillo sulla sua sedia. «Non credo che Woodrow la
prenderebbe bene, se perquisiste anche la sua, vi pare? E
certamente io non posso autorizzarvi a fare a me quello che
avete fatto ad Arnold a sua insaputa.»
Lesley è imbronciata e rossa in viso come la vittima di
una grave ingiustizia. Rob, pallidissimo, osserva i propri
pugni stretti con la voglia di usarli.
«Ne riparleremo domani, allora» dice in tono
minaccioso Lesley, uscendo.
Ma non ci sarà un domani, nonostante tutte le sue
parole di fuoco. Justin trascorre tutta la notte e gran parte
della mattina successiva seduto sull'orlo del letto ad
aspettare che Rob e Lesley tornino come hanno minacciato
di fare, con tanto di mandati, autorizzazioni e carte bollate,
in compagnia di un manipolo di Blue Boys a cui far fare il
lavoro sporco. Passa inutilmente in rassegna alternative e
nascondigli, come fa da giorni. Come un prigioniero di
guerra, contempla pavimenti, pareti e soffitti: dove? Fa
progetti per coinvolgere Gloria e poi li abbandona. Ne fa
altri che vedono la partecipazione di Mustafà e del tuttofare
di Gloria. Altri ancora che riguardano Ghita. Ma l'unica
notizia che gli giunge dei suoi inquisitori è una telefonata di
Mildren, il quale gli comunica che la presenza dei poliziotti
è richiesta altrove e che no, di Arnold si continua a non
sapere niente. Anche durante il funerale la presenza dei
poliziotti è richiesta altrove, o almeno così pare a Justin,
quando di tanto in tanto scruta i presenti alla mesta
cerimonia contando gli amici assenti.

L'aereo era entrato nella terra dell'eterna aurora. Oltre


l'oblò le onde di un mare gelato si inseguivano all'infinito
verso un orizzonte incolore. Intorno a lui i passeggeri,
avvolti in lenzuola bianche, dormivano in posizioni
innaturali, come tanti cadaveri. Una donna aveva un braccio
alzato come se le avessero sparato mentre salutava
qualcuno. Un uomo aveva la bocca aperta in un grido
silenzioso e la mano da morto posata sul cuore. Seduto
dritto, solo, Justin tornò a guardare fuori. Il suo viso vi
galleggiava riflesso accanto a quello di Tessa, maschere di
persone conosciute in passato.
9.

«È spaventoso, cazzo!» esclamò un uomo dalla testa


quasi pelata, con un pesante cappotto marrone, strappando
a Justin il carrello dei bagagli e soffocandolo con un
caloroso abbraccio. «È uno schifo. Un'ingiustizia. Una cosa
spaventosa, cazzo. Prima Garth e adesso Tess.»
«Grazie, Ham» disse Justin rispondendo all'abbraccio
come meglio poteva, considerato che aveva le braccia
inchiodate lungo i fianchi. «E grazie di essere venuto a
quest'ora incivile. No, quella la porto io, grazie. Tu prendi la
valigia.»
«Sarei venuto al funerale, se solo me l'avessi permesso!
Cristo, Justin!»
«Mi sembrava meglio che tu fossi qui a difendere il
'forte'» replicò Justin cortesemente.
«Quel vestito ti tiene abbastanza caldo? Fa un freddo
tremendo, eh, per uno abituato al sole dell'Africa?»
Arthur Luigi Hammond era rimasto l'unico socio dello
studio legale associato Hammond Manzini, con sede a
Londra e Torino. Suo padre e il padre di Tessa avevano
studiato giurisprudenza a Oxford e poi a Milano e fatto
pratica dagli stessi avvocati. Durante la stessa cerimonia, in
una chiesa altissima di Torino, avevano sposato due
aristocratiche sorelle italiane, entrambe di grande bellezza.
Quando una aveva dato alla luce Tessa, all'altra era nato
Ham. Da piccoli, i due cugini avevano trascorso insieme le
vacanze estive all'Elba e quelle invernali a sciare a Cortina
e, come fratello e sorella "de facto", si erano laureati
insieme, Ham per meriti sportivi e con una sufficienza
conquistata a fatica, Tessa con lode. Dopo la morte dei
genitori di lei, Ham si era assunto il ruolo di zio saggio e
aveva amministrato diligentemente il patrimonio di
famiglia, facendo per conto della cugina investimenti di una
prudenza rovinosa, cercando di contenerne l'istintiva
generosità e dimenticando di presentarle le proprie parcelle.
Era alto, con il colorito roseo e la pelle liscia, gli occhi
scintillanti e la faccia espressiva che rispecchiava ogni più
piccola sfumatura del suo umore. Quando Ham gioca a
ramino, soleva dire Tessa, sai che carte ha in mano prima
ancora di lui: basta guardare quant'è grande il sorriso che fa
mentre le pesca.
«Perché non la metti dietro?» chiese a Justin con il suo
vocione, facendolo salire sulla sua piccola auto. «D'accordo,
d'accordo, posala qui, sotto il sedile. Che cosa c'è dentro?
Eroina?»
«Cocaina» ribatté Justin scrutando con discrezione le
file di macchine coperte di brina. Al controllo passaporti
due impiegate lo avevano fatto passare con un cenno di
palese indifferenza. In attesa dei bagagli, due uomini
dall'aria ottusa in giacca, cravatta e cartellino di
identificazione avevano guardato tutti tranne Justin. Tre
macchine più in là, un uomo e una donna seduti su una
Ford beige consultavano una mappa a testa china. In un
paese civile non si può mai essere sicuri, signori, ripeteva
stancamente l'istruttore al corso sulla sicurezza. La cosa più
prudente è pensare che ti seguano sempre.
«Ci siamo?» chiese timidamente Ham allacciandosi la
cintura.
L'Inghilterra era bellissima. I raggi del sole ancora basso
tingevano d'oro i campi arati del Sussex nel gelo. Ham
guidava come sempre, a cento chilometri all'ora dove il
limite era centodieci, dieci metri dietro al tubo di
scappamento del primo camion che gli capitava davanti.
«Tanti saluti da Meg» annunciò burbero. Meg era sua
moglie, in stato di avanzata gravidanza. «Ha pianto a dirotto
per una settimana. Io anche. Piango anche adesso, se non
sto attento.»
«Mi dispiace» disse semplicemente Justin accettando
senza rancore il fatto che Ham fosse uno di quelli che, nel
lutto, si fanno consolare da chi ha subito la perdita
maggiore.
«Spero solo che prima o poi lo becchino, quel bastardo»
esclamò Ham qualche minuto dopo. «Che lo impicchino e
che buttino nel Tamigi anche quegli stronzi di Fleet Street,
già che ci sono. Meg è da sua madre» aggiunse poi. «Ormai
dovrebbe nascere a momenti.»
Proseguirono per un tratto in silenzio. Ham fissava
torvo il camion puzzolente davanti a lui e Justin osservava
perplesso il paese straniero che aveva rappresentato per
metà della sua vita. La Ford beige li aveva superati e al suo
posto adesso c'era un corpulento motociclista con una tuta
di pelle nera. In un paese civile non si può mai essere sicuri.
«A proposito, sei ricco» gli annunciò improvvisamente
Ham quando l'aperta campagna cedette il passo alla
periferia. «Non che prima fossi povero, ma adesso sei ricco
sfondato. Ti toccano i soldi di sua madre, di suo padre, il
trust, tutta la baracca. E sei l'amministratore dei fondi
destinati alla beneficenza. Diceva che avresti saputo come
gestirli.»
«Quando te l'ha detto?»
«Il mese prima di perdere il bambino. Voleva essere
sicura che fosse tutto in regola in caso ci avesse lasciato la
pelle. Be', che cosa diavolo potevo farci io, in nome del
cielo?» concluse scambiando il silenzio di Justin per un
rimprovero. «Era mia cliente, Justin. Ero il suo avvocato.
Dovevo convincerla che non era il caso? Telefonarti?»
Con un occhio sullo specchietto laterale, Justin borbottò
qualcosa di conciliante.
«Oltre che a te, l'esecuzione delle disposizioni
testamentarie è affidata a Bluhm» aggiunse Ham con una
parentesi piena di collera. «Che è anche responsabile della
sua esecuzione su quella maledetta jeep in mezzo al
deserto, cazzo.»
La sede consacrata dello studio Hammond Manzini
occupava gli ultimi due piani di un palazzo pieno di tarli in
Ely Place, una strada privata chiusa da un cancello. Alle
pareti rivestite di pannelli di legno erano appesi vecchi
ritratti di illustri defunti. Nel giro di due ore sarebbero
arrivati gli impiegati bilingui, che avrebbero cominciato a
mormorare nella cornetta di antiquati telefoni mentre
signorine in twin-set si sarebbero destreggiate con la
tecnologia moderna. Alle sette del mattino, però, Ely Place
era ancora deserta, a parte una decina di macchine
parcheggiate lungo il marciapiede e una luce gialla accesa
nella cripta della cappella di Saint Ethelreda. Ansando sotto
il peso dei bagagli, i due uomini salirono i quattro piani di
scale che portavano allo studio di Ham e imboccarono la
quinta rampa, per arrivare nel suo monastico appartamento
privato nella mansarda. Nella minuscola cucina-soggiorno-
sala da pranzo c'era una foto di un Ham molto più giovane
che segnava una meta tra il giubilo di una folla di studenti.
Nell'altrettanto minuscola camera da letto in cui Justin
andò a cambiarsi Ham e Meg, novelli sposi, tagliavano una
torta a tre piani in mezzo a una fanfara di musicisti italiani
in tight. E nel bagno minuscolo in cui fece la doccia c'era un
primitivo quadretto a olio raffigurante la casa di famiglia
nella gelida Northumbria, cui Ham doveva la propria
cronica scarsezza di liquidi.
«È volato via il tetto dell'ala nord, cazzo» gli stava
gridando tutto fiero dalla cucina mentre rompeva uova e
sbatteva padelle. «Comignoli, tegole, banderuola
segnavento, orologio... tutto da buttare. Meg era uscita a
cavallo con Rosanne, grazie a Dio. Se fosse stata nell'orto, le
sarebbe arrivata la torretta dell'orologio sulla testa.»
Justin aprì il rubinetto dell'acqua calda e si bruciò una
mano. «Chissà che paura!» commentò comprensivo
aggiungendo acqua fredda.
«Per Natale mi ha mandato un libretto straordinario»
gridò Ham con il bacon che friggeva in sottofondo. «Non
Meg, Tess. Te l'ha per caso mostrato? Il libretto che mi ha
mandato? A Natale?»
«No, Ham, non mi sembra...» Si lavò i capelli con la
saponetta, in mancanza di shampoo.
«È di un mistico indiano. Rhami Qualcosa. Mai sentito?
Tra un momento ti dico anche il resto.»
«Non mi pare.»
«Un sacco di discorsi sul fatto che ci dovremmo amare
senza attaccarci a nulla. Un'impresa non facile, direi.»
Con il sapone negli occhi, Justin emise un grugnito
comprensivo.
«"Libertà, amore e azione", si intitola. Che cosa diavolo
pensava che me ne facessi di libertà, amore e azione? Sono
sposato, cazzo. Sto per diventare padre. E poi sono cattolico.
Anche Tess lo era, prima di cambiare bandiera. Quella
sciagurata.»
«Immagino che volesse ringraziarti per tutto il da fare
che ti sei dato per lei» suggerì Justin cogliendo l'attimo, ma
stando attento a mantenere il tono indifferente della
conversazione.
Dall'altra parte del muro ci fu una momentanea
disconnessione, seguita da altri sfrigolii, da una serie di
imprecazioni degne di un eretico e da un forte odore di
bruciato.
«Quale da fare?» gridò poi Ham insospettito. «Credevo
che tu non ne dovessi sapere niente. Doveva essere un
segreto assoluto, secondo Tess. 'Da tenere rigorosamente
fuori della portata di qualsiasi Justin.' Attenzione: nuoce
gravemente alla salute. Lo scriveva nell'oggetto di tutte le e-
mail.»
Justin aveva trovato un asciugamano ma, sfregandoseli,
gli occhi gli bruciavano ancora di più. «Non sapevo niente
di preciso, Ham. Avevo soltanto subodorato qualcosa»
spiegò dal bagno con la stessa disinvoltura. «Che cosa ti
aveva chiesto di fare? Far saltare in aria il Parlamento?
Avvelenare gli acquedotti?» Nessuna risposta. Ham era
impegnato ai fornelli. Justin cercò a tentoni una camicia
pulita. «Be', non dirmi che ti faceva distribuire volantini
sovversivi sul debito del Terzo Mondo» continuò.
«Visure, maledizione» si sentì rispondere tra un grande
acciottolio di pentole e padelle. «Vuoi due uova o uno solo?
Sono delle nostre galline.»
«Basta uno, grazie. Che visure?»
«Non le interessava altro. Appena le sembrava che me
ne stessi un attimo in panciolle, zac, mi spediva un
messaggio chiedendomi di farle una visura.» Uno schianto
di pentole distrasse Ham dal corso dei suoi pensieri. «Mi ha
fregato persino a tennis, lo sai? A Torino. Sì. Una volta, da
ragazzini, quella sfacciata e io finimmo insieme in un
torneo a eliminazione diretta. Barò per tutta la partita. A
ogni palla sulla riga gridava 'out'. Poteva essere anche un
metro dentro, non le importava. Out. 'Sono italiana' diceva,
'me lo posso permettere.' 'Italiana un cavolo' dicevo io. 'Sei
inglese dalla testa ai piedi, come me.' Dio solo sa che cosa
avrei fatto se avessimo vinto. Avrei restituito la coppa,
immagino. Sì, figuriamoci. Mi avrebbe tagliato la gola. Oh,
Cristo. Scusa.»
Justin si presentò in soggiorno e si sedette davanti a un
ammasso di bacon, uovo, salsiccia, pane fritto e pomodori.
Ham era in piedi con una mano sulla bocca, desolato per
l'infelice metafora che si era lasciato scappare.
«Che tipo di visure, Ham? Non fare quella faccia. Mi fai
passare la voglia di far colazione.»
«Proprietà» disse Ham con la bocca ancora nascosta
dietro la mano, sedendosi di fronte a Justin al tavolino.
«Era la proprietà che le interessava. Voleva sapere chi erano
i titolari di due azienducole sull'isola di Man. Qualcun altro
la chiamava Tess, che tu sappia?» chiese poi, ancora
mortificato. «A parte me?»
«Che io sappia no. E nemmeno che sapesse lei. Era una
tua esclusiva.»
«Le volevo un bene dell'anima, sai.»
«E lei a te, Ham. Che azienducole?»
«Proprietà intellettuale. Brevetti. Guarda che tra noi
non c'è mai stato niente. Eravamo troppo vicini.»
«E caso mai ti fosse venuto il dubbio, nemmeno con
Bluhm.»
«È ufficiale?»
«E non è stato lui ad ammazzarla. Come non siamo stati
né tu né io.»
«Sicuro?»
«Sicuro.»
Ham si rasserenò. «Meg non era convinta. Non
conosceva Tess bene quanto me, capisci. Il nostro era un
rapporto speciale. Irripetibile. 'Tess ha degli amici' le dicevo.
'Dei compagni. Ma il sesso non c'entra.' Le racconterò
quello che mi hai detto, se non ti dispiace. Le farà piacere,
dopo tutte le stronzate che hanno scritto i giornali. A me
non hanno fatto né caldo né freddo.»
«E come si chiamavano queste aziende? Dove erano
registrate? Te lo ricordi?»
«Certo che me lo ricordo. Non potrei non ricordarmelo,
maledizione, con Tess che mi tempestava di messaggi un
giorno sì e uno no.»
Ham versava il tè tenendo la teiera con una mano e il
coperchio con l'altra perché non cadesse, borbottando. Al
termine dell'operazione si appoggiò all'indietro, con la
teiera ancora in mano, e abbassò la testa come se si
preparasse a una carica.
«Okay» esclamò in tono aggressivo. «Dimmi quali sono
le canaglie più infide, doppie, bugiarde e ipocrite che ho mai
avuto la disgrazia di incontrare.»
«La difesa» suggerì Justin senza sincerità.
«Sbagliato. Le case farmaceutiche. Sono di gran lunga
peggio della difesa. Ci sono arrivato. Lo sapevo. Lorpharma
e Pharmabeer.»
«Come?»
«L'ho letto su una rivista medica. La Lorpharma ha
scoperto la molecola e la Pharmabeer ha il brevetto del
processo. Lo sapevo che ci sarei arrivato. Dove li trovano
certi nomi, Dio solo lo sa.»
«Quale processo?»
«Il processo di produzione della molecola, coglione, che
cosa pensavi?»
«Quale molecola?»
«Dio solo lo sa. È un po' come il diritto, ma peggio:
paroloni mai sentiti e che spero di non sentire mai più. Per
confondere l'uomo della strada. Per tenerlo al suo posto.»
Dopo colazione andarono insieme al piano di sotto e
misero la borsa di vacchetta nella camera blindata accanto
allo studio di Ham. Con la bocca discretamente chiusa e gli
occhi rivolti al cielo, Ham fece la combinazione, aprì la
porta d'acciaio e lasciò entrare Justin da solo. Poi rimase
sulla soglia a guardare mentre questi posava la borsa di
vacchetta per terra, accanto a una pila di vetuste scatole di
pelle con l'indirizzo dello studio di Torino stampato in
rilievo sul coperchio.
«Quello è stato solo l'inizio, bada bene» lo avvertì Ham
in tono cupo, fingendosi indignato. «Un giro di campo per
scaldarsi prima della partita. Poi mi ha chiesto i nomi degli
amministratori di tutte le aziende di proprietà della Karel
Vita Hudson di Vancouver, Seattle, Basilea e di città che
non avevo mai sentito nominare, da Oshkosh a East Pinner.
'Che cosa c'è di vero nelle voci insistenti di un imminente
crollo della premiata ditta Balle, Birmingham & Bruscolini
Limited o come diavolo si chiama, altrimenti nota come
ThreeBees, il cui presidente a vita e padrone assoluto
risulta essere un tal cavaliere Kenneth K. Curtiss?' Voleva
sapere altro? mi chiederai. Sissignore. Le dissi di cercarselo
su Internet, ma lei rispose che quasi tutte le informazioni
che le servivano erano vietate ai minori e inaccessibili al
primo venuto con la voglia di ficcare il naso negli affari
altrui. 'Tess, tesoro' le dissi 'mi ci vorranno settimane,
perdio. Forse addirittura mesi.' Pensi che gliene fregasse
qualcosa? Assolutamente no. Tess era così, Cristo. E io mi
sarei buttato da una mongolfiera senza paracadute, se me lo
avesse chiesto.»
«E il risultato delle tue indagini?»
Ham era già raggiante di orgoglio innocente. «La K.V.H.
di Vancouver e Basilea ha il cinquantuno per cento delle
dittarelle di biotecnologie dell'isola di Man, la Lor-come-
sichiama e la Pharma-vattelapesca. La ThreeBees di Nairobi
ha l'esclusiva sull'importazione e la distribuzione della
molecola in questione e prodotti derivati per tutto il
continente africano.»
«Ham, sei incredibile!»
«Lorpharma e Pharmabeer sono di proprietà dei Tre
Filibustieri. O almeno lo sono state, finché non hanno
ceduto il cinquantun per cento. Sono un maschio e due
femmine. Lui si chiama Lorbeer. Combina Lor, Beer e
Pharma e avrai Lorpharma e Pharmabeer. Le due streghe
sono medici, con recapito presso uno gnomo svizzero che
abita in una casella postale nel Liechtenstein.»
«E si chiamano?»
«Una si chiama Lara... Aspetta, da qualche parte me lo
sono scritto... Lara Emrich. Okay.»
«E l'altra?»
«Non me lo ricordo. Ah, sì. Kovacs. Niente nome di
battesimo. È di Lara che mi sono innamorato. La mia
canzone preferita. Un tempo. Piaceva anche a Tessa a
quell'epoca. Cazzo.» Piccola pausa, durante la quale Ham si
soffiò il naso e Justin aspettò.
«Che cosa hai fatto di queste preziose informazioni, una
volta che te le sei procurate, Ham?» si informò
affettuosamente Justin.
«L'ho chiamata a Nairobi e gliele ho lette per telefono.
Era felice come una Pasqua. Mi ha detto che ero un eroe.»
Ham si interruppe, allarmato dall'espressione di Justin.
«Non al tuo telefono, idiota. A quello di un suo amico nel
Nord. 'Vai in una cabina telefonica, Ham, e richiamami
subito a questo numero. Hai da scrivere?' Prepotente come
al solito. Ma con i telefoni era fin troppo prudente, cazzo.
Un po' paranoica, secondo me. È pur vero che certi
paranoici hanno davvero dei nemici, no?»
«Tessa ne aveva» confermò Justin e Ham gli lanciò
un'occhiata strana che diventò ancora più strana a mano a
mano che lo fissava.
«Non penserai che sia successo per questo, vero?»
chiese poi sottovoce.
«Questo cosa?»
«Che Tess abbia pestato i calli alle case farmaceutiche.»
«È possibile.»
«Ma, voglio dire, Cristo, amico mio, non penserai che
per tapparle la bocca... Cioè, capisco che non sono dei boy-
scout, ma...»
«Sono certo che sono tutti grandi benefattori
dell'umanità, Ham, dal primo all'ultimo miliardario.»
Seguì un lungo silenzio, interrotto da Ham.
«Mamma mia. Oh, Cristo. Be'. Altro che andarci
piano...»
«Esatto.»
«L'ho messa nella merda con quella telefonata.»
«No, Ham. Ti sei fatto in quattro per lei e lei ti voleva
bene.»
«Oh, Cristo! C'è qualcosa che posso fare adesso?»
«Sì. Procurami una scatola. Una bella scatola robusta di
cartone. Ce l'hai?»
Contento di avere una scusa per allontanarsi, Ham partì
alla carica e, dopo molte imprecazioni, tornò con una
cassetta di plastica. Justin si chinò, aprì i lucchetti della
borsa di vacchetta, slacciò i cinghini e, dando la schiena a
Ham perché non vedesse, ne trasferì il contenuto nella
cassetta.
«Adesso, se non ti dispiace, mi servirebbero un po' delle
pratiche più insulse dello studio Manzini. Roba vecchia, che
tieni ma che non ti serve più. Quanto basta per riempire la
borsa di vacchetta.»
Così Ham andò a cercargli anche un po' di fascicoli
vecchi e consunti e lo aiutò a riempire la borsa. Poi lo
guardò mentre la chiudeva a chiave e, dopo ancora, dalla
finestra, mentre camminava lungo la strada con la borsa in
mano in cerca di un taxi. E quando scomparve alla vista,
esclamò: «Madre santa!» invocando di cuore la Madonna.

«Buongiorno, signor Quayle. Posso avere la sua borsa?


Devo passarla ai raggi X, se non le dispiace. È il nuovo
regolamento. Ai nostri tempi non era così, eh? E neanche a
quelli di suo padre. Grazie. Ecco la ricevuta, senza trucco e
senza inganno, come si suol dire.» Poi, a voce più bassa:
«Mi dispiace molto, signor Quayle. Siamo desolati».
«Buongiorno! Bentornato tra noi!» E, a voce più bassa:
«Le più sentite condoglianze, signor Quayle. Anche da parte
di mia moglie».
«Partecipiamo al suo dolore, signor Quayle.» Una voce
diversa, questa volta, alito di birra nell'orecchio. «La
signorina Landsbury dice di andare direttamente su da lei,
per favore. Bentornato a casa.»
Ma il ministero degli Esteri non era più casa sua:
l'ingresso assurdo, costruito per incutere terrore ai principi
delle Indie, ormai non trasmetteva altro che vanitosa
impotenza. I ritratti di sdegnosi bucanieri imparruccati non
lo salutavano più con un sorriso familiare.
«Piacere di conoscerti, Justin. Sono Alison. Mi rincresce
doverti incontrare per la prima volta in queste tragiche
circostanze. Come stai?» Alison Landsbury si presentò con
compassato ritegno sulla porta alta tre metri e mezzo del
suo ufficio, trattenendogli la mano un istante prima di
lasciarla ricadere. «Siamo tutti così dispiaciuti, Justin.
Inorriditi. Sei stato molto coraggioso a tornare così presto.
Davvero te la senti di parlare? Non capisco come fai.»
«Mi chiedevo se avete notizie di Arnold.»
«Arnold? Ah, il misterioso dottor Bluhm. Nessuna
nuova, purtroppo. Ormai temiamo il peggio» rispose lei,
senza rivelare che cosa potesse essere il peggio. «Ma non è
cittadino britannico, vero?» disse con un certo sollievo.
«Che dei belgi si occupino i belgi.»
La stanza occupava due piani in altezza, aveva fregi
dorati, radiatori neri del tempo di guerra e un balcone che si
affacciava su giardini molto privati. C'erano due poltrone e
Alison Landsbury teneva un cardigan sullo schienale della
propria affinché nessuno ci si sedesse per sbaglio. C'erano
un thermos con il caffè per non dover interrompere il
colloquio e l'atmosfera misteriosamente densa di quando è
appena uscito qualcuno da una stanza. Alison Landsbury
era stata quattro anni a Bruxelles come rappresentante
diplomatica, tre alla Difesa a Washington, ricordò fra sé
Justin. Altri tre a Londra presso il Joint Intelligence
Committee. Nominata capo del Personale sei mesi prima.
Uniche nostre comunicazioni documentate: una lettera in
cui suggeriva che invitassi mia moglie a darsi una regolata e
che io ho ignorato. Un fax in cui mi ordinava di non recarmi
a casa mia, arrivato troppo tardi. Justin si chiese com'era la
casa di Alison e le assegnò un appartamento in un grande
edificio di mattoni rossi dietro Harrod's, comodo per andare
al club del bridge durante il week-end. Era magra, aveva
cinquantasei anni ed era vestita a lutto per Tessa. Portava
un anello maschile con un sigillo al medio della sinistra.
Justin immaginò che fosse del padre. In una foto appesa
alla parete la si vedeva al Moor Park Golf Club. In un'altra,
a giudizio di Justin poco opportuna, stringeva la mano a
Helmut Kohl. Quanto prima avrai il tuo college femminile e
diventerai Dame Alison, pensò.
«Sono stata tutta la mattina a pensare alle cose che non
ti avrei detto» esordì Alison proiettando la voce verso il
fondo della sala per i ritardatari. «E a tutte le cose che è
prematuro definire. Non ti chiederò come vedi il tuo futuro,
né ti dirò come lo vediamo noi. Siamo tutti troppo
sconvolti» concluse con didascalica soddisfazione. «A
proposito, io sono una torta paradiso. Non aspettarti di
trovare strati diversi: sono fatta tutta della stessa pasta.»
Aveva davanti a sé, sul tavolo, un computer portatile che
sarebbe potuto essere quello di Tessa, e parlando toccò lo
schermo con un bastoncino grigio dalla punta ricurva come
un uncinetto. «Ho alcune comunicazioni da farti, Justin, e
comincerò da quelle.» Toccatina allo schermo. «Dunque. La
prima è il congedo per malattia a tempo indeterminato.
Indeterminato perché, ovviamente, dipende dai certificati
medici. Per malattia perché hai subito un trauma, che tu te
ne renda conto o no.» Allora era così. Altra toccatina allo
schermo. «Abbiamo un servizio di sostegno psicologico
molto valido, data l'esperienza che stiamo accumulando.»
Mesto sorriso e altra toccatina allo schermo. «Se ne occupa
la dottoressa Shand. Emily, qui fuori, ti darà le coordinate.
Provvisoriamente ti abbiamo preso un appuntamento per
domani alle undici, ma se non puoi, cambiamo. In Harley
Street, naturalmente. Ti va bene una donna?»
«Benissimo» rispose Justin affabile.
«Dove stai?»
«A casa nostra. Casa mia. A Chelsea. Penso di stare lì.»
Lei aggrottò la fronte. «Ma non è la casa di famiglia?»
«Della famiglia di Tessa.»
«Ah. Ma tuo padre non aveva una casa in Lord North
Street? Molto bella, se ben ricordo.»
«La vendette prima di morire.
«Allora resterai a Chelsea?»
«Per il momento.»
«Vuoi dare a Emily le coordinate, per favore?»
Tornò allo schermo: per leggere qualcosa o per
nascondercisi dietro?
«La dottoressa Shand non fa consulenze una tantum,
ma cicli di sedute. Individuali o di gruppo. Ed è favorevole
alle interazioni tra pazienti con problemi simili. Ove
compatibile con le questioni di sicurezza, ovviamente.»
Toccatina allo schermo. «Se desideri un prete, al posto della
psicologa o in aggiunta, possiamo contare su rappresentanti
convenzionati di tutte le confessioni, quindi non hai che da
chiedere. Tentar non nuoce, purché ci siano i requisiti di
sicurezza. Se la dottoressa Shand non ti va bene, torna e ti
troveremo qualcun altro.»
Magari un agopuntore, pensò Justin. Ma con un'altra
parte della sua mente si stava chiedendo perché gli offriva
confessori di provata fedeltà alla patria quando lui non
aveva alcun segreto da confessare.
«Ah. Dimmi, gradiresti un rifugio, Justin?» Toccatina.
«Come, scusa?»
«Un posticino tranquillo.» Con l'accento su tranquillo.
«Dove startene in santa pace finché non passa la buriana.
Dove nessuno ti conosce, per ritrovare il tuo equilibrio, fare
lunghe passeggiate in mezzo alla natura. Da dove poter
andare e tornare da Londra in giornata quando hai bisogno
di noi o noi di te. Perché ce n'è uno disponibile. Non
completamente gratis nel tuo caso, ma con un notevole
contributo del governo di Sua Maestà. Vuoi parlarne con la
dottoressa Shand, prima di decidere?»
«Se credi.»
«Credo.» Toccatina allo schermo. «Hai subito una
notevole serie di umiliazioni in pubblico. Che effetto pensi
che ti abbia fatto questo?»
«Temo di non essere stato molto in pubblico. Mi avete
tenuto nascosto, se ben ricordi.»
«Le umiliazioni restano comunque. A nessuno piace
essere dipinto come un marito tradito, a nessuno piace
vedere sbattuta sui giornali la propria vita sessuale.
Comunque, non ci odi. Non sei in collera, non sei avvilito o
pieno di rancore. Non mediti vendetta. Sopravvivi. Naturale.
Sei della vecchia scuola.»
Non sapendo bene se si trattava di una domanda, di una
lamentela o semplicemente di una definizione di solidità,
Justin lasciò perdere e si concentrò invece su una begonia
color pesca, condannata in un vaso troppo vicino
all'antiquato radiatore.
«Ho qui un appunto dell'ufficio contabilità. Vuoi che te
ne parli ora o è troppo?» Glielo illustrò comunque.
«Naturalmente continueremo a pagarti lo stipendio intero.
Gli assegni familiari, purtroppo, sono sospesi a partire dal
giorno in cui sei tornato a essere single. Sono bocconi amari
che bisogna mandar giù, Justin, e a mio parere conviene
farlo subito. Poi c'è la questione del rientro in patria ancora
da definire, in attesa di una decisione sulla tua prossima
destinazione, ma anche in questo caso l'indennità sarebbe
solo per te. Dimmi, Justin, ti sembra abbastanza?»
«Abbastanza soldi?»
«Abbastanza informazioni, almeno per il momento?»
«Perché? Ce ne sono altre?»
Alison Landsbury posò il bastoncino e lo guardò dritto
in faccia. Anni prima Justin aveva avuto la temerarietà di
avanzare un reclamo in un negozio di lusso a Piccadilly e si
era visto rivolgere lo stesso sguardo gelido e manageriale.
«Per ora no, Justin. Niente che ci risulti. Ci muoviamo
con i piedi di piombo. Non si sa dove sia Bluhm e i giornali
continueranno a pescare nel torbido finché il caso non si
risolverà, in un modo o nell'altro. So che vai a pranzo con
Pellegrin.»
«Sì.»
«Be', lui è molto comprensivo. Ti sei comportato in
maniera coerente, Justin, hai retto bene alla pressione e
questo non è passato inosservato. La tensione dev'essere
stata spaventosa, ne sono certa. Non solo dopo la morte di
Tessa, ma anche prima. Avremmo dovuto mostrare più
polso e riportarvi tutti e due a casa finché eravamo in
tempo. Col senno di poi, l'eccesso di tolleranza ha il sapore
della vigliaccheria, temo.» Toccatina e occhiata allo
schermo con aria di crescente disapprovazione. «Non hai
rilasciato interviste, vero? Nessuna dichiarazione, né
ufficiale né ufficiosa?»
«Solo alla polizia.»
Nessuna reazione. «Okay. Continua così. Non dire
nemmeno "no comment". Nel tuo stato, hai tutto il diritto
di buttare giù il telefono a chiunque.»
«Sono sicuro che non sarà difficile.»
Toccatina. Pausa. Altro sguardo allo schermo. Poi a
Justin. E di nuovo allo schermo. «E non hai del materiale o
documenti nostri? Che siano, come dire, di nostra
proprietà? Proprietà intellettuale. So che ti è già stato
chiesto, ma te lo chiedo di nuovo nel caso sia saltato fuori
qualcosa, o saltasse fuori in futuro. Hai trovato qualcosa?»
«Di Tessa?»
«Mi riferisco alle sue attività extraconiugali.» Ci mise
un po' prima di fare quella precisazione e nel frattempo a
Justin venne il sospetto, forse un po' troppo tardi, che
Alison considerasse Tessa una sorta di mostruoso insulto,
una vergogna per la loro classe, il loro sesso, il loro paese e
le scuole che avevano frequentato, oltre che per il Servizio,
che lei aveva contaminato. La conseguenza logica era che
vedesse Justin come il cavallo di Troia con cui Tessa si era
introdotta nella cittadella. «Pensavo a eventuali
pubblicazioni scientifiche di cui era entrata in possesso, più
o meno legalmente, durante le sue indagini, o quello che
erano» aggiunse con sincero disgusto.
«Non saprei nemmeno che cosa cercare» si lamentò
Justin.
«Nemmeno noi. E ci è veramente difficile capire come
abbia fatto a mettersi in quella posizione.» La collera che le
ribolliva dentro stava trovando sfogo tutto a un tratto, suo
malgrado. Justin era sicuro che avrebbe preferito evitarlo,
ma che, nonostante avesse fatto il possibile per contenerla,
le era sfuggita di mano. «È incredibile, alla luce di ciò che è
emerso in seguito, che Tessa sia potuta arrivare a tanto.
Porter è stato un ottimo capomissione, a modo suo, ma non
posso fare a meno di pensare che la colpa sia in gran parte
sua.»
«La colpa di cosa, esattamente?»
Con sua sorpresa, Alison si bloccò, un po' come un treno
che arriva a toccare i respingenti. Si fermò, gli occhi fissi
sullo schermo, con il bastoncino pronto, ma senza puntarlo
da nessuna parte. Lo posò delicatamente sul tavolo come
un soldato che fa il pied'arm a un funerale militare.
«Sì, be', Porter» ammise. Ma Justin non aveva detto
nulla che richiedesse ammissioni di sorta.
«Che cosa gli è successo?» domandò Justin.
«È meraviglioso, secondo me, come lui e la moglie
hanno sacrificato tutto per quella povera bambina.»
«Anche secondo me. Ma a che cosa ti riferisci
esattamente?»
Alison pareva sconcertata quanto Justin. Quasi avesse
bisogno di lui come alleato, se non altro per denigrare
Porter Coleridge. «In questo mestiere è difficile,
difficilissimo, sapere quando è il momento di dire basta.
Uno desidera trattare le persone come individui, cerca di
conciliare le esigenze di tutti nel quadro generale.» Ma se
pensava che stesse ridimensionando l'attacco contro Porter,
Justin si sbagliava di grosso. Alison stava semplicemente
ricaricando il fucile. «Bisogna dire che Porter era sul posto,
noi no. Noi non possiamo fare nulla, se ci tengono
all'oscuro. Se prima non ci informano, poi non possono
chiederci di raccogliere i cocci, ti pare?»
«Già.»
«E se Porter era troppo nelle nuvole, troppo preso nei
suoi gravi problemi familiari – e che siano gravi nessuno lo
discute – per vedere quello che gli stava succedendo sotto il
naso – la storia di Bluhm e tutto il resto, scusa se lo tiro in
ballo – aveva un braccio destro impareggiabile in Sandy, un
assistente affidabile sempre al suo fianco, in qualsiasi
momento, che parlava chiaro. Cosa che Sandy ha fatto. "Ad
nauseam", a quanto pare. Ma invano. Voglio dire, è chiaro
che la bambina – è naturale – quella povera bambina, Rosie
o come si chiama, assorbe tutta la loro attenzione fuori
dall'orario di lavoro. Ma non è per questo che uno viene
nominato alto commissario, ti pare?»
Justin assunse un'espressione mite e comprensiva.
«Non sto cercando di sondarti, Justin, te lo sto
chiedendo apertamente: com'è possibile, com'è stato
possibile – lasciamo stare un attimo Porter – che tua
moglie svolgesse tante attività senza che tu, per tua stessa
ammissione, ne sapessi nulla? D'accordo, era una donna
moderna. Buon per lei. Faceva la sua vita, aveva le sue
amicizie.» Silenzio significativo. «Non sto dicendo che
avresti dovuto impedirglielo, sarebbe stato maschilista, ma
ti chiedo come, realisticamente, puoi essere rimasto del
tutto all'oscuro delle sue attività, delle sue indagini, delle
sue... come dire? Sarei quasi tentata di dire dei suoi
intrallazzi.»
«Avevamo fatto un patto.»
«Lo immagino. Vite indipendenti e parallele. Ma
vivevate sotto lo stesso tetto, Justin! Vorresti dirmi che non
ti raccontava niente, che non ti mostrava niente, che non ti
confidava niente? Lo trovo molto poco credibile.»
«Anch'io» convenne Justin. «Ma temo che sia quello
che succede quando si nasconde la testa sotto la sabbia.»
Toccatina. «Okay. Senti, tu non usavi mai il suo
computer?»
«Cosa?»
«La domanda è chiarissima. Usavi, o comunque avevi
accesso al portatile di Tessa? Forse tu non lo sai, ma tua
moglie aveva spedito alcuni documenti molto duri anche
qui. Muovendo gravi accuse a certa gente. Accuse terribili.
Sollevando problemi potenzialmente molto pericolosi.»
«Molto pericolosi per chi di preciso, Alison?» chiese
Justin, tastando delicatamente il terreno in cerca di
eventuali informazioni che fosse disposta a regalargli.
«Il problema non è chi, Justin» replicò lei in tono
severo. «Il problema è se tu sei in possesso del portatile di
Tessa e, in caso contrario, dove si trova, materialmente, in
questo preciso momento, e che cosa contiene.»
«Non l'ho mai usato: questa è la risposta alla tua prima
domanda. Era suo e lo usava solo lei. Io non saprei
nemmeno come entrarci.»
«Lascia perdere come ci si entra. Dimmi solo se lo hai
tu. Te l'ha già chiesto Scotland Yard ma tu, dimostrando
grande prudenza e lealtà, hai ritenuto che fosse meglio
metterlo in mano a noi piuttosto che a loro. Te ne siamo
grati. Il tuo gesto è stato apprezzato.»
Era un'affermazione e una domanda con due risposte
possibili. Crocetta nella casella A: sì, ce l'ho io. Crocetta
nella casella B: no, non ce l'ho io. Era un ordine e una sfida
e, a giudicare dallo sguardo cristallino di Alison, una
minaccia.
«E i dischetti, ovviamente» aggiunse nell'attesa. «Era
una donna efficiente, il che rende ancora più strana la cosa,
ed era un avvocato. Avrà di sicuro fatto una copia dei file
più importanti. Date le circostanze, anche questi dischetti
rappresentano un rischio. Vorremmo averli, grazie.»
«Non c'è nessun dischetto. Non c'erano dischetti.»
«Dovevano esserci per forza. Com'è possibile che avesse
un computer e non dei dischetti?»
«Ho cercato dappertutto. Non ce n'erano.»
«Che strano.»
«Strano, sì.»
«Allora penso che la cosa migliore che tu possa fare,
Justin, tutto sommato, sia portare qui tutto ciò che hai e
lasciare che ce ne occupiamo noi. Per evitarti il dolore e la
responsabilità. D'accordo? Possiamo giungere a un
compromesso. Tutto ciò che non è di nostro interesse resta
di tua esclusiva proprietà. Lo stampiamo e te lo
consegniamo e nessuno di noi lo leggerà, lo valuterà o lo
memorizzerà in alcun modo. Vuoi che mandi qualcuno ad
aiutarti a disfare le valigie adesso? Ti farebbe piacere? Sì?»
«Non saprei.»
«Non sai se vuoi che ti aiuti qualcuno? Perché no? Un
collega comprensivo? Una persona di cui ti puoi fidare
ciecamente? Che ne dici?»
«Era di Tessa, capisci. Se l'era comprato lei, lo usava
lei...»
«E con questo?»
«Non so se è giusto chiedermi di consegnarvelo. Di
lasciarvi frugare tra le sue cose solo perché è morta.»
Insonnolito, chiuse gli occhi un attimo, poi scosse la testa
per svegliarsi. «Comunque è inutile discuterne, no?»
«Perché no, di grazia?»
«Perché non ce l'ho.» Justin si alzò, sorprendendo
perfino se stesso. Aveva bisogno di sgranchirsi le gambe e
prendere una boccata d'aria. «Probabilmente l'ha rubato la
polizia keniota. Sono dei ladri patentati. Grazie, Alison. Sei
stata molto gentile.»
Il ritiro della borsa di vacchetta in portineria richiese un
po' più tempo del normale.
«Sono in anticipo, mi dispiace» disse Justin mentre
aspettava.
«Non è affatto in anticipo, signor Quayle» rispose
l'uomo arrossendo.
«Justin, carissimo!»
Justin non aveva ancora finito di dire il proprio nome al
portiere del club che Pellegrin, che lo aveva preceduto,
scese di corsa le scale con il suo sorriso da uomo per bene, e
gridò: «È mio ospite, Jimmy, mettigli la valigia nello
sgabuzzino e mandamelo». Poi strinse la mano a Justin e
gli posò l'altra sulla spalla, in un impeto di amicizia e
commiserazione molto poco inglese.
«Te la senti o no?» gli chiese apertamente dopo essersi
accertato che nessuno li ascoltasse. «Possiamo fare due
passi nel parco, se preferisci. O vederci un'altra volta. Non
hai che da dirlo.»
«Sto bene, Bernard. Davvero.»
«Quel mostro della Landsbury non ti ha sfiancato?»
«No, no.»
«Ho prenotato un tavolo al ristorante. Il pranzo lo
servono anche al bar, ma significa mangiare con il piatto
sulle ginocchia in mezzo a un sacco di pensionati del
ministero che rimpiangono Suez. Hai bisogno del bagno?»
La sala da pranzo era un catafalco rialzato con cherubini
dipinti sul soffitto azzurro cielo. Il luogo di culto preferito
da Pellegrin era un angolo riparato da una colonna di
granito lucido e da una dracena piuttosto triste. Intorno a
loro c'erano eterni confratelli provenienti da Whitehall,
vestiti di un grigio chimico e con i capelli tagliati con la
scodella. Questo era il mio mondo, le spiegò Justin. Quando
ti ho sposato, ero come loro.
«Togliamoci subito il dente» propose imperiosamente
Pellegrin, quando un cameriere delle Indie occidentali con
una giacca color malva porse loro due menu a forma di
racchetta da ping pong. Quello di Pellegrin fu un gesto
pieno di tatto, tipico della sua immagine di persona per
bene, perché studiare il menu gli avrebbe dato modo di
concentrarsi l'uno sull'altro evitando però di guardarsi negli
occhi. «Il viaggio è andato bene?»
«Benissimo, grazie. Mi hanno dato un posto in prima
classe.»
«Favolosa, favolosa, una donna favolosa, Justin»
mormorò Pellegrin da dietro il riparo della sua racchetta da
ping pong. «Non dico altro.»
«Grazie, Bernard.»
«Ottimo carattere, gran fegato. Tutto il resto non conta.
Carne o pesce? Non di lunedì. Che cosa mangiavi laggiù?»
Justin aveva avuto contatti saltuari con Bernard
Pellegrin nel corso della sua carriera. Lo aveva seguito a
Ottawa e per un breve periodo si erano trovati insieme a
Beirut. A Londra avevano frequentato un corso di
sopravvivenza in caso di rapimento, apprendendo perle di
saggezza tipo come stabilire se si è inseguiti da un gruppo di
malviventi armati che non hanno niente da perdere, come
conservare la propria dignità quando si viene bendati e
legati mani e piedi con lo scotch e infilati nel portabagagli di
una Mercedes e infine come saltare da una finestra di un
piano alto nell'impossibilità di usare le scale, ammesso di
avere i piedi liberi.
«I giornalisti sono tutti stronzi» dichiarò Pellegrin
deciso da dietro il suo menu. «Sai che cosa faccio un giorno
o l'altro? Li aspetto al varco. Gli faccio quello che hanno
fatto a te, gli rendo pan per focaccia. Assoldo una banda di
coglioni che stia giorno e notte davanti alla casa del
direttore di 'Grauniad' e 'Cazzate dal mondo' finché non li
becco a spassarsela con le loro amichette. Gli fotografo i
figli che vanno a scuola. Chiedo alle mogli come se la
cavano a letto. Gli faccio vedere che effetto fa essere
dall'altra parte. Ti è venuta voglia di spararli in un
cannone?»
«No, non direi.»
«Idem. Sono un branco di ipocriti illetterati. Il filetto di
aringa non è male. L'anguilla affumicata mi fa scoreggiare.
La sogliola alla mugnaia è buona, se ti piace la sogliola. Se
no prendila alla griglia.» Aveva in mano un blocchetto
prestampato, con Sir Bernard P scritto al computer in alto,
l'elenco dei piatti sulla sinistra, a destra le caselle per
indicare la propria scelta e in fondo lo spazio per la firma.
«La sogliola va bene.»
Pellegrin non ascolta, ricordò Justin. È così che si è fatto
la reputazione di grande negoziatore.
«Alla griglia?»
«Alla mugnaia.»
«La Landsbury era in forma?»
«Pronta al combattimento.»
«Ti ha detto che è una torta paradiso?»
«Ho paura di sì.»
«Deve starci attenta. Ti ha parlato del tuo futuro?»
«Ho subito un trauma e sono in malattia a tempo
indeterminato.»
«Gamberetti?»
«Preferisco l'avocado, grazie» rispose Justin guardando
Pellegrin che faceva due crocette alla voce 'cocktail di
gamberetti'.
«Immagino che ti farà piacere sapere che ordini dall'alto
sconsigliano ufficialmente di bere a pranzo» lo informò
Pellegrin, sorprendendolo con un gran sorriso. Poi, in caso
il primo non fosse andato a segno, gliene fece un secondo. E
Justin ricordò che quei sorrisi erano sempre uguali: stessa
lunghezza, stessa durata, stesso grado di calore spontaneo.
«Tuttavia, il tuo è un caso pietoso e mi trovo pertanto
costretto a tenerti compagnia. Hanno un Meursault
passabile. Ti va?» Con la matita d'argento fece un segno
nell'apposita casella. «Sei stato scagionato, a proposito.
Assolto. A piede libero. Congratulazioni.» Staccò il foglietto
e ci posò sopra la saliera perché non volasse via.
«Scagionato da che?»
«Dall'accusa di omicidio, no? Non sei stato tu a uccidere
Tessa e l'autista, non hai assoldato nessun killer in un
locale malfamato e non hai nascosto in soffitta Bluhm
appeso per le balle. Uscirai dal tribunale senza macchie sul
blasone. Per gentile concessione di Scotland Yard.» Il
modulo con l'ordinazione era scomparso da sotto la saliera.
Doveva averlo preso il cameriere, ma Justin, che si era
distaccato dal proprio corpo fisico, non aveva notato la
manovra. «Che genere di piante si coltivano da quelle parti,
a proposito? Ho promesso a Celly che te l'avrei chiesto.»
Celly era il diminutivo di Cèline, l'abominevole moglie di
Pellegrin. «Esotiche? Grasse? Io non me ne intendo,
temo.»
«Di tutti i tipi, in realtà» rispose Justin
automaticamente, quasi senza pensare. «Il clima in Kenya è
ideale per il giardinaggio. Non sapevo di avere una macchia
sul blasone, Bernard. Avevo intuito che avevano una loro
teoria, ma pensavo che si trattasse solo di una remota
ipotesi.»
«Ne hanno avanzate diverse, povere anime. Che
andavano oltre le loro possibilità, se posso dire. Devi venire
a Dorchester una volta o l'altra e parlarne con Celly. Magari
un week-end. Tu giochi a tennis?»
«Temo di no.»
Avevano avanzato diverse teorie, ripeteva intanto tra sé
furtivamente. Povere anime. Pellegrin parlava di Rob e
Lesley nello stesso modo in cui la Landsbury parlava di
Porter Coleridge. Quella merda di Tom Eccetera Eccetera si
sarebbe preso Belgrado, stava dicendo Pellegrin, più che
altro perché il segretario di stato non sopportava la vista
della sua brutta faccia a Londra. E chi la sopportava, del
resto? Dick Tal dei Tali stava per essere nominato cavaliere
e da lì al Tesoro il passo era breve – che Dio aiuti
l'economia nazionale, scherzo – ma in fondo erano cinque
anni che leccava il culo ai laburisti, no? Per il resto, tutto
procedeva come al solito. Il ministero degli Esteri
continuava ad assumere gli stessi arrivisti di Croydon,
laureati dall'accento disdicevole con maglioni norvegesi che
Justin ricordava da prima di andare in Africa; ancora dieci
anni e di 'noi' non rimarrà più nessuno. Il cameriere portò
due cocktail di gamberetti. Justin li vide arrivare al
rallentatore.
«Ah, beata gioventù!» concluse Pellegrin indulgente,
riprendendo il tono da requiem.
«Ti riferisci ai nuovi assunti?»
«Ai poliziotti di Nairobi. Pieni di entusiasmo, che Dio li
benedica. Come lo siamo stati tutti.»
«A me sono sembrati piuttosto intelligenti.»
Pellegrin si accigliò e masticò un boccone. «David
Quayle è tuo parente?»
«Mio nipote.»
«L'abbiamo assunto la settimana scorsa. Ha solo ventun
anni, ma altrimenti come si fa a battere la City, di questi
tempi? Pensa che il mio figlioccio ha cominciato a lavorare
alla Barclay's la settimana scorsa con uno stipendio di
quarantacinquemila sterline all'anno, più la gratifica.
Eppure è una testa di rapa e non ha la minima esperienza.»
«Mi fa piacere per David. Non lo sapevo.»
«È stranissimo che Gridley abbia deciso di mandare una
donna così in Africa, di' la verità. Frank è uno che ci sa fare.
Conosce l'ambiente. Chi vuoi che prenda sul serio una
donna poliziotto da quelle parti? Non certo Moi e i suoi
scagnozzi.»
«Gridley?» ripeté Justin mentre la testa gli si snebbiava.
«Non starai parlando di Frank Arthur Gridley? Il
responsabile della sicurezza diplomatica?»
«In persona, che Dio ci aiuti.»
«Ma è un perfetto cretino. Abbiamo avuto a che fare con
lui quando ero al Protocollo.» Justin udì la propria voce
superare il livello di decibel ammesso nel club e si affrettò
ad abbassarla.
«Un deficiente patentato» concordò Pellegrin
allegramente.
«Che cosa diavolo c'entra con le indagini sull'omicidio di
Tessa?»
«Trombato e relegato ai Reati Gravi. Responsabile
dell'estero. Sai come sono i poliziotti» replicò Pellegrin
riempiendosi la bocca di gamberetti, pane e burro.
«So com'è Gridley.»
Masticando, Pellegrin passò allo stile telegramma di alto
livello. «Due giovani investigatori. Una donna e uno che
crede di essere Robin Hood. Caso di estrema delicatezza,
occhi del mondo addosso. Cominciano a sentirsi alla
ribalta.» Si aggiustò il tovagliolo intorno al collo.
«Cominciano a inventarsi teorie su teorie. Nulla di meglio
di una bella teoria per far colpo su un superiore poco
colto.» Bevve un sorso e si batté sulle labbra con un lembo
del tovagliolo. «Killer prezzolati, governi africani corrotti,
conglomerate multinazionali: fantastico! Magari gli danno
anche una parte nel film, se sono fortunati.»
«A che multinazionali pensavano?» domandò Justin
cercando di ignorare l'idea rivoltante di un film sulla morte
di Tessa.
Pellegrin incrociò il suo sguardo, lo soppesò un attimo,
sorrise una volta e poi ancora un'altra. «Dicevo per dire»
minimizzò. «Non prendermi alla lettera. Quei due si sono
mossi nella direzione sbagliata fin dal primo giorno»
riprese, distraendosi mentre il cameriere riempiva di nuovo
i bicchieri. «Deplorevole. Anzi, più che deplorevole, cazzo.
Non mi riferisco a lei, Matthew» precisò rivolto al
cameriere, in un impeto di considerazione per le minoranze
etniche. «E nemmeno a un socio di questo club, per
fortuna.» Il cameriere si volatilizzò. «A un certo punto
hanno persino cercato di dare la colpa a Sandy, ci
crederesti? In base a una balorda teoria per cui sarebbe
stato innamorato di lei e li avrebbe fatti ammazzare tutti e
due per gelosia. Poi, visto che così non arrivavano da
nessuna parte, hanno tirato fuori il complotto: la soluzione
più facile del mondo. Basta scegliere con cura un po' di fatti,
scuoterli bene, dare ascolto a qualche allarmista scontento
con un secondo fine, aggiungerci un paio di nomi noti e sei
libero di inventarti tutto quello che vuoi. Come faceva
Tessa, sia chiaro senza offesa. Peraltro tu lo sai benissimo.»
Justin, con gli occhi chiusi, scosse la testa. Non voglio
sentire. Sono di nuovo in aereo e questo è solo un sogno.
«Temo di no» disse.
Pellegrin aveva gli occhi molto piccoli. Justin non se
n'era mai accorto. O forse erano della misura standard, ma
avevano acquisito la capacità di rimpicciolirsi sotto il fuoco
del nemico, ovvero, secondo Justin, chiunque lo
costringesse a mantenere fede a ciò che aveva appena detto
o portasse la conversazione su un territorio a lui
sconosciuto.
«Va bene la sogliola? Avresti dovuto prenderla alla
mugnaia. E meno asciutta.»
La sogliola era favolosa, disse Justin, evitando di
sottolineare che l'aveva chiesta alla mugnaia. E anche il
Meursault era favoloso. Favoloso, come 'donna favolosa'.
«Non ti aveva messo a parte della sua grande tesi. La
loro grande tesi, se mi consenti. La tua versione è questa e
tu la mantieni. Giusto?»
«Quale tesi? Me lo ha chiesto anche la polizia. E, in
maniera indiretta, anche Alison Landsbury. A che
proposito?» Recitava la parte del sempliciotto e cominciava
a crederci anche lui. Ancora alla ricerca di indizi, ma di
nascosto.
«Non aveva messo a parte te, ma Sandy sì» disse
Pellegrin ingoiando l'informazione con un sorso di vino. «È
questo che vuoi farmi credere?»
Justin si raddrizzò sulla sedia. «Che cos'ha fatto Tessa?»
«Sì, sì! Con tanto di appuntamenti segreti e compagnia
bella. Mi dispiace. Credevo lo sapessi.»
Invece ti fa piacere scoprire che non lo sapevo, pensò
Justin, continuando a fissarlo perplesso. «E Sandy che cosa
ha fatto?» chiese.
«Ha informato Porter. Il quale ha tentennato. Porter
prende decisioni una volta all'anno e con molta acqua.
Allora Sandy ha mandato il documento a me. Con i nomi
dei due autori e il timbro RISERVATO CONFIDENZIALE. Il
coautore non era Sandy, ma Bluhm. Se vuoi dire quello che
pensi, sappi che a me questi eroi umanitari fanno schifo.
Bambolotti in mano ai funzionari della burocrazia
internazionale. Chiusa parentesi. Scusa.»
«E tu che cosa ne hai fatto? Perdio, Bernard!»
Sono un vedovo tradito giunto al limite della
sopportazione. Sono la vittima innocente, meno innocente
di quanto sembro. Sono un marito indignato, tagliato fuori
da una moglie vagabonda e dal suo amante. «Qualcuno
vuole dirmi una buona volta che cos'è questa storia?»
continuò nello stesso tono lamentoso. «Sono stato ospite di
Sandy, contro la mia volontà, per un sacco di tempo. Non ha
mai fatto parola di nessun appuntamento segreto con
Tessa, Arnold o chicchessia. Quale tesi? E su che cosa?»
Sempre per sondare il terreno.
Pellegrin sorrise di nuovo. Una volta. Due. «Dunque tu
non ne sai niente. Bene. Benissimo.»
«Sì. Sono completamente disorientato.»
«Una ragazza così, che aveva la metà dei tuoi anni,
andava e veniva liberamente e a te non è mai passato per la
testa di chiederle che cosa cazzo faceva.»
Si è arrabbiato, notò Justin. Come la Landsbury. Come
me. Siamo tutti arrabbiati e lo nascondiamo.
«No, non mi è mai passato per la testa. E non aveva la
metà dei miei anni.»
«Non le hai mai guardato nell'agenda, non hai mai tirato
su il telefono in un'altra stanza, un po' per sbaglio un po'
per curiosità? Non le hai mai letto la posta o curiosato nel
computer? Niente?»
«Niente di niente.»
Pellegrin rifletteva ad alta voce, con gli occhi fissi su
Justin. «Così tu non sapevi niente. Non vedo, non sento,
non parlo. Straordinario» concluse, trattenendo a stento il
sarcasmo entro limiti accettabili.
«Faceva l'avvocato, Bernard. Non era una bambina. Era
un avvocato molto preparato e molto in gamba. Non
dimenticarlo.»
«Io? No di sicuro.» Inforcò gli occhiali da vista per
affrontare la seconda metà della sogliola, poi sollevò la lisca
con il coltello e la forchetta e si guardò intorno come un
invalido disperato in cerca di un cameriere che gli portasse
un piatto su cui deporla. «Spero solo che si limitasse a
perorare le sue cause presso Sandy Woodrow. Che
importunasse il 'grande capo' lo sappiamo.»
«Quale grande capo? Tu?»
«Curtiss. Kenny K. in persona.» Arrivò un piatto e
Pellegrin vi posò la lisca. «Poco ci mancava che si buttasse
sotto le ruote della sua automobile, già che c'era. Che
andasse a cantargliele a Bruxelles, o alle Nazioni Unite, o
alla televisione. Una donna così, che si è messa in testa di
salvare il mondo, è capace di fare qualsiasi cosa, se ne frega
nella maniera più assoluta delle conseguenze.»
«Non è vero» obiettò Justin, combattuto tra lo stupore e
la collera pura.
«Come hai detto?»
«Tessa faceva il possibile per proteggere me e il suo
paese.»
«Gettando fango a dritta e a manca? Ingigantendo tutto
quanto? Importunando il tuo capo? Andando a rompere le
scatole a dirigenti che se ne sbattevano altamente di lei
sottobraccio a Bluhm? Non è così che si protegge un uomo,
a casa mia. Caso mai è il modo migliore per rovinargli la
carriera, se permetti. Non che tu avessi grandi prospettive
di carriera, in verità.» Sorso di acqua frizzante. «Ah, ora ci
sono. Ho capito tutto.» Doppio sorriso. «Tu davvero non sai
che cosa c'è dietro. Lo ribadisci.»
«Sì, lo ribadisco. Sono assolutamente sbalordito. La
polizia, Alison, tu, tutti mi chiedete se ero davvero
all'oscuro. Sì, la risposta è sì. Ero e tuttora sono all'oscuro di
tutto.»
Pellegrin stava già scrollando la testa divertito e
incredulo. «Ragazzo mio, a che gioco giochiamo? Ascoltami
un momento. Secondo me è andata così. E anche secondo
Alison: sono venuti da te, insieme, Tessa e Arnold, mano
nella mano. 'Aiutaci, Justin. Li abbiamo presi con le mani
nel sacco. Una rispettabile società inglese sta avvelenando
dei kenioti innocenti, li usa come cavie, Dio solo sa perché.
Hanno sterminato villaggi interi. Qui ci sono le prove:
leggi.' Giusto?»
«Non hanno fatto niente del genere.»
«Rilassati! Nessuno sta cercando di incastrare te,
chiaro? Siamo aperti a tutte le soluzioni. Siamo dalla tua
parte.»
«Me ne sono accorto.»
«Tu li sei stati a sentire, da brava persona quale sei. Hai
letto le loro diciotto pagine di scenari apocalittici e gli hai
detto che erano fuori di testa. Che se volevano guastare i
rapporti anglo-kenioti per i prossimi vent'anni, avevano
trovato la formula ideale. Sei un uomo saggio. Se Celly mi
avesse fatto uno scherzo del genere, l'avrei presa a calci nel
culo, cazzo. E, come te, avrei fatto finta di niente, perché
non era successo niente. Giusto? Dimenticheremo tutto in
fretta come te. Non resterà niente nel tuo dossier né sul
libro nero di Alison. Ci stai?»
«Non sono mai venuti da me, Bernard. Nessuno mi ha
raccontato niente, nessuno mi ha presentato scenari
apocalittici, come dici tu. Né Tessa né Bluhm né nessun
altro. È la prima volta che ne sento parlare.»
«Una certa Ghita Pearson. Chi diavolo è?»
«Un'impiegata della Cancelleria, una dello staff locale.
Anglo-indiana. Molto in gamba. Sua madre fa il medico.
Perché?»
«A parte questo?»
«Era amica di Tessa. E anche mia.»
«Lei potrebbe averlo visto?»
«Il documento? Credo proprio di no.»
«Perché?»
«Tessa non gliel'avrebbe mostrato.»
«Però a Sandy Woodrow sì.»
«Ghita è troppo vulnerabile. Sta cercando di fare
carriera all'Alto Commissariato. Tessa non l'avrebbe mai
messa in una posizione così delicata.»
Pellegrin voleva aggiungere il sale e se ne versò un po'
nel palmo della mano sinistra per poi distribuirlo sul piatto
prendendone un pizzico dietro l'altro con la destra e quindi
sfregando insieme le mani.
«Comunque, sei stato scagionato» ricordò a Justin,
come se si trattasse di un premio di consolazione. «Non
saremo costretti a venirti a trovare in prigione e a passarti
"baguettes au fromage" tra le sbarre.»
«Se lo dici tu. Mi fa piacere saperlo.»
«Questa è la buona notizia. Ma ce n'è anche una cattiva:
il tuo amico Arnold. Il vostro amico Arnold.»
«L'hanno trovato?»
Pellegrin scosse cupamente la testa. «Le perquisizioni
non hanno portato a niente. Ma hanno delle speranze.»
«Perquisizioni? Di che cosa stai parlando?»
«L'acqua è profonda, ragazzo mio. E la navigazione
molto difficile nel tuo attuale stato di salute. Vorrei tanto
poter aspettare qualche settimana per farti questi discorsi,
lasciarti ritrovare la bussola, ma non si può. Certe indagini
non rispettano i tempi individuali, purtroppo. Viaggiano a
modo loro, e alla loro velocità. Bluhm era tuo amico e Tessa
era tua moglie. Non ci fa piacere venirti a dire che il tuo
amico ti ha ammazzato la moglie.»
Justin fissò Pellegrin con sincero stupore, ma questi era
troppo occupato a tagliare la sogliola per accorgersene. «E
le prove?» Gli sembrava che la propria voce giungesse da
un pianeta coperto di ghiaccio. «Il gippone verde? Le
bottiglie di birra e i mozziconi di sigaretta? I due uomini
che sono stati visti a Marsabit? E, non so, la ThreeBees,
tutte le cose che mi ha chiesto Scotland Yard?»
Prima ancora che Justin avesse finito di parlare,
Pellegrin stava già facendo il primo dei suoi due sorrisi.
«Prove fresche, Justin. Risolutive, temo.» Spezzò un altro
panino. «I poliziotti hanno trovato i vestiti di Bluhm.
Sotterrati vicino alla riva del lago. La sahariana no, quella
l'ha lasciata sulla jeep per confondere le tracce. Camicia,
pantaloni, mutande, calzini, scarpe da ginnastica. E sai che
cosa c'era nelle tasche dei pantaloni? Le chiavi della
macchina. Della jeep. Quelle che ha usato per chiudere a
chiave le portiere. Gli psichiatri la chiamano rimozione.
Molto comune nei delitti passionali, mi dicono. Ammazzi
qualcuno, ti chiudi la porta alle spalle e lasci fuori il
pensiero dalla tua testa. Come se non fosse mai successo
niente. Lo rimuovi dalla memoria. Un classico.»
Distratto dall'espressione incredula di Justin, Pellegrin
fece una pausa prima di riprendere, in tono conclusivo: «Io
sono un sostenitore della colpevolezza di Lee Harvey
Oswald, Justin. Sono convinto che sia stato lui a sparare a
John F. Kennedy, senza l'aiuto di nessuno. Arnold Bluhm
ha perso le staffe e ha ucciso Tessa. Siccome l'autista ha
protestato, se l'è presa anche con lui e ha buttato la sua
testa nei cespugli, in pasto agli sciacalli. Fine della
trasmissione. Viene il momento, dopo tutte le fantasie e le
seghe mentali, in cui si è costretti ad accettare l'evidenza.
Pudding? Dolce di mele?». Fece cenno al cameriere di
portare il caffè. «Ti dispiace se ti do un consiglio da vecchio
amico?»
«Di' pure.»
«Sei in malattia. Sei all'inferno. Ma sei della vecchia
scuola, conosci le regole e ufficialmente sei ancora in
Africa. E sotto la mia responsabilità.» E affinché Justin non
si facesse illusioni, aggiunse: «Chi sta al gioco viene
premiato. Ci sono un sacco di posti dove non vorrei finire
neanche morto. E comunque, se sei in possesso di qualche
informazione cosiddetta riservata che non dovresti avere,
né nella testa né altrove, sappi che è nostra e non tua. Il
mondo è più violento di quando eri giovane tu e ci sono un
sacco di brutti tipi che hanno tutto da guadagnare e niente
da perdere. Il che non favorisce le buone maniere».
Come abbiamo scoperto a nostre spese, pensò Justin da
sotto la sua campana di vetro. Si alzò da tavola come in
assenza di gravità e rimase sorpreso nel vedersi riflesso in
un gran numero di specchi contemporaneamente. Si vide da
tutte le angolazioni, a tutte le età della sua vita. Justin
bambino sperduto in case grandissime, amico di cuoche e
giardinieri. Justin campione di rugby della scuola, Justin
scapolo di professione che soffocava la solitudine nei
numeri. Justin speranza senza speranza del ministero degli
Esteri, fotografato in compagnia della sua cara dracena.
Justin, vedovo da poco, padre mancato di un unico figlio
morto.
«Sei stato molto gentile, Bernard. Grazie.»
Grazie per la grande lezione di sofistica, intendeva dire,
sempre che intendesse dire qualcosa. Grazie per avermi
mostrato un film dell'omicidio di mia moglie ed essere
passato come un carro armato su quel poco di sensibilità
che mi restava. Grazie per avermi rivelato le sue diciotto
pagine di scenario apocalittico e il suo appuntamento
segreto con Woodrow e per le altre simpatiche appendici ai
miei ricordi mattutini. E grazie per il consiglio, che mi hai
dato con un lampo tagliente negli occhi. Perché, a ben
guardare, riesco a vedere lo stesso lampo anche nei miei.
«Sei impallidito» disse Pellegrin in tono accusatorio.
«Qualcosa che non va?'
«No, no, sto bene. Meglio, anzi, adesso che ti ho visto,
Bernard.»
«Cerca di dormire. Devi essere esausto. E vieni per un
week-end, mi raccomando. Porta un amico. Qualcuno che
sappia giocare un po'.»
«Arnold Bluhm non ha mai fatto del male a nessuno»
replicò Justin, scandendo bene le parole, mentre Pellegrin
lo aiutava a infilarsi l'impermeabile e gli porgeva la borsa.
Ma non sapeva esattamente se lo aveva detto forte, oppure
alle migliaia di voci che sentiva urlare dentro la propria
testa.
10.

