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Riassunto Relazioni internazionali Filippo Andreatta - Cap 9

Relazioni internazionali (Università Cattolica del Sacro Cuore)

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CAPITOLO 9: GLOBALIZZAZIONE ECONOMICA E SOCIALE

1: IL DIBATTITO SULLA GLOBALIZZAZIONE


1.1 La globalizzazione come concetto analitico e strumento politico:
L’uso della parola “globalizzazione” è aumentato in tutto il mondo durante gli anni 90 del XX secolo. Il declino dell’uso di questo
termine è stato spesso predetto ma il fatto che non si è ancora verificato può essere considerato un indizio dei benefici reali che il
concetto di globalizzazione può portare all’analisi della continuità e del cambiamento del sistema internazionale.

In questo capitolo il concetto “globalizzazione” viene usato come strumento teorico e empirico che può aiutare l’analisi
macrocomparativa, intesa sia in termini storici (comparazione tra “epoche”) che geografici (comparazioni di paesi o regioni).
L’oggetto specifico di questo capitolo sono le dimensioni economiche e sociali della globalizzazione (cap 8: considera gli aspetti
militari –cap 10 quelli culturali).

La “globalizzazione” non è solo uno strumento di analisi intellettuale ma anche una leva per influenzare il dibattito e il conflitto
politico.
- Usato dai promotori del liberismo economico per giustificare la necessità di politiche quali la promozione della flessibilità
nel mercato del lavoro e sistemi previdenziali pubblici meno generosi.
- Come reazione a questo utilizzo, viene usato dai movimenti sociali radicali come parola riassuntiva di tutto quello che
oppongono: le imprese multinazionali, le privatizzazioni, lo sfruttamento dell’ambiente naturale, la distruzione delle
culture locali e l’imperialismo americano.

Tuttigli aspettidella globalizzazione sono oggetto di controversia: 5 principali punticontroversi:


1. Questioni di definizione e concettualizzazione: Che cos’è la globalizzazione?
2. Fattori propulsivi della globalizzazione: Quali sono le cause? Due fattori: sviluppo tecnologico e le risultanti dinamiche
economiche; decisioni politiche. Proseguirà fintanto che ci sarà progresso tecnologico o sia vulnerabile a reazione e
contromisure che traggono origine dalla sfera politica?
3. Quali sono le conseguenze della globalizzazione? Dibattito tra coloro che vedono una profonda trasformazione nel
carattere del potere politico negli stati e nei rapporti degli stati gli uni con gli altri e con altri attori e coloro per cui gli
elementidi continuità prevalgono su quelli del cambiamento.
4. Novità della globalizzazione: fenomeno recente o insieme di processi onnipresenti nella storia umana o per lo meno
nell’epoca moderna?
5. Come giudicare e valutare la globalizzazione? Forza di emancipazione che aumenta gli spazi di autonomia personale,
creatività e prosperità oppure un vettore dell’imperialismo economico e culturale dell’occidente che accentua le
disuguaglianze economiche e politiche negli statie tra i paesi?

Questo capitolo presta particolare attenzione al problema delle conseguenze della globalizzazione per lo stato e il sistema
degli stati.

1.2 Definizioni e indicatori:


 George Modelski è uno dei primi studiosi che usa questo termine e agli inizi degli anni 70 la definiva come “il processo
attraverso il quale diverse società nella storia del mondo vengono incorporate in un sistema globale”
 Anthony Giddens ha dato un significativo contributo alla diffusione del concetto all’inizio degli anni 90, la definisce come
“l’intensificazione di relazioni sociali mondiali che collegano tra loro località distanti facendo sì che gli eventi locali
vengano modellatidagli eventiche si verificano a migliaia di chilometri di distanza e viceversa”.
 Jan Art Scholte la identifica come la “diffusione di connessioni transplanetarie e tra persone. Comporta la riduzione
delle barriere a contatti transmondiali. Le persone diventano più capaci (fisicamente, legalmente, culturalmente) di
rapportarsi le une alle altre in un solo mondo”.
 David Held e Anthony McGrew “vera e propria trasformazione nella scala dell’organizzazione della società umana, che
pone in relazione comunità tra loro distanti ed allarga la portata delle relazioni di potere abbracciando le regioni e i
continenti del mondo. Ciò non deve però essere inteso come se si prefigurasse l’emergere di un’armoniosa società
mondiale o di un processo universale di integrazione globale all’interno del quale si realizzerebbe una crescente
convergenza di culture e di civiltà”.

