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Tiburtino III è un’area della periferia romana che nasce quando, durante il regime fascista, il

progetto di una Roma imperiale causa la dislocazione forzata degli abitanti di Porta Metronia
e delle aree circostanti il centro, trasferiti in zone periferiche della città dando luogo a quelli
che sarebbero poi diventate le borgate di Roma. Erano luoghi privi di servizi e infrastrutture,
per questo proprio da qui si svilupparono buona parte dei movimenti legati al diritto alla casa
o al senso di appartenenze alla comunità per esempio e proprio da tale realtà molti artisti
trassero ispirazione per i loro personaggi, come Pasolini. Le famiglia di Tiburtino III furono
interessate in prima persona dal processo di ricostruzione della città; la storia di Caradonna
comincia nel 1957 e ha elementi in comune con tanti giovani che, come lui, vedevano le
proprie famiglie impiegate nell’edilizia, e crescevano tra le file del Partito Comunista Italiano
e la parrocchia.

Quando aveva 14 anni, alla fine di una manifestazione antifascista svoltasi a San Giovanni,
salì su un pullman che riportava la scritta ‘’Tiburtino III antifascista’’; vi salì e da quel
momento non abbandonò più la politica. La parrocchia invece era il luogo in cui i giovani si
incontravano, socializzavano, praticavano attività sportive e affrontavano le proprie
preoccupazioni con il parroco. Egli sentì sempre la necessità di fare qualcosa per il quartiere
in cui era cresciuto.

Dalla realizzazione del parco dell’Unità, nei primi anni Novanta cominciò il rialzo del
quartiere attraverso il miglioramento delle condizioni igieniche delle strade, a dotare il
territorio di illuminazione pubblica, alla costruzione di un centro anziani, alla ristrutturazione
dell’asilo nido e della piscina, che era stata occupata da famiglie finalmente trasferite in
abitazioni. Il volume racchiude la storia e la ricerca della memoria del quartiere.

Prefazione (di Alessandro Portelli). Si confrontino due testimonianze diverse; quella di


Maria Evangelista risalente al 1916, che racconta la sua infanzia fatta dal lavoro nei campi, e
quella di Paola Padella del 1964, che invece racconta il cortile in cui giocava; da una parte
coscienza del malessere, dall’altra nostalgia, quindi testimonianza del cambiamento storico
avvenuto tra le due generazioni, attraverso la nostalgia di quanto è andato perduto ma con
la consapevolezza che alcune cose andavano cambiate. In questo senso Tiburtino III
diventa luogo della memoria, punto di incontro tra memoria del tempo e senso dello spazio,
per ricostruire la storia di una parte di Roma ed affrontare le realtà del passato e quelle della
contemporaneità.

Come nasce la ricerca (di Paola Spano). Paola Spano ebbe l’occasione di insegnare per
30 anni, prima del pensionamento, nella scuola che era stata approntata in un prefabbricato
di lamiera a Tiburtino III; conquistati dai ragazzi del quartiere, gli insegnanti hanno sentito la
necessità rinnovare il modo di fare scuola, capendo anche la realtà della zona dagli incontri
con i genitori e quindi venendo a contatto con i due poli, la sezione del PCI e la parrocchia;
pur non avendo partecipato ai loro movimenti e alle loro feste avevano percepito i
cambiamenti. Arrivato il pensionamento molti di loro, come la Spano, sentono il desiderio di
conoscere meglio la realtà di Tiburtino III; per farlo ricorre all’aiuto di un suo vecchio alunno,
Riccardo, il cui padre era della zona e che si era laureato in geografia, quindi molto
entusiasticamente nel progetto ha coinvolto altri geografi e anche persone che non avevano
rapporti con il quartiere.

PAESAGGI URBANI (di Marco Maggioli). La superficie di campagna che compone l’agro
romano è apparsa, fino a circa mezzo secolo fa, sostanzialmente spopolata; le vicende
storiche hanno determinato poi un cambiamento nelle modalità di rapportarsi con lo spazio
urbano. Per esempio la trasformazione delle periferie romane, che avvolte appaiono

come aree di degrado e abbandono e come luoghi nel quale il progresso e le trasformazioni
non rimuovono la storia urbana. Sono proprio queste periferie che, attraverso la
ricostruzione dei processi identitari dei luoghi delle comunità insediate, offrono una nuova
visione del concetto di spazio urbano.

L’edificazione di Roma non segue caratteri contigui, infatti a zone densamente popolate si
alternano aree boschive, vigneti, soprattutto il territorio periferico è interessato da
insediamenti anche abusivi, casali, resti di piccoli borghi che la continua evoluzione ha quasi
cancellato. Le borgate nascono e si sviluppano in questo clima di continua evoluzione,
descritte da Caproni come ai margini di Roma, come isole derelitte nell’Agro; e proprio così
sembrano configurarsi alla fine della Seconda guerra mondiale: un insieme slegato di
insediamenti intorno alla città costituita costruiti durante il ventennio fascista per realizzare il
progetto di una Roma imperiale e per rispondere al disagio abitativo dei ceti popolari.

Questi insediamenti hanno ciascuno una propria storia ma sono accumunati dal fatto che gli
abitanti erano stati sradicati dal proprio tessuto sociale; sporgendosi verso la fine della città
e quindi anche lontano da quei pochi quartieri strutturati secondo un disegno ben preciso, si
incontra Tiburtino III, oggi immersa nel clima contemporaneo ma allo stesso tempo
testimonianza di condizioni di lavoro ed origini. Le abitazioni originarie erano chiamate lotti,
ma a partire dagli anni Settanta questi vengono abbattuti per far posto a palazzi in cemento,
quindi anche Tiburtino III cambia, è testimonianza del tempo che passa, ma le vicende del
quartiere rimangono impresse nella memoria di chi le ha vissute, per esempio l’omicidio di
Caterina Martinelli, uccisa perché spinta dall’urgenza di pane per i suoi figli.

Vivere in queste borgate significava essere sottomessi a una sorta di dominio coloniale
interno; si trattava infatti di spazi di margine, divisi dalla città abitata, sottoposti a un rigido
controllo poliziesco finalizzato al compimento della politiche di riordino degli spazi urbani,
quindi vittime di precise logiche di controllo e vigilanza per garantire la sicurezza nazionale,
a causa della presenza, nelle baracche, di persone con caratteristiche morali non buone, in
linea con le teorie sviluppatesi dalla fine dell’Ottocento per le quali le condizioni di vita
rispecchiassero la moralità del soggetto. Le case di artigiani, mercanti, muratori che
vivevano nelle zone di Porta Metronia, Via della conciliazione e simili furono distrutte e loro
trasportati su camion militari in questi quartieri calati nel deserto in cui costruire una propria
memoria, individuale e collettiva.

La testimonianza di Paola Padella mette in risalto il cortile in cui giocava da bambino e la


sua vecchia casa e lo fa con memoria nostalgica; la memoria e il racconto si inseriscono
quindi proprio all’interno dello spazio, uno spazio diviso tra privato e pubblico e che traccia
un sentiero attraverso il quale ripercorrere i propri ricordi, le pratiche individuali e comuni, le
storie dei singoli e quelle collettive, così che la città non è più solo spazio percepito ma
anche spazio esistenziale.

Non a caso a partire degli ultimi anni del Novecento molte ricerche si sono indirizzate proprio
sul luogo inteso come luogo di memoria, a livello geografico, storico, sociologico,
antropologico e così via, dando particolare attenzione al valore della memoria e a come
essa si configura come dato culturale legato al territorio abitato, infatti nelle testimonianze
raccolte sono evidenziati i ricordi dei luoghi, dei negozi, delle porzioni di spazio in cui la
memoria si è formata e con nostalgia si guarda alla Tiburtino III del passato, così diversa da
quella del presente.