Era la casa che nei suoi ricordi odiava ogni volta che se
ne allontanava: grande e trascurata, avita in maniera
insopportabile, al numero quattro di un tranquillo viale di
Chelsea, con un giardino che rimaneva ostinatamente
incolto, malgrado le cure amorose che Justin gli prestava
non appena aveva un po' di ferie. Tra i rami della quercia
secca che Tessa gli aveva proibito di abbattere sporgevano
come una zattera mezza marcia i resti della casetta di
quando era bambina, assieme a palloni sgonfi di epoche
passate e brandelli di aquiloni impigliati. C'erano un
cancello di ferro arrugginito, che spinse in mezzo a un
pantano di foglie secche facendo fuggire tra i cespugli il
gatto strabico del vicino. E due ciliegi riottosi di cui si
sarebbe dovuto preoccupare, perché avevano la bolla del
pesco.
Era la casa che aveva temuto tutto il giorno, e anche la
settimana prima, quando scontava la pena ai piani bassi, e
per tutto il tragitto a piedi per le vie di Londra, nel solitario
crepuscolo di quel pomeriggio invernale, mentre cercava di
districarsi nel dedalo di mostruosità che aveva nella testa,
con la borsa di vacchetta che gli batteva contro la gamba.
Era la casa che custodiva parti di lei che non aveva mai
conosciuto e che ormai gli erano precluse per sempre.
Un vento sferzante faceva sbattere la tenda del
fruttivendolo dall'altra parte della strada, sballottando per il
marciapiede le foglie e gli ultimi clienti. Justin, nonostante
il vestito leggero, aveva troppe cose dentro per rendersi
conto del freddo. I gradini piastrellati davanti alla porta
riecheggiarono sotto i suoi passi. Arrivato in cima, si voltò a
guardare senza sapere neanche lui che cosa. Sotto il
bancomat della NatWest era seduto un senzatetto. Un
uomo e una donna discutevano a bordo di un'auto in divieto
di sosta. Un tipo magro con impermeabile e cappello floscio
parlava al cellulare. In un paese civile non si può mai essere
sicuri. La lunetta sopra il portone era illuminata. Non
volendo cogliere nessuno di sorpresa, suonò il campanello e
udì il ben noto trillo rugginoso riecheggiare sul pianerottolo
del primo piano, simile alla sirena di una nave. Chi mi verrà
ad aprire? si chiese, in attesa di sentire dei passi. Aziz il
pittore marocchino con il suo compagno Raoul? Petronilla,
la ragazza nigeriana in cerca di Dio con il suo prete
cinquantenne del Guatemala? Gazon, il macilento medico
francese, accanito fumatore, che aveva lavorato con Arnold
in Algeria e aveva il suo stesso sorriso pieno di rammarico,
lo stesso modo di fermarsi a metà di una frase e
socchiudere gli occhi nel ricordare qualcosa di atroce, in
attesa che la testa si liberasse dell'incubo per ritrovare il filo
del discorso?
Non sentendo né voci né rumore di passi, girò la chiave
nella toppa ed entrò nell'atrio, aspettandosi profumi di
spezie africane, musica reggae alla radio e vivaci
conversazioni di gente che beveva caffè in cucina.
«Ehilà!» gridò. «Sono Justin. Sono io.»
Nessuna risposta, nessuna musica, né odori di cibo né
voci. Nessun rumore, a parte quello attutito del traffico
nella strada antistante e l'eco della sua stessa voce che si
perdeva nella tromba delle scale. L'unica cosa che vide,
invece, fu la testa di Tessa, tagliata all'altezza del collo da un
giornale e incollata su un pezzo di cartone, che lo fissava da
una fila di vecchi barattoli della marmellata pieni di fiori. E,
tra i barattoli, un foglio di carta da disegno opaca, piegato,
che Justin immaginò fosse stato strappato dall'album di
Aziz, con messaggi di cordoglio, d'amore e di addio scritti
dagli inquilini scomparsi di Tessa: 'Justin, non ci sembrava
giusto restare qui', con la data del lunedì precedente.
Ripiegò il foglio e lo rimise tra i barattoli. Restò
sull'attenti, con gli occhi fissi davanti a sé, sbattendo le
palpebre per ricacciare indietro le lacrime. Posò la borsa di
vacchetta nell'atrio e andò in cucina, sorreggendosi al muro.
Spalancò il frigo. Era vuoto, a parte un flacone di medicine
con il nome di una donna che non conosceva sull'etichetta.
Annie Vattelapesca. Sarà stata una delle ragazze di Gazon. A
tastoni proseguì nel corridoio fino alla sala da pranzo e
accese le luci.
L'orrenda sala da pranzo pseudo-Tudor del padre di
Tessa, con sei sedie ornate di riccioli e stemmi ai due lati
del tavolo, per i suoi amici megalomani e, a capotavola, due
troni ricamati per il re e la regina. Papà sapeva che era
orribile, ma ci era affezionato, e quindi ci sono affezionata
anch'io, gli stava dicendo Tessa. Be', io no, pensa Justin, ma
mi guarderò bene dal dirlo. Nei primi mesi che avevano
passato insieme, Tessa non aveva parlato d'altro che di suo
padre e sua madre finché, sotto l'abile guida di Justin, aveva
cominciato a esorcizzare i loro fantasmi riempiendo la casa
di persone della sua età, più pazze e più allegre possibile:
trotzkisti che avevano studiato a Eton, prelati polacchi
ubriaconi e mistici orientali, più metà degli scrocconi di
questo mondo. Una volta scoperta l'Africa, tuttavia, aveva
calibrato il tiro e casa sua era diventata un rifugio per
volontari introversi e attivisti di tutte le risme. Continuando
a guardarsi intorno, Justin notò con disappunto la fuliggine
accumulata in semicerchio intorno al caminetto di marmo,
sugli alari e sul paracenere. Taccole, pensò. E lasciò
indugiare lo sguardo sul resto della stanza, finché non tornò
a posarsi sulla fuliggine. A quel punto vi concentrò anche la
mente. E non la distolse neppure mentre discuteva tra sé, o
con Tessa, che praticamente era la stessa cosa.
Quali taccole?
Quando?
Il messaggio nell'atrio è datato lunedì.
Il giorno di Ma Gates è il mercoledì. Ma Gates era la
signora Dora Gates, la vecchia tata di Tessa, da sempre
soprannominata Ma.
E se Ma Gates non si sente bene, viene sua figlia
Pauline.
E quando non può Pauline, c'è sempre quella svampita
di sua sorella Debbie.
Era impensabile che una qualunque delle tre avesse
ignorato una chiazza di fuliggine così evidente.
Quindi le taccole dovevano aver lanciato il loro attacco
dopo mercoledì e prima di quella sera.
Quindi, se la casa si era svuotata il lunedì (vedi
messaggio) e Ma Gates aveva fatto le pulizie il mercoledì,
perché nella fuliggine c'era un'impronta chiara e ben
definita di una scarpa da uomo, probabilmente sportiva?
Sulla credenza c'era il telefono e accanto una rubrica.
Tessa aveva scritto il numero di Ma Gates con un pastello
rosso all'interno della copertina. Justin chiamò; rispose
Pauline, che scoppiò a piangere e gli passò la madre.
«Mi dispiace, mi dispiace moltissimo, caro» gli disse Ma
Gates con voce lenta e chiara. «Non ci sono parole per dirle
quanto mi dispiace, signor Justin. Né mai ci saranno.»
Lui cominciò l'interrogatorio: lungo e per forza di cose
gentile, consistente più nell'ascoltare che nel domandare.
Sì, Ma Gates era andata a fare le pulizie mercoledì, come al
solito, dalle nove alle dodici... Era un modo per stare un po'
da sola con Miss Tessa... Aveva pulito come sempre, senza
saltare o dimenticare niente... Aveva pianto un po' e aveva
pregato... E se il signor Justin era d'accordo, le sarebbe
piaciuto continuare come prima, per favore, al mercoledì,
come quando Miss Tessa era viva, non per i soldi, ma per il
ricordo...
Fuliggine? Macché! Sul pavimento della sala mercoledì
non c'era traccia di fuliggine, altrimenti lei l'avrebbe
senz'altro vista e tolta, prima che qualcuno ci mettesse i
piedi sopra. La fuliggine di Londra è così unta! Con quei
camini grandi, lei ci stava attenta! No, no, signor Justin, lo
spazzacamino non aveva certo la chiave di casa.
Sapeva se avevano trovato il dottor Arnold? Perché di
tutti i signori che erano passati per casa, il dottor Arnold era
quello a cui era più affezionata e le cose che dicevano i
giornali erano tutte invenzioni...
«Lei è molto gentile, signora Gates.»
Accendendo la luce del salotto, indugiò con lo sguardo
sugli oggetti che erano e per sempre sarebbero stati di
Tessa: le coccarde delle gare di equitazione di quando era
piccola, la foto della prima comunione e quella del
matrimonio davanti alla chiesetta di Sant'Antonio, all'Elba.
Ma in cima ai suoi pensieri c'era il caminetto. L'interno era
di ardesia, la grata bassa, vittoriana, di acciaio e bronzo, con
i ganci per reggere i ferri. Focolare e grata erano coperti di
fuliggine e c'erano delle strisce nere anche lungo gli steli
d'acciaio delle pinze e dell'attizzatoio.
Ecco un bel mistero della natura, disse a Tessa: due
colonie diverse di taccole che scelgono lo stesso momento
per far cadere della fuliggine dentro due camini diversi.
Come ce lo spieghiamo? Tu in quanto avvocato e io in
quanto specie in via di estinzione?
Ma nel salotto non c'erano impronte. Chi aveva frugato
nel caminetto della sala da pranzo aveva cortesemente
lasciato un'impronta, mentre chi aveva frugato nel
caminetto del salotto – che fosse o meno la stessa persona
– no.
Ma perché mai frugare in un caminetto, o peggio ancora
in due? È vero che per tradizione i caminetti antichi sono
nascondigli ideali per lettere d'amore, testamenti, diari
sconvenienti e sacchetti di sovrane d'oro, ma secondo la
leggenda i caminetti sono anche abitati dagli spiriti. E il
vento si serve dei vecchi camini per raccontare storie,
spesso segrete. Quella sera soffiava un vento freddo che
faceva sbattere le persiane e tremare le porte. Ma perché
frugare proprio in quei due caminetti? I nostri caminetti?
Perché proprio al numero quattro? A meno che,
ovviamente, i caminetti non facessero parte di una più vasta
perquisizione di tutta la casa, attacchi ai fianchi, per così
dire, rispetto all'offensiva principale.
A metà scala si fermò a osservare l'armadietto dei
medicinali di Tessa, un vecchio stipetto italiano di nessun
valore, appeso nel vano delle scale e decorato con una croce
verde che vi aveva dipinto lei stessa. Non per nulla era figlia
di un medico. Lo sportello era socchiuso. Lo aprì del tutto.
Saccheggiato. Scatole di cerotti aperte, garze e buste di
acido borico sparse rabbiosamente dappertutto. Stava per
richiudere lo sportello quando il telefono sul pianerottolo
gli squillò nelle orecchie.
È per te, disse a Tessa. Dovrò dire che sei morta. È per
me, le disse. Dovrò ascoltare delle condoglianze. È la Torta
Paradiso che vuole accertarsi che io abbia tutto ciò che mi
occorre per starmene buono e zitto nel mio trauma. È
qualcuno che ha dovuto aspettare che si liberasse la linea
dopo la mia chilometrica conversazione con Ma Gates.
Alzò il ricevitore e sentì una donna indaffarata, voci
metalliche che riecheggiavano dietro di lei, passi ritmati.
Una donna indaffarata in un posto pieno di gente con il
pavimento di pietra. Una londinese indaffarata con un
accento spiritoso e la voce da pescivendola.
«Pronto? Pronto? Posso parlare con il signor Justin
Quayle, per favore, se è in casa?» In tono cerimonioso,
come se stesse per esibirsi in un trucco con le carte. «C'è,
tesoro, ho sentito...» Rivolta a qualcun altro.
«Sono io.»
«Vuoi parlargli direttamente tu, tesoro?» Tesoro non
voleva. «Sono la fiorista, signor Quayle, chiamo da Jeffrey
di King's Road. Abbiamo una bella composizione di non le
dico che fiori da consegnarle personalmente e
inderogabilmente entro stasera, se è in casa, al più presto, e
non devo dirle da parte di chi... Giusto, tesoro?»
Evidentemente era giusto. «Senta, se le mandassi il ragazzo
adesso, signor Quayle? È questo che volevo sapere. Tra due
minuti è lì, vero, Kevin? Anche meno, se gli offre da bere.»
«Allora lo mandi» disse Justin distrattamente.

Era davanti alla porta della stanza di Arnold, che si


chiamava così perché, quando stava da loro, non mancava
mai di lasciarci un malinconico pegno della sua
appartenenza a quella casa: un paio di scarpe, un rasoio
elettrico, una sveglia, una pila di articoli sulle incolmabili
lacune degli aiuti umanitari al Terzo Mondo.
Ciononostante, alla vista del suo cardigan di cammello sullo
schienale della sedia, Justin sussultò e per poco non lo
chiamò per nome avvicinandosi alla scrivania.
Che era a soqquadro.
I cassetti erano stati forzati, fogli e carta da lettere tirati
fuori e ributtati dentro alla bell'e meglio.
Il campanello suonava. Corse giù, cercando di
ricomporsi prima di arrivare alla porta. Kevin, il fattorino
del fiorista, era piccolo, infreddolito e con le guance rosse, e
sembrava uscito da un romanzo di Dickens. Gli iris e i gigli
che aveva in mano erano alti quanto lui. Al filo di ferro che
teneva insieme gli steli era attaccata una busta bianca.
Justin trovò due sterline inglesi in mezzo a una manciata di
scellini kenioti, le porse al ragazzo e chiuse la porta. Aprì la
busta. Conteneva un cartoncino bianco avvolto in un foglio
di carta spessa in modo che non trasparisse lo scritto. Il
messaggio era stampato con il computer.

"Justin. Esci di casa alle sette e mezzo di stasera. Porta


una cartella piena di giornali. Vai al Cineflex di King's Road.
Compra un biglietto per la Sala Due e guarda il film fino
alle nove. Esci con la cartella dall'uscita laterale (lato ovest).
Ci sarà un pulmino azzurro parcheggiato vicino all'uscita.
Riconoscerai l'autista. Brucia questo messaggio".

Nessuna firma.
Esaminò la busta, la annusò, annusò anche il
cartoncino, ma non sentì nessun odore. Non sapeva che
odore si aspettava di sentire. Portò busta e cartoncino in
cucina, accese un fiammifero e, nella migliore tradizione
dei corsi sulla sicurezza impartiti dal Servizio, li lasciò
bruciare nel lavandino. Quando furono consumati, sbriciolò
la cenere e spinse i frammenti nello scarico, facendo
scorrere l'acqua per più tempo del necessario. Si avviò di
nuovo su per le scale, due gradini alla volta, fino all'ultimo
piano. Non era la fretta a spingerlo, ma la determinazione:
non pensare, agisci. Si trovò di fronte alla porta chiusa della
soffitta. Aveva la chiave pronta in mano. La sua espressione
era risoluta, ma apprensiva. Era un disperato che si
preparava a fare il grande salto. Spalancò la porta ed entrò
nel piccolo corridoio che conduceva a una serie di stanze
ricavate tra comignoli infestati dalle taccole e terrazzini
dove si potevano coltivare piante in vaso e fare l'amore.
Avanzò deciso, con gli occhi semichiusi per non lasciarsi
accecare dal bagliore dei ricordi. Non c'era oggetto, quadro,
sedia o angolo che non appartenesse a Tessa, in cui lei non
dimorasse o da cui non gli parlasse. La pomposa scrivania
del padre, passata a lui il giorno del matrimonio, era nella
solita nicchia. Sollevò la ribalta. Che cosa ti avevo detto?
Saccheggiata.
Aprì con violenza il guardaroba di Tessa e vide cappotti e
vestiti invernali strappati dalle grucce e lasciati a morire
con le tasche rovesciate. Avresti anche potuto appenderli,
tesoro. Sai benissimo che l'ho fatto e che li ha tirati giù
qualcun altro. Frugando tra gli indumenti trovò la vecchia
borsa degli spartiti, quanto di più simile a una cartella
potesse trovare.
«Facciamolo insieme» le disse, questa volta ad alta voce.
Quando stava per andarsene, si fermò a spiarla dalla
porta aperta della camera da letto: era uscita dal bagno ed
era nuda, in piedi davanti allo specchio, con la testa piegata
da una parte per pettinarsi i capelli bagnati. Aveva un piede
scalzo puntato verso di lui, in posa da ballerina, come
faceva sempre quando era nuda. Una mano era sollevata
verso la testa. Guardandola, provò lo stesso indicibile senso
di lontananza che gli dava da viva. Sei troppo perfetta.
Troppo giovane, le disse. Avrei dovuto lasciarti libera.
Stronzate, replicò lei dolcemente, e Justin si sentì molto
meglio.
Scendendo in cucina, al pianterreno, trovò un mucchio
di vecchie copie di 'Kenyan Standard', 'Africa Confidential',
'The Spectator' e 'Private Eye'. Le infilò nella borsa degli
spartiti di Tessa, tornò nell'ingresso, lanciò un'ultima
occhiata all'altarino improvvisato e alla borsa di vacchetta.
La lascio in un posto in cui la possano trovare facilmente,
nel caso non fossero soddisfatti del lavoro fatto stamattina
al ministero, le spiegò, e uscì. Fuori era buio e faceva molto
freddo. Gli ci vollero dieci minuti per arrivare al cinema. La
Sala Due era vuota per tre quarti. Non fece attenzione al
film. Dovette andare due volte nel bagno, con la cartella in
mano, per consultare l'orologio senza farsi vedere. Alle nove
meno cinque uscì dalla porta laterale e si trovò in una
traversa gelida. Un pulmino azzurro parcheggiato lo fissava
e per un attimo Justin immaginò, assurdamente, che fosse
il gippone verde di Marsabit. I fari lampeggiarono. Dietro il
volante era comodamente seduta una sagoma spigolosa con
un berretto da marinaio.
«Salga dietro» gli ordinò Rob.
Justin andò verso il retro del veicolo e vide che la
portiera era già aperta e Lesley che allungava un braccio per
prendere la cartella. Sedendosi su una panca di legno nel
buio più fitto, Justin si ritrovò a Muthaiga, sul furgone
Volkswagen, con Livingstone al volante e Woodrow seduto
di fronte che gli dava ordini.
«La stiamo seguendo, Justin» gli spiegò Lesley. Il tono
nell'oscurità era urgente, ma misteriosamente scoraggiato.
Come se avesse subito una grave perdita. «La squadra di
sorveglianza l'ha seguita fino al cinema e noi ne facciamo
parte. Stiamo controllando l'uscita laterale in caso lei decida
di passare di lì. C'è sempre la possibilità che la preda si
annoi ed esca prima della fine dello spettacolo. Come ha
fatto lei. Ed è quello che riferiremo alla Centrale tra cinque
minuti. Da che parte è diretto?»
«Est.»
«Allora fermi un taxi e vada in direzione est. Noi
riferiremo il numero del taxi. Non la seguiremo per timore
che lei ci riconosca. C'è un'altra macchina che la aspetta
davanti al cinema, più una di riserva in King's Road per
eventuali emergenze. Se decide di andare a piedi o di
prendere la metropolitana, le metteranno alle calcagna due
persone a piedi. Se sceglie l'autobus, saranno contenti
perché nel traffico di Londra non c'è niente di più facile che
rimanere bloccati dietro un autobus. Se entra in una cabina
e fa una telefonata, ascolteranno quello che dice. Hanno
l'autorizzazione del ministero degli Interni, che vale da
qualsiasi telefono lei chiami.»
«Perché?» domandò Justin.
Si stava abituando alla poca luce. Rob aveva posato un
braccio sullo schienale e si era girato all'indietro,
intervenendo nella conversazione con un modo di fare
servile quanto quello di Lesley, ma più ostile.
«Perché ci ha raccontato un sacco di balle» disse.
Lesley stava trasferendo i giornali dalla cartella di Tessa
a un sacchetto di plastica. Ai suoi piedi c'era una pila di
grosse buste, forse una decina. Cominciò a infilarle nella
cartella degli spartiti.
«Non capisco» disse Justin.
«Be', faccia uno sforzo» gli consigliò Rob. «Abbiamo
ordini precisi, chiaro? Noi riferiamo al signor Gridley tutto
quello che lei fa e qualcuno ai piani alti dice perché lo fa,
ma non a noi. Noi siamo la manovalanza.»
«Chi mi ha perquisito la casa?»
«A Nairobi o a Chelsea?» ribatté sardonico Rob.
«A Chelsea.»
«Non è compito nostro. Sappiamo solo che la squadra è
stata mobilitata per quattro ore durante la perquisizione.
Gridley ha messo un poliziotto in divisa sulla porta
nell'eventualità che qualcuno cercasse di intrufolarsi. Caso
mai, era incaricato di dirgli che stavamo indagando su un
furto nel palazzo e di smammare. Ammesso che fosse
veramente un poliziotto, cosa di cui dubito» aggiunse Rob.
«Ci hanno tolto il caso» disse Lesley. «Gridley ci
manderebbe a dirigere il traffico nelle isole Orkney, se
potesse, ma non osa.»
«E non solo il caso» aggiunse Rob. «Ci trattano come se
non esistessimo. Grazie a lei.»
«Non ci perde di vista un attimo» disse Lesley.
«Non ci lascia allontanare nemmeno per pisciare»
precisò Rob.
«Ha mandato altri due a Nairobi per aiutare la polizia
locale nelle ricerche di Bluhm. Stop» disse Lesley. «Basta
agitare le acque. Niente più divagazioni. Fine del discorso.»
«Niente killer a Marsabit, nessun rammarico per nere
moribonde e medici fantasma» rincarò Rob. «Testuali
parole del caro Gridley. E i nostri sostituti non sono
autorizzati a parlarci, per paura che siamo contagiosi. Sono
due idioti a un anno dalla pensione, come Gridley.»
«La situazione è delicatissima e lei c'è dentro» disse
Lesley chiudendo la fibbia della cartella, ma continuando a
tenersela sulle ginocchia. «Fino a che punto nessuno lo sa.
Gridley vuole sapere la storia della sua vita. Chi vede e
dove, chi viene a casa sua, a chi telefona, che cosa mangia e
con chi. Tutti i giorni. Lei è uno dei protagonisti di
un'operazione top-secret, non ci hanno detto altro.
Dobbiamo eseguire gli ordini e farci i fatti nostri.»
«Eravamo a Scotland Yard da dieci minuti e già urlava
che voleva tutti i quaderni, le cassette e le prove sulla
scrivania» raccontò Rob. «Così glieli abbiamo dati. Gli
originali, versione integrale. Dopo aver fatto delle copie,
ovviamente.»
«La premiata ditta ThreeBees non deve mai più essere
nominata, è un ordine» spiegò Lesley. «Prodotti, operazioni
e personale compresi. Nulla che agiti le acque. Amen.»
«Quali acque?»
«Faccia lei» intervenne Rob. «Non ha che l'imbarazzo
della scelta. Curtiss è intoccabile. Sta per concludere un
contratto per una colossale fornitura di armi britanniche ai
somali. Purtroppo per lui esiste un embargo, ma ha trovato
il modo di aggirarlo. È il favorito nella gara per
l'installazione di un avanzatissimo sistema di
telecomunicazioni nell'Africa orientale. Tecnologia
britannica.»
«E io rappresento un ostacolo a tutto questo?»
«Lei rappresenta un ostacolo, punto e basta» replicò
Rob invelenito. «Se lei non ci avesse fatto muro, li
avremmo stesi. Invece ci ritroviamo in mezzo a una strada,
di nuovo al punto di partenza.»
«Loro sono convinti che lei sappia quello che sapeva
Tessa, qualunque cosa fosse» gli spiegò Lesley. «E questo
potrebbe essere pericoloso per la sua salute.»
«Loro chi?»
Ma l'ira di Rob era incontenibile. «È stata una presa per
i fondelli fin dall'inizio, e lei lo sapeva. I Blue Boys se la
ridevano alle nostre spalle, e quei bastardi della ThreeBees
pure. Il suo amico e collega Woodrow ci ha mentito
spudoratamente. E lei anche. Lei era la nostra unica chance
e ci ha preso a calci nei denti.»
«Abbiamo una domanda da farle, Justin» intervenne
Lesley in tono poco meno amareggiato. «Almeno una
risposta diretta ce la deve. Ha un posto dove andare? Un
posto sicuro dove starsene a leggere in pace?
Preferibilmente all'estero?»
Justin tergiversò. «Che cosa succederà quando tornerò a
Chelsea e spegnerò la luce in camera da letto? Voi resterete
davanti a casa?»
«La squadra la accompagnerà fino al portone e si
accerterà che sia andato a letto. Quelli che la pedinano
dormiranno un paio d'ore, quelli che la ascoltano
resteranno attaccati al suo telefono. La squadra di
sorveglianza si ripresenterà domattina presto, pronta per
quando si sveglia. Il momento migliore per lei è tra l'una e
le quattro.»
«Sì, ho un posto dove andare» disse Justin dopo aver
riflettuto un attimo.
«Fantastico!» commentò Rob. «Noi invece no.»
«Se è all'estero, viaggi per terra e per mare» gli suggerì
Lesley. «Appena arriva, spezzi la catena. Prenda autobus di
campagna, treni locali. Si vesta in maniera anonima, si
faccia la barba tutti i giorni, non guardi la gente. Non
noleggi automobili, non metta piede su un aereo, nemmeno
per dei voli interni. Dicono che lei è ricco.»
«È vero.»
«Allora si porti un sacco di contanti. Non usi carte di
credito né traveller's cheque, non tocchi un cellulare. Non
faccia chiamate a carico del destinatario e non dica mai il
suo nome su una linea normale, altrimenti entreranno in
azione i computer. Rob le ha preparato un passaporto e un
tesserino della stampa inglese, del 'Telegraph'. Per trovare
una sua foto abbiamo dovuto telefonare al ministero degli
Esteri e dire che ci serviva per l'archivio. Rob ha amici in
posti dove non dovremmo averne, vero, Rob?» Nessuna
risposta. «Non sono perfetti perché gli amici di Rob non
avevano tempo, vero, Rob? Quindi non li usi per entrare o
uscire dall'Inghilterra, okay?»
«Sì» rispose Justin.
«Lei si chiama Peter Paul Atkinson, giornalista. E si
ricordi di non portare mai con sé due passaporti
contemporaneamente, qualsiasi cosa succeda.»
«Perché fate tutto questo?» chiese Justin.
«Che cosa le interessa?» ribatté furioso Rob dal buio.
«Avevamo un lavoro da svolgere, tutto qui. Non ci va di
averlo perso, così lo diamo a lei perché ne faccia quello che
vuole. Quando ci licenzieranno, magari di tanto in tanto ci
lascerà lavare le sue Rolls-Royce.»
«Forse lo facciamo per Tessa» disse Lesley mettendogli
in mano la cartella. «Ora vada, Justin. Non si è fidato di noi.
E magari aveva anche ragione. Ma se si fosse fidato,
avremmo concluso qualcosa. Di qualunque cosa si tratti.»
Allungò una mano in direzione della portiera. «Stia attento.
Quella è gente che non si fa scrupolo ad ammazzare. Ma di
questo si sarà già accorto.»
Justin si avviò e udì Rob che parlava al microfono.
Candy sta uscendo dal cinema. Ripeto, Candy sta uscendo
con la sua borsetta. La portiera del pulmino sbatté alle sue
spalle. Chiuso, pensò, rimosso. Camminò per un tratto.
Candy cerca un taxi, ed è un maschio.
Justin era in piedi davanti alla finestra a ghigliottina
dello studio di Ham ad ascoltare i rintocchi delle dieci che si
levavano sopra il ringhio notturno della città. Guardava giù
nella strada, tenendosi un po' indietro, in un punto da cui
vedeva facilmente, ma era più difficile essere visti. Sulla
scrivania era accesa una lampada bassa e Ham era seduto
comodamente in un angolo su una poltrona dallo schienale
alto, consumata da generazioni di clienti insoddisfatti. Dal
fiume si alzava una nebbiolina gelida che si condensava
sulle inferriate della cappella di Saint Ethelreda, teatro di
molte discussioni irrisolte tra Tessa e il Creatore. Un
tabellone verde illuminato informava i passanti che la
cappella era stata restituita all'Antica Fede dai padri
rosminiani. Confessioni, benedizioni e matrimoni su
appuntamento. A quell'ora tarda erano rari i fedeli che
andavano su e giù per le scale. Tessa non era fra loro. Sul
pavimento dello studio, posato sul vassoio di plastica che gli
aveva dato Ham, c'era il contenuto della borsa di vacchetta.
Sulla scrivania c'era la cartella degli spartiti di Tessa e,
accanto, ordinatamente raccolti in carpette con il nome
dello studio, le stampe, i fax, le fotocopie, gli appunti presi
al telefono, le cartoline e la corrispondenza che Ham aveva
intrattenuto con Tessa nell'ultimo anno.
«C'è un po' di casino, temo» confessò imbarazzato.
«Non trovo più le sue ultime e-mail.»
«Non le trovi più?»
«Ne le sue né quelle di nessun altro, per la verità. Un
virus mi ha mangiato la casella di posta elettronica e mezzo
disco fisso, il bastardo. Il tecnico ci sta ancora lavorando.
Appena le recupera, te le faccio avere.»
Avevano parlato di Tessa, poi di Meg, poi di cricket, a cui
era riservata una parte del grande cuore di Ham. Justin non
era appassionato di cricket, ma aveva fatto del suo meglio
per sembrare entusiasta. Nella penombra incombeva un
poster di Firenze tutto macchiato.
«Hai ancora quel comodo corriere che va e viene da
Torino tutte le settimane, Ham?» si informò Justin.
«Certo. La ditta è stata rilevata, naturalmente. Ormai
non scampa più nessuno. Sono sempre gli stessi, ma fanno
più casini.»
«E usi ancora quelle belle cappelliere di cuoio con il
nome dello studio che ho visto nella cassaforte
stamattina?»
«Saranno l'ultima cosa a sparire, finché comando io.»
Justin strizzò gli occhi per guardare meglio nella strada
male illuminata. Erano ancora lì: una donna grande e
grossa con un cappottone e un uomo segaligno con le
gambe storte come un fantino appena sceso di sella, un
cappello floscio e una giacca a vento con il bavero tirato fin
sul naso. Studiavano il cartellone di Saint Ethelreda da
almeno dieci minuti, malgrado ciò che poteva dire loro in
una gelida notte di febbraio si potesse mandare a memoria
in dieci secondi. In fondo, a volte, anche in un paese civile
si può essere sicuri.
«Racconta, Ham.»
«Tutto quello che vuoi.»
«In Italia Tessa aveva dei liquidi?»
«A palate. Vuoi vedere gli estratti conto?»
«Non importa. Adesso sono miei?»
«Lo sono sempre stati. Avevate conti cointestati, non ti
ricordi? Quel che è mio è suo, diceva. Avevo cercato di
dissuaderla, ma lei mi aveva mandato a quel paese. Un
classico.»
«Allora il tuo socio di Torino potrebbe mandarmene un
po' in qualche banca, giusto? Se fossi all'estero, per
esempio.»
«Senza problemi.»
«A me o anche a un'altra persona che decido io. Purché
faccia vedere il passaporto.»
«I quattrini sono tuoi, amico. E ne fai quello che vuoi.
Goditeli, l'importante è questo.»
Il fantino appena sceso di sella aveva voltato le spalle al
tabellone e fingeva di osservare le stelle. Il donnone
guadava l'ora. Justin ricordò di nuovo il noiosissimo
istruttore del corso sulla sicurezza. Gli osservatori sono
attori. La cosa più difficile per loro è non fare niente.
«C'è un mio amico, Ham. Non te ne ho mai parlato. Si
chiama Peter Paul Atkinson. Ha la mia totale fiducia.»
«Avvocato?»
«Ma no, ho già te. È un giornalista del 'Daily Telegraph'.
Un vecchio amico dell'università. Voglio dargli una procura
generale. Se tu o il tuo ufficio di Torino doveste mai
ricevere istruzioni da lui, vorrei che vi comportaste
esattamente come se venissero da me.»
Ham si schiarì la voce e si grattò la punta del naso. «Non
è così semplice, Justin. Una procura non si fa con un colpo
di bacchetta magica, cazzo. Bisogna avere la sua firma, i
suoi dati, eccetera. Ci vuole un'autorizzazione ufficiale da
parte tua, autenticata, probabilmente.»
Justin andò verso la poltrona dove era seduto Ham e gli
porse il passaporto di Atkinson perché lo guardasse.
«Forse puoi prendere i dati da qui» suggerì.
Ham guardò prima la foto e, apparentemente senza
cambiare espressione, la confrontò con il volto di Justin.
Poi la guardò di nuovo, lesse i dati e sfogliò le pagine piene
di timbri.
«Ha viaggiato parecchio, il tuo amico» commentò
flemmatico.
«E viaggerà ancora di più, credo.»
«Mi occorre una firma. Non posso fare niente senza la
firma.»
«Aspetta un attimo e la avrai.»
Ham si alzò e, restituendogli il documento, andò
lentamente alla scrivania. Aprì un cassetto, tirò fuori un
paio di moduli dall'aria ufficiale e dei fogli bianchi. Justin
posò il passaporto aperto vicino alla lampada e, sotto gli
occhi di Ham che guardava poco discretamente da dietro le
sue spalle, fece alcune prove prima di dare mandato a Peter
Paul Atkinson, domiciliato presso lo studio Hammond
Manzini di Londra e Torino, di gestire i propri affari.
«Bisogna che sia autenticata» disse Ham. «Ci penso io.»
«C'è ancora una cosa, se non ti dispiace.»
«Cristo.»
«Avrò bisogno di scriverti.»
«Quando vuoi, Justin. Sarò felice di mantenermi in
contatto con te.»
«Ma non qui. Non in Inghilterra. E nemmeno allo
studio di Torino, se non ti dispiace. Se ben ricordo hai uno
sciame di zie italiane. Non potresti chiedere a una di loro di
farti da casella postale? Quando passi da lei, ritiri la posta.»
«Ci sarebbe una vecchia strega che abita a Milano»
rispose Ham rabbrividendo.
«Una vecchia strega a Milano è proprio quello che ci
serve. Potresti darmi il suo indirizzo?»

Mezzanotte a Chelsea. Con un blazer e un paio di


pantaloni di flanella grigia, Justin, segretario scrupoloso, si
sedette all'orrendo tavolo sotto un lampadario arturiano a
scrivere. Con la stilografica, su carta intestata con l'indirizzo
di Chelsea. Aveva strappato varie bozze prima di arrivare a
un risultato soddisfacente, ma ancora stentava a
riconoscersi nello stile e nella grafia.

"Cara Alison,
ti sono molto grato per gli accorti suggerimenti che mi
hai dato durante il colloquio di stamattina. Il ministero ha
sempre mostrato il suo volto umano nei momenti critici e
oggi lo ha confermato. Ho riflettuto su ciò che mi hai
proposto e ho parlato a lungo con gli avvocati di Tessa. A
quanto pare negli ultimi mesi i suoi interessi sono stati
trascurati e urge il mio intervento. Ci sono questioni fiscali
e di domicilio da risolvere, per non parlare della
destinazione delle sue proprietà sia qui sia all'estero. Ho
deciso pertanto di occuparmi prima di tutto di questo e
credo che non mi dispiacerà.
Spero quindi che mi concederai una o due settimane di
tempo per pronunciarmi sulle tue proposte. Quanto al
congedo per malattia, non voglio approfittare
eccessivamente della benevolenza del ministero.
Quest'anno non ho preso ferie e, se non erro, mi spettano
cinque settimane di permesso per il rimpatrio oltre alle
normali ferie annuali. Preferirei utilizzare queste, prima di
ricorrere alla vostra generosità. Ancora grazie".

Un contentino ipocrita e disonesto, decise con


soddisfazione. Justin, funzionario incurabilmente corretto,
si fa degli scrupoli sull'opportunità di mettersi in malattia
per sistemare gli affari della moglie assassinata. Tornò
nell'atrio e diede un'altra occhiata alla borsa di vacchetta
per terra sotto il tavolino di marmo appoggiato alla parete.
Uno dei lucchetti era stato forzato, irrimediabilmente rotto,
e l'altro non c'era più. Il contenuto era stato rimesso dentro
alla rinfusa. Ma come lavorate male! pensò con disprezzo.
Poi si corresse: a meno che non stiate cercando di farmi
paura, nel qual caso siete bravissimi. Controllò le tasche
della giacca. Il passaporto, autentico, da usare per uscire o
per rientrare in Inghilterra. Soldi. Niente carte di credito.
Con aria di ferma determinazione, si accinse a sistemare le
luci della casa nel modo più idoneo per far credere di essere
andato a dormire.
11.

La montagna si stagliava nera contro un cielo sempre


più cupo, agitato dalle nuvole che correvano, dai venti
capricciosi dell'isola e dalla pioggia di febbraio. La strada
tortuosa era cosparsa di sassi e di fango rossastro che
colava dalle pendici impregnate d'acqua. A tratti si
trasformava in una galleria di rami di pino, poi in un
precipizio affacciato sul Mediterraneo, che ribolliva
trecento metri più in basso. A volte, dietro una curva Justin
si trovava di fronte il mare, che inspiegabilmente si alzava
come una muraglia per poi scomparire inghiottito
dall'abisso al tornante successivo. Ma per quante curve
facesse, la pioggia gli arrivava sempre dritta sul parabrezza,
sferzando la jeep come un vecchio cavallo che non ce la fa
più a tirare grossi carichi. E la fortezza del Monte Capanne
continuava a guardarlo, ora dall'alto, ora alla sua destra,
acquattata su una cresta inaspettata, e lo attirava,
incitandolo a proseguire come un faro fasullo.
«Dove diavolo è? Qui sulla sinistra, ci scommetto»
protestò ad alta voce, rivolto in parte a se stesso e in parte a
Tessa. Arrivato in cima a una salita, accostò irritato e
premendosi le dita sulle sopracciglia fece mentalmente il
punto della situazione. Si stava abituando a compiere i gesti
esagerati della solitudine. Sotto di lui si intravedevano le
luci di Portoferraio mentre davanti, sulla terraferma,
occhieggiavano quelle di Piombino. A destra e a sinistra una
strada sterrata si apriva come un canalone nel bosco. È qui
che i tuoi assassini hanno nascosto il gippone verde quando
ti hanno teso l'imboscata e ti hanno ucciso, le spiegò dentro
di sé. Qui hanno fumato le loro abominevoli Sportsman e
hanno bevuto le loro bottiglie di Whitecap, aspettando che
tu e Arnold passaste in macchina. Si era fatto la barba, si era
pettinato e si era messo una camicia di jeans pulita. Sentiva
caldo alla faccia e le tempie che pulsavano. Optò per la
sinistra. La jeep sobbalzava su un tappeto disordinato di
ramoscelli e aghi di pino. Gli alberi si diradavano, il cielo
schiariva e sembrò di nuovo quasi giorno. In basso, in
fondo alla radura, c'era un gruppo di vecchie case di
contadini. Non le venderò mai, non le affitterò mai, mi
dicesti la prima volta che mi portasti qui. Le darò a persone
a cui tengo, poi io e te verremo qui a morire.
Justin fermò la jeep e si avviò nell'erba bagnata verso la
casa più vicina. Era ben tenuta, bassa, con i muri bianchi di
calce e il tetto di vecchi coppi scoloriti. Dalle finestre del
pianterreno si intravedeva una luce. Bussò alla porta. Un
modesto pennacchio di fumo, riparato dal bosco
circostante, usciva diritto nel crepuscolo dal comignolo e
poco più in alto veniva portato via dal vento. Merli striduli
volavano in tondo e litigavano. La porta si aprì e una
contadina con un fazzoletto variopinto sulla testa lanciò un
grido di dolore, chinò il capo e mormorò qualcosa in una
lingua che lui non si aspettava di capire. Sempre a capo
chino, girandosi di fianco, gli prese la mano tra le sue e se la
appoggiò prima su una guancia e poi sull'altra, prima di
baciargli religiosamente il pollice.
«Dov'è Guido?» le chiese Justin in italiano mentre
entravano in casa.
La donna aprì una porta interna e lo invitò ad
accomodarsi. Guido era seduto a un lungo tavolo sotto una
croce di legno: un vecchietto curvo e ansimante di dodici
anni, pallido e magrissimo, con gli occhi spiritati. Aveva le
mani scheletriche posate sul tavolo, vuote, ed era difficile
immaginare che cosa stesse facendo prima che Justin
entrasse, solo in una stanza bassa e scura con le travi al
soffitto, senza leggere o giocare o guardare nulla. Con la
lunga testa piegata da una parte e la bocca socchiusa, lo
guardò entrare, si alzò e, appoggiandosi al tavolo, si lanciò
tra le sue braccia barcollando con un'andatura da granchio.
Ma aveva preso male la mira e le braccia gli ricaddero lungo
i fianchi prima che Justin lo afferrasse e lo sorreggesse.
«Vuole morire, come suo padre e la signora» si lamentò
la madre. «'Tutte le brave persone sono in Cielo' dice.
'Restano solo i cattivi.' Sono cattiva io, signor Justin? È
cattivo lei? La signora ci ha fatto venire dall'Albania, ci ha
pagato le cure di Guido a Milano e ci ha messo in questa
casa solo perché morissimo di dolore per lei?» Guido si
nascose il viso smunto tra le mani. «Prima sviene, poi va a
letto e dorme. Non mangia, non prende le medicine, si
rifiuta di andare a scuola. Stamattina, quando è uscito dalla
sua camera per lavarsi, ho chiuso la porta e ho nascosto la
chiave.»
«Le medicine ti fanno bene» disse Justin pacatamente,
guardando Guido.
Scuotendo la testa, la donna andò in cucina, spostò
alcune pentole e mise sul fuoco il bollitore. Justin
riaccompagnò Guido al tavolo e gli si sedette accanto.
«Mi ascolti, Guido?» gli chiese in italiano.
Guido chiuse gli occhi.
«Resta tutto come prima» disse Justin con voce ferma.
«La scuola, il dottore, l'ospedale, le medicine, tutto ciò che
occorre finché non sarai guarito. L'affitto, il mangiare, le
tasse universitarie quando sarà il momento. Faremo tutto
quello che Tessa aveva previsto per te, esattamente come
voleva lei. Non si può andare contro i suoi desideri, ti
pare?»
Con gli occhi bassi, Guido rifletté, prima di scuotere con
riluttanza la testa e ammettere che no, non si poteva.
«Giochi sempre a scacchi? Facciamo una partita?»
Di nuovo scosse la testa, questa volta indignato: giocare
a scacchi sarebbe stata una mancanza di rispetto nei
confronti della signora Tessa.
Justin gli prese la mano e la strinse, poi la fece
dondolare leggermente, aspettando un sorriso. «Allora che
cosa fai, a parte morire?» chiese in inglese. «Hai letto i libri
che ti abbiamo mandato? Ormai dovresti essere un esperto
di Sherlock Holmes.»
«Sherlock Holmes è un grande detective» rispose Guido
in inglese, ma senza sorridere.
«E il computer che ti ha regalato la signora?» domandò
Justin tornando all'italiano. «Tessa diceva che eri
bravissimo. Un mago. Vi scrivevate così tante e-mail che ero
geloso. Non dirmi che hai abbandonato il computer,
Guido!»
Quella domanda suscitò vive proteste dalla cucina. «Sì!
Ha abbandonato anche quello! Ha abbandonato tutto!
Quattro milioni di lire, le era costato! Prima stava tutto il
giorno davanti al computer a scrivere. 'Ti caverai gli occhi'
gli dicevo. 'Ti fa male concentrarti così.' Adesso niente.
Anche il computer deve morire.»
Continuando a tenerlo per mano, Justin costrinse Guido
a guardarlo negli occhi. «È vero?» gli chiese.
Sì, era vero.
«Ma è terribile, Guido, sprecare un talento così!»
protestò mentre sul viso del ragazzino spuntava un sorriso.
«L'umanità ha bisogno di cervelli come il tuo. Capito?»
«Non so.»
«Allora, ti ricordi il computer della signora Tessa, quello
su cui hai imparato?»
Naturalmente Guido lo ricordava, e lo disse con aria di
grande superiorità, se non addirittura di compiacimento.
«Lo so, è meno bello del tuo. Il tuo è più nuovo e più
intelligente, giusto?»
Sì, decisamente sì. E il sorriso si allargò ancora.
«Be', io invece non ci capisco niente. Io non sono come
te, Guido, non lo so usare. Il problema è che la signora
Tessa su quel computer ha lasciato un sacco di messaggi,
tra cui alcuni per me, e ho una paura da morire di perderli.
E penso che a lei farebbe piacere che fossi tu ad aiutarmi a
recuperarli. Okay? Perché avrebbe tanto voluto avere un
figlio come te. E io anche. Quindi quello che ti chiedo è se
puoi venire giù alla villa e aiutarmi a leggere quello che c'è
nel suo portatile.»
«Ha la stampante?»
«Sì.»
«Il drive per i dischetti?»
«Anche quello.»
«Il drive per i cd? Il modem?»
«E anche il manuale, e i trasformatori, i cavi e il
riduttore per la presa della corrente. Ma non ci capisco
niente lo stesso, e se c'è una possibilità di combinare
qualche pasticcio, sono certo che da solo lo combinerei.»
Guido era già in piedi, ma Justin affettuosamente lo
riportò al tavolo.
«Non adesso. Stanotte dormi e domani mattina presto,
se vuoi, ti vengo a prendere con la jeep. Ma poi devi andare
a scuola. D'accordo?»
«D'accordo.»
«Lei è troppo stanco, signor Justin» mormorò la madre
di Guido servendogli il caffè. «Tanto dolore fa male al
cuore.»

Era sull'isola da due notti e due giorni, ma se qualcuno


gli avesse dimostrato che era passata una settimana non
sarebbe rimasto sorpreso. Aveva preso il ferry-boat fino a
Boulogne, pagato in contanti il biglietto del treno e lungo la
strada, molto prima di arrivare a destinazione, ne aveva
comprato un altro per una destinazione diversa. Per quanto
ne sapeva, il suo passaporto era stato controllato solo una
volta e piuttosto in fretta, quando aveva attraversato il
confine tra la Svizzera e l'Italia nei pressi di un passo di
montagna molto bello e molto scosceso. Ed era il suo
passaporto. Anche di questo era certo. Seguendo
fedelmente le istruzioni di Lesley, aveva spedito quello del
signor Atkinson tramite Ham, per non rischiare di farsi
beccare con due passaporti in tasca. Di quale passo di
montagna o quale treno si trattasse, invece, non era affatto
sicuro: se gli avessero chiesto in che città era salito, avrebbe
dovuto consultare una cartina e tirare a indovinare.
Tessa aveva viaggiato al suo fianco per quasi tutto il
percorso e di tanto in tanto si erano scambiati qualche
battuta, di solito dopo qualche commento scoraggiante o
poco pertinente fatto sottovoce da lei. Altre volte avevano
ricordato insieme il passato, spalla contro spalla, con la
testa appoggiata all'indietro e gli occhi chiusi come
un'anziana coppia, finché di colpo lei non lo lasciava di
nuovo e il dolore lo riassaliva, come un cancro di cui aveva
sempre conosciuto l'esistenza, e rimpiangeva la moglie
morta con un'intensità molto maggiore dei momenti più
neri ai piani bassi di Gloria, o al funerale a Langata, o
all'obitorio, o nella soffitta di Chelsea.
Arrivato sul marciapiede della stazione di Torino, aveva
preso una camera in un albergo per rimettersi in ordine, poi
era andato in una valigeria che vendeva articoli di seconda
mano e aveva comprato due anonime sacche di tela in cui
mettere i documenti e gli oggetti che ormai considerava il
reliquiario di Tessa. Certo, signor Justin, gli aveva
assicurato il giovane avvocato vestito di nero che aveva
ereditato la quota Manzini dello studio legale – tra
esclamazioni di cordoglio rese ancora più dolorose dalla
sincerità con cui erano espresse – le cappelliere erano
arrivate sane, salve e puntuali, insieme con le istruzioni di
Ham: consegnare la numero cinque e la numero sei,
sigillate, a Justin in persona. E se c'era qualcosa, qualsiasi
cosa, di natura legale, professionale o altro, che potesse fare
per lui, naturalmente l'amicizia con la famiglia Manzini non
finiva con la tragica morte della signora, non era nemmeno
il caso di dirlo. Ah, e poi c'erano i soldi, aveva aggiunto con
un certo sprezzo, contando cinquantamila dollari in
contanti e facendogli firmare una ricevuta. Quindi Justin si
era ritirato da solo in una saletta vuota e aveva trasferito il
reliquiario di Tessa e il passaporto del signor Atkinson nella
loro nuova dimora all'interno delle valigie di tela. Poco dopo
aveva preso un taxi per Piombino dove, per puro caso, era
arrivato giusto in tempo per imbarcarsi su un vistoso
albergo a più piani che si autodefiniva traghetto e che stava
salpando per Portoferraio.
Seduto il più lontano possibile dal grande schermo
televisivo, unico cliente del gigantesco self-service sul sesto
ponte, con una valigia da una parte e una dall'altra, Justin si
era concesso un'insalata di mare, un panino con il salame e
mezza bottiglia di vino rosso veramente cattivo. Al
momento dell'attracco a Portoferraio, avanzando nelle
viscere male illuminate del garage della nave, tra autisti
maleducati che scaldavano il motore o gli andavano
direttamente addosso, spingendolo insieme con le sue
valigie contro la parete di lamiera imbullonata dello scafo
per il divertimento dei facchini disoccupati che lo stavano a
guardare, era stato colto dalla familiare sensazione di essere
in assenza di gravità.
Era sera e inverno e molto freddo, quando emerse
intirizzito e furioso sul molo, e i rari passanti camminavano
con insolita fretta. Nel timore di essere riconosciuto o,
peggio ancora, compianto, con il cappello calato sulla fronte
trascinò le valige fino al primo taxi e notò con sollievo che il
viso dell'autista gli era sconosciuto. Durante i venti minuti
di strada, l'uomo gli chiese se era tedesco e Justin replicò
che era svedese, risposta non premeditata che diede i suoi
frutti, perché l'altro non aprì più bocca.
Villa Manzini era in basso, a ridosso, sulla costa
settentrionale dell'isola. Il vento soffiava dal mare e
scuoteva le palme, spazzava i muretti di pietra, sferzava
persiane e tetti di tegole e faceva cigolare come vecchie
cime le baracche di legno. Solo, alla luce incerta della luna,
Justin rimase in piedi dove lo aveva lasciato il taxi,
all'ingresso del cortile lastricato con l'antica pompa
dell'acqua e la macina per le olive, in attesa che gli occhi si
abituassero alla penombra. La villa incombeva davanti a lui.
Due file di pioppi, piantati dal nonno di Tessa,
costeggiavano il sentiero che dal portone conduceva al
mare. Riconobbe le case dei dipendenti, le scale di pietra, i
pilastri dei cancelli e alcuni frammenti spettrali di mura
romane. Non c'era nessuna luce accesa, da nessuna parte.
Ham gli aveva anticipato che l'amministratore della tenuta
era a Napoli a spassarsela con la fidanzata. Delle pulizie si
occupavano due austriache girovaghe che si autodefinivano
pittrici e si erano sistemate in una cappella sconsacrata
dall'altra parte della tenuta. Le due casette dei contadini,
trasformate dalla madre di Tessa, la dottoressa, e battezzate
Romeo e Giulietta per divertire i turisti tedeschi, erano
state affidate a un'agenzia immobiliare di Francoforte.
Bentornata a casa, disse a Tessa, nel caso fosse un po'
lenta a capire, dopo quel viaggio tortuoso.
Le chiavi erano nascoste su una sporgenza all'interno
della tettoia di legno che proteggeva la pompa dell'acqua.
«Prima sollevi il coperchio, tesoro, così, poi infili dentro un
braccio e se sei fortunato le peschi al primo colpo. Poi apri il
portone e porti tua moglie in camera da letto e fai l'amore
con lei, così.» Ma non la portò in camera da letto, conosceva
un posto migliore. Prese ancora una volta le due valigie e si
avviò dall'altra parte del cortile. In quel momento la luna si
alzò cortesemente oltre le nubi, illuminandogli la strada e
proiettando strisce bianche tra i pioppi. Arrivato nell'angolo
più lontano del cortile, imboccò uno stretto passaggio che
sembrava un vicolo dell'antica Roma e si trovò di fronte a
una porta di legno d'olivo su cui era incisa un'ape
napoleonica in onore del grande condottiero che,
apprezzando la piacevole conversazione e ancora di più
l'ottimo vino della trisnonna di Tessa, era stato spesso
ospite della villa nei dieci mesi irrequieti di esilio sull'isola,
o almeno così voleva la leggenda di famiglia.
Justin scelse la chiave più grossa del mazzo e la girò
nella serratura. La porta si aprì cigolando. «Qui è dove
contavamo i soldi» gli spiega severamente Tessa,
immedesimandosi nel ruolo di erede della famiglia
Manzini, sposina e guida turistica. «Oggi le splendide olive
Manzini vengono spedite a Piombino e frante come tutte le
altre. Ma ai tempi di mia madre, la dottoressa, questa
stanza era ancora il "sancta sanctorum". Qui registravamo
l'olio, orcio per orcio, prima di metterlo nella cantina, dove
veniva conservato a temperatura rigorosamente costante.
Era qui che... Non mi stai a sentire.»
«Perché stai facendo l'amore con me.»
«Sei mio marito e faccio l'amore con te tutte le volte che
voglio. Stai attento. In questa stanza i contadini ricevevano i
soldi della paga settimanale e firmavano, di solito con una
croce, un registro più grosso del vostro "Doomsday Book".»
«Tessa, non posso...»
«Non puoi cosa? Certo che puoi. Sei pieno di risorse.
Qui ricevevamo anche le squadre di forzati dal penitenziario
dall'altra parte dell'isola. Per questo c'è lo spioncino nella
porta. Per questo ci sono gli anelli di ferro nei muri, per
incatenarci i prigionieri in attesa di portarli a lavorare negli
oliveti. Non sei fiero di me? Discendo da una famiglia di
schiavisti.»
«Infinitamente.»
«Allora perché chiudi la porta a chiave? Sono tua
prigioniera?»
«Sì.»
La stanza dell'olio aveva il soffitto bianco, a travi, e le
finestre troppo in alto per poter curiosare da fuori, sia che
vi si contasse del denaro, vi si tenessero incatenati dei
prigionieri o due sposi novelli facessero languidamente
l'amore sul rigido divano di pelle appoggiato alla parete
verso il mare. Il tavolo su cui venivano contati i soldi era
piatto e quadrato. Dietro, in nicchie stondate, c'erano due
banconi da falegname. A Justin occorse tutta la forza che
aveva per trascinarli sul pavimento di pietra e disporli ai lati
del tavolo. Sopra la porta c'era una fila di vecchie bottiglie
recuperate qua e là nella tenuta. Le prese e le spolverò una
per una con il fazzoletto prima di posarle sul tavolo per
usarle come fermacarte. Il tempo si era fermato. Non
sentiva più né sete, né fame, né sonno. Mise le due valigie
sui banconi, ne estrasse i due fagotti cui teneva di più e li
posò sul tavolo, facendo attenzione a metterli bene nel
mezzo, per paura che in un momento di dolore o di follia
venisse loro l'idea di buttarsi di sotto. Cominciò
prudentemente a disfare il primo fagotto, uno strato alla
volta: la vestaglia di cotone, il cardigan di angora, quello che
si era messa il giorno prima di partire per Lokichokio, la
camicetta di seta che conservava ancora il suo profumo
intorno al collo, fino ad arrivare all'oggetto più prezioso: un
sottile parallelepipedo grigio di trenta centimetri per
venticinque, con il logo del produttore giapponese sul
coperchio. Indenne, dopo giorni e notti di viaggi e
solitudine infernali. Dal secondo fagotto estrasse gli
accessori. Quando ebbe finito, trasferì il tutto con cautela,
pezzo per pezzo, su una vecchia scrivania di pino dall'altra
parte della stanza.
«Più tardi» le promise ad alta voce. «Abbi pazienza,
donna.»
Respirando più tranquillamente, prese una radiosveglia
dal bagaglio a mano e armeggiò fino a trovare la lunghezza
d'onda locale del B.B.C. World Service. Durante tutto il
viaggio si era tenuto aggiornato sulle vane ricerche di
Arnold. Regolò la sveglia sull'ora del notiziario successivo e
si concentrò sulle varie pile di lettere, documenti, ritagli di
giornale, stampe e fascicoli dall'aria ufficiale che, in un'altra
vita, erano stati la sua fuga dalla realtà. Non quella sera,
assolutamente no. Quelle carte non gli offrivano rifugio da
nulla, che fossero i rapporti di polizia di Lesley o gli appunti
di Ham riguardo alle richieste imperiose di Tessa o le
lettere, i saggi, i ritagli di giornale ordinati con cura, i testi
medici e farmaceutici, i foglietti affissi alla bacheca nel suo
studio o scritti quando era febbricitante in ospedale e
rinvenuti da Rob e Lesley nel loro nascondiglio in casa di
Arnold. La radio si era accesa. Justin alzò la testa e ascoltò.
Sullo scomparso Arnold Bluhm, il medico sospettato
dell'omicidio di Tessa Quayle, moglie di un diplomatico
britannico, l'annunciatore non aveva nulla da dire. Dopo le
'devozioni', Justin frugò tra le carte di Tessa finché non
trovò ciò che aveva deciso di tenere con sé per l'intera
durata delle sue indagini. Tessa se l'era portata a casa
dall'ospedale ed era «l'unica cosa di Wanza che non hanno
preso». L'aveva recuperata in un cestino della spazzatura
vicino al letto abbandonato di Wanza e per giorni e giorni
dopo il suo ritorno a casa era rimasta sulla scrivania dello
studio come una sentinella accusatrice: una scatoletta di
cartone rossa e nera, dodici centimetri per sette, vuota. Poi
era stata trasferita nel cassetto di mezzo, dove Justin l'aveva
trovata nella sua frettolosa ricerca. Non era stata né
dimenticata né buttata via, ma relegata, appiattita e messa
da parte, mentre Tessa si dedicava a questioni più urgenti.
Sui quattro lati era stampata la parola Dypraxa e sul
bugiardino erano illustrate indicazioni e controindicazioni.
Sul coperchio erano disegnate tre scherzose api dorate, in
formazione a V. Justin la aprì, la rimise in forma e la
sistemò al centro di uno scaffale vuoto sul muro di fronte a
sé. Kenny K. crede di essere Napoleone con le sue tre api,
gli aveva sussurrato in preda alla febbre. E la loro puntura è
mortale, lo sapevi? No, tesoro, non lo sapevo. Adesso dormi.
Leggere.
Viaggiare.
Rallentare la mente.
Accelerare l'intelletto.
Partire alla carica e tuttavia stare fermo, paziente come
un santo e impulsivo come un bambino.
Mai in vita sua Justin aveva anelato tanto alla
conoscenza. Non c'era più tempo per prepararsi. Si era
preparato giorno e notte, da quando era morta. Si era
trattenuto, ma anche preparato. Nell'orrenda cantina di
Gloria, nei colloqui con la polizia, quando trattenersi era
stato a volte quasi insopportabile, in un angolo insonne
della mente. Si era preparato durante l'interminabile volo di
ritorno, nell'ufficio di Alison Landsbury, al club di Pellegrin,
nello studio di Ham e a Chelsea, mentre cento altre cose gli
si agitavano nella testa. Quel che gli occorreva adesso era
un gran tuffo nel cuore del mondo segreto di Tessa; gli
occorreva riconoscere tutti i segnali stradali e tutte le pietre
miliari lungo il percorso, spegnere la propria identità e
risvegliare quella di lei, uccidere Justin e riportare in vita
Tessa.
Da dove cominciare?
Da tutte le parti!
Che strada prendere?
Tutte!
Il funzionario pubblico che era in lui era stato sospeso.
Stimolato dall'impazienza di Tessa, Justin cessò di
rispondere a tutti fuorché a lei. Se lei era dispersiva, lo
sarebbe stato anche lui. Là dove era metodica, avrebbe
adottato il suo metodo. Là dove faceva un balzo intuitivo,
l'avrebbe presa per mano e avrebbero saltato insieme.
Aveva fame? Se Tessa non aveva voglia di mangiare, non ne
aveva nemmeno lui. Era stanco? Se Tessa riusciva a stare
alzata per quasi tutta la notte in vestaglia, china sulla sua
scrivania, anche lui poteva stare alzato tutta la notte, e
l'indomani e la notte dopo ancora!
Una sola volta, strappandosi al suo lavoro, fece un raid
nella cucina della villa e tornò con salame, olive, pane,
parmigiano e una bottiglia di acqua. Un'altra volta – era
l'alba o il tramonto? Perché intravide una luce grigiastra –
stava leggendo il diario che aveva tenuto in ospedale,
prendendo nota delle visite di Lorbeer e dei suoi accoliti al
capezzale di Wanza, quando si svegliò e si trovò a vagare nel
giardino cintato. Era lì che, sotto gli occhi carezzevoli di
Tessa, aveva piantato per amor suo lupini di nozze, rose di
nozze e, ovviamente, fresie di nozze. Le erbacce gli
arrivavano alle ginocchia e gli inzuppavano i pantaloni.
C'era una sola rosa fiorita. Convinto di aver lasciato aperta
la porta della stanza dell'olio, riattraversò di corsa il cortile,
ma si accorse che era prudentemente chiusa e che aveva la
chiave nella tasca della giacca.

Ritaglio dal 'Financial Times':

RONZANO LE API DELLA THREEBEES


"Corre voce che Kenneth K. Curtiss, il fascinoso 'enfant
prodige' della House of ThreeBees, specializzata in
speculazioni nel Terzo Mondo, stia organizzando
clandestinamente un matrimonio di interesse con il colosso
farmaceutico svizzero-canadese Karel Vita Hudson. Ma la
K.V.H. si presenterà all'altare? E la ThreeBees riuscirà a
raccogliere una dote sufficiente? Certamente, se le
azzardate acrobazie tipiche di Kenneth K. riusciranno. In un
accordo che è stato definito senza precedenti nel mondo
riservatissimo e ricchissimo della grande industria
farmaceutica, la ThreeBees Nairobi si assumerebbe il
venticinque per cento dei costi di ricerca e sviluppo –
valutati intorno a cinquecento milioni di sterline – del
nuovo miracoloso farmaco antitubercolare della K.V.H., il
Dypraxa, in cambio dei diritti di distribuzione in tutto il
continente africano e di una quota non precisata degli utili
ricavati dalla vendita del prodotto nel resto del mondo...
Il portavoce della ThreeBees a Nairobi, Vivian Eber, ha
dichiarato con prudente entusiasmo: «È una mossa
brillante, in perfetto stile Kenny K. È un gesto umanitario,
che va nell'interesse dell'azienda, degli azionisti e dell'Africa
tutta. Il Dypraxa si prende come una caramella. La
ThreeBees si troverà così in prima linea nella lotta contro la
spaventosa diffusione in tutto il mondo dei nuovi ceppi di
T.B.C.».
Il presidente della K.V.H., Dieter Korn, intervistato ieri
sera a Basilea, ha confermato l'ottimismo di Eber: «Il
Dypraxa riduce il trattamento della T.B.C. da sei-otto mesi
di penose cure a dodici pillole da mandar giù con un sorso
d'acqua. Riteniamo che la ThreeBees sia l'azienda più adatta
a lanciare il Dypraxa in Africa»".