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Di fronte alla molteplicità di significati dati al termine sia nel dibattito scientifico e politico, è utile identificare quali caratteristiche
dovrebbe avere una definizione di globalizzazione che possa includere una serie di fenomeni importanti senza diventare
concettualmente vacua:
1. Dovrebbe riferirsi a un processo piuttosto che a uno stato o condizione. (alcuni studiosi reputano il globalismo uno stato
del mondo comportante reti di interdipendenza a distanze multicontinentali e considerano la globalizzazione e
deglobalizzazione come l’aumento o il declino del globalismo).
2. Tratto multidimensionale di questi processi. Per alcuni autori è un fenomeno economico, per altri è principalmente
culturale. E’ più utile concettualizzare la globalizzazione in termini più generali ossia come un fenomeno che interessa
una vasta gamma di attività umane: economiche-politiche-militari-ambientali-culturali ecc.
3. Importanza dei flussi e delle interazioni sociali a scala intercontinentale. Per Held e McGrew, variazioni di questi flussi
possono essere identificate e misurate empiricamente nelle dimensioni dell’estensione (quanti paesi e comunità sono
coinvolti?), intensità (come aumenta o diminuisce la magnitudine dei flussi?) e della velocità (vi è una compressione dello
spazio-tempo?).
4. Le definizioni di globalizzazione che incorporano congetture sui suoi effetti. Ex: Held e McGrew includono l’impatto della
globalizzazione nella loro definizione. Scholte interpreta la globalizzazione come deterritorializzazione. La scelta di questa
strategia analitica, che permette di indentificare le implicazioni della globalizzazione non facilmente deducibili da altri
concetticome ad ex interdipendenza, non è priva di rischi perché non è possibile discutere se la globalizzazione produca
certieffettio meno (ex il rafforzamento economico e politico dei capitalistirispetto ai lavoratori) se l’effetto diventa parte
della definizione stessa. E’ quindi preferibile adottare una definizione che sia separata dai fenomeni che il concetto
spiega.

In questo capitolo, la globalizzazione viene intesa come l’intensificazione e l’espansione delle interazioni sociali e dei flussi
transcontinentali di beni, capitali, persone, forze militari, informazioni, modelli culturali, sostanze inquinantie altri fenomeni sociali e
materiali. Questo capitolo però si occupa delle sue dimensioni economiche e sociali.

La globalizzazione:
 Non equivale all’omogeneizzazione culturale del mondo.
 Non s’identifica con la convergenza delle politiche economiche e sociali dei vari paesi: questa convergenza può essere il
risultato della globalizzazione ma non ne è una conseguenza necessaria.
 Non rappresenta la fine della storia nel senso del raggiungimento di un equilibrio stabile e permanente tra pace
internazionale, prosperità economica e democrazia politica.
 Il termine “internazionalizzazione” è talora contrapposto a quello di “globalizzazione” per indicare un aumento
dell’interdipendenza tra economie internazionali, piuttosto che una perdita d’importanza dei confini statali per le attività
economiche. La globalizzazione quindi implica un declino dei confini statali come barriere formali o informali ai flussi e alle
interazioni economiche, culturali ecc. Con riferimento alla vita politica, la globalizzazione implica che gli stati perdono il
monopolio d’intermediazione tra soggettidi statidiversi.

Grafici ed esempi pag. 283/284.

2: GLOBALIZZAZIONE E “GOVERNANCE” NAZIONALE:


Molti analisti della globalizzazione s’interessano del fenomeno principalmente per il suo possibile impatto sul carattere e l’esercizio
delle funzioni di governo a livello nazionale e internazionale.

Nel mondo anglosassone e in altri paesi il termine governance viene usato come concetto generale che include sia le attività di
direzione politica e amministrativa che si svolgono all’interno di ogni stato, sia le forme di gestione di interessi comuni che operano
al livello sovrastatale.  Governance come la creazione e gestione di sistemi internazionali di norme e regole che facilitano il
coordinamento e la cooperazione degli attori sociali e determinano la distribuzione dei costie dei benefici dell’azione collettiva.

L’uso del termine governance nell’ambito delle relazioni internazionali porta alla comunicazione di due messaggi:
1. L’assenza di uno stato mondiale non deve oscurare il fatto che l’intensa cooperazione istituzionalizzata di una molteplicità
di attori può produrre l’equivalente funzionale di uno stato nella gestione di una serie di questioni di rilevanza globale.
2. Gli stati non sono gli unici attori impegnati nella produzione di governance al di là dei confini nazionali, e che nella visuale
bisogna includere alcune categorie di attori non-statali.

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Governance: sistema di regole dirette a produrre determinatirisultati ≠ governo (government): struttura organizzativa incaricata
di gestire e attuare quelle regole all’occorrenza tramite strumentidi tipo coercitivo.

2.1 Congetture su “polity”-“politics”- “policy”:


La governance statale presenta tre aspettiche possono essere influenzatidalla globalizzazione:
 Polity: identità dello stato e caratteristiche generali del suo regime politico: la democrazia o la dittatura, il
presidenzialismo o il parlamentarismo, il federalismo o il centralismo.
 Politics: il processo politico e decisionale, inclusi i rapportidi forza tra le varie forze politiche e sociali.
 Policy: il contenuto delle decisioni politiche. Ad ex: le politiche fiscali, dell’istruzione, della difesa ecc.

