Sei sulla pagina 1di 339

Clima di opinione, sondaggi di opinione, leader di

opinione, opinion-makers: nell’impetuoso flusso


multimediale globale degli ultimi decenni il concetto e il
ruolo dell’“opinione pubblica” si sono insinuati in modo
sempre più capillare e pervasivo nel nostro vivere
quotidiano. Dai grandi classici alle teorie più attuali, questa
antologia dà voce a quanti hanno riflettuto in termini
analitici sull’argomento: da Alexis de Tocqueville a Walter
Lippmann, da Ferdinand Toennies a Floyd H. Allport, da
Paul E Lazarsfeld a Jürgen Habermas, da Niklas Luhmann a
Pierre Bourdieu, da Elizabeth Noelle-Neumann a Eric
Landowski, le scienze sociali hanno sempre indagato la
complessità di questo misterioso oggetto di studio,
testimoniandone l’onnipresenza nella storia, anche al di
fuori del periodo della modernità.
Immersi nei climi di opinione simulati attraverso la
diffusione e la penetrazione mentale dei sondaggi, non
possiamo non fare i conti con questa fondamentale
categoria del sociale. E conoscere il pensiero di quei teorici
che l’hanno analizzata, con approcci anche molto diversi,
non può che renderci più consapevoli del suo significato e
della sua funzione, per una corretta interpretazione di un
bene strategico nella società dell’informazione globale e
della crisi della partecipazione collettiva.
 
 
Stefano Cristante insegna Sociologia delle
comunicazioni di massa all’Università degli Studi di Lecce e
all’Università di Roma “La Sapienza”. Si occupa di
comunicazione politica e di produzioni culturali, in
particolare giovanili. Ha scritto, tra gli altri, Matusalemme
e Peter Pan (1995), Potere e comunicazione (1999) e
Azzardo e conflitto (2001). Ha curato La rivolta dello stile
(1983), Media e potere (2000), Enciclopedia momentanea
(2002), Violenza mediata (2003), e l’edizione italiana di La
spirale del silenzio, di Elizabeth Noelle-Neumann (2002).
Dirige con Alberto Abruzzese l’Osservatorio di
Comunicazione politica della Università di Roma “La
Sapienza” (Ocp).
 
 
In copertina:
Lanny Sommese, disegno da «Communication
Quarterly», 1977.
Progetto grafico di Gianni Trozzi
Ocr e conversione a cura di Natjus

Ladri di Biblioteche
Nautilus

Collana diretta da Alberto Abruzzese

18
 
 
 
 
 
 
Copyright © 2004 Meltemi editore srl, Roma
 
L’editore si dichiara disponibile a riconoscere i dirittti a
chi ne sia legalmente in possesso
 
Meltemi editore
via dell’Olmata, 30 - 00184 Roma
tel. 06 4741063 - fax 06 4741407
info@meltemieditore.it
www.meltemieditore.it
a cura di Stefano Cristante

L’onda anonima

Scritti sull’opinione pubblica di Tocqueville,


Lippmann, Tönnies, Allport, Tazarsfeld, Habermas,
Tuhmann, Bourdieu, Noelle-Neumann, Landowski

 
 
 
 
 

MELTEMI
Indice

Introduzione. L’ombra del Leviatano. Le scienze sociali e


l’enigma dell’opinione pubblica

La libertà di stampa negli Stati Uniti

Alexis de Tocqueville

L’onnipotenza della maggioranza negli Stati Uniti e i suoi


effetti

Alexis de Tocqueville

Gli stereotipi

Walter Lippmann

Critica dell’opinione pubblica

Ferdinand Tönnies

Verso una scienza della pubblica opinione


Floyd H. Allport

La ricerca empirica e la tradizione classica

Paul F. Lazarsfeld

Delimitazione propedeutica di un tipo di sfera pubblica


borghese

Jürgen Habermas

L’opinione pubblica

Niklas Luhmann

L’opinione pubblica non esiste

Pierre Bourdieu

Chiave lessicale per una teoria dell’opinione pubblica

Elisabeth Noelle-Neumann

L’opinione pubblica e i suoi portavoce

Eric Landowski

Autori

Bibliografìa
Introduzione

L’ombra del Leviatano

Le scienze sociali e l’enigma dell’opinione


pubblica

Stefano Cristante

 
 
 
 
 
Ho cestinato l’introduzione già pronta a questa antologia
di scritti sull’opinione pubblica.
Cestinare - come citare, correggere, inserire materiale
iconografico, e così via - non è sempre un atto privato. Pur
svolgendosi nella mente di un singolo individuo, un’azione
del genere avviene in seguito a una battaglia di idee. E
rappresenta dunque, in via metaforica, un percorso
collettivo dentro un singolo individuo.
Per questo vorrei darne conto al lettore.
Il progetto di questo volume nasce molto tempo fa, nei
primi anni Novanta, quando tentavo di caratterizzare la mia
collaborazione con la Cattedra di sociologia delle
comunicazioni di massa tenuta da Alberto Abruzzese alla
“Sapienza”. Qualche anno prima avevo scritto la tesi di
laurea sull’impatto sociologico dell’opinione pubblica,
lavoro che mi aveva aiutato a ricostruire un legame tra i
classici della sociologia e questa misteriosa e melliflua
macrotematica (l’opinione pubblica medesima). Inoltre il
tema mi ossessionava da tempo: credo che la fascinazione
consistesse nel sentire (e non nel pensare) che tra la
comunicazione e il modellamento di idee collettive
esistesse un forte legame, che aveva questo nome
(“opinione pubblica”) perché nasceva nel secolo dei Lumi e
si allungava nella matura modernità e quindi nella
postmodernità.
Qui cominciavano i miei problemi analitici: ero così
sicuro che la tesi di Jürgen Habermas (1962), secondo cui
non si poteva parlare correttamente di opinione pubblica
prima dell’avvento della sfera pubblica borghese nel
Settecento inglese e francese, fosse del tutto corretta?
Mi sembrava evidente - ad esempio esaminando la sfera
dell’opinione attraverso la dinamica delle istituzioni
politiche - che in qualsivoglia momento della storia umana
si creassero circostanze capaci di modificare nelle menti
degli individui giudizi ed estetiche, opinioni politiche e
urbanistiche, pregiudizi e forme scientifiche. Circostanze in
grado dunque di esprimere un passaggio di fase, un
cambiamento, una reazione.
E anche in periodi più statici, non erano sempre e
comunque al lavoro le intemperanze e le simpatie, gli
stereotipi e il carisma e il pettegolezzo? Come si poteva
tenere fuori tutto questo versante problematico dal lavoro
teorico sull’opinione pubblica?
Infatti con Habermas l’iniziale apertura storiografica
prende poi la via di un risucchio hegelo-marxiano: c’era un
tempo in cui la sfera pubblica borghese produceva genialità
e rivoluzione (lo Spectator di Addison e Steele, le opere di
Swift e La democrazia in America di Tocqueville); venne il
tempo di una normalizzazione democratico-
rappresentativa, venne quello del fordismo e del welfare;
infine eccoci alla dissoluzione mediatica del concetto di
opinione pubblica, alla TV generalista inventrice di opinioni
prefabbricate, al giornalismo carta straccia.
Tutto il percorso di Francoforte si riconfigura egemone:
l’avanguardia intellettuale predice l’Apocalisse in quanto
fine della funzione critica del sapere.
Ogni tanto riprendevo in mano alcuni degli scritti che mi
erano sembrati dire qualcosa di diverso dalla pur ricca
lezione di Habermas.
Tocqueville per primo, che aveva disseminato La
democrazia in America di spunti eccellenti sullo spirito
della mega-nazione statunitense (potremmo anche dire:
sull’immaginario collettivo americano), non tralasciando di
notare il profilo dinamico delle maggioranze attive calate
nel vivo dell’epica della frontiera. Si determinavano nuovi
bisogni collettivi, l’informazione si mescolava all’inserzione
a pagamento. La pubblicità sui giornali e le gazzette
esplodeva in un paese vasto, dotato di risorse che solo uno
spirito collettivo organizzato su valori forti poteva
incanalare produttivamente. La pubblicità era finalmente
un bisogno collettivo e una strategia comunicativa.
C’erano naturalmente anche autori più recenti del conte
di Tocqueville, come il geniale metodologo austriaco Paul
Lazarsfeld, che durante la sua permanenza negli Stati Uniti
mise a punto strumenti di misurazione delle opinioni capaci
di far compiere un salto strategico ai sondaggi e alle
ricerche, cioè al mercato e al sapere. Pur così interno a un
modo normalizzato (funzionalista) di studiare e interpretare
l’opinione pubblica, Lazarsfeld proponeva nei simposi
dell’American Sociological Society di considerare il lavoro
sull’opinione pubblica un progetto comune alle diverse
discipline sociali. Sentiva il bisogno di andare più in
profondità, Lazarsfeld, e anche di riprendere il contatto con
alcuni classici della prima modernità che avevano per primi
abbozzato il legame tra reputazione, opinione e potere.
A fare da sfondo a queste mie investigazioni private era
la constatazione che nell’impetuoso flusso multimediale
globale dell’ultimo decennio del Novecento l’espressione
“opinione pubblica” tendesse a situarsi in modo sempre più
stabile e capillare. A ogni nuovo evento degli ultimi anni del
secolo (il dopo muro di Berlino e il conflitto dei Balcani, la
prima guerra in Iraq, la presidenza Clinton, l’avvento di
Internet, il Sexgate, la guerra del Kosovo) sentivo che l’idea
di raccogliere gli scritti di alcuni scienziati sociali sulle
concezioni teoriche dell’opinione pubblica sarebbe stato
utile per chiarire alcuni equivoci di fondo (espressioni che
si accavallano: clima di opinione, sondaggi, profezie che si
autoavverano, leader di opinione, opinion-makers ecc.) e
avrebbe costituito una prima base dimostrativa del fatto
che le scienze sociali non ignoravano la complessità di quel
misterioso oggetto di studi.
Abruzzese a un certo punto mi restituì la cartella che
conteneva le fotocopie dei brani selezionati di una decina di
autori, dicendomi che secondo lui c’era una questione di
diritti d’autore (a partire da Habermas, che nell’antologia
aveva un ruolo fondamentale), e che avrei dovuto
occuparmene direttamente oppure trovare qualche esperto
editoriale che mi desse una mano. Ci provò Lorenzo
Pavolini, che mi lasciò gentilmente dei recapiti telefonici
stranieri e delle mail. Nel frattempo avevo cominciato a
scrivere la tesi di dottorato di ricerca sul rapporto tra
potere e comunicazione e il progetto dell’antologia restò a
riposare per un bel po’ d’anni, anche se ho continuato a
occuparmi di analisi dell’opinione pubblica e a tornare
spesso agli scritti classici sull’argomento.
Alcuni saggisti specializzati in opinione pubblica li
ritrovai più convincenti a una seconda lettura: è il caso di
Walter Lippmann, che nel 1922 fece uscire sul mercato
statunitense Public Opinion, un libro molto ben scritto e
soprattutto la conferma che per capire da dove vengono le
nostre difficoltà concettuali occorreva puntare sulla
continuità tra sfera grafica (i giornali) e sfera audiovisiva
(le TV). Lippmann scriveva negli anni precedenti l’avvento
compiuto dell’audiovisivo, eppure già attribuiva
un’importanza straordinaria (e cogente) ai media. Gli
uomini ne hanno bisogno, diceva Lippmann, per
interpretare tutti gli eventi non direttamente attinenti alla
sfera intima e domestica. E aggiungeva che per orientare il
nostro bisogno d’informazione esistono raggruppamenti
oggettuali che chiamiamo stereotipi, i quali possono
diventare armi strategiche in presenza di fasi conflittive
acute (Lippmann era stato sottosegretario aggiunto al
Ministero della guerra statunitense durante la grande
guerra, quindi era competente in propaganda bellica).
Alcuni autori li incontrai per citazioni dirette e indirette,
talvolta accompagnati dalla successiva lettura dei testi
originali. In particolare, una vera e propria scoperta fu La
spirale del silenzio della studiosa tedesca Elizabeth Noelle-
Neumann. L’edizione americana completa era disponibile
fin dall’84, ma in Italia si parlava della Neumann
soprattutto per la teoria degli “effetti forti dei media”, così
tradotta da Mauro Wolf in un fortunato manuale.
Ma il sottotitolo della Spirale parlava chiaro: L’opinione
pubblica, la nostra pelle sociale. Quel libro, che nelle
successive edizioni in varie lingue assunse un più corposo
volume di pagine e di riferimenti bibliografici, apriva la
strada all’analisi dell’onnipresenza della categoria
“opinione pubblica” nella storia, anche al di fuori del
perimetro della modernità.
Noelle-Neumann proponeva il ridimensionamento
dell’idea di Habermas: certamente vi era stata
un’accelerazione della sfera pubblica in seguito
all’affermazione della modernità capitalistica, ma a ben
guardare i sintomi dell’opinione pubblica si perdevano nella
notte dei tempi. Ad esempio: non era forse l’imbarazzo un
sintomo di disagio comunicativo universale? E non era
questo disagio forse collegato a una reazione del soggetto
nei confronti dell’ambiente sociale, da quello più vasto (una
platea televisiva, una seduta della boulé di Atene, una festa
di corte seicentesca) a quello più limitato (gli amici, la
famiglia, i colleghi di lavoro)? E non era quella reazione un
sintomo della centralità delle opinioni dell’ambiente sociale
subita dal soggetto? Non era forse allora l’opinione
pubblica dotata di una risonanza profonda nelle strutture
del generale comportamento umano, fino al punto da
esercitare una pressione e un controllo nei confronti di
tutti?
Certamente un bel salto prospettico. Fatte le debite
proporzioni, la Neumann ha preso Storia e critica
dell’opinione pubblica di Habermas e l’ha disattivata come
esclusiva interpretazione storico-sociale del fenomeno
opinione pubblica, un po’ come Weber fece con i testi
marxiani attraverso L’etica protestante e lo spirito del
capitalismo. Weber non dimostrò che Marx aveva torto a
condurre un’analisi della società a partire dall’esistenza di
una struttura economica governata dalla proprietà privata
dei mezzi di produzione; dimostrò piuttosto che era
possibile condurre un’investigazione altrettanto
ragionevole sulla genesi del capitalismo occidentale
partendo dall’etica protestante, cioè da quella che nel
linguaggio marxiano si sarebbe definita una sovrastruttura.
Per Habermas la sfera pubblica borghese produce e
accelera l’opinione pubblica della modernità. Ma la
modernità non spiega l’importanza dell’opinione pubblica
nel corso dell’intera storia umana. Non spiega il fatto che
l’opinione pubblica sia il vestito - anzi, la pelle - della
società nel suo complesso, il primo strato sensibile del
corpo sociale.
Attraverso il lavoro di Noelle-Neumann, John Locke,
David Hume, Jean-Jacques Rousseau uscivano dai musei di
storia della filosofia e, scrollatisi di dosso la polvere dei
manuali, dimostravano precocemente la centralità dello
scambio di opinioni tra individuo e società, tra controllo,
ragione e utopia.
Ma anche Lippmann veniva riacciuffato grazie al
concetto di stereotipo e persino Erving Goffmann
dimostrava una plusvalenza cognitiva per via della
microanalisi sulle forme dell’agire non intenzionale nella
rappresentazione della vita quotidiana.
Aver curato l’edizione italiana della Spirale del silenzio
mi ha notevolmente aiutato nel mio lavoro di
riattualizzazione dell’antologia che ho proposto a Meltemi,
che è anche l’editore della traduzione italiana dell’opera di
Noelle-Neumann (2002).
Inoltre, grazie alla gentilezza di un gruppo di case
editrici italiane (Laterza in primis), la possibilità di editare
l’antologia auspicata nei primi anni Novanta ha potuto
prendere forma.
Personalmente credo che oggi ci troviamo in un
momento di necessità e di urgenza teorica: viviamo
immersi nei climi di opinione simulati attraverso la
diffusione e la penetrazione mentale dei sondaggi.
Demonizzarli non serve a nulla, come non serve a nulla
opporsi o lamentarsi della diffusione delle nuove
tecnologie: occorre farci i conti.
Mi sembra però anche opportuno dare sinteticamente la
parola a quanti hanno riflettuto in temini analitici
sull’opinione pubblica, tenendo conto di contributi assai più
avanzati della vulgata giornalistica che - con la pesante
riduzione di complessità che è tipica del giornalismo in
genere - chiama “opinione pubblica” soggetto e oggetto,
l’io narrante e la società.
Ritengo che uno sguardo utile sull’insieme di campi di
forze e tensioni e conflitti e acquiescenze che rielaboriamo
in presenza di un’evocazione collettiva metaforica come
l’opinione pubblica possa essere oggi rappresentato da una
doxasfera scomponibile analiticamente. Per doxasfera
intendo uno spazio sociale e segnico che può fibrillare dallo
stato rivoluzionario sino all’effervescenza del corroboree, o
viceversa può stagnare in una palude di conformismi
attendendo la città delle macchine e le sue conseguenze
fantascientifiche come nella saga di Matrix.
Per scomporre una doxasfera occore individuare degli
attori, se non dei contendenti. Dei decisori, innanzitutto,
non solo nella versione elitistica della circolazione
imperfetta delle classi dirigenti ma nella visione globale di
lobby aggreganti e disaggreganti, di forme associate
cristallizzatesi provvisoriamente nel governo dell’esistente.
Dei movimenti di pressione, oggigiorno scatenati nella
ricerca di un’identità globale non solo negazionistica,
oppure nella deriva localista delle forze etniche prossime
all’aggressività xenofoba.
E dei media, naturalmente, insieme attori e territorio
conflittivo, la cui importanza strategica nella risoluzione
delle contese sfiora l’autorevolezza (talvolta l’autorità) dei
poteri statuiti (esecutivo, giudiziario e legislativo) mentre
talvolta si limita a scimmiottarne i comportamenti, gli stili,
l’opacità.
E infine, certamente non ultimo per importanza,
l’insieme del pubblico generalista, dei consumatori, dei
cittadini.
Non la faccio lunga, e concludo: c’è bisogno di una
nuova architettura dello studio e dell’interpretazione delle
opinioni, bene strategico che vale la transizione da una
società dello spettacolo a una società dell’informazione,
della seduzione e dell’illusione.
L’ipnosi e il blocco mentale delle scienze sociali attuali,
così spesso sgradevoli nel riconfermare steccati e paletti di
recinzione specialistica, non sono più consentiti.
Gli scritti contenuti in questo volume hanno l’ambizione
di presentare approcci diversi, ma non certo autosufficienti.
Anche i classici hanno dei limiti. Ma hanno anche molti
pregi, tra cui il più prezioso è non aver ignorato la
complessità dell’enigma culturale rappresentato
dall’opinione pubblica. Enigma che è venuto il momento di
ascoltare di nuovo, e possibilmente con l’urgenza di
studiosi che sanno che il mondo di Blade Runner, del dopo
11 settembre e della multimedialità connettiva è già in atto.
La libertà di stampa negli Stati Uniti*

Alexis de Tocqueville

 
 
 
 
 
La libertà di stampa esplica il suo potere non solo sulla
politica ma anche sull’opinione pubblica: non influisce solo
sulle leggi ma anche sui costumi. In altra parte di questa
opera cercherò di precisare il grado d’influenza esercitato
dalla libertà di stampa sulla società civile negli Stati Uniti e
mi sforzerò di discernere l’indirizzo che essa ha dato alle
idee, nonché le abitudini che ha fatto prendere allo spirito e
ai sentimenti degli americani. Qui invece mi limito
all’esame degli effetti prodotti dalla libertà di stampa nel
mondo politico.
Confesso di non sentire per la libertà di stampa
quell’amore completo e istantaneo che si prova per le cose
sovranamente buone per natura. Io l’amo assai più dei mali
che essa impedisce che dei beni che produce.
Se qualcuno mi mostrasse, fra l’indipendenza completa e
l’intero asservimento del pensiero, una via intermedia in
cui mi fosse possibile restare, forse mi ci fermerei, ma chi
mai potrà scoprire questa posizione intermedia? Voi partite
dalla licenza della stampa e volete giungere all’ordine: che
cosa fate? Sottoponete prima gli scrittori ai giurati ma, se i
giurati assolvono, quella che prima era soltanto l’opinione
di un uomo isolato diviene l’opinione del paese. Avete
dunque fatto troppo e insieme troppo poco; bisogna ancora
andare avanti. Sottoponete allora gli autori a magistrati
permanenti, ma questi giudici sono pure obbligati ad
ascoltarli prima di condannare: allora quello che si temeva
di confessare nel libro viene proclamato impunemente in
tribunale, ciò che si era detto oscuramente in uno scritto
viene così ripetuto in mille altri. L’espressione è, se così può
dirsi, la forma esteriore del pensiero, ma non il pensiero
stesso: i tribunali arrestano il corpo ma l’anima sfugge loro
e scivola sottilmente fra le loro mani. Avete dunque ancora
fatto troppo e troppo poco; bisogna andare ancora più
avanti. Abbandonate allora gli scrittori ai censori;
benissimo! Ci avviciniamo. Ma la tribuna politica non è
forse libera? Voi non avete dunque fatto ancora nulla, anzi,
se non mi sbaglio, avete accresciuto il male. Scambiate
forse il pensiero per una di quelle potenze materiali che si
accrescono col numero dei loro agenti? Valuterete dunque
gli scrittori come i soldati di un esercito? Contrariamente a
tutte le potenze materiali, il potere del pensiero aumenta
spesso col piccolo numero di quelli che l’esprimono. La
parola di un uomo potente che penetra sola in mezzo a
un’assemblea silenziosa è più efficace delle grida confuse
di mille oratori e, per poco che si possa parlare liberamente
in un solo luogo pubblico, è come se si parlasse
pubblicamente in ogni villaggio. Bisogna dunque
distruggere la libertà di parlare come quella di scrivere;
questa volta ci siamo: ognuno tace.
Ma dove siete giunti? Siete partiti dall’abuso della
libertà e siete giunti sotto il piede di un despota. Siete
passati da un estremo all’altro senza trovare, in un
cammino così lungo, un solo luogo in cui vi fosse possibile
fermarvi.
Vi sono dei popoli i quali, oltre alle ragioni generali
sopra enunciate, ne hanno di particolari per affezionarsi
alla libertà di stampa.
Presso alcune nazioni, che si pretendono libere,
qualsiasi agente del potere può violare impunemente la
legge senza che la costituzione del paese dia agli oppressi il
diritto di appellarsi alla giustizia. Presso questi popoli la
libertà di stampa deve essere considerata come una
garanzia, anzi come la sola garanzia che resti alla libertà e
alla sicurezza dei cittadini.
Se dunque gli uomini che governano queste nazioni
volessero togliere la libertà di stampa, il popolo intero
potrebbe rispondere per loro: lasciateci perseguire i vostri
delitti davanti ai giudici ordinari e allora forse noi
consentiremo a non chiamarvi più davanti al tribunale
dell’opinione pubblica.
In un paese in cui regni apertamente il dogma della
sovranità del popolo la censura è non solo un pericolo ma
anche una grande assurdità.
Quando si concede a ognuno il diritto di governare la
società, bisogna anche riconoscergli la facoltà di scegliere
fra le diverse opinioni che agitano i suoi contemporanei e di
apprezzare i differenti fatti la cui conoscenza può servire
da guida.
Sovranità del popolo e libertà di stampa sono dunque
due cose interamente correlate: la censura e il voto
universale sono dunque due cose che si contraddicono e
non possono incontrarsi a lungo nelle istituzioni politiche di
uno stesso popolo. Fra dodici milioni di uomini che vivono
sul territorio degli Stati Uniti, non se ne trova uno solo che
abbia ancora osato proporre di restringere la libertà di
stampa.
Il primo giornale («Vincennes Gazette») che cadde sotto
i miei occhi, quando arrivai in America, conteneva il
seguente articolo, che traduco fedelmente:
In tutto questo affare il linguaggio tenuto da Jackson [il
presidente] è stato quello di un despota senza cuore, occupato
unicamente a conservare il suo potere. L’ambizione è il suo delitto e
vi troverà la sua pena. Egli ha per vocazione l’intrigo e l’intrigo
confonderà i suoi disegni e gli strapperà il potere. Egli governa con
la corruzione e le sue manovre colpevoli torneranno a sua confusione
e onta. Egli si è mostrato nell’arena politica un giocatore spudorato e
sfrenato. È riuscito, ma l’ora della giustizia si avvicina; presto egli
dovrà rendere quello che ha guadagnato, gettar lontano da sé il suo
dado ingannatore e finire in qualche rifugio in cui possa liberamente
bestemmiare contro la sua follia; perché il pentimento non è una
virtù che sia mai stata conosciuta dal suo cuore.

Moltissimi in Francia credono che la violenza della


stampa dipenda dall’instabilità del nostro Stato sociale,
dalle nostre passioni politiche e dal disagio generale che ne
è una conseguenza. Essi aspettano sempre un’epoca in cui,
avendo la società ripreso un assetto tranquillo, la stampa a
sua volta diverrà calma. Per parte mia, attribuirei volentieri
alle cause sopra indicate l’estremo ascendente che essa ha
sopra di noi, ma non credo che queste cause influiscano
gran che sul suo linguaggio. Mi pare che la stampa
periodica abbia istinti e passioni suoi particolari,
indipendentemente dalle circostanze in mezzo a cui agisce.
Quello che avviene in America me lo prova completamente.
L’America è forse, in questo momento, il paese del
mondo che ha nel suo seno minori germi di rivoluzione. In
America, tuttavia, la stampa ha gli stessi gusti distruttori
che in Francia e la stessa violenza, senza avere le stesse
cause di collera. In America, come in Francia, essa è quella
straordinaria potenza, così stranamente mescolata di bene
e di male, senza la quale la libertà non potrebbe vivere e
con la quale l’ordine si mantiene a malapena.
Quello che bisogna dire è che in America la stampa ha
assai meno potere che da noi. Niente di più raro tuttavia, in
quel paese, che vedere un processo diretto contro di essa.
La ragione di questo è semplice: gli americani, ammettendo
fra loro il dogma della sovranità del popolo, ne hanno fatto
un’applicazione sincera. Essi non hanno preteso fondare,
con elementi che cambiano ogni giorno, costituzioni eterne.
Attaccare le leggi esistenti non è dunque un delitto, purché
non ci si voglia sottrarre alla legge con la violenza.
Essi credono d’altronde che i tribunali siano impotenti a
moderare la stampa e che, dato che la leggerezza del
linguaggio umano sfugge sempre all’analisi giudiziaria, i
reati di questa natura sfuggano sempre in qualche modo
alla mano che si allunga per afferrarli. Pensano che per
potere efficacemente agire sulla stampa occorrerebbe
trovare un tribunale che, non solo fosse devoto all’ordine
costituito, ma anche potesse mettersi al disopra
dell’opinione pubblica che si agita intorno a esso, un
tribunale che giudicasse senza pubblicità, che pronunciasse
le sue sentenze senza motivarle, e punisse l’intenzione più
ancora che le parole. Chiunque riuscisse a creare e a
mantenere un simile tribunale perderebbe il suo tempo a
perseguire la libertà di stampa, poiché egli sarebbe
senz’altro padrone assoluto della società stessa e potrebbe
sbarazzarsi degli scrittori insieme ai loro scritti. In materia
di stampa non vi è dunque via di mezzo fra la servitù e la
licenza. Per raccogliere i beni inestimabili prodotti dalla
libertà di stampa, bisogna sapersi sottomettere ai mali
inevitabili che essa fa nascere. Volere ottenere gli uni
sfuggendo agli altri equivale ad abbandonarsi a una di
quelle illusioni in cui si cullano ordinariamente le nazioni
malate, quando, stanche di lotte ed esaurite dagli sforzi,
cercano il mezzo di far coesistere, sullo stesso terreno,
opinioni e principi contrari.
La scarsa potenza dei giornali in America dipende da
parecchie cause, di cui ecco le principali.
La libertà di scrivere, come tutte le altre, è tanto più
temibile quanto più è nuova: un popolo che non abbia mai
trattato gli affari dello Stato crede al primo tribuno che gli
si presenti. Presso gli angloamericani questa libertà è
antica quanto la fondazione delle colonie; inoltre la stampa,
che sa così bene infiammare le passioni umane, non può
tuttavia crearle da sola. Ora in America la vita politica è
attiva, variata, agitata, ma raramente è turbata da passioni
profonde ed è raro che queste si sollevino quando gli
interessi non sono compromessi, e negli Stati Uniti gli
interessi prosperano. Per giudicare della differenza
esistente su questo punto fra gli angloamericani e noi,
basta osservare un momento i giornali dei due paesi. In
Francia gli annunci commerciali occupano uno spazio
ristrettissimo e anche le notizie sono poco numerose; la
parte vitale di un giornale è quella in cui si trovano le
discussioni politiche. In America i tre quarti dell’immenso
giornale che vi cade sotto gli occhi sono pieni di annunci, il
resto è occupato il più spesso da notizie politiche o da
semplici aneddoti, solo di tanto in tanto si scorge in un
angolo nascosto qualcuna di quelle ardenti discussioni che
da noi costituiscono il pasto giornaliero dei lettori.
Ogni potenza aumenta l’azione delle sue forze via via
che ne accentra la direzione: è questa una legge generale
della natura che s’impone all’osservatore e che un istinto
più sicuro ancora ha fatto conoscere anche ai despoti più
mediocri.
In Francia per la stampa si hanno due specie distinte di
centralizzazione: quasi tutto il suo potere è concentrato in
un solo luogo e, per così dire, nelle stesse mani, poiché i
suoi organi sono in piccolo numero. Così costituita in mezzo
a una nazione scettica, la stampa ha un potere quasi
illimitato. Essa è un nemico col quale un governo può fare
tregue più o meno lunghe, ma di fronte al quale può
resistere assai difficilmente.
Né l’una né l’altra di queste due specie di
centralizzazione esistono in America.
Gli Stati Uniti non hanno una grande capitale: la civiltà e
la potenza sono disseminate in tutte le parti di questa
immensa contrada; i raggi dell’intelligenza umana, invece
di partire da un unico centro, s’incrociano in tutti i sensi;
gli americani non hanno accentrato in alcun posto la
direzione generale del pensiero o quella degli affari.
Ciò dipende da circostanze locali indipendenti dagli
uomini, ma che hanno per conseguenza che negli Stati
Uniti non vi sono licenze per gli stampatori, né timbri, né
registrazioni per i giornali e vi è sconosciuta la legge della
cauzione.
Ne risulta che la creazione di un giornale è un’impresa
semplice e facile; pochi abbonati bastano perché il
giornalista copra le sue spese: così il numero degli scritti
periodici o semiperiodici negli Stati Uniti sorpassa ogni
immaginazione. Gli americani più colti attribuiscono a
questa incredibile disseminazione di forze la scarsa potenza
della stampa: è un assioma di scienza politica negli Stati
Uniti che il solo mezzo di neutralizzare gli effetti dei
giornali sta nel moltiplicarne il numero. Non riesco a capire
come una verità così evidente non sia divenuta comune
presso di noi. Che coloro che vogliono lare delle rivoluzioni
con l’aiuto della stampa cerchino di darle solo pochi organi
potenti è cosa facilmente comprensibile, ma che i partigiani
ufficiali dell’ordine costituito e i sostenitori naturali delle
leggi esistenti credano di attenuare l’azione della stampa
concentrandola, ecco ciò che non riesco a concepire.
Sembra che i governanti europei agiscano di fronte alla
stampa alla stessa maniera degli antichi cavalieri con i loro
avversari: essi si sono accorti, per esperienza propria, che
la centralizzazione è un’arma potente e ne vogliono
provvedere il loro nemico, senza dubbio allo scopo di aver
più gloria a vincerlo.
Negli Stati Uniti non vi è quasi una borgata che non
abbia il suo giornale. Si comprenderà facilmente che, con
tanti combattenti, non si può stabilire né disciplina né unità
d’azione: così si vede ognuno alzare la sua bandiera. Non
che tutti i giornali politici degli Stati Uniti si siano schierati
pro o contro l’amministrazione, ma essi l’attaccano o la
difendono in cento modi diversi. I giornali non possono
dunque creare in America quelle grandi correnti di opinioni
capaci di costruire o di rompere le più potenti dighe.
Questa divisione di forze della stampa produce inoltre altri
effetti non meno rimarchevoli: poiché la creazione di un
giornale è una cosa facile, tutti possono occuparsene e,
d’altra parte, poiché la concorrenza impedisce che un
giornale possa sperare grandi profitti, le alte capacità
industriali non si mescolano a questo genere di imprese.
Ma, anche se i giornali fossero fonti di ricchezze, dato che
sono eccessivamente numerosi gli scrittori di talento non
basterebbero a dirigerli.
I giornalisti hanno dunque, in genere, negli Stati Uniti
una posizione poco elevata, una rudimentale educazione e
un indirizzo di idee spesso volgare. La maggioranza fa
legge; essa stabilisce certi modi di vita cui tutti in seguito si
conformano e l’insieme di queste abitudini si chiama
spirito: vi è lo spirito di tribunale, lo spirito di corte. Lo
spirito del giornalista, in Francia, consiste nel discutere in
modo violento, ma elevato e spesso eloquente, i grandi
interessi dello Stato e, se questo non avviene sempre, è
perché ogni regola ha le sue eccezioni. Lo spirito del
giornalista, in America, consiste nello stimolare
grossolanamente, senza preparazione né arte, le passioni di
coloro cui s’indirizza il giornale, nel lasciare i principi per
impadronirsi degli uomini, seguirli nella vita privata e
metterne a nudo le debolezze e i vizi.
Un simile abuso del pensiero è senza dubbio
deplorevole; più avanti avrò occasione di studiare
l’influenza esercitata dai giornali sui gusti e sulla moralità
del popolo americano; qui, ripeto, non mi occupo che del
mondo politico. Non ci si deve nascondere che gli effetti
politici di questa licenza della stampa non contribuiscono al
mantenimento della tranquillità pubblica. Ne risulta che gli
uomini che hanno già raggiunto posizioni elevate
nell’opinione dei loro concittadini non osano scrivere sui
giornali e perdono così l’arma più formidabile di cui si
possono servire per volgere a loro profitto le passioni
popolari1. Ne risulta soprattutto che le opinioni personali
espresse dai giornalisti non hanno, per così dire, alcun peso
agli occhi dei lettori. Quello che essi cercano in un giornale
è la conoscenza dei fatti; e non è alterando o snaturando
questi fatti che il giornalista può ottenere qualche
influenza.
Anche ridotta a queste sole risorse, la stampa esercita
ancora un grande potere in America. Essa fa circolare la
vita politica in tutte le zone di quel vasto territorio; con
occhio sempre vigile, mette a nudo i segreti moventi della
politica e costringe gli uomini pubblici a comparire volta a
volta davanti al tribunale dell’opinione pubblica. Essa
riunisce gli interessi intorno ad alcune dottrine e formula i
simboli dei partiti; per suo mezzo i partiti si parlano senza
vedersi, s’intendono senza mettersi in diretto contatto.
Quando numerosi organi di stampa giungono a camminare
in un’unica direzione, la loro influenza diviene, alla lunga,
irresistibile e l’opinione pubblica, colpita sempre dalla
stessa parte, finisce per cedere sotto i loro colpi.
Negli Stati Uniti ogni giornale ha individualmente scarso
potere, ma la stampa periodica è ancora, dopo il popolo, la
prima delle potenze.
 
Le opinioni che si stabiliscono in America sotto l’impero
della libertà di stampa sono spesso più tenaci di quelle che
si formano altrove sotto il regime della censura
 
Negli Stati Uniti la democrazia porta continuamente
uomini nuovi alla direzione degli affari; vi è pertanto poco
ordine e poca continuità nell’azione governativa. Ma i
principi generali del governo vi sono più stabili che in molti
altri paesi e le opinioni principali regolanti la società si
mostrano più durevoli. Quando un’idea ha preso possesso
dello spirito del popolo americano, sia o no giusta e
ragionevole, è molto difficile estirparla.
Lo stesso fatto è stato osservato in Inghilterra, il paese
d’Europa che ha avuto durante un secolo la più grande
libertà d’opinione e insieme i più invincibili pregiudizi.
Io attribuisco questo effetto proprio alla causa che, a
prima vista, dovrebbe impedirgli di prodursi: alla libertà di
stampa. I popoli presso i quali esiste questa libertà si
affezionano alle loro opinioni per orgoglio oltre che per
convinzione. Essi le amano, perché sembrano loro giuste e
anche perché sono scelte liberamente da loro, e ci tengono,
non solo come a una cosa vera, ma anche come a una cosa
che è loro propria.
Vi sono poi molte altre ragioni.
Un grand’uomo ha detto che l’ignoranza è alle due
estremità della scienza. Forse sarebbe stato più esatto dire
che le convinzioni profonde si trovano solo agli estremi e
che nel mezzo è il dubbio. Si può considerare,
effettivamente, l’intelligenza umana in tre stati distinti e
spesso successivi.
L’uomo crede fermamente, perché accetta le opinioni
senza approfondirle. Dubita quando gli si presentano le
obiezioni. Spesso riesce a risolvere tutti i suoi dubbi e
allora ricomincia a credere. Questa volta egli non
s’impadronisce della verità per caso o in mezzo alle
tenebre, ma la vede faccia a faccia e marcia direttamente
verso la sua luce2. Quando la libertà di stampa trova gli
uomini nel primo stato, essa lascia loro per molto tempo
ancora questa abitudine di credere senza riflettere;
soltanto cambia giornalmente l’oggetto delle loro
irriflessive credenze. In tutto l’orizzonte intellettuale lo
spirito umano continua a vedere un punto per volta, ma
questo punto varia continuamente. È il tempo delle
rivoluzioni improvvise. Sfortunate le generazioni che
ammettono tutto a un tratto la libertà di stampa!
Tuttavia il circolo delle idee nuove è percorso
rapidamente. Si forma l’esperienza e l’uomo cade nel
dubbio e nella diffidenza.
Si può assicurare che la maggior parte degli uomini si
fermerà sempre in uno di questi due stati: essi o
crederanno senza sapere perché o non sapranno
precisamente che cosa bisogna credere.
Quanto a quell’altro tipo di convinzione riflessa e
padrona di sé che sorge dalla scienza e si eleva in mezzo
alle agitazioni del dubbio, esso potrà esser raggiunto solo
da un piccolo numero di uomini.
Ora, si è notato che nei secoli di fervore religioso gli
uomini cambiano talvolta di fede, mentre nei secoli di
dubbio ognuno conserva ostinatamente la sua. Così
succede in politica sotto il regno della libertà di stampa.
Poiché tutte le teorie sociali sono state a volta a volta
contestate e combattute, coloro che si sono fissati sopra
una di esse la difendono, non tanto perché sicuri della sua
bontà, quanto perché non sono sicuri che ve ne sia una
migliore.
In questi secoli non si mette facilmente a repentaglio la
vita per le proprie opinioni, ma neppure si cambiano; si
trovano meno martiri, ma anche meno apostati.
Aggiungete a questa ragione quest'altra ancora più
forte: nell’incertezza delle opinioni gli uomini finiscono per
attaccarsi unicamente agli istinti e agli interessi materiali,
che sono per loro natura per noi più visibili, più afferrabili e
più duraturi delle opinioni.
È una questione molto difficile da risolvere quella di
sapere se governi meglio la democrazia o l’aristocrazia, ma
è chiaro che la democrazia incomoda alcuni e l’aristocrazia
opprime altri. E questa una verità che si rivela da sola
senza bisogno di discussione, come dire: voi siete ricco e io
povero.
 
 

* Da Tocqueville 1835, pp. 193-199 della trad. it.


1 Essi scrivono sui giornali solo in casi rari, quando vogliono rivolgersi
al popolo e parlare in proprio nome: quando, per esempio, sono state
sparse sul loro conto imputazioni calunniose, ed essi vogliono ristabilire la
verità dei fatti.
2 Ancora non saprei se questa convinzione riflessa e padrona di sé può
mai alzare l’uomo al grado di ardore e di devozione che gli ispirano le
credenze dogmatiche.
L’onnipotenza della maggioranza negli Stati Uniti
e i suoi effetti*

Alexis de Tocqueville

 
 
 
 
 
È nell’essenza stessa dei governi democratici che il
dominio della maggioranza sia assoluto, poiché fuori della
maggioranza nelle democrazie, non vi è nulla che possa
resistere.
La maggior parte delle costituzioni americane tende ad
aumentare ancora, artificialmente, questa forza naturale
della maggioranza1.
Di tutti i poteri politici quello che più volentieri
obbedisce alla maggioranza è il corpo legislativo.
Orbene, gli americani hanno stabilito che i membri di
esso siano nominati direttamente dal popolo e per un
periodo molto breve, per obbligarli così a sottomettersi,
non solo alle opinioni generali, ma anche alle passioni
momentanee degli elettori.
Essi hanno tolto dalle stesse classi ed eletto allo stesso
modo i membri delle due camere, in modo che i movimenti
del corpo legislativo sono quasi altrettanto rapidi e
irresistibili di quelli di un’unica assemblea.
Costituito a questo modo il corpo legislativo, hanno
riunito in esso quasi tutto il governo.
Nel tempo stesso che alcuni poteri già naturalmente
forti si accrescevano, altri, già naturalmente deboli,
venivano sempre più sminuiti. La legge non assicura ai
rappresentanti del potere esecutivo né stabilità, né
indipendenza e, sottomettendoli completamente ai capricci
della legislatura, essa toglie a essi quel poco di influenza
che la natura del regime democratico avrebbe loro lasciato.
In parecchi Stati la costituzione affida il potere
giudiziario all’elezione della maggioranza e, in tutti, essa lo
fa dipendere, in certo modo, dal potere legislativo, poiché
lascia ai rappresentanti il diritto di fissare annualmente lo
stipendio dei giudici.
Gli usi sono andati ancora più lontano delle leggi.
Si diffonde sempre più negli Stati Uniti un costume che
finirà per rendere inutili le garanzie del governo
rappresentativo: avviene molto spesso che gli elettori,
eleggendo un deputato, gli traccino un piano d’azione e gli
impongano un certo numero di obblighi positivi da cui egli
non può in alcun modo allontanarsi. Non considerando il
tumulto, è come se la maggioranza deliberasse
direttamente sulla piazza pubblica.
Parecchie altre circostanze particolari tendono ancora a
rendere, in America, il potere della maggioranza non solo
predominante, ma irresistibile.
L’impero morale della maggioranza si fonda in parte
sull’idea che vi sia più saggezza e acume in molti uomini
riuniti che in uno solo, nel numero piuttosto che nella
qualità dei legislatori. È la teoria dell’eguaglianza applicata
alle intelligenze. Questa dottrina attacca l’orgoglio
dell’uomo nel suo ultimo rifugio, perciò la minoranza
l’ammette solo a fatica e vi si abitua solo col tempo. Come
tutti i poteri, e più forse di alcuno di essi, il potere della
maggioranza ha bisogno di durare per apparire legittimo.
All’inizio si fa obbedire con la forza; si comincia a
rispettarlo solo dopo che si è vissuti a lungo sotto le sue
leggi.
L’idea del diritto della maggioranza a governare la
società è stata portata sul suolo degli Stati Uniti dai primi
abitanti. Questa idea, che da sola sarebbe sufficiente a
creare un popolo libero, è oggi passata nei costumi e la si
trova nelle più piccole abitudini della vita.
I francesi, sotto l’antica monarchia, erano certi che il re
non potesse mai sbagliare e quando accadeva che egli
agisse malamente, pensavano che fosse colpa dei suoi
consiglieri. Ciò facilitava grandemente l’obbedienza. Si
poteva mormorare contro la legge, senza cessare di amare
e rispettare il legislatore. Gli americani hanno la stessa
opinione riguardo alla maggioranza.
L’impero morale della maggioranza si fonda anche su
questo principio: che gli interessi del maggior numero
debbono essere preferiti a quelli del piccolo. Ora, si
comprende facilmente come il rispetto professato a questo
diritto della maggioranza aumenti o diminuisca
naturalmente secondo lo stato dei partiti. Quando una
nazione è divisa fra parecchi grandi interessi inconciliabili,
il privilegio della maggioranza è spesso misconosciuto,
poiché è troppo scomodo sottomettervisi.
Se esistesse in America una classe di cittadini che
venisse dal legislatore spogliata di certi vantaggi esclusivi,
posseduti da secoli, e fosse spinta a discendere da una
situazione elevata per perdersi nella massa, è probabile che
la minoranza non si sottometterebbe tanto facilmente alla
maggioranza.
Ma, poiché gli Stati Uniti sono stati popolati da uomini
eguali tra loro, non c’è ancora un dissidio naturale e
durevole fra gli interessi dei loro abitanti.
Vi è un certo Stato sociale in cui i membri della
minoranza non possono sperare di trarre a sé la
maggioranza, poiché sarebbero costretti, per far questo, ad
abbandonare l’oggetto stesso della lotta che sostengono
contro di essa. Un’aristocrazia, per esempio, non potrebbe
diventare maggioranza conservando i suoi privilegi
esclusivi e non potrebbe abbandonare i suoi privilegi senza
cessare con ciò di essere un’aristocrazia.
Negli Stati Uniti le questioni pubbliche non possono
porsi in modo così generale e assoluto e tutti i partiti sono
disposti a riconoscere i diritti della maggioranza, poiché
sperano tutti di potere un giorno esercitarli a proprio
profitto.
La maggioranza ha dunque negli Stati Uniti un’immensa
potenza di fatto e una potenza di opinione quasi altrettanto
grande; quando essa si forma riguardo a qualche
questione, non vi sono ostacoli che possano, non dico
arrestare, ma anche solo ritardare la sua marcia per
lasciarle il tempo di ascoltare le proteste di coloro che essa
colpisce nel suo passaggio.
Le conseguenze future di un simile stato di cose sono
funeste e pericolose.
 

L’onnipotenza della maggioranza contribuisce


ad aumentare in America l’instabilità legislativa e
amministrativa che è naturale alle democrazie

 
Ho parlato precedentemente dei vizi naturali ai governi
democratici; di questi non ve n’è alcuno che non cresca
insieme al potere della maggioranza.
Cominceremo dal più evidente.
L’instabilità legislativa è un male inerente al governo
democratico, poiché è nella natura della democrazia
rinnovare frequentemente gli uomini al potere. Ma questo
male è più o meno grande secondo la potenza e i mezzi
d’azione riconosciuti al legislatore.
In America si attribuisce all’autorità legislativa un
potere sovrano. Essa può abbandonarsi rapidamente e
facilmente a ogni suo desiderio; inoltre, ogni anno le si
danno nuovi rappresentanti. Vale a dire che si è adottata
precisamente la combinazione più favorevole all’instabilità
democratica, che permette alla democrazia di applicare le
sue mutevoli volontà agli oggetti più importanti.
Perciò l’America è oggi il paese del mondo in cui le leggi
durano meno. Quasi tutte le costituzioni americane sono
state emendate in trentanni. Non vi è dunque uno Stato
americano che non abbia, durante questo periodo,
modificato il principio delle sue leggi.
Quanto alle leggi stesse, basta gettare un colpo d’occhio
negli archivi dei diversi Stati dell’Unione per convincersi
che in America l’azione del legislatore non si allenta mai.
Non già che la democrazia americana sia per natura più
instabile di un’altra, ma le è stato dato il mezzo per
seguire, nella formazione delle leggi, la naturale instabilità
delle sue tendenze2.
L’onnipotenza della maggioranza e il modo rapido e
assoluto con cui le sue volontà si eseguono negli Stati Uniti
non soltanto rende la legge instabile, ma esercita la stessa
influenza sull’esecuzione della legge e sull’azione
dell’amministrazione pubblica.
Poiché la maggioranza è la sola potenza cui sia
necessario piacere, tutti concorrono con ardore alle opere
da essa intraprese ma, dal momento in cui la sua attenzione
si rivolge altrove, tutti gli sforzi cessano; mentre in Europa,
ove il potere amministrativo ha un’esistenza indipendente e
una posizione sicura, le volontà del legislatore continuano
invece a essere eseguite anche quando egli si occupa
d’altro.
In America si applicano a certi miglioramenti uno zelo e
un’attività assai più grandi che altrove. In Europa, invece,
s’impiega per queste stesse cose una forza sociale assai
meno grande, ma più continua.
Or sono molti anni, alcuni uomini profondamente
religiosi si diedero a migliorare il sistema carcerario; il
pubblico fu scosso dalla loro voce e la riabilitazione dei
criminali divenne un’opera popolare.
Si fabbricarono allora nuove prigioni e, per la prima
volta, l’idea del colpevole penetrò nelle segrete insieme
all’idea del castigo. Ma la felice rivoluzione, cui il pubblico
s’era associato con tanto ardore e che diveniva sempre più
irresistibile per gli sforzi concordi dei cittadini, non poteva
operarsi in breve tempo.
A fianco dei nuovi penitenziari, il cui sviluppo veniva
affrettato dal voto della maggioranza, sussistevano le
antiche prigioni, che continuavano a contenere un gran
numero di condannati; sembra che queste divenissero
sempre più insalubri e corruttrici a misura che le nuove
divenivano più riformatrici e più sane. Questo doppio
effetto si comprende facilmente: la maggioranza,
preoccupata dall’idea di fondare i nuovi stabilimenti, aveva
dimenticato quelli che già esistevano e, poiché nessuno si
occupava di una cosa che non attirava più l’attenzione del
governo, la sorveglianza era completamente cessata. Un
po’ alla volta si era allentata, e poi era sparita, ogni
disciplina. E, a fianco di una prigione che rappresentava
meravigliosamente la mitezza e la cultura del nostro tempo,
si trovavano segrete che rammentavano la barbarie
medievale.
 

Tirannide della maggioranza

Io considero empia e detestabile questa massima: che in


materia di governo la maggioranza di un popolo ha il diritto
di far tutto; tuttavia pongo nella volontà della maggioranza
l’origine di tutti i poteri. Sono forse in contraddizione con
me stesso?
Esiste una legge generale che è stata fatta, o perlomeno
adottata, non solo dalla maggioranza di questo o quel
popolo, ma dalla maggioranza di tutti gli uomini. Questa
legge è la giustizia.
La giustizia è dunque il limite del diritto di ogni popolo.
Una maggioranza è come una giuria incaricata di
rappresentare tutta la società e applicare la giustizia che è
la sua legge. La giuria rappresenta la società; deve essa
avere più potenza della società stessa di cui applica le
leggi?
Quando dunque io rifiuto di obbedire a una legge
ingiusta, non nego affatto alla maggioranza il diritto di
comandare: soltanto mi appello non più alla sovranità del
popolo ma a quella del genere umano.
Vi sono alcuni i quali osano dire che un popolo, negli
oggetti che interessano lui solo non può uscire interamente
dai limiti della giustizia e della ragione e che quindi non si
deve avere paura di dare ogni potere alla maggioranza che
lo rappresenta. Ma questo è un linguaggio da schiavi.
Cosa è mai la maggioranza, presa in corpo, se non un
individuo che ha opinioni e spesso interessi contrari a un
altro individuo che si chiama minoranza? Ora, se voi
ammettete che un uomo fornito di tutto il potere può
abusarne contro i suoi avversari, perché non ammettete ciò
anche per la maggioranza? Gli uomini, riunendosi, mutano
forse di carattere? Divenendo più forti, divengono anche
più pazienti di fronte agli ostacoli3? Per parte mia, non
posso crederlo; e non vorrei che il potere di fare tutto, che
rifiuto a un uomo solo, fosse accordato a parecchi.
Non già che io creda che per conservare la libertà si
possano unire parecchi principi diversi in un solo governo,
in modo da opporli l’uno all’altro. Il cosiddetto governo
misto mi è sempre sembrato una chimera. Non vi è, per
dire il vero, governo misto (nel senso che si dà
generalmente a questa parola), perché in ogni società si
finisce per scoprire un principio di azione che domina tutti
gli altri.
L’Inghilterra dell’ultimo secolo, che è stata citata
frequentemente come un esempio di questo genere di
governo, era uno Stato essenzialmente aristocratico,
benché vi fossero nel suo seno molti elementi democratici.
Infatti le leggi e i costumi vi erano costituiti in modo che
l’aristocrazia doveva sempre, a lungo andare, predominarvi
e dirigere gli affari politici secondo la sua particolare
volontà.
L’errore è nato dal fatto che, vedendo gli interessi dei
grandi in continua lotta con quelli del popolo, non si è
pensato che alla lotta in sé, senza fare attenzione al suo
risultato, cioè al punto più importante. Quando una società
giunge ad avere veramente un governo misto, vale a dire
esattamente diviso fra principi contrari, essa entra in
rivoluzione o si dissolve.
Bisogna sempre, dunque, porre in qualche parte un
potere sociale superiore a tutti gli altri; ma la libertà è in
pericolo quando questo potere non trova innanzi a sé alcun
ostacolo che possa rallentare il suo cammino, dandogli il
tempo di moderarsi.
L’onnipotenza in sé mi sembra una cosa cattiva e
pericolosa; il suo esercizio è superiore alle forze dell’uomo,
chiunque esso sia; solo Iddio può essere onnipotente senza
pericolo, perché la sua saggezza e la sua giustizia sono
sempre eguali al suo potere. Non vi è dunque sulla terra
autorità, tanto rispettabile in se stessa o rivestita di un
diritto tanto sacro, che possa agire senza controllo e
dominare senza ostacolo. Quando, dunque, io vedo
accordare il diritto o la facoltà di fare tutto a una qualsiasi
potenza, si chiami essa popolo o re, democrazia o
aristocrazia, si eserciti essa in una monarchia o in una
repubblica, io dico: qui è il germe della tirannide; e cerco di
andare a vivere sotto altre leggi.
Ciò che io rimprovero di più al governo democratico,
come è stato organizzato negli Stati Uniti, non è, come
molti credono in Europa, la debolezza, ma al contrario la
sua forza irresistibile. Quello che più mi ripugna in
America, non è l’estrema libertà, ma la scarsa garanzia che
vi è contro la tirannide.
Quando negli Stati Uniti un uomo o un partito soffre di
qualche ingiustizia, a chi volete che si rivolga? All’opinione
pubblica? È essa che forma la maggioranza. Al corpo
legislativo? Esso rappresenta la maggioranza e le
obbedisce ciecamente. Al potere esecutivo? Esso è
nominato dalla maggioranza ed è un suo strumento passivo.
Alla forza pubblica? La forza pubblica non è altro che la
maggioranza sotto le armi. Alla giuria? La giuria è la
maggioranza rivestita del diritto di pronunciare sentenze: i
giudici stessi, in alcuni Stati, sono eletti dalla maggioranza.
Per quanto la misura che vi colpisce sia iniqua o
irragionevole, bisogna che vi sottomettiate4.
Supponete, al contrario, un corpo legislativo composto
in modo tale che esso rappresenti la maggioranza senza
essere necessariamente lo schiavo delle sue passioni; un
potere esecutivo che abbia una forza propria e un potere
giudiziario indipendente dagli altri due poteri; avrete
ancora un governo democratico, ma non vi sarà più
pericolo di tirannide.
Io non dico che attualmente si faccia in America un uso
frequente della tirannide; dico che non vi è contro di essa
alcuna garanzia e che le cause della mitezza del governo
devono essere cercate nelle circostanze e nei costumi
piuttosto che nelle leggi.
 

Effetti dell’onnipotenza della maggioranza sul


potere discrezionale dei funzionari pubblici
americani
Bisogna distinguere il potere discrezionale dalla
tirannide. Questa può esercitarsi anche per mezzo della
legge e allora non è arbitraria; il potere discrezionale può
esercitarsi nell’interesse dei cittadini e allora non è affatto
tirannico.
La tirannide si serve ordinariamente del potere
discrezionale, ma può benissimo farne a meno.
Negli Stati Uniti l’onnipotenza della maggioranza, nel
tempo stesso che favorisce il dispotismo legale del
legislatore, favorisce anche il potere discrezionale del
magistrato. La maggioranza, essendo padrona assoluta di
fare la legge e di sorvegliarne l’esecuzione e avendo un
eguale controllo sui governanti, considera i funzionari
pubblici come suoi agenti passivi e si serve volentieri di
essi per eseguire i suoi disegni. Essa non entra dunque nei
particolari dei loro doveri e non si cura di definire i loro
diritti in precedenza, ma li tratta come un padrone
potrebbe fare con i suoi servitori, come se, vedendoli
sempre lavorare sotto i suoi occhi, potesse dirigere o
correggere la loro condotta ogni momento.
In generale, la legge lascia i funzionari americani assai
più liberi dei nostri nel cerchio tracciato intorno a loro.
Talvolta avviene anche che la maggioranza permetta loro di
uscirne. Garantiti dall’opinione della maggioranza e forti
del suo concorso, essi osano cose di cui un europeo, pur
abituato allo spettacolo dell’arbitrio, si meraviglierebbe. Si
formano così in seno alla libertà abitudini che un giorno
potranno divenire funeste.
 

Influenza della maggioranza in America sul


pensiero

Quando si vuole esaminare quale sia negli Stati Uniti


l’esercizio del pensiero, ci si accorge chiaramente a qual
punto il potere della maggioranza sorpassi tutti i poteri che
noi conosciamo in Europa.
Il pensiero è un potere invisibile e quasi inafferrabile,
che si prende gioco di ogni tirannide. Ai nostri giorni i
sovrani più assoluti d’Europa non saprebbero impedire ad
alcuni pensieri ostili alla loro autorità di circolare
sordamente nei loro Stati e fino in seno alle loro corti. Non
è lo stesso in America: finché la maggioranza è incerta, si
può parlare; ma, dal momento in cui essa si è
irrevocabilmente pronunciata, ognuno tace; sembra che
amici e nemici si siano attaccati di concerto al suo carro. La
ragione di ciò è semplice: non vi è un monarca tanto
assoluto che possa riunire nelle sue mani tutte le forza
della società e vincere le resistenze, come può farlo una
maggioranza investita del diritto di fare le leggi e di
metterle in esecuzione.
Inoltre, un re ha solo un potere materiale, che agisce
sulle azioni ma che non può toccare la volontà, mentre la
maggioranza è dotata di una forza, insieme materiale e
morale, che agisce sulle volontà come sulle azioni e che
annienta nel tempo stesso l’azione e il desiderio di azione.
Non conosco un paese in cui regni, in generale, una
minore indipendenza di spirito e una minore vera libertà di
discussione come in America.
Non vi è una teoria religiosa o politica che non possa
diffondersi liberamente negli Stati costituzionali
dell’Europa e che non riesca a penetrare anche negli altri,
poiché non vi è in Europa un paese talmente sottoposto a
un solo potere che colui che vuol dire la verità non trovi un
appoggio capace di rassicurarlo contro i pericoli che
possono nascere dalla sua posizione indipendente. Se egli
ha la sventura di vivere sotto un governo assoluto, ha
spesso dalla sua il popolo; se vive in un paese libero, può
all’occorrenza ripararsi dietro l’autorità regia. La frazione
aristocratica della società lo può sostenere nei paesi
democratici e la democrazia negli altri. Invece, nel seno di
una democrazia organizzata come quella degli Stati Uniti,
non si trova che un solo potere, un solo elemento di forza e
di successo, e nulla al di fuori di esso.
In America la maggioranza traccia un cerchio
formidabile intorno al pensiero. Nell’interno di quei limiti lo
scrittore è libero, ma guai a lui se osa sorpassarli. Non già
che egli abbia da temere un autodafé, ma è esposto ad
avversioni di ogni genere e a quotidiane persecuzioni. La
carriera politica è chiusa per lui, poiché egli ha offeso la
sola potenza che abbia la facoltà di aprirgliela. Tutto gli si
rifiuta, anche la gloria. Prima di rendere pubbliche le sue
opinioni, egli credeva di avere dei partigiani; ma, dal
momento in cui si è scoperto a tutti, gli pare di non averne
più, poiché coloro che lo biasimano si esprimono a gran
voce, mentre coloro che pensano come lui, senza avere il
suo coraggio, tacciono e si allontanano. Egli allora cede, si
piega sotto uno sforzo quotidiano e rientra nel silenzio,
come se provasse il rimorso di aver detto la verità.
Un tempo la tirannide faceva uso di strumenti
grossolani, come le catene e il boia; oggi la civiltà ha
perfezionato anche il dispotismo, che pure sembrava non
avesse nulla da imparare.
I principi avevano, per così dire, materializzato la
violenza; le repubbliche democratiche del nostro tempo
l’hanno resa intellettuale come la volontà umana che essa
vuole costringere. Sotto il governo assoluto di uno solo il
dispotismo, per arrivare all’anima, colpiva grossolanamente
il corpo; e l’anima, sfuggendo a quei colpi, si elevava
gloriosa sopra di esso; ma nelle repubbliche democratiche
la tirannide non procede a questo modo: essa non si cura
del corpo e va diritta all’anima. Il padrone non dice più:
“Voi penserete come me o morrete” ma dice:
Voi siete liberi di non pensare come me; la vostra vita, i vostri
beni, tutto vi resta; ma da questo momento voi siete stranieri fra noi.
Voi manterrete i vostri diritti politici, ma essi saranno inutili per voi
poiché, se cercherete di essere eletti dai vostri concittadini, essi non
vi accorderanno il loro voto e, se chiederete la loro stima, essi ve la
rifiuteranno. Voi resterete fra gli uomini, ma perderete il vostro
diritto all’umanità. Quando vi avvicinerete ai vostri simili, essi vi
fuggiranno come un essere impuro; e anche quelli che credono alla
vostra innocenza vi abbandoneranno per timore di essere a loro volta
sfuggiti. Andate in pace, io vi lascio la vita, ma vi lascio una vita
peggiore della morte.

Le monarchie assolute avevano disonorato il dispotismo;


facciamo attenzione che le repubbliche democratiche non
lo riabilitino e, rendendolo più pesante per qualcuno, non
gli tolgano, agli occhi della maggioranza, l’aspetto odioso e
il carattere avvilente.
Presso le nazioni più fiere dell’antichità si sono
pubblicate opere destinate a dipingere fedelmente i vizi e la
ridicolaggine dei contemporanei. La Bruyère, quando
compose il suo capitolo sui grandi, abitava il palazzo di
Luigi XIV e Molière criticava la corte in commedie che
faceva rappresentare davanti ai cortigiani. Ma la potenza
che domina negli Stati Uniti non vuole essere presa in giro.
Il più leggero rimprovero la ferisce, la minima verità
piccante la rende feroce e bisogna lodarla dalle forme del
suo linguaggio fino alle sue più solide virtù. Nessuno
scrittore, qualunque ne sia la notorietà, può sfuggire
all’obbligo di incensare i suoi concittadini. La maggioranza
vive dunque in una perenne adorazione di se medesima;
solo gli stranieri, o l’esperienza, possono far giungere
alcune verità all’orecchio degli americani.
Se l’America non ha ancora avuto dei grandi scrittori,
non dobbiamo cercarne altrove le ragioni: non esiste genio
letterario senza libertà di pensiero e non vi è libertà di
pensiero in America.
L’inquisizione non ha mai potuto impedire che in Spagna
circolassero libri contrari alla religione della maggioranza.
L’impero della maggioranza fa di più negli Stati Uniti: esso
toglie anche il pensiero di pubblicarne. Si trovano degli
increduli in America, ma l’incredulità non trova, per così
dire, alcun organo.
Vi sono governi che si sforzano di proteggere i costumi
condannando gli autori di libri licenziosi. Negli Stati Uniti
non si condanna alcuno per questo genere di opere, ma
nessuno è tentato di scriverne. Non già che tutti i cittadini
abbiano dei costumi puri, ma la maggioranza ha costumi
normali.
In questo caso l’uso del potere è buono, senza dubbio:
ma io non parlo che del potere in se stesso. Questo potere
irresistibile è un fatto continuo e il suo buon impiego non è
che un accidente.
 

Effetti della tirannide della maggioranza sul


carattere nazionale degli americani. Lo spirito di
corte negli Stati Uniti

L’influenza di quello che precede si fa sentire ancora


debolmente sulla vita politica; ma se ne notano già alcuni
brutti effetti nel carattere nazionale degli americani. Io
credo che si debba attribuire all’azione sempre crescente
del dispotismo della maggioranza lo scarso numero di
uomini notevoli che si mostrano sulla scena politica
americana.
Quando la rivoluzione d’America scoppiò, essi
comparvero in folla; l’opinione pubblica allora dirigeva le
volontà senza tiranneggiarle. Gli uomini celebri di
quell’epoca, associandosi al movimento degli spiriti, ebbero
una grandezza che fu loro propria: essi sparsero il loro
splendore sulla nazione e non lo ricevettero da essa.
Nei governi assoluti i grandi che si avvicinano al trono
adulano le passioni del padrone e si piegano
volontariamente ai suoi capricci. Ma la massa della nazione
non si presta alla servitù, essa vi si sottomette spesso per
debolezza, per abitudine o per ignoranza, talvolta per
amore della regalità o del re. Si sono visti popoli mettere
una specie di piacere e di orgoglio a sacrificare la loro
volontà a quella del principe e introdurre così una specie
d’indipendenza spirituale anche nell’obbedienza. Presso
questi popoli si trova meno degradazione che miseria. Vi è
d’altronde una grande differenza fra il fare ciò che non si
approva e il fingere di approvare quello che si fa: l’uno è
proprio dell’uomo debole, mentre l’altro appartiene alle
abitudini del servo.
Nei paesi liberi, in cui ognuno è, più o meno, chiamato a
dire la sua opinione sugli affari dello Stato; nelle
repubbliche democratiche, in cui la vita pubblica è
continuamente mescolata alla vita privata, in cui il sovrano
è avvicinabile facilmente ovunque, tanto che basta alzare la
voce per giungere al suo orecchio, si trova un numero assai
maggiore di persone che cercano di speculare sulle sue
debolezze, e vivere a spese delle sue passioni, di quello che
si trova nelle monarchie assolute. Non che nelle
democrazie gli uomini siano naturalmente peggiori che
altrove, ma la tentazione è più forte e si offre a più gente
nello stesso tempo.
Le repubbliche democratiche mettono lo spirito di corte
alla portata della maggioranza e lo fanno penetrare
simultaneamente in tutte le classi. È questo uno dei
principali rimproveri che si possano far loro.
Questo è vero soprattutto negli Stati democratici
organizzati come le repubbliche americane, in cui la
maggioranza ha un potere tanto assoluto e irresistibile che
chi volesse allontanarsi dalla strada da essa tracciata deve
in certo modo rinunciare ai diritti di cittadino e quasi alla
qualità di uomo.
Nella folla immensa che negli Stati Uniti gareggia nella
carriera politica ho visto ben pochi uomini dotati di quella
virile semplicità, di quella maschia indipendenza di
pensiero, che ha spesso distinto gli americani dei tempi
passati e che, ovunque la si trovi, forma il tratto essenziale
dei grandi caratteri. Si direbbe, a prima vista, che in
America gli spiriti siano stati tutti formati sullo stesso
modello, tanto essi seguono esattamente le stesse vie. Lo
straniero trova, è vero, degli americani che si allontanano
dal rigore delle formule e deplorano i difetti delle leggi,
l’instabilità della democrazia e la sua mancanza di cultura;
che si spingono spesso fino a notare i difetti che alterano il
carattere nazionale, e indicano i mezzi che si possono usare
per correggerlo; ma nessuno, tranne voi, li ascolta; e voi,
cui essi confidano questi segreti pensieri, siete uno
straniero e ve ne andate presto. A voi svelano volentieri
delle inutili verità, ma poi, scesi in piazza, tengono un
linguaggio ben diverso.
Se questo mio libro sarà mai letto in America, sono
sicuro di due cose: la prima, che i lettori alzeranno subito
la voce per condannarmi; la seconda, che molti di loro mi
assolveranno in fondo alla loro coscienza.
Ho sentito parlare di patria, negli Stati Uniti; ho trovato
nel popolo del vero patriottismo, ma spesso l’ho cercato
invano in coloro che lo dirigono. Questo si comprende
facilmente per analogia: il dispotismo degrada assai più
colui che vi si sottomette di colui che lo impone. Nelle
monarchie assolute il re ha spesso grandi virtù, ma i
cortigiani sono sempre vili. È vero che i cortigiani, in
America, non dicono: “Sire e Vostra Maestà”, grande e
capitale differenza; ma essi parlano sempre
dell’intelligenza naturale del loro padrone; essi non
pongono il problema di sapere quale delle virtù del sovrano
sia più degna d’ammirazione per la semplicissima ragione
che dichiarano che egli possiede tutte le virtù, senza averle
ricevute, quasi senza volere; essi non gli danno le loro
mogli e le loro figlie perché egli si degni di farle sue amanti
ma, sacrificando le loro opinioni, prostituiscono se stessi.
In America i moralisti e i filosofi sono costretti a
nascondere le loro opinioni sotto il velo dell’allegoria; ma,
prima di arrischiare qualche verità poco piacevole, dicono:
Noi sappiamo di parlare a un popolo troppo superiore alle
debolezze umane per non essere capace di dominarsi. Non terremmo
un simile linguaggio se non sapessimo di rivolgerci a uomini che per
le loro virtù e la loro cultura, soli fra tutti gli altri, sono degni di
essere liberi.

Gli adulatori di Luigi XIV non avrebbero fatto meglio.


Per parte mia, credo che in tutti i governi la bassezza si
attaccherà sempre alla forza e l’adulazione al potere. E
conosco un solo mezzo per impedire che gli uomini si
degradino: non accordare ad alcuno, con l’onnipotenza, il
sovrano potere di avvilirli.
 

Il più grande pericolo per le repubbliche


americane viene dall’onnipotenza della maggioranza

I governi ordinariamente periscono per impotenza o per


tirannide. Nel primo caso il potere sfugge loro, nel secondo
viene loro strappato.
Molti vedendo cadere gli Stati democratici nell’anarchia,
hanno pensato che il governo in questi Stati fosse
naturalmente debole e impotente. Il vero è che, quando
scoppia la guerra fra partiti, il governo perde il controllo
della società. Ma non credo che la natura di un potere
democratico sia di mancare di forza e di risorse, credo
invece che sia quasi sempre l’abuso della sua forza e il
cattivo impiego delle sue risorse che lo fanno perire.
L’anarchia nasce quasi sempre dalla tirannide e
dall’incapacità, non dall’impotenza.
Non bisogna confondere la stabilità con la forza, la
grandezza di una cosa con la sua durata. Nelle repubbliche
democratiche il potere che dirige5 la società non è stabile,
perché cambia spesso di mano e di oggetto. Ma, ovunque
esso si trovi la sua forza è irresistibile.
Il governo delle repubbliche americane mi sembra
altrettanto accentrato e più energico di quello di molte
monarchie assolute d’Europa: non credo dunque che esso
possa perire per debolezza6.
Se mai in America la libertà finirà, bisognerà
prendersela con l’onnipotenza della maggioranza, che avrà
portato le minoranze alla disperazione, costringendole a
fare uso della forza materiale. Si giungerà allora
all’anarchia, ma essa sarà una conseguenza del dispotismo.
Il presidente James Madison ha espresso gli stessi
pensieri nella rivista «The Federalist».
È molto importante nelle repubbliche, non solo difendere la
società contro l’oppressione di coloro che la governano, ma anche
garantire una parte della società contro le ingiustizie dell’altra. La
giustizia è lo scopo cui deve tendere ogni governo; è lo scopo che si
propongono gli uomini riunendosi. I popoli hanno fatto e faranno
sempre grandi sforzi verso di esso, fino a che saranno riusciti a
raggiungerlo o avranno finito per perdere la loro libertà. Se esistesse
una società nella quale il partito più potente fosse in grado di riunire
le sue forze e opprimere il più debole, si potrebbe affermare che in
essa regna l’anarchia come nello Stato di natura, in cui l’individuo
più debole non ha alcuna garanzia contro la violenza del più forte; e,
come nello Stato di natura, gli inconvenienti di una sorte incerta e
precaria spingono i più forti a sottomettersi a un governo che
protegga i deboli come loro stessi, così in un governo anarchico gli
stessi motivi condurranno a poco a poco i partiti a desiderare un
governo che possa proteggerli tutti egualmente, il forte e il debole.
Se lo Stato di Rhode Island fosse separato dalla confederazione e
avesse un governo popolare, esercitato sovranamente entro stretti
limiti, si potrebbe star sicuri che la tirannide delle maggioranze vi
renderebbe talmente incerto l’esercizio dei diritti da far reclamare
un governo completamente indipendente dal popolo. Le fazioni
stesse che l’avranno reso necessario si affretteranno a ricorrervi.

Jefferson diceva inoltre:


Il potere esecutivo nel nostro governo non è il solo, né forse il
principale oggetto della mia sollecitudine. La tirannide dei legislatori
è attualmente, e sarà per molti anni ancora, il pericolo più
formidabile. Quella del potere esecutivo verrà a suo tempo, ma in
epoca più lontana7.
Preferisco citare Jefferson piuttosto che un altro, perché
lo considero come il grande apostolo della democrazia.
 
 

* Da Tocqueville 1835, pp. 253-265 della trad. it.


1 Abbiamo visto, quando abbiamo esaminato la costituzione federale,
che i legislatori dell’Unione avevano fatto degli sforzi in senso contrario,
con il risultato di rendere il governo federale più libero, nella sua sfera
d’azione, di quello dei singoli Stati. Ma il governo federale si occupa quasi
soltanto degli affari esteri, mentre i governi degli Stati dirigono realmente
la società americana.
2 Gli atti legislativi promulgati nel solo Stato del Massachusetts a
partire dal 1780 fino ai nostri giorni riempiono già tre grossi volumi. E
bisogna inoltre notare che questa raccolta è stata riveduta nel 1823 e che
sono state scartate molte vecchie leggi diventate inutili. Ora lo Stato del
Massachusetts, che è popolato circa quanto un nostro dipartimento, passa
per il più stabile di tutta l’Unione e per quello che mette più continuità e
saggezza nelle sue iniziative.
3 Nessuno vorrà sostenere che un popolo non possa abusare della forza
di fronte a un altro popolo. Ora, i partiti formano altrettante piccole
nazioni in una grande; essi hanno fra loro rapporti di stranieri. Se si
conviene che una nazione possa essere tirannica nei riguardi di un’altra,
come negare che un partito possa esserlo riguardo a un altro partito?
4 Si vide a Baltimora, all’epoca della guerra del 1812, un esempio
impressionante degli eccessi cui può giungere il dispotismo della
maggioranza. A quell’epoca la guerra era colà assai popolare e un giornale
che si mostrava contrario eccitò l’indignazione degli abitanti. Il popolo si
riunì, distrusse la tipografia e prese d’assalto le case dei giornalisti. Si
tentò allora di mobilitare la milizia ma questa non rispose all’appello:
allora, per salvare i disgraziati minacciati dal furore pubblico, si decise di
condurli in prigione come dei criminali. Ma questa precauzione fu inutile:
durante la notte il popolo si riunì nuovamente e, non essendo i magistrati
riusciti a riunire la milizia, la prigione fu forzata, uno dei giornalisti ucciso,
gli altri quasi morti: e i colpevoli denunciati alla giuria furono assolti. Io
dicevo un giorno a un abitante della Pennsylvania: “Spiegatemi, vi prego,
come mai, in uno Stato fondato da quaccheri e famoso per la sua
tolleranza, i negri affrancati non sono ammessi a esercitare i diritti politici.
Essi pagano le imposte, non è giusto che votino?”. “Non fateci l’ingiuria”
egli rispose “di credere che i nostri legislatori abbiano commesso un atto
così grossolano di ingiustizia e di intolleranza”. “Così da voi i negri hanno
diritto di votare?”. “Senza dubbio”. “Allora come mai stamani al collegio
elettorale non ne ho visto alcuno nell’assemblea?”. “Questa non è colpa
della legge” mi disse l’americano “i negri hanno è vero il diritto di
presentarsi alle elezioni, ma si astengono volontariamente”. “Ecco della
modestia da parte loro”. “Ah! Non è per questo, essi temono di essere
maltrattati. Da noi avviene talvolta che la legge manchi di forza, quando la
maggioranza non l’appoggia affatto. Ora, la maggioranza ha dei grandi
pregiudizi contro i negri e i magistrati, dal canto loro, non hanno la forza
di garantire a questi i diritti loro legalmente conferiti”. “E che! La
maggioranza che ha il diritto di fare la legge vuole anche quello di
disobbedire alla legge? ”.
5 Il potere può essere accentrato in un’assemblea: allora è forte, ma
non stabile; può essere accentrato in un uomo: allora è meno forte ma più
stabile.
6 Penso che sia inutile avvertire il lettore che qui, come in tutto il resto
del capitolo, non parlo del governo federale ma dei governi particolari di
ogni Stato diretti dispoticamente dalla maggioranza.
7 Lettera di Jefferson a Madison, 15 marzo 1789.
Gli stereotipi*

Walter Lippmann

 
 
 
 
 

1.

