Sei sulla pagina 1di 27

TEODERICO:

UN SAGGIO SOVRANO TRA DUE CULTURE

INTRODUZIONE.......................................................................................................................2
CAPITOLO 1 - CENNI STORICI...............................................................................................3
1.1 Perché Teoderico può essere considerato storicamente «grande»?....................................3
CAPITOLO 2 – AMMINISTRAZIONE DELLO STATO ........................................................5
CAPITOLO 3 - POLITICA ECONOMICA................................................................................7
CAPITOLO 4 – LA VITA CULTURALE .................................................................................9
CAPITOLO 5 - ORDINAMENTO GIUDIZIARIO..................................................................10
CAPITOLO 7 - POLITICA ESTERA.......................................................................................14
CAPITOLO 8 - SVILUPPO EDILIZIO ED ARTISTICO .......................................................17
8.1 Renovatio urbis Ravennæ – La città all’epoca di Teoderico ...........................................18
CAPITOLO 9 – I MONUMENTI TEODERICIANI DI RAVENNA......................................23

1
INTRODUZIONE

La nostra civiltà è in crisi e si trova a vivere qualcosa di simile a quanto già accaduto nel periodo del
tardo impero romano. Non si può non rimanere colpiti dalle profonde analogie tra la situazione in cui
versa oggi l'Occidente e quella del periodo romano intorno al V secolo.
Gli eventi dell'Impero sono lontani, ma la decadenza morale è simile ad allora1 e le cronache
quotidiane ce lo dimostrano: corruzione, vizi, violenza sono all’ordine del giorno.
In questa analogia, tra presente e passato, spiccano anche i problemi di convivenza tra etnie diverse e
la difficoltà ad accettare il barbaro, «lo straniero».
Gli Italici avevano leggi, usanze, lingua e religione già fortemente radicate, ed è quindi ragionevole
pensare che le prime migrazioni delle popolazioni germaniche fossero percepite dalla collettività
romana come un pericolo.
In realtà erano le basi stesse dell’impero ad essere in pericolo: vi erano scontri interni – dovuti anche
alle continue usurpazioni – che sguarnivano le frontiere ed una spaventosa crisi finanziaria e
demografica che rendeva impossibile mantenere eserciti numerosi ed efficienti.
In questa situazione i Romani avevano bisogno dei barbari che avrebbero potuto risolvere la crisi
demografica ed economica, ma la diffidenza impediva loro di riconoscere il desiderio di tanti germani
di venire accolti e di valutare correttamente la fedele collaborazione a difesa dell’impero dei
numerosi ufficiali di origine barbara già arruolati nell’esercito.
Questa premessa ci porta a spiegare perché si é ritenuto opportuno mettere in evidenza l’opera di
Teoderico, re degli Ostrogoti il quale, millecinquecento anni fa durante il proprio regno, mise in atto
un tentativo di superare il contrasto tra goti e romani e di trovare una soluzione che evitasse la
sopraffazione dell’uno sull’altro riuscendo a governare, conciliando, due comunità profondamente
diverse tra loro.
Teoderico non cercò di unificare i due popoli, ma di mantenere le rispettive identità in ogni settore
della vita pubblica, mediando tra orgoglio nazionalistico e ragion di stato.
La politica avversa dei Bizantini, alleanze sbagliate e soprattutto problemi religiosi, vanificarono
questo sogno rimandando a qualche secolo dopo la costruzione di un’Europa diversa.
L’elaborato si apre con una breve introduzione storica per meglio comprendere quali furono gli eventi
che portarono Teoderico al potere, cui fanno seguito i provvedimenti che assunse nei diversi ambiti
dell’amministrazione dello Stato. Al termine viene presa in esame – dal punto di vista
storico/monumentale – la città di Ravenna per scoprire quanto Teoderico ha lasciato alla città che fu
capitale del regno.

1
Lawrence M.F.Sudbury, I germani gli uomini della libertà, www.mondimedievali.net/Barbar/germani02.htm
Anche Salviano da Marsiglia nel suo De Gubernatione Dei evidenzia i problemi profondi dell’Impero
causati anche dallo strapotere dei funzionari pubblici, da giudici corrotti ed esattori violenti e disonesti.
2
CAPITOLO 1 - CENNI STORICI

Teoderico, valoroso guerriero, intelligente politico e generoso mecenate, nacque in Pannonia verso il 454
e morì a Ravenna nel 526, figlio del Re ostrogoto Teodemiro, crebbe e fu educato alla Corte bizantina
dove rimase, trattenuto in ostaggio, dagli 8 ai 18 anni.
Per ricostruire la storia di Teoderico dobbiamo ricordare gli avvenimenti che portarono alla sua
incoronazione.
Dagli inizi del V secolo, l'impero romano d'Occidente con capitale Ravenna, dovette subire le incursioni
dei Visigoti (401-410), i ripetuti saccheggi operati dalla flotta dei Vandali e l'arrivo degli Unni di Attila
nel 451-452.
Il primo vero governo barbarico della penisola, dopo la deposizione nel 476 di Romolo Augustolo ultimo
imperatore d'Occidente, fu quello dello sciro Odoacre che però non rivendicò per sé il titolo di imperatore,
ma rimise il potere all’imperatore d’oriente Zenone, divenendo – di fatto – un semplice funzionario
imperiale.
Dodici anni più tardi, Zenone – che temeva che il consolidamento del potere di Odoacre in Italia e la sua
espansione verso la Dalmazia potesse mettere a rischio l’impero – strinse un accordo con Teoderico che
nel frattempo era divenuto re degli Ostrogoti, per spodestare Odoacre e assumere, in nome dell’autorità
imperiale, il governo dell’Italia.
Zenone gli conferì il titolo ufficiale di Patricius e, nel 488, alla testa di circa centomila uomini, Teoderico
varcò le Alpi orientali. Odoacre e Teoderico si scontrarono nel 489 sull’Isonzo, poi a Verona e infine
sull’Adda in una logorante guerra di movimento. Odoacre si arroccò a Ravenna che offriva grandi
vantaggi sia perché circondata da paludi, sia per la vicinanza al mare che offriva una via di rifornimento
non presidiabile.
Dopo quasi tre anni di assedio Teoderico riuscì ad organizzare una piccola flotta che, partendo da Rimini,
bloccò i rifornimenti via mare costringendo Odoacre, privo di approvvigionamenti, alla capitolazione.
Iniziava così, nel 493, il regno ostrogoto in Italia.

1.1 Perché Teoderico può essere considerato storicamente «grande»?


Bisogna premettere che quando gli Ostrogoti giunsero in Italia non erano completamente privi di
acculturazione romana. Infatti la romanizzazione si era andata sviluppando prima, grazie alle relazioni
mercantili tra il mondo romano e gli insediamenti goti nella regione della bassa Vistola, poi grazie ai
numerosi contatti tra le province orientali dell'impero e i Goti stanziati a nord del Mar Nero, quindi
durante il periodo in cui furono stanziati come fœderati dell'impero nella Pannonia e nella Mesia inferiore.
Rispetto ad altre popolazioni germaniche della stessa epoca come i Vandali, i Visigoti e i Burgundi, la
romanizzazione degli Ostrogoti però era ancora di modesta portata, e fu proprio l’opera di Teoderico,
seppur nella breve vita del suo regno, a velocizzare il processo di romanizzazione e integrazione del suo
popolo2.
Infatti Teoderico fu il primo invasore della nostra penisola che, dopo la caduta dell'Impero Romano, si
2
B.Luiselli, Teoderico e i gli Ostrogoti tra romanizzazione e nazionalismo gotico in Teoderico e i goti tra Oriente
e Occidente a cura di Antonio Carile, Ravenna, Longo 1995, pag.298
3
insediò in Italia con la precisa volontà di creare una monarchia germano-italica3 cercando di favorire la
pacifica convivenza tra i due popoli. Nella prima delle Variæ di Cassiodoro «il re esprime all'imperatore
Anastasio I la propria volontà di concordia con l'imperatore stesso e col mondo romano, e più
specificamente proclama la sua volontà di imitazione del governo imperiale e si dichiara consapevole
della conseguente superiorità del regno ostrogoto sugli altri regni barbarici. Enunciazione, dunque, di un
intento politico, che era, al tempo stesso, intento di romanizzazione, e coscienza dell'autorevolezza
derivantene: nessun altro regno impiantatosi nella Romània aveva avuto un sovrano così nettamente
orientato sulla via della romanizzazione»4.
E in qualche misura riuscì nel suo intento: gli anni compresi tra il 493 e il 526 furono, secondo la
definizione dell'Anonimo Valesiano, «trent'anni di prosperità in Italia, e per questo i romani lo
paragonarono a Traiano e Valentiniano»5.
Procopio di Cesarea racconta «Ebbe straordinaria cura della giustizia e mantenne salde le leggi.
Salvaguardò il territorio dai barbari ch’erano attorno ai confini, grazie all’intelligenza ed al valore di cui
toccava i vertici più alti. Non faceva personalmente pressoché nessun torto ai sudditi, né ad altri
consentiva tentativi del genere; salvo che i goti si divisero tra loro quella parte di terre che Odoacre aveva
elargito ai complici del suo colpo di stato. Teoderico fu un tiranno di nome, ma di fatto fu un autentico
imperatore, non inferiore a nessuno di quelli che in tale dignità si illustrarono. I goti e gli italiani erano
innamorati di lui oltre ogni umana misura. Teoderico visse ancora trentasette anni e poi morì: era stato il
terrore di tutti i nemici, si fece rimpiangere molto dai sudditi»6.
Non dobbiamo però pensare che Teoderico volesse la «fusione» dei due popoli o che tendesse alla
«romanizzazione» degli Ostrogoti. Egli era troppo «germanico», troppo fiero delle proprie origini etniche
e culturali per rinunciarvi a favore della romanità.
Cresciuto alla corte di Bisanzio, amava e apprezzava la cultura classica, ma se approvò e ammirò la
romanità fu soprattutto perché la ritenne il mezzo più adeguato per governare gli Italici.
Da parte loro, gli Italici, pur disprezzando gli Ostrogoti per la loro mancanza di cultura ed i modi rozzi e
militareschi, erano tuttavia soddisfatti della loro presenza: essi avevano assicurato ed assicuravano ordine,
tranquillità, pace e una conseguente prosperità e tolleranza.

