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incorporano oggetti e scopi delle azioni.

Successivamente si amplia e diviene consapevolezza di


questa stessa realtà interna.
La teoria di Leont’ev fu criticata da Rubinstein perché conservava una concezione del soggetto
ancora troppo astratta. Il “soggetto storico-sociale” era quello che poteva essere considerato in
un’analisi storico-economica: Leont’ev avrebbe delineato una “psicologia storica”, senza fornire
elementi concettuali adeguati per una effettiva ricerca empirica sullo sviluppo psichico individuale.
Il problema della discussione sul concetto di “attività” è stato che essa si è svolta più al livello
teorico che a quello empirico, senza che le varie precisazioni di tale concetto fossero illustrate con
dati sperimentali. Ma la connotazione troppo “filosofizzante” del dibattito tra gli anni ’70 e ’80 non
è stata l’unica caratteristica limitativa.
A causa del crescente isolamento culturale e scientifico dell’Unione Sovietica nell’ultimo decennio,
gli psicologi sovietici si sono trovati a dibattere sul concetto di attività, quasi come esclusiva
tematica della psicologia contemporanea, fuori dal contesto internazionale cui difficilmente
potevano accedere.

Capitolo settimo – La prospettiva biologica e neuroscientifica


1. Introduzione
La storia della psicologia del ‘900 è caratterizzata dalla costante presenza di una prospettiva di
ricerca che rappresenta in effetti una negazione dell’autonomia del livello di analisi della scienza
psicologica. Tuttavia, sin dalla fine dell’800 numerosi sono stati i tentativi di fondare una biologia,
una fisiologia e una neurologia dei processi psichici in cui si tenesse conto della loro complessità.
Oggi la neuroscienza cognitiva è l’ultima sfida alla integrazione tra due livelli di analisi che molti
ritengono inconciliabili.

2. La psicologia animale e comparata. L’etologia.


Gli studi di psicologia animale tra fine ‘800 e inizi ‘900 si proponevano di mostrare l’evoluzione dei
processi psichici lungo la scala filogenetica. L’idea della continuità tra mondo psichico animale e
umano comportava sia una sopravvalutazione delle facoltà psichiche degli animali, sia un
ridimensionamento della presunta “superiorità” della psiche dell’uomo. Ci furono due esponenti,
inglesi, della psicologia animale agli esordi, Romanes e Morgan. Morgan si propose di precisare gli
aspetti teorici e metodologici particolari che si ponevano nello studio delle “facoltà psichiche” degli
animali. Il principio basilare per le ricerche di psicologia animale, chiamato “canone” implicava che
alle facoltà psichiche inferiori fosse riconosciuto un autonomo valore adattativo senza che esse
dovessero essere ricondotte all’intervento di presunte facoltà psichiche superiori. Il canone di
Morgan serviva quindi a ridimensionare le interpretazioni antropomorfiche dei resoconti
sull’”intelligenza” degli animali.
L’idea di una continuità tra comportamento animale e quello umano divenne il fondamento delle
ricerche di psicologia animale che gradualmente spostarono lo studio degli animali dalla condizione
naturale alla situazione di laboratorio. La psicologia sperimentale animale si diffuse rapidamente
negli Stati Uniti. Furono ideate condizioni sperimentali controllate per studiare le reazioni delle
diverse specie animali: somministrazione di stimoli di varia modalità sensoriale (Jennings, Yerkes),
soluzione di problemi (gabbie di Thorndike), apprendimento di labirinti (Small). Questi esperimenti
avrebbero dovuto permettere di studiare le facoltà psichiche in sé, come funzioni astratte, e di
verificare in che modo le varie specie animali si collocavano rispetto ad esse. Questa
sperimentazione animale costituisce una importante premessa del comportamentismo e con esso si
intreccia nei primi decenni del secolo, perché introduce il concetto di processi di base comuni alle
varie specie animali. Il condizionamento risulterà quindi un processo comune a tutte le specie
animali, in un’ottica che annullerà le specificità del comportamento delle diverse specie ed entrerà
in contraddizione con i principi dell’evoluzionismo da cui era nata la psicologia animale.
Inizialmente la psicologia animale era partita con un interesse generalizzato per le varie specie
animali ed era finita con l’occuparsi di un solo animale: fino agli anni ’20 pesci, anfibi, rettili erano

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stati studiati quanto, anzi di più, dei mammiferi; successivamente i lavori dedicati ai mammiferi
erano cresciuti a dismisura. Ma l’aumento dei lavori sui mammiferi dipendeva dall’uso
praticamente esclusivo del “ratto norvegese”, l’animale per eccellenza dei laboratori nord-americani
dell’epoca. Inoltre, man mano che aumentavano le ricerche sul ratto norvegese, cresceva il numero
di studi sul condizionamento e l’apprendimento, mentre diminuivano drasticamente le indagini sugli
altri processi psichici. Si era realizzata una psicologia che studiava una specie animale e un
processo psichico, convinta di poter generalizzare i propri risultati a tutte le specie animali e a tutti i
processi psichici
Dalla comune radice dell’evoluzionismo darwiniano si erano sviluppati almeno due orientamenti
diversi nello studio del comportamento animale: la tradizione inglese, innestatasi poi nella
psicologia animale degli sperimentalisti statunitensi, e la tradizione tedesca, da cui negli anni ’20
nacque l’etologia. Ciò che caratterizzava la tradizione tedesca era lo studio del comportamento
animale in condizioni naturali e il risalto dato alle peculiarità comportamentali proprie della specie
di volta in volta studiata. Le ricerche tassonomiche e fisiologiche degli zoologi Heinroth e Uexkull
furono determinanti per fondare questa psicologia animale “naturalistica”.
L’etologia si presenta quindi come lo studio del comportamento specie-specifico, condotto con una
metodologia osservativa e comparata nell’ambiente naturale della specie animale indagata. Suoi
oggetti principali sono la compilazione dell’”etogramma” o repertorio dei comportamenti specie-
specifici, l’individuazione degli schemi innati di comportamento e delle “omologie
comportamentali”, la relazione fra fattori innati e fattori appresi nel comportamento. Tutta questa
problematica ruotava intorno al concetto di istinto, al quale Konrad Lorenz, il fondatore
carismatico dell’etologia, dedicò uno dei suoi primi saggi fondamentali.
La comparazione tra comportamento animale, in particolare dei primati, e comportamento umano
era stata condotta fin dagli anni ’30 dagli psicologi statunitensi Kellog, che per vari anni e fin dalla
nascita avevano osservato il comportamento dei propri figli e di piccoli scimpanzè per mettere in
evidenza somiglianze e differenze nella sfera cognitiva e in quella dinamica. A partire dagli anni
’60 e ’70 i principi e i metodi dell’etologia sono stati applicati sistematicamente allo studio del
comportamento umano, in un orientamento di ricerca denominato “etologia umana”. La
comparazione tra primati e uomo è rimasta sempre un riferimento importante. Tuttavia, l’etologia
umana ha delineato un proprio campo di indagine, specie-specifico – appunto il comportamento
umano – in cui determinare la ricchezza e varietà dell”etogramma umano. Per alcuni ricercatori, il
comportamento umano è ancora inquadrabile in una rigida dicotomia tra fattori innati e fattori
acquisiti; per altri, compito dell’etologia umana è chiarire la specifica complessità dello sviluppo
psichico umano nel quale i processi biologici maturano all’interno di una fitta rete di relazioni
sociali e culturali. (innovativi sono stati i lavori di Bowlby sull’attaccamento madre-figlio)
L’orientamento della scuola inglese è quello che ha prodotto i risultati più importanti per lo studio
interdisciplinare dell’ontogenesi dei processi psichici.
L’etologia ha conosciuto una vasta diffusione anche tra il pubblico non specialistico a partire dagli
anni ’60 e per tutti gli anni ’70. I testi meno tecnici di Lorenz e quelli di brillanti divulgatori come
Desmond Morris hanno reso familiare l’idea del comportamento umano come riducibile a schemi
innati, in gran parte comuni anche al comportamento animale. Fenomeni complessi come la guerra,
ad es., potrebbero essere inquadrati nei comportamenti di aggressione e lotta per la sopravvivenza
riscontrabili anche nelle specie animali.
Nel 1975 il libro Sociobiology di Wilson qualificava come “sociobiologia” l’indirizzo
interdisciplinare di ricerca in cui confluiscono la biologia, la sociologia e le scienze umane, per lo
studio delle basi biologiche del comportamento sociale. La sociobiologia, rispetto all’etologia
umana, accentua il ruolo dei fattori genetici nella determinazione del comportamento umano, non
solo specie-specifico, ma anche strettamente individuale. Alcuni critici la considerano una forma
aggiornata e raffinata di “darwinismo sociale”, in cui comportamenti sociali complessi verrebbero
spiegati e “giustificati” per il fatto di essere biologicamente determinati.