Ciascuno di noi vive e opera su una piccola parte della


superficie terrestre, si muove in un cerchio ristretto e solo
di pochi dei suoi conoscenti giunge a essere intimo. Di tutti
gli avvenimenti pubblici che hanno vasti effetti, vediamo al
massimo solo una fase e un aspetto. Questo vale sia per gli
eminenti personaggi che redigono trattati, legiferano, ed
emanano ordini, sia per quelli per i quali questi trattati
vengono redatti, queste leggi vengono promulgate e questi
ordini vengono dati. Inevitabilmente le nostre opinioni
coprono uno spazio più ampio, un tempo più lungo, un
numero maggiore di cose di quanto possiamo direttamente
osservare. Debbono, perciò, essere costruite sulla base di
ciò che ci viene riferito da altri, e di ciò che noi stessi
riusciamo a immaginare.
D’altronde, nemmeno il testimone oculare riporta
un’immagine semplice della scena che ha visto1. Infatti
l’esperienza sembra dimostrare che alla scena che poi
porta con sé egli già in partenza reca degli elementi, e che
più spesso di quanto si creda ciò che egli crede il resoconto
di un fatto è già in realtà la sua trasfigurazione. Sono pochi
i fatti che sembrano venire registrati dalla coscienza come
sono; la maggior parte dei fatti contenuti nella coscienza
appaiono in parte costruiti. Il resoconto è il prodotto
congiunto di colui che conosce e della cosa conosciuta, in
cui il ruolo dell’osservatore è sempre selettivo e di solito
creativo. I fatti che vediamo dipendono dal punto di vista in
cui ci mettiamo, e dalle abitudini contratte dai nostri occhi.
Una scena non familiare è come il mondo del bambino:
“Una grande confusione, fiorente e ronzante” (James 1890,
I, p. 488). E in questo modo, dice John Dewey (1910, pp.
221-222), che ogni cosa nuova colpisce l’adulto, sempre
che la cosa sia davvero nuova e insolita.
Le lingue straniere che non comprendiamo ci danno sempre
l’impressione di un confuso chiacchierio, un cicaleccio in cui non è
possibile fissare alcun gruppo di suoni nettamente definito e ben
individualizzato. Accade lo stesso al provinciale in una affollata via
cittadina, all’abitante della terra ferma sul mare, all’ignorante in
faccende sportive che assiste a una discussione fra competenti a
proposito di una partita complicata. Ponete un uomo privo di
esperienza in una fabbrica, e il lavoro gli sembrerà sulle prime un
miscuglio di cose senza significato. Gli stranieri di un’altra razza
proverbialmente si somigliano tutti, agli occhi del visitatore
forestiero. In un gruppo di pecore, ognuna delle quali è
perfettamente individualizzata per il pastore, un estraneo percepisce
soltanto grossolane differenze di grandezza e di colore. Ciò che non
comprendiamo ha per noi il carattere di un indiscriminato
mutamento, di una macchia in espansione. Il problema dell’acquisto
dei significati dalle cose, o (detto in altro modo) il problema di
formare abiti di apprendimento diretto è dunque quello di
introdurre: a) definitezza o distinzione e b) coerenza, costanza, o
stabilità di significati in cose che altrimenti sono vaghe e fluttuanti.

Come siano questa precisione e questa costanza dipende


però da chi le introduce. In un brano successivo (pp. 247-
248) Dewey fornisce un esempio di come possano differire
le definizioni del termine “metallo”, date rispettivamente da
un profano che ha qualche esperienza in proposito e da un
chimico.
La levigatezza, la durezza, la lucentezza e lo splendore, il notevole
peso in rapporto alla grandezza; (...) proprietà utili come la capacità
di essere rese malleabili dal calore ed essere indurite dal freddo, di
conservare la forma e la figura date, di resistere alla pressione e al
logoramento, entrerebbero probabilmente nella definizione del
profano. Ma il chimico probabilmente trascurerebbe queste qualità
estetiche e utilitarie, e definirebbe metallo “un elemento chimico che
entra in combinazione con l’ossigeno in modo da formare una base”.

Nella maggior parte dei casi noi definiamo non dopo, ma


prima di aver visto. Nella grande, fiorente e ronzante
confusione del mondo esterno trascegliamo quello che la
nostra cultura ha già definito per noi, e tendiamo a
percepire quello che abbiamo trascelto nella forma che la
nostra cultura ha stereotipato per noi. Dei grandi uomini
che si sono riuniti a Parigi per decidere le sorti
dell’umanità, quanti erano davvero in grado di vedere
qualcosa dell’Europa? Se qualcuno avesse potuto entrare
nella mente di Clemenceau, vi avrebbe trovato le immagini
reali dell’Europa del 1919 o non piuttosto un forte
sedimento di idee stereotipate accumulate e irrigiditesi nel
corso di una lunga e combattiva esistenza? Vedeva i
tedeschi del 1919, o il tipo germanico che aveva imparato a
vedere fin dal 1871? Vedeva proprio quest’ultimo, e tra i
vari rapporti che gli arrivavano dalla Germania dava peso a
quelli - e, a quanto pare, solo a quelli - che si attagliavano
al tipo che aveva nella mente. Se uno junker diventava
minaccioso, quello era un autentico tedesco; se un
dirigente sindacale riconosceva la colpa dell’impero, non
poteva essere un vero tedesco.
A un congresso di psicologia, svoltosi a Gottinga, è stato
fatto un interessante esperimento su un gruppo di
osservatori presumibilmente addestrati (Van Gennep 1910,
pp. 108-109).
Non lontano dalla sala delle riunioni c’era una festa pubblica, con
ballo in maschera. Improvvisamente la porta della sala si apre, un
clown si precipita come un folle inseguito da un negro armato di
pistola. I due si fermano in mezzo alla sala e s’insultano; il clown
cade, il negro gli salta addosso, spara e subito entrambi escono dalla
sala. Il tutto dura appena venti secondi. Il presidente pregò i membri
presenti di scriver subito un rapporto perché sicuramente ci sarebbe
stata un’inchiesta giudiziaria. Furono consegnati quaranta rapporti.
Uno solo aveva meno del venti per cento di errori relativi al preciso
svolgersi dei fatti; quattordici avevano dal venti al quaranta per
cento di errori, dodici dal quaranta al cinquanta per cento, e tredici
più del cinquanta per cento. Inoltre, in ventiquattro rapporti il dieci
per cento dei dettagli erano puramente inventati, e questa
percentuale d’invenzione era ancora maggiore in dieci rapporti e
minore in sei. In definitiva un quarto dei rapporti dovette essere
considerato come falso. Non è necessario dire che tutta la scena era
stata concordata e anche fotografata prima. I dieci rapporti falsi sono
dunque da inserire nella categoria dei racconti e delle leggende, altri
ventiquattro sono semileggendari e i sei rimanenti hanno più o meno
il valore di testimonianza esatta.

Sicché, di quaranta osservatori allenati che hanno


scritto un resoconto responsabile di una scena appena
accaduta dinanzi ai loro occhi, più della maggioranza ha
visto una scena che non aveva avuto luogo. Che cosa
avevano visto, allora? Sembrerebbe più facile raccontare
ciò che è accaduto, che inventare qualcosa che non è
accaduto. Essi hanno visto il loro stereotipo di una zuffa.
Tutti nel corso della loro vita avevano acquisito una serie di
immagini di zuffe, e queste immagini sfilarono dinanzi ai
loro occhi. In uno solo di loro queste immagini
soppiantarono meno del 20 per cento della scena reale; in
tredici di loro più della metà. In trentaquattro dei quaranta
osservatori gli stereotipi si appropriarono di almeno un
decimo della scena. Un eminente critico d’arte ha scritto
(Berenson 1909) che
Date le forme quasi innumerevoli che assume un oggetto (...) data
la nostra insensibilità e la nostra scarsa attenzione, le cose
difficilmente avrebbero per noi tratti e contorni così precisi e chiari
da poter essere richiamati a volontà, se non fosse per le forme
stereotipate che l’arte ha prestato loro.

La verità è ancor più ampia di quel che lui pensasse,


perché le forme stereotipate fornite al mondo non
provengono solo dall’arte, intesa nel senso di pittura e
scultura e letteratura, ma anche dai nostri codici morali,
dalle nostre filosofie sociali e dalle nostre agitazioni
politiche. Sostituiamo, in quest’altro brano di Berenson, le
parole “politica”, “economia” e “società” alla parola “arte”,
e le sue affermazioni resteranno egualmente vere:
A meno che anni e anni dedicati allo studio di tutte le scuole
artistiche non ci abbiano insegnato anche a vedere con i nostri occhi,
cadiamo ben presto nell’abitudine di modellare tutto quello che
osserviamo nelle forme che ci offre quella sola arte che ci è familiare.
Essa è la misura con cui giudichiamo la realtà artistica. Basta che
qualcuno ci dia forme e colori che non trovano riscontro istantaneo
nel nostro misero repertorio di forme e tinte trite e ritrite, ed ecco
che scuoteremo la testa perché questi non ha riprodotto le cose
come sappiamo che debbono essere, o lo accuseremo di insincerità.

Berenson parla del disappunto che proviamo quando un


pittore “non visualizza gli oggetti esattamente come noi”, e
della difficoltà di apprezzare l’arte del Medioevo perché da
allora “la nostra maniera di visualizzare le forme è
cambiata in mille modi”2. Passa poi a dimostrare in che
modo ci è stato insegnato a vedere quello che vediamo
della figura umana.
Creato da Donatello e Masaccio, e sanzionato dagli umanisti, il
nuovo canone della figura umana, la nuova forma dei lineamenti (...)
presentava alle classi dirigenti di quell’epoca il tipo di essere umano
che con maggiori probabilità poteva affermarsi nello scontro delle
forze umane (...) chi aveva il potere di spezzare questo nuovo cliché
visivo e di scegliere dal caos delle cose forme più precisamente
espressive della realtà di quelle fissate da uomini di genio? Nessuno
aveva un tale potere. La gente doveva per forza vedere le cose in
quel modo e in nessun altro, e vedere solo le forme ritratte, amare
solo gli ideali offerti.

2.

Se non riusciamo a comprendere pienamente le azioni


degli altri finché non sappiamo che cosa credono di sapere,
allora, per essere equi, dobbiamo vagliare non solo le
informazioni che erano a loro disposizione, ma anche le
menti con cui le hanno filtrate. Infatti i tipi accettati, gli
schemi correnti, le versioni standard intercettano le notizie
prima che arrivino alla coscienza. L’americanizzazione, per
esempio, è, almeno superficialmente, la sostituzione di
stereotipi americani a stereotipi europei. Così il contadino
che magari vedeva il proprietario come il signore del
castello, e il suo datore di lavoro come il magnate locale,
impara dall’americanizzazione a vedere il proprietario e il
datore di lavoro secondo i canoni americani. Ciò costituisce
un mutamento di mentalità, che in sostanza, quando
l’inoculazione riesce, è un mutamento del modo di vedere.
Il suo occhio vede in modo diverso. Un’amabile gentildonna
confessava che gli stereotipi sono di un’importanza così
soverchiante che, quando i suoi vengono contrastati, lei da
parte sua non riesce nemmeno più ad accettare la
fraternità umana e la paternità divina.
I vestiti che portiamo c’influenzano stranamente. L’abbigliamento
crea un’atmosfera psicologica e sociale. Che cosa si può sperare
dall’americanismo di un individuo che insiste a farsi fare i vestiti a
Londra? Il cibo stesso influisce sull’americanismo di una persona.
Che specie di americanismo può maturare in un’atmosfera di crauti e
di formaggio di Limburgo? Che cosa ci si può aspettare
dall’americanismo dell’individuo il cui fiato puzza continuamente
d’aglio? (Bierstadt 1921, p. 21).

Questa signora avrebbe potuto essere la patrona di una


parata a cui assistette una volta un mio amico. S’intitolava
“Il Crogiuolo”, ed ebbe luogo un 4 luglio in un centro
dell’industria automobilistica dove lavorano molti operai di
origine straniera. Al centro del campo di baseball,
all’altezza della seconda base, era stato messo un enorme
pentolone di legno e tela. Su due lati c’erano delle scalinate
che portavano fino all’orlo. Dopo che il pubblico si fu
sistemato e la banda musicale ebbe suonato, entrò da
un’apertura a un lato del campo una processione. Era
composta di uomini di tutte le nazionalità straniere presenti
nelle fabbriche. Indossavano i costumi del loro paese
d’origine, cantavano i loro canti nazionali, danzavano i loro
balli popolari e portavano le bandiere di tutti i paesi
d’Europa. Fungeva da maestro di cerimonie il direttore
della scuola elementare, vestito da zio Sam. Fu lui a
condurli al pentolone; li fece salire per le scalinate e li
portò dentro. Poi si mise dall’altra parte e li invitò a uscire.
Ricomparvero in bombetta, giacca, pantaloni, gilet, colletto
duro e cravatta a pallini - e senza dubbio, diceva il mio
amico, ognuno con una matita Eversharp nel taschino -
cantando tutti insieme l’inno nazionale americano.
I promotori di questa parata, e probabilmente la
maggior parte dei protagonisti, credevano di essere riusciti
a esprimere quella che costituisce la difficoltà più intima di
associazione amichevole tra le vecchie stirpi americane e le
nuove. Il conflitto dei loro stereotipi impediva il pieno
riconoscimento della loro comune umanità. Le persone che
hanno cambiato il loro nome lo sanno; intendono cambiare
se stessi e l’atteggiamento degli altri nei loro confronti.
Naturalmente c’è un nesso fra la scena esterna e la mente
con cui la osserviamo, proprio come nelle riunioni della
sinistra ci sono uomini con i capelli lunghi e donne con i
capelli corti. Ma per l’osservatore frettoloso è sufficiente un
nesso superficiale: se tra il pubblico ci sono due donne con
i capelli alla maschietta, e quattro barbe, agli occhi del
cronista il quale sa in precedenza che queste riunioni sono
frequentate da persone che hanno questi gusti in fatto di
acconciatura, quello sarà un pubblico tutto alla maschietta
e barbuto. C’è un nesso tra la nostra visione e i fatti, ma
spesso è un curioso nesso. Un tale, supponiamo, non ha mai
guardato un paesaggio se non per esaminare la possibilità
di dividerlo in lotti fabbricabili, ma ha visto invece un certo
numero di paesaggi appesi in salotto. E da questi ha
appreso a concepire il paesaggio come un tramonto rosato
o come una strada di campagna con un campanile e una
luna d’argento. Un giorno va in campagna e per varie ore
non vede un solo paesaggio. Poi il sole cala e in quel
momento sembra rosa. Di colpo riconosce un paesaggio ed
esclama che è bellissimo. Ma due giorni dopo, quando
cerca di ricordare quello che ha visto, nove volte su dieci
ricorderà soprattutto un paesaggio visto in salotto.
Se non era ubriaco, e non sognava, e non era pazzo, ha
visto un tramonto; ma ci ha visto, e soprattutto ne
ricorderà, più quello che le oleografie gli hanno insegnato a
osservare di quello che un pittore impressionista, per
esempio, o un giapponese colto, ci avrebbe visto e ne
avrebbe riportato. E il giapponese e il pittore a loro volta
avranno visto e ricordato soprattutto la forma che avevano
imparato, a meno che per caso non fossero tra quei
pochissimi che scoprono all’umanità nuovi modi di vedere.
L’osservatore inesperto sceglie nell’ambiente dei segni
riconoscibili: i segni stanno al posto di idee, e queste idee
vengono riempite del nostro repertorio di immagini. Non è
che vediamo davvero quest’uomo e quel tramonto; ma
piuttosto notiamo che l’oggetto è un uomo o un tramonto, e
poi vediamo soprattutto ciò di cui la nostra mente è già
piena al riguardo.
 

3.

Un atteggiamento di questo genere risparmia energie.


Infatti il tentativo di vedere tutte le cose con freschezza e
in dettaglio, invece che nella loro tipicità e generalità, è
spossante; e quando si è molto occupati, è praticamente
impossibile. In un circolo di amici, e nei confronti di stretti
collaboratori o correnti, non esistono scorciatoie - né
surrogati - a una conoscenza individualizzata. Quelli che
ammiriamo di più sono gli uomini e le donne la cui
coscienza è popolata fittamente di persone piuttosto che di
tipi; che conoscono noi piuttosto che la classificazione nella
quale potremmo essere fatti rientrare. Infatti, anche senza
formularlo chiaramente a noi stessi, avvertiamo per
intuizione che tutte le classificazioni sono in funzione di fini
che non sono necessariamente i nostri; che
nessun’associazione tra due esseri umani ha vera dignità se
in essa ciascuno non consideri l’altro come un fine in sé.
C’è un vizio organico in ogni contatto tra due persone in cui
non si affermi come un assioma l’inviolabilità personale di
entrambi.
Ma la vita è affannosa e multiforme e soprattutto la
distanza fisica separa uomini che spesso si trovano in un
rapporto reciproco fondamentale, come il datore di lavoro e
il suo dipendente, l’elettore e l’eletto. Non c’è il tempo né
la possibilità per una conoscenza profonda. E così ci
limitiamo a notare un tratto, che caratterizza un tipo ben
conosciuto, e riempiamo il resto dell’immagine grazie agli
stereotipi che ci portiamo in testa. Quello è un agitatore:
fin lì notiamo, o ce lo dicono. Ebbene, un agitatore è fatto
così e colà, e quindi anche lui è fatto così e colà. È un
intellettuale. È un plutocrate. È uno straniero. È un
“sudeuropeo”. È un “bramino” di Boston3. È uno di
Harvard. Com’è diverso dal dire: è uno di Yale. È una brava
persona. È uno che è stato a West Point. È un vecchio
sergente di carriera. È un abitante del Greenwich Village:
cosa non sappiamo di lui, o di lei, allora? È un banchiere
internazionale. È un abitante di Main Street.
Le più sottili e contagianti influenze sono quelle che
creano e conservano il repertorio degli stereotipi. Sentiamo
parlare del mondo prima di vederlo. Immaginiamo la
maggior parte delle cose prima di averne esperienza. E
questi preconcetti, se non siamo stati resi molto avvertiti
dall’educazione, incidono profondamente nell’intero
processo della percezione. Contrassegnano certi oggetti
come familiari o estranei, mettendone in risalto la
differenza, sicché ciò che conosciamo appena ci sembra
ben noto, e quello che ci è un po’ estraneo ci appare
decisamente alieno. Vengono suscitati da piccoli segni, che
possono variare dal vero indice alla vaga analogia. Una
volta suscitati, inondano la visione fresca e immediata di
vecchie immagini, e proiettano nel mondo ciò che la
memoria ha fatto risuscitare. Se nell’ambiente non ci
fossero delle uniformità di fatto, non ci sarebbe economia,
ma soltanto errore nell’abitudine umana di accettare la
previsione come visione. Ma ci sono invece delle uniformità
abbastanza costanti, e la necessità di economizzare
l’attenzione è così inevitabile che l’abbandono di tutti gli
stereotipi, per un atteggiamento completamente innocente
di fronte all’esperienza, impoverirebbe la vita umana.
Ciò che conta è la natura degli stereotipi, e la credulità
con cui li adoperiamo. E questo in ultima analisi dipende da
quegli schemi generali che costituiscono la nostra filosofia
della vita. Se in questa filosofia assumiamo che il mondo è
codificato secondo un codice di cui siamo in possesso,
probabilmente descriveremo, nei nostri resoconti degli
avvenimenti, un mondo retto dal nostro codice. Ma se la
nostra filosofia ci dice che ogni uomo è solo una particella
del mondo, che la sua intelligenza ne cattura, nel migliore
dei casi, solo qualche frase e qualche aspetto in una rozza
trama di idee, allora, quando usiamo i nostri stereotipi
tendiamo a renderci conto che sono soltanto degli
stereotipi, li consideriamo senza troppo impegno, e li
modifichiamo di buon grado. Tendiamo anche a renderci
conto sempre più chiaramente del momento in cui le nostre
idee sono sorte, della loro origine, di come sono arrivate
sino a noi, e del motivo per cui le abbiamo accettate. Tutta
la storia utile è antisettica allo stesso modo. Ci consente di
sapere quale fiaba, quale testo scolastico, quale tradizione,
quale romanzo, dramma, quadro, frase abbia seminato un
preconcetto in questa mente, un altro preconcetto in
quell’altra.
 

4.

Almeno quelli che vogliono censurare l’arte non


sottovalutano questa influenza. In genere la fraintendono, e
quasi sempre s’intestardiscono scioccamente non voler
impedire agli altri di scoprire qualcosa che loro non hanno
sanzionato. Ma a ogni modo, come Platone quando parla
dei poeti, essi intuiscono vagamente che spesso i tipi
acquisiti attraverso l’invenzione della fantasia vengono poi
imposti alla realtà. Così non c’è dubbio che il cinema sta
continuamente costruendo immagini, che vengono poi
richiamate alla mente dalle parole che la gente legge nei
giornali. Nell’intera esperienza della specie umana non c’è
stato un altro strumento di visualizzazione della potenza
del cinema. Se un fiorentino voleva avere un’immagine dei
santi, poteva andare a guardare gli affreschi della sua
chiesa, dove gli veniva offerta una visione dei santi che era
stata standardizzata per la sua epoca da Giotto. Se un
ateniese voleva farsi un’immagine degli dei, andava in un
tempio. Ma il numero di oggetti che venivano ritratti non
era molto grande. E in Oriente, dove lo spirito del secondo
comandamento era largamente accettato, la
rappresentazione di cose concrete era ancora più scarsa;
ed è forse proprio per questa ragione che la capacità di
decisione pratica è risultata lì così ridotta. Nel mondo
occidentale, invece, c’è stato nel corso degli ultimi secoli
un enorme aumento, sia in volume che in ampiezza, della
rappresentazione laica, attraverso la descrizione verbale, la
narrativa, la narrativa illustrata, e infine il cinema e forse il
cinema sonoro.
Le fotografie hanno sull’immaginazione odierna lo stesso
tipo di autorità che ieri aveva la parola stampata e in
precedenza aveva avuto la parola parlata. Sembrano del
tutto vere. Ci figuriamo che arrivino sino a noi
direttamente, senza intromissioni umane; e sono per la
mente il cibo più facile. Ogni descrizione verbale, o anche
ogni immagine inerte, richiede uno sforzo di memoria
prima che l’immagine si produca nella mente. Ma sullo
schermo l’intero processo dell’osservare, descrivere,
riferire e poi immaginare, è già stato compiuto per noi.
Senza uno sforzo maggiore di quello richiesto per restar
svegli, il risultato a cui costantemente mira la nostra
immaginazione viene proiettato sullo schermo. L’idea
nebulosa diventa vivida: la nostra confusa idea, poniamo,
del Ku Klux Klan, acquista chiarezza e intensità, grazie a
Griffith, quando assistiamo a La nascita di una nazione.
Storicamente può essere un’immagine sbagliata,
moralmente può essere perniciosa, ma è un’immagine, e io
dubito che qualcuno che abbia visto il film, e non sappia del
Ku Klux Klan più di quanto ne sapeva Griffith, potrà mai più
sentirlo nominare senza vedere quei cavalieri bianchi.
 

5.

E allo stesso modo, quando parliamo della mente di un


gruppo di persone, della mente francese, della mente
militarista, della mente bolscevica, andiamo soggetti a
gravi confusioni se non accettiamo di separare le
disposizioni istintive dagli stereotipi, dagli schemi e dalle
formule che giocano una parte così decisiva nella
costruzione del mondo mentale cui il carattere originario si
adatta e risponde. La mancata distinzione tra questi due
ordini di fatti spiega i fiumi di chiacchiere che si sono fatte
a proposito di menti collettive, anime razionali e psicologia
delle razze. Naturalmente uno stereotipo può essere così
coerentemente e autorevolmente trasmesso di padre in
figlio da sembrare quasi un fatto biologico. Sotto certi
aspetti, forse siamo davvero diventati, come dice Wallas
(1921, p. 17), biologicamente parassitari nei confronti del
nostro retaggio sociale. Ma certamente non esiste la
minima prova scientifica che consenta di sostenere che gli
uomini nascano con gli atteggiamenti politici del paese in
cui vedono la luce. Nella misura in cui in una nazione gli
atteggiamenti politici sono simili, i primi luoghi in cui si
deve cercare una spiegazione sono la stanza dei bambini, la
scuola, la chiesa, e non quel limbo abitato dalle Menti di
Gruppo e dalle Anime Nazionali. Finché non si dimostra
che non esiste una trasmissione di tradizioni da parte dei
genitori, degli insegnanti, dei preti e degli zii, si cade in un
errore madornale attribuendo le differenze politiche alla
cellula embrionale.
Si può fare qualche generalizzazione, e sempre con la
dovuta umiltà, sulle differenze comparative entro la stessa
categoria di educazione e di esperienza. Ma anche questa è
impresa piena di trabocchetti. Infatti nemmeno due
esperienze sono veramente identiche, nemmeno quelle dei
due bambini cresciuti nella stessa famiglia. Il figlio
maggiore non fa mai l’esperienza di essere il minore. E
perciò, finché non siamo in grado di valutare le differenze
di formazione, dobbiamo sospendere il giudizio sulle
differenze di natura. Sarebbe come giudicare la
produttività di due terreni, confrontando la loro resa prima
di sapere quale dei due si trova nel Labrador, e quale nello
Iowa, e se sono stati coltivati e concimati, oppure
eccessivamente sfruttati o lasciati incolti.
 
 
* Da Lippmann 1922, pp. 77-90 della trad. it. Si ringrazia l’editore
Donzelli per l’autorizzazione alla riproduzione.
1 Cfr., ad esempio, Locard (1920). Negli ultimi anni è stato raccolto
parecchio materiale interessante sulla credibilità del testimone, ed esso
dimostra, come dice un acuto recensore del libro del dottor Locard nel
supplemento letterario del «Times» di Londra del 18 agosto 1921, che la
credibilità varia a seconda delle categorie di testimoni e delle categorie di
avvenimenti e anche a seconda del tipo di percezione. Così le percezioni
tattili, olfattive e gustative servono poco ai fini della testimonianza. Il
nostro udito è difettoso e arbitrario quando giudica la fonte e la direzione
del suono, e nell’ascoltare la conversazione di altre persone “le parole che
non vengono udite verranno fomite in perfetta buona fede dal testimone.
Avrà una sua opinione a proposito del senso della conversazione, e
organizzerà i suoni che ha udito in modo che vi si accordino”. Anche le
percezioni visive vanno soggette a gravi errori d’identificazione, di
riconoscimento, di valutazione della distanza, di valutazione quantitativa,
come ad esempio l’entità di una folla. Il senso del tempo dell’osservatore
comune varia molto. Tutte queste debolezze originarie vengono poi
complicate dagli scherzi della memoria e dell’incessante creatività
dell’immaginazione. Cfr. anche Sherrington (1906, pp. 318-327). Il
professor Hugo Miinsterberg ha scritto su questo argomento un libro di
successo, intitolato On the Witness Stand.
2 Si veda anche il suo commento su Le immagini visive di Dante, e i
suoi primi illustratori. “Noi non possiamo fare a meno di vestire Virgilio
come un romano antico, e di dargli un “profilo classico” e un “portamento
statuario”, ma l’immagine visiva che Dante aveva di Virgilio era
probabilmente non meno medievale, non più basata su una ricostruzione
critica dell’antichità, di quanto lo fosse tutta la concezione del poeta
romano. Gli illustratori del Trecento danno a Virgilio l’aspetto di un dotto
medievale, e non c’è motivo per cui l’immagine visiva che ne aveva Dante
dovesse essere diversa da questa” (Berenson 1920, p. 13).
3 Nel testo: “He is from Back Bay”: area di Boston nella quale erano
concentrati gli wasp (N.d.T.).
Critica dell’opinione pubblica*

Ferdinand Tönnies

 
 
 
 
 
 

Opinare e opinione, opinioni comuni

Il concetto di opinione
Volendo analizzare il concetto d’opinione, dobbiamo
attenerci al significato che essa ha in comune con le parole
corrispondenti delle lingue latina e romanza: è il senso
intellettualistico (...) segnalato nelle altre lingue di norma
per mezzo di parole che significano “pensare, credere,
supporre”.
(...)
Le ferme convinzioni, ma anche la ferma volontà, i
principi vincolano l’agire, almeno nel caso della persona
ferma di carattere, della quale si sa bene che “ha
un’opinione”, che ha una volontà. In questo senso si loda
l’uomo che ha “il coraggio delle proprie opinioni”, e
l’acquisizione di un’opinione, ancor più la “formazione” di
un’opinione viene rappresentata come una prestazione,
come un’attività volontaria che implica l’esercizio di uno
sforzo e che ha un certo costo in termini di tempo. (...)
 
Stati di aggregazione dell’opinione
Per stati di aggregazione dell’opinione, concetto che
deve includere qui anche le credenze, intendo la misura in
cui l’uomo è o è diventato, nelle sue opinioni o convinzioni,
“concorde con se stesso”; più completo è l’accordo nel suo
animo, più incrollabile è la sua credenza o la sua opinione;
più è incompleto, più egli si sente insicuro, più la sua
credenza è vacillante, egli lotta allora contro il dubbio,
crede ma allo stesso tempo prega “Signore, aiuta la mia
incredulità”. Egli è inquieto e agitato: come quello stato
d’animo può essere detto solido, questo può essere
paragonato con un fluido o addirittura con lo stato dei gas.
La fede si trova piuttosto in quello, l’opinione piuttosto in
questo stato. Poiché l’opinione si dà come incerta, è spesso
connessa al dubbio, non dissimula la propria “soggettività”.
Lo stato fluido è quello prevalente nel pensiero umano,
poiché è quello che corrisponde maggiormente alla vita
animale e al condizionamento attraverso l’attività degli
organi di senso, ossia ai bisogni della vita quotidiana, del
movimento e del lavoro per il loro soddisfacimento, alla
miscela di percezioni sensoriali e di idee e illusioni fondate
sulla memoria (...).
(...)
 

Condizioni della comunanza

Probabilità dell’accordo
Che due o più persone siano veramente della stessa
“opinione” su una questione appare tanto più degno di nota
perché tanto più improbabile A) quanto più difficile,
ingarbugliata, insondabile è la questione; B) quanto più
diverse sono le persone per condizioni di vita individuali e
sociali, per bisogni e interessi; C) quanto più soprattutto i
singoli, che possono essere capaci e disposti a giudicare,
sono individui diversi in parte per i propri talenti e in parte
per la propria mentalità e per la propria vita emotiva,
quanto più dunque ognuno si è differenziato dagli altri nel
suo sviluppo e nella sua educazione. (...) Così il dissenso è
tanto più probabile quanto più le tre difficoltà coincidono e
concorrono.
(...)
 
Accordo e coercizione
Un problema comune, in cui è compreso quello di una
“opinione pubblica” (...), è dunque l’affinità e l’accordo fra
più persone soprattutto sulle proprie opinioni o “pareri”, e
con ciò anche sulle proprie idee religiose,
Weltanschauungen, principi morali ecc.
Consideriamo qui (...) le idee degli individui come
espressione dei loro sentimenti o addirittura della loro
volontà consapevole diretta a uno scopo e a un mezzo.
Perciò per spiegare - almeno in una certa misura - le
opinioni comuni è necessario risalire ai sentimenti comuni e
alla volontà collettiva.
La comunanza non è intesa qui secondo il libero uso
linguistico, per cui è comune a due persone o due oggetti
ciò che l’uno ha e ha anche l’altro, ma pensiamo invece a
sentimenti ecc., che sono espressione di un legame fra
persone e che al tempo stesso contribuiscono a creare
questo legame. I legami e i rapporti positivi sono (secondo i
concetti che io utilizzo) di tipo comunitario
(gemeinschaftlich) o sociale (gesellschaftlich), o meglio
indicano più l una o l’altra direzione. (...)
Un settore particolare della volontà collettiva è quello
che si presenta come un imperativo attraverso il quale
viene vincolata la volontà individuale. Una tale volontà
collettiva determina in generale le azioni dei singoli, sia che
chi agisce sia consapevole o meno della propria ubbidienza
alla volontà collettiva, sia che riconosca la volontà collettiva
come tale o meno. L’azione va qui tuttavia intesa in un
senso molto ampio. Anche parlare in modo comprensibile,
l’utilizzo di una lingua, è in questo senso una forma di
azione. Nei significati delle parole e nelle regole della
lingua si esprime una volontà collettiva. Anche pensare e
avere un’opinione è in questo senso un’azione. Siamo
abituati a considerare l’espressione dei propri pensieri,
l’esternazione di un’opinione come un’azione “libera”. Al
contrario il pensiero stesso e le credenze, in quanto
involontari, spontanei, sembrano sottratti all’effetto di
disposizioni e divieti. In verità [il pensiero] non è
immediatamente dipendente da decisioni e intenzioni,
tuttavia non è neanche, come altrimenti una libera azione,
immediatamente condizionato dalla speranza e dal timore,
come i sentimenti che una volontà altrui, ivi inclusa una
volontà collettiva, può essere in grado di ispirare. Questi
[sentimenti] caratterizzano però solo il più vistoso, ma
assolutamente non unico genere d’influenza di una volontà
su un’altra, in particolare di una volontà collettiva sui
sentimenti e la mentalità del singolo che si trova all’interno
del campo di questa volontà collettiva. Piuttosto è un
fenomeno abbastanza regolare che il pensiero di una
persona venga condizionato, come dall’intero ambiente
circostante, così anche dall’atmosfera in cui il pensiero
vive, dal nutrimento che esso riceve quotidianamente e
costantemente, così che esso si attiene e si sottomette alle
espressioni della volontà sociale che conosce e riconosce,
dalla quale si sente sorretto: [si sottomette alle espressioni]
dello “spirito” in cui il suo stesso spirito nasce. Il confine
tra il pensiero e la parola, tra l’opinione e la sua
esternazione è di norma un confine fluttuante;
l’esternazione e, in modo più compiuto, l’esternazione
abitudinaria e in qualche modo professionale agisce di
rimando sul pensiero e sull’opinione, e dunque sulla
mentalità. Non si può, con successo, imporre o vietare di
pensare la tale cosa, di credere alle tali frasi, di nutrire le
tali opinioni, ma si può imporre o vietare di comunicare le
relative opinioni, e a maggior ragione di esternarle
pubblicamente, di diffonderle per iscritto e attraverso la
stampa, di persuadere e convincerne gli altri, in sintesi, di
sostenerle facendo loro pubblicità (“fare propaganda”). Se
ciò che viene imposto viene inizialmente fatto con
riluttanza, e ciò che viene vietato abbandonato con
risentimento, si verifica però come in tutti i casi di
pressione e interdizione per lo più un adattamento e
un’uniformazione: i pensieri si sottomettono alla pressione.
Le opinioni inibite, fintanto che non vengono sostenute da
altre parti, perdono vigore e retrocedono sullo sfondo della
coscienza. (...)
 
Forme della volontà collettiva - concordia - consuetudine
-religione
(...) L’opinione pubblica è l’espressione più intellettuale
della stessa volontà collettiva che si esprime nella
convenzione e nella legislazione. Possiamo determinare il
suo soggetto, che si accoda dunque alla società e allo Stato
come soggetti di quella, come “il pubblico” o, più
precisamente, se si tratta di un pubblico sapiente, istruito,
informato, come la “repubblica degli eruditi”, che per la sua
indole si riunisce e si concentra a livello internazionale, ma
è anche disseminata all’interno di un paese come élite
intellettuale nazionale, soprattutto nelle città, specialmente
nelle metropoli e nei luoghi della cultura, più di tutto nelle
capitali; essa viene non di rado definita anche come
“intellighenzia” o come “gli intellettuali”. La si può
intendere convenientemente come un’ideale riunione del
consiglio che attraverso le proprie delibere dà delle norme,
o, in modo ancor più calzante - così come spesso è accaduto
nella realtà -, come una corte di giustizia le cui decisioni o
scoperte reclamano per se stesse la validità ideale di
sentenze e, sebbene senza l’assistenza di un potere
esecutivo, rappresentano un potere e una forza capaci di
conferire onori come di disonorare, di esaltare come di
annientare, di glorificare come di condannare, ma che si
possono anche muovere fra questi due confini come
assoluzioni, silenzi, atti di tolleranza. Questi verdetti o
cognizioni sono l’opinione pubblica nella sua forma fluida -
effimera -, nella quale essa viene di solito giudicata. (...)
 

Vita pubblica e frazionamento in gruppi

Sfera pubblica
La sfera pubblica è legata, per il proprio carattere
generale, a ogni forma di vita politica evoluta. Perciò in
primo luogo in modo marcato con la vita delle città. Essa ha
il suo luogo naturale, come lo scambio di merci e denaro,
per strada (“in publico”), in particolare nella piazza del
mercato, sia essa a cielo aperto o in spazi al coperto
accessibili a chiunque (portici, mercati coperti, bazar).
(...)
 
Opinione pubblica e Un’Opinione Pubblica
Non appena però e fintantoché le differenti classi sociali
partecipano alla libertà di stampa e di parola oppure
riescono a oltrepassare le barriere tracciate, così da questa
libertà collettiva dell’espressione dell’opinione risultano
immediatamente una pluralità e una molteplicità, ma anche
una contraddizione e una controversia delle opinioni
espresse pubblicamente. L’opinione pubblica in questo
senso non è assolutamente omogenea. Può essere recepita
come un’unità, in quanto viene pensata come totalità della
vita intellettuale di un’unità che si rende manifesta, in
particolar modo di una nazione unificata in uno Stato; quasi
come l’unità di un recipiente, in cui si trovano però
mescolati elementi di diversa configurazione. L’opinione
pubblica in questo senso ha come solo sostanziale segno
distintivo che essa viene espressa, annunciata, e cioè alla
“collettività”, ossia viene annunciata a qualsiasi ascoltatore
o lettore, al contrario 1) dell’opinione come qualcosa dotato
di una sua propria natura rivolta all’interno e al proprio
(privato), ma anche al contrario 2) dell’opinione comunicata
in modo confidenziale a determinate persone conosciute. Se
ora l’opinione che si annuncia così è l’opinione e il giudizio
di molti, di una maggioranza, di conseguenza - se il suo
peso viene valutato pari a quello della maggioranza di
un’assemblea - come quello di una totalità, di una cerchia,
di un’unità legata in forma di Gemeinschaft (comunità) o di
Gesellschaft (società), allora è dato ciò che si può chiamare
“una” opinione pubblica. “Una” opinione pubblica è dunque
l’opinione effettivamente unanime, o avente tale valore, di
una qualsiasi cerchia, il giudizio compatto di una
collettività, in particolare quando e fintantoché questo si fa
sentire affermativo o negativo, con approvazione o in modo
sprezzante, con ammirazione e onori o come condanna. In
questo senso proprio i luoghi piccoli, e meno le città, hanno
un’opinione pubblica i cui portatori sono innanzitutto i
“notabili”, ai quali si unisce una quantità indefinita di
quanti desiderano appartenere alla “società”. Va intesa in
questo senso anche l’espressione nel § 186 del codice
penale tedesco (...): “Chi sostiene o diffonde in riferimento
a qualcun altro un fatto passibile di rendere quest’ultimo
disprezzabile o di screditarlo nell’opinione pubblica..,.”1,
poiché l’Opinione Pubblica (vera e propria), nel senso in cui
la prenderemo in considerazione più avanti, non si
preoccupa delle offese che Tizio e Caio si scagliano l’un
contro l’altro. Essa viene sollecitata soltanto quando
l’offensore o l’offeso, più facilmente se entrambi, sono
persone o società eminenti e universalmente note,
completamente quando l’offesa è un’evidente espressione
di impetuose lotte partitiche, alle quali la sfera pubblica
partecipa con attenzione. Si può attribuire un’opinione
pubblica a ogni cerchia aperta o chiusa che ha in quanto
tale un siffatto peso per le persone che vi appartengono che
queste orientino la propria condotta, persino l’espressione
delle proprie opinioni, in base all’opinione predominante
nella cerchia, che diventa tanto più forte quando è
unanime; esse temono di dare scandalo e traggono gioia e
godimento dal consenso e dall’approvazione [della loro
cerchia] (...). In ogni gruppo al cui interno si sviluppino
dinamiche sociali, ogni partecipante ha per così dire il suo
pubblico, cui egli vuole piacere o, quanto meno, non
dispiacere. Da ciò derivano però numerosi casi di scontro.
Spesso ci si fa carico della riprovazione di una cerchia allo
scopo di guadagnarsi l’approvazione di un’altra; in
particolare, il consenso di un gruppo più piccolo è
disdegnato quando si prospetta quello di un gruppo di
maggiori dimensioni, quello di uno vicino messo da parte
quando quello di uno lontano appare raggiungibile2.
 

Origine e carattere dell’opinione Pubblica

Uso linguistico e concetti


Per il momento “una” opinione pubblica rimane qui
esclusa dalla riflessione. A maggior ragione è importante
operare una distinzione chiara e netta fra l’opinione
pubblica come totalità esteriore di molteplici opinioni
contraddittorie che vengono espresse pubblicamente ad
alta voce e “la” Opinione Pubblica come forza e potere
uniforme ed efficace. (...) Nell’uso linguistico opinione
pubblica significa non soltanto l’opinione espressa, ma
l’opinione espressa e destinata alla sfera pubblica, al
pubblico, alla collettività. Ma questo significato si mescola
proprio nell’uso linguistico con altri, secondo i quali la
collettività o il “pubblico” vengono pensati innanzitutto o
quanto meno anche come soggetti delle opinioni: in questo
senso si è già parlato delle opinioni e del bene comune del
pubblico politico. Il pensiero scientifico deve non soltanto
differenziare fra questi due significati, ma deve svilupparne
due concetti ben distinti, come accade qui laddove
raffiguriamo l’opinione pubblica “non articolata”
separatamente da quella articolata, “la” (vera e propria)
Opinione Pubblica. Per entrambi i concetti rimane
essenziale il pubblico annuncio e il riferimento ad affari
pubblici, cioè in prima linea politici. Là però - per opinione
pubblica - viene coinvolta la collettività solamente in quanto
“tutti” in qualche modo partecipano attivamente o con
sopportazione all’annuncio pubblico delle opinioni; qui
invece il soggetto dell’Opinione Pubblica è una totalità
unita in modo sostanziale, soprattutto dal punto di vista
politico, che ha convenuto di giudicare in modo unanime e
che proprio per questo appartiene naturalmente alla sfera
pubblica, alla vita pubblica. Ciò conduce a una forte
differenza nel significato della formazione stessa di un
parere. Lì ha prevalentemente un senso mentale
(intellettuale), qui prevalentemente un senso intenzionale
(volontaristico). Lì sono i pareri annunciati pubblicamente,
comunicati a tutti - contraddittori fra loro, molteplici e
variopinti, appassionatamente in lotta fra loro - pareri
dietro i quali certo si celano, subconsci, consci e più che
coscienti, i desideri e le aspirazioni, gli interessi dei gruppi
e dei singoli; pareri che di regola sono nel contempo
giudizi, rifiuti e approvazioni. Qui invece l’Opinione
Pubblica è sostanzialmente una volontà, volontà nel e
attraverso il giudizio; il giudizio è però un atto unitario,
quindi si tratta di una forma di volontà consapevole e
spiccata, alla maniera della sentenza di una corte di
giustizia o altrimenti di un’assemblea riunita “in numero
legale”. È una decisione unanime, espressione della volontà
di una totalità che non è riunita come pubblico o come
soggetto dell’opinione Pubblica, se non in spirito, e che è di
regola troppo ampia per poter essere immaginata come
assemblea. (...)
 
Stati di aggregazione dell’opinione Pubblica
Proprio come nel caso dell’opinione individuale, vanno
distinti nell’opinione sociale, generale, nell’opinione
Pubblica diversi stati di aggregazione. Il grado della sua
solidità è il grado della sua unitarietà. Anche nello stato
gassoso essa può apparire unitaria 1) se questo stato
insorge per così dire attraverso l’evaporazione di un’unità
più solida e più profondamente connessa, cioè risulta da
uno stato di aggregazione fluido o direttamente solido.
L’Opinione Pubblica solida si fluidifica quando il suo
movimento viene alimentato, e ciò può avvenire attraverso
una qualche percezione, una qualche idea, una qualche
esperienza dalla quale l’insieme che presentiamo come
soggetto dell’opinione Pubblica viene toccato, commosso.
L’Opinione Pubblica solida è una convinzione comune e
incrollabile del pubblico che, come portatore di tali
convinzioni, rappresenta un intero popolo o una cerchia
ancora più vasta dell’“umanità civilizzata”. Non ne esistono
poche, di tali convinzioni; per esempio sul piano politico
che l’assolutismo o l’autocrazia di un monarca come forma
di Stato sia un male, o su quello giuridico che la tortura
come prova o la pena di morte qualificata come pena siano
“barbare”, dunque deplorevoli. Possono fluidificarsi se per
esempio si viene a sapere che un’autocrazia, del cui crollo
l’Opinione Pubblica ha appreso con soddisfazione, si
ristabilisce con violenza e terrore sotto l’apparenza del
costituzionalismo, come è successo in Russia con Stolypin.
La convinzione si arricchisce allora di passione, ma perde
di solidità e unitarietà: l’opinione che non ci sia altro che un
costituzionalismo apparente e un’ingiusta persecuzione dei
rivoluzionari può essere contestata, ma attraverso
l’opposizione diviene più forte. La concordia dell’opinione
Pubblica sulle idee generali è la più completa, come si
evince dall’emotività della lingua, che mette al bando
parole come “tirannia”, “dispotismo”, “barbarie”, spesso
anche “medioevo” e consimili; diversamente accade quando
si pone la domanda: “questa è tirannia, queste sono
condizioni medievali?”; del tutto diversamente poi quando
qualcosa appare riprovevole, esecrabile e viene per questo
spacciata come tale senza attenersi a questo schema. In tali
casi nasce Un’Opinione Pubblica gassosa a partire da una
fluida o, con la mediazione di questa, da una solida. Questo
gas è ciò che viene comunemente inteso come “1”’Opinione
Pubblica, perché essa si manifesta qui nel modo più vistoso,
impetuoso, irruente. Qui si evidenzia però anche il suo
carattere partitico. Essa si fonda sulla mentalità moderna, i
cui fondamenti generali sono comuni ai partiti e non
vengono quasi mai messi in discussione; ma nei dettagli di
qualunque genere non soltanto ci sono opinioni divergenti,
ma interi gruppi e partiti, che hanno i loro capi anche fra
uomini e donne molto istruiti e che sono attaccati alle
vecchie idee e mentalità, anche se le loro voci vengono di
norma forse sovrastate. Perché nell’Opinione Pubblica il più
forte è proprio il nuovo, il moderno, il pensiero illuminato, e
ha per lo più una forza incontrastabile. L’Opinione Pubblica
si presenta sempre con la pretesa di essere decisiva, esige
approvazione e fa del silenzio, dell’astensione dall’opporre
obiezioni, quanto meno un obbligo. Con maggiore o minore
successo: più completo è il successo, più essa si dimostra
essere l’Opinione Pubblica, nonostante l’opposizione messa
a tacere in maggiore o minore misura. Tutto ciò si
manifesta nel modo più chiaro nelle questioni riguardanti la
religione. Così la teocrazia e la convinzione che un re venga
investito di un incantesimo divino attraverso l’unzione
sacerdotale sono in Europa praticamente abbandonate. Ma
senza dubbio esistono in ogni paese molte persone, anche
molto istruite, che venerano nel proprio re e persino forse
in ogni principe qualcosa come una creatura superiore,
particolarmente dotata per volontà celeste. Allo stesso
modo si solleva la tempesta dell’Opinione Pubblica quando
poi un re rivendica una saggezza ultra-terrena e pretende
obbedienza per un proprio ordine dicendosi ispirato da Dio,
il quale consacra l’ordine dato. Addirittura, se anche il
comando di per sé non appare insensato, l’Opinione
Pubblica condannerà comunque con la più completa fiducia
questa arroganza. Lo stesso nei casi in cui è messa in
dubbio l’umanità, con la quale in generale l’Opinione
Pubblica è strettamente connessa (...), ugualmente
un’estrema disumanità - come per esempio il
maltrattamento di un soldato ritardato da parte dei suoi
superiori - viene condannata dall’opinione Pubblica con
apparente unanimità, anche quando si sa che ci sono molti
che approvano incondizionatamente il comportamento del
superiore o che comunque nelle condizioni date lo
considerano giustificato.
 
Generalizzazione di un ’opinione parziale
Ma l’Opinione Pubblica gassosa, che possiamo intendere
anche come l’Opinione Pubblica del giorno, nasce anche in
altri modi, vale a dire attraverso un’opinione parziale che si
completa e si generalizza, ossia un’opinione parziale che
non ha il proprio sostegno in un’Opinione Pubblica solida,
ma è piuttosto volta nella direzione contraria a essa. Se
consegue una vittoria, è solo momentanea, in un
determinato contesto e riferimento. A questa stessa
vittoria, se si ripete, può seguire una dura e faticosa
sconfitta; può però anche divenire una vittoria duratura, e
lo diventa soprattutto quando è in linea con un’evoluzione
naturale, sostenuta cioè da altri potenti fattori. È stato
questo il caso in generale della libertà di religione, civica e
politica, per la quale intellettuali illuminati e, dietro di loro,
la classe borghese ma anche quella operaia hanno
combattuto da circa 400 anni a questa parte con energia
lentamente crescente e sempre maggiore audacia.
(...)
 

Manifestazioni volgari dell’opinione Pubblica

Rapporto con gli stati di aggregazione dell’opinione


Pubblica
Se la stampa quotidiana ha effetto per sua natura
soprattutto sull’opinione pubblica gassosa del giorno e allo
stesso tempo la sospinge davanti a sé, se non è spinta da
essa, si può giungere alla conclusione che le forme più
dense possono essere in un rapporto simile e in interazione
con altra letteratura più solida. E in effetti è proprio questo
il caso. Si tratta di cerehie, che si restringono, del pubblico
dei lettori che abitualmente leggono settimanali, mensili,
trimestrali e volantini, infine persino libri; e più stretta è la
cerchia, più si delinea in essa un tipo scientifico, più è
rappresentativa di settori della “repubblica degli eruditi”,
che rappresenta in un paese e allo stesso modo nel
“mondo” la maggiore istanza dell’opinione Pubblica.
L’opinione stessa acquista solidità, dunque forza di
resistenza, ma ha una minore esigenza di annunciarsi in
modo chiassoso. Come caso normale si può immaginare che
le opinioni di questa cerchia, e di conseguenza anche gli
stati di aggregazione dell’opinione, siano concordi; ma essi
possono anche divergere e contrastarsi l’un l’altro.
L’Opinione Pubblica gassosa è quella che solitamente viene
chiamata così; essa si considera come l’unica e la vera
Opinione Pubblica e viene per lo più anche considerata tale.
Viviamo in essa, la inaliamo, la sentiamo nella pelle come il
freddo e il caldo. Le forme più dense di Opinione Pubblica
si trovano a un livello più profondo nel cuore e nella mente,
dunque nell’anima. Esse sono, per la propria essenza, più
durature (...). Ciò vale per la coscienza sociale come per
quella individuale, per le opinioni parziali all’interno della
società, ossia per quelle di un partito, come per l’Opinione
Pubblica. All’interno di una mentalità e di un impegno
partitico 1’“antisemitismo” rappresenta un buon esempio.
Esso è per il partito cosiddetto tedesco-nazionale (...) più
un’opinione fluida del giorno; le ferme convinzioni di molti
membri lo mantengono in flusso e questa corrente straripa
in occasione di elezioni pubbliche. Ma esso non può
diventare una ferma opinione di partito, un punto effettivo
del programma; piuttosto il nocciolo più solido del
programma gli è contrario. Questo vuole e deve essere in
accordo col cristianesimo positivo; il cristianesimo positivo
non può respingere, quantomeno, gli ebrei battezzati.
Inoltre le casse del partito difficilmente sono forti
abbastanza da respingere i contributi di questi ultimi. E
ancora è noto il fatto che l’unica giustificazione filosofica
che il conservatorismo prussiano sia riuscito a trovare si
deve all’ebreo battezzato Stahl. Soltanto una cerchia
ristretta all’interno del partito pensa e conosce tali cose.
Ma essa è comunque abbastanza influente da impedire
incauti flussi e bande di opinione. Simili osservazioni
possono essere fatte anche in riferimento all’Opinione
Pubblica unitaria di un intero paese. Così nel Reich tedesco
l’Opinione Pubblica del giorno nei tre anni fra il 1918 e il
1921 era senza dubbio sempre a favore del rifiuto delle
inaudite pretese che dalla cosiddetta Intesa sono state
subordinate alle condizioni della concessione dell’armistizio
e della pace e infine per più volte meramente a favore della
determinazione delle prestazioni imposte. L’Opinione
Pubblica inizialmente latente, ma più solida, sapeva bene
che a una nazione schiavizzata, come a un uomo caduto
nelle mani di banditi, resta solo la scelta fra la perdita della
borsa o della vita, e che da molti milioni di persone, di cui
la maggioranza costituita di donne, bambini e anziani, non
si può pretendere la scelta della morte alla vergogna e alla
decadenza. Questa consapevolezza venne alla luce nelle
decisioni dell’assemblea nazionale e del Parlamento
tedesco, e i dissenzienti poterono sopportare bene la
responsabilità del proprio no perché avevano solo questa
responsabilità. In sostanza, a un livello più profondo,
l’opinione vincente era anche la loro opinione, benché
rimasta latente, ed essa sarebbe prima o dopo venuta alla
luce come l’Opinione Pubblica, se anziché perdente
nell’opposizione fosse stata responsabile al governo. Ma
forse anche allora si sarebbe lasciata convincere soltanto
attraverso fatti durissimi o si sarebbe lasciata muovere
all’ammissione del proprio errore. I presunti precursori del
“diritto”, della “libertà”, della “civiltà”, gli antichi alleati
dello zarismo, non avrebbero di certo fatto mancare questo
genere di gravi fatti.
(...)
 
Forme della volontà sociale
Ho classificato il concetto di Opinione Pubblica in quanto
esprime una forma della volontà sociale e cioè di una
volontà della Gesellschaft (società) che si differenzia da
tutte le forme della volontà di una Gemeinschaft
(comunità). È qui ancora una volta riassunta la dottrina
delle forme della volontà sociale. Sono state distinte sei
forme della volontà comunitaria (.gemeinschaftlich) e sei
della volontà sociale (gesellschaftlich), di cui tre sono le
forme semplici o elementari e tre quelle composte o
superiori. La tabella di queste categorie è:
 
 

 
 
Le forme indicate da lettere semplici (da a a f) sono le
forme elementari, quelle indicate da lettera doppia quelle
composte o superiori, come abbiamo chiamato quelle della
volontà collettiva.
Tutte queste forme sono imparentate fra loro, sono
interdipendenti, si confondono l’una nell’altra. Le forme di
tipo A. sono originarie e sono diventate essenziali -
corrispondono alle forme della volontà naturale individuale.
Le forme di tipo B. sono derivate e vengono rese essenziali,
corrispondono alle forme della volontà razionale
individuale. Le forme di tipo A. della volontà sociale non
sono esse stesse necessariamente espressione di volontà
naturali, così come le forme di tipo B. non sono
necessariamente espressione di volontà razionale. Tuttavia
la volontà naturale individuale è partecipe in modo decisivo
delle forme di tipo A. e la volontà razionale individuale delle
forme di tipo B. della volontà sociale. Dunque queste
devono essere riconosciute e giudicate in se stesse come
forme sociali e come forme comunitarie. Il principio di
classificazione è la triplice natura dell’animo umano, che è
fondato nella vita vegetativa, è attivo nella vita animale e si
realizza come spirito nella vita intellettuale e
specificamente umana. Questa trinità va intesa sempre
come interazione e collaborazione.
(...)
 

Interazioni sociologiche

Applicazione a “l” ’Opinione Pubblica


I molteplici fenomeni e influssi, che accompagnano e
agiscono sull’evoluzione della civiltà sociale devono
ritrovarsi anche nelle forme di tipo B della volontà sociale e
nei loro rapporti con le forme di tipo A. Se la convenzione si
riferisce sostanzialmente alla vita in generale, quindi alla
vita economica, e la legislazione alla vita politica, così
l’Opinione Pubblica si riferisce essenzialmente all’aspetto
etico (e in relazione a esso, a quello estetico) della
convivenza: ossia al suo “spirito”. Oppure: mentre la
convenzione è sostanzialmente una prescrizione (una
raccomandazione, una disposizione), la legislazione è un
comando (ordine e divieto), così l’Opinione Pubblica è
fondamentalmente un giudizio. Può anche accadere che
queste espressioni siano strettamente correlate e sfumino
l’una nell’altra.
Si può però enunciare la regola che: più gli individui
pensano in modo conscio e definiscono i propri desideri
attraverso propositi, progetti e concetti, più sarà viva la
loro partecipazione alla vita sociale e pubblica, il loro
contributo alle vicende sociali e politiche e più
intensamente parteciperanno alla costituzione di
convenzione, legislazione e Opinione Pubblica. Perciò vale
anche in questo caso la scala gerarchica in base alla quale
è stato misurato il livello di orientamento verso la società di
diversi individui e fasce sociali, vale a dire che gli uomini
più delle donne, la gente di città più della gente di
campagna, gli abitanti delle metropoli più degli abitanti di
piccole cittadine, i signori più del popolo ecc.3, prendono
parte alla formazione dell’opinione Pubblica, della
convenzione e della legislazione.
Ma mentre nel caso della convenzione la posizione
sociale è decisiva - si tratta di una questione
preferibilmente relativa alle fasce superiori (per nascita,
per ricchezza o per rango); mentre nel caos della
legislazione è determinante l’interesse politico - qui è più
efficace la connessione dell’interesse privato con le vicende
pubbliche, per cui gli uomini d’affari (...) - proprietari
terrieri e capitalisti - stanno maggiormente in primo piano
quanto più significativi sono gli interessi in gioco e quanto
più a fondo la legislazione incide nella vita economica; così
la formazione dell’opinione Pubblica è determinata
principalmente dalla sapienza, dal pensiero e dalla cultura,
così che la classe dei signori, dei cittadini e degli uomini, in
quanto mediamente i più istruiti, più pensatori, più
sapienti, sono quelli che vanno considerati in prima linea
come i portatori e i soggetti dell’Opinione Pubblica; in tutto
ciò non si deve però mai perdere di vista il legame esterno
e interno di questi gruppi con quelli che sono stati
caratterizzati come i portatori e i soggetti della
convenzione e della legislazione.
Dunque: più la cultura, soprattutto la cultura politica, si
espande a cerehie più ampie e viene diffusa, e quindi più
essa cattura anche le donne, la gente di campagna e il
popolo, in particolare la classe operaia, maggiore diventa il
contributo di queste classi all’Opinione Pubblica e più essa
diventa davvero universale, ma al tempo stesso diventa, in
quanto unità, più inverosimile come Opinione Pubblica
unanime. Se essa però è ugualmente in grado di esserlo e
di farsi valere come tale, il suo potere e la sua importanza
sono maggiori. Ma anche in questo caso colore e tono le
proverranno dall’interno: lo spirito necessario a guidare
l’Opinione Pubblica si manifesterà come tale, lo spirito che
è o sembra essere lo spirito dei superiori, dei più vivaci, dei
più istruiti.
(...)
 
Le caratteristiche empiriche dell’opinione Pubblica
effimera
L’idea di Opinione Pubblica viene qui distaccata dal
concetto corrispondente, viene osservata nel suo aspetto
quotidiano, sottostante all’uso linguistico del termine,
dunque nel suo stato aereo o gassoso. Essa ha le seguenti
spiccate caratteristiche: 1) è incostante. Nasce così in
fretta come passa, e ciò perché cambia il proprio oggetto.
L’attenzione pubblica non si sofferma a lungo su uno stesso
oggetto, si ritrae da sé o viene distolta. Ciò è caratteristico
soprattutto dell’opinione Pubblica in un contesto
metropolitano: per quanto riguarda questo aspetto, a Parigi
essa è caratterizzata nella maniera più chiara. Parigi si
sente la capitale del mondo, come Roma lo era una volta. E
il poeta romano rammenta:
...Nec si quid turbida Roma
Elevet, accedas, nec te quaesiveris extra!

un’esortazione che il pensatore si ripeterà sempre nei


confronti dei turbini dell’opinione Pubblica. La sua
incostanza determina i suoi frequenti e improvvisi
cambiamenti. Che cosa la fa cambiare così? In primo luogo
e soprattutto un fatto, un avvenimento, un successo, in
riferimento a una personalità. La fama cambia radicalmente
le persone. Inoltre anche un movimento, o della
propaganda, tanto più se gli avvenimenti vengono in suo
aiuto. Un esempio classico è la vittoria della Anti-Corn-Law-
League in Inghilterra. (...)
2) L’Opinione Pubblica è precipitosa. Parla troppo e in
fretta, come i giovani, spesso presenta i tratti caratteriali di
un bambino, e il più delle volte non di uno particolarmente
ben educato. La velocità e la fretta sono più naturali e
necessarie quanto più l’Opinione Pubblica si forma
all’interno di una grande città, soprattutto in una capitale,
dove un’impressione scaccia via l’altra. Anche senza
prendere in considerazione la partecipazione di grandi
masse popolari ed esaminando solo la formazione del
giudizio normativo, in maggior misura nelle vicende
politiche, gli eruditi rappresentano già essi stessi una
“moltitudine” e presentano quindi le caratteristiche tipiche
di essa. Una di queste caratteristiche è, prima delle altre, la
facile, rapida eccitabilità derivante dal fatto che
l’eccitazione si propaga facilmente e velocemente e che si
rafforza in ognuno attraverso la comunicazione reciproca.
Lo si può osservare quando gli individui in una folla si
trovano a stretto contatto fisico gli uni con gli altri:
maggiore è il gruppo, più ognuno si sente sicuro all’interno
di esso e più tutti incoraggiano il singolo e rafforzano la sua
passione. La cultura facilita, a dispetto della lontananza
fisica, l’unione spirituale con molti altri dei quali si sa o si
crede e ci si aspetta la condivisione delle proprie idee e
quindi anche reazioni emotive uguali alle proprie di fronte a
una determinata esperienza o all’impressione successiva a
un avvenimento. (...)
3) L’Opinione Pubblica è superficiale: ciò consegue dalla
sua fretta e vivacità. Giudica secondo le apparenze e si
lascia definire attraverso la prima impressione. Questa
impressione può essere quella giusta, l’unica possibile, a
condizione che le notizie su cui si basa siano veritiere. Ma
spesso non è così. (...)
4) L’Opinione Pubblica è dunque credulona e acritica -
soprattutto quando un fatto reale o presunto viene incontro
ai suoi pensieri e intenti preconcetti, che attendono il
proprio nutrimento e che addirittura lo gustano quando
esso è di per sé sgradevole per i soggetti dell’opinione, in
maggior misura dunque quando esso soddisfa dei desideri,
e più vivace è il desiderio, maggiore è la fretta, tanto più
credulona è l’Opinione Pubblica.
5) È piena di pregiudizi, che sgorgano dall’opinione
Pubblica fluida e, più compiutamente, da quella solida:
dalle opinioni più ferme e dalle espressioni di volontà, dalle
convinzioni dominanti e dai sentimenti a esse collegati.
Questi [pregiudizi] sono di regola meno mutevoli quanto più
si fondano su tradizioni, quanto più cioè l’individuo li ha
“assimilati con il latte materno” (...). Perciò ogni giudizio
singolo è molto spesso la semplice conseguenza di un
pregiudizio, che si difende poi da pensieri e ragioni volti in
altra direzione. In ciò è inclusa una contraddizione con la
prima caratteristica, l’incostanza.
6) L’Opinione Pubblica ha anche una propria
perseveranza e ostinazione. Si distrae temporaneamente e
si abbandona al momento, ma ritorna anche in modo
elastico nella posizione a lei più abituale, più gradita. E
questo in modo tanto più tenace e certo quanto più è tenace
il suo pregiudizio relativo alla cosa o personalità in
questione.
7) Ma è particolarmente perseverante per quanto
riguarda le personalità - molto più perseverante che non nei
confronti delle cose. Perché qui il sentimento - entusiasmo
o avversione - ha la massima libertà d’azione ed è legato in
modo immediato alla sensazione del bene o del male, di ciò
che è auspicato o non auspicato che emana o sembra
emanare dalla persona. Più questi sentimenti si
consolidano, tanto più l’Opinione Pubblica diventa simile
alla religione, sebbene gli oggetti della venerazione (o del
timore) siano completamente diversi dagli oggetti
altrimenti abituali della fede. Le persone vengono
“idolatrate” (o, al contrario, “condannate”, questione dalla
quale qui si prescinderà). Questa tendenza all’idolatria è
ancora maggiore dopo la morte delle persone (minore, nel
caso contrario). Se però l’originaria e genuina religiosità
permette che questi morti continuino a dominare e a
esercitare influenza, e proprio per questo fa dei sacrifici
allo spirito trapassato per ammansirlo e per richiamare il
suo aiuto in casi di necessità e pericolo, l’Opinione Pubblica
non si distanzierà invece così facilmente dalla sua base,
dalla mentalità scientifica. (...)
8) L’Opinione Pubblica del giorno risente delle
impressioni del giorno, viene perciò di regola agitata o
mossa da forti passioni. Perciò solo di rado corrisponde
all’idea che ci siamo formati di Un’Opinione Pubblica come
forma mentale della libera volontà sociale. Ma essa stessa
considera lo stato di eccitazione da cui è dominata come
qualcosa di estraneo e fa appello a verità e validità come
base del giudizio. E ciò a maggior ragione quanto più essa è
espressione di un’Opinione Pubblica fluida o addirittura
solida; perché in questi stati di aggregazione l’eccitazione
si è “calmata”, sono degli stati “raffreddati” in cui la
ragione prevale o vuole prevalere. Ciò non esclude che la
passione possa comunque farsi valere. Una ferma
“convinzione” e un’opinione risoluta - che sembrano
scontate per una persona raziocinante - spesso non si
lasciano “invischiare in una discussione” e sorridono delle
opinioni opposte come di superstizioni e sciocchezze; così
essa le condanna e le disapprova subito. Ciò è anche in
armonia con la natura dell’opinione Pubblica, così come si
mostra nella sua fermezza. (...) La vera Opinione Pubblica
rimane, come Weltanschauung razionale, al di sopra dei
partiti e dei loro molteplici scopi. L’Opinione Pubblica del
giorno rimane sempre sotto l’influenza dell’opinione
Pubblica solida e fluida, sebbene questa dipendenza venga
spesso oscurata e non esclude contrasti e opposizioni.
9) In conformità alle idee di ordine, diritto e morale che
si trovano così marcate nell’opinione Pubblica solida o
fluida, anche l’Opinione Pubblica gassosa è
fondamentalmente a favore del mantenimento di queste
forze sociali (...). In particolare è la morale, in base ai
concetti di cui facciamo uso, il vero e proprio campo
dell’opinione Pubblica, nel quale essa si muove
continuamente anche nelle sue forme diffuse. Essa
s’inchinerà sempre davanti alla morale. (...) Nelle sue
battaglie non può fare a meno delle insegne della morale e
le innalza ovunque le trovi sul suo cammino; ma esse si
trovano lungo il cammino come degli “slogan”.
10) Dunque l’utilizzo di slogan contraddistingue
l’Opinione Pubblica del giorno.
La madre dello slogan è sempre e solo la passione, la lotta e il
disaccordo degli animi. Analizzando parole come liberalismo,
progresso, l’uomo della strada, proletario, libertà di stampa, politica
mondiale, rivincita, cubismo o naturalismo, si vedrà che sono tutte
caratterizzate da lotte e liti. (...). Come il conquistatore issa la sua
bandiera sulla fortezza conquistata in segno di successo, così anche
gli slogan non sono altro che stendardi di quei poteri intellettuali che
hanno guadagnato terreno (Bauer 1872, pp. 212-223).
11) Quando dunque è il partito per primo a captare lo
slogan, a sostenerlo e a lottare in suo nome, conseguendo
spesso delle vittorie, il pubblico, soggetto dell’opinione
Pubblica, si mostra come un partito generalizzato, in
particolare come il partito divenuto vincente. Ovviamente ci
sono determinate visioni dell’ordine, del diritto, della
morale che si affermano nella convenzione, nella
legislazione e infine in modo decisivo nell’opinione
Pubblica, diventando normative e trasformandosi così esse
stesse in norme. Esse si cristallizzano in slogan, ma ciò non
significa che non vengano considerate vere con forte
convinzione, che non si sia formata Un’Opinione Pubblica
su di esse e che questa non sia diventata una forza
incontrastabile. (...) L’Opinione Pubblica prende forma
molto chiaramente anche nello stesso linguaggio. Non solo
il contenuto, ma il suono delle parole spesso esprime le
emozioni legate alle rappresentazioni evocate da queste
parole. (...)
12) La grande debolezza dell’attaccamento alle parole
tuttavia non grava soltanto Sull’Opinione Pubblica del
giorno, ma anche su quella duratura e solida e sul pensiero
volgare in generale. Con le parole essa è frettolosa,
sbrigativa come lo sono i giovani, e più si accanisce e più è
difficile istruirla. L’educazione, l’intellettualità si
manifestano in essa, ma solo al livello medio di giudizio. (...)
[Il pubblico] ha spesso buone ragioni di reclamare e
indignarsi per la stupidità dell’opinione Pubblica.
L’Opinione Pubblica è sciocca quando esprime giudizi basati
sull’apparenza, sulla base di conoscenze superficiali, di una
notizia diffusa in modo tendenzioso o addirittura distorta,
sulla base di opinioni preconcette e poco fondate, o quando
il pubblico per la trascuratezza delle sue idee e illusioni
abituali esprime giudizi su cose e questioni che richiedono
una profonda riflessione, un’accurata verifica, la
conoscenza di fatti e moventi celati, che richiedono un
intelletto al di sopra della media anche soltanto per poter
essere compresi.
 
 

* Da Tönnies 1922. Trad. it. di Sabra Befani.


1 Secondo il Commento al codice penale di Frank, “l’opinione pubblica
nel senso della legge” è “l’opinione della maggior parte della popolazione
individualmente non determinata”.
2 Böhm-Bawerk parla di una “opinione pubblica della scienza”, nel
«Times» si parla speso della “commercial public opinion”; al contrario S. e
B. Webb parlano di “una” opinione pubblica che si sarebbe costituita verso
il 1867 fra i sindacati inglesi (History of Trade Unionism, p. 250).
3 Cfr. al riguardo il punto 6. del testo originale, p. 225, qui non
riportato, in cui l’autore segnala delle differenze fra diversi strati sociali
nel livello di orientamento verso la società. Tönnies segnala tra le altre,
oltre alla differenza fra uomini e donne, fra gente di città e di campagna
ecc., anche distinzioni basate sull’età, sulla residenza in zone costiere o
nell’entroterra, nelle valli o sui monti, nelle colonie piuttosto che nella
madrepatria (N.d.T).
Verso una scienza della pubblica opinione*

Floyd H. Allport

 
 
 
 
 
La letteratura e l’uso popolare del linguaggio, in
relazione all’opinione pubblica, contengono molti concetti
che impediscono un chiaro orientamento. Queste nozioni
sono tratte da analogie, personificazioni e altre figure del
discorso e sono impiegate per gergo giornalistico, con il
proposito di suscitare vivide immagini, oppure per
nascondere la tendenza emotiva dello scrittore. Esse sono
così diffuse nell’uso e sono considerate con tanto rispetto,
perfino nei testi di scienze politiche e sociali, che è
necessario un riesame come primo passo nella
formulazione di un approccio scientifico e realizzabile.
 

Finzioni e vicoli ciechi

1) La personificazione dell’opinione pubblica


L’opinione pubblica, secondo questa finzione, è pensata
come una specie di essere che dimora nel o al di sopra del
gruppo, e lì esprime i suoi punti di vista sui vari problemi
via via che essi sorgono. La “voce dell’opinione pubblica”
oppure la “coscienza pubblica” sono metafore di questo
tipo. Questa finzione sorge dal pensare un’espressione data
da un “gruppo” una volta e una diversa espressione data
dallo stesso gruppo un’altra volta, e poi presumere una
continuità dovuta a una specie di principio animistico tra le
due espressioni. Si potrebbe dire, per esempio, che la
pubblica opinione nel 1830 favoriva la schiavitù, ma nel
1930 l’avversava; e si pensa che il demonio del gruppo ha
cambiato idea. Questa finzione, quando è osservata da un
punto di vista scientifico, naturalmente scompare, e
troviamo solo raggruppamenti d’individui con un certo
accordo comune in un periodo e un differente tipo di
accordo in un altro. Sebbene induca all’errore dal punto di
vista della ricerca, questa finzione può in parte essere sorta
da una situazione del tutto genuina. Una certa continuità
psicologica esiste nel fatto che, in un periodo di tempo, si
stabiliscono negli individui un numero di idee abituali, di
tradizioni, di consuetudini, e formulazioni di esperienze
passate, in breve, una “riserva” di opinioni accettate e di
abitudini, in base alle quali si decidono molte delle abituali
controversie. L’errore, comunque, consiste nel pensare che
queste inclinazioni abituali, nervose negli individui,
collettivamente formino un’anima o un essere chiamato
“opinione pubblica” che medita e decide sulle dispute
pubbliche via via che esse sorgono.
 
2) La personificazione del pubblico
Una finzione congiunta alla precedente è quella in cui la
nozione di un essere super-organico, collettivo, è applicata
non allo stesso processo formativo dell’opinione, ma al
pubblico che a tale processo “partecipa”. Si parla di
“Pubblico” (personificato) come di un qualche cosa che può
volgere il suo sguardo intento ora da questa parte, ora da
quella, come per decidere ed esprimere la sua opinione.
Uno degli effetti di questa maniera di scrivere scorretta,
giornalistica, è che dal momento che il pubblico non è una
realtà esplicitamente visibile, ma una metafora, gli si può
attribuire ogni tipo d’opinione senza la possibilità di
controllare l’asserzione.
 
3) L’errore di gruppo del pubblico
Un po’ meno mistico, ma ugualmente non critico, è l’uso
di quelli che rinunciano all’idea di un’entità collettiva o di
una mente di gruppo, sostenendo che, quando dicono “il
pubblico”, essi intendono gli individui; ma che, nondimeno,
continuano a usare frasi come “il pubblico vuole così e
così”, oppure “il paese votò per il proibizionismo”.
Personificando o no la nozione di “pubblico”, è probabile
che commettiamo un errore quando usiamo il termine
collettivo come soggetto di un verbo che indica un’azione.
Poiché l’affermazione che il verbo implica sarà spesso vera
solo per una parte dell’aggregato interessato. A causa di
questa sorta di terminologia, che è anche stata chiamata
“l’errore della parte per il tutto”, si nascondono i fatti
concernenti le minoranze, fatti che devono essere scoperti
dai ricercatori.
 
4) L’errore dell’inclusione parziale nell’uso del termine
“pubblico”
Applicando la critica precedente sorge la questione,
“cosa intendiamo per pubblico”? È una popolazione definita
da una giurisdizione geografica, sociale, politica, o da altri
limiti; oppure è solamente un raggruppamento di persone,
in una determinata area, che hanno un interesse comune?
Nella prima ipotesi il termine è totalmente inclusivo, cioè è
impiegato includendo tutto di ciascun individuo nell’area, il
suo corpo, i suoi bisogni, i suoi processi fisiologici e anche
le sue varie opinioni e reazioni. Questa accezione,
comunque, non è comune perché troppo completa; include
così tanto, che le categorie dei leader e degli scienziati
sociali non possono essere usate intelligentemente nei suoi
confronti. Non possiamo parlare dell’opinione di questo
pubblico, perché include troppi allineamenti d’opinione,
molti dei quali possono essere irrilevanti o perfino
contraddittori.
Il secondo significato del termine “pubblico” è perciò
quello a cui di solito ci si riferisce. Questo significato è fatto
non di interi individui, ma dall’astrazione di un interesse
specifico (o di un gruppo di interessi) comune a un certo
numero all’interno della popolazione. Quelli che hanno un
tale interesse comune si dice che costituiscono un
“pubblico”. Questo uso del termine pubblico è un esempio
di inclusione parziale. Ora supponiamo che gli individui
aventi un particolare interesse (vale a dire considerati
come pubblico dal punto di vista del parzialmente
inclusivo) non siano anche membri di qualche altro
pubblico parzialmente inclusivo. Cioè ipotizziamo che un
pubblico non si sovrapponga a nessun altro pubblico.
Considerando l’opinione che si accompagna a un certo
interesse, come è possibile nei problemi importanti, questo
pubblico diverrebbe partecipe della diffusione di
un’opinione su di un certo parere. Il pubblico, in altri
termini, sarebbe definito come il numero di persone aventi
una certa opinione e le persone aventi quella opinione
sarebbero identificate come appartenenti a quel pubblico.
La definizione del termine pubblico sarebbe in tal modo
circolare. Il termine pubblico, come fenomeno parzialmente
inclusivo, sarebbe inutile ai fini della ricerca, e il problema
si ridurrebbe esclusivamente al compito di scoprire dove e
in quale misura si trovano questi allineamenti di individui
che hanno opinioni simili.
Ora, d’altra parte, supponiamo che un pubblico si
sovrapponga a un altro, cioè che un individuo possa
appartenere contemporaneamente a due o più
raggruppamenti a causa delle differenti opinioni e interessi
che ha sui diversi problemi. In tal caso se tentassimo di
definire, o di scoprire con una ricerca, l’opinione di un
determinato raggruppamento parzialmente inclusivo (un
“pubblico”), non sapremmo dove, un certo individuo,
dovrebbe essere posto. Dal momento che egli è in due
gruppi, può avere atteggiamenti che tendono a contraddirsi
su certi argomenti. Uno di questi atteggiamenti deve essere
soppresso in favore dall’altro. Se lo collochiamo
arbitrariamente in un pubblico potremmo aver giudicato
male quale atteggiamento è dominante, producendo così un
falso risultato. Collocandolo, invece, in entrambi i tipi di
pubblico, o lo contiamo due volte, o si annulla da solo;
entrambi i risultati sono però assurdi. Con una tale
terminologia diventa impossibile definire il nostro
problema, e scoprire le nostre unità empiriche di studio. Le
opinioni sono reazioni di individui: non possono essere
attribuite a tipi di pubblico senza diventare ambigue e
inintelligibili per la ricerca.
 
5) La finzione di un ’entità ideale
Un altro modo non scientifico di parlare della pubblica
opinione, qualche volta incontrato nell’uso popolare del
linguaggio e perfino nella letteratura, si ha quando si
considera il contenuto dell’opinione come una specie di
essenza, che, alla stregua dell’idea platonica, è distribuita
nelle menti di tutti quelli che l’appoggiano. L’espressione
che una certa opinione è “pubblica” illustra questa
abitudine.
 
6) Il prodotto di gruppo, o la teoria “emergente”
Le formulazioni che faremo si riferiscono non alle
personificazioni o alle azioni, ma ai loro risultati. In questo
senso la pubblica opinione è considerata come un nuovo
prodotto emergente dalla discussione integrata di un
gruppo, il prodotto di un pensiero concertato individuale
differente sia dalla media delle opinioni, sia dall’opinione di
un qualunque individuo in particolare. Una variante di
questa definizione è quella che descrive la pubblica
opinione come “un passo sulla via della decisione sociale,
una specie di punto di raccolta della volontà sociale nel suo
organizzarsi verso l’azione”. Questa finzione sarà discussa
in connessione con la seguente teoria.
 
