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Tesina

Corso di “Psicotecnologie”
Prof.ssa Maria Amata Garito
A.A. 2005-2006

“VERSO L’E-DEMOCRACY:
CIBERDEMOCRAZIA, REPUBBLICA
ELETTRONICA E
DEMOCRAZIA CONTINUA”

AUTORI:
Michela Bonafede
Giulia Cardillo
Alessandra Giovannini
Daniele Pirrotta

1
INDICE

INDICE 2

INTRODUZIONE 3

PARTE PRIMA 4

PIERRE LEVY 4

DERRIK DE KERCKHOVE 7

STEFANO RODOTA’ 11

PARTE SECONDA 15

CASI: 15
CASO COREA 16
CASO CINA 16
CASO BRASILE 17
CASO INDIA 18
CASO USA 18
CASO EUROPA 20

CONCLUSIONI 21

BIBLIOGRAFIA 23

SITOGRAFIA 23

2
INTRODUZIONE

“La democrazia è figlia della grande storia d’amore tra il linguaggio e la


cultura del leggere e scrivere. Ci sono stati tre grandi matrimoni del
linguaggio: il primo con il corpo umano, un incontro che ha generato la cultura
orale; il secondo con i segni, da cui è nata la cultura letteraria; il terzo con
l’elettricità, che sta creando la cultura di rete. Se la democrazia è stata una
sorta di effetto della cultura letteraria, o meglio è stata storicamente legata a
questo tipo di cultura, qual è l’equivalente effetto dell’elettricità, o meglio quale
forma politica si lega a questo diverso principio mediale? Sopravviverà essa
come parte integrante della situazione politica attualmente emergente?”
(De Kerckhove, Tursi, 2006)

Tali sono stati gli interrogativi che hanno costituito il punto di partenza della nostra
riflessione. Questo elaborato, infatti, ha come scopo quello di analizzare il rapporto che
intercorre tra le nuove tecnologie, telematiche, multimediali ed interattive, e le conseguenti
nuove forme di democrazia da esse create. Inoltre, la nostra attenzione si è rivolta
all’analisi sulle implicazioni etiche sottostanti a queste nuove forme politiche.
Se è vero, infatti, che le nuove tecnologie contribuiscono a creare nuove forme di
governo, è altrettanto vero che non può esserci alcuna discussione su istituzioni politiche
che possa prescindere da un discorso sull’etica, sul controllo e sulla regolamentazione.
La nostra riflessione si presenta strutturata in due parti.
La prima è costituita da una rassegna su alcuni dei contributi più interessanti
sull’argomento da parte di importanti pensatori, tra cui: filosofi della rete (Pierre Levy),
massmediologi (Derrik De Kerckhove), e politologi (Stefano Rodotà).
La seconda raccoglie i casi di alcuni paesi (Corea, Cina, Brasile, India, Usa, Europa) che
esemplificano paradigmaticamente lo stato delle cose ai nostri giorni. Tali realtà ci sono
sembrate particolarmente interessanti per comprendere meglio le ambiguità ancora
presenti e derivanti dall’utilizzo massificato, ma non ancora regolamentato, delle nuove
tecnologie.

3
PARTE PRIMA

PIERRE LEVY1

Uno dei più interessanti contributi all’interno del dibattito circa il rapporto tra le nuove
tecnologie e le conseguenti nuove forme di governo è quello di Pierre Levy.
L’autore parte da un’analisi storico-politica sull’evoluzione del concetto di Stato in
relazione alla nascita ed allo sviluppo delle tecnologie della mente, affermando che la
nascita e il consolidamento dello Stato e della legge siano inesorabilmente collegati
all’invenzione della scrittura. Secondo l’autore, infatti, la cittadinanza e la democrazia
presuppongono l’alfabeto, richiedendo che ogni cittadino sia in grado di leggere, applicare
e analizzare la legge e prendere parte alla sua stesura.
In seguito, la grande rivoluzione portata dall’invenzione della stampa ha preparato il
terreno per la creazione degli Stati nazione e per lo sviluppo dell’opinione pubblica
nazionale. In ultimo, le nuove tecnologie telematiche, quali la rete telefonica globale, la
televisione satellitare, la proliferazione dei canali televisivi e, più recentemente, il network
mondiale di computer creato da internet, stanno insieme creando un nuovo spazio
pubblico. Questi nuovi media, infatti, accessibili da ogni luogo e caratterizzati da un alto
livello di interattività favoriscono il sorgere spontaneo di comunità virtuali deterritorializzate
ed incentivano una sempre più estesa libertà d’espressione, e ribaltano il vecchio
paradigma dei mezzi di comunicazione tradizionali, basati su una produzione e
trasmissione delle informazioni “da uno a molti” , ad un nuovo e rivoluzionario paradigma
comunicativo “da molti a molti”. E proprio tali caratteristiche, conclude l’autore, rendono
possibile la definizione di una nuova sfera pubblica, che sta radicalmente riplasmando le
condizioni del governo e che probabilmente farà emergere nuove e prima inimmaginabili
forme politiche.
Questa nuova sfera pubblica presenta tre caratteristiche essenziali:

1
Levy, Pierre
(Tunisi, 1956) Si è laureato in Filosofia a Parigi studiando con Michel Serres. Attualmente insegna
presso l’Università do Ottawa, dove è impegnato in un progetto multimediale su un linguaggio
multimediale sulle reti.