3
A.Giovanditto, Teodorico il Grande e i suoi goti in Italia, Novara, Europia 1993, pag.11
4
B.Luiselli, Teoderico e i gli Ostrogoti tra romanizzazione e nazionalismo gotico in Teoderico e i goti tra Oriente
e Occidente a cura di Antonio Carile, Ravenna, Longo 1995, pag.299
5
T.S.Brown, Everyday life in Ravenna under Theoderic: an example of his "tolerance" and "prosperity", pag.91
spoglio da Teoderico il Grande e i goti d'Italia, Spoleto, Centro italiano di studi sull'alto Medioevo, 1993
6
Procopio di Cesarea, La guerra gotica a cura di Filippo Maria Pontani, La Spezia, Club del libro Fratelli
Melita 1981 citato in G.Caravita, Teoderico I goti a Ravenna, Rimini, Luisé 1993, pag.31
4
CAPITOLO 2 – AMMINISTRAZIONE DELLO STATO

Teoderico era soltanto un rappresentante dell'imperatore bizantino, la sua sovranità era limitata all’Italia,
il suo titolo non era ereditario ed egli faceva le funzioni del potere di Bisanzio su una regione dell'impero
bizantino. L'Italia era dunque governata da un re che doveva avere, per regnare, il riconoscimento
dell'imperatore bizantino e che era in definitiva un «luogotenente» di Bisanzio. Teoderico era un rex, non
un Augustus. Poteva nominare funzionari amministrativi la cui nomina però, per essere pienamente valida
e legittima, doveva essere confermata dal governo di Bisanzio. Inoltre Teoderico poteva emanare decreti
ed editti in Italia, ma non leggi poiché legiferare era esclusiva prerogativa del governo bizantino. Stando
così le cose, necessariamente Teoderico dovette applicare una prudente politica interna.
Dall'altra parte gli Ostrogoti non avrebbero saputo creare una nuova amministrazione, data la loro ancora
rudimentale struttura sociale e, del resto, non sarebbe stato neppure prudente per Teoderico impegnarsi
nella modifica di istituzioni secolari come quelle instaurate a suo tempo da Roma.
Per tutte queste ragioni rimasero inalterate a Roma e nelle province italiche l'amministrazione e le
magistrature romane. Ravenna continuò ad essere la capitale del regno ostrogoto d'Italia e qui risiedeva il
Prefetto del Pretorio. A Roma invece si trovava il vicarius urbis da cui dipendevano le otto province
suburbicarie. Il numero delle province rimase immutato e ciascuna provincia era governata da un Judice
nominato direttamente da Teoderico; gli Judices erano anche i supremi amministratori provinciali della
giustizia.
Per ridurre – quanto più possibile – gli attriti tra le due comunità si cercò di dare ad ognuna di esse un
ruolo ben preciso.
L'amministrazione civile fu lasciata dal sovrano ostrogoto, un po’ per forza ed un po’ per scelta politica,
in mano agli Italici, la funzione militare fu affidata agli Ostrogoti.
Cittadini erano tutti gli Italici ed essi dovevano svolgere le loro attività per il benessere della nazione
intera, soldati erano gli Ostrogoti che avevano il compito di proteggere e difendere. Comandante supremo
delle forze armate era Teoderico, sebbene egli, sempre più assorbito dagli affari di governo, affidasse in
misura crescente gli incarichi militari operativi ai propri comandanti denominati Comites.
Non mancarono però alcune cariche civili e politiche riservate agli Ostrogoti.
Infatti alcuni consiglieri di casa reale, i cosiddetti Maiores domus erano goti così come i Saiones,
funzionari dipendenti dal «Maestro degli uffici» che avevano l'incarico di trasmettere gli ordini del re e
facevano da mediatori tra le due comunità.
Esisteva anche il cosiddetto «Comitato Imperiale» di cui facevano parte, anche se in forma soltanto
consultiva, alcune personalità ecclesiastiche cattoliche. Tale Comitato era «sorvegliato» dal Comes
armiger, il «Portatore di spada» che era sempre ostrogoto.
Tuttavia non si deve pensare ad un'Italia divisa da una sorta di apartheid: gli Ostrogoti da una parte e gli
Italici dall'altra. I matrimoni misti tra gli appartenenti alle due razze erano possibili, come dimostrano
nomi di tradizione romana imposti dagli Ostrogoti ai propri figli. Infatti alcune epigrafi ci documentano
che un tal Basilio fu figlio della ostrogota Guntelda e che un tal Giovanni fu figlio di un certo Ustarric7.

7
B.Luiselli, Teoderico e i gli Ostrogoti tra romanizzazione e nazionalismo gotico in Teoderico e i goti tra Oriente
5
Anche in un’epistola delle Variæ è contemplata la possibilità di matrimoni tra barbari e donne romane
«Antiqui barbari, qui Romanis mulieribus elegerunt nuptiali fœdere sociari…»8.
Per quanto riguarda la lingua sappiamo, dalla Chronica Theodericiana dell’Anonimo Valesiano, che i
comites Gothorum e i saiones parlavano con scioltezza il latino per la necessità di dover intrattenere
rapporti con entrambe le etnie.
Esistono testimonianze che anche i possessores goti erano in grado di esprimersi in latino ed è lecito
pensare che con il passare degli anni e il protrarsi del contatto romano-ostrogoto anche i ceti più umili
acquisirono quel minimo grado di bilinguismo necessario per svolgere le attività quotidiane9.

e Occidente a cura di Antonio Carile, Ravenna, Longo 1995, pag.306


8
S.Lazard, Goti e Latini a Ravenna in Storia di Ravenna a cura di Antonio Carile, Venezia, Marsilio 1991, pag.115
9
B.Luiselli, Teoderico e i gli Ostrogoti tra romanizzazione e nazionalismo gotico in Teoderico e i goti tra Oriente
e Occidente a cura di Antonio Carile, Ravenna, Longo 1995, pag.306
6
CAPITOLO 3 - POLITICA ECONOMICA

Anche l'Italia, come tutte le principali nazioni europee di allora, basava la propria economia
sull'agricoltura. Già i Visigoti di Odoacre stipularono con Roma un trattato (fœdus) che legittimava e
regolava i loro rapporti con la popolazione gallo-romana mediante l’assegnazione di un terzo delle terre
(tertia pars).
Teoderico, sfruttando la situazione già creata da Odoacre, incaricò un romano, Liberio prefetto del
Pretorio, di attuare la ripartizione delle terre coltivabili. Questa distribuzione di appezzamenti di terreno
costruì la base solida all’inserimento, «fissando» al suolo italiano le famiglie gote rendendole così
consortes dei possessores e, allo stesso tempo, inserendoli nel tessuto sociale ed economico10.
Liberio – forse il più prezioso esecutore delle direttive di Teoderico in materia di politica interna –
espropriò una parte del latifondo colpendo in tal modo i grandi latifondisti le cui terre vennero distribuite
agli Ostrogoti. Liberio provvide inoltre a far estendere i terreni agricoli conferendo le proprietà di terre
ancora incolte a molti Ostrogoti ed Italici. Inoltre la riforma agraria di Teoderico stabilì l'assegnazione di
una maggiore estensione di terra per ciascun lotto terriero assegnato: altra opportuna iniziativa economica
che accrescendo l’estensione minima della proprietà terriera consentiva alla famiglia colonica una più
efficiente produzione, un maggior reddito ed in definitiva un miglior benessere.
Per incrementare ulteriormente le entrate dello Stato, Teoderico dispose che fosse versato al fisco un terzo
dei guadagni da parte di tutti quei latifondisti che non fossero stati obbligatoriamente colpiti dalla confisca
delle loro terre. In tal modo risparmiò alla parte più povera della popolazione, tasse, imposte e prelievi
diversi.
Le previdenze sociali introdotte da Teoderico furono molte ed importanti oltre che valide per tutta la
popolazione ostrogota e italica. Di questa politica sociale interna, oculata e generosa, vi sono diversi
esempi storici. Ricordiamo che Teoderico impose il calmiere dei prezzi non soltanto del grano e del vino,
quali generi di prima necessità, ma anche di tutte le derrate alimentari ì cui prezzi furono tenuti bassi11
sotto il costante, rigido controllo delle autorità ostrogote, non perché volesse far pesare la presenza di uno
stato oppressivo, ma piuttosto per richiamare l’attenzione di tutti sulla necessità che lo sviluppo e il
privato interesse coincidessero con le regole di etica e giustizia sulle quali il governo goto aveva
improntato la propria azione.
Il risultato più prestigioso raggiunto dalla politica economica di Teoderico fu che i prodotti agricoli,
insufficienti al sostentamento della popolazione italica fino all'avvento del suo governo, crebbero a tal
punto da creare una consistente esportazione; soprattutto grano e vino segnarono raccolti così elevati che
con una sola moneta d'oro si potevano acquistare – cosa mai verificatasi fino allora - sessanta moggi di
frumento o trenta anfore di vino12.
Ampie aree delle Paludi Pontine e della zona paludosa intorno Ravenna furono prosciugate e bonificate
destinandole alla coltivazione del grano e della frutta.