La memoria si prefigura quindi come atto costitutivo degli individui e dei gruppi sociali, che
sentono di appartenere a un determinato luogo e infatti ad esso legano la propria memoria;
anche lo spazio fisico della città si manifesta come parte integrante dell’esperienza
dell’individuo, Kevin Lunch in L’immagine della città ha infatti evidenziato come affinché una
zona della città possa essere considerata quartiere bisogna pensarla come tale
dall’osservatore o comunque dal soggetto in questione.
La città può essere considerata come una porzione di territorio omogena in virtù della
rpesenza di confini che indicano i limiti entro le quali si relaziona il singolo rispetto al tutto,
pur essendoci delle differenze in questo

territorio, per esempio la varietà delle strutture, degli usi, le vicende storiche. A loro volta ci
possono essere delle piccole porzioni di territorio omogenee tra di loro; le storie di Tiburtino
III sono storie di confine, che si snodano tra le pratiche dell’abitare e lo svolgimento di
queste pratiche nello spazio urbano. Dunque tali storie sono caratterizzate da una parte
dalla dimensione interna, quindi le vicende interne del singolo, e dall’altra parte da una
dimensione esterna, quella dello spazio.

In questo contesto le case non rimangono solo case; oltre ad essere elemento architettonico
che scandisce i paesaggi e abitazione la casa diventa luogo dell’elaborazione della
memoria, dei migranti interni di quegli anni in questo caso, deve quindi essere analizzata nel
tempo e nello spazio; è questa stretta collaborazione tra luoghi e memoria che segna il
territorio in maniera indelebile e produce nelle periferie paesaggi diversi.

Tiburtino III nasce dalla deportazione forzata nella zona delle famiglia che abitavano presso
Porta Metronia, Porta Latina, ecc., la parte della città destinata da Mussolini all’esposizione
del 1942; prende il nome di Terzo poiché l’Istituto delle Case popolari lo delinea come terzo
dopo San Lorenzo e Santa Maria del Soccorso; l’immagine di Roma cambia: da una parte si
vedono grandi palazzi ordinati, dall’altra piccole abitazioni malmesse e talvolta prive di
servizi. Ma ciò non impedisce la formazione di una memoria collettiva del posto grazie alla
solidarietà che porta ad adattarsi a quel processo di sradicamento, ma anche a reagire: è il
tempo delle rivendicazioni, dei confronti e delle lotte civili.

BORGO VS BORGATA (di Riccardo Morri). Ciò che vuole fare Morri in questa sezione è
narrare come Piazza Tiburtino sia diventata nel corso del tempo da un semplice contenitore
di uomini e donne un punto di riferimento per gli stessi individui che vi sono vissuti e
cresciuti, quindi anche come sia sostanzialmente fallito il progetto politico di emarginazione
e alienazione dei borgatari dalla vita politica grazie agli stessi cittadini che si sono mossi per
essere considerati parte della città e non esclusi da essa.

Infatti la contrapposizione tra centro e periferia è stata praticamente superata negli ultimi
anni, considerando la relazione biunivoca che intercorre tra i due termini (nel senso che per
essere tale, un centro a bisogno di qualcosa intorno ad esso); inoltre, la ricerca sugli spazi e
in particolare questa condotta su Tiburtino III e le sue trasformazioni è stata fondata
essenzialmente sulla memoria, infatti l’uso di dati statistici è stato limitato, sia perché la
stessa ricerca è stata condotta sul campo che perché solo tardivamente si trovano
registrazioni ufficiali del luogo in questione. Quindi poiché ciò che si va ricostruendo è il
luogo della memoria i numeri hanno importanza molto relativa.

Il contesto di nascita delle borgate può essere ricondotto all’aspirazione mussoliniana di


demolire le casupole per creare una Roma imperiale, quindi si parte dal risanamento delle
condizioni abitative del centro storico di Roma; ovviamente c’era spazio a livello urbanistico
per spostare coloro che vi vivevano, ma la collocazione di essi ai margini della città
rispondeva a precise esigenze politiche, cioè allontanare quanto più possibile gli strati poveri
della popolazione da una parte, aumentare la rendita dei terreni troppo distanti dalla città
dall’altra.

Così facendo si pensava di limitare allo stesso tempo la capacità organizzativa, di


manifestazione e rivendicazione di queste persone per controllare meglio l’ordine pubblico.
La costruzione di Tiburtino III comincia nel 1936 e già l’anno successivo vengono
consegnate le prime chiavi per accedere agli alloggi; si preme sottolineare quattro aspetti
relativi alla nascita della borgata.
Il primo è la denominazione, infatti nella cartografia ufficiale il luogo è nominato Santa Maria
del Soccorso, mentre nella vulgata si afferma progressivamente la denominazione di
Tiburtino III, dalla logica della progettazione urbanistica che disponeva queste borgate in
ordine progressivo. È inoltre il modo in cui si riconoscono i suoi abitanti, come emerge dalle
interviste nelle quali si ricordano le richieste per la costruzione di una Piazza Tiburtino III che
risponde a un bisogno di riconoscibilità a livello interno ed esterno.

Il secondo aspetto è la localizzazione e la struttura urbanistica; in base alla Carta dell’Agro


Romano di Spinetti infatti si vede che Tiburtino III era divisa in lotti appartenenti a diversi
proprietari, dei quali alcuni erano esponenti dell’aristocrazia borghese romana che
costruisce proprio sulla lottizzazione del territori le proprie fortune, come le famiglie Ranucci
e Scarpitti. La Tiburtino III di oggi, inserita nel V Municipio del Comune di Roma, non rispetta
i confini originari, compresi tra la Tiburtina e il Forte Tiburtino, causa anche gli interventi di
costruzione degli alloggi sostitutivi dei vecchi edifici avvenuta negli anni Settanta.

Tra i luoghi che entreranno a far parte del vissuto degli abitanti del posto la parrocchia e la
Vaccheria Nardi, oltre che il fiume Aniene, il principale affluente del Tevere, come luogo di
gioco, con il barcarolo per esempio (che per poche lire faceva trascorrere del tempo sulla
sua imbarcazione) ma anche come di pianificazione, infatti le piene del fiume non venivano
controllate a livello statale, quindi erano gli stessi abitanti a mettere in atto stratagemmi per
convivere con le fasi più acute della piena. Altri luoghi identificativi sono la piscina e la
scuola; riguardo la scuola furono degli operatori di volontariato che si mossero per far sì che
le strutture fossero adatte per il contenimento degli studenti, essendo l’edificio originario
completamente inadatto, e per la rimodulazione dell’offerta didattica.

Il nido d’infanzia invece, presente nella borgata sin dalle sue origini, nonostante gli interventi
di manutenzione e ristrutturazione ha assetto ed ubicazione praticamente immutati rispetto
agli originari; nel corso del tempo questi luoghi si sono caricati di significati e sono dunque
diventati luoghi della memoria, avendo ospitato anche le lotte dei cittadini per avere strutture
migliori, e infatti in molte delle interviste questi finiscono sempre per essere ricordati in
relazione alle esperienze di chi parla.

Le istituzioni pubbliche e private poi prestano particolare attenzione al tema della formazione
della donna anche fuori dalle mura domestiche, infatti molte avranno la possibilità di lavorare
in ambienti esterni. Una sorta di mito è invece la piscina, attivata per tre mesi all’anno poiché
era scoperta, della quale la comunità può usufruire per un periodo piuttosto ridotto dato che
le demolizioni degli anni Settanta portarono molte famiglie ad occuparla come abitazione
propria. È quindi anche luogo della contraddizione, dove l’interesse generale (il diritto alla
casa) preso nella sua dimensione individualista (l’occupazione da parte di pochi nuclei
famigliari) priva l’interva comunità di un diritto acquisito (la pratica dello sport) e quindi di uno
dei pochi privilegi che aveva il vivere a Tiburtino III.

Il terzo elemento sono le tipologia edilizie.

Il quarto e ultimo elementi di analisi è la provenienza degli abitanti; nel 1937 furono
sostanzialmente gli sfollati di Porta Metronia ad essere portati a Tiburtino III ma durante la
guerra la popolazione della borgata si accresce con ulteriori immigrati e sfollati; il
censimento del 1951 infatti conta 17mila persone residenti, ma i presenti erano 35mila; il
sovraffollamento era ovviamente un problema, aggravato dalla mancanza di servizi adeguati
e quindi la diffusione di condizioni di indigenza e precarietà. Con la Seconda guerra
mondiale e il secondo dopoguerra la situazione era notevolmente peggiorata.