Appunto scritto a mano da Tessa a Bluhm,


presumibilmente recuperato in casa di quest'ultimo:

"Arnold, carissimo,
tu non mi credevi, quando dicevo che la K.V.H. gioca
sporco. Ho controllato. È vero. Due anni fa è stata
denunciata per aver inquinato mezza Florida, dove ha un
grande stabilimento, e se l'è cavata con una semplice
diffida. Prove incontestate presentate dai querelanti
dimostravano che aveva superato la soglia di legge per gli
scarichi tossici del novecento per cento, contaminando aree
protette, paludi, fiumi e spiagge e probabilmente anche il
latte. La K.V.H. ha prodotto gravi danni anche in India, dove
sembra che siano morti per cause analoghe duecento
bambini nella regione di Madras. La sentenza del tribunale
indiano competente verrà emessa tra quindici anni, se non
di più, ammesso naturalmente che la K.V.H. continui a
pagare le persone giuste. È famosa anche come promotrice
della campagna umanitaria lanciata dalle case
farmaceutiche per allungare la durata dei brevetti
nell'interesse di miliardari bianchi sofferenti. Buonanotte,
tesoro. Non dubitare mai più di quello che dico. Sono
immacolata. E tu anche. T."

Ritaglio dalla pagine finanziarie del 'Guardian' di


Londra:

TEMPI DURI PER LA THREEBEES


"La rapida ascesa della ThreeBees Nairobi (+40 percento
in dodici settimane) riflette la sempre maggiore fiducia del
mercato nella recente acquisizione dell'esclusiva sulla
vendita in tutta l'Africa di un nuovo prodotto a basso costo
per il trattamento della T.B.C. farmacoresistente: il
Dypraxa. Dalla sua residenza di Monaco, l'amministratore
delegato della ThreeBees, Kenneth K. Curtiss, ha dichiarato:
«Ciò che è bene per la ThreeBees è bene per l'Africa. E ciò
che è bene per l'Africa è bene per l'Europa, per l'America e
per il resto del mondo»".

Altra cartella, con la scritta HIPPO di pugno di Tessa,


contenente una quarantina di scambi, prima per lettera e
poi per e-mail, tra Tessa e una certa Birgit, che lavora per
un'organizzazione indipendente per la tutela dei
consumatori di prodotti farmaceutici chiamata Hippo, con
sede a Bielefeld, nel Nord della Germania. Il logo riportato
sulla carta intestata spiega che l'organizzazione prende
nome da Ippocrate, il medico greco nato nel 460 a.C. a cui è
attribuito il giuramento che ancora oggi prestano tutti i
medici. La corrispondenza inizialmente è in tono formale,
ma quando cominciano le e-mail si fa più cordiale. Ai
personaggi principali vengono ben presto attribuiti dei
nomignoli. La K.V.H. diventa il Gigante, il Dypraxa la
Pillola, Lorbeer Re Mida. La fonte di Birgit sulle attività
della Karel Vita Hudson diventa la 'Nostra Amica' e la
Nostra Amica deve essere protetta continuamente, perché
'quello che ci racconta è contro la legge elvetica'. Stampa di
messaggio e-mail da Birgit a Tessa:

"... per le sue due dottoresse, Emrich e Kovacs, Re Mida


ha fondato una società sull'isola di Man, forse due, perché è
successo ancora in epoca comunista. La Nostra Amica dice
che L. ha intestato le società a se stesso per evitare alle
dottoresse guai con le autorità. Da quel momento ci sono
stati forti conflitti tra loro, professionali e personali.
Nessuno al Gigante conosce i particolari. Emrich si è
trasferita in Canada un anno fa. Kovacs sta in Europa,
perlopiù a Basilea. Carl ha molto gradito l'elefantino con le
ruote che gli hai mandato e adesso tutte le mattine barrisce
per dirmi che è sveglio".

Stampa di messaggio e-mail da Birgit a Tessa:


"Ecco un'altra puntata della storia della Pillola. Cinque
anni fa, quando Re Mida stava cercando finanziamenti per
la molecola delle dottoresse, le cose non erano facili. Cercò
di convincere alcune grosse case farmaceutiche tedesche a
sponsorizzarla, ma incontrò forti resistenze perché non la
ritenevano redditizia. Il problema con i poveri è sempre lo
stesso: non hanno abbastanza soldi per comprarsi medicine
costose! Il Gigante si fece avanti solo in un secondo tempo
e dopo approfondite ricerche di mercato. La Nostra Amica
dice anche che furono molto in gamba nelle trattative con la
B.B.B. È stato un colpo da maestro svendere la povera
Africa e tenersi i paesi ricchi! Il piano è semplicissimo, il
tempismo perfetto. La pillola va testata in Africa per due o
tre anni, e a quel punto la K.V.H. prevede che la T.B.C. sarà
diventata un GRAVE PROBLEMA in Occidente. Inoltre, fra
tre anni la B.B.B. sarà così compromessa finanziariamente
che il Gigante se la potrà comprare per una cifra ridicola!
Quindi, secondo la Nostra Amica, la B.B.B. ha fatto un
cattivo affare e il Gigante ha il coltello dalla parte del
manico. Carl è qui vicino a me che dorme. Ti auguro che il
tuo bambino sia bello come Carl, cara Tessa. Scommetto
che sarà un tipo combattivo come sua madre! Ciao, B."

Ultimo documento nella cartella della corrispondenza


tra Birgit e Tessa:

"La Nostra Amica riferisce attività segretissime del


Gigante riguardo a B.B.B. e Africa. Che tu abbia sollevato un
vespaio? Kovacs sta per andare in gran segreto a Nairobi
dove l'aspetta Re Mida. Tutti dicono peste e corna su die
schöne Lara, che è una traditrice, una puttana eccetera.
Come mai una corporation così noiosa tutto a un tratto si
appassiona tanto? Sta' attenta, Tessa. Mi sembra che tu sia
un po' waghalsig, ma adesso è tardi e il mio inglese non è
così buono da tradurre questa parola, quindi forse puoi
chiedere a tuo marito di tradurtela gentilmente... B.
P.S.: Vieni a Bielefeld appena puoi, Tessa. È una città
bellissima e sconosciuta. Ti piacerà! B."

È sera. Tessa, molto avanti nella gravidanza, si muove


nervosamente nel salotto della sua casa di Nairobi, ora
sedendosi, ora alzandosi. Arnold le ha proibito di andare a
Kibera finché non sarà nato il bambino. Anche lavorare al
computer la stanca. Ogni cinque minuti deve alzarsi e
sgranchirsi le gambe. Justin è rientrato presto per tenerle
compagnia.
«Che cosa vuol dire "waghalsig"?» gli domanda non
appena entra in casa.
«Che cosa?»
Gli ripete la parola pronunciandola deliberatamente
all'inglese e gliela deve dire due volte prima che lui
finalmente capisca.
«Imprudente» risponde Justin perplesso. «Sprezzante
del pericolo. Perché?»
«Sono "waghalsig" io?»
«Mai. Impossibile.»
«Me lo hanno appena detto. Tutto qui. Come se potessi
essere imprudente in questo stato!»
«Non dargli retta» ribatte lui convinto e tutti e due
scoppiano a ridere.

Lettera dello studio legale Oakey, Oakey & Farmeloe,


con sede a Londra, Nairobi e Hong Kong, alla signora T.
Abbott, P.O. Box Nairobi:
"Gentile Signora Abbott,
in quanto legali rappresentanti della ThreeBees Nairobi,
la informiamo che ci sono state trasmesse varie lettere da
lei inviate personalmente a Sir Kenneth K. Curtiss,
amministratore delegato, e ad altri dirigenti e membri del
consiglio di amministrazione di detta società.
La presente per comunicarle che il prodotto cui lei fa
riferimento ha superato tutte le prove cliniche previste,
molte delle quali sono state condotte applicando criteri
assai più severi di quanto stabilito dalle normative
nazionali e internazionali in materia. Come lei giustamente
fa notare, il prodotto è stato sperimentato e registrato in
Germania, Polonia e Russia. Su richiesta delle autorità
sanitarie keniote, la registrazione è stata inoltre sottoposta
a ulteriore verifica da parte dell'Organizzazione Mondiale
della Sanità, copia del cui certificato troverà in allegato.
La informiamo pertanto che ulteriori prese di posizione
da parte sua o dei suoi collaboratori contro la House of
ThreeBees o altri sarà considerata diffamatoria (e negativa
nei confronti di questo prestigioso prodotto) e
pregiudizievole per la reputazione e l'affermazione del
prodotto distribuito dalla ThreeBees Nairobi. In questo
caso, abbiamo ricevuto istruzioni di ricorrere a vie legali
senza ulteriore avviso.
Distinti saluti..."

«Vecchio mio, posso dirti due parole?»


A parlare è Tim Donohue. Il 'vecchio mio' è Justin, nella
cui memoria si sta ripetendo la scena. La partita di
Monopoli è stata sospesa temporaneamente mentre i figli
di Woodrow corrono alla lezione di karate, ormai in ritardo,
e Gloria va a prendere da bere in cucina. Woodrow, stizzito,
è andato all'Alto Commissariato. Justin e Tim perciò si
trovano seduti soli, faccia a faccia, al tavolo del giardino,
circondati da milioni in banconote finte.
«Ti dispiace se, nell'interesse di un bene superiore, mi
azzardo a entrare in terra consacrata?» si informa Donohue
con una voce bassa e tesa che arriva solo fin dove è
strettamente necessario.
«Se proprio devi.»
«Devo. Si tratta di questa indecorosa diatriba, ragazzo
mio. Quella che la tua compianta sposa aveva in corso con
Kenny K.»
«Non so a che cosa ti riferisci.»
«Naturale. Non è un bell'argomento di conversazione, di
questi tempi. Soprattutto quando ci sono di mezzo i
poliziotti. Meglio nascondere tutto sotto il tappeto. Il nostro
consiglio è questo. Irrilevante. È un momento delicato per
tutti. Compreso Kenny.» Alzò la voce. «Stai reagendo
benissimo. Siamo tutti pieni di ammirazione, vero, Gloria?»
«È straordinario, un superuomo, eh, Justin?» conferma
Gloria posando il vassoio con i gin tonic.
Il nostro consiglio, ricorda Justin continuando a fissare
le lettere degli avvocati. Non il suo. Il loro.

Stampa di un messaggio e-mail da Tessa a Ham:

"Cugino, cuore d'angelo, la mia gola profonda alla B.B.B.


giura che finanziariamente sono incasinati più di quanto
ammettano. Dice che corre voce che Kenny K. stia
pensando di ipotecare tutte le sue attività non
farmaceutiche a favore di un losco cartello sudamericano
con sede a Bogotà! Domanda: può impegnare l'azienda
senza avvertire gli azionisti? Di diritto societario ne so
ancora meno di te, il che è tutto dire! Illuminami. Baci baci,
Tess".

Ma Ham non ebbe tempo di illuminarla, ammesso e non


concesso che fosse in grado di farlo, e Justin nemmeno. Il
rombo di una vecchia auto che imboccava il viale, seguito
da un gran bussare alla porta, lo fece scattare in piedi per
scrutare dallo spioncino e ritrovarsi davanti la faccia ben
pasciuta del parroco, don Emilio Dell'Oro, con
un'espressione di pietosa sollecitudine. Justin gli aprì.
«Ma che cosa mi combina, signor Justin?» esclamò il
sacerdote con voce da cantante d'opera, abbracciandolo.
«Perché devo venire a sapere da Mario, il tassista, che lei,
sconvolto dal dolore, si è chiuso nella villa e dice di essere
svedese? Che cos'è un prete, in nome del Cielo, se non un
compagno per chi è rimasto solo, un padre per un figlio
addolorato?»
Justin mormorò qualcosa sul bisogno di stare solo.
«Ma sta lavorando!» riprese, intravedendo dietro le
spalle di Justin le pile di fogli sparsi nella stanza. «Anche
adesso, anche in lutto, lavora per il suo paese! Non c'è da
stupirsi che voi inglesi abbiate costruito un impero più
grande di quello napoleonico!»
Justin fece qualche vano commento sul fatto che un
diplomatico non finisce mai di lavorare.
«Come i preti, figliolo, come i preti! Per ogni anima che
si rivolge a Dio, ce ne sono cento che non lo fanno!» Si
avvicinò. «Ma la signora aveva il dono della fede, signor
Justin, come sua madre, la dottoressa. Per quanto fossero
critiche tutte e due. Con tanto amore per il loro prossimo,
come potevano essere sorde alla voce di Dio?»
In un modo o nell'altro, Justin riuscì ad allontanare il
parroco dalla porta della stanza dell'olio e a farlo
accomodare nel salotto della villa gelida dove, sotto
affreschi scrostati di cherubini sessualmente precoci, gli
offrì prima un bicchiere e poi un altro di vino Manzini,
sorseggiandone uno a sua volta. In un modo o nell'altro
ascoltò le parole del buon prete che gli assicurava che Tessa
era al sicuro tra le braccia di Dio e acconsentì senza
obiezioni a far celebrare una messa di suffragio il giorno del
suo onomastico e a una generosa donazione per il restauro
della chiesa e a un'altra per la conservazione del bel castello
in cima al monte, uno dei tesori dell'Italia medievale, di cui
autorevoli tecnici e archeologi prevedevano il crollo
imminente a meno che, a Dio piacendo, mura e fondamenta
non venissero rinforzate...
Riaccompagnando il brav'uomo alla macchina, Justin
era talmente ansioso di liberarsene che accettò
passivamente anche la sua benedizione, prima di correre di
nuovo da Tessa.
Che lo aspettava con le braccia conserte.
Mi rifiuto di credere nell'esistenza di un Dio che
permette la sofferenza di tanti bambini innocenti.
«Allora perché ti sposi in chiesa?»
Per intenerire il Suo cuore, rispose.

TROIA. SMETTILA DI SUCCHIARE IL CAZZO AL


DOTTORE NEGRO! TORNA DA QUELL'EUNUCO
RIDICOLO Dl TUO MARITO E DATTI UNA REGOLATA.
PIANTALA DI FICCARE IL NASO, STRONZA, SONO CAZZI
NOSTRI. E ALLA SVELTA! ALTRIMENTI SEI MORTA, TE
LO GIURIAMO SOLENNEMENTE.
Il foglio di carta bianca che Justin teneva tra le mani
tremanti non voleva intenerire il cuore di nessuno. Il
messaggio era scritto a grosse lettere nere, alte un
centimetro, in stampatello. La firma, chiaramente, era stata
omessa. L'ortografia era imprevedibilmente impeccabile. E
l'impatto su Justin fu così violento, così provocatorio, così
offensivo che per alcuni spaventosi secondi perse del tutto
la pazienza con lei.
Perché non me l'hai detto? Ero tuo marito, il tuo
presunto paladino, il tuo uomo, la tua metà, cazzo!
Mi arrendo. Do le dimissioni. Ricevi una minaccia di
morte, per posta. La prendi. La leggi. Una volta soltanto.
Che schifo! Poi, se sei come me, la tieni nascosta anche a te
stessa perché è così ignobile, così disgustosa che non la
vuoi vicino a te. Ma la leggi ancora una volta. E poi un'altra.
Finché non la sai a memoria. Come me.
Allora che cosa fai? Mi telefoni: 'Tesoro, è successa una
brutta cosa, devi tornare subito a casa'? Salti in macchina?
Ti precipiti guidando come una pazza all'Alto
Commissariato, mi sbatti la lettera sotto il naso e mi
trascini da Porter? Neanche per sogno. Niente di tutto
questo. Come al solito, prevale il tuo orgoglio. Non mi
mostri la lettera, non me ne parli, non la bruci. La tieni
nascosta. La classifichi e la metti via. In fondo a un cassetto
della tua scrivania off-limits. Fai esattamente quello per cui
mi prenderesti in giro se lo facessi io: la archivi tra i tuoi
documenti e mantieni quello che in me definiresti con
sarcasmo 'aristocratico riserbo'. Come fai a vivere con te
stessa dopo una cosa simile, come fai a vivere con me, mi
chiedo. Dio solo sa come fai a convivere con quella
minaccia, ma sono affari tuoi. Perciò grazie. Grazie mille,
Okay? Grazie di avermi riservato il massimo dell'apartheid
coniugale. Complimenti. E ancora grazie.
La collera gli passò, veloce come era venuta, e lasciò il
posto a una vergogna e a un rimorso che lo facevano
sudare. Non la sopportavi, eh, l'idea di mostrare a qualcuno
quella lettera, di mettere in moto una valanga che non eri in
grado di controllare. Quelle cose su Bluhm e su di me erano
troppo. Cercavi di proteggerci, tutti, certo. Lo raccontasti ad
Arnold? Naturalmente no. Avrebbe cercato di convincerti a
lasciar perdere.

Prese mentalmente le distanze da quel ragionamento.


Troppo tenero. Tessa non era così. E quando si
arrabbiava, era molto più dura.
Pensa con la testa di un avvocato. Pensa con gelido
pragmatismo. Pensa come una donna giovane e
determinata, che si prepara all'attacco finale.
Sapeva di essere vicina alla meta. La minaccia di morte
ne era la conferma. Non si mandano lettere minatorie a chi
non costituisce una minaccia.
Gridare 'Fallo!' a quel punto avrebbe significato mettere
la cosa in mano alle autorità. Quelle britanniche non
sarebbero riuscite a fare niente: non hanno poteri né
competenza territoriale. L'unica possibilità sarebbe stata
mostrare la lettera alle autorità keniote.
Ma Tessa non aveva nessuna fiducia nelle autorità
keniote. Era convinta, e lo ripeteva spesso, che i tentacoli
dell'impero di Moi arrivassero in tutti gli angoli del paese.
Per fede, come per dovere di moglie, era legata agli inglesi,
nel bene e nel male. E il convegno segreto con Woodrow lo
dimostra.
Nel momento in cui si fosse rivolta alla polizia keniota,
le avrebbe consegnato un elenco dei suoi nemici, reali e
potenziali, e la sua indagine sul grande delitto sarebbe finita
lì. Si sarebbe vista costretta a interrompere la caccia. E
questo non l'avrebbe mai accettato. Per lei il grande delitto
era più importante della sua stessa vita.
Be', anche per me. È più importante della mia vita.

Mentre Justin cerca di riprendersi, gli cade l'occhio su


una busta con l'indirizzo scritto a mano che, in una vita
precedente, aveva preso alla cieca, nella fretta, dallo stesso
cassetto di mezzo della scrivania di Tessa a Nairobi in cui
aveva trovato la scatoletta vuota di Dypraxa. La calligrafia
gli ricorda qualcosa, ma non la riconosce subito. La busta è
stata aperta con uno strappo. Dentro c'è un solo foglio,
piegato, di carta intestata del Governo di Sua Maestà,
azzurrina. Lo scritto è disordinato, buttato giù nella fretta e
nella passione.

"Tessa mia carissima,


che io amo e sempre amerò più di chiunque altro,
questa che ti scrivo è la mia unica convinzione assoluta,
l'unica cosa che so con certezza su me stesso. Oggi mi hai
trattato malissimo, ma mai quanto io ho trattato te. Non
eravamo noi a parlare. Ti amo, ti amo, ti amo. Ti desidero e
ti adoro oltre ogni dire. Sono pronto, se vuoi.
Dimentichiamo questi nostri matrimoni ridicoli e
scappiamo dove vuoi, quando vuoi. Ai confini della terra,
magari. Ti amo".

Questa volta la firma non era stata omessa. Era scritta


chiara e forte, in lettere grandi come quelle della lettera
minatoria: Sandy. Mi chiamo Sandy, diceva, e puoi
raccontarlo al mondo intero.
C'erano anche data e ora. Persino travolto da un grande
amore, Sandy Woodrow rimaneva un uomo coscienzioso.
12.

Justin, il marito tradito, è fermo immobile alla luce della


luna a fissare l'orizzonte argentato sul mare e prende
lunghe boccate di aria fredda. Ha la sensazione di aver
respirato qualcosa di nauseante e di doversi pulire i
polmoni. «Sandy fa della debolezza una forza» mi dicesti
una volta. «Sandy inganna prima se stesso e poi tutti gli
altri... È un codardo che ha bisogno della protezione dei bei
gesti e delle belle parole, in mancanza dei quali si sente
indifeso...»
Dunque, se lo sapevi, perché ti sei tirata addosso tutto
questo, in nome del Cielo? chiede Justin al mare, al cielo, al
vento sferzante della notte.
«Non è niente» replica lei serena. «Sandy ha frainteso la
mia civetteria, scambiandola per una promessa,
esattamente come fraintende le tue buone maniere
scambiandole per debolezza.»
Justin si prende invece il lusso di un attimo di
scoraggiamento, come nel più profondo del suo cuore a
volte gli è successo con Arnold. Ma la memoria lo riscuote.
Ieri, ieri sera, o forse la sera prima, ha letto una cosa... Ma
che cosa? Un messaggio di Tessa per Ham. Una lunga e-
mail, a prima vista un po' troppo intima per i suoi gusti e
che perciò ha messo da parte, in una cartellina riservata agli
enigmi da risolvere quando si sentirà abbastanza forte da
farlo. Torna nella stanza dell'olio, riesuma la stampa del
messaggio e ne controlla la data.
Il messaggio risale esattamente a undici ore dopo che
Woodrow, contravvenendo a tutte le regole del Servizio
sull'utilizzo della carta intestata, dichiarò la propria
passione alla moglie di un collega su un foglio azzurrino di
Sua Maestà.

"Non sono più una bambina, Ham, ed è ora che la


smetta di fare la bambina. Ma chi la smette mai anche
incinta? Oltre a tutto mi ritrovo con un cretino a cinque
stelle che mi tampina. Il problema è che io e Arnold
abbiamo trovato finalmente quello che cercavamo, che è un
gran lago di cacca della peggior specie, e abbiamo
disperatamente bisogno che il cretino di cui sopra ci faccia
strada nelle stanze del potere. È l'unica via che posso
percorrere, essendo moglie di Justin e fedele cittadina
britannica, cosa a cui tengo molto, nonostante tutto. Mi
pare già di sentirti dire che sono la solita bestia senza pietà
che tiene sulla corda gli uomini anche quando sono dei
perfetti cretini. Be', Ham, risparmiati il fiato. Non dirlo
neanche se è vero. Tappati la bocca. Perché ho delle
promesse da mantenere e tu anche, mio caro. E ho bisogno
che mi resti accanto da buon amico quale sei e mi conforti
dicendomi che sono una brava ragazza, visto che lo sono.
Altrimenti ti darò un bacio ancora più appassionato di
quella volta che ti ho gettato nel Rubicone vestito alla
marinara. Ti voglio bene. Bye bye, Tess.

P.S.: Ghita dice che sono una 'troia' ma, siccome sbaglia
la pronuncia, in bocca a lei suona un po' come gioia.
Baci, Tess (bella gioia)"

L'imputato è assolto, le disse. E io, come al solito, mi


posso vergognare di me stesso.
Misticamente calmo, Justin riprese il suo tormentato
viaggio. Estratto del rapporto stilato da Rob e Lesley e
indirizzato al commissario Frank Gridley, Divisione Reati
Gravi Esteri, Scotland Yard. Oggetto: terzo interrogatorio a
Woodrow, Alexander Henry, capo della Cancelleria, Alto
Commissariato britannico di Nairobi:

"L'interrogato si rifà cocciutamente a quelle che sostiene


essere le dichiarazioni di Sir Bernard Pellegrin, responsabile
del ministero degli Esteri per gli affari africani, secondo cui
un'inchiesta sulle problematiche sollevate dal
memorandum di Tessa Quayle metterebbe inevitabilmente
a rischio i rapporti fra il governo britannico e la repubblica
keniota, a detrimento degli interessi commerciali
britannici... Adducendo motivi di sicurezza, si rifiuta di
riferire il contenuto di detto memorandum... Dichiara di
non conoscere un nuovo farmaco commercializzato dalla
House of ThreeBees... Segnala che per prendere visione del
memorandum di Tessa Quayle, ammesso e non concesso
che esso esista ancora, cosa di cui dice di dubitare, è
indispensabile farne richiesta direttamente a Sir Bernard.
Descrive Tessa Quayle come una donna isterica e
rompiscatole, psicologicamente instabile riguardo alle
questioni inerenti il proprio impegno umanitario. A nostro
parere si tratta di una mossa per ridurre l'importanza del
memorandum. Con la presente si raccomanda di inoltrare
al ministero degli Esteri formale richiesta di tutto il
materiale inviato dalla defunta Tessa Quayle e trasmesso
dall'interrogato".

Nota a margine in rosso, firmata F. Gridley,


vicecommissario: PARLATO CON SIR B. PELLEGRIN.
RICHIESTA RESPINTA PER MOTIVI DI SICUREZZA
NAZIONALE.

Estratti da riviste mediche specializzate che, in termini


più o meno oscuri e opportunamente obliqui, magnificano
gli effetti del nuovo farmaco Dypraxa, la sua 'assenza di
mutagenicità' e 'lunga emivita nelle cavie'.

Estratti dall''Haiti Journal of Health Sciences', che


avanzano caute riserve sul Dypraxa, firmati da un medico
pakistano che ha condotto prove cliniche sul farmaco in
una clinica universitaria di Haiti. Sottolineata in rosso da
Tessa la frase 'potenzialmente tossico', possibile comparsa
di insufficienza epatica, emorragie interne, vertigini, lesioni
al nervo ottico.

Estratti dal numero successivo della medesima rivista,


in cui una serie di luminari dalle lunghe e altisonanti
qualifiche contestano l'articolo del medico pakistano
citando trecento casi clinici, accusandolo di 'scarsa
obiettività' e 'atteggiamento irresponsabile nei confronti dei
malati' e scagliando generici anatemi su di lui.

(Nota scritta a mano da Tessa: 'Questi opinion-leader


tanto obiettivi lavorano tutti per la K.V.H., che opera
tramite 'commissioni itineranti' profumatamente pagate
per individuare le ricerche più promettenti nel campo delle
biotecnologie in tutto il mondo'.)

Estratto da un tomo intitolato "Sperimentazioni


cliniche", di Stuart Pocock, ricopiato a mano da Tessa,
perché scrivere a mano la aiutava a ricordare meglio. In
contrasto con lo stile sobrio dell'autore, alcuni brani sono
sottolineati in rosso.

"Esiste una tendenza da parte degli studenti, nonché di


molti medici, a <trattare la letteratura medica con eccessivo
rispetto> [N.d.C. <...> = sottolineato] e a dare per scontato
che le notizie che appaiono su riviste importanti come
'Lancet' e 'New England Journal of Medicine' siano
indiscutibili. Tale ingenua fede nei 'vangeli clinici' è forse
incoraggiata dallo stile dogmatico adottato da molti autori,
in maniera tale che le <incertezze intrinseche in qualsiasi
lavoro di ricerca spesso non vengono messe
sufficientemente in luce>..."

(Nota di Tessa: 'Gli articoli sono commissionati dalle


case farmaceutiche, anche sulle cosiddette riviste
prestigiose'.)

"Per quanto concerne gli <interventi delle case


farmaceutiche> ai <congressi scientifici> e la <pubblicità>,
bisogna essere <ancora più scettici>... è <troppo facile
mancare di obiettività>..."

(Nota di Tessa: 'Secondo Arnold, le grosse case


farmaceutiche spendono miliardi per comprarsi medici e
ricercatori che pompino i loro prodotti. Birgit dice che la
K.V.H. ha recentemente donato cinquanta milioni di dollari
a un'importante clinica universitaria statunitense, oltre a
pagare stipendi e rimborsi spese per tre primari e sei
ricercatori. Nelle università corrompere è ancora più facile
che negli ospedali: cattedre, laboratori, borse di studio per
la ricerca e chi più ne ha più ne metta. 'È sempre più
difficile trovare opinioni scientifiche non comprate' dice
Arnold'.)

Ancora Stuart Pocock:

"... c'è sempre il rischio che gli autori vengano convinti a


<dare maggior enfasi ai risultati positivi di quanto la realtà
effettivamente giustifichi>."

(Nota di Tessa: 'A differenza del resto della stampa


mondiale, le riviste farmaceutiche non amano pubblicare
cattive notizie'.)

"... ove presentano <i risultati negativi> della


sperimentazione, lo fanno <su riviste specializzate
sconosciute e non sulle testate più importanti>... di
conseguenza l'eventuale smentita di risultati positivi
pubblicati precedentemente <non ha la stessa diffusione>.
... Molti trial <non hanno le caratteristiche strutturali
necessarie> a fornire una valutazione obiettiva della
terapia".

(Nota di Tessa: 'Sono fatte apposta per dimostrarne la


validità, non per metterla in discussione, e pertanto peggio
che inutili'.)

Talvolta alcuni autori <raccolgono appositamente dati


atti a dimostrarne la validità>..."

(Nota di Tessa: 'Atti a distorcerne i risultati'.)


Estratto dal 'Sunday Times' di Londra dal titolo CASA
FARMACEUTICA METTE A RISCHIO I PAZIENTI CON
SPERIMENTAZIONI IN OSPEDALE pesantemente
sottolineato da Tessa e presumibilmente fotocopiato o
faxato ad Arnold Bluhm, visto che portava l'annotazione:
Arnie, hai VISTO questo?!

"Una delle case farmaceutiche più importanti del mondo


ha messo <centinaia di pazienti a rischio di infezioni letali>
trascurando di fornire informazioni di importanza cruciale
a sei ospedali coinvolti in una campagna di sperimentazione
su scala nazionale.
Il test, organizzato dalla Bayer, il colosso farmaceutico
tedesco, è stato condotto su circa seicentocinquanta
pazienti chirurgici nonostante da alcune ricerche precedenti
fosse emerso che l'azione antibatterica del farmaco oggetto
della sperimentazione, se usato in combinazione con altri,
risultava gravemente compromessa.
Tali ricerche, di cui la nostra testata è a conoscenza, non
erano state rese note agli ospedali coinvolti nel progetto.
<In questa campagna di sperimentazione le cui gravi
lacune non sono mai state rivelate né ai pazienti né ai loro
familiari, quasi il cinquanta per cento dei pazienti>
sottoposti a intervento chirurgico in un centro di
Southampton ha contratto <infezioni potenzialmente
mortali>.
La Bayer si è rifiutata di rendere noto il numero esatto
di infezioni e decessi postoperatori appellandosi alla legge
sulla privacy.
«Il test era stato preventivamente approvato dalle
autorità competenti e da tutti i comitati etici del caso» ha
dichiarato un portavoce".
Inserzione pubblicitaria a piena pagina, a colori,
strappata da una popolare rivista africana, con lo slogan lo
CREDO NEI MIRACOLI! Al centro una giovane madre
africana, molto graziosa, in camicia bianca scollata e gonna
lunga, che sorride radiosa con un bambino in braccio che
tende la manina verso il suo seno. Accanto a lei ci sono i
fratellini festanti e il padre, bello e imponente. Guardano
tutti il bambino, dall'aria sana e ben pasciuta. In fondo alla
pagina la scritta: ANCHE LA THREEBEES CREDE NEI
MIRACOLI. Il fumetto che esce dalle labbra della bella e
giovane mamma dice: 'Quando mi hanno detto che il mio
bambino aveva la T.B.C., ho pregato. Quando il medico mi
ha parlato del Dypraxa(c), ho capito che le mie preghiere
erano state ascoltate'.

Justin ritorna al dossier della polizia.


Estratto dal rapporto stilato da Rob e Lesley
sull'interrogatorio di PEARSON, GHITA JANET, dello staff
locale della Cancelleria, Alto Commissariato britannico di
Nairobi.

"Sono stati condotti tre interrogatori, rispettivamente


della durata di nove, cinquantaquattro e novanta minuti. Su
richiesta dell'interrogata, i colloqui si sono svolti in campo
neutro (a casa di un'amica) e con la massima discrezione.
L'interrogata ha ventiquattro anni, è di origine anglo-
indiana, è stata adottata da una coppia di professionisti
(avvocato e medico), entrambi cattolici, e ha studiato in
diversi istituti religiosi nel Regno Unito. Laureata con lode
in lettere all'università di Exeter, ci è sembrata intelligente
e molto preoccupata. La nostra impressione è che, oltre a
essere terribilmente scossa dalla recente tragedia, avesse
anche paura. Per esempio, ha fatto numerose dichiarazioni,
poi ritrattate, del tipo: «Hanno ucciso Tessa per chiuderle la
bocca per sempre», «Chi sfida le case farmaceutiche rischia
di ritrovarsi con la gola tagliata», «Alcune case
farmaceutiche sono trafficanti d'armi sotto mentite
spoglie». Invitata a circostanziare, si è rifiutata e ha chiesto
che queste frasi venissero cancellate dal verbale. È convinta
che non sia stato BLUHM a commettere gli omicidi sul lago
Turkana. BLUHM e la QUAYLE, sostiene, non «stavano
insieme» ma erano «due delle persone migliori del mondo»
e la gente «pensa subito male».
Poiché noi insistevamo, l'interrogata in un primo
momento ha sostenuto di essere vincolata dall'Official
Secrets Act e quindi da un giuramento fatto alla defunta
Quayle. Nel terzo e ultimo interrogatorio abbiamo adottato
un atteggiamento più ostile e le abbiamo fatto notare che,
rifiutandosi di parlare, stava coprendo gli assassini di Tessa
e ostacolando le ricerche di BLUHM. Le trascrizioni dei
colloqui sono allegate alla presente come Appendici A e B.
L'interrogata le ha lette, ma si è rifiutata di sottoscriverle".

APPENDICE A
"D: Ha mai assistito o accompagnato Tessa Quayle nelle
sue spedizioni?
R: A volte, nel week-end o fuori dal mio orario di lavoro,
ho accompagnato Arnold e Tessa nello slum di Kibera e nel
Nord, per prestare assistenza nei dispensari e presenziare
alla somministrazione di farmaci. È di questo che si occupa
la ONG di Arnold. Alcuni dei farmaci che Arnold controllava
erano scaduti da tempo e avevano perso gran parte della
loro efficacia. Altri non erano indicati per i disturbi da
curare. Abbiamo avuto conferma di quello che succede
comunemente in altre parti dell'Africa e cioè che sulle
confezioni destinate al Terzo Mondo indicazioni e
controindicazioni vengono modificate in maniera da
ampliarne il raggio rispetto a quello permesso dalla legge in
Occidente. Per esempio, un analgesico che in Europa o negli
Stati Uniti viene somministrato solo ai malati terminali può
essere prescritto per dolori mestruali o articolari di lieve
entità. Non vengono fornite controindicazioni. Abbiamo
anche riscontrato che persino quando la diagnosi dei medici
africani era corretta, la terapia prescritta era sbagliata
proprio perché le istruzioni erano inaffidabili.
D: La ThreeBees è uno dei distributori a cui si riferisce?
R: Tutti sanno che l'Africa è la pattumiera delle case
farmaceutiche del mondo e la ThreeBees è uno dei più
grossi distributori di prodotti farmaceutici dell'Africa.
D: Dunque si riferisce anche alla ThreeBees?
R: In certi casi era la ThreeBees a distribuire i farmaci a
cui mi riferivo.
D: Colpevole, quindi?
R: Se vuole.
D: In quanti casi? In quale proporzione?
R: (Dopo molta insistenza) In tutti.
D: Può ripetere, per cortesia? Sta dicendo che in tutti i
casi in cui avete riscontrato problemi con un farmaco, a
distribuirlo era la ThreeBees?
R: Non penso che dovrei dire queste cose, se Arnold è
ancora vivo".

APPENDICE B
"D: C'è un prodotto specifico di cui Arnold e Tessa si
occupavano con particolare attenzione, che lei ricordi?
R: Non è giusto. Non è possibile.
D: Ghita. Stiamo cercando di capire perché è stata uccisa
Tessa Quayle e per quale motivo lei ritiene che parlare di
queste cose sia pericoloso per Arnold.
R: Era dappertutto.
D: Che cosa? Ghita, perché piange?
R: Li sterminava. Nei villaggi, nelle bidonville... Arnold
ne era certo. Come farmaco era buono, diceva. In cinque
anni potevano metterlo a punto. Sul principio di fondo non
aveva niente da ridire: era a effetto rapido, poco costoso e
facile da prendere. Ma avevano avuto troppa fretta. I test
erano stati selettivi e non avevano coperto tutti gli effetti
collaterali. Avevano fatto prove su cavie gravide, topi,
scimmie, conigli e cani, senza alcun problema. Ne era sorto
qualcuno quando avevano cominciato a sperimentarlo
sull'uomo, ma succede sempre. È la zona d'ombra di cui
approfittano le case farmaceutiche. L'importante sono le
statistiche e le statistiche dimostrano quello che gli si vuole
far dimostrare. Arnold era convinto che l'avessero fatto per
battere sul tempo la concorrenza. Le leggi e le normative
sono tali e tante che non dovrebbe essere possibile, ma
Arnold diceva che invece lo era, eccome. Un conto è
starsene seduti in un bell'ufficio delle Nazioni Unite a
Ginevra, un conto è essere sul campo.
D: Chi era la casa produttrice?
R: Preferisco non rispondere.
D: Come si chiamava il farmaco?
R: Perché non l'hanno testato con maggiore attenzione?
Non è colpa dei kenioti. Nel Terzo Mondo non si può
chiedere, bisogna prendere quello che ti danno.
D: Era il Dypraxa?
R: (Incomprensibile)
D: Ghita, per favore, si calmi e ci risponda. Come si
chiama questo farmaco, a che cosa serve e chi lo produce?
R: In Africa ci sono l'ottantacinque per cento dei casi di
AIDS del mondo, lo sapevate? Quanti di questi malati
hanno accesso alle cure? L'uno per cento! Non è più un
problema umano, è un problema economico! Questa gente
non è in grado di lavorare. La malattia annienta uomini e
donne, perché qui colpisce gli eterosessuali, motivo per cui
ci sono tanti orfani in giro. Questa gente non è in grado di
dare da mangiare ai figli, di fare assolutamente niente.
Muore e basta!
D: Dunque quello a cui si riferisce è un farmaco contro
l'AIDS?
R: Finché Arnold è vivo non dico niente! Diciamo che è
collegato. Dove c'è la tubercolosi, si sospetta l'AIDS... Non
sempre, ma di solito... O almeno così diceva Arnold.
D: I disturbi di Wanza derivavano da questo farmaco?
R: (Incomprensibile)
D: Wanza è morta a causa di questo farmaco?
R: Finché Arnold è vivo non voglio parlare! Sì, Dypraxa.
Adesso basta, andate via.
D: Perché stavano andando da Leakey?
R: Non lo so! Andate via!
D: Che cosa c'era dietro quel viaggio a Lokichokio? A
parte il seminario sulla presa di coscienza dei ruoli
sessuali?
R: Niente! Basta!
D: Chi è Lorbeer?
R: (Incomprensibile)

RACCOMANDAZIONE
Si richiede formalmente all'Alto Commissariato di
offrire protezione alla testimone in cambio della sua piena
collaborazione. Alla teste dev'essere garantito che qualsiasi
informazione da lei fornita riguardo alle attività di Bluhm e
della defunta Tessa Quayle non verrà utilizzata in maniera
che possa nuocere a Bluhm, supposto che sia ancora vivo.

RESPINTO PER MOTIVI DI SICUREZZA


F. Gridley (commissario)"

Con il mento appoggiato su una mano, Justin guardava


il muro e pensava a Ghita, la donna più bella di Nairobi
dopo Tessa. Si era autonominata sua discepola e come lei
non sognava altro che rendere decente un mondo infame.
«Ghita è come me, senza i miei lati peggiori» amava dire
Tessa.
Ghita l'ultima degli innocenti, che beve tè verde con una
Tessa agli ultimi mesi di gravidanza e discute sottovoce dei
problemi del mondo seduta nel giardino di Nairobi mentre
Justin, scettico e assurdamente felice futuro padre, con il
cappello di paglia recide fiori, strappa erbacce e pota piante,
legando e innaffiando e recitando la parte dello stupido
inglese di mezz'età.
«Sta' attento ai piedi, Justin, mi raccomando» gli
dicevano con ansia. Lo mettevano in guardia contro le
formiche sungusungu che dopo la pioggia uscivano da
sottoterra in lunghe colonne, capaci di uccidere un cane o
un bambino con la sola forza dei numeri e della disciplina.
Alla fine della gravidanza Tessa temeva che potessero
scambiare l'acqua che Justin dava alle piante per un
temporale fuori stagione.
Ghita che si sgomenta di tutto e di tutti, dai cattolici che
si oppongono alla contraccezione nel Terzo Mondo e
bruciano i preservativi nello stadio di Nyayo ai produttori di
tabacco americani che mettono additivi nelle sigarette per
causare assuefazione nei bambini, ai signori della guerra
somali che gettano bombe a grappolo su villaggi indifesi e
alle industrie da cui escono quelle bombe.
«Ma che gente è questa, Tessa?» bisbigliava con aria
stupita. «Che cos'hanno nella testa? Dimmelo. È questo il
peccato originale? Io credo che sia ancora peggio, perché al
peccato originale è legato il concetto di innocenza. Dov'è
l'innocenza al giorno d'oggi, Tessa?»
E, se passava anche Arnold, come spesso accadeva
durante il week-end, la conversazione assumeva una piega
più specifica. Le loro teste si avvicinavano, le facce si
indurivano e, quando Justin andava a innaffiare troppo
vicino, cambiavano ostentatamente discorso in attesa che si
allontanasse di nuovo.

Rapporto della polizia sull'incontro con i rappresentanti


della House of ThreeBees di Nairobi:

"Abbiamo chiesto di vedere Sir Kenneth Curtiss e ci


hanno lasciato intendere che ci avrebbe ricevuto. Arrivati in
sede, tuttavia, siamo stati informati che Sir Kenneth era
stato convocato dal presidente Moi e subito dopo sarebbe
dovuto partire per Basilea, dove era in programma un
incontro con la Karel Vita Hudson (K.V.H.). Ci è stato
pertanto suggerito di rivolgerci alla dottoressa Y. Rampuri,
direttore marketing del settore farmaceutico della House of
ThreeBees. Purtroppo, però, la dottoressa Rampuri era
assente per motivi di famiglia. Ci è stato quindi proposto di
fissare un altro appuntamento con Sir Kenneth o la
dottoressa Rampuri. Avendo noi spiegato che avevamo dei
limiti di tempo, ci siamo sentiti suggerire un incontro con
alcuni 'quadri superiori' e, con un'ora di ritardo, siamo stati
finalmente ricevuti dalla signora Eber e dal signor D. J.
Crick, entrambi addetti ai rapporti con i consumatori. Era
presente anche un certo P. R. Oakey, che si è presentato
come «legale rappresentante della sede londinese,
casualmente di passaggio a Nairobi».
Vivian Eber è un'africana alta e attraente, sotto i
trent'anni, con una laurea in Business Affairs conseguita
presso un'università americana.
Crick ha più o meno la stessa età, è molto alto e
imponente e parla con un lieve accento di Belfast.
Indagini successive hanno messo in luce che Oakey,
l'avvocato londinese, corrisponde alla persona di Percy
Ranelagh Oakey, Queen's Counsel, dello studio associato
Oakey, Oakey & Farmeloe di Londra. L'avvocato Oakey ha
recentemente fatto vincere una serie di cause ad alcuni
colossi farmaceutici, fra cui la K.V.H., che erano stati citati
per danni. Questo è stato appurato in seguito, perché non vi
si è fatto cenno al momento dell'incontro. Per una nota su
D. J. Crick, confer appendice".

RIASSUNTO DELL'INCONTRO
"1. Scuse per conto di Sir Kenneth K. Curtiss e della
dottoressa Y. Rampuri.
2. Cordoglio espresso dalla B.B.B. (Crick) per la morte di
Tessa Quayle e viva preoccupazione per la sorte del Dott.
Arnold Bluhm.
B.B.B. (Crick): Questo maledetto paese sta diventando
sempre più pericoloso. Questa storia della signora Quayle è
davvero spaventosa. Era una donna in gamba, si era fatta
un'ottima reputazione qui a Nairobi. In che cosa possiamo
aiutarvi, signori ispettori? Di qualsiasi cosa abbiate bisogno,
non avete che da chiedere. Il presidente vi manda i suoi
saluti e ci ha chiesto di darvi la massima disponibilità.
Nutre grande rispetto per Scotland Yard.
ISPETTORE: Ci risulta che Arnold Bluhm e Tessa
Quayle avessero interpellato ripetutamente la ThreeBees
riguardo a un nuovo farmaco contro la T.B.C. da essa
commercializzato: il Dypraxa.
B.B.B. (Crick): Davvero? Controlleremo. Vedete, la
signora Eber si occupa più che altro di pubbliche relazioni e
io le sono stato affiancato solo temporaneamente in seguito
a una ristrutturazione interna ancora in corso. Il presidente
è convinto che a stare fermi si perda denaro.
ISPETTORE: Dopo questi primi contatti, la signora
Quayle e il dottor Bluhm furono ricevuti da alcuni vostri
rappresentanti. Avete un memorandum di quell'incontro o
altri documenti a esso relativi?
B.B.B. (Crick): Okay, ispettore. Non penso che ci siano
problemi. Siamo qui per aiutarvi. È solo che, quando dice
che la signora Quayle aveva interpellato la ThreeBees, non
saprebbe per caso precisarmi chi o quale ufficio? Perché c'è
più gente alla ThreeBees che api in un alveare, mi creda!
ISPETTORE: La signora Quayle spedì lettere ed e-mail e
telefonò personalmente a Sir Kenneth, al suo ufficio
privato, alla dottoressa Rampuri e a tutti i membri del
consiglio di amministrazione di Nairobi. Ha mandato le
lettere via fax e ha spedito una copia cartacea delle e-mail
anche per posta. Altre le ha recapitate a mano.
B.B.B. (Crick): Ho capito. Bene. Così dovremmo riuscire
a rintracciarle. Immagino che voi abbiate copia della
corrispondenza.
ISPETTORE: Al momento no.
B.B.B. (Crick): Ma sapete da chi furono ricevuti,
immagino.
ISPETTORE: Pensavamo che lo sapeste voi.
B.B.B. (Crick): Che disdetta. Dunque che cosa avete in
mano?
ISPETTORE: Testimonianze scritte e orali che attestano
che foste interpellati dalla signora Quayle, la quale andò
persino a trovare Sir Kenneth nella sua casa sul lago,
l'ultima volta che venne a Nairobi.
B.B.B. (Crick): Davvero? Non ne sapevo niente, devo
dire. L'aveva invitata lui?
ISPETTORE: No.
B.B.B. (Crick): E chi, allora?
ISPETTORE: Nessuno. Si presentò senza invito.
B.B.B. (Crick): Però, che fegato. E fin dove arrivò?
ISPETTORE: Non abbastanza vicino, a quanto sembra,
visto che poco tempo dopo tentò di incontrare Sir Kenneth
qui in sede. Senza riuscirci, peraltro.
B.B.B. (Crick): Sono stupefatto. Be', sì, il presidente ha
molte api che gli ronzano intorno, se mi permette la
battuta. Gente che gli chiede favori, sa? E solo pochissimi
riescono a farsi ricevere.
ISPETTORE: Qui non si trattava di favori.
B.B.B. (Crick): E di cosa?
ISPETTORE: Risposte. A quanto ci risulta, la signora
Quayle presentò a Sir Kenneth una serie di casi clinici che
descrivevano gli effetti collaterali del farmaco su pazienti
conosciuti.
B.B.B. (Crick): Davvero? Ma non mi dica. Non sapevo
che avesse effetti collaterali. La signora è medico? Ha
conoscenze scientifiche? 'Aveva' dovrei dire.
ISPETTORE: Era un cittadino preoccupato, un avvocato,
una persona socialmente impegnata. Si occupava di diritti
civili e aiuti umanitari.
B.B.B. (Crick): Quando parla di 'presentare', che cosa
intende esattamente?
ISPETTORE: La signora Quayle li consegnò "brevi
manu" in questi uffici, all'attenzione di Sir Kenneth.
B.B.B. (Crick): Con tanto di ricevuta?
ISPETTORE: (Gliela mostra)
B.B.B. (Crick): Sì, certo, questo dimostra che consegnò
un plico. Il problema è che cosa c'era dentro. Tuttavia
immagino che voi ne abbiate copia, no? Una serie di casi
clinici... Dovete avercela per forza.
ISPETTORE: Li stiamo aspettando da un momento
all'altro.
B.B.B. (Crick): Sul serio? Bene, perché sarebbe
interessante dare un'occhiata a questi documenti, vero, Viv?
Vedete, il Dypraxa è la nostra ammiraglia, come dice il
presidente. Abbiamo tolto una preoccupazione a un sacco di
genitori e di figli, con quel farmaco. Se però la signora
Quayle aveva qualcosa da ridire sul Dypraxa, è meglio che
lo sappiamo, per porvi rimedio, nel caso. Se il presidente
fosse qui, sono certo che sarebbe il primo a dirlo. Purtroppo
è uno che vive a bordo del suo Gulfstream. Comunque mi
sorprende che non l'abbia voluta ricevere. Non è da lui.
Probabilmente sarà stato troppo impegnato. Perché...
B.B.B. (Eber): Esiste una procedura standard per i
reclami da parte dei clienti riguardo ai prodotti
farmaceutici, vedete. Noi siamo solo i distributori.
Importiamo farmaci e li distribuiamo. Se c'è
l'autorizzazione del governo keniota, naturalmente, e se i
centri medici li usano volentieri. Agiamo unicamente come
intermediari, capite? La nostra responsabilità finisce qui.
Rispondiamo delle condizioni di stoccaggio, questo sì:
temperatura, umidità e via dicendo, ma di tutto il resto
rispondono il produttore e il governo keniota.
ISPETTORE: Che cosa mi può dire delle
sperimentazioni cliniche? Non dovreste farvene carico voi?
B.B.B. (Crick): No, no. Lei non è bene informato su
questo punto, Rob. Non se parliamo di una
sperimentazione strutturata, in doppio cieco, e così via.
ISPETTORE: E allora di che cosa parliamo?
B.B.B. (Crick): Non si sperimenta un farmaco quando è
già commercializzato in un determinato paese come, in
questo caso, il Kenya. Non si fa. Una volta che un farmaco
viene distribuito in un paese con l'appoggio totale del
ministro della Sanità, ormai è fatta.
ISPETTORE: Allora quali sperimentazioni, quali test,
quali prove conducete, se ne conducete?
B.B.B. (Crick): Senta, moderi il tono, okay? Se parliamo
di confermare i risultati di un farmaco valido come questo,
in vista della distribuzione in un altro paese importante –
fuori dal mercato africano – per esempio gli Stati Uniti,
okay, allora è vero che indirettamente quello che stiamo
facendo qui può chiamarsi sperimentazione. In quel senso
soltanto, però. Nel senso della preparazione a eventuali
sviluppi futuri, cioè al momento in cui la ThreeBees e la
K.V.H. entreranno nel nuovo mercato cui alludevo. Mi
segue?
ISPETTORE: Non proprio. Stavo aspettando la parola
'cavia'.
B.B.B. (Crick): Quello che posso dirle è che,
nell'interesse di tutte le parti in causa, per certi versi ogni
paziente rappresenta un esperimento a vantaggio di un
bene più grande. Non stiamo parlando di cavie. Lasci
perdere.
ISPETTORE: E per 'bene più grande' lei intende il
mercato americano?
B.B.B. (Crick): Ma non diciamo stronzate! Senta, quello
che ho detto è che ogni risultato, ogni volta che registriamo
un dato o un paziente, teniamo e analizziamo tutto a
Seattle, Vancouver e Basilea. Per il futuro. Per la futura
validazione del prodotto nel caso volessimo registrarlo
altrove. In maniera da garantire la massima sicurezza. Per
di più il ministero della Sanità keniota è dalla nostra parte.
ISPETTORE: Nel senso che vi dà una mano a far sparire
i cadaveri?
P. R. OAKEY: Rob, lei non ha mai detto una cosa simile.
Noi non abbiamo sentito nulla. Doug è stato molto sincero
e disponibile nel fornirvi informazioni. Forse fin troppo
disponibile. Lei non crede, Lesley?
ISPETTORE: Dunque che cosa ne fate dei reclami? Li
cestinate?
B.B.B. (Crick): Nella maggior parte dei casi, Lesley, li
inoltriamo direttamente alla casa madre, la Karel Vita
Hudson. E poi o rispondiamo a chi ha sporto il reclamo
secondo le linee guida suggeriteci dalla K.V.H., oppure
risponde la K.V.H. direttamente. A ognuno il suo mestiere.
Le cose stanno così, Rob. Possiamo fare altro per voi?
Volete che ci rivediamo quando avrete la documentazione?
ISPETTORE: Ancora un minuto, se non vi dispiace. A
quanto ci risulta, Tessa Quayle e il dottor Arnold Bluhm
vennero personalmente qui nel novembre scorso, su vostro
invito, su invito della ThreeBees, intendo, per parlare degli
effetti, positivi o negativi, del Dypraxa. Consegnarono a
vostri rappresentanti i casi clinici che avevano
precedentemente inviato a Sir Kenneth Curtiss. Secondo lei
non esiste materiale relativo a quell'incontro, nemmeno i
nominativi dei vostri rappresentanti che vi parteciparono?
B.B.B. (Crick): Mi sa dire la data precisa, Rob?
ISPETTORE: Da un'agenda risulta che la ThreeBees
aveva convocato la signora Quayle e il dottor Bluhm il 18
novembre alle ore 11.00. L'appuntamento era stato fissato
tramite l'ufficio della dottoressa Rampuri, il vostro direttore
marketing, che al momento pare sia assente per motivi di
famiglia.
B.B.B. (Crick): Non ne sapevo niente, a dire la verità. E
tu, Viv?
B.B.B. (Eber): Neanch'io, Doug.
B.B.B. (Crick): Aspettate. Potrei guardare sull'agenda di
Yvonne.
ISPETTORE: Buona idea. Le diamo una mano.
B.B.B. (Crick): Un attimo di pazienza, vi prego. Prima
bisogna che Yvonne mi autorizzi, naturalmente. È una
donna che non scherza. Non andrei mai a spulciare nella
sua agenda senza il suo okay. Come non verrei a spulciare
nella sua, Lesley.
ISPETTORE: La chiami, per favore. Le dica che siamo
stati noi a insistere.
B.B.B. (Crick): Non posso, Rob.
ISPETTORE: Perché?
B.B.B. (Crick): Perché vede, Rob, Yvonne è andata a un
matrimonio molto importante con il suo fidanzato. A
Mombasa. Sono questi i motivi di famiglia, capite? Ed è una
donna piuttosto irascibile, ve lo dico io. Immagino che se va
bene potremo contattarla lunedì. Non so se vi è mai
capitato di andare a un matrimonio a Mombasa, ma vi
assicuro che...
ISPETTORE: Lasciamo perdere l'agenda. Dove sono i
documenti che le hanno consegnato?
B.B.B. (Crick): L'elenco dei casi clinici, intende?
ISPETTORE: Fra le altre cose.
B.B.B. (Crick): Be', per i casi clinici e la discussione
tecnica di sintomi, indicazioni e posologia – gli effetti
collaterali – come dicevamo poc'anzi, Rob, bisogna
rivolgersi al produttore. Cioè a Basilea, o a Seattle, o a
Vancouver. Insomma, è un casino. Saremmo dei 'criminali'
se non sottoponessimo immediatamente dati di questo
genere ai nostri esperti. Degli 'irresponsabili'. Vero, Viv?
Non si tratta solo di politica aziendale: qui alla ThreeBees è
il Vangelo. No?
B.B.B. (Eber): Certamente. Non c'è alcun dubbio, Doug.
È il presidente che vuole così. Appena sorge il minimo
problema, si chiama la K.V.H.
ISPETTORE: Mi state dicendo che non avete un
archivio? Ma è incredibile, ve ne rendete conto?
B.B.B. (Crick): Le stiamo dicendo che abbiamo capito le
vostre esigenze e vedremo di fare qualcosa per recuperare
questo materiale. Questo non è un ufficio pubblico, Rob, e
neanche Scotland Yard. Siamo in Africa, perdio! Non
passiamo il tempo ad archiviare scartoffie, anche perché
abbiamo un sacco di altre cose da fare e...
P. R. OAKEY: Vorrei fare due precisazioni, se
permettete. Anzi, tre. Posso prenderle in esame una per
una? Prima di tutto vorrei sapere se siete proprio certi che
questo incontro fra la signora Quayle, il dottor Bluhm e i
rappresentanti della ThreeBees sia effettivamente
avvenuto.
ISPETTORE: Come ho già detto, abbiamo una prova
documentaria, scritta di pugno di Bluhm. Sulla sua agenda è
segnato l'appuntamento, fissato tramite l'ufficio della
dottoressa Rampuri per il 18 novembre.
P. R. OAKEY: Un conto è prendere un appuntamento e
un altro è rispettarlo, Rob. Speriamo che la dottoressa
Rampuri abbia buona memoria. Riceve moltissima gente.
Vi pare? Poi vorrei chiarire se, a quanto vi risulta, questi
presunti casi clinici cui fate riferimento erano di tono
oppositivo. È possibile che ci fosse nell'aria una minaccia di
denuncia? Da viva, mi risulta che la signora Quayle fosse
una donna senza peli sulla lingua, dico bene? E in più era
avvocato. Pare inoltre che il dottor Bluhm avesse compiti di
sorveglianza sull'industria farmaceutica. Non stiamo
parlando di persone impreparate.
ISPETTORE: E anche se il loro intento fosse stato
battagliero? Se un farmaco uccide, la gente ha diritto di
essere battagliera.
P. R. OAKEY: Be', evidentemente, Rob, se la dottoressa
Rampuri aveva intuito che c'era qualcosa di simile nell'aria,
o peggio ancora, se lo aveva intuito il presidente, tanto più
se aveva ricevuto del materiale scritto, il che è ancora tutto
da vedere, la loro prima reazione sarebbe stata dirottarli agli
avvocati della società. Dovremmo controllare anche lì.
Giusto, Doug?
ISPETTORE: Credevo che fosse lei l'avvocato della
società.
P. R. OAKEY: (Scherzoso) Sono l'ultima risorsa, Rob.
Non la prima. Io costo troppo.
B.B.B. (Crick): Le faremo sapere qualcosa, Rob. È stato
un piacere. La prossima volta, vediamoci a pranzo. Le
consiglio di non farci troppo affidamento, comunque. Noi
non passiamo il tempo ad archiviare documenti. Abbiamo
molta carne al fuoco e, come dice sempre il presidente,
siamo dei duri. È così che siamo diventati quello che siamo.
ISPETTORE: Se potete concedermi ancora un minuto
per favore, signor Crick, desidereremmo parlare con il
signor, o dottor, Lorbeer, di origine tedesca, svizzera o forse
olandese. Purtroppo non conosciamo il nome di battesimo,
ma ci risulta che abbia contribuito alla diffusione del
Dypraxa qui in Africa.
B.B.B. (Crick): Da che parte sta, Lesley?
ISPETTORE: Ha importanza?
B.B.B. (Crick): Be', sì. Se Lorbeer è un medico, come voi
ritenete, è alquanto probabile che lavori per la casa
produttrice, piuttosto che per noi. La ThreeBees non ha
molti rapporti con i medici. Noi non siamo specialisti, ci
occupiamo della parte commerciale, delle vendite. Quindi
penso che le converrebbe rivolgersi alla K.V.H. anche per
questo, Les.
ISPETTORE: Senta, mi dica soltanto se lo conosce o no.
Non siamo né a Vancouver, né a Basilea, né a Seattle. Siamo
in Africa. Questo è un farmaco che commercializzate voi,
nella vostra zona. Lo importate, lo pubblicizzate, lo
distribuite e lo vendete. Vi diciamo che questo Lorbeer ha
avuto molto a che fare con il vostro farmaco qui in Africa.
L'avete sentito nominare o no?
P. R. OAKEY: Credo che abbiate già avuto la risposta,
Rob. Rivolgetevi ai produttori.
ISPETTORE: E una certa Kovacs, probabilmente
ungherese?
B.B.B. (Crick): Anche lei medico?
ISPETTORE: L'ha già sentita nominare? Lasci perdere
se è medico o no. Avete mai sentito parlare di una certa
Kovacs? Nel contesto della commercializzazione di questo
farmaco?
B.B.B. (Crick): Fossi in lei, Rob, cercherei sull'elenco del
telefono.
ISPETTORE: Vorremmo parlare anche con la dottoressa
Emrich, che...
P. R. OAKEY: Sembra proprio che abbiate fatto un buco
nell'acqua, ispettori. Mi dispiace di non potervi essere di
maggiore aiuto. Abbiamo cercato di venirvi incontro in ogni
modo, ma purtroppo non è giornata".

Nota aggiunta una settimana dopo l'incontro:

"Nonostante la ThreeBees ci abbia assicurato che le


ricerche sono in corso, siamo stati informati che per il
momento non sono stati trovati documenti, lettere, casi
clinici, e-mail o fax inviati da Tessa Abbott o Quayle o da
Arnold Bluhm. La K.V.H. Si dichiara all'oscuro di tutto e
così lo studio legale che rappresenta la ThreeBees a Nairobi.
I nostri tentativi di ricontattare la Eber o Crick non hanno
avuto successo. Crick «sta frequentando un corso di
riqualificazione in Sudafrica» e la Eber è stata «trasferita in
un altro reparto». I loro sostituti non sono ancora stati
nominati. La dottoressa Rampuri non è raggiungibile «a
causa della ristrutturazione interna dell'azienda»".

"Con la presente si raccomanda vivamente che Scotland


Yard si faccia rilasciare da Sir Kenneth K. Curtiss una
dichiarazione sui rapporti intercorsi fra la sua società e la
signora Quayle e il dottor Bluhm, che richieda al Personale
di recuperare l'agenda della dottoressa Rampuri e i
documenti perduti e che ordini alla dottoressa Rampuri di
rendersi disponibile al più presto per un interrogatorio.
(Siglato dal commissario Gridley, senza che però sia
stato ordinato o documentato alcun provvedimento.)"
APPENDICE
"Crick, Douglas (Doug) James, nato a Gibilterra il 10
ottobre 1970 (ex Archivio Penale, ministero della Difesa e
tribunale supremo militare).
Figlio illegittimo di Crick David Angus. Il padre, radiato
dalla Marina Militare, scontò undici anni di reclusione in
un carcere britannico per reati diversi, fra cui due omicidi
preterintenzionali. Attualmente fa la bella vita a Marbella,
in Spagna.
Crick Douglas James si trasferiva in Inghilterra da
Gibilterra all'età di nove anni insieme con il padre (v.s.), il
quale veniva arrestato appena metteva piede sul suolo
britannico. Douglas James veniva dato in affidamento e
quindi processato dal tribunale dei minori per una serie di
reati fra cui spaccio di sostanze stupefacenti, lesioni gravi,
sfruttamento della prostituzione e rissa. Sospettato di
complicità nell'omicidio di due ragazzi neri aggrediti da una
banda a Nottingham nel 1984 non veniva rinviato a
giudizio.
Nel 1989 dichiarava di essersi ravveduto e si offriva
volontario nella polizia. La sua domanda veniva respinta,
ma pare che abbia lavorato come informatore part time.
Nel 1990 si arruolava volontario nell'esercito, seguiva i
corsi di addestramento per i corpi speciali e veniva inviato
in Irlanda del Nord come sergente in borghese con la
British Army Intelligence. Dopo tre anni di servizio veniva
degradato a soldato semplice e radiato dall'esercito. Non
esistono altre informazioni sul suo passato militare.
Sebbene ci sia stato presentato come addetto alle
relazioni pubbliche della House of ThreeBees, fino a poco
tempo fa D. J. Crick era il responsabile del servizio di
sicurezza. Sostiene di essere in rapporti confidenziali con
Sir Kenneth K. Curtiss, cui ha fatto in diverse occasioni da
guardia del corpo (per esempio, negli ultimi dodici mesi, nel
Golfo, in America Latina, Nigeria e Angola)".

«È andata fino alla casa sul lago di Kenny K., poveretto»


dice Tim Donohue davanti al Monopoli nel giardino di
Gloria. «Telefonate a ore inconsulte... lettere orribili
lasciate al club. Meglio nascondere tutto sotto il tappeto.»
«Quella è gente che non si fa scrupolo ad ammazzare»
dice Lesley nell'oscurità del furgone a Chelsea. «Ma di
questo si sarà già accorto.»
Con questi ricordi che riecheggiano nella mente, Justin
si doveva essere addormentato sul tavolo perché lo svegliò
all'alba un battibecco fra uccelli di terra e gabbiani. A un
esame più attento, venne fuori che non era l'alba, ma il
crepuscolo. Non molto tempo dopo si ritrovò a mani vuote.
Aveva letto tutto quello che c'era da leggere e aveva capito,
ammesso che ne avesse mai dubitato, che, senza il portatile,
del quadro generale sarebbe riuscito a vedere soltanto una
piccola parte.
13.