7) La teoria encomiastica
Quelli che sono portati a considerare la pubblica
opinione come il risultato emergente della pubblica
discussione di gruppo, di solito sostengono anche che
questo risultato non solo è differente dai prodotti delle
menti che lavorano da sole, ma ha anche caratteristiche
superiori. Si pensa che nel processo d’interazione siano
eliminati gli errori, cosicché alla fine prevarrà l’opinione
migliorata dalla discussione del più illuminato. In tal modo
la pubblica opinione è considerata non come un segmento
del comportamento comune a molti, ma come il singolo
prodotto ideale di personalità creative e interagenti.
La critica alle teorie encomiastica ed emergente
richiede alcune accorte distinzioni. Sin dall’inizio è
scontato che quando un individuo entra in discussione con
altri, spesso perviene a conclusioni diverse da quelle cui
perverrebbe attraverso una riflessione solitaria.
L’affermazione da cui dobbiamo guardarci, perché
intrattabile nella metodologia scientifica, è che questo
prodotto emergente, quasi galleggiante nello spazio,
appartiene a una mente di gruppo piuttosto che alle
reazioni degli individui. L’argomento A deve essere
connesso agli argomenti B e C nella mente di un particolare
individuo. A non può essere nella mente di una persona, B
in un’altra, e così via, e poi dare un qualunque prodotto
emergente che sia umanamente comprensibile. Il prodotto
emergente deve essere espresso da individui o altrimenti
non possiamo averne conoscenza; e se è espresso da
individui, diventa difficile sapere di quanto l’influenza della
discussione integrata abbia contribuito a formarlo. Non
importa quale risultato comune gli individui abbiano
raggiunto con la discussione con altri, poiché quando si
tramuta la conclusione in azione, per esempio votando, essi
esprimono non solo ciò che pensano, ma anche ciò che
vogliono. Il cosiddetto “pensiero di gruppo” può aver preso
posto negli individui, come abbiamo mostrato; ma
nell’attività pratica sono gli individui che agiscono e non il
prodotto integrato dal pensiero di gruppo.
Può accadere che gli individui agiscano in accordo con il
pensiero di gruppo; ma nei grossi allineamenti d’opinione
ciò è difficile da accertare in quanto è così difficile
conoscere quale sia il contenuto dell’opinione emergente.
Dobbiamo renderci conto, naturalmente, che ciò che
costituisce il contenuto del fenomeno della pubblica
opinione non sono fatti accertabili, ma opinioni. In tali casi
non c’è alcun modo di sapere se il prodotto dell’interazione
degli individui è in un ordine più alto o più basso per ciò
che concerne la verità, o anche il valore. Una tale
interazione esplicita più in dettaglio i problemi, e mostra
più chiaramente come gli individui si allineino su differenti
lati. In altre parole dà un quadro più chiaro di ciò che gli
individui vogliono. Questo risultato, nondimeno, non
costituisce necessariamente una soluzione intelligente del
problema.
A tale soluzione si può giungere solo quando il tempo e
l’esperienza hanno formato delle basi su cui giudicare; vale
a dire quando il problema è diventato fino a un certo punto
un dato di fatto. Quando si giunge a questo punto, è
probabile che il prodotto emergente sarà il risultato non
solo di una deliberazione di gruppo, ma anche di una
considerevole quantità di un’aperta sperimentazione.
Non stiamo negando la possibilità che un prodotto
superiore dell’interazione di gruppo possa esistere. Stiamo
semplicemente dicendo che, se esiste un tale prodotto
emergente, noi non sappiamo dove sia, come possa essere
scoperto, identificato, esaminato, oppure quali siano gli
standard per giudicare il suo valore. Sebbene non
discreditate nel mondo della possibile verità astratta, le
teorie di questa sorta sembrano essere dei vicoli ciechi per
quanto riguarda il trattamento scientifico del problema. Gli
scrittori che le hanno messe in rilievo hanno forse in mente
piccole comunità rurali, pionieristiche, totalmente
inclusive, dove l’adattamento alla natura e agli altri uomini
è diretto, e dove l’opinione comune integrata è
praticamente sinonimo della vita in comune; o anche essi
possono aver pensato a gruppi di discussione in cui si fa un
deliberato tentativo di raggiungere un risultato
soddisfacente secondo il desiderio e il giudizio di tutti i
partecipanti. Nelle nostre moderne popolazioni urbane,
vaste e sempre in aumento, dove il contatto faccia a faccia
di intere personalità è sostituito da raggruppamenti
occupazionali o d’altro tipo, è dubbio quanto dell’effetto
integrativo prenda posto nelle idee degli individui
attraverso la discussione con gli altri. Senza dubbio un
qualche effetto si ha, ma probabilmente è mischiato con gli
effetti del condizionamento emotivo, con le influenze dei
termini stereotipati, simbolici, ambigui dei capi politici, e
infine con un’inamovibile preoccupazione per i propri
interessi. In ogni caso l’idea che la pubblica opinione sia un
prodotto del pensiero di gruppo superiore al pensiero
individuale, ed efficace come una specie di volontà o
giudizio di un gruppo super-individuale, è scientificamente
sterile.
Questa teoria, come le altre che abbiamo discusso, può
essere motivata dal desiderio dei pubblicisti di un
“sostegno sociale”, da parte della comunità, alle loro azioni.
Sebbene confortevolmente ottimistiche, le teorie
emergente ed encomiastica possono farci cullare in
un’atmosfera di falsa sicurezza, dove c’è il pericolo che
venga dimenticato il bisogno di ricerca e di fatti riguardanti
tendenze e processi di condizionamento.
 
8) La confusione dell’opinione pubblica con la
presentazione pubblica dell’opinione (L’errore giornalistico)
La precedente discussione ha trattato le teorie sulla
natura dell’opinione pubblica. A queste si dovrebbe
aggiungere l’errore comune concernente il criterio in base
al quale il contenuto di una data opinione deve essere
considerato come “pubblico” (cioè, largamente accettato).
Così si rafforza l’illusione che ciò che si legge nei giornali
come “pubblica opinione”, o ciò che si sente nei discorsi e
nei giornali radio come “informazione pubblica” o
“sentimento pubblico”, realmente abbia grande importanza
e sia largamente appoggiato dalla popolazione. Questo
ingenuo errore è stato incoraggiato da riviste e giornali, e
da indagini che premono per una azione pubblica o
legislativa, in cui l’evidenza dell’opinione pubblica consiste
in ritagli di articoli presi dai vari giornali del paese. La
mancanza di una base statistica, o di studi sulla vera
distribuzione delle tendenze nella popolazione, è così ovvia
che ogni ulteriore commento è superfluo.
 

Gli accordi comuni e alcune distinzioni


proposte

Nonostante la gran quantità di futili caratterizzazioni


della pubblica opinione, ci sono nei lavori di vari studiosi
alcuni punti di accordo comune che possono essere utili nel
superare i vicoli ciechi e nel guidarci sulla via giusta. Chi
scrive si azzarda a riformulare questi punti di accordo e ad
aggiungere qualche distinzione che ha valore per la
ricerca. I fenomeni studiati con il termine “opinione
pubblica” sono essenzialmente esempi di comportamento a
cui vanno ascritte le seguenti condizioni:
a) Sono comportamenti d’individui.
b) Implicano una verbalizzazione.
c) Sono compiuti (o le parole sono espresse) da molti
individui.
d) Sono stimolati e diretti verso una situazione o un fine
universalmente conosciuto.
e) L’oggetto, o la situazione che sta alla base di un certo
comportamento, è importante per molti.
f) Rappresentano l’azione o le buone disposizioni verso
l’azione al posto dell’approvazione o della disapprovazione
dello scopo comune.
g) Sono frequentemente compiuti con la sensazione che
altri stanno reagendo alla stessa situazione in modo simile.
h) Le tendenze e le opinioni che esse implicano sono
espresse, oppure, almeno, sono nella condizione di essere
espresse dagli individui.
i) Gli individui che si comportano in un determinato
modo o che si accingono a farlo, possono o non possono
essere in presenza di altri (Situazione della pubblica
opinione in relazione alla folla).
l) Essi possono implicare un contenuto verbale di
carattere sia permanente che transitorio, che costituisce
rispettivamente il “materiale di sfondo genetico” e
l'"attuale allineamento”.
m) Essi sono della natura degli sforzi attuali per opporsi
o per favorire qualcosa, piuttosto che duraturi nella
coerenza di comportamento (i fenomeni dell’opinione
pubblica in contrasto con la legge e le usanze).
n) Poiché sono sforzi verso fini comuni, spesso hanno il
carattere di conflitto tra individui allineati su lati opposti.
o) I comportamenti comuni sono sufficientemente forti e
numerosi da determinare la probabilità di poter essere
effettivi nel raggiungere i propri fini.
Questi punti di accordo comune richiedono qualche
commento. Il punto a) si spiega da solo quando afferma che
il contenuto del fenomeno deve essere concepito in
relazione al reale comportamento degli individui. Per
esempio, non può essere semplicemente dovuto
all’invenzione di un giornalista il fatto che egli voglia far
apparire l’opinione pubblica fatta esclusivamente di
consensi. Nel punto
c) non si può definire il numero che sta per “molti
individui” dacché varierà secondo la situazione. Il numero
richiesto per produrre un effetto per un fine (m) deve
essere considerato sotto questa luce.
b) Verbalizzazione. La situazione o lo scopo comune
stimolante dev’essere qualcosa che possa essere espresso
in parole; dev’essere possibile poterlo immediatamente e
chiaramente definire. Non può esistere l’opinione senza la
corrispondente formulazione del contenuto dell’opinione in
forma di linguaggio. La risposta degli individui a questa
comune situazione stimolante può essere sia verbale che
non verbale. Per esempio può essere una smorfia, un gesto,
oppure un’espressione emotiva. Questa reazione deve,
tuttavia, essere potenzialmente traducibile con estrema
facilità in parole, per esempio in espressioni di
approvazione o consenso.
d) Lo stimolante oggetto comune. L’oggetto o una
situazione verso cui sono dirette le risposte degli individui
devono essere chiaramente capiti e nell’ambito
dell’esperienza di tutti. L’oggetto dev’essere
sufficientemente limitato per poter rappresentare un
definito invito all’azione. Non potrebbe essere, per
esempio, il generale argomento delle tasse, ma potrebbe
essere la proposta di qualche particolare legge sulle tasse.
Per parlare in termini corretti, non esiste una pubblica
opinione sulla natura di Dio, mentre potrebbe esistere in
merito alla violazione di credi teologici comunemente
accettati.
e) La stimolante situazione comune non deve solamente
essere ben conosciuta; ma dev’essere d’importanza
universale. Non è sufficiente un semplice interesse; la
situazione deve toccare bisogni o desideri fondamentali. I
rischi corsi da un uomo a bordo di una mongolfiera possono
suscitare un grande interesse, tuttavia non potrebbero
essere facilmente definiti argomento di opinione pubblica,
poiché non sono importanti per molti.
Una politica governativa per la costruzione di aerei per
la “difesa nazionale” potrebbe facilmente diventare
argomento di pubblica opinione.
f) Prontezza nell’approvazione o nella disapprovazione.
Le reazioni suscitate o preparate negli individui devono
essere del tipo: mi piace, o non mi piace, approvo, o
disapprovo. Per esempio, la comune conoscenza dei vari
metodi di controllo della vendita dei liquori e dei relativi
vantaggi non appartiene alla pubblica opinione, a meno che
tale conoscenza non sia connessa all’ampio favore o
all’opposizione di molti contro alcuni particolari metodi.
g) Consapevolezza dell’altrui reazione. Un certo numero
di scrittori sostiene che il fenomeno della pubblica opinione
implica una “coscienza della specie” negli individui che
hanno o esprimono l’opinione comunemente accettata. Ci
può essere una considerevole differenza nel
comportamento di una persona qualora appoggi o si
opponga a una particolare misura, se ne è consapevole, o
immagina, solamente, che altre persone stanno reagendo
allo stesso modo. Sebbene questa “impressione di
universalità” sia importante nel processo dell’opinione
pubblica, è forse meglio non considerarla come elemento
essenziale in ogni allineamento d’opinione che deve essere
studiato. Altrimenti si potrebbero sottovalutare importanti
aspetti del problema, come, per esempio, la distribuzione
delle opinioni nel primo momento in cui appare lo scopo
stimolante, o la proposta comune, e prima che la gente
abbia avuto la possibilità di essere cosciente, o preoccupata
delle reazioni altrui.
b) Le opinioni espresse. Se il punto (g), l’effetto
dell’opinione altrui, è accettato come un aspetto importante
del fenomeno dell’opinione pubblica, segue come corollario
che le opinioni degli individui devono essere esternamente
espresse, o almeno devono essere rapidamente dedotte.
Come viene mostrato nel lavoro del dott. Richard Shanck,
c’è una sostanziale differenza in come una persona sente o
pensa, tanto se l’opinione è quella che l’individuo
prontamente esprime o attribuisce ad altri, quanto se è la
sua personale, privata. Il dott. Shanck ha definito questi
due tipi di reazione rispettivamente “atteggiamento
pubblico” e “privato”. Per un pubblicista, di solito,
l’opinione inespressa non è importante, poiché non
rappresenta un allineamento riconoscibile. Non si
preoccupa delle ragioni per le quali differenti personalità
hanno o no una certa opinione comune. Solo il fatto del
comune consenso o rifiuto è significativo. Da un punto di
vista scientifico, tuttavia, pur riconoscendo che il fenomeno
della pubblica opinione richiede l’espressione di opinioni,
non possiamo trascurare il campo delle tendenze private. A
lungo andare, può essere molto importante l’esistenza di
grande somiglianza nelle opinioni private inespresse da
molti, e questo dovrebbe essere scoperto e misurato dalle
nostre tecniche. Si consideri, per esempio, l’importanza
potenziale dell’opinione che un gran numero di tedeschi o
di italiani hanno dei loro capi, ma non osano rivelarla.
i) In relazione alla presenza o all’assenza di altri. Alcuni
scrittori hanno discusso sulla differenza tra pubblico e folla.
In genere essi sono d’accordo, tuttavia, che i fenomeni
della pubblica opinione possono accadere in entrambi i
casi.
La condizione d’inclusione parziale caratteristica, come
prima abbiamo scritto, della solita definizione di pubblico,
fa scaturire l’implicazione, su cui tutti concordano, che
l’individuo può appartenere contemporaneamente a vari
tipi di pubblico diversi, ma a una sola folla. Un altro modo
di definire la cosa si ha riconoscendo che in entrambi i casi
abbiamo una situazione in cui molti individui reagiscono a
una situazione o a un oggetto comune, ma in differenti
condizioni di associazione, vicinanza, stimoli e reazioni. Lì
dove gli individui sono separati dagli altri, per esempio
nelle loro case, non c’è la possibilità di avere quel contatto
visivo, tattile, olfattivo che si ha in una folla. La radio
moderna, tuttavia, ha introdotto nuovi stimoli uditivi, come
quando ascoltiamo l’applauso del pubblico in un discorso
politico. Queste limitazioni nel campo delle possibilità
sensoriali producono probabilmente questo effetto: quello
che la forza e la facilità di reazione e di risposta è minore
rispetto a quanto avviene nel comportamento della folla;
ma questa forza non viene mai abolita del tutto. In poche
parole, quando gli individui reagiscono in presenza di altri,
le risposte eterogenee hanno la possibilità di essere più
espressive, aperte, vigorose e dirette nella loro azione. Nei
casi in cui gli individui sono separati, le reazioni tendono a
essere più implicite, e di solito possono diventare effettive
solo attraverso un meccanismo simbolico o
rappresentativo, oppure attraverso un indiretto processo
politico, come il voto. Per la maggior parte, comunque, la
distinzione tra l’azione della folla e i fenomeni dell’opinione
pubblica sembra essere di grado, piuttosto che di specie.
i) Aspetti transitori e permanenti. Nello studio dei
fenomeni dell’opinione pubblica alcuni scrittori hanno
sottolineato il carattere stabile e razionale del contenuto e
l’aspetto della sua accettazione universale mentre altri
hanno rappresentato il contenuto dell’opinione come
instabile, emotivo, opportunistico, soggetto alla
propaganda, e diviso sugli argomenti controversi. Questo
disaccordo può essere risolto se consideriamo il fenomeno
come un processo con una sua dimensione temporale, in
cui il vecchio contenuto diventa la porzione stabile e
universale, mentre il contenuto più recente rappresenta
l’attuale allineamento di opinioni sempre in mutamento.
Sopra abbiamo fatto riferimento a ciò che figuratamente
abbiamo chiamato una “riserva” di opinioni comuni, di
atteggiamenti, di conoscenze che forma una parte di ciò
che il sociologo chiama “modello culturale”. Più
specificatamente, questi modi di pensare e di sentire sono
semplicemente delle reazioni che, si può predire,
avverranno sempre con maggiore frequenza, ora e nel
futuro, più che altri tipi di reazione. Alcuni di questi
comportamenti che esistono da molto tempo hanno un
aspetto razionale; oppure possono essere dovuti
all’esperienza di prove sbagliate su larga scala come, per
esempio, l’isolazionismo americano, o il desiderio di evitare
l’inflazione. Altri comportamenti possono ugualmente
esistere da molto tempo ed essere prevedibili nonostante il
carattere più emotivo come, per esempio, la
discriminazione razziale. Ora nei processi di formazione dei
nuovi allineamenti di opinione pubblica, gli agenti di
pubblicità impiegano queste vecchie e diffusissime
tendenze per raggiungere i loro fini immediati: essi
indirizzano la vecchia reazione verso un nuovo stimolo per
mezzo del metodo, noto a tutti, del riflesso condizionato. La
vecchia risposta di avvicinamento, di allontanamento, di
rifiuto, di lotta è evocata tramite il vecchio stimolo, e la
s’introduce quando il nuovo stimolo sta agendo, in modo da
trasferirla nella nuova direzione. Nell’immediato futuro il
risultato sarà l’associazione della vecchia risposta con il
nuovo stimolo.
Ecco un suggerimento per risolvere il disaccordo
riguardante il contenuto dell’opinione pubblica. Le vecchie
risposte, stabili e universalmente accettate nel loro
originale e legittimo stimolo, ancora esistono sullo sfondo.
Esse rappresentano l’aspetto stabile, sperimentato,
universale dell’opinione. Ma il loro trasferimento tramite il
condizionamento a un nuovo stimolo è qualcosa di nuovo,
d’instabile, di opportunistico ed effettivo su alcune parti
della popolazione (che è più influenzata, più facile da
ingannare, più soggetta alla propaganda), ma non su altre.
Da ciò si desume la spiegazione dell’aspetto irrazionale,
diviso, mutevole dell’opinione pubblica. Per dare un
esempio del processo di condizionamento sopra descritto,
consideriamo l’enunciato “Tutti gli uomini sono creati
uguali”. Quest’idea è stata da lungo tempo accettata come
parte integrante della vita americana. Ora una tale
attitudine da sola non soddisfa il nostro criterio per il
fenomeno della pubblica opinione, poiché da sola non
suggerisce un’azione definita verso un obiettivo.
Nondimeno, è una delle basi psicologiche su cui si possono
fondare gli allineamenti di opinione che invece soddisfano il
nostro criterio di scelta. Nel 1776 si sollecitò l’appoggio
per la guerra contro Giorgio III, condizionando le risposte
di consenso, sorte da questa formula, alle proposte per
un’azione rivoluzionaria. Così la vecchia massima
dell’uguaglianza individuale rappresentava la fase stabile,
duratura e unanimemente accettata del fenomeno. Il suo
trasferimento alla causa rivoluzionaria era il nuovo aspetto,
opportunistico e in principio altamente controverso. Tra il
1830 e il 1861 la stessa reazione di eguaglianza individuale
e di libertà si sviluppò di pari passo con l’argomento contro
la schiavitù; e dopo la guerra civile, la reazione contro la
schiavitù divenne anche una parte essenziale del costume.
Negli anni successivi la stessa dottrina (con l’aggiunta
dell’avversione alla schiavitù) è stata impiegata per
allineare gli individui verso l’abolizione della prostituzione
legalizzata (schiavitù bianca), di indesiderate condizioni di
lavoro (schiavitù salariale), del lavoro infantile (schiavitù
infantile). Similmente (per fare un altro esempio) l’unanime
inveterato orgoglio della razza e della cultura, combinato
con un vecchio pregiudizio contro gli ebrei, sono stati
impiegati da Hitler come strumenti con cui unificare i suoi
seguaci nell’appoggio verso il regime nazista. Possiamo
chiamare questo corpo di vecchie attitudini comuni, che
sono condizionate alle nuove situazioni, la base di risposte
genetiche dell’opinione pubblica; e in contrapposizione
possiamo considerare il consenso di molti individui causato
dal trasferimento delle vecchie reazioni ai nuovi stimoli,
come presente allineamento. Uno degli importanti problemi
della ricerca è scoprire il materiale base sull’importanza
reale o potenziale dell’opinione in una popolazione, e
determinare la sua relazione con gli allineamenti già
esistenti o in processo di formazione.
k) L’azione verso un obiettivo presente. La distinzione
tra la base genetica e l’allineamento suggerisce un
ulteriore contrasto tra i fenomeni dell’opinione pubblica e
un altro gruppo di comportamenti che esistono da lungo
tempo, cioè quelli che riguardano le leggi, i costumi, le
tradizioni. Questi ultimi fenomeni sono forse dei casi
speciali della base genetica su cui si può costruire un
allineamento di opinione. Essi, tuttavia, differiscono
dall’altra base per l’esistenza di un esagerato conformismo,
risultante dalla più vigorosa coercizione della punizione e
della pubblica disapprovazione per coloro che non si
allineano. Di solito, comunque, il fenomeno dell’opinione
non rappresenta un condizionamento della risposta
legalizzata a un nuovo stimolo, ma la lotta ampiamente
diffusa contro gli individui o le proposte che non si
adeguano alla pratica abituale o legalmente prescritta. Con
ciò non vogliamo dire che una legge che richieda al
proprietario della casa di spalare la neve dal marciapiede
di fronte alla sua abitazione sia parte del fenomeno
dell’opinione pubblica, fin quanto tutti quanti l’osservano. È
semplicemente un’abitudine comune e attesa dai cittadini.
Se comunque, alcuni individui non rimuovessero la neve dai
loro marciapiedi, causando inconveniente e pericolo ai loro
vicini, può sorgere un allineamento d’opinione espressa
contro di loro. Per rendere tale allineamento effettivo è
probabile che si citi l’abitudine comune come una legge
attesa e prescritta. Le leggi che proteggono la proprietà
non sono di per sé delle pubbliche opinioni ma se dovessero
accadere in una comunità numerosi furti impuniti in un
breve tempo, potrebbe rapidamente crearsi la condizione
soddisfacente a tutti i criteri d’opinione pubblica. I
fenomeni della pubblica opinione sorgono quando degli
anticonformisti apertamente rifiutano di rispettare la
bandiera nazionale, d’indossare abiti o di adeguarsi ad
altre abitudini. Rispetto alle leggi non in vigore, ma sulla
via di esserlo, la situazione è opposta. Non è ora un caso
che i fenomeni dell’opinione pubblica insorgano contro
quelli che violano una pratica legale o creduta tale, ma che
la nuova legge venga appoggiata o combattuta, a seconda
che si conformi o faccia violenza alla preesistente base
genetica (o la si faccia credere tale). Un esempio di tale
relazione è fornito dalla legge che proibisce ai negri
d’insegnare nelle scuole dei bianchi in tutte quelle località
in cui era probabile la loro nomina. Qui la base genetica del
pregiudizio razziale era la risposta allo stimolo
condizionato rappresentato dalla nuova legge.
l) In relazione al problema e alla lotta. I fenomeni
dell’opinione pubblica, come abbiamo visto, sono quelli che
implicano una disposizione all’azione verso uno scopo non
ancora raggiunto. La situazione comunemente stimolante
verso cui le risposte sono indirizzate è un piano o una
politica per mezzo della quale molti individui cercano di
ottenere ciò che vogliono. Essendo ciò vero, sorgono spesso
delle situazioni in cui gli individui sono allineati in gruppi
con interessi particolari, in cui i membri di ciascuna parte
tentano di ottenere ciò che vogliono, in contrasto con gli
individui allineati in un gruppo opposto. In questo caso le
opinioni delle due parti sono solo gli aspetti o i sintomi di
una lotta più profonda e generale. Esse possono essere solo
la razionalizzazione di questa lotta per assicurarsi i favori
dei neutrali o una più forte lealtà degli aderenti al gruppo
nel cammino verso il vero scopo, che spesso è più biologico
e prepotente di quanto l’opinione formulata dagli stessi
sostenitori non suggerirebbe. La Dottrina dei diritti degli
Stati, per esempio, è stata usata come egida sotto cui
raccogliere individui con forti interessi economici di vario
genere. Qui entriamo nel campo della pubblica opinione,
connesso con le pressioni politiche, alle lotte di classe e dei
lavoratori, e ai conflitti sociali di ogni tipo. In tal caso
diventa necessario trascurare il punto di vista del
pubblicista, che di solito è interessato a un solo aspetto
della controversia, poiché l’allineamento, o la formazione di
un gruppo è comprensibile solo alla luce di una
contrapposizione di opinioni. In un sistema politico
bipartitico l’allineamento di ciascun partito ha pieno
significato solo in relazione all’allineamento del partito
oppositore. Forti sviluppi del comunismo sono
contemporanei con forti allineamenti capitalisti e fascisti, e
un raggruppamento sembra assumere significato solo se in
contrasto con l’altro. E inadeguata l’opinione comune che
questi vari “ismi” sorgano come filosofie politiche
acquistando forza, via via che si diffondono, grazie
all’indottrinamento. Queste filosofie rappresentano la
razionalizzazione di fattori più potenti e sottostanti. Esse
sono l’aspetto verbale delle lotte di individui allineati su
sponde opposte. Esse sono la parte verbale di tecniche che
gli individui usano nella lotta per ottenere ciò che vogliono.
Nei conflitti internazionali, parimenti, il campo
dell’opinione pubblica è più ampio e va molto oltre i confini
di un singolo paese. I mutamenti di attitudini in un paese
hanno una definita prevedibile relazione con i mutamenti di
un altro.
m) Probabilità dell’effetto. Il nostro criterio finale, quello
di un probabile grado di efficacia è, dal punto di vista del
controllo, il più importante di tutti. In tutta la popolazione
esaminata si troveranno affermazioni di individui a favore o
contro una serie di scopi comuni con tutta una varietà di
dati, di numeri, d’intensità di convinzione, di sforzi
compiuti. Un programma di ricerca approfondito dovrebbe
includere l’analisi statistica di queste affermazioni.
Da un punto di vista più pratico, tuttavia, dovremmo
probabilmente scegliere da questi svariati numeri i
particolari allineamenti in cui siamo più interessati. E in
questa scelta il criterio di selezionare quelli che
promettono di essere in qualche modo efficaci si dimostrerà
probabilmente il più utile e naturale da usare. Nel fare tale
scelta spesso si commette l’errore di scegliere
l’allineamento che sembra essere il più grande come
numero di sostenitori. Un’accorta considerazione dei
probabili effetti di un certo allineamento, in cui altri fattori
oltre al numero sono presi in considerazione, ci aiuterà a
fare una scelta migliore. Ci possono essere molti casi in cui
una grande massa di gente è propensa per l’azione, ma ciò
non rappresenta il massimo delle probabilità a favore
dell’azione. Si devono anche considerare le variabili
intensità, cioè grado di sentire, o la validità dello sforzo con
cui gli individui cercano di raggiungere un obiettivo
comune. Per esempio una votazione nazionale ha rivelato
che una sostanziale maggioranza è in favore del controllo
delle nascite. Ciononostante non si è portata avanti
un’azione legislativa che sostenesse tale controllo,
probabilmente perché non era desiderato in una maniera
sufficientemente intensa. Vale a dire: il bisogno e il
desiderio di informazioni sugli anticoncezionali, di aiuto
che ora non può essere ottenuto dallo stesso individuo non
è abbastanza sentito dai membri di questa maggioranza, in
modo da sollecitare un’azione organizzata in opposizione a
una minoranza, che invece si oppone intensamente a
questa opinione. Risultati collettivi sono ottenuti per mezzo
di persone che hanno un’opinione, che l’esprimono in
maniera decisa, e che agiscono in conformità. La situazione
deve assicurare che un numero sufficiente di persone siano
intensamente e in misura sufficiente influenzate.
Naturalmente le altre influenze devono essere riconosciute
nella previsione o nella comprensione della produzione
degli effetti. Sono importanti la presenza di un certo tipo di
organizzazione per diffondere l’azione collettiva, e la
facilità dell’uso di tale organizzazione. La presenza di
individui di eccezionale influenza e abilità per dirigere
l’opinione pubblica è un altro fattore. Un terzo fattore è il
grado di rafforzamento che l’individuo riceve dalla
sensazione che altri individui hanno la sua stessa
attitudine; e di conseguenza ciò dipende dalla facilità, dalla
velocità, dalla libertà di comunicazione tra gli individui.
Bisogna anche considerare i canali attraverso cui il
cittadino esprime i suoi desideri alle autorità. Bisogna
anche tener presente che il processo che rende operativo
un allineamento è complicato da una circolarità di
rafforzamento. Quando, per esempio, un editore pretende
nelle sue colonne di esprimere la “pubblica opinione” in
conseguenza di ciò da una parte influenza le autorità, e
dall’altra, rafforza l’allineamento tra la gente.
Quest’ultima influenza aumenta la manifestazione
popolare dell’opinione, con l’effetto di far crescere ancora
di più la sicurezza e l’aggressività dell’editore nel
presentare i suoi editoriali come opinione pubblica.
È vero che attualmente questi vari fattori sono difficili
da isolare e da misurare. Uno dei problemi della nuova
scienza della pubblica opinione è separarli e studiare il
contributo di ciascuno all’effetto totale. Per adesso
dobbiamo fidarci, in assenza di una conoscenza più
specifica, della familiarità pratica che abbiamo con queste
situazioni complesse. Nell’applicare i criteri dell’efficacia
non è, tuttavia, necessario aspettare che l’effetto si sia
prodotto. Se aspettassimo fino a tale momento,
perderemmo alcuni importanti aspetti del fenomeno via via
che essi prendono forma. Né è necessario essere certi che
l’effetto ci sarà e che l’allineamento d’opinione che stiamo
considerando giocherà una parte definita nel produrlo. È
sufficiente, quando esaminiamo l’intera situazione, che
sembrino esserci delle probabilità a favore dell’effetto.
Questo, infatti, è il metodo che i capi politici usano per farsi
un concetto dell’importanza potenziale dei movimenti di
opinione pubblica nelle comunità a favore dei loro
programmi. E, sebbene abbiano questo giudizio soggettivo
delle probabilità su cui fare affidamento, nondimeno,
accettando un certo allineamento d’opinioni e agendo come
se dovesse diventare efficace, le risposte dei cittadini
aderenti a quell’allineamento tenderanno a diventare
efficaci o più efficaci di quanto non lo fossero prima.
Essendo importante l’originale attitudine degli individui,
dobbiamo anche considerare l’intera situazione di
controllo, con i numerosi fattori influenzanti che abbiamo
citato, come una configurazione in un campo
plurindividuale. Questa fase del problema non può essere
sottovalutata se siamo capaci di predire o anche capire gli
effetti. Nel linguaggio della nuova psicologia topologica,
possiamo definirli vettori operanti in un campo sociale.
 

Definizione della situazione dell’opinione


pubblica

La discussione sulle finzioni e sui metodi a vicolo cieco


ci ha mostrato quali siano gli errori maggiori. Quando
tentiamo di trovare un oggetto corrispondente al termine
“opinione pubblica”, cioè quando lo consideriamo come
un’entità o un contenuto da essere scoperto e poi studiato o
analizzato, i nostri sforzi avranno scarsi risultati. Ma
quando distinguiamo in questa parola una situazione
plurindividuale, o qualcuna delle relazioni di questa
situazione e calandoci in tale situazione incominciamo a
studiare il materiale che esplicitamente ci offre, si può
ottenere qualche considerevole risultato.
Sorge ora il problema sulla natura di questa “situazione
dell’opinione pubblica” e su come possano essere
riconosciuti i suoi rapporti caratteristici. E la risposta a
questa domanda si deve trovare in quei punti di accordo
comune dei quali abbiamo già discusso. Noi abbiamo a che
fare con situazioni che implicano reazioni verbali da parte
di molti individui, i quali sono orientati verso situazioni,
comunemente stimolanti, importanti per molti, giacché
queste reazioni mostrano la tendenza ad agire a favore o
contro la situazione, a essere influenzati dalla coscienza
che altri reagiscono, ad associare le vecchie attitudini con i
nuovi problemi, a essere diretti verso un obiettivo diverso
dallo “status quo”, a essere frequentemente coinvolti in
conflitti concertati e a suggerire la probabilità di essere
efficaci. Grazie all’uso di questi criteri, usiamo il termine
opinione pubblica in modo aderente alla realtà, scartando
così quei primi tentativi di formulazione che ci hanno
condotti sulla via sbagliata. Abbiamo identificato il
fenomeno dell’opinione pubblica, e allo stesso tempo ci
siamo attenuti a quelle realtà, ai comportamenti degli
individui che possono essere misurati e trascritti sotto
forma di distribuzione statistica. L’intero argomento può
essere sintetizzato dalla seguente affermazione, condensata
e in qualche modo formale:
Il termine opinione pubblica acquista significato solo se
in relazione a una situazione plurindividuale, in cui gli
individui esprimono se stessi, o sono chiamati a farlo, per
favorire o sostenere (o anche per disapprovare oppure
opporsi) una certa condizione, persona o proposta
d’importanza largamente diffusa, in una tale proporzione di
numero, intensità, e costanza da aumentare le probabilità
d’influenzare un’azione, direttamente o indirettamente,
verso lo scopo desiderato.
 
 

* Da Allport 1937, pp. 267-280.


La ricerca empirica e la tradizione classica*

Paul F. Lazarsfeld

 
 
 
 
 
Con molta probabilità l’emergere e l’affermarsi della
ricerca empirica nelle scienze sociali verrà considerato un
giorno come un tratto caratteristico del XX secolo. Ma
questa affermazione non è avvenuta senza sforzo.
Durissime sono state le lotte con quella che chiameremo la
tradizione classica. Dopo tutto, per duemila anni e più si è
riflettuto e scritto in merito di problemi umani e sociali. La
tendenza empirica ha costituito un’innovazione
significativa? Ha avuto un effetto dannoso? Sono questi gli
interrogativi su cui si è molto discusso negli ultimi anni.
Il dibattito relativo alle ricerche sull’opinione pubblica
fornisce probabilmente il miglior esempio in proposito. Dai
primi anni del XVIII secolo si è avuta una quantità
costantemente crescente di scritti su questo argomento da
parte di studiosi di diversa estrazione (scienziati, politici,
storici, filosofi ecc.). Verso l’inizio del XX secolo, comunque,
questa tradizione classica è stata affrontata dagli empiristi,
con le loro ricerche sugli atteggiamenti.
La tradizione empirica nelle ricerche sulle opinioni e
sugli atteggiamenti iniziò in modo abbastanza sommesso in
Germania con semplici esperimenti di laboratorio in cui
venne coniata la nozione di “mental sets”. Acquistò vigore
dal lavoro della scuola sociologica di Chicago, che portò
alla ribalta lo studio degli atteggiamenti e dei valori. Pochi
anni dopo, gli psicometrici, sotto la guida di Thurstone,
introdussero il grosso problema della misurazione. E infine
vennero le ricerche, i sondaggi d’opinione che se da un lato
ne restrinsero la sfera concettuale, dall’altro estesero il
campo delle applicazioni pratiche1.
Circa dieci anni fa l’aspirante nuova scienza e la
tradizione classica si confrontarono come petulanti
antagonisti. Tre indirizzi presidenziali di saluto, negli
annuali congressi dell’American Association for Public
Opinion Research a partire dal 1950 sono stati dedicati alla
discussione della relazione tra le ricerche sull’opinione
pubblica e la storia, la teoria politica e la teoria sociologica,
rispettivamente. Né gli esponenti della tradizione classica
ci hanno lasciato dimenticare le loro rivendicazioni:
Lindsay Rogers ha sviluppato alcuni violenti attacchi;
Herbert Blumer ha espresso le sue rimostranze e gli storici
hanno mostrato il loro disprezzo per le ricerche
sull’opinione pubblica, ricerche da loro ignorate,
parlandone solo occasionalmente e dietro richiesta. Questa
situazione è stata abilmente riassunta da Bernard Berelson
in un articolo molto ricco di concetti e di informazioni
(1956, pp. 299-318). Volendo definire la situazione attuale,
difficilmente si potrebbe aggiungere qualche cosa alle
affermazioni di Berelson e se si vuole discutere sui
progressi futuri, il suo saggio è molto stimolante anche in
tal senso.
Berelson considera lo stato presente delle ricerche
sull’opinione pubblica il settimo stadio di un processo
irreversibile, che ebbe inizio dalla generale sensazione
dell’importanza di un qualcosa chiamato opinione pubblica.
Come risultato di ciò insigni scrittori svilupparono
un’ampia speculazione su di essa durante una seconda fase
dello sviluppo. In una terza fase vennero raccolti dati
empirici dovunque era possibile, considerando articoli di
riviste, discorsi o altri documenti. La raccolta di questi dati
condusse a un intenso interesse per la metodologia della
ricerca in questo settore. È a questo punto che si ha un
quinto stadio del processo in cui agenzie commerciali
specializzate e istituti universitari si dedicano alla ricerca.
Si sono poi avuti contatti con discipline affini, quali
l’antropologia e la psicologia. Questo ha reso possibile un
settimo stadio, nel quale stiamo entrando ora, stadio in cui
si vanno sviluppando studi sistematici sull’opinione
pubblica: la ricerca sull’opinione pubblica è divenuta una
scienza sociale empirica.
Se ci occupassimo di una disciplina come la chimica o
qualsiasi altra scienza naturale, noi saremmo abbastanza
sicuri che ogni nuova fase ha incorporato ciò che di valido
era presente nel lavoro precedente. Nelle scienze sociali la
situazione non è così semplice. I progressi nella chiarezza
delle formulazioni e nella rigorosità delle verifiche
empiriche sono spesso accompagnati da una mancanza di
sensibilità per una visione più vasta dei problemi e per il
patrimonio di riflessione e di idee frutto di una più antica
tradizione di studio.
Lo scontro tra gli empiristi e i sostenitori della
tradizione classica si presenta in molti altri settori ed è
quasi sempre produttivo, da più di un punto di vista. In
primo luogo lo sviluppo empirico costringe di solito a
elaborare strumenti concettuali più acuti, che ci
consentono di considerare i classici da un nuovo
vantaggioso punto di vista: ciò che era percepito solo
oscuramente può ora essere compreso chiaramente e,
come risultato, nuove implicazioni di tutti i generi possono
essere portate alla luce. In secondo luogo, il prendere in
considerazione l’apporto della tradizione classica ci porta a
considerare problemi che sarebbero altrimenti trascurati, o
per la preoccupazione del lavoro quotidiano, o perché i
ricercatori empirici sono inclini a essere guidati
dall’attualità, piuttosto che dall’importanza dei problemi.
Infine la tradizione classica, come è stato esemplificato
dalle prime due fasi di Berelson, non è affatto superata. Noi
speriamo che gli studiosi continueranno a considerare i
problemi in un’ampia prospettiva, senza tener conto del
fatto che siano disponibili dati o schemi rigorosi d’indagine.
La stessa teorizzazione può progredire e la logica della
ricerca empirica può contribuirvi. Il nostro compito
concettuale è legare le fasi di Berelson in anelli per vedere
come le prime fasi si uniscono alle successive.
 

Complessità della nozione classica di “opinione


pubblica ”

Possiamo iniziare esaminando le discussioni sorte a


proposito della definizione stessa di opinione pubblica. Non
è per caso che sia Blumer che Rogers avanzano questa
obiezione: quando i ricercatori usano il termine “opinione
pubblica”, non sanno né possono dire che cosa intendono.
Ora, in linea di principio, questa non è un’obiezione inutile.
Le definizioni, sia implicite che esplicite, hanno invero una
grande influenza sull’attività degli studiosi. In un altro
senso, comunque, l’obiezione è piuttosto strana. Nessuno
dei due autori propone una definizione. E se si considera la
raccolta di citazioni che Rogers fa in uno dei suoi capitoli in
The Pollsters si è colpiti dal fatto che pochi tra i classici
offrono una definizione. In effetti gli scrittori più antichi ci
sommergono di commenti circa il carattere misterioso e
intangibile dell’opinione pubblica.
Perché l’opinione pubblica è così difficile da definire? Si
è generalmente d’accordo sul fatto che l’affermarsi della
classe media, il diffondersi delle istituzioni democratiche, il
ridursi dell’analfabetismo e lo sviluppo degli strumenti di
comunicazione di massa hanno fatto sorgere un interesse
per ciò che venne liberamente definito “opinione pubblica”.
Con questo termine molti autori della scuola classica si
riferiscono a persone non appartenenti alla classe
dirigente, nella quale vengono reclutati i governanti, e che
tuttavia rivendicano una voce negli affari pubblici2.
Ma due questioni divennero cruciali. Una di tipo
normativo: qual è la relazione migliore fra opinione
pubblica e il governo? L’altra è di tipo descrittivo: come
esercita effettivamente la sua influenza l’opinione pubblica?
Il termine “opinione pubblica” venne introdotto nel modo
assolutamente casuale cui abbiamo accennato. Pur essendo
apparentemente un concetto unitario, esso sta oggi a
significare un insieme complesso di osservazioni, problemi
pratici e riferimenti normativi. Vale senz’altro la pena di
seguire da vicino questo sorprendente brano di storia
intellettuale: come la complessità di una situazione storica
in sviluppo venne considerata una difficoltà linguistica
perché non esistevano categorie logiche atte a definirla. In
linguaggio moderno si direbbe che esisteva una confusione
tra il linguaggio principale concernente le osservazioni di
fatto e il linguaggio riflesso attraverso il quale le
osservazioni dovevano essere analizzate3.
Possiamo trarre l’esempio principale per questo
problema da un saggio dello storico tedesco Hermann
Oncken su Lo storico, l’uomo di Stato e la pubblica
opinione. Secondo Oncken l’uomo di Stato si occupa
fondamentalmente degli interessi durevoli del paese; perciò
i suoi scritti di storia non sono attendibili. Lo storico è
soprattutto sensibile al problema della verità; egli non deve
essere troppo implicato nelle vicende politiche per non
correre il rischio di un conflitto di valori tra verità e
opportunità. “L’Opinione Pubblica - osservare la
personificazione - sta a significare le fluttuazioni della
mente umana, libera da ogni responsabilità accademica e
politica”.
La trattazione di Oncken (1914, pp. 203-204) continua
così:
Ciò che è vago e fluttuante non può essere compreso
coercitivamente entro una formula; certamente non quando è una
vera e propria caratteristica di un concetto, che esso incorpori mille
possibilità di variazione. Ma quando tutto è spiegato diffusamente,
ognuno comprende che cosa significa opinione pubblica. Se deve
essere messa in parole, allora essa deve essere espressa con molte
clausole restrittive: l’opinione pubblica è un complesso di voci
similari di più o meno vasti settori della società concernenti i
pubblici affari (1, 2); a volte spontaneo, a volte artificialmente
manipolato (3); espressa in una molteplicità di modi, in club,
assemblee, soprattutto a mezzo stampa o forse soltanto come
sentimenti inespressi di ciascuno di noi (4); dell’uomo della strada o
di una ristretta cerchia di persone colte (8); ora un elemento di
grande importanza che gli statisti devono considerare, ora un fatto di
nessun peso politico (5); qualcosa inoltre che deve essere valutato in
modo differente in ogni paese (5 o 6); qualche volta un blocco unico,
che si erge come un’onda di marea contro il governo e gli esperti di
pubblici affari, qualche volta divisa, conciliando tendenze
contrastanti (7); ora esprimendo i sentimenti semplici e naturali del
popolo, ora le brutali manifestazioni irrazionali dell’istinto (6);
sempre guidando ed essendo guidata (5, 3); guardata dall’alto in
basso dalla gente sofisticata, eppure capace di forzare la mano degli
uomini (6, 5); contagiosa come una epidemia (10); capricciosa, infida
(9) e pazza di potere (somigliando all’uomo stesso) (6); e poi ancora
solo una parola dalla quale sono stregati coloro che detengono il
potere.

(Si sono inseriti dei numeri dopo le frasi in questo


passaggio, cosicché sia agevole il riferimento).
Ora, ciò che è interessante in questa sorprendente
formulazione è che può essere facilmente districata appena
la si confronta con quella che si potrebbe definire una
completa distribuzione di atteggiamenti. È un luogo
comune per molti di noi che un sondaggio di opinione non
consiste solo nell’individuare quante persone siano pro o
contro qualcosa. Abbiamo bisogno di conoscere le
caratteristiche sociali e demografiche di coloro che
rispondono e ci preoccupiamo di distinguere tra coloro che
conoscono e che sono interessati al problema e coloro che
non lo sono. In altre parole una buona indagine di pubblica
opinione non si risolve in una sola distribuzione di opinioni,
ma in molte distribuzioni, ciascuna per un diverso settore
della popolazione. In questo senso, Oncken dà senz’altro
una definizione di pubblica opinione. È una distribuzione
statistica di voci (nn. 1 e 7) espresse da vari settori della
popolazione (n. 2) e questi settori possono e devono essere
classificati a seconda del loro grado di competenza (n. 8).
Ma mescolati a questa definizione sono alcuni problemi
empirici che s’incontrano in investigazioni più complesse
delle semplici indagini per diversi settori. Quali fattori
determinano una certa distribuzione di opinioni in un dato
momento (n. 3)? Quali effetti esercita sui politici e sul
processo legislativo in generale (n. 5)? Come vengono
trasmesse e diffuse le opinioni (n. 10)?
Due ulteriori elementi nel brano citato preannunciano
argomenti che sono ora di grande interesse tecnico per noi.
Come si deve scegliere tra le diverse fonti e i diversi metodi
che possono essere usati per descrivere una distribuzione
di atteggiamenti (n. 4)? Oncken menziona solo ciò che è
detto nel corso di raduni e nella stampa di massa. Oggi noi
aggiungeremo le indagini per questionario e altre
procedure di ricerca più sistematiche. E ora tradurremo la
frase “capriccioso e infido” (n. 9) nella terminologia delle
tecniche di panels, distinguendo le persone che dopo
ripetute interviste mostrano atteggiamenti costanti da
quelle i cui atteggiamenti fluttuano. Infine Oncken
s’interessa ovviamente al problema normativo di come
certe opinioni debbano essere valutate; una questione sulla
quale ritorneremo in seguito.
Questo intrecciarsi di questioni definitorie e di problemi
sostanziali è caratteristico della tradizione classica.
Probabilmente si è qui di fronte a uno sviluppo
irreversibile. Ora che esistono i sondaggi, continueremo
senza dubbio a definire l’opinione pubblica una
distribuzione ben analizzata di atteggiamenti. Ma
certamente nessuno può negare che si conosce tuttora
molto poco sul modo in cui tali complete distribuzioni di
atteggiamenti vengono in essere e quale parte esse
sostengono attualmente nella formazione delle decisioni
pubbliche. E sotto il titolo generale del “fenomeno della
società di massa” continueremo sicuramente a
preoccuparci del ruolo che l’opinione pubblica dovrebbe
avere. Così il problema della definizione si risolve in una
maniera interessante. I critici del sistema dei sondaggi
temono che la soddisfazione di aver ottenuto una maggiore
chiarezza concettuale ci conduca a dimenticare alcuni dei
gravi problemi tecnici ed empirici di cui si sono occupati i
classici (e hanno ragione a preoccuparsi, almeno per
quanto riguarda alcuni ricercatori). Ma ciò che si è
trascurato è quanto è accaduto spesso nel corso della storia
del pensiero: una tecnica nuova ha permesso di discernere
i vari aspetti di un problema noto e ha preparato il terreno
per un approccio più razionale ai suoi diversi elementi4.
 

Il “sistema dell’opinione pubblica” come ponte

Vi è stato recentemente un tentativo interessante di


trovare una formulazione che superi il solco tra la
tradizione classica e gli eventi attuali. MacIver (1954) ha
introdotto il concetto di “sistema di opinione pubblica”5.
Esso implica una chiara comprensione del fatto che l’intrico
di fatti e di problemi di fronte a cui si trovavano gli scrittori
di un tempo può essere districato solo distinguendo diverse
dimensioni nel concetto di opinione pubblica. Una prima
dimensione è data dall’“allineamento delle opinioni”.
Corrisponde al tipo d’informazione che si ottiene con i
moderni sondaggi d’opinione. La seconda dimensione è
costituita dalla “struttura della comunicazione”. Questa si
riferisce a un gruppo di problemi di cui s’interessano molti
sociologi: il ruolo delle associazioni e della leadership e il
modo in cui i mezzi di comunicazione di massa e il loro
pubblico s’influenzano a vicenda. La terza dimensione è
data dall’“area di consenso”, una dimensione che tiene
conto di una distinzione che ha turbato altri scrittori.
Alcuni degli atteggiamenti rilevanti per lo studio di
situazioni storiche specifiche, presentano caratteri molto
duraturi: la gente è poco consapevole di essi, li dà per
scontati: essi vengono alla ribalta in situazioni in cui queste
convinzioni basilari sono in qualche modo minacciate.
Queste “aree di consenso” dovrebbero essere tenute
distinte dalle opinioni sui temi controversi di attualità.
Le tre componenti formano insieme il “sistema della
pubblica opinione” e due di esse sono chiaramente
parallele ai due gruppi di elementi che troviamo in Oncken.
La terza componente si propone di prendere in
considerazione un’altra difficoltà che ha tormentato gli
scrittori del secolo scorso: quali aspetti dei sentimenti
popolari sono significativi per l’analisi degli eventi sociali?
Lo psicologo sociale francese Gabriel Tarde6 ha proposto di
distinguere tra tradizione, opinione e moda. Il sociologo
tedesco Tönnies ha utilizzato la ben nota distinzione tra
Gemeinschaft e Gesellschaft, coordinando la religione con
la prima e l’opinione con la seconda. Il problema consisteva
sempre nel collocare l’“opinione pubblica” in posizione
intermedia tra il sistema di valori di una società,
abbastanza stabile e al livello del subconscio, e la fugace
reazione della gente agli eventi quotidiani.
Probabilmente la formulazione più produttiva di questo
tipo è stata posta e sviluppata dagli storici con il concetto
di “clima di opinione”7. Questo concetto diventò di moda
nel XVII secolo e acquistò vigore attraverso l’analisi di Carl
Becker dell’Illuminismo francese del Settecento. Esso è
sovente usato dagli storici per spiegare i motivi per i quali
non sono interessati alle indagini attuali; essi asseriscono
che noi non investighiamo i sentimenti semi-permanenti dai
quali si sviluppano le opinioni sugli eventi concreti.
 

La ricerca del “clima d’opinione”

Questo è davvero un argomento sul quale i classici


hanno molto da insegnarci. Qui essi si muovevano davvero
sul loro terreno, perché i documenti storici, le leggi e le
consuetudini sono un’importante fonte di ricerca dei climi
d’opinione. Ma, ancora, la situazione è piuttosto complessa.
Alcuni dei nostri più raffinati ricercatori odierni sostengono
che possiamo scoprire i valori fondamentali d’ogni gruppo
di popolazione utilizzando dei “test proiettivi”; gli
antropologi soprattutto inclinano verso questo punto di
vista. Ma tali procedure sono costose, anche se utilizzate su
scala ridotta ed è quasi impossibile applicarle con un
campione sufficientemente rappresentativo. Una soluzione
di compromesso consiste nello sviluppo di elementi
proiettivi piuttosto semplici, che si possono adoperare
nell’ambito di una ricerca campionaria sufficientemente
estesa. Non abbiamo ancora fatto grandi progressi in
questa direzione e vale quindi la pena di cercare di valutare
la situazione attuale.
Alcuni esempi si possono trarre dagli studi correnti sul
“carattere nazionale”. Troviamo differenze considerevoli
tra le nazioni se poniamo domande del tipo: “Si può aver
fiducia nella gente? È possibile mutare la natura umana? I
figli dovrebbero consultare i propri genitori prima di
sposarsi? È pericoloso contraddire i propri superiori? Il
clero e gli insegnanti dovrebbero essere rispettati nella
comunità? Vivreste volentieri in un altro paese? Che cosa
approvate o disapprovate maggiormente nei vostri vicini?”.
Entro uno stesso paese, le differenze di classe sono state
oggetto d’indagini particolari. Così chiedendo per esempio
“per quali colpe si dovrebbero punire i ragazzi? Quanta
fiducia hanno gli adolescenti nei loro genitori? Quali
decisioni prende il marito senza consultare la moglie?” le
risposte indicano se i “mores” varino tra i differenti strati
sociali. In più le tensioni tra le classi possono essere
investigate con test proiettivi. Si può domandare: “I
tribunali e la polizia sono considerati imparziali, o
favoriscono i ricchi? Il lavoratore o l’uomo d’affari pensano
di avere più tratti in comune con persone della stessa
classe sociale di altri paesi o con le persone di una diversa
classe del proprio paese? È particolarmente interessante
leggere novelle e romanzi che parlino di gente della propria
classe sociale?”8.
Un interesse particolare possono avere le ricerche
ripetute al cambiare della scena politica. In un’inchiesta
condotta in Germania nel 1946, si chiese a un campione
della popolazione se considerava il coraggio fisico una
qualità importante per un uomo. Più del 90 per cento
rispose di no. Questo rifletteva probabilmente la
disillusione per l’ideologia nazista, e anche uno sforzo di
indovinare ciò che l’intervistatore americano desiderava
sapere. Sarebbe stato molto istruttivo ripetere questa
domanda pochi anni dopo la ricostituzione dell’esercito
tedesco. Se il prestigio del coraggio fisico accresce
rapidamente, possiamo cominciare a preoccuparci delle
conseguenze del riarmo tedesco.
 

Rileggendo Dicey: l’effetto di “feed-back ”

Al di là del contrasto sulle definizioni, poi, esistono serie


difficoltà concernenti la scelta dei problemi importanti. La
scelta dei problemi, a sua volta, aiuta a determinare quali
tipi di tecniche abbiano bisogno di sviluppo e quali dati
debbano essere raccolti. Ma vi è anche un’altra relazione
tra il modo di pensare in una scienza sociale e il suo
sviluppo tecnico. Le proposizioni sviluppate dai classici
erano di natura più vasta e in certo modo differente da
quella dei risultati più macroscopici di cui c’interessiamo
oggi. Solo raramente la discrepanza è abbastanza ridotta
da permettere che i problemi della tradizione classica siano
avvicinati con le nuove tecniche e i nuovi orientamenti.
Si ha un’eccezione in uno dei più famosi testi classici:
The Relations Between Law and Public Opinion in England
During the 19th Century (1920) del Dicey. Il titolo lascia
trasparire chiaramente lo scopo del lavoro. L’interesse
dell’autore è rivolto principalmente ai mutamenti che
ebbero luogo in Inghilterra tra il 1840 e il 1880. La prima
data rappresenta l’apice del laisser faire, quando ci si
sforzò di ridurre al minimo l’interferenza del governo negli
affari economici. Dal 1880 venne posta in vigore una
cospicua legislazione sociale, e iniziò un’epoca che non
incontra il favore del Dicey e che egli definisce
indifferentemente l’era del collettivismo o del socialismo.
Egli non solo tenta di descrivere gli effetti delle tendenze
delle opinioni prevalenti sulla legislazione: egli cerca anche
di rendersi conto dei mutamenti d’opinione e individua un
certo numero di “caratteristiche”, cioè generalizzazioni che
vogliono tentare di spiegare i modi in cui avvengono tali
cambiamenti. Una di queste regole riguarda ciò che oggi si
potrebbe chiamare un effetto di feed-back: “le leggi
alimentano o creano le opinioni”.
Oggi disponiamo di un considerevole ammontare di dati
che dimostrano che Dicey aveva ragione. Cantwell e Hyman
hanno dimostrato che immediatamente dopo che il
Congresso approva una legge, tende a esserci un aumento
nel numero di persone che l’approvano (i loro esempi vanno
dai dibattiti sull’allargamento della Corte Suprema al Piano
Marshall). Plank ci fornisce dati simili per la Francia, dove
le inchieste sull’opinione pubblica hanno posto in luce un
aumento di approvazione per una serie di accordi
internazionali proprio in seguito alla loro firma. Ma come
poteva Dicey essere a conoscenza di questo, quando
ovviamente non erano disponibili prove del genere? Ancora
una volta, un’attenta lettura delle sue argomentazioni
permette di separare gli elementi “all’antica” da quelli
creativi e durevoli. Da un lato, egli definisce la sua regola
una “verità incontestabile” e sembra pensare di poterla
derivare da principi fondamentali. Dall’altro egli appoggia
la sua tesi su esempi, sviluppando diverse idee interessanti
nel corso della sua argomentazione. Secondo lui, molte
persone sono abbastanza incerte in quanto a opinione, così
che quando una legge è attuata “i principi ispiratori di
questa acquistano prestigio dal suo mero riconoscimento
da parte del Parlamento”. In effetti, egli dice, quanto meno
chiaramente questo principio ispiratore è formulato, con
più probabilità esso verrà accettato. La legislazione
spicciola su questioni secondarie spesso “introduce
clandestinamente delle idee che non sarebbero accettate se
portate di fronte all’attenzione del paese in una forma più
esplicita”.
In ciò si può quasi vedere una prima formulazione di una
teoria su come i “fatti compiuti” trovano approvazione.
Termini moderni come “legittimazione”, “nuovo indirizzo
dell’attenzione” e “natura di un equilibrio instabile in una
debole struttura di opinione” si possono facilmente inserire
nelle discussioni di Dicey. Ma il fatto più interessante dal
nostro punto di vista è che in nessuna delle pubblicazioni
moderne, che presentano dati sul fenomeno di feed-back è
stato fatto il più piccolo sforzo per spiegarlo. Questa
“rilettura” dell’opera di Dicey mostra una seria lacuna nel
nostro approccio odierno e costituisce il primo impulso per
colmarla.
 

La verifica empirica delle intuizioni classiche


Sensibilizzati da un tale episodio, adesso possiamo
sollevare di nuovo la questione di dove possiamo trovare
ulteriore materiale da applicare alle osservazioni degli
autori classici. Ovviamente questo materiale non può
provenire da una singola inchiesta sull’opinione pubblica, e
i periodi di tempo coperti dalla ricerca empirica sono
generalmente troppo brevi per essere di grande aiuto. Ma
adesso stiamo iniziando a collezionare dati comparati sulla
pubblica opinione, e questi costituiscono la base per
generalizzazioni più ampie. L’impulso in questo senso è
venuto ampiamente da altri settori. Le inchieste sui modelli
di cultura compiute a Yale da alcuni antropologi hanno dato
luogo a una quantità di opere interessanti che confrontano
la struttura sociale o le pratiche di educazione dei fanciulli
di parecchie tribù primitive. I sociologi industriali hanno
confrontato la produttività di gruppi di lavoro con diverse
condizioni di leadership e d’interazione personale tra i
membri. Gli studiosi di scienza politica hanno incominciato
a servirsi dei quarantotto Stati del nostro paese come di
una specie di laboratorio politico.
Lentamente la ricerca sugli atteggiamenti è stata inclusa
in questo nuovo movimento. James Bryce ha confrontato
l’Inghilterra e gli Stati Uniti, tra loro, in termini di
partecipazione politica. Egli giunge alla conclusione che in
ogni paese si possono distinguere tre strati: quelli che
prendono decisioni politiche; quelli che le discutono
seriamente e influenzano gli esecutori attraverso la stampa
e i libri, i convegni e così via; e infine le masse politiche
inerti e disinteressate. Bryce (1920) pensava che il gruppo
centrale fosse considerevolmente più vasto negli Stati Uniti
che in Europa; ma non aveva prove. Oggi prove precise
potrebbero essere fornite dall’“indice di attività politica”
costruito da Julian Woodward ed Elmo Roper (1954, pp.
872 sgg.). Essi hanno ottenuto informazioni sulle attività
dei loro intervistati nei partiti e nei gruppi di pressione; la
misura in cui essi discutevano di politica con gli amici, la
frequenza con cui votarono ecc. Infine, hanno diviso la
popolazione americana in quattro gruppi: coloro che erano
molto attivi (10 per cento), coloro che erano attivi (17 per
cento), gli inattivi (35 per cento) e coloro che erano molto
inattivi (38 per cento). Probabilmente non erano inclusi nel
loro campione coloro che prendevano realmente le
decisioni, ma una lettura ragionata delle domande posta da
Woodward e Roper farebbe corrispondere il 27 per cento di
attivi al secondo gruppo di Bryce e il 73 per cento di
inattivi al terzo gruppo. Come di consueto, la divisione è
necessariamente un po’ arbitraria, ma un tale indice, una
volta costruito, potrebbe essere idoneo a operare confronti
nel tempo e nello spazio.
In campo internazionale, il nostro miglior esempio
proviene da un’inchiesta sugli atteggiamenti effettuata
dall’UNESCO in nove paesi nel corso del 1948 (Buchanan,
Cantril 1953). Scegliamo una fase di questo studio perché
pone gli atteggiamenti in relazione con un indice
economico. Si chiese agli intervistati di nove nazioni quale
paese del mondo poteva offrire loro la vita che avrebbero
desiderato condurre. Per ciascuna delle nove nazioni la
proporzione degli intervistati che nominarono il loro paese
venne considerata come un “indice di soddisfazione”. Tale
indice venne utilizzato in connessione con un gruppo di dati
che indicavano per ogni paese il numero di calorie
disponibili pro-capite. Tale misura di benessere economica
correlava allo 0,75 con l’indice di soddisfazione. Anche le
deviazioni suggerirono interessanti considerazioni. Per
esempio, il Messico aveva lo standard di vita più basso, ma
il grado di soddisfazione dei suoi abitanti era relativamente
elevato. Gli olandesi, d’altro canto, presentavano un basso
grado di soddisfazione, nonostante un livello di vita
relativamente buono. Questo potrebbe essere dovuto alla
devastazione della guerra, la perdita dell’Indonesia, o
all’alta densità di popolazione dell’Olanda.
 
Accertamento empirico e “dover essere”

Dobbiamo adesso ritornare a un elemento del quadro


che abbiamo trascurato in precedenza. La tradizione
classica è molto interessata al problema di ciò che
dovrebbe essere la giusta relazione tra opinione pubblica e
governo democratico. L’obiezione più valida di Rogers ai
ricercatori contemporanei concerne esattamente questo
punto: essi o non si occupavano del problema o fanno
ingenue asserzioni sul fatto che il governo dovrebbe fare
ciò che le inchieste di pubblica opinione indicano essere i
desiderata della popolazione. Questo è un problema
normativo e perciò è importante sapere quale può essere la
relazione tra le scelte di valore e i risultati di fatto della
ricerca empirica. Maggiore è la conoscenza che noi
abbiamo delle probabili conseguenze di certe misure,
maggiore è la certezza che possiamo nutrire sulla
possibilità che avranno di realizzarsi i valori per cui ci
battiamo, e più razionale quindi sarà la scelta tra gli stessi
valori qualora fossero in conflitto9.
Nei primi scritti sull’opinione pubblica, problemi di
valore come questo erano discussi in un linguaggio
pseudofattuale che rendeva particolarmente difficile il
dialogo tra le generazioni. Si consideri, per esempio, il
primo importante libro americano sull’argomento: Public
Opinion and Popular Government di A. Lawrence Lowell
(1913). Nelle prime ottanta pagine di questo libro, Lowell si
propone di scoprire cosa sia la “vera” opinione. La prima
reazione di un lettore moderno, è di considerare la
questione assurda (sarebbe come chiedersi: “che cos’è la
vera elettricità?”) e scartare il libro. Sarebbe però un
errore. Perché, dopo considerevole sforzo, si apprende che,
per “vero”, Lowell intende il tipo di pubblica opinione che
un governo democratico dovrebbe tenere in
considerazione.
Sulla base di questa premessa si scopre che Lowell ha
tre criteri molto diversi per classificare la “vera” opinione
pubblica. In termini correnti possiamo esprimerli così: a)
Dovrebbero essere considerate solo le opinioni espresse
dopo un’idonea discussione generale e solo di persone che
hanno considerato a lungo la questione. Se si volesse tener
conto di ciò negli odierni sondaggi d’opinione, mentre le
persone caute e attente potrebbero essere prontamente
identificate dalle buone inchieste, il momento in cui il
sondaggio deve essere effettuato, se questo deve essere
utilizzato dai dirigenti governativi, fa sorgere un gran
numero di problemi importanti, b) Né le elezioni né i
referendum in realtà accertano esattamente le opinioni
delle persone; le prime falliscono perché non sono centrate
intorno ad argomenti, e i secondi perché non sappiamo se
vi partecipano le persone “giuste” (informate). Certamente
Lowell avrebbe ben accolto i sondaggi, purché
propriamente analizzati e interpretati. c) Certi argomenti
non dovrebbero mai essere sottoposti a legislazione e,
perciò, non possono essere oggetto di “vera” opinione
pubblica; la religione è un esempio specificamente
menzionato dalla costituzione americana. Qui ci imbattiamo
nell’intricato problema dell’esclusione di certi argomenti
dalle valutazioni dell’opinione pubblica. In questi campi la
“vera” opinione dovrebbe essere accertata da un’inchiesta
sull’opinione pubblica, dall’analisi storica della tradizione
di un paese, o da una considerazione filosofica generale?
Lowell non solleva e non risponde a queste domande, ma
suggerisce interrogativi interessanti su ciò che la gente
considera argomento privato e ciò che considera
argomento pubblico in varie circostanze.
 

Opinione pubblica e politica governativa


La relazione tra l’opinione e la politica governativa è
stata discussa in un altro tipo di letteratura, alla quale
potremmo con profitto fare più attenzione di quanto
abbiamo fatto precedentemente. Vi sono scrittori che
tentano di accostare questioni normative a mezzo di
un’attenta analisi degli avvenimenti storici, analisi nella
quale essi prima descrivono poi giudicano le conseguenze
delle misure effettivamente prese. Prima di considerare
esempi concreti si deve fare attenzione agli aspetti storici
del problema stesso. Gli studi storici di Emden (195 6)10
rivelano i grandi mutamenti che avvennero nel clima di
opinione britannico in proposito. Un secolo e mezzo fa, per
esempio, era illegale pubblicare qualsiasi resoconto dei
dibattiti del Parlamento britannico. In seguito furono
permessi dei riassunti, ma non potevano essere resi
pubblici i voti dei singoli membri. Soltanto dal 1845, e dopo
serio dibattito, vennero pubblicati rapporti ufficiali. Per
converso, fino al 1880 circa, era considerato inammissibile
per gli uomini politici, ministri inclusi, tenere comizi alla
popolazione. Essi potevano rivolgersi al loro collegio
elettorale, ma altrimenti solo il Parlamento era considerato
il luogo idoneo per un dibattito11.
Tre studi monografici dettagliati hanno analizzato la
relazione tra la politica governativa e l’opinione pubblica in
un modo particolarmente interessante. Uno fu pubblicato
nel 1886 ed è spesso citato, ma è raramente letto a causa
della sua eccessiva lunghezza (Thompson 1954). Esso tratta
della tensione tra Russia e Turchia intorno al 1880, che
condusse al Congresso di Berlino. Il motivo di discordia tra
i due paesi era la protezione della popolazione cristiana dei
Balcani, allora parte dell’impero turco. Secondo l’autore, la
popolazione britannica era per la liberazione delle province
balcaniche, un desiderio che corrispondeva alle richieste
del governo russo. Disraeli (Lord Beaconsfield) temeva
un’estensione dell’influenza russa in Europa, e la sua
politica era sostanzialmente quella di aiutare i turchi. Così
si ebbe una situazione in cui il governo britannico agiva
deliberatamente in politica estera contro l’opinione della
maggioranza della stampa inglese e delle organizzazioni
civiche. Thompson dà una descrizione vividamente
documentata delle drammatiche azioni e reazioni delle due
parti in lotta: come gli avvenimenti rafforzassero ora l’uno
e ora l’altro dei contendenti e come ciascuno di essi
reagisse alle mosse dell’altro. Il problema normativo che
interessa l’autore è se un governo, pur avendo la
maggioranza in Parlamento per l’appoggio del suo partito,
deve rassegnare le dimissioni quando vi sono segni
inconfondibili che la popolazione in genere non è d’accordo
sulla sua politica. Intorno al 1880 questo non entrava
ancora nella tradizione britannica; probabilmente vi
rientrerebbe oggi.
I dati sui quali si basava Thompson erano discorsi,
mozioni, articoli di fondo e documenti similari. Il suo
contributo consiste nell’analisi minuziosa delle diverse fasi
del conflitto. Ma egli doveva esaminare la materia, per così
dire, dall’esterno; egli non aveva nessuna informazione sul
modo in cui venivano prese le decisioni o nel gabinetto
britannico o nei vari gruppi che organizzavano ciò che egli
chiamava le “agitazioni”, il movimento anti-turco.
Un libro molto più recente di Lynn M. Case (1954) è
importante perché possiede proprio questo tipo
d’informazione. Durante il secondo impero il governo
francese possedeva un’organizzazione accurata per
ottenere rapporti sull’opinione pubblica attraverso
funzionari amministrativi di tutto il paese. Questi non erano
i consueti rapporti della polizia segreta, che denunciavano
singole persone, ma erano piuttosto impressioni
spassionate sul modo in cui i vari gruppi sociali reagivano
alla politica di Napoleone III12. In tempi di crisi questi
rapporti arrivavano con una frequenza settimanale. Case
non solo traccia un ottimo quadro di questi interessanti
rapporti; egli parla anche dell’effetto che essi ebbero sulla
politica estera del secondo impero, citando verbali delle
sedute di gabinetto, durante le quali furono discussi e usati
come argomentazione dai partecipanti.
Questo libro include un drammatico episodio in cui le
implicazioni normative risaltavano con particolare
chiarezza. Nel 1866, Napoleone desiderava intervenire
nella guerra austro-prussiana, per evitare una vittoria
prussiana. I rapporti sull’opinione pubblica indicarono,
comunque, un tale desiderio di pace nella popolazione e un
tale pericolo di rivoluzione in caso di guerra, che il gruppo,
che nel gabinetto era contrario alla guerra, riuscì a
prevalere. Il risultato fu che la Prussia divenne tanto
potente che quattro anni più tardi potè dichiarare guerra
alla Francia, guerra che condusse alla sconfitta di
Napoleone III e alla line del regime. Case pone in dubbio
l’efficacia di una politica estera guidata dall’opinione
pubblica13.
Infine, abbiamo lo studio di W. P Davison sul ponte aereo
di Berlino. Egli vi riporta dati ottenuti da un sondaggio
tenuto in vari settori di Berlino e da interviste, effettuate
tra funzionari politici americani e tedeschi a vari livelli. Egli
mostra come la reazione del pubblico passasse
dall’incredulità, attraverso l’esitazione, alla decisione di
schierarsi a lato delle potenze occidentali. Davison pone
l’accento su un complesso gioco di azioni e reazioni: la
determinazione americana venne rafforzata
dall’atteggiamento favorevole dei tedeschi; per contro il
ponte aereo rafforzò le speranze tedesche che gli alleati
non li avrebbero abbandonati e che i russi non avrebbero
potuto occupare la città; questo spinse molti individui
incerti a prendere parte apertamente ad attività
anticomuniste. Le principali applicazioni pratiche di questo
studio riguardano la relazione tra leadership e opinioni
pubbliche in periodi cruciali a causa della necessità di
un’azione rapida. Davison pensa che i capi dell’apparato
amministrativo debbano correre dei rischi e confidare che
la massa della popolazione li appoggi in seguito14.
 

Necessità di una sintesi classico-empirica

In conclusione, sono disponibili scritti di valore sulla


relazione tra le decisioni governative e l’opinione pubblica.
Essi sono inadeguati a un tipo ideale di ricerca solo nella
misura in cui l’informazione sull’opinione pubblica è di
natura più o meno deduttiva. Senza dubbio, ci vorrà un bel
po’ di tempo prima che si giunga a una unione delle due
correnti: un’attenta analisi secondo la tradizione classica
integrata da moderni dati empirici. Adesso, non sembra
ingiustificato concludere queste considerazioni in un modo
un po’ utopistico. Durante un dibattito sul rapporto tra
storia e ricerche sull’opinione pubblica, uno storico osservò
che anche nel futuro i suoi colleghi non avranno bisogno di
studi sugli atteggiamenti; essi sapranno ciò che è accaduto
in un dato periodo e da questo potranno inferire che cosa
era “l’opinione pubblica effettiva” del tempo. Tuttavia lo
storico dell’economia francese Ferdinand Braudel ci
fornisce una replica pertinente:
Gli eventi vittoriosi avvengono come risultato di molte possibilità
spesso contraddittorie, tra le quali la vita ha infine fatto la propria
scelta. Per una possibilità che si è realizzata, innumerevoli altre sono
cadute. Queste sono possibilità che hanno lasciato scarsa traccia per
gli storici. Eppure è necessario dare loro il posto che meritano
perché i movimenti perdenti sono forze che hanno influenzato in ogni
momento il risultato finale, talvolta ritardando e talvolta accelerando
il suo sviluppo. Lo storico dovrebbe essere interessato anche agli
elementi di opposizione, al loro flusso che non fu arrestato con
facilità a quel tempo. Le idee che non hanno potuto essere realizzate
in un dato momento, possono tuttavia aver reso possibile la vittoria
di un’altra idea13.
In altre parole, se un avvenimento è il risultato di
parecchie tendenze potenziali, nessuna delle quali è stata
interamente attuata, allora non può essere compreso a
fondo se non si conoscono le “tendenze”. E illogico
rovesciare l’analisi e derivare ciò che era potenziale da ciò
che era in atto, perché diverse combinazioni di tendenze
potrebbero avere condotto allo stesso risultato. Soltanto i
dati sugli atteggiamenti possono fornire le componenti che
produssero il risultato finale.
In tal modo, la necessità di ampi studi sugli
atteggiamenti diventa sempre più ovvia sotto tutti gli
aspetti. Ma diviene più evidente anche la complessità di
questo compito. Mentre i cultori moderni di studi empirici
hanno ragione di rallegrarsi dei loro progressi, non vi è
dubbio che essi possono guadagnare molto da uno stretto
contatto con la tradizione classica. Non dobbiamo lasciarci
spaventare dal modo di ragionare un po’ superato dei
classici. È stato detto che l’essenza del progresso consiste
nel lasciare le ceneri e prendere le fiaccole dagli altari dei
propri antenati.
 
 

* Da Lazarsfeld 1957, pp. 891-913 della trad. it.