Tra gli anni Sessanta e Settanta il tessuto sociale della borgata tende per questo a diventare
sempre più omogeneo e a quindi la scelta di espellere dalla città gruppi considerati
socialmente e politicamente pericolosi non fermò la loro crescita e concentrazione e di fatto
non causò, come si era pensato, la loro possibilità di aggregazione.

Nella prima metà degli anni Settanta si assiste, secondo Ferrarotti, al crollo della borgata,
con case inabitabili e successive demolizioni; infatti si avvia il risanamento del quartiere, non
come sintomo di promozione ed emancipazione sociale per gli abitanti della borgata,
rimanendo un processo parziale ed incoerente, trascurando infatti la rete fognaria e della
viabilità e anche la dotazione di aree verdi. Infatti non ci si era

preoccupati di dare alla borgata un impianto urbanistico preciso né di dotare le casa di


servizi particolari, come si evince dalle testimonianze. È anche per questo che durante la
fase di demolizione e costruzione gli abitanti di Tiburtino III avvertono come la necessità di
partecipare e lo fanno attorno al PCI e al Comitato di Quartiere poiché si voleva resistere
alla possibilità di trasferimento in nuovi quartieri e si preferì piuttosto aspettare la
ricostruzione di Tiburtino III, che si poté dire ultimata negli anni Ottanta. Si manifesta quindi
la difficoltà ad abbandonare il territorio all’interno del quale si erano creati i propri rapporti
personali.

Quindi la comunità rimane sempre allerta e vigile e sempre pronta a mobilitarsi


personalmente; per esempio riguardo la nascita del Parco dell’Unità, ben chiaro nella mente
e nei ricordi degli intervistati, oppure riguardo il tema della scuola o della droga, che
cominciò a penetrare il quartiere all’inizio degli anni Ottanta e quindi spesso le donne,
soprattutto le mamme, si impegnavano e protestavano per chiedere attenzione e sostegno
alla loro causa.

Di case originarie ne sono rimaste pochissime, ma certo è che le case di nuove costruzioni
contribuirono notevolmente a modificare l’assetto paesaggistico della zona, pur essendo
stato registrato comunque un miglioramento nelle condizioni abitative grazie al sistema
stradale e fognario, all’aumento di spazio per ogni appartamento e alla loro dotazione di
servizi quali bagni e cucine. Allo stesso tempo si sente la nostalgia della Tiburtino originaria,
che rimane impressa nella memoria di chi l’ha vissuta, per questo c’è un’immagine forte
nelle persone più mature ma molto scarsa nei giovani, che la conoscono grazie ai racconti
dei parenti e quindi, come diceva Calvino, le fiabe hanno svolto un ruolo importante nei
confronti dell’educazione e della maturazione dei giovani.

Ogni favola ha il suo lieto fine e così anche quella di Tiburtino III, che grazie alle lotte per le
case, il miglioramento delle condizioni e la riqualificazione del quartiere, è stata assorbita dal
tessuto politico e sociale della città, grazie anche alle azioni del rappresentante del V
municipio, Ivano Caradonna, che ha reso possibile la fruizione delle zone verdi della
pineta,per alcuni periodi dell’anno, e la restaurazione della piscina.

VOCI DELLA MEMORIA (a cura di Paola Spano). Paola Spano si è occupata di


raccogliere una serie di informazioni attraverso interviste varie che hanno interessato circa
cinquanta persone, di cui rari giovanissimi e pochi esterni del quartiere, dal quale è emerso
un forte senso di appartenenza al quartiere. Si è ovviamente dovuta operare una selezione
in quanto riportare il contenuto delle interviste per intero sarebbe stato impossibile.

Testimonianze. Lontano da dove.

Marcello Carboni, nato nel 1935, racconta del degrado talmente tale di Tiburtino III che
anche chi vi abita non la considera parte di Roma, tanto che si dice di andare a Roma
quando vi si esce. Infatti non c’è nulla se non un fornaio e una farmacia, il centro anziani e
un bar.
Giulio Fortuna, del 1936, originario di Ascoli Piceno, paragona il loro spostamento a Roma a
quello degli africani, in quanto la madre non voleva che vivessero la sua stessa vita fatta di
stenti e fatiche; il padre faceva il beccamorto e la madre il bucato per le signore. Riuscirono
ad ottenere casa grazie a una conoscenza fatta dal bar al padre; anche lui descrive Tiburtino
come l’estero, rispetto a Roma.

Mario Galli e Domenico Zanella danno la stessa descrizione, di casa malmesse, senza
bagni e di difficoltà lavorative.

Ci sono poi le testimonianza dei nativi di Tiburtino III, tutti nati nell’arco di tempo compreso
tra il 1947 e il 1975, come Antonio Morri, la cui casa è stata buttata giù per costruire un
deposito ATAC, Giancarlo Carbonare, mai uscito del quartiere, Ivano Caradonna, Laura
Morelli che ricorda la povertà degli aitanti, Roberto Caretta, Regina Bruschi Polidori,
Alessandra Giacinti che ricorda la scuola.

Alcuni ricordano che dopo lo sfratto prima di arrivare a Tiburtino III erano stati in subaffitto da
parenti o amici, come Bruno Padella, Giorgio Arezzi o primo Morri.

Altri ricordano addirittura lo sfratto, per esempio Ornella Boncompagni ricorda il giorno in cui
portarono la sua famiglia a Tiburtino III con un camion, altri come Osvalda Screponi
ricordano le baracche, con bagno in comune, senza acqua e senza luce, prima di arrivare a
Tiburtino III dove c’erano le baracche costruite da Mussolini, Marisa Marcellano e Domenica
Zannella anche ricordano il loro sfratto, avvenuto il giorno di Sant’Antonio.

Alcuni si trasferirono dalle isole, come Emiliano Sciascia, i cui nonni si erano trasferiti dalla
Sicilia e i suoi genitori erano invece di Tiburtino III, dove nacque; dalla Sardegna invece la
madre di Maria e Pina Pala, Amelia Mancini aveva la mamma originaria delle Puglie, il padre
romano e ricorda da Tor Pignattara il trasferimento a Tiburtino.

La libertà di essere bambino.

Riguardo questa sezione è importante considerare le date di nascita dei testimoni per capire
come sia cambiata la concezione dell’infanzia attraverso il tempo.

Antonio Morri (1947) ricorda l’infanzia come un periodo fatto di giochi all’aperto e per strada,
dopo aver fatto i compiti ovviamente i pomeriggi si trascorrevano fuori a giocare a pallone o
a spacca picchio, o acchiappar ella e nascondino che erano gli unici giochi in cui si giocava
anche con le bambine.

Mario Gallo (1935) racconta i bagni presso il fiume, con un’acqua pulita, e i pomeriggi
passati nei campi di pomodori e meloni a raccogliere la frutta e mangiarla nei pressi del
fiume; anche Giorgio Arezzi racconta i giochi all’aria aperta, come nascondino, palla
avvelenata, la caccia alle lucertole e ai grilli. Marisa Marcellino invece (1957) aveva poco
tempo per giocare, infatti i genitori le avevano fatto fare volontariato presso la Pontificia
Commissione Assistenza; anche Maria Evangelista (1916) racconta la sua infanzia, diversa
poiché non poteva studiare e doveva lavorare presso i campi, così come Maria Pia Lattanzi
(1935).