Guido lo aspettava sui gradini di casa, con un cappotto


nero troppo lungo per lui e una cartella che le sue spalle
mingherline reggevano a malapena. In una mano ossuta
teneva una scatola di latta con le medicine e la merenda.
Erano le sei del mattino e i primi raggi del sole di primavera
facevano brillare le ragnatele sul prato in discesa. Justin, al
volante della jeep, si avvicinò il più possibile e si accorse
che la madre di Guido guardava dalla finestra mentre il
ragazzo, rifiutando la mano di Justin, saliva in macchina
con tutto il suo armamentario, crollando sul sedile come un
uccellino che torna al nido dopo aver provato a volare per la
prima volta.
«Era tanto che aspettavi?» domandò Justin, ricevendo
come unica risposta un aggrottare di fronte. «Guido è
bravissimo nell'autodiagnosi» gli ricorda Tessa, rimasta
impressionata dall'ultima visita all'ospedale pediatrico di
Milano. «Se sta male chiama l'infermiera, se sta malissimo
chiama la suora e se si sente morire chiama il medico. E
non ce n'è uno che non risponda subito alle sue chiamate.»
«Devo essere davanti al cancello della scuola alle nove
meno cinque» disse rigido.
«Okay.» Parlavano inglese, perché Guido ne andava
fiero.
«Se arrivo troppo tardi, entro in classe con il fiatone. Se
arrivo troppo presto, a star lì mi notano tutti.»
«Capisco» replicò Justin e, guardando nello specchietto,
vide che era di un pallore cereo, come gli accadeva quando
aveva bisogno di una trasfusione. «Nel caso te lo fossi
chiesto, lavoreremo nella stanza dell'olio e non nella villa»
lo informò.
Guido non disse nulla, ma quando si immisero sulla
strada che costeggiava il mare, aveva ripreso colore. Certe
volte neanch'io sopporto la vicinanza di Tessa, pensò Justin.
Siccome per Guido la sedia era troppo bassa e lo
sgabello troppo alto, Justin andò nella villa a prendere due
cuscini. Quando tornò, trovò il ragazzo in piedi davanti alla
scrivania di pino, già intento a trafficare disinvolto con il
portatile di Tessa, a controllare le connessioni del modem, i
trasformatori, gli adattatori e i cavi della stampante. Per
ultimo, armeggiò con il portatile, con tanta irriverenza che a
Justin fece paura: lo aprì, lo collegò all'alimentazione, ma –
per fortuna – non infilò ancora la spina nella presa della
corrente. Con la stessa irrispettosa sicurezza, mise da una
parte modem, stampante e tutto quello che non gli serviva e
si lasciò cadere sui due cuscini appoggiati sulla sedia.
«Okay» annunciò.
«Okay cosa?»
«La attacchi» disse a Justin in inglese, indicandogli con
un cenno del capo la presa sul muro. «Partiamo.» Gli porse
la spina. Il suo inglese, all'orecchio ipersensibile di Justin,
aveva un lieve accento americano, alquanto fastidioso.
«Sicuro che non succede niente?» domandò nervoso.
«Che cosa dovrebbe succedere?»
«Che si cancelli tutto per errore, per esempio.»
«Accendendolo? Impossibile.»
«Perché?»
Guido passò la mano scheletrica sullo schermo con fare
solenne. «Tutto quello che è qui dentro è salvato. Se Tessa
non l'ha salvato, vuol dire che non lo voleva e quindi non
c'è. Dico bene o dico bene?»
Justin provò l'impulso ostile che lo assaliva
ogniqualvolta la gente parlava di computer.
«Okay, se lo dici tu. Allora accendo.» Si accucciò e infilò
la spina. «Sì?»
«Oh, Signore!»
Justin mollò il cavo malvolentieri e si alzò in tempo per
vedere che sullo schermo non stava succedendo
assolutamente nulla. Con la bocca improvvisamente
asciutta e in preda alla nausea, pensò: sto superando il
limite. Sono uno scemo. Avrei dovuto rivolgermi a un
esperto, non a un ragazzo. Avrei dovuto imparare a usarlo
io, dannazione. Poi lo schermo si illuminò, mostrandogli un
corteo di bambini africani che sorridevano e facevano ciao
con la manina in fila davanti a un dispensario con il tetto di
lamiera, cui seguì una vista dall'alto di alcuni rettangoli e
ovali colorati sparsi su uno sfondo grigio-azzurro.
«Cos'è?»
«Il desktop.»
Justin lesse, da dietro le spalle di Guido. PERSONALE...
APPLICAZIONI... APPLICAZIONI RECENTI. «E adesso?»
«Vuole vedere i documenti? Glieli faccio vedere.
Andiamo su DOCUMENTI e lei legge.»
«Voglio vedere quello che vedeva Tessa, quello a cui
stava lavorando. Voglio seguire i suoi passi e leggere tutto
quello che sta qua dentro. Credevo di essermi spiegato.»
Era angosciato e la presenza di Guido lo infastidiva.
Avrebbe voluto avere di nuovo Tessa tutta per sé, sul tavolo
su cui si contavano i soldi. Avrebbe voluto che quel portatile
non esistesse. Guido spostò una freccia su un riquadro in
basso a sinistra dello schermo.
«Cos'è che muovi?»
«Il mouse. Questi sono gli ultimi nove documenti su cui
ha lavorato Tessa. Vuole che le faccia vedere gli altri? Non
c'è problema, se vuole vedere gli altri.»
Apparve un riquadro con la scritta: APRI FILE.
DOCUMENTI TESSA. Guido cliccò di nuovo.
«Qui ce ne sono venticinque» spiegò.
«Hanno un titolo?»
Guido si chinò da una parte perché Justin li leggesse da
solo:

FARMA
generalità
contaminazione
terzo mondo
enti di controllo
corruzione
azioni legali
contanti
protesta
ipocrisia
trial
menzogne
coperture

MORBO
storia
Kenya
terapie
novità
roba vecchia
ciarlatani
SPERIMENTAZIONE
Russia
Polonia
Kenya
Messico
Germania
Mortalità conosciuta
Wanza

Guido spostò di nuovo la freccia e cliccò. «Arnold. Chi è


questo Arnold?» domandò.
«Un suo amico.»
«Anche lui ha dei documenti. Gesù, ce ne sono un
sacco!»
«Quanti?»
«Venti. Se non di più.» Clic clic. «BITS AND BOBS. È un
modo di dire inglese?»
«Sì. Non credo che in America sia molto diffuso, ma in
Inghilterra sì. Vuol dire 'miscellanea'» rispose Justin
impaziente. «Che cos'è? Che cosa fai? Stai andando troppo
veloce.»
«No, per niente. Sto andando piano apposta per lei.
Controllo in PERSONALE per vedere quante cartelle ha.
Wow. Un sacco. Cartella uno, cartella due. Ce ne sono
tantissime.» Clic clic. Il suo accento americano infastidiva
sempre più Justin. Ma dove l'aveva preso? Forse guardava
troppi film in lingua originale. Bisogna che parli con il
preside. «Vede questo? È il CESTINO. Ci metteva quello
che pensava di eliminare.»
«E che poi non ha eliminato?»
«Quello che c'è no. Quello che non c'è più sì.» Clic clic.
«Cos'è AOL?» domandò Justin.
«America-Online. Un server. Quello che sua moglie
riceveva da AOL e voleva tenere, lo metteva qui, insieme
con le e-mail. Quelle già ricevute. Per vedere i messaggi
nuovi bisogna collegarsi in rete. E bisogna collegarsi anche
per mandare delle e-mail. Per ricevere o mandare messaggi,
bisogna essere on line.»
«Questo lo so. È ovvio.»
«Vuole che mi colleghi?»
«Non ancora. Voglio prima vedere quello che c'è già.»
«Tutto?»
«Sì.»
«Le ci vorranno dei giorni, forse delle settimane, per
leggere tutto. Comunque basta andarci sopra con il mouse e
cliccare. Vuole che le lasci la sedia?»
«Sei sicuro che non posso combinare pasticci?»
insistette Justin, sedendosi mentre Guido si metteva in
piedi alle sue spalle.
«Quello che aveva salvato è già salvato, come le ho
detto. Altrimenti non ci sarebbe.»
«E una volta che un file è salvato, non si perde più?»
«Be', basta non cliccare su ELIMINA. E comunque,
anche se ci dovesse andare per sbaglio, il computer le
chiede se è sicuro di voler eliminare. E se lei non è sicuro,
clicchi su NO. Se clicca su NO, vuol dire che non è sicuro.
Basta. Tutto qui. Vada pure tranquillo.»
Justin prova ad addentrarsi nel labirinto di Tessa con
Guido il suo maestro di computer, che gli sta
paternalisticamente al fianco e gli impartisce istruzioni con
una voce da robot e l'accento da yankee. Quando Justin si
imbatte in una procedura nuova o non capisce qualcosa, si
ferma, prende un foglio e scrive le istruzioni sotto la
dettatura imperiosa del ragazzo. Davanti ai suoi occhi si
aprono nuovi orizzonti di conoscenza. Va' qui, va' là, torna
qui. È troppo sconfinato, sei troppo lontana, non riuscirò
mai a raggiungerti, le dice. Anche se resto qui a leggere per
un anno, come farò ad accorgermi se ho trovato quello che
cercavi tu?

Documenti dell'Organizzazione Mondiale della Sanità.


Atti di oscuri congressi medici a Ginevra, Amsterdam e
Heidelberg sotto l'egida dell'ennesimo sconosciuto
avamposto dello sterminato impero medico delle Nazioni
Unite.
Opuscoli pubblicitari su prodotti farmaceutici dai nomi
impronunciabili e relative benefiche virtù.
Appunti personali di Tessa. Memorandum. Una
scioccante citazione dalla rivista 'Time', circondata di punti
esclamativi e con due buchetti agli angoli in corrispondenza
delle puntine con cui l'aveva appesa in bacheca, in uno
stampatello visibile dall'altra parte della stanza per
chiunque avesse occhi per vedere e non distogliesse lo
sguardo. Un terrificante universale per dargli ulteriore
spinta nella sua ricerca del particolare:

IN 93 TRIAL CLINICI I RICERCATORI HANNO


RISCONTRATO 691 REAZIONI NEGATIVE, MA NE
HANNO RIFERITE SOLTANTO 39 ALL'ISTITUTO
NAZIONALE DELLA SANITA' USA.

Un'intera cartella dedicata a P.W. Ma chi sarà mai stato


P.W.? Disperazione. Ridatemi la carta, che la capisco
meglio. Quando poi clicca su BITS AND BOBS, Si ritrova di
fronte P.W. E, dopo un ulteriore clic, è tutto chiaro: P.W. sta
per PharmaWatch, un cybergruppuscolo underground con
sede nel Kansas e 'una missione da compiere: denunciare la
condotta scandalosa e arrogante dell'industria farmaceutica'
per non parlare della 'disumanità di chi si proclama
umanitario e va in giro a derubare le nazioni più povere'.
Rapporti di conferenze cosiddette off-Broadway, fra
dimostranti che progettano di riunirsi a Seattle o a
Washington per manifestare le loro opinioni alla Banca
Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale.
Gran parlare di 'Idra farmaceutica americana' e 'Capitale
abietto', un articolo frivolo che arrivava da chissà dove
intitolato L'ANARCHIA È TORNATA Dl MODA.
Justin clicca di nuovo e trova sotto accusa la parola
'umanità'. Appena la sente pronunciare, Tessa va su tutte le
furie. Le basta sentirla, confida a Bluhm via e-mail,
evidentemente in vena di confidenze, perché le venga voglia
di impugnare una pistola.

"Ogni volta che sento una casa farmaceutica giustificare


le proprie azioni sulla base di Umanità, Altruismo, Doveri
verso il genere umano, mi viene da vomitare e non perché
sono incinta, ma perché nello stesso tempo leggo che i
colossi farmaceutici statunitensi cercano di prolungare la
durata dei loro brevetti in maniera da mantenere il
monopolio e i prezzi da capogiro e usare il Dipartimento di
stato per spaventare il Terzo Mondo, impedendogli di
produrre gli equivalenti generici dei prodotti di marca a un
decimo del costo. Okay, sui farmaci contro l'AIDS hanno
fatto un bel gesto. Ma cosa dire di..."

Questo lo so già, pensa Justin, tornando sul desktop per


aprire DOCUMENTI ARNOLD.
«E questo cos'è?» chiede scioccato, sollevando le dita
dalla tastiera come per declinare ogni responsabilità
dell'accaduto. Per la prima volta da quando sono insieme,
Tessa gli chiede una password prima di lasciarlo entrare. Il
comando – PASSWORD, PASSWORD – è imperioso come
l'insegna lampeggiante di un bordello.
«Merda» esclama Guido.
«Aveva una password, quando ti ha insegnato a usare
quest'affare?» gli chiede Justin, ignorando l'imprecazione.
Guido si mette una mano davanti alla bocca, si china in
avanti e con l'altra mano digita cinque lettere. «Io»
risponde orgoglioso.
Compaiono cinque asterischi, ma non succede niente.
«Che cosa stai facendo?» chiede Justin.
«Scrivo il mio nome, Guido.»
«E perché?»
«Perché era la password» risponde in un italiano
volubile, agitatissimo. «Con l'uno al posto della I e lo zero
al posto della O. Tessa era fissata su queste cose: in una
password ci voleva almeno una cifra, sosteneva.»
«E perché vengono fuori le stellette?»
«Perché bisogna che la password non si legga.
Altrimenti uno sbircia e poi la copia. Non funziona! La
password non è Guido!» Si copre la faccia con le mani.
«Possiamo tirare a indovinare» propone Justin,
cercando di calmarlo.
«E come? Come si fa a indovinare? Quante possibilità ti
danno? Non più di tre, credo!»
«Vuol dire che se non la azzecchiamo non ci entriamo»
dice Justin cercando di minimizzare. «Dai, su, non fare
così.»
«Non ci entriamo no.»
«Okay, allora riflettiamo. Quali altre cifre assomigliano
a delle lettere?»
«Il tre può essere una E al contrario. Il cinque una S. Ce
ne sono almeno mezza dozzina, forse anche di più. È
impossibile...» Sempre con le mani sulla faccia.
«E cosa succede se usiamo tutte le possibilità?»
«Che si chiude e non ci lascia più provare. Che cosa
pensava?»
«Mai più?»
«Mai più.»
Justin si accorge che sta mentendo e sorride.
«E secondo te abbiamo tre chance soltanto?»
«Senta, non sono un manuale vivente, okay? Non lo so
di preciso. Se una cosa non la so, sto zitto. Potrebbero
essere tre come dieci. Adesso io devo andare a scuola. Forse
le conviene chiamare il numero verde.»
«Pensaci, Guido. Qual è la cosa che le piaceva di più
dopo di te?»
Guido finalmente si toglie le mani dalla faccia. «Lei,
signor Justin. Che cosa crede? Justin!»
«Non credo proprio.»
«Perché no?»
«Perché il computer era il suo regno, non il mio.»
«Vogliamo tirare a indovinare, o no? È ridicolo! Provi
con Justin. Me lo sento, che è giusto.»
«Senti. E dopo di me, che cos'è la cosa a cui teneva di
più?»
«Guardi che non era mica mia moglie, okay? Lo saprà
lei!»
Justin pensa ad 'Arnold', e poi a 'Wanza'. Prova 'Ghita',
digitando l'uno al posto della I. Niente. Sbuffa, come a dire
che lui è superiore a quel giochetto, ma soprattutto perché
intravede tante possibilità che non sa quale direzione
prendere. Pensa a 'Garth', suo padre, a 'Garth', suo figlio, e li
esclude entrambi per ragioni estetiche ed emotive. Pensa a
'Tessa', ma non era così egocentrica. Pensa ad ARNOLD,
ARNOLD e ARNOLD, ma Tessa era troppo raffinata per
usare Arnold come password del file di Arnold. È in dubbio
su 'Maria', il nome di sua madre, e su 'Mustafà', poi gli
viene in mente 'Hammond', ma nessuno gli sembra adatto
come nome in codice o come password. Scruta nella sua
tomba e vede le fresie gialle sulla bara, che scompaiono
sotto la terra rossa. Vede Mustafà nella cucina di Woodrow
con un mazzo di fresie in mano. Si rivede con il cappello di
paglia a curarle nel giardino di Nairobi e in quello lì all'Elba.
Scrive 'fresia', con l'uno al posto della I. Compaiono sei
asterischi, ma non succede niente. Lo riscrive con il cinque
al posto della S.
«Mi lascerà riprovare?» domanda sottovoce.
«Ho solo dodici anni, signor Justin! Dodici!» Si calma
un po'. «Può darsi che il computer le dia un'altra possibilità.
Poi basta, fine. Io mi arrendo, okay? Il computer è suo, di
sua moglie. Non voglio più averci niente a che fare.»
Justin riscrive 'fresia' per la terza volta, con il cinque al
posto della S e la I al posto dell'uno e si ritrova davanti a un
saggio polemico incompiuto. Con l'aiuto delle fresie gialle è
penetrato in un file chiamato ARNOLD e ha incontrato un
trattato sui diritti umani. Guido saltella per la stanza.
«Ce l'abbiamo fatta, glielo dicevo io! Siamo straordinari!
Tessa è straordinaria!»

PERCHÈ I GAY AFRICANI SONO COSTRETTI A


RESTARE NASCOSTI?

"Ascoltiamo le confortanti parole del grande arbitro


della pubblica decenza, il presidente Daniel Arap Moi:
«Termini come lesbismo e omosessualità non esistono
nelle lingue africane.» Moi, 1995.
«L'omosessualità va contro le regole e le religioni
dell'Africa e per la religione è un grave peccato.» Moi, 1998.
Non sorprende pertanto che il codice penale keniota
rifletta diligentemente il pensiero di Moi. Gli articoli 162-
165 stabiliscono una PENA DETENTIVA DAI CINQUE AI
QUATTORDICI ANNI per il reato di 'Conoscenza carnale
contro natura'.
Ma non è tutto:
– La legge keniota definisce i rapporti sessuali fra
uomini un ATTO CRIMINOSO.
– Non prende nemmeno in considerazione i rapporti
sessuali fra donne.

Quali sono le CONSEGUENZE SOCIALI di questo


atteggiamento antidiluviano?
– I gay si sposano o hanno relazioni con donne per
nascondere le proprie inclinazioni sessuali.
– Fanno una vita infelice e la fanno fare alle loro mogli.
– Non ricevono alcuna educazione sessuale, nonostante
la gravità dell'epidemia di AIDS, la cui esistenza in Kenya
viene addirittura negata.
– Alcuni gruppi sociali sono costretti a una vita di
clandestinità. Medici, avvocati, imprenditori, preti e persino
uomini politici vivono nel terrore del ricatto e dell'arresto.
– Si crea un circolo vizioso di corruzione e oppressione,
che trascina sempre più nel fango la nostra società".

L'articolo si ferma qui. Perché?


E perché in nome del Cielo archivi un articolo polemico
e incompleto sui diritti degli omosessuali nella cartella
ARNOLD e lo chiudi con una password?
Justin si ricorda della presenza di Guido che, tornato
dalle sue peregrinazioni, si è chinato a leggere lo schermo
sbigottito.
«È ora che ti accompagni a scuola» dice Justin.
«Non ancora! Abbiamo dieci minuti! Chi è Arnold? È
gay? Che cosa fanno i gay? La mamma diventa matta, se
glielo chiedo.»
«Andiamo, su. Se ci troviamo davanti un trattore,
arriviamo in ritardo.»
«Aspetti, apro la casella di posta elettronica, okay?
Potrebbe averle scritto qualcuno. Magari Arnold. Non vuole
controllare la posta elettronica? Magari c'è una e-mail per
lei, che non ha letto. Allora cosa faccio? La apro?»
Justin gli posa la mano sulla spalla. «Stai tranquillo,
nessuno riderà di te. Tutti fanno delle assenze, durante
l'anno scolastico. È normalissimo. Guardiamo la posta
quando torni, okay?»

Per portare Guido a scuola e tornare alla villa Justin


impiegò una lunghissima ora, durante la quale non si
concesse né voli di fantasia né riflessioni premature.
Tornato nella stanza dell'olio, non affrontò il computer di
Tessa, ma le pile di fogli che gli aveva consegnato Lesley sul
furgone fuori dal cinema. Con molto più agio di quanto
avrebbe avuto nel maneggiare il portatile, ritrovò la
fotocopia di una lettera scritta malamente a mano su un
foglio a righe che aveva attirato la sua attenzione in uno dei
primi timidi raid fra le carte di Tessa. Era senza data.
Stando all'allegato stilato da Rob, era 'emersa' dalle pagine
di un'enciclopedia medica ritrovata dai due ispettori sul
pavimento della cucina di Bluhm, dove era stata gettata dai
ladri insoddisfatti. Il foglio era vecchio e sbiadito, la busta
indirizzata alla casella postale dell'ONG di Bluhm. Il timbro
era dell'isola di Lamu, antico centro arabo della tratta degli
schiavi.

"Mio carissimo Arni,


non dimentico mai il nostro amore, i tuoi abbracci e
tutto quello che hai fatto per me, amico mio carissimo. Che
grande fortuna e benedizione per me che tu scelga la nostra
splendida isola per le tue vacanze! Devo ringraziare te, ma
anche Dio per il tuo amore generoso e i tuoi regali e le cose
che mi insegni per i miei studi e la motocicletta. Per te, mio
caro uomo, lavoro giorno e notte, felice nel cuore di sapere
che sei con me a ogni mio passo, che mi sostieni e mi ami".

E la firma? Justin cercò, come Rob prima di lui, di


decifrarla. Come indicava l'allegato di Rob, dalla scrittura
allungata, bassa e arrotondata e dallo stile della lettera si
intuiva che l'autore era arabo. La firma con uno svolazzo
sembrava composta da due consonanti con una vocale in
mezzo. Pip? Pet? Pat? Dot? Inutile cercare di indovinare. A
quanto ne sapevano, potevano essere caratteri arabi.
Ma era un uomo o una donna? Possibile che un'araba di
Lamu così poco istruita scrivesse a un uomo in maniera
tanto sfacciata? E che andasse in motocicletta?
Justin attraversò la stanza e si sedette davanti al
portatile sul tavolo di legno di pino. Invece di richiamare
ARNOLD, però, guardò lo schermo vuoto.

«Ma chi ama veramente Arnold?» le chiede con finta


disinvoltura una domenica sera afosa mentre sono a letto
sdraiati l'uno accanto all'altra, a Nairobi. Tessa era tornata
quella mattina dalla sua prima spedizione insieme con
Arnold e aveva dichiarato che era stata un'esperienza
memorabile.
«Arnold ama il genere umano» risponde languida.
«Nessuno escluso.»
«E va a letto con tutto il genere umano?»
«Può darsi. Non gliel'ho mai chiesto. Vuoi che mi
informi?»
«No, non importa. Magari glielo chiedo io.»
«Non è il caso.»
«Sicura?»
«Sicurissima.»
E lo bacia. Una volta, poi un'altra. Finché non lo riporta
in vita.
«Non me lo chiedere più» gli dice poi, come se le fosse
tornato in mente per caso, con la testa appoggiata sulla sua
spalla, abbracciandolo. «Diciamo semplicemente che
Arnold ha lasciato il cuore a Mombasa.» E si stringe a lui,
con le spalle rigide e la testa bassa.

A Mombasa?
O a Lamu, trecento chilometri più a nord, lungo la
costa?
Justin tornò al tavolo e questa volta scelse il rapporto
scritto da Lesley su BLUHM, ARNOLD MOISE, MEDICO,
PRESUNTA VITTIMA O ASSASSINO. Nessuno scandalo,
nessun matrimonio, nessuna relazione nota, nessuna
convivenza "more uxorio" accertata. Ad Algeri aveva vissuto
in un ostello per giovani medici di entrambi i sessi, in una
stanza singola. Presso la sua ONG non risultava nessun
partner. Il parente più prossimo era la sorellastra belga,
residente a Bruges. Arnold non aveva mai richiesto rimborsi
spese altro che per sé, assegni familiari o alloggi per più di
una persona. Il suo appartamento razziato di Nairobi era
definito da Lesley «casto e monacale». Bluhm ci abitava da
solo e non aveva domestici. «Conduceva una vita priva di
qualsiasi comfort, acqua calda compresa.»

«Al Muthaiga Club sono tutti convinti che il nostro


bambino sia di Arnold» dice Justin a Tessa con la massima
tranquillità, mentre mangiano pesce in un ristorante
indiano ai margini della città. Tessa è incinta di quattro
mesi e, malgrado la conversazione possa far pensare
altrimenti, Justin è più innamorato che mai.
«Tutti chi?» domanda Tessa.
«Elena la greca, immagino. A cui deve averlo detto
Gloria, a cui lo avrà detto Woodrow» continua lui
allegramente. «Non so bene come comportarmi. Se sei
d'accordo, uno di questi giorni potremmo andare al club e
fare l'amore sul tavolo da biliardo. Potrebbe essere
risolutivo.»
«Sono doppiamente prevenuti, allora» replica lei
pensosa. «E Arnold è doppiamente discriminato.»
«Perché doppiamente?»
Tessa non risponde, abbassa gli occhi e scuote appena la
testa. «Lascia perdere. Sono una manica di bastardi pieni di
pregiudizi, ecco tutto.»

All'epoca, aveva fatto come voleva lei: aveva lasciato


perdere. Adesso non più, però.
Perché doppiamente? si domanda, continuando a fissare
lo schermo.
Una volta per via del presunto adulterio. E la seconda?
Che cosa intendeva dire con doppiamente? Alludeva alla
sua razza? Arnold viene discriminato perché si suppone che
vada a letto con Tessa e perché è nero? Ergo: doppiamente?
Forse.
A meno che...
A meno che non sia di nuovo l'avvocato dallo sguardo
freddo che è in Tessa a parlare: lo stesso che ha deciso di
ignorare la minaccia di morte piuttosto che rischiare di
dover interrompere la propria crociata contro l'ingiustizia.
A meno che il primo pregiudizio si riferisca non a un
nero sospettato di andare a letto con una donna bianca
sposata, ma alla categoria degli omosessuali, di cui Bluhm –
sebbene i suoi detrattori non lo sappiano – fa parte.
In tal caso il ragionamento dell'avvocato dallo sguardo
freddo e dal cuore caldo sarebbe il seguente:
Prima discriminazione: Arnold è omosessuale, ma la
situazione non gli permette di ammetterlo. Se uscisse allo
scoperto, non potrebbe più continuare il proprio lavoro
umanitario, dal momento che Moi odia le ONG tanto
quanto detesta gli omosessuali e, nella migliore delle
ipotesi, lo caccerebbe dal paese.
Seconda discriminazione: Arnold è costretto a vivere
una vita di menzogne (confer articolo incompleto di...?)
Invece di dichiarare le proprie inclinazioni sessuali, si
atteggia a playboy, attirandosi così le critiche riservate agli
adulteri transrazziali.

Ergo: doppia discriminazione.


E perché poi Tessa non ha confidato questo segreto al
suo adorato marito, invece di lasciarlo in compagnia di
disonorevoli sospetti che non vuole, non può e non deve
ammettere neppure a se stesso? domanda allo schermo.
Gli viene in mente il nome del ristorante indiano che le
piaceva tanto. Haandi.

Le ondate di gelosia che Justin aveva tanto a lungo


tenuto a freno ruppero improvvisamente gli argini e lo
travolsero. Ma era una gelosia nuova: Justin era geloso del
fatto che Tessa e Arnold gli avessero tenuto segreto anche
quel particolare, oltre a tutti gli altri, e che lo avessero
deliberatamente escluso dallo stretto legame che li univa,
lasciandolo a guardare dall'esterno come un voyeur
disperato che non sapeva, nonostante tutte le rassicurazioni
di lei, che non c'era e non ci sarebbe mai stato niente da
vedere; che, come Ghita era stata tentata di spiegare a Rob e
Lesley prima di richiudersi in se stessa, non sarebbe mai
potuta scoccare nessuna scintilla, che il rapporto fra loro
era quello fraterno che Justin aveva descritto ad Ham,
senza tuttavia crederci lui stesso fino in fondo.
Un uomo perfetto: così Tessa aveva definito Bluhm una
volta e persino Justin lo scettico si era sempre trovato
d'accordo. Un uomo che tocca il nervo omoerotico in tutti
noi, aveva risposto nella sua innocenza. Bello e suadente.
Gentile con tutti, amici e sconosciuti. Bello dalla voce roca
alla barbetta brizzolata, agli occhi un po' sporgenti da
africano, con le palpebre lunghe, che non ti lasciavano mai
un istante, sia quando parlava sia quando ascoltava. Bello
nei gesti rari ma sempre appropriati che accompagnavano
l'esposizione chiara e lucida di opinioni intelligenti. Bello
dalle mani scolpite al corpo aggraziato e leggero come una
piuma, snello e agile come quello di un ballerino e
altrettanto disciplinato nella postura. Mai insolente, mai
inconsapevole, mai crudele, nonostante ai ricevimenti o ai
congressi incontrasse sempre qualche occidentale tanto
maleducato da farmi vergognare per lui. Persino i vecchi del
Muthaiga Club lo dicevano: quel Bluhm, mio Dio, ai nostri
tempi non ce n'erano di neri così, non c'è da stupirsi che la
moglie di Justin, giovane come l'acqua, si sia presa una
cotta per lui.
Ma allora perché, in nome di tutto ciò che è sacro, non
mi hai tolto dalla mia disperazione? domanda furibondo a
Tessa, o allo schermo.
'Perché mi fidavo di te e mi aspettavo altrettanta fiducia
da parte tua.'
Se ti fidavi di me, perché non me l'hai detto?
'Perché non tradisco le confidenze di un amico ed esigo
che tu rispetti questo mio desiderio e mi ammiri perché ce
l'ho. Di un'ammirazione sconfinata e sempiterna. Perché
sono un avvocato e quando c'è di mezzo un segreto' come
usava dire 'in confronto a me, la tomba è una tromba.'
14.

E la tubercolosi è una miniera d'oro: basta chiederlo alla


Karel Vita Hudson. Entro breve i paesi ricchi si troveranno
ad affrontare un'epidemia e a quel punto il Dypraxa
diventerà l'ammazzamercato che tutti gli azionisti sognano.
Il morbo bianco – mal sottile, tisi, consunzione – non si
limita più ai derelitti di questa terra, ma torna agli splendori
di un secolo fa e incombe come una nube tossica
sull'Occidente, anche se continua a mietere vittime
soprattutto fra i poveri.

– Un terzo della popolazione mondiale è infetta dal


bacillo

dice Tessa al suo computer, evidenziando e


sottolineando.

– Negli Stati Uniti la sua incidenza e aumentata del


venti per cento in sette anni...
– Un malato non curato trasmette la malattia a una
media di dieci-quindici persone l'anno...
– Le autorità sanitarie di New York hanno disposto la
carcerazione per i malati di T.B.C. che rifiutano di restare in
isolamento...
– Il trenta per cento dei casi noti di T.B.C. sono ormai
farmacoresistenti...

Con il morbo bianco non si nasce, legge Justin. Lo si


prende respirando aria contaminata, vivendo in condizioni
igieniche pessime, bevendo acqua sporca e per
irresponsabile negligenza delle autorità.
I paesi ricchi lo odiano perché è infamante, quelli poveri
perché è spesso sinonimo di AIDS. Alcuni non riconoscono
nemmeno di averlo, preferiscono negare piuttosto che
confessare una simile vergogna.
E in Kenya, come in altri paesi africani, l'incidenza della
tubercolosi si è quadruplicata dall'avvento del virus HIV.
Una lunga e-mail da parte di Arnold elenca le difficoltà
pratiche della cura della malattia sul campo:

– L'iter diagnostico è lungo e complesso. I pazienti


devono sottoporsi a prelievi di espettorato per diversi giorni
consecutivi.
– I laboratori sono essenziali, ma spesso non
dispongono di microscopi, perché rotti o rubati.
– Non c'è colorante per l'identificazione del bacillo, che
viene venduto, bevuto, consumato e non rimpiazzato.
– La terapia dura otto mesi. I pazienti che dopo un mese
si sentono meglio, abbandonano la cura e vendono le
pillole. La malattia allora recidiva in forma
farmacoresistente.
– Le pillole contro la T.B.C. in Africa vengono
commercializzate come rimedi contro le malattie a
trasmissione sessuale. L'O.M.S. insiste affinché chi è in
terapia venga osservato mentre ingoia la pillola, con il
risultato che le pillole vengono vendute 'bagnate' o 'asciutte'
a seconda che siano state o meno messe in bocca...

Poscritto polemico:
"La T.B.C. uccide più madri di ogni altra malattia. In
Africa sono sempre le donne a pagare il prezzo. Wanza era
una cavia ed è diventata una vittima. Come interi villaggi di
Wanza".

Estratti da un articolo pubblicato sulla quarta pagina


dell''International Herald Tribune':

"'Siamo avvertiti: anche l'Occidente è vulnerabile a ceppi


farmacoresistenti di T.B.C.' di Donald G. McNeil Jr., New
York Times Service", con brani evidenziati da Tessa.

"AMSTERDAM – I ceppi mortali di tubercolosi farmaco-


resistente sono in aumento non soltanto nei paesi poveri,
ma anche in quelli ricchi dell'Occidente, sostengono un
rapporto dell'Organizzazione Mondiale della Sanità e alcune
associazioni che si battono contro questa malattia.
«Bisogna stare attenti: la situazione è grave» ha
dichiarato il dottor Marcos Espinal, autore del rapporto. «Ci
sono tutti i presupposti per una crisi devastante...»
L'arma più efficace di cui dispone la comunità medica
internazionale per raccogliere fondi è lo spettro di
un'esplosione incontrollata della malattia nel Terzo Mondo
con conseguente fusione di ceppi diversi in un morbo
incurabile e fortemente contagioso che attacchi
l'Occidente".

Annotazione di Tessa, scritta con mano misteriosamente


restia, quasi volesse astenersi a tutti i costi da qualsiasi
sensazionalismo: 'Arnold sostiene che gli immigrati russi,
soprattutto quelli che vengono direttamente dai gulag,
portano negli USA ceppi multiresistenti di T.B.C. in
proporzione addirittura superiore rispetto a quanto si
osserva in Kenya, dove multiresistente NON è sinonimo di
HIV. Un suo amico ha in cura alcuni casi gravi nell'area di
Brooklyn, e dice che le statistiche sono già spaventose.
Negli Stati Uniti, nei quartieri sovrappopolati dove vivono le
minoranze etniche, l'incidenza è in continuo aumento'.
O, in un linguaggio comprensibile alle borse di tutto il
mondo: se l'andamento del mercato della T.B.C. seguirà le
previsioni, ci saranno da rastrellare milioni e milioni di
dollari e ad accaparrarseli sarà proprio il Dypraxa, sempre
che dalle prove generali condotte in Africa non emergano
controindicazioni gravi.
È questo pensiero che spinge Justin a tornare con
urgenza all'Uhuru Hospital di Nairobi. Corre al tavolo e
fruga tra i rapporti della polizia finché non scova sei
fotocopie in cui la scrittura febbricitante di Tessa ha cercato
di ricostruire la storia di Wanza con le parole di un
bambino.

"Wanza è una ragazza madre.


Non sa né leggere né scrivere.
L'ho conosciuta nel paese in cui è nata e poi nelle
baracche di Kibera. A metterla incinta è stato suo zio, che
l'ha violentata e poi ha detto che era stata lei a sedurlo. È la
sua prima gravidanza. Ha lasciato il paese per non farsi di
nuovo stuprare dallo zio e da un altro uomo che la
molestava.
Wanza dice che al suo paese c'era molta gente con una
brutta tosse. Molti avevano l'AIDS, uomini e donne.
Ultimamente erano morte due donne incinte che, come lei,
erano in cura presso un dispensario a una decina di
chilometri di distanza dal paese. Wanza non voleva più
andarci. Aveva paura che le pillole che le davano fossero
cattive. Questo dimostra la sua intelligenza, visto che la
maggior parte delle donne africane nutre una fiducia cieca
nei medici, malgrado preferisca le iniezioni alle pillole.
A Kibera andarono a trovarla un uomo e una donna,
bianchi tutti e due. Siccome portavano il camice, aveva
dedotto che fossero medici. Sapevano da che paese veniva e
le diedero delle pillole, le stesse che sta prendendo in
ospedale.
Wanza dice che l'uomo si chiamava Law-bear. Gliel'ho
fatto ripetere più volte. Lor-bear? Lor-beer? Lohrbear? La
donna che era con lui non si è presentata, ma l'ha visitata e
le ha prelevato campioni di sangue, urina ed espettorato.
Sono andati a trovarla altre due volte a Kibera, senza
interessarsi minimamente delle altre persone che
abitavano con lei nella stessa capanna. Le hanno detto che
doveva andare a partorire in ospedale perché era malata.
Wanza si è preoccupata. A Kibera ci sono tante donne
malate, ma non vanno a partorire in ospedale.
Lawbear le ha detto che non doveva pagare niente, che
ci avrebbero pensato loro. Lei non ha chiesto chi. Dice che
tutti e due le parevano molto preoccupati e a lei questo
metteva ansia. Ha cercato di metterla in ridere, ma loro
sono rimasti serissimi.
Il giorno dopo è passata a prenderla una macchina. La
data del parto era vicina. Era la prima volta che Wanza
saliva in macchina. Due giorni dopo Kioko, suo fratello, è
arrivato in ospedale per tenerle compagnia. Aveva saputo
che l'avevano ricoverata. Kioko è molto intelligente, sa
leggere e scrivere. Lui e Wanza si vogliono molto bene.
Wanza ha quindici anni.
Kioko dice che un'altra donna incinta del loro paese era
stata malissimo e i due bianchi erano andati anche da lei a
visitarla e a farle dei prelievi, come con Wanza. Mentre
erano lì, avevano saputo che Wanza era scappata a Kibera.
Kioko dice che erano molto curiosi e gli avevano chiesto
dove potevano trovarla e si erano scritti degli appunti. Era
stato così che i due bianchi avevano trovato Wanza a
Kibera e l'avevano portata all'Uhuru Hospital per tenerla
in osservazione. Wanza è una cavia africana, una delle
tante che non sono sopravvissute al Dypraxa".

Tessa gli parla mentre stanno facendo colazione. È al


settimo mese di gravidanza. Mustafà è in piedi dietro la
porta socchiusa della cucina, dove insiste sempre per
restare, con l'orecchio teso in modo da capire quando è il
momento di portare dell'altro pane tostato o versare di
nuovo il tè. La mattina è un momento felice. Anche la sera,
ma al mattino la conversazione è più facile.
«Justin.»
«Tessa.»
«Sei pronto?»
«Prontissimo.»
«Se ti dico 'Lorbeer', così su due piedi, a te che cosa
viene in mente?»
«Lauro.»
«E poi?»
«Alloro. Corona. Cesare. Imperatore. Atleta. Vittoria.»
«Va' avanti.»
«Incoronare di alloro, dormire sugli allori. "Allor sarai al
fin d'esto sentiero quivi di riposar l'affanno aspetta. Più non
rispondo, e questo so per vero". Perché non ridi?»
«È una parola tedesca?» insiste.
«Sì. Sostantivo. Maschile.»
«Come si scrive?»
Justin glielo disse.
«E se fosse olandese?»
«Possibile. Sì, direi di sì. Non è la stessa cosa, ma è
simile, probabilmente. Ti sei messa a fare le parole
crociate?»
«Non più» risponde pensosa. Non aggiunge altro, come
spesso accade con Tessa l'avvocato. 'In confronto a me, la
tomba è una tromba.'

"Né J, né G, né A", continua il suo scritto. Vuole dire che


non sono presenti né Justin, né Ghita, né Arnold. È sola con
Wanza nella corsia.

"15.23 Entra un bianco con un gran faccione e una


donna alta che ha l'aria di una slava, tutti e due con il
camice bianco, la donna sbottonato. Altri tre uomini al
seguito, tutti in camice bianco con le api rubate a
Napoleone sul taschino. Si avvicinano al letto di Wanza e la
guardano a bocca aperta.
Io: Chi siete? Che cosa ci fate qui? Siete medici?
Mi ignorano, guardano Wanza, ascoltano il suo respiro,
controllano cuore, polso, temperatura, occhi. La chiamano.
«Wanza?» Lei non risponde.
Io: Lei è Lorbeer? Chi siete voi? Come vi chiamate?
Slava: Non sono affari suoi.
<Escono>.

La slava è una dura. Capelli neri tinti, gambe lunghe,


non può fare a meno di sculettare".

Come un colpevole colto in flagrante, Justin infila


velocemente le note di Tessa sotto la pila di carte più vicina,
si alza in piedi e si volta incredulo e sbigottito verso la porta
della stanza dell'olio. Qualcuno sta bussando molto forte.
Vede la porta tremare sotto i colpi e, sopra il rumore, sente
la voce tirannica e terribilmente familiare di un inglese
della classe dominante, una voce che si sente nel raggio di
un chilometro.
«Justin! Esci, amico mio! Non ti nascondere! Sappiamo
che sei lì dentro! Siamo due amici e portiamo doni e
conforto.»
Impietrito, Justin non riesce a reagire.
«Non essere scorbutico, su! Non fare lo snob! Non è
proprio il caso! Siamo noi, Beth e Adrian, i tuoi amici!»
Justin prende le chiavi dalla credenza e, come un uomo
davanti al plotone di esecuzione, avanza abbagliato dal sole
per trovarsi di fronte Beth e Adrian Tupper, la coppia più
bella del mondo, i famosi scrittori trapiantati in Toscana.
«Beth. Adrian. Che piacere» dichiara, sbattendo la porta.
Adrian gli posa le mani sulle spalle e abbassa la voce.
«Justin, mio caro. Chi muore giovane è amato da Dio. Che
cosa ti posso dire? Sii forte. È l'unica. Lo so» intona poi
sulla stessa nota di commiserazione, «ti senti solo.
Terribilmente solo.» Arrendendosi al suo abbraccio, Justin
nota due occhietti infossati che cercano avidamente di
registrare ciò che si trova alle sue spalle.
«Le eravamo tanto affezionati» miagola Beth, spingendo
gli angoli della bocca all'ingiù, per poi ricomporsi e dargli
un bacio.
«Dov'è Luigi?» chiede Adrian.
«A Napoli con la fidanzata» risponde. «A giugno si
sposa» aggiunge poi tanto per dire.
«Dovrebbe essere qui a darti una mano. È il mondo di
oggi, purtroppo. La servitù fedele di un tempo non esiste
più.»
«Il più grande è per Tessa e il più piccolo per il povero
Garth. Magari le pianti vicine» spiega Beth con una vocina
metallica che chissà perché ha perso la propria eco. «Alla
memoria. Vero Adrian?»
Nel cortile c'è il loro pickup, con il retro ostentatamente
carico di legna a beneficio dei lettori di Adrian, che
dovrebbero credere che se la taglia da solo. Legati ai ceppi ci
sono due alberelli di pesco con le radici fasciate nella
plastica.
«Beth ha queste straordinarie vibrazioni» spiega sicuro
Tupper. «È questione di lunghezza d'onda, capisci? Sei
sempre sintonizzata con gli altri, vero, tesoro? Mi fa:
'Dobbiamo portargli due alberi'. Lo sapeva, capisci, che era
la cosa giusta.»
«Se vuoi, li piantiamo subito. Così poi è fatta. Okay?»
propone Beth.
«No, prima mangiamo» la corregge Adrian con
fermezza.
Il picnic è semplice e rustico, a cura di Beth. Pane, olive
e una trota ciascuno. Le affumichiamo noi, sai. Così stiamo
un po' insieme. Se vuoi stappare una bottiglia del buon vino
dei Manzini...
Cortese fino alla morte, Justin li accompagna alla villa.

«Non puoi portare il lutto per sempre, ti pare?


Nemmeno gli ebrei lo fanno. Sette giorni e via, si rimettono
in piedi e ripartono. È la legge, cara, che glielo impone»
spiega Adrian alla moglie come se fosse imbecille.
Sono seduti nel salone sotto i cherubini e mangiano la
trota con le mani per soddisfare Beth, che voleva il picnic a
tutti i costi.
«Hanno tutto scritto. Cosa bisogna fare, chi lo deve fare,
per quanto tempo. E poi si rimettono all'opera. Justin
dovrebbe seguire il loro esempio. Non serve lasciarsi
andare, Justin. Lasciarsi andare non va mai bene. È troppo
negativo.»
«Non mi sono lasciato andare» obietta Justin,
maledicendosi per aver stappato la seconda bottiglia di vino.
«E cosa fai allora?» domanda Tupper trafiggendolo con
lo sguardo.
«Be', Tessa ha lasciato molte faccende in sospeso,
capisci?» spiega Justin debolmente. «Ci sono le proprietà,
naturalmente, il trust, varie cose.»
«Hai un computer?»
L'hai visto! pensa Justin, segretamente sgomento. Non è
possibile! Sono stato troppo rapido per te, lo so.
«L'invenzione più importante dopo quella della stampa,
se devo essere sincero. Vero, Beth? Basta segretarie, mogli e
tutto il resto. Tu quale usi? Pensa che noi all'inizio avevamo
delle perplessità. Vero, Beth? Che errore!»
«Non ci rendevamo conto» spiega Beth bevendo un gran
sorso di vino, per una donna così piccola.
«Bah, io ho preso quello che c'era» risponde Justin
ritrovando il sangue freddo. «Gli avvocati di Tessa mi
hanno passato un sacco di dischetti. Io ho preso le
attrezzature della villa e ho cercato di raccapezzarmici.»
«Dunque hai finito? Allora torni a casa? Fai bene: non
perdere tempo, Justin. Vai. La patria ha bisogno di te.»
«Veramente non ho proprio finito Adrian. Mi ci vorrà
ancora qualche giorno.»
«Al ministero lo sanno che sei qui?»
«Probabile» rispose Justin. Ma come può Adrian farmi
questo? Mi priva delle mie difese? Viene a frugare negli
angoli più reconditi della mia esistenza, dove non ha
assolutamente nessun diritto di entrare, e io me ne sto qui
e lo lascio fare?
Moratoria durante la quale – con immenso sollievo di
Justin – gli viene propinato un resoconto estremamente
noioso di come, andando contro le proprie naturali
inclinazioni, la coppia più bella del mondo si è convertita
alla Rete. È la prova generale, senza dubbio, di un altro
avvincente capitolo di "Racconti Toscani", ennesimo
omaggio direttamente dal produttore.
«Stai scappando, amico mio» lo ammonisce Adrian
severo, mentre scaricano i due peschi dal pickup e li
portano in cantina. Justin ha promesso di piantarli da solo.
«Il senso del dovere è fuori moda, ma sempre importante, a
mio parere. Più rimandi, più difficile sarà ricominciare.
Tornatene in Inghilterra. Vedrai che ti accoglieranno a
braccia aperte.»
«Perché non possiamo piantarli adesso?» domanda
Beth.
«Ha paura di commuoversi, tesoro. Lascia che lo faccia
poi, da solo. Che Dio ti benedica, amico mio. E ricordati che
la lunghezza d'onda è la cosa principale.»
Allora che cosa siete? domanda Justin ai Tupper
guardando la strada su cui si sta allontanando il pickup:
puro caso o complotto? Siete venuti di vostra iniziativa o vi
ha mandato qualcuno? Attirati dall'odore del sangue o
chiamati all'ordine dal vecchio Pellegrin? In diversi
momenti della sua vita iperpubblicizzata, Tupper aveva
onorato del proprio talento la B.B.C. e un vergognoso
quotidiano inglese, ma aveva anche lavorato nelle più
segrete retrovie di Whitehall. Justin ricorda Tessa in uno
dei suoi momenti di maggiore irriverenza. «Che cosa credi
che faccia Adrian con l'intelligenza che non mette nei
libri?»

Ritornò da Wanza, per scoprire che il diario di sei pagine


scritto da Tessa sulla sua vicina di letto finisce in maniera
deludente. Lorbeer e compagnia la vanno a trovare altre tre
volte. Arnold li affronta in due occasioni, ma Tessa non
sente che cosa si dicono. A visitare Wanza non è Lorbeer,
ma la bella dottoressa slava, mentre lui e i suoi accoliti
guardano senza fare niente. Il resto succede di notte,
quando Tessa dorme. Si sveglia, urla, strepita, ma non
arriva nessuna infermiera. Hanno troppa paura. Con
enormi difficoltà Tessa riesce a trovarle e le costringe ad
ammettere che Wanza è morta e che il suo bambino è
tornato al paese.
Mentre Justin rimetteva il diario fra le carte della
polizia, gli cadde l'occhio sul computer. Sentiva un bruciore
allo stomaco. Aveva bevuto troppo e non aveva digerito la
trota, che evidentemente non era stata affumicata molto
bene. Toccò un paio di tasti meditando di tornare alla villa a
bersi un litro di acqua minerale, poi di colpo guardò lo
schermo, incredulo e scandalizzato. Si voltò dall'altra parte,
scosse la testa per cercare di recuperare la lucidità e poi
tornò a guardare lo schermo. Si prese il viso fra le mani
sperando di chiarirsi le idee, ma quando riaprì gli occhi il
messaggio era ancora lì.

QUESTO PROGRAMMA HA ESEGUITO UN


OPERAZIONE NON VALIDA. I DATI NON SALVATI
NELLE APPLICAZIONI CORRENTI POTREBBERO
ANDARE PERSI.
Sotto quella sentenza di morte c'era una fila di icone che
sembravano bare a un funerale di gruppo: clicca su quella
in cui preferisci essere seppellito. Con le braccia lungo i
fianchi, Justin scrollò la testa e quindi spostò la sedia
all'indietro spingendosi con i calcagni.
«Maledetto Tupper!» sussurrò. «Maledetto, maledetto,
maledetto.» In realtà, stava maledicendo se stesso.
Ho fatto – o non fatto – qualcosa di sbagliato? Avrei
dovuto chiudere tutto, per la miseria.
Guido. Dov'è Guido?
Guardò l'ora. Guido sarebbe uscito dopo venti minuti,
ma non voleva che lo andasse a prendere nessuno. Preferiva
pigliare lo scuolabus come tutti gli altri, grazie. Avrebbe
chiesto all'autista di suonare il clacson al momento di
scendere davanti al cancello. Se Justin allora voleva
andargli incontro con la jeep... Non poteva fare altro che
aspettare. Anche se fosse uscito subito, avrebbe rischiato di
arrivare dopo lo scuolabus e di dover correre indietro.
Lasciando il computer a tenere il broncio, tornò al tavolo e
cercò di tirarsi su il morale con la carta, che gli era di gran
lunga più congeniale dell'elettronica.

PANA WIRE SERVICE (24/9/97)


"Nel 1995 nell'Africa subsahariana sono stati riscontrati
più casi di tubercolosi che in qualsiasi altra parte del
mondo, così come un'alta percentuale di T.B.C. associata a
HIV, stando ai dati dell'Organizzazione Mondiale della
Sanità..."

Lo sapevo già, tante grazie.


LE MEGALOPOLI TROPICALI DIVENTERANNO UN
INFERNO
"A mano a mano che disboscamento selvaggio,
inquinamento e sfruttamento incontrollato dei giacimenti
di petrolio distruggono l'ecosistema del Terzo Mondo, la
popolazione rurale è costretta a trasferirsi nelle città per
sopravvivere e lavorare. Gli esperti prevedono il sorgere,
nella zona dei Tropici, di decine, se non addirittura
centinaia, di megalopoli che attrarranno moltissima
manodopera sottopagata diventando ricettacolo di malattie
mortali come la tubercolosi..."

Justin udì il clacson di un autobus in lontananza.

«Ha fatto un casino» decretò Guido soddisfatto quando


Justin lo accompagnò sul luogo del disastro. «È entrato
nella casella di posta elettronica?» Aveva già preso possesso
della tastiera.
«No, naturalmente. Non so neanche da che parte
incominciare. Che cosa stai facendo?»
«Ha scritto delle cose e si è dimenticato di salvarle?»
«Assolutamente no. No, figurati, non ci penso
neanche.»
«Allora non è niente. Non ha perso niente» concluse
Guido serenamente nel suo computerese e, digitando alcuni
comandi, rianimò la macchina. «Possiamo collegarci,
adesso? Per favore!» implorò.
«Perché dovremmo?»
«Per recuperare la posta, ecco perché! Centinaia di
persone le spedivano e-mail tutti i santi giorni e lei non
vuole leggerle? E i messaggi che avranno mandato a lei,
signor Justin, le condoglianze? Non vuole nemmeno sapere
che cosa le hanno scritto? Qui dentro ci sono dei messaggi
che le ho spedito io e a cui Tessa non ha mai risposto.
Magari non li ha nemmeno letti!»
Guido stava per piangere. Posandogli dolcemente le
mani sulle spalle, Justin lo fece sedere davanti al computer.
«Dimmi che rischi corriamo» gli chiese. «Nell'ipotesi
peggiore.»
«Non rischiamo niente. È tutto salvato. Non esiste
un'ipotesi peggiore. Stiamo facendo le cose più semplici con
questo computer. Se non riusciamo a entrarci, non succede
niente. Altrimenti salvo le e-mail. Tessa ha salvato tutto il
resto. Si fidi di me.»

Guido collega il portatile al modem e porge a Justin


un'estremità del cavo. «Tolga la spina del telefono e infili
questa. Così siamo pronti a collegarci.»
Justin ubbidisce. Guido digita sulla tastiera e aspetta.
Justin guarda lo schermo da dietro le sue spalle. Geroglifici,
una finestra, altri geroglifici. Una piccola pausa di preghiera
e di contemplazione, seguita da un messaggio a schermo
intero che lampeggia come un'insegna e da un'esclamazione
di disgusto da parte di Guido.
Zona a rischio!!!

ATTENZIONE: NUOCE GRAVEMENTE ALLA SALUTE.


NON PROCEDERE OLTRE QUESTO PUNTO.
LA SPERIMENTAZIONE CLINICA HA EVIDENZIATO
CHE ULTERIORI RICERCHE POTRANNO PRODURRE
EFFETTI COLLATERALI INDESIDERATI. PER LA
VOSTRA SICUREZZA E TRANQUILLITA', IL VOSTRO
DISCO RIGIDO È STATO DECONTAMINATO DA TUTTE
LE SOSTANZE TOSSICHE.
Per alcuni attimi di follia, Justin non si preoccupa
seriamente. In circostanze migliori, si sarebbe divertito a
sedersi al tavolo per scrivere una lettera infuocata ai
produttori, criticandone lo stile iperbolico. D'altra parte
Guido gli ha appena dimostrato che can che abbaia non
morde, perciò sta per esclamare: 'Uffa, di nuovo! Che noia!'
quando vede che il ragazzo ha abbassato la testa come se
qualcuno lo avesse appena preso a sberle. Ha le dita ossute
avvinghiate al portatile e il terribile pallore pretrasfusionale
sul volto.
«È grave?» gli chiede Justin sottovoce.
Chino sui comandi come un pilota durante
un'emergenza, Guido le prova tutte. Invano, sembra, perché
alla fine raddrizza la schiena, si dà una manata sulla fronte,
chiude gli occhi ed emette un gemito angosciato.
«Dimmi che cosa è successo» implora Justin. «Non può
essere così terribile, Guido. Dimmi.» E, quando Guido non
risponde: «L'hai spento, vero?».
Guido, impietrito, annuisce.
«E adesso stai scollegando il modem.»
Guido fa di nuovo sì con la testa. Sempre impietrito.
«Perché?»
«Devo fare il "reboot".»
«Cioè?»
«Aspettiamo un minuto.»
«Perché?»
«Anche due.»
«A che scopo?»
«Nella speranza che si dimentichi. Che si stabilizzi. Non
è una cosa normale, signor Justin. È spaventoso.» Gli è
tornato l'accento americano. «Qualcuno ci ha fatto un
brutto scherzo. Gente malata, hacker, mi creda.»
«A chi? A me o a Tessa?»
Guido scuote la testa. «Qualcuno che vi odia.»
Riaccende il computer, si alza sullo sgabello e fa un respiro
profondo che sembra un sospiro alla rovescia. Justin, con
grande gioia, vede la nota fila di bambini neri sorridenti che
gli fanno ciao dallo schermo.
«Ce l'hai fatta!» esclama. «Sei un genio, Guido!»
Ma non fa in tempo a finire la frase che ai bambini
africani si sostituisce una piccola clessidra impalata da una
freccia bianca in diagonale. Poi anche queste scompaiono,
lasciando solo un infinito nero come l'inchiostro.
«Hanno distrutto tutto» sussurra Guido.
«E come?»
«Con un virus. Le hanno spedito un virus che ha
formattato il disco fisso, lasciando un messaggio per dirle
che cosa hanno fatto.»
«Allora non è stata colpa tua» osserva Justin con
convinzione.
«Aveva scaricato tutto?»
«Quello che aveva stampato l'ho letto.»
«Non sto parlando di stampe! Aveva dei dischetti?»
«Non siamo riusciti a trovarli. Pensiamo che se li fosse
portata al Nord.»
«Dove? Perché non si è inviata quello che le serviva con
la posta elettronica? Perché si è portata dietro i dischi? Non
capisco. Non ci arrivo.»
Justin ricorda Ham e pensa a Guido. Anche il computer
di Ham aveva un virus.
«Hai detto che ti scriveva spesso» gli dice.
«Una volta alla settimana, anche due. Se una settimana
si dimenticava, quella dopo mi scriveva due volte.» Lo dice
in italiano. È tornato bambino, smarrito come il giorno in
cui Tessa l'aveva conosciuto.
«Hai letto la tua posta elettronica, dopo che Tessa è
morta?»
Guido scuote energicamente la testa. Sarebbe stato
troppo per lui. Non ne ha avuto il coraggio.
«Allora magari adesso andiamo a casa tua e la leggi. Ti
dispiace? Sono troppo invadente?»
Mentre guidava fra gli alberi che oscuravano la salita,
Justin non pensava ad altri che a Guido. Guido era un
amico in difficoltà e l'unico scopo di Justin era riportarlo a
casa dalla madre sano e salvo, fargli ritrovare la tranquillità
e assicurarsi che smettesse di piangersi addosso e
ritornasse a essere un sano e arrogante genietto dodicenne
anziché un handicappato la cui vita era finita con la morte
di Tessa. E se, come sospettava, avevano fatto al computer
di Guido quello che avevano fatto ad Ham e a Tessa,
avrebbe dovuto consolarlo e, per quanto possibile,
rasserenarlo. Era la sua unica priorità, che escludeva ogni
altro scopo ed emozione, perché dare loro spazio avrebbe
voluto dire anarchia. Avrebbe voluto dire deviare dalla
strada dell'indagine razionale e confondere la ricerca di
vendetta con la ricerca di Tessa.
Parcheggiò e prese Guido sottobraccio con la sensazione
che fosse l'ultima volta. E Guido, sorprendentemente, non
si divincolò. Sua madre aveva preparato lo stufato e il pane
fatto in casa di cui andava tanto fiera e così, su insistenza di
Justin, prima mangiarono, loro due soli, cantando le lodi
del cibo mentre la donna stava in piedi a guardarli. Poi
Guido andò a prendere il computer in camera sua e per un
po' non si collegò in rete, ma rimase seduto vicino a Justin
a leggere i bollettini di Tessa sui leoni sonnolenti che aveva
incontrato nei suoi viaggi e gli elefanti TERRIBILMENTE
giocherelloni che si sarebbero seduti sulla sua jeep
distruggendogliela, se solo li avesse lasciati fare, e le giraffe
così SDEGNOSE, mai contente, a meno che qualcuno non
ammiri il loro collo elegante.
«Vuole un disco con tutte le sue e-mail?» domandò
Guido, intuendo che Justin era al limite della
sopportazione.
«Molto gentile» rispose Justin educatamente. «E voglio
anche una copia di tutti i tuoi lavori, in maniera da poterli
leggere con calma e scriverti che cosa ne penso: temi, saggi,
tutto quello che avresti fatto vedere a Tessa.»
Fatte le copie, Guido sostituì il filo del telefono con
quello del modem e insieme osservarono un branco di
gazzelle al galoppo prima che lo schermo si oscurasse. Ma
quando Guido cercò di ritornare al desktop, fu costretto a
dichiarare con voce roca che anche il suo disco fisso era
stato cancellato, proprio come quello di Tessa, senza però il
folle messaggio su sperimentazioni cliniche e sostanze
tossiche.
«Ti ha mandato qualcosa chiedendoti di conservarlo per
lei?» domandò Justin, rendendosi conto che era una
domanda da doganiere.
Guido scosse la testa.
«Sicuro? Nemmeno da passare a qualcun altro? Non ti
ha mai usato come ufficio postale o roba del genere?»
Di nuovo no con la testa.
«Che cosa hai perso che era importante per te?»
«Solo i suoi ultimi messaggi» sussurrò Guido.
«Be', allora siamo in due.» O tre, se vogliamo
comprendere anche Ham, pensò. «Se ce la faccio io a
sopportarlo, puoi farcela anche tu. Perché io ero suo marito.
Okay? Forse Tessa aveva un virus e te lo ha trasmesso.
Pensi che sia possibile? Che si fosse beccata qualcosa e te
l'avesse passato per errore? Eh? Io non me ne intendo,
però. Tiro a indovinare. Quello che voglio dire è che non lo
sapremo mai e quindi tanto vale rassegnarsi. Tutti e due.
Okay? Ordina tutto quello che ti serve per rimettere in
funzione la tua macchina. Va bene? Avverto l'ufficio di
Milano, così provvede.»
Abbastanza sicuro che Guido si fosse ripreso, Justin si
congedò, tornò giù alla villa, parcheggiò la jeep nel cortile
dove l'aveva trovata e andò a prendere il portatile nella
stanza dell'olio. Poi si recò sulla spiaggia. Durante uno dei
vari corsi di addestramento che aveva seguito, gli avevano
detto che c'era gente capace di recuperare i testi da
computer che sembravano completamente vuoti e lui ci
credeva. Ma sicuramente era gente che stava dalla parte
ufficiale, quella a cui lui non apparteneva più. Gli venne in
mente di mettersi in contatto con Rob e Lesley e chiedere
una mano a loro, ma non voleva metterli in imbarazzo. E
poi, se doveva proprio dirla tutta, c'era qualcosa di
contaminato in quel computer, qualcosa di osceno di cui
preferiva sbarazzarsi fisicamente.
Alla luce di una luna seminascosta, pertanto, arrivò fino
in cima al molo, passando davanti a un vecchio cartello un
po' isterico che dichiarava che chiunque oltrepassava quel
punto lo faceva a proprio rischio e pericolo. Arrivato in
fondo, consegnò il portatile violato di Tessa agli abissi,
prima di tornare nella stanza dell'olio a scrivere fino all'alba
tutto ciò che aveva nel cuore.

"Caro Ham,
questa è la prima di quella che spero sarà una lunga
serie di lettere alla tua cara zietta. Non voglio sembrarti
lacrimoso ma se dovessi finire sotto un autobus, vorrei che
consegnassi personalmente tutti i documenti al più
implacabile e spietato fra i tuoi colleghi, lo pagassi
profumatamente e scatenassi un inferno. Così renderemo a
Tessa il favore più grande che possiamo farle. Tuo
Justin"
15.