4
• Universalità;
• Inclusività;
• Trasparenza;
Con il concetto di “universalità” Levy vuole sottolineare la peculiarità di questo nuovo
spazio pubblico di configurarsi come un sistema di sistema di comunicazione senza
confini, barriere, con una struttura aperta ed altamente accessibile.
L’“inclusività” ne evidenzia la capacità di offrire a tutti gli individui l’opportunità, da un
lato, di esprimersi liberamente e, dall’altro, di usufruire altrettanto liberamente di una
maggiore reperibilità delle informazioni.
Risulta come conseguenza di tutto ciò un fisiologico aumento del livello di partecipazione
di ognuno alla vita pubblica verso l’acquisizione, finalmente, di una reale, piena
cittadinanza. Atto primario della democrazia, infatti, non è solo la votazione ma anche la
deliberazione, ossia l’esercizio dell’intelligenza collettiva nella formulazione delle leggi e
nel prendere le principali decisioni politiche. (“dimmi e lo dimenticherò, mostrami e lo
ricorderò, coinvolgimi e capirò”, Pierre Levy).
La terza caratteristica, quella della “trasparenza”, rimanda al concetto di fiducia del
singolo cittadino nei confronti di chi lo governa, permettendo a ciascuno di avere libero
accesso alle informazioni riguardanti le scelte governative in materia politica, economica e
sociale. Tale concetto riveste, nel pensiero dell’autore, un ruolo principe, tanto da farne il
cardine intorno al quale fondare il concetto del futuro ed auspicabile “Stato trasparente”.
Tale stato privilegerà una politica di potenza (intesa come empowerment), anziché di
potere, in quanto, come lo stesso autore afferma, “stiamo scoprendo che la potenza è
associata alla trasparenza, come il potere all’opacità.” e si farà portatore di una nuova
forma di democrazia: la “ciberdemocrazia”.
Con il termine di ciberdemocrazia Levy intende una nuova forma di governo in cui:
• lo spazio pubblico sarà costituito in assoluta libertà di espressione e navigazione;
• la deliberazione politica avrà luogo principalmente nelle agorà virtuali;
• le elezioni ed i referendum saranno mediati attraverso il voto elettronico
deterritorializzato;
• le assemblee legislative si struttureranno in network di parlamenti virtuali;
• le autorità amministrative renderanno tutti i loro servizi disponibili on-line ai
cittadini.

5
Tutto ciò porterà sempre più verso una forma di governo elettronico (e-government) che
renderà disponibili on-line le informazioni ed i servizi richiesti dai cittadini alle
amministrazioni, introducendo una vasta rivoluzione culturale accompagnata da:
• riduzione dei livelli gerarchici;
• decompartimentalizzazione tra i compatimenti e libero flusso delle informazioni;
• trasparenza e dialogo aperto con il pubblico;
• mobilitazione nel servizio al cittadino-cliente.
In questo nuovo spazio pubblico così radicalmente mutato rispetto al passato ed adattato
alla cibercultura, lo Stato trasparente conserverà tre funzioni chiave:
• governo della città (dispensare la giustizia; esercitare il potere legislativo ed
esecutivo);
• governo del mercato (regolare il mercato e ridistribuire con giudizio una parte
delle ricchezze, funzione della «banca centrale», gestione delle finanze
pubbliche);
• governo della biosfera (aiutare a guidare gli innumerevoli aspetti interdipendenti
della biosfera e la loro evoluzione per la salvaguardia e lo sviluppo sostenibile
dell’umanità e dei luoghi dell’abitare umano).
Ai nostri giorni si assiste ad un particolare periodo di transizione nel quale è possibile
osservare come l’attuale sviluppo tecnologico intenso e massificato, favorisca il nascere di
nuove forme di comunità virtuali, deterritorializzate ed interconnesse da ogni parte del
globo.
Ad esempio i movimenti no-global, una delle principali forze dissidenti nel nuovo spazio
pubblico, stanno utilizzando appieno le risorse a loro concesse dal ciberspazio e
sperimentando nuove forme di organizzazione politica, flessibili e decentralizzate, che a
partire dal dissenso con le attuali politiche governative, stanno aiutando a definire
l’innovazione della ciberdemocrazia.
Così la cibercultura si configura come strumento di espressione anche e soprattutto nel
dissenso, tanto che Levy propone ciò che ha definito la netta «separazione di cultura e
Stato» sul modello della vecchia e vantaggiosa separazione di Chiesa e Stato. Lo Stato
andrebbe infatti considerato come un sistema amministrativo svincolato da favoritismi di
ogni sorta nei confronti di qualsivoglia comunità, che sia maggioritaria o meno.
Ne consegue un clamoroso paradosso: se è vero che il più grande vantaggio della
ciberdemocrazia è l’assoluta libertà di espressione di qualsiasi istanza politico-culturale, è

6
pur vero che proprio questa mancanza di qualsiasi tipo di regolamentazione e di controllo
ne rappresenta anche un limite pericoloso.
Ad esempio anche gli jihadisti e i terroristi stanno usando al massimo la mediasfera
globale (la comunicazione senza fili, i nuovi canali televisivi e Internet) per i loro scopi e le
loro azioni sovversive.
La risposta di Levy a tale paradosso è al tempo stesso un auspicio per il futuro:
“Solo un governo mondiale, che garantisca un codice legislativo redatto
democraticamente dall’intelligenza collettiva della nostra specie, sarà in grado di stabilire
una pace universale.” (Levy, 2006)

DERRIK DE KERCKHOVE2

Riguardo al dibattito circa i rapporti tra nuove tecnologie telematiche e nuove forme di
democrazia, De Kerckhove, segue ed amplia il pensiero di Pierre Levy.
Il suo punto di partenza è l’affermazione dell’esistenza nelle reti (e per estensione
nell’insieme delle tecnologie digitali) di una qualità o una proprietà essenzialmente
democratica.
Partendo dal concetto levyniano di ciberdemocrazia, De Kerckhove ne approfondisce le
implicazioni soprattutto riguardo alla natura e al ruolo del cibercittadino.
La ciberdemocrazia, allo stesso modo della vecchia democrazia alfabetica dei Greci, dei
Romani o degli Stati-nazione europei, si basa sulla partizione delle responsabilità tra Stato
e cittadini. Eppure il cibercittadino non è più definito solo tramite l’appartenenza fissa a
uno specifico Stato, ma è diventato globale per definizione. Oltre tale riflessione, la
risposta al quesito deve tenere in considerazione la doppia (e nuova) identità del
cibercittadino, allo stesso tempo locale e globale, e quindi la sua doppia responsabilità.
Attualmente il cibercittadino, come già il semplice cittadino, deve senza ombra di dubbio
manifestare il suo desiderio di una pur minima partecipazione alla gestione degli affari
dello Stato, qualunque essi siano.

