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ACCADEMIA PETRARCA DI LETTERE ARTI E SCIENZE

DI AREZZO

STUDI PETRARCHESCHI
Nuova serie

XXII
(2009)
a cura di gino belloni,
† giuseppe billanovich, giuseppe frasso,
giuseppe velli

EDITRICE ANTENORE
ROMA-PADOVA · MMIX
Alessandro Pancheri
UNA PRIMA TESTIMONIANZA
DELLA FORTUNA DEL CODICE DEGLI ABBOZZI

Ex abrupto: sul f. 10rv del ms. Parmense 1081 (sec. XV in., d’ora in poi P)
si legge lo scambio asincrono tra Giacomo Colonna e Francesco Petrar-
ca, con l’encomiastico-celebrativa proposta del vescovo Se lle parti del
chorpo mio distrutte e la replica postuma Mai non vedranno le mie luci asciutte
(Rvf, 322). Il fatto è di per sé degno di nota, dal momento che il sonetto
missivo di Giacomo, registrato sul f. 1r del Vat. lat. 3196 (V1), risulta altri-
menti tràdito dai soli apografi piú o meno diretti del Codice degli ab-
bozzi; e l’attenzione si accende ulteriormente osservando come il copi-
sta di P sia ritornato sul proprio lavoro, correggendo la prima stesura del
testo petrarchesco. Ecco l’edizione dei sonetti:1
S E lle partj del chorpo mio distrutte
E ritornate in attamj et fauille
Per infinita quantita di mille
Fosson linghue et in sermon rendutte 4
E selle voci viue e morte tutte
Che piu di spada d ettor e dachille
Tagliaron maj chi risonar vdille
Gridasser chome verberate putte . 8
Quanto lo chorpo Elle mie membre foro
Alegre equanto la mia mente glieta
Vdendo dir che nello roman foro 11
Del nuovo edegno fiorentin poeta
Sopra le tempie verdeggiaua Jlloro
Non porieno contare ne poruj meta ./ 14

P, f. 10rv (vv. 1-9 | 10-14).


Rubr. S. di G. Collonna Vescovo di mano piú tarda rispetto al testo; a fianco del capolet-
tera S (di modulo grande, in inchiostro nero) una croce con 5 lineette verticali sul braccio oriz-
zontale; nel margine dx all’altezza del v. 1 . g[

1. I testi sono editi in chiave diplomatica, segnalando con il corsivo lo scioglimento


delle abbreviazioni. Per Rvf, 322, la seconda colonna visualizza l’esito delle correzio-
ni, descritte in apparato quanto a caratteristiche e topografia. Cfr tav. iv 1.
162 alessandro pancheri
M aj. non vedranno le mie | lucje asciutte M aj. non vedranno le mie luci asciutte
Chon lepartj dellanimo . tranquille . Chon lepartj dellanimo . tranquille .
Quelle notte oue amor par che sfauille . Quelle note oue Amor par che sfauille .
E pieta di sua man labbja construtte . Et pieta di sua man labbja construtte . 4
Spirito in vitto dalle terrene lutte . Spirito gia in vitto alle terrene lutte .
C or su dal cielo tanta dolceza stille C or su dal ciel tanta dolceza stille
Cha lo stile onde morte dipartille Cha lo stil onde morte dipartille
Le disusate rime aj richondotte . Le disuiate rime aj richondotte . 8
Di mie tennere fronde altro lauoro Di mie tennere frondi altro lauoro
Credea mostrartj . e qual fiero piata Credea mostrarte . et qual fiero pianeta
Nen uidio in sieme . O mio charo tesoro ? Nen uidio in sieme . o mio nobil tesoro ? 11
Chi nansi tempo mi tasconde et ueta . Chi nansi tempo mi tasconde et uieta .
Che chol chor veggio et chon lalinghua Che chol chor veggio et chon la linghua
honoro honoro
E n te dolcj sospirj lalma saqueta ./ E n te dolce sospir lalma saqueta ./ 14
P, f. 10v. Rubr. S. di M. F. P.; a fianco del capolettera M (di modulo grande, in inchiostro nero)
una croce decussata; nel margine dx all’altezza del v. 1 il numero 322 1. Maj] forse in
prima stesura Ma, con j. di modulo grande aggiunto in seconda battuta mie ] un po’ discosto dal-
la -e un tratto verticale, discendente sotto il rigo lucje ] depennato, con luci sopra il rigo 3.
notte ] la prima -t- espunta 4. E ] -t aggiunta sul rigo 5. Spirito invitto ] gia aggiun-
to nell’interlinea superiore, con forcella d’inserzione tra Spirito e in 6. cielo ] -o espunta
7. stile ] -e depennata 8. disusate ] i aggiunta sul rigo dopo -u-, depennata la seconda -s-
9. fronde ] i nell’interlinea superiore sopra -e (?) 10. mostrartj ] -j depennata, con e par-
zialmente soprascritta e ] trasformata in t con aggiunta di un apice, dopo l’inserzione a sinistra sul
rigo di una piccola e piata ] forse su precedente poeta; quindi depennato (eccetto p), con aggiunta
di pianeta a fine rigo 11. O ] depennata e sostituita da o minuscola nell’interlinea superiore
charo ] depennato e sostituito da nobil nell’interlinea superiore 12. et ] forse su precedente e
(cfr v. 10) ueta] i inserita dopo u- 14. dolcj ] -j depennata, con e parzialmente soprascritta
(a differenza del v. 10 è stato depennato anche il trattino diacritico) sospirj ] -j depennata