10
S.Lazard, Goti e Latini a Ravenna in Storia di Ravenna a cura di Antonio Carile, Venezia, Marsilio 1991, pag.114
11
T.S.Brown, Everyday life in Ravenna under Theoderic: an example of his "tolerance" and "prosperity", pag.89
spoglio da Teoderico il Grande e i goti d'Italia, Spoleto, Centro italiano di studi sull'alto Medioevo, 1993
12
Ibidem, pag.89
7
Ad una ripresa dell'agricoltura si accompagnò un maggiore sviluppo dell'artigianato ed un conseguente
attivarsi dei commerci favoriti dallo sviluppo delle comunicazioni marittime voluto da Teoderico con la
creazione di una cospicua flotta mercantile.
Il commercio con l'estero venne sviluppato rivolgendosi ai mercati del Mediterraneo orientale e del nord-
Africa. Molti imprenditori stranieri, ebrei e siriani soprattutto, vennero ad impiantare i loro commerci in
Italia facendo fiorire un buon numero di nuovi mercati e di centri commerciali13.
L'attività edilizia, pubblica e privata, fortemente incrementata da Teoderico, consentì un aumento dei posti
di lavoro ed una notevole occupazione di mano d'opera, riducendo così il tasso di disoccupazione che era
divenuto altissimo sotto il governo di Odoacre.
La pace stabile e la ripresa economica portarono ad un incremento demografico della popolazione d'Italia,
al fiorire di un ceto medio imprenditoriale e commerciale e – di conseguenza – alla fioritura di scuole cui
le famiglie aristocratiche e quelle dei ceti medi affidavano la formazione culturale dei loro figli14.

13
Ibidem, pag.90
14
B.Luiselli, Teoderico e i gli Ostrogoti tra romanizzazione e nazionalismo gotico in Teoderico e i goti tra Oriente
e Occidente a cura di Antonio Carile, Ravenna, Longo 1995, pag.301
8
CAPITOLO 4 – LA VITA CULTURALE

Teoderico incrementò lo sviluppo artistico del nostro Paese, fu protettore delle arti e delle lettere come
nessun altro re germano e dimostrò sempre la sua fedeltà agli ideali di civiltà e grandezza di Roma
facendo restaurare molti monumenti e costruendo chiese e palazzi.
«Il re immaginò un’opera di acculturazione che rendesse i Goti civili quanto i Romani e il nuovo stato
latino e goto come prima era stato latino e greco»15.
Gli anni del regno di Teoderico segnarono per l'Italia forse l'ultima fioritura della letteratura antica,
paragonabile alle grandi stagioni del primo e del quarto secolo per qualità e quantità di produzione.
Esistevano centri di produzione libraria a Ravenna, Verona e Roma; in particolare a Ravenna si
combinarono influssi occidentali e orientali. Qui fu probabilmente prodotto il famoso Vergilius Romanus
(codice illustrato che raccoglie le opere del poeta latino Virgilio) scritto, intorno al 500, in capitalis
rustica16.
Purtroppo i documenti in lingua gotica coevi o prossimi all’epoca in esame sono pressoché inesistenti, sia
perché la cultura gotica restò a lungo basata sulla tradizione orale, sia perché i germani colti scrivevano, di
norma, in latino.
Per quanto riguarda l’educazione scolastica, anche se siamo scarsamente informati sulla costituzione di
scuole nelle varie città del regno, non dobbiamo dimenticare la politica teodericiana di valorizzazione
della formazione scolastica con il riconoscimento di uno stipendio ai docenti.
Tanto che Giustiniano, una fonte assolutamente insospettabile di eccessiva simpatia nei confronti di
Teoderico, nella sua Prammatica Sanzione lo cita in questi termini: «Così l’annona che Teoderico era
solito dare, e che anche noi abbiamo concesso ai Romani, ordiniamo che sia data anche in futuro, e così
pure ordiniamo che le annone, che precedentemente si solevano dare ai grammatici e agli oratori, e
anche ai medici e ai giurisperiti, continuino ad essere erogate, naturalmente a quelli fra loro che
esercitano la loro professione, affinché i giovani eruditi negli studi liberali possano fiorire nel nostro
stato»17.
Teoderico si circondò, inoltre, di importanti esponenti dell'aristocrazia romana. Essi, ricoprendo alte
cariche civili e politiche, lo aiutarono nella difficile gestione data dalla compresenza di due realtà etniche
e sociali ben distinte e parallele.
Tra tutti spiccano le figure di Boezio e Cassiodoro che, con la loro attività non solo praticata nell'ambito
politico-istituzionale, ma anche intellettuale e culturale, costituirono l'elemento di unione tra mondo
classico e mondo goto.
Severino Boezio rappresentò senza dubbio l'uomo più illustre del suo tempo. Apparteneva alla nobile
famiglia Anicia, nel 510 fu eletto Console e nel 522 anche i suoi figli furono elevati da Teoderico alla
dignità del Consolato. In quello stesso anno Boezio aveva letto personalmente, davanti al Senato romano

15
M.Sannazaro, Romanità e germanesimo nell’età delle invasioni: alcune considerazioni sull’incontro delle
due culture, Rivistazetesis.it
16
I Goti, Guida alla mostra presso Palazzo Reale Milano 28 Gennaio/8 Maggio 1994, Milano, Electa 1994, Pag.46
17
Giustiniano, Pragmatica Sanctio in Monumenta Germaniæ Historica, Leges citata in C. Frova, Istruzione e
educazione nel medioevo, Loescher, Torino 1973, p. 21
9
riunito in sessione plenaria, il panegirico in onore di Teoderico e quest'ultimo lo aveva elevato alla carica
di Magister officiorum18.
A distanza di pochi mesi, Boezio si espose nell’accorata difesa del nobile romano Albino, accusato di
complotto ai danni di Teoderico. A causa di ciò venne a sua volta accusato di lavorare per la libertas
romana e accusato di tradimento e di sacrilegium. Nel 523 fu incarcerato a Pavia e sostituito da
Cassiodoro nella sua carica istituzionale.
Nel 525 gli fu notificata la sentenza di condanna a morte e giustiziato in carcere.
Boezio fu un uomo dottissimo, tradusse dal greco opere di Platone e Aristotele, fu un grande filosofo e,
proprio in carcere, scrisse la Consolatio philosophiæ.
Flavio Magno Aurelio Cassiodoro fu una delle figure più interessanti della propria epoca, nato nel Bruzio,
l'antica Calabria, intorno al 490 ebbe vita lunghissima poiché morì a circa 90 anni.
Iniziò la carriera politica molto giovane come Consiliarius, nel 507 diventò questore e nel 523 Magister
officiorum divenendo così l'appassionato animatore dell'ideale di fusione tra Romani e Goti e
rappresentando per Teoderico, ma soprattutto per sua figlia Amalasunta, il leader filo-goto della classe
politica romana. Abbandonata nel 537 la politica attiva si dedicò alla ricostruzione storica degli
avvenimenti riguardanti il regno ostrogoto d'Italia, condensandola nei libri delle sue Variæ. I dodici libri
delle Variæ rappresentano la fonte più importante per la conoscenza della storia dell’Italia romano-gotica,
raccolgono circa 500 epistole e documenti amministrativi che sono una testimonianza preziosissima degli
aspetti della vita politica, culturale, religiosa e sociale del tempo.
Per incarico diretto di Teoderico, Cassiodoro compilò anche una raccolta in dodici libri intitolata Historia
Gothorum – purtroppo perduta fatto salvo un riassunto redatto dallo storiografo goto Jordanes – nella
quale sostenne la nobiltà d’origine del popolo goto, continuatore della civilitas romana.
Per quanto riguarda il grado d’istruzione di Teoderico egli è dato analfabeta da alcune fonti mentre da
altre risulta in grado di sostenere conversazioni colte. L'Anonimo Valesiano, ad esempio, nella sua
«Chronica Theodericiana», indicava Teoderico come analfabeta, ma probabilmente ciò era dato dal fatto
che il re – cresciuto a Costantinopoli – parlava il greco, ma non sapeva né leggere né scrivere in latino.
E’ anche possibile che la testimonianza valesiana non sia attendibile in quanto si inquadra nella spirito
fortemente antiteodericiano dell'ultima parte dell’opera che, in diverse parti, dà netta l'impressione della
faziosità19. Comunque, anche ammettendo in Teoderico un comprensibile stato di ignoranza nella lingua e
nella cultura latina durante i primi anni del regno, la situazione cambiò nel tempo tanto che, dalle Variæ
di Cassiodoro (IX, 24, 8) apprendiamo che il re, in momenti di pausa dagli impegni pubblici «cum esset
publica cura vacuatus», intratteneva dialoghi culturali con lo stesso Cassiodoro i cui contenuti erano
spesso di natura astronomica (stellarum cursus) e geofisica (macis sinus e fontium miracula)… 20.
CAPITOLO 5 - ORDINAMENTO GIUDIZIARIO

Altamente meritoria dobbiamo giudicare l'opera di Teoderico contro la corruzione pubblica; in Italia era
18
C.Pietri, Aristocrazie e clero al tempo di Odoacre e Teoderico in Storia di Ravenna a cura di Antonio Carile,
Venezia, Marsilio 1991, pag.292
19
B.Luiselli, Teoderico e i gli Ostrogoti tra romanizzazione e nazionalismo gotico in Teoderico e i goti tra Oriente
e Occidente a cura di Antonio Carile, Ravenna, Longo 1995, pag.303
20
Ibidem, pag.303
10
diffusa l'abitudine di «comprare» le cariche pubbliche da parte dei cittadini più facoltosi: questa del resto
era stata un'antica consuetudine della Roma repubblicana e dell'Impero Romano che si era perpetuata
anche sotto Odoacre. Ma Teoderico cercò di porre fine a questo gravissimo malcostume politico
comminandone il divieto assoluto, sotto pena di gravi sanzioni personali. Altrettanto diffuso era il
malcostume delle tangenti che venivano applicate soprattutto dai banchieri privati – non esistevano ancora
organismi bancari pubblici – resi sempre più ricchi dall'afflusso di oro dai fiorenti mercati d'Egitto e della
Palestina. Anche in questo caso Teoderico stroncò con rigore tali reati contro la collettività21.
Anche se, come sottolinea Thomas Brown, questo rigore fu più un elemento di retorica e propaganda che
di applicazione pratica dato che la corruzione rimase più o meno invariata22.
Parlando dell’ordinamento giudiziario non si può tralasciare l’Edictum Theodorici regis Italiæ, una
raccolta di leggi fino a poco tempo fa attribuita indiscutibilmente dai critici a Teoderico.
Questo corpo di leggi – che consta di 154 capitoli, preceduti da un proemio e seguiti da un epilogo –
diffuso per la prima volta nel 1579 fu a lui attribuito sia per il «titolo» con il quale era stato pubblicato, sia
perché al suo interno si richiamava all’osservanza dello ius publicum e delle leges romanæ norme che
vincolavano sia i Goti sia i Romani.
In realtà studi più recenti di Rasi e Vismara hanno ormai di fatto quasi del tutto escluso la paternità
teodericiana, lasciando però ancora incerta non solo l'attribuzione, ma anche il luogo e l'età di redazione
dell'editto (pur se si propende per Teoderico II re dei Visigoti).
Tuttavia non tutti sono convinti delle tesi di Rasi e Vismara e alcuni storici, tra cui l’Astuti,
propenderebbero ancora per la tesi tradizionale23.