2
De Kerckhove, Derrick
( Wanzé-Lez-Huy, 1944) Direttore del McLuhan Program in Culture and Technology
dell’Università di Toronto. Insegna anche presso L’Università di Napoli “Federico II” e la
Biblioteca del Congresso di Washington, dove gli è stata attribuita la cattedra Papamarkou in
Tecnologia e pedagogia.

7
La grande novità introdotta da internet rispetto al sistema dei media tradizionali è che in
virtù di un accesso diretto alle fonti primarie, e di una connettività globale, ogni individuo è
oggi in grado di intervenire da protagonista sul mercato della comunicazione,
aggiungendo e integrando l’enorme massa di dati che la rete rende disponibili. Afferma
infatti l’autore: “A me pare che il nuovo carattere della libertà al tempo della rete sia attivo
e non più passivo. Diciamo che è all’ordine del giorno la rivendicazione della libertà ad
informare più che ad essere informati.” 3
Per fare questo, dice De Kerckhove, bisogna però poter contare su alcune condizioni di
base: essere in un ambito interconnesso, essere in grado di scambiare dati e
conoscenze, essere in condizione di acquisire i saperi multimediali. La realizzazione di tali
condizioni rende la rete il luogo preposto alla convivenza, sul piano psicologico, di due
elementi generalmente inconciliabili come l'individuo e la massa. Su Internet, infatti, c'è
tanta folla, eppure il singolo non si sente né fagocitato né respinto; partecipa della massa
senza temere la forza del numero, e la massa partecipa di lui senza soffocarlo. Questa
proprietà della rete è stata teorizzata dall’autore come connettività elettronica, intesa come
superamento della collettività o comunità in senso sociale o politico. Quest’ultime si sono
sempre basate sull'inclusione di alcuni e sull'esclusione di altri, mentre la connettività non
respinge nessuno.
Se da una parte, quindi, il ruolo del cittadino è quello di interessarsi alla vita pubblica e di
parteciparvi attivamente e connettivamente, di contro, il ruolo dello Stato è quello di
rendere possibile tale processo, tramite una garanzia di trasparenza e di libero accesso
alle scelte governative.
Spingendosi ancora oltre, De Kerckhove arriva a teorizzare che lo sviluppo delle
tecnologie potrebbe rivitalizzare il vecchio sogno di una società senza Stato, o meglio di
una società con un governo «on demand» ossia su richiesta.
Tale governo, per prendere forma, necessiterebbe di due ingredienti fondamentali: da un
lato, come detto finora, la connessione di tutti i cittadini alla rete, dall’altro una nuova
modalità di gestione, l’e-goverment, ovvero la burocrazia smaltita online, tramite un
rapporto diretto del cittadino con l’amministrazione attraverso il web.
Grazie all’e-government la maggior parte dei servizi offerti dalle amministrazioni saranno a
disposizione dei cittadini on-line. In tal modo si ridurrà notevolmente l’apparato burocratico
e i processi amministrativi diverranno più trasparenti. In pratica, l’idea del governo

3
Vedi http://www.articolo21.info

8
elettronico si basa sul presupposto che il governo diventi effettivamente un servizio
pubblico, cioè quello che in realtà avrebbe sempre dovuto essere.
In conseguenza di tali cambiamenti istituzionali, anche la politica in futuro si orienterà
sempre più verso la funzione amministrativa, abbandonando le ideologie di partito.
“Soltanto a questo punto – dice infatti De Kerckhove – si potrebbe celebrare la messa da
requiem per il governo politico classico, fatto di partito, di ideologia, di lotta tra
schieramenti, di potere di indirizzo… perché in fondo – continua – spesso sembra che si
possa fare molto bene anche senza”4.
Auspica, quindi, la nascita, all’interno di una politica progressista, di una nuova logica di
welfare: un welfare multimediale che permetta alla propria comunità di non essere
subalterna sul terreno della produzione di senso internazionale e garantisca al singolo
cittadino di poter partecipare, in condizioni di parità, alla competizione dei saperi.
L’autore, inoltre, non solo si dedica alla mera speculazione teorica su tali ipotetiche e
auspicabili nuove forme di governo, ma si spinge anche a riflettere sul possibile ruolo che
le attuali amministrazioni possono concretamente svolgere. Ad esempio, prendendo parte
al dibattito all’interno del contesto italiano, afferma: “Ho detto che il governo deve fare il
proprio dovere, così i comuni e gli enti pubblici, i municipi. È importante dare il massimo
accesso a Internet, pari solo al 15%, oggi, in Italia. Non si deve aspettare che ci sia una
specifica offerta, da parte dei fornitori del servizio”5.
Tali cambiamenti politici, avranno come effetto diretto la nascita di un necessario nuovo
patto di cittadinanza fra governati e governanti, rimodellato alla luce delle potenzialità
offerte dalla rete e basato sulla comunicazione come elemento abilitante all’esercizio dei
diritti civili.
Questo nuovo universo politico e sociale è definito dall’autore come “repubblica
elettronica”, uno spazio comune di servizi che va oltre ogni frontiera. Un mondo
multiculturale dove, di comune accodo, le principali culture e religioni accettano di
convivere nella tolleranza.
La nascita di questa diversa “repubblica” presuppone necessariamente anche la
fondazione di un’etica diversa, rispettosa dall’ambiente e delle culture. Si tratta di una
nuova etica, basata sul modello del civismo implicito in ogni idea di repubblica, che
dovrebbe condurre a un insieme coerente di diritti e privilegi e anche di responsabilità, sia
locali che globali. Secondo De Kerckhove, infatti,
”Noi ormai siamo scissi: siamo una persona in carne ed ossa e allo stesso tempo una
4
Vedi http://www.ildue.it
5
Vedi http://www.emigrati.org