È evidente come per il copista-redattore il traguardo coincida con la


redazione finale dei Fragmenta, già evocata dal corretto numero d’ordine
(« 322 ») apposto a margine; e per quel che riguarda il punto di partenza?
La variante disusate al v. 8 è in accordo con V1, ma è da ricordare come
sia proprio questa lezione ad approdare in prima istanza sul Vat. lat. 3195
(lasciando traccia nella tradizione “malatestiana”), per esservi infine
mutata da Petrarca in « disuiate » (V2 f. 62v: per rasura della testa di -s-);
improntate ad analoga cautela possono essere le considerazioni riguar-
do a mio charo tesoro (v. 11), che nel Codice degli abbozzi è oggetto di un
estremo ripensamento nella vicenda piuttosto tormentata della prima
terzina:2 ma anche in questo caso in V2 nobil tesoro è su rasura, e non si

2. La prima stesura (« O diletto et riposto mio tesoro | di mie tenere frondi or qual
pianeta | t’invidiò il frutto et piú saldo lavoro »), inclusa nella consueta avvertenza
per la fortuna del codice degli abbozzi 163
può dunque escludere che anche caro abbia avuto vita effimera sul 3195
(senza però che, allo stato attuale, siano emersi riscontri nei testimoni
della tradizione improntata dall’originale definitivo). Per spirito invitto
(v. 5) si tratterebbe invece della prima attestazione positiva della varian-
te, sinora solo divinabile: in V1 – ma non in V2 – « Spirto gia i(n)uicto » è
infatti su rasura (« per Spirito invicto d’un primo momento? », era la con-
gettura di Rosanna Bettarini).3 A fissare con sicura approssimazione la
discendenza della testimonianza di P dal f. 1r del Vat. lat 3196 può infine
contribuire una sorta di coincidenza in errore alla chiusa del v. 10, sem-
pre che risulti accettabile l’interpretazione che qui si propone per le let-
tere cancellate che, in V1, precedono la parola in rima pianeta (cfr. tav.
000).4 La lettura « pien », a partire da Appel replicata da tutti gli editori,
non sembra infatti del tutto convincente, in primo luogo per la scarsa ri-
conoscibilità della finale -n; colpisce poi la differenza dei moduli, risul-
tando piú grandi l’arco superiore della p- e il successivo tratto verticale (i
o il primo tratto di una a, con altra lettera soprascritta nella parte infe-
riore) rispetto alle due lettere finali: la penna di Petrarca sembrerebbe
avere incontrato una certa difficoltà nella stesura della parola, difficoltà
facilmente imputabile alla cattiva qualità della carta in quella zona del
foglio,5 e tale da indurre lo scrittore, prima della doppia biffatura, ad un
aggiustamento mediante sovrascrittura di alcune lettere. Piú che un lap-
sus calami dunque quanto risulta cassato si direbbe, a giudicare dall’acca-
nimento esplicativo dell’autore, un tentativo malriuscito ma di per sé si-
gnificante: qualcosa insomma come una scrizione abbreviata piata, fe-
delmente “fotografata” da chi trascrisse il sonetto prima che Petrarca vi
ponesse rimedio, e sopravvissuta fino a P.

va|cat, è sostituita in calce al foglio dalla definitiva, con ulteriori ripensamenti per il
conclusivo v. 11: a) [N]e ’nvidiò l’un a l’altro o mio tesoro, b) Ne ’nvidiò inseme o ‹caro› mio ca-
ro tesoro, con una prima cassatura immediata dell’aggettivo, infine sostituito da nobil
nell’interlinea.
3. Francesco Petrarca, Canzoniere-‘Rerum Vulgarium Fragmenta’, a cura di R. Bet-
tarini, Torino, Einaudi, 2005, p. 1404. Lo sviluppo è ben petrarchesco: l’inserzione di
un secco monosillabo per passare da una notazione meramente encomiastica al rilie-
vo del distacco dal defunto, e dall’occasione perduta.
4. Cfr. tav. x. 2-3; le osservazioni che seguono sono basate sull’esame di tre diverse
riproduzioni: una fotografia e un microfilm, oltre a L’originale del Canzoniere di France-
sco Petrarca riprodotto in fototipia, Milano, Hoepli, 1905.
5. Come risulta, sulla verticale della parola incriminata, dal salto di spazio tra mi e
tasco(n)de (v. 12, occupato da due lineette orizzontali) e dal tratteggio rigido, tenten-
nante e un po’ sbavato di lalma (v. 14).
164 alessandro pancheri
L’accertamento del legame tra i due testimoni ha qualche ricaduta sul
piano della definizione critico testuale di V1, nei recuperi al v. 5 e al v. 10.
L’ovvia (ma non del tutto banale) conseguenza è la possibilità di meglio
articolare la cronologia relativa degli interventi: la variante su rasura al v.
5 ( > Spirto già invicto) sarà da considerarsi posteriore alla riscrittura della
prima terzina, mentre la precisazione della parola in rima al v. 10 dovrà
essere riclassificata come variante non immediata ma tardiva. Rispetto a
V2 lo stato del testo fissato dal trascrittore si collocherà prima della tran-
scriptio in ordine (che presuppone già realizzata l’opzione per spirto già in-
victo), verificatasi nel primo autunno del 1368 (« probably within the pe-
riod September 25-October 21»).6
Se la risoluzione delle incognite ecdotiche risulta tutto sommato li-
neare, alquanto piú ostico, ma non meno urgente, si pone ora l’interro-
gativo in termini di storia della tradizione: come sarà già apparso evi-
dente, la persistenza della forma rifiutata al v. 10 rende (quantomeno)
altamente improbabile che la diffusione del testo nella forma recepita
da P possa risalire all’attiva volontà dell’autore. A chi dunque può essere
stato concesso il privilegio di maneggiare, Petrarca vivente e operoso,
quel foglio, e di trarne copia prima che l’autore terminasse di metterne
a punto il contenuto? Per tentare almeno di circoscrivere l’àmbito della
risposta, sarà finalmente il caso di fissare qualche dato in piú riguardo al
testimone.
Il ms. 1081 della Biblioteca Palatina di Parma è noto da parecchio agli
studi sulla lirica antica,7 ed assegna al Petrarca volgare piú di metà del
proprio contenuto; tuttavia, forse anche perché rimasto fuori dai catalo-
ghi di Wilkins (in particolare dalle brevi rassegne di inclassificabili8 pro-
ficuamente rivitalizzate da Giuseppe Frasso ed Elena Strada),9 deve ad

