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DA LENTINI Lentini, 1210 – Lentini, 1260


Lavora come funzionario presso la Corte imperiale di Federico II in qualità di Notaio imperiale, da qui
l’appellativo di Notaro che Dante gli attribuisce nella Divina Commedia. I componenti della Scuola siciliana
sono funzionari del governo imperiale o personaggi legati alla struttura giuridica e amministrativa del Regno
di Federico II di Svevia che vivono nel vivace ambiente culturale della corte imperiale. I modelli a cui fanno
riferimento i poeti della scuola siciliana sono quelli della lirica cortese provenzale ma a differenza di questa
eliminano  i riferimenti a vicende concrete, alla cronaca della vita cortigiana ed a persone ben identificabili
ed aspirano ad una tematica amorosa dai modi nobili ed elevati. Con questi poeti la poesia amorosa si sposta
su un piano più astratto e letterario, è una poesia intellettualistica. La donna è cantata come la nobile signora
e padrona da servire con dedizione. L’esperienza poetica si basa su un repertorio di immagini richiamate
dall’amore, che viene visto in tutte le sue manifestazioni, di gioia o di pena, come un’esperienza
nobilitante che rende il poeta socialmente degno. Jacopo da Lentini è considerato l’iniziatore della  Scuola
poetica siciliana e figura preminente all’interno del gruppo, tanto che Dante lo sceglie a rappresentare i
Siciliani (vedi Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXIV, vv. 55-57). La lingua utilizzata da Jacopo da
Lentini, e dagli altri poeti siciliani, è il volgare italiano, che è essenzialmente un siciliano colto depurato da
ogni componente dialettale. A Jacopo da Lentini si attribuisce l’invenzione della forma metrica del sonetto
(piccolo suono), consistente in 4 strofe: 2 quartine e 2 terzine. I principali temi sono: dedizione assoluta
dell’innamorato alla donna amata (come un vassallo con il suo signore); nobilitazione della donna, creatura
inaccessibile ma che non può non ricambiare l’amore di chi la ama.

CAVALCANTI Firenze, 1259 – Firenze, 1300


I suoi componimenti sono una cinquantina, tra sonetti, canzoni e ballate. Cavalcanti è un esponente di spicco
del movimento del dolce stil novo, ma pur utilizzando il registro stilnovista egli fa un ribaltamento rispetto
alle posizioni di Guinizzelli. L’amore, tema centrale, non è l’amore che ingentilisce ed eleva colui che ama
ma è una passione irrazionale e sconvolgente che provoca dolore e lacrime e che porta alla morte. Si tratta,
ovviamente, di una morte simbolica: l’uomo vittima del’insensibilità della donna non riesce più a vivere e si
riduce ad un automa. Nel Canzoniere di Cavalcanti si nota, rispetto a Guinizzelli ed allo stesso Dante,
l'assenza della concezione religiosa; Guido Cavalcanti è infatti ateo. La donna, non è più angelicata, non è
strumento di elevazione ed il tramite verso Dio e l’amore ma è una donna crudele e fiera che provoca
sofferenza e sbigottimento. Nella poesia di Cavalcanti prevale l’intonazione tragica. Il lessico è piuttosto
ridotto, gli stessi vocaboli vengono riproposti insistentemente variandone, con raffinata sapienza, le
combinazioni e gli abbinamenti.

La canzone è una delle strutture portanti della tradizione letteraria italiana da Dante a tutto il Cinquecento.
Tutte le stanze hanno lo stesso schema metrico, ed ogni alterazione è espressione della volontà di
rinnovamento da parte dell’autore rispetto allo schema classico della canzone. LA SESTINA: IN VOLGARE
è UNA INNOVAZIONE DANTESCA. Sul modello Arnaut Dante introduce la sestina. Il sistema della
sestina passerà poi a Petrarca e ai grandi poeti del ‘500. BOCCACCIO è MEDIATORE TRA DANTE E
PETRARCA. Boccaccio stima infinitamente Dante ma è anche molto amico del Petrarca, anche se non
sempre ricambiato. Boccaccio pensa che Petrarca dia interpretazione riduttiva della Commedia dantesca e
invia a Petrarca proprio una copia della Commedia. Petrarca sostiene di non aver mai voluto leggere Dante di
proposito per evitare che la sua lettura potesse influenzarlo. Petrarca si definisce latino, mentre Dante scrive
preferibilmente in volgare. Crede che la letteratura a lui contemporanea possa fare a meno di Dante perché
la Commedia è troppo filosofica e non c’entra con la poesia.