Fino a tarda sera, quando il whisky lo aveva stroncato,


Sandy Woodrow era rimasto fedelmente al suo posto
all'Alto Commissariato a preparare, rivedere e limare
l'imminente performance alla riunione della Cancelleria
dell'indomani; la passava al vaglio prima della sua mente
ufficiale e gerarchica e poi dell'altra, quella che, come un
imprevedibile contrappeso, lo trascinava senza avvertirlo
verso una bolgia di fantasmi accusatori che lo
costringevano a gridare più forte di loro: voi non esistete,
siete una massa di casualità, non avete nulla a che fare con
l'improvvisa partenza per Londra di Porter Coleridge con
moglie e figlia, discutibilmente giustificata dalla decisione,
presa su due piedi, di rientrare temporaneamente in patria
per cercare una scuola speciale per Rosie.
A volte i suoi pensieri se ne andavano per la loro strada
e affrontavano argomenti sovversivi quali separazione
consensuale e divorzio e l'eventualità che Ghita Pearson o
la ragazza nuova della sezione commerciale, di nome Tara,
potessero o meno diventare le sue nuove compagne e, nel
caso, quale delle due sarebbe stata più gradita ai suoi figli.
O anche se, tutto sommato, non sarebbe stato meglio
condurre un'esistenza da lupo solitario, sognando legami
senza trovarne e guardando il proprio sogno allontanarsi
sempre di più. Tornando a casa con le portiere e i finestrini
chiusi, tuttavia, era riuscito a vedersi di nuovo buon padre
di famiglia e marito fedele – ancora discretamente aperto
ad altre esperienze, d'accordo, ma quale uomo non lo era? –
in ultima analisi, lo stesso bravo figlio di militare,
coraggioso e quadrato, del quale Gloria si era follemente
innamorata tanti anni prima. Entrando in casa, perciò,
rimase sorpreso, se non addirittura amareggiato, nello
scoprire che sua moglie, anziché indovinare per telepatia le
sue buone intenzioni e restare alzata ad aspettarlo, gli aveva
lasciato la cena nel frigo. Dopo tutto sono l'alto
commissario facente funzioni, ho diritto a un po' di rispetto
anche in casa mia.
«Hanno detto niente al giornale radio?» le gridò
pateticamente mentre mangiava l'arrosto freddo in poco
dignitosa solitudine.
Il soffitto della sala da pranzo, costituito da una sottile
soletta di cemento, coincideva con il pavimento della loro
camera da letto.
«Non le sentite le notizie in ufficio?» replicò Gloria
urlando.
«Non ce ne stiamo lì tutto il giorno ad ascoltare la radio,
se è questo che intendi» ribatté Woodrow, alludendo
implicitamente al fatto che per lei invece era così. E rimase
con la forchetta a mezz'aria ad aspettare la risposta.
«Hanno ammazzato altri due agricoltori bianchi nello
Zimbabwe, ma non è una novità» annunciò Gloria dopo
un'apparente interruzione delle trasmissioni.
«Questo lo so! Pellegrin ci è stato addosso tutto il
giorno. Com'è che non riusciamo a convincere Moi a
fermare Mugabe? Di grazia, per lo stesso motivo per cui
non riusciamo a convincere Moi a fermare Moi, ecco
perché.» Aspettò un 'Povero te, tesoro', ma ebbe soltanto un
enigmatico silenzio.
«Nient'altro?» chiese. «Al giornale radio. Non hanno
detto nient'altro?»
«Che cosa volevi che dicessero?»
Che cosa diavolo ti prende, donna? protestò tra sé
stupito, versandosi un altro bicchiere di chiaretto. Non era
mai stata così. Da quando il suo bel vedovello è partito per
l'Inghilterra, si trascina per casa come un fantasma. Non
vuole bere con me, non vuole mangiare con me, non mi
guarda neppure in faccia. Non vuole fare nemmeno
quell'altra cosa, a parte il fatto che non è mai stata una delle
sue priorità. Ha persino smesso di truccarsi, il che è
veramente straordinario.
Ciononostante era contento che non avesse sentito
niente di nuovo al giornale radio. Almeno sapeva qualcosa
più di lei, per una volta. Quando Londra ha una notizia che
scotta, è difficile che qualche idiota del Dipartimento
Informazioni non la vada a spifferare ai media prima della
scadenza convenuta. Se solo fossero riusciti a tenere duro
fino all'indomani mattina, avrebbe avuto mano libera, che
era quello che aveva chiesto a Pellegrin.
«È una questione morale, Bernard» gli aveva fatto
notare nel suo miglior tono militaresco. «Ci sono un paio di
persone qui che la prenderanno piuttosto male. Mi
piacerebbe essere io a dirglielo. Soprattutto adesso che
Porter non c'è.»
Sempre meglio ricordargli chi comandava.
Circospezione, sì, ma anche compostezza, ecco che cosa
chiedevano ai loro uomini migliori. Non farne una
questione, d'accordo; molto meglio che a Londra si
accorgessero da soli che filava tutto molto più liscio senza
Porter a cavillare su ogni virgola.
Molto stressante questa incertezza su dove sarebbero o
non sarebbero arrivati, per la verità. Probabilmente è
questo che la deprime. C'è la residenza dell'alto
commissario cento metri più avanti, bella pronta con il
personale e tutto, compresa una Daimler in garage, ma
senza bandiera. C'è Porter Coleridge, alto commissario
assente. E ci sono io, poveraccio, che faccio il suo lavoro,
anche meglio di come lo farebbe lui, e aspetto giorno e
notte di sapere se, avendo indossato i suoi panni, me li
potrò tenere non solo in quanto suo sostituto, ma come suo
successore ufficiale, formalmente e pienamente
riconosciuto con tutto quel che ne consegue (ovvero
residenza, Daimler, ufficio privato, Mildren,
trentacinquemila sterline extra e un cavalierato molto più a
portata di mano).
Tuttavia c'era un inconveniente non trascurabile. Di
solito il ministero tendeva a non promuovere nessuno "en
poste". Preferivano farti tornare a casa e rispedirti da
qualche altra parte. Eccezioni, naturalmente, ce n'erano
state, ma erano rare...
Il corso dei suoi pensieri tornò a Gloria. 'Lady
Woodrow': quello l'avrebbe calmata. Irrequieta, ecco cos'è.
E non ha un accidente da fare dalla mattina alla sera. Avrei
dovuto farle fare altri due figli, per tenerla occupata. Be', se
abitasse nella residenza dell'alto commissario, non
potrebbe starsene tutto il giorno senza fare niente, questo è
certo. Avrebbe una sera libera alla settimana, se va bene. E
poi è litigiosa. La settimana scorsa ha fatto una sfuriata a
Juma per una sciocchezza, tipo dare una pulitina ai piani
bassi o qualcosa del genere. E lunedì, benché lui non avesse
neppure immaginato di arrivare a quel giorno, aveva
architettato una specie di rottura con quell'arcistronza di
Elena, "casus belli" ignoto.
«Non sarebbe l'ora che invitassimo gli Elena a cena,
tesoro?» aveva suggerito lui cavallerescamente. «Sono mesi
che non ci facciamo vivi con loro.»
«Se vuoi, invitali tu» gli aveva consigliato Gloria gelida e
lui aveva soprasseduto.
Ma si rendeva conto del danno: Gloria senza un'amica
era come un motore senza ingranaggi. Il fatto –
straordinario – che fosse giunta a una sorta di tregua
armata con Ghita Pearson dagli occhi da cerbiatta non lo
consolava affatto. Solo un paio di mesi prima la snobbava
accusandola di non essere né carne né pesce. «Non voglio
avere a che fare con figlie di bramini che hanno studiato in
Inghilterra; parlano come noi, ma si vestono come dervisci»
aveva dichiarato a Elena mentre Woodrow era a portata di
orecchio. «E la Quayle ha una cattiva influenza su di lei.»
Be', adesso la Quayle era morta ed Elena era stata
ostracizzata. E Ghita, che si vestiva come un derviscio, era
stata cooptata per portare Gloria in visita guidata allo slum
di Kibera con l'intento dichiarato di trovarle qualcosa da
fare presso una delle agenzie di volontariato. E questo, per
giunta, nel momento in cui il comportamento di Ghita stava
causando serie preoccupazioni a Woodrow.
Prima c'era stata la scena al funerale. È vero che non
esistevano regole precise su come comportarsi ai funerali,
ma Woodrow considerava ugualmente eccessiva quella
manifestazione di dolore. In seguito c'era stato un periodo
che avrebbe definito di lutto aggressivo, in cui Ghita vagava
per la Cancelleria come uno zombie, rifiutandosi
decisamente di guardarlo negli occhi, mentre nel passato
l'aveva considerata, diciamo, una possibile candidata.
Infine, il venerdì precedente, senza dare alcuna spiegazione,
aveva chiesto un giorno di permesso nonostante il fatto che,
essendo la più giovane di tutto lo staff e assunta da poco,
tecnicamente non ne avesse ancora maturato il diritto. Per
bontà d'animo Woodrow le aveva detto: «Okay, Ghita,
d'accordo. Ma vedi di non stancarlo troppo». Niente di
offensivo, soltanto una battuta innocente tra un uomo
sposato e una ragazza carina molto più giovane di lui. Ma se
le occhiate potessero uccidere, sarebbe certamente caduto
stecchito ai suoi piedi.
E come aveva impiegato il tempo che le aveva concesso,
senza nemmeno dirgli grazie? Aveva preso un charter ed era
andata sul maledetto lago Turkana con una decina di altre
donne dell'autocostituito fan club di Tessa Quayle per
deporre una corona, suonare tamburi e cantare inni nel
punto in cui lei e Noah erano stati assassinati! Woodrow ne
aveva avuto notizia il lunedì a colazione, quando aveva
aperto il 'Nairobi Standard' e aveva visto la sua foto, in
mezzo a due donnoni africani che ricordava vagamente dal
giorno del funerale.
«Be', Ghita Pearson, t'ho beccata» aveva borbottato
sprezzante spingendo il giornale verso Gloria, seduta
dall'altra parte del tavolo. «Voglio dire, perdio, i morti
bisogna seppellirli, non riesumarli ogni dieci minuti. Ho
sempre pensato che fosse innamorata di Justin.»
«Se non ci fosse stato l'ambasciatore italiano, ci sarei
andata anch'io» aveva replicato Gloria con una voce che
trasudava rimprovero.
La luce in camera da letto era spenta. Gloria stava
facendo finta di dormire.

«Vogliamo prendere posto, per cortesia, signore e


signori?»
Dal piano di sopra proveniva il rumore di un trapano
elettrico. Woodrow mandò Mildren a farlo smettere,
mostrandosi molto indaffarato con i fogli che aveva sulla
scrivania. Il rumore cessò. Con calma alzò gli occhi e vide
che erano tutti presenti, compreso Mildren, con il fiatone.
Eccezionalmente, erano stati invitati anche Tim Donohue e
la sua assistente Sheila. Ora che non c'erano più le riunioni
plenarie convocate dall'alto commissario, Woodrow
insisteva perché ci fossero tutti. Donde gli attaché della
Difesa e del Servizio e Barney Long, della sezione
commerciale. E la povera Sally Aitken, con tanto di balbuzie
e rossori, del ministero dell'Agricoltura e della Pesca. Notò
che Ghita era nel solito angolo dove, da quando era morta
Tessa, faceva del suo meglio per rendersi invisibile. Lo irritò
il fatto che portasse ancora la sciarpa di seta nera che
ricordava la benda sporca intorno al collo di Tessa. Le sue
occhiate oblique erano civettuole o sdegnose? Con le
bellezze eurasiatiche, come si faceva a essere sicuri?
«Una storia un po' triste, temo, gente» esordì disinvolto.
«Barney, ti dispiace occuparti della porta? Nel senso di
chiuderla, naturalmente.»
Risate, ma di tipo apprensivo.
Andò dritto al punto, proprio come aveva intenzione di
fare. Tagliare la testa al toro – siamo tutti professionisti –,
un'amputazione necessaria. Ma c'era anche un briciolo di
tacito coraggio nel contegno da alto commissario facente
funzioni, quando cominciò a scorrere i propri appunti, vi
batté sopra la matita e raddrizzò le spalle prima di rivolgersi
al suo pubblico.
«Ho due notizie da darvi stamattina. Sulla prima c'è un
vincolo di assoluta segretezza, finché non verrà diffusa alla
radio britannica o keniota, a seconda di quale ci arriverà per
prima. Alle dodici di oggi la polizia keniota spiccherà un
mandato di arresto nei confronti del dottor Arnold Bluhm
per l'omicidio premeditato di Tessa Quayle e dell'autista
Noah. I kenioti si sono messi in contatto con il governo
belga e i datori di lavoro di Bluhm verranno avvertiti per
tempo. Noi siamo a conoscenza del fatto tramite Scotland
Yard, che adesso passerà la pratica all'Interpol.»
Dopo l'esplosione non si udì volare una mosca. Nessuna
protesta, nessuna esclamazione di stupore. Soltanto lo
sguardo enigmatico di Ghita finalmente fisso su di lui,
pieno di ammirazione o di odio.
«So che questo è uno shock per tutti voi e soprattutto
per coloro che conoscevano e stimavano Arnold. Se volete
parlarne ai vostri coniugi, vi autorizzo a farlo a vostra
discrezione.» Breve flash di Gloria, che fino alla scomparsa
di Tessa parlava di Bluhm come di un presuntuoso gigolo,
ma adesso, non si capisce bene perché, era preoccupata per
la sua salute. «Da parte mia, inutile fingere di essere
soddisfatto» ammise trasformandosi in maestro di
"understatement" dalle labbra cucite. «È chiaro che sui
giornali usciranno spiegazioni superficiali del movente. Si
verseranno fiumi d'inchiostro sui rapporti tra Tessa e
Bluhm. E, se mai verrà arrestato, il processo farà scalpore.
Pertanto, dal punto di vista della missione non potrebbe
esserci notizia peggiore. A oggi non ho informazioni sulla
validità delle prove, che dicono schiaccianti. Del resto, che
altro potrebbero dire?» In tono sarcastico, ma anche
grintoso. «Domande?»
A quanto pareva non ce n'erano. Sembrava che la notizia
avesse lasciato tutti a terra. Persino Mildren, che ne era a
conoscenza dalla sera prima, non trovò niente di meglio da
fare che grattarsi la punta del naso.
«La seconda notizia che ho da darvi è collegata alla
prima, ma è molto, molto più delicata. Potrete riferirla ai
vostri partner solo dietro mio consenso. Il resto dello staff
verrà informato selettivamente, solo se sarà indispensabile
e su base rigorosamente controllata. Da me o dall'alto
commissario, quando tornerà. Non da voi, per cortesia.
Sono stato chiaro fin qui?»
Sì. Questa volta ci furono cenni di grande aspettativa,
non solo sguardi vacui. Tutti gli occhi erano puntati su di
lui. Quelli di Ghita non gli si erano mai staccati di dosso.
'Mio Dio, e se si è innamorata di me? Come me la cavo?'
Seguì quel pensiero fino in fondo. 'Ma certo, ecco perché
cerca di lisciarsi Gloria! Prima andava dietro a Justin,
adesso viene dietro a me! Le piacciono gli uomini sposati e
non è contenta se non conquista anche la moglie!' Si diede
un contegno e riprese il suo virile notiziario.
«Sono desolato di dovervi comunicare che il nostro ex
collega Justin Quayle si è dato alla macchia. Probabilmente
sapevate già che ha rifiutato qualsiasi tipo di accoglienza
all'arrivo a Londra, dicendo che preferiva sbrigarsela da
solo, eccetera. Ha avuto un colloquio con il capo del
Personale e lo stesso giorno ha pranzato con Pellegrin. A
entrambi è parso agitato, cupo e ostile, poveraccio. Gli sono
stati offerti asilo e sostegno psicologico, ma ci ha
rinunciato. Dopodiché ha abbandonato la nave.»
Adesso era Donohue, e non più Ghita, il destinatario
dello sguardo discreto di Woodrow. Stava attento a non
fissare né l'uno né l'altra, naturalmente. Passava dal vuoto
agli appunti sulla scrivania, ma in realtà metteva a fuoco
Donohue e si convinceva sempre più che anche quella volta
lui e l'ossuta Sheila erano stati preventivamente informati
della defezione di Justin.
«Il giorno in cui è arrivato in Gran Bretagna – la stessa
notte, per la precisione – ha spedito al capo del Personale
una lettera alquanto insincera, in cui avvertiva che si
sarebbe preso un periodo di permesso per occuparsi degli
affari della moglie. Ha usato la posta ordinaria,
guadagnando così tre giorni di vantaggio. Quando il
Personale si è mosso per fermarlo – per il suo bene, mi pare
evidente – era già scomparso da tutti gli schermi radar.
Sembra che sia stato assai attento a nascondere le proprie
tracce. È stato segnalato all'isola d'Elba, dove Tessa aveva
delle proprietà, ma quando il ministero lo ha rintracciato
era già andato via. Dove, non si sa, ma ci sono dei sospetti.
Non aveva fatto domanda di congedo, naturalmente, e il
ministero, da parte sua, stava cercando di decidere quale
fosse il modo migliore per aiutarlo a recuperare il proprio
equilibrio, e di trovargli un posto dove potesse leccarsi le
ferite per un anno o due.» Un'alzata di spalle per indicare
che a questo mondo la gratitudine è una merce rara. «Be',
qualsiasi cosa stia facendo, la sta facendo da solo. E di certo
non per noi.»
Lanciò un'occhiata torva al suo pubblico, quindi tornò
agli appunti.
«Tutto questo comporta problemi di sicurezza di cui
ovviamente non posso mettervi a parte, ma vi assicuro che
il ministero è molto preoccupato per dove e come si farà
vivo. Sono anche giustamente preoccupati per lui, come
tutti noi, immagino. Sembra che dopo aver mostrato grande
autocontrollo e spirito di sopportazione finché era qui,
adesso abbia ceduto allo stress.» Stava arrivando alla parte
peggiore, ma gli ascoltatori erano pronti. «Abbiamo varie
interpretazioni degli esperti, nessuna delle quali positiva,
purtroppo.»
Il figlio del generale parte coraggiosamente alla carica.
«Una probabilità, secondo i moderni aruspici, è che
quello di Justin sia il classico rifiuto, ovvero che non voglia
ammettere che la moglie è morta e che sia andato a
cercarla. È un'ipotesi dolorosa, ma stiamo parlando di una
mente temporaneamente sconvolta. E speriamo di cuore
che lo sia solo temporaneamente. Un'altra teoria,
altrettanto probabile o improbabile, lo vorrebbe assetato di
vendetta alla ricerca di Bluhm. Pare che Pellegrin, con le
migliori intenzioni, si sia lasciato sfuggire che Bluhm era
sospettato dell'omicidio di Tessa. Forse Justin ha colto la
palla al balzo ed è partito. Che tristezza! È davvero molto
triste.»
Per un istante, nella sua instabilissima visione di sé,
Woodrow divenne la personificazione di tale tristezza. La
sua era la faccia compunta di una pubblica amministrazione
britannica che aveva a cuore i suoi utenti. Era il giudice
romano, lento a pronunciarsi e ancora di più a condannare.
Era l'uomo di mondo che non teme le decisioni difficili,
determinato a lasciar prevalere i propri istinti migliori. Reso
baldanzoso dall'eccellenza di quella performance, si sentì
libero di improvvisare.
«Sembra che le persone nelle condizioni di Justin
spesso abbiano piani di cui loro stesse non si rendono
conto. Mettono il pilota automatico in attesa di una scusa
per fare quello che inconsciamente stanno programmando
di fare comunque. Un po' come i suicidi. Basta uno scherzo,
una frase buttata lì, per scatenare la tragedia.»
Stava parlando troppo? Troppo poco? Stava andando
fuori tema? Ghita lo fissava con un cipiglio da Erinni e c'era
qualcosa in fondo agli occhi gialli e cisposi di Donohue che
Woodrow non riusciva a decifrare. Disprezzo? Rabbia? O
soltanto quella perenne aria di avere una meta diversa e di
venire da un posto diverso ed essere lì lì per tornarci?
«Temo però che la teoria più verosimile su ciò che
Justin potrebbe avere in testa – quella che quadra
maggiormente con i fatti noti e, devo dire, la più gettonata
tra gli strizzacervelli – è che si sia bevuto la storia del
complotto. E questo potrebbe essere molto grave. Chi non
riesce ad affrontare la realtà, si inventa un complotto alle
proprie spalle. Chi non riesce ad accettare che la madre sia
morta di cancro, dà la colpa al medico che la curava. E ai
chirurghi. E agli anestesisti. E agli infermieri. Che erano
tutti in combutta tra loro, naturalmente. E insieme hanno
cospirato per farla fuori. Pare che Justin pensi proprio
questo riguardo a Tessa: che non sia stata semplicemente
violentata e assassinata, ma sia stata vittima di un intrigo
internazionale. Che non sia morta perché era giovane, bella
e disperatamente sfortunata, ma perché qualcuno la voleva
morta. Chi sia questo qualcuno, be', temo che sia opinabile.
Potrebbe essere il fruttivendolo all'angolo, o la donnina
dell'Esercito della Salvezza che le ha suonato alla porta per
venderle la sua rivista. Ci sono dentro tutti. Hanno
cospirato tutti per uccidere Tessa.»
Una raffica di risa imbarazzate. Aveva parlato troppo o
stavano passando dalla sua parte? Concentrati. Non ti
allargare.
«Nel caso di Justin, possono essere gli scagnozzi di Moi,
le multinazionali e il ministero degli Esteri e noi qui in
questa stanza. Siamo tutti nemici. Tutti cospiratori. E
Justin, altro elemento della sua paranoia, è l'unico che se
n'è accorto. La vittima, ai suoi occhi, non è Tessa, ma lui
stesso. In quello stato, la scelta del nemico contro cui
scagliarsi dipende dall'ultima persona cui si è dato ascolto,
dai libri e dai giornali che si sono letti di recente, dai film
che si sono visti e dal bioritmo. Tra parentesi, ci dicono che
beve molto, cosa che non mi risulta facesse quando era qui.
Pellegrin dice che il pranzo per due al suo club gli è costato
un mese di stipendio.»
Altro rivolo di risa nervose da parte di quasi tutti, tranne
Ghita. Woodrow continuò a pattinare, ammirando il proprio
gioco di gambe, disegnando figure nel ghiaccio e
piroettando agilmente. Questa è la parte di me che detestavi
di più, dice a Tessa ansante, mentre fa una giravolta e torna
verso di lei. «Questa è la voce che ha rovinato l'Inghilterra»
mi dicesti allegramente mentre ballavamo. «La voce che
annuncia un disastro imminente, il nostro.» Molto
spiritosa. Be', ascoltala adesso, questa voce. Ascolta l'abile
smantellamento della reputazione del tuo fu marito per
gentile concessione di Pellegrin e dei miei cinque anni di
distorsioni mentali presso il sempre veritiero Dipartimento
Informazioni del ministero degli Esteri.
Fu colto da un attacco di nausea quando, per un attimo,
si ritrovò a odiare ogni sfaccettatura della propria
insensibile paradossalità. Era la stessa nausea che lo faceva
scappare dalla stanza con la scusa di una telefonata urgente
o di un bisogno impellente soltanto per sfuggire a se stesso,
o che lo faceva correre alla scrivania, aprire il cassetto e
prendere un foglio azzurrino di carta intestata di Sua
Maestà per riempire il vuoto che aveva dentro con
dichiarazioni di amore sconfinato e promesse avventate.
Chi mi ha fatto questo? si chiese mentre parlava. Chi mi ha
fatto così? L'Inghilterra? Mio padre? Le mie scuole? La mia
patetica madre piena di paure? O diciassette anni passati a
mentire per il mio paese? «Si arriva a un'età, Sandy» avesti
la cortesia di dirmi «in cui l'infanzia non è più una scusa. Il
problema è che tu ci arriverai a novantacinque anni.»
Woodrow proseguì per la sua strada, di nuovo brillante.
«Quale complotto Justin si sia inventato di preciso, e
fino a che punto vi entriamo noi dell'Alto Commissariato –
se siamo in combutta con i massoni, i gesuiti, il Ku Klux
Klan o la Banca Mondiale – temo di non potervelo dire.
Quello che vi posso dire è che ha preso questa strada. Ha
fatto alcune gravi insinuazioni, parla ancora in modo
plausibile, è molto presentabile – quando mai non lo è
stato? – ed è possibilissimo che domani o fra tre mesi
venga da queste parti.» Di nuovo si concentrò. «Nel qual
caso voi tutti, sia individualmente sia collettivamente – non
si tratta di una richiesta, temo, Ghita, ma di un ordine ben
preciso – quali che siano le vostre opinioni personali su
Justin – peraltro anche per me è così, credete, lo trovo una
persona gentile, mite, generosa, lo sappiamo tutti – a
qualsiasi ora del giorno o della notte, siete pregati di
informare me. Oppure Porter, quando tornerà. Oppure»
occhiata nella sua direzione «Mike Mildren.» Per un pelo
non disse Mildred. «Nelle ore notturne, avvertirete
immediatamente il funzionario di turno all'Alto
Commissariato. Ditelo a noi prima che lo trovino i giornali,
la polizia o chiunque altro.»
Gli occhi di Ghita, che Woodrow osservò di nascosto,
sembravano più scuri e più languidi che mai, quelli di
Donohue più malati, quelli dell'ossuta Sheila duri e fissi
come diamanti. «Per comodità, e per motivi di sicurezza,
Londra ha assegnato a Justin un nome in codice:
l'Olandese. Come l'Olandese Volante. Se per caso – è poco
probabile, ma stiamo parlando di un uomo gravemente
alterato che ha a disposizione somme di denaro quasi
illimitate – se per caso dovesse incrociare la vostra strada –
direttamente, indirettamente, per sentito dire o in qualsiasi
altro modo – o lo avesse già fatto, per il suo e per il nostro
bene prendete il telefono, dovunque vi troviate, e dite: 'Si
tratta dell'Olandese, l'Olandese sta facendo questo o quello,
ho ricevuto una lettera dall'Olandese, mi ha appena
telefonato o mandato un fax o una e-mail, è seduto qui di
fronte a me in poltrona'. Tutto chiaro? Domande? Sì,
Barney?»
«Hai parlato di 'gravi insinuazioni'. Nei confronti di chi?
E a che proposito?»
Era la zona pericolosa. Woodrow ne aveva discusso
ampiamente con Pellegrin al telefono di Porter Coleridge.
«Sembra molto poco sistematico. Si è fissato sulle case
farmaceutiche. Per quanto ci è dato capire, si è convinto che
i responsabili dell'omicidio di Tessa sono i produttori,
nonché gli inventori, di un certo farmaco.»
«Pensa che non le abbiano tagliato la gola? Ma se ha
visto il cadavere!» Era stato di nuovo Barney a intervenire,
scandalizzato.
«Temo che la storia del farmaco risalga all'infelice
periodo del ricovero di Tessa in ospedale qui a Nairobi. Il
farmaco ha fatto morire il bambino ed è stato il primo colpo
inferto dai cospiratori. Tessa si è lamentata con i produttori,
così quelli hanno ucciso anche lei.»
«Justin è pericoloso?» chiese Sheila, presumibilmente
per dimostrare a tutti i presenti che non disponeva di
informazioni privilegiate.
«Potrebbe esserlo. Così ritiene Londra. Il suo bersaglio
principale è la casa farmaceutica che ha prodotto il veleno.
Poi vengono i ricercatori che l'hanno scoperto. Poi toccherà
a coloro che l'hanno somministrato, cioè in questo caso la
ditta importatrice qui a Nairobi, ovvero la House of
ThreeBees, che pertanto dovremo probabilmente
avvertire.» Non un battito di ciglia da parte di Donohue. «E
consentitemi di ripetere che abbiamo a che fare con un
diplomatico britannico apparentemente razionale e
tranquillo. Non dovete aspettarvi un pazzo con il capo
cosparso di cenere e la schiuma alla bocca o un Malvolio
scornacchiato. Esternamente è uguale al Justin che tutti
conosciamo e amiamo: pacato, ben vestito, bello e
terribilmente educato. Finché non si mette a inveire contro
la cospirazione mondiale che gli ha ucciso moglie e figlio.»
Pausa. Nota più personale – Dio, che profondità nasconde
quest'uomo! – «È una tragedia. Peggio di una tragedia.
Penso che tutti noi che gli siamo stati vicini ce ne rendiamo
conto. Ma è proprio per questo che devo richiamare la
vostra attenzione sulla necessità di non lasciarvi
commuovere. Se l'Olandese viene da voi, dobbiamo saperlo
immediatamente. Capito, gente? Grazie. C'è altro da
discutere, già che ci siamo? Dimmi, Ghita.»

Se Woodrow stentava a decifrare le emozioni di Ghita,


per una volta era più vicino di quanto immaginasse al suo
stato d'animo. Si era alzata mentre tutti gli altri, compreso
Woodrow, erano ancora seduti. E l'aveva fatto apposta. Si
era alzata perché tutti la vedessero, ma soprattutto perché
mai in vita sua aveva sentito una tale congerie di bugie e di
malignità e perché l'istinto le impediva di restare lì ferma a
subirle. Per questo era letteralmente saltata su, per
protesta, per indignazione, per prepararsi a sbugiardare
Woodrow davanti a tutti, e perché nella sua breve e
sconcertante esperienza di vita non aveva mai conosciuto
persone migliori di Tessa, Arnold e Justin.
Di questo Ghita era consapevole. Ma quando guardò
dall'altra parte della sala, oltre le teste severe dell'addetto
alla Difesa, dell'addetto commerciale e di Mildren,
segretario dell'alto commissario, tutte girate verso di lei, e
vide gli occhi falsi e insinuanti di Sandy Woodrow, capì che
doveva trovare un altro sistema.
Il sistema di Tessa. Non per vigliaccheria, ma per scelta
tattica.
Accusare apertamente Woodrow di essere un bugiardo
avrebbe significato conquistarsi un minuto di incerta gloria
seguito da un inevitabile licenziamento. E che cosa poteva
dimostrare? Nulla. Le bugie di Woodrow non erano
inventate di sana pianta, ma si trattava di lenti deformanti
abilmente predisposte per trasformare i fatti in
mostruosità, pur mantenendone l'aspetto originale.
«Dimmi, cara.»
Woodrow teneva la testa all'indietro, le sopracciglia
inarcate e la bocca socchiusa come il maestro di un coro,
quasi stesse per mettersi a cantare insieme con lei. Ghita
distolse velocemente lo sguardo. La faccia del vecchio
Donohue è tutta una ruga all'ingiù, pensò. Suor Marie in
convento aveva un cane che gli assomigliava. Ho giocato a
badminton con Sheila ieri sera e anche lei mi sta
guardando. Con grande stupore, Ghita sentì la propria voce
che si rivolgeva alla sala.
«Be', forse non è il momento più opportuno per
avanzare la proposta che avevo in mente, Sandy. Forse è
meglio che soprassieda per qualche giorno», esordì. «Con
tutto quello che sta succedendo...»
«Su che cosa vorresti soprassedere? Non tenerci sulle
spine, Ghita.»
«È solo che abbiamo ricevuto una richiesta tramite il
Programma Alimentare Mondiale, Sandy. Stanno facendo
grandi pressioni perché mandiamo un rappresentante
EADEC al prossimo "focus group" sulla sostenibilità dei
consumi.»
Era una bugia. Una bugia accettabile, efficace, valida.
Con una sorta di miracoloso raggiro, aveva recuperato dai
recessi della propria memoria una vecchia richiesta e
l'aveva riformulata facendola sembrare un invito urgente.
Se Woodrow le avesse chiesto di vedere la pratica, non
avrebbe saputo che pesci pigliare, ma per fortuna non lo
fece.
«Sostenibilità di che, Ghita?» domandò Woodrow con
una risatina liberatoria.
«Altrimenti detta 'economia degli aiuti', Sandy» replicò
Ghita in tono severo, citando un'altra espressione tratta
dalla circolare. «Come può una comunità che ha ricevuto
considerevoli aiuti alimentari e sanitari sostenersi
autonomamente, quando le agenzie si ritirano? È di questo
che si tratta. Quali precauzioni devono prendere i donatori
per assicurarsi che sul posto rimangano strutture logistiche
adeguate e che non vengano a crearsi indebite carenze?
Sono tematiche di grande rilievo.»
«Be', mi sembra giusto. Quanto dura il convegno?»
«Tre giorni, Sandy. Martedì, mercoledì e giovedì, con
possibilità di proroga. Il problema è che non abbiamo un
rappresentante EADEC, ora che Justin se n è andato.»
«Così hai pensato che potresti andarci al posto suo»
esclamò Woodrow ridendo con l'aria di chi la sa lunga sugli
stratagemmi delle belle donne. «Dove si tiene il convegno,
Ghita? Su nella Città del Peccato?» Era il nomignolo che
aveva dato al complesso delle Nazioni Unite.
«A Lokichokio, Sandy» rispose Ghita.

"Cara Ghita,
non ho avuto modo di dirti quanto bene ti voleva Tessa e
quanto le piaceva stare con te. Ma lo sai anche tu. Grazie di
tutto ciò che le hai dato.
Vorrei chiederti una cosa, ma ti prego di farla solo se te
la senti. Se ti dovesse capitare di andare a Lokichokio,
vorrei che ti mettessi in contatto con un'amica di Tessa, una
sudanese di nome Sarah. Parla inglese ed è stata a servizio
presso una famiglia inglese durante il mandato britannico.
Forse lei potrebbe illuminarci sul vero motivo per cui Tessa
e Arnold sono andati a Loki. È solo una sensazione, ma con
il senno di poi mi sembra che fossero partiti con più
entusiasmo di quanto potesse giustificare un seminario
sulla presa di coscienza dei ruoli sessuali per le donne
sudanesi! Se è così, Sarah potrebbe sapere qualcosa.
Tessa praticamente non chiuse occhio la notte prima di
partire ed era straordinariamente commossa, persino per
una come lei, quando ci salutammo. Fu quello che Ovidio
chiama 'un addio definitivo' anche se credo che nessuno dei
due potesse prevedere che lo sarebbe stato veramente.
Allego un indirizzo in Italia a cui puoi scrivermi se ne avessi
occasione. Ma ti prego di non fare nulla più di quanto tu ti
senta di fare. Ancora grazie.
Con affetto
Justin"

Non l'Olandese. Justin.


16.

Justin arrivò a Bielefeld, non lontano da Hannover,


dopo due inquietanti giorni di treno. Si presentò come
Atkinson in un modesto albergo di fronte alla stazione
ferroviaria, fece un giro di ricognizione della città e andò al
ristorante per una cena senza infamia e senza lode. Scesa la
notte, consegnò la sua lettera. Questo è un lavoro da spie,
pensò mentre si dirigeva verso la casa buia all'angolo.
Questa è la circospezione che imparano sin dalla più tenera
età. Questo è il modo in cui attraversano le strade buie,
sbirciano nei portoni, svoltano gli angoli: stai aspettando
me? Ti ho già visto da qualche parte? Ma non appena ebbe
imbucato la lettera, il buon senso lo richiamò all'ordine:
dimentica le spie, idiota, avresti potuto farla consegnare da
un taxi. E adesso, di giorno, dirigendosi di nuovo verso la
casa all'angolo, si puniva con varie paure: stanno
sorvegliando la casa? Mi hanno visto ieri sera? Mi
arresteranno appena arrivo? Qualcuno ha telefonato al
'Telegraph' e ha scoperto che non esisto?
In treno aveva dormito poco e la notte prima in albergo
non aveva chiuso occhio. Ormai viaggiava senza documenti
ingombranti, senza le valigie di tela, senza computer
portatile o accessori. Tutto ciò che andava conservato era
stato spedito all'arcigna zia di Ham a Milano e il resto era
sul fondo del Tirreno. Liberatosi del suo fardello, Justin si
muoveva con simbolica leggerezza. Aveva i lineamenti più
definiti e una luce più viva negli occhi. È così che si sentiva.
Era fiero che la missione di Tessa fosse diventata la sua.
La casa all'angolo era un turrito castello tedesco di
cinque piani. Il pianterreno era dipinto a strisce irregolari
che di giorno risultarono essere verde pappagallo e
arancione, ma che la notte precedente, alla luce dei
lampioni al sodio, gli erano parse fiamme di un malsano
bianco e nero. Dal piano superiore gli sorrise un murale di
bambini coraggiosi di tutte le razze, che gli ricordarono i
piccoli africani che salutavano dal computer di Tessa. I loro
sosia in carne e ossa erano visibili dalla finestra del piano
terra, seduti in cerchio intorno a una maestra dall'aria
esausta. Un cartellone scritto a mano alla finestra accanto
spiegava come si fa la cioccolata e mostrava foto arricciate
di semi di cacao.
Fingendosi disinteressato, Justin passò davanti
all'edificio, girò a sinistra e proseguì lentamente,
fermandosi a leggere le targhe di medici e psicologi
alternativi. In un paese civile non si può mai essere sicuri.
Passò un'auto della polizia, con le gomme che cigolavano
nella pioggia. Gli occupanti, tra cui una donna, gli rivolsero
un'occhiata inespressiva. Dall'altra parte della strada due
uomini anziani con impermeabile e lobbia nera sembravano
in attesa di un funerale. La finestra dietro di loro aveva le
tende tirate. Tre donne in bicicletta vennero verso di lui in
discesa. Graffiti sui muri inneggiavano alla causa
palestinese. Justin tornò al castello dipinto e si fermò
davanti al portone, sul quale era disegnato un ippopotamo
verde. Ce n'era un altro, più piccolo, anche sul campanello.
Un bovindo decorato che sembrava la prua di una nave lo
guardava dall'alto. Era stato lì la sera prima per imbucare la
sua lettera. Qualcuno lo aveva guardato dall'alto anche
allora? La maestra esausta dalla finestra gli fece cenno di
passare dall'altra porta, ma era chiusa, sbarrata. A sua volta
Justin fece un gesto contrito.
«L'avrebbero dovuta lasciare aperta» gli bisbigliò,
nient'affatto placata, dopo aver tirato i chiavistelli e
spalancato la porta.
Justin si scusò nuovamente e si fece largo con cautela
tra i bambini, dicendo loro «gross dich» e «guten Tag», ma
la vigilanza poneva dei limiti alla sua cortesia un tempo
infinita. Salì una scala, passando davanti a varie biciclette e
a una carrozzella, ed entrò in un atrio che al suo occhio
diffidente parve ridotto al minimo indispensabile per
sopravvivere: una fontanella, una fotocopiatrice, scaffali
vuoti, pile di testi di consultazione e scatole di cartone
accatastate per terra. Da una porta aperta intravide una
giovane donna con occhiali dalla montatura di tartaruga e
un maglione dal collo alto, seduta davanti a uno schermo.
«Mi chiamo Atkinson» le disse in inglese. «Peter
Atkinson. Ho un appuntamento con Birgit della Hippo.»
«Perché non ha telefonato?»
«Sono arrivato ieri sera tardi. Ho pensato che fosse
meglio lasciare un biglietto. Pensa che la signora mi potrà
ricevere adesso?»
«Non so. Glielo chieda.»
Justin la seguì in un breve corridoio fino a una porta a
due battenti. La ragazza ne spinse uno.
«È arrivato il tuo 'giornalista'» annunciò in tedesco,
come se giornalista fosse sinonimo di amante clandestino, e
tornò al proprio posto.
Birgit era bassa e aveva il passo elastico, le guance rosee,
i capelli biondi. Sembrava un po' un pugile, ma era allegra e
aveva un sorriso contagioso. Il suo ufficio era spoglio come
l'atrio, con la stessa vaga atmosfera di deliberata privazione.
«Abbiamo una riunione alle dieci» gli spiegò con un
leggero affanno mentre gli stringeva la mano. Parlava lo
stesso inglese dei messaggi e-mail. La lasciò fare. Al signor
Atkinson non occorreva farsi notare parlando tedesco.
«Gradisce un tè?»
«Grazie, sto bene così.»
Birgit avvicinò due sedie a un tavolo basso e si sedette.
«Se si tratta del furto, non abbiamo proprio nulla da dire»
lo avvertì.
«Quale furto?»
«Non ha importanza. Ci hanno rubato alcune cose.
Forse ne avevamo troppe. Ora non più.»
«Quando è successo?»
Alzata di spalle. «Tanto tempo fa. La settimana scorsa. »
Justin tirò fuori dalla tasca un quaderno e, come Lesley,
se lo aprì sulle ginocchia. «A me interessa il lavoro che
svolgete» disse. «Il mio giornale ha in programma una serie
di articoli su industria farmaceutica e Terzo Mondo. La
intitoleremo "I mercanti della medicina". Su come i paesi
del Terzo Mondo non hanno potere contrattuale, su come le
grandi malattie sono da una parte e i grandi profitti
dall'altra.» Voleva parlare da giornalista, ma non era sicuro
di riuscirci. «'I poveri muoiono perché non possono pagare.
Quanto durerà ancora questa storia? Quel che manca non
sono i mezzi, ma la volontà.' Cose di questo genere.»
Con sua grande sorpresa, Birgit sorrideva apertamente.
«Vuole che risponda a queste semplici domande entro le
dieci?»
«Basterebbe che mi dicesse che cosa fa esattamente la
Hippo, chi vi finanzia, a chi rispondete, per così dire» spiegò
in tono severo.
Birgit parlava e Justin scriveva nel quaderno che aveva
sulle ginocchia. Gli stava proponendo quella che,
presumibilmente, era la sua presentazione standard e lui
faceva del suo meglio per fingere di ascoltare e
contemporaneamente prendere appunti. In realtà pensava
che quella donna era stata amica e alleata di Tessa senza
averla mai nemmeno incontrata e che, se si fossero
conosciute, si sarebbero complimentate a vicenda per la
scelta fatta. Pensava che ci possono essere molti scopi
dietro a un furto, uno dei quali è coprire l'installazione di
dispositivi da cui si ricava quello che il ministero degli
Esteri ama definire 'prodotto speciale', destinato a essere
ascoltato esclusivamente dagli addetti ai lavori. Ricordava il
corso sulla sicurezza e la visita di gruppo a un macabro
laboratorio in uno scantinato dietro Carlton Gardens, dove
gli studenti potevano ammirare di persona le ultime novità
in fatto di nascondigli per dispositivi di ascolto
miniaturizzati. Basta con i vasi da fiori, le lampade, gli
stucchi nel soffitto, le modanature e le cornici dei quadri, si
era inaugurata l'epoca di tutto il pensabile e l'immaginabile,
dalla cucitrice sulla scrivania di Birgit alla giacca a vento
appesa dietro la porta.
Justin aveva scritto ciò che voleva scrivere e,
apparentemente, Birgit aveva detto ciò che voleva dire,
perché si stava alzando e cercava, in una pila di riviste su
uno scaffale, un po' di materiale informativo da dargli
prima di congedarlo in tempo per poter andare alla riunione
delle dieci. Frugando, parlava distrattamente della
Commissione federale tedesca sui farmaci, che a suo dire
era una tigre di carta. «E l'Organizzazione Mondiale della
Sanità prende i soldi dall'America» aggiunse con sdegno, «il
che significa che favorisce le grandi corporation, venera il
dio Guadagno e non ama le decisioni radicali.»
«Vada a qualsiasi assemblea dell'O.M.S. Sa che cosa
vedrà?» chiese retoricamente, porgendogli un fascio di
pubblicazioni. «Lobbisti. Pierre di grandi case
farmaceutiche. A decine. Le più grosse ne mandano tre o
quattro alla volta. 'Venga a pranzo. Venga al nostro
convegno alla fine della settimana. Ha letto questo
bellissimo articolo del professor Tal dei Tali?' E i
rappresentanti del Terzo Mondo non sono sofisticati. Non
hanno soldi, non hanno esperienza. Con il gergo e le
manovre della diplomazia, i lobbisti se li rigirano come
vogliono.»
Aveva smesso di parlare e lo guardava accigliata. Justin
le stava mostrando il quaderno aperto perché leggesse. Se lo
teneva accanto alla faccia perché vedesse la sua espressione
mentre leggeva il messaggio, e la sua espressione, come
sperava, era severa e rassicurante al tempo stesso. Per
maggior chiarezza aveva sollevato l'indice della mano
sinistra a mo' di avvertimento.

SONO IL MARITO DI TESSA QUAYLE E NON MI FIDO


DI QUESTI MURI. POSSIAMO VEDERCI OGGI
POMERIGGIO ALLE 17.30 DAVANTI AL VECCHIO
FORTE?

Birgit lesse, guardò Justin negli occhi, oltre il dito


puntato, e continuò a guardarlo negli occhi mentre lui
riempiva il silenzio con la prima cosa che gli passava per la
testa.
«Così secondo lei abbiamo bisogno di una sorta di
agenzia mondiale indipendente capace di mettere un freno
a queste industrie?» chiese in tono involontariamente
aggressivo. «Di ridurne l'influenza?»
«Sì» rispose lei perfettamente calma. «Penso che
sarebbe un'ottima idea.»
Justin passò davanti alla donna con il dolcevita e le
rivolse un cenno allegro della mano che gli pareva adatto a
un giornalista. «Fatto» le assicurò. «Ora vado. Grazie della
collaborazione.» Affinché tu non debba telefonare alla
polizia e dire che c'è un impostore nel vostro ufficio.
Attraversò l'aula in punta di piedi e di nuovo cercò di
estorcere un sorriso alla maestra esausta. «È l'ultima volta»
le promise, ma gli unici a sorridere furono i bambini.
Per la strada i due anziani con l'impermeabile e il
cappello nero stavano ancora aspettando il funerale. Su una
Audi parcheggiata lungo il marciapiede c'erano due ragazze
che studiavano una mappa con aria severa. Justin tornò in
albergo e, tanto per fare, chiese alla reception se c'era posta
per lui. Non ce n'era. Arrivato in camera, strappò dal
quaderno la pagina incriminata e quella dopo, perché vi era
rimasta impressa la traccia della penna, le bruciò nel lavabo
e accese l'aspiratore per mandare via il fumo. Poi si sdraiò
sul letto a domandarsi che cosa facessero le spie per
ammazzare il tempo e si appisolò. Lo svegliò il telefono.
Sollevò il ricevitore e ricordò di rispondere: «Atkinson».
Era la cameriera, che «controllava» disse, e si scusò.
'Controllava che cosa' in nome di Dio? Ma le spie non fanno
queste domande ad alta voce. Non si fanno notare. Le spie
stanno sdraiate su letti bianchi in città grigie e aspettano.

Il vecchio forte di Bielefeld era su un'altura verde con


vista su colline avvolte dalle nuvole. Dentro i bastioni
coperti di edera c'erano parcheggi, tavoli da picnic e giardini
pubblici. Nei mesi più caldi era la meta preferita degli
abitanti della città che passeggiavano lungo i viali alberati,
ammiravano gli eserciti di fiori e pranzavano bevendo birra
alla Trattoria dei Cacciatori. Nei mesi grigi, invece,
sembrava un campo giochi abbandonato tra le nuvole, e fu
così che si presentò a Justin quella sera quando pagò il taxi
e, con venti minuti d'anticipo, compì un'esplorazione del
luogo scelto per l'appuntamento nella speranza di passare
inosservato. I parcheggi deserti, incorniciati dalle
merlature, erano butterati dalla pioggia. Cartelli arrugginiti
nelle aiuole fradice lo invitavano a tenere il cane al
guinzaglio. Su una panchina sotto i bastioni merlati due
veterani con sciarpa e cappotto sedevano ritti e lo
osservavano. Erano gli stessi due vecchietti che quella
mattina portavano impermeabile e lobbia nera in attesa del
funerale? Perché mi fissano così? Sono ebreo? Sono
polacco? Quanto tempo ci vorrà ancora perché la vostra
Germania diventi un normale paese europeo, noioso come
tutti gli altri?
C'era una sola strada che portava al forte. La percorse
lentamente, tenendosi al centro per evitare i solchi pieni di
foglie secche. Quando la vedrò arrivare, aspetterò che sia
scesa dalla macchina prima di parlarle, decise. Anche le
auto hanno orecchie. Ma l'auto di Birgit non aveva orecchie
perché era una bicicletta. Sulle prime gli sembrò una specie
di spettro a cavallo, che incitava il suo destriero riluttante
ad arrivare in cima alla salita, con la mantella di plastica a
strisce fluorescenti che le si gonfiava dietro le spalle e la
faceva assomigliare a un crociato. A poco a poco
l'apparizione si fece carne, abbandonando le sembianze del
serafino alato o del messaggero che torna ansante dal
campo di battaglia, e diventò una giovane madre in
bicicletta con una mantella impermeabile. E dalla mantella
spuntavano non una testa, ma due: la seconda apparteneva
al suo bel bambino biondo, legato nel seggiolino posteriore,
che all'occhio inesperto di Justin parve della magnitudo di
circa diciotto mesi Richter.
E la vista dei due gli fece talmente piacere, e lo sorprese
e lo affascinò al punto che, per la prima volta da quando era
morta Tessa, scoppiò in una vera, sonora risata senza freni.
«Con così poco preavviso, come facevo a trovare una
baby-sitter?» chiese Birgit, offesa dalla sua ilarità.
«Non era il caso, hai fatto benissimo! Non ha
importanza. È bellissimo. Come si chiama?»
«Carl. E tu?»
'Carl ha molto gradito l'elefantino con le ruote che gli
hai mandato... Ti auguro che il tuo bambino sia bello come
Carl.'
Le mostrò il passaporto intestato a Justin Quayle. Lei lo
esaminò, nome, cognome, data di nascita, fotografia,
lanciandogli occhiate dirette.
«Una volta le hai scritto che era "waghalsig"» le disse e
vide la sua faccia scura aprirsi in un sorriso. Si sollevò la
mantella e gli diede da reggere la bicicletta per slegare Carl
dal seggiolino. Liberatolo, lo posò a terra, aprì una delle
borse della bicicletta e voltò le spalle a Justin perché la
aiutasse a mettere nello zaino che portava sulle spalle il
biberon, un pacchetto di Knockerbrot, pannolini di ricambio
e due baguette al prosciutto e formaggio avvolte in carta
oleata.
«Hai mangiato oggi, Justin?»
«Non molto.»
«Allora mangiamo. Così saremo meno nervosi.
"Carlchen, du machst das bitte nicht". Possiamo
camminare. A Carl piace camminare.»
Nervosi? Chi è nervoso? Fingendo di studiare le nubi
che minacciavano pioggia, Justin si girò lentamente su se
stesso, con gli occhi al cielo. Erano ancora lì, due anziane
sentinelle sedute sull'attenti.

«Non so quanta roba sia effettivamente andata perduta»


disse Justin in tono lamentoso quando ebbe finito di
raccontarle la storia del portatile di Tessa. «Avevo
l'impressione che vi foste scambiate molti più messaggi di
quanti lei ne avesse stampati.»
«Non hai letto della Emrich?»
«Ho letto che era emigrata in Canada, ma che lavorava
ancora per la K.V.H.»
«Non sei al corrente della sua attuale posizione? Del suo
problema?»
«Ha litigato con la Kovacs.»
«La Kovacs non conta niente. Ha litigato con la K.V.H.»
«E perché?»
«Per il Dypraxa. È convinta di avere scoperto degli
effetti collaterali molto negativi, mentre la K.V.H. è
convinta del contrario.»
«E hanno preso provvedimenti?» chiese Justin.
«Per il momento le hanno soltanto rovinato la
reputazione e la carriera.»
«E basta?»
«E basta.»
Proseguirono in silenzio per un po', con Carl che
camminava impettito davanti a loro, chinandosi a
raccogliere castagne d'India mezze marce e tentando di
mettersele in bocca. La nebbia della sera aveva formato un
mare tra le colline, trasformando le loro cime arrotondate
in tanti isolotti.
«Quando è successo?»
«Sta ancora succedendo. È stata licenziata dalla K.V.H. e
poi anche dalla Dawes University e dalla clinica
universitaria nel Saskatchewan. Ha cercato di pubblicare le
conclusioni cui è giunta riguardo al Dypraxa su una rivista
medica, ma il contratto con la K.V.H. prevedeva una
clausola sulla riservatezza, così hanno dato causa sia a lei
che alla rivista e non l'hanno fatta uscire.»
«Fatto causa, non dato causa.»
«È la stessa cosa.»
«E tu l'hai raccontato a Tessa? Sarà stata contenta.»
«Certo. Gliel'ho detto.»
«Quando?»
Birgit alzò le spalle. «Forse tre settimane fa. Forse due.
Anche la nostra corrispondenza è scomparsa.»
«Si è cancellato il disco fisso anche a voi?»
«Ci hanno rubato il computer. Quando sono venuti i
ladri. Non avevo scaricato le sue lettere e non le avevo
stampate. Quindi.»
'Quindi.' Justin approvò in silenzio. «Hai un'idea di chi
può averlo preso?»
«Non l'ha preso nessuno. Con le corporation è sempre
così. Il grande capo chiama il suo vice, il quale chiama il
vice del vice, che a sua volta parla con il responsabile della
sicurezza, che parla ai suoi amici, che parlano ai loro amici.
E la cosa viene fatta. Non dal grande capo, né dal vice, né
dal vice del vice o dal vice del vice del vice. Né dalla
corporation. Da nessuno, in realtà. Ma viene fatta
comunque. Non c'è niente di scritto, non ci sono carte, né
assegni, né contratti. Nessuno sa niente, nessuno vede
niente. Ma la cosa viene fatta lo stesso.»
«E la polizia?»
«Oh, la nostra polizia è 'molto' zelante. Se perdiamo un
computer, informiamo la compagnia di assicurazioni e ne
compriamo uno nuovo, non andiamo a rompere le scatole
alla polizia. Hai conosciuto Wanza?»
«In ospedale. Era già molto grave. Tessa ti aveva scritto
di Wanza?»
«Mi aveva scritto che era stata avvelenata. Che Lorbeer
e la Kovacs erano andati a trovarla all'ospedale e che il
bambino era sopravvissuto, ma lei no. Che l'aveva
ammazzata quel farmaco. O forse una combinazione. Forse
era troppo magra, non aveva abbastanza grasso per
metabolizzare il farmaco. Forse se gliene avessero dato di
meno ce l'avrebbe fatta. Forse la K.V.H. migliorerà la
farmacocinetica prima di commercializzarlo in America.»
«Ti aveva detto queste cose? Tessa?»
«Certo. 'Wanza era solo una cavia. Io le volevo bene,
loro l'hanno uccisa. Tessa.'»
Justin stava già protestando. Per l'amor del cielo, Birgit,
e la Emrich? Se la Emrich, che aveva contribuito a scoprire
la molecola, l'aveva dichiarata poco sicura, certamente...
Birgit tagliò corto: «La Emrich esagera. Chiedi alla
Kovacs. Chiedi alla K.V.H. Il contributo di Lara Emrich alla
scoperta della molecola del Dypraxa è stato minimo. Il
genio era la Kovacs, Lara Emrich era solo un'assistente di
laboratorio e Lorbeer lo Svengali di turno. Naturalmente,
siccome la Emrich era anche la sua amante, le hanno dato
più importanza di quella che aveva».
«Dov'è Lorbeer adesso?»
«Non si sa. La Emrich non lo sa, la K.V.H. non lo sa o
dice di non saperlo: negli ultimi cinque mesi è stato
assolutamente irreperibile. Forse hanno ammazzato anche
lui.»
«Dov'è la Kovacs?»
«In viaggio. Viaggia tanto che la K.V.H. non è mai in
grado di dirci dov'è né dove sarà. La settimana scorsa era ad
Haiti, forse, tre settimane fa a Buenos Aires o a Timbuctù.
Ma dove sarà domani o la settimana prossima è un mistero.
Il suo indirizzo di casa ovviamente è segreto, idem il
telefono.»
Carl aveva fame. Fino a un momento prima trascinava
placidamente un pezzo di legno in una pozzanghera; poi, di
colpo, si mise a urlare come un ossesso perché aveva fame.
Si sedettero su una panchina e Birgit gli diede il biberon.
«Se non ci fossi tu, mangerebbe da solo» disse lei tutta
fiera. «Andrebbe in giro come un ubriacone che beve dal
bottiglino. Ma adesso che ha uno zio a guardarlo, vuole
tutta la sua attenzione.» Qualcosa in quel discorso le
ricordò il lutto di Justin. «Mi dispiace moltissimo, Justin»
mormorò. «Che cosa ti posso dire?» Ma lo disse così veloce
e così piano che per una volta lui non sentì il bisogno di
rispondere: 'Grazie' o 'Sì, è stato terribile' o 'Molto gentile' o
un'altra delle frasi insulse che aveva imparato a
pronunciare quando la gente si sentiva obbligata a dire
l'indicibile.

Avevano ripreso a camminare e Birgit stava rivivendo il


furto.
«Arrivo in ufficio alla mattina. Il mio collega Roland è a
Rio a un congresso, ma per il resto è un giorno come tutti
gli altri. Le porte sono chiuse a chiave e le devo aprire come
al solito. Lì per lì non noto niente di strano. È questa la cosa
interessante. Quale ladro chiude a chiave la porta dopo aver
rubato? Anche la polizia ci ha fatto questa domanda. Però le
nostre porte erano innegabilmente chiuse. L'ufficio non era
in ordine, ma questo è normale. Alla Hippo le pulizie le
facciamo noi, non possiamo permetterci un'impresa di
pulizie, e a volte abbiamo troppo lavoro o siamo troppo
pigri.»
Passarono tre donne in bicicletta che, con aria solenne,
fecero il giro del parcheggio e tornarono indietro,
sorpassandoli in discesa. Justin ripensò alle tre donne in
bicicletta di quella mattina.
«Vado a controllare il telefono. Abbiamo una segreteria
telefonica, una normale segreteria da cento marchi, ma pur
sempre cento marchi. Non l'hanno presa. Abbiamo
corrispondenti in tutto il mondo, quindi dobbiamo avere
una segreteria telefonica. Manca il nastro. Oh, merda, chi
può aver preso una stupida cassetta? Vado nell'altra stanza
a cercarne una di ricambio. Non c'è il computer. Oh, merda,
penso, chi è l'idiota che ha spostato il computer? Dove
l'hanno messo? È un computer grosso, in due pezzi, ma non
è impossibile spostarlo, ha le rotelle. Abbiamo una ragazza
nuova, in gamba, laureata in legge, ma nuova. La chiamo.
'Beate, cara, dove diavolo è il computer?' Poi cominciamo a
guardare: mancano computer, cassette, dischi, documenti,
fascicoli. Però le porte erano chiuse a chiave. Non hanno
portato via niente di valore, né i soldi della cassa, né la
macchina del caffè o la radio o la televisione o il
registratore. Non sono drogati. Non sono ladri
professionisti. E per la polizia non sono criminali. Perché
dei criminali avrebbero chiuso la porta a chiave? Forse me
lo sai dire tu.»
«Volevano dirci qualcosa» replicò Justin dopo un lungo
silenzio.
«Come, scusa? Che cosa volevano dirci? Non capisco.»
«Hanno chiuso la porta anche a Tessa.»
«Spiegati meglio, per favore. Quale porta?»
«La portiera della jeep. Quando l'hanno ammazzata.
Hanno chiuso le portiere in modo che le iene non
portassero via i corpi.»
«Perché?»
«Volevano farci paura. È il messaggio che hanno messo
nel computer di Tessa. Per lei o per me. 'Attenzione. Smetti
di fare quello che stai facendo.' Le hanno anche mandato
una minaccia di morte. L'ho scoperto solo pochi giorni fa.
Non me l'aveva mai detto.»
«Allora era coraggiosa» commenta Birgit.
Le vennero in mente le baguette. Si sedettero su un'altra
panchina e mangiarono mentre Carl rosicchiava un cracker
e cantava e le due anziane sentinelle li superavano in
silenzio, dirette verso valle.
«Hanno preso delle cose particolari? O a casaccio?»
«A casaccio sembra, ma secondo me avevano una
finalità precisa, un metodo. Roland dice di no, ma lui è un
tipo rilassato. Sempre e comunque rilassato. È come un
atleta con il cuore che batte molto più lento del normale e
quindi riesce a correre più veloce degli altri. Ma solo
quando vuole. Quando serve correre, corre. Quando non c'è
niente da fare, se ne sta a letto.»
«Qual era il metodo?» le chiese.
Aveva notato che Birgit aggrottava la fronte come Tessa,
per deformazione professionale, e come con Tessa non fece
nessun tentativo per indurla a rompere il suo silenzio.
«Come hai tradotto "waghalsig"?» gli chiese lei dopo un
po'.
«Imprudente, credo. O forse sprezzante del pericolo.
Perché?»
«Allora anch'io sono stata "waghalsig"» concluse Birgit.
Carl voleva essere preso in braccio, cosa che secondo la
madre non succedeva mai. Justin insistette per prenderlo in
spalla. Per qualche minuto ebbero da fare: Birgit si tolse lo
zaino, allungò le cinghie per metterlo a Justin e solo
quando fu soddisfatta del risultato vi sistemò Carl,
esortandolo a comportarsi bene con il suo nuovo zio.
«Sono stata peggio che "waghalsig", sono stata una
perfetta idiota.» Si morse le labbra, detestandosi per quello
che doveva dire. «Ci hanno portato una lettera la settimana
scorsa. Giovedì. È arrivata con un corriere da Nairobi. Non
una lettera, un documento di settanta pagine sul Dypraxa,
la sua storia e le sue caratteristiche e gli effetti collaterali.
Positivi e negativi, ma soprattutto negativi, viste le vittime e
i danni che ha fatto. Non era firmata. Dal punto di vista
scientifico era abbastanza rigorosa, ma per altri versi era un
po' strana. Indirizzata alla Hippo, ma a nessuno di noi in
particolare. Diceva solo Hippo. Ai Signori e alle Signore
della Hippo.»
«In inglese?»
«Sì, ma non scritto da un madrelingua, secondo me. A
macchina, così non possiamo riconoscere la calligrafia.
Conteneva molti riferimenti a Dio. Sei religioso?»
«No.»
«Ma Lorbeer sì.»

La pioggerellina si era trasformata in un acquazzone.


Birgit era seduta su una panchina. Erano arrivati a un
gruppo di altalene con una sbarra davanti al seggiolino. Carl
volle salire su una e farsi spingere, ma poi gli venne sonno:
gli si chiudevano gli occhi e sorrideva mentre Justin lo
dondolava con cautela ossessiva. Una Mercedes bianca
targata Amburgo affrontò la salita, passò loro accanto, fece
il giro del parcheggio allagato e tornò lentamente indietro.
A bordo c'erano due uomini seduti davanti. Justin ripensò
alle due ragazze sull'Audi ferma quella mattina quando era
uscito per strada. La Mercedes tornò giù.
«Tessa diceva che parlavi tutte le lingue» disse Birgit.
«Questo non significa che abbia qualcosa da dire. Perché
sei stata "waghalsig"?»
«Più che "waghalsig", stupida.»
«Perché stupida?»
«Stupida perché quando il corriere ha consegnato il
documento arrivato da Nairobi, presa dall'entusiasmo ho
telefonato a Lara Emrich nel Saskatchewan e le ho detto:
'Cara Lara, senti, abbiamo ricevuto una lunga storia del
Dypraxa, anonima, molto mistica, molto folle e molto vera,
senza indirizzo né data, da qualcuno che secondo me è
Markus Lorbeer. Parla delle vittime della terapia combinata
e sarà molto utile alla tua tesi'. Ero felicissima perché il
documento era addirittura intitolato LA DOTTORESSA
LARA EMRICH HA RAGIONE. 'È una follia' le ho detto 'ma
è una dichiarazione politica forte. È anche molto polemica,
molto religiosa e molto critica nei confronti di Lorbeer.'
'Allora è di Lorbeer' ha detto lei. 'È Markus che si fustiga. È
normale.'»
«Hai mai visto la Emrich? La conosci?»
«Come conoscevo Tessa. Tramite posta elettronica.
Siamo amiche di e-mail. Il documento diceva che Lorbeer è
stato sei anni in Russia, due anni sotto il vecchio regime
comunista e quattro sotto il nuovo caos. L'ho raccontato a
Lara, che lo sapeva già. Secondo l'articolo, Lorbeer faceva
l'agente per conto di alcune grandi case farmaceutiche
occidentali e premeva sulle autorità sanitarie russe per
vendergli farmaci occidentali, le ho detto. Sempre secondo
l'articolo, in sei anni aveva avuto a che fare con otto
ministri della Sanità diversi. Nel documento c'era una
battuta riguardo a questo periodo e stavo per riferirla a
Lara, quando lei mi ha interrotto e me l'ha citata parola per
parola com'era nel documento. 'I ministri della Sanità russi
sono arrivati su una Lada e sono ripartiti su una Mercedes.'
Era una delle battute preferite di Lorbeer, ha detto. Questo
ha confermato sia a lei che a me che l'autore del documento
era lui. Si trattava di una masochistica confessione. Sempre
da Lara ho saputo che il padre di Lorbeer era un luterano
tedesco, calvinista convinto e molto rigido. Questo spiega le
sue morbose ossessioni religiose e il suo bisogno di
confessare. Conosci la medicina? La chimica? Un po' di
biologia, magari?»
«I miei studi sono stati un po' troppo costosi per
includerci anche queste cose, temo.»
«Nella confessione Lorbeer sostiene che, mentre
lavorava per la K.V.H., ha ottenuto la validazione del
Dypraxa a suon di favori e bustarelle. Descrive il modo in
cui ha corrotto funzionari della Sanità, ha ottenuto una
corsia preferenziale per la sperimentazione clinica, ha
comprato registrazioni di farmaci e licenze di importazione
e ha sfamato tutte le bocche della catena alimentare
burocratica. A Mosca, stando a quello che scrive, la
validazione di un farmaco da parte dei luminari della
scienza si può comprare per venticinquemila dollari. Così
sostiene Lorbeer. Il problema è che quando paghi uno, devi
pagare anche tutti gli altri, per evitare che per invidia o per
ripicca parlino male della molecola. In Polonia la situazione
non era molto diversa, ma i costi erano più bassi. In
Germania esercitava un'influenza più subdola, ma non di
molto. Lorbeer parla di una famosa occasione in cui ha
noleggiato un jumbo per conto della K.V.H. e ha portato
ottanta illustri medici tedeschi in Thailandia per un viaggio
istruttivo.» Birgit sorrise. «L'istruzione l'hanno ricevuta
durante il volo di andata, sotto forma di filmati e
conferenze, insieme con caviale Beluga, brandy e whisky
molto invecchiati. Tutto doveva essere della migliore
qualità, scrive, perché i bravi medici tedeschi sono viziati.
Con loro lo champagne non basta più. In Thailandia erano
liberi di fare quello che volevano, ma per chi lo desiderava
c'erano anche intrattenimenti organizzati, belle ragazze
comprese. Lorbeer in persona organizzò un lancio di
orchidee dall'elicottero su una certa spiaggia dove i medici
si stavano rilassando con le loro partner. Durante il volo di
ritorno non fu necessario impartire altre istruzioni: i medici
avevano capito benissimo la lezione. Dovevano soltanto
ricordare di scrivere ricette e articoli dotti.»
Anche se rideva, Birgit non era soddisfatta di quella
storia e dovette correggerne il tiro.
«Questo non significa che il Dypraxa sia un cattivo
farmaco, Justin. Va benissimo, ma i test non sono stati
ancora completati. Non tutti i medici si lasciano sedurre,
non tutte le case farmaceutiche sono così irresponsabili e
avide.»
Fece una pausa, rendendosi conto che stava parlando
troppo, ma Justin non desiderava che cambiasse
argomento.
«La moderna industria farmaceutica ha solo
sessantacinque anni. Vi lavorano anche persone per bene e
ha compiuto miracoli dal punto di vista umanitario e
sociale, ma la sua coscienza collettiva non è ancora
sviluppata. Lorbeer scrive che le case farmaceutiche hanno
voltato le spalle a Dio. Fa molti riferimenti biblici che io
non capisco. Forse perché non capisco Dio.»
Carl si era addormentato sull'altalena: Justin lo tirò
fuori piano piano e lo tenne in braccio camminando avanti
e indietro sull'asfalto.
«Mi stavi dicendo che hai telefonato a Lara Emrich» le
ricordò.
«Sì, ma mi sono distratta volutamente, perché mi
vergogno di essere stata così stupida. Ce la fai o vuoi che lo
prenda io?»
«Ce la faccio, ce la faccio.»
La Mercedes bianca era ferma in fondo alla discesa, con
i due uomini ancora a bordo.
«Sono anni che pensiamo che i telefoni della Hippo
siano sotto controllo. E in parte ne siamo fieri. Ogni tanto la
censura ci apre la posta: spediamo delle lettere indirizzate a
noi stessi e ce le vediamo arrivare tardi e manomesse.
Abbiamo avuto più volte la tentazione di dare agli "Organy"
informazioni fuorvianti.
«A chi?»
«È un modo di dire di Lara. Una parola russa dell'epoca
sovietica, che vuol dire gli 'organi dello stato'.»
«La adotterò subito anch'io.»
«Così può darsi che gli "Organy" ci abbiano sentito
ridere e scherzare al telefono quando ho promesso a Lara
che le avrei subito mandato una copia del documento in
Canada. Lara mi ha detto che purtroppo non ha il fax,
perché aveva speso tutti i suoi soldi in avvocati e in
ospedale non poteva più mettere piede. Se avesse avuto un
fax, forse oggi non avremmo problemi. Lara avrebbe una
copia della confessione di Lorbeer, anche se la nostra è
sparita, e tutto sarebbe salvo. Forse. È tutto un forse. Non
c'è nulla di provato.»
«E la posta elettronica?»
«Non ha più nemmeno quella. Il suo computer ha avuto
un arresto cardiaco il giorno dopo che ha provato a
pubblicare il suo articolo e non si è più ripreso.»
Birgit si sedette, rossa e stoica nella sua frustrazione.
«E allora?» la incalzò Justin.
«Allora non abbiamo più il documento. Ce l'hanno
rubato insieme al computer, ai fascicoli e alle cassette. Quel
pomeriggio ho telefonato a Lara, alle cinque, ora tedesca.
Abbiamo finito di parlare alle sei meno venti, direi. Era
emozionata, felicissima. Io anche. 'Quando lo viene a sapere
la Kovacs...' continuava a ripetere. Così abbiamo parlato
tanto e abbiamo riso e non ho pensato a fare subito una
copia della confessione di Lorbeer. L'ho chiusa nella
cassaforte. Non è enorme, ma è pur sempre una cassaforte.
I ladri avevano la chiave. Oltre a chiudere la porta uscendo,
hanno anche chiuso la cassaforte dopo aver rubato il
documento. Quando ci pensi, è tutto ovvio. Altrimenti non
esiste. Che cosa fa un gigante quando vuole una chiave?
Dice ai suoi nani di scoprire che cassaforte abbiamo, poi
telefona al gigante che ha fatto la cassaforte e gli chiede di
far fare una chiave ai suoi nani. Nel mondo dei giganti, è
normale.»
La Mercedes bianca era sempre lì. Forse anche quello
era normale.