6. E.H. Wilkins, The Dates of Transcription of « 3195 », cap. viii di The Making of the
‘Canzoniere’ and other Petrarchan Studies, Roma, Edizioni di Storia e Letteratura, 1951,
pp. 133-44; p. 142.
7. Valga come termine di riferimento, anche per le informazioni sul precedente
utilizzo editoriale del manoscritto, l’imponente presentazione di E. Costa, Il codice
Parmense 1081, in « Giornale Storico della Letteratura Italiana », xii 1888, pp. 77-108
(con la relativa Appendice comparsa in due puntate sui numeri successivi della mede-
sima rivista: xiii 1889, pp. 70-100 e xiv 1889, pp. 31-49).
8. E.H. Wilkins, Toward the Discovery of Early Texts of Poems Contained in the ‘Canzo-
niere’ e On Certain Manuscripts of Petrarchan ‘Rime’, capitoli xiv e xvi di The Making, cit.,
pp. 253-64 e 275-86.
9. G. Frasso, Pallide sinopie: ricerche e proposte sulle forme pre-Chigi e Chigi del ‘Canzonie-
re’, in « Studi di Filologia Italiana », lv 1997, pp. 23-64; E. Strada, A proposito di sinopie
per la fortuna del codice degli abbozzi 165
una recente, brillante e “trasversale” ricerca di Simona Brambilla10 una
lineare (per quanto possibile) razionalizzazione del proprio stato mate-
riale, e un fondamentale instradamento riguardo ai particolari aspetti
della tradizione petrarchesca riflessa dal codice.
Rimandando pertanto allo studio della Brambilla per i dettagli, e per
le informazioni biobibliografiche sui personaggi che saranno chiamati
in causa, si riassumono qui i dati essenziali a questa scheda. Cartaceo, del
principio del sec. XV, acefalo e mutilo,11 P offre attualmente 119 ff. del
proprio contenuto originario, occupati quasi per intero dalla mano del
copista che a piú riprese segna il nome « Guasparo Totti » sui margini
dei fogli,12 mano dagli evidenti tratti toscano-occidentali; vi sono accu-
mulati, con azione discontinua e differenti – e sempre meno eleganti –
soluzioni di mise en page, 421 componimenti poetici: oltre alla corposa
presenza di liriche petrarchesche, nuclei di rime riconducibili e/o ri-
condotte alle tradizioni di Dante (19), Boccaccio (13), Cino da Pistoia (8),
Jacopo da Montepulciano (5), e via via piú esigue presenze di Niccolò
del Proposto (4), Cecco Angiolieri, Niccolò Soldanieri, Franco Sacchet-
ti, Antonio da Ferrara, Stramazzo (3), Antonio Pucci, Fazio degli Uber-
ti, Francesco di Vannozzo (2), e singole attestazioni per gli arcaici Guit-
tone, Giacomo da Lentini, Meo Abbracciavacca, Odo delle Colonne,
Folgore, Chiaro, Re Enzo, e per i piú vicini Leonardo Bruni, Federico
Frezzi, Saviozzo, Francesco Landini; una settantina, quasi tutti sonetti,
sono i testi anonimi.
Quanto alla disposizione, si può dire che i Fragmenta costituiscano il
tessuto connettivo del contenuto del codice, presentandosi in serie di-
stinte e interrotte, al loro interno, dall’intrusione di componimenti piú
o meno estranei, come appare evidente anche da una sommaria rappre-
sentazione:13

petrarchesche, in « Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti », Classe di Scien-