9
persona digitale, la cui vita scorre sulla rete. Abbiamo bisogno di una nuova etica, di
un’etica elettronica che rispetti la persona digitale, la sua identità.”6
Oggigiorno, è già possibile intravedere le premesse di questa nuova etica, per esempio
nella revisione a cui è sottoposta la politica o nella tutela dell’ambiente naturale e sociale.
Per di più esiste una coscienza delle responsabilità ecologiche, che non consiste
solamente nel riciclo dei rifiuti urbani, ma anche nell’orientare gli investimenti finanziari
personali verso imprese socialmente ed ecologicamente responsabili. Ciò che si può
definire «globalismo» implica l’obbligo di rispettare le alterità delle culture e le diversità,
anche semplicemente nel modo di parlare degli altri o con gli altri. Il multiculturalismo, o
l’utilizzo di una politica di coesistenza pacifica tra le diverse culture, sembra, allo stato
attuale, l’unica via percorribile per il raggiungimento di quella condizione di equilibrio e
rispetto reciproco in cui ogni singolo individuo arriva a considerare, come profetizzato da
McLuhan, “il mondo intero come l’estensione della propria pelle.”
In concomitanza al discorso sull’etica, infine, De Kerckhove non può sottrarsi ad una
parallela riflessione circa l’opportunità e/o necessità di forme di regolamentazione e
controllo nella e sulla rete.
Secondo l’autore tale tipo di controllo risulta difficile da realizzare. In teoria, afferma,
invocando la ragion di Stato o il segreto militare, sarebbero possibili varie forme di
interferenza o di proibizione sulla rete o attraverso la rete. Nella pratica, però, queste
andrebbero tutte a urtare contro principi costituzionali o diritti di libertà universalmente
riconosciuti e sanciti. Ci ha provato la Francia, riflette, a porre dei limiti severi, ci hanno
provato gli Stati Uniti a fare delle schedature, ci ha provato la Cina a controllare l'accesso
a Internet dei cittadini cinesi e l'accesso degli osservatori esterni alla intranet cinese, e
tutto è rientrato in gran fretta, tanto che allo stato attuale nessuno sembra poter assumere
il controllo della rete. Semmai, continua, ci si potrebbe aspettare che qualcuno tenti di
sabotarla, cioè di controllarla al negativo. E a questo proposito il pericolo principale
sarebbe rappresentato dai virus, l'unica cosa che potrebbe far finire in anticipo la storia del
libero web. Un controllo politico in positivo sarebbe possibile solo se la gente l'accettasse,
e la sola ragione per cui la gente potrebbe accettarlo, sarebbe quella di poter in tal modo
evitare i virus.
Mentre da un lato, quindi, De Kerckhove, sottolinea l’inevitabile impossibilità di un
controllo di natura istituzionale o governativa, dall’altro intravede nell’autocontrollo e
nell’educazione del cittadino all’utilizzo consapevole della rete l’unica strada percorribile

6
Vedi nota 4.

10
per il raggiungimento di quello stato di integrazione globale fondata sul principio
dell’inclusività.
In conclusione, dunque, il suo auspicio è quello della stipulazione di una carta dei diritti
civili per la tutela della “persona digitale”, che punisca gli abusi e protegga i dati che la
riguardano.

STEFANO RODOTA’7

I nuovi media, le forme di socialità emergenti, gli eccessi che scandiscono l’immaginario
postmoderno e la rete intesa come paradigma del nuovo sistema mediale, costituiscono
culture e tecnologie in grado di assecondare una via d’uscita? In che direzione? Attraverso
le dieci tesi sulla Democrazia Rodotà tenta di rispondere alla sfida di comprendere in che
modo potrà snodarsi l’intreccio – l’inscindibile e sempre fondante rapporto – tra forme di
potere, vita quotidiana e piattaforme comunicative.

Dieci tesi sulla Democrazia


1. Stefano Rodotà propone una doppia visione della Democrazia, da un lato una
Democrazia di tipo rappresentativa e diretta che si caratterizza per una forma di
partecipazione intermittente, e dall’altro una di tipo continua. Mentre nella Democrazia
diretta i cittadini vengono interpellati periodicamente, nella Democrazia continua la voce
del cittadino può levarsi in qualsiasi momento e da qualsiasi luogo. Internet è stato un
formidabile incubatore di forme di partecipazione dal basso della politica, internet ha dato
l’avvio ad una vera e propria rivoluzione che ha scardinato gli antichi e ormai logori legami
sociali e politici e accelerato i fenomeni di deterritorializzazione , internet ha contribuito alla
nascita di un mercato globale e di nuove forme di controllo ma anche la nascita di
comunità free software e open source “ protagoniste di uno straordinario esperimento di
socialismo informatico” (Formenti, 2004).

7
Rodotà, Stefano
(Cosenza, 1933) Insegna Diritto civile all’Università di Roma “La Sapienza”, è stato presidente
dell’Autorità garante per la protezione dei dati personali. E’ membro dell’European group on ethics
in science and new technologies e del Legal advisory board for market information della
Commissione europea. E’ stato vicepresidente della Camera dei Deputati.