PETRARCA Arezzo, 1304 – Arquà, 1374
Profondo interesse per la letteratura latina: assunse come suoi modelli Virgilio, Cicerone, Agostino e, al
contempo, nutrì anche una profonda attrazione per la spiritualità cristiana. 1327 Incontro con Laura: fu
l’evento più ricco di conseguenze per la produzione letteraria del poeta. 1330 Petrarca iniziò la carriera
ecclesiastica divenendo chierico. 1347-1353 Compose il “Secretum”, un’opera in prosa in latino che
racchiude un dialogo immaginario tra il poeta e Sant’Agostino, una sorta di autoanalisi su tematiche
personali e intime. Il dialogo si conclude con una considerazione della gloria terrena e dell’amore per Laura:
mentre il poeta le considera due passioni positive, il santo le giudica delle distrazioni che allontano dalle cose
divine. Negli stessi anni si intensificò l’attività filologica che lo rese un precursore dell’Umanismo e che lo
portò a ricercare manoscritti rari di autori antichi nei monasteri europei. Petrarca è, dunque, filologo perché
animato da un profondo amore per la parola e per i testi antichi, ne ricostruisce la storia e la genealogia,
cercando le fonti originali dei testi antichi: questo metodo lo portò a scoprire codici antichi dove erano
presenti lettere di Cicerone fino ad allora sconosciute. La passione per i testi antichi porta Petrarca a
comporre opere quali le “Epistole” (1345-1361) Petrarca sfruttò la letteratura a suo vantaggio perché le
stesse corti che frequentò lo consideravano un fattore di prestigio crescente; infine, fu un intellettuale
maestro, bisognoso di fornire modelli e comunicare valori che, poi, furono fatti propri e compiutamente
sviluppati nell’Umanesimo e nel Rinascimento.
La maggior parte delle opere di Petrarca sono scritte in latino, ad eccezione del “Canzoniere” e de “I trionfi”,
scritti in volgare. È possibile distinguere opere religiose e morali, opere umanistiche e opere poetiche.
CANZONIERE: ultimato nel 1374
Raccolta poetica in volgare da parte di un poeta "laureato" (riceve la laurea poetica nel 1341), che vuol
raccontare per "frammenti" poetici (ovvero, in testi di dimensioni brevi e di genere prevalentemente lirico)
una vicenda amorosa e, più in profondità, la storia di un'anima tormentata. L’opera si presenta insomma
come un diario intimo. E’ caratterizzata da eterogeneità metrica, tra sonetti, canzoni, madrigali, sestine e
ballate, mentre lo stile si mantiene sempre su un livello medio-alto. La novità sta nella capacità di connettere
i singoli testi tra di loro (attraverso una serie di riprese tematiche, sintattiche e lessicali). Presenza dei
cosiddetti “testi di anniversario”, ovvero quei componimenti che ricordano al poeta e ai lettori le due date
fondamentali dell’amore lirico di Petrarca: la data dell’innamoramento (il 6 aprile 1327) e quello della morte
di Laura (6 aprile 1348). Scansione tematica e non cronologica. Tematiche: Laura, la morte, l’autoesame
morale. Percorso autobiografico che unisce all'esperienza amorosa quella del rinnovamento etico-religioso,
che culminerà nella conclusiva Canzone alla Vergine. Il tema amoroso, che è eredità di tutta la tradizione
dello Stilnovo, si salda così con l’autoanalisi intima da parte del poeta, che confessa sulla pagina tutte le
proprie debolezze e l’incapacità a rinunciare ai beni terreni per aderire pienamente alla morale religiosa
cristiana. Il numero complessivo dei testi (366), che trasformano il Canzoniere in una specie di breviario
sulla strada della spiritualizzazione, in cui cioè la vicenda del singolo può acquisire valore paradigmatico, e
invitare così tutti alla conversione morale. Le tematiche del Canzoniere (l’amore infelice per Laura, il
tormento morale, la percezione del passare del tempo) si traducono poi in un gruppo di figure retoriche
anch’esse ricorrenti: l’antitesi (come nei sonetti Zefiro torna, e ‘l bel tempo rimena oppure Erano i capei
d’oro a l’aura sparsi), l’endiadi (nel v. 5 di Voi ch’ascoltate in rime sparse il suono: “piango et ragiono”),
asindeti e polisindeti, parallelismi (Movesi il vecchierel canuto e bianco) e chiasmi (Pace non trovo, et non ò
da far guerra), allitterazioni, anafore e climax.