21
A.Giovanditto, Teodorico il Grande e i suoi goti in Italia, Novara, Europia 1993, pag.69
22
T.S.Brown, Everyday life in Ravenna under Theoderic: an example of his "tolerance" and "prosperity", pag.91
spoglio da Teoderico il Grande e i goti d'Italia, Spoleto, Centro italiano di studi sull'alto Medioevo, 1993
23
B.Saitta, La civilitas di Teoderico: rigore amministrativo, "tolleranza" religiosa e recupero dell'antico nell'Italia
ostrogota, Roma, L'Erma di Bretschneider 1999, pag.20
11
CAPITOLO 6 – LA QUESTIONE RELIGIOSA

In origine le popolazioni barbariche avevano una religione naturalistica esaltante le forze della natura e le
vicende guerresche.
Si tramandavano oralmente le tradizioni che celebravano mitici eroi e cantavano le imprese e gli eventi di
un passato ricco di fascino primitivo. La lenta e progressiva conversione alla religione ariana avvenne
soprattutto attraverso la predicazione del vescovo Vulfila che, tra l’altro, ebbe la volontà di tradurre la
Bibbia in lingua gotica inventando i famosi caratteri e ponendo accanto ad essi il relativo greco.
La confessione ariana degli Ostrogoti diventò religione nazionale e principio di identità nazionale di
fronte al cattolico impero romano.
Bruno Luiselli nel suo «Teoderico e gli Ostrogoti tra romanizzazione e nazionalismo gotico» ipotizza che
la predicazione di Vulfila, scaturita dalla dottrina di Ario di Alessandria che riconosceva nella Trinità tre
sostanze distinte, (il Figlio – creatura umana – e Spirito Santo non hanno nulla in comune con il Padre
unico e vero Dio), fosse più comprensibile per la comune mentalità germanica della dottrina nicena di Dio
uno nella sostanza e trino nelle persone (Dio Padre, Dio Figlio e Dio Spirito Santo).
Testimonia infatti Tacito in Germ.2, 2, che la dottrina di Ario poteva corrispondere, nella concezione
germanica, a concetti assimilabili ai loro canti nazionali che onoravano il dio Tristo al quale essi
attribuivano un figlio, Manno, a sua volta capostipite e fondatore della gens germanica24.
Teoderico, nella sua opera di convivenza pacifica tra i cattolici italici e gli ariani goti, non impose nessuna
religione di stato: «Religionem imperare non possumus, quia nemo cogitur ut credat invitus» (Cassiodoro,
Variae, II, 27). A conferma di ciò Ravenna possedeva la Cattedrale e il Battistero ortodossi e la Cattedrale
e il Battistero ariani.
Non mancarono le conversioni di goti al cattolicesimo e addirittura di latini all’arianesimo, come sembra
il caso del Praesbyter Vitalianus, del clericus Paulus, del subdiaconus Petrus, dell’ustiarius Benenatus,
membri del clero della chiesa ariana di Sant’Anastasia a Ravenna25 26.
Nonostante l’apertura di Teoderico, le due confessioni, ariana e cattolica, convivevano in un equilibrio
precario e consapevole di ciò, il re – seppur ariano – fu piuttosto deferente verso il papato nei primi anni
del suo regno e tentò di avvantaggiarsi dello stato di forte crisi tra il papato stesso e l’impero di
Costantinopoli che si protraeva da qualche anno a causa dell’Henotikon (editto di unione o conciliazione).
Emanato nel 482 da Acacio, patriarca di Costantinopoli, su incarico di Zenone, avrebbe dovuto placare la
disputa tra monofisiti ed ortodossi sulla duplice natura di Cristo, ma risultò un fallimento che provocò
lotte e persecuzioni e aprì un «contenzioso» che durò circa quarant’anni tra l’Imperatore d’Oriente e il
Pontefice il quale non condivideva i contenuti dell’editto.
Successivamente però, la ristabilita concordia tra Roma e Costantinopoli grazie all’emanazione, ad opera
24
B.Luiselli, Teoderico e i gli Ostrogoti tra romanizzazione e nazionalismo gotico in Teoderico e i goti tra Oriente
e Occidente a cura di Antonio Carile, Ravenna, Longo 1995, pag.307
25
S.Lazard, Goti e Latini a Ravenna in Storia di Ravenna a cura di Antonio Carile, Venezia, Marsilio 1991, pag.114
26
T.S.Brown in Everyday life in Ravenna under Theoderic: an example of his "tolerance" and "prosperity"a
pag.82 non concorda con la teoria esposta da Lazard (vedi nota precedente), in quanto ritiene che l’assunzione di
nomi latini da parte dei suddetti prelati sia dovuta allo scambio culturale e all’integrazione e non alla loro effettiva
conversione.
12
del neoeletto imperatore Giustino I, dell'editto di riconoscimento del concilio di Calcedonia che riuniva le
chiese d’Oriente e d’Occidente, iniziò a preoccupare Teoderico il cui popolo, di fede ariana, era
considerato eretico.
Queste inquietudini portarono Teoderico a vedere traditori e nemici un po’ ovunque e culminarono con la
condanna a morte (come già accennato in precedenza) di Albino e Boezio, accusati di cospirazione
antiteodericiana (524).
Questi atti di dura repressione destarono l’orrore nella classe senatoriale romana che iniziò ad allontanarsi
dal governo di Teoderico.
Ma fu soprattutto l’emanazione da parte di Giustino dell'editto antiariano (524) che decretava la chiusura
delle chiese ariane e l'esclusione degli ariani dalle funzioni civili e militari in tutto l’impero, che irritò
profondamente Teoderico il quale passò decisamente all'ostilità verso l'aristocrazia romana filo
costantinopolitana e verso la Chiesa cattolica.
Teoderico convocò a Ravenna papa Giovanni I e minacciò di compiere rappresaglie sui cattolici d’Italia
se gli ariani dell’Impero non avessero avuto libertà di culto e la restituzione delle chiese.
Il papa si recò a Costantinopoli, vi restò sei mesi, ma tornò senza aver ottenuto risultati; a quel punto
Teoderico lo fece arrestare e morire in carcere (526).
Tre mesi dopo, il 30 agosto del 526, morirà anche Teoderico. Gli succedette al trono la figlia Amalasunta
che dopo nove anni di regno estremamente difficili, venne assassinata.
La morte di Amalasunta diede inizio alla guerra goto-bizantina con la quale l’imperatore d’oriente
Giustiniano intendeva conquistare le terre che un tempo facevano parte dell’impero romano. La guerra,
che durò vent’anni, terminò con la sconfitta definitiva dei Goti nel 554.
Con la Prammatica Sanzione Giustiniano riportò i territori dell'Italia sotto la legislazione dell'Impero
bizantino e cominciò l’epurazione dei simboli ariani e la riconsacrazione di tutte le chiese al culto
cattolico.

13
CAPITOLO 7 - POLITICA ESTERA

Teoderico, oltre a vigilare sulla pacifica convivenza tra Italici e Ostrogoti, guardava con attenzione anche
agli stati vicini, nati nelle province che avevano fatto parte dell'impero romano.
Alcune storici ritengono che Teoderico guardasse al di là dei confini «per una sua aspirazione a costruire
una sorta di unione dei vari regni germanici sotto il suo primato, un'aspirazione, insomma, a fare della sua
carica una carica sovrannazionale, che potesse prendere il posto della tramontata suprema carica imperiale
di occidente ed esserne, in qualche modo, l'erede […] forse con Teoderico cominciò a delinearsi un
progetto politico che successivamente sarebbe stato realizzato appieno dall'impero di Carlo Magno»27.
Forse, più semplicemente, lo sguardo verso l’esterno era dovuto al costante timore che Bisanzio spingesse
qualche popolo ad invadere l'Italia ripetendo così ciò che aveva fatto a suo tempo chiedendo a Teoderico
di scacciare Odoacre.
Per meglio comprendere i timori di Teoderico occorre accennare al panorama politico presente negli stati
gravitanti intorno al Mediterraneo: l'Africa settentrionale, da Tripoli a Gibilterra, era dei Vandali che
rappresentavano una forza temibile specialmente per la loro flotta che dominava incontrastata il
Mediterraneo occidentale.
I Visigoti occupavano la penisola iberica – eccetto la Galizia in possesso degli Svevi – e la Gallia
meridionale e centrale.
C’erano poi i Franchi che occupavano la Gallia settentrionale, gli attuali Paesi Bassi e la Renania tedesca.
A nord dell'Italia premevano gli Alemanni e i Burgundi stanziati nelle vallate del fiume Rodano e dei
relativi affluenti.
Ad Oriente si estendeva il possente impero bizantino che occupava la penisola balcanica.
L'unico modo per cautelarsi era quello di creare una rete di amicizie e di alleanze con tutti i popoli che lo
circondavano: una sorta di confederazione europea che lo mettesse al sicuro da eventuali mire bizantine.
Bisanzio infatti non doveva esser contenta dell’autorità che Teoderico stava mettendo in atto nel
considerare l’Italia un proprio dominio personale e non una terra da amministrare per conto dell'impero
bizantino28.
Questa sorta di «europeismo» Teoderico volle realizzarlo ricorrendo innanzitutto ad una rete di parentele
che facesse capo a lui. Così nel 492 sposò la figlia 29 di Clodoveo I re dei Franchi, Audefleda; diede in
moglie una sua figlia ad Alarico II, re dei Visigoti e un'altra a Sigismondo, figlio di Gundibado, re dei
Burgundi. Inoltre combinò il matrimonio della propria sorella Amalafrida con Trasamundo, re dei
Vandali, e dell’altra sorella Amalaberga con Erminafrido, re dei. Turingi30.
Questo tentativo del sovrano ostrogoto riuscì ad assicurare un certo periodo di pace e di benessere, le
relazioni di parentela tra i diversi sovrani ed il ruolo di moderatore e di intermediario che Teoderico si era