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3. Le ricerche sulle funzioni cerebrali agli inizi del ‘900.
Nei primi due decenni del ‘900, le indagini sulle funzioni cerebrali furono approfondite lungo due
direzioni: lo studio delle aree cerebrali specializzate nei vari processi psichici (problema della
localizzazione cerebrale); lo studio dei meccanismi di base dell’attività cerebrale (problema delle
leggi del funzionamento cerebrale). Questi due filoni di ricerca furono talvolta uniti in un singolo
progetto, ma generalmente vennero svolti separatamente. Il motivo principale è da ricercare nel
livello di complessità dei processi psichici indagati. Lo studio delle localizzazioni cerebrali
riguardava tradizionalmente il danno ai processi psichici derivato da lesioni cerebrali in soggetti
umani (disturbi di processi “superiori”, come il linguaggio); lo studio del funzionamento cerebrale
riguardava invece processi “elementari”, come i riflessi, ed era condotto su soggetti animali.
Fin dal primo ‘800, le ricerche sulla localizzazione cerebrale si richiamavano a due teorie opposte:
da una parte, il “localizzazionismo rigido”, erede della “frenologia”, secondo cui ogni funzione
psichica è prodotta dall’attività di un’area circoscritta del cervello (in particolare della corteccia
cerebrale); dall’altra, la “teoria olistica” secondo cui il cervello opera unitariamente nella
produzione dei processi psichici: per entrambe furono raccolti dati su animali.
Le tecniche di indagine erano basate sull’ablazione di aree cerebrali corticali circoscritte, sulla loro
stimolazione elettrica e, in parte, sulla registrazione dell’attività elettrica cerebrale. Un testo di
Ferrier fu il testo di riferimento del localizzazionismo rigido tra i due secoli. L’orientamento
localizzazionistico fu rinforzato dalle nuove ricerche sulla struttura cellulare della corteccia
cerebrale (citoarchitettonica). Si affermò la convinzione che la localizzazione dei processi psichici
dipendesse dalla diversa struttura cellulare delle varie aree corticali. Questo localizzazionismo
rigido, ora su dati istologici, culminò nell’opera dello psichiatra Kleist: ogni disturbo psichico e
psichiatrico veniva spiegato con un danno ad un’area cerebrale molto circoscritta. L’apice del
localizzazionismo fu però raggiunto con la raccolta dei cervelli di uomini famosi. Si riteneva che la
particolare struttura cellulare di ciascun cervello potesse essere la spiegazione del “genio”. La
collezione più importante si trova all’Istituto del cervello di Mosca. Questo tipo di ricerche si
dissolse tra gli anni ’30 e ’40 per la non attendibilità dei risultati e il semplicismo dei modelli teorici
sottostanti.
Critiche al l.r. erano state mosse dai fisiologi e neurologi nel corso dell’800; partivano dalla
dimostrazione che la lesione in una determinata struttura cerebrale danneggiava sì una sola specifica
attività psichica, ma alterava contemporaneamente altre attività che si pensava fossero localizzate in
altre aree. Il problema fu posto in un’ottica nuova da Wernicke nella sua opera sull’afasia. Egli
avanzava l’ipotesi che le funzioni cerebrali fossero funzioni relativamente semplici, sensoriali e
motorie, e che dalla loro connessione derivasse una funzione complessa. Una lesione avrebbe
compromesso non tanto una funzione psichica in sé, ma ne avrebbe smembrato le necessarie
connessioni al livello delle funzioni più semplici o primarie. Wernicke introduceva una metodologia
“predittiva” nello studio delle funzioni cerebrali: da una parte, dai dati clinici registrati nel paziente
si poteva dedurre quali connessioni e centri primari erano stati danneggiati (procedimento
dall’esterno verso l’interno, dal comportamento al cervello); dall’altra, ipotizzando vari tipi di
lesione si poteva prevedere quali disturbi psichici si sarebbero manifestati nel soggetto (al
contrario). Wernicke inaugurava quella metodologia di indagine sul cervello che avrebbe dato
importanti risultati nelle ricerche successive: elaborazioni di un modello dell’attività cerebrale che
sia predittivo del comportamento, normale o patologico, studiato con il metodo sperimentale o con
il metodo clinico.
Un’importante analisi teorica limitata all’afasia è contenuta nel saggio del 1891 di Freud,
L’interpretazione delle afasie. Freud si mostra critico nei confronti di Wernicke (che aveva spostato
la localizzazione di “intere facoltà psichiche” agli “elementi sensoriali psichici”). Quella che Freud
intendeva presentare era invece una concezione dinamica del cervello, la quale permettesse di
spiegare lo sviluppo e la varietà dell’attività psichica, contrariamente al localizzazionismo.
Sia le teorie localizzazionistiche che quelle anti-localizzazionistiche si ponevano il problema di
quale fosse l’organizzazione cerebrale (“macroscopica”) sottostante alle funzioni psichiche, quali

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fossero le aree corticali impegnate in una data funzione e quale fosse la loro interazione. Non si
ponevano esplicitamente il problema di come effettivamente funziona il cervello. Nelle ricerche sul
funzionamento cerebrale, il livello di analisi era quello“microscopico”, relativo alle funzioni dei
neuroni e delle fibre nervose. Alla fine dell’800, la “teoria del neurone” aveva dimostrato che le
cellule nervose (neuroni) sono unità anatomo-funzionali distinte e non sono immerse in una diffusa
rete nervosa (come sosteneva la “teoria reticolare” dell’italiano Golgi). E’ importante notare che al
problema della connessione interneurale fu data una soluzione in primo luogo “concettuale”, basata
cioè su una teoria del sistema nervoso piuttosto che su dati empirici. Solo negli anni ’50 potè essere
dimostrato, grazie al microscopio elettronico, che tra un neurone e l’altro non vi sono collegamenti
diretti, ma spazi vuoti, già noti come sinapsi.
Il meccanismo della sinapsi era stato predetto molti decenni prima, nel 1897, dal fisiologo inglese
Sherrington nel quadro di una teoria delle funzioni del sistema nervoso che influenzò tutta le
neurofisiologia del primo Novecento. Attraverso lo studio dei riflessi spinali, Sherrington ipotizzò
che i fenomeni di eccitazione e inibizione fossero dovuti alla presenza di un sistema interneurale da
lui chiamato sinapsi. Per Skinner, l’impostazione di Sherrington costituisce uno dei più importanti
esempi di sistema nervoso concettuale, e in effetti Sherrington aveva formulato il concetto di
sinapsi per spiegare le basi neurofisiologiche dei fenomeni comportamentali, ma questo concetto
solo mezzo secolo dopo sarebbe diventato una “realtà visibile”. Dal complesso delle sue ricerche,
Sherrington arrivò ad una concezione del sistema nervoso nella quale risalta la funzione integrativa.
L’unità basilare dell’integrazione nervosa era per Sherrington il riflesso, cui veniva riconosciuta una
funzione fondamentale nella regolazione dell’attività comportamentale di un organismo animale.
Sherringron dimostrò che l’adattamento dell’animale all’ambiente è modulato dall’organizzazione
integrata di “fasci di riflessi”. La stessa gerarchia tra specie animali “inferiori” e “superiori” veniva
spiegata sulla base dei differenti livelli di integrazione.
Nuovi risultati sui processi di base del sistema nervoso furono ottenuti con la registrazione
dell’attività elettrica delle fibre nervose. Gli strumenti per la registrazione si affinarono
progressivamente. Registrazioni dell’attività elettrica del cervello erano state compiute già prima
della fine dell’800. Lo psichiatra tedesco Berger registrò l’attività elettrica cerebrale (da lui
denominata “elettroencefalogramma”) in soggetti umani, ponendo gli elettrodi sullo scalpo, e potè
descrivere i tipici ritmi elettroencefalografici.

4. La riflessologia di Bechterev.
L’idea di un’unica “scuola russa”, oggettiva e riflessologica, è tuttora abbastanza diffusa nei
manuali di storia della psicologia e in effetti fu avanzata dai fisiologi sovietici pavloviani. Ma in
realtà una “scuola russa “ di fatto non vi è stata: è un’invenzione dei pavloviani, che in questo modo
hanno potuto inglobare sul piano storico, oltre che su quello istituzionale, il retaggio delle scuole di
Secenov e Bechterev, ben distinte da quella di Pavlov.
Per “riflessologia” si deve intendere, invece, la teoria esposta da Bechterev, che cominciò ad usare
questo termine al posto di “psicologia oggettiva” o “psico-riflessologia” solo alla fine degli anni
’10. Al di là della terminologia, la riflessologia di Bechterev si distingue dalla teoria di Secenov o
Pavlov per l’impostazione metodologica e i temi di indagine. In Secenov e Pavlov, l’oggetto di
studio è costituito dal funzionamento del cervello quale si verifica nello svolgimento di attività
complesse. In Bechterev l’interesse, mano a mano che egli si spostava dall’anatomia alla psicologia,
si concentra sul comportamento umano nel suo complesso (compreso quello di tipo sociale).
Certamente Bechterev fonda l’oggettività della psicologia sul concetto di riflesso, ma questo
riduzionismo non si spinge fino alla ricerca dei processi fisiologici sottostanti, come in Pavlov. In
sostanza, la riflessologia di Bechterev appare una specie di comportamentismo (e in effetti Watson
nei suoi primi lavori comportamentistici fu influenzato più da Bechterev che da Pavlov). La
riflessologia si diffuse soprattutto in ambiente psichiatrico, neurologico, e in generale medico. Fu
sostanzialmente una sorta di “psicologia positiva” della cultura borghese russa pre-rivoluzionaria.

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Rispetto a Pavlov, che studiava l’attività riflessa vegetativa (ad es. la secrezione salivare),
Bechterev si interessò dell’attività riflessa motoria per la particolare importanza che questa ha sul
piano comportamentale nell’interazione tra l’organismo e l’ambiente. La procedura standard per lo
studio dei “riflessi associativi” fu esposta in una ricerca del 1909 svolta da un suo allievo
sull’associazione tra uno stimolo e un riflesso motorio. Con una scossa elettrica si stimolava una
delle zampe anteriori del cane. La reazione motoria della zampa stimolata e le reazioni vegetative
del cane venivano registrate su un chirografo. In seguito la scossa era preceduta da un suono e, dopo
alcune prove in cui il suono era associato alla scossa, il solo suono causava l’immediata flessione
della zampa. Per Bechterev il riflesso associativo era dovuto alla formazione di una connessione tra
due centri corticali distinti. Dopo un certo numero di associazioni, la stimolazione del centro
acustico sarebbe stata equivalente alla stimolazione del centro somatosensoriale. L’ipotesi che si
formasse una nuova connessione era verificata attraverso l’analisi del comportamento manifesto: si
realizzava una situazione sperimentale in cui erano impiegati stimoli i cui impulsi erano proiettati a
centri corticali diversi; se questi stimoli entravano in interazione, ciò significava che anche i
rispettivi centri corticali dovevano interagire tra loro. Per Bechterev, l’interazione corticale
avveniva mediante connessioni lungo vie nervose di conduzione interneuronale; per Pavlov era
dovuta a processi dinamici di diffusione dell’eccitazione e dell’inibizione nervosa.
Bechterev adottò il connessionismo neuronale per spiegare i processi psichici, elementari o
complessi. Il connessionismo fu accettato da molti fisiologi, ma anche da vari psicologi. Si tratta,
sostanzialmente, di una moltiplicazione dell’arco riflesso spinale al livello del cervello. L’arco
riflesso era stato definito, già nella prima metà dell’800, come l’organizzazione fondamentale
dell’attività nervosa. Questi modelli connessionistici descrivevano una organizzazione gerarchica e
piramidale delle connessioni.