Avevano trovato una baracca di lamiera e si ripararono


tra due file di sedie a sdraio piegate e incatenate come
prigionieri. La pioggia tamburellava sul tetto e scorreva in
rivoletti ai loro piedi. Carl era tornato in braccio alla madre:
le dormiva sul seno, con la testa appoggiata sulla spalla.
Birgit aveva aperto un ombrello e glielo teneva sopra la
testa. Justin si sedette un po' più in là, su una panca, con le
mani giunte tra le ginocchia come in preghiera e il capo
chino. La cosa che più mi addolora della morte di Garth è
che non imparerò più niente, pensò.
«Lorbeer stava scrivendo un "roman"» disse Birgit.
«Un romanzo.»
«"Roman" significa romanzo?»
«Sì.»
«Allora, questo romanzo ha il lieto fine all'inizio.
C'erano una volta due dottoresse giovani e bellissime di
nome Emrich e Kovacs che si specializzano insieme
all'università di Lipsia nella Germania dell'Est.
Nell'ospedale dell'università fanno ricerca sotto la guida di
professoroni e sognano che un giorno faranno una grande
scoperta che salverà il mondo. Nessuno parla del dio
Guadagno, a meno che non si tratti di un guadagno per
l'umanità intera. All'ospedale di Lipsia sono ricoverati molti
tedeschi russi provenienti dalla Siberia e malati di T.B.C.
Nei campi di prigionia sovietici c'era un'altissima incidenza
di T.B.C. Tutti i pazienti sono poveri, debilitati e senza
difese, la maggior parte ha ceppi multiresistenti, e molti
muoiono. Sono disposti a firmare qualsiasi cosa, a provare
qualsiasi cosa, senza fare storie. Perciò è naturale che le due
dottoresse isolino batteri di T.B.C. e sperimentino rimedi
embrionali. Li sperimentano su animali, forse anche su
studenti di medicina e altri specializzandi. Gli studenti di
medicina non hanno soldi. Un giorno diventeranno dottori,
quindi sono interessati. E il supervisore dei loro lavori di
ricerca è un "Oberarzt"...»
«Un primario.»
«Il team è diretto da un "Oberarzt" che è entusiasta
degli esperimenti. Vogliono tutti conquistarsi la sua
ammirazione e quindi partecipano agli esperimenti. Non
sono dei criminali, non sono cattivi; sono giovani sognatori,
hanno una materia eccitante da studiare e i pazienti sono
disperati. Perché no?»
«Perché no?» mormorò Justin.
«La Kovacs ha un uomo. La Kovacs ha sempre un uomo,
anzi, molti. Questo è polacco ed è una brava persona.
Sposato, ma non importa. Proprietario di un laboratorio. Un
laboratorio piccolo, efficiente e intelligente, a Gdansk. Per
amore, il polacco le dice che può andare a giocare nel suo
laboratorio tutte le volte che vuole, che può portare chi
vuole. Così lei porta la sua bella amica e collega Emrich. La
Kovacs e la Emrich fanno ricerca, la Kovacs e il polacco
fanno l'amore, tutti sono felici e nessuno parla del dio
Guadagno. Sono giovani, cercano solo onore e gloria e
magari una piccola promozione. E i loro studi danno
risultati positivi. I malati continuano a morire, ma
sarebbero morti comunque. E alcuni che sarebbero morti
invece sopravvivono. La Kovacs e la Emrich sono molto
fiere. Scrivono articoli per le riviste specializzate, il loro
professore scrive articoli a sostegno del loro lavoro, altri
professori sostengono il professore e sono tutti felici e
contenti, si congratulano fra loro e non ci sono nemici, o
perlomeno non ancora.»
Carl si mosse nel sonno. Birgit gli accarezzò la schiena e
gli soffiò piano nell'orecchio. Lui sorrise e si riaddormentò.
«Anche la Emrich ha un amante. È sposata con il signor
Emrich, ma il marito non la soddisfa e siamo nell'Europa
dell'Est, tutti sono già stati sposati con tutti. Il suo amante
si chiama Markus Lorbeer. Ha un certificato di nascita
sudafricano, un padre tedesco e una madre olandese e vive
a Mosca, dove fa l'agente farmaceutico, il libero
professionista ma anche... l'imprenditore, che cerca e
sfrutta opportunità interessanti nel settore delle
biotecnologie.»
«Un talent-scout.»
«Ha una quindicina d'anni più di Lara, ha nuotato in
tutti gli oceani, come diciamo noi, è un sognatore come lei.
Ama la scienza, ma non è mai diventato uno scienziato.
Ama la medicina, ma non è medico. Ama Dio e tutto il
mondo, ma ama anche i soldi e il dio Guadagno. Così scrive:
'Il giovane Lorbeer è un credente, adora il Dio dei cristiani,
adora le donne, ma adora anche moltissimo il dio
Guadagno. Questa è la sua rovina. Crede in Dio, ma lo
ignora'. Personalmente sono contraria a questo
atteggiamento, ma non importa. Per i filantropi, Dio è una
scusa per non essere filantropici. Saremo tutti filantropi
nella prossima vita, nel frattempo ci interessa il Guadagno.
Non importa. 'Lorbeer ricevette da Dio il dono della
saggezza' immagino che con questo intenda la molecola 'e
lo vendette al Diavolo.' Penso che voglia dire la K.V.H. Poi
scrive che quando Tessa andò a trovarlo nel deserto, le
confessò l'enormità del proprio peccato.»
Justin alzò la testa.
«Dice cosa? Che lo raccontò a Tessa? Quando? In
ospedale? Dove andò a trovarlo? Quale deserto? Che razza
di cose dice?»
«Ti ho spiegato che è un documento un po' strano. La
chiama Abbott. 'Quando Abbott andò a trovare Lorbeer nel
deserto, questi pianse.' Forse è un sogno, una favola.
Lorbeer è diventato un penitente nel deserto, Elia o Cristo,
non so. È disgustoso, in realtà. 'Abbott chiamò Lorbeer a
rispondere davanti a Dio. Di conseguenza, durante questo
incontro nel deserto Lorbeer spiegò ad Abbott la vera
natura dei propri peccati.' Scrive così. Evidentemente i suoi
peccati erano molti. Non me li ricordo tutti. C'era quello
dell'autoillusione e quello della falsa argomentazione, poi
quello dell'orgoglio, credo. Seguito dalla codardia. Di questo
non si scusa affatto, e mi fa piacere. Ma probabilmente fa
piacere anche a lui. Lara dice che è felice solo quando si
confessa o quando fa l'amore.»
«Tutto questo è scritto in inglese?»
Birgit annuì. «Un paragrafo era nell'inglese della Bibbia,
quello dopo pieno di dati tecnici sulla natura volutamente
pretestuosa delle prove cliniche, sulle discussioni tra la
Kovacs e la Emrich e sui problemi del Dypraxa usato in
combinazione con altri farmaci. Solo una persona molto
addentro poteva sapere particolari del genere. Questo
Lorbeer mi piace molto di più di quello di Inferno e
Paradiso, non te lo nascondo.»
«Scrive Abbott con la A minuscola, come se significasse
'abate'?»
«No, maiuscola. 'Abbott registrò tutto quello che le
dissi.' Ma c'era un altro peccato. L'aveva uccisa.»
Justin, in attesa, fissò gli occhi su Carl che dormiva.
«Forse non direttamente. È ambiguo. 'Lorbeer la uccise
con il suo tradimento. Commise il peccato di Giuda, quindi
le tagliò la gola con le mani nude e inchiodò Bluhm
all'albero.' Quando ho letto queste parole a Lara, le ho
chiesto: 'Lara, Markus sta dicendo che ha ucciso Tessa
Quayle?'.»
«E lei che cosa ti ha risposto?»
«Che non sarebbe riuscito a uccidere nemmeno il suo
peggior nemico. Era quello il suo tormento, ha detto: essere
un uomo malvagio con una buona coscienza. Lara è russa,
molto depressa.»
«Ma se ha ucciso Tessa non è un brav'uomo, ti pare?»
«Lara giura che è impossibile. Ha tenuto le sue lettere. È
una che può solo amare senza speranza. Ha sentito molte
sue confessioni, ma questa no, naturalmente. Markus è
molto fiero dei suoi peccati, dice, ma è vanitoso e li
ingigantisce. È complicato, forse un po' psicotico, ed è per
questo che lei lo ama.»
«Ma non sa dov'è?»
«No.»
Lo sguardo fisso di Justin era puntato, senza vedere
nulla, verso il crepuscolo sfuggente. «Giuda non ha ucciso
nessuno» obiettò. «Giuda ha tradito.»
«Ma il risultato è lo stesso. Giuda ha ucciso con il suo
tradimento.»
Altra lunga contemplazione del crepuscolo. «Manca un
personaggio. Ammesso che Lorbeer abbia tradito Tessa,
come l'ha tradita?»
«Non era chiaro. Forse denunciandola alle Forze delle
Tenebre. Posso dirti soltanto quello che ricordo.»
«Le Forze delle Tenebre?»
«Ne parlava nella lettera. Odio questi modi di dire.
Intendeva la K.V.H.? Forse conosce altre forze.»
«Il documento nominava Arnold?»
«Abbott aveva una guida, che nel documento si chiama
Il Santo. Il Santo parlò con Lorbeer all'ospedale e gli disse
che il Dypraxa era uno strumento di morte. Il Santo è più
prudente di Abbott perché è un medico, è più tollerante
perché conosce la malvagità dell'uomo. Ma la verità più
grande la custodisce la Emrich. Di questo Lorbeer è certo.
La Emrich sa tutto e di conseguenza non può parlare. Le
Forze delle Tenebre sono decise a nascondere la verità. Ecco
perché è stato necessario uccidere Abbott e crocifiggere Il
Santo.»
«Crocifiggere? Arnold?»
«Nella fiaba di Lorbeer le Forze delle Tenebre
trascinano via Bluhm e lo inchiodano a un albero.»
Tacquero, entrambi quasi vergognosi.
«Lara dice anche che Lorbeer beve come un russo»
aggiunse come per attenuare ciò che aveva appena detto,
ma Justin non si lasciò distrarre.
«Scrive dal deserto, ma usa un corriere di Nairobi»
obiettò.
«L'indirizzo era scritto a macchina e il modulo era stato
riempito a mano, il pacco è partito dal Norfolk Hotel di
Nairobi. Il nome del mittente si leggeva male, ma credo che
fosse McKenzie. È scozzese? In caso di mancato recapito, il
pacco non doveva essere rispedito in Kenya, ma distrutto.»
«La lettera di vettura avrà avuto un numero.»
«La lettera di vettura era sulla busta e prima di mettere
il documento in cassaforte, quella sera, l'ho infilata nella
sua busta. Così non abbiamo più nemmeno quella.»
«Chiama il corriere. Ne avranno una copia.»
«Al corriere non risulta nulla. Né a Nairobi né ad
Hannover.»
«Come faccio a risalire fino a lei?»
«Chi? Lara?»
La pioggia continuava a battere sul tetto di lamiera e le
luci arancioni della città oscillavano nella nebbia, mentre
Birgit strappava un foglio dall'agenda e scriveva un lungo
numero di telefono.
«Ha una casa, ma non per molto. Altrimenti chiedi
all'università, ma stai attento, perché la odiano.»
«Lorbeer andava a letto con la Kovacs, oltre che con la
Emrich?»
«Lorbeer non avrebbe avuto nessun problema. Ma credo
che il disaccordo tra le due donne non fosse per questioni di
sesso. Credo che riguardasse la molecola.» Si interruppe e
seguì lo sguardo di Justin, che era fisso in lontananza, dove
però non c'era nulla da vedere, a parte le cime di colline
lontane che spuntavano nella nebbia. «Tessa scriveva
spesso che ti amava» riprese sottovoce, rivolta al suo viso
girato dall'altra parte. «Non direttamente, non ce n'era
bisogno. Diceva che eri un uomo d'onore e che al momento
opportuno ti saresti fatto onore.»
Birgit si preparò ad andare. Justin le passò lo zaino e
insieme legarono Carl, che continuava a dormire, sul
seggiolino della bicicletta e sistemarono la mantella di
plastica. Lei gli si piazzò davanti e chiese: «Allora vai a
piedi?».
«Vado a piedi.»
Tirò fuori una busta da sotto la giacca.
«Questo è tutto ciò che ricordo del romanzo di Lorbeer.
L'ho scritto per te. Ho una brutta calligrafia, ma riuscirai a
leggerla.»
Lui si mise la busta sotto l'impermeabile. «Sei molto
gentile.»
«Buona passeggiata, allora.»
Stava per stringergli la mano, ma cambiò idea e lo baciò
sulla bocca tenendo ferma la bicicletta: un bacio severo,
deliberato, necessariamente goffo, di affetto e di addio.
Justin le resse la bicicletta mentre lei si metteva il casco
prima di montare in sella e allontanarsi pedalando in
discesa.

'Vado a piedi.'
Si avviò, tenendosi al centro della strada, con un occhio
sui cespugli di rododendro sempre più scuri lungo il
marciapiede. Ogni cinquanta metri c'era un lampione.
Scrutava i tratti in ombra tra un cono di luce e l'altro. L'aria
della sera profumava di mele. Arrivato in fondo alla discesa
si avvicinò alla Mercedes ferma e passò a una decina di
metri dal cofano. Nell'abitacolo non c'erano luci accese.
Davanti erano seduti due uomini, ma a giudicare dalle
sagome immobili non erano gli stessi due che aveva visto
passare poco prima. Continuò a camminare e l'auto lo
superò. Justin la ignorò, ma ebbe la sensazione che gli
uomini non ignorassero lui. La Mercedes giunse a un
incrocio e svoltò a sinistra. Justin girò a destra, nella
direzione delle luci del centro. Passò un taxi e il tassista lo
invitò a salire.
«Grazie, grazie» gli gridò Justin cordialmente «ma
preferisco andare a piedi.»
Non ebbe risposta. Adesso era su un marciapiede, sul
bordo. Attraversò un altro incrocio e imboccò una via molto
illuminata. Seduti sui portoni c'erano ragazzi e ragazze dallo
sguardo vacuo; agli angoli uomini con il giubbotto di pelle,
che parlavano al cellulare. Attraversò altri due incroci e vide
l'albergo.
Nella hall c'era la solita, inevitabile confusione serale.
Era appena arrivata una delegazione di giapponesi, con i
flash che scattavano e i facchini che caricavano mucchi di
costose valigie nell'unico ascensore. Nel mettersi in coda,
Justin si tolse l'impermeabile e se lo piegò sul braccio,
coprendo con cura la busta di Birgit nella tasca interna.
Quando arrivò l'ascensore, si fece da parte per far passare
prima le signore. Fu l'unico a scendere al terzo piano. Lo
squallido corridoio con le luci giallastre gli ricordò l'Uhuru
Hospital. Da tutte le stanze proveniva il rumore del
televisore acceso. La sua era la trecentoundici. La chiave era
una scheda di plastica con una freccia nera stampata. Il
frastuono di tutti quei televisori accesi
contemporaneamente lo irritava moltissimo e gli fece
venire una gran voglia di reclamare. Come faccio a scrivere
a Ham con questo fracasso? Entrò nella camera, posò
l'impermeabile su una sedia e vide che il responsabile di
quel baccano era il suo televisore. Dovevano averlo acceso
le cameriere nel rifare la stanza ed essersi dimenticate di
spegnerlo prima di uscire. Andò verso l'apparecchio. Era
sintonizzato su uno di quei programmi che detestava in
modo particolare: un cantante semisvestito urlava a
squarciagola in un microfono per la delizia di un pubblico di
giovani in estasi, mentre sullo schermo scendeva della neve
illuminata.
E quella fu l'ultima cosa che vide quando si spensero le
luci: fiocchi di neve che cadevano davanti ai suoi occhi. Su
di lui calò la notte. Fu raggiunto da un pugno e si sentì
stringere alla gola. Mani sconosciute gli inchiodarono le
braccia lungo i fianchi, gli ficcarono in bocca un pezzo di
stoffa ruvida, gli afferrarono le ginocchia con una presa da
rugby. Le gambe gli cedettero e temette di aver avuto un
infarto. Questa teoria trovò conferma quando un secondo
pugno lo colpì allo stomaco togliendogli l'ultimo po' di fiato
che gli restava, perché provò a gridare e non successe nulla,
non aveva più voce né respiro e il bavaglio lo soffocava.
Sentì delle ginocchia che gli si appoggiavano sul petto,
qualcosa che gli si stringeva intorno al collo. Pensò a un
cappio e immaginò che stessero per impiccarlo. Ebbe una
lucida visione di Bluhm inchiodato a un albero. Sentì odore
di dopobarba e ripensò al profumo di Woodrow e a quando
aveva annusato la sua lettera d'amore per sentire se aveva
lo stesso odore. Per un rarissimo attimo Tessa fu assente
dalla sua memoria. Giaceva a terra sul fianco sinistro e la
stessa cosa che lo aveva colpito allo stomaco, di qualunque
cosa si trattasse, lo colpì con forza spaventosa all'inguine.
Lo avevano incappucciato, ma non ancora impiccato, ed era
sempre sdraiato sul fianco. Il bavaglio gli provocava dei
conati ma, non potendo uscire dalla bocca, il vomito gli
rifluiva in gola. Mani sconosciute lo girarono sulla schiena
e gli allargarono le braccia, mettendolo con le nocche sulla
moquette e i palmi all'insù. Vogliono crocifiggermi come
Arnold. Ma non lo stavano crocifiggendo, non ancora: gli
torcevano le mani e il dolore, alle braccia, al petto e alle
gambe e al ventre, era più terribile di quanto avesse mai
immaginato di poter provare. Vi prego, pensò, non la mano
destra, altrimenti come faccio a scrivere a Ham?
Evidentemente udirono la sua invocazione, perché il dolore
cessò e una voce di uomo con accento tedesco, forse di
Berlino, piuttosto colta, diede ordine di girare di nuovo il
porco su un fianco e di legargli i polsi dietro la schiena e
l'ordine venne eseguito.
«Signor Quayle, mi sente?»
Era la stessa voce, ma questa volta in inglese. Justin non
rispose. Non per maleducazione, ma perché era finalmente
riuscito a sputare il bavaglio e stava vomitando di nuovo, e
il vomito gli colava sul collo e nel cappuccio. Il rumore della
televisione si affievolì.
«Ora basta, signor Quayle. Deve smetterla, okay?
Altrimenti farà la fine di sua moglie. Ha sentito? Vuole
essere punito ancora, signor Quayle?»
Il secondo Quayle fu accompagnato da un altro terribile
calcio nei testicoli.
«Forse è diventato un po' sordo. Le lasciamo un
bigliettino, okay? Sul letto. Così, quando si sveglia, lo legge
e non si dimentica. Poi se ne torna in Inghilterra, capito?
Basta far domande, okay? Torni a casa e faccia il bravo. La
prossima volta la ammazziamo come Bluhm. Sarà una
morte lenta e dolorosa. Capito?»
Un ultimo calcio perché si mettesse bene in testa la
lezione, poi Justin sentì la porta che si chiudeva.

Rimase solo, sdraiato nel buio e nel suo stesso vomito,


sul fianco sinistro, con le ginocchia al mento e le mani
legate dietro la schiena. Scariche elettriche di dolore gli
arrivavano al cranio da tutto il corpo. Rimase disteso in un
nero supplizio a fare l'inventario delle perdite – piedi,
stinchi, ginocchia, genitali, pancia, cuore, mani – ed ebbe la
conferma che c'erano tutti, anche se ammaccati. Si mosse,
nonostante i legacci, ed ebbe la sensazione di rotolare sui
carboni ardenti. Tornò all'immobilità e dentro di lui
cominciò a risvegliarsi un piacere terribile, che si allargò in
un alone vittorioso di consapevolezza. 'Mi hanno fatto di
tutto, ma sono rimasto quello che sono. Sono temprato.
Sono capace. Dentro di me c'è un uomo intatto. E, anche se
adesso tornassero e mi rifacessero le stesse cose, non lo
raggiungerebbero mai. Ho passato l'esame che avevo evitato
per tutta la vita. Sono laureato in dolore.'
Poi le fitte si attenuarono o la natura venne in suo aiuto,
fatto sta che si assopì, con la bocca chiusa, respirando dal
naso nella notte fradicia e puzzolente del suo cappuccio.
Udiva il televisore ancora acceso e, se non aveva perso del
tutto il senso dell'orientamento, doveva essere voltato da
quella parte, ma il cappuccio evidentemente era foderato,
perché non vi filtrava nemmeno un barlume di luce e
quando, con grande sforzo delle mani, rotolò sulla schiena,
non vide traccia del lampadario sul soffitto, malgrado fosse
acceso quando era entrato nella stanza e non ricordasse di
aver sentito che i suoi aguzzini lo avessero spento uscendo.
Tornò a girarsi su un fianco e per un po' cedette al panico,
in attesa che la parte più forte di lui riuscisse a riprendere il
sopravvento. Spremiti il cervello, Justin. Usa la testa, è
l'unica cosa che ti hanno lasciato intatta. Perché te l'hanno
lasciata intatta? Perché non volevano scandali. O per meglio
dire non voleva scandali chi li ha mandati. «La prossima
volta la ammazziamo come Bluhm.» Stavolta no, però,
malgrado ne avessero una voglia matta. Allora io grido. È
questo che faccio? Mi rotolo sul pavimento, prendo a calci i
mobili, le pareti e il televisore e faccio il pazzo finché
qualcuno non si accorge che non siamo due amanti
appassionati giunti all'estremo del sadomaso, ma un inglese
solo, legato e pestato con la testa in un sacco?
Il diplomatico consumato esaminò diligentemente le
conseguenze di una simile condotta. L'albergo chiama la
polizia. La polizia verbalizza la mia dichiarazione e chiama
il più vicino consolato britannico, in questo caso Hannover,
sempre che ci sia ancora. Arriva il console di turno, furioso
di essere stato interrotto durante la cena per colpa
dell'ennesimo Cittadino Britannico in Difficoltà, e il suo
primo istinto è controllarmi il passaporto. Quale dei due
non importa. Quello di Atkinson è un problema perché è
falso e basta una telefonata a Londra per accertarlo. Anche
quello di Quayle è un problema, per motivi diversi, ma con
analoghi risultati: il primo volo per Londra, senza discutere,
e un pericoloso comitato di accoglienza all'aeroporto.
Aveva le gambe libere. Fino a quel momento era stato
riluttante a separarle. Appena ci provò, sentì un fuoco
propagarsi dall'inguine al ventre e poco dopo lungo cosce e
stinchi. Ma riusciva ad allargare le gambe, a battere i piedi
l'uno contro l'altro e a sentire i tacchi che si toccavano.
Incoraggiato da quella scoperta, prese una decisione
estrema, rotolò sulla pancia e, senza volere, emise un grido.
Poi si morse le labbra per non gridare di nuovo.
Rimase cocciutamente a faccia in giù e con pazienza,
stando attento a non disturbare i vicini di camera, si
apprestò a sciogliere i legacci.
17.

L'aereo era un vecchio bimotore Beechcraft, noleggiato


dalle Nazioni Unite, con un comandante cinquantenne di
Johannesburg dall'aria vissuta e un secondo pilota nero e
tarchiato, con le basette. Su ognuno dei nove sedili logori
c'era una scatola di cartone bianco con il pranzo al sacco.
L'aeroporto era il Wilson, quello vicino al cimitero dove era
sepolta Tessa, e mentre l'aereo sudava e aspettava sulla
pista, Ghita si sforzò di riconoscere dall'oblò la sua tomba,
chiedendosi quanto ancora avrebbe dovuto aspettare per
avere una lapide. Ma vide solo erba di un verde argentato e
un pastore con una veste rossa e un bastone, fermo su un
piede solo, a sorvegliare le sue capre e un branco di gazzelle
che brucavano sotto cumuli di nubi grigio-azzurre. Aveva
infilato la borsa da viaggio sotto il sedile, ma era troppo
grossa e per non calpestarla era costretta a tenere larghi i
piedi con le scarpe un po' da suora. Faceva un caldo
spaventoso e il comandante aveva già avvertito i passeggeri
che non era possibile accendere l'aria condizionata prima
del decollo. Nella tasca laterale, chiusa da una cerniera,
aveva messo i suoi appunti e le credenziali di delegato
EADEC dell'Alto Commissariato britannico, mentre nella
borsa c'erano il pigiama e un cambio di vestiti. Lo faccio per
Justin. Sto seguendo le orme di Tessa. Non devo
vergognarmi della mia inesperienza o doppiezza. La parte
posteriore della fusoliera era stipata di sacchi di preziosa
"miraa", una pianta dai blandi effetti narcotici molto usata
nelle tribù del Nord e il cui consumo era permesso dalla
legge. Il suo profumo di legno stava riempiendo a poco a
poco l'aereo. Davanti a lei erano seduti quattro veterani del
mondo degli aiuti umanitari, due uomini e due donne.
Forse la "miraa" apparteneva a loro. Invidiò la loro aria
risoluta e disinvolta, i loro vestiti consunti e la loro sciatta
dedizione e si rimproverò in cuor suo, quando si accorse
che avevano più o meno la sua età. Le sarebbe tanto
piaciuto liberarsi dall'abitudine inculcatale dalle suore di
mostrarsi umile, di mettersi sull'attenti ogni volta che
stringeva la mano a una persona più importante di lei.
Curiosò dentro la scatola e vide due sandwich con le banane
verdi, una mela, una tavoletta di cioccolata e una
confezione di succo di frutto della passione. Non aveva
quasi chiuso occhio e aveva fame, ma il senso del decoro le
impedì di cominciare a mangiare prima del decollo. La sera
precedente il telefono aveva squillato in continuazione da
quando aveva messo piede in casa: erano i suoi amici,
indignati e increduli, che avevano saputo che Arnold era
ricercato. In quanto dipendente dell'Alto Commissariato,
Ghita aveva dovuto recitare la parte del politico consumato.
A mezzanotte, pur essendo stanca morta, si era azzardata a
compiere un passo dal quale non sarebbe più potuta tornare
indietro e che, se fosse andato a buon fine, l'avrebbe salvata
dalla terra di nessuno in cui si era rifugiata come
un'eremita da tre settimane a quella parte. Aveva frugato
nel vecchio vaso di ottone in cui teneva le cianfrusaglie e
aveva tirato fuori il foglietto che vi aveva nascosto. Se
sentisse il bisogno di parlarci, Ghita, ci chiami a questo
numero. Se non ci dovesse trovare, lasci un messaggio e la
contatteremo nel giro di un'ora, promesso. Le rispose una
voce maschile, africana e aggressiva, e Ghita sperò di aver
sbagliato numero. «Vorrei parlare con Rob o Lesley, per
cortesia.»
«Chi parla?»
«Voglio parlare con Rob o Lesley. Ci sono?»
«Chi è? Mi dica il suo nome e di che cosa si tratta,
subito.
«Vorrei parlare con Rob o Lesley, per cortesia.»
Nel sentirsi sbattere giù il telefono si rassegnò senza
drammi all'idea di essere sola, come peraltro sospettava. Da
quel momento in poi non ci sarebbero stati né Tessa, né
Arnold, né la saggia Lesley di Scotland Yard a sollevarla
dalla responsabilità delle sue azioni. I suoi genitori, che
pure adorava, non rappresentavano una soluzione. Suo
padre, avvocato, ascoltata la sua testimonianza avrebbe
dichiarato che da una parte era così, ma dall'altra cosà, e le
avrebbe chiesto quali prove oggettive aveva delle sue
gravissime affermazioni. Sua madre, la dottoressa, le
avrebbe detto: 'Stai esagerando, cara, torna a casa per un
po', hai bisogno di riposo'. Con quel pensiero fisso nella
mente confusa, aveva acceso il computer portatile sicura di
trovarvi altri messaggi accorati e scandalizzati su Arnold,
ma non appena si era collegata in rete lo schermo si era
messo a lampeggiare e quindi si era spento. Aveva ripetuto
l'operazione, invano. Aveva telefonato ad alcuni amici, ma a
quanto pareva ai loro computer non era successo niente.
«Wow, Ghita, avrai preso uno di quei virus tremendi che
arrivano dalle Filippine o da dove diavolo si nascondono i
pirati informatici!» aveva esclamato con una certa invidia
uno dei suoi amici, quasi Ghita fosse stata oggetto di
speciali attenzioni.
Può darsi, aveva ammesso, e aveva dormito male al
pensiero delle e-mail perdute, dei messaggi che si era
scambiata con Tessa e che non aveva mai stampato perché
preferiva rileggerli sullo schermo, dove erano più vividi che
mai, più 'Tessa'.
Il Beechcraft non era ancora decollato e Ghita, come sua
abitudine, si mise a riflettere sulle grandi questioni della
vita evitando con cura di affrontare la più grande di tutte, e
cioè che cosa sto facendo qui e perché? Due o tre anni
prima in Inghilterra – nell'era pre-Tessa, come la definiva
lei – Ghita soffriva per le difficoltà, reali e immaginarie, che
incontrava quotidianamente essendo anglo-indiana. Si
considerava un ibrido senza speranza, per metà ragazza di
colore in cerca di Dio, per metà donna bianca superiore a
razze inferiori e senza legge. Tutte le sere prima di
addormentarsi e tutte le mattine al risveglio si chiedeva
qual era il suo posto in un mondo di bianchi e come e dove
investire le sue ambizioni e la sua umanità, se continuare a
studiare danza e musica al college londinese cui si era
iscritta dopo Exeter o seguire le orme dei suoi genitori
adottivi e intraprendere una delle loro due professioni.
Questo spiega come mai una mattina, agendo d'impulso,
si fosse presentata a un concorso per entrare al Servizio di
Sua Maestà; come prevedibile dal momento che non si era
mai interessata di politica, non l'aveva passato, ma le era
stato consigliato di ritentare due anni dopo. Per certi versi
la decisione stessa di provarci, indipendentemente dal
risultato, l'aveva fatta riflettere sul motivo per cui si era
iscritta, e cioè che preferiva far parte del Sistema piuttosto
che rimanerne al di fuori e gratificare solo in parte le
proprie aspirazioni artistiche.
Fu a questo punto, durante una visita ai genitori in
Tanzania, che decise, anche questa volta d'impulso, di fare
domanda per entrare nello staff locale dell'Alto
Commissariato britannico e, una volta assunta, cercare di
far carriera. E se non l'avesse fatto, non avrebbe mai
conosciuto Tessa. Non si sarebbe mai messa in prima linea,
dove era intenzionata a rimanere, a battersi per le cose cui
voleva restare fedele, malgrado il fatto che, in ultima
analisi, si trattasse di concetti piuttosto generici: verità,
tolleranza, giustizia, amore per la vita e rifiuto quasi
violento dei loro contrari. Ma, soprattutto, Ghita si batteva
per ciò che i suoi genitori le avevano trasmesso e Tessa
ulteriormente confermato, ovvero che bisogna costringere il
Sistema a farsi interprete di quelle virtù, perché altrimenti
non ha motivo di esistere. Questo la riportò alla questione
più grande di tutte: aveva voluto molto bene a Tessa, aveva
voluto molto bene a Bluhm, voleva ancora bene a Justin e,
se proprio doveva essere sincera, più di quanto fosse
opportuno o corretto o come diavolo si doveva dire. Il fatto
di lavorare per il Sistema non la obbligava ad accettarne le
menzogne, come quelle uscite dalla bocca di Woodrow
soltanto il giorno prima. Al contrario, la obbligava a
rifiutarle e a rimettere il Sistema al suo posto, cioè dalla
parte della verità. Ciò spiegava in maniera per lei del tutto
soddisfacente ciò che stava facendo lì e perché. 'Meglio
essere all'interno del Sistema e combatterlo da dentro'
avrebbe detto suo padre, che per molti altri versi era un
iconoclasta, 'che essere fuori a urlare e contestarlo.'
Tessa, e la cosa meravigliosa era proprio questa, diceva
esattamente lo stesso.
Il Beechcraft si scrollò come un vecchio cane e fece un
balzo in avanti, prendendo faticosamente il volo. Dal
minuscolo oblò Ghita vide tutta l'Africa dispiegarsi ai suoi
piedi: bidonville, branchi di zebre in corsa, le coltivazioni di
fiori del lago Naivasha, gli Aberdare e il monte Kenya
appena tratteggiato all'orizzonte. E, a unire tutto questo
come un mare, tratti sconfinati di boscaglia bruna velata
dalla foschia, interrotti da chiazze verdi. L'aereo entrò in un
banco di nuvole cariche di pioggia e di colpo scese un
crepuscolo violaceo, a cui seguì un sole accecante,
accompagnato da un'esplosione potentissima proveniente
da un punto imprecisato a sinistra di Ghita. Senza preavviso
alcuno l'aereo si inclinò di lato, facendo scivolare nel
corridoio scatole con il pranzo, zaini e la borsa da viaggio di
Ghita, in un coro di allarmi e sirene e luci rosse
lampeggianti. Nessuno parlò, tranne un vecchio africano
che scoppiò in una risata e gridò: «Ti amiamo, Signore,
piantala di dimenticartelo», sollevando il morale e facendo
ridere nervosamente gli altri passeggeri. L'aereo non si era
ancora raddrizzato e il rombo del motore si era
notevolmente abbassato. Il secondo pilota africano con le
basette aveva pescato da qualche parte un manuale e stava
leggendo un elenco di procedure da eseguire in caso di
guasto, mentre Ghita cercava di sbirciargli da dietro la
schiena. Il capitano dall'aria vissuta si voltò per parlare ai
suoi codardi passeggeri. La bocca, storta e coriacea, aveva la
stessa inclinazione delle ali dell'aereo.
«Come avrete notato, signore e signori, abbiamo un
guasto a uno dei due motori» dichiarò seccamente. «Il che
significa che dobbiamo tornare al Wilson e cambiare
apparecchio.»
'Non ho paura' osservò Ghita compiaciuta. 'Prima che
Tessa morisse, queste erano cose che succedevano solo agli
altri. Adesso succedono anche a me, e io sono in grado di
affrontarle.'
Quattro ore più tardi era sulla pista di Lokichokio.
«Sei Ghita?» chiese una ragazza australiana gridando
per farsi sentire oltre il rombo dei motori e le urla di saluto
delle altre persone. «Io sono Judith. Ciao!»
Era alta, allegra, con le guance rosse, e portava un
cappello floscio da uomo, marrone, e una T-shirt che diceva
UNITED TEA SERVICES OF CEYLON. Si abbracciarono,
spontaneamente amiche in quel luogo selvaggio e
rumoroso. Gli aerei da carico delle Nazioni Unite
decollavano e atterravano continuamente, fra rombanti
camion bianchi che venivano smistati di qua e di là sotto il
sole cocente. Il caldo aveva aggredito Ghita appena sbarcata
e i fumi degli aerei luccicavano e facevano tremolare la
pista. Seguendo Judith, salì su una jeep e si sedette dietro,
in mezzo ai sacchi della posta, accanto a un cinese sudato
con un vestito nero e il collo alla coreana. Sulla corsia
opposta sfrecciavano jeep seguite da un convoglio di
camion bianchi diretti verso gli aerei da carico.
«Era una donna tanto cara!» gridò Judith, che era
seduta davanti, vicino all'autista. «Così impegnata!» Era
chiaro che stava parlando di Tessa. «Perché vogliono
arrestare Arnold? Sono proprio stupidi! Arnold non farebbe
del male a una mosca. Hai prenotato per tre notti, vero?
Solo che abbiamo un gruppo di nutrizionisti che vengono
dall'Uganda!»
Judith è qui per dar da mangiare ai vivi e non ai morti,
pensò Ghita mentre la jeep varcava sobbalzando un
cancello e imboccava un pezzo di strada asfaltata.
Superarono un gruppo di bancarelle e bar con un'insegna
scherzosa che diceva PICCADILLY DA QUESTA PARTE.
Davanti a loro si ergevano colline brune e tranquille. Ghita
disse che le sarebbe piaciuto andarci a fare un'escursione.
Judith replicò che non ne sarebbe tornata viva.
«Animali?»
«Uomini.»
Stavano per arrivare al campo. In uno spiazzo di terra
rossa vicino all'ingresso principale c'erano dei bambini che
giocavano a basket con un sacchetto bianco inchiodato a un
palo di legno come canestro. Judith accompagnò Ghita alla
reception a ritirare il passi. Nel firmare il registro, Ghita lo
sfogliò con aria indifferente e lo aprì alla pagina che fingeva
di non aver cercato:
Tessa Abbott, P.O. Box, Nairobi, Tucul 28.
A. Bluhm, Mèdecins de l'Univers, Tucul 29.
La data era la stessa.
«I giornalisti hanno dato un ballo» stava dicendo Judith
entusiasta. «Reuben gli ha fatto pagare cinquanta dollari a
testa, in contanti. Per un totale di ottocento dollari, cioè
ottocento set di album da disegno e pastelli colorati.
Secondo Reuben ci ritroveremo con due Van Gogh, due
Rembrandt e un Andy Warhol dinka.»
Reuben era il leggendario organizzatore di campi, pensò
Ghita, congolese, amico di Arnold.
Stavano percorrendo un ampio viale di tulipifere i cui
fiori scarlatti si stagliavano contro cavi sospesi e tucul
dipinti di bianco con il tetto di paglia. Un inglese
dinoccolato che sembrava un preside le superò su
un'antiquata bicicletta da poliziotto. Nel vedere Judith
suonò il campanello e la salutò con la mano.
«Le docce e le toilette sono dall'altra parte della strada.
La prima sessione comincia domani mattina alle otto in
punto, appuntamento davanti alla capanna trentadue»
annunciò Judith mentre mostrava a Ghita la sua stanza.
«L'insetticida è vicino al letto, ma ti consiglio di usare la
zanzariera. Hai voglia di fare un salto al club per bere una
birra prima di cena?»
Certo.
«Okay, allora. Senti, stai attenta. Certi ragazzi sono
piuttosto affamati, quando tornano dal lavoro sul campo.»
Ghita buttò là con disinvoltura: «Oh, a proposito, c'è
una certa Sarah, che era amica di Tessa. Mi farebbe piacere
salutarla».
Disfece la borsa e, armata di spugna e asciugamano,
attraversò coraggiosamente la strada. Era piovuto e il
frastuono del campo d'aviazione si era attenuato. Le colline
pericolose erano diventate nere e verde oliva. L'aria
profumava di spezie e di benzina. Fece la doccia, tornò al
tucul e si sedette con i suoi appunti a un tavolo malfermo
dove, sudando disperatamente, si perse nei meandri della
politica degli aiuti umanitari.

Il club di Loki era un albero frondoso sotto il quale si


trovavano una lunga tettoia di paglia, un bancone con un
murale di animali della giungla e un videoproiettore che
trasmetteva su una parete imbiancata immagini sfocate di
una vecchissima partita di football, con accompagnamento
di musica africana. L'aria della sera era attraversata dai
gridolini di gioia di volontari provenienti da posti
lontanissimi che si salutavano in lingue diverse, si
abbracciavano, si accarezzavano la faccia e passeggiavano
sottobraccio. Questa dovrebbe essere la mia patria
spirituale, pensò Ghita tristemente. Questo è il mio popolo
dell'arcobaleno, senza classe, senza razza, impegnato e
giovane come me. Vieni a Loki e preparati alla santità.
Poltrisci in aereo, indossa un'immagine romantica e prova il
brivido del pericolo! Sesso a volontà, una vita nomade senza
complicazioni! Niente monotono lavoro d'ufficio e un po'
d'erba da fumare sempre a disposizione! Gloria e ragazzi
quando torno dal lavoro sul campo, soldi e altri ragazzi
quando mi prenderò una vacanza! Chi può volere di più
dalla vita?
Io.
Io voglio capire che bisogno c'era di tutto questo
pasticcio, tanto per cominciare. E perché è necessario
adesso. Devo trovare il coraggio di dire, come Tessa nei suoi
momenti di massima indignazione: «Loki fa schifo. Non ha
più diritto di esistere del muro di Berlino. È un monumento
al fallimento della diplomazia. A cosa diavolo serve un
servizio di ambulanze Rolls-Royce, quando i nostri politici
non fanno nulla per prevenire gli incidenti?».
Il buio scese in un attimo. Il sole fu sostituito da
lampioni gialli e gli uccelli smisero di chiacchierare,
dopodiché ripresero le loro conversazioni a un volume più
accettabile. Era seduta a un tavolo lungo. Judith era tre
posti più in là, con un braccio sulle spalle di un antropologo
di Stoccolma, e Ghita pensava che non si sentiva così dai
tempi in cui era entrata in collegio, con la sola differenza
che dalle suore non beveva birra e non stava seduta allo
stesso tavolo con una mezza dozzina di giovanotti di bella
presenza che soppesavano con lo sguardo la sua
disponibilità ed esperienza sessuale. Ascoltava storie di
posti che non aveva mai sentito nominare e di gesta così
avventurose da essere assolutamente fuori dalla sua
portata, ne era convinta, ma faceva del suo meglio per
sembrare informata e solo vagamente impressionata.
L'oratore del momento era uno yankee del New Jersey, un
duro che chiamavano Hank the Hawk. Secondo Judith era
un ex pugile e usuraio che si era dedicato al volontariato
come alternativa alla malavita. Concionava sulle fazioni in
guerra nella zona del Nilo: l'S.P.L.E. aveva
temporaneamente leccato il culo all'S.P.L.M., gli S.S.I.M.
stavano facendo mangiare merda a un'altra sigla,
massacrando gli uomini, portando via le donne e il
bestiame e più in generale contribuendo ad aumentare il già
spaventoso numero di vittime delle insensate guerre civili
del Sudan. E Ghita beveva la sua birra sforzandosi di
sorridere con Hank the Hawk, il cui monologo sembrava
rivolto esclusivamente a lei, in quanto ultima arrivata e sua
prossima conquista. Perciò fu grata a una grassa africana di
età indefinibile, in calzoncini corti, scarpe da ginnastica e
berretto con la visiera, che emerse dal buio, le diede una
pacca sulla spalla e gridò: «Sono Sarah la sudanese, tesoro.
Così tu devi essere Ghita. Non mi avevano detto che eri così
carina. Vieni a prendere una tazza di tè da me, cara». E,
senza tante cerimonie, la guidò tra un dedalo di uffici fino a
un tucul che sembrava una cabina da spiaggia su palafitte e
conteneva un letto singolo, un frigorifero e una libreria
piena di classici della letteratura inglese, da Chaucer a
James Joyce, tutti della stessa collana.
Fuori c'erano un balconcino e due poltrone per sedersi a
guardare le stelle e ammazzare le zanzare dopo aver messo
su il bollitore dell'acqua.

«Ho sentito che adesso vogliono arrestare Arnold»


esordì tranquilla Sarah la sudanese dopo che ebbero
debitamente compianto la morte di Tessa. «Be', mi sembra
giusto. Quando si decide di nascondere la verità, la prima
cosa da fare è dare in pasto alla gente una verità diversa per
tenerla buona. Altrimenti comincia a chiedersi se la verità
vera non si trova per caso nascosta da qualche parte, e
questo non va affatto bene.»
Una maestra di scuola, decise Ghita. O una governante.
Abituata a dilungarsi e a ripetere i propri pensieri a bambini
distratti.
«E dopo l'omicidio viene la copertura» continuò Sarah
con lo stesso ritmo benevolo. «Non bisogna dimenticare
che è molto più difficile una copertura ben fatta di un
omicidio mal fatto. Un reato, be', un reato puoi sempre
sperare di non pagarlo. Invece la copertura ti porta dritto in
galera.» Sottolineava il problema con le grosse mani.
«Copri bene da una parte e se ne scopre un'altra. Allora
copri quella. Poi ti volti e vedi che si scopre di nuovo il
primo pezzo. Ti rivolti e ti accorgi di un piede che spunta da
sotto la sabbia, sicuro come è sicuro che Caino uccise Abele.
Allora che cosa vuoi che ti dica, cara? Ho la sensazione che
non stiamo parlando delle cose che ti interessano.»
Ghita cominciò astutamente raccontando che Justin
cercava di farsi un'idea degli ultimi giorni di vita di Tessa.
Gli sarebbe piaciuto sapere che la sua ultima visita a Loki
era stata serena e proficua. Sarah poteva dirle qual era stato
esattamente il contributo di Tessa al seminario sulla presa
di coscienza dei ruoli sessuali? Aveva tenuto una relazione,
forse, attingendo alla sua competenza legale o alle
esperienze fatte con le donne del Kenya? C'era un episodio
particolare o un momento felice che Sarah ricordava e che a
Justin avrebbe potuto far piacere sentire?
Sarah la ascoltò con l'espressione soddisfatta e gli occhi
che brillavano sotto la visiera del berretto, mentre
sorseggiava il tè e colpiva zanzare con la grande mano
libera, senza mai smettere di sorridere ai passanti o di
chiamarli: «Ciao, Jeannie, carissima! Birichina! Che cosa
fai con quel perdigiorno di Santo? Hai intenzione di scrivere
tutto questo a Justin, cara?».
La domanda colse Ghita alla sprovvista. Andava bene o
male che avesse intenzione di scrivere a Justin? Erano tutte
insinuazioni? All'Alto Commissariato Justin era
considerato una nullità. Lo era anche lì?
«Be', sono certa che a Justin farebbe piacere che gli
scrivessi» ammise timidamente. «Ma lo farò solo se posso
dirgli qualcosa che lo aiuti a mettersi l'anima in pace. Se
mai sarà possibile. Voglio dire, non gli racconterei mai nulla
che lo facesse soffrire» protestò, perdendo il filo. «Cioè,
Justin sa che Tessa e Arnold viaggiavano insieme. Ormai lo
sanno tutti. Qualunque cosa ci fosse tra di loro, si è
rassegnato.»
«Oh, tra quei due non c'era niente, cara, credimi» disse
Sarah con una risatina. «Sono tutte invenzioni dei giornali.
È escluso nella maniera più assoluta, te l'assicuro. Ciao,
Abby, come va? Quella è mia sorella Abby. Ne ha avuti più
della media: è stata sposata quasi quattro volte.»
L'importanza di quelle due affermazioni, ammesso che
ne avessero, sfuggì a Ghita, troppo presa a puntellare quella
che suonava sempre più come una sciocca bugia. «Justin
vuole riempire i vuoti» continuò arrancando
coraggiosamente. «Vorrebbe essere up to date, vorrebbe i
particolari, ricostruire tutto ciò che Tessa ha fatto e pensato
negli ultimi giorni. Voglio dire, è chiaro che se tu mi dicessi
cose che potrebbero – come dire – fargli del male, io non
mi sognerei nemmeno di riferirgliele. È ovvio.»
«Up-to-date» ripeté Sarah e sorrise tra sé scuotendo di
nuovo la testa. «Ah, l'inglese... Tessa sì che era up-to-date.
Colta, informata... Ora, secondo te, che cosa erano venuti a
fare quassù? Ad amoreggiare come due sposini in luna di
miele? Non sarebbe stato da loro.»
«A partecipare al seminario, mi pare ovvio. Hai
partecipato anche tu? Immagino che fossi presidente o
qualcosa di importante. Non ti ho neppure chiesto che cosa
fai qui. Dovrei saperlo. Scusa.»
«Non scusarti, cara, non è il caso. Dì semplicemente che
sei un po' in alto mare. Che vorresti essere up to date anche
tu.» Rise. «Sì, be', adesso ricordo. Ho partecipato al
seminario. Forse sono anche stata presidente. Facciamo a
turno. Era un bel gruppo, questo lo ricordo. Due africane in
gamba di Dhiak, la vedova di un medico di Aweil, un po'
piena di sé ma ricettiva, nonostante il sussiego, e un paio di
giovani donne che lavoravano in uno studio legale di non
ricordo più dove. Un bel gruppo, posso dirlo
tranquillamente. Ma che cosa faranno queste donne una
volta tornate in Sudan, non c'è modo di saperlo. Puoi
grattarti la testa e spremerti il cervello finché vuoi.»
«Forse Tessa era in rapporti con le giovani donne che
lavoravano nello studio legale» suggerì Ghita speranzosa.
«Forse. Ma molte di queste donne non hanno mai preso
un aereo prima d'ora, tesoro. Si sentono male, hanno paura
e noi dobbiamo incoraggiarle perché parlino e ascoltino, che
è il motivo per cui sono venute qui. Alcune hanno talmente
paura che non vogliono parlare con nessuno, vogliono solo
tornare a casa alla loro infamia. Non metterti mai in questo
settore se hai paura di fallire, cara, lo dico a tutti. Conta i
successi e non pensare mai a tutte le occasioni in cui hai
fallito, è questo il consiglio di Sarah la sudanese. Hai ancora
qualche domanda da farmi sul seminario?»
La confusione di Ghita crebbe. «Dimmi, Tessa ha fatto
una bella figura? Si è divertita?»
«Questo proprio non lo posso sapere, ti pare?»
«Ci sarà qualcosa che ricordi di averle visto fare o dire!
Tessa era una che non si dimentica.» Le parve di essere
stata maleducata, e non voleva. «E neanche Arnold.»
«Be', non dirò che ha contribuito a quella discussione,
cara, perché non sarebbe vero. Tessa non ha partecipato a
quel dibattito, posso dirlo con certezza.»
«E Arnold?»
«Nemmeno.»
«Non ha letto una relazione, né altro?»
«Niente di niente, mia cara. Né lui né lei.»
«Mi stai dicendo che sono stati lì zitti ad ascoltare? Tutti
e due? Non è da Tessa tacere. Né da Arnold, per la verità.
Quanto è durato il seminario?»
«Cinque giorni. Ma Tessa e Arnold non sono stati a Loki
cinque giorni. Sono pochi quelli che ci stanno tanto. Chi
viene qui preferisce pensare di essere diretto altrove e Tessa
e Arnold non facevano eccezione.» Tacque e studiò Ghita,
quasi stesse valutando la sua adeguatezza a chissà che cosa.
«Sai che cosa sto dicendo, cara?»
«No, ho paura di no.»
«Forse allora sai quello che non sto dicendo.»
«Neanche.»
«Ma allora che cosa diavolo vuoi?»
«Sto cercando di scoprire che cosa hanno fatto Arnold e
Tessa negli ultimi giorni, prima di morire. Justin mi ha
scritto chiedendomelo espressamente.»
«Hai per caso con te la sua lettera?»
Con mano tremante Ghita la tirò fuori dalla borsa nuova
che aveva comprato per quel viaggio. Sarah la portò nel
tucul per leggerla alla luce, quindi rimase un attimo in piedi
da sola prima di tornare a sedersi sulla veranda con un'aria
di notevole confusione morale.
«Vuoi dirmi una cosa, cara?»
«Se posso.»
«Tessa ti ha detto personalmente che lei e Arnold
venivano qui a Loki per un seminario sulla presa di
coscienza dei ruoli sessuali?»
«È quello che hanno detto a tutti.»
«E tu ci hai creduto?»
«Sì. Ci abbiamo creduto tutti. Anche Justin. E ci
crediamo ancora.»
«E Tessa era una tua cara amica? Mi hanno detto che
eravate come sorelle. Eppure non ti ha mai detto che aveva
altri motivi per venire quassù? O che il seminario era un
pretesto, una scusa bella e buona, come la sostenibilità
degli aiuti umanitari è un pretesto per te, immagino?»
«All'inizio Tessa mi raccontava delle cose, poi ha
cominciato a preoccuparsi per me. Pensava di avermi detto
troppo e che non fosse giusto impormi quel fardello. Sono
stata assunta a tempo determinato e Tessa sapeva che
avevo intenzione di fare carriera. Che volevo passare il
concorso.»
«E lo vuoi ancora?»
«Sì. Ma questo non significa che non mi si possa dire la
verità.»
Sarah bevve un sorso di tè, si aggiustò la visiera e si
accomodò sulla poltrona. «Ti fermerai tre notti, ho
sentito.»
«Sì. Torno a Nairobi giovedì.»
«Bene. Benissimo. Vedrai che la conferenza sarà
interessante. Judith è una donna in gamba, con molto
senso pratico, e non si fa mettere i piedi in testa da
nessuno. È un po' dura con chi è lento a capire, ma non è
mai volutamente sgarbata. E domani sera ti presenterò il
comandante McKenzie, che è un mio buon amico. L'hai mai
sentito nominare?»
«No.»
«Tessa o Arnold non hanno mai parlato di un certo
comandante McKenzie in tua presenza?»
«No.»
«Be', il comandante fa il pilota per noi qui a Loki. Oggi è
andato a Nairobi, quindi penso che vi siate incrociati in
volo. Doveva ritirare dei rifornimenti e sbrigare una certa
faccenda. Ti piacerà, vedrai. È un uomo molto cortese e di
grande cuore, su questo non ci piove. È difficile che da
queste parti succeda qualcosa di cui il comandante
McKenzie non è al corrente ed è anche difficile che gli
scappi detto qualcosa che non andava detto. Ha combattuto
in molte brutte guerre, ma adesso è un uomo di pace, e per
questo è qui a Loki a dar da mangiare alla mia gente
affamata.»
«Lui e Tessa si conoscevano bene?» domandò Ghita
timorosa.
«Il comandante McKenzie conosceva Tessa e la
considerava una brava persona. Punto e basta. Il
comandante McKenzie non approfitterebbe di una signora
sposata così come non lo farebbe Arnold. Ma, più che Tessa,
conosceva Arnold e pensa che alla polizia di Nairobi devono
essere impazziti se credono che sia stato lui ad ammazzarla,
e glielo vuole andare a dire, già che è là. Anzi, direi che uno
dei motivi principali per cui è andato a Nairobi stavolta è
proprio questo. E quello che gli dirà non farà piacere a
nessuno perché, credimi, il comandate McKenzie non ha
peli sulla lingua, quando deve dire quello che pensa.»
«Era qui a Loki quando Tessa e Arnold sono venuti per
il seminario?»
«Sì, era qui. E ha visto Tessa molto più di quanto l'abbia
vista io, cara, di gran lunga.» Si interruppe e per un po'
rimase a guardare le stelle. Ghita ebbe l'impressione che
stesse cercando di prendere una decisione, tipo se parlare o
tenere per sé i propri segreti, come lei stava facendo ormai
da tre settimane.
«Allora, cara» disse alla fine Sarah. «Ti ho ascoltata, ti
ho osservata, ho riflettuto e sono preoccupata per te. E sono
giunta alla conclusione che sei una ragazza con la testa sul
collo, sei anche una persona buona, per bene, con un
grande senso di responsabilità, cosa che io apprezzo molto.
Se io mi sono sbagliata e non è così, tra tutte e due
rischiamo di mettere nei guai il comandante McKenzie.
Quello che sto per dirti è pericoloso e, una volta detto, non
c'è modo di cancellarlo. Per cui ti consiglio di dirmi se ti ho
sopravvalutata o se ti ho giudicata bene. Perché quelli che
parlano a sproposito sono incorreggibili. Questa è un'altra
delle cose che ho imparato. Giurano sulla Bibbia di non
farlo mai più e il giorno dopo ci ricascano e lo rifanno. La
Bibbia non fa la minima differenza per loro.»
«Capisco» disse Ghita.
«Stai per dirmi che ho interpretato male ciò che ho
sentito, visto e pensato di te? O posso dirti quello che penso
e tu porterai per sempre il peso di questa responsabilità?»
«Vorrei che ti fidassi di me, ti prego.»
«Immaginavo che avresti risposto così. Allora stammi a
sentire. Te lo dirò sottovoce, quindi avvicinati un po'.»
Sarah la sudanese si toccò la visiera del berretto, invitando
Ghita a sederlesi accanto. «Ecco. E speriamo che i gechi ci
diano una mano facendo rumore. Tessa non è mai venuta a
quel seminario, e Arnold neanche. Appena hanno potuto,
sono saliti sulla jeep del mio amico McKenzie e sono andati
zitti zitti al campo di aviazione, senza farsi notare. E,
appena ha potuto, il comandante li ha imbarcati sul suo
Buffalo e li ha portati al Nord, senza passaporto, né visto, né
alcuna delle formalità normalmente richieste dai ribelli del
Sudan meridionale, che non riescono a smettere di farsi la
guerra tra loro e non hanno né lo spirito né l'intelligenza di
allearsi contro gli arabi cattivi del Nord, che credono che
Allah perdoni tutto, anche se il suo Profeta dice di no.»
Ghita pensò che Sarah avesse finito e fece per parlare.
Invece aveva appena iniziato.
«Un'ulteriore complicazione è data dal fatto che il signor
Moi, che non sarebbe in grado di dirigere un circo di pulci
con l'aiuto di tutto il suo governo nemmeno se ci fosse da
guadagnarci, si è messo in testa che deve gestire il campo di
aviazione di Loki. L'avrai notato. Non è che voglia tanto
bene alle ONG, è che gli fanno gola le tasse aeroportuali. E
il dottor Arnold ci teneva molto che né Moi né i suoi amici
venissero a sapere del loro viaggio, dovunque stessero
andando.»
«Ma dove stavano andando?» sussurrò Ghita. Sarah
però continuò imperterrita per la sua strada.
«Vedi, io non ho mai chiesto dove, perché non sono
sicura di che cosa potrei dire nel sonno. Anche se non c'è
nessuno ad ascoltarmi, di questi tempi. Sono troppo
vecchia. Comunque il comandante McKenzie lo sa, è logico.
Li ha riportati qui l'indomani all'alba, con la stessa
discrezione con cui erano partiti per non so dove. E il dottor
Arnold mi fa: 'Sarah, non siamo mai andati da nessuna
parte, siamo stati qui a Loki e abbiamo assistito al tuo
seminario ventiquattr'ore su ventiquattro. Tessa e io ti
saremo grati, se non dimenticherai questo importante dato
di fatto'. Ma Tessa ora è morta e difficilmente sarà grata a
Sarah la sudanese o a chicchessia. E il dottor Arnold, ho
l'impressione, è peggio che morto. Perché il signor Moi ha
amici dappertutto, che ammazzano e rubano come gli pare e
piace, e cioè molto. Quando prendono prigioniero uno per
estorcergli certe verità, dimenticano ogni compassione e
questo è un fatto che ti conviene ricordare per il tuo bene,
tesoro, perché ti stai avventurando in acque molto
pericolose. Per questo ho deciso che devi assolutamente
parlare con il comandante McKenzie. Lui sa cose che io
preferisco non sapere. Perché Justin, che a quanto mi
dicono è un brav'uomo, ha bisogno di tutte le informazioni
possibili riguardo a sua moglie e al dottor Arnold. Ora, è
giusto quello che penso o no?»
«È giusto» dichiarò Ghita.
Sarah finì il tè e posò la tazza. «Benissimo, allora.
Adesso vai a mangiare e a riposarti. Io starò qui ancora un
po', cara, perché in questo posto non si fa altro che parlare,
parlare, parlare, come avrai notato. E non prendere la capra
al curry, tesoro, anche se la capra ti piace moltissimo,
perché il cuoco somalo, che è un ragazzo intelligente e un
giorno diventerà un bravo avvocato, per la capra al curry è
proprio negato.»

Ghita non avrebbe saputo dire come arrivò alla fine


della prima giornata del seminario sulla sostenibilità, ma
quando alle cinque suonò la campanella – soltanto dentro
la sua testa – si rese conto soddisfatta di non aver fatto
brutta figura, di non aver parlato né troppo né troppo poco,
di aver ascoltato umilmente le opinioni dei partecipanti più
anziani e più esperti e aver preso abbondanti appunti per
l'ennesimo rapporto EADEC che nessuno avrebbe letto.
«Contenta di essere venuta?» le chiese Judith,
prendendola allegramente per un braccio alla fine della
seduta. «Ci vediamo al club, allora.»
«Questa è per te, cara» le disse Sarah, spuntata da una
delle capanne del personale per porgerle una busta
marrone. «Buona serata.»
«Anche a te.»
La calligrafia di Sarah veniva dritta da un quaderno di
scuola.

"Carissima Ghita,
il comandante McKenzie sta nel tucul Entebbe, che è il
numero quattordici dalla parte della pista di atterraggio.
Portati una torcia per quando si spengono i generatori. Ti
aspetta con piacere per le nove, dopo cena. È un
gentiluomo, quindi non temere. Ti prego di dargli questo
biglietto, così sarò sicura che verrà prudentemente
eliminato. Abbi cura di te e ricordati le tue responsabilità
per quanto riguarda la discrezione.
Sarah"

I nomi dei tucul a Ghita ricordavano quelli dei


reggimenti sulle lapidi della chiesa del paesino vicino alla
scuola delle suore che aveva frequentato in Inghilterra. La
porta dell'Entebbe era soltanto accostata, ma la zanzariera
subito dietro era ben chiusa. C'era una lanterna controvento
azzurra accesa e il comandante McKenzie vi era seduto di
fronte, per cui avvicinandosi al tucul Ghita vide soltanto
una sagoma china sul tavolo a scrivere come un monaco. E,
dal momento che dava molta importanza alle prime
impressioni, rimase per un attimo a osservarlo: l'aria
scontrosa e l'assoluta immobilità facevano presagire un
inflessibile carattere militare. Stava per bussare sul telaio
della porta, ma il comandante l'aveva sentita o vista o aveva
intuito che stava per arrivare, perché balzò in piedi e con
due passi atletici andò alla zanzariera e la aprì.
«Ghita, sono Rick McKenzie. Sei puntualissima. Hai un
biglietto per me?»
'Neozelandese' pensò lei, e fu sicura di avere ragione. A
volte dimenticava quanto conoscesse bene i nomi e gli
accenti inglesi, ma non quella sera. Neozelandese e, visto
più da vicino, prossimo più ai cinquanta che ai trenta, ma
questo lo pensò soltanto per via delle rughe sottili sulle
guance scavate e dei fili grigi tra i capelli neri ben curati. Gli
porse il biglietto di Sarah e rimase a guardare mentre lui le
voltava le spalle e lo avvicinava alla lanterna. La stanza era
spoglia e pulita, con un'asse da stiro, scarpe marroni lucide
e una branda militare fatta come le avevano insegnato le
suore, come negli ospedali, con il lenzuolo ripiegato sulla
coperta e poi ancora piegato per formare un triangolo.
«Perché non ti siedi lì?» le disse indicandole una sedia
da cucina. Mentre lei andava al suo posto, la lanterna si
mosse alle sue spalle e andò a posarsi sulla soglia del tucul.
«Così non si vede dentro» le spiegò il comandante.
«Abbiamo spie a tempo pieno, da queste parti. Vuoi una
Coca?» Gliela porse con il braccio teso. «Sarah dice che sei
una persona fidata, Ghita. A me sta bene. Tessa e Arnold
non si fidavano di nessuno, tranne di loro stessi, in questa
faccenda. E di me perché non potevano farne a meno. È così
che mi piace lavorare. Sei venuta al convegno sulla
sostenibilità, ho sentito.» Era una domanda.
«Il seminario sulla sostenibilità è un pretesto. Justin mi
ha scritto chiedendomi di scoprire che cosa stavano facendo
Tessa e Arnold a Loki nei giorni prima che lei morisse. Non
credeva alla storia del seminario sulla presa di coscienza dei
ruoli sessuali.»
«Ha perfettamente ragione. Hai la sua lettera?»
La mia carta d'identità, pensò Ghita. La prova che sono
davvero l'ambasciatrice di Justin. Gliela porse e lo guardò
mentre si alzava per andare a prendere un paio di occhiali
dalla severa montatura di metallo e attraversava il fascio di
luce della lanterna per uscire dalla traiettoria della porta.
Le restituì la lettera e disse: «Allora stammi a sentire».
Ma prima accese la radio, ansioso di stabilire quello che
definì con pedanteria «un livello di rumorosità accettabile».