27
B.Luiselli, Teoderico e i gli Ostrogoti tra romanizzazione e nazionalismo gotico in Teoderico e i goti tra Oriente
e Occidente a cura di Antonio Carile, Ravenna, Longo 1995, pag.301
28
A.Giovanditto, Teodorico il Grande e i suoi goti in Italia, Novara, Europia 1993, pag.94
29
Altre fonti la riportano come sorella
30
B.Luiselli, Teoderico e i gli Ostrogoti tra romanizzazione e nazionalismo gotico in Teoderico e i goti tra Oriente
e Occidente a cura di Antonio Carile, Ravenna, Longo 1995, pag.301

14
assunto tra le diverse monarchie europee, furono determinanti per il mantenimento di un equilibrio
politico-militare nel continente.
Ma la pace non durò a lungo, i tempi non erano ancora maturi per un «federalismo» europeo.
Anche perché, in quella ragnatela di alleanze voluta da Teoderico, c'erano alcune falle: era riuscito ad
amicarsi quasi tutti tranne l'imperatore bizantino; le differenze religiose tra i franchi, convertiti al
cattolicesimo – e per questo motivo scelti come riferimento per scambi commerciali e alleanze militari dai
bizantini – e gli altri popoli germani di religione ariana potevano generare conflitti, inoltre, le mire
espansionistiche di qualche popolo difficilmente si sarebbero fermate di fronte a vincoli di parentela.
Infatti i Gepidi del re Traserico, tributari dell’impero bizantino stanziati nella Pannonia centro-orientale
che confinava con il regno d'Italia di Teoderico, alla ricerca di nuove terre minacciarono gli Ostrogoti.
Teoderico, deciso a conquistare il territorio dei Gepidi ed annetterlo al regno d'Italia, inviò in Pannonia il
Comes Pitzia che la occupò ed espugnò.
Ma questo decisione portò alla rottura delle relazioni diplomatiche tra la corte ostrogota e quella di
Bisanzio e si arrivò alla guerra.
L'imperatore bizantino Anastasio inviò contro gli Ostrogoti diecimila soldati al comando di Sabiniano, ma
nella sanguinosa battaglia di Horrea Margi, presso il fiume Morava, i Comes ostrogoti Pitzia e Mundo
sconfissero Sabiniano.
Ormai la spirale bellica era innescata e ciò provocò una reazione a catena in Europa. Infatti gli Alemanni
si mobilitarono per invadere l'Italia dal momento che Teoderico era impegnato contro i Bizantini, ma il
sovrano ostrogoto riuscì a parare la minaccia concedendo agli Alemanni di stanziarsi nel Norico.
Nel 507 Clodoveo, re dei franchi, con l’intento di impadronirsi di tutta la Gallia attaccò i Visigoti; i
bizantini per tenere impegnato l’esercito di Teoderico ed impedirgli di correre in aiuto dei loro alleati,
effettuarono incursioni lungo le coste italiane. Alarico II, sovrano dei Visigoti, fu così sconfitto nella
battaglia di Vouillé.
Dopo la pesante sconfitta subita dai Visigoti, Teoderico riuscì, nel 509, ad intervenire al loro fianco
bloccando ad Arles, in Provenza, l’avanzata dei Franchi; nel frattempo Gundebado, re dei Burgundi, si
alleò con l’antico nemico Clodoveo contro i Visigoti.
Nel 511 alla morte di Clodoveo il suo regno venne diviso tra i quattro figli arrestando, almeno in parte,
l’avanzata dei Franchi. Nel 516 a Gundebado succedette suo figlio Sigismondo, marito di una delle figlie
di Teoderico.
Nonostante i vincoli di parentela, i rapporti tra Burgundi e Ostrogoti si deteriorano, soprattutto a causa
della conversione al cattolicesimo da parte di Sigismondo. Purtroppo tutto ciò portò all’assassinio, voluto
da Sigismondo, di Sigerico suo figlio e nipote di Teoderico, accusato di complotto con lo stesso Teoderico
per ottenere il regno.
Nel 523 i Franchi, nonostante l’accordo stipulato in precedenza, approfittarono di queste tensioni e
attaccarono il regno burgundo conquistandone la parte settentrionale, Teoderico, invece, occupò la zona
sud nei pressi del fiume Isère. Sigismondo, catturato mentre stava cercando rifugio nel convento di Saint-
Maurice da lui fondato, fu consegnato ai Franchi e fatto uccidere dal re Clodomiro.

15
Alla luce di tutti questi eventi possiamo dire che il «sogno europeista» di Teoderico fallì miseramente.

16
CAPITOLO 8 - SVILUPPO EDILIZIO ED ARTISTICO

L'età gota rappresenta un momento di riorganizzazione urbana dopo un periodo di crisi che aveva ridotto
gli edifici pubblici e privati, ma soprattutto le infrastrutture, in stato di abbandono.
Le città avevano subito incursioni ed attacchi e patito le conseguenze della crisi economica, molti edifici
pubblici (templi, luoghi di spettacolo, terme) che avevano contrassegnato il paesaggio urbano, erano stati
demoliti oppure erano diventati ormai superati per il progressivo mutamento di mentalità e costumi. In
città importanti come Ravenna e Verona, come annotano le fonti, c’erano state prolungate interruzioni nel
funzionamento di infrastrutture essenziali quali gli acquedotti, che comportarono la sospensione delle
attività termali e la crisi del sistema fognario non più alimentato da acqua corrente, due fra gli aspetti più
qualificanti della vita urbana di età classica31.
Il recupero delle strutture, di cinte murarie ed acquedotti, il restauro di grandi edifici pubblici e
l’edificazione di nuove costruzioni furono i capisaldi attraverso cui si articolò l’intervento che delineò la
nuova fisionomia dei principali centri urbani durante il VI secolo.
Le città che più risentirono di questi recuperi furono quelle situate sui fiumi, Teoderico infatti, da buon
stratega, sosteneva che «le città diventano grandi quando sono difese da fiumi e così è per Ravenna difesa
dal mare e dalle paludi, così è per Verona e Trento difese dall'Adige, così è per Pavia difesa dal Ticino e
così è per Roma difesa dal Tevere»32.
La città che, oltre Ravenna, divenne oggetto di particolari attenzioni da parte di Teoderico fu senz’altro
Roma. Qui furono restaurati i palazzi imperiali, le mura aureliane, il Circo Massimo, alcune zone del foro
e fu modernizzata la regolazione delle acque pubbliche cittadine.
Per i lavori di edilizia pubblica e per i restauri artistici da effettuare a Roma, Teoderico volle accanto a sé
numerosi architetti coordinati da un sovrintendente artistico-edilizio il curator operum publicorum, affidò
inoltre al cura palatii la responsabilità della costruzione e conservazione del Palatium regio33.
Queste grandi opere ed iniziative pubbliche, unitamente al ripristino degli spettacoli circensi, mutarono
profondamente la vita cittadina di Roma dopo l’abbandono, l’incuria e le sofferenze degli anni precedenti.
Milano che un tempo era stata, dopo Roma, la città più importante dell'Occidente, per dimensioni,
abitanti e prosperità era diventata l’ombra di se stessa dopo il saccheggio subito dagli Unni nel 452.
A Milano Teoderico riportò ordine e tranquillità, riassestò l'economia, vi istituì una classe dirigente di
italici di sua fiducia e la città rifiorì.
A Verona Teoderico ampliò le fortificazioni della città, restaurò l'acquedotto da molto tempo
rovinato, fece costruire grandi terme pubbliche e un sontuoso palazzo quale residenza reale34.
Anche Pavia, città di piccole dimensioni ma strategicamente posizionata alla confluenza del Ticino
e del Po e punto di transito dal nord al sud, fu ampliata e diventò un centro di primaria importanza. Venne

31
Gian Pietro Brogiolo, Edilizia residenziale di età gota in Italia settentrionale in I Goti, Catalogo della mostra,
Palazzo Reale Milano 28 Gennaio/8 Maggio 1994, Milano, Electa 1994, Pag.214
32
A.Giovanditto, Teodorico il Grande e i suoi goti in Italia, Novara, Europia 1993, pag.82
33
Cassiodoro, Variæ VII, 5 citato in B.Saitta, La civilitas di Teoderico: rigore amministrativo, "tolleranza"
religiosa e recupero dell'antico nell'Italia ostrogota religiosa, Roma, L'Erma di Bretschneider 1999, pag.105
34
Gian Pietro Brogiolo, Edilizia residenziale di età gota in Italia settentrionale in I Goti, Catalogo della mostra,
Palazzo Reale Milano 28 Gennaio/8 Maggio 1994, Milano, Electa 1994, Pag.214
17
rafforzata la cinta muraria d’epoca romana, vennero costruiti nuovi palazzi cittadini, grandi impianti
termali e un anfiteatro per i giochi e gli spettacoli pubblici.
Ma Teoderico si dedicò anche ad altre città: Padova dove il sovrano fece effettuare numerose opere di
canalizzazione agricola, Parma dove venne restaurato l’acquedotto e costruite possenti fortificazioni,
Trento dove fece rafforzare le fortificazioni ed ampliare la cerchia dato che si trovava in un crocevia di
comunicazioni tra Milano, Verona e la Rezia, quindi essenziale baluardo militare e fulcro commerciale.
Per la sua intensa attività Teoderico fu definito dall’Anonimo Valesiano amator fabricarum et restaurator
civitatum35 anche se questi interventi furono realizzati non solo per amor dell’arte, ma anche come
strumento di propaganda politica36.