5. La teoria dell’attività nervosa superiore di Pavlov.


Introduzione. Per comprendere la specificità e l’originalità della teoria pavloviana, occorre
caratterizzarla subito, sia per i metodi che per l’oggetto di indagine, rispetto agli orientamenti
contemporanei russi ed occidentali. Nella seconda metà dell’Ottocento si era formata in Russia una
scuola di neurofisiologia di rilevanza internazionale. Era stata fondata da Secenov che aveva
studiato in Europa nei laboratori di Helmholtz. Soprattutto Helmholtz influenzò Secenov per la
capacità di inquadrare l’indagine sperimentale in una visione teorica e filosofica più generale.
In Secenov e nei suoi allievi la sperimentazione era strettamente legata all’analisi teorica e questa
teorizzazione era a sua volta legata ad una problematica filosofica e persino politica. Pavlov, invece,
aveva una impostazione più empirica nella ricerca: prima veniva l’esperimento, poi la teoria. Gli
interessi di Pavlov per tutto ciò che non concerneva la fisiologia erano molto limitati rispetto a
quelli di Secenov. Questi si occupò anche di psicologia, cercando di stabilire un ponte tra la
fisiologia e la psicologia. Pavlov dette invece una spiegazione di vari problemi psicologici nei
termini della sua teoria neurofisiologica, senza tuttavia confrontarsi con essi.
Infine un altro aspetto che distingue la scuola di Secenov da quella di Pavlov riguarda il rapporto
maestro-allievi. Secenov stabilì con i propri studenti e collaboratori un rapporto “democratico”.
Pavlov, invece, instaurò un rapporto “autoritario”: la sua scuola era accentrata attorno alla sua
personalità e ai suoi progetti e persino al suo nome.
Le due scuole si differenziavano inoltre per aspetti più intrinseci alla ricerca fisiologica, basilari
anche per distinguere la scuola pavloviana dalle scuole occidentali di fisiologia. La scuola di
Secenov, per quanto riguarda il sistema nervoso centrale e periferico, si occupò esclusivamente
delle funzioni elementari... Con la metodologia elettrofisiologica (introdotta da Secenov in Russia)
si registrava l’attività elettrica prodotta, nei preparati nervo-muscolo e nel cervello intatto degli
animali, da stimoli elettrici e chimici. Questa scuola si interessò quindi alle leggi generali del
funzionamento del sistema nervoso, con particolare attenzione alla regolazione dei riflessi, ai
meccanismi di eccitazione e di inibizione nella trasmissione dell’impulso nervoso, e ai processi di
integrazione neuronale.

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La teoria pavloviana si colloca invece su un piano diverso di analisi: era, come si proclamava, una
teoria dell’attività nervosa “superiore”, dei processi più complessi del sistema nervoso, che per
Pavlov non erano analizzabili secondo l’impostazione molecolare della fisiologia dell’epoca.
Benché si rifacesse ad alcuni concetti correnti, ad es. quelli di eccitazione ed inibizione, Pavlov li
rielaborò a tal punto che essi acquisirono per lui un significato completamente diverso da quello
attribuito negli stessi anni da Sherrington. Inoltre, Pavlov non condusse esperimenti di fisiologia
utilizzando i metodi tradizionali delle lesioni o delle registrazioni fisiologiche. Si può comprendere
quindi la perplessità dei fisiologi russi e occidentali di fronte all’impostazione pavloviana nello
studio dell’attività nervosa superiore, tanto più che nelle sue ricerche sulla fisiologia del sistema
digerente e cardiovascolare aveva sostanzialmente seguito i metodi tradizionali.
La teoria dell’attività nervosa superiore. Nel 1904 Pavlov ricevette il premio Nobel per le sue
ricerche sulla fisiologia del sistema digerente. Quando a Stoccolma lesse il discorso previsto per la
cerimonia del Nobel, parlò di “nuove ricerche” avviate pochi anni prima. Il discorso di Stoccolma
mostrò pubblicamente la svolta che egli aveva impresso ai suoi studi. Aveva abbandonato la
fisiologia tradizionale e adottato una nuova impostazione teorica e metodologica per lo studio del
sistema nervoso. Pavlov intendeva continuare ad essere un “fisiologo puro”, cioè un “osservatore e
sperimentatore di fenomeni esterni e delle loro relazioni”... Ma questi fenomeni non assomigliavano
a quelli studiati nei laboratori di fisiologia, dove si faceva ricorso a stimoli chimici o elettrici e si
analizzavano le relative risposte motorie o elettriche. Pavlov poneva l’animale in una situazione
relativamente libera in cui era possibile registrare le risposte “come se” l’animale non si trovasse in
laboratorio, ma in un ambiente naturale (salvo il fatto che era collegato con dei cavi agli strumenti
di registrazione). Non si misurava quindi un’attività fisiologica specifica al fine di verificare un
determinato fenomeno fisiologico. Ad es. la registrazione della secrezione salivare non era
finalizzata allo studio in quanto secrezione in sé, ma era usata come un indice (esterno) dell’attività
del sistema nervoso implicata in un processo comportamentale (anch’esso osservabile dall’esterno).
L’attività nervosa era “superiore”, in quanto era alla base delle funzioni più complesse del cervello,
le funzioni del comportamento (dal 1924 “attività nervosa superiore” e “comportamento” divennero
sinonimi negli scritti di Pavlov). Per studiare l’attività nervosa superiore non si poteva ricorrere ai
metodi della neurofisiologia molecolare, che frammentava le funzioni nervose e non permetteva di
studiarle nella loro globalità... D’altronde, Pavlov aveva già scelto nelle sue precedenti ricerche
un’impostazione di ricerca condotta sull’animale “integro”, con esperimenti “cronici” e non con i
tradizionali esperimenti “acuti” (pag. 404).
Basandosi su fenomeni comportamentali e su indici fisiologici esterni, Pavlov elaborò una
“neurofisiologia dedotta” che spiegasse i fenomeni comportamentali. Era anche una
“neurofisiologia molare”, nella quale si descrivevano processi molari, attivi nella regolazione
integrata e globale della corteccia cerebrale.
Sulla “fisiologia comportamentale” di Pavlov nacquero vari equivoci. Da una parte l’uso che egli
fece di concetti propri delle neurofisiologia (come quello di eccitazione e inibizione), cambiandone
il significato, rese perfino difficile comprendere il senso delle sue ricerche. Così accadde che i
neurofisiologi cercarono di “fisiologizzare” i suoi concetti, peraltro con scarsi risultati, in definitiva
andando contro i propositi dello stesso Pavlov. D’altra parte, ancora più sorprendente risultava
l’intento di studiare il cervello basandosi su dati comportamentali di un animale integro.
All’opposto dei fisiologi, i comportamentisti americani “de-fisiologizzarono” la teoria di Pavlov,
accogliendone i paradigmi sperimentali ma rifiutandone il sistema nervoso concettuale. La teoria di
Pavlov era troppo poco “fisiologica” per i fisiologi e troppo poco “psicologica” per gli psicologi,
sicchè alla fine essa influenzò solo indirettamente la ricerca occidentale del primo Novecento per gli
aspetti innovatori che essa aveva voluto introdurre.
Nella conferenza del 1909, Pavlov illustrò il significato dei suoi studi sui riflessi condizionati per la
fisiologia del sistema nervoso in generale. Nell’800 vi era stato un progresso notevole nelle ricerche
di fisiologia dei nervi spinali. Era stata sviluppata un’impostazione oggettiva e sperimentale, nello
studio della interazione tra gli organismi animali e l’ambiente esterno. L’attività del “segmento