ze Morali, Lettere ed Arti, a. clvii 1998-1999, pp. 577-627.
10. Itinerari nella Firenze di fine Trecento. Fra Giovanni delle Celle e Luigi Marsili, Milano,
C.U.S.L. (« Humanae Litterae », 9), 2002; interessa qui in particolare, nella seconda
valva del dittico (Luigi Marsili: un amico del Petrarca fra “otium litteratum” e predicazione, pp.
107-224), la sezione dedicata a I commenti a Petrarca nel codice Parmense 1081, pp. 174-224.
11. Sono caduti i 33 ff. iniziali, e almeno altri 7 interni.
12. Variamente abbreviandolo; manca tuttavia una vera e propria sottoscrizione,
per cui sarà opportuno accogliere l’identificazione con beneficio d’inventario.
13. La tavola in Brambilla, Itinerari, cit., pp. 177-89; una completa ricognizione del
ms., realizzata da Irma Mazzetta e da chi scrive per la banca dati LIO (Lirica Italiana
delle Origini) e da tempo consegnata, non risulta ancora disponibile alla consultazio-
166 alessandro pancheri
| 134 146 130 139 154 060 086 077 079 094 078 151 147 150 090 ˇa 049 >65< 076 084 065
ˇb 276 ˇc 284 ˇd 114 089 091 ˇe 273 ˇf 112 183 ˇg | 295 084 081 288 ˇh 033 294 131 ˇi 322 311
041 ˇk 031 051 269 292 286 ˇl 153 159 138 136 137 301 296 082 083 043 056 058 062 068
069 088 ˇm 123 ˇn 309 ˇo 299 291 267 ˇp 102 ˇq ˇ 333 ˇr [292] [313] ˇ 154 216 248 250 251 252
261 274 275 277 283 285 300 348 336 254 255 256 262 257 249 247 244 245 246 242 231
225 219 217 208 209 210 205 194 196 197 198 175 176 166 158 143 092 098 113 228 117
203 221 223 258 259 260 278 279 313 314 315 316 317 319 320 326 327 328 329 330 334 335
350 355 337 338 339 340 341 342 343 344 345 347 356 357 358 361 362 363 364 365 351 352
354 353 ˇs 352 ˇt 309 ˇu ˇ
268 359 332 022 207 ˇv 029 052 106 149 121 059 023 206 028 030 | 037 050 053 054 055
059 066 070 071 072 073 080 105 ˇx 106119 125 126 127 128 129 135 142 214 237 239 264
270 323 324 325 331 360 366 ˇz.

Le “Rime sparse” si presentano divise per genere metrico, prima sol-


tanto sonetti poi, senza ulteriori distinzioni, canzoni sestine madrigali e
ballate; in entrambe le sequenze si assiste ad uno stabilizzarsi della suc-
cessione, da un’iniziale saltabeccante caoticità ad un successivo, sostan-
ziale rispetto della progressione lineare: tra i non-sonetti, a partire da
Rvf, 28, sono trascritti in ordine tutti i pezzi della serie (eccetto quelli an-
ticipati), mentre per i sonetti un movimento esclusivamente progressi-
vo si dà solo a partire da Rvf, 203, con un alto numero di assenze (fatti sal-

ne. Qui si indicano con la barra diritta | la caduta di una o piú carte, tra parentesi
quadre i Rvf trascritti a margine, con il cuneo ˇ la presenza di componimenti estra-
nei al Canzoniere (esclusi quelli nei margini, non registrati; per l’identificazione: An-
tonio da Ferrara = Antonio Beccari, Rime, a cura di L. Bellucci, Bologna, Pàtron,
1967; Boccaccio = Rime, a cura di V. Branca, Milano, Mondadori, 1985; Dante = Ri-
me, a cura di D. De Robertis, Firenze, Le Lettere, 2002; disp. = Rime disperse di
Francesco Petrarca [. . .], a cura di A. Solerti, Firenze, Sansoni, 1909; Fazio degli
Uberti = Rime, in Il Dittamondo e le Rime, a cura di G. Corsi, vol. ii, Bari, Laterza,
1952; Folgore = Folgóre da San Gimignano, Sonetti, a cura di G. Caravaggi, Tori-
no, Einaudi, 1965). Le lettere in esponente sono qui esplicitate: a) f. 3v: disp. 110; b)
f. 4r: disp. 91, 102; c) ff. 4v-5r: disp. 54, 113; d) ff. 5r-7r: Boccaccio 1 49, 1 50, 1 62, ten-
zone Stramazzo-Petrarca (disp. 33a-35b); e) ff. 7v-8r: 2 son. rit. anon., Dante D.19; f)
f. 8rv: disp. 55; g) f. 8v: disp. 64; h) f. 9v: disp. 126; i) f. 10rv: Giacomo Colonna, Se lle
parti; k) f. 11rv: disp. 31, 97, 87, 103; l) ff. 12v-13v: scambio Antonio da Ferrara-Petrarca
(disp. 21ab), disp. 144 109 114; m) ff. 16v-17r: disp. 118, 57, 76, Folgore D.33, 1 son.
anon.; n) f. 18r: disp. 61; o) f. 18rv: scambio Petrarca-Cecco d’Ascoli (disp. 24ab); p) f.
19rv: 1 son. anon.; q) ff. 19v-23v: disp. 192, 18 son. anon., Boccaccio 1 26, 1 90, 1 66; r)
ff. 23v-25v: disp. 80 (+ a mg. disp. 117), Antonio da Ferrara 40, disp. 88 99 41 (+ a mg.
disp. 104 121), 3 son. anon.; s) ff. 42v-43r: disp. 44; t) f. 43r: disp. 82; u) ff. 43v-49v: Boc-
caccio 1 110, 1 72, 1 39, 1 48; seguono 35 testi (di cui 11 a mg.), tra i quali disp. 86 (=
Boccaccio 2 30) e disp. 56 (f. 46v); v) f. 54rv: Fazio degli Uberti varie 1; z) ff. 91v-120v:
disp. 211, Boccaccio 1 92 ecc.: seguono 74 testi (11 dei quali a margine), tra i quali
disp. 141 (f. 98v).
per la fortuna del codice degli abbozzi 167
vi anche qui gli anticipi) ma con una compatta e pressoché completa at-
testazione della sequenza conclusiva,14 da cui si può senz’altro inferire la
dipendenza dalla forma finale quale è attestata, prima del definitivo ri-
ordino “virtuale”, sulle carte del Vat. lat. 3195. Ora: che il passaggio dal
caos all’ordine si osservi in parallelo nella sezione dei sonetti e in quella
degli altri generi metrici farebbe pensare che Guasparo Totti riproduca
(magari saltando qualcosa, e scorporando i generi metrici) da un model-
lo già cosí caratterizzato, piuttosto che ad un allestimento autonomo (a
meno che il copista non abbia redatto in parallelo le due serie, dispo-
nendole poi in successione); in ogni caso, che Totti almeno al termine
del proprio lavoro abbia avuto a disposizione un testimone della “Vati-
can Family” è chiaramente indicato dai numeri apposti a margine di tut-
ti (e soli) i Fragmenta, numeri che assegnano loro il rango coincidente
con lo stato materiale di V2: in particolare, oltre al dato positivo della
congruenza della serie finale, risaltano in negativo l’assenza della balla-
ta Donna mi vene (con l’attribuzione del rango « 121» al madrigale Or vedi
Amor) e la numerazione, lineare e non-malatestiana, attribuita alla se-
quenza 79-83.
Come si è visto, il ricorso al testimone di una fase redazionale del
Canzoniere piuttosto avanzata è presupposto anche dagli interventi di
miglioria sul testo base di Rvf, 322; volendo arrischiarsi a saggiare il gra-
do di tale avanzamento, se la variante a Rvf, 322 8 (disuiate) ci porta al di
là della tradizione “malatestiana” (disusate), per entrambe le presenze di
Rvf, 352 al v. 6 P attesta sempre il monosillabo che in V2 risulta dapprima
aggiunto nell’interlinea superiore, e quindi eraso: « Mouer quj Jpie » a
testo nella prima occorrenza entro la serie finale, con nell’infrarigo la
variante « que pie » (f. 42r), e quest’ultima a testo nella replica fuori se-
quenza (« muouer que pie », f. 43r). Lo stratificarsi delle due lezioni, la
genuina qui i piè e que’ piè,15 pare confermare l’ipotesi, avanzata sopra, che
il redattore di P abbia ritrovato nell’antigrafo la sua dotazione base di
Fragmenta, mezza disordinata e mezza no, e che quindi, procuratosi un
esemplare ordinato e completo del tipo “que’ piè ”, abbia provveduto a
numerare i pezzi, e a postillarli di varianti;16 sempre che un esame inter-