1 Per una breve, eccellente storia degli sviluppi della scuola empirica
vedere G. Allport (1935).
2 In un libro di Emden (1956), sul quale torneremo in seguito, si può
trovare un’interessante storia del termine “il popolo”. Egli mostra come in
vari periodi della storia inglese “il popolo” fosse costituito da coloro che
non avevano ancora il diritto di voto, ma l’avrebbero ottenuto con la
successiva riforma parlamentare. In Germania, prima della prima guerra
mondiale gli intellettuali liberali erano in pratica esclusi dal governo; non
è pertanto sorprendente che il sociologo tedesco Tönnies abbia definito
l’opinione pubblica come l’opinione degli esperti (Gelehrte), degli uomini
cioè che si occupavano di problemi politici, ma che non avevano accesso ai
centri di potere.
3 È interessante notare che almeno uno storico si è occupato di un
problema simile in un’epoca precedente. Lucien Febvre (1947, pp. 383-
481) asserisce che nella Francia del XVI secolo era impossibile lo sviluppo
di una forma sistematica di scetticismo religioso, perché il linguaggio non
forniva la necessaria base intellettuale.
4 Si può fare un parallelo interessante, con l’invenzione dei numeri
arabi. Anche questa invenzione era di natura squisitamente tecnica, ma
permise in seguito la formulazione e la soluzione di problemi che non si
potevano studiare col simbolismo numerico conosciuto nell’antichità.
5 La “struttura delle comunicazioni” come parte del “sistema di
opinione pubblica” è una maniera felice di evidenziare un tratto comune a
molti scrittori della tradizione classica. Hans Speier (1950, pp. 376-388),
per esempio, prende “un approccio storico alla opinione pubblica”; egli
fornisce principalmente materiale interessante sul come si forma
un’opinione per esempio nei caffè, nei bar ecc. Egli s’interessa solo
marginalmente al processo di “allineamento dell’opinione”.
6 Il suo libro in materia (Tarde 1901), non è ancora stato tradotto in
inglese. Esso comunque è stato ben riassunto in Sorokin (1928). Anche il
saggio di Herbert Blumer (1953, pp. 43-49) in materia di massa e opinione
è un’interpretazione del pensiero di Tarde.
7 Per qualche riferimento storico sul termine “clima di opinione”
vedere Merton (1958, p. 216, nota 6).
8 La funzione di tali domande nei questionari è discussa in generale ed
esemplificata da Jean Stoetzel in un articolo (1953, pp. 527-536) sull’uso
dei sondaggi nell’antropologia sociale. Tra l’altro, Stoetzel è stato il primo,
nella sua dissertazione francese, a porre l’accento sui rapporti che
intercorrono tra la storia e le ricerche sugli atteggiamenti.
9 Mentre vi è accordo sulla logica generale del problema, scarso lavoro
è stato compiuto per analizzare quali argomentazioni sono oggi suffragate
dai fatti nella discussione dei problemi sociali. Ovviamente, questo non
corrisponde alle regole della logica formale. Ma non ci riferiamo neppure
agli abusi della propaganda che sono stati descritti mediante analisi del
contenuto. Ciò che intendiamo è la descrizione sistematica dei tentativi di
giungere a conclusioni ragionevoli partendo da dati necessariamente
insufficienti. Il problema è simile all’altro - altrettanto poco studiato - che
consiste nello scoprire in che misura le decisioni del governo e del mondo
degli affari sono connesse ai dati di fatto a loro disposizione.
10 Questo libro contiene molte informazioni interessanti, per esempio,
la storia delle petizioni nel XIX secolo (pp. 74 sgg.). Le petizioni caddero in
disuso, perché non era possibile sapere quale settore della popolazione
fosse rappresentato dai firmatari. Una lettura della discussione, effettuata
quasi cento anni fa, mostra che ciò che si cercava a quell’epoca era un
campionamento rappresentativo, effettuato da un organo neutrale.
11 Anche oggi la tradizione inglese è completamente diversa da quella
americana. Se il Congresso sta discutendo una legge, la radio e la
televisione ci sommergono di dibattiti e conferenze stampa
sull’argomento. La British Broadcasting Corporation, invece, non permette
che si parli delle leggi nelle due settimane precedenti il dibattito
parlamentare, al fine d’impedire che la voce pubblica abbia un’influenza
sulle deliberazioni del corpo legislativo.
12 Nella parte storica del suo libro, Tönnies (1935) dedica un capitolo
alla Francia. Egli vi riporta una lettera di Mirabeau a Luigi XVI per
sollecitare proprio questo tipo di organizzazione. Non è dato sapere se
l’organizzazione descritta da Case risalga a questi primi tentativi.
13 Egli assume una posizione simile a quella di Almond e Speier nei
loro scritti sull’argomento.
14 Questo studio è il primo che combini dati tratti da un sondaggio con
un’analisi storica tradizionale.
15 Da una risposta polemica in materia di “economia storica" apparsa
sulla «Revue Economique», 1952.
Delimitazione propedeutica di un tipo di sfera
pubblica borghese*

Jürgen Habermas

 
 
 
 
 

Il problema iniziale

L’uso linguistico di “pubblico” e di “sfera pubblica”


tradisce una molteplicità di significati concorrenti. Essi
risalgono a diverse fasi storiche e, una volta applicati
sincronicamente ai rapporti della società borghese
industrialmente avanzata e organizzata nelle forme dello
Stato sociale, stabiliscono contatti equivoci. Indubbiamente
però questi stessi rapporti, mentre resistono al tradizionale
uso linguistico, pretendono comunque un’applicazione
anche approssimativa di questa parola e addirittura un
impiego terminologico. Infatti non solo il linguaggio
corrente, e particolarmente quello coniato dal gergo delle
burocrazie e dei mezzi d’informazione di massa, continua a
usarle, ma anche le scienze, soprattutto la giurisprudenza,
la politica e la sociologia, si dimostrano chiaramente
incapaci di sostituire categorie tradizionali come “pubblico”
e “privato”, “sfera pubblica” e “opinione pubblica” con
determinazioni più precise. Innanzitutto questo dilemma si
è ironicamente vendicato di quella disciplina che assume
espressamente a proprio oggetto la pubblica opinione:
sotto l’assalto delle tecniche empiriche, si è dissolto in
quanto grandezza inafferrabile quel che in realtà doveva
essere colto dalla public opinion research1,; ciò nonostante
la sociologia si sottrae alla conseguenza di rinunciare a
queste categorie, e di pubblica opinione parla oggi come
ieri.
Definiamo “pubbliche” quelle istituzioni che,
contrariamente alle società chiuse, sono accessibili a tutti -
nello stesso senso in cui parliamo di piazze pubbliche o di
case pubbliche. Ma già dire “edifici pubblici” non si
riferisce soltanto alla loro generale accessibilità: neppure
occorre che essi siano aperti alla pubblica frequentazione;
semplicemente danno ricetto a istituti statali e come tali
sono pubblici. Lo Stato è il “potere pubblico”. Deve
l’attributo di “pubblico” al suo compito di provvedere al
bene pubblico e comune di tutti coloro che sono consociati
sotto lo stesso diritto. La parola acquista un altro
significato se si parla, per esempio, di un “ricevimento
pubblico”; in tali occasioni si manifesta una forza di
rappresentanza nel cui “carattere pubblico” trapassa, in
qualche modo, il pubblico riconoscimento. Ciò nonostante il
significato si modifica se diciamo che qualcuno si è fatto
pubblicamente un nome: il carattere pubblico della
reputazione o addirittura della fama risale a epoche che
non sono quelle della “buona società”.
Ciò non pertanto, non abbiamo ancora accennato all’uso
più frequente di questa categoria, nel senso di pubblica
opinione, di sfera pubblica indignata o informata,
significati, questi, che si riconnettono a quelli di “pubblico”,
“pubblicità”, “pubblicare”. Il soggetto di questa sfera
pubblica è il pubblico quale depositario della pubblica
opinione; alla sua funzione critica si riferisce la pubblicità:
per esempio, il carattere pubblico dei dibattiti processuali.
Nell’ambito dei mass media, la “pubblicità” ha
indubbiamente mutato significato. Da funzione
dell’opinione pubblica essa diventa altresì attributo di colui
che attira su di sé l’opinione pubblica: le public relations,
quelle attività che recentemente hanno preso il nome di
“lavoro di contatto con il pubblico”, mirano alla creazione
di una tale publicity. Lo stesso carattere pubblico si
presenta come una sfera; a quello privato si contrappone
l’ambito pubblico. Talora esso appare semplicemente come
la sfera della pubblica opinione che è appunto in antitesi al
potere pubblico. A seconda dei casi, sono considerati
“organi della sfera pubblica” gli organi dello Stato oppure
invece i mass media, i quali, come la stampa, servono alla
comunicazione nel pubblico.
Un’analisi storico-sociale della sindrome semantica di
“pubblico” e “sfera pubblica” potrebbe ricondurre i diversi
strati storico-linguistici al loro concetto sociologico. Già è
istruttivo il primo riferimento etimologico al termine
Oeffentlichkeit. Nella lingua tedesca il sostantivo si forma
dall’aggettivo öffentlich, più antico, solo nel corso del XVIII
secolo in analogia con publicité e publicity (Grimm, Grimm
1889); ancora alla fine del secolo la parola è così inusitata
che Heynatz ha difficoltà ad accettarla (Weigand 1910). Il
fatto che soltanto in questo periodo si senta il bisogno di
dare un nome alla nozione di “sfera pubblica”, ci autorizza
a supporre che, almeno in Germania, questa sfera si sia
creata e abbia assunto la sua funzione soltanto allora; essa
appartiene specificamente alla “società borghese” che si
costituisce proprio in quel tempo con le sue proprie leggi,
come ambito dello scambio di merci e del lavoro sociale.
Già molto tempo prima, tuttavia, si parla di “pubblico” e di
ciò che non è pubblico, ma “privato”.
Si tratta di categorie di origine greca, che ci sono state
trasmesse nello stampo linguistico romano. Nella città-stato
greca al culmine del suo sviluppo, la sfera della polis, che è
comune (koinon) ai liberi cittadini, è rigorosamente
separata dalla sfera dell’oikos, che è propria di ogni singolo
(idion). La vita pubblica, bios politikòs, si svolge sulla
piazza del mercato, l’agorà, ma non è legata a fatti locali: il
carattere pubblico si costituisce tanto nel dialogo (lexis),
che può assumere anche la forma del dibattito e della
sentenza giudiziale, quanto nell’agire comune (praxis),
riguardi esso la condotta della guerra oppure i giochi
agonistici. (Spesso vengono chiamati stranieri a legiferare;
la redazione delle leggi non appartiene specificamente ai
compiti pubblici.) L’ordinamento politico, com’è noto,
poggia sull’economia schiavistica in forma patrimoniale. I
cittadini, cioè, sono affrancati dal lavoro produttivo; la
partecipazione alla vita pubblica dipende, però, dalla loro
privata autonomia di capi-famiglia. La sfera privata non è
legata alla casa soltanto per il nome (greco); ricchezza
mobile e disposizione sulla forza-lavoro non possono
surrogare il potere sull’economia domestica e sulla
famiglia, mentre, all’opposto, la povertà e la mancanza di
schiavi costituirebbero già di per sé un impedimento per
l’ammissione alla polis: proscrizione, espropriazione e
distribuzione della casa fanno tutt’uno. La posizione nella
polis si fonda così sulla posizione dell’oikos-despòtes. Sotto
la protezione del suo dominio si svolge la riproduzione della
vita, il lavoro degli schiavi, il servizio delle donne, si
susseguono nascite e morti; il regno della necessità e della
caducità resta immerso nell’ombra della sfera privata. Di
fronte a esso la sfera pubblica si leva,
nell’autointendimento dei greci, come un regno della
libertà e del permanente. Solo alla luce della sfera pubblica
ciò che è diventa manifesto, tutto diventa visibile a tutti.
Nel dialogo dei cittadini fra loro le cose si articolano nel
linguaggio e acquistano forma; nella lotta degli eguali fra di
loro si mettono in vista i migliori e conquistano la loro
essenza, l’immortalità della gloria. Mentre nei confini
dell’oikos i bisogni elementari e il conseguimento del
necessario alla vita sono pudicamente celati, la polis offre
campo libero a chi vuole distinguersi onorevolmente: i
cittadini trattano, sì, da eguali con eguali (homoioi), ma
ognuno si sforza di emergere (aristoièin). Le virtù, il cui
catalogo è codificato da Aristotele, trovano conferma
unicamente nell’ambito pubblico e in esso trovano il loro
riconoscimento.
Questo modello della sfera pubblica ellenica
(ultimamente in Arendt 1958), così come ci è stato
trasmesso, in forma stilizzata, nell’autointerpretazione dei
greci, a cominciare dal Rinascimento fino ai nostri giorni ha
in comune con tutta la cosiddetta “classicità” una forza
normativa peculiare. Non la formazione sociale che ne è il
fondamento; ma proprio il paradigma ideologico ha
conservato, oltre i secoli, la sua continuità, appunto come
continuità storico-spirituale. Innanzitutto, attraverso il
Medioevo, le categorie del pubblico e del privato sono state
tramandate nelle definizioni del diritto romano, la sfera
pubblica come res publica. Senza dubbio è soltanto con la
formazione dello Stato moderno e di codesta sfera, da esso
distinta, della società civile borghese, che tali categorie
trovano un’applicazione efficace sotto il profilo tecnico-
giuridico. Esse servono sia all’interpretazione politica che
all’istituzionalizzazione giuridica di una “sfera pubblica”
borghese in senso specifico. Frattanto, da circa un secolo,
le sue basi sociali stanno per la verità nuovamente
disfacendosi; la tendenza alla disgregazione della
dimensione pubblica è inequivocabile: mentre la sua sfera
si estende sempre più vistosamente, la sua funzione si va
ulteriormente depotenziando. Ciò nonostante, l’ambito
pubblico continua a essere un principio di organizzazione
del nostro ordinamento politico. Esso è manifestamente
qualcosa di più e di diverso da un brandello d’ideologia
liberale che potrebbe essere tranquillamente spazzato via
dalla democrazia sociale. Se si riesce a capire
storicamente, nelle sue strutture, l’insieme che oggi,
abbastanza confusamente, sussumiamo sotto il titolo di
“sfera pubblica”, possiamo per ciò stesso sperare di
cogliere sistematicamente, al di là di una chiarificazione
sociologica del concetto, la nostra stessa società prendendo
le mosse da una delle sue categorie centrali.
 

La sfera pubblica rappresentativa

Durante il Medioevo europeo la contrapposizione tra


publiais e privatus2, propria del diritto romano, sebbene in
uso, non ha avuto carattere vincolante. Anzi, proprio il
precario tentativo di applicare tale antitesi ai rapporti
giuridici tipici della signoria fondiaria feudale e del
vassallaggio fa intravedere, suo malgrado, che non esiste
un contrasto tra dimensione pubblica e sfera privata come
nel modello antico (o moderno). Certamente anche in
questo periodo un’organizzazione economica del lavoro
sociale stabilisce nella casa del signore il centro di tutti i
rapporti di dominio; tuttavia la posizione del capofamiglia
nel processo produttivo non può paragonarsi con il potere
di disposizione “privato” dell’oikosde-spòtes o del pater
familias. Per quanto la signoria fondiaria (e il vassallaggio
che ne deriva), intesa quale complesso di tutti i singoli
diritti di dominio signorile, possa essere interpretata come
iurisdictio, non si adatta tuttavia alla contrapposizione di
potere di disposizione privato (dominium) e pubblica
autonomia (imperium). Vi sono “autorità” superiori e
inferiori, “privilegi” superiori e inferiori, ma nessuno status
definibile in termini di diritto privato dal quale i privati
possano, per così dire, farsi innanzi in una sfera pubblica.
Giunta al culmine della sua evoluzione nell’alto Medioevo,
la signoria fondiaria diventa in Germania proprietà
fondiaria privata soltanto con il XVIII secolo, in
connessione alla liberazione dei contadini e
all’affrancamento delle terre. Il potere domestico non è
signoria privata, né nel senso del diritto civile classico né in
quello del diritto moderno. Quando le sue categorie
vengono trasferite a rapporti sociali che non forniscono una
base per una distinzione tra sfera pubblica e ambito
privato, sorgono delle difficoltà (Brunner 1943, pp. 386
sg.):
Se prendiamo la terra come la sfera del pubblico, nella casa e nel
potere esercitato dal capo-famiglia abbiamo a che fare con un potere
pubblico di second’ordine, potere che certamente è privato in
rapporto a quello a esso sovraordinato dal Land, anche se in senso
molto diverso da quello di un moderno ordinamento giuridico
privato. È a mio parere così spiegabile che i diritti “privati” e
“pubblici” di signoria si fondano in una compatta unità in modo da
costituire entrambi emanazione di un potere unitario, entrambi
legati alla terra e tali da poter essere trattati come diritti privati ben
acquisiti.

Dalla tradizione giuridica antico-germanica e dalle sue


distinzioni di gemeinlich (comune) e sunderlich
(particolare), common e particular, emerge invero una
certa corrispondenza con i classici publiais e privatus.
Codesta contrapposizione si riferisce a elementi comunali
nella misura in cui si sono andati affermando nell’ambito
dei rapporti feudali di produzione. Il pascolo comunale è
pubblico, publicum; il pozzo, la piazza del mercato sono
accessibili al pubblico per l’uso comune, loci communes,
loci publia. A questo “comune” a cui, secondo una linea
storico-linguistica, si ricollega il bene pubblico o comune
(common wealth, public wealth), si contrappone il
“particolare”. Esso è ciò che sta separato, in un’accezione
del privato che ancora oggi adottiamo equiparando gli
interessi particolari a quelli privati. Nel quadro
dell’organizzazione feudale, il particolare si riferiva per
altro verso anche a coloro i quali godevano di particolari
diritti, immunità e privilegi; in questo senso, il particolare,
il luogo d’asilo, è il nucleo della signoria fondiaria e quindi,
al tempo stesso, dell’elemento pubblico. Il coordinamento
di categorie del diritto germanico e di quello romano si
sconvolge appena le prime vengono assorbite dal
feudalesimo, il common man è il private man. Serba traccia
di questo rapporto l’uso linguistico di common soldier nel
significato di private soldier, l’uomo comune senza rango,
senza l’elemento particolare di un potere di comando
interpretato poi come “pubblico”. Nei documenti medievali
si usa “signorile” come sinonimo di publicus: pubblicare
significa: confiscare per il signore (Kirchner 1949, p. 22).
Nell’ambivalenza semantica di “comune” (common) come
comunitario, cioè accessibile a tutti (pubblico), e di
comune, cioè di diritto particolare, vale a dire signorile,
escluso in generale dal (pubblico) rango, si riflette fino ai
giorni nostri l’integrazione degli elementi di
un’organizzazione comunale in una struttura sociale
fondata sulla signoria fondiaria3.
Nella società feudale dell’alto Medioevo la dimensione
pubblica come ambito specifico, distinto dalla sfera privata,
non può essere individuata dal punto di vista sociologico,
cioè sulla base di criteri istituzionali. Tuttavia non a caso
gli attributi della signoria, per esempio il sigillo del
principe, si chiamano “pubblici”; non a caso il re inglese
gode di publicness4; sussiste cioè una pubblica
rappresentanza del dominio. Questo carattere pubblico
rappresentativo non si costituisce come un ambito sociale,
come una sfera pubblica; è piuttosto, se è possibile una
traslazione del termine, qualcosa come un indice distintivo
di status. Lo status del signore fondiario, qualunque sia il
suo livello, è in sé neutrale rispetto ai criteri di “pubblico” e
di “privato”; il suo detentore tuttavia lo rappresenta
pubblicamente; egli si mostra, si esibisce come
l’incarnazione di un potere comunque “superiore”5. Il
concetto di questa rappresentanza si è conservato fino alla
più recente dottrina costituzionale, secondo la quale la
rappresentanza può “aversi soltanto nella sfera pubblica;
non c’è rappresentanza che sia affare privato”6. E invero
essa pretende di render manifesto un essere invisibile
attraverso la persona pubblicamente presente del signore:
(...) qualcosa di morto, d’inferiore o di nessun valore, qualcosa di
volgare non è suscettibile di rappresentanza. Gli manca quel
potenziamento nel suo modo di essere, che è in grado di dargli un
rilievo nell’essere pubblico, un’esistenza. Parole come grandezza,
altezza, maestà, gloria, dignità e onore cercano di cogliere questa
particolarità di un essere cui inerisce capacità di rappresentanza.

L’investitura di un mandato, nel senso di rappresentanza


della nazione o di determinati mandanti, non ha nulla a che
fare con questo carattere pubblico rappresentativo, che
aderisce alla concreta esistenza del signore e conferisce
un’“aureola” alla sua autorità. Quando il signore
territoriale raduna intorno a sé i signori laici ed
ecclesiastici, i cavalieri, i prelati e i delegati delle città (o,
come accadeva ancora nel Reich tedesco fino al 1806,
quando l’imperatore invitava al Reichstag principi e
vescovi, conti, legati delle città imperiali e abati), non si
tratta di un’assemblea di delegati che rappresentano
qualcun altro. Sintanto che il principe e i suoi ceti
territoriali, invece di esserne meri mandatari “sono” il
Land, essi possono rappresentare in senso specifico;
rappresentano il loro dominio, anziché per il popolo,
“dinanzi” al popolo.
Il dispiegarsi del carattere pubblico rappresentativo è
legato agli attributi personali: alle insegne (stemmi, armi),
habitus (vesti, acconciature dei capelli), al gestus (forma di
saluto, gesti) e alla retorica (formalità dell’allocuzione,
solennità del discorso in genere)7, insomma a un codice
rigoroso di “nobile” comportamento. Nel corso dell’alto
Medioevo esso si cristallizza in un sistema di virtù
cortigiane, in una forma cristianizzata delle aristoteliche
virtù cardinali che fa sfumare l’elemento eroico nel
cavalleresco e nel principesco. È indicativo il fatto che in
nessuna di queste virtù l’elemento fisico perda del tutto il
suo significato; la virtù infatti deve incarnarsi, deve poter
farsi pubblicamente rappresentare (Hauser 1953, p. 321). È
specialmente nel torneo - riproduzione dello scontro
cavalleresco - che questa rappresentanza solenne acquista
valore. Certo anche al carattere pubblico della polis greca
non è estranea un’esibizione agonistica dell’areté; ma il
carattere pubblico della rappresentanza cortigiano-
cavalleresca, che si dispiega non tanto nei giorni di udienza
processuale, quanto in quelli di festa, nei “tempi solenni”,
non costituisce una sfera di comunicazione politica. Come
aureola dell’autorità feudale essa denota uno status sociale.
Le manca perciò anche un “luogo” designato: il codice
cavalleresco di comportamento è comune come norma a
tutti i signori, scendendo dal re fino al semplice cavaliere
semicontadino; costoro si orientano su esso non solo in
determinate occasioni, in un determinato luogo, come
eventualmente “in” una pubblica sfera, ma sempre e
ovunque si trovino ad agire in vesti di rappresentanza
nell’esercizio dei loro diritti di signoria.
Al di là delle occasioni mondane, soltanto gli
ecclesiastici, fra tutti i signori, hanno una sede propria di
rappresentanza: la Chiesa. Nel rituale della Chiesa,
liturgia, messa, processione, sopravvive ancor oggi un
carattere pubblico rappresentativo. Stando a una nota
affermazione, la Camera inglese dei Pari, lo Stato Maggiore
prussiano, l’Accademia francese e il Vaticano romano sono
state le ultime colonne della rappresentanza; alla fine è
rimasta soltanto la Chiesa, “così solitaria che chi vede in
essa solo una forma esteriore non può non dire, con
scherno epigrammatico, che essa rappresenta ormai
unicamente la rappresentanza” (Schmitt 1925, p. 26). Del
resto il rapporto dei laici con il clero mette in evidenza
quanto 1’“ ambiente” sia strettamente attinente al
momento pubblico rappresentativo e al tempo stesso da
esso escluso, sia, in certo senso, privato, allo stesso modo
di quel private soldier che è escluso dalla rappresentanza,
dalla dignità militare, sebbene “vi rientri”. A questa
esclusione corrisponde un mistero nel circolo interno del
carattere pubblico: esso si basa su un arcano: la messa e la
Bibbia vengono lette in latino, non già nella lingua del
popolo.
La rappresentanza di tipo pubblico cortigiano-
cavalleresca attinge la sua ultima e genuina figura nelle
corti francesi e borgognone del XV secolo (Huizinga 1919).
Il famoso cerimoniale spagnolo è la pietrificazione di questa
tarda fioritura; in questa forma si conserverà ancora per
secoli nelle corti absburgiche. In età moderna la sfera
pubblica rappresentativa, le cui origini sono nella civiltà
nobiliare cittadina dell’alta Italia protocapitalista, si forma
dapprima a Firenze, quindi anche a Parigi e a Londra.
Proprio assimilando l’incipiente civiltà borghese
dell’Umanesimo essa conserva la sua forza: il mondo
culturale umanistico è innanzitutto integrato nella vita di
corte8. Sul filo dei primi educatori di principi, già intorno al
1400, l’Umanesimo, che solo nel corso del XVI secolo
svilupperà le arti della critica filologica, concorre a un
sostanziale mutamento di stile della stessa vita di corte.
Con il Cortegiano, un uomo di corte di formazione
umanistica subentra al posto del cavaliere cristiano. A
questo modello corrisponderanno, un po’ più tardi, il
gentlemen della vecchia Inghilterra e l’honnête homme
francese. La loro socievolezza vivace ed eloquente
contraddistingue la nuova “società”, che si rapporta alla
corte come suo centro9. La nobiltà terriera indipendente,
appoggiata alla sua proprietà fondiaria, perde forza di
rappresentanza; la sfera pubblica rappresentativa si
concentra nella corte del sovrano. Tutti i suoi momenti
finiscono per raccogliersi ancora una volta insieme con
particolare evidenza e sontuosità nella festa barocca.
Rispetto alle feste mondane del Medioevo e anche a
quelle del Rinascimento, il Barocco è già andato perdendo
l’elemento pubblico in senso letterale. Torneo, danza e
teatro si ritraggono dalle pubbliche piazze nei giardini del
parco, dalle strade nelle sale del castello. Il parco del
castello, che appare soltanto alla metà del XVII secolo e
che insieme all’architettura del secolo “francese” non tarda
a diffondersi in Europa, rende possibile lo stesso castello
barocco, che è costruito per così dire intorno al grande
salone delle feste, come pure una vita di corte già al riparo
dal mondo esterno. Tuttavia lo schema dell’elemento
pubblico rappresentativo non solo si conserva, ma
addirittura si mette ancor più chiaramente in evidenza.
Nelle sue Conservations, mademoiselle de Scudéry ci mette
al corrente sugli strapazzi delle grandi feste; esse servivano
non tanto al piacere dei partecipanti quanto a un’esibizione
di grandezza, della grandeur appunto di chi le organizzava;
il popolo, a cui non rimaneva che stare a guardare, si
divertiva probabilmente molto di più (Alewyn 1959, p. 14).
Anche in questo caso, dunque, il popolo non è escluso del
tutto; esso resta costantemente presente nei vicoli; la
rappresentanza è pur sempre rivolta a un pubblico, innanzi
al quale si dispiega10. Soltanto i banchetti di notabili
dell’alta borghesia diventano, a porte chiuse, esclusivi.
Il carattere borghese si distingue da quello della corte per il fatto
che nella casa borghese anche la sala delle feste è destinata ad
abitazione, mentre nel castello perfino lo spazio abitativo è destinato
alle feste. E in realtà, a partire da Versailles, la camera da letto reale
diventa il secondo punto focale della pianta del castello. Qui si trova
il letto, messo su come un baraccone da fiera, su una piattaforma
rialzata, un trono per stare sdraiato, separato mediante un tramezzo
dallo spazio degli spettatori, così che in effetti questo spazio è il
palcoscenico quotidiano delle cerimonie del lever e coucher, che
elevano ciò che vi è di più intimo a pubblica significanza (p. 43).

Nell’etichetta di Luigi XIV il carattere pubblico


rappresentativo raggiunge la pointe raffinata della sua
concentrazione cortigiana.
Alla “società” aristocratica, scaturita dalla società
rinascimentale, non compete più, o comunque non più in
primo grado, una funzione di rappresentanza nei confronti
della propria signoria; essa serve alla rappresentanza del
monarca. Costituitisi, sulla base dell’economia commerciale
protocapitalista, gli Stati assoluti nazionali e territoriali, e
scosse le basi feudali del dominio, questo ceto
aristocraticocortigiano è in grado di formare, soprattutto
per quella sfera della “buona società” che pur conservando
nel XVIII secolo una sua caratteristica indeterminatezza
rivela già tratti chiaramente definiti, la platea di una
socievolezza altamente individualizzata a onta di ogni
etichetta (cfr. Joachimsen 1921). L’ultima figura
dell’elemento pubblico rappresentativo, immiserita e al
tempo stesso acuita alla corte del monarca, è già una
riserva all’interno di una società che si separa dallo Stato.
Ora soltanto si distaccano in un senso specificamente
moderno la sfera privata e quella pubblica.
Anche in tedesco infatti troviamo, soltanto a cominciare
dalla metà del XVI secolo (Weigand 1910, p. 475), il
termine privat, derivante dal latino privatus, nel senso che
allora avevano assunto anche l’inglese private e il francese
privé. Il significato è quello di “senza ufficio pubblico”
(Grimm, Grimm 1889, pp. 2137 sg.), “not holding public
office or officiai position”11, “sans emplois, que l’engage
dans les affaires publiques”12. Privat indica l’esclusione
dalla sfera dell’apparato statale, mentre pubblico
(Öffentlich) si riferisce allo Stato formatosi con
l’assolutismo, che si oggettiva rispetto alla persona del
sovrano. Il pubblico, the public, le public, si contrappone
alla “persona privata” come “potere pubblico”. I servitori
dello Stato sono persone pubbliche, public persons,
personnes publiques; essi occupano un ufficio pubblico, i
loro affari d’ufficio sono pubblici (public office, service
public) e pubblici sono detti gli edifici e gli istituti del
governo. Dall’altro lato ci sono privati, uffici privati, affari
privati e case private; Gotthelf infine parla di uomo privato.
Di fronte all’autorità stanno i sudditi, che ne sono esclusi;
quella è al servizio - così si dice - del bene comune, questi
perseguono la loro privata utilità.
Sono note le grandi tendenze che sino alla fine del XVIII
secolo trovarono la loro realizzazione. Le potenze feudali,
Chiesa, principi e ceto signorile, cui inerisce il carattere
pubblico rappresentativo, si decompongono in un processo
di polarizzazione e infine si disgregano in elementi privati
da un lato, in elementi pubblici dall’altro. In connessione
alla Riforma protestante muta la posizione della Chiesa; il
legame con l’autorità divina, che essa rappresenta, diventa
affare privato. La cosiddetta libertà di religione garantisce
storicamente la prima sfera di autonomia privata; la Chiesa
stessa continua a sussistere come una corporazione di
diritto pubblico fra le altre. La corrispondente
polarizzazione del potere dei principi viene visibilmente
messa in rilievo, in primo luogo con la separazione del
bilancio pubblico dal patrimonio privato del signore
territoriale. Con la burocrazia e l’esercito (e in parte anche
con la magistratura) le istituzioni del potere pubblico si
oggettivano nei confronti della sfera sempre più
privatizzata della corte.
Dagli “Stati”, infine, gli elementi a essi appartenenti in
quanto ordini dominanti si sviluppano in organi del potere
pubblico: il parlamento (e, in parte, la magistratura); gli
elementi dell’ordine professionale, in quanto si trovano già
impiantati sulle corporazioni cittadine e su certe
differenziazioni di “Stato” territoriale, si sviluppano nella
sfera della “società civile”, che si porrà di fronte allo Stato
come l’ambito genuino dell’autonomia privata.
 

Genesi della sfera pubblica borghese

Con gli inizi del capitalismo finanziario e commerciale


che a cominciare dal XIII secolo si diffonde dalle città
dell’Italia del Nord anche verso l’Europa occidentale e
settentrionale e fa sorgere prima gli empori del Paesi Bassi
(Bruges, Lüttich, Bruxelles, Gand ecc.), poi le grandi fiere,
agli incroci delle vie commerciali a lunga distanza, si
formano gli elementi di un nuovo ordine sociale:
indubbiamente essi vengono dapprima a integrarsi, ancora
senza difficoltà, nel vecchio ordinamento politico. Quella
iniziale assimilazione dell’umanesimo borghese a una
cultura aristocratico-cortigiana che ci è dato osservare in
modo esemplare nel processo di formazione della società
rinascimentale, a Firenze, deve essere vista anche su
questo sfondo. Il protocapitalismo è conservatore, non solo
in quel modo di vedere l’economia così vivacemente
descritta da Sombart (1919, II, 1), in una prassi affaristica
modellata sul tipo del “guadagno onorevole”, ma anche
politicamente. Fintantoché esso vive dei frutti del vecchio
modo di produzione (della produzione economico-rurale
soggetta a vincoli feudali, propria di una massa contadina
non libera e della ristretta produzione di merci soggetta a
vincoli corporativi caratteristica dell’artigianato cittadino),
senza trasformarlo13, i suoi tratti restano ambivalenti;
questo capitalismo stabilizza da un lato i rapporti di
dominio basati sul ceto e libera dall’altro quegli elementi in
cui essi un giorno si dissolveranno. Ci riferiamo agli
elementi della nuova struttura commerciale: la circolazione
delle merci e delle notizie creata dal grande commercio
internazionale del primo capitalismo.
Naturalmente, sin dagli inizi, le città controllano i
mercati locali. Soggetti come sono alle gilde e alle
corporazioni, questi restano pertanto strettamente
regolamentati, e sono da considerarsi piuttosto uno
strumento di dominio sulle immediate adiacenze che di
libero traffico di merci fra città e campagna (Dobb 1945,
pp. 103 sgg.). Con il commercio internazionale, per il quale
- secondo le osservazioni di Pirenne - la città fu più che
altro una base di operazioni, sorgono mercati di altro tipo.
Essi si consolidano in fiere periodiche e ben presto con lo
sviluppo delle tecniche capitalistico-finanziarie (lettere di
credito e di cambio sono già in uso nel XIII secolo nelle
fiere della Champagne) si organizzano stabilmente in
borse; nel 1531 Anversa diventa una “fiera stabile” (Sée
1926). Questo rapporto di scambio si evolve secondo regole
che indubbiamente risultano manipolate altresì dal potere
politico; si dispiega tuttavia una rete orizzontale,
largamente estesa, di dipendenze economiche che in via di
principio non possono più essere ricondotte a rapporti
verticali di dipendenza, fondati su forme di economia
chiusa di tipo familiare, e propri del sistema di dominio di
ceti. L’ordinamento politico, invero, non è messo in
discussione dai nuovi processi, che pure si sottraggono, in
quanto tali, al quadro esistente, fintantoché il vecchio
strato signorile vi partecipa soltanto come consumatore;
anche se esso storna una parte crescente dei propri
prodotti per beni voluttuari divenuti accessibili grazie al
commercio internazionale, l’antica produzione, e con essa
la base del suo dominio, non cade ancora per questo in
stato di dipendenza rispetto al nuovo capitale.
Lo stesso accade per la circolazione delle notizie, che si
svolge sulle strade del traffico mercantile. Il calcolo
commerciale orientato in base al mercato esigeva, con
l’estensione dei traffici, informazioni più precise e frequenti
su avvenimenti lontani nello spazio. A partire dal XIV secolo
il vecchio scambio di lettere commerciali viene perciò
perfezionato in una specie di sistema professionale di
corrispondenza. I primi viaggi dei corrieri che partivano in
giorni fissi, le cosiddette poste ordinarie, furono organizzati
dalle associazioni di commercianti per i propri scopi. Le
grandi città commerciali sono allo stesso tempo centri dello
scambio di informazioni14. Anche la sua permanenza
diventa urgente nella misura in cui diventa permanente il
traffico delle merci e degli effetti. Pressappoco
contemporaneamente alla nascita delle borse, la posta e la
stampa istituzionalizzano contatti e comunicazioni stabili.
Ai commercianti indubbiamente basta un sistema di
informazioni professionale e segreto, alle cancellerie delle
città e delle corti un sistema di informazioni a carattere
amministrativo-interno. A nessuno dei due gruppi risulta
conveniente la pubblicità dell’informazione. Corrispondono
piuttosto ai loro interessi gli “avvisi scritti”, corrispondenze
private organizzate su base professionale dai mercanti
d’informazioni15. Il nuovo campo delle comunicazioni si
adatta senz’altro, con le sue istituzioni per la circolazione
di notizie, alle forme esistenti di comunicazione,
fintantoché manca il momento decisivo, la pubblicità. Come
si potrà parlare di “posta” secondo una precisazione di
Sombart, soltanto allorché sarà regolarmente offerta alla
generalità del pubblico l’opportunità di servirsi del
trasporto della corrispondenza (Sombart 1919, II, p. 369),
così anche esisterà una stampa in senso stretto, soltanto da
quando una regolare informazione diventerà a sua volta
pubblica, cioè accessibile alla generalità del pubblico. Ciò
però accadrà soltanto alla fine del XVII secolo16. Fino ad
allora l’antico ambito di comunicazioni della sfera pubblica
rappresentativa non è fondamentalmente minacciato da
quello nuovo, proprio di una sfera pubblica determinata in
senso pubblicistico. Le notizie fatte conoscere su base
professionale non sono ancora pubblicate, le novità
irregolarmente pubblicate non si sono ancora oggettivate
in notizie17. Gli elementi relativi alla struttura dei traffici
del protocapitalismo, traffico di merci e di notizie,
mostrano la loro forza rivoluzionaria soltanto nella fase del
mercantilismo, in cui vengono formandosi, insieme allo
Stato moderno, anche le economie nazionali e regionali
(Schmoller 1898, p. 37). Quando nel 1597 la Hansa tedesca
è definitivamente espulsa da Londra e, pochi anni più tardi,
la compagnia dei Merchant Adventurers s’installa ad
Amburgo, ciò significa non soltanto l’ascesa commerciale e
politica dell’Inghilterra, ma soprattutto un nuovo livello
raggiunto nel frattempo dal capitalismo. A partire dal XVI
secolo le compagnie commerciali si organizzano su una
base allargata di capitale e non si accontentano più, come i
vecchi cavalieri d’industria, di mercati pur sempre limitati.
Con spedizioni in grande stile esse aprono nuovi campi per
il proprio mercato18.
Per soddisfare il crescente bisogno di capitale e dividere
i rischi sempre maggiori, queste compagnie si danno ben
presto la forma di società per azioni. Ma oltre a ciò hanno
bisogno di forti garanzie politiche. I mercati esteri sono ora
considerati, a ragione, “prodotti istituzionali”; sono il
risultato di sforzi politici e potenza militare. La vecchia
base operativa dell’originario comune cittadino si allarga
così in quella nuova del territorio statale. Comincia quel
processo che Heckscher (1932, I, pp. 108 sgg.) ha descritto
come la nazionalizzazione dell’economia cittadina.
Indubbiamente soltanto in tal modo si costituisce quel che
da allora verrà chiamato “nazione”: lo Stato moderno con le
sue organizzazioni burocratiche e il suo crescente
fabbisogno finanziario, che dal canto suo reagisce,
accelerandola, sulla politica mercantilistica. Né i mutui
privati fra principe e finanziatori, né i prestiti pubblici
bastano a coprire tale fabbisogno; soltanto un efficace
sistema di imposte supplisce al bisogno di capitali. Lo Stato
moderno è essenzialmente uno Stato fiscale,
l’amministrazione finanziaria è il nocciolo della sua
amministrazione. La separazione, ormai divenuta matura,
del patrimonio privato del principe dai beni dello Stato19
dimostra esemplarmente l’oggettivazione delle relazioni
personali di dominio. Le amministrazioni locali sono poste
sotto il controllo del governo, in Inghilterra mediante
l’istituto dei giudici di pace, sul continente secondo il
modello francese, con l’aiuto delle intendenze.
La riduzione della sfera pubblica rappresentativa, che si
verifica progressivamente con la mediatizzazione delle
autorità di ceto a opera di quella del signore territoriale, dà
spazio a un’altra sfera connessa con il termine di ambito
pubblico in senso moderno: la sfera del potere pubblico.
Questa si oggettiva in un’amministrazione stabile e in un
esercito permanente; alla permanenza dei contatti nel
traffico di merci e di informazioni (borsa, stampa)
corrisponde ora un’attività statuale continuativa. Il potere
pubblico si consolida in tangibile controparte per coloro
che gli sono semplicemente soggetti e trovano in esso in
primo luogo soltanto in via negativa la loro determinazione.
Tali infatti sono i privati, che non occupando alcun ufficio
sono esclusi dalla partecipazione al pubblico potere.
“Pubblico”, in questo senso più ristretto, diventa sinonimo
di statuale; l’attributo non si riferisce più alla “corte”
rappresentativa di una persona fornita di autorità, ma
piuttosto al funzionamento, regolato sulla base di specifiche
competenze, di un apparato cui spetta il monopolio di un
legittimo esercizio del potere. La signoria fondiaria si
trasforma in “polizia”, i privati in essa sussunti
costituiscono, in quanto destinatari del pubblico potere, il
pubblico.
La politica mercantilistica, formalmente orientata verso
la bilancia commerciale attiva, fornisce una specifica
configurazione al rapporto autorità-sudditi. L’apertura e
l’ampliamento dei mercati esteri, nei quali le compagnie
privilegiate conquistano, sotto la pressione politica, una
posizione di monopolio, in una parola il nuovo colonialismo,
entrano, com’è noto, poco alla volta al servizio dello
sviluppo dell’economia industriale all’interno; in egual
misura gli interessi del capitale manifatturiero si affermano
di fronte a quelli del capitale commerciale. Per questa via
quel singolo elemento dell’assetto protocapitalistico degli
affari, il traffico di merci, rivoluziona ora anche la struttura
della produzione: lo scambio delle materie prime importate
con i prodotti finiti e semilavorati deve essere considerata
funzione di un processo in cui l’antico modo di produzione
si trasforma il quello capitalistico. Dobb fa notare che
questa svolta si profila nella letteratura mercantilistica del
tardo XVII secolo. Il commercio estero non vale più per sé
come fonte della ricchezza, ma soltanto ancora nella misura
in cui rende possibile l’occupazione della popolazione di
quel paese: employment created by trade20. Le misure
dell’amministrazione si commisurano sempre più
all’obiettivo d’imporre il modo di produzione capitalistico.
Al posto dei privilegi delle corporazioni professionali
subentrano i privilegi personali concessi dal sovrano,
destinati a trasferire nella produzione capitalistica le
industrie esistenti o a creare nuove manifatture. In tal
modo si fa sempre più vincolante, fin nei dettagli, la
regolamentazione del processo stesso di produzione21.
Come pendant all’autorità si costituisce la società civile.
Le attività e le dipendenze, fino ad allora relegate
nell’ambito dell’economia di tipo familiare, oltrepassano le
soglie della sfera domestica per veder la luce della sfera
pubblica. “Le antiche forme, che agganciavano l’intera
personalità a sistemi di fini sovrapersonali, erano morte e
l’economia singola di ogni famiglia era diventata il centro
della sua propria esistenza; si era così venuta fondando una
sfera privata, cui ora si contrapponeva quella pubblica
come qualcosa di distinguibile; questa precisazione di
Schumpeter (1918, p. 16) coglie soltanto un aspetto del
processo - la privatizzazione del processo produttivo - non
già anche la sua nuova rilevanza pubblica. L’attività
economica privatizzata deve orientarsi verso uno scambio
allargato di merci sotto pubblica direzione e sorveglianza;
le condizioni economiche, nelle quali adesso si svolge,
risiedono perciò fuori dei confini dell’economia familiare,
sono per la prima volta d’interesse generale.
A questa sfera privata, divenuta pubblicamente
rilevante, della “società civile’" allude Hannah Arendt,
quando caratterizza, diversificandolo dall’antico, il
moderno rapporto della sfera pubblica con quella privata,
mediante lo sviluppo del “sociale”.
La società è la forma del vivere associato, in cui la dipendenza
dell’uomo dal suo simile giunge a pubblica significanza in ragione
della vita e non d’altro, e in cui pertanto le attività che servono
esclusivamente al mantenimento della vita non solo si manifestano
nella dimensione pubblica, ma debbono necessariamente
22
determinare la fisionomia dello spazio pubblico .

Nella trasformazione dell’economia tramandata


dall’antichità in economia politica si riflettono i mutati
rapporti. Addirittura il concetto dell’economico, che fino a
tutto il XVII secolo era connesso all’ambito d’attribuzione
dell’ oikosdespòtes, del pater familias, del padrone di casa,
solo adesso acquista il suo significato moderno, dalla prassi
dell’azienda d’affari che calcola secondo i principi della
redditività; i doveri del capo di casa si precisano,
riducendosi alla parsimonia sul piano del regime familiare
(Brunner 1943, pp. 242 sgg.). L’economia moderna non si
orienta più verso l'oikos: alla casa è subentrato il mercato;
l’economia diventa “scienza dei commerci”. Nella
cameralistica del XVIII secolo (che trae il suo nome da
camera, la camera del tesoro del signore territoriale), tale
scienza, che precorre l’economia politica, si colloca
significativamente accanto alla scienza delle finanze, da un
lato, e alla dottrina della tecnica agraria, liberatasi dal
tradizionalismo, dall’altro, come parte della “polizia”, la
vera e propria scienza dell’amministrazione; tanto
strettamente la sfera privata della società civile è
subordinata agli organi del potere pubblico.
All’interno di questo ordinamento politico e sociale
trasformato nel corso della fase mercantilistica del
capitalismo (ordinamento la cui nuova figura già comincia
in gran parte a delinearsi nel distacco del momento politico
da quello sociale) anche il secondo elemento del nesso della
circolazione protocapitalistica sviluppa ora una sua propria
forza dirompente: la stampa. I primi giornali23 in senso
stretto, chiamati ironicamente anche “giornali politici”,
appaiono in un primo tempo settimanalmente, ma
diventano già quotidiani verso la metà del XVII secolo. Le
corrispondenze private contenevano allora accurate ed
estese informazioni su assemblee imperiali ed eventi bellici,
su raccolti, imposte, trasporti di metalli preziosi e innanzi
tutto, naturalmente, notizie del commercio internazionale
(Kempters 1936). Ma soltanto un rigagnolo di questo
torrente di notizie passa attraverso il filtro di tali giornali
stampati. Gli abbonati di queste corrispondenze private non
avevano alcun interesse a che il loro materiale diventasse
pubblico. Perciò i giornali politici non esistevano per i
commercianti, bensì viceversa i commercianti per i
giornali. Erano chiamati “Custodes novellarum” dai loro
contemporanei proprio a causa di questa dipendenza delle
pubbliche informazioni dal loro privato traffico di notizie24.
Passano il vaglio del controllo non ufficiale delle notizie da
parte dei commercianti e quello della censura ufficiale delle
notizie da parte delle amministrazioni sostanzialmente le
informazioni dall’estero e dalla corte e le notizie
commerciali poco importanti; del repertorio dei fogli
volanti si conservano le tradizionali “novità”, le cure
miracolose, i nubifragi, gli omicidi, epidemie e incendi
(Groth 1928, p. 580). Così le notizie che giungono alla
pubblicazione appartengono alle categorie residuali del
materiale informativo in sé disponibile; tuttavia occorre
spiegare perché esse vengano ora diffuse e siano accessibili
a tutti, siano cioè rese pubbliche. È da chiedersi se sia
bastato per questo l’interesse degli scrittori di “avvisi”: essi
avevano comunque un interesse alla pubblicazione. Non
solo il traffico di notizie si sviluppa in connessione con i
bisogni del traffico mercantile, ma le notizie stesse
diventano merci. L’informazione su base professionale
risulta perciò subordinata alle stesse leggi del mercato, alla
cui origine essa deve la stessa sua esistenza. Non a caso i
giornali stampati si sviluppano spesso dagli stessi uffici di
corrispondenza che già provvedevano ai giornali scritti a
mano. Ogni informazione epistolare ha il suo prezzo; si
capisce perciò che si voglia incrementare il guadagno
allargando la vendita. Una parte del materiale informativo
in questione è per questo motivo già stampato
periodicamente e, venduto in forma anonima, ottiene
quindi pubblicità.
Maggior peso acquistava frattanto l’interesse dei nuovi
governi, che ben presto utilizzarono la stampa ai fini
dell’amministrazione. Dal momento che essi si servono di
questo strumento per render noti ordini e disposizioni, i
destinatari del potere pubblico diventano effettivamente il
publicum. Sin dall’inizio i giornali politici avevano
informato sui viaggi e i ritorni dei principi, sull’arrivo di
eminenti personaggi stranieri, su feste, “solennità” della
corte, nomine ecc.; nel contesto di queste notizie di corte,
che possono essere interpretate come una specie di
trasposizione della rappresentanza nella nuova
configurazione della dimensione politica, apparvero altresì
“disposizioni del signore per il bene dei sudditi”. Subito,
tuttavia, la stampa venne posta al servizio
dell’amministrazione in modo sistematico. Ancora una
disposizione per la stampa del governo di Vienna del marzo
1769 attesta lo stile di questa prassi: “Affinché il giornalista
possa sapere che genere di disposizioni interne, ordinanze
e altre faccende eventuali è opportuno comunicare al
pubblico, occorre che le autorità provvedano a raccoglierle
settimanalmente e a trasmetterle ai giornalisti” (I, p. 585).
Già Richelieu, come sappiamo dalle lettere di Hugo Grotius,
allora inviato svedese a Parigi, avvertiva vivamente l’utilità
del nuovo strumento (Everth 1931, p. 202). Sarà lui a
proteggere il giornale di Stato fondato nel 1631 da
Renaudot. Esso è il modello della «Gazette of London» che
cominciò a essere pubblicata dal 1665, sotto Carlo II. Due
anni prima era apparso anche, con autorizzazione ufficiale,
lo «Intelligencer», che può riallacciarsi a un «Daily
Intelligencer of Court, City and Country» sporadicamente
già uscito nel 1643 (Morrison 1932). Ovunque questi fogli
di annunci, sorti da principio in Francia come mezzi
sussidiari delle agenzie di informazioni e inserzioni,
diventano gli strumenti preferiti del governo25. Spesso le
agenzie d’informazione sono rilevate dal governo e i
giornali di notizie vengono trasformati in fogli ufficiali. Con
questa sistemazione, come suona un ordine di gabinetto
prussiano del 1727, si dovrebbe “far cosa utile al pubblico”
e “agevolare il commercio”. Accanto alle ordinanze e ai
proclami “in materia di polizia, commercio e manifattura”,
appaiono le quotazioni dei mercati frutticoli, le tasse sui
generi alimentari, i prezzi dei principali prodotti locali e
importati; inoltre le quotazioni di borsa e le notizie
commerciali, i rapporti sull’altezza delle acque ecc. In
questo senso il governo del Palatinato-Baviera poteva
annunciare al “pubblico che commercia” un foglio di avvisi
“a vantaggio del commercio e dell’uomo comune, allo scopo
di metterlo in grado di conoscere periodicamente le
ordinanze del sovrano, nonché i prezzi delle diverse merci e
così di collocarle con tanto maggior profitto” (Groth 1928,
p. 85). L’autorità indirizza le sue notificazioni al pubblico, in
linea di principio, dunque a tutti i sudditi; tuttavia di solito
per questa via non raggiunge l’“uomo comune”, bensì in
ogni caso i “ceti colti”. Insieme all’apparato dello Stato
moderno è sorto un nuovo strato di “borghesi”, che
assumono una collocazione centrale in seno al “pubblico”.
Il loro nucleo è formato dagli impiegati
dell’amministrazione del signore territoriale, specialmente
da giuristi (comunque sul continente, dove la tecnica del
recepito diritto romano viene usata come strumento per la
razionalizzazione dei rapporti sociali). Vi si aggiungono
medici, parroci, ufficiali e professori; i “dotti”, le cui
gradazioni si estendono, passando per i maestri di scuola e
gli scrivani, fino al “popolo”26.
Nel frattempo, infatti, i veri “borghesi”, i vecchi ceti
professionali degli artigiani e dei bottegai, sono
socialmente decaduti; hanno perduto d’importanza con le
città stesse, sul cui diritto di cittadinanza si fondava la loro
posizione. Contemporaneamente i grandi commercianti
sono cresciuti sino a eccedere il ristretto ambito della città
e, tramite le compagnie, si sono collegati direttamente con
lo Stato. Così anche i “capitalisti”, mercanti, banchieri,
editori e manifatturieri, laddove la città non riusciva a
riaffermare, come ad Amburgo, il proprio potere
territoriale contro quello del principe, appartengono a quel
gruppo di “borghesi” che sono tanto poco “borghesi” nel
senso tradizionale quanto il nuovo ceto dei dotti27. Questo
strato è il vero esponente del pubblico, che sin dall’inizio è
un pubblico di lettori. Esso non può più, come a suo tempo i
grandi commercianti cittadini e i funzionari della cultura
aristocratica delle corti rinascimentali italiane, essere
integrato nel suo complesso alla cultura nobiliare del
languente barocco. La sua posizione egemonica nella nuova
sfera della società civile conduce piuttosto a una tensione
fra “città” e “corte”, delle cui manifestazioni tipicamente
nazionali ci occuperemo ancora.
In questo strato direttamente coinvolto e cointeressato
dalla politica mercantilistica, l’autorità suscita una
risonanza che rende il publicum, l’astratta controparte del
potere pubblico, cosciente di sé come interlocutore, come
pubblico di quella nascente sfera pubblica borghese che si
va ora formando. Questa si sviluppa infatti nella misura in
cui il pubblico interesse alla sfera privata della società
civile non è più oggetto di cura esclusivamente da parte del
governo, ma è preso in considerazione da tutti i sudditi
come loro proprio interesse. Accanto agli esponenti del
capitalismo commerciale e finanziario, è il gruppo
crescente degli imprenditori del lavoro a domicilio,
manifatturieri e fabbricanti a dipendere dalle misure
amministrative; fermo restando in ogni modo il proposito
che essi debbano essere non solo regolamentati nella loro
attività industriale-imprenditoriale, ma anche, per mezzo
del regolamento, spronati all’iniziativa. Il mercantilismo
non protegge affatto, come vuole un diffuso pregiudizio,
l’impresa di Stato; promuove invece la politica industriale,
certo per via burocratica, la costruzione e l’espansione di
imprese private attive in senso capitalistico28. Il rapporto
governo-sudditi ricade con ciò nella caratteristica
ambivalenza di regolamento pubblico e iniziativa privata.
Diventa così problematica quella zona in cui il potere
pubblico mantiene il collegamento con i privati, tramite
continuati atti amministrativi. Questo non si verifica
soltanto per la categoria di quanti partecipano
immediatamente alla produzione capitalistica. A misura che
questa si afferma, si riduce l’approvvigionamento in proprio
e cresce la dipendenza dei mercati locali da quelli
territoriali e nazionali, così che larghi strati della
popolazione, innanzi tutto di quella cittadina, sono investiti
come consumatori nella loro esistenza quotidiana dalle
misure della politica mercantilistica. Non già riguardo ai
famosi provvedimenti suntuari, bensì intorno alle tasse
indirette e alle imposte, e in generale alle intromissioni
pubbliche nella sfera domestica privatizzata finisce per
costituirsi una sfera critica: stante la scarsità di granaglie
si vieta per decreto il consumo di pane il venerdì sera
(Sombart 1919, i, 1, p. 365). Poiché la società
contrappostasi allo Stato da un lato delimita chiaramente
un ambito privato nei confronti del pubblico potere,
dall’altro, però, eleva a questione di pubblico interesse la
riproduzione della vita, oltre i limiti di un potere domestico
privato, quella zona di contatto amministrativo continuato
diventa “critica” anche nel senso che provoca la critica di
un pubblico raziocinante. Il pubblico può raccogliere
questa sfida tanto più in quanto ha bisogno soltanto di
cambiar funzione allo strumento con il cui aiuto
l’amministrazione aveva già fatto della società una
faccenda pubblica in senso specifico: la stampa.
Già a partire dall’ultimo trentennio del XVII secolo i
giornali sono integrati da riviste, che mirano
principalmente non tanto all’informazione, quanto
all’istruzione pedagogica e perfino alla critica e alla
recensione. Le riviste scientifiche si rivolgono innanzi tutto
alla cerchia dei laici colti: il «Journal des Savants» (1665)
di Denys de Sallo, poi gli «Acta Eruditorum» di Otto
Mencken (1682) e finalmente i celebri «Monatsgespräche»
di Thomasius, che coniarono il modello per un’intera stirpe
di riviste. Nel corso della prima metà del XVIII secolo, con
il cosiddetto articolo dotto, l’argomentazione razionale fa il
suo ingresso anche nella stampa quotidiana. Quando anche
lo «Hallenser Intelligenzblatt», a partire dal 1729, fa
apparire, oltre gli avvisi, articoli dotti, recensioni di libri e
di tanto in tanto “una relazione storica scritta da un
professore e dedicata al corso dei tempi”, il re di Prussia si
vede spinto a prendere direttamente in mano questo
processo di sviluppo. Anche l’argomentazione razionale
come tale diventa oggetto di regolamentazione. Tutti i
professori ordinari delle facoltà giuridiche, mediche e
filosofiche devono, infatti, a turno “inviare una nota
particolare, redatta con chiarezza e semplicità, con
1’indicazione directorio, e in tempo, al più tardi giovedì”. I
dotti devono principalmente “comunicare al pubblico verità
suscettibili di applicazione”. I borghesi si procurano a
questo punto, ancora per ordine del sovrano, quelle idee
che poi sono le loro proprie e che si dirigono contro di lui.
In un rescritto del 1784 Federico II ordina:
Un privato non è autorizzato a esprimere giudizi pubblici, o
addirittura di biasimo, sulle azioni, il comportamento, le leggi, le
disposizioni e le ordinanze dei sovrani e delle corti, dei servitori dello
Stato, dei collegi e delle corti giudiziarie, e neppure a divulgare a
voce o con la stampa le notizie che gli pervengono a questo riguardo.
Un privato non è del resto affatto in grado di giudicare in proposito
poiché gli manca la piena conoscenza delle circostanze e dei motivi
(Groth 1928,1, p. 623).

Pochi anni prima della rivoluzione francese, la situazione


che in Francia e soprattutto in Inghilterra già all’inizio del
secolo è in pieno movimento appare in Prussia come
cristallizzata in un modello. I giudizi interdetti vengono
chiamati “pubblici” in riferimento a una pubblica
dimensione che senza dubbio aveva avuto valore come
sfera del pubblico potere, ma che ora si staccava da questo
in quanto foro nel quale i privati, raccolti come pubblico, si
disponevano a costringere il potere pubblico a legittimarsi
dinanzi alla pubblica opinione. Il publicum si evolve
diventando pubblico, il subiectum soggetto, il destinatario
dell’autorità suo interlocutore.
La storia delle parole conserva le tracce di questa
importante svolta. In Inghilterra, dalla metà del XVII secolo
in poi, si parla di public, mentre si usava sino ad allora
world o mankind. Analogamente nel francese emerge il
termine le public per indicare ciò che nel XVIII secolo,
stando al dizionario dei Grimm, aveva preso voga anche in
Germania, dietro l’esempio berlinese, con il nome di
Publikum; fino a quel tempo si parlava di “mondo dei
lettori” o anche semplicemente di “mondo” (ancor oggi nel
senso di alle Welt [tutti], tout le monde). Adelung29
distingue il pubblico che si riunisce in folla in un luogo
pubblico intorno a un oratore o a un attore, dal pubblico
dei lettori: in entrambi i casi, però, si tratta di un pubblico
“giudicante”. Ciò che è sottoposto al giudizio del pubblico
acquista “pubblicità” (Publizität). Alla fine del XVIII secolo
l’inglese publicity viene derivato dal francese publicité: in
Germania questa parola affiora nel XVIII secolo. La critica
stessa si rappresenta nella figura della “opinione pubblica”,
parola formata nella seconda metà del XVIII secolo su
opinion publique. In Inghilterra public opinion appare
all’incirca contemporaneamente: già molto tempo prima si
parla invero di general opinion.
 
 

* Da Habermas 1962, pp. 11-40 della trad. it. Si ringrazia l’editore


Laterza per l’autorizzazione alla riproduzione.
1 Cfr. oltre in Habermas 1962, pp. 283 sgg.
2 Cfr. su questo Kirchner 1949. “Res publica è il possesso accessibile
alla generalità del populus, la res extra commercium, è quella che viene
esclusa dal diritto vigente per i privati e le loro proprietà; per es. flumen
publicum, via publica ecc.”(pp. 10 sgg.).
3 Tralasciamo il problema della signoria cittadina del tardo Medioevo;
sul piano del “territorio” incontriamo le città, che per lo più appartengono
ai beni demaniali del principe, come una componente integrata al sistema
feudale. Nel protocapitalismo invero le città libere assumono un ruolo
decisivo per la formazione della sfera pubblica borghese.
4 The Oxford Dictionary, 1909, vol. VII, 2.
5 Cfr. per la storia del concetto di Repräsentation [rappresentanza] i
cenni di H. G. Gadamer (1960, p. 134): “La parola familiare ai romani
subisce una svolta radicale di significato alla luce del concetto cristiano
dell’incarnazione e del corpus mysticum. Rappresentazione non significa
più ora soltanto copia o esposizione figurativa (...) bensì ha il significato di
sostituzione (...). Repraesentare significa lasciar-esser-presente (...). Il
fatto più importante nel concetto tecnico-giuridico (giuridico-sacrale) di
Repräsentation è che la persona repraesentata è il presentato-innanzi, il
rappresentato, e nulla più, e che tuttavia il rappresentante, che esercita i
diritti di questa, è da essa dipendente”. Cfr. anche il completamento a p.
476: “Repraesentatio, nel senso di rappresentazione sulla scena - ciò che
nel Medioevo può significare soltanto: nello spettacolo religioso - si trova
già nel XIII e XV secolo (...). Però repraesentatio non ha mai il senso di
‘esecuzione’, bensì significa, fino al XVII secolo inoltrato, la presenza
rappresentata del divino stesso”.
6 Cfr. Schmitt 1957 (pp. 208 sgg.); sulla localizzazione in termini di
storia della cultura di questo concetto medievale di sfera pubblica, cfr.
Dempf 1945 (spec. cap. 2, pp. 21 sgg. sulle “forme della sfera pubblica”).
7 Carl Schmitt (1925, pp. 32 sg.) rileva che al carattere pubblico
rappresentativo la formula retorica è congeniale quanto la discussione a
quello borghese: “Proprio l’eloquenza che non discute e non sottilizza, ma
se ci è lecito dirlo rappresenta, [è] l’elemento decisivo (...). Senza cadere
in un’arringa, in un sentenziare e neppure in degenerazioni dialettiche,
essa si muove nella sua propria architettura. La sua solenne scansione è
più che una musica; è una dignità umana divenuta visibile nella razionalità
di un parlare che si dà forma; tutto ciò presuppone una gerarchia, poiché
la risonanza spirituale della grande retorica procede dalla fede, nella
rappresentanza rivendicata dell’oratore”.
8 Contro la nota interpretazione di Jacob Burckhardt cfr. l’esposizione
di Brunner (1949, pp. 108 sgg.).
9 Gadamer sviluppa la connessione, in termini di storia dello spirito, di
questa prima tradizione dell’educazione umanistica con quei topoi del
sensus communis e del “gusto” (una categoria filosofico-morale), nelle cui
implicazioni sociologiche diventa chiaro il significato dell’Umanesimo
cortigiano per la formazione della “sfera pubblica”. Dell’ideale educativo
di Graciàn si dice: “Entro la storia dell’ideale occidentale di educazione il
suo segno distintivo consiste nell’essere indipendente dalle pretese di
ceto. È ideale di una società fondata sulla cultura (...). Il ‘gusto’ non è
soltanto l’ideale che si pone una nuova società, ma quella che da allora
viene chiamata la “buona società” si forma, per la prima volta, nel segno di
questo ideale del “buon gusto”. Essa si riconosce e si legittima non più per
nascita e rango, bensì fondamentalmente solo per il carattere comunitario
dei suoi giudizi o, meglio, perché sa sollevarsi sopra la limitatezza degli
interessi e l’ambito strettamente privato delle predilezioni a rivendicare
un giudizio (...). Nel concetto di gusto è contenuto senza dubbio un modo
di conoscenza. È nel segno del buon gusto che si è capaci di distacco da se
stessi e dalle private preferenze. Perciò il gusto per sua propria natura
non è qualcosa di privato, ma un fenomeno pubblico di primo rango. Può
persino contrapporsi all’inclinazione privata del singolo come un’istanza di
giudizio, in nome di un’universalità che esso significa e rappresenta”
(Gadamer 1960, pp. 32 sgg.).
10 “In tutte le occasioni pubbliche, celebrazioni di vittorie e stipulazioni
di pace, le luminarie e i fuochi di artificio sono soltanto la conclusione di
una giornata che si apre all’alba con lo scoppio dei mortaretti e il suono
dei pifferi cittadini su tutte le torri, nella quale scorre il vino dalle fontane
della città e interi buoi vengono pubblicamente arrostiti allo spiedo, una
giornata riempita fino a tarda notte dal ballo, dal gioco, dai canti e dalle
risa di una folla confluita da lontano. Così avveniva nel tempo del barocco,
non diversamente dalle antiche età e soltanto durante l’epoca borghese si
è andata operando una graduale trasformazione” (Alewyn 1959, p. 23).
11 The Oxford Dictionary, pp. 1388 sg.
12 Dictionnaire de la langue française 1875, vol. III, voce privé.
13 Dobb (1945, p. 180): “In ogni caso è chiaro che anche un maturo
sviluppo del capitale commerciale e finanziario non è di per se stesso
garanzia dello sviluppo, nella sua scia, della produzione capitalistica”.
14 In Germania innanzi tutto Strasburgo, Norimberga, Augusta,
Francoforte, Colonia, Amburgo, Lubecca e Lipsia.
15 Questo si verifica già molto presto a Venezia con gli “scrittori di
avvisi”, a Roma con i “gazettani”, a Parigi con i “nouvellistes”, a Londra
con i “writers of new’s letters”, in Germania infine con gli “Zeitunger” o
“Novellisten”. Essi diventano, nel corso del XVI secolo, fornitori di vere e
proprie rassegne settimanali, appunto le “notizie scritte”, di cui sono
caratteristici esempi in Germania i cosiddetti giornali dei Fugger (queste
circa 40.000 relazioni degli anni fra il 1565 e il 1604 provengono non
soltanto da tali agenzie, ma anche da impiegati e corrispondenti della ditta
Fugger).
16 A lungo si è considerato il più antico giornale la relazione dello
stampatore e commerciante amburghese Johann Carolus; cfr. tuttavia lo
studio di Fischer (1936).
17 Rientrava nella forma tradizionale del dominio anche la competenza
di esporre e interpretare di volta in volta quella che veniva considerata la
“vecchia verità”. Le informazioni relative a un fatto realmente avvenuto
restano riferite a questo sapere tradizionale. La novità appare sotto
l’aspetto di circostanze più o meno straordinarie. Alla corte della “vecchia
verità”, i “fatti nuovi” si trasformano in segni e miracoli. I fatti si
convertono in cifre. Il nuovo e il mai sperimentato, essendo a essi
consentita la semplice funzione di rappresentanti del sapere garantito
dalla tradizione, acquistano struttura di enigmi. Così gli eventi storici non
vengono distinti da quelli naturali; le catastrofi naturali e le date storiche
appartengono egualmente a una storia di miracoli. Ancora i fogli volanti
del XV secolo e quelli che appaiono come numeri unici nel XVI e che si
chiamano «Neue Zeitungen» [Nuove notizie] attestano il vigore con cui un
ininterrotto sapere tradizionale sa assimilare le informazioni, il cui flusso
crescente già prelude invero a una nuova figura della sfera pubblica. Tali
fogli diffondono notizie in maniera indiscriminata su lotte di religione,
guerre contro i turchi, decisioni papali, come su piogge di sangue o di
fuoco, parti mostruosi, invasioni di cavallette, terremoti, nubifragi e
apparizioni, su bolle, capitolazioni elettorali, nuove scoperte geografiche
come su battesimi di ebrei, roghi di streghe, supplizi infernali, giudizi di
Dio e resurrezione di morti. Molto spesso le “ultime novità”, come
precedentemente i fogli volanti, erano redatte in forma di canzonetta o di
dialogo, con destinazione narrativa, dunque di lettura e di canto o perché
venissero canticchiate da tutti. In tal modo, sottratta com’è alla sfera
storica della “notizia” la novità viene ricondotta, come fatto indicativo e
fuori dell’ordinario, in quella sfera della rappresentanza in cui una
partecipazione ritualizzata e cerimonializzata del popolo alla sfera
pubblica permette un semplice consenso, incapace di esprimere
un’autonoma interpretazione. È significativo che come “ultime novità”,
vengano stampate anche canzoni, per esempio i cosiddetti canti storico-
popolari, che trasferiscono immediatamente gli avvenimenti politici
quotidiani nella sfera dell’epos eroico. Cfr. Everth (1931, p. 114). In
generale cfr. Bücher (1926, pp. 9 sgg.). Il contenuto di varie gazzette
volanti si è conservato fino ad oggi in forma di filastrocche infantili.
18 Nella carta di fondazione del 1553 è chiamata “Adventurers” una
corporazione e compagnia dei Merchant Adventurers per la scoperta di
nuovi territori, contrade, isole e siti. Cfr. Sée (1926, pp. 67 sg.).
19 Nella sfera di validità del recepito diritto romano, diventando
espressione giuridica di un bilancio statale autonomo rispetto alla persona
del principe, la funzione del fisco offre al tempo stesso ai sudditi il
vantaggio di poter avanzare pretese di diritto privato nei confronti dello
Stato.
20 Dobb (1945, pp. 239 sgg.): “maggiori esportazioni significavano
maggiori possibilità d’impiegare forze di lavoro nelle manifatture in patria;
e ciò a sua volta significava l’allargamento delle prospettive offerte
all’investimento di capitali nell’industria”.
21 Come mostrano i classici regolamenti di Colbert per le tecniche
industriali della manifattura tessile. Ma anche in Inghilterra sussistono
fino alla metà del XVIII secolo regolamenti che concernono la materia
prima, i modi della sua lavorazione e la qualità dei prodotti finiti. Cfr.
Heckscher (1932,1, pp. 118 sgg. e 201 sgg.).
22 Arendt (1958, p. 43), citato nella traduzione tedesca, Vita activa,
Stuttgart 1960, p. 47. Indubbiamente ancora nell’uso linguistico del XVIII
secolo Zivilsozietät, civil society, société civile tradiscono spesso la
tradizione più antica della “politica”, che non distingue ancora la “società
civile” dallo “Stato”. La nuova sfera del sociale acquista molto tempo
prima, nel moderno diritto di natura, la concettualizzazione non politica
che le è propria.
23 Si tenga conto che Zeitung, “giornale”, aveva a partire dall’inizio del
XV secolo il significato di “notizie di un determinato fatto” e addirittura
originariamente, designava ciò che era avvenuto in un determinato
momento.
24 Bode (1908, p. 25): “Il giornale era un organo di informazioni di
second’ordine, mentre nel XVII secolo la missiva era ancora in generale la
fonte di informazioni più attendibile e rapida”. Cfr. anche Goitsch 1939.
25 Sombart (1919, II, pp. 406 sgg.); anche Bücher (1926, p. 87). Come
nei primi bollettini di avvisi, anche le inserzioni sui notiziari del XVIII
secolo si riferiscono a merci e scadenze estranee al normale giro di affari,
vendite d’occasione, libri e medicine, accompagnamento di viaggi,
domestici ecc. Inserzioni commerciali, réclame in senso stretto, sono poco
diffuse: il mercato locale dei beni e del lavoro si regola ancora face to face.
26 Cfr. Stadelmann, Fischer (1955, p. 40). Cfr. anche Kuske (1948).
27 Proprio nel confronto fra lo sviluppo sociale di Amburgo e quello del
restante impero, questa distinzione è sottolineata da P. E. Schramm (1943,
p. 37): “Proprio ciò che era venuto meno a essi (‘i borghesi’) vale a dire
l’appartenenza, rafforzata dal giuramento dei consociati, a una comunità
cittadina (...). Questi altri, che non erano cittadini, ma borghesi, servivano
il loro signore, la loro Chiesa, il loro imprenditore oppure erano ‘liberi’
come membri di una libera professione; ma non avevano fra loro
nient’altro in comune oltre all’appartenere al ‘ceto borghese’: tutto questo
altro non significava se non che questa loro designazione li distingueva
dalla nobiltà, dalla massa contadina e dagli strati inferiori della città.
Questa espressione infatti non richiedeva neppure una residenza nella
città; anche il pastore nella parrocchia rurale, l’ingegnere nel suo distretto
minerario, l’impiegato nel castello del principe appartenevano al ‘ceto
borghese’. Anch’essi venivano compresi nella borghesia colta in senso
lato, la bourgeoisie, che si distingueva nettamente dal popolo, le peuple.
Nell’industria il lavoro manuale, nel commercio la vendita al banco erano
considerati il contrassegno esteriore di quanti non ‘appartenevano più’
alla borghesia, anche se un tempo proprio gli artigiani e i bottegai ne
erano stati gli autentici rappresentanti”.
28 Cfr. Heckscher (l, p. 258) e anche Treue (1957, pp. 26 sgg.).
29 Cfr. Wörterbuch der hochdeutschen Mundart, 1808. Adelung
significa di per sé das Adeln, cioè conferire il titolo di nobiltà, elevare
all’ordine (Stand) aristocratico e quindi nobilitare a.
L’opinione pubblica*

Niklas Luhmann

 
 
 
 
 
Molti concetti classici della teoria politica si trovano
oggi in una situazione ambigua: da una parte non li si può
facilmente abbandonare, dall’altra non li si può accettare
nel loro significato originale. Essi definiscono, a mio parere,
importanti conquiste evolutive della società moderna e dei
suoi sistemi politici; ma ciò avviene in misura poco
soddisfacente, per così dire troppo diretta, unidirezionale,
semplificata. Le più recenti correnti scientifiche della teoria
dei sistemi, della teoria delle decisioni e della teoria
dell’organizzazione, che cercano di ampliare gli orizzonti
scientifici per elaborare i complessi dati reali, abbandonano
il patrimonio di concetti tradizionale. Le discipline che
tendono a conservarlo corrono, appunto per questo, il
pericolo di rimanere arretrate o di limitarsi all’ermeneutica
e alla storia del pensiero. In queste circostanze, diventa
interessante ricostruire i concetti politici classici attraverso
nuovi strumenti di pensiero.
Tali concetti, infatti, non erano solo costruzioni
scientifiche, ma soprattutto erano risposte dense di acuta e
reale consapevolezza dei problemi. Concetti come politica,
democrazia, dominio, legittimità, potere, rappresentanza,
Stato di diritto, comportamento, opinione pubblica, non
possedevano una grande facoltà di spiegare gli avvenimenti
e i processi reali; essi servivano a determinare le soluzioni
dei problemi intese come conquiste istituzionali, e la loro
problematica consisteva in buona parte nel fatto che la
superiore problematica del sistema rimaneva oscura,
spesso ignota, e che la “soluzione” poteva consistere solo in
una combinazione di esigenze di comportamento e di
problemi conseguenti, non in un accantonamento del
problema. Se questo assunto è vero, dovrebbe essere
possibile, mediante la chiarificazione e la fondazione
teorica dei problemi in questione, ricondurre queste
risposte concettuali alle loro premesse, ricostruirne il
senso, riconoscere la funzione delle strutture e dei processi
in questione, e compararli con altre possibilità1. Tale
tentativo deve essere qui intrapreso servendosi del
concetto d’opinione pubblica2.
Il presente lavoro si espone consapevolmente
all’obiezione che tutto ciò che verrà trattato in seguito
sotto l’etichetta d’opinione pubblica non ha più nulla a che
fare con il concetto classico corrispondente o almeno perde
l’essenza e la moralità che gli sono proprie. Per favorire
tale obiezione, devono essere rese note le premesse che
possono essere fatte oggetto di critica: noi basiamo il
nostro diritto ad approfondire il concetto di opinione
pubblica sulla continuità che esiste tra il problema e il suo
ambito di soluzione, e consideriamo il problema a cui il
concetto si riferisce nella contingenza delle possibilità
giuridiche e politiche, e l’ambito di soluzione di tale
problema nel processo di comunicazione politica. Dal
riferimento al problema della contingenza deriva la
necessità di reinterpretare il rapporto fra opinione pubblica
e processo di comunicazione: l’opinione pubblica non può
più essere considerata semplicemente come un fenomeno
politicamente rilevante, ma deve essere concepita come
struttura tematica della comunicazione pubblica; in altri
termini, non deve più essere concepita casualmente come
effetto prodotto e continuamente operante; ma si deve
concepire funzionalmente, come strumento ausiliare di
selezione in un modo contingente.
 

1.