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inferiore” del sistema nervoso era concepita secondo il meccanismo dell’arco riflesso, che permette
di spiegare in termini puramente neurofisiologici i principali modi di adattamento degli animali alle
variabili ambientali. Quando però si passava alle funzioni superiori i fisiologi rinunciavano alla loro
metodologia e applicavano la metodologia psicologica, basata sull’analisi introspettiva e
sull’applicazione dei suoi risultati all’indagine dei presunti stati soggettivi degli animali.
Per Pavlov l’interazione tra organismo animale e ambiente è regolata dai processi superiori del
sistema nervoso che si realizzano nel riflesso condizionato. L’attività riflessa assicura l’adattamento
dell’animale all’ambiente e permette la sopravvivenza della specie. Il riflesso condizionato è il
livello “superiore” di attività riflessa e si differenzia dal livello “inferiore” per varie caratteristiche. I
riflessi sono dovuti a un’organizzazione innata del sistema nervoso e sono quindi presenti
nell’animale fin dalla nascita. Quando una sostanza alimentare viene a contatto con i recettori della
mucosa della lingua si produce un riflesso innato, la salivazione, denominata da P, “riflesso
incondizionato” (perché si produce senza alcuna condizione particolare se non quella per cui c’è un
contatto diretto con lo stimolo (il cibo) e il recettore (la mucosa della lingua). Un’altra categoria di
riflessi sono gli istinti, che sono reazioni globali dell’organismo, sistemi integrati e complessi di
riflessi incondizionati. Il patrimonio dei riflessi incondizionati dell’animale si arricchisce durante lo
sviluppo ontogenetico con la formazione di nuovi riflessi, i riflessi acquisiti o riflessi condizionati.
Il “riflesso condizionato” consente all’animale di reagire in modo più plastico alle variazioni
dell’ambiente. L’animale apprende a reagire utilizzando altri stimoli dell’ambiente esterno che
possono “segnalare” gli stimoli specifici cui dovrebbe rispondere.
Per Pavlov il “lavoro” tipico degli emisferi cerebrali è costituito dalla formazione dei riflessi
condizionati, espressione della straordinaria capacità del cervello di analizzare gli stimoli ambientali
per un adattamento dell’animale all’ambiente. La corteccia cerebrale è quindi il massimo “sistema
di segnalazione” dell’organismo, quello che gli consente di mantenere l’equilibrio con l’ambiente
per la sua sopravvivenza.
La teoria dell’attività nervosa superiore fu sviluppata da Pavlov e da un numero crescente di allievi
e collaboratori. I centri di ricerca si trovavano tutti a Leningrado. Si registra un’evoluzione nei temi
di ricerca della scuola pavloviana: dal 1901 al 1936, quando morì Pavlov, la dinamica dei riflessi
condizionati è centrale; dal 1936 al 1948, crebbero i lavori sull’applicazione della teoria dell’attività
nervosa superiore alla psicologia e alla psichiatria. Il momento di massima espansione della scuola
si colloca tra la fine degli anni ’40 e i primi anni ’50. Alla fine degli anni ’50, il dominio della
scuola pavloviana sulla fisiologia russa cominciò ad essere ridimensionato e in un congresso del
1962 fu duramente criticato il dogmatismo cui la scuola era pervenuta.
L’applicazione della teoria pavloviana in campo psicologico e psichiatrico fu avviata dallo stesso
Pavlov, che si limitò a criticare genericamente la psicologia contemporanea che forniva
un’interpretazione soggettivistica, introspettiva e spiritualistica dei processi psichici, collocandosi
così fuori dalla tradizione delle scienze naturali. I fenomeni studiati dalla psicologia potevano essere
ricondotti alla dinamica dei riflessi condizionati. Anche una funzione psichica complessa come il
linguaggio si sarebbe formata nel bambino secondo le leggi dei riflessi condizionati. Fenomeni
come il sonno e l’ipnosi erano spiegati allo stesso modo, ed erano ricondotte a una dinamica tra
eccitazione e inibizione le nevrosi e le psicosi. L’originalità delle ricerche pavloviane in
quest’ultimo campo consisteva nello studio in laboratorio di condizioni psicopatologiche negli
animali e nel loro trattamento comportamentale e farmacologico. I risultati potevano poi avere
un’applicazione nella psicopatologia umana. Questa psicopatologia sperimentale fu il riferimento di
fondo delle future terapie del comportamento.
Le ricerche sul linguaggio concepito come riflesso condizionato ebbero una grande espansione tra
gli anni ’40 e ’50. Pavlov distingue due sistemi di segnalazione. Il “primo sistema di segnalazione”,
comune agli animali e agli uomini, consiste nella capacità di analizzare stimoli o segnali esterni per
anticipare le risposte. Il “secondo sistema di segnalazione”, proprio soltanto della specie umana, si
fonda sulla sostituzione di segnali esterni con le parole corrispondenti. Gli esperimenti della scuola
pavloviana sul secondo sistema di segnalazione applicavano il metodo del “rinforzo verbale”

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elaborato da Ivanov-Smolenskij,con il quale si formavano associazioni tra segnali verbali e comandi
motori.
L’altro settore interessante per il raccordo fra teoria dell’attività nervosa superiore e psicologia è
rappresentato dal “condizionamento interocettivo”... Nel condizionamento esterocettivo, lo stimolo
condizionato e lo stimolo incondizionato agiscono sugli esterocettori (occhio, orecchio, cute, ecc.).
Nel condizionamento interocettivo, i due stimoli possono agire entrambi sugli interocettori
(recettori degli organi interni viscerali: rene, fegato, stomaco, ecc.) oppure uno dei due può agire
sugli esterocettori e l’altro sugli interocettori (es. pag. 412). Gli esperimenti dimostravano
l’interazione funzionale tra la corteccia cerebrale e gli organi interni: stimoli esterni o interni
potevano essere elaborati e connessi tra di loro dalla corteccia cerebrale per organizzare le risposte
adattative dell’animale. I disturbi funzionali degli organi interni furono interpretati come
un’alterazione patologica della loro relazione funzionale con la corteccia cerebrale. Questo indirizzo
ebbe il nome di “patologia cortico-viscerale”, e fu considerato un’alternativa alla medicina
psicosomatica di origine psicoanalitica. Tutta questa sperimentazione dimostrava che l’attività
inconscia degli organi viscerali poteva divenire segnale di un’attività di origine corticale.
Gli studi sul condizionamento interocettivo ebbero una vasta risonanza tra gli psicologi occidentali.
Infine, una notevole influenza sulla psicologia ha avuto la “tipologia dell’attività nervosa
superiore”, tuttora riferimento nelle ricerche attuali di orientamento psicobiologico della
personalità. Pavlov osservò che negli animali si manifestavano differenze individuali notevoli
durante la formazione di un riflesso condizionato: alcuni apprendevano velocemente, altri
lentamente. Suppose che vi fossero “tipi” diversi di animali, nei quali il sistema nervoso funzionava
differentemente. Pavlov riprese la classificazione dei quattro tipi di Ippocrate, sviluppata da Galeno,
e la rifondò sul concetto di proprietà del sistema nervoso. Le proprietà del sistema nervoso
esprimono per Pavlov la dinamica dei due processi fondamentali, l’eccitazione e l’inibizione. In
ogni individuo queste proprietà si combinerebbero in modo specifico. La tipologia del sistema
nervoso costituisce la base costituzionale della personalità di un individuo ed è quindi il punto di
incontro fondamentale tra l’attività nervosa superiore e la psicologia.
Pavlov ebbe una particolare attenzione per le differenze individuali. I cani, l’animale preferito per i
suoi esperimenti, non erano animali generici da laboratorio, ma erano caratterizzati nella loro
tipologia e indicati col loro nome.
Il pavlovismo e la fine della scuola pavloviana.
Nel 1950 si tenne a Mosca la “Sessione scientifica sui problemi della dottrina fisiologica di
Pavlov”; in tale sede furono attaccate le ricerche che non si richiamavano in modo rigorosamente
ortodosso alla teoria pavloviana. Inoltre si auspicava l’applicazione di questa teoria a tutti i campi
della medicina e alla psicologia. Questo predominio della scuola “pavloviana” ebbe il
comprensibile effetto di isterilire la teoria pavloviana, ripiegata in una sperimentazione di routine
che verificava se stessa, chiusa ai nuovi concetti della neurofisiologia e persino alle nuove tecniche
di indagine. La fisiologia sovietica sarebbe stata tagliata completamente fuori dal contesto
internazionale se non fosse stato per il cambiamento politico e ideologico che si verificò con la
morte di Stalin nel 1953 e che significò per la scienza sovietica una maggiore tolleranza per il
dissenso e una riapertura alle linee di ricerca occidentali.
Sviluppi innovatori della teoria pavloviana.
Nonostante il dilagare del pavlovismo negli anni ’40 e ’50, all’interno della scuola pavloviana erano
presenti orientamenti teorici che permisero in seguito di rinnovare la teoria dell’attività nervosa
superiore. I contributi più originali si devono a Konorski e Anochin. Fondamentale anche l’opera
teorica e sperimentale di Bernstejn, che seppure al di fuori della scuola pavloviana, ne minò alcuni
assunti di fondo, giovando allo sviluppo di questa stessa scuola.
Nel 1948 uscì Conditioned reflexes and neuron organization del fisiologo polacco Konorski: questo
libro ed un altro di Webb segnarono una svolta fondamentale per le ricerche sulle basi fisiologiche
del comportamento, portando a maturazione completa la riflessione teorica di decenni, il primo
nella tradizione pavloviana, il secondo nella tradizione comportamentista americana.

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Konorski chiarì che la teoria pavloviana doveva essere innanzitutto analizzata nel suo assetto
concettuale per appurare se esistevano contraddizioni interne e se i principi teorici erano stati
effettivamente confermati dall’indagine sperimentale. Il sistema pavloviano doveva dimostrare una
propria coerenza interna prima di essere verificato neurofisiologicamente. La tendenza dei
pavloviani fu invece quella di irrobustire la teoria alla luce dei nuovi dati neurofisiologici, cercando
di mantenere l’architettura concettuale originaria. Inoltre, Konorski riteneva che non era più
possibile ritardare un confronto tra la teoria dell’attività nervosa superiore e le altre teorie del
sistema nervoso elaborate nel primo Novecento dai fisiologi (sul modello di Sherrington). Konorski
si proponeva il compito di rifondare la teoria dell’attività nervosa superiore, attraverso un riesame
concettuale della teoria e l’introduzione di principi e metodi di indagine propri della neurofisiologia
occidentale.
Negli anni del disgelo, le critiche dei pavloviani a Konorski cessarono.
Tra i fisiologi russi in quegli anni non mancò una posizione esplicita di critica alla teoria
pavloviana: Bernstejn, la cui opera rimase in ombra fino alla metà degli anni ’60. Bernstejn
distinse la nuova fisiologia, denominata “fisiologia dell’attività” da quella passata, la “fisiologia
delle reazioni”, propria della teoria pavloviana, la quale era caratterizzata dallo studio dell’animale
ancora in condizioni di inattività e immobilità (nonostante Pavlov pretendesse di esser passato da
una fisiologia molecolare ad una comportamentale).
Per la fisiologia delle reazioni, l’animale è in continuo equilibrio con l’ambiente, grazie ad una
interazione fondata su una rigida catena di stimoli e risposte. La fisiologia dell’attività parte dal
presupposto che l’animale è in continuo non equilibrio con l’ambiente. In ogni momento l’animale
deve valutare la situazione ambientale e regolare il proprio comportamento in vista di un migliore
adattamento. Poiché la situazione ambientale varia continuamente, l’attività comportamentale non
può essere predeterminata rigidamente, ma deve essere plastica, soggetta a modifiche e
aggiustamenti. Nel cervello deve esserci un centro in cui l’attività viene controllata e regolata in
funzione della meta prefissata. Questo centro viene informato costantemente sulla riuscita o meno
dell’azione in corso, e la corregge se necessario. La correzione è possibile grazie ai processi di
reafferenza, che trasmettono l’informazione dalla periferia ai centri cerebrali. Al posto di un rigido
arco riflesso, in cui a un certo stimolo corrisponde univocamente una risposta, per Bernstejn vi è un
“anello riflesso”, un processo circolare che fa sì che la risposta finale a un dato stimolo sia il
risultato di successive correzioni. Ogni azione si fonda su un “modello probabilistico” relativo al
suo successo, una specie di estrapolazione del futuro. Da una parte vi è l’invariabilità del problema
e del risultato, dall’altra la variabilità delle operazioni intermedie per il conseguimento del risultato
prefissato. Nel caso di un comportamento motorio, il problema motorio e il risultato dell’azione
motoria in corso per la sua soluzione rimangono fissi, ma la serie di atti motori eseguiti di volta in
volta cambia o si modifica in funzione dell’accordo con il risultato. Il risultato finale viene
raggiunto attraverso un continuo processo circolare.
Bernstejn elaborò la sua teoria nei primi anni ’40, nello stesso periodo quindi della nascita della
cibernetica negli Stati Uniti. I punti di incontro tra la fisiologia dell’attività e la cibernetica erano
ben presenti a Bernstejn, che illustrò il progetto di una neurocibernetica dei processi cerebrali e
mentali in una serie di articoli scritti negli anni ’50 e ’60. Il suo interesse per questo nuovo indirizzo
di ricerca fu un motivo di ulteriore attrito con i pavloviani e con le autorità scientifiche sovietiche in
genere, che ritenevano la cibernetica una nuova concezione borghese di riduzione della mente ad
una macchina e per questo l’avevano bandita. Reduci dal concettualismo pavloviano, i fisiologi
sovietici nutrivano il timore di ricadere in un nuovo concettualismo. Comunque la conseguenza fu
che le ricerche di cibernetica e di modellistica del sistema nervoso furono frenate sino ai primi anni
’60. Nel 1967 uscì in inglese una raccolta di scritti di Bernstejn che fece conoscere agli studiosi
occidentali l’importanza delle sue ricerche. E in effetti le numerose pubblicazioni apparse negli
ultimi dieci anni sulla fisiologia del movimento, in una impostazione neurocognitiva, si basano in
buona parte sui principi teorici di Bernstejn, che è divenuto dopo una quarantina d’anni il fisiologo
russo più letto dai ricercatori occidentali.