Marcello Carboni (1935) dice che a lui non era consentito giocare, perché aveva scelto di
studiare e i genitori volevano vederlo concentrato su quello; Osvalda Screponi (1935)
racconta che la maggior parte del suo tempo lo passava per i campi a lavorare, a raccogliere
il grano e la cicoria, e solo raramente poteva dedicarsi ai giochi con le bambine. Anche Anna
Antonini (1942) racconta della divisione tra dovere e piaceri, mentre Amelia Mancini (1932)
racconta della libertà nell’infanzia, i giochi e i guai combinati con gli amici, per esempio
diedero fuoco a un campo, oppure le feste che si organizzavano tutte le sere.
Anche Nadia Gallo (1960) racconta i giochi all’aperto con gli altri bambini, mondo, palla
avvelenata, campana, e le domeniche mattine quando la madre doveva fare le pulizie e
spediva tutti in chiesa e poi a giocare con il papà in mezzo ai campi, con gli aquiloni, i
maggiolini e le lucertole. Regina Bruschi Polidori (1960) racconta della bagnarola utilizzata a
mo’ di piscina in estate, le corse dietro i passerotti, le lucertole, le verdure raccolte e
mangiate, i giochi con regole ben definite che li hanno aiutati a capire il senso delle regole
generali della vita e ricorda con la sua amica Nadia il Carosello e le merende e il cinema.

Paola Padella (1964) invece parla dei giochi nel cortile sotto casa, alberato e con delle
panchine su cui riposavano i grandi; i giochi cominciavano subito dopo scuola, anche se a
volte dovevano aiutare in casa e a

fare delle commissioni, mentre i maschi erano esonerati dai lavori di casa. Ricorda le
scampagnate, la messa e il cinema, oltre che la bucherella di fusaje, olive, liquerizie nello
stesso cortile in cui giocava.

Bande rivali: Antonio Morri ricorda che i ragazzi di Tiburtino si sfidavano a sassate con i
ragazzi di Pietralata, mentre Nadia Gallo ricorda che ci si sfidava anche tra bande interne
allo stesso quartiere.

Giochi pericolosi: Amelia Mancini ricorda i giochi con la polvere da sparo e le miccette,
oppure le entrate furtive nei cunicoli del Forte; ricorda di un ragazzo cascato nel palazzo di
un vano in costruzione.

I genitori: Antonio Morri racconta del tentativo di fumare in bagno, ma suo padre se ne
accorse subito prendendolo in giro, e ricorda le coccole e le attenzioni della mamma. Maria
Evangelista invece racconta che quando era piccola le andavano a pascolare gli animali e
lei approfittava per raccogliere la cicoria che poi vendeva alle signore del vicinato e con quei
soldi riusciva ad aiutare i genitori e poté compare anche una macchina per cucire.

Le scarpe: gli intervistati, Marcello Carboni., Nadia Gallo e Regina Polidori raccontano che
le scarpe venivano cambiate un paio di volte l’anno, proprio quando era necessario e
l’esigenza non poteva essere ignorata e lo stesso valeva per i jeans e i cappotti.

Il fascismo, la guerra, la fame.

Le prime testimonianze fanno emergere come Tiburtino III fosse in quartiere antifascista;
infatti sia Emiliano Sciascia che Domenico Zanella ricordano i tentativi dei fascisti di attirare
l’attenzione nel quartiere, ma furono sempre cacciati via, con la gente che gli tirava contro
oggetti dalla finestre delle case.

Amelia Mancini invece ricorda di una volta che Mussolini passò per Tiburtino III e buttarono
giù la casa di un uomo perché si doveva vedere il Fascio dalla strada; ricorda che gli fecero
tante feste e che gli edifici venivano costruiti in quattro e quattr’otto; suo padre era socialista.

Altri ancora raccontano di come, se non si era iscritti al partito, si veniva portati in caserma e
costretti a bere l’olio di ricino. Il padre di Elsa Cedroni riuscì ad essere avvisato e si nascose,
la moglie disse che l’aveva abbandonata e non sapeva che fine avesse fatto.

Giulio Fortuna racconta degli orti di guerra, improvvisati a scuola dalle maestre con la scusa
di insegnar loro il lavoro ma in realtà come aiuto per dare qualcosa in più da mangiare;
Maria Evangelista ricorda la paura dei bombardamenti, in particolare da uno di questi furono
solo lei e un’altra ad essere ritrovate vive. Osvalda Screponi racconta di un fratello fatto
prigioniero dai tedeschi, riuscito a scappare diverso tempo dopo e a tornare a casa. La
madre fece una settimana di feste e rinfreschi per la gioia, mentre il fratello non volle mai
raccontare nulla di quel periodo.

Dalle varie testimonianze riguardo la presenza dei tedeschi a Tiburtino si evince però che
essi non fecero mai davvero del male a nessuno, che la gente aveva paura di loro ma essi
neanche rispondevano alle provocazioni; erano più antipatici i fascisti dei tedeschi.

Un fatto che ricorre nelle memorie sono i bombardamenti ei i rifugi presso i grottoni e quello
dei fusti di benzina, esplosi mentre si cercava di portarli via dalla caserma.

Anche la fame è un argomento che ricorre spesso; Amelia Mancini afferma di non averla
sofferta, perché avevano i legumi, il burro, l’orto e le galline e c’era abbondanza tanto che
quello che avanzava loro veniva distribuito alle truppe; ricorda anche le scampagnate per i
campi a raccogliere e mangiare frutta e verdura. Altri ricordano gli scambi con la borsa nera.
Anche Anna Antonini e Sandra Fortuna ricordano che la sua famiglia se la passava bene
grazie ai maiali; invece Maria Pia Lattanzi ricorda l’abbondanza di carne poiché

suo padre era un cacciatore, ma per tutto il resto anche loro se la passarono male. Anche
Regina Bruschi Polidori ricorda una situazione simile, con abbondanza di cacciagione
poiché la caccia era libera ma scarsità del resto.

Il quartiere.

In questa sezione si affrontano vari temi, per esempio la nominazione del quartiere, che è
ufficialmente Santa Maria del Soccorso, infatti Domenico Zanella dice che anche la fermata
della metro si chiama così, mentre nel cuore degli abitanti rimane Tiburtino III; le vie della
parte bassa della città portava i nomi di strumenti agrari mentre poi sono state sostituite dai
nomi dei musicisti, la parte più recente invece porta il nome di paesi del Nord.

Giorgio Arezzi parla delle lotte per la costruzione di Piazza Tiburtino, per far sì che
comunque rimanga la memoria storia di questo nome; molto forte è quindi il senso di
appartenenza al quartiere, come testimoniato anche da Antonio Morri, Ivano Caradonna,
Laura Morelli, Regina Bruschi Polidori e Nadia Gallo.

Altri ancora ripercorrono la storia delle case di Tiburtino; Domenico Zanella racconta che il
quartiere è nato sotto il periodo fascista, per portare avanti il progetto di una Roma
imperialista, quindi ci furono molti sfollati trasferiti a forza attraverso camion militari in vari
quartieri, anche più degradati di Tiburtino III. Le case spesso erano incomplete e senza
bagno.

Maria Pia Lattanzi al riguardo parla di come ci si faceva il bagno; ognuno aveva la propria
bagnarola e il proprio asciugamano; le case erano molto piccole, come nel caso di Osvalda
Screponi essendo nove dormivano tutti ammucchiati in una stanza, Giuseppa Cassone
ricorda che il bagno era talmente piccolo che una sua zia vi rimase incastrata e dovettero
segare la porta per farla uscire. Amelia Mancini dice che non c’era l’acqua calda né i
termosifoni.

I miglioramenti furono soprattutto frutto del lavoro delle donne, erano loro infatti che
lottavano e protestavano; un esempio quello raccontato da Amelia Macini e Ornella
Boncompagni, quando un gruppo di 35 donne smontò gli elementi del campo da gioco vicino
la parrocchia durante la notte poiché altrimenti non si sarebbe mai cominciato a fabbricare le
nuove case, a sostituzione di quelle distrutte dai bombardamenti durante la guerra e per
migliorare la condizione di tutti, di quelli che avevano avuto una casa assegnata che
rischiavano di vedersela occupata e di rimanere sfollati e degli stessi sfollati, che magari
avevano diritto sulla carta ma non si vedevano assegnato un posto dove stare. Altri
dovettero subire il trauma dell’allontanamento, vedendosi trasferiti in quartieri diversi da
Tiburtino III.

Tiburtino com’era.