14. Mancano Rvf, 346 e 349, mentre Rvf, 336 e 348, risultano trascritti in precedenza;
Rvf, 352, è invece presente una seconda volta a fine serie (e di nuovo correttamente
numerato « 363»).
15. Una rassegna della distribuzione delle due varianti nei manoscritti nell’Introdu-
zione di M. Vattasso a L’originale del Canzoniere, cit., Milano, Hoepli, 1905, p. xxv n. 2.
16. È il caso di osservare che anche la “firma” del copista compare sempre sul mar-
168 alessandro pancheri
no piú approfondito non renda necessario chiamare in causa piú esem-
plari e piú campagne di collazione.
Sia come sia, Guasparo rivolge la propria attenzione di collazionato-
re quasi esclusivamente ai testi del Canzoniere, mostrandosi copista per
passione nel piú pieno senso del termine; ma quello filologico-lettera-
rio non è l’unico penchant rivelato da Totti nella confezione di P: dall’e-
same complessivo dei componimenti antologizzati emerge un eviden-
te interesse nei confronti della produzione cronachistico-politica e « di
polemica religiosa, quando non decisamente anticlericale ».17 Queste
due passioni si mostrano sovrapposte proprio nel quadro dei Fragmenta:
oltre che varianti testuali, e qualche nota di carattere erudito, la mano di
Guasparo Totti ci consegna infatti, adespoto, il commento di Luigi Mar-
sili alle due canzoni politiche O aspectata in ciel e Italia mia (Rvf, 28 e 128).
Il carattere frammentario e sunteggiante della testimonianza, rimasta
ignota prima della felice individuzione di Simona Brambilla, non ha
impedito alla studiosa di fissare la posizione del Parmense nel quadro
della recensio indagata da Gino Belloni:18 per entrambi i testi P risulta au-
tonomo rispetto alla restante tradizione, isolandosi su un terzo ramo
per Italia mia19 e affiancandosi collateralmente all’unico altro testimone,
S, per O aspectata. La presenza della rara attestazione, e la sua stessa ‘qua-
lità’ stemmatica, potrebbero poi indurre ad avvertire una risonanza
marsiliana anche nell’ulteriore arricchimento informativo in chiave po-