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L’innovazione teorica più importante nella scuola pavloviana durante gli anni ’60, quella che da
“dentro” ne corrose l’impianto concettuale, è opera di Anochin, che svolse una revisione teorica,
basata su esperimenti originali, sui principi della teoria pavloviana, come quello di inibizione, e già
negli anni ’30 descrisse e introdusse il concetto di “afferenza di ritorno” (simile al concetto di
reafferenza di Bernstejn e di feedback della cibernetica) e quello di “sistema funzionale”. Inoltre
Anochin accolse i nuovi risultati della neurofisiologia e della cibernetica occidentale e impiegò le
nuove tecniche fisiologiche che si erano diffuse in Occidente, in particolare l’elettroencefalografia,
sconosciute alla scuola pavloviana.
Il libro Biologia e neurofisiologia del riflesso condizionato del 1968 rappresenta il prodotto più
maturo della scuola pavloviana, dopo il periodo del dogmatismo, ma ne ha segnato anche la fine. La
teoria dell’attività cerebrale proposta da Anochin ricordava ormai solo vagamente la teoria
pavloviana classica del primo Novecento. Anche per Anochin, come per Bernstejn, la struttura
dell’azione è concepita come un processo circolare. La componente più importante di questo
processo è la “sintesi afferente”,in cui vengono confrontati i bisogni dell’animale in un dato
momento (“motivo dominante”) con la situazione ambientale e con le esperienze precedenti
(“memoria”) relativamente alla modalità di soddisfazione di tali bisogni. La situazione ambientale è
segnalata al cervello tramite il processo dell’”afferenza ambientale”, il complesso degli stimoli che
arrivano dall’ambiente. Essi costituiscono il contesto generale entro cui operare, sono stimoli
differenti dagli stimoli specifici o “essenziali” relativi al bisogno. Gli stimoli ambientali
costituiscono lo sfondo, uno stato di preparazione generale per lo svolgimento di un’azione. Questa
azione si concretizza quando arriva alla sintesi afferente lo “stimolo attivante”, lo stimolo essenziale
che segnala l’eventualità e la possibilità di soddisfare il bisogno. Una volta acquisito il segnale
attivante nella sintesi afferente, si passa alla componente decisionale sullo svolgimento dell’azione.
Sia questo sviluppo successivo dell’azione che il risultato da essa conseguito sono continuamente
vagliati e confrontati con lo scopo prefissato, grazie ad un’altra fondamentale componente di questa
organizzazione comportamentale denominata da Anochin “accettore d’azione”, che mobilita e attiva
la sintesi afferente perché questa operi una ricognizione più adeguata della situazione ambientale e
avvii un programma d’azione più preciso. Ogni atto comportamentale è organizzato secondo tale
processo circolare di autocorrezione. Questa è la “logica” di ogni atto comportamentale. Anochin
definisce “sistema funzionale” tale “unificazione funzionale di strutture e di processi”; è
un’organizzazione fissata geneticamente: si sviluppa nell’embriogenesi (processo chiamato da
Anochin “sistemogenesi”) e si realizza fin dalla nascita. I sistemi funzionali cerebrali, come sarà
precisato da Lurija, sono caratterizzati da una maggiore plasticità e dipendono nettamente dalle
condizioni ambientali per il loro sviluppo ontogenetico.
La concezione di Anochin ha portato a compimento l’integrazione fra la teoria dell’attività nervosa
superiore nella sua forma classica, la neurofisiologia contemporanea e i nuovi concetti diffusi dalla
cibernetica. Non si è però realizzata in un programma di ricerca altrettanto vasto e articolato quale
era stato quello pavloviano.

6. Teorie olistiche del primo Novecento.


Sotto il nome di “teorie olistiche” si raggruppano tutte le concezioni antilocalizzazionistiche che,
formulate nei primi decenni dell’Ottocento, furono elaborate in modo sistematico solo nel primo
Novecento. L’idea di un’organizzazione funzionale integrata delle strutture cerebrali fu sostenuta
anzitutto in relazione ai nuovi principi funzionali, come quello di “diaschisi” o quello di
“vigilanza”, introdotti nella clinica e nella ricerca neurologica.
Il principio della diaschisi fu proposto dal neurologo svizzero von Monakow, fondatore dell’Istituto
di anatomia del cervello a Zurigo. Per Monakow la diaschisi doveva spiegare la diffusione degli
effetti della lesione di un’area cerebrale colpita su altre strutture ad essa connesse, mettendo in
evidenza la relazione funzionale tra strutture cerebrali anche molto distanti tra loro.
Il concetto di “vigilanza” fu esposto dal neurologo inglese Henry Head. Per Head l’attività
comportamentale richiede un livello ottimale di “energia nervosa”, un “elevato stato di efficienza

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fisiologica” denominato vigilanza. Ne deriva che le funzioni cognitive più complesse, tra cui quelle
inerenti al linguaggio possono essere danneggiate in modo specifico da una lesione alle aree
cerebrali relative, ma anche in modo generale da una lesione che colpisce i centri cerebrali che
controllano la vigilanza. Il concetto di vigilanza avrebbe trovato un fondamento neurofisiologico
solo negli anni ’50, ma si rivelò determinante nell’orientare le ricerche negli anni ’30 e ’40 intorno
al fondamento “energetico” fisiologico su cui si basano le specifiche attività comportamentali. Un
altro contributo significativo di Head è rappresentato dalla sua elaborazione del concetto di
“schema”, un “modello posturale” inconscio cui si riferiscono i movimenti del corpo nello spazio. Il
concetto di schema venne adottato da Bartlett, che fu assistente di Head, per spiegare la struttura dei
processi cognitivi.
Teorie olistiche delle funzioni cerebrali in relazione al comportamento furono elaborate anche da
vari studiosi dei primi decenni del Novecento direttamente o indirettamente influenzati dalla teoria
della forma: fu assimilata l’idea di un’organizzazione integrata delle funzioni cerebrali durante i
processi psichici. Anche per Goldstein la Gestalt rappresenta il primo riferimento concettuale
nell’elaborazione della sua teoria olistica, in particolare per le sue ricerche sugli effetti delle lesioni
cerebrali sui processi percettivi. Benché Goldstein rifiutasse in seguito la qualifica di gestaltista,
non c’è dubbio che la teoria della forma gli fornì elementi di primaria importanza per la fondazione
della sua “teoria organismica”. Per Goldstein, le funzioni cerebrali sono organizzate in modo
dinamico: una struttura domina di volta in volta dal punto di vista funzionale (una “figura”) sul
complesso di tutte le altre strutture che però non sono silenti, ma rappresentano lo “sfondo”.Ad es.
quando un individuo parla, le aree del linguaggio sono dominanti rispetto alle altre strutture, che
pure sono attive ma non caratterizzano in quel momento il suo comportamento. Goldstein verificò
la sua teoria analizzando gli effetti delle lesioni cerebrali su numerosi feriti di guerra in una serie
famosa di ricerche. La lesione cerebrale comporta la disintegrazione di questa organizzazione
globale figura-sfondo: la figura non si differenzia più dallo sfondo e tutto il comportamento ne
risulta disorganizzato.
Goldstein rifiutava un’impostazione diagnostica e riabilitativa che si limitasse al sintomo. Più che al
rapporto lesione-sintomo, Goldstein è interessato alla disintegrazione della personalità nella sua
globalità (famoso fu il caso “Lanuti”, un paziente cerebroleso: il danno più importante è la perdita
del comportamento “astratto”, la massima organizzazione cosciente e volontaria delle funzioni
psichiche, mentre rimane integro il comportamento “concreto”, mirato su compiti semplici e
automatici).
Un altro psicologo influenzato dalla teoria della forma nella sua concezione olistica più generale è
lo statunitense Lashley. Ciò che caratterizza l’opera di Lashley rispetto alla Gestalt e al
comportamentismo è un’impostazione di ricerca. A differenza dei gestaltisti, Lashey misurava il
comportamento manifesto degli animali in condizioni sperimentali standard (nelle ricerche di
Kohler sull’intelligenza dei primati, gli animali erano invece lasciati liberi di cercare la soluzione
del problema secondo le modalità e i tempi loro confacenti); si distingueva dai comportamentisti in
quanto di tale comportamento manifesto studiava le basi cerebrali.
Gli esperimenti di Lashey appaiono esemplari per la semplicità e il rigore della procedura. Lashley
confrontava la prestazione di ratti che avevano appreso uno stesso comportamento “intelligente”
(percorrere un labirinto per arrivare direttamente alla meta) e che in seguito, dopo l’apprendimento,
avevano subito lesioni corticali in misura diversa. Lashley intendeva verificare la concezione
“telegrafica” delle funzioni cerebrali: stazioni o centri specializzati (neuroni o gruppi di neuroni)
comunicano tra loro attraverso cavi di collegamento (assoni e dendriti); il collegamento tra centri
può essere stabilito attraverso l’apprendimento, che comporta l’acquisizione di un nuovo
comportamento; la lesione dei centri o delle vie di comunicazione distrugge questo comportamento.
I risultati degli esperimenti convinsero Lashley che questo tipo di connessioni non era presente nel
cervello. In primo luogo, la lesione non aveva effetto selettivo per cui, lesa un’area cerebrale
specifica, era abolito un comportamento appreso (questo risultato andava contro il principio della
localizzazione rigida). Inoltre, anche la lesione alle vie di conduzione non aboliva il comportamento