BOCCACCIO Firenze, 1313 – Certaldo, 1375


Insieme a Dante Alighieri e a Francesco Petrarca (di cui era amico), Giovanni Boccaccio fa parte delle Tre
corone della letteratura italiana, noto anche come precursore dell’Umanesimo. Ama soprattutto la letteratura
latina e impara perfettamente la lingua. Tra gli autori di suo maggior gradimento c’è Dante Alighieri, che
studia con dovizia. Il padre, però, non appoggia la sua passione, vuole che diventi un mercante. Francesco
Petrarca gli commissiona la traduzione dell’Iliade e dell’Odissea e i due si conoscono personalmente grazia a
un incontro fortuito in campagna mentre Petrarca viaggiava in direzione Roma per il Giubileo del 1350. In
questa parte della sua vita Boccaccio incontra grandi difficoltà economiche che prova a risolvere
appoggiandosi alla corte napoletana con scarsi risultati. Boccaccio lavora così dividendosi tra gli incarichi
pubblici a Firenze e il commento della Divina commedia, non riuscendo però a portarlo a termine a causa dei
primi problemi di salute. Boccaccio risulta innovativo rispetto alla tradizione letteraria poiché è il primo
autore che si occupa di prosa narrativa e poiché crea nuovi generi poetici come il poema epico. Della società
contemporanea Boccaccio ha una visione precisa: egli ne coglie la trasformazione in atto e rivaluta la figura
del mercante, non più considerato male come stabilito dalla chiesa ma visto come attore positivo in un
tessuto sociale nel quale produce ricchezza.
DECAMERON: 1349-1353
Il Decameron racconta la vicenda di dieci giovani che, per sfuggire alla peste del 1348, si ritirano in una villa
di campagna, dove trascorrono dieci giornate narrandosi vicendevolmente delle novelle per ingannare
piacevolmente il tempo. Il nome di “Decameron” ha origine greca, provenendo da déka, “dieci” ed hēméra,
“giorno”. L’opera di Boccaccio è composta da una cornice narrativa, in cui l’autore racconta le vicende
della “brigata” in fuga da Firenze e poi nel locus amoenus della villa campagnola, e da cento novelle
suddivise in dieci giornate. Il Proemio del Decameron è il testo introduttivo che Boccaccio antepone al suo
capolavoro letterario. Il Proemio, con uno stile assai elaborato e letterario, presenta le caratteristiche della
sua opera, identifica il pubblico di riferimento del testo e ne sottolinea la novità rispetto alla tradizione
novellistica precedente. Boccaccio si dedica a un'opera che ha come fine quello di intrattenere le "vaghe
donne", ovvero le lettrici alto-borghesi, che diventano le destinatarie privilegiate del testo. La finalità dello
svago è del resto la stessa anche per i giovani della brigata, composta da sette donne e tre uomini, che, per far
fronte all’emergenza sanitaria e morale della peste, che ha sconvolto i costumi cittadini, vuole restaurare una
nuova misura di equilibrio e comportamento. La sfida alla morale dell’epoca (i giovani, maschi e femmine,
convivono sotto lo stesso tetto giorno e notte) si traduce così nell’attività della narrazione, che mette in scena
i valori fondamentali della visione del mondo dell’autore. La sfida alla morale dell’epoca (i giovani, maschi