8.1 Renovatio urbis Ravennæ – La città all’epoca di Teoderico


E’ naturale pensare che Ravenna, capitale del regno, sia stata oggetto di particolari attenzioni da parte di
Teoderico, il quale, nella sua volontà di dare continuità al passato, avrà certamente tenuto conto del ruolo
che la città aveva ricoperto durante l’impero romano.
Non è nemmeno da escludere un legame sentimentale dato dall’orgoglio di averla conquistata e sottratta al
«nemico» Odoacre dopo un lunghissimo assedio37.
E fu proprio a causa di un assedio così lungo e alla conseguente crisi economica, sommato all’incuria del
declino dell’impero romano che aveva visto la demolizione di diversi edifici pubblici, che lasciarono la
città indebolita e impoverita.
Teoderico, come già evidenziato per le altre città, mise in atto anche a Ravenna un rinnovamento basato
sul restauro e sulla costruzione ex novo di opere pubbliche38.
Nei suoi interventi, però, non operò una rottura con le tradizioni romane, infatti tutti gli edifici di Ravenna
che possono essere definiti di epoca teodericiana, basiliche, chiese e battisteri, presentano un chiaro
impianto romano, solo il Mausoleo, che esamineremo più in dettaglio nel prossimo capitolo, si stacca
nettamente dagli altri edifici. Infatti, pur inserendosi nella tradizione dei monumenti imperiali, la sua
forma particolare non ha eguali nell'architettura tardoantica e bizantina e rivela nell'impianto strutturale e
negli elementi ornamentali un indubbio riferimento a una cultura barbarica39 40.
Per quanto riguarda le infrastrutture, Teoderico provvide a migliorare le condizioni idriche di Ravenna
facendo riparare ed ampliare l'acquedotto locale d'epoca romana di cui si sono ritrovati alcune parti di
conduttura oggi conservati al Museo Nazionale di Ravenna e ampliò il porto di Classe dove insediò un
cantiere navale per l'allestimento della flotta militare.
Infatti, le acque della fossa Augusta – fatta scavare dall’imperatore Augusto – che tagliava la città da nord

35
B.Luiselli, Teoderico e i gli Ostrogoti tra romanizzazione e nazionalismo gotico in Teoderico e i goti tra Oriente
e Occidente a cura di Antonio Carile, Ravenna, Longo 1995, pag.301
36
I Goti, Guida alla mostra, Palazzo Reale Milano 28 Gennaio/8 Maggio 1994, Milano, Electa 1994, Pag.29
37
T.S.Brown, Everyday life in Ravenna under Theoderic: an example of his "tolerance" and "prosperity", pag.80
spoglio da Teoderico il Grande e i goti d'Italia, Spoleto, Centro italiano di studi sull'alto Medioevo, 1993
38
B.Luiselli, Teoderico e i gli Ostrogoti tra romanizzazione e nazionalismo gotico in Teoderico e i goti tra Oriente
e Occidente a cura di Antonio Carile, Ravenna, Longo 1995, pag.300
39
G.Vitolo, Medioevo: i caratteri originali di un’età di transizione, Milano, Sansoni, 2000, pag.40
40
M.G.Maioli, Ravenna e la Romagna in epoca gota in I Goti, Catalogo della mostra, Palazzo Reale Milano 28 Gennaio/
8 Maggio 1994, Milano, Electa 1994, Pag.242
18
a sud e la univa al porto di Classe e al mare Adriatico, così come quelle della fitta rete di canali che
attraversavano la città, erano diventate putride e malsane impoverendo il rifornimento idrico alla città non
più alimentato da acqua corrente.
Condusse inoltre una vigorosa opera di prosciugamento delle paludi e di bonifica integrale, creando zone
agricole sui terreni strappati ai canneti ed alle paludi.
Una delle più importanti attività di ripristino si compì principalmente nella ristrutturazione quasi integrale
del porto di Classe. In epoca romana il porto militare di Ravenna, voluto da Augusto, che si trovava a sud
della città nella zona dell’attuale frazione di Classe, presentava un'imboccatura artificiale tagliata nel
cordone dunoso che separava le lagune interne dal mare.
L’abbassamento del terreno dovuto al fenomeno della subsidenza (ancora oggi drammaticamente
presente) e il progressivo impaludarsi delle terre emerse, sommato al periodo di decadenza dell’epoca
tardo-imperiale, aveva portato all'abbandono dell'invaso principale del porto.
Durante il regno di Teoderico il porto di Classe venne quindi investito da una forte attività edilizia: vi
sorse un nuovo quartiere commerciale, con grandi e solidi edifici porticati utilizzati come magazzini,
depositi e arsenali.
Le modifiche di epoca teodericiana, la cui datazione è certa per la presenza di monete gote negli strati di
fondazione41 sono visibili nella zona archeologica di Classe attualmente scavata e aperta al pubblico.
Questa zona, che in epoca romana era occupata solo da necropoli separate da piccoli corsi d'acqua, con
qualche villa suburbana e rari insediamenti produttivi, si sviluppò – in epoca teodericiana – verso sud fino
a costituire un vero e proprio abitato, la cosiddetta Civitas Classis con residenze civili, mercati e botteghe.
I reperti trovati a Classe testimoniano il volume di commerci e le tipologie di merci che transitavano dal
porto: cereali, spezie,vino, olio d’oliva e altri generi alimentari. La città era però raggiunta anche da
generi di lusso destinati all’aristocrazia e all’entourage imperiale quali tessuti, oggetti preziosi e supporti
di scrittura destinati ai laboratori di produzione libraria presenti a Ravenna42 43.
La città di Classe era protetta da un’ampia cinta muraria che doveva essere relativamente simile alla
raffigurazione del mosaico che si trova nella Basilica di Sant'Apollinare Nuovo dove si vede la parte alta
degli edifici spuntare appena sopra le mura della città.
La rappresentazione nei mosaici di Sant’Apollinare Nuovo testimonia l’interesse che Teoderico aveva per
le necessità commerciali della città; vediamo infatti il Palatium – da considerare come il polo politico – e
la Civitas Classis – da considerare come i polo economico – posti alla pari uno di fronte all’altro.
Oltre Classe la città constava di altre due importanti aree: la Regio Cæsarum (centro città) e Cæsarea
(posta tra la città e Classe).
Cerchiamo quindi di immaginare quale fosse l’aspetto della Regio Cæsarum all’epoca di Teoderico anche
perché, l’aspetto che assunse, sarà definitivo per tutto il periodo bizantino44.

41
Ibidem, Pag.239
42
E.Cirelli, Ravenna e il commercio nell’Adriatico in età tardoantica dal catalogo della mostra “Felix Ravenna-
La croce, la spada, la vela: l’altro Adriatico fra V e VI secolo”, Skira, Milano 2007, pag.45
43
Vedi Capitolo 4, La vita culturale, pag.9
44
M.G.Maioli, Ravenna e la Romagna in epoca gota in I Goti, Catalogo della mostra, Palazzo Reale Milano 28 Gennaio/
8 Maggio 1994, Milano, Electa 1994, Pag.232
19
Quando il re arrivò a Ravenna, la città possedeva già il quartiere «destinato alla corte» che comprendeva,
oltre al Palatium, la sede dell’alloggio delle guardie (l'edificio ad Scubitum), l’archivio, la Moneta Aurea
(la principale zecca cittadina) e il circo; l’area andava dal Palazzo ad lauretum (dove oggi si trova la
Chiesa di Santa Maria in Porto) appartenuto a Valentiniano III, figlio di Galla Placidia, fino alla chiesa di
San Giovanni Evangelista, cappella palatina di Galla Placidia, tutti prospicienti più o meno l’attuale Via di
Roma.
Questo corso corrisponde all’antica Platea Maior che, a sua volta, aveva coperto la Fossa Augusta