Quello di “opinione pubblica” è oggi un concetto il cui


oggetto è divenuto dubbio, forse addirittura inesistente.
Alla sua dissoluzione ha contribuito, e ciò è significativo,
proprio l’intento di studiarlo empiricamente. L’indagine
empirica ha dovuto sostituire ambedue gli elementi del
concetto. L’elemento dell’opinione è stato sostituito dalle
risposte fornite alle domande del ricercatore3.
L’elemento della pubblicità è stato sostituito dall’interesse
selettivo dei politici verso tali “opinioni”4 o dall’influenza di
alcuni gruppi sulla formazione dell’opinione. Combinando i
sostituti dei due elementi del concetto, si delinea la
problematica propria di tali indagini5.
Gli incontestabili successi di queste indagini non
possono in ogni caso fondarsi sulle loro premesse teoriche.
Per quanto questa problematica scientifica sia nota da
lungo tempo, rimane tuttavia vivo il ricordo del concetto
classico d’opinione pubblica e della sua funzione politica. In
tema d’opinione pubblica, diventa evidente quanto sia
insufficiente una teoria politica che si rivolga solo verso ciò
che è istituzionale. Il potere politico e la carica politica mi
sembrano insufficienti ai fini di una comprensione completa
dell’avvenimento politico e di un giusto mantenimento
entro giusti binari. Con ironia e imbarazzo V. O. Key (1961,
p. 8) definisce l’opinione pubblica come “lo spirito santo del
sistema politico”. È pertanto opportuno trovare un concetto
più appropriato che non sia calato né nella psicologia
sociale né nella teologia, ma possa venire integrato in una
teoria del sistema politico.
Se si risale alla concezione liberale dell’opinione
pubblica, appare anzitutto evidente dai suoi antefatti che
essa era destinata a liberare la politica dai vincoli con la
verità, che erano basati sul diritto naturale diffuso
nell’antica Europa. L’evoluzione sociale del tardo Medioevo
e dell’inizio dell’Evo Moderno aveva determinato una più
marcata differenziazione tra religione, politica, economia e
scienza, con la conseguente formazione, entro questi ambiti
sociali, di nuove autonomie e di più astratti obiettivi. I
tradizionali fondamenti di verità su cui si fondava la politica
persero, perciò, la loro credibilità e il loro carattere
dominante. Pur rimanendo ancora all’interno del diritto
naturale inteso come diritto razionale, la dottrina giuridica
del XVIII secolo si uniformò6 alla positività (alla statuizione
mediante decisioni) dei fondamenti del diritto; a questo
scopo, aveva bisogno di un nuovo quadro d’orientamento
che fosse adeguato alle ampie possibilità di ciò che è
giuridicamente possibile. Nonostante tutti i tentativi di
stabilire formule teleologiche invariabili e principi razionali
come limiti della verifica, sorse la necessità di un valore
dominante più duttile della verità, che potesse mutare i
suoi punti di vista e i suoi temi. Esso non poteva più essere
concepito come verità, ma soltanto come opinione, come
giudizio provvisoriamente consolidato di ciò che è giusto,
filtrato attraverso controlli razionali e soggettivi, e
attraverso la discussione pubblica. L’opinione pubblica è,
per così dire, una contingenza politica sostantivata, un
sostantivo al quale si affida la soluzione del problema di
ridurre le molteplicità soggettive di ciò che è
giuridicamente e politicamente possibile.
Per ulteriori chiarimenti è necessario pertanto indagare
sulle basi di questa fiducia, sulle premesse strutturali del
sistema su cui essa si fonda, e si può allora verificare se
questi assunti sono validi ancora per il sistema sociale delle
società industriali avanzate. Se le analisi di Habermas
(1962, pp. 40 sgg.) colgono il segno, si può riconoscere che
alla base del concetto classico d’opinione pubblica sta una
determinata differenziazione sociale che presenta le
seguenti caratteristiche: i sistemi di formazione
dell’opinione sono piccoli circoli di discussione nei quali gli
uomini si possono incontrare e accettare come tali7. Per
l’ordinamento interno di tali sistemi è essenziale che non vi
sia alcuna separazione tra conflitto e cooperazione; si cerca
cioè di conquistare il consenso di coloro contro i quali si
argomenta. Ciò è possibile nell’ambito di piccoli sistemi.
L’orientamento, agevolato dalla differenziazione
amico/nemico, viene sostituito dall’istituzionalizzazione del
tatto, cioè dall’accettazione della libertà di
autorappresentazione dell’altro come fondamento del
proprio comportamento; e ciò con una certezza tale da
fondare un affidamento reciproco. A questo ordinamento
interno corrisponde, come condizione sociale di tali sistemi,
una caratteristica combinazione di differenziazione e
segmentazione. I circoli sono differenziati nel senso che i
membri non si orientano secondo gli altri ruoli loro propri:
sesso, età, posizione sociale, professione, condizione
economica ecc.; anche ciò conferma la formula “uomini
come uomini” o il concetto astratto di “soggetto”. I circoli
nei loro rapporti reciproci sono segmentati poiché essi, al
momento della loro costituzione, sono differenziati in modo
segmentano e omogeneo, e non in base a una funzione
particolare che viene loro attribuita.
Questa particolare costellazione permetteva, rimanendo
essa stessa latente, che il “generale” divenisse tema di
discussione e perciò problema; essa rendeva
contemporaneamente possibile la generalizzabilità della
ragione. L’eguaglianza dei circoli di discussione e la
neutralizzazione delle influenze economiche, politiche, di
ceto, esercitate sulla discussione, permettevano che
l’opinione che si formava in essi potesse venir supposta
come generale; che le aspettative in essi sorte potessero
apparire come generalmente valide; che le aspettative
conseguenti al proprio comportamento potessero essere
considerate come aspettative di tutti e potessero sostituire
come tali le vecchie istituzioni; e che fosse possibile
trovarsi d’accordo in questa comprensione di sé fondata
moralmente senza dover tenere conto delle condizioni
economiche, di classe, o di quelle derivanti dalla struttura
del sistema che influenzano tale pensiero. Così potevano
venire attivate le esperienze che permettevano un facile
passaggio dalla ragione individuale a quella generale, e poi
anche dalla volontà individuale a quella generale. I nuovi
mezzi di diffusione di queste opinioni fecero anche più di
quanto dovessero per convincere di tale possibilità.
Sorprendentemente fu proprio l’ulteriore differenziazione
di una società già funzionalmente differenziata che permise
a coloro che discutevano di considerare se stessi come “la
società”, una chance, questa, a dire il vero, provvisoria.
Un breve sguardo nella storia del pensiero è in grado di
dimostrare che quella fede nella ragione, e quindi anche la
credenza nella capacità dell’opinione pubblica di esercitare
un controllo critico e di mutare l’assetto del potere, non
poteva durare a lungo. Per la sociologia è ovvio non
concepire questo crollo come uno sviluppo dello spirito
autoevidente, immanente, dialettico, ma attribuirlo
all’improbabilità e all’impossibilità di stabilizzazione di
quella complessa struttura sistemica che aveva in sé questa
credenza e che riconduceva a essa le necessarie
esperienze. A noi mancano analisi sufficientemente formali
nel campo della teoria sociale che possano motivare
l’assunto che la differenziazione ulteriore di sottosistemi
segmentati privi di funzioni specifiche sia generalmente
instabile8. Lo sviluppo ulteriore della società moderna
verso una continua industrializzazione ha comportato una
progressiva differenziazione funzionale e una specificazione
in sottosistemi. Pertanto non si può affermare che i gruppi
che si sottraggono a questa differenziazione costituiscano
la società. La differenziazione funzionale conduce
all’astrazione di specifiche prospettive del sistema, alla
sovrapproduzione di corrispondenti rappresentazioni di
desideri ed esigenze di norme e, quindi, all’obbligo di
selezione per tutti i partecipanti al gruppo. La
specificazione in sottosistemi e i modi di selezione vengono
consolidati in modo organizzato, vengono cioè compiuti dai
sistemi che si conformano ai processi decisionali, i quali,
creando le strutture necessarie a tale scopo, non possono
più rappresentare alcun interesse generale. La società
stessa, per esempio, non ne viene semplificata dal punto di
vista organizzativo, né determinata dal punto di vista
tecnico; al contrario, essa diventa un “campo turbolento”
(Emery, Trist 1965, pp. 21-32; McWhinney 1968, pp. 269-
281) nel quale tutti i sistemi vengono fortemente
condizionati dalla complessità, e non devono più soltanto
adattarsi agli avvenimenti, ma anche agli adattamenti degli
altri.
Queste trasformazioni richiedono un riesame del
concetto d’opinione pubblica più radicale di quello fornito
dalle note concettualizzazioni di Habermas (1962, p. 264).
Il concetto di opinione pubblica non può essere facilmente
ripetuto all’interno dell’organizzazione, poiché le
organizzazioni si fondano proprio sulla frammentazione
della consapevolezza e in esse, quindi, non si possono
realizzare né quelle premesse strutturali né le
corrispondenti esperienze sulle quali si è fondata la
supposizione dell’esistenza di un’opinione pubblica critica.
La “produzione di pubblicità” all’interno
dell’organizzazione porta, nella migliore delle ipotesi, alla
produzione di situazioni spiacevoli, non di rado anche a
notevoli alterazioni di funzioni, le quali permettono a chi le
produce l’emancipazione verso la consapevolezza del
proprio ruolo, non però l’emancipazione come uomo verso
il mezzo solidarizzante della pubblicità. Così le
rappresentazioni dell’epoca dell'Illuminismo connesse al
concetto di pubblicità vengono recepite troppo
direttamente, troppo alla lettera. Si devono perciò trovare
interpretazioni più astratte.
 

2.

È possibile trovare un termine di paragone


sufficientemente astratto quando indaghiamo sulla funzione
di ciò che s’intende col concetto di opinione pubblica. In
ultima analisi, si tratta del problema della contingenza
giuridica e politica delle decisioni vincolanti: l’elevata
arbitrarietà di ciò che è possibile politicamente e
giuridicamente deve essere ridotta, se non mediante la
verità, almeno mediante opinioni consolidate dalla
discussione. Con il concetto di “opinione pubblica” viene
proposto in primo luogo, come soluzione del problema, solo
un sostantivo il cui substrato reale rimane oscuro.
Mediante sostantivazione, tuttavia, non si possono risolvere
i problemi; rimane senza risposta l’interrogativo circa i fatti
e i criteri che si celano dietro il concetto di opinione.
Neppure è sufficiente rendere paradossale il problema o
dissolverlo romanticamente nell’infinito o formularlo in
termini dialettici o utopici, poiché ciò non offre un contorno
univoco né per la teoria né per la prassi. Come problema di
riferimento delle analisi funzionali si può, d’altra parte,
precisare la contingenza di ciò che è possibile
giuridicamente e politicamente, e si può utilizzarla come
punto di partenza per confronti con altre soluzioni del
problema.
La contingenza, nel senso di “essere-possibile-anche-
diversamente”, diventa un problema quando le si
contrappone il bisogno di struttura dell’esperienza e del
comportamento umani. Il problema di dover porre le
strutture in un orizzonte di altre possibilità, acquista
un’importanza cruciale per la formazione della coscienza
nell’era moderna, in relazione alle trasformazioni evidenti
delle strutture sociali. La nostra tesi è che il concetto
d’opinione pubblica riferisce questo problema a un settore
particolare dell’esperienza e del comportamento umani,
cioè alla comunicazione interpersonale, soprattutto a quella
di tipo politico. Se si considera che la comunicazione deve
avvenire con un potenziale minimo di attenzione
consapevole - e questo è il punto nel quale ci
diversifichiamo dall’autocomprensione e dal concetto di
ragione dell’età illuministica9 -, appare evidente che tale
comunicazione deve stabilire dei presupposti, che essa
deve sempre già avere dei temi possibili. Ciò che viene
definito come opinione pubblica sembra porsi nell’ambito di
tali temi della comunicazione, la cui presupponibilità limita
la discrezionalità di ciò che è possibile politicamente.
Con il termine “temi” noi intendiamo designare
complessi di senso indeterminati e più o meno suscettibili
di sviluppo, dei quali si può discutere e avere opinioni
uguali, ma anche diverse: il tempo, la nuova automobile, la
riunificazione delle due Germanie, il rumore della
falciatrice del vicino, l’aumento dei prezzi, il ministro
Strauss10. Tali temi costituiscono la struttura di ogni
comunicazione, condotta come interazione tra più partners.
Essi rendono possibile un riferimento comune a un identico
significato e impediscono un rapporto verbale superficiale.
Una comunicazione non può iniziare senza possibili oggetti
comuni di comunicazione, e tali accordi preliminari si
consolidano nel corso della comunicazione, divenendo limiti
del sistema più o meno stabili in un mondo della vita
generalmente accettato e presupposto come inarticolato11.
La comunicazione presuppone pertanto, oltre al linguaggio
comune, altri due diversi piani di determinazione del
significato: la scelta di un tema e l’articolazione delle
opinioni relative a questo tema. Solo all’interno di questa
differenza può costituirsi la differenza fra opinioni concordi
e discordi. In modo analogo, anche la storia dello sviluppo
di un sistema di comunicazione può comportare mutamenti
di significato su questi due piani, mutamenti di tematica e
mutamenti delle opinioni espresse. Ambedue le variazioni
dipenderanno, per la loro tipica natura, l’una dall’altra: la
scelta dei temi non verrà effettuata indipendentemente da
prevedibili o evidenti possibilità di consenso o di dissenso.
Questa doppia struttura di temi e di opinioni è
certamente indispensabile solo se la comunicazione viene
condotta in maniera interattiva. Una scelta dei temi sui
quali si discute è significativa solo se si presuppone che chi
riceve la comunicazione sia in grado di rispondere, di non
sottrarsi al tema, ma di esprimere altre opinioni riguardanti
il tema stesso, introducendo in tal modo quella elevata
complessità delle altre possibilità nell’ambito di ciò che
deve essere sottoposto a un ordinamento. Una
comunicazione unilaterale che esclude qualsiasi risposta
(manipolazione), potrebbe fare a meno di questa struttura e
suggerire subito la giusta opinione12. Il fatto che l’opinione
pubblica si formi mediante quella doppia struttura,
significa che nei canali di comunicazione in questione non
si comunica in modo manipolato, ma in modo interattivo;
per esempio si discute e si collabora cooperativamente alle
discussioni.
Dopo queste riflessioni, si possono individuare alcuni
caratteristici pericoli che minacciano la funzione
dell’opinione pubblica. Essi si presentano sotto forma di
fusione di tema e opinione, il che esclude la possibilità di
risposta alla comunicazione, rendendola quindi
manipolativa. Ciò può verificarsi nel caso dell’unilateralità,
provocata tecnicamente, della comunicazione attraverso i
mass media, nel caso di esposizioni studiate coi mezzi della
psicotecnica, ma soprattutto nel caso di attribuzione alla
comunicazione di una valenza morale (e naturalmente, in
maniera indubitabile, nel caso di concomitanza di tutti
questi casi).
L’uso di un linguaggio etico manipolativo ha suscitato
finora, per le ragioni più diverse, scarso interesse13. Le
circostanze sono infatti complesse. La condizione della sua
esistenza è costituita da una società altamente complessa,
la cui integrazione attraverso una morale collettiva è ormai
impossibile, o in ogni caso non è più autoevidente. In
queste condizioni, l’attribuzione alla comunicazione di una
valenza morale diventa un mezzo per privarla di una
risposta. Il destinatario di tale comunicazione si trova di
fronte a un ruolo, attribuitogli implicitamente, che vincola il
suo valore personale a determinate opinioni; e, cosa ancora
più spiacevole, egli trova in questa imposizione un impegno
morale del suo interlocutore che la delicatezza, la
circospezione e il bisogno di quiete gli impediscono di
sottovalutare. Egli deve ora attendere colui che lo attende
considerandolo come qualcuno che egli non può essere, ed
esce poi dal campo nel migliore dei modi sia mediante la
sospensione, sia mediante la banalizzazione della
comunicazione.
Come ogni manipolazione, anche questa esclude
qualsiasi differenziazione fra tema e opinione:
l’istituzionalizzazione del tema viene fusa con le
implicazioni morali delle opinioni in modo tale che
l’affermazione di una morale appare connessa all’obbligo
della sua accettazione. Diffusa dai mass media, dagli
spettacoli, dai cartelloni pubblicitari, nasce così quella
morale pubblica, priva di risonanze, che lascia tutti
indifferenti. Se nel processo di comunicazione si giunge,
d’altra parte, a una differenziazione fra causa della
comunicazione e affermazione dei propri valori personali,
l’opinione pubblica può formarsi come struttura di un
processo di comunicazione limitatamente aperto. In tali
processi di comunicazione si giungerà, disponendo di temi
che implicano un impegno, alla divergenza di opinioni; ma
attraverso morali che presuppongono un impegno non si
giungerà alla controversia sul diritto di divergenza dalle
opinioni. Possiamo esprimere il risultato di questa analisi
nella regola generale che rapporti sociali sempre più
complessi possono instaurarsi solo mediante processi di
comunicazione sempre più complessi. La differenziazione
fra temi e opinioni giova all’aumento di questo potenziale di
complessità. Senza di essa, oggi, la comunicazione non può
più essere condotta interattivamente, né può essere
controllata la complessità di ciò che per più soggetti è
significativamente possibile. Anche nel contesto politico
non si può comunicare diversamente. Perciò i temi delle
possibili comunicazioni sono d’importanza primaria. Essi
fungono da regole per la continua attualizzazione di
aspettative nelle interazioni concrete e guidano, in tal
modo, la formazione delle opinioni. Il meccanismo di
riduzione della comunicazione politica, che veniva definito
col termine di opinione pubblica, non si basa affatto,
quindi, sulle opinioni stesse, ma sui temi della
comunicazione politica. In questo modo ritengo che si
possa risolvere il vecchio problema dell’unità degli effetti
nonostante la contraddittorietà dell’opinione pubblica14. La
funzione dell’opinione pubblica non deve essere dedotta
dalla forma delle opinioni - dalla loro generalità e
opinabilità critica, dalla loro razionalità, dalla loro capacità
di ottenere consenso, dalla loro sostenibilità pubblica -, ma
dalla forma dei temi delle comunicazioni politiche, dalla
loro idoneità come struttura del processo di comunicazione.
E questa funzione non consiste nella giustezza delle
opinioni, ma nella potenzialità dei temi di diminuire
l’insicurezza e di fornire strutture. Il problema, quindi, non
consiste nella generalizzazione del contenuto delle opinioni
individuali in formule generali, accettabili da parte di
chiunque sia dotato di ragione, ma nell’adattamento della
struttura dei temi del processo di comunicazione politica
alle necessità decisionali della società e del suo sistema
politico.
Tale spostamento di visuale dalle opinioni ai temi che
ordinano le opinioni è opportuno non solo perché permette
una migliore motivazione nell’ambito di una teoria dei
sistemi di comunicazione, ma anche perché pone sul
tappeto interessanti questioni. Esso permette di collegare
le indagini sull’opinione pubblica con una teoria del sistema
politico (e anche con una teoria del sistema sociale), che
trova nella complessità di questo sistema la primaria
variabile indipendente15. La complessità del sistema
politico, cioè il numero e la multilateralità delle possibilità
di esperienza e di azione in esso attuabili, è infatti in
relazione con la sua “capacità tematica”, cioè con la
strutturazione tematica dei suoi processi di comunicazione.
La complessità condiziona la capacità tematica, e
viceversa. Questo rapporto appare evidente non solo
nell’esigenza d’astrazione dei contenuti di temi e opinioni,
esigenza che può essere mascherata da varie circostanze di
fatto. Esso possiede molti altri aspetti, che non potevano
essere colti con il concetto classico d’opinione pubblica, ma
che possono essere compendiati nel concetto funzionale
d’opinione pubblica che qui si sostiene. Anche la
dimensione dell’effettiva e tattica differenziazione fra temi
e opinioni di cui si parlerà più avanti (2), la mobilità
temporale dei temi (4) e le forme della loro
istituzionalizzazione sociale (5) mutano con la complessità
del sistema politico e con il peso della selezione dei suoi
processi decisionali.
 

3.

Dalla teoria generale dell’organizzazione sappiamo che


in tutti i sistemi sociali complessi, occupati in processi
decisionali, si manifesta una differenziazione fra “attention
rules” e “decision rules”, poiché la capacità di operare
confronti consapevoli non basta a esaurire le possibilità
logiche della razionalizzazione (March 1962, pp. 191-208;
Simon 1967, pp. 1-20). Poiché l’attenzione è scarsa, si
sviluppano necessariamente regole sul convogliamento
dell’attenzione, che si differenziano da quelle regole
secondo le quali le decisioni vengono prese e considerate
come corrette16. Solo nel quadro di ciò che generalmente
viene considerato con attenzione - per così dire, quindi,
dopo la scelta preliminare operata dalle regole
dell’attenzione -, si può giungere a decisioni
razionalizzabili. L’oggetto che suscita l’attenzione non è
necessariamente identico all’oggetto sul quale, poi,
effettivamente si decide (Vickers 1965, p. 194). I processi
di distribuzione dell’attenzione nel sistema si differenziano,
quindi, significativamente dai processi di attività
decisionale e, se questa stessa differenziazione deve
compiere la sua funzione, essi devono essere giudicati in
base a criteri diversi. Questo giudizio, derivante da un
ambito d’indagine completamente diverso, può essere
riferito alla nostra distinzione fra temi e opinioni, e illustra
una delle sue funzioni. Le regole dell’attenzione guidano la
costruzione dei temi politici; le regole della decisione
guidano la formazione dell’opinione, tra l’altro, nelle
istanze decisionali.
I temi non servono direttamente a determinare il
contenuto delle opinioni, ma, in primo luogo, e soprattutto,
a catturare l’attenzione. Essi rivelano ciò che nel processo
politico di comunicazione si suppone possa avere risonanza
e possa richiedere una capacità di risposta, ma non
precisano quali opinioni vengano sostenute in riferimento
al tema, quali siano quelle giuste, quali siano in grado di
affermarsi. Convogliamento d’attenzione non significa
ancora, perciò, legame a determinate opinioni e contenuti
decisionali, ma è tutt’al più uno stadio preparatorio. E per
converso, aspirazioni “di per sé” dotate di senso e opinioni
esatte non possono in quanto tali diventare temi dei
processi di comunicazione politica: essi devono prima
passare attraverso il filtro delle regole dell’attenzione,
costruito in base ad altri punti di vista. Questa funzione di
filtro è premessa al processo di comunicazione. Ciò lascia
supporre che il sistema politico, in quanto si fonda sulla
pubblica opinione, non debba assolutamente venir
integrato nelle regole della decisione ma nelle regole
dell’attenzione. In ogni caso, le regole dell’attenzione
offrono, dal punto di vista sociale, le più ampie possibilità
di accesso e la maggior forza integrante: esse possono, anzi
devono, essere “le stesse” anche per coloro che si
attengono a differenti regole decisionali, mentre la
relazione contraria non è possibile. In queste circostanze,
potrebbe essere sia teoricamente che praticamente di
grande importanza conoscere le regole di attenzione di un
sistema politico. Ma senza un’indagine empirica
specificamente rivolta a questo scopo non si può
attualmente fare alcuna asserzione sicura su tale
questione. Un occasionale esame della nostra scena politica
dà adito, tuttavia, alla supposizione che, nella distribuzione
dell’attenzione e nella formazione dei temi, ci si attenga,
tra l’altro, alle seguenti regole:
- Netta priorità di determinati valori, la cui minaccia o
violazione fa sorgere da sé un tema politico. Si pensi, per
esempio, alla minaccia contro la pace, alle interferenze
nell’indipendenza della giustizia, agli aspetti morali degli
scandali politici (Winkler 1968, pp. 225-244). I valori
fungono quindi non solo da regole decisionali all’interno di
programmi, ma contemporaneamente, in altro contesto, da
regole di attivazione dell’attenzione, senza che per
quest’ultima funzione sia essenziale la ponderazione del
rapporto con altri valori. Un indicatore operazionalizzabile
di tali priorità sarebbe il fatto che temi corrispondenti
possano affermarsi di fronte ai termini prefissati dai politici
(Luhmann 1971, pp. 143 sgg.).
- Crisi o sintomi di crisi17. Le crisi sono minacce inattese
(tematicamente non preparate) non solo nei confronti di
singoli valori, ma nei confronti delle esigenze, intrinseche
al sistema, che sono poste dalla sua stabilità. Le crisi
stimolano e convogliano attenzione, e minacciando in
maniera diffusa, indeterminata, il livello di attuazione di
innumerevoli valori, lo pongono sotto l’incalzare del tempo
(Hermann 1963, pp. 61-82).
Su ciò si fonda il loro effetto d’integrazione, che deve
essere distinto dagli effetti innovativi delle crisi, che
derivano dal mutamento delle regole decisionali sotto la
pressione di condizioni eccezionali (Crozier 1963, pp. 257
sgg., 291 sgg.). In tutti i sistemi sociali le crisi potrebbero
rientrare tra le regole di distribuzione dell’attenzione; le
loro differenze riguardano la questione degli eventi (per
esempio dimissioni di un ministro, carestie, eccezionali
aumenti di prezzi, sommosse e azioni di violenza) che fanno
percepire e supporre una certa crisi, e quella del tempo che
rimane ancora per decidere18.
- Status dell’autore di una comunicazione. Capi politici,
celebrità, grosse personalità, trovano per le loro
comunicazioni più attenzione e più eco rispetto alle
persone che non occupano posizioni di primo piano. Lo
status sociale influisce in certo qual modo sulla
comunicazione. Anche questo effetto è in primo luogo
indipendente dal fatto che il detentore di questo status sia
o meno in grado di affermare il suo volere nei casi singoli.
- Sintomi di successo politico. Poiché nel complesso
mondo della politica le reali condizioni del successo sono
spesso incalcolabili e non sono disponibili informazioni
sufficienti, al loro posto emergono sintomi dotati di
maggior valore orientativo, per esempio un crescente
numero di voti o la menzione di un nome o di un fatto nella
stampa o il diretto accesso presso i detentori delle più alte
cariche. Le circostanze che possono venir associate a tali
sintomi di successo vengono tenute in maggior
considerazione, specialmente da coloro che esercitano
attivamente la politica, rispetto ad altre indicazioni che
potrebbero forse essere altrettanto importanti per la
formazione dell’opinione.
- La novità degli avvenimenti. Le circostanze che si
mantengono costantemente immutabili sfuggono a una
consapevole attenzione, mentre i mutamenti colpiscono e
attivano l’attenzione. Il “nuovo” di per sé ha un’apparenza
d’importanza. Veramente nelle società più complesse
diventa un problema (Hirschman 1968, pp. 353-361; Emery
1967, pp. 199-237) anche la percezione di innovazioni
rilevanti, tanto che si formano per questo specifico scopo
dei sottosistemi propri, in particolare la stampa quotidiana,
che corrono poi il rischio di occuparsi troppo di novità
invece che di questioni importanti.
- Dolori o loro surrogati provocati dalla civilizzazione.
Penose fatiche fisiche e organiche, “stress”, instabilità delle
relazioni private, perdite di denaro, restrizioni economiche,
perdite di posizioni sociali specialmente se commisurabili e
paragonabili, sono molto allarmanti allorché non sono più
collegate a convinzioni istituzionalmente accettate, né
possono essere compensate dall’idea di un giusto sacrificio.
Tutte queste, e forse altre regole dell’attenzione,
derivano dalla struttura del sistema politico e si collegano a
essa; non vengono quindi stabilite arbitrariamente, né
possono essere mutate a piacere. In questo modo, la
struttura del sistema politico regola l’opinione pubblica
senza determinarla stabilmente. Proprio la pluralità delle
regole dell’attenzione è determinante per la permanente
apertura dell’opinione pubblica; essa impedisce che solo
valori prestabiliti, solo crisi, solo comunicazioni dei
detentori di uno status, solo la propria logica interna di
successo del sistema politico, solo novità o solo dolori e
loro surrogati determinino la tematica del processo politico
di comunicazione. L’unilateralità dei punti di vista,
necessaria per catturare attenzione, può essere così
riequilibrata all’interno del sistema.
 

4.

Che l’opinione pubblica, sotto forma di una


differenziazione di temi e di opinioni, diventi rilevante ai
fini del controllo di un sistema politico, lo dimostra l’elevata
complessità di quest’ultimo. Questa complessità è una
conseguenza della differenziazione sociale del sistema
politico, della sua costituzione come sottosistema della
società, separato dagli altri ambiti di funzioni (Luhmann
1968, pp. 705-733). Con tale differenziazione e aumento
della complessità sottosistemica nasce,
contemporaneamente, un bisogno di variazione strutturale
nel sottosistema; poiché il numero delle possibili condizioni
del sistema, necessario del resto ai fini dell’adattamento
alla società, la “requisite variety” del sistema politico (Ross
Ashby 1901, pp. 206 sgg.), può venire raggiunto solo
mediante mutamenti strutturali abbastanza frequenti e di
rapida attuazione. Per il processo politico di
comunicazione, la mobilità della struttura dei suoi temi
significa che i temi della comunicazione politica non solo
devono essere mantenuti aperti alle diverse opinioni e
decisioni, ma devono anche poter essere mutati secondo le
necessità.
Questo cambiamento sembra seguire un certo ordine.
Benché anche qui manchi una sufficiente indagine
empirica19, si può osservare che i temi politici, nel quadro
strutturale del sistema politico, non possono venir prodotti
e sviluppati a piacere, ma possiedono una sorta di storia di
vita che, come la vita stessa, può percorrere diverse vie e
può essere troncata prematuramente, ma può tuttavia
essere regolata secondo fasi tipiche. Nelle singole fasi
dell’iter di un tema rimangono di volta in volta aperte
determinate possibilità, si presentano di volta in volta
determinati problemi da risolvere e determinati
presupposti di partecipazione da soddisfare; da ciò
derivano strutturate possibilità d’azione per coloro che
promuovono il tema, lo stimolano, lo moderano, lo bloccano
o lo vorrebbero condurre su determinati binari20.
In genere, i temi politici attraversano, in un primo
momento, una fase latente, durante la quale essi già
appaiono possibili specialmente agli implicati e agli
interessati, e prendono già avvio le attività che precedono
la loro nascita; durante la quale, però, non si può ancora
presumere che i politici, o addirittura i non-politici,
conoscano il tema e siano disposti a occuparsene. Alcuni
già intuiscono l’oggetto in questione; spesso però manca
ancora il termine per designarlo - zone verdi, sinistra
extraparlamentare, rivalutazione della moneta, riforma
universitaria, cogestione delle imprese, vaccinazione anti-
polio, misure di prevenzione degli infortuni stradali ecc. -
sotto il quale il tema inizierà il suo iter e potrà cominciare a
essere dibattuto. Non vi è ancora alcuna urgenza di
decidere. Nulla deve avvenire. Spesso i temi vegetano a
lungo in questa forma iniziale finché non abbiano raccolto
la forza necessaria per un iter politico e non sia giunto il
momento perché ciò si verifichi (e parecchi temi non lo
raggiungono mai).
Alcuni temi, però, riescono a sfondare. Ci sono persone
audaci alle quali riesce di creare un tema politico, che
credono in esso e lo diffondono dedicando tempo, risorse e
relazioni personali. Spesso si tratta di uomini isolati, che
sono interessati a un particolare tema e che politicamente
non hanno molto da perdere; spesso si tratta di principianti
che, grazie al tema, iniziano la propria carriera. Essi, se
aiutati dalla fortuna, giungono a tanto successo che il tema
non occupa più solo coloro che ne sono interessati, ma
passa nelle mani di coloro che si occupano di politica
servendosi di temi variabili. In questo stadio iniziale i temi
possono ancora essere censurati, bloccati o dirottati sui
binari secondari delle questioni estranee alla politica; i
potenti hanno ancora la possibilità di accettare o
respingere il tema. Se però il tema acquista popolarità,
diventando di moda, allora esso assume la funzione di una
struttura del processo di comunicazione. Esso diviene parte
costitutiva dell’opinione pubblica, nel significato espresso
dal nostro concetto; appare sulla stampa quotidiana in un
articolo che presuppone che tutti siano a conoscenza degli
antefatti del tema. In virtù della sua autoevidenza, di esso
non si può disporre. Disponibile non è più il tema stesso,
ma solamente le opinioni e le decisioni sul tema. Ora
cambiano i promotori. Nominare il tema e approvarlo non è
più rischioso, poiché esso è già passato sulla bocca dei
ministri, dei presidenti, dei cancellieri, dei generali. Esso
raggiunge il punto culminante del suo iter. Gli oppositori
devono ritirarsi verso tattiche di temporeggiamento per
guadagnare tempo, e verso un riconoscimento limitato, con
riserva; ora i suoi promotori devono tentare di inserirlo nel
bilancio o nei programmi decisionali dell’amministrazione.
Il tempo per fare ciò è scarso; subito appaiono, infatti, i
primi sintomi di stanchezza21, i primi dubbi, le esperienze
negative. Si può esprimere il proprio parere anche in
pubblico in maniera distaccata, includendo nell’esposizione
i problemi in questione. Se nulla avviene nei riguardi del
tema, ciò è sintomo di probabili difficoltà che non
mancheranno di presentarsi. Poco dopo il tema perde
d’interesse. Gli esperti gli voltano le spalle. Esso si
sclerotizza e assume un’importanza soltanto rituale,
divenendo un simbolo di buona volontà di fronte al quale
tutti s’inchinano in determinate occasioni solenni. Esso
appare nei discorsi ufficiali, nelle relazioni sulla produzione
aziendale e negli indirizzi di saluto; oppure assume la
forma di un vecchio sogno irrealizzato, che ha bisogno di
scandali per ridestare, di tanto in tanto, l’attenzione - per
esempio, l’impedimento della speculazione edilizia. Colui
che s’impegna ancora con slancio per il tema, dimostra solo
di non essere aggiornato. Il tema è decaduto e non è più in
grado di dare impulso a mutamenti; in ogni caso, non può
essere rianimato al pari dei temi che non sono mai nati,
poiché la sua storia impedisce ogni suo rinnovamento. Se il
tema non ha risolto i suoi problemi, deve essere rigenerato
come tema nuovo.
La più importante caratteristica di tale processo è forse
la diminuzione della distanza fra tema e opinione oppure
fra tema e decisione. La storia della vita di un tema è, al
tempo stesso, una storia di consolidamento e di
concretizzazione di significato. In tale concretizzazione la
storia del tema assume il significato del tema stesso: oggi
non si può propagandare una “riforma
dell’amministrazione” senza conoscere, comprendere e
presupporre come conoscenza altrui ciò che finora è stato
tentato ed è fallito sotto questo termine; bisogna opporsi a
questa storia, bisogna quindi esigere la “vera”, la
“strutturale” riforma amministrativa “a medio termine”,
“che non deve più essere solo”. La storia del tema,
mantenuta nel significato del tema stesso, lo concretizza, e
colma quella distanza tra regole dell’attenzione e regole
della decisione che avevamo illustrato nel precedente
paragrafo. La tendenza verso la formazione di opinioni e
verso la decisione è propria dei temi politici dell’opinione
pubblica, senza che essi stessi siano opinioni o decisioni. Il
sistema politico non può interessarsi contemporaneamente
di troppi temi; bisogna accantonarne alcuni per far posto ai
nuovi, e ciò avviene con un ritmo tale che spesso non
rimane il tempo sufficiente per un’adeguata trattazione dei
temi stessi. È inoltre necessario che la storia della
comunicazione politica appresa come parte costitutiva dei
temi diventi struttura e possa essere, di quando in quando,
messa da parte mediante la soppressione di vecchi temi e
la creazione di nuovi. In tal modo s’impedisce che i temi
della prassi politica quotidiana rimangano nell’astrattezza
di valori integrati; essi giungono, almeno in parte, alla
decisione. D’altra parte questo tipo di mobilità dei temi non
garantisce sufficientemente, almeno per ora, riforme
strutturali di natura durevole.
La teoria liberale aveva riconosciuto l’instabile fluttuare
dell’opinione pubblica, ma non aveva potuto approvare la
sua labilità, né era riuscita a spiegare e a integrare la sua
funzione; aveva perciò confidato nel progresso. Infine essa
aveva continuato a cercare un significato costante come
fondamento della prassi decisionale politica, se non proprio
delle verità nel senso delle scienze moderne, almeno delle
opinioni razionalmente fondate, universalmente valide.
Muovendo da questa premessa l’opinione pubblica,
secondo la più antica teoria liberale, potè manifestare, nel
nome di costanti razionali comuni a tutti gli uomini, una
pretesa di dominio, in pratica quella della borghesia in
ascesa. Dato il carattere ideologico di questa pretesa, tale
teoria dovette limitarsi a una funzione di critica e di
controllo, che dà o nega rilevanza al tema in questione.
Non si poteva ancora pensare che il dominio si fondasse
sulla possibilità di compiere variazioni, il potere sulla
possibilità di esercitare influenze. Così l’opinione pubblica
ottenne il suo posto accanto al dominio politico inteso come
il vero e proprio centro del sistema politico. Quest’ultimo
veniva concepito, come in precedenza, alla stregua di un
sistema di cariche politiche, e non come un processo di
comunicazione strutturato.
Questi assunti devono essere sottoposti a verifica. La
normale conduzione del sistema politico di una società
altamente complessa può essere esercitata solo da
meccanismi che mostrano una corrispondente varietà, che
sono in grado di organizzare uno scambio di argomenti di
comunicazione ricollegandoli a esigenze strutturali più
generali (per esempio a quelle della differenziazione del
sistema). Nella misura in cui la struttura dei temi del
processo politico di comunicazione, che noi definiamo col
termine d’opinione pubblica, è in grado di compiere
effettivamente una tale prestazione, essa assume la
funzione di meccanismo-guida del sistema politico che non
determina, è vero, né l’esercizio del dominio né la
formazione delle opinioni, ma stabilisce i confini di ciò che
è di volta in volta possibile. Nel processo politico di
comunicazione ogni ruolo, in quanto non può fare a meno
della comprensione e della risonanza dei temi, deve
adattarsi alla struttura dei temi dell’opinione pubblica ossia
alle regole del suo mutamento; esso, quindi, ha bisogno di
essere compatibile con l’opinione pubblica.
Tale inserimento di temi alterni, e mutabili in se stessi,
nella struttura della comunicazione, non può non provocare
ripercussioni sugli elementi strutturali, relativamente
costanti, del sistema politico. Tali elementi devono essere
adeguatamente resi astratti per poter sostenere temi
mutabili. Questi mutamenti possono essere osservati: essi
si verificano ora nell’organizzazione di un processo
decisionale secondo un certo procedimento, ora
nell’istituzionalizzazione di valutazioni astratte. I
procedimenti dell’elezione politica, della legislazione
parlamentare, della giurisdizione e dell’amministrazione
sono disposti in modo tale che la loro forma e l’accettabilità
dei risultati rimangono relativamente indipendenti dai tipi
di temi trattati22; i procedimenti possono quindi assumersi,
almeno in parte, il compito di sostenere e di mutare i temi
dell’opinione pubblica di volta in volta attuali. I valori
correnti, quali, per esempio, il denaro, la salute, la
giustizia, l’arte, l’educazione, la protezione della natura, la
pace, la repressione della criminalità, il miglioramento
delle comunicazioni, il divertimento ecc., sono tanto astratti
che nella discussione di numerosi temi ci si può
tranquillamente riferire a essi senza dover temere che
qualcuno sia contrario al loro valore in quanto tale. Per il
loro riconoscimento non si devono addurre ragioni o motivi
personali. Soltanto i rapporti di rilevanza fra i valori e la
necessità di una parziale rinuncia a essi vengono di volta in
volta messi in discussione e mutano coi temi dell’opinione
pubblica (Luhmann 1967b, pp. 531-571). Quest’ultima, nel
quadro di costanti punti di vista valutativi, deve essere in
grado di organizzare il cambiamento delle preferenze
attuali.
(...)
 

6.

Passando in rassegna gli aspetti dell’opinione pubblica


che sono stati finora osservati - aspetti di tipo materiale,
temporale e sociale - ci appare un quadro abbastanza
complesso, sia per l’ordine di grandezza (numero dei temi,
durata, numero dei partecipanti), sia soprattutto perché ne
osserviamo una variabilità, ma non arbitraria, cioè non
diffusa in modo puramente casuale. Esistono notoriamente
limitazioni strutturali della compatibilità e della variabilità,
o, detto in modo più formale, condizioni restrittive delle
possibilità dell’opinione pubblica. E queste condizioni non
risiedono semplicemente nei contenuti delle opinioni, che si
possono avere o non avere e che possono essere giusti o
errati, ma derivano dal fatto che l’opinione pubblica
struttura un sistema sociale e che ciò può avvenire in modi
diversi, ma mai in modo casuale.
Se questo assunto corrisponde a verità, tali limitazioni
strutturali devono poter essere trasformate in
considerazioni strategiche; e da esse devono potersi
ricavare le condizioni generali di un comportamento
efficace e le diverse possibilità di partecipazione al sistema.
La loro rappresentazione può essere articolata in linea di
massima distinguendo la possibilità di eludere l’opinione
pubblica dall’impiego tattico di tale possibilità.
L’opinione pubblica può essere elusa nel processo
politico solo quando è possibile evitare un’intensa
comunicazione con sconosciuti. Una completa eliminazione
dell’opinione pubblica in questioni di qualche importanza
potrebbe essere oggi molto difficile, a meno che non si
giunga a legittimare una segretezza degli organi ufficiali.
Più importanti sono le strategie di elusione parziale: si
mette il tema a disposizione dell’opinione pubblica, ma solo
in ritardo, o soltanto evidenziandone singoli aspetti. Così,
accade spesso che determinati propositi vengano portati a
conoscenza dell’opinione pubblica solo in un secondo
tempo, quando la loro attuazione è già assicurata mediante
un contatto diretto con i livelli decisionali competenti,
quando per esempio, il ministro delle Finanze ha già
espresso la sua approvazione a uno stanziamento conforme
al bilancio23. In questo modo i sostenitori di una questione
possono evitare il rischio di un rifiuto pubblico; si può dire
che essi abbiano già il successo in tasca quando si
presentano al pubblico, ma in tal modo sottraggono le linee
fondamentali del loro progetto alla discussione pubblica.
Un’altra strategia delusione parziale non è tanto tipica
dell’ambito burocratico quanto piuttosto della stampa. Essa
si fonda sulla differenza fra temi e premesse; più
precisamente, sulla possibilità di effettuare spostamenti
nell’ambito di questa differenza. Le proposizioni usate per
presentare un tema possono essere formulate in modo tale
che le questioni preliminari sembrino aver già ottenuto una
risposta o in modo tale da sottrarle, grazie alla loro
presunta autoevidenza, alla discussione: dei monopoli si
parla come fossero un male; un nuovo tema viene
presentato, a seconda delle circostanze, come
miglioramento strutturale o come mera tattica
preelettorale. Questa strategia si serve della
manipolazione 24 poiché la comunicazione, in riferimento
alle sue premesse, rimane unilaterale e senza possibilità di
risposta. Tali meccanismi delusione, grazie ai limiti
inevitabilmente elevati della disattenzione del pubblico,
possiedono notevoli possibilità di successo. La portata
politica dell’opinione pubblica può essere misurata, tra
l’altro, in base al grado d’importanza oltre il quale i temi
non possono più essere sottoposti così brevemente
all’attenzione del pubblico.
Da ciò devono essere distinti, ai fini di una migliore
comprensione dell’opinione pubblica, i tentativi di operare
con essa, cioè senza eluderla. La tattica che si propone di
stimolare i temi dell’opinione pubblica si trova anzitutto a
dover superare l’ostacolo dell’attenzione fortemente
limitata del pubblico. Ciò comporta sia la necessità di
ricorrere ad altri mezzi, particolarmente drastici, per
ottenere un aumento d’attenzione e per incoraggiare
determinate opinioni riguardanti il tema in questione, sia la
nascita di problemi nel passaggio da una fase all’altra. Una
soluzione relativamente inopportuna sarebbe, per esempio,
quella di attivare l’attenzione del pubblico gettando
volantini e arrivare subito dopo con cartelle e documenti di
lavoro; in questo tipo di azione si dovrebbe almeno
provvedere a uno scambio delle persone che agiscono nei
due momenti, e ciò presuppone un’organizzazione.
Possibilità di combinazione più astratte, ma più delicate
quanto alla loro applicazione, vengono offerte dalla
produzione di pseudo-crisi, pseudonovità o pseudo-sintomi
della volontà dell’elettorato, che poi possono venir utilizzati
come fondamento di un’argomentazione fondata su fatti
reali; ciò, a sua volta, è possibile solo per un numero di
temi molto limitato. Una terza possibilità, quella di
provocare la comunicazione di un uomo politico altolocato,
non è accessibile a tutti e viene inoltre ostacolata dal fatto
che Egli normalmente sa e analizza assai bene ciò che esce
dalla Sua bocca.
A queste difficoltà, che derivano dalla differenza
materiale fra regole dell’attenzione e regole della
decisione, se ne aggiungono altre in connessione alla
mobilità dei temi. Un fattivo contributo alla mobilità di un
tema presuppone, come minimo, che se ne conosca la
storia e le condizioni e che ci si tenga informati (o se ne
venga informati). Il singolo individuo può fare ciò solo per
pochi temi o solo con l’aiuto di un apparato che gli fornisca
la “documentazione” di volta in volta necessaria25.
Mediante la mobilitazione dei temi, le esigenze di una
comunicazione dotata di senso aumentano a tal punto che
possono essere soddisfatte solo in un contesto ristretto o
con particolari accorgimenti.
Infine, anche nella dimensione sociale, che attraverso
l’istituzionalizzazione del tema dovrebbe essere assicurata
come possibile oggetto di comunicazione, emergono
particolari esigenze di sapere differenziato e di abilità
tattica. L’istituzionalizzazione del tema non garantisce
ancora alcuna effettiva, e tanto meno concorde,
cooperazione al tema. Nel caso di temi noti, se ne può
supporre la conoscenza, o l’impossibilità di sostenere la
mancanza di conoscenza, utilizzandola come fondamento
della comunicazione: si chiede una firma contro leggi
eccezionali d’ordine pubblico senza che occorra spiegare
cosa s’intenda per ordine pubblico e perché sia possibile
abusare di tali leggi. In questo modo, però, non si ottiene
molto; soprattutto non si giunge a consolidare determinate
opinioni e decisioni. A tale scopo occorre poter prendere in
considerazione i canali sociali attraverso i quali si
diffondono e si consolidano le opinioni, e occorre poter
valutare la disponibilità a sostenere un tema con
determinate opinioni. Ciò presuppone una conoscenza
molto concreta della scena politica.
Tutto questo complesso di elementi porta a un risultato
a prima vista paradossale: nelle condizioni descritte si deve
tener conto, nell’ambito della politica, di una
moltiplicazione di possibilità di comportamento e,
contemporaneamente, di una riduzione di possibilità di
partecipazione attiva. La problematica e la rispettiva
collocazione di temi pubblici nel sistema di comunicazione
della politica permettono di volta in volta una pluralità di
caratteristiche tattiche, lasciano aperte molte possibilità di
sviluppo e inducono, così, all’attività; ma appunto per
questo esse sottopongono l’azione comune a esigenze che
solo pochi sono in grado di soddisfare. In sostanza, la
produzione, la discussione e la ripresa dei temi
dell’opinione pubblica diventano una prerogativa dei
politici di professione, opportunamente preparati a tale
scopo. Ciò che era previsto come management by
partecipation diventa participation by management, cioè
partecipazione di coloro che sanno valorizzare
politicamente le informazioni, le situazioni, i legami, il
numero dei voti e, non da ultimo, anche se stessi.
Ci si può chiedere quali gruppi sociali, in queste
circostanze, abbiano qualche possibilità di partecipazione
che non sia soltanto passiva. I militari, per esempio, sono
troppo abituati a un ambiente sociale privo di turbamenti,
poco mutevole, per poter operare con successo nel sistema
politico di comunicazione dell’opinione pubblica. Ai
professori manca, per lo più, la capacità di subire influenze
politiche. Gli studenti vengono considerati come persone
ancora immature, perciò non vengono presi in seria
considerazione come portatori di comunicazioni. Il
significato politico di tali gruppi sembra, quindi, sintomo di
una politica sottosviluppata, del fatto che la comunicazione
politica non ha ancora raggiunto quel grado di complessità
che sarebbe necessario per un costante adattamento allo
sviluppo della società odierna.
In questo modo viene confermata la nostra ipotesi circa
l’esistenza di un rapporto tra differenziazione e complessità
dei sottosistemi sociali. L’aumento di complessità dipende
dalla formazione del sistema, quindi dall’ulteriore
differenziazione sociale (Luhmann 1968). D’altra parte,
appare ora più chiaramente che la crescente complessità di
un sottosistema contribuisce alla sua ulteriore
differenziazione e stabilisce i confini del sistema. Un
comportamento dotato di senso dell’opinione pubblica nel
sistema di comunicazione richiede una riduzione
dell’elevata complessità e richiede, soprattutto, un
superamento della barriera del poter-anche-vivere-
diversamente-e-agire-diversamente dagli altri, e diventa
tanto ricco di condizioni e di difficoltà da rendere
necessario un reclutamento nel sistema stesso; e ciò
significa anche una socializzazione più o meno
impercettibile nel sistema. Le posizioni e i ruoli estranei al
sistema offrono, tutt’al più, possibilità d’accesso, ma
nessun fondamento adeguato per una partecipazione attiva
e duratura alla vita politica. Da ciò si potrebbe dedurre che
l’opinione pubblica si sia ridotta a mezzo di comunicazione
interno al sistema politico, al linguaggio usato dai politici
nelle loro relazioni, a strumento delle loro reciproche
contese, e abbia perso ogni funzione sociale; che l’opinione
pubblica, insieme col sistema politico, sia stata, per così
dire, differenziata dal mondo della vita, non specificato
quotidianamente, dell’intera società. Questo sarebbe,
tuttavia, un giudizio troppo affrettato. La questione implica
interrogativi molto complessi, finora chiariti in modo
insufficiente, intorno alla teoria generale dei sistemi sociali.
Di essi dobbiamo occuparci concludendo - non per
presentare subito risposte valide, ma per mostrare in che
misura un’adeguata comprensione dell’opinione pubblica
dipenda dall’ulteriore elaborazione di una teoria dei sistemi
sociali molto più astratta.
 

7.

Comunemente s’immaginano i sistemi sociali in maniera


troppo concreta, per così dire reificata. La loro identità,
tuttavia, non si fonda su un rapporto naturale di uomini o
azioni, ma su regole di delimitazione e di correlazione che
guidano l’elaborazione dell’esperienza umana dotata di
senso. L’ulteriore differenziazione dei sottosistemi sociali
deve, quindi, essere concepita come dipendente da tali
regole di delimitazione e di correlazione che sono presenti
nell’intero sistema sociale26. La differenziazione, perciò,
non porta mai a uno sradicamento dal contesto della
comunicazione sociale; essa deve essere vista, piuttosto,
come regolatrice di questo contesto, come struttura che,
mediante differenziazione (non però mediante invalicabili
barriere interne), permette di raggiungere e di controllare
una complessità più elevata.
La differenziazione dei sottosistemi (o la crescente
differenziazione interna del sistema sociale) non deve
significare, quindi, che i rapporti causali o comunicativi di
questi sottosistemi con il loro rispettivo ambiente sociale
debbano venir spezzati o mantenuti entro limiti
relativamente modesti27. L’identità e l’autonomia dei
sottosistemi non dipendono dal fatto che essi comunichino
esclusivamente o prevalentemente al loro interno; esse si
fondano sulla riconoscibilità e sull’osservanza delle regole
secondo le quali le comunicazioni producono operazioni
selettive e s’inquadrano in determinati sistemi secondo il
tipo e la direzione della selezione28. Perciò, la quantità di
comunicazione e di reciproca dipendenza o indipendenza
fra i sistemi deve essere considerata come una questione
aperta, da risolversi in maniera diversa a seconda delle
circostanze.
In relazione a tale impostazione della teoria sistemica,
che qui non può essere sufficientemente fondata, è
impossibile considerare l’opinione pubblica esclusivamente
come parte del sistema politico. Esiste tuttavia un
particolare rapporto tra opinione pubblica e sistema
politico che deve essere illustrato più dettagliatamente.
I temi, anche quelli politici, dell’opinione pubblica
vengono costituiti in modo relativamente indipendente dal
contesto (e quindi in modo “astratto”). Essi possono venir
discussi non soltanto nei rapporti interni al sistema politico,
ma anche nella famiglia, nelle sedute del consiglio
d’amministrazione, al tavolo degli avventori abituali di un
bar, nelle lezioni universitarie ecc. Tuttavia, è noto che la
trattazione di un tema politico può avere un contesto
apolitico - per esempio si può conoscere l’impossibilità di
sollevare qui e ora un certo tema e si può presupporre che
su ciò vi sia un certo consenso. La scelta di occasioni e di
temi, la direzione della loro articolazione, il tempo che
s’impiega per discutere di temi politici in un senso diverso
da quello che si avrebbe nel sistema politico sono guidati
da una consapevolezza, presente nell'atto della
comunicazione, dei limiti del sistema. Grazie all’astrazione
dei temi dell’opinione pubblica è possibile stabilire la loro
identità e trasmissibilità, e trattare il tema in modo diverso
a seconda del contesto del sistema.
La struttura dei temi dell’opinione pubblica, pertanto, è
dotata di funzioni sia differenziami sia integranti e, a
seconda della complessità sociale, deve presentare il
necessario grado di astrazione e specificazione di temi
relativamente liberi dal contesto. A conclusione del
presente lavoro, questa funzione di mediazione deve essere
illustrata sotto due profili, il primo più orientato a processi,
il secondo a strutture.
L’esistenza di temi politici correnti, contenuti nella
discussione, consente di trattare uno stesso argomento in
contesti politici e apolitici, e di trasferire opinioni da un
contesto all’altro. L’identità del tema, in quanto
apertamente indeterminato, dà ampio spazio a facili
spostamenti di significato che spesso passano inosservati.
Così, nel caso del tema dello studio sulla pace, i politici
sembrano pensare a un particolare tipo di ricerca e gli
scienziati a un particolare tipo di finanziamento della
ricerca. Il processo di trasmissione stesso non ha
necessariamente la forma di una comunicazione che supera
i confini del sistema: l’arcivescovo si rivolge al ministro del
culto, il capo dei sindacati al segretario di un partito.
Questa forma di scambio presuppone una complementare
corrispondenza di ruoli nei vari sistemi (e in pratica la loro
strutturazione gerarchica). Accanto a tale forma esiste
un’altra forma d’attivazione dei diversi ruoli che una stessa
persona può ricoprire: al tavolo riservato agli avventori
abituali si formano le opinioni su cui si fonda la loro
decisione di elettori; lo svolgimento di un convegno
scientifico dà al professore informazioni, motivi e ragioni
utili per mettere a disposizione la sua competenza nella
commissione di un ministero; durante la seduta di un
consiglio di amministrazione un membro si offre di mettere
i suoi rapporti di amicizia con determinati politici al
servizio di una certa causa29. In questi casi, le
comunicazioni politiche e non politiche riguardanti temi
politici vengono mediate da combinazioni di ruoli. Anche
per questo tipo di mediazione - e non soltanto per le
comunicazioni dirette tra i sistemi - è necessaria una
prestrutturazione mediante i temi dell’opinione pubblica.
Anche al di fuori del sistema politico deve essere possibile
valutare, pur con minore necessità, quali temi possano
diventare politici, e torse anche quale destino politico essi
possano avere in determinate condizioni.
Considerando questa funzione di mediazione si può
presumere che, nella struttura dei temi dell’opinione
pubblica, sia contenuto, in ultima analisi, anche il
fondamento della differenziazione e dell’acquisizione
d’autonomia funzionale del sistema politico. In altri termini,
l’opinione pubblica deve essere in grado di tollerare la
distinzione tra politica e non-politica, e una relativa
astrattezza e incomprensibilità dei dettagli dei processi
politici decisionali. Essa deve essere in grado di produrre
temi che, nonostante l’elevata complessità delle interazioni
concrete presenti nel contesto del sistema, possano fungere
da regola per la continua articolazione di aspettative
significative e possano trasformare le esigenze sociali in
problemi da decidere politicamente. Il problema risiede nel
rapporto tra la selettività dei temi che si vanno formando e
la ricchezza di possibilità che deriva dal progressivo
aumento della complessità sociale.
La concezione predominante, che in ultima analisi può
essere ricondotta all’antica tradizione europea della
filosofia sociale politica, ha un altro concetto della struttura
e un’altra visione del problema. Essa ritiene che l’identità e
l’autonomia del sistema politico (considerato come società
o come sottosistema sociale) sia costituita attraverso il
dominio. In tal modo, il problema viene definito sul piano
dei ruoli che, di diritto o di fatto, sono in grado d’impartire
e d’imporre ordini. La preminenza del concetto di ruolo
nella più recente sociologia contribuisce a rafforzare
ulteriormente, piuttosto che a ridurre, questa opzione
concettuale30. L’opinione pubblica può allora assumere la
funzione che le attribuì il liberalismo, funzione di critica e
di controllo del dominio; intesa in questo modo, essa
rimane perciò un contropotere che non può assumere dei
ruoli ed è fin dall’inizio più debole. In quest’ottica, allora, la
selezione sembra assumere l’aspetto di repressione, senza
tenere conto del fatto che essa, in ogni caso, deve aver
luogo31.
Ci si deve ora domandare se in tal modo non venga
colpito il piano strutturale all’interno del quale si decide lo
sviluppo dei nostri sistemi politici e, di conseguenza, quello
della nostra società. Nessuno negherà che esistono ruoli
autoritativi che esercitano il potere sotto forma di
competenze di comando o di chances di fatto consolidate.
Ma questo potere non può essere concepito in maniera
adeguata come causa, come volontà o come interesse32. Il
grado della sua libertà rimane in un rapporto di dipendenza
dalle strutture del sistema di comunicazione nel quale esso
opera. L’opinione pubblica non può dominare e neppure
sostituire il detentore del potere. Non gli può prescrivere il
modo in cui egli deve esercitare il potere. Il suo rapporto
con l’esercizio del potere non è un rapporto di causa ed
effetto, ma di struttura e processo. La sua funzione non
consiste nel far affermare la volontà - la volontà popolare,
quella finzione del semplice pensiero causale - ma
nell’ordinare operazioni selettive.
Se si considerano le società e i loro ambiti politici
funzionali, la comprensione del problema si sposta. Essa
punta allora sul rapporto, estremamente complesso, tra i
sistemi e il loro ambiente, e cercherà di spiegare le
strutture e i processi che rendono possibile una
comprensione dotata di senso e una riduzione di questa
possibilità. Le strutture traducono la complessità delle
multiformi possibilità reali in un linguaggio utilizzabile dal
sistema. Se si considera l’opinione pubblica come struttura
istituzionalizzata dei temi del processo sociale di
comunicazione, essa diventa problematica in due sensi: non
solo per quanto riguarda la produzione di una forte
pressione d’opinione su coloro che decidono, ma anche per
quanto riguarda la capacità della struttura di produrre
temi. In quest’ottica, l’indeterminatezza e la debolezza
esplicativa, la contraddittorietà e la labilità dell’opinione
pubblica non appaiono più come carenze, ma come
elementi della sua funzione, il cui correttivo deve essere
ricercato non in se stessa, ma in altre istituzioni della
società e del suo sistema politico, in particolare in quelle
istituzioni che assicurano la capacità decisionale dei
sistemi.
Il duplice aspetto di questa funzione dell’opinione
pubblica, il fatto cioè di essere aperta e istruttiva, è
correlato all’evoluzione del sistema sociale. Per questo
l’opinione pubblica è un fenomeno evolutivo. Essa assume
la sua funzione solo quando la società ha raggiunto una
complessità e una contingenza tanto elevate che la “guida”
dell’ulteriore sviluppo sociale non s’identifica più con le
decisioni quotidiane, non può più spettare a singole
persone, a gruppi di persone o a ruoli, ma deve essere
affidata a una struttura più instabile. Ci si deve ancora
domandare se, e fino a che punto, la struttura di guida, ora
necessaria, sia ancora unitaria e permetta di produrre
effetti d’integrazione. Il termine “opinione pubblica”
suggerisce troppa unità, e lo stesso vale per il concetto
classico che, secondo il significato letterale del termine,
presuppone un soggetto collettivo in grado di pensare.
Dietro tali denominazioni sostantive e spiegazioni
unidimensionali si manifesta oggi inevitabilmente il
problema della complessità del sistema. Per l’accostamento
a questo problema si renderanno necessari strumenti
concettuali molto più complessi di quelli finora usati
nell’indagine sull’opinione. Rimane ancora insoluta la
questione se la supposta unità del termine e del concetto
d’opinione pubblica non tragga in inganno. Ci si potrebbe
avvicinare alla sua soluzione mediante indagini che
accertino empiricamente in quale modo nei diversi sistemi
sociali e politici i processi accennati d’articolazione
materiale, temporale e sociale di temi e opinioni nel
processo pubblico di comunicazione siano compatibili e si
possano collegare tra loro.
 
 

* Da Luhmann 1971, pp. 85-129.


1 L’astrazione funzionalistica non è l’unico metodo di trasformazione
dei temi classici. Un tentativo, di natura completamente diversa, di
utilizzare concetti quali potere, volontà, coscienza come metafore per
indicare fatti quantificabili, e quindi modi di elaborare le informazioni, è
stato compiuto da K. W. Deutsch (1966). Entrambi questi tentativi,
tuttavia, non hanno ancora risolto i problemi connessi ai fondamenti
teorici e alle possibilità di operazionalizzazione.
2 Per una simile trattazione di altri temi vedi N. Luhmann (1965;
Condizioni sodali e politiche dello Stato di diritto; 1969a, pp. 149-170;
Complessità e democrazia; 1969b).
3 Cfr., in proposito, L. A. Dexter (1955-56, pp. 408-414) e I. Deutscher
(1966, pp. 235-254).
4 Così la definisce un noto testo: “ 'Public Opinion’ in this discussion
may simply be taken to mean those opinions held by private persons which
government find it prudent to heed' (Key 1961, p. 14). Cfr. anche
Hofstätter (1949); Schmidtchen (1965, p. 337).
5 A lungo, anche se con scarso successo, si è fatto riferimento a ciò.
Cfr. Habermas (1962, pp. 261 sgg.).
6 Per il carattere europeo di questa trasformazione vedi Gagnér (1960).
7 Notevole, in questo contesto, è l’importanza del bar o dell’osteria o
del club. Habermas, nella sua valutazione, si basa sulla tradizione
letteraria. Recenti indagini empiriche hanno dimostrato che questi luoghi
rappresentano sistemi sociali d’incontri umani, facilitano i contatti,
neutralizzano le differenze di ceto sociale, sciolgono i vincoli con le
proprie esperienze e i propri comportamenti precedenti, permettendo,
quindi, la comunicazione. Tuttavia, proprio per questo motivo, si tratta
solo di “small talk”. Vedi Cavan (1966, pp. 54 sgg.; 1943, pp. 186 sgg.
8 Premessa di tale ipotesi sarebbe l’assunto che un’ulteriore
differenziazione dei sottosistemi del sistema sociale sia possibile non su
una differenziazione segmentaria, ma soltanto su una differenziazione
funzionale, da cui traggono origine diverse parti. Proprio in questa
direzione si muove Emile Durkheim (1893).
9 In proposito vedi per una più completa trattazione Luhmann (1967a,
pp. 97-123), recentemente pubblicato in Luhmann (1970).
10 Simile, ma limitato a temi trattati in modo controverso, è il concetto
di “issues” in Easton (1965, pp. 140 sgg.). La comparabilità si basa sul
fatto che anche Easton sottolinea la funzione di riduzione di tali “issues”.
Vedi, per lo stesso concetto, anche Spiro (1962, pp. 577-595).
11 Nota che tali comprensioni preliminari fungono ampiamente da
verità ovvie della vita quotidiana; vengono però appositamente ignorati e
rimangono, perciò, allo stato latente. I temi delle possibili comunicazioni
sono soltanto una delle innumerevoli forme di tali verità ovvie. Vedi, in
proposito, soprattutto Garfinkel (1967).
12 La mancanza di libertà del manipolato, che viene spesso collegata
con il concetto di manipolazione, viene qui esplicitamente esclusa. La
comunicazione unilaterale, a cui non può seguire alcuna risposta, non
comporta necessariamente una privazione di libertà, né come simbologia
sociale della situazione del manipolato, né secondo la sua concezione
soggettiva; e questo, poi, non si verifica qualora la manipolazione produca
effetti altamente sicuri. Ciò accade perché, nonostante tutto, il manipolato,
nell’orizzonte delle sue possibilità e secondo i propri criteri, può scegliere
e accettare la manipolazione nella misura in cui egli si sia costruito,
anticipatamente, le proprie possibilità di esperienza e di azione. Cfr. in
proposito Mackay (1968, pp. 147-156; 1967). Presumibilmente, la
comunicazione interattiva può comportare una privazione di libertà
addirittura maggiore della manipolazione, in quanto essa induce ad
assumersi l’orizzonte di possibilità del partner come limitazione delle
proprie possibilità e a impegnarsi obbligatoriamente dinanzi all’altro. In
tali condizioni sarebbe opportuno rinunciare a qualsiasi tipo di valutazione
aprioristica dell’interazione e della manipolazione, lasciando aperta la
questione sul particolare tipo di comunicazione che può essere
considerato veramente funzionale in determinati contesti sistemici psichici
e sociali.
13 Fra le ragioni si devono annoverare: l’insufficienza di strumenti
analitici, vale a dire la mancanza di una teoria dell’opinione pubblica; la
diffusione universale e la conseguente autoevidenza del fenomeno; e, non
ultimo, il fatto che questa tecnica della manipolazione venga preferita
proprio dai più sprovveduti oppositori della manipolazione.
14 Come ulteriore tentativo di natura puramente concettuale, oggi, per
altro poco convincente, vedi Tönnies (1922, pp. 131 sgg.).
15 Indipendente non significa, però, che l’aumento o la diminuzione di
complessità dei sistemi non abbiano cause che possono essere esaminate,
quanto piuttosto che l’adattamento a una mutata complessità in generale
non dipende dalle cause che, nel singolo caso, hanno determinato la
trasformazione.
16 Il concetto di “regola” è qui inteso in senso lato come il concetto di
grammatica nella teoria linguistica; esso non presuppone alcuna
consapevolezza della regola nella sua applicazione.
17 Fino a che punto esista un collegamento storico tra opinione
pubblica e coscienza della crisi deve essere ulteriormente chiarito, al di là
del contributo di Koselleck (1959).
18 A proposito della previsione della soglia di pericolosità e della
possibilità di guadagnare tempo mediante la programmazione dei sintomi
della crisi, cfr. alcune osservazioni di Vickers (1959, p. 94).
19 Materiali sugli “issues” del processo di comunicazione politica e di
decisione vengono fomiti dalle indagini americane sul Community Power.
20 Come paragone, vedi il modello a fasi dei movimenti sociali che ha
tracciato Smelser (1963). Altri paragoni possono essere fatti anche con la
successione di crisi determinata da fattori socio-strutturali,
teleologizzazione e quotidianizzazione, illustrata da Rammstedt (1966).
Questi paralleli dovrebbero essere studiati con particolare attenzione,
cercando soprattutto di chiarire quali presupposti permettano o
impediscano al movimento dell’opinione pubblica di diventare un
movimento sociale.
21 Ai sintomi di stanchezza che possono manifestarsi nell’opinione
pubblica (intesa in senso socio-psicologico), e alla conseguente pressione
temporale che si verifica nell’ambito della politica, hanno fatto riferimento
anche Allport e Faden (1940, pp. 687-704). Il punto cruciale della loro tesi
consiste nella convinzione che con l’intensità dei sentimenti in causa
aumenti anche la pressione esercitata dall’opinione pubblica verso la
risoluzione di una determinata questione.
22 A questo riguardo, per una trattazione più approfondita, vedi
Luhmann (1969).
23 È necessario verificare più attentamente le condizioni che
determinano tale iter del tema. Una condizione sembra essere la natura
stessa del problema politico, qualora esso consista non tanto nella
valutazione dei fini, quanto nell’approvazione dei mezzi.
24 Nel senso definito al § 2.
25 Vedi inoltre le osservazioni di Gerhard Storz (1965) nel suo discorso
inaugurale per la 15a Giornata dei sociologi tedeschi.
26 Non quindi, come spesso si ritiene, come operazione scientifica
puramente analitica.
27 Così Deutsch (1966), il quale propone di misurare i fimiti del sistema
mediante la discontinuità di comunicazione.
28 Questo, in parte, è proprio un problema di percezione. Cfr. in
proposito Campbell (1958, pp. 14-25).
29 Atti di questo tipo, in quanto non accessibili a tutti, vengono
normalmente considerati come contrapposti all’opinione pubblica.
Tuttavia l’ambiente del sistema politico non è privo di strutture (non è, per
esempio, una massa di individui uguali che calcolano razionalmente), e
quindi le possibilità di comunicazione all’interno di esso non possono
essere distribuite in maniera eguale e non possono essere accessibili a
tutti. L’uguale partecipazione di tutti costituisce, come postulato, una
contraddizione alla realtà di una società differenziata. Il mantenimento di
questa concezione del principio di eguaglianza come caratteristica
concettuale dell’opinione pubblica, implica la rinuncia alla sua funzione di
struttura nei processi politici e apolitici di comunicazione. Implica inoltre
la messa in ombra, anzi, l’eliminazione, attraverso una definizione
valutativa, del problema del sistema che viene risolto dall’opinione
pubblica. Il problema del sistema consiste nel raggiungimento di
un’effettiva strutturazione del processo di comunicazione politica relativa
a una situazione sociale, e nella conseguente integrazione nella società del
sistema politico, nonostante un’efficiente differenziazione funzionale. Per
questo i temi devono essere adatti all’opinione pubblica, nel caso sia di
comunicazione pubblica che di comunicazione non pubblica. Solamente
questa impostazione del problema (e non un pregiudizio astratto, basato
sul diritto naturale, su possibilità politiche uguali per tutti), permette una
critica dotata di senso di quell’opinione pubblica che, di volta in volta,
nasce in seno a una società.
30 È significativa, ad esempio, per la posizione di Ralf Dahrendorf, ma,
naturalmente, è altrettanto determinante per i critici più estremi del
potere.
31 “Se consideriamo le esigenze politiche articolate come la ‘materia
prima’ del processo politico, in quanto devono essere elaborate e
controllate come ‘dati esterni’ da parte delle istituzioni del sistema
politico, allora, dalla selettività delle istituzioni, che hanno il compito di
trasmettere tali esigenze, si può valutare il carattere repressivo di un
sistema politico...”, sostiene Offe (1969) nel suo pregevole saggio.
32 Per l’esposizione di questa critica vedi Luhmann (1969a).
L’opinione pubblica non esiste*

Pierre Bourdieu

 
Io dico che opinare significa parlare
e che l’opinione consiste in un discorso
esplicitamente pronunciato.
 
Platone, Teeteto, 190a

 
 
Desidero innanzi tutto precisare che il mio proposito non
è quello di denunziare in modo meccanico e sbrigativo i
sondaggi d’opinione. Se è indubbio che i sondaggi
d’opinione non sono ciò che si vuol far credere, essi non
sono nemmeno ciò che comunemente si dice quando
s’intende demistificarli. I sondaggi possono dare un
contributo utile alla scienza sociale a condizione di essere
trattati in modo rigoroso, cioè con particolari precauzioni.
In altre parole, non è mia intenzione mettere sotto accusa
chi si occupa dei sondaggi d’opinione: costoro fanno un
certo mestiere che, se non è riducibile a una pura e
semplice vendita di prodotti, non è nemmeno del tutto
identificabile con una vera e propria ricerca scientifica.
 

I tre postulati impliciti


Dopo questo preambolo, vorrei enunciare i postulati che
dobbiamo esaminare per poter giungere a un’analisi
rigorosa e fondata dei sondaggi d’opinione.
Questi postulati sono tre.
Innanzi tutto, ogni ricerca d’opinione presuppone che
tutti possono avere un’opinione; oppure, in altre parole,
che la produzione di un’opinione è alla portata di tutti. Pur
sapendo di urtare un sentimento ingenuamente
democratico, intendo contestare questo primo postulato.
Secondo postulato: si presuppone che tutte le opinioni si
equivalgano; ritengo di essere in grado di dimostrare che le
cose non stanno così, e che il fatto di accumulare delle
opinioni che non hanno per nulla la medesima forza reale
porta a una distorsione assai marcata.
Terzo postulato implicito: nel semplice fatto di porre a
tutti la stessa domanda è implicita l’ipotesi che esista un
consenso sui problemi; in altre parole, che esista un
accordo sulle domande che meritano di essere poste.
Questi tre postulati implicano, mi sembra, tutta una
serie di distorsioni che si possono osservare anche quando
tutte le condizioni del rigore metodologico sono state
rispettate nella raccolta e nell’analisi dei dati.
Si muovono spesso rimproveri tecnici ai sondaggi
d’opinione. Per esempio, si mette in dubbio la
rappresentatività dei campioni. Penso che, dato lo stato
attuale dei mezzi utilizzati dagli uffici di produzione dei
sondaggi, l’obiezione non sia davvero fondata. Si
rimprovera loro anche di porre domande indirette, o
meglio, di truccare le domande nella loro formulazione:
questo è già più vicino alla verità e capita spesso, infatti,
che si suggerisca la risposta attraverso il modo di porre la
domanda. Così, per esempio, trasgredendo al precetto
elementare che deve guidare la compilazione di un
questionario, cioè quello di lasciare a tutte le risposte
possibili la stessa probabilità, si omette spesso nelle
domande, o nelle risposte proposte, una delle opzioni
possibili, oppure, ancora, si propone parecchie volte la
stessa opzione sotto formulazioni diverse. Non si è mai del
tutto sicuri, salvo quando si fa un’inchiesta preliminare,
d’aver previsto tutto l’universo delle possibili risposte, e
quelle solamente. Si può anche prevedere più volte la
stessa risposta, ciò che dà una maggiore probabilità alla
risposta che è stata proposta più spesso; oppure e ancora,
tra le risposte previste può capitare di omettere una
risposta particolarmente importante togliendole così
probabilità di comparizione.
 

Le problematiche obbligate

Penso, dunque, che esistano possibilità di errori di


questo tipo e sarebbe interessante chiedersi quali siano le
condizioni sociali che determinano la comparsa di tali
errori. Il sociologo suppone che nulla è dovuto al caso e che
questi errori si possono spiegare. Il più delle volte essi sono
dovuti alle condizioni in cui lavorano le persone che
preparano i questionari. Ma vi sono anche altri ostacoli: c’è
il fatto che le problematiche proposte dagli istituti di
sondaggi d’opinione sono subordinate a una richiesta di
tipo particolare. Chiedersi quali sono i principi generatori
di queste problematiche significa domandarsi chi è in grado
di pagarsi un sondaggio d’opinione.
Avendo cominciato ad analizzare una grande inchiesta
nazionale sull’opinione che hanno i francesi del sistema di
insegnamento, e poiché avevamo a che fare con un
campione spontaneo di risposte suscitate da un
questionario diffuso da tutta la stampa francese, abbiamo
voluto controllare la validità del nostro campione, e
abbiamo rilevato negli archivi di un certo numero di istituti
specializzati, tra cui l’IFOP, la SOFRES ecc., tutte le
domande riguardanti l’insegnamento. Questa ricerca ci ha
fatto notare che più di duecento domande sul sistema
d’insegnamento sono state poste dopo il maggio 1968,
mentre meno di una ventina tra il 1960 e il 1963. Ciò
significa che le problematiche che s’impongono a questo
tipo di organismo sono profondamente legate alla
congiuntura e sono dominate da un certo tipo di richiesta
sociale. In altre parole, i problemi che vengono posti sono
problemi che s’impongono come problemi politici. La
questione dell’insegnamento, per esempio, può essere
posta da un istituto d’opinione pubblica soltanto quando
diventa un problema politico. Si nota immediatamente la
differenza che divide queste istituzioni dai centri di ricerca,
i quali concepiscono le loro problematiche, se non proprio
in un cielo puro, in ogni caso con un distacco molto
maggiore rispetto alla domanda sociale nella sua forma
diretta e immediata.
Un’analisi statistica sommaria delle domande poste ci ha
fatto notare che la maggior parte di esse era direttamente
legata alle preoccupazioni politiche del “personale
politico”. La domanda: “Si deve introdurre la politica nei
licei?” (o le sue varianti) è stata posta molto spesso, mentre
invece la domanda: “Si devono modificare i programmi?”,
oppure: “Si deve cambiare il modo di trasmettere i
contenuti?” è stata posta molto raramente. Così pure: “Si
devono riciclare gli insegnanti?”. Si tratta, come si può
vedere, di domande altrettanto importanti, perlomeno da
un altro punto di vista.
 

Le funzioni del sondaggio

Le problematiche che vengono poste dai sondaggi


d’opinione sono problematiche interessate. Ogni
problematica è interessata ma, nel caso specifico, gli
interessi che sostengono queste problematiche sono
interessi politici e ciò impone che ci si chieda, con gran
forza e nello stesso tempo, sia il significato delle risposte
sia il significato che viene dato alla pubblicazione delle
risposte. Il sondaggio d’opinione è, allo stato attuale, uno
strumento di azione politica; la sua funzione più importante
consiste forse nel creare l’illusione che esista un’opinione
pubblica come pura addizione di opinioni individuali.
L’“opinione pubblica” che è manifestata sulle prime pagine
dei giornali sotto forma di percentuale (il 60 per cento dei
francesi sono favorevoli a...), questa opinione pubblica è un
artificio puro e semplice la cui funzione consiste nel
dissimulare il fatto che lo stato dell’opinione, in un
determinato momento, è un sistema di forze, di tensioni e
non vi è nulla di più inadeguato di un calcolo percentuale
per rappresentare lo stato dell’opinione.
Si sa che i rapporti di forza non si riducono mai soltanto
a meri rapporti di forza: ogni esercizio della forza è
accompagnato da un discorso che mira a legittimare la
forza di colui che lo esercita; si può addirittura affermare
che la particolarità di ogni rapporto di forza consiste nel
dissimularsi come rapporto di forza e di esprimere tutta la
sua forza soltanto nella misura in cui riesce a dissimularsi
come tale. In breve, per dirla in modo semplice, l’uomo
politico è colui che dice: “Dio è con noi”. L’equivalente di
“Dio è con noi” è oggi “l’opinione pubblica è con noi”.
L’effetto fondamentale del sondaggio d’opinione è questo: si
costruisce l’idea che esiste un’opinione pubblica unanime
per legittimare una politica e rafforzare i rapporti di forza
che ne stanno alla base o la rendono possibile.
 

Le non-risposte

Poiché ho espresso all’inizio quanto volevo dire alla fine,


proverò a indicare molto rapidamente quali sono le
operazioni per cui si produce questo effetto di consenso. La
prima operazione, che ha come punto di partenza il
postulato secondo il quale tutti devono avere un’opinione,
consiste nell’ignorare le non-risposte. Da qualche tempo a
questa parte, invece di dire: il 50 per cento dei francesi
sono per la soppressione delle ferrovie, i giornali dicono il
50 per cento dei francesi sono per, il 40 per cento sono
contro e 10 per cento non hanno un’opinione. Ma questo
non basta. Per esempio, chiedete alla gente: “Siete
favorevoli al governo Pompidou?”. Registrate un 30 per
cento di nonrisposte, 20 per cento sì, 50 per cento no.
Quindi potete affermare: la parte della gente contraria è
superiore a quella favorevole e poi c’è quel residuo di 30
per cento. Oppure potete anche calcolare di nuovo i
favorevoli e gli sfavorevoli escludendo le non-risposte.
Questa semplice scelta è un’operazione teorica di
straordinaria importanza e sulla quale desidererei
soffermarmi.
Eliminare le non-risposte è fare ciò che si fa in una
consultazione elettorale quando ci sono delle schede
bianche o nulle; è imporre al sondaggio d’opinione la
filosofia implicita nel sondaggio elettorale. Se guardiamo
più da vicino, possiamo osservare che il tasso delle non-
risposte è generalmente più elevato tra le donne che tra gli
uomini, che lo scarto tra le donne e gli uomini è tanto più
alto quanto più i problemi posti sono di ordine
propriamente politico, a tal punto che in un elenco di
domande varie, per determinare se una domanda poteva
essere considerata come politica o non politica ci è bastato
successivamente valutare l’importanza dello scarto delle
non-risposte tra uomini e donne. Un altro indice: più una
domanda verte su problemi del sapere, della conoscenza,
maggiore è lo scarto tra le non-ri-sposte delle persone più
istruite e quelle meno istruite. Un’altra osservazione:
quando le domande vertono sui problemi etici, lo scarto
delle non-risposte tra le classi sociali è minimo (per
esempio: “Dobbiamo essere severi con i bambini?”). Altra
osservazione ancora: tanto più una domanda propone
problemi conflittuali, si riferisce cioè a un nodo di
contraddizioni (per esempio, una domanda sulla situazione
in Cecoslovacchia per le persone che votano comunista),
tanto più quella domanda è generatrice di tensioni per una
determinata categoria, tanto maggiore è la frequenza delle
non-risposte in questa categoria. In altre parole, la
semplice analisi statistica delle non-risposte ci offre
un’informazione su ciò che significa la domanda e, allo
stesso tempo, anche sulla categoria presa in
considerazione, essendo quest’ultima definita tanto dalla
probabilità di avere un ’opinione che le viene attribuita
quanto dalla probabilità condizionale di avere un’opinione
favorevole o sfavorevole.
 

L’imposizione della problematica

L’analisi scientifica dei sondaggi d’opinione mostra che,


praticamente, non esiste un problema omnibus; non esiste
cioè domanda che non sia reinterpretata in funzione degli
interessi o dei non-interessi delle persone a cui è stata
posta, perciò il primo imperativo è chiedersi a quale
domanda le diverse categorie degli intervistati hanno
creduto di rispondere. Uno degli effetti più dannosi del
sondaggio d’opinione consiste proprio nel mettere gli
individui in condizione di rispondere a domande che essi
non si sono mai posti o, ancora, di rispondere a una
domanda diversa dalla risposta avanzata, poiché
l’interpretazione non fa altro che registrare l’equivoco.
All’inizio, dicevo che i sondaggi d’opinione potevano
essere riutilizzati scientificamente: ma ciò presuppone delle
precauzioni che le condizioni sociali nelle quali lavorano gli
uffici di studio escludono. I giornalisti che cercano soluzioni
semplici semplificano i dati già semplificati che sono stati
loro trasmessi, e quando si arriva al pubblico il risultato è
questo: “50 per cento dei francesi sono per la soppressione
delle ferrovie”. Un’interpretazione rigorosa dei sondaggi di
opinione supporrebbe un quesito epistemologico su ognuna
delle domande fatte e, in più, sul sistema di tali domande,
poiché soltanto l’analisi del sistema completo di risposte
può permettere di rispondere alla richiesta di sapere a
quale domanda gli intervistati hanno risposto.
Così accade per le domande che riguardano problemi di
morale, sia che si tratti di domande sulla severità dei
genitori, sia sui rapporti tra insegnanti e studenti o sulla
pedagogia direttiva o non-direttiva ecc., problemi che sono
maggiormente considerati problemi etici quanto più si
scende nella scala sociale ma che, per le classi superiori,
possono essere problemi politici: uno degli effetti di
distorsione dell’indagine consiste nel trasformare,
mediante la semplice impostazione della problematica,
risposte etiche in risposte politiche.
 