11
2. Alcuni autori sostengono la presenza di uno spazio politico che tende a “mimare” lo
spazio elettronico, con una conseguente configurazione della società come “società dei
flussi” nella quale si trasformano le identità e i significati individuali e collettivi. Rodotà va
oltre questa lettura della società, sostenendo che l’osservazione di questi ultimi anni ci
suggerisce una prospettiva differente nella quale le novità delle forme della politica si
avvalgono delle innovazioni tecnologiche, ma non si risolvono integralmente in esse. Per
esempio nel 1999 la grande manifestazione di Seattle non sarebbe stata possibile senza
interne, ma il senso di quella preparazione avvenuta nello spazio virtuale si potè cogliere
solo quando persone reali si ritrovarono in spazi reali. In quel momento Seattle apparve
come il centro del mondo perché le immagini di quelle giornate raggiungevano ogni angolo
della terra attraverso la “vecchia” televisione. Rodotà quindi sostiene la presenza di un
modello che integra mezzi diversi e l’emergere di una “mixed reality” , non la cancellazione
dei vecchi media a opera dei nuovi.
3. Internet è un immenso spazio pubblico, e non deve esser né privatizzato, né
colonizzato. In vero, ci sono delle forze che però possono ridefinire questo
spazio…internet non è più lo spazio dell’infinita libertà, di un potere anarchico che
nessuno può domare…è oramai un luogo di conflitti, dove la libertà viene presentata come
nemica della sicurezza e il pensiero sfida la censura. Quindi se non si considera internet
come uno spazio costituzionale con delle garanzie adeguate, possono prevalere solo le
ragioni del controllo e delle logiche di mercato. Bisogna impedire la prevaricazione del
“totalitarismo del consumismo” (Barber, 1998), bisogna impedire che la sfera pubblica e
privata vengano inglobate nella sfera della produzione e dello scambio. Internet e il
cyberspazio devono rimanere disponibili per consentire reali possibilità di sperimentazione
di nuove forme di Democrazia.
4. Le tecnologie dell’informazione e della comunicazione influenzano in modo
determinante la sfera della politica in particolare con le e-government. La diffusione del e-
government porta la trasparenza dell’azione pubblica, ma limitandola a semplificazioni
procedurali, alla diminuzione dei costi di transazione nelle relazioni tra i cittadini e
all’interno degli apparati pubblici. Quindi la digitalizzazione dell’amministrazione pubblica
non è garanzia di risultati sempre democratici e non è possibile separare la questione del
e-government da quella del e-democracy. La produzione di democrazia attraverso l’e-
government non può esser affidata alla sola tecnologia, ma necessita di forti e chiare
politiche pubbliche. L’e-government può diventare davvero democratico solo se il contesto

12
viene orientato in modo consapevole verso gli obiettivi della democrazia intesa come
“governo del popolo” .
5. La democrazia tende sempre più ad essere interpretata come un “processo” , un
processo lento che richiede una continua acquisizione critica. Nella società attuale deve
nascere un saggio senso comune che consenta di valutare le modalità attraverso le quali
gli strumenti di informazione e comunicazione siano in grado di accrescere la qualità della
democrazia. Poiché i media producono processi di inclusione nell’ambito della sfera
pubblica, possiamo palare di “mediacrazia”, riferendoci non più solo al luogo dove si
concentra il potere, ma a un vero e proprio sistema dei media che si sta costituendo come
una sfera pubblica autonoma.
6. Gettando uno sguardo sugli attori implicati nel processo democratico, Rodotà
individua tre aree problematiche: le chiusure possibili dello spazio telematico, le sue regole
e le dimensioni democratiche nascenti. Risultano compromesse le potenzialità aperte dalle
tecnologie dalla presenza di concentrazioni monopolistiche delle nuove reti e dei nuovi
content provider. Citando Lowi, Rodotà sostiene che “la tecnologia apre le porte, il capitale
invece le chiude”.
7. Fino a poco tempo fa tutti i grandi soggetti economici presenti in internet erano
assolutamente ostili all’introduzione di qualsiasi regola proiettando l’immagine di Internet
come un luogo di libertà eterna, attualmente invece si sta verificando un netto
cambiamento all’interno del panorama telematico circostante. Proprio nel momento in cui
nascono e si sviluppano le possibilità di condividere uno scenario globale significativo, si
rischia, a causa di una eccessiva presenza regolamentativa, di compromettere l’intero
universo telematico minando le condizioni di libertà dei cittadini e più in generale della
collettività virtuale.
8. Immersa nel flusso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, la
democrazia convive con una produzione continua di raccolte di informazioni sulle persone
– diviene quindi sempre più centrale la necessità di una regolamentazione istituzionale in
questa materia. Senza una forte tutela delle informazioni individuali, le persone rischiano
di essere discriminate…la privacy si presenta così come elemento fondamentale per
garantire una società dell’ugualianza, e ancora una condizione essenziale per poter
accedere alla società della partecipazione. Senza una forte tutela del “corpo elettronico” la
libertà personale è messa in pericolo. Bisogna tentare di ampliare il dominio della società
della libertà in modo da opporre resistenza ai numerosi tentativi di controllo e
sorveglianza.

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9. La natura dei processi democratici dipende dal modo in cui si definisce la posizione
sociale dei cittadini che ne sono i primi attori. C’è una tendenza nelle dinamiche attuali a
passare da una sorveglianza mirata ad una di tipo generalizzato. Quest’ultima determina
la trasformazione di tutti i cittadini in potenziali “sospetti terroristi” di fronte ai pubblici poteri
e l’oggettivazione della persona di fronte al mercato delle imprese. Lo stato ha il potere di
disporre di qualsiasi informazione personale raccolta da chiunque indipendentemente
dalle finalità originarie della raccolta. Questa eccessiva sorveglianza generalizzata fa si
che la Democrazia ritorni ad esser intermittente, ma continua o intermittente che sia, la
Democrazia deve mantenere la propria natura di spazio libero per l’iniziativa di persone
libere.
10. Oltre ad essere cresciuta la pressione per ridurre la protezione dei dati personali in
nome della lotta al terrorismo, è anche cresciuta la consapevolezza della necessità della
protezione dei dati per la piena libertà personale. Infatti l’art. 3 e l’art. 8 della Carta dei
Diritti fondamentali dell’Unione europea sanciscono “la costituzionalizzazione della
persona”. La continuità della Democrazia esige altrettanta continuità delle garanzie che
l’accompagnano.