La ricostruzione del quartiere fu probabilmente necessaria ma implicò dei cambiamenti che


furono percepiti in maniera negativa dai veterani di Tiburtino III; infatti Giorgio Zama sente la
mancanza dei bambini, Marisa Marcellino sente la mancanza e la nostalgia dei ricordi del
passato, rimpiangendo la società solidale nella quale era cresciuta con i suoi compagni
imputando la colpa della scomparsa della solidarietà ai genitori che non hanno tramandato
le loro storie ai figli. Amelia Mancini anche sente la nostalgia della vecchia Tiburtino, quella
con le fontanelle, con le strade piene di gente e le porte di casa sempre aperte, Roberto
Caretta ricorda la piscina, Nadia Gallo e Tiziana del Citto ricordano invece il mercato coperto
e la salita per arrivare fino in cima al monte. In molti ricordano poi le osterie, ce n’erano
molte e la sera piena di gente, soprattutto degli uomini che tornavano stanchi dopo ore di
lavoro e quindi bevevano qualcosa, la gente ubriaca era quasi cosa normale.

Il passaggio alle nuove case è invece traumatico e ovviamente negativo, perché viene meno
la vita comunitaria e solidale di una volta. Prima i problemi di uno venivano sentiti a livello
collettivo, per esempio Domenico Zanella ricorda che quando c’era una perdita, si
raccoglieva una colletta per aiutare la famiglia a fare i funerali; prima non c’era la televisione
e i rapporti erano più spontanei. Antonio Morri imputa la colpa

del cambiamento al reddito, poiché prima la crisi economica era vissuta da tutti mentre con
l’aumento del reddito è diminuito il sociale, è venuta meno la collaborazione.

Bianca Karpati sottolinea la chiusura del quartiere verso l’esterno, infatti le case vengono
passate di generazione in generazione e quindi non c’è posto per gente nuova; si ricorda
inoltre il periodo in cui si era diffusa la malavita, che con proprie regole comunque
proteggeva la gente. Altro ricordo comune è quello dei zingari; Paola Padella, Marisa
Marcellino e Regina Polidori ricordano che il rapporto con essi non era buono, che si era
cercato di integrali nella comunità ma era risultato impossibile per alcuni loro atteggiamenti
poco consoni alla vita del quartiere, erano anche cominciati i primi furti, e man mano si
allargavano sempre di più, ma erano gente anche abbastanza ricca. Quindi un giorno,
stanchi, gli uomini andarono da loro con i fucili e incendiarono le loro abitazioni; andarono
via e non tornarono più.

Tra progetto e realtà.

A raccontare la coesione e la partecipazione del quartiere prima, durante e dopo i lavori e la


difficoltà di conciliare le intenzioni urbanistiche con le varie difficoltà e Giorgio Zama, uno
degli ingegneri che partecipò e seguì la costruzione delle nuove case di Tiburtino III durante
gli anni Ottanta.

Le costruzioni originarie di Tiburtino III erano state fatte malissimo, erano prive di servizi e
creavano grandi disagi per le persone costrette ad abitare lì perché cacciati dalle proprie
abitazioni; quindi nel corso degli anni Ottanta si sentì la necessità di rinnovare questi edifici,
ma solo quelli più vecchi furono demoliti poiché gli edifici più recenti avevano già una propria
stabilità e validità. Gli edifici da ricostruire furono progettati con sistemi di prefabbricazione
più moderna, ricorrendo per esempio a pannelli di facciata prefabbricati.

Si era anche pensato di dotare le abitazioni di parcheggi, campi da gioco, parchi, aree per
negozi, garage; si pone subito il problema della delinquenza, per cui molti spazi non furono
poi utilizzati, ma fu sempre attiva la partecipazione dei cittadini. Per esempio le mamme si
opposero alla realizzazione dei centri condominiali, sale realizzate all’interno dei condomini
per fare musica o feste e insonorizzate per non dare fastidio agli altri condomini, ma la paura
e la consapevolezza che gli spazi sarebbero stati male utilizzati, soprattutto a causa
dell’emergenza droga, rese impossibile la realizzazione di tali aree.

Anche a livello politico la partecipazione era notevole; Zama ricorda quella della signora
Marcellino, sempre schierata in prima fila e interprete perfetta dell’attaccamento al luogo. La
cosa che Zama trova interessante è che le case furono costruite con un unico pavimento per
tutte le stanze e poi sopra si poggiavano i tramezzi, così si sarebbe potuto spostarli in base
alle esigenze familiari. Questo è però sentito come limite dagli abitanti, per esempio
Domenico Zanella critica questo fatto poiché i pannelli erano di gesso e con un rumore più
forte del solito cominciavano a cedere, rovinando anche le tubature.

Le scuole.

Il ricordo delle scuole è praticamente sempre presente nelle parole dei testimoni; la maggior
parte di essi racconta che una volta finita al quinta elementare pochissimi andavano alle
medie e la maggior parte dovevano o sceglievano di andare a lavorare. Alcuni ricordano le
scuole prima allestite in piccoli appartamenti e poi fecero delle scuole di legno; Marisa
Marcellino ricorda invece la scuola Filzi, dove studiarono tutti i sui figli, che funzionava bene
ed era bella. Anche Bianca Karpati ricorda la medesima scuola, della quale sono rimaste in
funzione solo quattro classi di elementari e qualcuna della materna tanto che ci si chiede
perché viene tenuta aperta; all’epoca era una scuola all’avanguardia, che aveva accolto
anche

i bambini rom e era stata dotata di un ambulatorio dove si effettuavano sui bambini le
vaccinazioni periodiche.

Sempre la Marcellino racconta della partecipazione dei genitori nella vita scolastica, infatti le
mamme si adattavano a tutto cercando di far funzionare al meglio la scuola. Quando
chiesero il tempo prolungato per esempio gli insegnanti dovettero fare un apposito corso di
preparazione e durante questo periodo erano le madri che tenevano i bambini a scuola,
leggendo fiabe o insegnando le tabelline. Quando la scuola dei disabili fu presa di mira dai
vandali gli stessi genitori si misero all’opera per pulirla e farla tornare attiva. La scuola era
importante infatti, dato che anche le mamme lavoravano e non sempre le nonne potevano
tenere i nipoti.

Si ricorda molto chiaramente l’Istituto d’Arte Sacra, nato sotto il preside Rossi, una persona
estremamente umana, che lottò molto per avere la scuola e sempre aperto al dialogo con gli
studenti, infatti tutti lo amavano.

Ricorre anche la descrizione della scuola presso le Suore Sacramentine, ogni classe
contava una sessantina di studenti sotto un’unica suora e ogni classe era doppia, cioè divisa
per maschi e femmine. Regina Polidori ricorda che esse avevano insegnato veramente
qualcosa, cioè valori ed educazione. Oggi un altro ordine di suore regge una sorta di centro
di accoglienza per ragazze madri e prostitute, cercano loro una sistemazione e un lavoro.

Lavorare.

In questa sezione si parla delle attività lavorative tipiche del Tiburtino III; con Alvaro
Bergamini si ricorda il mestiere del barcarolo, cioè del pescatore, come era stato suo nonno,
suo padre e i suoi fratelli, infatti la passione della pesca era praticamente di famiglia; il
barcarolo oltretutto trasportava le persone che volevano pescare sul fiume, ricorda inoltre le
corse tra barcaroli tipo Palio.
Molti avevano fatto i muratori, un lavoro precario perché se un giorno non si lavorava, per la
pioggia magari, neanche si veniva pagati; altri potevano avvalersi delle attività commerciali
di famiglia. Antonio Morri ricorda che faceva il commesso per un banco al mercato di Via
Sannio e a quello di Porta Portese, mentre molti suoi coetanei sceglievano di lavorare
presso le fabbriche di Roma come meccanici o elettricisti.

Le donne invece erano per la maggior parte a servizio presso altri domicili, lavoravano come
sarte a cottimo, in nero; la madre di Regina Polidori faceva la casalinga perché suo marito
era geloso e così anche quella di Marisa Marcellino, che però cuciva in casa il necessario
per i figli. Pina Paola invece cuciva a casa a cottimo. Nadia Gallo racconta che sua madre
faceva la babysitter a Montesacro e conobbe suo padre a Roma, lui faceva il macellaio ed
era contrario al fatto che la moglie lavorasse ma lei voleva che i figli avessero qualcosa in
più, quindi li spedì in Abruzzo da sua madre per poter lavorare e li raggiungeva il
finesettimana; durante il tempo libero faceva anche riparazioni per le signore del vicinato.