gine destro del foglio, piú o meno all’altezza del primo verso dei componimenti, in
una varietà di forme tale da far pensare a una sorta di cifrario: in prima istanza di so-
lito è scritto .g. o .gs. con s tagliata (che potrebbe anche leggersi come una sorta di mo-
nogramma gsT), sigle che in un secondo tempo vengono completate, per sovrascrit-
tura, in guasp(aro)/guasparo con o senza totti (ma la forma distesa può essere anche
semplicemente aggiunta, sopra o sotto). Il fatto che in quella stessa area del foglio si
trovino, soprattutto per i Fragmenta, rimandi interni (scritto in questo a carte. . .) o ad un
altro codice (scritto nel secondo libro a carte. . .) o a un antigrafo (come persuasivamente
proposto da Brambilla, Itinerari, cit., pp. 198-99, che cosí interpreta la piú asciutta in-
dicazione a carte) può far avanzare l’ipotesi che quel « Guasparo Totti » possa valere
come indicazione di provenienza del materiale trascritto o collazionato.
17. Brambilla, Itinerari, cit., p. 203.
18. Due commenti di Luigi Marsili a Petrarca, in « Studi Petrarcheschi », n.s., a. iv 1987,
pp. 87-141: poi in G. Belloni, Laura tra Petrarca e Bembo. Studi sul commento umanistico-ri-
nascimentale al ‘Canzoniere’, Padova, Antenore, 1992, pp. 1-57 (cap. i. Luigi Marsili), cui si
fa riferimento.
19. Gli altri due costituiti rispettivamente dal solo Laur. Strozzi 178 (S) e dalla con-
vergenza di Firenze, BNC II II 17 (N) e Magl. VIII 1415 (M): cfr. Belloni, Laura tra
Petrarca e Bembo, cit., pp. 30-32, e Brambilla, Itinerari, cit., pp. 204-8.
per la fortuna del codice degli abbozzi 169
litico-polemica rilevabile tra i Fragmenta di P: ciascun elemento del trit-
tico “babilonese”, Rvf, 136-38 (f. 14rv, nella successione 138, 136, 137), è do-
tato di rubrica che lo presenta come « S. di M. F. P. contra alla lorda vita
de’ chierici e ghovernatori della Chiesa di Roma mandato per lui a’
priori et ghonfalonieri di giustitia della città di Firense ».20 In primo luo-
go, l’attenzione speciale rivolta ai tre sonetti, eccezionalmente rubricati
e coesi, trova infatti un parallelo nel rilievo ad essi attribuito entro la ce-
lebre lettera V del Marsili a Guido del Palagio, dove sono presentati in
un ordine che è speculare rispetto a quello di P (137, 136, 138: « tre suoi so-
netti non d’amore mondano ma d’amore di Dio, e di dolore e santo di-
sdegno dettati, de’ quali l’uno comincia L’avara Babillonia, l’altro Fiamma
da cielo, il terzo Fontana di dolore»);21 d’altra parte, anche ripensando l’allu-
sione del Marsili al fatto che « sono costà [scil. a Firenze] molti che sanno
loro intenzione »,22 spicca come niente affatto banale, nella rubrica, la
menzione dei destinari, che suona oltretutto come parziale volgarizza-
mento della formula con cui Petrarca indirizzava le proprie transmissive
« Ad Florentinos » (Fam., viii 10 e xi 5, « Nobilibus et potentibus domi-
nis, dominis prioribus artium et vexillifero iustitie, comunis et populi
civitatis Florentie » in redazione g).
È chiaro che, riguardo all’identità di colui che ebbe la ventura di tra-
scrivere Mai non vedranno, ancora in progress, dal f. 1r dell’odierno Codice
degli abbozzi, non sia lecito puntare verso la figura dell’agostiniano in
base a tracce e indizi di tal genere, suggestivi senz’altro ma certo poco
stringenti; e anzi, la persona del Marsili pare doversi escludere a norma

20. Cosí per Rvf, 137, e con minime varianti per gli altri due sonetti (contro Rvf, 136,
chontro 138 dove prima di giustitia è la parola santa, depennata). Tutte e tre le rubriche
sono state apposte dopo la trascrizione dei testi, e dopo la numerazione marginale.
21. Giovanni Dalle Celle-Luigi Marsili, Lettere, a cura di F. Giambonini, Firen-
ze 1991, vol. ii p. 483. L’ordine delle liriche potrebbe essere stato forzato per mettere
in primo piano il sonetto del « novo soldan », che il Marsili mostra di identificare as-
sai concretamente (« E se Dio non avesse prestato a Italia uno uomo a’ dí nostri, il
paese tutto e gli abitanti andava inn Ischiavonia; dico in quella de’ preti, della quale
non so se alcuna n’è piú inportabile e nol credo. E veramente alli molti peccati di
quello uomo solo questo merito, se fatto li viene, basterà a sodisfare a Dio e metterlo
in paradiso nel quale o niuno di loro o esso piú agevolmente che gli aversari suoi en-
terrà. Quanto il mio signore fosse contento di questa santa impresa io il so, e voi il sa-
prete se leggerete tre suoi sonetti [. . .] »), con una sicurezza o sicumera interpretativa
estranea forse al destinatario ma condivisa a suo dire da diversi altri fiorentini (« E chi
meglio di Coluccio – o dei pochi adepti, il Malpaghini o il Niccoli – in quella città po-
teva saperla lunga? »: Belloni, Laura tra Petrarca e Bembo, cit., p. 3).
22. Marsili, Lettere, cit., pp. 483-84.
170 alessandro pancheri
di biografia, dato che nella Sen., xv 6 (1373) la sua recente visita a casa Pe-
trarca è ricordata come separata da lunghi anni rispetto alla precedente,
al tempo della puerizia di Luigi: termini entrambi distanti se non remo-
ti da quel 1368 che vide compiersi l’atto di copia.
Ciò che risulta evidente, tuttavia, è che tra il materiale alla base della
compilazione di Guasparo Totti ve ne fosse di sicuro interesse, estraneo
alle linee della tradizione organica del Liber e da avvicinarsi agli ambien-
ti del primo umanesimo “civile” fiorentino, ulteriori risonanze dunque
di quella precoce « riflessione sul Canzoniere alla quale Firenze si dimo-
strerà poi sostanzialmente disinteressata ».23 Resta da vedere se questo
filone trasmetta a P ulteriori testimonianze variantistiche, o se quello di
Rvf, 322, si configuri come un evento isolato.
Propongo a corollario di questa segnalazione solo qualche esempio
(spero) significativo, da un’indagine non ancora compiuta. Nel sonetto
Cesare poi che ’l traditor d’Egitto (Rvf, 102, f. 19v) P legge all’attacco del v. 8
Sol p(er) celare (V2 Per isfogare il suo acerbo despitto), verosimilmente genuina
variante anteriore, pre- o ur-chigiana se non g.24 Sulla scorta dell’appa-
rato di Frasso il testo del Parmense si segnala per qualche ulteriore con-
tatto forse qualificante,25 per il parziale accordo su una soluzione che si
direbbe deteriore26 e, direi soprattutto, per l’isolamento in singulares po-
co difendibili.27 Percorrendo gli altri testi candidati da Frasso alla tradi-