I due principi di produzione delle opinioni

Esistono molti principi sulla cui base si può concepire


una risposta. C’è, prima di tutto, ciò che si può definire la
competenza politica in riferimento a una definizione della
politica arbitraria e legittima nello stesso tempo, cioè
dominante e dissimulata come tale. Questa competenza
politica non è universalmente diffusa; varia, grosso modo,
come livello d’istruzione. In altre parole, la probabilità di
avere un’opinione su tutte le domande che presuppongono
una conoscenza della politica è abbastanza simile alla
probabilità di visitare un museo; vale a dire che essa è in
funzione del livello d’istruzione. Si notano delle varianti
straordinarie: là dove uno studente impegnato in un
movimento di estrema sinistra scorge quarantacinque
separazioni a sinistra del PSU, per un quadro
amministrativo medio, invece, non c’è nulla. Nelle elezioni
si pensa sempre alla scala politica, estrema sinistra,
sinistra, centro-sinistra, centro, centro-destra, destra,
estrema destra ecc. Uno dei dati importanti messo in rilievo
da un nostro test è che tutto si svolge come se le diverse
categorie sociali utilizzassero in modo molto diverso questa
scala che le ricerche di “scienza politica” usano
abitualmente. Certe categorie sociali utilizzano
intensamente un piccolo settore dell’estrema sinistra; altre
utilizzano soltanto il centro; altre ancora utilizzano tutta la
scala; infine risulta che un’elezione è l’aggregazione di
spazi del tutto differenti; si sommano individui che
misurano in centimetri con altri che misurano in chilometri
o, meglio, individui che contano da 0 a 20 con individui che
contano da 9 a 11. La competenza si misura, tra l’altro, dal
grado di acutezza di percezione (lo stesso avviene nel
campo estetico, in cui certe persone sono in grado di
distinguere le cinque o sei maniere successive di un solo
pittore). Questo paragone può essere spinto più lontano.
Anche per la percezione estetica esiste una condizione
permissiva: la gente deve immaginare un’opera d’arte
come tale; poi, dopo averla intesa come opera d’arte, deve
possedere alcune categorie di percezione per costruirla,
strutturarla ecc.
Immaginiamo una domanda così concepita: “Siete per
un’educazione direttiva o per un’educazione non-diretti-
va?”. Questa domanda può essere costruita come domanda
politica poiché la rappresentazione dei rapporti genitori-
figli s’integra in una visione sistematica della società. Da
alcuni la domanda può essere intesa come politica; per
altre persone si tratta di una pura questione morale. Nel
questionario, di cui vi ho parlato, noi chiediamo alla gente:
“Considerate politico o no fare uno sciopero, portare i
capelli lunghi, partecipare a un festival pop ecc.?” per
vedere come le persone utilizzano questa dicotomia; e,
naturalmente, si possono notare profonde variazioni a
seconda delle classi sociali.
La prima condizione è, dunque, quella di essere capaci
di costruire una domanda come una domanda politica; la
seconda è di essere capaci, dopo averla costruita come tale,
di applicare a essa delle categorie propriamente politiche,
che possono essere più o meno adeguate, più o meno
raffinate ecc. Queste sono le condizioni specifiche della
produzione delle opinioni, condizioni che il sondaggio
d’opinione presuppone come universalmente e
uniformemente assolte mediante il primo postulato secondo
il quale tutti possono produrre un’opinione.
Il secondo principio che sta alla base della produzione di
un’opinione è quello che io definisco l’“ethos di classe” (per
non dire l’“etica di classe”), vale a dire un sistema di valori
impliciti che gli individui hanno interiorizzato sin
dall’infanzia e che genera le loro risposte ai più disparati
problemi. Per esempio: sono convinto che la coerenza e la
logica delle opinioni che le persone potrebbero scambiarsi
al termine di una partita di calcio tra il Roubaix e il
Valenciennes sia dovuta in parte all’ethos di classe. È molto
probabile che giudizi come: “È stato un bel gioco ma troppo
duro” oppure “È stato un gioco efficace ma brutto”, giudizi
che sembrano arbitrari come i gusti e i colori, sono
generati in realtà da quel principio del tutto sistematico
che è ì’ethos di classe.
 

Il dirottamento del senso

Una quantità di risposte che sono considerate risposte


politiche sono prodotte in realtà dall’ethos di classe e, allo
stesso tempo, possono essere rivestite di tutt’altro
significato quando vengono interpretate sul terreno
politico. Cercherò di spiegare ciò che intendo e vedrete che
quanto ho appena detto non è per nulla astratto e irreale. A
questo punto devo riferirmi a una tradizione sociologica
diffusa soprattutto tra alcuni sociologi della politica negli
Stati Uniti, i quali parlano spesso di un certo
conservatorismo e autoritarismo delle classi popolari.
Queste tesi si fondano sul confronto internazionale dei
risultati di sondaggi o di elezioni, che tendono a dimostrare
che in qualsiasi paese le classi popolari danno sempre
risposte più autoritarie di quelle delle altre classi sociali
quando le s’interroga su problemi riguardanti i rapporti
d’autorità, la libertà individuale, la libertà di stampa ecc.; e
se ne conclude che esiste un conflitto tra i valori
democratici (per Lipset, si tratta di valori democratici
americani) e quelli che le classi popolari hanno
interiorizzato, ossia valori di tipo autoritario e repressivo.
Da tutto ciò risulta una sorta di visione escatologica: poiché
la propensione alla repressione, all’autoritarismo ecc. è
legata agli introiti bassi e ai bassi livelli di istruzione,
elevando il tenore di vita e il livello dell’istruzione potremo
formare i buoni cittadini della democrazia americana, e non
avremo più quei partiti comunisti come ce ne sono in Italia
e in Francia. A mio avviso il problema sta proprio nel
significato delle risposte a un certo tipo di domande.
Immaginiamo un insieme di domande di questo genere:
“Siete favorevoli all’eguaglianza fra i sessi? Siete favorevoli
a un’educazione non repressiva? Siete favorevoli alla nuova
società?” ecc. Supponiamo anche domande del tipo: “i
professori devono scioperare quando il loro posto di lavoro
è minacciato? Gli insegnanti devono essere solidali con gli
altri funzionari nei periodi di conflitti sociali?” ecc. Questi
due gruppi di domande producono risposte di struttura
strettamente inversa rispetto alla classe sociale: il primo
gruppo, che riguarda un certo tipo di innovazioni nei
rapporti sociali, per così dire nella forma simbolica delle
relazioni sociali, suscita risposte tanto più favorevoli
quanto più ci si eleva nella gerarchia sociale e in quella del
livello d’istruzione; al contrario, invece, le domande che
vertono sulle reali trasformazioni dei rapporti di forza tra le
classi generano risposte sempre più sfavorevoli man mano
che si sale nella gerarchia sociale.
In breve, la definizione: “Le classi popolari sono
repressive” non è né vera né falsa. Essa è vera nella misura
in cui le classi popolari tendono ad assumere verso un
insieme di problemi come quelli riguardanti l’etica dei
rapporti tra genitori e figli, o dei rapporti tra i sessi, un
atteggiamento molto più rigido e autoritario rispetto alle
altre classi sociali. Per quanto riguarda invece i problemi
che investono la struttura politica, problemi che mettono in
gioco la conservazione o la trasformazione dell’ordine
sociale, e non soltanto la conservazione o la trasformazione
dei modi di relazione tra individui, le classi popolari sono
molto più favorevoli a un rinnovamento, vale a dire a una
trasformazione delle strutture sociali. Si può osservare
come certi problemi proposti nel maggio 1968 (e spesso
malamente espressi), durante il conflitto tra il partito
comunista e l’estrema sinistra, si riallaccino direttamente
al problema centrale che ho tentato di esporre, e cioè al
problema della natura delle risposte che la gente fornisce
alle domande proposte, vale a dire il problema del principio
in base al quale la gente produce delle risposte. Infatti,
l’opposizione che ho creato tra questi due gruppi di
domande si ricollega all’opposizione esistente tra i due
principi di produzione delle opinioni: un principio
fondamentalmente politico e uno etico, poiché il problema
del conservatorismo delle classi popolari è il prodotto
dell’ignoranza di queste distinzioni. Pertanto ciò che ho
definito come l’effetto dell’imposizione di una problematica,
effetto che viene esercitato da ogni sondaggio d’opinione e
da ogni consultazione politica (incominciando da quella
elettorale), risulta dal fatto che le domande che vengono
proposte in un sondaggio d’opinione non vengono poste in
realtà a tutte le persone interrogate e le risposte non
vengono interpretate in funzione della problematica
rispetto alla quale le diverse categorie degli intervistati
hanno effettivamente risposto. Così avviene che la
problematica dominante di cui fornisce un’immagine
l’elenco delle domande proposte nel giro di due anni dagli
istituti di sondaggio - vale a dire la problematica che
interessa in modo particolare coloro che detengono il
potere e che vogliono essere informati sui mezzi di cui
possono avvalersi per organizzare la loro azione politica - è
controllata in modo diseguale dalle diverse classi sociali e,
fatto importante, queste diverse classi sociali sono più o
meno capaci di produrre una contro-problematica. A
proposito del dibattito televisivo tra Servan-Schreiber e
Giscard d’Estaing un istituto di sondaggi d’opinione aveva
proposto domande del genere: “Il successo è dovuto ai doni
di natura, all’intelligenza, al lavoro, al merito?”. Le risposte
raccolte non rivelavano nulla sulla verità oggettiva ma
rispondevano invece alla domanda: “In che grado le
differenti classi sociali hanno coscienza che esistono leggi
obiettive per mezzo delle quali viene trasmesso il capitale
culturale?”. Grosso modo si può affermare che la non-
coscienza di queste leggi cresce man mano che si scende
nella gerarchia sociale e che, allo stato attuale delle cose,
sono le classi popolari a essere particolarmente mistificate
dal sistema scolastico. Si comprende così per quali motivi
nelle classi popolari è molto forte l’adesione al mito della
virtù innata, a quello dell’ascesa per mezzo della scuola, al
mito della giustizia scolastica, a quello dell’equità della
distribuzione degli impieghi in base ai titoli di studio ecc.
Non c’è una contro-problematica: questa può esistere per
pochi intellettuali ma non possiede una vera forza sociale
nonostante sia stata sostenuta da un certo numero di partiti
e gruppi politici. Le classi popolari non hanno, dunque,
coscienza della realtà dei meccanismi e non sono in grado
di produrre questa contro-problematica; l’insieme stesso
delle condizioni sociali ne vieta addirittura la diffusione.
Ciò significa che non basta che un partito inserisca nel suo
programma la lotta contro la trasmissione ereditaria del
capitale culturale: “la verità scientifica” è sottoposta alle
medesime regole di diffusione dell’ideologia. Una
definizione scientifica del tipo: “Il capitale culturale viene
trasmesso attraverso la scuola e la famiglia” è simile a una
bolla papale sulla regolamentazione delle nascite: non
predica che ai convertiti. Il capitale culturale si diffonde
seguendo certe leggi; la probabilità che ciò venga recepito
da alcuni e rifiutato da altri può essere determinato
sociologicamente.
 

L’opinione mobilitata

In un sondaggio d’opinione si è portati ad associare


l’idea d’obiettività con il fatto di porre una domanda nei
termini più neutri possibile in modo da dare a tutte le
risposte tutte le probabilità. In realtà possiamo chiederci se
un sondaggio d’opinione veramente rigoroso non sarebbe
quello che trasgredisce totalmente gli imperativi della
neutralità e dell’obiettività scientifica, una ricerca che,
invece di dire, per esempio: “Ci sono persone favorevoli
alla regolamentazione delle nascite, altre sono sfavorevoli;
e voi?...”, enunciasse una serie esplicita di prese di
posizione dei gruppi deputati a costruire le opinioni e a
diffonderle, in modo che si potessero situare gli individui
non secondo una domanda - davanti alla quale essi devono
inventare non soltanto la risposta ma la stessa
problematica - ma secondo delle problematiche e delle
risposte già precostituite. In altre parole, il sondaggio
d’opinione sarebbe più vicino alla realtà se si
trasgredissero completamente le regole dell’obiettività e si
desse alla gente i mezzi per potersi collocare come avviene
nella realtà pratica, vale a dire in base a delle opinioni già
formulate. Faccio l’ipotesi che a un dato momento su di un
problema come quello dell’insegnamento tutti gli aspetti
siano previsti. Vale a dire che un’analisi di contenuti della
stampa d’informazione, della stampa sindacale, della
stampa politica ecc., permette di disegnare una specie di
mappa delle posizioni previste. Colui che propone una
posizione non prevista sulla mappa è considerato un
eclettico o un incoerente. Ogni opinione è situata
obiettivamente in rapporto a una serie di posizioni già
segnate. Comunemente si dice “una presa di posizione” ma
la parola va intesa nel senso lato; esistono posizioni già
previste e uno le prende. Ma non le prende a caso. Si
prendono le posizioni che si è predisposti a prendere a
seconda della posizione che si occupa in un certo campo.
Per esempio, nel campo intellettuale, si può affermare che
ogni individuo porta in sé una certa probabilità di prendere
una posizione piuttosto che un’altra. Evidentemente esiste
un piccolo margine di libertà ma vi sono posizioni che si
propongono con maggiore o minore urgenza e un’analisi
rigorosa delle ideologie mira a spiegare le relazioni tra la
struttura delle prese di posizione e la struttura del campo
delle posizioni occupate oggettivamente.
Giungo così al problema se i sondaggi d’opinione
valgano come predizione. Sappiamo che i sondaggi, salvo
qualche caso accidentale come quello della campagna
elettorale inglese, hanno una grande capacità di previsione
quando si tratti di consultazioni elettorali, ma sappiamo
anche che i sondaggi di opinione sembrano naufragare
quando si confronta ciò che essi affermavano con ciò che è
accaduto quando, nel frattempo, sia sopravvenuta una crisi.
In altri termini, i sondaggi interpretano abbastanza bene la
struttura delle opinioni in un determinato momento, in una
situazione d’equilibrio, ma interpretano con difficoltà le
condizioni virtuali dell’opinione e, più precisamente, i
mutamenti d’opinione; questo accade perché i sondaggi
interpretano le opinioni in una situazione che non è quella
realmente esistente al momento in cui le opinioni si
costituiscono, e perché essi temono le opinioni stesse e non
le situazioni durevoli che le producono. Si nota, infatti, uno
scadimento considerevole tra l’opinione che la gente
esprime in una situazione artificialmente prodotta com’è
quella del sondaggio, e l’opinione che la gente esprime in
una situazione che rispecchi più da vicino la vita quotidiana
in cui le opinioni si confrontano e si confermano come
avviene per i pettegolezzi che si scambiano le persone dello
stesso ambiente. In una situazione psicologica di questo
tipo si sollecita un certo numero di persone a esprimere la
propria opinione sul confronto della lunghezza di due pezzi
di ferro. Si scelgono nove persone su dieci e si chiede loro
di affermare che i pezzi di ferro non sono del tutto uguali.
Le si reinterroga e la decima incomincia col dire che da
principio li riteneva uguali ma che in effetti i pezzi non sono
proprio uguali ecc. La situazione nella quale si forma
l’opinione, e particolarmente nei momenti di crisi, è la
stessa; vale a dire che la gente si trova davanti a opinioni
precostituite, opinioni sostenute da gruppi, opinioni tra le
quali si deve scegliere perché si deve scegliere tra i gruppi.
Questo è il principio dell’effetto di politicizzazione che
provoca la crisi: si deve scegliere tra gruppi che si
definiscono politicamente, ed esprimere, sempre di più,
delle prese di posizione rispetto a principi esplicitamente
politici. In realtà, ciò che mi sembra importante è che il
sondaggio d’opinione considera l’opinione pubblica come
fosse una semplice somma di opinioni individuali che
sarebbero state raccolte in una situazione che è, in fondo,
quella della cabina elettorale dove l’individuo esprime
furtivamente un’opinione isolata. Nelle situazioni reali, le
opinioni sono delle forze e i rapporti d’opinione sono
conflitti di forza. Prendere posizione su questo o quel
problema significa scegliere tra gruppi realmente esistenti
e perciò il terzo postulato, che afferma che tutte le opinioni
si equivalgono, è del tutto privo di fondamento.
Da questa analisi emerge un’altra legge: si hanno tante
più opinioni su di un problema quanto più si è interessati al
problema stesso, vale a dire quanto più il problema ci
interessa. Per esempio, per quanto riguarda il problema
della scuola, il tenore delle risposte è strettamente
connesso al grado di vicinanza della persona con il sistema
d’insegnamento, sia come professore, sia come genitore di
uno scolaro, o come ex allievo o impiegato scolastico, e la
probabilità di avere un’opinione varia in funzione della
probabilità di avere un certo potere nell’ambito di ciò su
cui si ha un’opinione. L’opinione mobilitata è quella della
gente la cui opinione, come si dice, ha un peso. Se un
ministro dell’istruzione agisse in funzione dei risultati di un
sondaggio d’opinione (o almeno partendo da una lettura
superficiale del sondaggio) non agirebbe come agisce nella
realtà in quanto uomo politico, vale a dire in base alle
telefonate che riceve, alla visita del direttore della Scuola
normale superiore, o alla visita del docente tal dei tali ecc.
Nella realtà, il ministro agisce assai di più in funzione delle
forze d’opinione effettivamente costituite che affiorano alla
sua percezione nella misura in cui esse hanno una forza
d’influenza e nella misura in cui esse sono forti perché sono
mobilitate.
 

Disposizioni e opinioni

Poiché si tratta di prevedere, per esempio, come sarà


l’università nei prossimi dieci anni, penso che l’opinione
mobilitata è essenziale; ma, nello stesso tempo, un certo
tipo di lettura dei sondaggi d’opinione permette di scoprire
qualcosa che non esiste ancora allo stato d’opinione ma
che, invece, può emergere brutalmente in una situazione di
crisi. Qualcosa che non esiste come opinione se per tale
s'intende un insieme di proposizioni che vengono formulate
in un discorso che si pretende coerente. La gente che non
risponde, o che dice di non avere un’opinione, è priva
realmente di un’opinione? Penso che prendere sul serio le
non-risposte sia prendere sul serio il fatto che le
disposizioni di certe categorie non possono accedere allo
statuto di opinioni, vale a dire a un discorso precostituito
che ha la pretesa di essere coerente, di essere compreso, di
imporsi ecc. Quando, nelle situazioni di crisi, si
manifesteranno le opinioni costituite, le persone che non
avevano alcuna opinione non sceglieranno a caso: se per
loro il problema è costituito politicamente (problema di
salario, di ritmi di lavoro per gli operai), sceglieranno in
termini di competenza politica; se, invece, il problema non
è costituito in termini politici, o se è in via di costituzione
come tale (per esempio, la repressione all’interno
dell’azienda), faranno la loro scelta in nome di un principio
che si chiama istinto di classe, ma che con l’istinto non ha
nulla a che fare: si tratta, invece, di un sistema di
disposizioni profondamente inconscio che sta alla base di
una gran quantità di scelte in campi estremamente diversi
che vanno dall’estetica fino alle scelte economiche
quotidiane. Il sondaggio d’opinione tradizionale produce
questo strano effetto che consiste nel distruggere allo
stesso tempo da un lato gli studi dei gruppi di pressione in
materia d’opinione, dall’altra lo studio delle disponibilità
virtuali che possono non esprimersi sotto forma di un
discorso esplicito. Per questo motivo il sondaggio
d’opinione, così com’è utilizzato attualmente, non può
produrre nessuna ragionevole previsione su quanto
potrebbe accadere in situazione di crisi.
 

Il sondaggio e l’elezione
Supponiamo un problema come quello del sistema
d’insegnamento. Si può domandare: “Che cosa ne pensate
della politica di Edgar Faure?”. Questa è una domanda
molto vicina a un sondaggio elettorale, nel senso che si
tratta della notte in cui tutte le vacche sono nere: tutti sono
grosso modo d’accordo senza sapere su che; sappiamo tutti
che cosa ha significato il voto unanime sulla legge Faure
all’Assemblea Nazionale. Domandiamo poi: “Siete
favorevoli all’introduzione della politica nei licei?”. A
questo punto si nota una spaccatura molto netta; ma,
malgrado tutto, all’interno delle classi superiori le cose
sono più complicate; le frazioni intellettuali di queste classi
sono favorevoli con riserve mentali. Successivamente si può
fare una domanda di questo genere: “I professori possono
scioperare?”; a questo punto tra le risposte c’è un divario
nettissimo. Per quanto riguarda le classi popolari interviene
una specie di transfert della competenza politica specifica e
non si sa che cosa rispondere. Un’altra domanda: “Bisogna
modificare i programmi? Siete favorevoli al controllo
permanente? Siete favorevoli all’inserimento dei genitori
nel consiglio degli insegnanti? Siete favorevoli alla
soppressione dell’aggregazione? ecc.”. Nella domanda
“siete favorevoli a Edgar Faure?” tutte queste domande
erano già implicite e la gente ha preso posizione in un
colpo solo su qualcosa che un buon questionario non
avrebbe potuto prendere in considerazione se non
impiegando almeno sessanta domande e proposito delle
quali si sarebbero potute notare delle varianti in tutti i
sensi. In un caso le opinioni sarebbero positivamente
collegate alla posizione occupata all’interno della gerarchia
sociale, in un altro, invece, negativamente, in altri casi
poco, o fino a un certo limite, oppure affatto. Dunque,
quando si pone una domanda come “siete favorevoli a
Edgar Faure?”, si accumulano dei fenomeni che dipendono
in modo molto diverso dalla classe sociale. Il fatto
interessante è che gli specialisti di sociologia politica
notano come la correlazione che si può osservare
abitualmente in quasi tutti i campi della realtà sociale fra la
classe sociale e le opinioni, sia molto debole quando si
tratta di fenomeni elettorali, a tal punto che alcuni non
esitano a concludere che non esiste nessuna correlazione
tra la classe sociale e il fatto di votare per la destra o la
sinistra.
In realtà, se avete in mente quello che ho appena detto,
capirete che una consultazione elettorale pone in un’unica
domanda sincretica ciò che non si potrebbe
ragionevolmente comprendere se non con duecento
domande; se per voi è chiaro che gli uni misurano in
centimetri, gli altri in chilometri, e tante altre difficoltà,
potrete concludere che l’atto del voto è aleatorio e che,
probabilmente, bisogna rovesciare la domanda tradizionale
del rapporto tra il voto e la classe sociale: com’è possibile
che, nonostante tutto, ci sia una sia pur debole relazione?
Com’è possibile che non risulti semplicemente una curva a
campana? Tra le opinioni elettorali esiste un’elasticità
molto ampia: l’opinione che si esprime con un voto è
essenzialmente definita in maniera negativa; esistono dei
paraurti, cioè dei punti oltre i quali non si può andare, ma
anche nei limiti così definiti i voti circolano. Ciò si vede
ancora di più quando la strategia delle campagne elettorali
consiste nel porre male le domande e nel puntare al
massimo sulla dissimulazione delle fratture per guadagnare
i voti incerti. Tutto ciò porta a domandarsi qual è la
funzione del sondaggio d’opinione che ha esattamente le
stesse caratteristiche del sistema elettorale. Per dire le
cose in modo molto grossolano, io penso che il sistema
elettorale sia uno strumento che, per la sua stessa logica,
tende ad attenuare i conflitti e le fratture e che, per questo,
tende naturalmente a servire la conservazione. Ci si può
chiedere che cosa si fa quando si accetta di servirsi di
questo strumento. Si può, per esempio, arrivare alla
conclusione che non si sapeva in che cosa consistesse, che
bisogna continuare a servirsene ecc. Un partito
rivoluzionario che voglia accrescere la propria forza nel
quadro dei rapporti di forza, può, partendo da questa
analisi, assumere come strategia principale quella di
fornire delle controproblematiche, di utilizzare
sistematicamente il procedimento che viene usato
istintivamente da generazioni (vale a dire la contro-
strategia del “berretto bianco-bianco berretto” come rifiuto
della problematica). Per un partito che ha definito i propri
obiettivi, il problema non è quello di fornire delle risposte
ma di dare alla gente i mezzi di essere i produttori, non
delle proprie risposte, ma delle proprie domande e di
essere, nello stesso tempo, i produttori di strumenti di
difesa contro le domande che vengono imposte per il
semplice fatto che essi non ne hanno altre.
Sotto un altro punto di vista, si potrà concludere che,
come per mandare la gente a visitare un museo occorre
insegnargli un certo numero di cose a scuola, così, se si
vuole che il gioco elettorale sia meno assurdo, bisogna che
la differenza tra i postulati impliciti nel sistema elettorale e
la realtà sia la più piccola possibile: in altre parole
occorrerà, per esempio, che la gente sia in possesso dei
mezzi di produzione delle opinioni; si dovrà, dunque, dargli
il modo di appropriarsene. Ciò significa che già nelle classi
elementari si dovrà impartire una vera educazione politica.
Si può anche affermare: io non desidero partecipare al
gioco elettorale perché, allo stato attuale della struttura
della società, della distribuzione del capitale culturale, del
quale ho appena detto che è uno dei fattori che formano
l’attitudine a produrre delle opinioni ecc., è assolutamente
illusorio che si possa arrivare all’uguaglianza davanti alle
urne. Si può, quindi, concludere che soltanto le minoranze
attive sono capaci di mobilitare l’opinione. Si può trarne
tutte queste conclusioni, molto diverse, senza essere
tuttavia esclusive. Ciò che è certo è che, studiando il
funzionamento di un sondaggio d’opinione, ci si può
formare un’idea del modo in cui funziona quel tipo
particolare di sondaggio che è il sondaggio elettorale e
quale effetto produce.
In breve, ho proprio voluto dimostrare che l’opinione
pubblica non esiste, almeno nella forma che le
attribuiscono coloro che hanno interesse ad affermare che
essa esiste. Ho detto che ci sono, da un lato, opinioni
mobilitate, opinioni costituite, gruppi di pressione
mobilitati attorno a un sistema di interessi; e, dall’altro
lato, delle disposizioni, cioè l’opinione allo stato implicito
che, per definizione, non è l’opinione se per essa s’intende
qualcosa che si può formulare con una certa pretesa di
coerenza. La definizione dell’opinione che ho preso in
considerazione è la definizione che è usata allo stato
implicito nei sondaggi d’opinione. Non è questa la mia
opinione sull’opinione. È semplicemente l’esplicitazione
della definizione dell’opinione che praticano coloro che
producono sondaggi d’opinione domandando agli
intervistati di formulare opinioni o di prendere posizione su
opinioni già formulate. Io dico semplicemente che
l’opinione nel senso della definizione sociale implicitamente
ammessa da coloro che fanno sondaggi d’opinione, o da
coloro che utilizzano i risultati di questi sondaggi, non
esiste.
 
 

* Da Bourdieu 1973, pp. 71-88 della trad. it.


Chiave lessicale per una teoria dell’opinione
pubblica*

Elisabeth Noelle-Neumann

 
 
 
 

Come si definisce il concetto sociopsicologico


di opinione pubblica?

L’opinione pubblica viene intesa come un processo che si


svolge continuativamente nella sfera pubblica, che si fonda
sulla natura sociale dell’uomo e assicura la costruzione e il
mantenimento del consenso in settori di importanza vitale.
Il concetto sociopsicologico offre una definizione operativa
d’opinione pubblica, ossia traducibile in strumenti di
ricerca empirica: l’opinione pubblica è un’opinione in
settori cui viene attribuita una certa importanza che può
essere esternata pubblicamente senza timore d’incorrere in
sanzioni e sulla quale può basarsi l’agire pubblico.
La versione dettagliata di questa definizione è invece:
per opinione pubblica s’intendono opinioni e modelli di
comportamento importanti, in particolare di peso morale,
che - laddove si tratti di accordi assodati, come per
esempio usanze e dogmi - si devono mostrare
pubblicamente se non ci si vuole isolare; o che si possono
mostrare a uno stato “fluido” (Tönnies) in fase di
mutamento senza isolarsi. L’opinione è qui intesa anche
come atteggiamento e modello di comportamento in settori
di valore morale.
L’opinione pubblica è fondata sull’inconsapevole sforzo
dell’uomo che vive in una formazione sociale di giungere a
un giudizio collettivo, a un accordo, cosa indispensabile per
poter agire e, dove necessario, decidere. La conformità
viene ricompensata, l’infrazione ai danni del giudizio
concorde viene punita. Il sistema delle sanzioni è più
sviluppato del sistema delle ricompense.
Fondamentalmente si tratta, per le pene, di revoca della
simpatia, della popolarità o del rispetto; per questo John
Locke parla alternativamente anche di “legge della
reputazione”.
 

L’opinione pubblica è ristretta a determinate


culture, epoche storiche o gruppi di persone?

Il fenomeno che viene qui trattato sotto il nome


d’opinione pubblica è, per quanto se ne sa finora,
panculturale: s’incontra l’opinione pubblica in tutte le
popolazioni e in tutte le epoche. In vari generi letterari
pensatori e scrittori molto diversi si occupano fin
dall’antichità d’opinione pubblica. Dalla ricerca della storia
del concetto al singolare “opinione pubblica” attraverso
sistematici studi della letteratura in base a una guida
standardizzata all’analisi del testo risultò che il concetto ha
una genealogia risalente a quasi 2.000 anni fa. Cicerone
parla in una lettera ad Attico del 50 a.C. d’opinione
pubblica. Si scusa per un errore alludendo al fatto di aver
solo seguito l’opinione pubblica, “publicam opinionem”.
Ulteriori esempi nell’antichità romana si trovano nell’opera
giuridica di Giustiniano1 e nell’opera del vescovo eretico
Priscilliano, entrambe del IV sec. d.C. Segni scritti
accoppiati che stavano per “opinione” e “pubblica” sono
stati trovati anche in testi cinesi del IV secolo. Ed Erasmo
da Rotterdam parla di “opiniones publicae”, anche se al
plurale. Nell’epoca moderna l’utilizzo dell’espressione
“opinione pubblica” si moltiplica, a partire da Montaigne
nel 1588, nelle opere di poeti, politici e pensatori europei
ed extraeuropei. Jean-Jacques Rousseau non è il creatore
della formula “opinione pubblica”, ma assume comunque
un posto di rilievo nella storia del concetto. Grazie a lui
l’opinione pubblica è diventata nel XVIII secolo
un’espressione utilizzata da tutte le persone colte.
In tedesco “opinione pubblica” compare secondo le
ricerche più attuali la prima volta nel 1702 nella traduzione
di uno scritto in latino di Christian Tomasius del 1701 sui
processi per stregoneria.
A prescindere dal singolare collettivo, il fenomeno
opinione pubblica si nasconde anche dietro una moltitudine
di altri concetti - che in parte sono sinonimi - che vennero
spesso elaborati in letteratura o in filosofia: leggi non
scritte (Tucidide, Aristotele), reputazione (Machiavelli, il
cardinale Richelieu, Locke), “vox populi” (Vecchio
Testamento)/“publica voce” (Machiavelli), “voix du peuple”
(Bodin 1968, pp. 155 sgg.), “voix publique” (Montaigne,
Richelieu), pettegolezzi, tabù, Zeitgeist, usi e costumi,
consenso, controllo sociale, dicerie ecc.
Tutti sono coinvolti dalla sua pressione, tutti sono
sottoposti al controllo, anche chi non vota, anche chi non è
interessato. Tutti i membri di una società a un certo tempo
e in certo luogo sono portatori d’opinione pubblica. Platone
include espressamente anche i bambini.
Nel suo Mito di Protagora, Platone risponde a questa
domanda: non deve esserci qualcosa a cui tutti i cittadini di
uno Stato devono necessariamente prendere parte perché
lo Stato sia possibile? Secondo questo mito, le capacità
sono state distribuite fra gli uomini in base alle disposizioni
di Zeus; così uno ha ricevuto una certa abilità, uno un’altra,
capacità artigiane o musicalità o talento nel guarire gli
altri. Alla fine Hermes doveva ancora assegnare le abilità
politiche, il senso della legge (dike) e il senso della
vergogna (aidòs). Hermes chiese allora “devo assegnare
anche queste come le diverse abilità, che sono state
assegnate a persone diverse, o devo assegnarle a tutti?”. “A
tutti”, disse Zeus “tutti devono partecipare; perché le città
non potrebbero sorgere se solo pochi vi partecipassero,
come per le altre abilità” (Platone 1987, p. 39).
Per ciò che riguarda il senso della vergogna, aidòs, che
viene distribuito a tutti, un commento inglese (Hubbard,
Karnofsky 1982, p. 96) spiega:
Aidòs è un concetto complesso. Non ha senso istituire un
codice di comportamento se i membri della società non lo
seguono. L’opinione pubblica rappresenta una possibilità
d’affermazione di quest’accordo. L’individuo è preoccupato
molto seriamente di quali sentimenti gli altri membri della
società mostrano per lui. Con aidòs s’intende questa paura
della disapprovazione pubblica che fa sì che noi diamo
generalmente seguito alle convinzioni della società.
L’opinione pubblica esiste in tutte le culture ed epoche
storiche come fenomeno basilare della convivenza umana,
che riguarda ogni individuo. L’opinione pubblica non si
limita, contenutisticamente, alla politica, ma può
riguardare tematicamente tutte le questioni morali e
valoriali (vedi sotto) - sia questioni d’importanza
internazionale (“sfera pubblica mondiale”, “opinione del
mondo”) come anche d’importanza nazionale, talvolta
anche regionale. Limiti dell’opinione pubblica sono solo
spazio e tempo.
L’opinione pubblica è un fenomeno legato a spazio e
tempo. Dopo, non si vede più la pressione che essa può
esercitare, come nuvole temporalesche che si sono dissolte;
ma nei confronti del politico che agisce sotto queste nuvole
- si può pensare ad Adenauer e alla sua politica di riarmo
nel 1956 -, l’opinione pubblica sta eretta come un muro.
L’individuo non può sfuggire alla propria epoca, al clima
d’opinione e allo Zeitgeist del periodo storico in cui vive.
Uno spostamento è possibile, certo, ma spesso anche
doloroso (esilio, eremitaggio).
 

Quale senso di sfera pubblica è alla base del


concetto sociopsicologico d’opinione pubblica?

L’elemento “pubblico”, la “sfera pubblica” ha


un’importanza chiave, probabilmente per questo anche
l’espressione “opinione pubblica” alla fine si è affermata.
La componente “pubblica” va intesa in senso
sociopsicologico, non come concetto giuridico (“Ognuno ha
accesso a qualcosa”) o politico: qualcosa che
tematicamente, contenutisticamente riguarda la comunità.
Vista sociopsicologicamente, la sfera pubblica è quello
stato in cui l’individuo è visto e giudicato da tutti, in cui la
sua fama e la sua popolarità sono in gioco, la sfera pubblica
come tribunale anonimo. Nella sfera pubblica l’individuo
non si vuole isolare, non vuole perdere la faccia. Questo
rende la gogna - che si ritrova a quanto pare in tutte le
culture - una pena così amara, anche se non si torce un
capello a nessuno. Linguisticamente possiamo identificare
il significato sociopsicologico di “pubblico”: dire che
qualcosa è successo “davanti a tutti” ci svela subito di cosa
si tratta. Nessuno dirà che un concerto si è svolto “davanti
a tutti”. Già in latino esisteva l’espressione, dallo stesso
significato di sottofondo, “coram publico”.
“Pubblico” viene inteso come “public eye” o “public ear”
(Burke 1791); chiunque può vedere o sentire. La sfera
pubblica viene intesa come tribunale giudicante, temuto
allo stesso modo dai governi come dai singoli membri della
società. La sfera pubblica come tribunale giudicante può
accrescersi a tal punto da costituire un pericolo concreto
per l’individuo e da divenire così una minaccia.
A ogni modo l’individuo vive la sfera pubblica come
consapevolezza, come situazione in cui si può essere visti
da chiunque. Erving Goffman ha fatto di questa
consapevolezza quotidiana dell’anonima sfera pubblica un
tema scientifico, spezzando così per la prima volta nelle
scienze sociali la presente e ancora duratura negligenza
della dimensione sociopsicologica della sfera pubblica.
In senso sociopsicologico la sfera pubblica va intesa
come un’ampia autorità sociale che penetra anche nei
gruppi primari, nei gruppi di riferimento (reference groups)
o nei piccoli gruppi.
Non si deve però fraintendere la sfera pubblica,
interpretandola come insieme di individui isolati,
atomizzati. Gli individui sono invece diretti con grande
attenzione all’ambiente circostante, soprattutto alle
opinioni e al comportamento del loro prossimo e svolgono
continuamente osservazioni del mondo circostante.
 

Quanto è potente l’opinione pubblica? Su chi o


su cosa si estende il suo potere?

L’opinione pubblica è una forza enorme di tipo sociale e


politico. Da essa emana un’efficace spinta rivolta in due
direzioni: sia a ogni singolo individuo in una società, sia al
governo.
Il potere dell’opinione pubblica sull’individuo consiste
nella spinta conformista che incalza l’individuo, perché la
natura sociale di ognuno è sensibile ed estremamente
fragile, e perché l’uomo teme l’esilio, l’isolamento.
Il fatto che il sovrano non sia più un sovrano se i suoi
sudditi non vogliono - e questo non solo in democrazia, ma
a lungo termine e in ultima conseguenza anche negli Stati
dispotici e totalitari - è un tema affrontato da pensatori
politici fin dall’antichità (Aristotele, Erasmo da Rotterdam,
Machiavelli, sir William Temple [1672, pp. 45-95], David
Hume). Nessun sovrano può a lungo andare e restare al
potere se si rifiuta di riconoscere che il fondamento più
importante del suo potere è, prima ancora di tutti i possibili
metodi coercitivi, la sua reputazione personale e la
benevolenza, la fiducia del popolo (Richelieu, Konfuzius
[Schwarz 1987, p. 87]).
 

Che ruolo svolgono la minaccia e la paura


dell’isolamento nel concetto sociopsicologico di
opinione pubblica?

Il processo di opinione pubblica viene messo in moto


dalla paura dell’isolamento degli individui nei confronti
della sfera pubblica anonima e dalla minaccia d’isolamento
che da questa emana.
La società fa uso nei confronti degli individui devianti di
molteplici segnali, segnali verbali e anche sottili segnali
non verbali, che hanno l’effetto di una minaccia
d’isolamento: insultare, deridere, prendere in giro,
interrompere totalmente i contatti sociali, togliere il saluto,
alzare le sopracciglia, scuotere il capo ecc.
Gli individui reagiscono alle minacce d’isolamento
esistenti o anticipate della sfera pubblica con la paura
dell’isolamento.
La paura dell’isolamento si fonda sulla natura sociale di
ognuno ed è evidentemente radicata come un istinto.
L’uomo avverte il timore d’isolamento quando ha paura di
essere pubblicamente deriso, di essere messo in ridicolo.
Se qualcuno infrange leggi non scritte o esprime un parere
che apparentemente è sostenuto tutt’al più da una
minoranza, si vergogna e sente il disprezzo “degli altri”.
Timore dell’isolamento significa avere paura delle
situazioni imbarazzanti, paura delle dicerie e dei
pettegolezzi, paura di essere espulsi, banditi dalla società
(boicottaggio sociale, ostracismo).
I processi d’opinione pubblica traggono la loro dinamica
soprattutto dalla paura dell’isolamento, e non dal motivo
del “voler far parte”, e nemmeno dal bisogno di elogi, onore
e fama personale o dalla semplice imitazione degli altri.
Perché il silenzio che si decide nel processo d’opinione
pubblica si spiega più con la necessità di evitare
provvedimenti negativi, sanzioni o l’esilio dalla società che
non col bisogno di riconoscimento, di provvedimenti sociali
positivi. Nella ricerca elettorale il cosiddetto “last-minute
swing” a favore del vincitore annunciato si spiega di
conseguenza in primo luogo con la paura dell’isolamento e
solo in minor misura con il bisogno di stare dalla parte del
vincitore (“bandwagon-effect”).
 

Qual è la funzione dell’opinione pubblica?


L’opinione pubblica è irrinunciabile per una società?

Secondo il modo tradizionale di concepire l’opinione


pubblica nel XX secolo, il cosiddetto “concetto elitario”, è
centrale il pensiero della partecipazione. I cittadini capaci
di giudizio, responsabili, prendono parte alla discussione
dei problemi pubblici, incrementando la qualità della
decisione. Nel concetto della spirale del silenzio la funzione
dell’opinione pubblica è l’integrazione della società.
L’opinione pubblica costringe a sua volta sia il governo che
i singoli membri della società a rispettarla. Il governo è
minacciato di revoca del suo potere, l’individuo è
minacciato d’isolamento, d’espulsione dalla società. Il
risultato è in entrambi i casi l’integrazione, il rafforzamento
della coesione e con esso la capacità di agire e decidere.
Alla base delle manchevolezze dell’indagine empirica e
teorica dell’opinione pubblica c’è una scarsa attenzione per
i problemi dell’integrazione. Non è attuale pensare che
possano essere necessarie delle misure, consapevoli e
inconsapevoli, per assicurare la coesione di una formazione
sociale, non tramite accordi codificati ma tramite “leggi
non scritte”, come Rousseau aveva definito l’opinione
pubblica. Non è un’argomentazione. La coesione della
formazione sociale è apparentemente data, è dato un
sufficiente grado di accordo su cosa vada apprezzato e cosa
disprezzato; è fuori discussione che questa coesione possa
forse essere il risultato di un incessante sforzo sociale. Da
lungo tempo non è più stato sviscerato a fondo il conflitto
così amaro per l’individuo tra i suoi bisogni e quelli della
sua formazione sociale, così come invece aveva fatto
Rousseau descrivendo il compito del contratto sociale:
Trovare una forma d’associazione che difenda e protegga con
tutta la forza comune la persona e i beni di ciascun associato, e per
la quale ciascuno, unendosi con tutti, non obbedisca tuttavia che a se
stesso e rimanga così libero come prima. Questa è la questione
principale.

Per quanto vivace sia l’interesse per questo conflitto nel


nostro secolo, esso - la continua ardua prova tra l’individuo
e la società, che insiste per la coesione - non viene
esaminato a fondo. Se si considera questa coesione come
aproblematicamente data, quasi un fenomeno naturale,
allora non si riterrà necessario alcuno sforzo e meno che
mai nessuna vittima. Da questo punto di vista viene
elogiato prima di tutto l’individuo che non ha paura di
opporsi all’opinione pubblica, che non cede alla pressione
conformista, che non si converte.
La cultura politica tedesca del XIX e XX secolo è
attraversata dall’avversione per l’opinione pubblica intesa
come spinta conformista. La ripugnanza che molti provano
per l’opinione pubblica nella sua forma sociopsicologica
s’indirizza contro la spinta integrativa. L’avversione
proviene dall’odio contro il compromesso obbligato cui
l’individuo è costretto dalla società. Solo se i membri di una
comunità scendono a compromessi con l’opinione pubblica,
con l’opinione predominante, si può assicurare
l’integrazione che è premessa per la possibilità di agire e
decidere. Gli individui soffrono, vivono il compromesso
come insensato, indegno, screditante, soffrono della
minaccia d’impopolarità, di ridicolizzazione, disprezzo,
isolamento. Ma l’integrazione non si può avere altrimenti.
Nell’esporre la funzione dell’opinione pubblica fondata
sulla paura dell’isolamento, non la si deve intendere come
lode all’opportunismo. Si deve rendere giustizia a entrambe
le parti, alla natura individuale e sociale dell’uomo, come
aveva tentato di fare Rousseau.
È comprensibile che in Germania, dopo un passato di
due dittature, siamo particolarmente allergici al
conformismo e alla conversione. Ma è proprio questo
passato che non riusciremo a comprendere se rimaniamo
medievalmente così indietro nella comprensione della
natura sociale dell’uomo, così ciechi come siamo stati
finora.
Della raggiunta maturità dell’uomo fa parte il fatto di
divenire consapevole della propria natura sociale, di non
nutrire falsi sensi di dipendenza. Suona bene dire che “si
deve passare attraverso la scuola dell’opinione pubblica e
cercare di rimanerle del tutto indifferenti”, e si deve anche
sapere quanto sia importante mostrarsi, esprimersi in casi
d’emergenza coraggiosamente contro l’opinione pubblica.
Ma si deve anche sapere perché ciò non possa costituire la
norma. Montaigne l’ha visto in modo chiaro alla fine del
XVI secolo:
che il saggio deve guidare interiormente la sua anima al di fuori
della calca e deve mantenerla libera e capace di libero giudizio sulle
cose, e che però egli per ciò che riguarda l’esteriorità deve
totalmente acconsentire alle forme e alle maniere in uso.
In rapporto all’integrazione della società è significativa
la parola chiave “consenso”. I processi d’opinione pubblica
si fondano sul consenso o meglio creano consenso.
Provvedono a un sufficiente grado di accordo prima di tutto
sui valori e gli obiettivi centrali comuni di una società. La
società non cerca però consenso e compromessi solo negli
affari fondamentali e nelle quotidiane vicende politiche, ma
anche su molti altri argomenti, anche su modelli di
comportamento apparentemente superficiali, e questo per
mettere alla prova e mantenere la capacità di consenso.
Il mutamento mette a repentaglio la coesione e ci si
deve perciò abituare a esso. Un settore in cui si può
studiare la capacità di compromesso è l’abbigliamento, la
capigliatura, l’intero aspetto esteriore. Esso viene espresso
tramite quell’esagerato accordo, strettamente legato a un
periodo, chiamato “moda”, una manifestazione di opinione
pubblica che fa riferimento al cambiamento. John Locke
parla anche, invece di “legge dell’opinione o della
reputazione”, di “legge della moda”. La moda ha temi
giocosi, ma non è un gioco. Essa pretende dall’individuo
un’enorme capacità d’osservazione del mondo circostante e
non gli lascia in nessun modo la libertà di decidere se vuole
rispettare la moda, ossia stare a un compromesso, o non
rispettarla. Non rispettarla significa essere escluso
dall’ambiente circostante, essere uno spaventapasseri.
L’individuo ha bisogno dell’osservazione dell’ambiente
circostante in situazioni di rapporti mutevoli, abilità tenuta
in allenamento grazie alla moda per sapere come evitare
l’isolamento, per esempio in epoche di mutamento dei
valori morali. Quanto forte sia la tendenza a negare la
natura sociale dell’uomo è evidente nelle locuzioni
linguistiche legate alla moda, che il più delle volte hanno
un’accezione negativa: “è solo una moda”.
L’opinione pubblica è così strettamente connessa con la
parola chiave “consenso” come lo è con il “controllo
sociale”. L’opinione pubblica esercita controllo sociale
esteso, vasto, su tutti i settori della vita. In ciò essa
completa la funzione di altre istituzioni, come il diritto, la
religione ecc., le contraddice o le appoggia.
La teoria sociopsicologica viene anche qualificata come
concetto d’integrazione per via della funzione dell’opinione
pubblica, cioè dell’integrazione, del rafforzamento della
coesione interna di una società attraverso il controllo
sociale.
Come il concetto elitario e la teoria sistemica, anche il
concetto integrativo fa dichiarazioni sulla funzione
dell’opinione pubblica nella società. Tuttavia il concetto
sociopsicologico di opinione pubblica va un passo oltre con
dichiarazioni empiricamente verificabili sul modo di
funzionamento, sulla formazione dell’opinione pubblica
(vedi sotto).
 

Che ruolo svolge l’élite sociale nel processo


d’opinione pubblica?

Dalla prospettiva delle scienze politiche e della


giurisprudenza l’opinione pubblica ha in sé una carica
normativa e si riferisce solo alla sfera politica. Solo una
ristretta cerchia di persone contribuisce secondo questa
rappresentazione alla costituzione dell’opinione pubblica.
L’opinione pubblica sarebbe dunque esclusivamente
l’opinione di cittadini politicamente informati che si
formano in modo razionale e indipendente le loro opinioni e
che si sentono obbligati nei confronti del bene comune,
cittadini che, come “complemento al dominio” (Herrschaft),
esercitano su di esso un’azione critica (Hennis, Habermas).
Qui l’opinione pubblica si presenta come fonte di preziosi
giudizi intellettuali.
A differenza dal concetto elitario, la teoria
sociopsicologica dell’opinione pubblica non emette giudizi
sulla qualità dei contenuti dell’opinione pubblica o sulle
qualifiche dei suoi portatori.
Il concetto elitario e quello integrativo tuttavia non si
differenziano tanto nella loro descrizione della relazione fra
opinione pubblica e governo, una relazione necessaria
viene supposta in entrambe le concezioni. Ignorare
un’opinione pubblica ostile per un lungo periodo di tempo
porta al crollo del governo. La differenza effettiva sta nella
relazione fra opinione pubblica e individuo. Secondo il
concetto elitario d’opinione pubblica (l’opinione di persone
capaci di giudizio, informate, responsabili...) dipende
dall’individuo se parteciparvi o tenersene fuori. L’individuo
può defilarsi, non ha bisogno di prendere parte al dibattito,
anche se si riscontra la tendenza a obbligarlo sottovoce, in
quanto cittadino dello Stato. Nel concetto dell’integrazione
l’individuo, che lo voglia o no, è coinvolto nel processo: il
processo riguarda tutti, e tutti sono minacciati da sanzioni
in caso d’inosservanza.
Con una teoria dell’opinione pubblica non si faranno
progressi se non si è in grado di definire anche l’efficacia
dell’élite nel processo d’opinione pubblica. Nessuno
prenderà sul serio l’idea che l’élite non determini in modo
decisivo il processo d’opinione pubblica, che non preceda
gli altri nella formazione dell’opinione pubblica. Ma
dobbiamo separarci da idee di élite come quelle che si sono
sempre più affermate nel XIX e nel XX secolo per i portatori
d’opinione pubblica.
In base a tutto ciò che abbiamo imparato allo stato
attuale della teoria dell’opinione pubblica, avranno effetti
sull’opinione pubblica solo quei membri dell’élite che
hanno accesso alla sfera pubblica e che lo sfruttano anche
per le questioni decisive nel processo d’opinione pubblica,
il che fa pensare innanzitutto ai giornalisti.
Non è necessaria una decisione di principio fra il
concetto elitario e integrativo perché entrambi i concetti
vengono in questo modo conciliati.
 

Come si affermano le innovazioni contro


l’opinione pubblica stabilita, dominante?

Gli outsiders della società, come avanguardisti, eretici,


lo zoccolo duro (“hard-core”), missionari, riformatori ecc.,
ma anche studiosi e artisti, possono cambiare la società.
Tali sfidanti dell’opinione pubblica o non conoscono la
paura dell’isolamento o - pur soffrendo del rifiuto da parte
della sfera pubblica - riesce loro di vincere il proprio timore
dell’isolamento. Alcuni scelgono addirittura il cammino
della consapevole autostigmatizzazione. Gli innovatori
entrano in scena allo stadio precoce dei processi d’opinione
pubblica.
Persone appartenenti a una minoranza repressa possono
d’altra parte costituire un cosiddetto “zoccolo duro”.
Questa minoranza, dopo un lungo processo d’opinione
pubblica, resta ancora fedele alle proprie convinzioni, pur
dovendosi per questo mettere sulla difensiva nella sfera
pubblica. Il comportamento di questa minoranza non è più
influenzabile da minacce d’isolamento né è determinato
dalla paura dell’isolamento. Perciò la costituzione di uno
zoccolo duro va classificata come stadio tardo dei processi
d’opinione pubblica. Spesso la disponibilità dello zoccolo
duro a parlare è particolarmente consistente. Dipende di
volta in volta dal tema se la minoranza come una setta
“viene eliminata dal corpo sociale” o se grazie all’affluenza
di molti giovani diviene un gruppo d’avanguardia che
riesamina il processo d’opinione pubblica e decide in senso
contrario.
Il fenomeno dello zoccolo duro è stato elaborato in
letteratura per esempio con la personificazione nell’eroe
del romanzo Don Chisciotte.
I gruppi che vogliono sollecitare un cambiamento
devono puntare al fatto che la loro posizione pubblicamente
possa essere mostrata senza incorrere nel pericolo
d’isolamento e che la posizione ritenuta precedentemente
valida non possa più venire mostrata pubblicamente senza
pericolo d’isolamento.
 

Come emerge, a partire dalla moltitudine di


opinioni possibili, un ’opinione come opinione
pubblica dominante (modo di funzionamento
dell’opinione pubblica)?

L’opinione pubblica va interpretata come processo


dinamico nel corso del tempo. La trasformazione di una
somma di opinioni individuali in opinione pubblica avviene
secondo l’attuale stato delle conoscenze nell’interazione
che ha costantemente luogo tra gli uomini e la loro natura
sociale e alla quale prendono parte tutti gli individui in una
società.
Quando esistono diverse concezioni su settori di valore
morale si cerca affannosamente di raggiungere il consenso
con le armi sociopsicologiche della minaccia d’isolamento e
sfruttando la paura dell’isolamento dell’individuo, finché
una concezione si afferma o s’impone come dominante.
La paura dell’isolamento spinge gli uomini ad
assicurarsi costantemente su quali opinioni e modelli di
comportamento vengono approvati e disapprovati
nell’ambiente circostante, e su quali opinioni guadagnano e
quali perdono terreno. La teoria parla di un senso quasi-
statistico con cui gli individui eseguono questa valutazione.
Il risultato di questa stima influenza la loro eloquenza e il
loro comportamento. Se credono di essere in accordo con il
consenso dell’opinione pubblica prendono parte al discorso
sicuri di sé, privatamente e pubblicamente, e mostrano le
proprie convinzioni per esempio con distintivi e
autoadesivi, ma anche con l’abbigliamento e altri simboli
pubblicamente visibili. Quando credono di essere in
minoranza diventano prudenti e taciturni, e rafforzano così
ulteriormente nella sfera pubblica l’impressione di
debolezza di questo schieramento, finché esso non
tramonta del tutto. Per questo movimento nel processo
d’opinione pubblica è stata introdotta nel 1973 la
denominazione di “Spirale del Silenzio”2.
La più bella descrizione letteraria di una spirale del
silenzio si deve a Tocqueville con l’esempio della situazione
delle minoranze dei cristiani credenti all’epoca della
rivoluzione francese.
La spirale del silenzio va vista, in relazione al concetto
sociopsicologico, come una piccola tessera dell’intero
mosaico. Spesso viene tuttavia trattata come se questa
piccola tessera rappresentasse il tutto. Il mosaico intero è il
controllo sociale, la furia chiamata opinione pubblica.
Il processo della spirale del silenzio si basa su una
catena di quattro assunti singolari e su un quinto che
riguarda la connessione di questi quattro.
I quattro assunti sono:
1. La società fa uso nei confronti degli individui devianti
della minaccia d’isolamento.
2. Gli individui avvertono costantemente la paura
dell’isolamento.
3. Per paura dell’isolamento essi tentano
incessantemente di valutare il clima d’opinione.
4. Il risultato della loro valutazione influenza il loro
comportamento soprattutto nella sfera pubblica e in
particolare attraverso il mettere in mostra o il nascondere
le proprie opinioni, per esempio quindi attraverso l’eloquio
o il silenzio.
Il quinto assunto connette i quattro precedenti
spiegando la costituzione, la difesa e il mutamento
dell’opinione pubblica.
Per verificare empiricamente gli assunti, si deve tradurli
in indicatori osservabili, in situazioni sulle quali sia
possibile porre domande nel corso di un’intervista (vedi
sotto). In un passo successivo è possibile procedere in casi
di studio in cui indagare il nesso nel senso indicato dal
quinto assunto attraverso il processo d’opinione pubblica.
La spirale del silenzio non ha luogo solo nei processi
d’opinione pubblica allo stato “fluido” (Tönnies), ossia in
settori in cui cambiano le valutazioni o come reazione alla
trasgressione delle norme sociali.
Nella verifica empirica della teoria sulla base di casi
esemplari si vede spesso la spirale del silenzio ridotta al
semplice modello di maggioranza e minoranza con
l’assunto che quanti appartengono alla maggioranza sono
disposti a parlare e gli appartenenti alla minoranza tendono
al silenzio.
Un concetto del genere può essere falsificato in
qualunque momento, qualora per semplificare si escluda
inizialmente il fattore effetto dei media, mentre esso è
probabilmente proprio il fattore più influente. Non si
sviluppano praticamente mai spirali del silenzio di
direzione inversa al tono dei media formatori d’opinione;
anche se solo una piccola minoranza condivide il tono dei
media, essa è disposta a parlare e lo schieramento opposto
costituisce una “maggioranza silente”.
Il dibattito sull’energia nucleare nella Repubblica
federale tedesca dal 1965 al 1986 è un caso ampiamente
studiato empiricamente, esemplare di un processo
d’opinione pubblica di durata relativamente lunga in stretta
connessione con il tono dei media.
Questo caso esemplare mostra come ci si deve
immaginare il ruolo dei diversi elementi nel processo
d’opinione pubblica nel corso del tempo. Il tono dei media,
o meglio, il cambiamento nel tono dei media precorre il
cambiamento nelle valutazioni del clima d’opinione da
parte della popolazione. Il cambiamento delle valutazioni
del clima d’opinione precorre la variazione dei propri
atteggiamenti. Il comportamento - disponibilità a parlare -
fa seguito alla stima del clima d’opinione, ma influenza
viceversa anche le valutazioni del clima d’opinione in
un’interazione che produce il processo a spirale.
Nel caso della discussione sull’energia nucleare si potè
documentare empiricamente l’esistenza di un doppio clima
d’opinione: il clima d’opinione viene valutato diversamente
a seconda di quali media - per esempio di destra o di
sinistra - vengono consumati di preferenza o se il consumo
di un certo medium, per esempio della televisione, è
elevato o ridotto. Si potè anche mostrare come si costituì
uno zoccolo duro di sostenitori dell’energia nucleare
estremamente disposto a parlare.
Ci sono processi d’opinione pubblica a breve termine,
ma anche altri molto lenti, che si protraggono per secoli
per l’affermazione di una concezione e l’annientamento
dell’opinione contraria.
I processi d’opinione pubblica mirano nel loro stadio
finale al radicamento sociale sicuro della meta raggiunta e
così al radicamento giuridico del consenso in forma di
legge o al consolidamento di una legge non scritta (norma
coercitiva con o senza vincolo giuridico) o alla
proclamazione di un tabù.
Tutti questi processi, accompagnati da tanti sforzi,
d’opinione pubblica, di decisione sui temi della discussione
pubblica, di difesa dell’opinione pubblica, cambiamento
dell’opinione pubblica, crollo del sistema valoriale fino alle
varianti giocose della moda assicurano l’integrazione e la
capacità di agire della società.
 

Quali asserzioni fa la teoria sociopsicologica


sul nesso mass media-opinione pubblica?
Senza una teoria dell’opinione pubblica non si possono
comprendere gli effetti dei media e viceversa: senza una
teoria degli effetti dei media non si capiscono i processi
d’opinione pubblica.
Probabilmente sarà difficile trovare un processo
d’opinione pubblica che non venga introdotto da un’azione
ben documentata dei media, dalla funzione di
“agendasetting” dei media. Solo quando a un tema viene
assegnata una forte urgenza dai media si sviluppa una
situazione di tensione nella quale si sviluppano la minaccia
e la paura dell’isolamento.
I mass media divengono particolarmente rilevanti nel
processo d’opinione pubblica, ma soprattutto in rapporto
con l’osservazione del mondo circostante da parte
dell’individuo. Nell’osservare l’ambiente circostante
l’individuo sfrutta due fonti per afferrare il clima
d’opinione: in primo luogo la sua diretta osservazione del
mondo, e in secondo luogo l’osservazione dei contenuti
massmediali (percezione indiretta).
I mass media danno forma in gran parte all’impressione
che l’individuo si fa del clima d’opinione, cioè delle opinioni
che dominano nella maggioranza e della loro tendenza. Dal
tono dei media emana la minaccia d’isolamento. In molti
casi l’individuo è istruito unicamente dai resoconti dei mass
media. Una forte consonanza unita all’effetto cumulativo
dei contenuti mediali impedisce ulteriormente che i
riceventi possano davvero scegliere nell’offerta
complessiva. I mass media assumono anche una funzione di
articolazione, mettendo in primo piano determinate
opinioni e determinati aspetti di un tema piuttosto che altri.
Le possibilità linguistiche d’articolazione di oppositori e
sostenitori di un punto di vista o di un modello di
comportamento si ripartiscono così in maniera diseguale.
In una questione controversa si affermerà più facilmente il
punto di vista che risulta dominante nei media perché
grazie alle argomentazioni, agli slogan e alle formulazioni
fornite dai mass media ai sostenitori riesce sostanzialmente
più facile l’articolazione, riesce più facile parlare
pubblicamente che non agli avversari, il cui punto di vista
viene formulato nei media molto meno o affatto.
Una spirale del silenzio in direzione contraria al tono dei
media non è stata finora mai empiricamente rilevata. Della
disponibilità a parlare infatti fa parte anche il fatto di
sentire alle proprie spalle l’autorità del sostegno mediale.
La posizione professionale dei giornalisti ha in sé dunque,
consapevolmente o inconsapevolmente, grandi possibilità
d’azione sull’opinione pubblica.
Nella maggior parte dei casi la popolazione percepisce
correttamente le linee di tendenza dello sviluppo del clima
d’opinione. Di particolare interesse sono i casi in cui la
distribuzione rilevata dai sondaggi delle frequenze delle
opinioni e delle valutazioni della popolazione su cosa la
maggioranza pensa divergono inequivocabilmente. Questa
è una situazione d’illusione ottica sociale (pluralistic
ignorance). Valutazioni errate (non della direzione di
sviluppo, ma della variazione assoluta di dimensione) hanno
luogo innanzitutto perché ogni schieramento valuta la
propria convinzione più forte di quanto in realtà non sia
(looking-glassperspective), e ciò tanto più quanto più sicuro
di sé è lo schieramento in questione. In secondo luogo il
clima d’opinione viene percepito in maniera distorta per via
della diversa visibilità pubblica (disponibilità a parlare,
tendenza a tacere) degli schieramenti, e infine il clima
d’opinione viene sovrastimato nella direzione del tono dei
media. Questi tre fattori concorrono, non sono alternativi.
Singolarmente presa, l’influenza dei mass media non è
in nessun caso determinante nel processo d’opinione
pubblica. In caso di spaccatura fra il tono dei media e il
parere della maggioranza della popolazione, il risultato è
spesso un consenso solo superficiale, instabile, circondato
da contraddizioni, capace di variare molto velocemente
sull’onda di avvenimenti reali.
 

Il processo di formazione di un ’opinione come


opinione pubblica dominante si svolge in modo
razionale?

Contro la teoria sociopsicologica dell’opinione pubblica


è stata spesso sollevata l’obiezione che essa manchi di
razionalità. Effettivamente in un processo d’opinione
pubblica così inteso non è assicurato che si affermi di volta
in volta il giudizio migliore. Ma non si dovrebbe chiamare
irrazionale un processo d’opinione pubblica fondato sulla
minaccia e sulla paura d’isolamento, perché il vantaggio
per la società, per la sua coesione, la sua integrazione è
palese.
La paura dell’isolamento è difficilmente leggibile come
motivo razionale d’azione - nel senso di un calcolo
costibenefici intrapreso interiormente dall’individuo. La
paura dell’isolamento è invece ampiamente inconsapevole.
Il giudizio concorde, come l’opinione pubblica venne
intesa anche nelle fonti storiche, non è inoltre un buon
giudizio in senso intellettuale, nel senso di “giusto”
contrapposto a “sbagliato”. Questo sosteneva il giurista
Rudolph von Ihering - uno dei pochi autori tedeschi che
concepirono l’opinione pubblica nel suo significato
originario - quando descrisse nel 1883 la disapprovazione
con cui l’individuo deviante viene punito da parte del
mondo circostante: essa non sarebbe di carattere razionale,
come la disapprovazione “per una conclusione sbagliata, un
calcolo errato, un’opera d’arte malriuscita”, ma in essa si
esprimerebbe “la reazione pratica, consapevole o
inconsapevole, dell’interesse contro la sua violazione, una
resistenza allo scopo della propria protezione”. Che
interesse è, chi deve essere protetto? È l’interesse della
società a proteggere la coesione necessaria per agire e
decidere, per mantenere una minima capacità di
sopravvivenza.
 

Con quali strumenti sociologici possono essere


verificate empiricamente le ipotesi della teoria
sociopsicologica dell’opinione pubblica?

- Strumenti per la dimostrazione empirica della minaccia


d’isolamento:
In generale: “test delle grida di disapprovazione”, che
misura la forza della minaccia di isolamento. (Tra due
oratori che sostengono punti di vista opposti in pubblico su
una questione controversa, chi viene fischiato? Per i paesi
asiatici fu sviluppata la variante del test sulla riunione nel
vicinato, che sfrutta il fatto che le dicerie sono uno
strumento della minaccia d’isolamento.
Nella ricerca elettorale: test degli pneumatici, del
parcheggio, dei cartelloni con pubblicità elettorale. Questi
strumenti emersero dalla realizzazione di ricerche
sistematiche sulla minaccia d’isolamento (Holicki 1984) e
sul ruolo dei segnali non verbali, come la minaccia
d’isolamento effettuata per mezzo della derisione (Albrecht
1983).
- Strumenti per la dimostrazione empirica della paura
dell’isolamento:
Test di completamento delle frasi con minaccia; serie di
domande sull’indicatore di sensibilità all’imbarazzo e
punteggio sull’imbarazzo (Hallemann 1986, 1989),
autoesperimenti.
La dimostrazione empirica della paura dell’isolamento
non può che fallire con domande dirette, è possibile solo in
maniera indiretta sulla base di indicatori, poiché la paura
dell’isolamento è annoverata fra le reazioni e i
comportamenti umani socialmente indesiderati e rimossi
dalla coscienza.
Anche gli esperimenti di laboratorio di Asch (1952) e di
Milgram (1961) sul comportamento conformista
permettono di trarre determinate conclusioni, anche se
limitate, interessanti soprattutto sotto un aspetto: i
meccanismi di conformismo che operano nei piccoli gruppi
sono estremamente simili ai processi che hanno luogo nella
sfera pubblica anonima.
- Strumenti per la dimostrazione empirica della
percezione quasi-statistica:
La gente cerca continuamente di valutare quali opinioni
e modelli di comportamento vengono approvati o
disapprovati nell’ambiente sociale circostante. Spesso non
riesce a valutare i reali rapporti di forza (pluralistic
ignorance), ma riesce a fornire dati su quali opinioni
guadagnano e quali perdono terreno presso i suoi simili.
A dimostrazione di questa capacità basti dire che nelle
interviste di sondaggio vengono sempre fornite volentieri
delle stime alla domanda “Cosa pensa la maggioranza
(...)?”. Quest’elevata percentuale di valutazioni sui rapporti
di forza va del resto nettamente contro l’assunto per cui
prenderebbero parte al processo d’opinione pubblica solo
gli attention publics caratterizzati da interesse e
conoscenze (fra gli altri, Lang, Lang 1983).
- Strumenti per la dimostrazione empirica della
disponibilità a parlare e della tendenza a tacere:
Test del treno o della corriera (a seconda delle
circostanze nazionali); test del reporter televisivo -
adeguato solo qualora si voglia verificare la disponibilità a
parlare consapevolmente davanti a una sfera pubblica
anonima evidentemente enorme; rilevamento della
disponibilità a far uso di (auto)adesivi, distintivi o altri
simboli pubblicamente visibili. Un’ulteriore domanda
indiretta: “Di recente qualcuno Le ha parlato a proposito
del tema XY?”. Se sì, “Qual è la Sua Opinione”, nella
ricerca elettorale rispettivamente usato come test per
misurare l’attività della base del partito nella campagna
elettorale (“Qualcuno Le ha parlato di come dovrebbe
votare?”. Se sì, “Per quale partito?”).
È importante, nel rilevamento della disponibilità a
parlare, controllare contestualmente le variabili sesso,
fascia sociale ed età, poiché queste caratteristiche
personali influenzano sostanzialmente la disponibilità
dell’individuo a parlare.
- Strumenti per il rilevamento empirico del clima
d’opinione:
Il clima d’opinione su un determinato tema dalle
implicazioni morali o su una certa persona viene
determinato empiricamente con la seguente domanda:
“Cosa pensa la maggioranza?” - “La maggior parte delle
persone è a favore o contro?” - “La maggioranza ha una
buona o cattiva opinione di...?”. Queste domande vengono
variate inoltre per la situazione attuale, futura e passata; le
migliori prestazioni in termini predittivi sullo sviluppo
futuro delle distribuzioni delle opinioni è in questo caso
soprattutto l’aspettativa per il futuro. Inoltre: “Cosa è in,
cosa è out?” o “Cosa guadagna terreno, cosa ne perde?”
(presentazione di una lista di item).
Le perdite e le rimonte di uno schieramento vengono
percepite correttamente a livello collettivo,
indipendentemente dalla propria posizione personale.
Come esempio si può citare lo sviluppo delle opinioni
sull’aborto in Germania dal 1972 al 1988 e le valutazioni
del clima d’opinione sui sostenitori e gli oppositori di una
semplificazione dell’interruzione di gravidanza. Anche sul
tema della pena di morte fu mostrato, poco dopo
l’introduzione del concetto di spirale del silenzio, che la
variazione del clima d’opinione viene percepita
indipendentemente dalla propria posizione al riguardo.
 
Quali condizioni al margine devono essere
rispettate prima di poter dare inizio a un caso di
studio empirico sul processo sociopsicologico di
opinione pubblica?

Il tema prescelto deve possedere innanzitutto due


caratteristiche: deve essere attuale e venire discusso
pubblicamente in modo controverso; in secondo luogo deve
presentare una carica morale, deve essere di fondamentale
importanza. Come terza condizione si richiede che il punto
di vista dei mass media su questo tema venga
quantitativamente rilevato, per poter prendere in
considerazione questo fattore di influenza nell’analisi.
Prima condizione: attualità.
L’attualità di un tema nella ricerca elettorale viene
rilevata con la seguente domanda: “Nella campagna
elettorale si parla sempre di tutto e di più. Però il più delle
volte ci sono dei temi in particolare che stanno in primo
piano. Guardando questa lista potrebbe dirmi di quali punti
attualmente si parla molto?”.
Più spesso un tema viene citato dagli intervistati come
tema frequentemente trattato, più esso è attuale - in questo
caso la campagna elettorale.
Si raccomanda di scegliere sempre per i casi di studio
un tema il più possibile “fresco”, che ha preso piede di
recente nella discussione pubblica, in modo da poter
rilevare tutti gli stadi del processo di opinione pubblica (in
particolare lo stadio precoce e quello tardo) e determinare
l’opinione della popolazione già prima del momento in cui
l’effetto dei media investe l’intera popolazione attraverso la
comunicazione interpersonale e non esistono più differenze
di opinione fra intervistati dall’elevato o dal ridotto
consumo mediale.
Seconda condizione: carica morale o estetica
È importante tener conto del fatto che l’opinione
pubblica ha sempre una componente irrazionale,
moralmente carica, ha sempre un valore morale o anche
estetico. Chi la pensa diversamente non è stupido, è
malvagio. Dall’elemento morale l’opinione pubblica trae la
sua forza, la sua minaccia d’isolamento. Non si può mettere
in moto l’opinione pubblica senza una motivazione morale,
o, altrimenti detto, senza una motivazione morale non si
può o si può solo con grandi difficoltà affermare la politica,
dunque non senza l’aiuto dell’opinione pubblica.
Su questioni razionali c’è poco pericolo d’isolarsi, perciò
si parla solo di temi in cui i valori sono discussi,
controversi.
La carica morale di un tema viene rilevata
empiricamente con la seguente domanda:
Ci sono cose su cui, fra amici, si può dissentire. Alle volte si può
arrivare al punto di litigare impetuosamente fino a rompere delle
amicizie. Su questi cartoncini abbiamo riportato diverse situazioni. In
quali di queste direbbe che si tratta davvero di questioni controverse
su cui persino degli amici possono litigare pesantemente?

Qui può essere impiegato anche il test delle grida di


disapprovazione citato sopra, che dà informazioni sulla
forza della minaccia d’isolamento.
Terza condizione: identificazione del punto di vista dei
mass media
Il punto di vista dei mass media su una questione viene
stabilito con il metodo dell’analisi empirica quantitativa del
contenuto. Il tono dei media risulta in questo caso
dall’analisi dello spettro destra-sinistra su cui i singoli
media esaminati si collocano a seconda della loro posizione
politica.
È particolarmente rilevante la posizione dei media
predominanti, dei media leader d’opinione che vengono
spesso citati dagli altri media e di cui i politici tengono
conto.
Solo quando si danno tutte e tre le condizioni è garantito
che si sta studiando un caso al quale sono applicabili le
ipotesi sul funzionamento dell’opinione pubblica secondo il
concetto sociopsicologico.
 

Come deve essere un programma minimale


che permetta l’analisi di casi di studio sulla
formazione dell’opinione pubblica?

Per analizzare un processo d’opinione pubblica e poter


fare pronostici sul suo svolgimento, si devono raccogliere le
seguenti sei informazioni tramite i sondaggi e l’analisi dei
contenuti mediali:
1.I rapporti di maggioranza nella mentalità della
popolazione.
2. La valutazione del cima d’opinione: “Come la pensa la
maggioranza?”.
3. Aspettative future di successo: quale schieramento
vincerà? Quale perderà?
4. Disponibilità a dichiararsi (disponibilità a parlare) in
situazioni pubbliche.
5. Grado di emozionalizzazione del tema, carica valoriale
(carica morale).
6. Intensità e direzione della trattazione del tema nei
media predominanti.
Quando si riesce a raccogliere tutte queste informazioni
su un tema, è possibile fare delle buoni previsioni sullo
sviluppo dell’opinione pubblica. Queste previsioni vanno
ampiamente al di là delle tradizionali analisi condotte su
dati di sondaggio, che si basano solo sulle distribuzioni
delle opinioni individualmente rilevate nella popolazione.
Nei sondaggi si rileveranno inoltre il consumo mediale
degli intervistati (utilizzo quotidiano e grado d’intensità del
contatto coi media: per esempio consumo televisivo
elevato: più di due ore al giorno; consumo televisivo
ridotto: meno di due ore al giorno), l’interesse personale
per la politica, la posizione politica (sinistra-destra) e il
grado di coinvolgimento personale sul tema analizzato, in
modo da poter controllare queste variabili di disturbo
nell’istituire dei nessi fra il tono dei media e l’opinione
pubblica.
 

Quali conclusioni e prospettive emergono dalla


concezione sociopsicologica dell’opinione pubblica
per il successivo lavoro scientifico?

Dalla teoria sociopsicologica dell’opinione pubblica


emergono dapprima delle conclusioni per la ricerca di
sondaggio stessa, che ha dato spunto a questa teoria e ne
ha permesso la verifica empirica. Al repertorio di domande
di allora, che si riferivano alla situazione individuale - fatti,
modelli di comportamento, opinioni, motivazioni - si
aggiunge un nuovo tipo di domande riguardanti la natura
sociale dell’individuo: le osservazioni dell’individuo sulla
minaccia d’isolamento e sul timore dell’isolamento, le
valutazioni quasi-statistiche del passato, del presente e del
futuro, la tematizzazione e il clima d’opinione, modelli di
comportamento dell’individuo nella sfera pubblica, davanti
al “public eye”.
Le conclusioni per il lavoro scientifico in senso più
ampio consistono nell’applicazione e nella verifica della
teoria:
nelle scienze politiche, per esempio, nella teoria
democratica. Da essa potrebbe emergere una nuova
valutazione della pressione dell’opinione pubblica operata
dalla classe dirigente. La teoria promette di essere
particolarmente feconda nell’applicazione alla ricerca
elettorale. Un settore ancora mai toccato, l’analisi del ruolo
dell’opinione pubblica nei sistemi totalitari, potrebbe con
questa teoria aprirsi all’elaborazione;
nella psicologia sociale, per esempio in ricerche sulla
tolleranza e l’aggressione nei confronti delle minoranze e
degli stranieri; teoria dei leader d’opinione; ricerca sugli
stereotipi;
in sociologia, per esempio nell’analisi delle società a
seconda del grado d’integrazione e in situazioni di pericolo
per l’integrazione, come stati di crisi (guerra);
in storiografia, per esempio nell’indagine del rapporto di
grandi sovrani con l’opinione pubblica o nell’analisi delle
rivoluzioni;
nella ricerca sulle comunicazioni per la ricerca sugli
effetti dei mass media e della propaganda;
in giurisprudenza nell’analisi della relazione fra opinione
pubblica e diritto;
in linguistica, in particolare nella retorica e in scienza
della letteratura;
in teologia e filosofia, per esempio nella dottrina morale,
nella quale le azioni che scaturiscono dalla natura sociale
dell’uomo vengono valutate diversamente da come fatto
finora.
Oltre a ciò si delinea il compito di collegare diverse
teorie sociologiche sviluppatesi in questo secolo alla teoria
dell’opinione pubblica. Si pensi soprattutto alla teoria dei
gruppi di riferimento, alla “Theory of Rational Choice or
Collective Action”, alla dinamica dei gruppi e alle teorie del
conformismo, o alla teoria dell’interazionismo simbolico.
Molto tempo prima della ricerca, la prassi politica ha
colto le possibilità di applicazione della teoria della spirale
del silenzio. Così Conradt descrisse nel suo resoconto sulle
elezioni parlamentari del 1976 come già tre anni dopo la
prima pubblicazione della teoria, gli strateghi della
campagna elettorale ne impiegassero la conoscenza
praticamente per combattere una spirale del silenzio.
La conseguenza più persistente della teoria però
consiste forse nell’aver risvegliato la comprensione della
doppia natura dell’uomo che vive nella costante tensione
fra l’essere individuale e la natura sociale.
 