e femmine, convivono sotto lo stesso tetto giorno e notte) si traduce così nell’attività della narrazione, che
mette in scena i valori fondamentali della visione del mondo dell’autore. Ogni giorno, i giovani eleggono un
re o una regina che ha il compito di scegliere l’argomento privilegiato su cui raccontare novelle; centrale sarà
il tema erotico-amoroso, quello del “motto” e della “beffa” (in novelle come quella di Guido Cavalcanti o di
Calandrino) che esaltano l’intelligenza (o deridono la stupidità) del singolo, e quello della rappresentazione
della società contemporanea. La Fortuna è l’elemento fondamentale dello scorrere della vita dell’uomo, che
dev’essere sempre pronto a reagire agli imprevisti del caso. A fianco della Fortuna, sta la Natura, cioè
l’amore, rappresentato come pulsione naturale e spontanea dell’uomo e della donna, e contro cui è inutile
tentare di opporsi. In tal senso, nell’amore boccacciano non c’è nulla di lussurioso od osceno perché esso è
una forza che eleva e nobilita l’animo umano, e ne smuove l’ingegno promettendogli il più lieto degli
appagamenti. L’opera è dunque un tentativo di reagire al clima di distruzione e sventura della peste dilagante
a Firenze e in tutta Italia. Lo stile di Boccaccio oscilla tra una prosa fiorentina alta e colta, sintatticamente
elaborata e ricca di latinismi (come si può vedere nel Proemio), e una lingua più viva e realistica, che
caratterizza invece le novelle, in cui vi sono sfumature regionali e termini tecnici di alcune professioni (come
quella mercantile) e abbondanza di eufemismi e doppi sensi per alludere alla sfera sessuale.
La produzione letteraria della prima metà del Quattrocento si esprime essenzialmente in latino, mentre il
volgare resta relegato a scopi prevalentemente pratici e ad ambiti più limitati: testi religiosi (laude, prediche,
libri devozionali, sacre rappresentazioni), novelle, memorie, cantari e poesie giocose (si ricordano in
particolare i sonetti dello stravagante barbiere fiorentino Domenico di Giovanni, detto il Burchiello). Intorno
alla metà del secolo, tuttavia, anche il volgare riconquista dignità di lingua letteraria. Una gara di poesia in
volgare svoltasi a Firenze nel 1441 (Certame coronario), promossa da Leon Battista Alberti, autore di
importanti trattati tecnici in latino, segna l’inizio del nuovo umanesimo volgare, sostenuto poi dallo stesso
Lorenzo il Magnifico, che promuoverà decisamente l’uso dell’italiano come lingua ufficiale e di cultura.
Insieme a Lorenzo de’ Medici, poeta di qualità oltre che straordinario uomo politico, protagonisti di questa
nuova stagione della letteratura furono: Poliziano e Sannazzaro, che trasferirono al nuovo mezzo espressivo i
temi e le forme dei classici; Luigi Pulci e Matteo Maria Boiardo, autori di romanzi cavallereschi in ottave
(rispettivamente il Morgante e l’Orlando innamorato) nei quali riunirono motivi epici e burleschi. Il grande
modello del bilinguismo quattrocentesco è Poliziano (inventore della filologia moderna). Celebri le sue
RIME, le STANZE e la produzione teatrale. In Poliziano vi è un particolare modello di ottava. Poliziano è
centrale nella Firenze dei medici come uomo di cultura.