Marcello Carboni racconta che sua mamma faceva la balia e che per colpa del peso dei
bambini le venne addirittura la scoliosi a una spalla; Bruno Padella invece contrasse la
tubercolosi a causa del lavoro in una cartiera.

L’oratorio e il parco.

A Tiburtino III due punti fondamentali nella coscienza comune sono la parrocchia e la
sezione del PCI, che si incontrano nella vita dei cittadini; il partito guida le lotte per il
risanamento del quartiere, la parrocchia attraverso l’oratorio aiuta i bambini a stare lontano
dalla delinquenza.

Maria Pia Lattanzi ricorda che andava in chiesa per le prove del canto liturgico dopo scuola,
mentre Antonio Morri ricorda l’oratorio sotto padre Tarcisio, Giuseppe Moscheni, che lo
aveva fortemente voluto, che era diventato punto di aggregazione per i ragazzi soprattutto
d’inverno, quando faceva buio presto e si presentava quindi come unica alternativa ai bar,
luogo di gioco ma anche di reclutamento per la delinquenza. Padre Tarcisio riuscì a dotare il
quartiere di un campo di pallone e di un circolo per gli amanti del gioco delle bocce; Antonio
Morri ricorda come il calcio fosse stato motivo di discussione tra i ragazzi ma soprattutto di
unione, grazie anche ai tornei non ufficiali organizzati con gli altri quartieri.

Non sono in pochi poi a ricordare come padre Tarcisio organizzasse viaggi per l’Italia e
anche in alcuni paesi esteri; attraverso la voce di Giorgio Arezzi si ricorda anche la
processione, organizzata la sera dell’ultima domenica di maggio e che una volta coinvolgeva
molte persone, attualmente sempre meno e sempre meno giovani. Lo stesso racconta di
come verso i quattordici anni si allontanò dall’oratorio e dalla parrocchia per vergogna, per
cominciare a sentire un grande vuoto nella sua vita qualche anno dopo a causa della morte
di una sua amica, che lasciò sei figli e che percepì come un’ingiustizia. Ritrovò la pace solo
dopo essere tornato in chiesa, dove cominciò a leggere e a cantare.

Antonio Morri racconta la sua esperienza politica, probabilmente derivata dal tempo passato
in chiesa; suo padre era socialista ma lui si iscrisse all’ACLI, rimanendoci legato per circa un
anno e mezzo per poi entrare nella CGIL e abbracciare il partito comunista. Tra gli altri partiti
attivi a Tiburtino c’era quello socialista e quello democristiano. Si ricorda poi la festa
dell’Unità, che richiedeva una grande preparazione e aveva una grande partecipazione, di
gente da tutti i quartieri.

Ancora riguardo il partito comunista, Giancarlo Carbonara ricorda Ornella e suo marito
Virgilio, segretario del partito, entrambi particolarmente attivi nella lotta per la casa, tanto che
lei stessa fu picchiata dai vigili che a loro volta furono picchiati dalla gente, oppure la lotta
per il semaforo dato il verificarsi di incidenti stradali, o le lotte per il risanamento del
quartiere, come ricorda Marisa Marcellino, comunista anch’essa mentre suo marito era di
destra. Domenico Zanella ricorda invece la battaglia per il referendum sul divorzio, una
battaglia impegnativa per compiere un ulteriore passo verso la libertà, e quella per il
miglioramento della situazione igienico-sanitaria, in particolare l’impegno per debellare lo
stafilococco.

Si ricorda infine il Parco dell’Unità; costruito per volontà di Virgilio Speranza e per speranza
dei genitori, dato che non c’erano aree di gioco per i bambini, il terreno, sul quale in origine
c’erano stati dei lotti, fu bonificato e si avviò un grande lavoro di costruzione di parco giochi e
campi di bocce, tutto grazie al volontariato. Come spiegato da Domenico Zanella per il
mantenimento del parco si paga un affitto, la luce, l’acqua e non è riservato ai soli soci del
circolo, è aperto a tutti. Quindi respinge le lamentele di chi dice che il fine del parco è
principalmente privato evidenziando le iniziative prese, come il carnevale per i bambini, le
feste di compleanno, battesimi, cresime, ecc.

È stata una guerra, lunga.

La droga arriva a Tiburtino III più o meno alla metà degli anni Settanta, ma esplode come
vero e proprio fenomeno drammatico nei primi anni Ottanta; Bianca Karpati infatti dice che
proprio in quel periodo sono cominciati i primi cippi e le prime aggressioni per rivendere il
bottino per ottenere della droga; probabilmente furono gli esterni del quartiere che presero
alloggio nelle nuove case a portare la droga e a diffondere la pratica dello spaccio, perché
molti ragazzi potrebbero aver visto un’occasione di facile guadagno. Furono in molti a morire
per overdose, venne definita una strage di gioventù.

Sandra Fortuna ricorda una protesta condotta da alcune mamma di figlio tossicodipendenti
che avevano piantato una tenda e striscioni sulla Tiburtina per chiedere aiuto e assistenza;
furono molti i ragazzi tossicodipendenti che si avvicinarono perché consapevoli di aver
bisogno di aiuto; da questa protesta nacque un’associazione che prese il nome La tenda.

Domenico Zanella ricorda in particolare l’azione di un medico, Flavio Veneziale, che fu molto
vicino al caso, e anche molti operatori della ASL. Egli stesso lavorò con questi ragazzi dopo
aver personalmente restaurato il lotto X, che non era stato ancora demolito, che divenne
proprio un centro per la cura e l’aiuto a questi ragazzi; ci fu una dimostrazione incredibile di
solidarietà.

Tra gli intervistati Stefano Liberati, che racconta la sua esperienza personale e la sua
battaglia contro la tossicodipendenza. Conobbe la moglie Paola alla festa dell’Unità quando
erano entrambi due ragazzini; poco dopo cominciò a drogarsi, a usare eroina, mentre già da
tempo si utilizzava il fumo, al quale però Stefano si dice favorevole se usato nella giusta
misura. Anche lui cadde nell’errore della droga, visibilmente, perché era molto dimagrito in
quel periodo e pensava che i suoi genitori lo sapessero; ha passato anche una decina di
giorni in carcere. Paola aveva sedici anni e rimase sconvolta quando glielo disse; andò a
fare il militare per curarsi con l’idea di smettere, non di farsi aiutare perché non voleva
essere aiutato, sapeva che ce l’avrebbe fatta da solo. Riconosce il merito di aver smesso
alla moglie, perché l’amava e non voleva stare senza di lei, che lo aveva lasciato per il
comportamento scorretto che aveva avuto nei confronti suoi e della sua famiglia. Finito il
militare è stato un anno chiuso dentro casa e sempre sorvegliato, dopodiché ha preso un
banco di frutta con Paola e hanno cominciato a lavorare insieme.

Un mondo a parte.

La caratteristica di questa sezione è che le interviste sono svolte a più voci, sono più
testimoni insieme che parlano e raccontano i percorsi di formazione e realizzazione
personale all’interno di Tiburtino III, che fa parte della loro identità. Sono i racconti di cinque
donne e della loro familiarità con il quartiere. A parlare sono Paola, Tiziana, Sandra, Nadia e
Regina.

Per prima cosa le intervistate ricordano come Tiburtino III fosse un mondo a parte, quindi
uscendo dal quartiere si atteggiavano per farsi notare e non sentirsi emarginate; ricordano
anche che Roma non era bella come oggi e che nello spostarsi provavano un certo senso di
disagio, di squallore e di trascurato. Il finesettimana andavano a ballare, se avevano il
permesso, mentre durante la settimana ci si riuniva a casa di qualche amica e le serate si
passavano così, tra di loro, perché si bastavano e non avevano bisogno d’altro. Era uno dei
punti a favore dell’essere nate e cresciute in quartiere; un punto a sfavore è la mentalità di
quartiere. Regina infatti imputa a questa la colpa di essersi fermata nella vita, anche Sandra,
perché nonostante la voglia di fare i valori che le rimasero inculcati dal quartiere e dai
genitori erano quelli della famiglia e dei figli.