23. Belloni, Laura tra Petrarca e Bembo, cit., p. 3.


24. Frasso, Pallide sinopie, cit., pp. 57-59. La variante in questione è riscontrata in F
(Firenze, Biblioteca Nazionale Centrale, II IV 114) R2 (Ricc. 1100) R4 (Ricc. 1156) T1
(Triv. 1058); riflettono invece la lezione di V2 per isforçare di Pc (Firenze, Biblioteca
Nazionale Centrale, Panc. 12) e per esfocare attestato nel frammento (vv. 5-8) apposto
a glossare Liv., xxx 44 6, nel Parigino lat. 5737 (segnalato da Gius. Billanovich, Tito
Livio, Petrarca, Boccaccio, in « Archivio Storico Ticinese », a. xcvii 1984, pp. 3-10, in par-
tic. 9-10).
25. v. 9 anima (con F R2 R4 T1; V2 animo, come Pc), v. 14 amaro pianto, in accordo con
i soli R4 e T1 (V2 angoscioso pianto, con F Pc R2).
26. Al v. 4 Cesare è raffigurato piangere cho’ gli occhi fuor (come in Pc; R4 con T1 con
gl’occhi forse. V2 per gli occhi fuor, F R2 di fuor per gl’ochi).
27. A cominciare dal citato v. 8 dove il despicto, contro tutti, non è acerbo ma amaro
(come il pianto al v. 14); ancora solo P ai vv. 11 (cangi la vista sua or biancha or bruna, V2 ri-
copre co la vista or chiara or bruna) e 14 (quest’una | modo a celare, V2 via da celare il mio ango-
scioso pianto). Il v. 6, locus criticus, è modulato vidde fortuna farsi a sse molesta (contro F vide
cangiar fortuna e far molesta, T1 R4 con la postilla al Livio Parigino vide fortuna diventar
molesta) in evidente dipendenza dalla lezione di V2 (e Pc) vide farsi fortuna sí molesta. Ac-
cordo pieno con Pc sulla lezione definitiva anche per il v. 12 però s’alcuna volta io rido o
canto, a differenza di R4 T1 (dunque/doncha se spesse volte rido o canto) F (adunque sed io ri-
do, giocho o canto) R2 (o sse avien ch’io m’allegri or rido o canto).
per la fortuna del codice degli abbozzi 171
zione g attestati in P, lo spettro delle reazioni di questi è abbastanza coe-
rente a quanto visto sopra, con accostamenti oscillanti (e una maggiore
inclinazione verso i proto-chigiani R4 T1 Pc) sia su lezioni con ogni pro-
babilità corrotte, sia su altre per le quali può forse valere una prudenzia-
le sospensione del giudizio.28 Manca purtroppo nel Parmense S’amor
non è (Rvf, 132), che quasi certamente sarà stato ospitato nelle prime car-
te, cadute; ma l’esame dell’altro sonetto tradotto dal Salutati, Rvf, 134,
Pace non trovo, attualmente il primo testo del codice (f. 1r), rivela qualche
motivo di interesse in due inversioni nell’ordine dei versi, riguardanti i
vv. 3-4 e 11-12. La prima di queste è segnalata da Wilkins29 come presen-
te nei manoscritti fiorentini da lui siglati B8 (BNC, Pal. 183), B14 (BNC,
II ii 445) e B32 (Ricc. 1156); ad essa B8 e B32 associano l’inversione dei vv.
7-8, mentre B14 offre i vv. 6-8 nella successione 7 8 6. Il fenomeno, che a
prima vista verrebbe da imputare a sfasature di mise en page e alla paratas-
si enunciativa del testo, trova però riscontro proprio nella versione salu-
tatiana, la quale nella fronte mostra una successione dei versi che – raf-
frontati al testo definitivo – risulterebbero ordinati 1 2 4 3, 5 6 8 7,30 po-
stulando un testo di riferimento a schema ABBA, ABBA; CDE, CDE
(come in B8 e B32; fronte a rime alternate nella redazione definitiva).
In P lo schema è invece ABBA BABA, CDC EDE, non del tutto inve-
rosimile31 ma qui con ogni probabilità dipendente da assestamenti pro-
gressivi, e non sempre nella giusta direzione, nel corso della tradizio-