14
PARTE SECONDA

CASI

“Internet è il più grande spazio pubblico che l’umanità abbia conosciuto. Un


luogo dove tutti possono prendere la parola, acquisire conoscenza, produrre
idee e non solo informazioni, esercitare il diritto di critica, dialogare, partecipare
alla vita comune, e costruire così un mondo diverso di cui tutti possano
egualmente dirsi cittadini. Internet sta realizzando una nuova, grande
redistribuzione del potere. Per questo è continuamente a rischio. In nome della
sicurezza si restringono libertà. In nome di una logica di mercato miope si
restringono possibilità di accesso alla conoscenza. Alleanze tra grandi imprese
e stati democratici o autoritari cercano di imporre nuove forme di censura.
Internet non deve divenire uno strumento per controllare meglio i milioni di
persone che se ne servono, per impadronirsi di dati personali contro la volontà
degli interessati, per chiudere in recinti proprietari le nuove forme della
conoscenza. Per scongiurare questi pericoli non ci si può affidare soltanto alla
naturale capacità di reazione di Internet. È tempo di affermare alcuni principi
come parte della nuova cittadinanza planetaria: libertà di accesso, libertà di
utilizzazione, diritto alla conoscenza, rispetto della privacy, riconoscimento di
nuovi beni comuni. Solo il pieno rispetto di questi principi costituzionali
consentirà di trovare il giusto equilibrio democratico con le esigenze della
sicurezza, del mercato, della proprietà intellettuale. E’ tempo che questi principi
siano riconosciuti da una Carta dei Diritti. Chiediamo a tutto il popolo della

15
Rete, alle donne e agli uomini che lo costituiscono, di collaborare con la loro
libertà e creatività a questo progetto, e di far sentire la loro voce ai governi di
ciascun paese perché lo sostengano”.
(Carta dei diritti della Rete, Tunisi mon Amour ).

Per evidenziare l‘impellente esigenza di una Carta dei Diritti della Rete che garantisca
reali forme di Democrazia telematica e non solo, poniamo di seguito una serie di esempi
riferiti alle condizioni attuali di alcuni Paesi appartenenti alla nostra comunità virtuale
globale.

CASO COREA:

La differenza fra la Corea del Nord e la Corea del Sud rappresenta un caso applicativo
emblematico di come l’assenza o la presenza di uno stato democratico possa
condizionare la libertà di accesso alla rete. De Kerckove ritiene che il punto di svolta
dell'umanità contemporanea, più della stessa invenzione della Radio-Tv o di Internet, sia
stata l'invenzione dell'elettricità, non a caso sostiene che la differenza tra Corea del Nord,
ultimo sistema dittatoriale e disumano assoluto, e Corea del Sud, paese relativamente
molto più democratico e libero, sta nelle foto satellitari che rappresentano una Corea a
Nord, buia e con poche ore di elettricità al giorno, d'altra parte Paese con pochissimi
accessi Internet e con cellulari riservati ad una ristrettissima elitè, e una Corea del Sud
illuminatissima e superconnessa e leader nella telefonia mobile.

CASO CINA:

La Cina sta vivendo una complessa e contraddittoria congiuntura: un intenso sviluppo


economico spinto dall'adozione del modello liberista che si accompagna ad un assetto
politico estremamente rigido e soffocante, volto insomma a subordinare ed ingabbiare i
diritti umani per non scalfire il processo di crescita in atto. Il Paese quindi ha dato forte
impulso ad Internet, ma solo nella misura in cui questo avrebbe potuto contribuire
all'ulteriore espansione dell' economia: basti pensare al compromesso accettato dal
motore di ricerca Yahoo che ha dovuto implementare i dispositivi di censura decisi dal

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governo cinese impedendo agli internauti di fare ricerche o postare pezzi su temi quali
"diritti umani", "minoranze etniche", "Piazza Tien Ammen", "indipendenza di Taiwan". Le
autorità cinesi riescono comunque ad esercitare sistematicamente tali controlli a
prescindere dalla collaborazione dei motori di ricerca: si pensi al tentativo di chiudere
Google nel 2002, poi fallito ed a cui si è ovviato attraverso il temporaneo blocco della
connessione dell'utente che digita parole come "democrazia", "libertà" e "cristiano".
Spesso poi il governo è ricorso a firewall di censura preventiva che impediscono la ricerca
attraverso l'utilizzo di determinate parole o espressioni, quali "verità" e "democrazia". Oltre
alle misure censorie, particolarmente gettonato é il dirottamento: in seguito alla digitazione
delle suddette parole, si viene cioè rinviati verso altri siti o l'Url viene definito non valido. Il
governo cinese ormai pare essersi specializzato nella censura telematica , che assume le
più diverse forme; tra i bersagli preferiti ci sono gli Internet cafè, 12mila dei quali sono stati
chiusi lo scorso anno, sembra anche a causa delle pressioni dei genitori, allo scopo di
proteggere i giovani fornendo loro un ambiente migliore. In alternativa alla chiusura, il
governo ricorre spesso al controllo attraverso appositi dispositivi informatici installati
all'interno dei cybercaffè. Tempi duri questi per chi vuole fare informazione, specialmente
in alcune zone "calde", quali i Paesi orientali come la Cina, dove vengono
sistematicamente violate le più elementari libertà e chi "osa" far valere i propri diritti viene
spesso incarcerato sine die. Ultimo in ordine di tempo a subire questo trattamento Du
Daobin, cittadino cinese in prigione dal 28 ottobre scorso ed accusato formalmente di aver
attentato alle istituzioni socialiste con i suoi articoli pubblicati in rete. Ma non finisce qui: la
Cina è anche il Paese in cui si può essere processati per aver messo in Rete articoli
contenenti estratti di canzoni punk. Ne sa qualcosa Zhang Lin, colpevole di aver postato
dei pezzi contenenti alcuni testi del gruppo cinese Pangu, con i quali avrebbe
“danneggiato l’unità nazionale, la sovranità e l’integrità territoriale diffondendo falsità che
avrebbero disturbato l’ordine sociale e compromesso l’equilibrio sociale

CASO BRASILE:

l Brasile di Lula ha deciso di fronteggiare il problema del digital divide: è previsto infatti
per la fine del mese il lancio del piano Pc Conectado (= pc connesso), che mira ad
accrescere il tasso di penetrazione dei dispositivi informatici negli strati più disagiati della
società e a favorire la diffusione degli strumenti tecnologici in ambito domestico, dove a