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prodotto dalla connessione tra centri diversi. Lashley formulò tre nuovi principi generali sulle
funzioni cerebrali: l’”azione di massa”, l’”equipotenzialità” e il “funzionamento vicariante”.
L’effetto della lesione sul comportamento dipende dalla estensione della lesione (maggiore è la
quantità di tessuto corticale leso, peggiore è la prestazione comportamentale: il cervello concorre
“in massa” allo svolgimento di un comportamento). Poiché un comportamento può essere
conservato nonostante che una o più aree specifiche siano lese, le aree integre sono quindi capaci di
svolgere le stesse funzioni delle aree lese (sono “equipotenziali” e “vicarianti”).
Gli esperimenti e le conclusioni di Lashley non trovarono un consenso unanime. Negli anni ’50
Lashley condusse una serie di esperimenti, tra cui quelli per verificare l’esistenza delle “correnti
elettriche” (su cui era ritornato Kohler). In effetti gli ultimi saggi di Lashley, che mettevano in
evidenza come la complessità dei processi cognitivi non poteva essere ridotta a schemi
associazionistici o S_R, ebbero un’influenza maggiore più sul processo generale di superamento
del comportamentismo nella direzione del cognitivismo, che sulle teorie delle basi cerebrali del
comportamento.

7. Il neuroconnessionismo di Hebb.
Nel 1949 fu pubblicato The organization of behavoir: a meuropsychological theory, dello psicologo
canadese Hebb, un libro che almeno due decenni (dagli anni ’50 a tutti gli anni ’60) sarebbe
diventato il testo di riferimento della nuova generazione di psicologi nord-americani interessati alle
basi cerebrali del comportamento. Quest’opera ebbe comunque un effetto più generale sullo
sviluppo della psicologia nord-americana: proponeva l’integrazione tra psicologia e fisiologia, che i
comportamentisti respingevano, e intaccava alcuni fondamenti teorici del comportamentismo
stesso; inoltre, il richiamo ai processi interni, sia cerebrali che mentali, collocati tra gli stimoli e le
risposte dello schema S-R comportamentistico, avrebbe contribuito notevolmente allo sviluppo del
cognitivismo. Il libro di Hebb è considerato uno dei momenti più significativi nell’evoluzione del
comportamentismo, perché vi introduceva problematiche concettuali innovative.
Il modello dell’attività cerebrale di Hebb si colloca tra i modelli “molecolari” più che tra quelli
“molari” o “olistici”. Hebb stesso, d’altra parte, riconosceva che la sua teoria era una forma di
“connessionismo”, una delle varietà della teoria del quadro di controllo”. Essa conteneva un
elemento radicalmente nuovo rispetto alle passate concezioni connessionistiche. Per Hebb alla base
dell’apprendimento vi sono “attività centrale autonome”, o processi interni, il cui funzionamento è
indipendente dalla stimolazione esterna. Inoltre, questi processi interni hanno un fondamento
neuronale specifico che li caratterizza rispetto ai processi senso-motori di natura riflessa. La teoria
di Hebb può essere denominata neuroconnessionismo: conserva il principio della connessione per
spiegare l’interazione neuronale, ma insiste su caratteristiche particolari di queste connessioni al
livello centrale; inoltre, è un connessionismo fortemente neuronale perché, al contrario dei passati
connessionismi, che erano generici sul funzionamento neuronale, fa riferimento a meccanismi
specifici.
Nell’ipotesi di Hebb, nella corteccia cerebrale si formano “assemblee cellulari” o gruppi di neuroni,
una volta che questi neuroni siano stati attivati contemporaneamente. Si costituiscono così circuiti
chiusi, in cui l’attività di un neurone facilita l’attività di un altro. Quando viene attivata un’unità
dell’assemblea, si innesca un processo di eccitazione che si diffonde alle altre unità e l’assemblea
cellulare prosegue nella sua attività in modo autonomo, come se riverberasse. Hebb supponeva che
l’integrazione fra varie assemblee cellulari (la “sequenza di fase”) fosse il fondamento neuronale
dei processi psichici, dalla percezione al pensiero. Il concetto di “circuito riverberante” era stato
proposto dal neuroanatomista statunitense di origine spagnola Rafael Morente de Nò. Hebb colse
l’importanza di questo concetto e ne fece la base per la sua teoria neuroconnessionistica del
comportamento, proponendo un nuovo “sistema nervoso concettuale”, caratterizzato da principi
funzionali privi di un riscontro empirico. In un articolo del 1955 presentò un modello fisiologico
delle pulsioni e motivazioni che rispecchiava le nuove ricerche neurofisiologiche e allo stesso
tempo implicava un’organizzazione fisiologica ipotetica.

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Nella psicologia fisiologica nord-americana il riferimento alla teoria di Hebb ebbe un carattere
generale. Venne assimilata la lezione sull’esigenza di una fondazione neurofisiologica (o, come
aveva detto Hebb, “neuropsicologica”) del comportamentismo, ma si tenne in minor conto tutto il
quadro neuroconcettuale che era stato delineato. Si diffuse comunque tra i neurofisiologi l’idea che
i neuroni si assemblassero tra di loro, per svolgere funzioni integrate e complesse.

8. Ricerche sulle funzioni cerebrali e il comportamento: 1950-1970


Lo studio delle basi cerebrali del comportamento subì una svolta dopo la seconda guerra mondiale.
Da una parte le sintesi, come quella elaborata da Hebb, offrirono un nuovo quadro generale di
riferimento teorico; dall’altra il grande progresso tecnologico degli strumenti di registrazione
permise di condurre esperimenti sull’attività cerebrale che affiancavano al “sistema nervoso
concettuale” un “sistema nervoso diretto”, fino ad allora sconosciuto. Si possono indicare come
fondamentali dal punto di vista storico i seguenti risultati: articolazione in questo campo di studi in
sottodiscipline specializzate secondo la metodologia impiegata; scoperta di macrosistemi; scoperta
delle basi biologiche e neurochimiche dei processi dell’apprendimento; scoperta della
specializzazione funzionale dei neuroni corticali; approfondimento della specializzazione
funzionale dei due emisferi cerebrali nell’uomo; correlazione tra attività elettrica cerebrale ed
elaborazione dell’informazione. Il libro The working brain di Lurija, pubblicato nel 1973,
costituisce la sintesi più equilibrata di tutto questo complesso di nuove acquisizioni sulle funzioni
cerebrali in relazione ai processi psichici umani.

Psicologia fisiologica, psicofisiologia e neuropsicologia. Fino agli anni ’60 il termine “psicologia
fisiologica” indicava lo studio delle basi fisiologiche, e in particolari cerebrali, del comportamento,
senza fare distinzioni rispetto ai fenomeni studiati e alle metodologie di indagine. Verso la metà
degli anni ’60 fu stabilita una prima differenziazione, tra la psicologia fisiologica e la
psicofisiologia. La prima indica l’impostazione di ricerca (condotta soprattutto su soggetti animali)
che studia l’effetto della manipolazione delle variabili fisiologiche (es. lesione o stimolazione
elettrica di aree cerebrali, somministrazione di farmaci) sulle variabili comportamentali (in pratica,
l’impostazione esemplificata dalle ricerche di Lashley: effetti delle lesioni cerebrali
sull’apprendimento del percorso di un labirinto); la seconda, lo studio (condotto su soggetti umani
sani) delle variazioni fisiologiche (es. elettroencefalogramma, ecc.) correlate a processi psichici
(percezione, attenzione, ecc.)
Anche il termine “neuropsicologia” ha acquistato un significato specifico a partire dagli anni ’60.
Già la cattedra di Lashley ad Harvard aveva la denominazione di neuropsicologia: si intendeva lo
studio degli effetti delle lesioni cerebrali sui processi psichici in soggetti umani cerebrolesi. La
neuropsicologia aveva quindi una lunga tradizione, dalle prime descrizioni di afasia da parte di
Broca e Wernicke nell’Ottocento, alle ricerche svolte dopo la prima guerra mondiale, quando fu
possibile esaminare centinaia di soldati cerebrolesi. La caratteristica più importante delle ricerche di
neuropsicologia avviate negli anni ’60 è rappresentata dalla impostazione metodologica: la
prestazione dei soggetti cerebrolesi era confrontata, sulla base di disegni sperimentali rigorosi, con
la prestazione di soggetti sani, evitando per quanto possibile di limitarsi all’analisi isolata di singoli
casi, come era stato per la neuropsicologia classica.