28. Rvf, 114, f. 7r: v. 13 (V2 col cor ver’ me pacificato humile) P pacificha et humile con F Pc.
Rvf, 112, f. 8v: v. 2 (V2 Tractato sono, et qual vita è la mia) P Tratto (-1) con T1 (ed F in pri-
ma stesura); v. 7 (V2 or vestirsi honestate, or leggiadria) P Hor vestire honesta con P F Pc R2;
v. 8 (V2 or mansüeta, or disdegnosa et fera) P or fera con Pc T1; v. 9 (V2 Qui cantò dolcemente,
et qui s’ assise) P s’affise con R2 (safisse). Rvf, 92, f. 33v: v. 4 (V2 in farvi, mentre visse, al mon-
do honore) P A farvi mentre el visse con Pc R4 (e T1 mentre chel v.). Rvf, 113, f. 34r: v. 11 (V2
ch’acqueta l’aere, et mette i tuoni in bando) P Che queta con F Pc.
29. Toward the Discovery, cit., p. 264 n. 1: segnalazione si direbbe dovuta ad estremo
scrupolo, dopo aver osservato che, nella tradizione indagata per Rvf, 134, « in no case
does there occur any variant that appears to be significant ».
30. Riporto il testo (da E.M. Duso, Il sonetto latino e semilatino tra Medioevo e Rinasci-
mento, Padova-Roma, Antenore, 2004, p. 4) segnando in esponente le corrisponden-
ze con la redazione definitiva: «1Nec pacem invenio, nec adest ad bella facultas, | 2et
metuo et spero, glacieque immersus aduror, | 4nihil stringo et totum teneo comple-
xibus orbem, | 3et super astra volans iaceo telluris in ymo. | 5Nec cui sum captus ape-
rit vel carcere claudit, | 6nec sinit esse suum ‹ . . . . . › | 8‹ . . . . . › mihi nonque quod impe-
dit, aufert, | 7nec me occidit Amor, nec pectore tela revelli ».
31. Cosí la fronte in Rvf, 260; ma nelle sirme costruite su tre rime ognuna di queste
occorre sempre una volta in ciascuna terzina.
172 alessandro pancheri
ne.32 L’ultimo esempio riguarda la prima terzina di Rvf, 294 (f. 10r, Solea-
si nel mio chor star bella et viva), in particolare i vv. 9-10:33

P V2
Sentel ben dentro ouogni orecchia e sorda ché piangon dentro, ov’ogni orecchia è sorda,
L anima mia cuj tanta doglia ingombra se non la mia, cui tanta doglia ingombra,
Chaltro che sospirar nulla mauansa ch’altro che sospirar nulla m’avanza.

Il caso è di un certo interesse per l’estensione della variante, non limita-


ta a parole isolate ma contestualmente estesa su due versi. La soluzione
del Parmense, per quanto a prima vista ben articolata, limita la propria
coerenza al dettato della prima terzina, dove per contro non è traccia di
sviluppo del tema dell’incomunicabilità dell’esperienza, sul quale si so-
spende la fronte, né dell’altrettanto fondamentale unità di Amore e ani-
ma-amante. Piú che ad un approssimativo primo getto, riscattato da un
magistrale colpo di pollice d’autore, verrebbe da pensare all’umile ma
decoroso lavoro di un bravo restauratore, all’opera su materiale testuale
in cattivo stato di conservazione: il riflesso dunque, poco tranquillizzan-
te, di una tradizione che sa farsi pericolosamente attiva.

Il testo di Rvf, 322, riferito dal ms. Parmense 1081 (sec. XV in.) trasmet-
te varianti tali da rendere economica l’ipotesi della sua discendenza dal
Codice degli abbozzi, rispecchiando uno stato del testo anteriore alla con-
clusione del processo elaborativo registrato sul f. 1r del Vat. lat. 3196. Va-
rianti di un certo interesse si osservano anche per altri componimenti del
Canzoniere, in particolare per Rvf 102 e 134, la cui fronte a rime incrociate
potrebbe rispecchiare l’originale alla base della traduzione di Coluccio Sa-
lutati: un ulteriore richiamo a quella cerchia dei “pochi adepti” fiorentini,
precoci recettori del magistero petrarchesco, che alcune tra le piú singola-
ri attestazioni del Parmense non mancano di evocare.

32. Lo stesso Totti provvede a riordinare i vv. 12 11 (ponendo a margine rispettiva-


mente le lettere b ed a) ma non interviene sull’assetto del terzo e quarto verso della
prima quartina.
33. Premetto da V2 la seconda quartina, antefatto necessario a contestualizzare le
due varianti: « L’alma d’ogni suo ben spogliata et priva, | Amor de la sua luce [P vita]
ignudo e casso, | devrian de la pietà romper un sasso, | ma non è chi lor duol riconti o
scriva: ».
per la fortuna del codice degli abbozzi 173
The text of Rvf, 322, as we read it in ms. Parmense 1081 (XV century in.), inclu-
des variants that strengthen the idea that it derives from Petrarch’s draft autograph
MS Vat. lat. 3196. Further relevant variant readings can be observed in other poems,
such as e.g. Rvf, 102 and 134 in particular, whose fronte in crossed rhymes might re-
flect the original on which Coluccio Salutati based his translation. These, as well as
other features, of MS Parm. 1081 may thus offer an insight into the early reception of
Petrarch among those « few initiates » who in Florence were quick to follow his les-
son.
1

3
Tav. v.1. Parma, Biblioteca Palatina, Parm. 1081, f. 10v, Rvf, cccxxii (su concessione del Ministero
per i Beni e le Attività Culturali). 2-3. Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, f. 1r,
Rvf, cccxxii (© Biblioteca Apostolica Vaticana).