POLIZIANO Montepulciano, 1454 – Firenze, 1494
Conosce perfettamente il greco ed il latino, al punto da tradurre alcuni libri dell’Iliade dal greco al latino per
donarli a Lorenzo il Magnifico: la cosa impressiona il signore di Firenze che nel 1473 accoglie il giovane
letterato alla sua corte.  Non si possono separare o comprendere la produzione letteraria e la figura di Angelo
Poliziano se le si separa dalla sua attività di ricerca filologica. Nominato professore di filologia Poliziano si
concentra a fondo in quegli studi che lo avevano appassionato fin da giovane. Studia gli autori latini e scrive
commenti alle opere di Ovidio, Giovenale, Quintiliano e tanti altri. Si distinguono due periodi dell’attività
letteraria di Poliziano: nel primo prevale la produzione poetica sia in latino e in volgare, nel secondo, che
comincia con il suo ruolo di professore, prevalgono gli scritti filologici. Le opere di Poliziano trattano i temi
tipi dell’Umanesimo fiorentino: l’esaltazione della vita umana, della natura – vista come anima del mondo,
come opera d’arte creata da un’intelligenza superiore – e dell’amore, considerato il più nobile ed elevato dei
sentimenti, l’unico capace di avvicinare l’uomo a Dio, che ha come manifestazioni esterne e concrete la
bellezza e la grazia, proprie della giovane età; per questo sono ricorrenti anche il rimpianto per la giovinezza
che passa in fretta e l’invito a goderne il più possibile. A questi temi e motivi propri dell’Umanesimo,
Poliziano aggiunge contributi originali che derivano dallo stilnovo (le personificazioni), da Dante, da
Petrarca e dagli autori della classicità (richiami a versi della Commedia e del Canzoniere e alle opere di
Virgilio, Orazio e Ovidio), dalla tarda latinità (la presenza di figure mitologiche), dalla poesia popolare (la
narrazione in ottave). Poliziano ritiene che l’imitazione dei classici non può essere semplice riproduzione ma
scelta consapevole, finalizzata ad esprimere a pieno la propria poetica. Per questo, grazie alla sua vasta
cultura, crea uno stile personale e originale in cui fra le forme, i vocaboli, i procedimenti degli autori classici
latini e greci sia e degli scrittori in lingua volgare, sceglie quelli che ritiene diano alla poesia eleganza, ritmo
e chiarezza. In questo modo, il volgare si rinnova e si nobilita grazie all’apporto della classicità e
l’imitazione dei classici perde gli aspetti pedanti e artificiosi per acquistare leggerezza e nuovi significati.
Tutto questo si realizza a pieno nelle Stanze, scritte in ottava rima; un’ottava rima definita dalla critica come
la più perfetta prodotta fino a quel momento.
STANZE PER LA GIOSTRA: 1475
Quest’opera, tra le più importanti della produzione poliziana, viene cominciata per celebrare la vittoria di una
giostra da parte di Giuliano de’ Medici. Piena di simbolismi e allegorie, si apre con una celebrazione della
potenza medicea e della grandezza di Lorenzo. Il racconto della vittoria di Giuliano viene trasportato su di un
piano mitico: Giuliano diventa il cacciatore Iulio, giovane, selvaggio e insensibile all’amore, che Cupido
decide di punire facendolo innamorare della ninfa Simonetta. Il patrimonio letterario cui Poliziano fa
riferimento in quest’opera spazia dalla poesia stilnovistica a quella petrarchesca ed ellenistica. L’opera
rimane incompiuta per la morte di Giuliano nella Congiura dei Pazzi.
BOIARDO Scandiano, 1441 – Reggio Emilia, 1494
E’ stato uno dei principali poeti volgari dell'Umanesimo, attivo alla corte estense di Ferrara e autore di versi
encomiastici in onore dei suoi protettori politici. Nobile e possessore di un feudo, alternò l'attività politica e
militare a quella letteraria, scrivendo versi latini e volgari e componendo un canzoniere (gli  Amorum libri
tres) che è l'esempio più interessante del Quattrocento. La sua fama resta legata al poema epico-
cavalleresco Orlando innamorato, che pose le regole del genere nel Cinquecento e la cui trama fu ripresa da
Ariosto nel Furioso, destinato a maggior successo.