 

* Da Noelle-Neumann 1984. Sulla base di testi di Elisabeth Noelle-


Neumann raccolti da Anne Jäckel Niedermann.
1 Krüger 1877, p. 415/XXXIII (xxxii), 2.
2 Il concetto di “spirale del silenzio” compare per la prima volta -
accanto alle denominazioni “modello a spirale”, “processo a spirale” e
“ipotesi del silenzio” -in una pubblicazione del 1973: Noelle-Neumann
1973a, pp. 26-55.
L’opinione pubblica e i suoi portavoce*

Eric Landowski

 
 
 
 
 

Un oggetto semiotico

Al giorno d’oggi ci si imbatte in due tipi di specialisti


dell’opinione pubblica. Gli uni si interrogano sulle condizioni
della sua esistenza e della sua manifestazione; gli altri
rispondono della sua esistenza e si incaricano, per
professione, di manifestarla. L’atteggiamento interrogativo,
connesso al senso di rigore nell’uso delle nozioni, è beninteso
proprio dei sociologi. Come essi stessi riconoscono,
“l’incertezza concerne la consistenza stessa del fatto”:
“L’opinione fa parte dei fenomeni sociali apparentemente
evidenti ma che si sottraggono all’analisi non appena questa
miri alla esattezza scientifica”1. Senza dubbio, restrizioni di
tal sorta non impediscono di svilupparsi né agli studi
sperimentali e neppure a una teoria delle opinioni, come
testimonia allo stesso tempo la proliferazione delle inchieste
attraverso sondaggi e lo sviluppo della psicologia sociale (cfr.
Stoetzel 1943a; 1943b). Ma da qui a una qualunque certezza
epistemologica relativamente allo statuto dell’opinione
pubblica in quanto fenomeno che sussume la pluralità delle
opinioni singolari, resta da compiere un passo del quale
nessun “uomo di scienza” misconosce l’importanza. Meglio
stanno, da questo punto di vista, gli “uomini di stampa” e,
all’occorrenza, gli uomini politici: dotati di un misterioso
“senso innato dell’opinione pubblica” (Coquet 1978), essi
sfuggono per parte loro ad ogni incertezza: l’Opinione parla
per bocca loro. Volendo schematizzare, abbiamo a che fare da
una parte con un insieme di pratiche oggettivanti, pervase
dalla preoccupazione della scientificità e fondate su strumenti
altamente sofisticati (tecniche di campionamento, analisi
fattoriali o multivariate, segmentazione, tipologia, ecc.), e,
dall’altra parte, trattandosi di esegeti “innati”, abbiamo a che
fare con un atteggiamento generale di divinazione che
presuppone al contrario un contatto diretto tra l’Opinione -
concepita stavolta (secondo lo storico della lingua francese
Ferdinand Brunot) come una “sorta di persona” - e i suoi
oracoli o i suoi portavoce.
A dispetto della loro eterogeneità, queste due “scuole”
intrattengono relazioni strette: mentre la scelta dei temi di
studio e delle problematiche proprie degli istituti di
sondaggio dipende da parte sua dalla “domanda sociale”
emessa dagli organi di stampa e dai partiti politici, di contro il
discorso divinatorio dei portavoce - giornalisti e uomini
politici - è esso stesso posto alle dipendenze del discorso
“scientifico” degli istituti di sondaggio, visto che gli “indovini”
cercano naturalmente di assicurarsi, nella misura del
possibile, la garanzia della scienza sociale. Anche se ne
risultano dei rapporti di complicità, questo non esclude per
nulla le rivalità e la polemica, come testimoniano le amenità
scambiate da una parte e dall’altra. Per i giornalisti, che si
attribuiscono il privilegio di essere costantemente “volti
all’ascolto dell’opinione”, i sondaggi hanno in ogni caso
“valore approssimativo” (Marchetti 1978) e possono tutt’al
più fornire la “fotografia” di un “momento dell’opinione”
(Brauche 1978): il sospetto verte allo stesso tempo sulla
validità dei metodi e sul loro grado di adeguatezza rispetto
all’oggetto. A titolo di reciprocità, l’esperto in indagini
fondate su sondaggi denuncia la “pretesa inammissibile”
(Stoetzel 1977a) di coloro che si pongono quali “portavoce del
comune sentire”, e sarebbe ben interessato a conoscere ciò
che il politico o il giornalista “intende designare quando
impiega questa parola, l’opinione, e in base a quale metodo
egli ne determina le preoccupazioni” (Stoetzel 1977b).
Posta in questi termini, la questione può essere
interpretata in due modi differenti, secondo che si consideri:
1) che solleva un problema relativo alla realtà empirica di
ciò che designa - e in tal caso è probabile che l’espressione
“opinione pubblica”, nel suo impiego corrente, non designi
niente, poiché, effettivamente, essa non ha alcun riferimento
strettamente assegnabile2,
ovvero
2) che essa si riferisce alle condizioni d’impiego della
parola e alla scelta del suo significato, nel qual caso bisogna
ammettere l’evidenza del fatto che, in quanto realtà semio-
linguistica, “l’opinione pubblica esiste”: anche spogliata di
riferimento, l’espressione non è sprovvista di senso.
Al contrario, è la molteplicità delle accezioni a costituire
problema, molteplicità che i sociologi sono stati i primi a
ravvisare:
Già nel 1888 - nota Jean Stcetzel - James Bryce denunciava una certa
trascuratezza nell’uso della parola. Mezzo secolo più tardi, E H. Allport
analizzava otto errori nella concezione dell’opinione pubblica. Nel 1952,
Curtiss M. Mac Dougall enumerava sei sensi nei quali l’espressione era
impiegata, e W. Philips Davison (1958) ne rilevava tre usi popolari3.

Il nostro proposito non è né quello di riprendere la


classificazione di questi “sensi volgari” né quello di
denunciare la loro infondatezza rispetto ai criteri di
scientificità. In compenso, vorremmo capire da cosa dipenda
la loro persistenza nei discorsi socio-politici “di massa”. In
breve, come analizzare il modo di esistenza semiotica della
“opinione”?
Si prendano i due esempi seguenti:
Cedendo alle pressioni dei gruppi ecologici sostenuti da larghi settori
dell’opinione pubblica, le autorità hanno rinunciato a (...) (Henri Pierre,
Un succès des écologistes, «Le Monde», 3 novembre 1978).
Questa conferenza stampa è indirizzata a due livelli. Il primo, signore
e signori giornalisti, è il vostro (...). E l’altro livello, è quello
dell’opinione pubblica, direttamente attraverso i grandi mezzi di
informazione, indirettamente attraverso la carta stampata (...) (Valéry
Giscard d’Estaing, conferenza stampa del 14 giugno 1978, «Le Figaro»,
15 giugno 1978).

Dal punto di vista semantico, è il medesimo soggetto


collettivo, chiamato in entrambi i casi “opinione pubblica”,
che si trova qui “interpellato”, da un discorso presidenziale, e
là “raccontato”, in un resoconto giornalistico: se si trattasse
di illustrare la polisemia dell’espressione, i nostri esempi
sarebbero pertanto scelti male. In compenso, la loro
giustapposizione consente di cogliere un altro tipo di
oscillazione, reperibile su un piano indipendente da quello in
cui possono apparire opposizioni o identità di contenuto. Nel
primo enunciato citato, la parola “opinione” designa un
protagonista al quale compete un certo ruolo in un racconto
di aspetto oggettivo, quasi si trattasse di un personaggio da
romanzo; nell’altro caso, essa serve a identificare uno degli
interlocutori (il destinatario) del discorso che si annuncia. Il
termine considerato interviene pertanto a due livelli di
funzionamento semiotico. Sul piano del discorso enunciato,
esso si colloca entro schemi narrativi che si tratterà in primo
luogo di inventariare; ma esso interviene pure nella messa in
scena dell’atto stesso della enunciazione: donde la necessità
di prendere in considerazione anche le strategie discorsive
che esso consente di porre in opera.
Per chiarire questa doppia funzione, narrativa e discorsiva,
e per coglierne le basi - poiché la messa in scena dell’opinione
pubblica si inscrive nel quadro di una drammaturgia politica
più generale -, procederemo a esaminare un numero ristretto
di occorrenze rilevate, fra mille altre, seguendo le rubriche
politiche di due grandi quotidiani, «Le Monde» e «Le Figaro»,
nel corso dell’anno 1978.
 
Una drammaturgia “Opinione pubblica” e “classe
politica”

Quando i moralisti dell’età classica hanno fatto


dell’opinione la “regina del mondo”, la vocazione
(controversa) di questa sovrana era soprattutto quella di
pesare sul “mondo interiore” delle coscienze individuali e di
influenzare le condotte private.
L’opinione pubblica è una giurisdizione che l’uomo onesto
non deve mai riconoscere perfettamente e mai declinare
(Chamfort).
Dal momento che questa funzione di controllo investe
l’intimità dei soggetti, sembra che l’opinione si sia trovata
progressivamente alleggerita, in gran parte, a vantaggio di
altre istanze: è qui per esempio che il “cosa se ne dirà?” trova
la propria funzione. Come controparte, la sovranità
dell’opinione si è trasferita verso un altro dominio, quello dei
comportamenti collettivi e degli affari pubblici. Se si presta
fede ai filologi, questa mutazione può addirittura datarsi con
esattezza:
Sotto la seconda Restaurazione ha inizio l’autentico
dominio dell’opinione pubblica. È una nuova potenza che si
innalza (...) essa interroga i vecchi poteri, ingiunge loro di
produrre i loro titoli e si arroga il diritto di controllarli (P.
Larousse, "Opinion publique”, Grand Dictionnaire universel
du XIXe siècle, 1874).
Ora, che si mantenga o no la data proposta, il teatro
politico si trova così ridistribuito attorno a un elemento
nuovo, il cui ruolo non sarà privo di analogie con quello del
cono nella drammaturgia antica. Le somiglianze si situano su
due piani. Innanzi tutto, la funzione considerata impegna la
competenza interpretativa di un soggetto collettivo situato in
posizione di osservatore. Al modo stesso in cui ad Atene
l’organizzazione spaziale del teatro riposava sulla distinzione
tra la scena propriamente detta - il logheion - e l’orchestra, da
cui il coro osservava le peripezie dell’azione, commentandole
per gli spettatori, stipati sui gradini del koilon, così
l’organizzazione ideologica che sottende oggi la
spettacolarizzazione della vita politica da parte dei “media”
ha per principio lo stabilimento di una netta disgiunzione (in
termini figurativi, di un “fossato”) tra una classe di soggetti
agenti - gli “eroi”, la “classe politica”, ove si fiancheggiano
governanti e stati maggiori dei partiti, dirigenti sindacali e
rappresentanti del grande padronato o dell’alta
amministrazione, ecc. - e “l’Opinione”, istanza testimone che
assiste allo “spettacolo” e ne interpreta il significato, sia per
conto proprio, sia, più generalmente, all’indirizzo di un
pubblico situato su un piano terzo (vi ritorneremo). Nella
misura in cui questa attività interpretativa -attraverso la
quale si esprimono le reazioni e, perché no?, le opinioni
dell’opinione - prende specificamente per oggetto gli atti e le
situazioni che costituiscono la trama della “vita politica”, si
può dire che l’Opinione si rivela qui a suo modo politologa.
Ma essa è anche, a suo modo, politica: se il suo statuto le
impedisce di oltrepassare il limite del logheion e, dunque, di
spostarvisi per agire nelle stesse condizioni degli “attori”
titolari (membri della “classe politica”), in compenso la sua
vocazione consiste per eccellenza nel far agire questi ultimi,
utilizzando tutti gli espedienti della sua competenza
persuasiva. Per poco che disponga effettivamente di mezzi -
foss’anche indiretti - capaci di far prevalere, sulla scena
politica, una determinata linea, l’Opinione si trasforma in una
“potenza” e, da osservatrice che era, diventa a sua volta
degna di osservazione nei suoi comportamenti, auscultata nei
suoi stati d’animo, sondata in quanto riserva di energie
canalizzagli: posta in principio come un soggetto conoscente,
l’Opinione si trasforma in oggetto di conoscenza.
 

Il pubblico, terza istanza


Oltre al fatto che l’analogia così abbozzata riposa su una
visione assai semplificata del sistema drammaturgico greco,
si obietterà forse che essa rimane zoppa nella misura in cui al
sistema ternario di riferimento:
logheion versus orchestra versus koilon,
non si sovrappongono, a prima vista, tre classi di attanti
realmente distinte, ma due soltanto: di fronte alla “classe
politica”, non c’è, si dirà, l’equivalente di un coro da una
parte (che sarebbe l’“opinione” in quanto istanza autonoma),
e di spettatori dall’altra (concepiti come un “pubblico”
distinto rispetto all’istanza “opinante”), ma un solo attore: la
società civile, i governati, un “pubblico che opina”, che
esprime esso stesso i suoi propri sentimenti. E, da questo
punto di vista, si potrà considerare equivalente il fatto di dire
che “un fossato separa la classe politica dall’opinione”4,
ovvero di dire che “il fossato che separa questa stessa classe
politica dalla massa dei francesi (...) diventa un baratro [sic]
di cui non si intravede più il fondo (...)” (Viasson-Ponté 1978):
ciò che si deve intendere per “opinione”, non è proprio la
“massa dei francesi”, il “grande pubblico” considerato come
comunità che esercita talune attività di ordine cognitivo (cfr.
il Littré: “opinion, ce que pense le public”)? Parimenti, fra
l’apostrofe di de Gaulle “Francesi, Francese!” e la formula
sopra citata, in cui un dato presidente si rivolge all’“opinione
pubblica”5, si dirà probabilmente che non v’è che una
minuscola differenza di “stile”, l’essenziale rimanendo che,
sotto etichette differenti, è in definitiva lo stesso destinatario
a esser preso di mira nei due casi.
Ma se le cose stanno così, se “opinione pubblica” ha
semplicemente il valore di un sinonimo per qualsiasi altra
espressione che designi la collettività dei governati (“la massa
dei francesi”, dei “cittadini”, degli “elettori”, del “pubblico”,
ecc.), allora, come rendere conto di un enunciato come il
seguente:
Durante i tre anni, il Capo di Stato non dovrà trattare con
gli elettori, ma con l’opinione, rilevata da sondaggi degli
istituti ed espressa dai giornalisti. È a questa che egli si
rivolge (...) (Patrick Jarreau, La conferenza stampa del
presidente della Repubblica, «Le Monde», 16 giugno 1978).
Basta infatti sfogliare la stampa per vedere in tal modo
riaffacciarsi la distinzione non già fra due, ma fra tre istanze
distinte. In quanto oggetto semiotico, ciascuna istanza gode
di una esistenza autonoma: da qui il fatto, a prima vista
paradossale, che la “classe politica” possa sia venire a
contatto con il pubblico (“i francesi”, “gli elettori”, “la
popolazione”, ecc.) senza per questo imbattersi nell’“opinione
pubblica”, e sia avere a che fare, al contrario, con l’opinione
senza che, per questo, il pubblico (il “popolo” stesso) sia
direttamente interessato.
Ed è proprio al fatto di illustrare esemplarmente la prima
di queste due possibilità che l’incolpevole agglomerato del
Raincy deve gli onori della stampa. Coi suoi “quindicimila
abitanti”, riferisce un corrispondente di «Le Monde»6, questo
“suburbio paradossale” resta infatti “una città senza opinione
pubblica”, e - a quanto spiega il nostro giornalista - il modo di
gestione adottato dalla municipalità (la “classe politica”) non
può essere compreso se non si tiene conto del fatto che
l’autorità locale, in mancanza di “corpi intermedi” di
qualunque genere, si trova direttamente a confronto con il
pubblico, “una popolazione che vive al ritmo tranquillo e
individualista delle lottizzazioni”. Due conclusioni derivano da
questa piccola monografia urbana. Innanzi tutto, essa
conferma l’ipotesi della non-equivalenza fra le nozioni di
“pubblico” e di “opinione”, poiché, nel caso specifico, un
pubblico di quindicimila abitanti non basta a fare l’opinione di
una città. Ma, soprattutto, questo esempio mostra che il
criterio che consente di differenziare la nozione di opinione
dai suoi sinonimi apparenti si colloca sul piano logico: in
contrapposizione al pubblico, disperso in una moltitudine di
padiglioni di borgata, e che, semplice collezione di individui,
giustappone una serie di unità sotto forma di una totalità
partitiva, l’Opinione (nella fattispecie, assente) può essere
concepita solo come una unità molare, un atlante collettivo
propriamente detto; in una parola, come una totalità
integrale7.
A questo primo criterio di distinzione se ne sovrappongono
molti altri, specificamente di ordine “aspettuale” e “modale”.
Così, da un lato, il pubblico, in quanto include la classe degli
elettori, esercita incontestabilmente, sia pure in modo
puntuale (per ciò che attiene alla aspettualizzazione
temporale), un minimum di competenze modali, poiché, a
tempo debito, è lui che, foss’anche indirettamente, determina
attraverso il suo voto la composizione di una compagine
governativa, che la fa essere ciò che essa è. Dall’altro lato,
per tutta la durata degli intervalli compresi fra due scrutini, il
“pubblico” sembra privo di competenza, e soltanto
“l’opinione” (quando c’è) può eventualmente esercitare
pressione sui dirigenti, può far fare loro ciò che essi fanno;
onde, a contrario, la squallida situazione descritta dal
corrispondente di «Le Monde»: in assenza di un’opinione
pubblica, e di fronte a un pubblico la cui frammentazione
esclude che esso abbia presa sull’azione dei suoi dirigenti, i
rappresentanti della classe politica vivono giorni “tranquilli”,
e la vita politica stessa langue.
 

Spartizione di competenze

Perché questa rinasca, occorre che i responsabili politici


trovino dinanzi a sé qualcosa di diverso da una moltitudine
disorganizzata; occorre che essi dispongano di interlocutori
“competenti”, vale a dire - se è possibile trasporre
l’espressione che il Larousse8 applica, per parte sua, al coro
- capaci contemporaneamente di “impersonare il popolo”
(al cospetto dei suoi reggenti) e di “sorreggere l’interesse
scenico” (agli occhi del pubblico medesimo).
Si giunge allora alla seconda possibilità evocata prima, dal
momento che la classe politica non tratta ormai più
direttamente o solamente col pubblico, bensì con i mediatori
incaricati di “impersonarlo”: il plurale non è qui di mera
forma, poiché tale funzione di mediazione si trova a sua volta
spartita tra due figure principali - ultima dicotomia conforme,
anch’essa, al dispositivo teatrale di riferimento. Si sa infatti
che, accanto al coro propriamente detto, la drammaturgia
ateniese riservava un posto particolare, e sovente in una
forma prosodica specifica, al “capo del coro”
- il corifeo - introducendo al contempo una mediazione
supplementare tra la scena e i gradini del teatro. In modo
analogo, il sistema scenografico implicito che soggiace oggi
alla trasformazione della vita politica in uno “spettacolo”
impegna la collocazione, fra i “governanti” e i “governati”, di
due figure distinte: “l’opinione”, da una parte, e i suoi
“portavoce”, dall’altra:
 

 
La caratteristica comune alle due figure centrali, e che
consente di contrapporle al “pubblico”, è la loro competenza
discorsiva: mentre l’opinione e, a maggior ragione, i suoi
portavoce sono dei “soggetti parlanti”, il pubblico, semplice
istanza ricevente, si trova squalificato come emittente, visto
che la diversità delle voci individuali da cui è costituito non è
in grado di produrre che una sorta di brusio inarticolato.
Senza dubbio si potrebbe obiettare che nulla in realtà
impedisce ai cittadini di esercitare, per esempio sotto forma
di petizioni, di manifestazioni, di atti di rivendicazione
differenti, una competenza discorsiva propria e che, di
conseguenza, il “pubblico” non è necessariamente confinato
in un ruolo di spettatore passivo. Comunque, è soltanto
all’interno del sistema di rappresentazione “mediatica” che
sono prodotte le differenziazioni strutturali di cui noi
cerchiamo di rendere conto: non si dà un “silenzio del
pubblico” che in funzione dell’emergenza del “discorso
dell’opinione”, vale a dire nel quadro della teatralizzazione
della comunicazione sociale. Monopolizzando la competenza
emissiva, le due istanze mediatrici situate nello spazio
immaginario che corrisponde a quello greco dell’“orchestra”
devono allora svolgere una doppia funzione di staffetta, sia
volgendosi verso la “scena”, allo scopo di interpellare la
“classe politica” (per conto del pubblico che rappresentano),
sia rivolgendosi verso i “gradini” per indirizzarsi, in caso di
bisogno, al “pubblico” medesimo.
Quanto ai criteri di differenziazione che portano a
riconoscere non una sola, ma due figure di mediazione
distinte, essi dipendono dalla specializzazione funzionale
degli attanti: mentre 1’“opinione” prende piuttosto in carico
la funzione persuasiva (in nome del “popolo” che
“impersona”), i “portavoce dell’opinione”, più specificamente
incaricati di “sostenere l’interesse” del dramma che si
rappresenta, assumono essenzialmente una funzione
interpretativa. Il discorso dell’opinione (del coro) si analizza
infatti come un discorso di persuasione destinato tanto a far
agire la classe politica quanto a far assumere al pubblico una
certa visione della sua propria identità: “I sondaggi rivelano
al pubblico l’immagine, in una sorta di specchio dalle molte
facce, dei sentimenti di tutti” (Stoetzel 1977a).
Simmetricamente, i discorsi di interpretazione emessi dai
portavoce (il corifeo) sono destinati, al tempo stesso, sia a far
conoscere ai governanti le reazioni del “popolo” (i
“giornalisti” sono qui, indubbiamente, proprio i portavoce
designati, “i migliori interpreti della aspettativa del
pubblico”)9, sia di rimando a far comprendere al pubblico il
significato e le poste dei comportamenti adottati sulla scena
politica.
Da questo insieme di relazioni risultano infine due tipi
essenziali di interventi dell’opinione, gli uni riguardanti
l’agire degli “eroi” sulla scena, gli altri relativi alle
convinzioni dell’uditorio. Da questo punto di vista, l’opinione
non è, come spesso viene detto, “manipolata” - è lei, al
contrario, la grande manipolatrice.
 

A cosa serve l’opinione

Un operatore polivalente
Precisando la collocazione dell’“opinione pubblica” in
rapporto ad alcune delle nozioni connesse, non abbiamo
cercato evidentemente di produrre, su un piano ontologico,
alcuna “prova dell’esistenza dell’opinione”, ma soltanto di
circoscrivere l’infrastruttura drammaturgica, immaginaria, al
cui interno una tale nozione può diventare strumento
operativo. Per analizzare le operazioni stesse che sono in tal
modo rese possibili, occorrerà passare dalla descrizione del
sistema attanziale soggiacente allo studio della sua messa in
gioco sotto forma di processi semio-linguistici particolari.
Iscritti nel discorso dei giornalisti e dei politici, questi
processi possono essere colti a due livelli, tenuto conto della
elementare distinzione tra il piano dell’enunciato e quello
dell’enunciazione.
Sul primo piano, il discorso socio-politico si riconduce alla
produzione di racconti, o almeno di schemi narrativi
suscettibili di espansione, che tendono a costruire una “storia
del presente” (funzione interpretativa) per mezzo di operatori
narrativi: si vedrà che “l’opinione” - invocata come figura che
si presume motivi l’agire dei “governanti” - rappresenta uno
di tali operatori. Sull’altro piano, quello enunciativo, il
discorso giornalistico e, a fortiori, politico, si fa esso stesso
azione - per esempio, sotto forma di appelli, ordini,
avvertimenti10: trasformandosi allora in un operatore
discorsivo al servizio di talune strategie di persuasione,
“l’opinione” interverrà in questo caso come un simulacro dei
“governati”, costruito per fare assumere loro certe
convinzioni e, attraverso queste ultime, modellarne i
comportamenti. Benché, in pratica, i due tipi di operazioni
siano il più spesso concomitanti, noi li esamineremo
distintamente. Analizzeremo prima (§ Variazioni ideologiche)
le posizioni dell’opinione come protagonista che opera
all’interno di quei racconti di manipolazione che si presume
esplicitino, a uso del “pubblico”, ciò che fa agire la “classe
politica”, e poi (§ Uno spettacolo funzionale) le disavventure
dell’opinione come supporto di discorsi manipolatori (tendenti
a manovrare direttamente il “pubblico” stesso). In primo
luogo, però, potranno servirci due ultime considerazioni di
ordine generale.
 
Questioni di punti di vista
1. È interessante rilevare subito fino a quale livello i
giornalisti e i politici, nel loro mestiere di storici del presente,
si mostrino adepti fedeli di una formula narrativa per altro
ben nota entro il dominio letterario: quella detta della visione
“dall’interno” (T. Todorov). Questa formula tradizionalmente
basata sul postulato della trasparenza dei “personaggi”
rispetto al narratore che li mette in scena, una volta trasposta
nel contesto dei discorsi politici, si annette di fatto un campo
di applicazione che va ben al di là della semplice psicologia
dei caratteri individuali: essa consente allora di fondare un
tipo di psicologia sociale concernente l'“anima” stessa degli
attanti collettivi. L’onniscienza del romanziere al cospetto
delle proprie creature “di carta” viene così a trovarsi
uguagliata, o anche superata, dalla capacità di visione in
profondità che ogni grande commentatore della vita politica
moderna deve possedere; pertanto noi non possiamo più
permetterci oggi di ignorare alcunché degli “stati d’animo
dell’opinione pubblica”, del suo modo di reagire agli
avvenimenti del momento, dei suoi desideri più intimi: nulla
di tutto questo, per definizione, saprebbe sfuggire alla
chiaroveggenza di coloro che fan professione di “tenerci
informati”:
[La situazione politica] genera una angoscia manifesta nell’opinione
pubblica (Jacques Chirac, allocuzione pronunciata ad Amboise, «Le
Monde», 17 ottobre 1978).
 
[L’]opinione (...) sente confusamente che questo non può durare oltre
(Pierre Viansson-Ponté, La stagione degli scioperi, «Le Monde», 19
novembre 1978).
 
È così che favvenimento è stato percepito dall’insieme dell’opinione
(Alfred Fabre-Luce, Una bomba rischiarante, «Le Figaro», 11 aprile
1978).
 
L’opinione pubblica avverte profondamente, voi lo sapete bene, il
desiderio di (...) (Valéry Giscard d’Estaing, lettera al Primo ministro, 28
febbraio 1977).

Ben inteso, il riferimento ai sondaggi d’opinione consente,


non di rado, di attenuare la gratuità apparente delle certezze
ostentate, poiché, accanto al discorso intuitivo e divinatorio
dei portavoce, vi è posto anche per il discorso “scientifico”
degli indagatori e dei “sondatori”, dediti alla misura. Tuttavia,
nel corpus giornalistico che usiamo come riferimento, la
funzione di questo discorso secondo è strettamente
circoscritta. Da un principio di gerarchizzazione, innanzitutto:
secondo che confermino o, al contrario, infirmino le certezze
derivanti dal “senso innato dell’opinione”, i sondaggi saranno
qualificati tanto come “veri” o “buoni”, quanto come “falsi” o
“cattivi”11. Altrimenti detto, qui, non sono gli strumenti di
misurazione “oggettiva” a consentire di convalidare o di
invalidare le intuizioni prime, esiti di un fiuto politico, ma, al
contrario, è la precisione dello strumento di misurazione, “la
sensibilità del barometro” (Rebois 1978) a essere dimostrata,
o al contrario rimessa in questione, in funzione della
concordanza o della non-concordanza dei suoi risultati in
rapporto alle certezze a priori dei “visionari” dell’opinione12.
2. A questo principio di carattere gerarchico - preminenza,
in termini di credibilità, del discorso d’autorità sul discorso
sperimentale - viene ad aggiungersi un secondo principio che
contribuisce ugualmente a regolare la coesistenza dei due tipi
di sapere (intuitivo versus statistico) sull’opinione. Il sapere
dei portavoce e il sapere degli indagatori dipendono di fatto
da due punti di vista nettamente distinti in rapporto allo
“stesso” oggetto: in opposizione al discorso dell’indagine
statistica, che rinvia palesemente al trattamento dei dati
quantitativi, il discorso dei portavoce si colloca, di per sé, sul
piano della descrizione e della valutazione qualitativa. Ora è
facile osservare che “l’opinione” non avrà il medesimo statuto
semiotico nell’uno e nell’altro caso. Da un lato, definita a
partire dall’osservazione statistica di classi di distribuzione,
l’“opinione” è implicitamente concepita come una forza, e, se
risulta conveniente misurarla, è allo scopo di poter “contare”
con essa per la definizione delle strategie politiche. Al
contrario, invocata, come totalità non quantificabile, per la
qualità delle sue determinazioni interne, essa appare
piuttosto come una sorta di arbitro con vocazione a
intervenire sul piano, più profondo, delle scelte assiologiche:
far sapere “ciò che vuole” questo arbitro è esattamente la
missione rivendicata da coloro -giornalisti o politici - che si
proclamano suoi “portavoce”. Ognuna delle due prospettive
presuppone in tal modo un tipo peculiare di investimento
modale: se l’indagine quantitativa ha come sua ragion
d’essere l’idea che l’opinione rappresenti un quantum di
potere oggettivamente misurabile, ciò che le procedure
intuitive dei portavoce possono, sole, rivelare è il segreto -
insondabile - del volere che guida questa potenza.
A partire da ciò si disegnano le due principali posizioni
assegnabili alla nostra “eroina” quando si tratterà di
raccontare in che modo essa “governi il mondo”. Il narratore
potrà anzitutto farne una istanza di decisione: dire che
“l’opinione governa” equivarrà allora ad affermare che
l’azione politica delle autorità è sospesa alla espressione delle
volontà di una opinione-arbitro, statutariamente abilitata a
imporre alla classe politica le cose che questa deve fare:
a) Il ministro della Giustizia dichiara che personalmente egli è contro
la pena di morte, ma che è necessario mantenerla in vigore perché
l’opinione è favorevole a essa (Michel Tournier, Colloquio, «Le Monde»,
8-9 ottobre 1978).

Ma il racconto potrà ugualmente - se si colloca allo stadio


della esecuzione di programmi politici - subordinare ciò che il
“Potere” può fare ai comportamenti strategici dell’aitante
collettivo, considerato, questa volta, come una potenza
suscettibile di prestare il suo favore ai governanti, come di
rifiutarglielo:
b) La battaglia per i diritti dell’uomo non può che essere combattuta
attraverso una campagna di informazione, indispensabile per ottenere il
sostegno dell’opinione pubblica (H. Cartan, L. Pettiti, Il dopo-Belgrado,
«Le Monde», 26 ottobre 1978).

Questi due esempi illustrano la doppia vocazione attanziale


dell’attore “opinione”, che vediamo nel primo caso far le veci
di un “destinante” che stabilisce certi doveri e, nel secondo,
di un “adiuvante” (potenziale) che -se ci è consentito un gioco
di parole - conferisce un certo potere ai Poteri in campo.
Tuttavia, questi esempi non rappresentano, dal punto di vista
di una sintassi narrativa generale, che due possibilità fra le
altre; o se si vuole non rappresentano che due varianti in un
sistema di “ideologie dell’opinione
 

Variazioni ideologiche

Una volta costituito in atlante semiotico, vale a dire dotato


quanto meno di un volere (che i suoi portavoce si incaricano,
quali narratori, di far conoscere), l’attore “opinione” è
disponibile a entrare in relazione, sul piano narrativo, con la
“classe politica”. Qualunque sia la diversità dei racconti che
mettono in scena questi due protagonisti - diversità
evidentemente legata alla divergenza delle opzioni politiche
proprie ai differenti narratori -, vedremo che essi si
suddividono in un piccolo numero di tipi fondamentali. Tali
tipi, poi, si interdefiniscono sulla base di un principio
narrativo costante: ogni volta che la figura detta “opinione
pubblica” appare sotto la penna dei giornalisti o dei politici, si
constata che essa sovradetermina con la sua sola presenza,
benché in maniera inegualmente esplicita e diretta, le
modalità di azione, la competenza semiotica dell’insieme di
agenti che si presume appartengano alla “sfera dirigente”,
quale è delimitata dal discorso.
Così si esprime, su un piano assai generale, lo statuto
categorico “proto-attanziale”, dell’“opinione”: si tratta
essenzialmente, vale a dire astrazion fatta dalle variazioni
osservabili ad altri livelli di lettura dei testi, di un Destinante
sintattico incaricato, per definizione, di far agire altri
soggetti. Detto questo, la diversità degli schemi di relazione
che può essere registrata quando si passi a dei piani di
minore astrazione (così sul piano “etico”, l’opinione
rappresenterà in un caso il “genio buono” e in un altro il
“demone cattivo” dei governanti) dipende dalla possibilità di
ottenere, per proiezione della suddetta categoria sintattica su
quadrato semiotico (Greimas 1976b), differenti modi di
attualizzazione puntuale. Altrimenti detto, lo stesso proto-
attante di base, una volta convertito in un attante
sintagmatico chiamato a svolgere il suo ruolo nella storia
effettivamente raccontata, potrà occupare non solo ciò che va
da sé, la posizione del “destinante” propriamente detto, come
nell’esempio a) qui sopra riportato, ma anche una qualunque
altra delle tre posizioni logicamente complementari: non-
destinante, anti-destinante, non-anti-destinante. A ognuna di
tali manifestazioni attanziali particolari farà eco, da parte
della “classe politica”, un tipo specifico di funzione:
 

 
Seguire l’opinione pubblica
Benché non sia possibile intraprendere in questa sede
quello studio filologico che sarebbe necessario a provarlo, si
intravede che l’avvento dell’“opinione pubblica” come
destinante privilegiato, abilitato ad assegnare taluni compiti
alla classe dei responsabili politici, si inscrive molto
probabilmente in un lungo processo storico di
fìgurativizzazione delle categorie dell’immaginario politico.
Se questa ipotesi fosse verificata, permetterebbe di trattare
come i due termini di un percorso cronologico, appartenente
alla storia del lessico e delle idee politiche, quella che dal
punto di vista sincronico appare come un’opposizione fra due
distinte “epistemologie politiche”. Da una parte, con la teoria
giuridico-politica della rappresentazione nella sua forma
classica, è un puro essere di ragione, la “nazione”, entità
astratta sprovvista di ogni ancoraggio referenziale
particolare, a servire da fondamento concettuale per la
elaborazione della legge. Dall’altra parte, quando al contrario
si esamina il “regno dell’opinione” quale viene oggi esercitato
in riferimento alle testimonianze dei “media”, ciò che si vede
dominare la scena politica non è più il richiamo a una
“volontà nazionale” astratta, postulata in nome di una
filosofia, ma è la preoccupazione di conformità alle
“aspirazioni” concrete di un atlante collettivo, per così dire
presente in carne e ossa: “l’opinione”, soggetto figurativo
che, come sappiamo, “fa parte dei fenomeni sociali
apparentemente evidenti”13. Parallelamente a questa
mutazione relativa alle manifestazioni attoriali del destinante,
si passa da un discorso di pura legalità giuridica a un discorso
sociale mirante, soprattutto, a giustificare l’opportunità delle
decisioni politiche prese di giorno in giorno.
La sistematizzazione dei rapporti fra questi due tipi di
destinante (non figurativo: la “nazione”, supporto teorico
della legge, versus figurativo: l’“opinione”, arbitro sociale
della decisione) può prendere forme diverse.
Tradizionalmente, la loro coesistenza è regolata secondo il
modo della complementarità:
L’opinione è una legge che delibera in merito alle azioni di cui la
legge civile non prende conoscenza (Condillac).
Oggi le rispettive sfere d’azione si sovrappongono, e al
medesimo tempo la funzione destinatrice propria
all’“opinione” si specifica:
Secondo il progetto di legge-quadro sulle collettività locali, il sindaco
sarà responsabile dinanzi ai tribunali amministrativi della legalità delle
proprie decisioni, e dinanzi all’opinione pubblica locale, della loro
opportunità (Michèle Champenois, Le concessioni edilizie sotto la
responsabilità dei sindaci?, «Le Monde», 29 novembre 1978).

In alternativa, la supremazia del destinante-opinione porta


alla cancellazione totale dell’istanza rappresentativa della
“ragione giuridica” (o della teoria politica), e la ricerca del
“consenso sociale” si sostituisce a ogni altra procedura di
motivazione delle scelte. Si deve, per esempio, esaminare una
legge per l’abolizione della pena di morte?
Si tratta di un problema di società (...). Bisognerebbe che si
sviluppasse un consenso (...). Non sono certo che il momento sia
favorevole Si dovrebbero effettuare dei sondaggi (Daniel Tacet,
Abolizione della pena di morte, «Le Figaro», 17-18 giugno 1978).

Allo stesso modo, trattandosi della questione


schiettamente politica di sapere “quale sia il miglior
candidato socialista”, è a uno “studio dell’opinione pubblica”
che si dichiara - come si è visto14 - di affidare l’incarico di
fornire una risposta. In questo contesto generale, la
riaffermazione di una qualsiasi trascendenza del destinante in
rapporto allo spazio sociale, (detto altrimenti: il ritorno di una
figura destinatrice che non fosse considerata direttamente
catturabile sul piano dei “dati” empirici) rivestirà
l’importanza di una provocazione intellettuale. Come in
questo riferimento allo “Spirito Santo”:
[È lui] che governa la Chiesa: lo si è visto bene con Giovanni XXIII:
questi ha deciso di convocare il concilio dopo una improvvisa ispirazione
interiore, non dopo un sondaggio d’opinione (Robert Solé, Il pre-
conclave è iniziato, «Le Monde», 11 agosto 1978)15.

In realtà, a partire dal momento in cui la funzione del


destinante si trova investita in modo così massiccio nella
figura “temporale” detta “opinione pubblica”, è lo spettacolo
della vita politica intera a trovarsi virtualmente tematizzato
sul registro insulso del conformismo sociale: da una parte, la
classe politica, per quanto essa agisca, deve prima
“consultare l’opinione”, organo tangibile della selezione dei
valori e, di conseguenza, della definizione dei programmi
politici; dall’altra parte, essa ha bisogno in ogni momento di
sottoporsi ai giudizi dell’opinione pubblica, tribunale
permanente dei gestori dello Stato. Anzi, dato che l’opinione
riceve tutte le proprietà di un soggetto antropomorfo, dotato
in particolare di passioni e di affetti, occorre prevedere le sue
reazioni il più possibile. La prima precauzione da prendere,
da questo punto di vista, consisterà nel prevedere ciò che
potrebbe “metter paura all’opinione” - tenuto conto,
naturalmente, dei limiti della competenza interpretativa
attribuita a questa osservatrice onnipresente, ma non
onnisciente.
Oggi, gli eredi del Generale si trovano divisi (...). [Alcuni] vorrebbero
che il RPR presentasse la sua lista, ma si oppongono al fatto che sia
guidata da M. Debré. Essi temono che il vecchio Primo ministro faccia
figura di spaventapasseri agli occhi di una opinione che (...). (André
Fontaine, L’Europa nell’ora dell’Esagono, «Le Monde», 14 novembre
1978).

In base a questo tipo di anticipazioni, attraverso cui si


misura il “senso politico”, si può indovinare come l’azione
politica propriamente detta rischi di cedere ben presto
dinanzi alle considerazioni di pura tattica:
Io non avevo affatto annunciato che la liberalizzazione dei prezzi
industriali si sarebbe fatta in poche settimane per non inquietare
l’opinione pubblica, ha dichiarato M. Monroy, ministro dell’Economia
(art. non firmato, Prezzi, «Le Monde», 11 agosto 1978).

Sfidare l’opinione
È in relazione a questa prima categoria di elaborazioni,
tutte impregnate di rispetto verso l’“opinione”, che può
affermarsi, in modo differenziale, una seconda forma di
deontologia politica, più emancipata:
Il dovere di coloro che la nazione ha scelto per governare non è
quello di seguire ciecamente l’opinione pubblica, ma di orientarla, di
precederla, quando non (...) di usarle violenza (Claude Mauriac, Ma voi
sapete che io sono innocente, «Le Monde», 15-16 ottobre 1978).

1. Se la “nazione” appare qui, di nuovo, come protagonista


a pieno titolo, è perché non entra più stavolta in un rapporto
di complementarità funzionale con l’“opinione” (rapporto al
cui interno quest’ultima non lasciava a quell’altra che un
ruolo di secondo piano), bensì in un rapporto di tipo
gerarchico, nel quale la posizione dominante verrà
indiscutibilmente attribuito alla prima. Così assegnati i moli,
la “classe politica”, anziché dover obbedire all’una o all’altra
di queste due istanze destinatrici possibili (secondo il dominio
di intervento preso in considerazione), si avvia a sottomettersi
all’una e all’altra: al meta-destinante da una parte - la
“nazione”, figura di mandante (è lei a “scegliere” quelli che la
“governano” e lei che, al contempo, decide per grandi linee
gli orientamenti dell’azione che si vuole condurre) - e
dall’altra parte al destinante sociale, subordinato, che
rappresenta l’“opinione”, istanza chiamata sia ad appoggiare
le decisioni prese, sia a sanzionare le performances compiute
dagli eroi incaricati di governare. Doppia obbedienza che,
tenuto conto delle divergenze sempre possibili tra i due
destinatori, determina allo stesso tempo le subordinazioni e la
grandezza della funzione politica, in effetti, se, da un lato, il
servizio degli interessi supremi della “nazione” esige talvolta
di “usare violenza all’opinione”, questa esigenza non
dispensa, d’altro canto, dal dovere di mietere, infine, il
consenso:
La politica non consiste nel seguire l’opinione pubblica, ma nel
precederla. A volte consiste nello sfidare l’impopolarità e nel forzare il
destino - a condizione, beninteso, di raccogliere, dopo, l'adesione
popolare (Jean d’Ormesson, Cronache del tempo che passa, «Le
Figaro», 27-28 maggio 1978).

2. Ora, la “condizione” così posta implica essa stessa, per


essere soddisfatta, un insieme di procedure - un far-sapere
senza il quale non potrebbe esercitarsi convenientemente
alcuna sanzione politica (sia adesione che condanna). Si sa in
realtà, a partire da Aristofane, quanto l’attante collettivo -
coro o opinione - sia suscettibile di smarrimenti. Se esso si
sbaglia nel suo modo di giudicare la condotta degli eroi,
spetta poi al corifeo di ricondurlo a una più giusta valutazione
delle cose, facendogli conoscere il punto di vista degli dei.
Allo stesso modo, c’è bisogno oggi di politici eloquenti - e, più
ancora, di giornalisti ben informati16 -per “rischiarare
l’opinione” e rettificare gli errori di valutazione che essa è
portata a commettere su ogni cosa, e in primo luogo sulla
condotta dei dirigenti. Poiché questa “regina del mondo” non
gode di fatto, sul piano cognitivo, che di uno statuto assai
instabile.
È quel che traspare, almeno in francese, attraverso questa
curiosa anfibologia lessicale che vuole che la parola
“opinione” designi a un tempo una modalità del giudizio,
vicina all’incertezza - “avere un’opinione” su un soggetto
equivale a pensarne qualcosa “ammettendo una possibilità di
errore” (Le Petit Robert) - e un attante collettivo che
interviene come istanza del giudizio: l'"Opinione”, “insieme di
coloro che condividono [taluni] atteggiamenti mentali
dominanti in una società” (ib.). Tutta la questione è allora
quella di sapere quali tipi di giudizi, definiti dal punto di vista
del loro valore epistemico, possano risultarne: può
“l’Opinione” emettere qualcosa di diverso dalle semplici
“opinioni”, per definizione poco attendibili? Può condividere
qualcosa di diverso dai “preconcetti”? La risposta che è data
dalla lettura del discorso dei “media” non manca, come si
vedrà, di richiamare la distinzione platonica tra una forma
superiore e una forma volgare di conoscenza:
episteme versus doxa.
Tuttavia, anziché interdefinire le modalità del giudizio su
un piano astratto, la nostra letteratura le narrativizza,
investendole in una gerarchia di ruoli; il “sapere incerto”,
dossologico, del destinante sociale (“l’Opinione”) richiede
infatti la sanzione di un meta-destinante, detentore del “vero
sapere”. Il luogo dialettico in cui si compie la messa in
relazione delle “opinioni dell’opinione” con il piano della
“Verità” non può che essere occupato da una classe di
soggetti cognitivi doppiamente competenti:
contemporaneamente informati degli “atteggiamenti mentali
dominanti nella società” (vale a dire, “in ascolto dell’opinione
pubblica”) e capaci di misurarne il valore di verità (in
rapporto ai criteri del meta-destinante): e a chi, se non ai
giornalisti e ai politici, potrebbe toccare questo ruolo? A
motivo della loro funzione di portavoce, essi sono in contatto
diretto e permanente con Pattante collettivo e pertanto non
possono ignorare nulla di ciò che esso “pensa” o di ciò che
“sente”. Simultaneamente, a motivo dell’estensione e della
diversità dei campi di sapere cui fanno riferimento, essi
appaiono non solo come i delegati del meta-destinante
politico - la “Nazione” -, ma anche come i delegati di un meta-
destinante di carattere ancor più generale, la “Ragione” -
ragione teorica o pratica, quale è enunciata attraverso il
discorso della Scienza (scienza economica, scienza politica,
scienze della previsione in generale, ecc.). In una parola,
soltanto con tutte le risorse dell’episteme, e in suo nome, si fa
fronte alla doxa:
[M. Rocard] è uno dei pochi, nel suo partito, a sfidare l'impopolarità,
ripetendo incessantemente che le leggi dell’economia hanno la loro
logica (Patrick Wajsman, Esiste Michel Rocard?, «Le Figaro», 13 ottobre
1978).
[M. de Guiringuaud, ministro degli Affari esteri] ha voluto, a rischio
di sollevare una riprovazione generale, rettificare un preconcetto.
Nell’opinione francese e occidentale, solo le tesi cristiane sono state
fino a questo momento prese in considerazione. Ora, dice il ministro,
questo punto di vista (...) non è conforme alla verità, e, al di fuori della
verità, non vi è soluzione (art. non firmato, Il fondo e la forma, «Le
Monde», 19 ottobre 1978).

Tuttavia, muovere in battaglia contro i “preconcetti”,


assegnandosi cavallerescamente il compito di “rischiarare
l’opinione”, non significa soltanto testimoniare della
preoccupazione disinteressata di portare l’opinione allo stadio
di conoscenza veridica, ma equivale di certo, allo stesso
tempo, a cercare di convincerla della razionalità delle
decisioni particolari che vengono prese in nome del meta-
destinante; dunque, vuol dire mirare a conciliarsela in vista
della esecuzione di queste. L’opinione pubblica non appare
più, in tal caso, come l’arbitro supremo la cui volontà guida la
scelta dei valori da perseguire, ma come un interlocutore - o
un avversario - da cui dipenderà la trasformazione dei
programmi politici virtuali in programmi effettivamente
realizzabili. Il modo di esistenza narrativa dell’opinione è qui
pertanto quello di un adiuvante potenziale, o di un opponente
eventuale, suscettibile, con la sola sua partecipazione o con la
sua resistenza, di investire o privare il soggetto politico del
poter fare indispensabile per passare all’atto. Da questo
punto di vista, il far sapere, col suo carattere polemico,
mediante cui la classe politica “informa l’opinione”
disilludendola, rivela la sua precisa portata narrativa: si tratta
del confronto, in questo caso posto sulla dimensione
cognitiva, necessario alla attualizzazione del soggetto; vale a
dire, se ci si riferisce agli schemi classici della analisi del
racconto popolare, che si tratta dell’equivalente di una “prova
qualificante”.
3. Spostandoci dall’una all’altra delle due configurazioni
che abbiamo finora isolato - “seguire” l’opinione, o, al
contrario, “sfidarla” -, siamo passati da un’ottica idealmente
consensuale (la “classe politica” che non vuole e non deve
fare altro che “quel che vuole l’opinione pubblica”) a uno
schema di confronto che, pur se oppone due sole istanze di
sapere, ottiene come effetto di introdurre una componente
polemica radicalmente assente nel primo caso: “sfidare
l’opinione”, è già affrontarla e, in un certo senso, combatterla.
Beninteso, secondo l’etica politica che accompagna il secondo
tipo di varianti, non solo la battaglia ingaggiata viene
combattuta “per la buona causa” (si tratta, lo si è visto, di
ricondurre l’opinione pubblica alla ragione), ma è anzi
doveroso per dei veri “responsabili” intraprenderla: il
“coraggio politico” ha questo prezzo:
Il paese si è assopito in un sogno. Bisogna farvelo uscire, prima che il
sogno diventi un incubo (...). Il governo non ha il coraggio di dire
apertamente che il tempo delle cose facili è compiuto (...). Il dovere
pressante [dei pubblici poteri] è ormai di rendere ciò chiaro all’opinione
(Philippe Lamour, Le quattro verità, «Le Monde», 27 ottobre 1978).
Si vede così come vi siano, al fondo, due modi
ideologicamente possibili di concepire il “rispetto
dell’opinione”. Il primo corrisponde, si potrebbe dire, a una
mistica sociale. considerato come l’elemento selezionatore dei
valori, Pattante collettivo (destinante) suggerisce alla classe
politica la condotta da adottare. Il secondo modo implica, al
contrario, una pedagogia politica: dal momento in cui, da una
parte, il soggetto politico si pone alle dipendenze di una terza
forza (quella del meta-destinante secondo il “vero sapere”) e,
dall’altra, “l’opinione”, lasciata a se stessa, per natura versa
nell’errore e nell’illusione (cioè, dalla parte dell’anti-
destinante), il soggetto politico non può cercare di
guadagnarne i favori senza smentirsi; né può, in ogni modo,
ottenerne l’appoggio senza averla preliminarmente “messa in
guardia” contro le seduzioni ingannevoli, “avvertita” delle
reali poste in gioco politiche, “sensibilizzata” ai veri problemi
e, infine, “mobilitata” nell’ottica della “buona scelta” - vale a
dire ricondotta, grazie a una pedagogia abbastanza
persuasiva, alla posizione di un “non-anti-destinante”.
(...)
 
L’enunciatario normalizzato
Potremmo, senza dubbio, fermarci qui: oggetto semiotico
costruito, l’opinione pubblica garantisce la competenza
modale dei protagonisti che occupano la scena politica in
posizione di enunciatori. Ma vi è di più. Infatti, questo partner
obbligato della “classe politica” è, allo stesso tempo, ritenuto
rappresentante del pubblico, al cui cospetto il gioco politico
così strutturato viene condotto. La funzione spettacolare
assicurata dall’attante “opinione”, destinante che motiva
l’azione e legittima la parola dei Poteri, si reduplica quindi in
una funzione speculare, “vedendo” che l’opinione manipola i
governanti (o viene da essi manipolata), gli spettatori - i
governati - divengono in certo qual modo i testimoni del loro
stesso ruolo nello svolgimento della “storia” che sta per
compiersi. Da questo punto di vista, tutto accade in fondo
come se “opinione pubblica” non fosse che il nome che vien
dato all'enunciatario del discorso politico - al “pubblico” - una
volta che questo si sia installato, con lo statuto narrativo di
Destinante sintattico, nel racconto politico. Anche senza
tornare sui criteri di ordine logico, modale e aspettuale che ci
hanno consentito di differenziare inizialmente le due nozioni,
si vede che l’opposizione “opinione pubblica” versus
“pubblico” appartiene in definitiva a una distinzione
soprattutto fra livelli discorsivi.
Questi rilievi ci portano, in guisa di conclusione, a
riconsiderare due tipi di critiche che si sono sviluppate man
mano che veniva affermandosi l’importanza dell’“opinione
pubblica” come istanza di riferimento nel discorso
giornalistico-politico. Allertati dalla proliferazione delle
interpretazioni di cui l’opinione pubblica è ormai oggetto,
alcuni insorgono contro il presunto “regno dell’opinione”: al
limite, le operazioni di sondaggio potrebbero tendere a
sostituirsi ai processi democratici del voto e della elezione.
Taluni altri, al contrario, si indignano a causa delle
“manipolazioni dell’opinione”. A prima vista, i due punti di
vista si contraddicono, dal momento che ciò che viene
chiamato “opinione” interviene in un caso come un soggetto
dominante, al quale i poteri pubblici sarebbero subordinati in
modo fin troppo compiacente, mentre nell’altro,
inversamente, appare come un’istanza teleguidata e resa
impotente - visto che i governati si fabbricano una opinione
pubblica per costruzione consenziente. Ora, le due attitudini
pertengono, ci pare, a un medesimo sistema di postulati. Sia
che si stigmatizzi l’eccesso di considerazione tributato
all’“opinione”, o, al contrario, la scarsa considerazione, ci si
pone entro una prospettiva reificante che accorda di primo
acchito lo statuto di attore sociale fornito di esistenza
empirica a ciò che, tutt’al più, non è che un “essere di carta”,
un oggetto costruito nel quadro di un insieme di convenzioni
narrative e discorsive. Lungi dal demistificarla, la critica
rimane subordinata in questo modo alla problematica che
rende possibile “lo stato di cose” incriminato, senza toccare i
principi medesimi dei fenomeni che denuncia.
Non si tratta in definitiva di sapere se l’opinione sia regina
o serva - se manipola o viene manipolata - poiché, così
formulato, il problema rimane di necessità insolubile: i
differenti racconti dell’opinione possono senza alcun dubbio
venir giudicati dal punto di vista della rispettiva
verisimiglianza, ma non si prestano più di altre forme di
costruzione mitica alla verifica sperimentale. Si ritrova in
compenso un terreno più solido se, quale che sia la diversità
dei ruoli attanziali (sovrano o asservito, positivo o negativo
ecc.) che assegnano all’attore “opinione”, si prende il partito
di considerare tutti questi schemi narrativi come appartenenti
gli uni e gli altri a una stessa strategia di persuasione sociale,
il cui principio - a semplificarlo una volta di più - potrebbe
essere riassunto da questa formula: una manipolazione può
occultarne un’altra. La prima, manifesta, è quella che articola
la messa in scena della vita politica; attraverso un certo
numero di varianti, abbiamo visto come l’opinione sia ritenuta
far agire le sfere dirigenziali: la struttura di manipolazione è
allora esplicita e definisce anche una norma di
rappresentazione del “corso della storia”. Ma questa messa in
scena ricopre essa stessa una struttura di manipolazione
seconda, al tempo stesso meno evidente e più reale,
proponendo a coloro che ne sono testimoni una
rappresentazione normativa del loro modo di esistenza
politica.
Da questo punto di vista, non ha un gran senso condannare
l’influenza occulta che i discorsi di massa eserciterebbero
“sull’opinione pubblica”, che non è tutto sommato altro che
un artefatto del linguaggio; in compenso, la costruzione
stessa e l’impiego di tale artefatto si inscrivono entro
strategie che, queste sì, appartengono bene - a un secondo
grado - alla “manipolazione delle folle”.
 
 

* Da Landowski 1989, pp. 22-57 della trad. it.


1 G. Burdeau, Opinion publique, Encyclopaedia universalis.
2 Cfr. Bourdieu 1973. Si veda ugualmente sul problema limitrofo
concernente lo statuto epistemologico e semiotico del concetto di “popolo”,
Jaume 1985.
3 J. Stcetzel, “Opinion (sondage d’)", in Encyclopaedia universalis.
4 Centre d’information civique, 1978, p. 3.
5 V. Giscard d’Estaing, 14 giugno 1978, cfr. supra, p. 226.
6 Articolo firmato M. C. R., Sans opinion publique. Vie tranquille au
Raincy, «Le Monde», 15 dicembre 1978.
7 Sui differenti modi di apprensione logica delle categorie di unità e
totalità cfr. Greimas 1986; Greimas, Landowsld 1971.
8 P. Larousse, 1978, “Chœur”, in Grand Dictionnaire universel du XIXe
siecle.
9 Comunicato dell’Eliseo prima della sesta conferenza stampa del
presidente della Repubblica, citato da «Le Figaro», 21 novembre 1978.
10 Per queste distinzioni cfr. Landowski 1979b.
11 Cfr. M. Mitterrand et les sondages, «Le Monde», 7 dicembre 1978: "Il
primo segretario del partito socialista ha precisato che considerava un ‘vero’
sondaggio quello della IFOP apparso martedì su «Le Provençal» (dove
Mitterrand e Rocard raccolgono la stessa percentuale di opinioni positive:
48%) e un ‘falso’ sondaggio quello della SOFRES” (apparso il venerdì
precedente, 1° dicembre, su «Le Monde» e che alla domanda quale fosse “il
migliore candidato socialista nel 1981” darà soltanto il 27% di risposte
positive a favore del primo segretario contro il 40% a favore dell’eventuale
altro candidato).
12 È probabilmente in questa ottica che occorre comprendere
l’atteggiamento di quel direttore d’istituto di sondaggi il quale, davanti a una
serie di risposte “che non gli parevano plausibili”, si fonda sulla “impressione
che gli interpellati avessero risposto come gli capitava” per “correggere i
risultati” statistici raccolti dagli intervistatori. La rettifica così apportata
raggiunge contemporaneamente due obiettivi: ristabilisce la verosimiglianza
e consente al tempo stesso al “cliente” di “trovare ciò che cercava”. (L'IFOP
AVREBBE MODIFICATO I RISULTATI DI UN SONDAGGIO SUI LAVORATORI
STRANIERI, «Le Monde», 4 gennaio 1979).
13 G. Burdeau, Encyclopaedia universalis, art. cit., cfr. nota 1.
14 Art. cit., cfr. supra, nota 11.
15 Accade per così dire costituzionalmente che il governo della Chiesa
dipenda della comunicazione coll’universo della trascendenza. Tuttavia, lo
schema della “ispirazione” come teoria della decisione travalica spesso il
dominio strettamente religioso: si sa p.es. come “una certa idea della
Francia” abbia potuto da sola - o quasi - fondare tutta una politica. (Sulla
tipologia delle forme del destinante politico cfr. Landowski 1975).
16 I giornalisti, infatti, sono “indispensabili alla comprensione del corso
della storia” (Pierre Salinger, Les témoins de l’histoire, «Le Monde», 12 aprile
1979).
Autori

Alla ricerca di un’alternativa alle violenze rivoluzionarie


e al conservatorismo inetto delle monarchie europee, un
giovane aristocratico francese, Alexis de Tocqueville (1805-
1859) compie un viaggio straordinario nei paesaggi della
fresca democrazia americana.
È uno dei più celebri viaggi della storia del pensiero
sociale, politico e giuridico: Tocqueville “vede” una
quantità di cose totalmente nuove, le registra, ha l’abilità di
stabilire connessioni e confronti e la spregiudicatezza di
lanciarsi senza timori verso forme di controllato vaticinio.
Ciò che potrebbe accadere in futuro dell’America è ciò che
Tocqueville non solo non tace, ma ciò che fa della sua opera
(La democrazia in America, opera ponderosa pubblicata in
due tomi, uno nel 1835 e uno nel 1840) una dimostrazione
di come l’osservazione diretta “sul campo” possa dare vita
ad analisi sociali di grandissimo respiro anche sul piano
previsionale. Basti pensare che l’idea di fondo dell’opera di
Tocqueville è che la democrazia, secondo l’esperienza che
gli Stati Uniti stavano costruendo, avrebbe costituito
l’avvenire delle società moderne. Trarre questa
“previsione” da un viaggio in un paese per ben più di metà
del proprio territorio allo stato selvaggio presuppone una
capacità connettiva e una modernità di indagine
straordinarie, tanto più se si pensa che l’impianto su cui
Tocqueville si era costruito come ricercatore era ancora
quello degli studi classici e del culto della grecità e della
latinità nelle discipline giuridiche, su cui il giovane
francese si era formato.
In un periodo che non si può non considerare
“preistoria” delle scienze sociali Tocqueville riesce però a
interrogarsi con profondità e amore per il dettaglio su un
numero enorme di comportamenti sociali e di fatti concreti,
esaminando uno a uno tutti i fenomeni che gli sembrano
indicativi nelle tendenze culturali e sociali e che
costituiranno la “dorsale” dei mutamenti futuri e
mettendoli in relazione con quanto riscontrato nel Vecchio
Continente, sforzandosi ogni volta di fornire risposte
plausibili a una diversità di approcci e di soluzioni ai
problemi sociali, politici e giuridici che rende l’America
assai più di un “caso nazionale”. Una delle parole-chiave
del lessico di Tocqueville è proprio “opinione pubblica”,
laddove l’America è da lui indicata come una sorta di regno
dell’opinione pubblica, con tutte le sue derive simboliche e
pratiche, tra cui quella “tirannide della maggioranza” cui
dedicherà spazio nella sua trattazione e che abbiamo
ritenuto corretto inserire nell’antologia (a fianco di un
celebre capitolo sulla libertà di stampa negli Stati Uniti)
per il suo stupefacente condensato di anticipazioni
sociologiche.
Walter Lippmann (1889-1974) appartiene alla casta dei
ricercatori sociali sui generis, quelli senza titoli accademici,
che pure hanno contribuito largamente alla diffusione della
sociologia negli Stati Uniti, in particolare nei primi decenni
del Novecento. Questo tipo di investigatori sociali è stato in
grado di osservare i mutamenti rapidi della comunicazione
e di interrogarsi sul senso stesso del comunicare a partire
dalla privilegiata postazione di giornalista. L’aura di
“eroismo professionale’’ tipica di varie intelligenze passate
dal giornalismo d’indagine e, come nel caso di Lippmann,
“militante” (prima tra i socialisti, poi tra i liberali di
sinistra, infine tra i repubblicani), ha certamente giocato un
ruolo di primo piano per la promozione delle scienze sociali
negli Stati Uniti. Nel caso di Park, ad esempio, chiamato
dal vecchio e geniale Albion Small a lanciare il
dipartimento di Sociologia a Chicago negli anni bollenti
delle ricerche sulle nuove urbanizzazioni o sulla devianza
giovanile, il passaggio “giornalismo-ricerca sul campo” è
particolarmente felice. Lippmann, pur non intervenendo
direttamente nella discussione accademica, trasformò le
sue capacità di comunicatore in strumenti di analisi dei
mass-media e del rapporto produzione-diffusione e
consumo di notizie e informazione. Tesaurizzò anche la sua
esperienza di sottosegretario aggiunto alla guerra nel
primo grande conflitto mondiale, incarico che gli fu
particolarmente utile quando si accinse a scrivere il suo
libro più noto, L'opinione pubblica, apparso nel 1922, in cui
analizzò, a partire dalla popolarità raggiunta
dall’espressione “public opinion”, l’importanza dei
fenomeni sociali ad essa connessi, potendo contare su
materiali di prima mano in grado di spiegare, con grande
efficacia, le dinamiche della censura, della segretezza, della
propaganda, delle campagne elettorali, dell’affermazione
degli stereotipi e così via.
Testo di carattere non “teorico” in senso stretto,
L’opinione pubblica rappresenta a tutt’oggi uno sguardo di
assoluto interesse per cogliere il fenomeno comunicativo a
partire dai suoi effetti.
I brani scelti vogliono restituire al lettore lo strato di
maggior "attualità” ancora presente nell’opera di questo
grande giornalista e analista politico dotato di
“immaginazione sociologica”.
Ferdinand Tönnies (1855-1936) è stato intellettuale
singolare per il suo tempo, centrale per la disciplina
sociologica allora ai suoi primi tentativi di darsi statuto e
metodologie condivise, ma anche capace di frequenti
sconfinamenti disciplinari, soprattutto in direzione
filosofica.
Tönnies conobbe il successo saggistico in giovinezza con
il best seller sociologico Comunità e società (nel 1887, a
trentadue anni), da allora uno dei classici più citati nelle
scienze sociali. Fu però anche elemento di raccordo tra
Friedrich Nietzsche, Paul Ree, Lou Andreas-Salomé e altri
spiriti inquieti della Germania del suo tempo.
Allo storico della sociologia può incuriosire il fatto che la
categoria di Öffentliche Meinung (opinione pubblica)
rappresenti in Tönnies l’evoluzione del carattere
“societario” già indagato nel suo capolavoro del 1887
contrapponendolo al carattere “comunitario”.
Nell’editorialmente fatidico 1922 (è l’anno della
pubblicazione di Economia e società di Max Weber e di
Public Opinion di Walter Lippmann) Tönnies dà alle stampe
una Critica dell'opinione pubblica, proponendo fin dal titolo
un’affinità con l’illuminismo apollineo di Kant, dichiarando
un intento descrittivo del fenomeno opinione pubblica e
una sua spiegazione epistemologica. Osservare, descrivere
e individuare elementi critici in una categoria complessa
come l’opinione pubblica significa per Tönnies scegliere -
con pericolosa e straordinaria preveggenza - il terreno
scivoloso dove s’incontrano potere e comunicazione.
Alla ricerca dell’agire sociale sotteso all’espressione
dell’opinione, Tönnies ci avvisa precocemente della
convivenza impossibile di soggetto (colui che può
esprimere opinioni e che di fatto le esprime) e oggetto
(l’oscura moltitudine che dovrebbe sottoporsi al “governo
dei dotti”, cioè alla comunità scientifico-filosofica).
Negli spigolosi paragrafi del libro, quasi degli aforismi
inanellati coerentemente (seducente riduzione di
complessità di un crocevia dove sono collocati Weber,
Simmel e Marx), Tönnies recupera funambolicamente la
volontà schopenaueriana, liberando energie investigative
verso il grado di sacralità assunto dalle proteiformi
espressioni dell’opinione contemporanea. Non a caso il
grado raggiunto dall’opinione pubblica nella costruzione
sociale della modernità è assimilato a quello della religione
nella costruzione comunitaria (nella costruzione
dell’antichità e della classicità).
L’urgenza di governo razionale delle dinamiche
d’opinione, ancora labile nell’individuazione delle
comunicazioni di massa che attraversano e trasformano le
transazioni doxologiche, si fonde con lo sguardo
tassonomico dei comportamenti del singolo potenziato, cioè
della massa.
L’opinione può essere solida, fluida o gassosa. Può
presentarsi come un dato di fatto incontrovertibile o come
un’illusione momentanea, può dar vita a una quantità
inesorabile di concatenazioni di avvenimenti.
Nessuno dei quali, però, matematicamente prevedibile.
Giacché molto continua a pesare sulle spalle dell’individuo
di inizio Novecento, sballottato tra la nefasta bellicosità
della grande guerra e le sirene di un individualismo
eversivo, vitale e irrequieto. Tra Bismarck e il superuomo
nietzschiano.
Floyd H. Allport (1890-1970) è considerato uno dei padri
fondatori della psicologia sociale, fin dall’apparire della sua
prima grande opera (Social Psychology, 1924). Per l’alto
contributo metodologico prestato alla sua disciplina, e di
conseguenza all’insieme delle scienze sociali
contemporanee, Allport merita una speciale menzione.
Basti pensare che, entrando in stretta collaborazione con
ricercatori quali Thurstone, Katz e Hartman, inventò e
approfondì tecniche come gli esperimenti di gruppo e le
misurazioni attitudinali nell’osservazione del
comportamento, da allora divenute acquisizioni
imprescindibili sul piano tecnico e metodologico. Sul piano
del pensiero sociale Allport spostò l’attenzione su
istituzioni come la Chiesa, lo Stato, la Legge e l’industria
attraverso un passaggio-chiave basato sulle teorie
comportamentistiche, che egli delineò dall’interno della
“Event-System Theory”. Si trattava, in sostanza, di
sezionare i grandi fenomeni sociali attraverso i parametri
della motivazione, dell’attitudine e dell’abitudine, cogliendo
nel comportamento concreto degli individui il margine di
perpetuazione di stili di vita e di istituzioni che agivano su
quote esistenziali e di “immaginario” più vaste di quanto il
linguaggio comune e pre-scientifico volesse ammettere.
In questo senso anche Allport si avvicina all’opinione
pubblica, ricostruendo puntigliosamente le credenze
cristallizzate rispetto alle azioni sociali nascoste
dall’espressione stessa, e distinguendo le impostazioni
individualistiche dal fenomeno “opinione pubblica” nel suo
insieme.
Da questo punto di vista Allport arriva a delineare una
serie di errori di concettualizzazione in un celebre saggio
pubblicato sul primo numero di «Public Opinion Quarterly»
che, una volta risolti, avrebbero dovuto a suo avviso
portare a una rapida escalation di una nuova scienza dei
comportamenti sociali che, per la prima volta, viene
chiamata - ed è il titolo del suo saggio - Scienza
dell’Opinione Pubblica.
Paul Felix Lazarsfeld (1925-1977) ha un suo spazio del
tutto particolare nella storia dell’investigazione sociale.
Nato a Vienna e lì laureatosi in matematica, si spostò negli
Stati Uniti già dalla seconda metà degli anni Trenta,
cominciando a occuparsi di media radiofonici con analisi
molto acute sul piano sociologico quanto raffinate sul piano
metodologico (Radio and the printed page, 1939; Radio
Research, 1941 e poi 1941-42). Vero e proprio innovatore
nei metodi della ricerca empirica, Lazarsfeld colse con
grande puntualità i passaggi strategici dell’influenza dei
media pre-televisivi sulla partecipazione civile e sociale dei
cittadini nordamericani, determinando nuovi strumenti di
scavo analitico, come le “focused interviews” (The People's
Choice, 1943 e 1948) e l’“analisi del contenuto” (The
Analysis of communications content, 1948).
Il posto di primo piano occupato da Lazarsfeld nella
storia delle scienze sociali esce altresì confermato dalla sua
capacità di stabilire collaborazioni con i maggiori
ricercatori della sua epoca, da cui scaturirono sempre
lavori di grande spessore innovativo. Nel famosissimo
Personal Influence (1955), scritto in collaborazione con E.
Katz, si espresse compiutamente l’esigenza di stabilire una
rete connettiva di “opinion-leaders” per stabilire la
formazione, la circolazione e la diffusione delle opinioni
politiche e sociali dei cittadini, anticipando così la maggior
complessità delle ricerche sociologiche sull’opinione
pubblica e sui media che, a partire da allora, valuteranno
l’impatto “individuo-media” come la risultanza sofisticata di
un principio interattivo valido solo in presenza di
un’accurata analisi del territorio comunicativo globale di
una società, perciò fuori dalle demonizzazioni selvagge dei
media e dalle allegre semplificazioni neo-positivistiche.
Sulla scia del proprio grande background di ricercatore
sul campo, Lazarsfeld collaborò con saggi d’importanza
strategica al decollo e all’affermazione della rivista «Public
Opinion Quarterly», giungendo a definire, nel saggio che
qui presentiamo, la summa del suo apparato metodologico
e della sua grande intelligenza anticipatrice anche sul
piano teorico, laddove egli avverte la necessità di arricchire
la mole di lavori di ricerca sull’opinione pubblica
nordamericana con un nuovo confronto con i prodotti
teorici della sociologia europea (la cosiddetta “classical
tradition”).
Jürgen Habermas (1929) detesta le interviste e diffida di
coloro che riportano il suo pensiero. Evidentemente è
conscio della complessità della sua produzione scientifica
che, pur partendo dall’impostazione della Scuola di
Francoforte, si è via via creata uno spazio singolare e
significativo nella filosofia e nella sociologia degli ultimi
quarant’anni. Le sue ponderose e dettagliate analisi hanno
preso in esame l’orizzonte del sapere e della conoscenza
(Agire comunicativo e logica delle scienze sociali, 1967;
Conoscenza e interesse, 1968; Cultura e critica, 1972) e il
dirompente affermarsi dei problemi sociali e culturali che
accompagnano lo sviluppo della tecnologia nelle società
moderne (Teoria e prassi nella società tecnologica, 1963;
La crisi della razionalità nel capitalismo maturo, 1973;
Teoria dell'agire comunicativo, 1981).
Nell’autunno del 1962 Habermas presentò una tesi di
docenza alla Facoltà di filosofia di Marburgo dal titolo
Strukturwandel der Oeffentlichkeit (trad. it. Storia e critica
dell'opinione pubblica). Il testo costituì il primo grande
tentativo di sistematizzare l’insieme delle conoscenze
sociologiche e di filosofia del diritto sulla galassia “opinione
pubblica”, secondo Habermas funzione della sfera pubblica
borghese venuta a maturazione in Europa durante il
Settecento.
Come Horkheimer e Adorno avevano indagato i media
del loro tempo, determinando connessioni e intrecci fino
alla formulazione della teoria dell’industria culturale di
massa, così Habermas, storicizzando il concetto di opinione
pubblica, coglie i fenomeni comunicativi della sfera sociale
affiancandoli alla crescita delle tecnologie informative e dei
grandi rivolgimenti socio-politici dei secoli scorsi.
Fin dal suo apparire Storia e critica dell’opinione
pubblica divenne un fondamentale testo di riferimento per
l’analisi sociologica della comunicazione, summa analitica
che, pur attraversata dall’allarmismo culturale dello
sguardo francofortese, si colloca come una costruzione
storica e sociologica di salda architettura.
I brani scelti appartengono alla prima parte di
quest’opera di Habermas, laddove l’autore tratteggia con
precisione gli elementi fondativi della sfera pubblica
borghese, madre - da allora - di tutte le opinioni pubbliche.
Niklas Luhmann (1927-1998), docente di sociologia
all’Università di Bielefeld, è stato uno dei principali
protagonisti del dibattito sociologico contemporaneo. Ha
avuto e ha una sua particolare fortuna editoriale in Italia
(molte le traduzioni delle sue opere: Potere e complessità
sociale nel 1975, Illuminismo sociologico nel 1983, Come è
possibile l’ordine sociale nel 1985, Comunicazione
ecologica nel 1990 ecc.).
Sistema sociale, senso, riduzione di complessità: sono
alcune delle parole-chiave del lessico luhmanniano, la cui
teoria si colloca - come ricorda Franco Crespi - nel quadro
di un “radicale relativismo scientifico”, partendo da una
critica radicale del funzionalismo di Parsons e proponendo
un nuovo modello di tipo neo-funzionalista.
Nel 1970 Luhmann intitola un saggio Oeffentliche
Meinung, che apparirà in Italia nel 1978 con il titolo
tradotto letteralmente (Opinione pubblica) all’interno della
raccolta Stato di diritto e sistema sociale. Partendo dalla
constatazione che il concetto d’opinione pubblica presenta
un oggetto “divenuto dubbio, forse addirittura inesistente”,
lo studioso tenta un percorso che valorizzi nuove funzioni
del concetto d’opinione pubblica all’interno delle strutture
del sistema di comunicazione, mettendo in rilievo la
centralità del rapporto opinione pubblica-sistema politico,
laddove la prima sia in grado di prestrutturare i temi,
ordinando operazioni selettive.
La complessità del pensiero di Luhmann si riverbera
nella sua costruzione linguistica: alcuni passaggi dei
ragionamenti dello studioso risultano talvolta difficili e
oscuri, come se lavorasse in un territorio di simulazione
sociologica dove lo spazio dell’attore è ristretto a un agire
non intenzionale, quasi privo di una soggettività propria. Le
entità che Luhmann muove sul palcoscenico delle
teorizzazioni non appaiono in grado di influire sulla
macchina del sistema sociale, sempre più vicino a una
logica cibernetica.
Tuttavia, nel caso del saggio sull’opinione pubblica qui
presentato, è interessante notare come la polemica con
l’antagonista teorico Habermas (“si devono trovare
interpretazioni più astratte”, scrive Luhmann) riesca a
fornire materiale per un primo oltrepassamento della crisi
del concetto stesso di Oeffentliche Meinung.
Scelta di un tema e articolazione delle opinioni relative a
quel tema: ecco le prime funzioni dell’opinine pubblica. C’è
un sensibile avvicinamento alle posizioni che ritroveremo
(potenziate) in Noelle-Neumann, allorché il sociologo parla
di una funzione generale dell’opinione pubblica rispetto
alla diminuzione dell’insicurezza e alla creazione di
strutture comunicative interpersonali.
Inoltre è centrale, coerentemente con il particolare neo-
funzionalismo dell’autore, l’indispensabile collegamento tra
zone diverse del sistema sociale, alla ricerca di una morale
collettiva razionalizzante capace di ordinare operazioni di
selezione dei temi e quindi di spingere alla deliberazione
(principalmente, anche se non esclusivamente,
politicoistituzionale).
“La società - scriveva Luhmann nei tardi anni Settanta -
è il sistema sociale più esteso, che ordina tutte le possibili
comunicazioni tra gli uomini. La società non consiste di
uomini: consiste di comunicazioni tra uomini”.
Pierre Bourdieu (1930-2003) è stato professore di
sociologia al College de France, directeur d’études a
l’Ecole des Hautes Études en sciences sociales e direttore
del Centre de Sociologie Européenne.
Nel corso del suo ricchissimo itinerario sociologico si è
occupato di questioni educative e di condizioni
studentesche (celebre la sua opera che risale al 1964 Les
heritiers: les étudiants et la culture, scritta in
collaborazione con J. C. Passeron), di sociologia della
cultura, di “sociologia della sociologia”, di linguistica, di
arte moderna, di mercato dei beni letterari, di movimenti
dei migranti e di politica antagonista.
Interessi tanto vasti non hanno impedito allo studioso
francese la costruzione di una serissima trama empirica,
che ha dato fondamento alle sue ipotesi scientifiche, spesso
originali e controcorrente.
Nel 1976 la rivista «Problemi dell’informazione»
inaugurava il suo primo numero con uno scritto di Bourdieu
dedicato al problema dell’impatto comunicativo dei
sondaggi d’opinione (questione all’epoca assai più attuale
in Francia che in Italia, ma il nostro paese in materia ha nel
frattempo compiuto passi da gigante) e intitolato
polemicamente L'opinione pubblica non esiste. Si tratta di
un lavoro perfettamente utilizzabile ancor oggi, e denso di
riflessioni che, dall’“arte di porre domande”, arrivano in
modo ficcante alla tecnica di prefigurare risposte e quindi,
in ultima analisi, a prefigurare l’opinione pubblica.
Centrale, nel ragionamento di Bourdieu, è la verifica del
relativismo delle interrogazioni sondaggistiche. I tre
postulati impliciti nelle ricerche d’opinione, richiamati da
Bourdieu sin dalle prime pagine del saggio, rendono
impervio operare una verifica circostanziata sull’efficacia e
sull’efficienza dei sondaggi. Al vaglio epistemologico, il
sondaggio crolla non per via del campionamento o della
tecnica di ricerca utilizzata, quanto per la melliflua
adesione dei quesiti a una logica di riconferma dei rapporti
sociali esistenti (“L’effetto fondamentale del sondaggio è
questo: si costruisce l’idea che esiste un’opinione pubblica
unanime per legittimare una politica e rafforzare i rapporti
di forza che ne stanno alla base o la rendono possibile”).
Oltre a un’ipocrisia di fondo che non arriva a calcolare il
diverso peso di un’opinione espressa da un individuo dotato
di prestigio rispetto all’anonimato di tanti altri intervistati,
cellule quasi inerti del dispositivo sociale.
L’approdo di Bourdieu è verso la considerazione
dell’opinione pubblica come un campo di forze,
attraversato da una continua tensione conflittuale. Il suo
interesse per l’opinione mobilitata, cioè per le minoranze
attive e i gruppi di pressione, non impedisce comunque di
valutare le “disposizioni” delle collettività sondate,
possibilmente avendo la capacità e il coraggio politico di
leggere dietro le non-risposte e le titubanze comunicative
in genere l’esistenza di uno stato permanente di fragilità e
instabilità di massa.
Un indiscutibile successo professionale e un passato
difficile da assolvere: è tra questi due estremi che si muove
Elisabeth Noelle-Neumann, studiosa che ha cavalcato la
scena pubblica tedesca dagli anni dal Terzo Reich a oggi,
brillando per le puntualissime e acute analisi dell’opinione
pubblica tedesca nel corso dei decenni, iscrivendo il
proprio nome nella storia degli studi su opinione pubblica e
mass-media con una teoria dal nome a effetto, la spirale del
silenzio, e facendo discutere dei propri trascorsi
giornalistici sotto il regime nazionalsocialista.
Nata a Berlino il 19 dicembre del 1916 (e tuttora
lucidamente ultranovantenne), Elisabeth Noelle fece studi
di newspaper science, storia e filosofia a Berlino,
Königsberg e Monaco. Trascorse poi un anno accademico, il
1937-38, all’Università del Missouri grazie a una borsa di
studio, specializzandosi in giornalismo e muovendo i primi
passi nel campo che non avrebbe più abbandonato: la
public opinion research. Viaggiò attraverso gli Stati Uniti,
quindi in Messico, Giappone, Corea, Manciuria ed Egitto,
prima di rientrare a Berlino per la laurea, con una tesi
discussa nel 1939 sulla public opinion research americana.
Redattrice del settimanale «Das Reich» dal 1940 al ’42, fu
licenziata senza preavviso per ordine di Goebbels: ne
sarebbero stati la causa tre mesi di malattia della
sociologa.
Dopo la fine della guerra, nel ’46, il matrimonio con
Erich Peter Neumann, futuro deputato parlamentare della
CDU nella Repubblica federale tedesca. Insieme al marito
fondò nel maggio 1947 l’Institut fur Demoskopie di
Allensbach, sul lago di Costanza, il primo istituto tedesco
per l’analisi dell’opinione pubblica. Accanto alla ricerca sul
campo, dagli anni Sessanta Noelle-Neumann si dedicò
anche all’insegnamento universitario a Berlino, Monaco e
Chicago.
Tra i passaggi più controversi della carriera della
ricercatrice, le accuse del professore americano
Christopher Simpson, che - fondando le sue critiche sulla
professione di Noelle-Neumann, iniziata negli anni del
nazismo - ha sostenuto di poter rinvenire anche nella sua
attività di ricerca più recente un approccio totalitario.
Secondo Simpson, Elisabeth Noelle-Neumann avrebbe
volontariamente aspirato a una carriera nazionalsocialista e
non si sarebbe fatta in seguito scrupolo di sfruttare il
proprio prestigio per divulgare teorie di dubbia
scientificità. Simpson argomenta le sue accuse a Elisabeth
Noelle-Neumann molto dettagliatamente in un articolo sul
«Journal of Communications». Nonostante sia apparsa sulla
stessa rivista un’accurata revisione dell’articolo di Simpson
a opera di H. M. Kepplinger, nella quale viene data risposta
a tutti i quesiti e i dubbi sollevati dall’americano, le accuse
di Simpson hanno lasciato una macchia che nonostante
tutto continua ad accompagnare il nome della ricercatrice a
distanza di anni.
L’opera principale di Elisabeth Noelle-Neumann,
rielaborata, limata e arricchita nel corso di venti anni di
studi ininterrotti, è la Spirale del silenzio (1984). Un’altra
opera di rilievo è il manuale interamente dedicato al
sondaggio d’opinione Alle, nicht Jeder (Tutti, non ciascuno)
(Springer Verlag, 2000) non ancora tradotto in italiano.
L’elaborazione teorica più famosa e di maggior rilievo
scientifico è senz’altro la sua teoria della spirale del
silenzio.
Il brano qui presentato, pubblicato a conclusione
dell’edizione tedesca della Spirale del silenzio del 1996,
compare oggi in italiano per la prima volta. Questo testo è
stato studiato appositamente per rispondere alle esigenze
di sistematicità e sintesi presentate dagli studenti di
Noelle-Neumann: strutturata in una serie concatenata di
domande e risposte, essa assolve con chiarezza e
semplicità al compito di chiarire il complesso meccanismo
della spirale del silenzio.
Eric Landowski rappresenta un riferimento tra i più
autorevoli nel campo della ricerca semiotica; oltre a
dirigere il Centro di Ricerche sociosemiotiche di San Paolo
del Brasile è redattore capo della «Revue internationale de
sémiotique juridique» e direttore di ricerca al CNRS.
Il suo lavoro è teso a dimostrare come non esista alcuna
comunicazione che rifletta esattamente e semplicemente la
realtà sociale; questa viene continuamente riformulata e
rielaborata attraverso i codici della comunicazione:
parlando e scrivendo di realtà sociale, la si costruisce.
Tutte le forme di comunicazione passano attraverso
“mediatori” incaricati d’interpretare il pensiero collettivo e
d’impersonare il pubblico, formando quella che viene
generalmente definita l'opinione pubblica e che in realtà è
il risultato di un passaggio intermedio creato dai mass
media nella loro funzione di manipolatori più che nel ruolo
di manipolati.
L’originalità e l’interesse del lavoro dedicato all’opinione
pubblica risiede in particolare nella “potenza” che l’autore
associa a questa categoria: la sua vocazione consiste per
eccellenza nel fare agire la “classe politica”; da
osservatrice che era l’opinione pubblica diventa a sua volta
“degna d’osservazione nei suoi comportamenti, auscultata
nei suoi stati d’animo, sondata in quanto riserva di energie
canalizzabili”. Il processo, però, non s’innesca fino a
quando dinanzi ai responsabili politici si trovi una
moltitudine disorganizzata e frammentata; occorrono
interlocutori competenti, “mediatori” in grado
d’impersonare il pubblico. Per argomentare la sua tesi
Landowski fa ricorso al dispositivo teatrale: accanto al coro
della drammaturgia ateniese che in questo caso è
rappresentato dall’opinione, esiste il corifeo, il “capo del
coro”, introducendo così la figura del “portavoce”
dell’opinione pubblica. Giornalisti e politici si avvalgono del
ruolo di portavoce operando strategie multiple, come
l’esercizio di pressioni sui rivali o alleati o allocutori per
spingerli a determinati comportamenti in nome
dell’opinione pubblica, dei suoi umori e posizioni, facendo
così assumere a questa ultima le vesti di garante.
L'analisi del semiologo francese si fonda pertanto su un
attento studio delle relazioni e reciprocità esistenti tra
potere, politica, diritto e pubblicità, interfacciali con
pubblico, opinione pubblica e mass media; la tesi centrale
del suo lavoro è che la comunicazione sia prima di tutto
azione: è il codice che pretende di farci agire e che, al
tempo stesso, vorrebbe regolare le nostre azioni.
Questa tesi è applicata ai differenti registri della
comunicazione, al discorso politico, a quello giornalistico,
del diritto o della pubblicità. È valido in ogni momento
comunicativo in cui possa entrare in gioco, si possa citare o
far parlare l’opinione pubblica.
L’originalità dell’autore risiede in particolare nell’aver
analizzato i processi identitari e i legami sociali all’interno
di una semiotica del quotidiano, in cui i gusti, gli oggetti, i
discorsi comunicativi diventano spazi d’interazione tra
“soggetti” e “oggetti” individuali e collettivi.
 