45
P.Novara, La città di Teoderico in E.Marraffa, E.V.Moroni, Ravenna la città che sale, da Teoderico al
XX secolo, Ravenna, Anastasis 1993, cartina pag.31
20
tombata all’inizio del V secolo.
La Platea Maior era congiunta ad altre due strade, una che fronteggiava il Palatium (corrispondente più o
meno all’attuale via Guaccimanni) e portava alla Basilica Apostolarum, l'attuale San Francesco, l'altra
che, con il nome di via Porticata (lungo il percorso delle odierne vie Mariani, Gordini e Gessi), portava
dalla zona dello Scubito all’area dedicata al culto cattolico con il Battistero, il Palazzo Episcopale, i bagni
del clero e la basilica Ursiana, passando sul Pons Apollenaris o Copertus, sopra il Padenna.
Di questo ponte «se ne ha notizia fin dai tempi di Odoacre. Infatti dallo storico Agnello e da altri cronisti
apprendiamo che durante l’assedio di Ravenna il ponte di Apollinare andò a fuoco. Tale evento si sarebbe
verificato nella notte di Pasqua dell'anno 488, o poco dopo; si ignora però se tale evento fosse dovuto ad
una operazione di guerra o ad altra causa. Dobbiamo tuttavia dedurre che si trattasse di un ponte di legno
in tutto o in parte. Certamente questo ponte fu in seguito ricostruito, perché il nome di ponte di Apollinare
o Coperto ricompare frequentemente nelle carte dal X al XIV secolo»46.
Nell’agosto 2004, i lavori di ripavimentazione di Via Mariani hanno permesso di riportare alla luce la
sopraccitata via Porticata, che collegava, come detto, il Palazzo Imperiale all’Episcopio47.
Il Palatium (palazzo imperiale) sorto sui resti di precedenti impianti palaziali, doveva essere composto da
una serie di edifici diversi e variamente collegati, adattati da Teoderico alle necessità della corte secondo
un programma preciso d'intervento. Dalle testimonianze delle fonti e della documentazione archeologica
si ricostruisce una pianta che ricalca da vicino quella delle ville suburbane romane, con ambienti di
rappresentanza e di servizio ricchi di decorazioni a mosaico, disposti intorno a un ampio peristilio48.
Presso il Museo Nazionale è conservata la pianta del palazzo secondo il rilievo fatto dal Ghirardini
durante gli scavi effettuati nei primi anni del ‘900.
Una curiosità: al centro di tutto il complesso palaziale sorse, intorno al secolo VIII con aggiunte
posteriori, la chiesa di San Salvatore ad Calchi. Ancora oggi i ruderi di questa chiesa vengono chiamati da
tutti i ravennati «Palazzo di Teoderico». Non si sa quando si cominciò ad individuare nei resti della
facciata della chiesa un tratto superstite della residenza teodericiana, secondo il Verzone 49 la tradizione
popolare nacque intorno al XVII quando, sotto una delle nicchie della facciata, venne collocato un
sarcofago che si riteneva contenesse le spoglie del sovrano. In ogni caso gli scavi di inizio ‘900 hanno
evidenziato lo scarto tra la quota d’uso della residenza imperiale e quella del rudere della chiesa di San
Salvatore fugando ogni dubbio sul fatto che potesse trattarsi di una parte del palazzo.
Nella zona a nord/nord-est del Palatium sorse il quartiere goto. Ne sono testimonianza: la cattedrale e il
battistero degli ariani – dei quali parleremo nel prossimo capitolo –, i bagni del clero ariano la cui
presenza è confermata dal toponimo «ad balneum Gothorum» attribuito alla chiesa di Santo Stefano50, la
chiesa di San Giorgio in Tabula e la ecclesia Gothorum, distrutta dai veneziani, che sorgeva nel sito
attualmente occupato dalla Rocca Brancaleone e di cui rimangono i bellissimi capitelli con il
46
http://extraweb.comune.ra.it/odonomastica/scheda.asp?CodTopon=586
47
Stampa locale, 17/19 agosto 2004
48
I Goti, Guida alla mostra, Palazzo Reale Milano 28 Gennaio/8 Maggio 1994, Milano, Electa 1994, Pag.31
49
P.Novara, Gli edifici teodericiani in E.Marraffa, E.V.Moroni, Ravenna la città che sale, da Teoderico al
XX secolo, Ravenna, Anastasis 1993, pag.41
50
M.G.Maioli, Ravenna e la Romagna in epoca gota in I Goti, Catalogo della mostra, Palazzo Reale Milano 28 Gennaio/
8 Maggio 1994, Milano, Electa 1994, Pag.236
21
monogramma di Teoderico visibili oggi in Piazza del Popolo sopra le colonne che reggono il palazzo del
comune.
Poco distante dalla ecclesia Gothorum, fuori le mura, c’era l’area cimiteriale dove si trova oggi il
Mausoleo di Teoderico.
Ravenna quindi, tra il V e VI secolo, si presentava divisa in quartieri ben distinti separati da vie d’acqua:
la zona dei palazzi imperiali, la zona del culto cattolico, la zona del culto ariano, quartieri abitativi e la
zona cimiteriale ai quali dobbiamo aggiungere i già citati sobborghi di Cesarea e Classe.

22
CAPITOLO 9 – I MONUMENTI TEODERICIANI DI RAVENNA

In quest’ultimo capitolo cercheremo di ripercorrere la vita del re Teoderico attraverso i monumenti ancora
esistenti che raccontano della sua presenza.
Il nostro itinerario non può che cominciare dalla Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, la Chiesa Palatina,
fatta erigere da Teoderico nei pressi del Palatium con l’intitolazione di Basilica di Nostro Signore Gesù
Cristo.
Nel 561, dopo la fine del regno goto e la riconsacrazione al culto cattolico, la chiesa fu dedicata a San
Martino in ciel d’oro per la bellezza del soffitto ornato di stucchi dorati.
Dal X secolo fu intitolata a Sant'Apollinare, l’aggettivo nuovo fu aggiunto per distinguerla da un’altra
chiesa cittadina dedicata a Sant’Apollinare in veclo.
La facciata con il portico d’epoca cinquecentesca e il bellissimo campanile cilindrico, tipico ravennate,
furono parzialmente ricostruiti a seguito dei danni causati dai bombardamenti della prima guerra
mondiale.
La quota pavimentale della chiesa ha subito, a causa del fenomeno della subsidenza, diverse modifiche nel
corso dei secoli. Il piano d’uso teodericiano fu coperto e rialzato di circa 1,20 mt. nel 1512 dai Frati
Minori Osservanti.
Ma la parte più interessante è rappresentata dai meravigliosi pannelli della navata centrale che tanto
raccontano della storia di questo edificio che Teoderico aveva fatto decorare con mosaici che recavano i
segni della fede ariana e i personaggi della corte gota.
La decorazione è suddivisa in tre ordini: quello inferiore rappresenta processioni di vergini e martiri che,
rispettivamente dalle città di Classe e Ravenna, vanno verso il Cristo e la Madonna.
Nella fascia centrale, intercalata dalle finestre e suddivisa in pannelli, troviamo immagini di personaggi
non ben identificati – forse profeti – vestiti di bianco, mentre, la fascia superiore è costituita da una serie
di pannelli raffiguranti scene della vita e della passione di Cristo.
Quest’ultima fascia è indubbiamente teodericiana: infatti il realismo con il quale è rappresentato Cristo,
giovane, riccioluto e sbarbato nella parete di sinistra, vecchio e con barba nella parete di fronte , incarna il
concetto della dottrina ariana della fisicità del Cristo discorde, come già ricordato, dal dogma ortodosso.
Anche la fascia centrale è teodericiana, infatti i personaggi che portano in mano un rotolo o un libro sono
tutti diversi e «animati»: alcuni sono giovani, altri maturi, altri vecchi; le mani sono in posizione diverse:
appoggiate ad un libro, ad un rotolo o sollevate, così i rotoli a volte sono aperti, a volte sono chiusi.
I mosaici della fascia inferiore, invece, sono parzialmente frutto di una modifica successiva all’epoca
teodericiana e sono facilmente riconoscibili a causa della staticità dei personaggi propria dell’arte
bizantina che tende a spiritualizzare le figure.
Questa «sostituzione» avvenne a causa della damnatio memoriæ di Giustiniano attraverso la quale tutti i
segni della dottrina ariana e del governo di Teoderico dovevano essere epurati, l’arcivescovo Agnello –
direttamente incaricato dall’Imperatore – sostituì i mosaici originali che probabilmente rappresentavano
sfilate dei membri della corte e lo stesso Teoderico51. Anche i mosaici delle civitas Classis e Ravennæ che