Funzioni di sistemi sottocorticali. La dimensione “energetica” e “dinamica” del comportamento era


stata indagata sul piano fisiologico sin dagli inizi del secolo, mettendo in evidenza la funzione
fondamentale del sistema nervoso autonomo o vegetativo e del sistema endocrino nella
fenomenologia delle emozioni. I contributi principali furono dati da due fisiologi: Langley e
Cannon. Cannon propose negli anni ’30 che le strutture sottocorticali, in particolare il talamo,
fossero i principali regolatori delle emozioni (da qui la denominazione di “teoria talamica delle
emozioni”). Intorno agli anni ’40 il problema delle basi fisiologiche delle emozioni cominciava ad
essere inquadrato in una concezione più ampia e articolata sul rapporto tra dimensione “energetica”

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e “direzione” o “contenuto” del comportamento. Arnold, Duffy, Lindley e Malmo negli anni ’50 e
’60 proposero una “teoria dell’attivazione” per spiegare la relazione tra componenti energetiche di
natura fisiologica e prestazione comportamentale. La teoria dell’attivazione trovava un nuovo
fondamento fisiologico nelle funzioni della formazione reticolare, emerse dal lavoro di Moruzzi e
Magoun. In quel periodo era corrente la descrizione di un continuum da bassa ad alta attività
“fisiologica” correlata ad un continuum da bassa ad alta attività “comportamentale”, secondo un
andamento ad U rovesciata in cui il massimo della prestazione comportamentale corrispondeva ai
livelli intermedi di attivazione fisiologica. Questa teoria psico-fisiologica dell’attivazione fu
applicata anche per spiegare le differenze individuali nel comportamento, gettando un ponte tra la
tipologia pavloviana e la teoria della personalità di Eysenck. La teoria dell’attivazione fu sottoposta
a numerose verifiche sperimentali, che gradualmente mostrarono sia l’assenza di uno stretto
parallelismo tra dimensione fisiologica e quella psicologica, sia la dissociazione o “frazionamento”
tra le varie risposte fisiologiche durante l’attivazione stessa.

Basi biologiche dell’apprendimento e della memoria. Negli esperimenti di Lashley, la relazione tra
cervello e apprendimento era stata affrontata ad un livello molare, nei termini di massa cerebrale
impegnata nell’apprendimento. Negli anni ’60 l’indagine fu spostata al livello molecolare, e si
passò a descrivere le modificazioni neurochimiche prodotte dall’apprendimento e dalla memoria.
Un secondo filone di ricerca sulle basi fisiologiche dell’apprendimento e della memoria si è
sviluppato grazie alle tecniche elettrofisiologiche, che registrano l’attività elettrica di singole unità
cellulari. Infine, un altro settore è rappresentato dalla “genetica del comportamento”, che indaga il
ruolo dei fattori genetici in particolare sull’apprendimento.

Specializzazione funzionale di neuroni corticali. La realizzazione di microelettrodi per registrare


l’attività elettrica di singoli neuroni permise negli anni ’50 un’autentica svolta nella conoscenza
dell’architettura funzionale della corteccia. La scoperta della specializzazione funzionale dei
neuroni corticali ebbe un effetto immediato sulla realizzazione di modelli neurofisiologici della
percezione. Secondo tali modelli la percezione di stimoli visivi avveniva in un primo stadio con la
decodificazione dei loro attributi (lunghezza d’onda, orientamento, movimento, ecc.) da parte di
neuroni specializzati; l’informazione raccolta da ciascun neurone veniva poi integrata da cellule o
neuroni di ordine superiore (dette “cellule madri” e “cellule nonne”), le “unità cognitive” di
Konorski, dando luogo al percetto finale nella sua interezza. Questi modelli adottavano la
concezione di una connessione sequenziale e gerarchica tra neuroni, propria dei passati modelli
neuroconnessionistici. Negli anni ’70 sono stati proposti nuovi modelli, in cui l’elaborazione
neuronale dell’informazione avviene in parallelo. Il tentativo principale di superare la concezione
dell’attività corticale come sistema sequenziale-gerarchico risale alla fine degli anni ’60 con
Pribram, che proponeva di sostituire la rigida concezione telegrafica del cervello con una
concezione più dinamica basata sull’analogia con l’ologramma.

Specializzazione emisferica. Fino agli anni ’50 si riteneva che l’emisfero cerebrale sinistro,
rivelatosi dopo l’analisi di numerosi casi clinici come il centro del linguaggio e dell’attività motoria
volontaria, fosse “dominante” rispetto a quello destro, considerato “minore” perché privo
apparentemente di importanti funzioni psichiche. Questo quadro fu rivoluzionato negli anni ’60
dopo le ricerche di Sperry. Attraverso l’osservazione di pazienti cui era stato reciso il corpo calloso
fu possibile studiare isolatamente l’attività dei due emisferi, e determinare la specializzazione
funzionale di ciascuno di essi: quello destro rivelò funzioni cognitive inaspettate, mascherate nella
normale interazione con l’emisfero sinistro. Successivamente si sviluppò una feconda linea di
ricerca sulla specializzazione emisferica in soggetti normali. Per la specializzazione
dell’informazione uditiva fu applicata la tecnica dell’ascolto dicotico (presentazione simultanea ai
due orecchi di materiale sonoro, verbale e musicale) e per l’informazione visiva la tecnica della
presentazione tachistoscopica negli emicampi visivi periferici. Negli anni ’70 e ’80, la ricchissima

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letteratura sulla specializzazione emisferica ha affrontato il problema delle proprietà funzionali dei
due emisferi cerebrali, passando da una asimmetria basata sulla natura dell’informazione elaborata
alle modalità di elaborazione. Si è anche lavorato sulla possibilità di estrapolare la specializzazione
emisferica a due stili cognitivi, uno dei quali sarebbe dominante in ciascun individuo (tipo
“verbale” o tipo “visivo”) o nelle culture (la cultura occidentale razionale-verbale, la cultura
orientale emotiva-visiva).

Neurometria mentale. La registrazione dell’attività elettrica cerebrale aveva permesso di


individuare delle variazioni periodiche, o ritmi, correlate ai processi comportamentali-
L’elettroencefalogramma “fotografa” uno stato comportamentale generale, non processi psichici
specifici.

9. La teoria dei sistemi funzionali cerebrali di Lurija


Introduzione. Tra i contributi di questo secolo allo studio delle basi cerebrali dei processi psichici,
l’opera di Aleksandr Lurija si caratterizza per lo sfondo teorico articolato e complesso da cui è
derivata. Prima di occuparsi dei disturbi neuropsicologici, Lurija fu psicoanalista e poi seguace
della teoria storico-culturale di Vygotskij. Le fonti principali della sua opera sono essenzialmente
tre: Freud, Vygotskij e Goldstein. Ma mentre non ha mai riconosciuto fino in fondo l’influenza
della psicoanalisi, Lurija ha sempre dichiarato apertamente il suo debito nei confronti di Vygotskij e
di Goldstein.
L’influenza di Freud è riscontrabile sia nella vasta produzione di Lurija negli anni ’20 e ’30 per la
fondazione di una “psicoanalisi sperimentale” sia nell’impostazione clinica adottata nella ricerca
neuropsicologica. Si può persino individuare una forte somiglianza tra la teoria
antilocalizzazionistica espressa da Freud nel 1891 in L’interpretazione delle afasie e la concezione
dinamica dell’afasia formulata da Lurija negli anni ’40.
Per quanto riguarda Vygotskij, Lurija ha affermato esplicitamente di aver cambiato posizione
teorica (in sostanza, di aver abbandonato la psicoanalisi) dopo l’incontro con il fondatore della
teoria storico-culturale. La dimensione storica dei processi psichici rimandava anche alla unicità
dello sviluppo psichico individuale e dunque si accordava con l’attenzione volta ai casi clinici.
Vygotskij ebbe comunque anche un’influenza specifica sulle ricerche neuropsicologiche di Lurija.
In due relazioni del 1934 si trovano espressi vari concetti che saranno fondamentali per la teoria di
Lurija. Nella prima relazione, Vygotskij sosteneva che lo sviluppo dei processi psichici comporta
una riorganizzazione continua della interazione tra strutture cerebrali avente funzioni diverse,
organizzazione che si disintegra nei casi di lesione cerebrale. Vygotskij criticava la tesi di
Goldstein sul rapporto “figura-sfondo” nell’attività cerebrale normale e patologica perché questo
principio era ritenuto valido per le funzioni psichiche sia inferiori che superiori. Per Vygotskij,
invece, l’organizzazione cerebrale implicata nelle funzioni psichiche superiori seguiva principi e
leggi specifiche. Vygotskij insisteva sullo “sviluppo storico” del cervello del singolo individuo e
trovava in parte adeguato in questo senso il principio della “localizzazione cronogenetica” di
Monakow. Nella seconda relazione, Vygotskij esplicitava il concetto di sistema funzionale
cerebrale e discuteva la differenza degli effetti delle lesioni cerebrali sulle funzioni psichiche
inferiori e superiori nei bambini e negli adulti.
L’influenza di Goldstein, infine, riguarda sia l’idea di una localizzazione dinamica delle funzioni
cerebrali, sia in particolare il rifiuto di delimitare lo studio degli effetti della lesione cerebrale a un
sintomo specifico e la necessità invece di allargare l’esame al complesso di sintomi o sindrome.
La teoria dei sistemi funzionali cerebrali. Alla base della teoria di Lurija vi è una revisione
sostanziale di tre concetti principali utilizzati nelle precedenti concezioni delle basi cerebrali dei
processi psichici: i concetti di funzione, localizzazione e sintomo.
Il localizzazionismo rigido concepiva la funzione come una attività specializzata di un’area
corticale, nel senso in cui si intende la secrezione della bile come una funzione del fegato o la
secrezione dell’insulina come una funzione del pancreas. Per Lurija, invece, le funzioni corticali