Nadia invece si sentì ostacolata dal padre, che voleva facesse il pilota. Lei invece faceva
l’Assistente all’infanzia e studiava, la fecero studiare fino in terzo, poi prese l’attestato e per
un anno si finanziò da sola gli studi facendo la babysitter, senza riuscire comunque a
diplomarsi preferendo l’indipendenza lavorativa a uno studio matto.

Anche Paola arrivò fino in terzo di ragioneria, non continuò perché colpita molto
profondamente dalla morte della nonna, anche se poi si pentì della sua scelta di aver
abbandonato la scuola, perché senza diploma si aspira a trovare un lavoro qualsiasi; fece
poi la commessa in un negozio di abbigliamento.

Anche Regina non prese il diploma, dopo la terza media fu mandata subito a lavorare; fu
impiegata in un negozio di bigiotteria per sei anni, poi lasciò per un posto migliore dentro
una clinica e poi è riuscita ad aprire un’attività con il marito, un negozio di arredamenti da
bagno. Dovettero poi chiuderlo; riprese a lavorare come addetta alla mensa presso una
scuola e ai tempi dell’intervista aveva fatto domanda come bidella.

Sandra ammette di aver bruciato le tappe, perché appena diplomata si sposò ed ebbe subito
un figlio e non ha mai lavorato, forse per la logica insegnatale in famiglia, è quindi
consapevole di non aver mai realizzato una parte di se stessa.

Tiziana invece divise il suo tempo tra gli studi di infermeria e la sezione, soprattutto nel
periodo in cui a Tiburtino III arrivò la droga, tanto che partecipò molto attivamente a un
gruppo di recupero per tossicodipendenti e probabilmente fu proprio quella esperienza a
farla crescere.

Si parla poi del rapporto con i genitori riguardo la vita affettuosa e sessuale; Paola ricorda
che i suoi non l’avevano mai controllata troppo, era libera di spostarsi con le amiche, anzi
che suo marito andò a vivere con lei ancora prima che si sposassero nella casa dei genitori;
anche Nadia aveva molta libertà da adolescente vivendo sola con la nonna, mentre quando
a diciassette anni tornò a vivere con i genitori le furono imposte limitazioni alle quali non era
abituata e che rifiutò. Tiziana essendo figlia di un comunista era controllatissima, tanto che
le è stato consentito di uscire con un solo ragazzo che poi è diventato suo marito e che dopo
la separazione voleva tornasse a vivere a casa con i genitori. Regina ricorda che il controllo
più stretto era posto dai due fratelli maggiori, entrambi nazisti, che non volevano le si
avvicinasse nessuno. Era una tipa ribelle, che arrivava alle mani non solo con i fratelli ma
anche con il padre; a quattordici anni aveva anche passato una settimana in galera per
oltraggio a un carabiniere, al quale aveva rotto il setto nasale con un naso.

Compare poi un personaggio nuovo, Alessandra, che aveva fatto la scuola d’arte a Colli
Aniene e lì aveva conosciuto la sua passione per il disegno ma decise di non coltivarla per
seguire una sua amica alla scuola per il turismo; ripresa la sua passione studiò poi come
illustratrice grafica, riuscendo poi a trovare lavoro presso un’agenzia di viaggi dando la
priorità al lavoro. Dopo qualche anno si licenziò e cominciò a studiare restauro e divenne
infatti restauratrice, uscendo dal quartiere d’origine e perdendo i legami che si era creata da
giovane a Tiburtino III; decise poi di studiare pittura presso l’Accademia delle Belle Arti.

Alessandra si era distaccata totalmente da Tiburtino III quando si era resa conto che il
quartiere era solo una piccola parte di una grande Roma, ricordando anche il malessere
vissuto da piccola che le aveva fatto intendere che quelli di Tiburtino III fossero diversi da
tutti gli altri, come emarginati. Dovette crescere e imparare grazie alla sua arte a rapportarsi
con il quartiere in maniera diversa, viverlo come una risorsa, come una piccola comunità
nella quale tutti si conoscono e parlano lo stesso linguaggio.

Si sente comunque diversa dai suoi compagni di infanzia ed adolescenza perché avevano
intrapreso una strada diversa, le sue amiche si erano sposate e avevano una famiglia
propria, mentre lei aveva guardato altrove, aveva scelto un’altra direzione e non era né
sposata né aveva figli.

Storie.

Maria Evangelista racconta che era una contadina e a quattordici anni si fidanzò con quello
che è diventato suo marito, ma voleva bene a un altro ragazzo che studiava, quindi la madre
del ragazzo volle farli lasciare.

Primo e Giuseppa raccontano il giorno del loro matrimonio, molto semplice, con una
cerimonia in chiesa e un pranzo a casa tra le due famiglie.

Infine Marisa Morelli racconta la sua vita; lavorava in campagna sin da piccola, a quattordici
anni morì la madre e dovette cominciare ad arrangiarsi per aiutare a casa; si spostò a Roma
per lavorare di servizio a casa di un avvocato e a Roma conobbe suo marito; la mattina
faceva la spesa per i signori in cui lavorava e fu avvicinata da una signora che vendeva
frutta che le propose di conoscere suo figlio; i due si piacquero subito e si fidanzarono nel
giro di poco tempo. Lui partì per il servizio militare e lei rimase a vivere con i suoceri; riuscì
solo dopo vario tempo ad ottenere una casa al lotto VII, dove si creò tutta la loro numerosa
famiglia, composta di nove figli.

Lui faceva il pittore ed era molto bravo, mentre lavorava era solito cantare; una
professoressa che lo sentì gli fece studiare canto ed era felice di questo impiego, studiava la
sera al ritorno dal lavoro. Riuscì a cantare

anche al Teatro delle Muse e ad organizzare un tour per Londra, ma Marina non gli diede il
permesso di partire per paura non tornasse più. Morì per cancro ai polmoni.

FILMARE LA BORGATA: TIBURTINO III ATTRAVERSO GLI AUDIOVISIVI (di Paolo


Barberi).

Tiburtino III compare nelle cronache audiovisive nel 1937, in un episodio di cinegiornale nel
quale veniva presentato il nuovo quartiere costruito dall’Istituto Fascista Autonomo per la
Case Popolari di Roma, dove vengono presentati i 474 alloggi come comodi, igienici ed
economici, modesti ma forniti del necessario, destinati ai coloro che avevano abbandonato
le povere baracche di Porta Metronia. In una città in rapida trasformazione identificare tali
cittadini come baraccati e poi come borgatari produce un processo di estraniamento dalla
modernizzazione stessa.

Infatti anche negli audiovisivi successivi Tiburtino III continua ad essere rappresentato come
luogo di degrado; si parla di povertà, di casi in cui si dorme in dieci in un letto, dei bagni in
comune senza le porte. Addirittura un mutilato di guerra afferma di ricordare le trincee del
Carso più ospitali delle case popolari. Se da un punto di vista esterno il quartiere viene visto
in maniera negativa, all’interno di esso si sviluppa una solidarietà incredibile tra i cittadini per
arrivare a tenere un rapporto con le istituzioni, del quale si ha un primo esempio nel 1952,
quando 300 bambini poveri di Tiburtino e Pietralata vengono invitati al pranzo di Natale
tenuto al Quirinale.

Nel 1963 compare un altro documentario, Vita di borgata, fatto dalle interviste degli abitanti
del quartiere che ne raccontano i disagi e le difficoltà, e anche nel 1967, stavolta si tratta di
un film intitolato Per motivi di gelosia. Ciò che emerge da questa serie di documentari è che
le istituzioni non riescono, forse neanche vogliono, inserire le borgate all’interno del contesto
cittadino; per questo, come si evince dalla parole di Pasolini, lo stesso quartiere dovrà
sviluppare una propria tattica per vivere nella città.