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tutt’oggi sono presenti in una percentuale pari ad appena il 10%. Il livello di
alfabetizzazione informatica del Paese è piuttosto basso: si pensi che i computer venduti
legalmente sono meno di un milione però, sommati a quelli che circolano nel mercato
nero, consentono di arrivare ad una cifra vicina ai quattro milioni. Attraverso il programma
Pc Conectado il governo si propone di raddoppiare il numero di pc legalmente venduti;
l’obiettivo,forse alquanto ambizioso, è stato definito da Cesar Alvarez, collaboratore del
Presidente incaricato dello sviluppo del piano, “assolutamente fattibile”.
L’elezione di Lula ha infatti suscitato numerose aspettative, speranze di riscatto e rilancio
del popolo brasiliano sotto ogni punto di vista. Ora è importante verificare cosa è rimasto
di quell’anelito all’emancipazione ed attraverso quali strumenti il governo gli ha dato corpo
e sostanza. Un programma quale Pc Conectado può far molto in questo senso, se portato
avanti energicamente, e costituire un esempio interessante, magari un modello da cui
partire e su cui lavorare per altri Paesi.

CASO INDIA:

Internet porta all'estreme conseguenze l'età dell'elettricità perché è trasparenza. Nello


Stato dell'India la corruzione è stata quasi debellata perché lo Stato ha messo in Rete tutte
le informazioni riguardo ai soldi pubblici, a come vengono spesi e a chi vengono dati.
Trasparenza come base per la decisione e il coinvolgimento dei cittadini in un'epoca post-
ideologica, in cui le differenze tra partiti contano poco e niente, l'autogoverno dei cittadini
attraverso la Rete è il futuro. Per Pierre Levy, sociologo francese, ritenuto uno dei "maestri
del pensiero" della Rete, Internet diventa addirittura un'utopia salvifica per la democrazia
che con grande enfasi ritiene l'unica alternativa praticabile e vincente per il governo del
mondo e delle realtà locali: la "cyberdemocrazia planetaria".
Pierre Levy parla anche di Stato trasparente allo scopo di: scoraggiare la corruzione e
incoraggiare migliori decisioni di bilancio da parte dei politici e dei responsabili
amministrativi; ispirare fiducia da parte dei cittadini in uno stato che non ha nulla da
nascondere rispetto a loro; coinvolgere i cittadini nel governo della prosperità mostrando
loro con precisione da dove proviene il denaro dello stato e che direzione prende.

CASO USA:

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Pur essendo gli USA un paese che garantisce a tutta la sua popolazione una larga
diffusione di strumenti tecnologici e numerose possibilità di accesso alla rete, e pur
essendo gli USA un paese emblema della piena libertà di espressione individuale, di
sovente fa uso di unilaterali atti di forza su questioni di interesse globale. Infatti Michael D.
Gallagher, vicesegretario della NTIA (l'Agenzia americana per le telecomunicazioni e
l'informazione), ha dichiarato che gli Usa vogliono mantenere “sicuro” e “stabile” il sistema
di indirizzamento dei domini Internet (i cosiddetti DNS) e che quindi non intendono
adottare nessuna misura “che possa impattare negativamente sull'efficienza e l'efficacia
del DNS”. Il tutto per giustificare il fatto che l’America pretende di conservare la sua
posizione privilegiata in materia: ciò significa gestire ed “autorizzare ogni cambio o
modifica ai file di root”. Le parole di Gallagher hanno ovviamente suscitato numerose
reazioni, alcune, come quella dell’organizzazione svedese che si occupa dei domini .se,
giustamente critiche ( “piuttosto aggressivo” è stato infatti definito l’atteggiamento degli
Usa). Anche l’ esperto svedese Patrik Faltstrom ha espresso forti perplessità sulla presa di
posizione unilaterale dell’America, dichiarando che “non funzionerà nel lungo periodo se
gli USA decidono tutto da soli”. Suona invece stranamente sospetto l’atteggiamento
assunto in merito dal Giappone; il Ministero nipponico degli Interni e delle Comunicazioni
ha infatti fatto sapere tramite un suo funzionario che “dal momento che Internet viene
sempre più utilizzata per scopi personali, da aziende e via dicendo, esiste un dibattito
attorno ai benefici che possono derivare dal fatto che un solo Paese gestisca tutto questo”.
Il Centr, l’organismo che raccoglie i registri nazionali di molti Paesi europei, sembra
apprezzare l’autoritario proposito concepito dall’amministrazione Bush, in quanto ritiene
che così verrebbe “depoliticizzata” la funzione dei server di root. Non conta insomma chi
controlla le fondamenta del web, ma che chiunque se ne occupi lo faccia in modo
imparziale, operando cioè in veste puramente tecnica. A questo punto una domanda sorge
spontanea: come può il Centr credere che gli Usa siano davvero in grado di fare questo?
Ma forse prima ancora, bisognerebbe chiedersi se tale organismo sia effettivamente
convinto della fondatezza di tale dichiarazione che a molti suona invece francamente
assurda. Intanto un’interessante e valida alternativa a tutto questo è rappresentata da
Public-Root, federazione internazionale no-profit il cui intento è di offrire un proprio
network di server DNS principali; oggi questa rete è composta già da 13 server che
consentono il corretto indirizzamento in Internet.

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Public-Root potrebbe insomma gettare le basi per la costruzione di un network
autonomo, in grado di scongiurare l’abbraccio mortale e la sistematica ingerenza degli
Usa. Iniziative quali Public-Root non solo contribuiscono a tenere viva l’attenzione e
stimolare il dibattito circa il presente ed il prossimo futuro di Internet, ma dimostrano anche
che nonostante tutto, è ancora possibile concepire una gestione multilaterale, condivisa e
partecipata della Rete. Progetti come questo ci fanno capire che è ancora possibile
scongiurare il rischio che l’unilateralismo figlio del pensiero unico dilaghi, non solo in
materia di tecnologia, ma anche in ogni altro ambito della vita umana. Per arrivare a
questo è comunque fondamentale che gli organi internazionali, così come i singoli Paesi,
abbiano finalmente il coraggio di prendere posizione ed assumere di conseguenza
decisioni sulle varie questioni che di volta in volta si impongono all’attenzione dell’opinione
pubblica. A tutt’oggi infatti il comportamento di chi a vario titolo è chiamato a
rappresentarci è stato piuttosto deludente: lo strapotere Usa è destinato insomma a
restare un qualcosa di intoccabile e indiscutibile?