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superiori non devono essere ricondotte direttamente all’attività di una specifica struttura, ma sono
date dall’attività integrata di aree corticali diverse. Ogni area corticale ha una propria funzione
semplice (la visione, l’udito) e dall’insieme integrato di queste funzioni semplici dipendono le
funzioni complesse che sono alla base dei processi psichici umani. Riprendendo l’espressione usata
sia da Vygotskij a proposito delle funzioni psichiche superiori, sia da Anochin per le funzioni
dell’organismo in genere, Lurija chiama “sistemi funzionali” l’insieme integrato di funzioni
corticali semplici attraverso il quale si realizza l’attività psichica. I sistemi funzionali si manifestano
nella loro complessità, quanto più divengono complessi i rispettivi processi psichici. Ad esempio, la
scrittura – un processo cognitivo tipicamente umano – richiede l’integrazione di aree corticali
diverse, ciascuna delle quali svolge una funzione relativamente semplice (percezione degli stimoli
visivi nelle aree visive, ecc.). Inoltre i sistemi funzionali cerebrali impegnati in processi psichici
complessi, come appunto la scrittura, non sono determinati geneticamente. E se la scrittura è un
fenomeno storico-culturale, altrettanto lo è la effettiva realizzazione del sistema funzionale che la
rende possibile: aree corticali geneticamente programmate per funzioni elementari specifiche si
interconnettono tra di loro sotto la spinta di fattori sociali e culturali.
Non si può quindi parlare di localizzazione rigida, poiché la localizzazione è altrettanto dinamica
quanto lo è la funzione. Inoltre il sistema funzionale non è un’organizzazione fissa, ma si evolve
continuamente dall’era infantile a quella adulta. Questa dinamicità temporale dei sistemi funzionali
ha delle ripercussioni notevoli sugli effetti delle lesioni cerebrali. Se la lesione si produce in età
infantile, il danno a una o più funzioni elementari delle aree corticali di proiezione (ad es., le aree di
proiezione per la visione o l’udito) non permette uno sviluppo adeguato del sistema funzionale che
deriva dall’integrazione di tali funzioni “sottostanti”... Se la lesione si verifica in età adulta, quando
i sistemi funzionali si sono già formati, una lesione nelle aree corticali di proiezione può lasciare
relativamente indenne il sistema funzionale che si avvale dell’attività di altre aree rimaste integre; al
contrario, una lesione nelle aree corticali “superiori” produce una disintegrazione nelle funzioni
elementari che queste stesse aree superiori provvedono a mantenere integrate.
Questa teoria dinamica della funzione e della localizzazione corticale comportava una revisione del
concetto di sintomo, in buona parte già compiuta da Goldstein. Un disturbo relativo ad un processo
psichico, ad es. il linguaggio o il movimento volontario, era considerato nella neuropsicologia
classica come il sintomo di un danno ad una area corticale specifica nella quale altrettanto
specificamente era localizzato il processo psichico in questione. Ma se i processi psichici sono un
sistema funzionale, in cui si integra l’attività di più aree corticali, allora il sintomo deve riflettere un
disturbo in questa organizzazione integrata nel suo complesso. Tale organizzazione può essere
disturbata da un danno ad una o più di una delle aree corticali implicate nel sistema funzionale. Al
posto della tradizionale analisi del sintomo, Lurija pone l’analisi della sindrome. Per sindrome
Lurija intende il complesso dei disturbi che sono prodotti da una lesione ad una determinata regione
corticale (ad es. i lobi frontali) e interessano sistemi funzionali diversi. Attraverso l’analisi della
sindrome (ad es. della sindrome dei lobi frontali) si può mettere in evidenza, da una parte, in quali
sistemi funzionali entra in gioco la funzione specifica di tale determinata regione corticale; e
dall’altra, qual è la struttura stessa di un sistema funzionale rispetto alla struttura di un altro sistema
funzionale, che possono includere oppure no la medesima funzione sottostante. Sebbene Lurija
paragonasse l’analisi della sindrome al principio della “doppia dissociazione”, nel concetto di
sindrome emerge più nettamente il carattere sistemico e dinamico delle funzioni corticali superiori.
Lurija disegna una architettura funzionale del cervello umano nella quale i vari sistemi funzionali
risultano a loro volta organizzati in tre super-sistemi o unità funzionali: l’unità per la regolazione
del tono del comportamento, del ciclo veglia-sonno, dei bisogni e delle emozioni (formazione
reticolare, strutture sottocorticali); l’unità per la recezione, l’analisi e l’immagazzinamento delle
informazione (lobi occipitali, temporali e parietali); l’unità per la programmazione, la regolazione e
il controllo dell’azione (aree motorie, premotorie, prefrontali). Queste tre unità funzionali
interagiscono tra di loro in una sovra-organizzazione complessa entro la quale agisce un sistema
funzionale specifico. Lurija rileva inoltre che la corteccia prefrontale compare molto in alto nella

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scala filogenetica, e che nella specie umana essa non matura prima dei tre-quattro anni dalla nascita.
Si tratta quindi di una struttura corticale tipicamente umana, la cui maturazione avviene
tardivamente nell’ontogenesi. Avvalendosi di questi dati anatomici e delle sue ricerche su adulti con
lesioni prefrontali e su bambini normali e con ritardo mentale, Lurija concluse che la corteccia
prefrontale è fondamentale per lo sviluppo del comportamento integrato e volontario. Questa
regione corticale, che assicura il massimo di integrazione funzionale intracerebrale, è anche la base
stessa della coscienza: il “sistema dei sistemi funzionali” che si realizza nello sviluppo psichico
umano. Strumento principale della regolazione cosciente del comportamento è il linguaggio, che per
Lurija – in accordo ai principi della teoria storico-culturale, rappresenta non solo un sistema di
comunicazione interpersonale, ma il più potente mezzo di autoregolazione intrapsichica.
Casi clinici. Lurija fondò la sua teoria dei sistemi funzionali cerebrali e le sue interpretazioni delle
sindromi neuropsicologiche sull’esame di centinaia di pazienti cerebrolesi condotto secondo il
metodo clinico della neuropsicologia classica. Lurija contrapponeva la propria impostazione basata
sullo studio del singolo caso con quella occidentale che indagava grandi campioni di soggetti
cerebrolesi adottando le procedure sperimentali e le analisi statistiche. Secondo Lurija il metodo
clinico avrebbe permesso di penetrare a fondo nella disorganizzazione dei processi psichici prodotta
da una lesione cerebrale, la quale non aveva un effetto specifico e delimitato ma coinvolgeva tutte
le funzioni psichiche, l’intera personalità del paziente. Nel caso del soldato cerebroleso della
seconda guerra mondiale, curato e seguito da Lurija per anni, la lesione della regione occipito-
parietale sinistra non causava solo un disturbo delle funzioni relative, ma danneggiava tutto il
complesso dell’attività psichica di questo individuo. A Lurija interessava proprio la ristrutturazione
che seguiva al danno cerebrale, il percorso seguito dal cervello per riacquistare le funzioni psichiche
perdute. Per Lurija, infatti, la neuropsicologia non doveva limitarsi allo studio del cervello in
genere, bensì allargarsi all’esame dei cervelli nei loro specifici progressi di disintegrazione e
riabilitazione. Lurija ha sempre ribadito l’importanza della riabilitazione, non solo a fini umanitari,
ma proprio per conoscere meglio la dinamica funzionale del cervello. L’efficacia dell’intervento
riabilitativo avrebbe dimostrato la validità della teoria, nello stesso senso in cui –come Lurija ben
sapeva dal suo passato di psicoanalista – teoria e terapia si intrecciano nella psicoanalisi.
Come si legge nella sua autobiografia, Lurija giovanissimo si era interessato a fondo del dibattito
sulla natura della psicologia, a cavallo dei due secoli: e cioè se questa fosse una scienza della
natura, nomotetica, alla ricerca di leggi della vita psichica comuni a tutti gli individui; o una scienza
dello spirito, idiografica, rivolta alla specificità della vita psichica del singolo individuo. Alla fine
del suo lungo “cammino”, Lurija si accorse di aver scelto di occuparsi di “una persona, cercando di
cogliere le ‘leggi individuali’ della sua vita mentale”... Per Lurija significava recuperare una scienza
romantica che, contrariamente alla scienza classica, sapeva cogliere la complessa organizzazione e
integrazione della “realtà vivente”.

10. La neuroscienza cognitiva.


Negli anni ’80 vi è stata una convergenza progressiva tra la prospettiva neuroscientifica e quella
cognitivistica. Oggi parliamo quindi di neuroscienza cognitiva per indicare il complesso
interdisciplinare di ricerche neuroanatomiche, neurofisiologiche, neurochimiche, psicologiche,
neuropsicologiche e computazionali che studia le basi cerebrali dei processi psichici. Il libro The
computational brain di Churchland e Sejnowski esemplifica l’approccio neurocognitivo
contemporaneo. In questo libro si pone una particolare enfasi sull’impostazione computazionale
che, attraverso la costruzione e verifica di modelli delle funzioni cerebrali sul calcolatore, dovrebbe
permettere di raccordare il livello molecolare, l’attività di singoli neuroni e di reti neurali, con
l’attività molare che si rivela nel comportamento.
A questa prospettiva interdisciplinare hanno contribuito, da una parte, i nuovi risultati delle
neuroscienze negli ultimi dieci anni e, dall’altra, un ampio dibattito sull’architettura della mente,
concepita come un sistema astratto di conoscenza che implementabile in una struttura sia chimica
che elettronica, tanto nel cervello che nel calcolatore.

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In veste rinnovata (moduli e reti neurali), il modello del sistema nervoso concettuale si ripresenta
come la tappa fondamentale per l’elaborazione di una teoria delle basi cerebrali dei processi
psichici. Dopo le illusioni coltivate nel primo Novecento di aver fondato una teoria esaustiva, oggi è
sempre più chiaro quanto si sia lontani da questa meta. Pertanto, a questo stadio della nostra
comprensione del cervello, può essere fruttuoso concentrarsi su modelli che indichino linee nuove e
promettenti di sperimentazione, a tutti i livelli di organizzazione. In questo spirito, un modello
dovrebbe essere considerato una cornice provvisoria entro cui organizzare i modi possibili di
pensare intorno al sistema nervoso. Se il modello computazionale si basa solamente su dati
sperimentali disponibili, esso può evolvere assieme con il programma sperimentale e aiutare a
guidare le future direzioni di ricerca.
Il fascino maggiore della prospettiva neurocognitiva è probabilmente nella possibilità che le
promesse siano mantenute.

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