Ghita era distesa sul letto, sotto il lenzuolo. Di notte non


faceva meno caldo che di giorno. Attraverso la zanzariera
vedeva il bagliore rosso dello zampirone acceso. Aveva
tirato le tende, ma erano molto sottili. Davanti alla sua
finestra sfilavano rumori di passi e voci e ogni volta aveva la
tentazione di saltare giù dal letto e gridare «Ciao!». Ripensò
a Gloria che, la settimana prima, con suo grande imbarazzo
l'aveva invitata a giocare a tennis al club.
«Dimmi, cara» le aveva chiesto dopo averla battuta sei-
due in tutti e tre i set, mentre tornavano a braccetto verso il
club. «Tessa aveva una specie di cotta per Sandy, o
viceversa?»
Al che Ghita, nonostante la sua profonda devozione
all'altare della verità, aveva mentito guardandola negli occhi
senza nemmeno arrossire. «Sono sicura che non c'era
niente del genere da parte di nessuno dei due» aveva
risposto compassata. «Che cosa te lo fa pensare, Gloria?»
«Niente, cara, niente. Solo la faccia che aveva Sandy al
funerale, credo.»
Dopo Gloria, tornò a pensare al comandante McKenzie.
«C'è un boero pazzo che dirige un centro di
distribuzione degli aiuti alimentari otto chilometri a ovest
di un paese che si chiama Mayan» le diceva tenendo la voce
leggermente più bassa di quella di Pavarotti. «Un invasato.»
18.

Justin si era rabbuiato e le rughe sul suo viso si erano


fatte più profonde, tanto che la luce bianca del cielo
sconfinato del Saskatchewan non riusciva a illuminarne le
ombre. La cittadina era sperduta, a tre ore di treno da
Winnipeg, in mezzo a una distesa di neve sconfinata. Si
incamminò a passo deciso, evitando gli sguardi dei rari
passanti. Il vento incessante che soffiava tutto l'anno dallo
Yukon o dal circolo polare artico sulla pianura, gelando la
neve, piegando il frumento e facendo tremare i segnali
stradali e i cavi dell'alta tensione, non portava colore alle
sue guance incavate. Il freddo intensissimo – più di venti
gradi sotto zero – aveva l'unico effetto di farlo procedere
più spedito, nonostante il dolore. Prima di salire in treno a
Winnipeg si era comprato un giaccone imbottito, un
cappello di pelliccia e un paio di guanti. La collera che aveva
dentro lo pungeva come una spina. Nel portafoglio teneva
un rettangolino di carta bianca con la scritta: SE NON VUOI
FARE LA FINE Dl TUA MOGLIE, TORNATENE SUBITO A
CASA E STA' ZITTO.

Ma era stata sua moglie a portarlo fin lì. Era stata lei a
liberargli le mani, a togliergli il cappuccio. Lei lo aveva
aiutato ad alzarsi in ginocchio e a raggiungere piano piano il
bagno. Con il suo incoraggiamento, Justin era riuscito a
tirarsi su, anche se non del tutto, appoggiandosi alla vasca
da bagno, ad aprire il rubinetto della doccia e a bagnarsi la
faccia, la camicia e il collo della giacca perché sapeva – era
stata lei a dirglielo – che se si fosse spogliato non ce
l'avrebbe più fatta a rivestirsi. La camicia era sporca di
vomito e anche la giacca era macchiata, ma era riuscito a
ripulirle alla bell'e meglio. Aveva sonno, ma lei non lo aveva
lasciato dormire. Aveva cercato di pettinarsi, ma non era
riuscito a distendere a sufficienza le braccia. Aveva la barba
di un giorno, ma doveva tenersela. Quando si era alzato in
piedi, aveva avuto un giramento di testa, ma per fortuna era
arrivato al letto senza cadere. Su consiglio di Tessa, mentre
giaceva in un seducente dormiveglia, aveva evitato di tirare
su il telefono e chiamare il concierge o chiedere assistenza
medica alla dottoressa Birgit. Non ti fidare di nessuno, gli
aveva raccomandato Tessa, e lui le aveva ubbidito. Aveva
aspettato che il mondo si raddrizzasse e poi si era alzato di
nuovo in piedi per appoggiarsi barcollando alla parete
opposta, grato delle dimensioni ridotte della stanza.
Aveva lasciato l'impermeabile su una sedia. C'era
ancora. Con sua sorpresa, c'era anche la busta che gli aveva
consegnato Birgit. Aveva aperto l'armadio e controllato la
cassaforte: era chiusa. Aveva composto la data del suo
matrimonio rischiando di svenire dal dolore a ogni cifra che
doveva inserire; la cassaforte si era aperta e Justin aveva
visto il passaporto di Peter Atkinson che dormiva beato al
suo interno. Con le mani doloranti, ma apparentemente
senza nessuna frattura, lo aveva preso e se lo era messo
nella tasca interna della giacca. Si era infilato con fatica
l'impermeabile e in qualche modo era riuscito ad
abbottonarlo, prima al collo e poi in vita. Avendo deciso di
viaggiare leggero, aveva solo una borsa a tracolla. I soldi
c'erano ancora. Aveva preso il necessaire per radersi dal
bagno e camicie e biancheria dal comò e li aveva gettati
nella borsa. Sopra aveva appoggiato la busta di Birgit e
quindi aveva chiuso la cerniera. Quando si era messo la
tracolla sulla spalla, aveva lanciato un grido di dolore.
L'orologio segnava le cinque del mattino e sembrava
funzionare. Era uscito prudentemente nel corridoio e,
appoggiandosi al muro, aveva raggiunto l'ascensore. Al
pianterreno aveva incontrato due donne in costume turco
che passavano un aspirapolvere industriale. L'anziano
portiere di notte sonnecchiava dietro il banco della
reception. Chissà come, Justin gli aveva dato il numero
della stanza e gli aveva chiesto il conto, poi si era infilato
una mano in tasca, aveva contato le banconote e gli aveva
lasciato una lauta mancia «con tanti auguri di Natale in
ritardo».
«Posso prenderne uno?» gli aveva domandato poi con
una voce a lui sconosciuta, indicando il portaombrelli di
ceramica accanto alla porta.
«Prego, prego. Quanti ne vuole» aveva risposto il
vecchio.
L'ombrello aveva un robusto manico di frassino che gli
arrivava all'altezza dei fianchi. Appoggiandovisi, aveva
attraversato la piazza vuota e raggiunto la stazione. Si era
fermato a prendere fiato prima di affrontare la scala che
portava nell'atrio e si era ritrovato a fianco il portiere
dell'albergo. Stupito, per un attimo aveva creduto che fosse
Tessa.
«Ce la fa?» gli aveva chiesto premuroso il vecchio.
«Sì.»
«Vuole che le faccia il biglietto?»
Justin si era voltato e gli aveva fatto cenno di prendere i
soldi dalla tasca. «Zurigo» aveva detto. «Solo andata.»
«Prima classe?»
«Certamente.»
La Svizzera era un sogno di bambino. Quarant'anni
prima i suoi genitori lo avevano portato in vacanza in
Engadina, dove avevano alloggiato in un bellissimo hotel in
un tratto di bosco fra due laghi. Non era cambiato niente.
Nemmeno il lucido parquet, i vetri colorati o la "chƒtelaine"
dal volto severo che gli aveva mostrato la camera. Dal
lettino sul balcone Justin osservò gli stessi laghi che
brillavano al sole del tramonto e lo stesso pescatore sulla
barca a remi nella nebbia. I giorni passarono senza che li
contasse, fra visite alle terme e il macabro rintocco del gong
che annunciava cene solitarie in mezzo a coppie di anziani
coniugi che chiacchieravano a bassa voce. In una stradina di
vecchi chalet un pallido dottore e la sua assistente gli
medicarono le ferite. «Ho avuto un incidente d'auto» spiegò
Justin. Il dottore aggrottò le sopracciglia e la sua giovane
assistente scoppiò a ridere.
La sera veniva convocato dal suo mondo interiore, come
sempre gli accadeva da quando Tessa era morta. Chino sullo
scrittoio intarsiato, nel bovindo, a scrivere pervicacemente a
Ham con la mano piena di lividi o a seguire i travagli di
Markus Lorbeer raccontati da Birgit per poi riprendere la
sua cronaca d'amore, Justin cominciava a provare un senso
di compiutezza. Se Lorbeer il penitente era nel deserto a
espiare la propria colpa nutrendosi di locuste e miele
selvatico, anche Justin era solo con il proprio destino. Ma
era risoluto. E, per certi oscuri versi, purificato. Non aveva
mai pensato che al termine della sua ricerca ci fosse un
lieto fine. Non era mai stato neppure sfiorato dall'idea che
potesse esserci un lieto fine. Fare propria la missione di
Tessa – imbracciare la sua bandiera e adottare il suo
coraggio – era già un obiettivo sufficiente per lui. Tessa era
stata testimone di una mostruosa ingiustizia e aveva preso
posizione contro di essa. Anche Justin l'aveva vista, benché
troppo tardi. E la battaglia di Tessa era diventata la sua.
Tuttavia, quando ricordava l'eterna notte del cappuccio
nero e l'odore del proprio vomito, quando passava in
rassegna i lividi che gli erano stati sistematicamente
procurati, le impronte ovali gialle e bluastre simili a note
musicali che aveva sul torace, sulla schiena e sulle cosce,
provava una comunanza diversa. Sono uno di voi. Non curo
più le rose mentre voi bisbigliate davanti a tazze di tè verde.
Non dovete più abbassare la voce quando mi avvicino. Sono
seduto a tavola con voi, dico anch'io di sì.
Il settimo giorno pagò il conto e, senza nemmeno
pensare a che cosa stava per fare, prese un pullman e un
treno alla volta di Basilea e della favolosa valle del Reno
dove i colossi farmaceutici hanno i loro castelli. E lì, da un
palazzo affrescato, spedì una grossa busta alla vecchia zia di
Ham a Milano.
E camminò. Aveva male dappertutto, ma camminò lo
stesso. Prima lungo una salita lastricata che conduceva al
centro storico con i suoi campanili, le antiche case, i
monumenti ai liberi pensatori e ai martiri dell'oppressione.
Poi, dopo essersi debitamente rammentato dell'eredità che
sperava di aver raccolto da loro, tornò sui propri passi verso
la riva del fiume. Da un parco giochi alzò lo sguardo
incredulo verso il regno di cemento dei miliardari della
farmaceutica, verso le loro caserme senza volto schierate
contro il nemico. Gru color arancio si spostavano incessanti
sopra di loro. Bianche ciminiere simili a silenziosi minareti,
con la cima a scacchi, a strisce o a colori vivaci per essere
viste dagli aerei di passaggio, scaricavano i loro invisibili
fumi nel cielo scuro. Ai loro piedi si estendevano binari
ferroviari, scali di smistamento, parcheggi per camion e
banchine, protetti da un muro di Berlino ciascuno, con
tanto di filo spinato e graffiti.
Spinto da una forza che aveva ormai smesso di cercare
di definire, Justin attraversò il ponte e, come in sogno, vagò
per una squallida terra desolata di caseggiati fatiscenti,
negozi di vestiti usati e operai immigrati con gli occhi
infossati che passavano in bicicletta. Piano piano si ritrovò,
come attratto da una calamita, davanti a quello che a prima
vista poteva sembrare un bel viale alberato dietro a un
cancello tanto ecologicamente coperto di rampicanti che
quasi non si vedevano i portoni di rovere al di là, con la
pulsantiera e la cassetta della posta di ottone lucido. Fu solo
quando alzò lo sguardo sempre più in alto, fino ad arrivare
al cielo sopra di lui, che Justin si accorse dell'immenso
trittico di torri unite da corridoi sospesi. La facciata era
linda come un ospedale, le finestre di vetro e rame. Dietro a
ciascuna di quelle mostruosità architettoniche si innalzava
una ciminiera bianca, nitida come una matita puntata verso
il cielo, sulla quale campeggiava una lettera in oro che ne
occupava tutta la lunghezza e occhieggiava come una
vecchia amica: K.V.H.
Quanto tempo rimase lì, da solo, invischiato come un
insetto ai piedi delle tre torri, non lo sapeva nemmeno lui. A
tratti gli pareva che le ali dell'edificio stessero per chiudersi
e schiacciarlo, a tratti invece che gli cadessero addosso. Si
sentì mancare la terra sotto i piedi e si ritrovò seduto su
una panchina in uno spiazzo di terra battuta dove donne
prudenti portavano a spasso il cane. Sentì un odore lieve ma
pervasivo e per un istante ritornò con la mente all'obitorio
di Nairobi. Per quanto tempo dovrei vivere qui, si chiese,
per non sentire più questa puzza? Doveva essere calata la
sera perché le finestre con le intelaiature di rame
cominciarono a illuminarsi. Intravide muoversi delle
sagome e lampeggiare dei puntini azzurri. Perché sono
seduto qui? le chiese continuando a guardare. A che cosa
penso, a parte te?
Tessa era lì, vicino a lui, ma per una volta non aveva una
risposta pronta. Sto pensando al tuo coraggio, si rispose da
solo. Sto pensando che tu e Arnold vi siete messi da soli
contro tutto questo, mentre il buon vecchio Justin badava
che il terreno nelle aiuole del suo giardino fosse abbastanza
sabbioso per le tue fresie gialle. Sto pensando che non credo
più in me stesso e in quello che ho rappresentato. C'è stato
un periodo in cui, come le persone che lavorano in questo
palazzo, il tuo Justin era fiero di sottomettersi al giudizio
severo di una volontà collettiva, che lui chiamava 'Patria' o
'Dottrina dell'uomo ragionevole' o, con qualche perplessità,
'Causa superiore'. C'è stato un periodo in cui credevo che
fosse utile che un uomo – o una donna – perisse per il bene
di molti. Lo chiamavo sacrificio, dovere, o necessità. C'è
stato un periodo in cui potevo fermarmi fuori dal ministero
degli Esteri la sera, guardare le finestre illuminate e
pensare: buona serata da Justin, tuo umile servo. Sono un
ingranaggio di un motore grande e potente e ne sono fiero.
Servo, dunque sento. Invece adesso l'unica cosa che sento è
che tu si sei messa contro tutti loro e, com'era prevedibile,
hanno vinto loro.

Dalla strada principale della cittadina Justin svoltò a


sinistra, in direzione nordovest, e imboccò Dawes
Boulevard, prendendo il vento della pianura sulla faccia
rabbuiata e continuando il suo diffidente sopralluogo. Tre
anni da attaché economico a Ottawa non erano andati
sprecati. Sebbene non fosse mai stato in quel posto, tutto
ciò che vedeva gli sembrava familiare. Neve da Halloween a
Pasqua, ricordò. Si pianta alla prima luna di giugno e si
raccoglie prima delle gelate di settembre. Mancavano
ancora parecchie settimane perché i timidi crochi
cominciassero a spuntare fra le zolle di erba secca e nella
pianura brulla. Dall'altra parte della strada c'era la sinagoga,
irritabile e funzionale, costruita da emigrati scaricati alla
stazione ferroviaria con tanti brutti ricordi, valigie di
cartone e promesse di terra gratis. Cento metri più in là
c'era la chiesa ucraina e avanti ancora quella cattolica,
quella presbiteriana, quella dei testimoni di Geova e dei
battisti, con parcheggi che sembravano recinti elettrificati
in cui scaldare il motore dei fedeli mentre i proprietari
andavano a pregare. Gli venne in mente una frase di
Montesquieu che diceva che non ci sono mai state tante
guerre civili come nel regno di Gesù Cristo.
Dietro alle case di Dio c'erano quelle di mammona, la
zona industriale della città. I prezzi del manzo dovevano
essere crollati, pensò. Perché altrimenti mi troverei davanti
al nuovissimo stabilimento di salumi Guy Poitier? E il
frumento non doveva andare molto meglio, a giudicare
dalle apparenze. Che cosa ci sarebbe stato a fare, altrimenti,
un oleificio nel bel mezzo di un campo di grano? E quel
timido gruppetto di persone intorno alle vecchie case divise
in appartamenti nella piazza della stazione dovevano essere
sioux o cree. La strada che costeggiava il fiume curvava
verso nord e lo portò a una corta galleria, da cui sbucò in un
paesaggio totalmente diverso, fatto di battelli e case
affacciate sull'acqua. Qui i ricchi anglosassoni falciano
l'erba del loro giardino, lavano la macchina e pitturano le
loro barche parlando male degli ebrei, degli ucraini e di quei
lavativi degli indiani che campano con i sussidi dello Stato.
In cima alla collina, per quanto chiamarla collina fosse
un'esagerazione, c'era la sua meta, l'orgoglio della città, il
gioiello del Saskatchewan orientale, il suo Camelot
accademico: la Dawes University, miscuglio organizzato di
arenaria medievale, mattoni coloniali e cupole di cristallo.
Giunto a un bivio, Justin imboccò la salita e attraverso un
Ponte Vecchio ottocentesco giunse a una porta merlata
sormontata da uno scudo dorato. Oltre l'arco poté ammirare
l'immacolato campus medievaleggiante e un bronzo del suo
fondatore, George Eamon Dawes Junior, proprietario di
miniere, barone delle ferrovie, libertino, usurpatore di terre,
assassino di indiani e santo locale, risplendente su un
plinto di granito.
Justin continuò a camminare. Aveva studiato il dépliant.
La strada si allargava e diventava una piazza d'armi. Il vento
sollevava terra e polvere dall'asfalto. Dall'altra parte della
piazza c'era un padiglione coperto di edera e, tutto attorno,
tre moderni bunker di acciaio e cemento, con lunghe
finestre illuminate da neon che li dividevano in tanti strati.
Un'insegna verde e dorata – i colori preferiti della signora
Dawes, sosteneva il dépliant – proclamava in francese e in
inglese che quella era la Clinica Universitaria per la Ricerca.
Un segnale più modesto indicava la strada per
l'Ambulatorio. Justin la seguì e giunse davanti a una fila di
porte a vento protette da una tettoia ondulata di cemento e
custodite da due imponenti signore in grembiule verde.
Justin le salutò e ricevette in risposta un festoso buonasera.
Con la faccia intirizzita, le membra doloranti dopo la lunga
camminata e serpi incandescenti che gli correvano lungo le
cosce e la schiena, si diede un'ultima occhiata alle spalle e
salì la scala.
L'atrio era tutto marmi, aveva i soffitti alti e l'aspetto
funereo. Un orrendo ritratto di George Eamon Dawes
Junior in tenuta da caccia gli ricordò l'ingresso del
ministero degli Esteri. Lungo una parete c'era il bancone
della reception, con una serie di dipendenti in camice verde,
uomini e donne, con i capelli grigi. Da un momento all'altro
sentirò gridare: 'Signor Quayle!' e mi diranno che Tessa era
tanto una brava persona. Passò davanti a un centro
commerciale in miniatura. Dawes Saskatchewan Bank,
ufficio postale, edicola, McDonald's, Pizza Paradise,
Starbuck's, una boutique che vendeva biancheria intima,
abiti premaman e liseuse. Justin arrivò a un incrocio di
corridoi in cui si sentivano sferragliamento e stridio di
carrelli, brontolio di ascensori, ticchettio di passi veloci e
bip di telefoni. Visitatori apprensivi stavano in piedi o
seduti, mentre i dipendenti in camice verde entravano e
uscivano dalle porte. Nessuno aveva api dorate ricamate sul
taschino.
Accanto a una porta con la scritta SALA MEDICA c'era
una bacheca. Con le mani dietro la schiena e il piglio deciso,
Justin lesse gli annunci. Baby-sitter, barche, automobili, da
vendere o da comprare. Camere in affitto. Programmi della
Società Corale della Dawes, dell'Associazione Studi Biblici
della Dawes, del Comitato Etico della Dawes, del Gruppo
Danze Scozzesi della Dawes. Un anestesista cercava un cane
marrone di media stazza di almeno tre anni, ottimo
camminatore. Prestiti Dawes, Borse di Studio Dawes. Messa
nella cappella della Dawes in memoria della dottoressa
Maria Kowalski: qualcuno sa che genere di musica le
piaceva? Elenchi di medici di turno, di guardia, in ferie. Un
allegro volantino annunciava che questa settimana la pizza
gratis a tutti gli studenti di medicina sarebbe stata
gentilmente offerta dalla Karel Vita Hudson Vancouver – e,
già che ci siete, perché non venite anche al brunch con
proiezioni cinematografiche che si terrà domenica alla
Haybarn Disco? La K.V.H. è lieta di invitarvi. Basta
compilare il modulo che riceverete con la pizza e potrete
fare un'esperienza davvero memorabile senza spendere un
soldo!
Ma della dottoressa Lara Emrich, che fino a poco tempo
prima era stata la stella dello staff, esperta di ceppi di
tubercolosi multiresistenti o meno, ex ricercatrice della
Dawes sponsorizzata dalla K.V.H. e coautrice della scoperta
del miracoloso farmaco Dypraxa, non una parola. Non era
in ferie, non era di turno. Il suo nome non figurava
nell'elenco del telefono interno appeso a una cordicella
verde accanto alla bacheca. Non cercava un cane marrone di
media stazza. L'unico riferimento che la riguardava, forse,
era un cartoncino scritto a mano e relegato in fondo alla
bacheca, seminascosto, in cui si informava con rammarico
che «per ordine del Rettore» la riunione dei Medici del
Saskatchewan per l'Integrità non avrebbe avuto luogo alla
Dawes University. Il luogo dell'incontro sarebbe stato
comunicato quanto prima.

Distrutto dal freddo e dalla stanchezza, Justin si rilassa


a sufficienza da prendere un taxi per tornare al suo
anonimo motel. Questa volta è stato furbo. Prendendo
esempio da Lesley, ha mandato una lettera tramite un
fiorista, insieme con un grosso mazzo di rose da
corteggiatore.

"Sono un giornalista inglese amico di Birgit della Hippo.


Sto indagando sulla morte di Tessa Quayle. Potrebbe
telefonarmi al Saskatchewan Man Motel, stanza diciotto,
dopo le sette di questa sera? Le suggerisco di farlo da una
cabina lontana dalla sua abitazione.
Peter Atkinson"

Le dirò chi sono in seguito, aveva pensato. Meglio non


spaventarla. Scegliere con cura ora e luogo. Più prudente.
La sua copertura era sempre più debole, ma era l'unica che
aveva. Era Atkinson nell'hotel in Germania e Atkinson
quando l'avevano malmenato. Però l'avevano chiamato
signor Quayle. Con il nome Atkinson tuttavia aveva preso
l'aereo da Zurigo per Toronto, si era nascosto in una
pensioncina vicino alla stazione e, con un senso di distacco
che aveva del surreale, aveva appreso dalla sua radiolina
che il dottor Arnold Bluhm era ricercato per mare e per
terra per l'omicidio di Tessa Quayle. 'Io sono un sostenitore
della colpevolezza di Lee Harvey Oswald, Justin... Arnold
Bluhm ha perso le staffe e ha ucciso Tessa...' Nel più totale
anonimato, era salito sul treno per Winnipeg, aveva
aspettato un giorno e poi era partito alla volta di quella
cittadina. Ma non si illudeva. Nella migliore delle ipotesi
aveva qualche giorno di vantaggio su di loro. In un paese
civile, tuttavia, non si può mai essere sicuri.

«Peter?»
Justin si svegliò di soprassalto e guardò l'ora. Erano le
nove di sera. Aveva lasciato penna e taccuino accanto al
telefono.
«Sono io.»
«Sono Lara.» In tono lamentoso.
«Ciao, Lara. Dove ci possiamo vedere?»
Un sospiro. Malinconico, esausto, che ben si adattava
alla voce malinconica da slava. «Non è possibile.»
«Perché?»
«Davanti a casa mia c'è un'automobile. A volte mandano
un furgone. Guardano e ascoltano tutto. Incontrarsi con
discrezione è impossibile.»
«Dove sei adesso?»
«In una cabina del telefono.» Lo disse come se temesse
di non uscirne viva.
«Ti stanno tenendo d'occhio anche in questo
momento?»
«Non vedo nessuno, ma è buio. Grazie delle rose.»
«Possiamo vederci dove vuoi tu. A casa di amici. Fuori
città, se preferisci.»
«Hai la macchina?»
«No.»
«E come mai?» In tono di rimprovero e di sfida.
«Non ho i documenti giusti.»
«Chi sei?»
«Te l'ho detto, un amico di Birgit. Un giornalista inglese.
Ti spiegherò meglio quando ci vedremo.»
Lara riattaccò. Justin aveva la pancia in subbuglio e
doveva andare al gabinetto, dove però il telefono non
arrivava. Aspettò finché non ne poté più e corse nel bagno.
Con i pantaloni all'altezza delle caviglie sentì suonare il
telefono. Fece tre squilli, ma quando Justin tirò su la
cornetta, non c'era nessuno. Si sedette sul bordo del letto e
si prese la testa fra le mani. Non sono capace. Che cosa
fanno le spie? Che cosa farebbe l'astuto Donohue? Con
questa eroina ibseniana all'altro capo del filo,
probabilmente farebbe come me, se non peggio. Guardò di
nuovo l'ora, temendo di aver perso la cognizione del tempo.
Si tolse l'orologio e lo posò accanto alla penna e al taccuino.
Quindici minuti. Venti. Trenta. Che cosa diavolo le è
successo? Si rimise l'orologio al polso, perdendo la pazienza
nel riagganciare il cinturino.
«Peter?»
«Dove ci possiamo incontrare? Dove vuoi tu.»
«Birgit ha detto che sei suo marito.»
O Dio mio. Ti prego, fa' che non sia la fine del mondo. O
Gesù.
«Te l'ha detto per telefono?»
«Non ha fatto nomi. 'È suo marito.' Nient'altro. È stata
molto discreta. Perché non mi hai detto che eri suo marito?
Non avrei pensato che la tua fosse una provocazione.»
«Volevo dirtelo dopo, faccia a faccia.»
«Telefono alla mia amica. Non dovresti mandarmi le
rose. È un'esagerazione.»
«Che amica? Lara, sta' attenta a cosa le dici. Io sono
Peter Atkinson, giornalista. Sei ancora nella cabina?»
«Sì.»
«La stessa di prima?»
«Non mi stanno sorvegliando. D'inverno sorvegliano
solo dalla macchina. Sono pigri. Non ci sono macchine in
giro.»
«Hai abbastanza monete?»
«Ho una scheda.»
«Non usare schede, usa le monete. Hai chiamato Birgit
con una scheda?»
«Non è importante.»
Erano le dieci e mezzo quando richiamò. «La mia amica
sta assistendo a un intervento» spiegò senza scusarsi. «Un
intervento complicato. Ho un'altra amica. È disponibile. Se
hai paura, prendi un taxi fino da McDonald's e poi prosegui
a piedi.»
«Non ho paura. Sono prudente.»
Per l'amor di Dio, pensò, prendendo nota dell'indirizzo.
Non ci siamo mai visti, le ho mandato un'esagerazione di
rose e stiamo battibeccando come due innamorati.

C'erano due modi per uscire dal motel: dalla porta


principale, attraverso il parcheggio, o da quella di servizio,
lungo il corridoio che collegava la sua stanza alla reception
in un dedalo di altri corridoi. Justin spense la luce e guardò
il parcheggio dalla finestra. C'era la luna piena e le auto
posteggiate lì erano avvolte da un alone argenteo di gelo.
Delle venti e passa che c'erano, solo una era occupata. Da
una donna al volante e da un uomo, seduto vicino. Stavano
litigando. Per un mazzo di rose? Per il dio Guadagno? La
donna gesticolava, l'uomo scuoteva la testa. Poi uscì e le
gridò un'ultima parola, un insulto, chiuse la portiera, salì su
un'altra macchina e si allontanò. La donna rimase dov'era.
Alzò le mani disperata e le posò sul volante, poi chinò la
testa e scoppiò in singhiozzi. Scacciando l'assurdo desiderio
di andarla a consolare, Justin corse alla reception e si fece
chiamare un taxi.

Era una villetta a schiera bianca, nuova, in una strada


vittoriana. Le villette erano sfalsate l'una rispetto all'altra,
come una fila di navi ormeggiate di prua a una banchina.
Tutte uguali, avevano un seminterrato e il portone rialzato
rispetto alla strada, cui si accedeva per mezzo di una
scaletta di pietra con la ringhiera di ferro. Sul portone
c'erano ferri di cavallo in ottone a mo' di batacchi. Sotto gli
occhi di un grosso gatto grigio che si era rintanato fra le
tende e i vetri della finestra del numero sette, Justin salì i
gradini del numero sei e suonò il campanello. Aveva con sé
tutto ciò che possedeva: una valigia, soldi e, nonostante le
raccomandazioni di Lesley, entrambi i passaporti. Aveva
pagato il conto del motel anticipato. Se ci fosse tornato,
l'avrebbe fatto perché lo desiderava e non perché doveva.
Erano le dieci di una sera gelida, limpidissima. Le auto
erano parcheggiate parallele ai marciapiedi deserti. Gli aprì
una donna alta, di cui vide solo la sagoma controluce.
«Sei Peter» gli disse in tono di accusa.
«E tu Lara?»
«Naturalmente.»
Chiuse la porta.
«Ti hanno seguito?» le chiese.
«È possibile. E a te?»
Si guardarono in faccia sotto la luce. Birgit aveva
ragione: Lara Emrich era una bellissima donna. Bellissimi
l'intelligenza altera del suo sguardo, il suo distacco freddo e
scientifico che Justin intuì subito e che gli fece accapponare
la pelle. Bellissimo il modo in cui si scostò i capelli, con
qualche filo grigio, con il dorso della mano, sollevando il
gomito e guardandolo con occhi arroganti e inconsolabili al
tempo stesso. Era vestita di nero. Pantaloni neri e una
lunga casacca, anch'essa nera. Niente trucco. La voce, dal
vivo, era ancora più triste che al telefono.
«Mi dispiace molto per te» gli disse. «È terribile. Devi
essere tristissimo.»
«Grazie.»
«L'ha uccisa il Dypraxa.»
«Credo di sì. Indirettamente.»
«Il Dypraxa ha ucciso molte persone.»
«Ma non tutte tradite da Markus Lorbeer.»
Dal piano di sopra arrivò lo scroscio di applausi di una
televisione.
«Amy è un'amica» disse Lara, come se l'amicizia fosse
un tormento. «Adesso lavora nell'archivio del Dawes
Hospital, ma purtroppo ha firmato una petizione perché
venissi reintegrata ed è socio fondatore dei Medici del
Saskatchewan per l'Integrità. Perciò stanno cercando una
scusa per licenziarla.»
Justin stava per chiederle se Amy lo conosceva come
Quayle o Atkinson quando una forte voce di donna gridò
qualcosa da sopra e in cima alla scala apparve un paio di
pantofole di pelo.
«Portalo su, Lara. Vorrà bere qualcosa.»
Amy era una grassa signora di mezz'età, una di quelle
donne serie che decidono di recitare una parte comica.
Indossava un kimono di seta rosso, orecchini da pirata e
pantofole con un paio di occhi di vetro. Ma i suoi erano
circondati da ombre scure e agli angoli della bocca aveva
rughe di dolore.
«Meritano la forca, quelli che hanno ucciso sua moglie»
gli disse. «Scotch, bourbon o vino? Lui è Ralph.»
Era una stanza grande, mansardata, tutta rivestita di
legno di pino. In fondo c'era un mobile bar. Un enorme
televisore stava trasmettendo una partita di hockey su
ghiaccio. Ralph era un uomo anziano, con i capelli radi,
seduto in vestaglia su una poltrona di finta pelle con i piedi
appoggiati su un pouf coordinato. Nel sentire il proprio
nome, alzò una mano piena di macchie giallastre senza
distogliere lo sguardo dalla partita.
«Benvenuto nel Saskatchewan. Versati qualcosa da
bere» gli disse con un accento mitteleuropeo.
«Chi vince?» domandò Justin per cortesia.
«I Canucks.»
«Ralph è avvocato» disse Amy. «Non è vero, caro?»
«Non sono più niente, ormai. Ho già un piede nella
fossa, per colpa di questo stramaledetto morbo di
Parkinson. L'università si è comportata da schifo. Sei qui
per questo?»
«Più o meno.»
«Negano il diritto di parola, interferiscono fra medico e
paziente... È ora che le persone colte tirino fuori i coglioni e
chiedano trasparenza, invece di nascondersi nel cesso a
tremare di paura.»
«Giusto» replicò Justin, sempre cortese, accettando il
bicchiere di vino bianco che gli porgeva Amy.
«La Karel Vita imperversa e la Dawes ubbidisce
ciecamente. Ha dato un primo contributo di venticinque
milioni di dollari per un nuovo laboratorio di biotecnologia
e gliene ha promessi altri cinquanta. Non sono bruscolini
nemmeno per una massa di imbecilli senza cervello ma
pieni di soldi come la Karel Vita. E, se fanno i bravi, chissà
quanto li foraggeranno ancora. Come si fa a resistere?»
«Be', almeno si prova» disse Amy. «Se non provi
neanche, ce l'hai nel culo.»
«Ce l'hai nel culo sia che ci provi, sia che non ci provi. Se
apri bocca, ti tolgono lo stipendio, ti cacciano dal lavoro e
dalla città. Parlare liberamente qui può costare moltissimo,
caro il mio signor Quayle, più di quanto la maggior parte di
noi si può permettere. Come fai di nome?»
«Justin.»
«Qui vige la monocoltura, Justin. Altro che libertà di
parola. Va tutto bene, finché una russa stronza non decide
di pubblicare su delle riviste mediche stupidi articoli che
dicono peste e corna di un grazioso farmaco che lei stessa
ha scoperto e che, guarda caso, frutta un paio di miliardi di
dollari l'anno alla Karel Vita, che Allah l'abbia in gloria.
Dove li sistemi, Amy?»
«Nello studio.»
«Staccate il telefono, così non vi disturba nessuno. Qui
le cose pratiche le fa tutte Amy, Justin. Io sono un vecchio
rimbambito. Se vuoi qualcosa, chiedi a Lara. Conosce la
casa meglio di noi ed è un vero peccato, perché fra un paio
di mesi ci cacciano via.»
E tornò ai suoi vittoriosi Canukcs.

Non lo vede più, malgrado si sia messa un paio di


occhiali pesanti che starebbero meglio a un uomo. Da brava
russa, si è portata una 'borsa del chissà' che giace a bocca
aperta ai suoi piedi, piena zeppa di carte che Lara conosce a
memoria: minacciose lettere di avvocati, lettere di
licenziamento da parte dell'università, una copia del suo
articolo impubblicabile e le lettere del suo avvocato, non
troppe perché, spiega, non ha abbastanza soldi e comunque
il suo avvocato preferisce difendere i diritti dei sioux che
lottare contro le illimitate risorse legali della Karel Vita
Hudson di Vancouver. Sono seduti come giocatori di scacchi
senza scacchiera, uno di fronte all'altra, con le ginocchia che
quasi si toccano. Ricordi di incarichi in terre d'Oriente gli
dicono di non tenere i piedi puntati verso di lei e Justin si
siede un po' di lato, sebbene così le sue lacere membra gli
facciano ancora più male. È un po' che Lara parla con gli
occhi fissi sulle ombre dietro le spalle di lui e Justin non
l'ha quasi interrotta. È totalmente assorta in se stessa e
parla con voce a tratti abbattuta e a tratti didattica. Vive sola
con la mostruosità e la totale insolubilità della propria
situazione. Tutto fa riferimento a essa. A volte – piuttosto
spesso, pensa Justin – si dimentica addirittura di lui. O
forse lo considera come qualcos'altro, un consiglio di
facoltà esitante, una timida convocazione di colleghi
universitari, un vacillante professore, un avvocato incapace.
È solo quando lui pronuncia il nome di Lorbeer che Lara si
sveglia e aggrotta la fronte, per poi rifugiarsi in un generico
misticismo dall'intento chiaramente evasivo: Markus è
troppo romantico, troppo debole, gli uomini fanno un sacco
di cose cattive, le donne anche. E no, non sa dove trovarlo.
«Si nasconde da qualche parte. È imprevedibile, ogni
giorno va da una parte diversa» spiega con tenace
malinconia.
«Quando parla di deserto, è possibile che si riferisca a
un deserto vero e proprio?»
«A un luogo estremamente inospitale. Che è tipico di
lui.»
Per perorare la propria causa, usa espressioni che Justin
non avrebbe creduto facessero parte del suo vocabolario:
«Salto a piè pari... la K.V.H. non ha mezze misure». Parla
persino dei «miei pazienti nel braccio della morte». E,
quando gli mette in mano una delle lettere degli avvocati,
gliene cita dei brani mentre lui legge, casomai saltasse le
parti più offensive:

"Le ricordiamo che, ai sensi della clausola sulla


riservatezza da lei sottoscritta nel contratto con la Karel
Vita Hudson, le è fatto divieto di comunicare ai suoi
pazienti, verbalmente o in altra maniera, opinioni inesatte e
diffamatorie basate su un'erronea interpretazione di dati
ottenuti nel periodo di validità dello stesso..."

Seguito da una "excusatio non petita" di superba


arroganza: 'i nostri clienti negano risolutamente di aver mai
tentato in qualsivoglia maniera di ostacolare e/o
influenzare un legittimo dibattito scientifico...'.
«Ma perché hai firmato un contratto con loro?» la
interrompe Justin.
Compiaciuta da tanta impetuosità, Lara scoppia in una
risatina niente affatto divertita. «Perché mi fidavo di loro.
Sono stata scema.»
«Sei tutt'altro che scema, Lara! Sei una donna molto
intelligente, invece!» esclama Justin.
Offesa, Lara cade in un silenzio gravido di pensieri.

I primi due o tre anni dopo l'acquisizione della molecola


Emrich-Kovacs da parte della Karel Vita grazie
all'intermediazione di Markus Lorbeer, racconta Lara,
furono una sorta di età dell'oro. I risultati dei primi test a
breve termine erano eccellenti, le statistiche li rendevano
ancora migliori e il connubio Emrich-Kovacs era sulla bocca
di tutta la comunità scientifica. La K.V.H. forniva laboratori
di ricerca, team di tecnici, trial clinici in tutto il Terzo
Mondo, viaggi in prima classe, hotel da sogno, rispetto e
quattrini a palate.
«Per la frivola Kovacs era la realizzazione del sogno di
una vita. Si vedeva già alla guida di una Rolls-Royce,
vincitrice di un premio Nobel, famosa, ricca e con una
schiera di amanti. Per la seria Lara la sperimentazione
clinica doveva essere scientifica, responsabile. Dovevamo
testare il farmaco in un'ampia gamma di comunità etniche
e sociali predisposte alla malattia. Dovevamo migliorare la
qualità della vita di molte persone e salvarne alcune da
morte certa. Doveva essere una grande soddisfazione.»
«E per Lorbeer?»
Sguardo irritato, smorfia di disappunto.
«Markus vuole diventare un ricco santo. A lui
interessano sia le Rolls-Royce, sia salvare vite umane.»
«Sia per Dio sia per il Guadagno» suggerisce Justin
ironico, ma Lara reagisce accigliandosi nuovamente.
«Dopo due anni ho fatto una brutta scoperta. La
sperimentazione della K.V.H. era una truffa. I trial non
erano studiati in maniera scientifica, ma apposta per poter
lanciare sul mercato il farmaco il prima possibile. Alcuni
effetti collaterali erano deliberatamente nascosti. Se ne
trovavano, riscrivevano immediatamente il protocollo in
maniera che non comparissero più.»
«Quali erano questi effetti collaterali?»
Tono professorale, caustico e arrogante. «Nel periodo
della sperimentazione scorretta, ne sono stati osservati
pochi. Questo anche per via dell'entusiasmo della Kovacs e
di Lorbeer e del fatto che i centri medici e gli ambulatori del
Terzo Mondo volevano a tutti i costi risultati positivi. Dei
trial parlavano bene anche le riviste mediche, per bocca di
stimati professori che si guardavano bene dallo sbandierare
i propri lucrosi rapporti con la K.V.H. In realtà gli articoli
venivano scritti a Vancouver o a Basilea e soltanto firmati
dagli illustri luminari. Accennavano al fatto che il farmaco
avesse controindicazioni per una percentuale trascurabile di
donne in età fertile. Si erano verificati disturbi della vista e
qualche decesso, ma grazie a un'abile manipolazione delle
date non rientravano nel periodo della sperimentazione.»
«Ci sono mai state lamentele?»
Quella domanda la fa arrabbiare. «E di chi? Dei medici e
paramedici del Terzo Mondo che facevano soldi con la
sperimentazione? Del distributore che faceva soldi
vendendo il farmaco e non voleva perdere la rappresentanza
e quindi gli utili della vasta gamma di prodotti K.V.H.?»
«E i pazienti?»
Lara sembra totalmente delusa dall'ottusità di Justin.
«La maggior parte dei pazienti viveva in paesi dove la
democrazia non esiste e la corruzione dilaga. In teoria
davano il consenso informato prima di cominciare la cura.
Questo significa che sui moduli c'è la loro firma, anche se
erano analfabeti. Per legge non potevano pagarli, ma gli
davano generosi rimborsi per le spese di viaggio e il
mancato guadagno e anche da mangiare gratis, cosa che
loro gradivano particolarmente. E poi avevano paura.»
«Delle case farmaceutiche?»
«Di tutti. Se si lamentano, li minacciano. Gli dicono che
non daranno più medicine americane ai bambini e che i
loro mariti finiranno in prigione.»
«Tu, però, ti sei lamentata.»
«No, non mi sono lamentata. Ho protestato. Con forza.
Quando ho scoperto che il Dypraxa veniva dato per sicuro e
non in fase di sperimentazione, sono intervenuta a un
meeting scientifico dell'università denunciando nei dettagli
la posizione immorale della K.V.H. E questo non mi ha resa
popolare. Il Dypraxa è un buon farmaco, il problema non è
questo. Il problema è triplice.» Alza tre dita affusolate.
«Uno: gli effetti collaterali vengono deliberatamente
nascosti per motivi di lucro. Due: le popolazioni più povere
del mondo vengono usate come cavie da quelle più ricche.
Tre: un dibattito scientifico legittimo su questi problemi è
impossibile a causa delle intimidazioni delle case
farmaceutiche.»
Le dita si abbassano e l'altra mano fruga nella borsa e
tira fuori un opuscolo di carta lucida e azzurra con il titolo
BUONE NOTIZIE DALLA K.V.H.

"Il DYPRAXA sostituisce in modo efficace, sicuro ed


economico le cure finora esistenti per la tubercolosi e si è
dimostrato estremamente vantaggioso per le nazioni
emergenti".

Lara si riprende l'opuscolo e gli porge una lettera


sgualcita di uno studio legale con un paragrafo evidenziato.

"Gli studi sul Dypraxa sono stati concepiti e realizzati in


maniera eticamente corretta per anni, con il consenso
informato di tutti i pazienti. Nella sua sperimentazione
clinica la K.V.H. non fa distinzione fra paesi ricchi e poveri,
essendo unicamente interessata a selezionare patologie
appropriate al progetto. L'altissima qualità del lavoro svolto
dalla K.V.H. ha ricevuto gli apprezzamenti che meritava".

«Dov'è la Kovacs in tutto questo?»


«Dalla parte della casa farmaceutica. Senza mezzi
termini. Non ha alcuna morale. È con l'aiuto della Kovacs
che molti dati sono stati distorti o soppressi.»
«E Lorbeer?»
«Markus è diviso. Per lui è normale. Crede di essere il
capo di tutta l'Africa grazie al Dypraxa. Ma è anche pieno di
paura e di vergogna. Per questo si confessa.»
«Lavora per la ThreeBees o per la K.V.H.?»
«Conoscendolo, potrebbe lavorare per entrambe. È un
uomo complesso.»
«Ma come ha fatto la K.V.H. a sistemarti alla Dawes?»
«Sono stata scema» ripete lei orgogliosa, smentendo le
precedenti affermazioni di Justin. «Perché avrei
acconsentito a firmare, se non fossi stata scema? Sono stati
molto gentili, affascinanti, comprensivi, in gamba. Ero a
Basilea quando sono venuti in due da Vancouver per
parlarmi. Sono rimasta molto lusingata. Come te, mi hanno
mandato delle rose. Io gli ho detto che i trial facevano
schifo e loro erano d'accordo. Gli ho detto che non
bisognava vendere il Dypraxa come se fosse un farmaco
sicuro. Anche su questo erano d'accordo. Gli ho detto che
molti effetti collaterali non erano mai stati valutati come si
deve e loro mi hanno ammirato per il mio coraggio. Uno era
russo, di Novgorod. 'Ti invito a pranzo, Lara, così
approfondiamo l'argomento.' Poi mi hanno proposto di
andare alla Dawes per testare io stessa il Dypraxa. Erano
molto ragionevoli, al contrario dei loro superiori. Hanno
ammesso che non erano stati effettuati test abbastanza
precisi. Alla Dawes avremmo fatto le cose come si deve. Io
ero molto orgogliosa e loro anche. L'università era
orgogliosa. Ci siamo messi d'accordo senza problemi. La
Dawes era felice di assumermi, la K.V.H. avrebbe finanziato
le mie ricerche. La Dawes era nella posizione ideale per
quel genere di sperimentazione. Fra gli indiani delle riserve
sono stati riscontrati vecchi ceppi di tubercolosi e nelle
comunità hippy di Vancouver ci sono stati casi di T.B.C.
multiresistenti. Per il Dypraxa era una combinazione ideale.
Su queste basi ho firmato il contratto e la clausola sulla
riservatezza. Sono stata scema» ribadì, con il disprezzo di
chi dice: 'Come volevasi dimostrare'.
«E la K.V.H. ha una sede a Vancouver.»
«Già. La terza in ordine di grandezza, dopo Basilea e
Seattle. Così potevano tenermi d'occhio. Era questo il loro
obiettivo. Mettermi una museruola e controllarmi. Io ho
firmato quello stupido contratto e ho cominciato a lavorare
di buona lena. L'anno scorso ho finito lo studio, che era
estremamente negativo. Ho ritenuto necessario informare i
miei pazienti di quello che pensavo dei possibili effetti
collaterali del Dypraxa. In quanto medico, era mio preciso
dovere. Ho ritenuto anche di dover informare la comunità
medica mondiale, mediante un articolo su una rivista
importante. Queste riviste non amano pubblicare opinioni
negative, lo sapevo. Sapevo anche che avrebbero invitato tre
illustri scienziati per esprimere un giudizio sulle mie
scoperte. Quello che la rivista non sapeva era che questi
illustri scienziati avevano appena firmato un ricco contratto
con la K.V.H. di Seattle come ricercatori per lavorare a
terapie biotecnologiche per altre malattie. Così hanno
immediatamente comunicato le mie intenzioni a Seattle,
che a sua volta ha informato Basilea e Vancouver.»
Gli porge un foglio di carta bianco. Justin lo apre e
rabbrividisce, riconoscendone lo stile.

BRUTTA TROIA COMUNISTA, TOGLI LE TUE


MANACCE DI MERDA DALL'UNIVERSITA' E
TORNATENE NEL TUO PORCILE BOLSCEVICO.
PIANTALA DI AVVELENARE IL SANGUE A GENTE
PERBENE CON LE TUE TEORIE CORROTTE.

Scritto al computer, tutto maiuscolo, senza errori di


ortografia. Uso familiare delle parolacce. Stesso club, pensa
Justin.
«È previsto che la Dawes University abbia una
partecipazione agli utili che il Dypraxa raccoglierà in tutto il
mondo» continua Lara, strappandogli la lettera di mano. «Il
personale che fa gli interessi dell'ospedale riceverà azioni
privilegiate, gli altri lettere anonime come questa. È più
importante fare gli interessi dell'università che quelli dei
pazienti. E più importante di tutto è fare gli interessi della
K.V.H.»
«L'ha scritta la Halliday» dichiara Amy entrando con
caffè e biscotti su un vassoio. «Quella lesbicaccia della
Halliday è il boss della mafia medica della Dawes. In facoltà
se non le lecchi il culo sei morto. Soltanto Lara, io e un altro
paio di idioti ci siamo sempre rifiutati di farlo.»
«Come fai a sapere che è stata lei?» domanda Justin.
«Abbiamo fatto il test del D.N.A. Abbiamo staccato il
francobollo dalla busta e fatto la prova sulla saliva. Siccome
la Halliday va nella palestra dell'università, io e Lara poi
abbiamo preso di nascosto un capello dalla sua spazzola
rosa con sopra Bambi e abbiamo confrontato i risultati.»
«E non le avete detto niente?»
«Eccome. È stato convocato il consiglio e la stronza ha
confessato. Eccesso di zelo nell'esercizio delle proprie
funzioni, che consistono unicamente nel proteggere gli
interessi dell'università. Ha umilmente chiesto scusa e si è
giustificata con la balla dello stress emotivo. Che nel caso
specifico è invidia sessuale bella e buona. Caso chiuso,
congratulazioni alla stronza. Nel frattempo a Lara hanno
dato un calcio nel culo. E fra un poi lo daranno anche a
me.»
«La Emrich è comunista» spiega Lara, apprezzando
l'ironia. «È russa. È cresciuta a Pietroburgo quando si
chiamava ancora Leningrado, ha studiato nei collegi
sovietici e quindi è comunista e ce l'ha con le grandi
industrie. Comodo, no?»
«Peraltro non ha scoperto lei il Dypraxa, vero, cara?» le
ricorda Amy.
«Infatti. Tutto merito della Kovacs» concorda Lara
amareggiata. «Il genio è lei. Io sono semplicemente stata la
sua promiscua assistente di laboratorio. Siccome ero
l'amante di Lorbeer, lui mi ha messo più in luce di quanto
meritavo.»
«Motivo per cui non ti pagano più, vero?»
«No, il motivo è un altro. Ho infranto la clausola sulla
riservatezza e quindi il contratto. È logico.»
«Lara è una gran troia, vero? Si è fatta i bei ragazzi che
le hanno mandato da Vancouver. Anche se naturalmente
non è vero. Alla Dawes non scopa nessuno. Siamo tutti
cristiani, a parte gli ebrei.»
«Dal momento che il farmaco uccide, vorrei tanto non
averlo scoperto io» sussurra Lara, scegliendo di non sentire
le ultime parole di Amy.
«Quando è stata l'ultima volta che hai visto Lorbeer?»
domanda Justin quando rimangono di nuovo soli.

Il tono di Lara era ancora guardingo, ma più dolce.


«Era ancora in Africa» rispose.
«Quando?»
«Un anno fa.»
«Meno di un anno» la corresse Justin. «Mia moglie gli
ha parlato all'Uhuru Hospital sei mesi fa. La sua apologia, o
com'è che la chiama, è stata spedita da Nairobi qualche
giorno fa. Dov'è Lorbeer adesso?»
A Lara Emrich non piaceva essere corretta. «Mi hai
chiesto quando l'ho visto l'ultima volta» ribatté irritata. «È
stato un anno fa. In Africa.»
«In Africa dove?»
«In Kenya. Mi ha mandata a chiamare. Le prove
accumulate erano diventate intollerabili per lui. 'Lara, ho
bisogno di te. È essenziale e urgentissimo. Non dirlo a
nessuno. Pago tutto io. Vieni.' Sono rimasta colpita, ho
detto che mia madre si era ammalata e sono partita per
Nairobi. Sono arrivata di venerdì. Markus mi è venuto a
prendere all'aeroporto. Eravamo ancora in macchina
quando mi ha chiesto: 'Lara, è possibile che il nostro
farmaco aumenti la pressione intracranica schiacciando il
nervo ottico?'. Gli ho ricordato che tutto era possibile, visto
che non erano mai stati raccolti i dati scientifici di base,
malgrado stessimo cercando di rimediare. Mi ha portato in
un villaggio e mi ha fatto vedere una donna che non si
reggeva in piedi e soffriva di terribili cefalee. Stava
morendo. Poi mi ha portato in un altro paese, da una donna
che non riusciva più a mettere a fuoco nulla. Se usciva dalla
capanna, vedeva tutto nero. Mi ha riferito anche altri casi. I
medici non volevano parlarci apertamente, per paura. La
ThreeBees punisce ogni critica, secondo Markus. Anche lui
aveva paura. Della ThreeBees, della K.V.H., di Dio... Era
anche in ansia per le donne malate. 'Che cosa devo fare,
Lara? Che cosa devo fare?' Aveva parlato con la Kovacs, a
Basilea, che gli aveva detto che era scemo ad avere paura.
Non erano effetti collaterali del Dypraxa, a suo dire, ma
della combinazione con un altro farmaco. Tipico della
Kovacs, che ha sposato un ricco maneggione serbo e passa
più tempo a teatro che in laboratorio.»
«Allora che cosa doveva fare Lorbeer?»
«Gli ho detto la verità. Che lui in Africa vedeva
esattamente quello che vedevo io al Dawes Hospital nel
Saskatchewan. 'Markus, sono gli stessi effetti collaterali che
sto documentando nel mio rapporto per Vancouver, dopo
una sperimentazione clinica obiettiva su seicento casi.' Lui
continuava a disperarsi: 'Che cosa devo fare, Lara, che cosa
devo fare?'. 'Markus' gli ho risposto 'devi essere coraggioso
e fare unilateralmente quello che le multinazionali si
rifiutano di fare collettivamente: ritirare il farmaco dal
mercato finché non sarà stato testato in maniera esaustiva.'
Si è messo a piangere. È stata l'ultima notte che abbiamo
passato insieme. Ho pianto anch'io.»

Un istinto animale si impossessò di Justin, un astio


profondo e indefinibile. Rimproverava a quella donna di
essere ancora viva? Le rimproverava di essere andata a letto
con colui che si era autodefinito il traditore di Tessa e di
parlarne tuttora con affetto? Lo offendeva che lei fosse lì,
seduta davanti a lui, bella e viva e tutta presa dai propri
problemi, mentre Tessa era sepolta accanto al loro figlio?
Era oltraggiato dal fatto che Lara dimostrasse così poco
dispiacere per Tessa e così tanto per sé?
«Lorbeer ti ha mai parlato di Tessa?»
«Non in quell'occasione.»
«E quando?»
«Mi ha scritto che c'era una donna, la moglie di un
diplomatico inglese, che stava facendo pressioni sulla
ThreeBees riguardo al Dypraxa, scrivendo lettere e
presentandosi in sede senza appuntamento. E che a
sostenerla c'era un medico di un'associazione umanitaria.
Non mi ha detto come si chiamava il medico.»
«Quando te l'ha scritto?»
«Il giorno del mio compleanno. Markus si ricorda
sempre del mio compleanno. Mi ha fatto gli auguri e mi ha
parlato della donna inglese e del suo amante, il dottore
africano.»
«Ha parlato di come bisognava gestire la cosa?»
«Aveva paura per lei. Mi ha detto che era molto bella e
tragica. Secondo me, gli piaceva.»
Justin si rese conto tutto a un tratto di una cosa
straordinaria: Lara era gelosa di Tessa.
«E il dottore?»
«Markus ammira tutti i dottori.»
«Da dove scriveva?»
«Città del Capo. Stava controllando le attività della
ThreeBees in Sudafrica, confrontandole con quelle in
Kenya. Rispettava tua moglie. Essere coraggioso non è
facile: ci si deve mettere d'impegno.»
«Ti ha detto dove l'aveva conosciuta?»
«In ospedale, a Nairobi. Lei lo aveva affrontato. E lui si
era vergognato.»
«Perché?»
«Era stato costretto a ignorarla. Markus è convinto che,
se ignora qualcuno, questo ci rimane male, soprattutto se si
tratta di una donna.»
«E ciononostante l'ha tradita.»
«Markus non è una persona pratica. È un artista.
Quando dice che l'ha tradita, potrebbe essere metaforico.»
«Tu hai risposto alla sua lettera?»
«Sempre.»
«A che indirizzo?»
«Una casella postale di Nairobi.»
«Ti ha mai nominato una certa Wanza? Era ricoverata
nella stessa corsia di mia moglie all'Uhuru Hospital. È
morta di Dypraxa.»
«Non ne so niente.»
«Non mi sorprende. Hanno eliminato ogni traccia di
lei.»
«C'era da aspettarselo. Markus mi ha detto che lo
facevano.»
«Quando Lorbeer è andato in quella corsia, era insieme
alla Kovacs. Che cosa ci faceva la Kovacs a Nairobi?»
«Markus voleva che io tornassi a Nairobi un'altra volta,
ma nel frattempo i miei rapporti con la K.V.H. e l'ospedale
si erano guastati. Avevano saputo del mio viaggio
precedente e avevano minacciato di espellermi
dall'università perché avevo mentito riguardo a mia madre.
Perciò Markus ha telefonato alla Kovacs a Basilea e l'ha
persuasa ad andare a Nairobi al posto mio a osservare la
situazione con lui. Sperava che gli evitasse una decisione
difficile e prendesse lei l'iniziativa di consigliare alla
ThreeBees di ritirare il farmaco dal mercato. La K.V.H. di
Basilea in un primo momento non voleva permetterle di
andare a Nairobi, ma poi ha acconsentito, a patto che la sua
visita restasse un segreto.»
«Anche per la ThreeBees?»
«Questo era impossibile. La ThreeBees era coinvolta
troppo direttamente e Markus era loro consulente. La
Kovacs è rimasta a Nairobi quattro giorni in gran segreto,
poi è tornata a Basilea dal marito serbo e ha ripreso ad
andare a teatro.»
«Non ha scritto un rapporto?»
«Sì, un rapporto disgustoso. A me hanno insegnato a
essere scientificamente corretta. In quel rapporto non c'era
niente di scientificamente corretto. Era pura polemica.»
«Lara.»
«Che cosa c'è?» Lo guardò combattiva.
«Birgit ti ha letto la lettera di Lorbeer al telefono. La sua
apologia. La sua confessione o com'è che la chiama.»
«E allora?»
«Che impressione ti ha fatto? La lettera, intendo.»
«Che Markus non può riscattarsi.»
«Da cosa?»
«È un debole che cerca la forza nei posti sbagliati.
Sfortunatamente è il debole che annienta il forte. Forse ha
fatto qualcosa di veramente brutto. A volte si innamora
troppo dei suoi stessi peccati.»
«Se dovessi trovarlo, dove andresti a cercarlo?»
«Non devo trovarlo.» Justin aspettò. «Ho solo un
numero di casella postale di Nairobi.»
«Me lo daresti?»
La depressione di Lara aveva raggiunto profondità
nuove. «Te lo scrivo.» Lo scrisse su un blocco per appunti,
strappò il foglio e glielo diede. «Se lo cercassi, andrei dalle
persone a cui ha fatto del male» disse.
«Nel deserto.»
«Forse era una metafora.» La sua voce aveva perso il
tono aggressivo, come peraltro quella di Justin. «Markus è
un bambino» spiegò semplicemente. «Agisce d'impulso e
reagisce alle conseguenze.» Sorrise. Anche il suo sorriso era
bellissimo. «Si sorprende di tutto.»
«Chi gli dà l'impulso?»
«Una volta ero io.»
Justin si alzò troppo velocemente con l'intento di
piegare i fogli che gli aveva dato e di metterseli in tasca.
Ebbe un capogiro e gli venne la nausea. Si appoggiò al muro
per non cadere e scoprì che la dottoressa lo aveva preso per
un braccio.
«Che cosa c'è?» gli chiese brusca, continuando a tenergli
il braccio e aiutandolo a sedersi.
«Ogni tanto mi vengono le vertigini.»
«Perché? Soffri di pressione alta? Non dovresti portare
la cravatta. Sbottonati il colletto. Sei ridicolo.»
Gli mise una mano sulla fronte. Justin si sentiva debole
come un invalido, terribilmente stanco. Lara andò a
prendergli un bicchiere d'acqua. Lui ne bevve un sorso e poi
glielo restituì. I gesti di Lara erano decisi ma affettuosi.
Justin si accorse che lo stava osservando.
«Hai la febbre» gli disse in tono di accusa.
«Può darsi.»
«Non può darsi, ce l'hai. Ti accompagno in albergo con
la mia macchina.»
Era il momento contro cui il pedante istruttore del corso
sulla sicurezza lo aveva messo in guardia, quando sei troppo
stufo, troppo pigro o troppo stanco per preoccuparti,
quando l'unica cosa che desideri è tornare in uno squallido
motel e dormire e l'indomani, con la mente più lucida,
preparare un bel pacchetto da spedire alla vecchia zia di
Ham a Milano, con dentro tutto quello che la dottoressa
Lara Emrich ti ha raccontato la sera prima, compresa una
copia del suo articolo mai pubblicato sui pericolosi effetti
collaterali del farmaco Dypraxa, quali disturbi della vista,
emorragie, cecità e morte, e un appunto con il numero della
casella postale di Markus Lorbeer a Nairobi, e una lettera in
cui dici quale sarà la tua prossima mossa, nel caso tu sia
impossibilitato a compierla per cause al di fuori dal tuo
controllo. Il tuo errore è cosciente, colpevole, volontario,
anche se la presenza di una bella donna che, come te, è un
paria e ti sente il battito con dita affettuose non è una scusa
per non osservare i più elementari principi di sicurezza.
«Non dovresti farti vedere con me» obiettò debolmente.
«Sanno che sono qui. Peggiorerà la tua situazione.»
«Peggio di così non può andare» ribatté lei. «La mia
situazione è completamente negativa.»
«Dove hai la macchina?»
«A cinque minuti da qui. Ce la fai a camminare?»
È anche il momento in cui Justin, fisicamente esausto, è
contento di potersi giustificare con la scusa delle buone
maniere e dell'antica cavalleria imparate nella culla, prima
ancora che a Eaton. Una donna sola va accompagnata alla
carrozza, protetta da vagabondi, predoni e briganti. Si alza
in piedi, Lara lo prende sottobraccio e insieme attraversano
in punta di piedi il salotto per scendere la scala.
«'Notte, ragazzi» li saluta Amy da dietro la porta chiusa.
«Divertitevi!»
«Molto gentile» replica Justin.
19.