Nel 1970 Ferrarotti, nel suo testo Roma da capitale a periferia, fornisce una stima
quantitativa delle persone che vivono in borgata, circa 900mila, ovvero un terzo della
popolazione; preme però sulla distinzione tra borgata ufficiale, quella anta dall’attività del
regime fascista, borgata spontanea, ovvero un aggregato di costruzioni abusive relegate
solitamente alla periferia della città, e borghetti, gruppi di casette, baracche e capanne
situate all’estrema periferia della città.

Vari studenti vengono coinvolti dal testo di Ferrarotti cominciando le proprie ricerche sul
campo, come Maria Immacolata Macioti, che dal suo impegno presso la borgata di Valle
Aurelia trova un ambiente in forte trasformazione, nel quale la caratteristica principale della
zona, cioè il lavorare e il dormire all’interno dello stesso quartiere, viene meno.

I ricercatori sono facilitati dall’alleggerimento delle tecnologie audiovisive che cominciano a


diffondersi anche a livello commerciale sul mercato, come i registratori a nastro magnetico e
le cineprese; si da voce agli esclusi così che anch’essi possano appropriarsi del proprio
territorio. Alla ricerca a fini di studio si affianca l’impegno politico e soprattutto si registrano le
inchieste sulla lotta per la casa, descrivendo le battaglie contro la speculazione edilizia,
come si vede nel documentario La casa è un diritto non un privilegio. Una testimone
racconta la situazione disastrosa nei lotti, pieni di umidità, scarafaggi e topi, nei lotti originari,
mentre le case nuove venivano date agli occupanti; quindi gruppi di tre o quattrocento donne
partivano con dei pulmini e andavano a protestare.

Anche Dentro Roma del 1976 documenta l’argomento; si tratta di un’inchiesta realizzata in
occasione delle elezioni comunali che portarono alla vittoria Giulio Argan, primo sindaco di
Roma non democristiano del dopoguerra, impegnato in prima persona nella battaglia contro
la speculazione edilizia; la voce narrante di Gigi Proietti racconta una giornata nella capitale,
iniziando dall’attesa di un pensionato per ritirare la pensione, per arrivare all’ufficio di
collocamento, il lavoro e le manifestazioni, ovviamente con l’appello alla

questione delle case di Tiburtino III, con i vecchi abitanti dei lotti che, in una lotta tra poveri,
si coalizzano contro gli occupanti delle nuove strutture.

Nel 1980 ci sono le ultime demolizioni dei lotti originari, come visto nel film Il pane e le mele;
si vedono le operazioni di trasloco, la violenza delle demolizioni sotto gli occhi increduli e
curiosi degli inquilini; altro documentario importante è quello del 2003, intitolato I malestanti
trent’anni dopo. Premessa è stato il documentario realizzato nel 1973 che mostrava la lotta
di un maestro al quale viene assegnata una classe disastrata di Tiburtino III, il cui futuro
viene visto dal preside in riformatorio. Il maestro non si perde d’animo e cerca di recuperare
questi ragazzi. Nel documentario del 2003 invece vengono ricercati questi ragazzi per capire
che fine avessero fatti; alcuni hanno conosciuto il carcere, il riformatorio e la droga, le loro
storie quindi riescono a raccontare il quartiere in modo esemplare.
Meno convincente il lavoro di Roberta Torre, intitolato Tiburtino III, che parte dalla riflessione
su chi siano i ragazzi di vita (facendo riferimento all’omonimo lavoro di Pasolini) per
verificare se il territorio produce ancora emarginazione lasciando lo stesso territorio come
puro sfondo, come elemento estetico e decontestualizzato, senza riuscire a dire nulla di
esso.

SGUARDI DAL MARGINE. NOTE SUL DOCUMENTARIO «PIAZZA TIBURTINO III» (di
Riccardo Russo).

Piazza Tiburtino III, documentario visivo e audiovisivo arricchito da un saggio scritto, è un


altro dei lavori che hanno filmato e raccontato le storie avvenute nel quartiere di Tiburtino III
a Roma; il dialogo con la storia di questa borgata era già cominciato grazie alle opere
documentarie e letterarie di grandi artisti del Novecento. Ciò che ha interessato
particolarmente del quartiere in questione è il rapporto peculiare degli abitanti con il territorio,
anche perché per chi ne ha vissuto la storia questo mantiene delle caratteristiche del
passato che non sono sopravvissute alle demolizioni e ai cambiamenti se non nella loro
mente.

L’idea di introdurre la videocamera nel lavoro è subentrata in un secondo momento, quindi


alcuni dei testimoni non sono presenti nel video, inoltre per necessità di è dovuta operare
una riduzione dei contenuti e delle parole degli intervistati, che hanno contribuito in maniera
fondamentale alla realizzazione del progetto. Ciò che hanno in comune i testimoni sono le
storie legate al quartiere e il fatto che arrivarono qui con le loro famiglie, di estrazione
popolare, dovendo assecondare il progetto fascista di creare una città imperiale.

Un primo personaggio importante è Amelia Mancini, cresciuta presso la Vaccheria Nardi,


un’azienda agricola che precedeva la nascita della borgata e che ricorda la sua infanzia fatta
di giochi e corse per i campi mentre gli adulti lavoravano; ricorda la fame, il tempo di guerra
e la solidarietà che intercorreva tra le famiglie.

Elsa Cedroni racconta l’esodo degli sfollati, avvertiti il giorno precedente di dover
abbandonare le loro case; ricorda l’antifascismo del padre, la guerra e i bombardamenti.

Domenico Zanella, che ha passato quasi tutta la sua vita a Tiburtino III, invece è testimone
delle lotte sociali, quella per la casa, contro l’eroina, costatando che è con i cambiamenti è
andata persa molta socialità.

Giorgio Zama ha dato un contributo importante essendo esterno alla comunità di Tiburtino
III, infatti è un ingegnere che partecipò ai progetti per la ricostruzione delle case demolite tra
gli anni Settanta e Ottanta, un’esperienza molto singolare data dalla necessità di costruire il
maggior numero di case nel minor tempo possibile. Anni dopo constata uno scenario
completamente diverso da quello vissuto, senza bambini che corrono per strada.

Ivano Caradonna, nato e cresciuto a Tiburtino III, ci rende partecipi delle lotte dei cittadini
prima per i servizi di base e poi anche per la cultura e l’istruzione; era infatti presente nel
quartiere una delle biblioteche comunali più fornite della città, oggi spostata presso la
Vaccheria Nardi. Con Caradonna si affronta il problema della toponomastica e del fatto che
manchi sul territorio un toponimo legato al nome della borgata.

Alessandra Giacinti, nata e cresciuta a Tiburtino, è una giovane artista che abita in uno dei
grandi palazzi costruiti negli anni Ottanta, nell’edificio più importante del quartiere, che
ospita, oltre alla abitazioni, anche diversi negozi e servizi e spazi che si era immaginato
potessero essere destinato all’utilizzo pubblico. Attraverso il confronto con le parola di Zama
si può capire la differenza di prospettiva tra il progettista e l’inquilino.
Con Alberto Orsini si ricorda la partecipazione di una volta e quella contemporanea, che
vede la quasi totale assenza dei giovani, che hanno perso i valori che avevano legati i
ragazzi della sua generazione; ricorda inoltre con particolare coinvolgimento l’invito fatto a
Dario Fo in sezione quando fu allontanato dalla RAI e la soddisfazione quando fu insignito
del Premio Nobel per la letteratura.

Infine Marisa Marcellino racconta molto precisamente l’impegno delle donne nelle lotte per il
miglioramento delle condizioni degli abitanti del quartiere, per le case soprattutto; ricorda
anche l’assalto ai forni delle donne che avevano bisogno di pane per i loro figli e l’omicidio di
Caterina Martinelli, madre di 11 figli e incinta. Presidente del Comitato di Quartiere del
Tiburtino III, ha anche guidato la battaglia per la costruzione della Piazza Tiburtino III,
ancora oggi irrealizzata. Secondo la Marcellino ogni passo avanti nel progresso della
comunità si poggia sulle conquiste del passato, presentandola come eventuale soluzione ai
problemi odierni.