ORLANDO INNAMORATO: 1476-1483
L’intera opera non fu mai completata, a causa della morte dell’autore. Questo poema è ispirato dai due
grandi cicli della poesia cavalleresca medievale, il ciclo carolingio e il ciclo bretone; già nel titolo, infatti,
emergono queste due fonti: Orlando è infatti l’eroe paladino del ciclo carolingio, mentre l’aggettivo
innamorato si ricollega alle avventure amorose del ciclo bretone. L’intima ispirazione del poema è l’IDEALE
CAVALLERESCO, con il suo corredo di virtù a cui Boiardo guardava con ammirazione, e che erano ben più
vicine alla corte ferrarese di quanto lo fossero per la Firenze borghese del Pulci. Ma questo ideale si fonde
con lo SPIRITO UMANISTICO. L’ideale del nobile guerriero si fonde con l’aristocrazia ferrarese del
Rinascimento, che di esso mantiene il culto dell’amore, l’ardore di prodezza e di gloria, uniti a valori nuovi
della propria epoca: l’adesione alla natura, il libero dispiegarsi della vita e dei sensi e, soprattutto,
l’affermazione della propria INDIVIDUALITA’, che va a sostituirsi alla Sacra Investitura voluta da Dio. In
Boiardo dominano le FORTI PASSIONI, quella amorosa, eroica, guerriera.
AMORUM LIBRI TRES: 1469-1476
Il titolo latino rimanda al poeta Ovidio. Il canzoniere è la raccolta delle liriche amorose di Boiardo, incentrate
sulla figura di Antonia Carrara, amata al 1469 al 1471. E’ diviso simmetricamente in 3 LIBRI, ognuno
formato da 60 componimenti. 1° LIBRO: canta lo sbocciare della passione  nel cuore del poeta e la gioia
dell’amore ricambiato. 2° LIBRO: esprime la desolazione del poeta abbandonato e tradito dalla donna. 3°
LIBRO: rievoca con nostalgia i momenti felici di un tempo e a tratti emerge qualche nuova fuggevole
speranza. Si conclude con poesie di pentimento e meditazione morale e religiosa, secondo l’esemplare
L’opera è letterariamente molto elaborata: si ha una solida struttura e architettura esterna del canzoniere, e
nello stile sono frequenti suggestioni petrarchesche e classiche. I temi poetici più intensi sono l’ammirazione
della bellezza della donna e della natura. L’amata appare spesso in un dolcissimo scenario naturale, ma esso
non si fonde più con lei, come avveniva nella poesia del Poliziano. Piuttosto riflette il sentimento affettuoso
ed espansivo con il quale il poeta circonda la donna.
Manca la profonda interiorità di Petrarca e la capacità di elevare la vicenda d’amore alla più ampia e intima
storia dell’anima intera.

PULCI Firenze, 1432 – Padova, 1484


Luigi Pulci ebbe vita grigia e travagliata, a causa delle difficoltà economiche e delle traversie familiari che a
esse conseguirono. A 19 anni, suo padre morì ed egli dovette cercare impiego presso un facoltoso cittadino
che lo presento alla famiglia de’ Medici. Dal 1461 cominciò a frequentare la loro casa, e qui fu accolto e
protetto dalla madre di Lorenzo il Magnifico, Lucrezia Tornabuoni, autrice di laudi sacre e di storie bibliche
ed evangeliche in terza rima e in ottave. Fu lei a esortarlo a scrivere la sua opera maggiore, il Morgante.
Pulci, distratto dagli studi anche dalle necessità della vita, fu attratto soprattutto dalle voci e i modi della
letteratura popolare, più vicina al suo spirito rispetto a quella dotta. Egli è il rappresentante più vivo del gusto
popolaresco che si trova affiancata, nella nostra letteratura fiorentina del Quattrocento, al recupero dei
classici. In Pulci la prima tendenza è dominante, se non univoca.