 

* Le schede su Elisabeth Noelle-Neumann e su Eric Landowski sono


rispettivamente di Sabra Befani e Rossella Rega. Tutte le altre sono del
curatore.
Bibliografìa

Nel testo, l’anno che accompagna i rinvìi bibliografici


secondo il sistema autore-data è sempre quello
dell’edizione in lingua originale, mentre i rimandi ai numeri
di pagina si riferiscono sempre alla traduzione italiana,
qualora negli estremi bibliografici qui sotto riportati vi si
faccia esplicito riferimento.
 
Abruzzese, A., 1973, Forme estetiche e società di massa;
rist. 1992, Venezia, Marsilio.
Abruzzese, A., 1994, Elogio del tempo nuovo, Genova,
Costa & Nolan.
Abruzzese, A., 1995, Lo splendore della TV, Genova,
Costa & Nolan.
Adorno, T., 1969, “Scientific Experiences of a European
Scholar in America", in D. Fleming, B. Baylin, a cura, The
Intellectual Migration: Europe and America 1930-1960,
Cambridge (Mass.), Harvard University Press-Belknap.
Albrecht, A., 1983, Lachen und Lächeln - Isolation oder
Integration?, tesi di laurea, Mainz, Johannes Gutenberg
Universität.
Albrow, M., 1991, “Burocrazia", in Enciclopedia delle
Scienze Sociali, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana
Treccani, vol. I.
Alewyn, R., 1959, Das grosse Welttheater. Die Epoche
der höfischen Feste, Hamburg, Rowohlt.
Allen, V. L., 1965, “Situational factors in conformity", in
L. Berkowitz, a cura, Advances in experimental social
psychology, New York, Academic Press, vol. 2, pp. 133-175.
Allport, E H., 1924, Social psychology, New York,
Houghton Mifflin.
Allport, F. H., 1937, “Verso una scienza dell’opinione
pubblica", in M. Rivolsi, a cura, 1969, Comunicazioni e
cultura di massa, Milano, Hoepli Editore.
Allport, E H., 1954, Public Opinion and Propaganda,
New York, Dryden Press, pp. 51-61.
Allport, G., 1935, “Attitudes”, in C. Murchinson, a cura,
Handbook of Psychology, Worchester (Mass.), Clark
University Press.
Allport, G. W, Faden, J. M., 1940, The Psychology of
Newspapers. Five Tentative Laws, «Public Opinion
Quarterl», 4, pp. 687-704.
Anzera, G., 1995, Headship e leadership a confronto,
«Sociologia e ricerca sociale», n. 46.
Arcy, P. d’, 1976, Denaro e potere; rist. 1983, Roma,
Armando editore.
Arendt, H., 1951, The Origins of Totalitarianism, New
York, Harcourt, Brace
& World, Inc.; rist. 1967, Le origini del totalitarismo,
Milano, Comunità.
Arendt, H., 1958, The Human Condition, Chicago,
University of Chicago Press; trad. it. 2001, Vita activa. La
condizione umana, Milano, Bompiani.
Arendt, H., 1970, Sulla violenza; rist. 1971, Milano,
Mondadori.
Arterton, F. C.l 1987, Teledemocracy: Can Technology
protect democracy?, Newburry Park, Sage.
Asch, S. E., 1952a, Group Forces in the Modification and
Distortion of Judgments, «Social Psychology», New York,
Prentice Hall Inc,, pp. 450-473.
Asch, S, E., 1952b [1966], Psicologia sociale, Torino,
SEI.
Augé, M.,1992 [1993], Nonluoghi. Introduzione a una
antropologia della sur-modernità, Milano, Eleuthera.
Bagdikian, B. H., 1975, The U. S. media: Supermarket or
assembly line?, «Journal of Communication», n. 35, pp. 69-
79.
Bairoch, P., 1994, “Industrializzazione”, in Enciclopedia
delle Scienze Sociali, Roma, Istituto della Enciclopedia
Italiana Treccani, vol. IV.
Baker, K. M., 1990, “Public opinion as political
invention", in Inventing the French revolution: Essays on
French political culture in the eighteenth century,
Cambridge, Cambridge University Press, pp. 167-199.
Barnes, B., 1988, La natura del potere, rist. 1995,
Bologna, il Mulino.
Bartels, L. M., 1988, Presidential primaries and the
dynamics of public choice, Princeton (NJ), Princeton
University Press.
Bartolini, S., 1996, “Partiti politici e sistemi di partito”,
in Enciclopedia delle scienze sociali, Roma, Istituto
dell’Enciclopedia italiana, vol. VI.
Baudrillard, J., 1976a, La società dei consumi; rist. 1970,
Bologna, il Mulino.
Baudrillard, J., 1976b, Lo scambio simbolico e la morte;
rist. 1979, Milano, Feltrinelli.
Baudrillard, ]., 1977, All’ombra delle maggioranze
silenziose; rist. 1978, Bologna, Cappelli editore.
Baudrillard, ]., 1984, Le strategie fatali, Milano,
Feltrinelli.
Baudrillard, ]., 1987, L’America, Milano, Feltrinelli.
Bauer, W., Das Schlagwort als sozial psychische und
geistesgeschichtliche Erscheinung, «Historische Zeitung»,
122, n. 2, pp. 212-223.
Bell, D., 1973, The Coming of Post-Industrial Society,
rist. 1976, New York, Basic Books.
Beneyto, ]., 1969, La opinion publica, Madrid, Tecnos.
Beniger, J. R., 1986, The control revolution:
Technological and economic origins of the information
society, Cambridge (Mass.), Harvard University Press.
Bentivegna, S., a cura, 1994, Mediare la realtà. Mass
media, sistema politico e opinione pubblica, Milano, Franco
Angeli.
Bentivegna, S., a cura, 1996, Comunicare politica nel
sistema dei media, Genova, Costa & Nolan.
Berelson, B., 1950a, Democratic theory and public
opinion, «Public Opinion Quarterly», n. 16, pp. 313-330.
Berelson, B., 1950b, “Communication and public
opinion”, in B. Berelson, M. Janowitz, Public Opinion and
communication, Glencoe (Ill.), The Free Press, pp. 448 sgg.
Berelson, B., 1956, “The Study of Public Opinion”, in L.
White, a cura, The State of the Social Sciences, Chicago,
University of Chicago Press, pp. 299-318.
Berelson, B., Janowitz, M., a cura, 1953, Reader in
Public Opinion and Communication, Glencoe (Ill.), The Free
Press.
Berelson, B., Lazarsfeld, P. E, McPhee, W., 1954, Voting:
A study of opinion formation in a presidential campaign,
Chicago, University of Chicago Press.
Berenson, B., 1909, The Central Italian Painters of the
Renaissance, New York-London, G. P. Putnam’s sons, pp. 60
sgg.; trad. it. 19422, I pittori italiani del Rinascimento,
Milano, Hoepli.
Berenson, B., 1920, The Study and Criticism of Italian
Art, London, G. Bell and sons.
Bettetini, G. F., Colombo, E, 1993, Le nuove tecnologie
della comunicazione, Milano, Bompiani.
Biondi, P, 1965, Studi sul potere, Milano, Giuffré.
Blau, P. M., 1992, Exchange and power in social life,
New Brunswick-London, Transaction Publisher.
Blümer, H., 1948, Public opinion and public opinion
polling, «American Sociological Review», n. 13, pp. 542-
554.
Blümer, H., 1953, “The Mass, the Public, and Public
Opinion”, in Berelson, Janowitz 1953, pp. 43-49.
Bobbio, N., 1971, Saggi sulla scienza politica in Italia,
Bari, Laterza.
Bode, H., 1908, Anfänge der wirtschaftlichen
Berichtersttung, Heidelberg.
Bodin, J., 1968, Les six livres de la République. Livre
cinquième. (Corpus des œeuvres de philosophie en langue
Française), Paris, Fayard, 1. VI, cap. IV, pp. 155 sgg.
Boeckelmann, E, 1983, Formaciòn y funciones sociales
de la opinion publica, Barcelona, Editorial G. Gili.
Bonaparte, N., 1850, Aforismi, massime e pensieri; rist.
1993, Newton Compton editori, Roma.
Bonomi, A., 1996, Il trionfo della moltitudine, Torino,
Bollati Boringhieri.
Bottomore, T. B., 1964, Elites and society, London,
Watts.
Bottomore, T. B., 1971, Sociologia, Bologna, il Mulino.
Bourdieu, P, 1973, L’opinion publique n’existe pas, «Les
Temps modernes», XXIX, 318, gennaio; trad. it.. 1976,
L’opinione pubblica non esiste, «Problemi
dell’informazione», n. 1.
Bourdieu, P, Passeron, J. C., 1964, Les heritiers: les
étudiants et la culture, Paris, Minuit.
Bourricaud, F., 1961, Esquisse d’une théorie de
l’autorité, Paris, Plon.
Branche, P., 1978, Sondage Figaro-sofres, «Le Figaro»,
23 giugno.
Brancoli, R., 1990, In nome della lobby. Politica e denaro
in una democrazia, Milano, Garzanti.
Breed, W, 1955, Social control in the newsroom: A
functional analysis, «Social Forces», n. 33, pp. 326-335.
Breton, P, 1992, L’utopia della comunicazione; rist. 1996,
Torino, UTET.
Brunner, O., 1943, Land und Herrschaft.
Brunner, O., 1949, Adeliges Landleben, Salzburg, Müller,
pp. 108 sgg.
Bruno, M. W, 1994, Neotelevisione, Soveria Mannelli,
Rubbettino.
Bruno, M. W, 1996, Promocrazia, Genova, Costa
& Nolan.
Bryce, J., 1898, The American Commonwealth, voll. II-
III; rist. 1920, London, Macmillan.
Buchanan, J., Cantril, H. S., 1953, How Nations See
Each Other, Urbana (Ill.), University of Urbana Press.
Bücher, K., 1926, Die Grundlagen des Zeitungswesen, in
Aufsätze zur Zeitungskunde, Tübingen.
Buonanno, M., 1988, L'élite senza sapere: uomini e
donne nel giornalismo italiano, Napoli, Liguori.
Burke, E., 1791, “An Appeal from the New to the Old
Whigs”; trad. it. 1963, “Ricorso dai nuovi agli antichi
Whigs”, in Scritti politici, Torino, UTET, pp. 445-579.
Burnham, J., 1941, The Managerial Revolution; trad. it.
1992, La rivoluzione dei tecnici, Milano, Mondadori.
Cafagna, L., 1994, “Industria”, in Enciclopedia delle
Scienze Sociali, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana
Treccani, vol. IV.
Calder, B. J., 1977, Focus groups and the nature of
qualitative marketing research, «Journal of Marketing
Research», n. 14, pp. 353-364.
Calhoun, C., a cura, 1992, Habermas and the Public
Sphere, Cambridge, The Mit Press.
Calise, M., 1994, Dopo la partitocrazia, Torino, Einaudi.
Campanini, G., 1966,I limiti del potere, Forlì, Edizioni di
Ethica.
Campbell, D. T, 1958, Common Fate, Similarità, and
Other Indices of the Status of Aggregates of Persons as
Social Entities, «Behavioral Science», 3, pp. 14-25.
Canetti, E., 1960, Massa e potere; rist. 1990 Milano,
Adelphi.
Cantril, A. H., 1991, The opinion connection: Polling,
politics and the press, Washington DC, Congressional
Quarterly Press.
Carey, J. W, 1978, A plea for the university tradition,
«Journalism Quarterly», n. 55, pp. 846-855.
Cartwright, D., Zander, A., a cura, 1953, Group
dynamics: research and theory, Evanston (Ill.), Row,
Peterson and Company.
Case, L. M., 1954, French Opinion on War and
Diplomacy During the Second Empire, Philadelphia,
University of Pennsylvania Press.
Castagnoli, M., 1971, Il potere, Prato, Viridiana.
Castoriadis, C., 1975, L'istituzione immaginaria della
società; rist. 1995, Torino, Bollati Boringhieri.
Catino, M., 2003, Il circo mediatico-giudiziario. Da
Marta Russo al caso di Cogne, «Problemi
dell’informazione», n. 4, dicembre, pp. 515-530.
Cavalli, L., 1981, Il capo carismatico, Bologna, il Mulino.
Cavalli, L., 1995, Carisma, Bari, Laterza.
Cavan, S., 1943, Mass Observation: The Pub and the
People, London.
Cavan, S., 1966, Liquor License, An Ethnography of Bar
Behavior, Chicago.
Ceri, P, a cura, 1997a, Politica e sondaggi, Torino,
Rosenberg & Sellier.
Ceri, P, 1997b, Il popolo di Lady Diana: analisi di
un'epopea postmoderna, «il Mulino», anno XLVI, n. 373, pp.
799-813.
Cesareo, G., Rodi, P, 1996, Il mercato dei sogni.
Introduzione alle comunicazioni di massa, Milano, Bruno
Mondadori.
Chandler, R., 1972, Public opinion. Changing attitudes
on contemporary political and social issues, New York-
London, R. R. Bowker.
Childs, H. L., 1965, Public opinion: Nature, formation
and role, Princeton (NJ), Van Nostrand.
Clausewitz, K. von, 1832, Della guerra; rist. 1988,
Milano, Mondadori.
Cohen, B., 1963, The press and foreign policy, Princeton
(NJ), Princeton University Press.
Colombo, A., 1978, Le società del futuro, Bari, Dedalo
Libri.
Connor, W, 1994, Etnonazionalismo; rist. 1995, Bari,
Edizioni Dedalo.
Cook, F. L., Tyler, T. R., Goetz, E. G., Gordon, M. T,
Protess, D., Leff, D. R., Molotch, H. L., 1983, Media and
agenda setting: Effects on the public, interest group
leaders, policy makers and policy, «Public Opinion
Quarterly», n. 47, pp. 16-35.
Cooley, C. H., 1909, Social organization: A study of the
larger mind, New York, Charles Scribner.
Coquet, J.-C., 1978, Les sens inné de l’opinion publique,
«Le Figaro», 19 ottobre.
Cossio, C., 1958, La opinion publica, Buenos Aires,
Losada.
Crespi, F, 1985, Le vie della sociologia, Bologna, il
Mulino.
Crespi, L, 1989, Public opinion, polls and democracy,
Boulder (Co), Westview Press.
Cristante, S., 1999, Potere e comunicazione; rist. 2004,
Napoli, Liguori.
Cristante, S., 2001, Azzardo e conflitto, Lecce, Manni.
Cristante, S., a cura, 2003, Violenza mediata. Il ruolo
dell’informazione nel G8 di Genova, Roma, Editori Riuniti.
Cristante, S., Binotto, M., a cura, 2000, Media e potere,
filato oscuro della forza, Roma, Sossella.
Crozier, M., 1963, Le phénomène bureaucratique, Paris,
Seuil, pp. 257 sgg., 291 sgg.
Dahl, R. A., 1961, Who governs?, New Haven (Conn.),
Yale University Press; trad. it. parz. 1970, “Chi detiene il
potere?”, in Sartori 1970, pp. 153-165.
Dahl, R., 1989, La democrazia ei suoi critici; rist. 1997,
Roma, Editori Riuniti.
Davison, W. P., 1968, “Public opinion. Introduction”, in D.
L. Sills, a cura, International Encyclopedia of the Social
Sciences, New York, Macmillan, vol. 13, pp. 188-197.
Davison, W. P, 1983, The third-person effect in
communication, «Public Opinion Quarterly», n. 47, pp. 1-
15.
Dayan, D., Katz, E., 1992, Le grandi cerimonie dei
media; rist. 1993, Bologna, Baskerville.
Debord, G., 1967, La società dello spettacolo; rist. 1968,
Bari, De Donato.
Debord, G., 1990, Commentari sulla società dello
spettacolo, Milano, SugarCo Edizioni.
Debray, R., 1991, Cours de médiologie générale, Paris,
Gallimard.
Debray, R., 1992, Vie et mort de l’image, Paris,
Gallimard.
Debray, R., 1993 [1997], Lo Stato seduttore, Roma,
Editori Riuniti.
DeFleur, M. L., Ball-Rokeach, S., 1989, Teorie delle
comunicazioni di massa; rist. 1995, Bologna, il Mulino.
De Masi, D., a cura, 1985, L’avvento post-industriale,
Milano, Franco Angeli.
Dempf, A., 1945, Sacrum Imperium, Darmstadt,
Wissenschaftliche Buchgesellschaft.; trad. it. 1953, Sacrum
Imperium, Messina.
De Sola Pool, L, 1983, Tecnologie di libertà; rist. 1994,
Torino, UTET.
Deutsch, K. W, 1966, The Nerves of Government, Models
of Political Communications and Control, London, Free
Press.
Deutscher, L, 1966, Words and Deeds, «Social
Problems», 13, pp. 235-254.
Dewey, J., 1910, How We Think, Boston, D. C. Heath
&  Co.; trad. it. 1961, a cura di A. Guccione Monroy, Come
pensiamo, Firenze, La Nuova Italia.
Dewey, J., 1927, The public and its problems, New York,
Holt, Rinehart & Winston.
Dexter, L. A., 1955-56, Candidates Must Make the Issues
and Give Them Meaning, «Public Opinion Quarterly», 19,
pp. 408-414.
Dicey, A. P, 19202, The Relations Between Law and
Public Opinion in England During the 19th Century,
London, Macmillan.
Dobb, M., 1945, Studies in Development of Capitalism;
trad. it. 1958, Problemi di storia del capitalismo, Roma,
Editori Riuniti.
Donato, G., 1972, Formazione dell’opinione pubblica,
Roma, Fratelli Palombi.
Durkheim, É., 1893, De la division du travail social,
Paris, PUF.
Easton, D., 1965, A Systems Analysis of Political Life,
New York-London-Sydney, Wiley, pp. 140 sgg.
Eckstein, H., 1967, Pressure group politics, Stanford,
Stanford University Press; trad. it. parz. 1970, “La politica
dei gruppi di pressione”, in Sartori 1970, pp. 325-335.
Eco, U., 1964, Apocalittici e integrati, Milano, Bompiani.
Edelman, M., 1964, Gli usi simbolici della politica; rist.
1987, Napoli, Guida.
Edelman, M., 1988, Costruire lo spettacolo politico; rist.
1992, Roma, Nuova ERI.
Emden, C. S., 1956, The People and the Constitution,
London, Oxford University Press.
Emery, F. E., 1967, The Next Thirty Years, Concepts,
Methods, and Anticipations, «Human Relations», 10, pp.
199-237.
Emery, F. E., Trist, E. L., 1965, The Causal Texture of
Organizational Environments, «Human Relations», 18, pp.
21-32.
Ettema, J. S., Whitney, D. C., Wackman, D. B., 1987, “
Professional mass communicators”, in C. R. Berger, S. H.
Chaffee, a cura, Handbook of communication science,
Newbury Park (Cal.), Sage, pp. 747-780.
Eulau, H., 1986, Politics, self and society: A theme and
variations, Cambridge (Mass.), Harvard University Press.
Everth, E., 1931, Die Oeffentlichkeit in der Aussenpoli
tick, Jena.
Fan, D. P, 1988, Predictions of public opinion from the
mass media: Content analysis and mathematical modeling,
Westport (Conn.), Greenwood Press.
Fan, D. P, Tims, A. R., 1989, The impact of the news on
public opinion: American presidential election, 1987-1988,
«International Journal of Public Opinion Research», n. 1,
pp. 151-163.
Fay, B., 1965, Naissance d’un monstre, l’opinion
publique, Paris, Librairie Academique Perrin.
Febvre, L., 1947, Le Problème de l’incroyance en XVIe
siede, Paris, Albin Michel, pp. 383-481.
Fedele, M., 1981, La deriva del potere. Trasformazioni e
tendenze del sistema politico americano, Bari, De Donato.
Ferrarotti, E, 1977, Trattato di sociologia, Torino, UTET.
Ferrarotti, E, 1980, Il potere come relazione e come
struttura, Roma, Editrice lanua.
Ferrarotti, E, 1997, La perfezione del nulla, Bari,
Laterza.
Festinger, L., 1950, Informai social communication,
«Psychological Review», n. 57, pp. 217-281.
Festinger, L., 1957 [1973], La teoria della dissonanza
cognitiva, Milano, Franco Angeli.
Feuerbach, A. von, 1821, Betrachtungen über die
Öffentlichkeit und Mündlichkeit der Gerechtigkeitspflege,
Giessen.
Fields, J. M., Schuman, H., 1976, Public beliefs about the
beliefs of the public, «Public Opinion Quarterly», n. 40, pp.
427-448.
Fischer, H., 1936, Die ältesten Zeitungen und ihre
Verleger, Augsburg.
Flichy, P, 1991 [1994], Storia della comunicazione
moderna, Bologna, Baskerville.
Flichy, P., 1995, L’innovazione tecnologica, Feltrinelli,
Milano.
Forgacs, D., 1992, L’industrializzazione della cultura
italiana (1880-1990), Bologna, il Mulino.
Foucault, M., 1975, Sorvegliare e punire; rist. 1976,
Torino, Einaudi.
Foucault, M., 1977, Microfìsica del potere, Torino,
Einaudi.
Foucault, M., 1990, Difendere la società, Firenze, Ponte
alle Grazie.
Freeman, C., 1994, “Innovazioni tecnologiche e
organizzative”, in Enciclopedia delle scienze sociali, Roma,
Treccani, vol. IV.
Gadamer, H. G., 1960, Wahreit und Methode, Tübingen,
Mohr, p. 134, n. 2.
Gagnér, S., 1960, Studien zur Ideengeschichte der
Gesetzgebung, Stockolm-Uppsala-Göteborg.
Galbraith,}., 1967, Il nuovo stato industriale; rist. 1968,
Torino, Einaudi.
Galli, G., Rositi, E, 1967, Cultura di massa e
comportamento collettivo, Bologna, il Mulino.
Gallino, L., 1978, Dizionario di Sociologia, Torino, UTET.
Gallup, G., 1948, A guide to public opinion polls,
Princeton, University Press.
Gallup, G., Rae, S., 1940, The pulse of democracy, New
York, Simon & Schuster.
Gamson, W. A., Modigliani, A., 1989, Media discourse
and public opinion on nuclear power: A constructionist
approach, «American Journal of Sociology», n. 95, pp. 1-37.
Garfinkel, H., 1967, Studies in Ethnomethodology,
Englewood Cliffs (NJ), Prentice-Hall.
Giddens, A., 1984, La costruzione della società; rist.
1990, Milano, Comunità.
Giddens, A., 1990, Le conseguenze della modernità; rist.
1994, Bologna, il Mulino.
Giglioli, P. P, Cavicchioli, S., Fele, G., 1997, Rituali di
degradazione. Anatomia del processo Cusani, Bologna, il
Mulino.
Gilder, G., 1994, La vita dopo la televisione; rist. 1995,
Roma, Castelvecchi.
Ginsberg, B., Shefter, M., 1990, Politics by other means,
New York, Basic Books.
Goitsch, H., 1939, Entwicklung und Strukturwandlung
des Wirtschaftsteils der deutschen Tageszeitung, Frankfurt.
Graber, D. A., 1982, “ The impact of media research on
public opinion studies”, in D. C. Whitney, E. Wartella, S.
Windahi, a cura, Mass communication review yearbook,
Beverly Hills (Cal.), Sage, vol. III.
Granberg, D., 1984, “Attributing attitudes to members of
groups”, in J. R. Eiser, a cura, Attitudinal judgment, New
York, Springer-Verlag.
Greimas, A. J., 1976a, Sémiotique et sciences sociales,
Paris, Seuil; trad. it. 1991, Semiotica e scienze sociali,
Torino, Centro Scientifico Editore.
Greimas, A. J., 1976b, Maupassant. La sémiotique du
texte: exercises pratiques, Paris, Seuil; trad. it. 1995,
Maupassant. La semiotica del testo: esercizi pratici, Torino,
Centro Scientifico Editore.
Greimas, A. J., 1986, Comment definir les indéfinis?,
«Actes sémiotiques -Documents», VIII, 72.
Greimas, A. J., Landowski, E., 1971, Analyse sémiotique
d’un discours juridique. La loi sur les sociétés
commerciales, Documenti di lavoro e pre-pub-blicazioni,
Urbino, Centro Internazionale di Semiotica e Linguistica, n.
7; ripubbl. in Greimas 1976 (trad. it. pp. 73-123).
Grimm, J., Grimm, W., 1889, “Oeffentlichkeit”, in
Deutsches Wörterbuch, Leipzig, vol. VII, p. 1183.
Grossmann, L. K., 1995, La repubblica elettronica; rist.
1997, Roma, Editori Riuniti.
Groth, O., 1928, Die Zeitung, Berlin-Leipzig, vol. I.
Habermas, J., 1962, Strukturwandel der Offentlichkei,
Untersuchungen zu einer Kategorie der bürgerlichen
Gesellschaft, Berlin, Neuwied, pp. 261 sgg.; trad. it. 1988,
Storia e critica dell’opinione pubblica, Bari, Laterza.
Habermas, J., 1963, Theorie und Praxi:
Sozialphilosophische Studien, Berlin, Neuwied am Rhein;
trad. it. 1969, Teoria e prassi nella società tecnologica,
Bari, Laterza.
Habermas, J., 1967, Agire comunicativo e logica delle
scienze sociali; trad. it. 1980, Bologna, il Mulino.
Habermas, J., 1968, Conoscenza e interesse, Frankfurt
am Main; trad. it. 1970, Bari, Laterza.
Habermas, J., 1973, La crisi della razionalità nel
capitalismo maturo; trad. it. 1979, Bari, Laterza.
Habermas, J., 1980, Cultura e critica, Torino, Einaudi.
Habermas, J., 1981, Theorie des kommunikativen
Handelns, Frankfurt a. M., Suhrkamp; trad. it. 1986, Teoria
dell’agire comunicativo, Bologna, il Mulino, 2 voll.
Habermas, J., 1991, Morale, diritto, politica; rist. 1992,
Torino, Einaudi.
Hallemann, M., 1986, Peinlichkeit und öffentliche
Meinung, «Publizistik», anno 31, n. 3-4, pp. 249-261.
Hallemann, M.l 1989, Peinlichkeit. Ein Ansatz zur
Operationalisierung von Isolationsfurcht im
sozialpsychologischen Konzept öffentlicher Meinung, tesi di
dottorato, Mainz, Johannes Gutenberg Universität.
Harrison, B., Bluestone, B., 1989, “Il declino industriale
degli Stati Uniti", in M. Pianta, a cura, L’economia globale,
Roma, Edizioni Lavoro.
Harvey, D., 1990, La crisi della modernità; rist. 1993,
Milano, il Saggiatore.
Hauser, A., 1953, Sozialgeschichte dar Kunst und
Literatur, München, I; trad, it. 1955, Storia sociale
dell’arte, Torino, Einaudi.
Heckscher, E. E, 1932, Der Merkantilismus, Jena.
Hegel, G. W. F, 1821, Grundlinien der Philosophie des
Rechts; trad. it. 1965, Lineamenti di filosofia del diritto,
Bari, Laterza.
Hermann, C. F., 1963, Some Consequences of Crisis
Which Limit the Viability of Organizations, «Administrative
Science Quarterly», 8, pp. 61-82.
Hillman, J., 1995, Forme di potere; rist. 1996, Milano,
Garzanti.
Hirschman, A. O., 1968, Obstacles à la perception du
changement dans les pays sous-développés, «Sociologie du
travail», 10, pp. 353-361.
Hobbes, T., 1651, Leviathan, London; trad. it. 1974,
Leviatano, Bari, Laterza, 2 voll.
Hochschild, J., 1981, What’s fair? Americans’ attitudes
toward distributive justice, Cambridge (Mass.), Harvard
University Press.
Hofstätter, P. R., 1949, Die Psychologie der öffendichen
Meinung, Wien.
Holicki, S., 1984, Isolationsdrohung -
Sozialpsychologische Aspekte eines
publizistikwissenschafdichen Konzepts, tesi di laurea,
Mainz, Johannes Gutenberg Universität.
Holsti, O. R., 1969, Content analysis for the social
sciences and humanities, Reading (Mass.), Addison-Wesley.
Horkheimer, M., Adorno, T., 1947, Dialektik der
aufklarung. Philosophische fragmente; 1966 Dialettica
dell’illuminismo, Torino, Einaudi.
Hubbard, B. A. E, Karnofsky, E. S., 1982, Platos
Protagoras. A Socratic Commentary, pref, di M. E Burnyeat,
London, The Trinity Press.
Huizinga, J., 1919, Herfsttij der Middeleeuwen; trad. it.
1966, L’autunno del Medioevo, Firenze, Sansoni.
Hume, D., 1739, “ Trattato sulla natura umana”; rist.
1971, in Opere, Bari, Laterza, vol. I.
Hume, D., 1742, Essays Moral, Political and Literary;
rist. 1963, London, Oxford University Press.
Hyman, H. H., 1957, Toward a theory of public opinion,
«Public Opinion Quarterly», n. 21, pp. 54-60.
Iyengar, S., 1990, The accessibility bias in politics:
Television news and public opinion, «International Journal
of Public Opinion Research», n. 2, pp. 1-15.
Iyengar, S., Kinder, D. R., 1987, News that matters:
Television and American opinion, Chicago, University of
Chicago Press.
Iyengar, S., Kinder, D. R., 1994, “L’effetto di agenda-
setting”, in Bentivegna 1994, pp. 85-106.
Izzo, A., 1974, Storia del pensiero sociologico. Le origini,
Bologna, il Mulino, vol. I.
Izzo, A., 1975, Storia del pensiero sociologico. I classici,
Bologna, il Mulino, vol. II.
Izzo, A., 1977, Storia del pensiero sociologico. I con
temporanei, Bologna, il Mulino, vol. III.
James, W, 1890, The Principles of Psychology, New York,
Holt, Rinehart &  Winston, I; trad. it. 1901, Principii di
psicologia, Milano, Società Editrice Libraria.
Jardin, A., a cura, 1967, Corrispondance d’Alexis de
Tocqueville et de Gustave de Beaumont, Paris, Gallimard.
Jay, M., 1979, L’immaginazione dialettica. Storia della
Scuola di Francoforte e dell’istituto per le ricerche sociali
1923-1990, Torino, Einaudi.
Jeanneney, J. N., 1996, Storia dei media, Roma, Editori
Riuniti.
Jennings, M. K., 1969, The federal service employees
study, Ann Arbor (Mich.), Interuniversity Consortium for
Political and Social Research.
Joachimsen, P., 1921, Zur historischen Psycologie des
deutschen Staatsgedanken, «Die Diosckuren, Jahrbuch fur
Geisteswissenschaften», I.
Jordan, A. G., Richardson, J.J., 1987, Government and
pressure groups in Britain, Oxford, Clarendon Press.
Kant, I., 1786, “Cosa significa orientarsi nel pensare!”,
in Kant, von Humboldt 1965.
Kant, I., 1965, Scritti politici e di filosofia della storia e
del diritto, Torino, UTET.
Kant, I., von Humboldt, W, 1965, Antologia storico-
sistematica, a cura di N. Merker, Roma, Samonà e Savelli.
Katz, D., Cartwright, D., Eidersveld, S., Lee, A., a cura,
1954, Public opinion and propaganda, New York, Dreyden
Press.
Katz, E., Lazarsfeld, P. E, 1955, Personal Influence, The
Part Played by People in the Flow of Mass Communication,
Glencoe (Ill.); trad. it. 1968, L’influenza personale nelle
comunicazioni di massa, Torino, ERI.
Kempters, K., 1936, Die wirtschaftlichen
Berichterstattung in den sog. Fuggerzeitungen, München.
Kerckhove, D. de, 1990, La civilizzazione video-cristiana;
rist. 1995, Milano, Feltrinelli.
Kerckhove, D. de, 1995, La pelle della cultura, Genova,
Costa & Nolan.
Kerckhove, D. de, lannucci, A., a cura, 1984, McLuhan e
la metamorfosi dell’uomo, Roma, Bulzoni editore.
Kets De Vries, M. F. R., 1994, Leader, giullari e
impostori. Sulla psicologia della leadership, Milano,
Cortina.
Key, V. O. jr., 1961, “ Public Opinion’ in this discussion
may simply be taken to mean those opinions held by private
persons which government find it prudent to heed”, in
Public Opinion and American Democracy, New York, Knopf.
Kircheimer, O., 1966, “La trasformazione dei sistemi
partitici dell’Europa occidentale”, in G. Sivini, Sociologia
dei partiti politici; rist. 1979, Bologna, il Mulino.
Kirchner, J., 1949, Beiträge zur Geschichte des Begriffs
“Oeffentlich” und “öffentliches Rechts”, Diss., Göttingen.
Kolakowski, L., 1978, L’esprit révolutionnaire. Marxisme,
utopie et anti-utopie, Bruxelles, Complexe.
Koselleck, R., 1959, Kritik und Krise, Ein Beitrag zur
Pathogenese der bürgerlichen Welt, Freiburg-München,
Verlag Karl Alber.
Krippendorff, K., 1980, Content analysis: An introduction
to its methodology, Beverly Hills (Cal.), Sage.
Kroker, A., Weinstein, M. A., 1994, Data trash. The
theory of the virtual class, New York, St. Martin’s Press.
Krüger, P, a cura, 1877, Corpus iuris civilis, t. 2: Codex
iusinanius; rist. 1954, Berlin, Weidmann, p. 415/xxxiii
(xxxii), 2
Kuske, B., 1948, Der Einfluss des Staates auf die
geschichdiche Entwicklung der sozialen Gruppen in
Deutschland, «Kölnische Zeitschrift f. Soziologie», II, pp.
193 sgg.
Landowski, E., 1975, “Formes et pratiques de la
représentation dans le VIe Plan”, in L. Nizard, a cura,
Planification et Société, Grenoble, Presses universitaires de
Grenoble.
Landowski, E., 1979, “Le pouvoir du Pouvoir”.
Documents de travail et prépublications, Urbino, Centro
internazionale di semiotica e di linguistica, 86.
Landowski, E., 1989, La société réfléchie. Essais de
socio-sémiotique, Paris, Seuil; trad. it. 1999, La società
riflessa, Roma, Meltemi.
Landowski, E., 1996, Présences de l’autre, Paris, PUF.
Landowski, E., Marrone, G., a cura, 2002, La società
degli oggetti, Roma, Meltemi.
Landowski, E., 2003, Passions sans noms.
Landowski, E., Fiorin, J., 2000, Gusti e disgusti, Torino,
Testo & immagine.
Landowski, E., Greimas, A.-J. 1979, Introduction à
l’analyse du discours en sciences sociales, Paris, Hachette.
Lane, R. E., Sears, D. O., 1964, Public opinion,
Englewood Cliffs (NJ), Prentice-Hall.
Lang, G. E., Lang, K., 1983, The battle for public
opinion: The president, the press, and the polls during
Watergate, New York, Columbia University Press; trad. it.
parz. 1994, “Watergate: un’esplorazione del processo di
costruzione dell’agenda”, in Bentivegna 1994, pp. 157-176.
La Palombara, J., 1964, Interest groups in italian
politics, Princeton, Princeton University Press.
Lasch, C., 1995, La ribellione delle élite, Milano,
Feltrinelli.
Lasswell, H. D., 1927, Propaganda Tecnique in the World
War, New York, Knopf.
Lasswell, H. D., 1948a, “The structure and function of
communication in society”, in L. Bryson, a cura, The
communication of ideas, New York, Harper & Row.
Lasswell, H. D., 1948b, Potere, politica e personalità;
rist. 1975, Torino, UTET.
Lasswell, H. D., 1957, The impact of public opinion
research on our society, «Public Opinion Quarterly», n. 21,
pp. 33-39.
Lasswell, H. D., Kaplan, A., 1950, Politica e società; rist.
1969, Milano, Etas Kompas.
Lazarsfeld, P. E, 1939, Radio and the printed page, New
York, Duell, Sloane & Pearce.
Lazarsfeld, P. E, 1941, Radio Research, New York,
Essential Books.
Lazarsfeld, P. E, 1943, The People’s Choice,; rist. 1968,
New York, Columbia University Press.
Lazarsfeld, P. E, 1944, The controversy over detailed
interviews -an offer for negotitation, «Public Opinion
Quarterly», n. 8, pp. 38-60.
Lazarsfeld, P. E, 1948, The Analysis of communications
content, Chicago-New York, University of Chicago and
Columbia University Press.
Lazarsfeld, P. E, 1957, Public Opinion and the Classical
Tradition, «Public Opinion Quarterly», XXI, n. 1, pp. 39-53;
rist. 1957, Common Frontiers of The Social Sciences, a
cura di M. Komarovsky, Glencoe (Ill.), The Free Press, pp.
242-262; trad. it. in Lazarsfeld 1967.
Lazarsfeld, P. E, 1967, Metodologia e ricerca sociologica,
a cura di V. Capecchi, Bologna, il Mulino.
Lazarsfeld, P. E, Berelson, B., Gaudet, H., 1944, The
People’s Choice, How the Voter Makes Up His Mind in a
Presidential Campaign; rist. 1948, New York, Duell, Sloan
& Pearce, pp. 49 sgg.
Lazarsfeld, P. E, Katz, E., 1955, Personal influence. The
part played by people in the flow of mass communications,
New York, Free Press.
Lazarsfeld, P. E, Merton, R. K., 1948, “Mass
communication, popular taste, and organized social
action”, in L. Bryson, a cura, The communication of ideas,
New York, Harper &  Row; trad. it. 1967, “Mezzi di
comunicazione di massa, gusti popolari e azione sociale
organizzata”, in Lazarsfeld 1967.
Le Bon, G., 1895, Psicologia delle folle; rist. 1992,
Milano, Longanesi.
Lefebvre, H., 1961, Critica della vita quotidiana; rist.
1977, Bari, Dedalo, 2 voll.
Leff, D., Protess, D., Brooks, S., 1986, Changing public
attitudes and policy-making agendas, «Public Opinion
Quarterly», n. 50, pp. 300-314.
Lévy, P, 1994, L’intelligenza collettiva, Milano, Feltrinelli.
Lévy, P, 1995, Il virtuale, Milano, Cortina.
Lewin, K., 1948, Resolving social conflicts: Selected
papers on group dynamics, New York, Harper & Row.
Lichter, S. R., Rothman, S., 1981, Media and business
elites, «Public Opinion», n. 4, pp. 42- 60.
Link, H. C., 1943, An experiment in depth interviewing
on the issue of internationalism vs. isolationism, «Public
Opinion Quarterly», n. 7, pp. 267-279.
Linsky, M., 1986, Impact: How the press affects federal
policymaking, New York, W. W. Norton.
Lippmann, W, 1922, Public Opinion, London, Allen
&  Unwin; trad. it. 1995, L’Opinione Pubblica, Roma,
Donzelli.
Lippmann, W, 1925, The phantom public, New York,
Harcourt Brace Jova-novich.
Livolsi, M., a cura, 1969, Comunicazioni e cultura di
massa, Milano, Hoepli Editore.
Locard, E., 1920, L’enquête criminelle et les méthodes
scientifiques, Paris, Flammarion.
Locke, J., 1690, Saggio sull’intelletto umano; rist. 1951,
Bari, Laterza.
Losito, G., 1994, Il potere dei media, Roma, NIS.
Lowell, L., 1913, Public Opinion and Popular
Government, New York.
Ludz, P. C., 19682, Parteielite im Wandel,
Funktionsaufbau, Sozialstruktur und Ideologie der SED-
Fürung, Eine empirisch-systematische Untersuchung, Köln-
Opladen, pp. 124 sgg.
Luhmann, N., 1965, Grundrechte als Institution, Berlin,
Dunker &  Humblot; trad. it. 2002, I diritti fondamentali
come istituzione. Un contributo alla sociologia politica,
Bari, Dedalo
Luhmann, N., 1967a, Soziologische Aufklärung, «Soziale
Welt», 18, pp. 97-123.
Luhmann, N., 1967b, Positives Recht und Ideologie,
«Archiv für Rechts- und Sozialphilosophie», 53, pp. 531-
571.
Luhmann, N., 1968, Sociologie des politischen Systems,
«Kölner Zeitschrift für Soziologie und Sozialpsychologie»,
20, pp. 705-733.
Luhmann, N., 1969a, Klassische Teorie der Macht, Kritik
ihrer Prämissen, «Zeitschrift für Politik», 16, pp. 149-170.
Luhmann, N., 1969b, Legitimation durch Verfahren,
Neuwied-Berlin.
Luhmann, N., 1970, Soziologische Aufklärung, Köln-
Opladen; trad. it. 1983, Illuminismo sociologico, Milano, il
Saggiatore.
Luhmann, N., 1971, “Öffentliche Meinung", in Politische
Planung, Opladen, West- deutscher Verlag, pp. 143 sgg.;
trad. it. 1978, “ Opinione Pubblica”, in Stato di diritto e
sistema sociale, Napoli, Guida.
Luhmann, N., 1975, Potere e complessità sociale; rist.
1979, Milano, il Saggiatore.
Luhmann, N., 1983, Illuminismo Sociologico, Milano, il
Saggiatore.
Luhmann, N., 1985, Come è possibile l’ordine sociale,
Bari, Laterza.
Luhmann, N., 1990, Comunicazione ecologica, Milano,
Angeli.
Lukes, S., 1974, Power: A radical view, London,
Macmillan.
Lukes, S., a cura, 1986, Power, Oxford, Blackwell.
Lukes, S., 1996, “Potere”, in Enciclopedia delle Scienze
Sociali, Roma, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani,
vol. VI.
Lyon, D., 1988, La società dell’informazione; rist. 1991,
Bologna, il Mulino.
Lyon, D., 1994, L’occhio elettronico. Privacy e filosofia
della sorveglianza; rist. 1996, Milano, Feltrinelli.
Lyotard, J. F., 1979, La condizione postmoderna; rist.
1981, Milano, Feltrinelli.
Lyotard, J. E, 1986, Il postmoderno spiegato ai bambini;
rist. 1987, Milano, Feltrinelli.
Maclver, R. M., 1954, Academic Freedom in the United
States, New York, Columbia University Press.
Mackay, D., 1967, Freedom of Action in a Mechanistic
Universe, Cambridge, University Press.
Mackay, D., 1968, Technik der Information und die
Manipulierbarkeit des Menschen, «Zeitschrift für
evangelische Ethik», 12, pp. 147-156.
MacKuen, M. B., Coombs, S. L., 1981, More than news:
Media power in publicaffairs, Beverly Hills (Cal.), Sage.
Madison, J., 1788, “The Federalist”, in J. E. Cooke, 1961,
The Federalist, Middletown (Conn.), Wesleyan University
Press, pp. 338-347.
Maffesoli, M., 1976 [1978], Logica del dominio, Bologna,
Cappelli.
Maldonado, T, 1997, Critica della ragione informatica,
Milano, Feltrinelli.
Mancini, P, 1996, Manuale di comunicazione pubblica,
Bari, Laterza.
Mancini, P., a cura, 2003, La posta in gioco. Temi,
personaggi e satira nella campagna elettorale 2001, Roma,
Carocci.
Mannheimer, R., Sani, G., 1987, Il mercato elettorale,
Bologna, il Mulino.
March, J. G., 1962, “Some Recent Substantive and
Methodological Developments in the Theory of
Organizational Decision-Making”, in A. Ranney, a cura,
Essays on the Behavioral Study of Politics, Urbana (Ill.), pp.
191-208.
Marchetti, X., 1978, Expliquez-nous, «Le Figaro», 21
novembre.
Marcuse, H., 1967, L’uomo a una dimensione, Torino,
Einaudi.
Marietti, C., 1984, Media e politica. Saggi sull’uso
simbolico della politica e della violenza nelle
comunicazioni, Milano, Franco Angeli.
Martinelli, A., 1993, “Dirigenti’, in Enciclopedia delle
scienze sociali, Roma, Treccani, vol. III.
Martinotti, G., 1992, Informazione e sapere, Milano,
Anabasi.
Marx, K., 1843, Critica della filosofia hegeliana del
diritto pubblico, in 1963, Opere filosofiche giovanili, Roma,
Editori Riuniti.
Marx, K., 1852 [1947], Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte,
Mosca, Edizioni in lingue estere.
Marx, K., Engels, E, 1848, “Manifesto del Partito
Comunista”, in K. Marx, 1975, Opere, Roma, Newton
Compton editori.
Massimo, E, 1988, Lobby. Il parlamento invisibile.
Finanziamenti elettorali nell'America degli anni '80,
Milano, Il Sole 24 Ore Libri.
Mattelart, A., 1991, La comunicazione mondo; rist.
1994, Milano, il Saggiatore.
Mattelart, A., Mattelart, M., 1997, Storia delle teorie
della comunicazione, Milano, Lupetti.
Mazzoleni, G., 1992, Comunicazione e potere. Mass
media e politica in Italia, Napoli, Liguori.
McCombs, M. E., Shaw, D. L., 1972, “La funzione di
agenda-setting dei mass media”, in Bentivegna 1994, pp.
61-73.
McLuhan, M., 1962, The Gutenberg Galaxy, Toronto,
University of Toronto Press; trad. it. 1991, La Galassia
Gutenberg. Nascita dell'uomo tipografico, Roma, Armando.
McLuhan, M., 1964, Understanding Media, New York,
New American Library; trad. it. 1977, Gli strumenti del
comunicare, Milano, Garzanti.
McLuhan, M., 1982, Dall'occhio all'orecchio, Roma,
Armando Editore.
McLuhan, M., McLuhan, E., 1988, Laws of Media. The
new science, Toronto, University of Toronto Press; trad. it.
1994, La legge dei media. La nuova scienza, Roma, Edizioni
Lavoro.
McWhinney, W. H., 1968, Organizational Form, Decision
Modalities and the Environment, «Human Relations», 21,
pp. 269-281.
Mehrabian, A., 1971, Silent Messages, Wadsworth,
Belmont.
Menduni, E., 1996, La più amata dagli italiani. La
televisione tra politica e telecomunicazioni, Bologna, il
Mulino.
Merten, K., 1985, “Some silence in the spiral of silence”,
in K. Sanders, L. L. Kaid, D. Nimmo, a cura, Political
communication yearbook, 1984, Carbondale, Southern
Illinois Press.
Merton, R. K., 1949, Social Theory and Social Structure,
New York, Free Press; trad. it. 1971, Teoria e struttura
sociale, Bologna, il Mulino, voll. I, II, III.
Merton, R. K., 1958, Social Theory and Social Structure,
Glencoe (Ill.), The Free Press; trad. it. 1966, Teoria e
struttura sociale, Bologna, il Mulino.
Merton, R. K., 1987, The focussed interview and focus
groups: Continuities and discontinuities, «Public Opinion
Quarterly», n. 51, pp. 550-566.
Merton, R. K., Fiske, M., Curtis, A., 1946, Mass
persuasion; rist. 1971, Westport (Con.), Greenwood Press.
Merton, R. K., Kendall, P. L., 1946, The focussed
interview, «American Journal of Sociology», n. 51, pp. 361-
382.
Meyrowitz, J., 1985, Oltre il senso del luogo. L’impatto
dei media elettronici sul comportamento sociale; rist. 1993,
Bologna, Baskerville.
Miani, M., 2003, La comunicazione politica in Internet,
Roma, Sossella.
Michels, R., 1911, La sociologia del partito politico; rist.
1966, Bologna, il Mulino.
Milbrath, L., 1963, The Washington lobbyists, Chicago,
Rand McNally.
Miles, L, Gershuny, J., 1986, “The social economics of
information technology", in M. Ferguson, a cura, New
communications technologies and the public interest,
London-Beverly Hills, Sage.
Milgram, S., 1961, Nationality and Conformity,
«Scientific American», vol. 205, pp. 45-51.
Mill, J. S„ 1859, La libertà e altri saggi; rist. 1946,
Milano, Bompiani.
Miller, W. E., Stokes, D. E., 1963, Constituency influence
in Congress, «American Political Science Review», n. 57,
pp. 45-56.
Mills, C. W., 1959, L’immaginazione sociologica; rist.
1973, Milano, il Saggiatore.
Mills, C. W., 1956, L’élite del potere, rist. 1959, Torino,
Einaudi.
Morcellini, M., a cura, 1995, Elezioni di TV. Televisione e
pubblico nella campagna elettorale ’94, Genova, Costa
& Nolan.
Morin, E., 1956, Il cinema o dell’immaginario; rist. 1962,
Milano, Silva.
Morrison, S., 1932, The English Newspaper, Cambridge.
Mortara, V., 1973, L’analisi delle strutture organizzative,
Bologna, il Mulino.
Mosca, G., 1884, Sulla teorica dei governi e sul governo
parlamentare, Torino.
Mosca, G., 1896, Elementi di scienza politica; rist. 1947,
Bari Laterza.
Mosca, G., 1933, Storia delle dottrine politiche; rist.
1964, Bari, Laterza.
Moscovici, S., 1963, Psicologia delle minoranze attive;
rist. 1981, Torino, Boringhieri.
Moscovici, S., 1985, “Social influence and conformity”,
in G. Lindzey, E. Aronson, a cura, Handbook of social
psychology, New York, Random House, vol. II.
Mumford, L., 1961, La città nella storia, Milano,
Comunità.
Namenwirth, J. Z., Miller, R. L., Weber, R. P, 1981,
Organizations have opinions: A redefinition of publics,
«Public Opinion Quarterly», n. 45, pp. 463-476.
Nevola, G., 1994, Conflitto e coercizione: modello di
analisi e studio dei casi, Bologna, il Mulino.
Newman, J., Newman, R., 1985, Information work: the
new divorce?, «British Journal of Sociology», anno XXXVI,
n. 4.
Noelle-Neumann, E., 1970, Wanted: Rules for wording
structured questionnaires, «Public Opinion Quarterly», n.
34, pp. 191-201.
Noelle-Neumann, E., 1973a, Kumulation. Konsonanz und
Offentlichkeitseffekt. Ein neuer Ansatz zur Analyse der
Wirkung der Massenmedien. Publizistik, anno 18, fasc. 1,
pp. 26-55.
Noelle-Neumann, E., 1973b, “Return to the Concept of
Powerful Mass Media", in H. Eguchi, K. Sata, a cura,
Studies of Broadcasting, n. 9, Tokyo, NHK, pp. 67-112.
Noelle-Neumann, E., 1974, The spiral of silence: a
theory of public opinion, «Journal of Communication», n.
24, pp. 43-51.
Noelle-Neumann, E., 1977, Turbulences in the climate of
opinion: methodological applications of the spiral of silence
theory, «Public Opinion Quarterly», n. 41, pp. 143-158.
Noelle-Neumann, E., 1979, Public Opinion and the
Classical tradition: A Re-evaluation, «Public Opinion
Quarterly», n. 43, pp. 143-156.
Noelle-Neumann, E., 1984, The Spiral of Silence,
Chicago, The University of Chicago Press; trad. it. 2002, La
spirale del silenzio, Roma, Meltemi.
Noelle-Neumann, E., 2000, Alle, nicht jeder, Berlin-
Heidelberg, Springer-Verlag.
Novelli, E., 1995, Dalla TV di partito al partito della TV.
Televisione e politica in Italia 1960-1995, Firenze, La
Nuova Italia.
OCP - Osservatorio di comunicazione politico-culturale,
a cura, 2001, Elezioni politiche 2001. Descrizione di una
battaglia mediale, Roma, Sossella.
Offe, C„ 1969, “Politiche Herrschaft und
Klassenstrukturen. Zur Analyse späkapitalistischer
Gesellschaftssysteme", in G. Kress, D. Senghaas, a cura,
Politikwissenschaft, Eine Einführung in ihre Probleme,
Frankfurt am Main, pp. 155-189.
Offerlé, M., 1994, Sociologie des groupes d’intérêt,
Paris, Monchrestien.
Offerlé, M., 1996, Groupes d’intérêt et démocratie,
«Sciences Humaines», hors-série, n. 11.
O’Gorman, H. J., 1975, White and black perceptions of
racial values, «Public Opinion Quarterly», n. 43, pp. 48-59.
O’Gorman, H. J., Garry, S. L., 1976, Pluralistic ignorance.
A replication and extension, «Public Opinion Quarterly», n.
40, pp. 449-458.
Olien, C. N., Tichenor, P. J., Donohue, G. A., Sandstrom,
K. L., McLeod, D. M., 1990, Community structure and
editor opinions about planning, «Journalism Quarterly», n.
67, pp. 119-127.
Olivési, S., 1995, Histoire de l’opinion publique, «La
pensée», n. 302, pp. 41-53.
Oncken, H., 1914, Essay on Politics and History, Berlin,
vol. I, pp. 203-204.
Onofri, E, 1967, Potere e strutture sociali nella società
industriale di massa, Milano, Etas Kompass.
Ortega y Gasset, J., 1927, Il Politico; rist. 1995,
Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’immagine.
Ortega y Gasset, J., 1930, La ribellione delle masse, rist.
1974, Bologna, il Mulino.
Ortoleva, P., 1995, Mediastoria. Comunicazione e
cambiamento sociale nel mondo contemporaneo, Parma,
Pratiche.
Page, B. L, Shapiro, R. Y, Dempsey, G. R., 1987, What
moves public opinion?, «American Political Science
Review», n. 81, pp. 23-43.
Pareto, V., 1916, Trattato di sociologia generale; rist.
1964, Milano, Edizioni di Comunità.
Pareto, V., 1920, Compendio di sociologia generale; rist.
1978, Torino, Einaudi.
Parsons, T., 1937, La struttura dell’azione sociale; rist.
1987, Bologna, il Mulino.
Parsons, T., 1959,1 ‘Voting’ and the Equilibrium of the
American Political System", in E. Burdick, A. J. Brodbeck, a
cura, American Voting Behavior, Glencoe (Ill.), pp. 80-120;
rist. in id., 1967, Sociological Theory and Modern Society,
New York, pp. 223-263.
Passigli, S., a cura, 1971, Potere ed élites politiche,
Bologna, il Mulino.
Pitrone, M. C., 1996, Il sondaggio, Milano, Angeli.
Platone, 1987, Protagoras, greco/tedesco, tradotto e
commentato da H. W. Krautz, Stuttgart, Redatti.
Porro, N., 1991, Teorie sociali e trasformazioni politiche,
Firenze, Vallecchi Editore.
Poulantzas, N., 1978, Il potere nella società
contemporanea; rist. 1979, Roma, Editori Riuniti.
Powell, N. J., 1951, Anatomy of public opinion, New York.
Price, V., 1988, On the public aspects of opinion: Linking
levels of analysis in public opinion research,
«Communication Research», n. 15, pp, 659-679.
Price, V., 1989, Social identification and public opinion:
Effects of communicating group conflict, «Public Opinion
Quarterly», n. 53, pp. 197-224.
Price, V., 1993, Public Opinion, London, Sage
Publications.
Price, V., Hsu, M. L., 1992, Public opinion about AIDS:
The role of misinformation and attitudes toward
homosexuals, «Public Opinion Quarterly», n. 56, pp. 29-52.
Price, V., Roberts, D. E, 1987, “Public opinion
processes", in C. R. Berger, S. H. Chaffee, a cura, Handbook
of communication science, Newbury Park (Cal,), Sage.
Protess, D. L., Cook, E L., Curtin, T. R., Gordon, M. T.,
Leff, D. R., McCombs, M. E., Miller, P, 1987, “L’impatto del
giornalismo d’inchiesta sull’opinione pubblica e sulla
politica: obiettivo rifiuti tossici”, in Bentivegna 1994, pp.
109-130.
Protess, D. L., Left, D. R., Brooks, S. C., Gordon, M. T.,
1985, Uncovering rape: The watchdog press and the limits
of agenda-setting, «Public Opinion Quarterly», n. 49, pp.
19-37.
Rammstedt, O., 1966, Sekte und soziale Bewegung.
Soziologische Analyse der Täufer in Münster, Köln-Opladen.
Rebois, C, 1978, Inquiétude croissante face aux conflits
sociaux (commento sul “Climat général à travers le
baromètre” Figaro-Magazine-sofres), «Le Figaro-
Magazine», 10 novembre, p. 54.
Reese, S. D., 1991, “Setting the media’s agenda: A
power balance perspective”, in J. Anderson, a cura,
Communication Yearbook, 14, Newbury Park (Cal.), Sage.
Reich, R. B., 1992, L’economia delle nazioni: come
prepararsi al capitalismo del Duemila; rist. 1993, Milano, Il
Sole 24 Ore.
Rheingold, H., 1993, Comunità virtuali. Parlare,
incontrarsi, vivere nel ciberspazio; rist. 1994, Milano,
Sperling & Kupfer.
Ricolti, L., 1995, Incertezza e verità. Un confronto fra
sondaggi via modem e sondaggi via telefono, Venezia,
Centro Studi San Salvador-Telecom Italia.
Riesman, D., Glazer, N., 1948, The meaning of opinion,
«Public Opinion Quarterly», n. 12, pp. 633-648.
Rifkin, J., 1995, La fine del lavoro, Milano, Baldini
& Castoldi.
Rivers, D., Rose, N. L., 1985, Passing the president’s
program: Public opinion and presidential influence in
Congress, «American Journal of Political Science», n. 29,
pp. 183-196.
Robins, K., Torchi, A., a cura, 1993, Geografia dei media.
Globalismo, localizzazione e identità culturale, Bologna,
Baskerville.
Rodotà, S., 1995, Tecnologie e diritti, Bologna, il Mulino.
Rodotà, S., 1997, Tecnopolitica. La democrazia e le
nuove tecnologie della comunicazione, Bari, Laterza.
Rosenau, J., 1963, National leadership and foreign
policy, Princeton (NJ), Princeton University Press.
Roshco, B., 1975, Newsmaking, Chicago, University of
Chicago Press.
Ross, E., 1901, Social Control. A survey of the
foundation of order, New York, Macmillan.
Ross Ashby, W., 1956, An Introduction to Cybernetics;
London; rist. 19614, Chapman & Hall Ltd., pp. 206 sgg.
Rousseau, J.-J., 1754, Discorso sull’origine e i fondamenti
della diseguaglianza; rist. 1968, Roma, Editori Riuniti.
Rousseau, J.-J., 1762, Contratto sociale; rist. 1966,
Torino, Einaudi.
Rovigatti, V., 1985, Scienza dell’opinione pubblica,
Torino, Edizioni Paoline.
Russell, B., 1938, Power, A New Social Analysis, London.
Russet, B. M., Hanson, E. C., 1975, Interest and
ideology: The foreign policy beliefs of American
businessmen, San Francisco, W. H. Freeman.
Sabato, L. J., 1981, The rise of political consultants, New
York, Basic Books.
Said, E. W., 1994, Dire la verità: gli intellettuali e il
potere1, rist. 1995, Milano, Feltrinelli.
Sani, G., 1996, “Partecipazione politica”, in Enciclopedia
delle scienze sociali, Roma, Istituto dell’Enciclopedia
Italiana, vol. VI.
Sartori, G., 1959, Gruppi di pressione o gruppi di
interesse, «Il Mulino», VIII, pp. 7-42.
Sartori, G., a cura, 1970, Antologia di scienza politica,
Bologna, il Mulino.
Sartori, G., 1988, The theory of democracy revisited,
Chatham, Chatham House.
Sartori, G., 1989, Videopolitica, «Rivista italiana di
scienza politica», anno XIX, n. 2.
Sartori, G., 1995, Elementi di teoria politica, Bologna, il
Mulino.
Sartori, G., 1997, Homo videns. Televisione e post-
pensiero, Bari, Laterza.
Sauvy, A., 1977, L’opinion publique, Paris, PUF.
Scheer, L., 1994, La democrazia virtuale; rist. 1997,
Genova, Costa & Nolan.
Schlorman, K. L., Tierney, J. T, 1986, Organized interests
and American democracy, New York, Harper & Row.
Schmidtchen, G., 19652, Die befragte Nation, Uber den
Einfluss der Meinungsforschung auf die Politik, Frankfurt-
Hamburg.
Schmitt, C., 1925, Römischer Katholizismus und
Politische Form, München.
Schmitt, C., 19573, Verfassungslehre, Berlin, Duncker
& Humbolt.
Schmollet, G., 1898, Umrisse und Untersuchungen,
Leipzig.
Schramm, W., 1964, Mass media and national
development: The role of information in the developing
countries, Stanford (Cal.), Stanford University Press.
Schultz, J., 1956, Der Funktionär in der Einheitspartei,
Stuttgart-Düsseldorf.
Schumpeter, F, 1918, Die Krise des Steurstaates,
Leipzig.
Schwarz, E., a cura, 1987, Konfuzius - Gespräche des
Meisters Kung, München, DTV.
Sée, H., 1926, Les origines du capitalisme moderne,
Paris.
Sennet, R., 1977, Il declino dell’uomo pubblico; rist.
1982, Milano, Bompiani.
Sennet, R., 1990, La coscienza dell’occhio; rist. 1992,
Milano, Feltrinelli.
Sherrington, C. S., 1906, The Integrative Action of the
Nervous System, London, Constable and Co., pp. 318-327.
Simmel, G., 1890, La differenziazione sociale; rist. 1982,
a cura di B. Accarino, Bari, Laterza.
Simmel, G., 1896, Il dominio; rist. 1978, a cura di C.
Mongardini, Roma, Bulzoni.
Simmel, G., 1903, Le metropoli e la vita dello spirito;
rist. 1995, a cura di P. Jedlowski, Roma, Armando editore.
Simmel, G., 1906 Il segreto e la società segreta; rist.
1992, Milano, Sugarco.
Simon, H. A., 1967, “ The Logic of Heuristic Decision-
Making”, in N. Rescher, a cura, The Logic of Decision and
Action, Pittsburgh, pp. 1-20.
Smelser, N. J., 1963, in Theory of Collective Behavior,
New York.
Smend, R., 1955, “Zum Problem des Öffentlichen und
der Öffentlichkeit”, in Gedächtnisschrift für Walter Jellinek,
München, pp. 11-20.
Sola, G., 1993, “Elites, teoria delle”, in Enciclopedia
delle Scienze Sociali, Roma, Istituto della Enciclopedia
Italiana Treccani, vol. III.
Sombart, W., 1919, Il capitalismo moderno; rist. 1967,
Torino, Einaudi.
Sorokin, P., 1928, Contemporary Sociological Theory,
New York, Harper.
Sorrentino, C., 1987, L'immaginazione giornalistica.
Percorsi sociologici nel giornalismo, Ercolano, Società
Editrice Napoletana.
Speier, H., 1950, An Historical Approach to Public
Opinion, «American Journal of Sociology», LV, pp. 376-388.
Spiro, H. J., 1962, Comparative Politics. A
Comprehensive Approach, «The American PoEtical Science
Review», 56, pp. 577-595.
Stadelmann, R., Fischer, W, 1955, Die Bildungswelt des
deutschen Handwerk, Berlin.
Stanley, H. W, Niemi, R. G., 1988, Vital statistics on
American politics, Washington DC, Congressional Quarterly
Press.
Stanworth, P, Giddens, A., a cura, 1974, Elites and
Power in British Society, Cambridge, Cambridge University
Press.
Staterà, G., 1986, La politica spettacolo, Milano,
Mondadori.
Staterà, G., 1994, Il volto seduttivo del potere.
Berlusconi, i media, il consenso, Roma, SEAM.
Stoetzel, J., 1943 a, Théorie des opinions, Paris, PUF.
Stœtzel, J., 1943b, L’étude expérimentale des opinions,
Paris, PUF.
Stœtzel, J., 1953, La contribution des techniques de
recherche sur l’opinion publique à l’anthropologie sociale,
«Bullettin International des Sciences Sociales», V, pp. 527-
536.
Stœtzel, J., Girard, A., 1973,I sondaggi dell’opinione
pubblica; rist. 1975, Catania, Edizioni Paoline.
Stœtzel, J., 1977a, Réponse à un questionnaire du
Groupe d’études parlementaires sur les sondages
politiques, 7 gennaio, rist. in «Sondages, revue française de
l’opinion publique», n. 1-2, pp. 81-83.
Stœtzel, J., 1977b, La vérité n’empoisonne pas, «Le
Monde», 10 maggio. The Oxford Dictionary, 1909, Oxford,
Oxford University Press.
Stoppino, M., 1968, Potere politico e Stato, Milano,
Giuffré.
Stoppino, M., 1974, Le forme del potere, Napoli, Guida.
Storz, G., 1965, Max Weber und die Sociologie heute,
Verhandlungen des 15. Deutschen Soziologentages,
Tübingen.
Stouffer, S. A., et al., 1949, The american soldier:
Studies in social psychology in World Warn, Princeton (NJ),
Princeton University Press, voll. 1-2.
Tarde, G., 1901, L’opinion et la foule, Paris, Alcan.
Temple, sir W., 1672, An Essay upon the Original and
Nature of Government; rist. 1964, Los Angeles, University
of California, pp. 45-95.
Thompson, G. C., 1954, Public Opinion and Lord
Beaconsfield 1875-1888, London, Macmillan.
Tichenor, P, J., Donohue, G, A., Ollen, C. N., 1980,
Conununity conflict and the press, Beverly Hills (Cal,),
Sage.
Tocqueville, A. de, 1835, De là Démocratie en Amérique;
trad, it, 1982, La democrazia in America, Milano, Rizzoli.
Tocqueville, A. de, 1952, Œuvres competes. Édition
définitive publiée sous la direction de.-P. Mayer, Paris,
Édition Garner Frères, t. 2.
Tocqueville, A, de, 1856, L’Ancien régime et la
révolution, Paris; trad, it, 2000', L’antico regime e la
rivoluzione, Milano, RCS.
Toffler, A,, 1980, The Third Wave, New York, Bantam;
trad. it. 1987, La terza ondata, Milano, Sperling & Kupfer.
Tönnies, F., 1887, Gemeinschaft und Gesellschaft,
Leipzig; trad. it. 1979, Comunità e società, Milano, Edizioni
di Comunità.
Tönnies, F, 1922, Kritik der öffentlichen Meinung,
Berlin, Springer.
Tönnies, F, 1935, Geist der Neuzeit, Berlin.
Touraine, A,, 1969, La società post-industriale; rist.
1970, Bologna, il Mulino.
Touraine, A,, 1982, Analisi critica dei movimenti sociali,
«il Mulino», anno xxx, n. 6.
Trupia, P., 1989, La democrazia degli interessi. Lobby e
decisione collettiva, Milano, Il Sole 24 Ore Libri.
Turkle, S„ 1995, La vita sullo schermo; rist. 1997,
Milano, Apogeo.
Van Gennep, A., 1910, La formation des légendes, Paris,
Flammarion, pp. 158-159; trad, di 1992, Le origini delle
leggende. Una ricerca sulle leggi dell’immaginario, trad. it.
V. Cucchi, Milano, Xenia, pp. 108-109.
Viansson-Ponté, P, 1978, 1978: la fracture, «Le Monde»,
28 dicembre. Wörterbuch der hochdeutschen Mundart,
1808, Wien, parte III, p. 856
Vickers, G., 1959, The Undirected Society. Essays on the
Human Implications of Industrialization in Canada,
Toronto, p. 94.
Vickers, G., 1965, The Art of Judgement, A Study of
Policy Making, London.
Vignocchi, G., 1974, Il concetto di opinione pubblica,
Cento, Ed. Siace arti grafiche.
Vilella, G. C., 1991, Situazione legittimante e
organizzazione degli interessi, Bologna, il Mulino.
Virilio, P., 1984, L’orizzonte negativo. Saggio di
dromologia, Genova, Costa & Nolan.
Virilio, P., 1988, La macchina che vede, Milano, Sugarco
Edizioni.
Virilio, P., 1994, Lo schermo e l’oblio, Milano, Anabasi.
Vitale, N., 1994, Telefascismo. Cybermedia e
informazione totale nell’era Berlusconi, Roma, Datanews.
Voices, 1987, Il disagio della modernità; rist. 1990,
Milano, Linea d’ombra edizioni.
Vollrath, E., 1976, That all governments rest on opinion,
«Social Research», n. 43, pp. 46-61.
Wallas, G., 1921, Our Social Heritage, New Haven, Yale
University Press.
Walton, J., 1966, Substance and artifact: the current
status of research on community power structure,
«American Journal of Sociology», LXXI, pp. 430-438. '
Warner, W. L., Lunt, P. S., 1941, The social life of a
modem community, New Haven (Conn.), Yale University
Press.
Weaver, D. H., Graber, D. A., McCombs, M. E., Eyal, C.
H., 1981, Media agenda-setting in a presidential election:
Issues, images, interest, New York, Praeger.
Webb, S., Webb, B., 1894, History of Trade Unionism,
London, Longmans and Co.
Weber, M., 1984, Max Weber, rist. 1995, Bologna, il
Mulino.
Weber, M., 1904, L’etica protestante e lo spirito del
capitalismo; rist. 1980, Firenze, Sansoni.
Weber, M., 1919, La politica come professione; rist.
1994, Milano, Anabasi.
Weber, M., 1922, Economia e società; rist. 1995, Milano,
Edizioni di Comunità, voll. I-V.
Weigand, G., 19105, Deutsches Wörterbuch, Giessen,
vol. II.
Williams, R., 1974, Televisione. Tecnologia e forma
culturale, rist. 1981, Bari, De Donato.
Winkler, H.-J., 1968, Über die Bedeutung von Skandalen
für die politiche Bildung, «Hamburger Jahrbuch für
Wirtschafts und Gesellschaftspolitik», 13, pp. 225-244.
Wolf, M., 1991, Teorie delle comunicazioni di massa,
Milano, Bompiani.
Wolf, M., 1992, Gli effetti sociali dei media, Milano,
Bompiani.
Woodward, J., Roper, E., 1954, Political Activity of
American Citizens, «American Politicai Science Review»,
XIV, pp. 872 sgg.
Zakaria, E, 1997, Democrazie di fine secolo,
«Internazionale», n. 209, pp. 17-24.
Zarzoli, G. B., 1969, Le dimensioni del potere, Milano,
Bompiani.
Zerlotin, M., 1993, Politica e diritto nella prospettiva
delle teorie delle élites, Bari, Cacucci.