Nello scendere le scale di Amy, Lara passa per prima,


portando la sua borsa russa in una mano e posando l'altra
sulla balaustrata, e tiene d'occhio Justin alle sue spalle.
Arrivati nell'ingresso, gli prende il giaccone
dall'attaccapanni e lo aiuta a indossarlo. Poi si infila il
cappotto e un colbacco che la fa assomigliare ad Anna
Karenina. Accenna a mettersi a tracolla la borsa di lui, ma la
cavalleria da etoniano di Justin le impedisce di farlo e Lara
lo fissa con i suoi occhi castani, che sono come quelli di
Tessa ma senza il suo guizzo impertinente, mentre si
sistema la tracolla sulla spalla e, da bravo inglese che si
tiene tutto dentro, reprime ogni manifestazione di dolore.
Sir Justin apre la porta, cede il passo alla signora e sussurra
la propria sorpresa quando l'aria gelida lo aggredisce a
dispetto del giaccone imbottito e degli scarponi foderati di
pelo. Sul marciapiede, la dottoressa Lara gli infila la mano
sinistra sotto il braccio sinistro e con la destra lo sorregge
dietro la schiena, ma questa volta, quando i suoi nervi
intonano in coro un canto di dolore, nemmeno l'etoniano
indurito dalla vita riesce a trattenere un gemito. Lara non
dice nulla, ma i loro occhi si incontrano spontaneamente
quando lui si volta dall'altra parte come per difendersi dalla
fitta. Lo sguardo di Lara, sotto il colbacco, gli ricorda in
maniera allarmante altri occhi. La mano che gli sorreggeva
la schiena si è allungata fino a unirsi all'altra. Il passo si è
accorciato per accordarsi a quello di Justin. Abbracciati,
avanzano solennemente lungo il marciapiede ghiacciato
finché Lara si blocca e, sempre tenendolo sottobraccio,
guarda dall'altra parte della strada.
«Che cosa c'è?»
«Niente. Era prevedibile.»
Sono nella piazza. Un'utilitaria grigia di marca
indeterminata è sola sotto un lampione giallo. Nonostante
la patina di brina che la ricopre, si vede che è sporchissima.
Ha una gruccia di metallo a mo' di antenna. Vista così, ha
un che di minaccioso e vulnerabile al tempo stesso. Sembra
un'autobomba che sta per esplodere.
«È la tua?» domanda Justin.
«Sì. Ma c'è qualcosa che non va.»
La grande spia si accorge solo adesso di ciò che Lara ha
notato subito, e cioè che una delle gomme davanti è a terra.
«Non ti preoccupare. La cambiamo» dice Justin
ardimentoso, scordandosi ridicolmente il freddo polare,
l'ora tarda, i lividi e qualsiasi considerazione di sicurezza.
«Non è sufficiente» ribatte lei con opportuna cupezza.
«Accendiamo il motore e tu stai dentro al caldo. La
ruota di scorta e il cric li hai, vero?»
Ma prima ancora di arrivare sull'altro marciapiede,
Justin vede ciò che Lara presentiva: anche l'altra gomma è a
terra. In preda a un bisogno impellente di agire, Justin
tenta di liberarsi dalla stretta di Lara, ma lei glielo
impedisce e Justin capisce che non è il freddo a farla
rabbrividire.
«Succede spesso?» le domanda.
«Sì.»
«E cosa fai di solito, chiami un'officina?»
«Di notte non vengono. Piglio un taxi. La mattina,
quando torno, trovo la multa per sosta vietata. E a volte
anche per cattiva manutenzione del veicolo. Per non parlare
della rimozione forzata. Se me la portano via, devo andarla
a recuperare a casa del diavolo. Certe volte non trovo
neanche un taxi. Stasera invece siamo fortunati.»
Justin segue il suo sguardo e si stupisce nel vedere un
taxi parcheggiato dalla parte opposta della piazza, con
l'abitacolo illuminato, il motore acceso e una persona china
sul volante. Sempre tenendolo a braccetto, Lara lo spinge in
quella direzione. Lui le va dietro per qualche metro, poi gli
risuona un allarme interno e si ferma.
«È normale che un taxi sia per strada a quest'ora?»
«Non è importante.»
«Invece sì. E molto importante.»
Quando smette di guardarla negli occhi, Justin si
accorge che dietro al primo taxi ne sta arrivando un altro.
Anche Lara lo vede.
«Sei ridicolo. Guarda, adesso abbiamo due taxi. Ne
prendiamo uno per uno. O magari ne prendiamo uno solo,
ti accompagno in albergo e poi torno a casa. Vediamo. Non è
importante.» E, dimenticando che Justin non sta bene, o
semplicemente perdendo la pazienza, lo tira per il braccio,
con il risultato che Justin inciampa, si libera della sua
stretta e le si para di fronte, sbarrandole il passo.
«No» dice.
Vuol dire no, mi rifiuto. Vuol dire ho visto l'illogicità
della situazione. Se poco fa sono stato avventato, adesso
non lo sono più e tu nemmeno. Ci sono troppe coincidenze.
Siamo nella piazza deserta di una cittadina dimenticata da
Dio nel bel mezzo della tundra in una notte gelida di marzo
a un'ora in cui dormono anche i cavalli. Qualcuno ti ha
messo deliberatamente fuori uso la macchina e qui davanti
c'è un comodo taxi a disposizione, a cui subito dopo se ne
aggiunge un altro. Chi stanno aspettando, se non noi? Non
è sensato pensare che chi ti ha messo fuori uso la macchina
voglia anche farci salire sulla sua?
Ma Lara è sorda a queste argomentazioni scientifiche.
Facendo segno al tassista più vicino, avanza a grandi passi.
Justin la afferra per l'altro braccio, la blocca e cerca di
trattenerla. Questo gesto la fa infuriare tanto quanto a lui fa
male. Evidentemente Lara ne ha abbastanza di soprusi.
«Mollami! Lasciami stare! Ridammela!»
Justin le ha preso la borsa russa. Il primo taxi si
appresta a partire e il secondo lo segue. Curiosità?
Solidarietà? In un paese civile non si può mai essere sicuri.
«Torna alla macchina» ordina Justin a Lara.
«Quale macchina? Non va. Sei matto.»
Cerca di strappargli di mano la borsa russa, ma lui l'ha
aperta e fruga tra fogli, fazzoletti di carta e tutto quello che
gli capita fra le mani. «Dammi le chiavi della macchina,
Lara. Per favore!»
Ha trovato il portafoglio e l'ha aperto. Ha le chiavi in
mano: un mazzo enorme, con abbastanza chiavi per entrare
a Fort Knox. Cosa ci farà mai con tutte quelle chiavi una
donna sola caduta in disgrazia? Justin va verso la macchina
controllando il mazzo e gridando: «Qual è? Qual è?». Se la
trascina dietro, tenendo stretta la borsa. Spinge Lara sotto
la luce di un lampione perché gli mostri la chiave giusta,
cosa che lei fa, con aria offesa e vendicativa, mettendogliela
sotto il naso e schernendolo.
«Eccoti la chiave di una macchina con due gomme a
terra. Sei contento, ora? Ti senti un grand'uomo?»
È così che trattava Lorbeer?
I taxi stanno venendo verso di loro, uno dietro all'altro,
incuriositi e non ancora aggressivi. Ma hanno un che di
furtivo, di losco – Justin ne è convinto – hanno un'aria di
minaccia premeditata.
«Hai la chiusura centralizzata?» le chiede Justin ad alta
voce. «Le portiere si aprono tutte insieme?»
O Lara non lo sa o è troppo arrabbiata per rispondere.
Justin ha appoggiato un ginocchio per terra e, con la borsa
di lei sottobraccio, cerca di aprire la portiera del passeggero.
Le dita gli si appiccicano alla carrozzeria mentre tenta di
liberare la serratura dal ghiaccio e tutti i suoi muscoli
gridano forte quanto le voci che gli rimbombano nella testa.
Lara cerca di riprendersi la borsa e gli urla di tutto. La
portiera finalmente si apre e Justin si volta per affrontarla.
«Per l'amor del Cielo, Lara, sta' un po' zitta e sali in
macchina. Per favore!»
Ha fatto bene a ricorrere alla cortesia. Lara lo guarda
incredula. Justin ha la sua borsa in mano. La getta in
macchina e Lara le si precipita dietro come un cane che
insegue una palla; appena è sul sedile Justin sbatte la
portiera e fa il giro dell'auto per andare a mettersi al
volante. In quel momento il taxi dietro sorpassa quello
davanti e accelera, costringendo Justin a salire di corsa sul
marciapiede. Il taxi, passandogli accanto, gli sfiora un
lembo del giaccone. Lara gli apre la portiera da dentro. I due
taxi si fermano in mezzo alla strada una quarantina di metri
dietro di loro. Justin infila la chiave. Il parabrezza è coperto
da uno strato di ghiaccio contro cui i tergicristalli possono
fare poco, ma il lunotto posteriore è abbastanza pulito. Il
motore tossisce come un vecchio asino. A quest'ora della
notte? sembra protestare. Con questo freddo? Io? Justin
riprova.
«Benzina ce n'è?»
Nello specchietto retrovisore vede scendere da ciascun
taxi due uomini. Dovevano essersi nascosti dietro,
acquattati sotto i finestrini. Uno ha in mano una mazza da
baseball, l'altro un oggetto che a Justin sembra essere,
nell'ordine, una bottiglia, una bomba a mano e uno
sfollagente. Avanzano tutti e quattro decisi verso la
macchina di Lara. Che, grazie a Dio, si mette in moto.
Justin preme l'acceleratore e toglie il freno a mano, ma la
macchina ha il cambio automatico e Justin non si ricorda
come funzionano i cambi automatici e quindi la mette su D
schiacciando il freno, finché non ritrova la lucidità e la
macchina parte con un sobbalzo, fra scossoni e proteste. Lo
sterzo è durissimo. Gli uomini nello specchietto retrovisore
si mettono a correre. Justin accelera prudentemente, le
ruote davanti stridono e sobbalzano, ma la macchina va,
nonostante tutto, e prende velocità, mettendo paura agli
inseguitori, costretti a correre più forte. Hanno i vestiti
giusti, nota Justin: tute pesanti e scarponi morbidi. Quello
con la mazza da baseball ha un berretto di lana da marinaio
con il pompon, gli altri il colbacco. Justin lancia un'occhiata
a Lara, che ha una mano sulla faccia e si morde le dita. Con
l'altra mano si tiene al cruscotto. Ha gli occhi chiusi e
bisbiglia fra sé, forse prega. Justin si stupisce perché fino a
quel momento aveva pensato che fosse atea, a differenza
del suo amante Lorbeer. Sono usciti dalla piazza e,
rombando e sputacchiando, hanno imboccato una stradina
buia di malandate villette a schiera.
«Da che parte è la zona più affollata, più illuminata della
città?» le domanda.
Lara scuote la testa.
«Dov'è la stazione?»
«Troppo lontano. Non ho soldi.»
Sembra convinta di dover fuggire insieme con lui. Dal
cofano si alza una nuvola di fumo o di vapore e una
spaventosa puzza di gomma bruciata che a Justin fa tornare
in mente le manifestazioni di protesta degli universitari di
Nairobi. Ciononostante continua ad accelerare, osservando
nello specchietto retrovisore gli uomini che corrono, e
riflette di nuovo su quanto siano stupidi e poco
professionali. Cattivo addestramento, pensa. Una squadra
più preparata non sarebbe mai partita all'inseguimento
senza le macchine. E comunque, se avessero un po' di sale
in zucca, ancora adesso farebbero dietro front e le
andrebbero a riprendere, magari dividendosi. Invece non ci
pensano nemmeno, forse perché stanno guadagnando
terreno ed è solo questione di chi si arrende per primo, la
macchina di Lara o loro. Un segnale stradale in francese e
in inglese avverte Justin che sta per attraversare un
passaggio a livello. Filologo della domenica, si ritrova a
confrontare le due lingue.
«Dov'è l'ospedale?» chiede.
Lara si toglie le dita di bocca. «Alla dottoressa Lara
Emrich è vietato l'accesso all'ospedale» ribatte.
Justin scoppia a ridere per lei, deciso a farle coraggio.
«Ah, be', allora non ci andiamo. Se è vietato, che Dio ce ne
guardi. Dai, dimmi dov'è.»
«A sinistra.»
«Quanto è distante?»
«In condizioni normali, ci vorrebbe pochissimo.»
«Quanto?»
«Cinque minuti. Anche meno, senza traffico.»
Traffico non ce n'è, ma dal cofano continuano a uscire
sbuffi di fumo o vapore, la strada è sconnessa e ghiacciata,
il tachimetro indica un ottimistico trenta chilometri orari
massimo, gli inseguitori non danno segno di stanchezza e
non si ode suono a parte il gemito ritmato dei cerchioni, che
sembra lo stridore di mille unghie su una lavagna.
All'improvviso davanti a Justin si apre una piazza d'armi
completamente gelata; vede la porta merlata con lo stemma
della Dawes illuminato e, sulla sinistra, il padiglione
coperto di edera con i tre bunker di acciaio e cristallo che
incombono su di esso come iceberg. Gira il volante verso
sinistra e spinge con maggior forza sull'acceleratore, senza
ottenere alcun risultato. Il tachimetro segna zero chilometri
all'ora: ridicolo, visto che stanno ancora andando, per
quanto pianissimo.
«Chi conosci?» le urla.
Lara doveva essersi già posta la stessa domanda. «Phil.»
«Chi è?»
«Un russo che guidava le ambulanze. Adesso è troppo
vecchio.»
Si volta a prendere la borsa sul sedile posteriore e tira
fuori un pacchetto di sigarette – non Sportsman – ne
accende una e gliela porge. Justin la ignora.
«Se ne sono andati» dichiara Lara tenendosi la sigaretta.
Come un fedele destriero che ha tenuto duro fino
all'ultimo, la macchina esala l'ultimo respiro. L'asse
anteriore cede con uno schianto, dal cofano esce fumo nero
e acre e un clangore spaventoso annuncia che di lì non si
sposterà più. Sotto gli occhi di due cree con l'aria da drogati,
avvolti in giacconi imbottiti di kapok, Justin e Lara
scendono dall'auto, ferma per sempre nel bel mezzo della
piazza d'armi.

Il posto di lavoro di Phil era un casotto di legno bianco,


vicino al parcheggio delle ambulanze. Dentro c'erano uno
sgabello, un telefono, una lampada rossa girevole, una stufa
elettrica macchiata di caffè e un calendario sempre aperto al
mese di dicembre, dove una donna succintamente vestita da
Babbo Natale offriva la vista delle sue chiappe nude a un
coro di compiaciuti cantori, rigorosamente maschi. Phil era
sullo sgabello e parlava al telefono. Indossava un cappello
di cuoio con lunghi paraorecchie. Anche la sua faccia pareva
di cuoio: grinzosa e screpolata, ma lucida e coperta da un
velo di barba. Quando sentì Lara parlare in russo, fece come
i vecchi prigionieri: tenne la testa china e continuò a
guardare avanti con gli occhi bassi, in attesa di essere
assolutamente certo che fosse a lui che si rivolgeva.
Soltanto allora, infatti, la guardò in faccia diventando, come
accade a tutti i russi della sua età in presenza di una bella
donna giovane, un po' brusco, fra il mistico e il timido. Phil
e Lara si parlarono per un tempo che a Justin parve
inutilmente lungo. Lei era sulla porta del casotto e Justin le
stava alle spalle, nell'ombra, come un amante clandestino,
mentre Phil era seduto sullo sgabello con le mani nodose
strette in grembo. Si chiesero – immaginò Justin – come
stavano le rispettive famiglie, come andava la vita allo zio
tale e al cugino talaltro, finché Lara finalmente si fece da
parte per lasciar passare il vecchio e lui ne approfittò per
metterle una mano sulla vita, prima di scendere a passo
svelto la scala che conduceva al garage sotterraneo.
«Sa che non puoi entrare?» le domandò Justin.
«Non è importante.»
«Dov'è andato?»
Non rispose: non ce n'era bisogno. Accanto a loro era
spuntata infatti un'ambulanza nuova fiammante e Phil, con
il suo cappello, era alla guida.

La casa di Lara era nuova e lussuosa, in un condominio


elegante che dava sul lago, costruito per i figli prediletti
della Karel Vita Hudson, con sede a Basilea, Vancouver e
Seattle. Lara gli offrì un whisky e si versò una vodka, poi gli
mostrò l'idromassaggio, l'impianto stereo, il superforno
multifunzione a microonde e, con lo stesso ironico distacco,
il punto in cui parcheggiavano gli "Organy" quando la
tenevano d'occhio e cioè quasi tutti i giorni della settimana,
disse, generalmente dalle otto del mattino fino al calar del
sole, a seconda del tempo che faceva. Se c'era qualche
partita di hockey importante, se ne andavano anche prima.
Gli fece vedere l'assurda cupola di stucco bianco che aveva
in camera da letto, con minuscole lucine incassate che
volevano sembrare un cielo stellato e un regolatore di
intensità atto a renderlo più o meno luminoso a seconda
delle esigenze degli occupanti del grande letto rotondo
sottostante. E ci fu un momento, che entrambi videro
arrivare e passare, in cui parve possibile che potessero
diventarne gli occupanti loro stessi: due fuorilegge del
Sistema desiderosi di consolarsi l'un l'altro. Che cosa ci
sarebbe stato di male? Ma l'ombra di Tessa si mise in
mezzo e il momento passò senza che nessuno dei due lo
commentasse. Justin fece un commento sulle icone, invece.
Lara ne aveva cinque o sei: gli apostoli Andrea, Paolo,
Simon Pietro, Giovanni e la Vergine Maria, con aureole di
latta ed esili mani giunte in preghiera o alzate in
benedizione a simboleggiare la Trinità.
«Immagino che te le abbia regalate Markus» le disse,
confuso da questa nuova manifestazione di improbabile
religiosità.
Lei assunse un'aria più offesa e più cupa che mai.
«È una posizione assolutamente scientifica. Se Dio
esiste, sarà grato. Se non esiste, non è importante.» E
quando Justin scoppiò a ridere arrossì, ma poi si mise a
ridere anche lei.
La stanza degli ospiti era nel seminterrato. Con le sbarre
alla finestra e la vista sul giardino, gli ricordò i piani bassi di
casa Woodrow. Justin dormì fino alle cinque, scrisse alla zia
di Ham per un'ora, si vestì e salì con l'idea di lasciare un
biglietto a Lara e cercare un passaggio per tornare in città.
Invece la trovò davanti al bovindo a fumare, con gli stessi
vestiti della sera prima e il posacenere che traboccava di
cicche.
«L'autobus per la stazione fa una fermata in cima alla
salita» gli disse. «Passa fra un'ora.»
Gli preparò il caffè e Justin lo bevve seduto al tavolo
della cucina. Nessuno dei due aveva voglia di parlare di
quello che era successo la sera prima.
«Probabilmente era una banda di ladri» disse lui a un
certo punto, ma Lara rimase immersa nelle proprie
meditazioni.
Un'altra volta le chiese che cosa aveva intenzione di fare.
«Quanto tempo potrai restare qui?»
Lei rispose distrattamente: «Qualche giorno, una
settimana».
«E che cosa farai, dopo?»
Dipendeva. Non era importante. Non sarebbe morta di
fame.
«Adesso vai» gli disse tutto a un tratto. «È meglio che
aspetti alla fermata.»
Quando Justin uscì, Lara gli dava le spalle e allungava il
collo con la testa lievemente girata, come se sentisse un
rumore sospetto.
«Sarai misericordioso con Lorbeer» annunciò.
Ma Justin non capì se fosse una predizione o un ordine.
20.

«Senti, Tim, ma a che cazzo di gioco crede di giocare il


vostro amico Quayle?» domandò Curtiss dall'alto della sua
mole imponente, girandosi su un tallone per guardare
Donohue in faccia. La sua voce rimbombò nella sala, che
era grande come una cappella, aveva travi di tek sul soffitto,
porte con cardini da prigione e scudi tribali sulle pareti di
legno.
«Non è nostro amico, Kenny. Non lo è mai stato»
replicò stoicamente Donohue. «Dipende dal ministero degli
Esteri. Con noi non ha nulla a che fare.»
«Ci credo poco. Quello è un uomo infido, il peggior
soggetto che mi sia mai capitato. Perché non viene da me,
se ha qualcosa contro il mio farmaco? La porta è aperta.
Non sono mica un mostro, ti pare? Che cosa vuole? Soldi?»
«Non credo, Kenny. Non credo che pensi ai soldi.»
Questa voce, pensò Donohue aspettando di capire
perché era stato convocato, non me la scorderò mai.
Arrogante e piena di lusinghe. Vittimista e bugiarda.
Soprattutto arrogante. Risciacquata ma mai pulita. L'ombra
del vicolo del Lancashire ancora percepibile, per la
disperazione degli insegnanti di dizione che andavano e
venivano da casa sua.
«Chi glielo fa fare, allora, Tim? Tu lo conosci. Io no.»
«Sua moglie è morta in circostanze misteriose, Kenny.
Te lo ricordi?»
Curtiss si voltò verso la grande finestra panoramica e
alzò le mani con i palmi all'insù, come per appellarsi al
giudizio del crepuscolo africano. Oltre i vetri antiproiettile
c'erano un grande prato scuro e, in fondo, il lago. Sulle
montagne circostanti brillavano luci lontane e le prime
stelle perforavano il blu della nebbia serale.
«Dunque la moglie fa una brutta fine» ragionò Curtiss
con lo stesso tono lamentoso di poc'anzi. «Finisce fra le
grinfie di un branco di assatanati, oppure la fa fuori il suo
amichetto nero, cosa ne so? Se l'è andata a cercare,
comportandosi come si comportava. Stiamo parlando del
Turkana, mica del Surrey, cazzo. E comunque me ne
rammarico, va bene? Me ne rammarico tantissimo.»
Forse non quanto dovresti, pensò Donohue.
Curtiss aveva case in tutto il mondo, da Monaco al
Messico, e Donohue le odiava tutte. Odiava la loro puzza di
iodio, i parquet che vibravano sotto i suoi piedi, i domestici
intimoriti. Odiava i mobili bar con gli specchi, i fiori senza
profumo che ti guardavano come le troie annoiate di cui
Curtiss si circondava. Donohue, nella sua testa, sommava
tutto questo alle Rolls-Royce, al Gulfstream e allo yacht e lo
considerava una sorta di monumento al kitsch distribuito in
cinque o sei paesi diversi. Quella che odiava di più, tuttavia,
era la villa fortificata sul lago Naivasha, con il filo spinato
tutto intorno, il servizio di sorveglianza, i cuscini di pelle di
zebra, i pavimenti in cotto con le pelli di leopardo, i divani
in antilope, il mobile bar con gli specchi e le luci rosa,
l'antenna satellitare per televisore e telefono, i sensori di
movimento, gli impianti d'allarme, i walkie-talkie... Perché
era in quella casa, in quella stanza e su quel divano di
antilope, che da cinque anni a quella parte veniva convocato
con il cappello in mano tutte le volte che a Curtiss girava di
farlo, per ricevere le briciole che il grande Sir Kenny K. nella
sua imprevedibile munificenza decideva di regalare
all'affamata Intelligence inglese. E lì era stato convocato
anche quella sera, per motivi ancora tutti da scoprire,
proprio mentre stava stappando una bottiglia di bianco del
Sudafrica da accompagnare ai filetti di salmone di lago, con
la sua amata moglie Maud.
«Comunque vada, Tim, noi la vediamo così, vecchio
mio» diceva il messaggio teso, fatto esclusivamente di
occhiate, nello stile vagamente wodehousiano del suo
direttore a Londra.

"Sul fronte visibile mantieni rapporti amichevoli, in


conformità all'immagine pubblica consolidata negli ultimi
cinque anni. Golf, un aperitivo ogni tanto, un pranzo ogni
tanto, eccetera. Meglio tu che io. Sul fronte nascosto
continua a comportarti in modo naturale e a mostrarti
occupato, visto che le alternative (rottura e conseguente
risentimento da parte della persona in oggetto) sono troppo
pericolose per essere prese in considerazione nell'attuale
stato di crisi. Per tua informazione personale, qui è
scoppiato il finimondo su entrambe le sponde del Tamigi e
la situazione peggiora di giorno in giorno.
Roger"

«Perché sei venuto in macchina, comunque?» chiese


Curtiss infastidito, continuando a osservare la propria
tenuta africana. «Se me l'avessi chiesto, ti avrei mandato il
Beechcraft. Doug Crick ha un pilota a tua disposizione. Stai
cercando di farmi sentire in colpa o cosa?»
«Mi conosci, capo.» A volte, per aggressione passiva,
Donohue lo chiamava capo, titolo da sempre e per sempre
riservato al responsabile del Servizio. «Guidare mi piace.
Apro i finestrini, mangio la strada. Mi diverto.»
«Su queste strade del cazzo? Sei fuori di testa. Gliel'ho
detto, sai? Ieri. Anzi, no, domenica. 'Qual è la prima cosa
che vede uno quando arriva al Kenyatta e parte per il suo
safari?' gli ho chiesto. 'Mica giraffe e leoni. Le strade, signor
presidente. Le vostre strade dissestate, impraticabili.' Lui
vede solo quello che vuole, è questo il problema. E poi
viaggia esclusivamente in aereo. 'Anche i treni fanno schifo'
gli ho detto. 'Usi i carcerati' gli ho suggerito. 'Ne ha più che
a sufficienza. Li mette a riparare i binari e sistema le
ferrovie.' 'Ne parli con Jomo' mi fa lui. 'Jomo chi?' chiedo.
'Il nuovo ministro dei Trasporti' mi risponde. 'E da quando
in qua il nuovo ministro dei Trasporti è Jomo?' gli
domando. 'Da adesso' mi risponde. Che coglione.»
«Un coglione, davvero» replicò Donohue devoto,
sorridendo come faceva spesso quando non c'era niente da
ridere, con la lunga testa cascante lievemente piegata da
una parte e all'indietro e gli occhi giallastri a cui non
sfuggiva niente che luccicavano, accarezzandosi i baffi che
sembravano zanne di un tricheco.
Nella sala cadde un silenzio come non ce n'erano ancora
stati. I domestici africani erano tornati ai loro paesi. Le
guardie del corpo israeliane, quelle che non erano di turno a
perlustrare la tenuta, erano nel casotto all'ingresso a
guardare un film di kung fu. Donohue ne aveva visto un
pezzetto, con due garrottamenti veloci, mentre aspettava di
poter passare. I segretari personali e il valletto somalo
erano stati spediti nell'edificio riservato ai domestici,
dall'altra parte della tenuta. Per la prima volta da che si
ricordava, in casa Curtiss non squillava un solo telefono. Un
mese prima Donohue avrebbe dovuto litigare per farsi
ascoltare, minacciando di andare via se Curtiss non gli
avesse concesso qualche minuto a tu per tu. Quella sera,
invece, gli avrebbe fatto piacere il trillo del telefono di casa
o lo stridio rauco di quello satellitare, fermo imbronciato
sul suo carrellino accanto all'enorme scrivania.
Con la schiena da lottatore sempre rivolta a Donohue,
Curtiss si era messo in quella che per lui era una posa
meditabonda. Aveva i vestiti che indossava
immancabilmente quando era in Africa: camicia bianca con
gemelli d'oro a forma di tre api, pantaloni blu, scarpe di
vernice con la frangia e un orologio d'oro sottile come una
moneta da un penny al polso peloso. Ma fu la cintura di
coccodrillo nera ad attirare l'attenzione di Donohue. Negli
altri uomini con la pancia che conosceva, la cintura
scendeva sul davanti, lasciando traboccare la ciccia. Quella
di Curtiss invece era perfettamente orizzontale, come una
riga tracciata a metà di un uovo, e lo faceva sembrare un
enorme Humpty Dumpty. Portava i capelli, neri e folti,
pettinati all'indietro, alla moda slava, così da lasciare
scoperta la fronte larga e formare una specie di codino
dietro la testa. Fumava il sigaro e tutte le volte che dava una
boccata chiudeva gli occhi. Quando si stufava, lo
appoggiava, ancora acceso, su uno dei suoi costosissimi
mobili. Quando lo rivoleva, accusava i domestici di
averglielo rubato.
«Tu sai dove vuole arrivare quel bastardo, immagino»
disse.
«Moi?»
«Quayle.»
«No, non credo. Dovrei?»
«Non ti informano? O se ne fregano?»
«Forse non lo sanno neanche loro, Kenny. A me hanno
detto soltanto che ha abbracciato la causa della moglie –
qualsiasi essa fosse –, che non è in contatto con i suoi
datori di lavoro e sta facendo tutto da solo. Sappiamo che la
moglie aveva delle proprietà in Italia e una delle teorie è
che si sia nascosto laggiù.»
«E la Germania come me la spieghi?» lo interruppe
Curtiss.
«La Germania come te la spiego?» gli fece il verso
Donohue, imitando il tono che più detestava.
«La settimana scorsa era in Germania. A ficcare il naso
in un gruppuscolo di capelloni sinistroidi e idealisti che ce
l'hanno a morte con la K.V.H. Se non gli avessi detto di
andarci piano, a quest'ora l'avrebbero già cancellato dalle
liste elettorali. Ma i tuoi amici di Londra di questo non
sanno niente, eh? Non gliene frega un accidente. Hanno di
meglio da fare. Di', Donohue, sto parlando con te!»
Curtiss si era voltato dalla sua parte e si era chinato, con
la faccia paonazza protesa in avanti. Aveva una mano nella
tasca dei pantaloni, ampi come una tenda da campeggio, e
con l'altra teneva il sigaro, acceso, come per mazzolare un
picchetto incandescente nella testa di Donohue.
«Temo che tu sia già andato oltre, Kenny» replicò
Donohue calmo. «Vuoi sapere se il ministero sta cercando
Quayle? Non ne ho la più pallida idea. Sono a rischio segreti
nazionali? Ne dubito. Il nostro valido informatore Sir
Kenneth Curtiss ha bisogno di protezione? Non abbiamo
mai promesso di proteggerti dal punto di vista commerciale,
Kenny. Non credo che esista un'istituzione al mondo
disposta a farlo, peraltro, finanziaria e non. A meno che non
abbia intenzioni suicide, beninteso.»
«Ma vaffanculo!» Curtiss aveva appoggiato le enormi
mani sulla grande fratina e stava avanzando verso Donohue
con andatura scimmiesca. Ma Donohue sfoderò il suo
sorriso da tricheco e rimase impassibile. «Io posso
affossare te e il tuo cazzo di Servizio con una mano sola, lo
sai?» gridò Curtiss.
«Non l'ho mai dubitato, credimi.»
«Io invito a pranzo quelli che ti pagano lo stipendio, gli
offro da bere a bordo del mio yacht. Donne, caviale,
champagne. Gli procuro voti quando ci sono le elezioni.
Automobili, soldi, segretarie con delle belle tette. Faccio
affari con società che in un anno guadagnano dieci volte più
di voi. E, se gli dicessi quello che so, per voi sarebbe la fine.
Perciò, Donohue, vaffanculo.»
«Anche tu, Curtiss» mormorò Donohue con il tono
stanco di chi si è sentito ripetere mille volte la stessa cosa,
come effettivamente era.
Malgrado tutto, il suo cervello operativo si stava
domandando molto seriamente dove voleva arrivare Curtiss
con quella manfrina. Curtiss aveva già fatto simili scenate,
com'è vero Iddio. Quante volte gli era capitato di stare lì
seduto ad aspettare che finisse la buriana o, se gli insulti
diventavano troppo pesanti per essere ignorati, fare
un'uscita tattica in attesa che Kenny decidesse che era ora
di richiamarlo e scusarsi con lui, spesso con l'aiuto di
qualche lacrima di coccodrillo? Quella sera, però, Donohue
aveva la sensazione di essere in un campo minato. Aveva
bene impressa la lunga occhiata che gli aveva rivolto Doug
Crick al cancello, la deferenza maggiore del solito insita nel
suo: «Oh, buonasera, signor Donohue. Avverto 'subito' il
capo». Ascoltava con crescente disagio i silenzi mortali fra
uno scoppio d'ira di Curtiss e l'altro.
Davanti alla finestra panoramica passarono due
israeliani in pantaloncini corti, camminando lentamente,
accompagnati da due feroci cani da guardia. Sul prato
c'erano alcuni giganteschi eucalipti gialli, fra i cui rami
saltellavano dei colobi, che facevano innervosire i cani.
L'erba era perfetta, rigogliosa, irrigata dal lago.
«Lo pagate voi!» accusò Curtiss all'improvviso, alzando
una mano e abbassando la voce per dare maggiore
drammaticità alle sue parole. «Quayle è uno dei vostri. Non
è così? Dietro di lui ci siete voi, che volete rovinarmi. Non è
così?»
Donohue sfoderò il sorriso dell'uomo saggio. «Sì, certo,
Kenny» disse cercando di blandirlo. «Hai colpito nel segno.
Peccato che sia tutto sbagliato e campato per aria.»
«Perché mi fai questo? Io ho diritto di sapere! Io sono
Sir Kenneth Curtiss, cazzo! Soltanto l'anno scorso ho
finanziato il partito con la bellezza di mezzo milione di
sterline, perdio! E alla British Intelligence ho dato
informazioni che valevano oro, ecco cosa le ho dato! Vi ho
fatto dei servizietti impagabili. E l'ho fatto volontariamente,
e ho anche...»
«Kenny» lo interruppe Donohue con calma. «Smettila.
Non dire queste cose davanti ai domestici, okay? Ascoltami.
Perché dovremmo incoraggiare Quayle a mettertelo nel
culo? Perché il mio Servizio – al limite delle sue
competenze e sotto il solito fuoco di Whitehall – dovrebbe
spararsi nei coglioni sabotando un'utile risorsa come Kenny
K.?»
«Perché mi avete già sabotato in un casino di occasioni,
ecco perché! Perché mi avete fatto chiamare dalle banche
della City! Sono a rischio diecimila posti di lavoro, ma voi
ve ne fottete, pur di pigliare a calci nel culo Kenny K.!
Perché avete avvertito i vostri amici politici di lavarsene le
mani di me prima che io vada a fondo. Non è vero? Non è
così? Ti ho chiesto se non è così!»
Donohue stava rapidamente dividendo le informazioni
dalla domanda. 'Le banche della City lo hanno chiamato?
Londra sa? E perché Roger non mi ha avvisato?'
«Mi dispiace sentire queste cose, Kenny. Quando ti
hanno chiamato le banche?»
«Che cosa cazzo c'entra? Oggi. Oggi pomeriggio. Per
telefono e per fax. Prima mi hanno telefonato, e poi mi
hanno anche mandato un fax casomai mi scordassi, e
adesso mi scriveranno pure, casomai non avessi letto il
fax.»
Allora Londra sa, pensò Donohue. Ma, se lo sanno,
perché mi hanno lasciato qui come un fesso? Ci penserò.
«Perché ti hanno chiamato le banche, Kenny?» chiese con
sollecitudine.
«A sentir loro, sono preoccupati per le implicazioni
morali di certe pratiche commerciali. Ma che cazzo di
pratiche commerciali? Che cazzo di implicazioni morali?
Non sanno nemmeno dove sta di casa la morale, quelli.
Dicono che sono preoccupati perché i mercati hanno perso
fiducia. Chissà come mai i mercati hanno perso la fiducia...
Sono stati loro, cazzo! Voci inquietanti, dicono.
Fottiamocene. Ci sono già passato.»
«E i tuoi amici politici... Quelli che se ne lavano le mani
di te... quelli che non abbiamo avvertito?»
«Mi ha cercato un portaborse dal Numero Dieci di
Downing Street con un manico di scopa su per il culo. Dice
che chiama per conto di eccetera eccetera. Eterna
gratitudine per tutto quello che ho fatto, ma visto che ormai
bisogna essere più santi del Santo Padre, mi restituiscono i
finanziamenti al partito, grazie prego, dove possono
mandarmeli? Perché prima se li tolgono dai libri contabili
meglio è. Possiamo fare finta che non sia successo niente?
Tu sai dov'è adesso? Dove ha dormito due sere fa, chi si è
scopato?»
Donohue non colse immediatamente che Curtiss non
stava parlando del premier, ma di Justin Quayle.
«In Canada. Nel Saskatchewan, cazzo» sbuffò Curtiss
rispondendo alla sua stessa domanda. «A gelarsi il culo,
spero.»
«Che cosa ci è andato a fare?» domandò Donohue,
stupito non tanto del fatto che Justin fosse in Canada,
quanto della facilità con cui Curtiss l'aveva rintracciato fin
laggiù.
«C'è un'università. E una donna, una cazzo di
ricercatrice, che si è messa in testa di andare in giro a dire
che il farmaco è mortale, contravvenendo alle clausole del
suo contratto. Quayle si è fermato a dormire a casa sua. Un
mese dopo che gli è morta la moglie.» Alzò la voce,
minacciando un'altra sfuriata. «Ha un passaporto falso,
cazzo! Chi glielo ha dato? Voi. Paga tutto in contanti. Chi
glieli manda? Voi, bastardi. Sfugge alle loro reti peggio di
un'anguilla. Chi gliel'ha insegnato? Voi!»
«No, Kenny. Non siamo stati noi. Noi non c'entriamo
niente.» Le loro reti, pensò. Non le nostre.
Curtiss si stava gonfiando per lanciare un altro urlo. Che
puntualmente arrivò. «E allora vorresti essere tanto gentile
da dirmi che cosa cazzo ha in testa il signor Porter Coleridge
quando riferisce al governo di Sua Maestà informazioni
false e tendenziose sulla 'mia' società e sul 'mio' farmaco?
Che cosa cazzo ha in testa quando minaccia di rivolgersi a
Fleet Street se i nostri signori e patroni in quella gabbia di
matti di Bruxelles non gli promettono un'inchiesta
esauriente e imparziale? E perché cazzo quei coglioni del
tuo cazzo di ministero glielo lasciano fare, anzi, gli danno
man forte?»
E tu come fai a sapere queste cose? si meravigliò fra sé
Donohue. Come faceva, in nome di Dio, un uomo così
doppio e pieno di risorse come Curtiss ad aver messo le sue
manacce pelose su un'informazione top secret e in codice
soltanto otto ore dopo che Donohue l'aveva personalmente
ricevuta dal Servizio? Dopo essersi posto questa domanda,
Donohue, da bravo professionista del suo settore, si accinse
a trovare la risposta. Sfoderò il suo sorriso allegro, questa
volta davvero compiaciuto, manifestando autentica
soddisfazione nel vedere che qualcosa a questo mondo si
poteva risolvere ragionevolmente tra amici.
«Naturale» disse. «Il vecchio Bernard Pellegrin ti ha
avvertito. Un uomo di fegato. Oltre che tempestivo. Credo
che, al suo posto, anch'io avrei fatto lo stesso. Ho sempre
avuto un debole per Bernard.»
Con gli occhi sorridenti fissi sul volto paonazzo di
Curtiss, Donohue lo vide prima esitare e quindi assumere
un'espressione sprezzante.
«Quel finocchio buono a nulla? Non mi fiderei neanche
a fargli portare a passeggio il cane. Gli sto tenendo in caldo
un posto per quando andrà in pensione, ma quello stronzo
non ha mosso un dito per proteggermi. Ne vuoi?» chiese
poi, porgendogli una bottiglia di cristallo piena di brandy.
«Non posso, vecchio mio. Ordine di Leech.»
«Te l'ho detto, vai dal mio medico. Doug ti ha dato
l'indirizzo. È solo a Città del Capo. Ti ci accompagniamo noi,
con il Gulfstream.»
«Troppo tardi per cambiare cavallo, ormai. Grazie
comunque, Kenny.»
«Non è mai troppo tardi» ribatté Curtiss.
Dunque è stato Pellegrin, pensò Donohue, che ebbe
conferma dei propri sospetti nell'osservare Curtiss versarsi
un'altra dose letale di liquore. In fondo ci sono cose di te
che sono prevedibili e una è che non hai mai imparato a
mentire.

Cinque anni prima, spinto dal desiderio di fare qualcosa


di utile, Donohue, che non aveva figli, era andato nel Nord
del paese a trovare un povero contadino africano che nel
tempo libero organizzava tornei di football per ragazzi. Il
problema erano i soldi: ci volevano un camioncino per
portare i ragazzi alle partite, divise e altri preziosi simboli di
dignità. Maud aveva appena ricevuto una piccola eredità e
Donohue incassato un'assicurazione sulla vita. Quando
erano tornati a Nairobi avevano dato tutto il loro
patrimonio in garanzia per assicurare un finanziamento
rateale nell'arco di cinque anni e Donohue non era mai
stato così contento. Il suo unico rimpianto, con il senno di
poi, era aver dedicato così poco tempo della sua vita al
football giovanile e così tanto allo spionaggio. Lo stesso
pensiero, per chissà quale ragione, gli passò per la mente
quando vide Curtiss sedersi su una poltrona di tek grande
abbastanza per la sua stazza, annuendo e ammiccando
come un nonno affettuoso. Ecco il tanto favoleggiato
fascino che mi lascia freddo, si disse Donohue.
«Ho fatto un salto ad Harare un paio di giorni fa» gli
confidò ad arte Curtiss, battendosi le mani sulle ginocchia e
protendendosi in avanti con aria confidenziale. «Quello
stupido pavone di Mugabe ha appena nominato un nuovo
ministro dei Progetti Nazionali. Un ragazzo che promette
bene, secondo me. Hai letto?»
«Sì, certo.»
«Giovane. Ti piacerebbe. Ci sta dando una mano per
un'idea che abbiamo in mente di realizzare da quelle parti.
Le mazzette gli piacciono. Parecchio, direi. Pensavo che ti
potesse interessare saperlo. In passato ha funzionato per
tutti e due, no? Uno che prende mazzette da Kenny K. non
disdegna di prenderle anche da Sua Maestà. Dico bene?»
«Benissimo. Grazie. Ottima idea. Riferirò a chi di
dovere.»
Altri cenni con il capo e ammiccamenti, accompagnati
da un gran sorso di cognac. «Hai presente quel grattacielo
che ho costruito vicino all'Uhuru Highway?»
«Gran bel lavoro, Kenny.»
«La settimana scorsa l'ho venduto a un russo. Un
mafioso, dice Doug. Un boss, pare, non un pesce piccolo
come quelli che girano da queste parti. Corre voce che stia
per concludere un grosso affare con i trafficanti di droga
coreani.» Si appoggiò allo schienale e squadrò Donohue con
la profonda sollecitudine di un amico intimo. «Ehi, Tim,
stai mica per svenire? Ti senti poco bene?»
«No, no. A volte mi succede.»
«È la chemio. Te l'ho detto di andare dal mio dottore. Tu
però non ne vuoi sapere. Come sta Maud?»
«Bene, grazie.»
«Ti presto lo yacht. Prendetevi una vacanza insieme.
Mettiti d'accordo con Doug.»
«Grazie, Kenny, ma mi sembra un tantino
compromettente. Ti pare?»
Kenny sospirò e lasciò cadere le braccia sui fianchi,
minacciando un altro brusco cambiamento di umore. Non
esisteva uomo al mondo che prendesse peggio di lui un
rifiuto quando era in vena di generosità. «Non sarai mica
uno di quelli che tutto a un tratto non vogliono più
accettare i miei regali, vero? Non farai mica come quelli
delle banche, vero, Tim?»
«Ma no, figurati.»
«Mi raccomando. Perché ci rimetteresti. Questo russo di
cui ti parlavo, senti me. Sai che cosa si è messo da parte per
i tempi difficili? L'ha fatto vedere a Doug.»
«Sono tutt'orecchi, Kenny.»
«Io in quel grattacielo ho costruito un seminterrato. Da
queste parti non usa, ma ho pensato di metterci un garage
sotterraneo. Mi è costato una fortuna, ma io sono fatto così.
Quattrocento posti macchina per duecento appartamenti. E
questo russo, che non ti dico come si chiama, l'ha riempito
di camion bianchi con la scritta U.N. Nuovi di zecca,
sostiene. Scesi per sbaglio da una nave diretta in Somalia. Li
vuole vendere.» Alzò le braccia, stupito da quell'aneddoto.
«Cosa cazzo mi significa questa storia? La mafia russa
vende camion delle Nazioni Unite? E lo viene a raccontare a
me? Sai cosa voleva che facesse Doug?»
«Dimmi.»
«Che li importasse da Nairobi a Nairobi. Lui ci passa su
una mano di bianco e noi dobbiamo solo vedercela con la
dogana e registrare i camion nei nostri libri contabili un po'
alla volta. Se questa non è malavita organizzata, dimmi tu
che cos'è. Un mafioso russo che frega le Nazioni Unite qui a
Nairobi, alla luce del sole, è anarchia! E a me l'anarchia non
piace. Quindi beccati questa informazione gratis et amore
Dei, cazzo. "With the compliments of Kenny K." Di' ai tuoi
capi che è un regalino da parte mia.»
«Saranno molto contenti.»
«Dovete fermarlo, Tim. Impedirgli di andare avanti.
Subito.»
«Coleridge o Quayle?»
«Tutti e due. Voglio che fermiate Coleridge e voglio che
quello stupido rapporto della moglie di Quayle sparisca...»
Mio Dio, sa anche di quello, pensò Donohue. «Credevo
che Pellegrin l'avesse già fatto sparire» protestò con la
faccia perplessa che fanno i vecchi quando non si fidano più
della loro memoria.
«Lascia stare Bernard! Non è mio amico e non lo sarà
mai. E devi dire al signor Quayle che, se continua a darmi
addosso, non potrò più fare un cazzo per lui, perché si sta
inimicando il mondo intero, non solo me. Capito? In
Germania l'avrebbero fatto fuori, se non mi fossi fatto in
quattro per salvargli il culo. Mi sono spiegato?»
«Sei stato chiarissimo, Kenny. Riferirò a chi di dovere.
Non ti posso assicurare altro.»
Con l'agilità di un orso, Curtiss si alzò dalla poltrona e
andò dall'altra parte della sala.
«Io sono un patriota» gridò. «Diglielo anche tu,
Donohue, che sono un patriota!»
«Certo, Kenny.»
«Dillo, che sono un patriota.»
«Sei un patriota. Meglio di John Bull e Winston
Churchill messi assieme. Cosa vuoi che dica?»
«Fammi un esempio del mio patriottismo. Uno dei tanti.
Il migliore che ti viene in mente. Subito.»
Dove diavolo vuole arrivare? In ogni caso, Donohue
cedette. «Il lavoro che abbiamo fatto l'anno scorso in Sierra
Leone?»
«Raccontamelo. Avanti. Dimmi com'è andata.»
«Un nostro cliente voleva fucili e munizioni in forma
assolutamente anonima.»
«E allora?»
«Allora noi abbiamo comprato i fucili...»
«Io ho comprato i fucili!»
«Tu hai comprato i fucili con i tuoi soldi, noi ti abbiamo
fornito un certificato falso che attestava che erano destinati
a Singapore...»
«Ti sei dimenticato la nave!»
«La ThreeBees ha noleggiato un mercantile da
quarantamila tonnellate su cui caricare i fucili, la nave si è
persa nella nebbia...»
«Ha finto di perdersi nella nebbia!»
«... ed è dovuta attraccare in un porticciolo vicino a
Freetown, dove il nostro cliente e i suoi uomini erano
pronti a svuotare le stive.»
«E non ero assolutamente obbligato a farlo, no? Avrei
potuto tirarmi indietro per paura. Avrei potuto dirvi 'mi
dispiace, avete sbagliato indirizzo, bussate a un'altra porta'.
Invece l'ho fatto. Per puro e semplice amor di patria. Perché
sono un patriota.» Abbassò la voce e assunse un tono da
cospiratore. «Okay, sta' a sentire. Devi fare così. Il Servizio
deve fare così.» Camminava nervosamente avanti e indietro
per la sala, impartendo ordini sottovoce, con frasi ben
scandite. «Il tuo Servizio, non il ministero degli Esteri, mi
raccomando. Quelli sono dei grandissimi finocchi. Il
Servizio, in persona, va dalle banche e trova in ciascuna un
vero inglese doc. Uomo o donna non importa. Mi ascolti?
Perché guarda che devi riferire tutto stasera appena torni a
casa, capito?» Aveva la voce da visionario, quella che usava
ogni tanto: tonalità alta, un po' vibrante, da miliardario del
popolo.
«Sì che ti ascolto» gli assicurò Donohue.
«Bene. Poi li mettete tutti insieme, questi inglesi doc. In
una bella stanza di qualche bel palazzo della City. Voi
conoscete senz'altro un posto che va bene. E, a nome del
Servizio Segreto Britannico, gli dite: 'Signori e signore,
lasciate in pace Kenny K. Non vi diciamo perché, ma solo
che dovete farlo per la regina. Kenny K. ha fatto molto per il
suo paese, anche se non vi possiamo dire che cosa, e molto
farà. Dovete dargli una proroga di tre mesi, per amore del
vostro paese, a cui Kenny K. è tanto devoto'. E loro lo
faranno. Basta che dica di sì uno e diranno di sì tutti, perché
sono dei pecoroni. E le altre banche seguiranno il loro
esempio, perché anche loro sono pecoroni.»
Donohue non aveva mai pensato di poter provare pietà
per Curtiss, ma in quel momento ci andò molto vicino.
«Glielo chiederò, Kenny. Il problema è che non abbiamo
tanto potere. Se ce l'avessimo, dovrebbero scioglierci.»
L'effetto di quelle parole fu più drastico di quello che
temeva. Curtiss si mise a ululare e i suoi ululati
riecheggiarono in tutta la casa. Alzò le braccia sopra la testa,
come un sacerdote all'offertorio. La sua voce tonante da
tiranno faceva tremare le pareti.
«Sei indietro, Donohue. Credi che siano i governi a
controllare il mondo? Tornatene a lezione di catechismo,
ragazzo! Adesso si canta 'Dio salvi le multinazionali', lo sai?
E, già che ci sei, di' ai tuoi amici Coleridge e Quayle e a tutti
quelli che sono in combutta contro di me che Kenny K.
vuole bene all'Africa» gridò, voltando il busto per guardare
il panorama, con il lago argenteo alla luce della luna. «Ce
l'ha nel sangue! E vuole bene anche al suo farmaco. Kenny
K. è nato per portare il suo farmaco a tutti gli africani che
ne hanno bisogno, uomini, donne e bambini! E lo farà, che
vi piaccia o no, cazzo! Chi si mette in testa di fermare il
progresso scientifico, poi deve dare la colpa solo a se stesso.
Perché io quelli non li posso fermare. Non più. E tu
nemmeno. Perché il farmaco è stato sperimentato e testato
in tutti i modi, dai migliori cervelli sul mercato, nessuno
escluso. E non uno di loro» continuò con voce
pericolosamente vicina all'isteria «ha avuto un cazzo da dire
contro. Non uno! Né mai lo avrà. Mai! Adesso sparisci.»
Mentre si accingeva ad andarsene, Donohue sentì una
serie di rumori furtivi intorno a lui, ombre che si
dileguavano nei corridoi, cani che abbaiavano e un coro di
telefoni che si mettevano a suonare tutti insieme.

Uscendo all'aria aperta, Donohue si fermò un istante per


farsi purificare dagli odori e dai suoni dell'Africa. Era, come
sempre, disarmato. Brandelli di nubi coprivano le stelle.
Alla luce dei fari antintrusione le acacie erano gialle. Sentì i
caprimulgi e il verso di una zebra. Si guardò intorno
lentamente, costringendosi a fissare più a lungo gli angoli
particolarmente bui. La casa era in alto, dietro di essa c'era
il lago e davanti uno spiazzo asfaltato che alla luce della
luna pareva un profondo cratere. Al centro dello spiazzo
c'era la sua auto. Per abitudine l'aveva parcheggiata lontano
dalla boscaglia. Siccome gli era parso di vedere un'ombra
che si muoveva, rimase immobile. Chissà perché, pensava a
Justin. Pensava che, se Curtiss aveva ragione e Justin era
stato prima in Italia e poi in Germania e in Canada con un
passaporto falso, quello era un uomo che non conosceva,
ma di cui nelle ultime settimane aveva cominciato a
sospettare l'esistenza: Justin il solitario, che non prendeva
ordini da nessuno fuorché se stesso; Justin appassionato e
sul piede di guerra, deciso a scoprire ciò che, nella sua vita
precedente, aveva contribuito a insabbiare. E se Justin
adesso era così e questa era la missione che si era assunto,
allora da dove cominciare la ricerca se non dalla casa sul
lago di Sir Kenneth Curtiss, importatore e distributore del
'suo' farmaco?
Donohue fece mezzo passo verso l'auto e, udendo un
suono molto vicino, si fermò con il piede per aria e lo posò
delicatamente sull'asfalto. A che gioco stai giocando,
Justin? Un, due, tre, stella! O sei solo uno dei tanti colobi?
Poi sentì un passo, un chiaro rumore di passi alle sue
spalle. Uomo o animale? Alzò il gomito destro per
difendersi e, trattenendo l'impulso di sussurrare il nome di
Justin, si voltò e vide Doug Crick a un metro e mezzo da lui,
illuminato dalla luna, le mani ostentatamente vuote lungo i
fianchi. Era un uomo grande e grosso, alto come Donohue
ma con la metà dei suoi anni, la faccia pallida, i capelli
chiari e un sorriso affascinante, sebbene lievemente
effemminato.
«Ciao, Doug» disse Donohue. «Tutto bene?»
«Sissignore, grazie. E lei?»
«Posso fare qualcosa per te?»
Parlavano entrambi a voce bassissima.
«Sissignore. Potrebbe prendere la macchina e andare
verso Nairobi fino all'incrocio con la strada che porta allo
Hell's Gate National Park, che ha chiuso un'ora fa. È
sterrata e buia. Ci vediamo là fra dieci minuti.»
Donohue percorse il viale di alberi neri di grevillea fino
al casotto e si lasciò puntare la torcia in faccia dal custode, il
quale illuminò poi l'interno della macchina, casomai
Donohue avesse rubato qualche pelle di leopardo. Al film di
kung fu si era sostituito uno sfuocato hard-core. Donohue
imboccò la strada, facendo attenzione ad animali e persone.
Sul bordo erano accucciati o sdraiati alcuni africani;
qualche passante solitario con un lungo bastone lo salutò
con la mano o gli saltò per scherzo davanti ai fari. Proseguì
finché non trovò un'elegante indicazione per il parco.
Accostò, spense i fari e rimase ad aspettare. Dietro di lui si
fermò una macchina. Donohue aprì la portiera dalla parte
del passeggero, facendo scattare la luce di cortesia. Non
c'erano nuvole né luna. Attraverso il parabrezza le stelle
erano doppiamente luminose. Donohue riconobbe la
costellazione del Toro e dei Gemelli e poi quella del Cancro.
Crick entrò e si sedette sbattendo la portiera e
ripiombarono nel buio più assoluto.
«Il capo è disperato, signore. Non l'ho mai visto in
questo stato. Mai, davvero» disse Crick, sospirando per
esprimere la propria esasperazione.
«Capisco.»
«Francamente, è al limite della rottura.»
«È molto teso, immagino» disse Donohue in tono
comprensivo.
«Sono stato nella sala comunicazioni tutto il giorno a
passargli le chiamate. Hanno telefonato banche di Londra,
Basilea, di nuovo le banche, poi finanziarie mai sentite
nominare che gli offrivano denaro al tasso del quaranta per
cento mensile e alla fine quelli che chiama i suoi compari, i
politici. Non si può fare a meno di ascoltare, quando si è lì,
capisce?»
Una madre con un bambino in braccio grattava
timidamente sul parabrezza con una mano scheletrica.
Donohue abbassò il finestrino e le diede una banconota da
venti scellini.
«Si è ipotecato le case di Parigi, Roma e Londra e ci sarà
un vincolo anche sulla casa di Sutton Place, a New York. Sta
cercando di trovare qualcuno a cui vendere la sua stupida
squadra di football, anche se per comprarla bisogna essere
cretini. Oggi ha chiesto a un suo carissimo amico al Crèdit
Suisse venti milioni di dollari americani con la promessa di
restituirgliene trenta lunedì. In più la K.V.H. insiste perché
le versi quello che le deve. Se non ha liquidità, potrebbero
addirittura rilevargli l'azienda.»
Una famigliola di tre persone con l'aria svanita si stava
radunando vicino alla macchina. Erano profughi di chissà
dove, diretti chissà dove.
«Vuole che me ne occupi io, signore?» domandò Crick
posando la mano sulla maniglia.
«Assolutamente no» replicò Donohue secco. Mise in
moto e si allontanò lentamente lungo la strada, mentre
Crick continuava a parlare.
«Non fa altro che gridare. È patetico, francamente. La
K.V.H. non vuole i suoi soldi, vuole la sua azienda, lo
sapevamo tutti tranne lui. Non so proprio fin dove arriverà
l'onda d'urto...»
«Mi dispiace sentirti parlare così, Doug. Ho sempre
pensato che tu e Kenny foste due sederi in un paio di
brache.»
«Anch'io, signore. Mi ci è voluto molto per arrivare a
questo punto, lo confesso. Non è da me tenere il piede in
due scarpe, no?»
Un gruppo di maschi di gazzella isolati dal branco si
fermò sul bordo della strada a guardarli passare.
«Che cosa vuoi, Doug?» chiese Donohue.
«Mi chiedevo se aveva qualche lavoretto da propormi,
signore. Se vuole che le tenga d'occhio o le vada a cercare
qualcuno. Se ha bisogno di documenti speciali.» Donohue
aspettò, imperturbabile. «E poi ho questo amico. Lo
conosco dai tempi dell'Irlanda. Sta ad Harare, che non mi
piace molto come posto.»
«E allora?»
«Lo hanno contattato. Lui è uno che lavora come
freelance.»
«Per chi?»
«Certi europei amici di amici lo hanno contattato
offrendogli un pacco di quattrini per mettere a tacere una
bianca e il suo amichetto nero dalle parti di Turkana. Un
lavoro urgentissimo, da fare subito, con la macchina già lì
che aspetta.»
Donohue accostò e spense il motore. «Quando?»
domando.
«Due giorni prima della morte di Tessa Quayle.»
«E lui ha accettato?»
«Assolutamente no, signore.»
«Perché no?»
«Perché non è il tipo. Prima di tutto le donne non le
tocca. È stato in Ruanda e in Congo e non vuole più averci a
che fare.»
«E cos'ha fatto?»
«Gli ha consigliato di parlare con certa gente che
conosceva, che andava meno per il sottile di lui.»
«Tipo?»
«Non me lo vuole dire, signor Donohue. E, anche se
volesse lui, non vorrei io. Ci sono cose che è troppo
pericoloso sapere.»
«Non hai molto da offrirmi, quindi. »
«Be', il mio amico è disposto ad allargare il discorso, non
so se mi capisce.»
«Veramente no, non capisco. Io compro nomi, dati e
luoghi. Al dettaglio. Soldi alla mano. Senza tanti discorsi.»
«Io credo che quello che voleva lui, signore, senza tanti
giri di parole, è proporle di comprare la fine che ha fatto il
dottor Bluhm, comprese le coordinate sulla carta
geografica. Avendo il pallino della scrittura, ha preparato un
piccolo resoconto di quello che è successo al dottore a
Turkana, sulla base di quello che gli hanno raccontato i suoi
amici. Solo per lei, naturalmente. Se la cifra è giusta,
naturalmente.»
Intorno alla macchina si era radunato un altro gruppo di
migratori notturni, guidati da un vecchio con un cappello da
donna a tesa larga con un fiocco.
«Mi sembra una stronzata.»
«A me no, signore. Io credo che sia la verità. Anzi, lo so
per certo.»
Donohue rabbrividì. Per certo? si chiese. E come fai a
saperlo per certo? O il tuo amico dei tempi dell'Irlanda in
realtà è il nome in codice di Doug Crick?
«Dov'è questo resoconto che ha scritto?»
«Glielo posso procurare quando vuole, signore.
Mettiamola così.»
«Sarò al bar del Serena Hotel domani a mezzogiorno. Mi
tratterrò venti minuti.»
«Chiede cinquantamila, signor Donohue.»
«Ti dirò io quanto può valere, dopo che l'avrò visto.»
Donohue guidò per un'ora, evitando le buche più grosse
e rallentando solo quando non ne poteva fare a meno. Gli
tagliò la strada uno sciacallo diretto al parco. Un gruppo di
donne che lavoravano nelle coltivazioni di fiori gli chiesero
un passaggio, ma per una volta Donohue non si fermò. Non
rallentò neppure quando passò davanti a casa sua. Andò
diritto all'Alto Commissariato. Il salmone di lago avrebbe
dovuto aspettare fino all'indomani.
21.

«Sandy Woodrow» annunciò Gloria scherzosamente


severa parandoglisi di fronte con le mani sui fianchi e una
nuova vestaglia lanuginosa addosso, «è ora che rimetti la
bandiera al suo posto.»
Si era svegliata presto e si era pettinata mentre lui si
radeva. Aveva mandato a scuola i bambini con l'autista e
preparato uova e pancetta per colazione, nonostante gli
fossero state vietate, perché una volta ogni tanto una
moglie deve viziare il marito. Stava giocando a fare la
capoclasse e usava il tono da capoclasse, ma Woodrow, che
come suo solito stava sfogliando una pila di giornali di
Nairobi, non se n'era accorto.
«Lunedì prossimo» le rispose distratto con la bocca
piena. «Mildren ne ha parlato con il Protocollo. Per Tessa è
stata tenuta a mezz'asta più che per un principe della casa
reale.»
«Non parlavo di questo, sciocco» ribatté Gloria
prendendogli i giornali e spostandoli sul tavolino sotto ai
suoi acquerelli. «Sei seduto comodo? Ascolta. Secondo me
dovremmo dare una grande festa per tirarci su il morale
tutti quanti, te compreso. È il momento giusto, Sandy,
davvero. È ora che ci guardiamo negli occhi e ci diciamo:
'Okay, è andata così. Ci dispiace molto, ma la vita continua'.
Tessa sarebbe d'accordo. La domanda cruciale è questa: che
cosa dicono le voci di corridoio? Quando tornano i Porter?»
I Porter, come i Sandy e gli Elena, è così che ormai
chiamiamo le famiglie dei presunti amici intimi.
Woodrow trasferì un pezzetto di uovo su una fetta di
pane fritto. «'Il signor Porter Coleridge e signora sono in
congedo temporaneo per aiutare la figlia Rosie con
l'inserimento scolastico'» recitò, citando un immaginario
portavoce. «Le voci di corridoio sono le stesse che circolano
fuori dal corridoio.»
E che comunque preoccupavano non poco Woodrow,
nonostante la sua apparente disinvoltura. Che cosa diavolo
stava tramando Coleridge? Perché tutto questo silenzio
radio? Okay, si era preso un periodo di congedo. Buon per
lui. Ma anche in congedo i capi missione hanno un
telefono, una e-mail e un indirizzo. Ogni tanto sentono
nostalgia del lavoro, chiamano i loro vice e segretari
personali con una scusa, vogliono sapere come stanno i loro
domestici, i loro giardini, i loro cani. Come va il lavoro
senza di me? E si risentono, se gli si fa capire che il lavoro
va anche meglio, senza di loro. Invece Coleridge non si era
più fatto sentire da quando era partito. E tutte le volte che
Woodrow aveva chiamato Londra con lo scopo professato di
fargli un paio di domandine innocenti – e nel frattempo
sondarlo riguardo ai suoi progetti di vita a lungo termine –
si scontrava con un muro dietro l'altro. Coleridge era
«impegnato al Gabinetto» gli disse una volta un neofita del
dipartimento africano. Era «in una commissione
ministeriale» gli aveva riferito un satrapo dello staff
permanente del sottosegretario.
E Bernard Pellegrin, quando finalmente Woodrow riuscì
a parlargli dal telefono digitale sulla scrivania di Coleridge,
fu vago come tutti gli altri. «Uno dei tanti casini che fa il
Personale» rispose ambiguo. «Il primo ministro vuole un
briefing e allora lo vuole anche il segretario di stato e alla
fine lo vogliono tutti. Sono tutti interessati a un pezzetto di
Africa. Novità?»
«Ma senti, Bernard, Porter torna qui o no? Voglio dire,
siamo tutti sulle spine.»
«Io sarò l'ultimo a saperlo, Sandy.» Attimo di silenzio.
«Sei solo?»
«Sì.»
«Non è che quella merda di Mildred è fuori dalla porta a
origliare?»
Woodrow guardò la porta chiusa e abbassò la voce.
«No.»
«Ti ricordi quel po' po' di carte che mi hai mandato non
tanto tempo fa? Venti cartelle circa, scritte da una
signora?»
Woodrow si sentì torcere le budella. I dispositivi di
sicurezza ci proteggeranno da orecchi esterni, ma da noi
stessi?
«Dimmi.»
«La mia opinione è che... la cosa migliore... risolutiva...
non è mai arrivato. Si è perso nei meandri della posta. Ti sta
bene?»
«Tu parli per te, Bernard. Io non posso parlare per te. Se
tu non l'hai ricevuto, sono affari tuoi. Io te l'ho mandato.
Non so altro.»
«E se non me l'avessi nemmeno mandato? Se non fosse
mai successo niente? Mai scritto, mai spedito. Questo ti
starebbe bene?» Con voce assolutamente tranquilla.
«No, non posso. È impossibile, Bernard.»
«Perché?» Interessato, ma per nulla turbato.
«Perché te l'ho mandato con valigia diplomatica. È
scritto nero su bianco. Indirizzato a te, personale.
Registrato, con tanto di firma dei Queen's Messengers. L'ho
detto anche a...» Stava per dire Scotland Yard, ma si
trattenne appena in tempo. «L'ho detto a quelle persone
che sono venute a cercarlo. Ho dovuto. Avevano già il
quadro generale della situazione, quando me l'hanno
chiesto.» La paura lo fece arrabbiare. «Te l'avevo detto che
glielo avevo detto! Ti avevo avvertito, no? Bernard, è venuto
fuori qualcosa? Mi stai facendo preoccupare, a dire la verità.
Mi avevi fatto capire che la questione era stata
tranquillamente accantonata.»
«Non è niente, Sandy. Calmati. Queste sono cose che
ogni tanto rispuntano, come il dentifricio che esce dal
tubetto, no? Piano piano lo fai rientrare. La gente dice che
non si può, invece succede tutti i giorni. Tua moglie?»
«Sta bene, grazie.»
«I figlioli?»
«Tutto bene.»
«Salutameli.»
«E così avrei deciso di dare una festa danzante»
continuava Gloria entusiasta.
«Splendida idea» replicò Woodrow e, dandosi il tempo
di ritrovare il filo del discorso, prese le pastiglie che Gloria
gli faceva ingurgitare ogni mattina: tre di crusca, tre di olio
di fegato di merluzzo e mezza aspirina.
«So che non ami ballare, ma non è colpa tua. È colpa di
tua madre» continuò Gloria affettuosa. «Non lascerò che
Elena interferisca, soprattutto dopo quella festa tanto
kitsch che ha dato poco tempo fa. La terrò informata e
stop.»
«Oh, bene. Allora avete fatto la pace. Amiche come
prima? Non lo sapevo. Congratulazioni.»
Gloria si morse il labbro. Il ricordo della festa danzante
di Elena l'aveva momentaneamente depressa. «Io ho molte
amiche, Sandy, sai?» disse, un po' lamentosa. «Ne ho
bisogno, a dire il vero. Mi sentirei molto sola a stare qui
tutto il giorno ad aspettare te. Fra amiche si ride, si
chiacchiera, ci si scambiano favori. E a volte si litiga anche.
Ma poi si fa la pace. Proprio perché si è amiche. Mi dispiace
solo che tu non abbia degli amici così.»
«Ma ho te, cara» replicò Woodrow galante,
abbracciandola prima di uscire.

Gloria si mise al lavoro con lo stesso entusiasmo e la


stessa efficienza che aveva messo nell'organizzazione del
funerale di Tessa e costituì un comitato di mogli e di
dipendenti troppo giovani per rifiutare di collaborare. La
prima di queste fu Ghita, alla cui presenza Gloria teneva
moltissimo, dal momento che la giovane era stata la causa
ignara del contrasto fra lei ed Elena e della spaventosa
scenata che ne era seguita. Gloria non se lo sarebbe mai
dimenticato.
Elena aveva dato la sua festa danzante e bisognava
ammettere che, fino a un certo punto, sembrava persino un
successo. Sandy, era risaputo, sosteneva che alle feste
bisognasse dividere le coppie e socializzare. Alle feste,
diceva sempre, dava il meglio di sé, come diplomatico. Era
giusto così. Era un uomo affascinante. Di conseguenza lei e
Sandy erano stati molto poco insieme, a parte un salutino o
un'occhiata ogni tanto. Ed era perfettamente normale,
anche se a Gloria avrebbe fatto piacere ballare insieme a
Sandy almeno una volta, anche solo un fox-trot, in maniera
che prendesse il ritmo. A parte questo, Gloria non aveva
niente da ridire sulla serata, se non che Elena avrebbe fatto
meglio a evitare un simile décolleté, alla sua età, e
l'ambasciatore brasiliano avrebbe potuto trattenersi dal
toccarle il sedere durante la samba. Ma Sandy sosteneva
che per i latinoamericani è normale.
Perciò era stato proprio un fulmine a ciel sereno
quando, la mattina dopo la festa – durante la quale Gloria
non aveva notato assolutamente niente di particolare, va
ribadito, nonostante si considerasse un'acuta osservatrice –
mentre prendevano un caffè "post mortem" al Muthaiga,
Elena si era lasciata sfuggire – con la massima tranquillità,
come se fosse un normalissimo pettegolezzo e non una
bomba capace di distruggere tutta la sua esistenza – che
Sandy «era andato giù pesante con Ghita Pearson» –
testuali parole – e Ghita era andata via prima con la scusa
del mal di testa, cosa che a Elena aveva dato fastidio perché,
se facessero tutti così, allora addio festa.
In un primo momento Gloria era rimasta interdetta, poi
si era rifiutata di credere anche solo a una parola del
discorso di Elena. Che cosa intendeva con 'andar giù
pesante'? Andar giù pesante 'come'? Scusa, El, puoi essere
più precisa? Sono un po' scombussolata, capisci? No,
figurati, va tutto bene. Per favore, continua. Visto che l'hai
tirato fuori, tanto vale chiarire.
Be', tanto per cominciare palpandosela, aveva detto
Elena con voluta rozzezza, irritata da quella che considerava
pruderie da parte di Gloria. Toccandole le tette.
Strusciandolesi addosso. Quello che fanno gli uomini
quando si vogliono fa