Luigi Pulci con Il Morgante e le altre sue opere prosegue la tradizione della poesia comica toscana. I
maggiori poeti comici toscani sono Cecco Angiolieri, Rustico Filippi, il Burchiello, poesie comiche scrissero
anche i maggiori poeti di “poesia seria”, tra cui Guido Cavalcanti e Dante Alighieri, Lorenzo de’ Medici e
Angelo Poliziano. Nei testi comici prevalgono temi bassi: il cibo, il sesso , il gioco, l’umore nero dei poeti, le
battute grevi e i doppi sensi, la presa in giro e il rovesciamento dei temi elevati della poesia seria. Le donne
non sono spirituali e silenziose, ma sboccate e maleducate, rispondono per le rime ai loro sprovveduti
amanti, oppure maliziose invitano il poeta a godere insieme. La lingua non è quella dolce e piana dello stile
alto dello Stilnovo e della lirica amorosa, ma una lingua aspra e dura, che sceglie i termini volgari della
lingua parlata. La lirica comica è comunque una poesia erudita, frutto di raffinate tecniche di versificazioni,
in cui abbondano le figure retoriche, i giochi di parole, le rime difficili.
MORGANTE: 1478
Eretico e dissacratore Pulci in uno stile originale e molto lontano dall’ideale di perfezione e decoro proprio
dei poeti umanisti, racconta un mondo sproporzionato e irrazionale, dominato dalle passioni più basse e vili,
dove accanto ai cavalieri degli antichi romanzi sono protagonisti il gigante Morgante e il suo compagno, il
mezzo gigante Margutte. Orlando, irato per le calunnie che Gano di Maganza racconta su di lui a Carlo
Magno, si allontana dall’accampamento dell’imperatore e incontra, in un deserto al confine tra i Cristiani e i
Pagani, una badia di monaci, terrorizzati da tre giganti, che vivono su una montagna sopra di loro. Orlando
sale sulla montagna per uccidere i giganti, due li uccide, ma il terzo, Morgante, che gli dice di essere
diventato cristiano, dopo un sogno premonitore, proprio in quel momento, lo conduce con sé: ha così inizio il
poema di Pulci. Dopo mille avventure al seguito di Orlando un giorno su un crocicchio Morgante incontra
Margutte, un mezzo gigante eretico e malvagissimo, che ha tutti i vizi possibili immaginabili, e che diviene
suo compagno di viaggio.
MARGUTTE: semigigante astuto e maligno dalle membra "strane, orride e brutte" che, presentatosi al gigante
Morgante vantandosi di tutte le sue bravure, viene da costui assunto come scudiero. Morgante è un gigante che viene
convertito al cristianesimo dal paladino Orlando, di cui diventa scudiero. Margutte, invece, è un mezzo gigante, che
viene a sua volta reclutato da Morgante. Il nome è quello dato ai fantocci usati come bersagli nelle giostre di cavalieri, e
deriva da “marbut”, termine arabo (non a caso, l’equivalente italiano è “saracino”) che indica originariamente un mago,
un santone. Se Morgante è sostanzialmente il tipico gigante della tradizione, rozzo, violento ma sostanzialmente
bonario, Margutte è più interessante per la sua natura anfibia, che lo rende più scaltro e smaliziato, e lo porta a fare
propri, in chiave comica, i valori edonistici del Rinascimento fiorentino. Il suo epicureismo viene dichiarato fin dal
primo incontro con Morgante, quando questi gli chiede la sua fede, secondo convenzione del poema cavalleresco, in cui
i cavalieri si interrogano sullo schieramento di appartenenza, cristiano o islamico, per valutare poi se allearsi o
combattersi. Margutte rifiuta, ironicamente, la convenzione, proferendo la sua fede nei valori “bassi” e concreti del
ventre e dei piaceri in generale. E oltre ad essere un blasfemo miscredente ed un irriducibile goloso, è anche un
sodomita, un giocatore d’azzardo e un ladro. Egli muore dal ridere osservando una scimmia con indosso i suoi stivali.

Nel Morgante si concentra tutta la volontà provocatoria ed eversiva di Luigi Pulci, che si contrappone ad
ogni logica perbenista e benpensante. Nel comico pulciano si trova quella forza eversiva ed alternativa
propria del riso.