51
P.Novara, Gli edifici teodericiani in E.Marraffa, E.V.Moroni, Ravenna la città che sale, da Teoderico al
23
vediamo oggi furono modificati: nel primo vennero cancellate cinque figure poste davanti le mura, delle
quali, guardando bene, è possibile vedere ancora l’ombra; nel secondo vennero aggiunti dei drappeggi tra
le colonne del Palatium per nascondere i personaggi presenti. E’ interessante notare che le figure
precedenti non sono state cancellate completamente e, ad esempio, guardando con attenzione è possibile
vedere una mano, delle dita e un braccio sopra alcune colonne. Anche se i personaggi sono stati tolti è
però sorprendente vedere che nel mosaico che riproduce il Palatium la città è rappresentata esattamente
com’era: a sinistra del Palatium vediamo il battistero e la basilica degli ariani, a destra vediamo il
battistero, l’episcopio e la basilica dei cattolici.
Spostandoci di poche decine di metri da Sant’Apollinare Nuovo troviamo la chiesa dello Spirito Santo.
L’edificio era, all’epoca di Teoderico, la cattedrale ariana. Come quella cattolica era dotata di un
battistero e di un episcopio e nei pressi si trovavano, come già ricordato, i bagni del clero goto52.
In origine la cattedrale era dedicata alla Sancta Anastasis cioè alla Resurrezione; dopo la riconversione
delle chiese ariane al culto cattolico la cattedrale venne riconsacrata a San Teodoro cui si aggiunse
l’appellativo a vultu, termine il cui preciso significato non è ancora chiaro anche se è documentato che
sotto quel termine verrà compresa tutta la zona circostante.
Intorno al 1400 la chiesa cambiò nuovamente denominazione assumendo quella attuale dello Spirito
Santo. Infatti, la leggenda vuole che gli undici vescovi successori di Apollinare, sarebbero stati eletti in
questa chiesa dallo Spirito Santo sotto forma di colomba, da cui «vescovi colombini». Si tratta
ovviamente di una leggenda dato che quando l’undicesimo e ultimo vescovo Severo venne eletto, la
chiesa non era ancora stata costruita.
Come per Sant’Apollinare Nuovo, intorno al 1500, furono rialzati il pavimento, le colonne e le porte e
venne costruito il portico che domina la facciata; nonostante questi interventi l’aspetto della chiesa non è
troppo dissimile da quello originario dato che l’impianto e la struttura non sono cambiati.
La Basilica non è visitabile, vi si tengono funzioni del culto romeno ortodosso.
Attiguo alla Chiesa dello Spirito Santo troviamo il Battistero degli Ariani. L’edificio che vediamo oggi, in
cui è necessario scendere di circa un paio di metri per entrare, è solo la parte centrale di quello originale
che doveva essere più articolato e mosso.
Tra l’altro diversi interventi nel corso dei secoli, fra cui quello più pesante operato dal Rasponi intorno al
167053, alterarono completamente la struttura originaria; per questo motivo l’edificio fu oggetto
d’intervento a partire dal 1916 per restituirgli l’aspetto il più vicino possibile all’originario.
La parte più interessante del battistero è dato dal mosaico della cupola che rappresenta il battesimo di
Cristo ed esprime appieno i dogmi della fede ariana.
Secondo la dottrina ariana, infatti, Cristo era figlio di Dio e vero uomo e proprio per esaltare la sua natura
umana, è raffigurato giovane e nudo, immerso nell'acqua fino ai fianchi con l'inguine scoperto.
E’ solo attraverso il rito del battesimo che la natura divina viene comunicata a Cristo, ed è in senso ariano
che i mosaici di questo battistero celebrano il battesimo: il Cristo cattolico del Battistero degli Ortodossi
XX secolo, Ravenna, Anastasis 1993, pag.38
52
Vedi nota 50 a pagina 21
53
P.Novara, Gli edifici teodericiani in E.Marraffa, E.V.Moroni, Ravenna la città che sale, da Teoderico al
XX secolo, Ravenna, Anastasis 1993, pag.35
24
viene da oriente «luce da luce, Dio vero da Dio vero», il Cristo ariano si dirige verso oriente, diventando
divino solo nel momento del battesimo.
L’ultimo importante elemento ariano è dato dal fatto che dal becco della colomba scende sul capo del
Cristo un fiotto d'acqua, non sono simboli: non è fuoco, non é spirito, non é soffio.
Anche il Battistero degli Ariani fu riconvertito al culto cattolico assumendo il nome di Santa Maria in
Cosmedin.
Ultima tappa del nostro viaggio alla scoperta del re Teoderico è il suo mausoleo, la monumentale tomba
che venne costruita nell’area cimiteriale in prossimità dell’allora linea di costa e che ben sottolinea la
potenza e lo spirito del re goto la cui morte è da sempre legata a leggende e misteri. La struttura è
massiccia, fabbricata interamente in blocchi squadrati di pietra d’Istria e suddivisa in due ordini. La
copertura è costituita da un monolite dal peso di ca.250 tonnellate poggiato su una fascia decorata da un
fregio «a tenaglia» che ricorda i motivi ornamentali delle fibbie da cintura tradizionali del mondo goto54.
Numerose sono le supposizioni sulla committenza del mausoleo, tuttavia le fonti ed in particolare
l’Anonimo Valesiano e lo storico Agnello, attribuiscono senza alcuno dubbio la costruzione alla volontà
del re goto55.
Ci si è anche chiesti se effettivamente Teoderico sia stato collocato all’interno del Mausoleo; secondo
quanto tramandato dallo storico Agnello il corpo del sovrano sarebbe stato effettivamente deposto nel
sarcofago di porfido rosso ancora oggi presente all’interno del Mausoleo.
Tutto l’edificio pone interpretazioni estetiche date dall’originale costruzione che è praticamente unica nel
suo genere e non ha paralleli nell’architettura romana o orientale-bizantina, possiamo però osservare che
amalgama in modo originale elementi provenienti da diverse culture e tradizioni, insomma un’espressione
di ciò che Teoderico volle esprimere in vita attraverso le sue scelte storiche e politiche.
La costruzione pone anche problemi tecnici relativi al trasporto e alla posa della pesantissima cupola che
non ha paragoni con altri edifici che, di norma, adottavano la copertura in pietra in presenza di piccole
aperture e legno o mattoni per coperture più imponenti.
Molti studiosi proprio per la sua unicità hanno dato varie interpretazioni a questa costruzione: il ricordo di
una tenda barbara o del tumulo nordico 56, la forma di una corona reale, di un elmo di guerriero 57 o la
ripresa del modello della tomba di Costantino che Teoderico aveva visto durante la sua permanenza a
Costantinopoli.
All’arrivo dei bizantini le spoglie di Teoderico vennero trafugate e da allora se ne sono perse le tracce e il
mausoleo venne adibito al culto cattolico. Successivamente, accanto al mausoleo, venne costruito un
monastero noto con il nome di S.Maria ad memoria regis Theodorici; alcuni documenti lo riportano però
come S.Maria ad pharum, toponimo che faceva riferimento al vicino faro situato all’imbocco del canale
Badareno.

54
M.G.Maioli, Ravenna e la Romagna in epoca gota in I Goti, Catalogo della mostra, Palazzo Reale Milano 28 Gennaio/
8 Maggio 1994, Milano, Electa 1994, Pag.242
55
P.Novara, Gli edifici teodericiani in E.Marraffa, E.V.Moroni, Ravenna la città che sale, da Teoderico al
XX secolo, Ravenna, Anastasis 1993, pag.48
56
I Goti, Guida alla mostra di Palazzo Reale Milano 28 Gennaio/8 Maggio 1994, Milano, Electa 1994, Pag.31
57
W.Bendazzi, R.Ricci, Ravenna guida alla conoscenza della città, Ravenna, Sirri 1992, Pag.168
25
Nel frattempo l’edificio si era progressivamente interrato e, nel 1748, i primi elementi visibili erano la
parte alta degli archi del piano inferiore. Da quell’anno iniziarono quindi i lavori di ripristino e
conservazione che riportarono il mausoleo allo stato originario. Nell’anno 1995 il mausoleo è stato
oggetto dell’ultimo intervento con il recupero delle aree circostanti e la sistemazione del parco adiacente.
I lavori per la realizzazione del «Parco di Teodorico», hanno previsto una serie di scavi archeologici che
hanno riportato alla luce strutture che, nei vari secoli, si sono poggiate all’imponente monumento: il faro
del porto, la chiesa di Santa Maria del Faro e il convento collegato alla chiesa.
Ma la scoperta più interessante risale al 6 novembre 1998 quando, a circa 200 mt. a nord del mausoleo ad
un profondità di mt.8,5 rispetto all’attuale piano di campagna, in una zona che corrispondeva all’antica
linea di spiaggia tardo romana, è stato ritrovato il relitto di una barca romana. I lavori di scavo, copertura
e recupero del relitto furono effettuati tra il dicembre 1998 e il febbraio 1999. Al momento la barca è in
attesa di essere sistemata nel futuro Museo Archeologico di Classe.

«Il segreto di Ravenna[…] é proprio questa rappresentazione di un mondo finalmente riconciliato […]»
André Frossard, Il Vangelo secondo Ravenna

26
FONTI E BIBLIOGRAFIA

Giovanni Vitolo, Medioevo : i caratteri originali di un'età di transizione, Milano, Sansoni 2000
BrunoLuiselli, Teoderico e i gli Ostrogoti tra romanizzazione e nazionalismo gotico in Teoderico e i goti tra
Oriente e Occidente a cura di Antonio Carile, Ravenna, Longo1995
(Atti del congresso tenuto a Ravenna nel 1992)
Amilcare Giovanditto, Teodorico il Grande e i suoi goti in Italia, Novara, Europia 1993
Thomas S.Brown, Everyday life in Ravenna under Theoderic: an example of his “tolerance” and
“prosperity”, spoglio da Teoderico il Grande e i goti d’Italia, Spoleto, Centro italiano di
studi sull’alto Medioevo, 1993
Gregorio Caravita, Teoderico I goti a Ravenna, Rimini, Luisé 1993
Massimo Guidetti, Vivere tra i barbari , vivere con i romani : germani e arabi nella società tardoantica,
Milano, Jaca Book 2007
Marco Sannazaro, Romanità e germanesimo nell’età delle invasioni: alcune considerazioni sull’incontro
delle due culture, www.Rivistazetesis.it
I Goti, Guida alla mostra presso Palazzo Reale Milano 28 Gennaio/8 Maggio 1994, Milano, Electa 1994
I Goti, Catalogo della mostra, Palazzo Reale Milano 28 Gennaio/8 Maggio 1994, Milano, Electa 1994
Carlo Frova, Istruzione e educazione nel medioevo, Loescher, Torino 1973
Biagio Saitta, La civilitas di Teoderico: rigore amministrativo, “tolleranza” religiosa e recupero dell’antico
nell’Italia ostrogota religiosa, Roma, L’Erma di Bretschneider 1999
Elisabetta Marraffa, Enzo V.Moroni, Ravenna la città che sale, da Teoderico al XX secolo, Ravenna, Anastasis, 1993
Marco Fantuzzi, Monumenti Ravennati de’ secoli di mezzo per la maggior parte inediti, Venezia 1801
Prospetto dell’Opera Pag.I/L
Autori vari, Storia di Ravenna Vol.2 a cura di Antonio Carile, Venezia, Marsilio 1991
Autori vari, Storia illustrata di Ravenna a cura di Pier Paolo D’Attorre, Vol.1 a cura di Carla Giovannini, Milano,
Nuova Editoriale AIEP, 1989
W.Bendazzi, R.Ricci, Ravenna guida alla conoscenza della città, Ravenna, Sirri 1992
Enrico Cirelli, Ravenna e il commercio nell’Adriatico in età tardoantica dal catalogo della mostra “Felix Ravenna-
La croce, la spada, la vela: l’altro Adriatico fra V e VI secolo”, Skira, Milano 2007
Paola Novara, L’Edilizia di culto ravennate dei secoli 5-11: fonti e ricerche, Ravenna, Fernandel Scientifica 2008
Giuseppe Morini, Stradario storico di Ravenna, Ravenna, Il Romagnolo 1986
Stampa locale (Corriere di Ravenna, Il Resto del Carlino, La Voce di Romagna) 17/19 agosto 2004

27