CASO EUROPA:

Il Consiglio Europeo ha deciso di approvare uno dei più discussi provvedimenti in campo
informatico senza il consenso della maggioranza. A nulla è servita l'opposizione del
Parlamento che chiedeva la discussione del testo della direttiva. E' stata così scritta una
delle più tristi pagine della storia della neonata CE evidenziando i limiti della Costituzione
Europea, eccessivamente controllata dal Consiglio e dalle pressioni dei potenti di turno.
Con la legalizzazione di questi brevetti viene in sostanza sancita la morte dell’Open
Source e del mercato del software italiano ed europeo. A uscire rafforzata dalla suddetta
direttiva è principalmente Microsoft, seguita a ruota dalle altre aziende che lucrano in
campo informatico (es. Philips, Sony…). Se la brevettabilità dell’hardware (già prevista
dall’attuale Diritto dell’UE) potrebbe, se correttamente interpretata, essere una giusta
difesa per coloro che investono tanto in innovazione, quella del software non fa altro che
bloccare la libera iniziativa dei soggetti sostenitori del software libero che vogliono
condividere (gratuitamente o meno) le opere frutto del proprio ingegno con altri utenti. Un
brevetto sulle idee (di questo di tratta) non è concepibile. Probabilmente non si è tenuto
conto che la direttiva non comporterà un aumento di guadagni per Microsoft & Co. ma solo
la morte della libera iniziativa. Chi prima aveva il piacere di contribuire all'implementazione

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dei vari tipi di applicativi ormai eviterà di farlo portando a una globale involuzione del
sistema. Gli applicativi dei colossi mondiali infatti sono già divenuti standard e non hanno
nulla da temere nel confronto col software libero che è un fenomeno "di nicchia". Il
maggior beneficio tratto dai potenti concerne le "barriere all'ingresso" per le nuove aziende
che limiterebbero la libera concorrenza nel settore formando delle vere e proprie lobby.
L'ultima speranza è che l'Europarlamento non approvi in seconda lettura la direttiva. Ma le
probabilità che ciò accada sono poche.

CONCLUSIONI

Con questo elaborato abbiamo voluto focalizzare l’attenzione su una questione di grande
interesse oggi: la democrazia e il modo in cui la rete e quindi tutte le tecnologie possono
contribuire alla sua più piena evoluzione. E’ vero che la rete può esser un contributo a
una crescita della coscienza democratica, e non solamente della coscienza, ma anche dei
più ampi aspetti operativi della cittadinanza? Il cittadino può e deve avanzare delle
proposte?
Sono questi esempi di domande che dovremmo porci e da cui dovremmo partire per
sviluppare un’ attenta riflessione circa il valore unico e irripetibile che la rete detiene, e
circa le immense potenzialità che se usate nei modi corretti e responsabili possono portare
ad un ‘ amplificazione del carattere democratico e civile della nostra società e dell’intera
comunità globale.
E’ necessario riflettere sui liberi modi in cui gli individui possono interagire sia “con” che
“nella” rete, e inoltre, valutare il rischio insito in questa libertà … E’ giusto porre dei limiti?
Qual è il confine che segna l’inizio della libertà personale e al contempo la fine di quella
dell’altro? Ecco che ci troviamo davanti ad un grande è paradosso: quello della
demarcazione tra regolamentazione e la liberalizzazione della rete.
L’idea che le nuove tecnologie della comunicazione implichino una rottura con il passato
e aprano una breccia per il passaggio del progresso è ben radicata.
Internet è un artefatto culturale che esiste, in modo discorsivo e strategico, socialmente e
politicamente.
Internet è un’istituzione che contribuisce alla definizione di altre macrostrutture,
economiche, sociali e politiche. L’adozione delle nuove tecnologie informative e
comunicative nelle democrazie avanzate ha quasi eguagliato la diffusione della
televisione, della

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radio e della stampa, sembra quindi offrire nuove possibilità di partecipazione politica
direttamente a cittadini, gruppi politici e istituzioni.
La partecipazione tramite Internet, vista la natura della rete, tende a trascendere confini
nazionali e istituzionali, e ad innescare nuove pratiche di cittadinanza, mediatica e
culturale accelerando il pluralismo politico, per la sua capacità di catalizzare processi che
diversamente rimarrebbero inerti.
Più in generale, le nuove tecnologie creano camere di risonanza per la voce dei cittadini
e favoriscono lo pluralismo socio-culturale. In altre parole, Internet e le altre tecnologie
della comunicazione interagiscono con lo sviluppo socio-politico nelle democrazie
occidentali avanzate.
L’idea che accomuna la maggior parte degli scritti sulla democrazia elettronica è
l’assunto che il potenziale democratico di Internet discende direttamente dalla capacità
dei
nuovi media di decentralizzare la produzione ed il consumo del messaggio politico e
sociale.
Si auspica un tentativo di ristrutturare e ricentralizzare il potere democratico della rete
attorno a poli non istituzionali: il cittadino, la comunità e il discorso sociale.
Si auspica infine, l’identificazione “di nuove regole etiche, nuovi linguaggi e modelli sui
quali basare la costruzione della società virtuale. E’ indispensabile sviluppare nuove
scuole di pensiero, far nascere la Nuova Atene” (M.A.Garito8).

8
Maria Amata Garito: Professore Ordinario di "Tecnologie dell'Istruzione e dell'Apprendimento",
Facoltà di Psicologia, Università degli Studi di Roma La Sapienza”, Rettore dell’Università
Telematica Internazionale UNINETTUNO, Direttore del Network NETTUNO
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BIBLIOGRAFIA

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processi cognitivi, McGraw-Hill, Milano.

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