La discussione più generale dell’impatto della globalizzazione sulla polity riguarda le dimensioni territoriali degli stati.
- Alcuni autori sostengono che la competizione economica globale crei incentivi per gli statidi formare blocchi regionali per
sfruttare economie di scala e che questi blocchi possano raggiungere un grado di integrazione politica tale da mettere in
discussione la sovranità degli stati membri. Da una serie di polities può emergere una polity multilivello che, se non
possiede tutte le caratteristiche di uno stato, ne possiede alcune. Il processo di integrazione europea è stato esaminato in
questa luce.
- Secondo altri autori, la crescita dell’interdipendenza globale in vari settori dell’attività umana produrrebbe una spinta
verso una forma organizzativa sovranazionale ( “stato mondiale”).
- E’ stato sostenuto che la globalizzazione economica, aprendo gli stati ai mercati internazionali, farebbe venire meno la
necessità di creare un mercato nazionale sufficientemente grande da permettere lo sviluppo economico e industriale. Il
declino del protezionismo renderebbe superflua l’esistenza di mercati nazionali e favorirebbe tendenze secessioniste e
separatiste ispirate a preferenze etniche e linguistiche. L’integrazione economica globale promuoverebbe la
frammentazione piuttosto che l’integrazione politica.

Un altro dibattito sull’effetto della globalizzazione economica sulla polity riguarda le prospettive per la democratizzazione di stati
non democratici.
- Alcuni autori ritengono che questo effetto sia negativo perché ipotizzano che le imprese transnazionali preferiscano il
proseguimento di regimi autoritari nei paesi in cui investono e siano disposti a sostenerli con le proprie risorse
economiche.
- Più spesso però si ritiene che l’effetto sia positivo: l’apertura di un paese ai flussi economici internazionali ne
promuoverebbe lo sviluppo democratico. Ciò perché la globalizzazione economica promuoverebbe una serie di fattori
che favoriscono la democratizzazione: prosperità economica, apertura intellettuale e la modernizzazione culturale,
riduzione delle tensioni internazionali.

Per quanto riguarda la dimensione della politics, la globalizzazione può influire su essa alterando le risorse che i vari gruppi sociali
possono usare nel processo politico.
Secondo alcuni analisti, la globalizzazione economica accresce la diseguaglianza dei redditi, almeno dei paesi industrializzati. Nella
misura in cui la diseguaglianza economica si traduce in politica (ossia risorse economiche producono influenza politica, è plausibile
sostenere che la globalizzazione redistribuisce il potere politico all’interno degli stati. Più importantidella disuguaglianza economica
sono le differenze nella mobilità dei vari fattori di produzione e le sue conseguenze sul potere contrattuale delle varie categorie
economiche. Il capitale attraversa le frontiere con maggiore facilità rispetto al lavoro.
La maggiore capacità dei capitalisti di scegliere dove investire il proprio capitale li rafforza rispetto ai lavoratori. Il declino delle
barriere economiche internazionali dunque rafforzerebbe il potere negoziale dei possessori di capitale nell’ambito della
contrattazione sul costo del lavoro ma li favorisce anche nella distribuzione del peso fiscale tra vari tipi di reddito. Conseguenza di
questi sviluppi sarebbe il declino del potere dei sindacati e dei tradizionali partiti di sinistra socialista e socialdemocratica (ob:
coniugare economia di mercato con politiche pubbliche egualitarie e ridistributive.

La distinzione tra fattori di produzione (capitale e lavoro) può essere meno importante di quella tra coloro che percepiscono i
propri redditi dai settori economici che competono con le importazioni e coloro che li percepiscono dai settori orientati
all’esportazione e coloro che si trovano in una posizione economica più isolata rispetto all’economia internazionale.
L’interazione tra interessi di classe e settoriali complica il rapporto tra effettieconomici ed esitipolitici.

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Si ritiene che la globalizzazione economica abbia condizionato e limitato le policies che i governi possono attuare. L’aumento della
mobilità transnazionale del capitale scatenerebbe una competizione tra stati per attrarre capitale, che sfocerebbe in una corsa al
ribasso nel campo delle politiche fiscali, salariali, sociali e ambientali.
- Da un lato i governi dovrebbero temere che l’imposizione di costi alle imprese operanti sul suo territorio produca un
aumento dei prezzi dei loro prodottidanneggiandone così la competitività sui mercatiinterni e internazionali.
- Dall’altro dovrebbero temere che le imprese spostino le loro attività verso paesi con minori costidi produzione.

Un governo che cerca di attuare politiche sfavorevoli alla redditività del capitale produrrebbe una riduzione degli investimenti sul
proprio territorio con effettinegativi sulla crescita economica e l’occupazione. Questi effettiesporrebbero i governi alla punizione
degli elettori.  Policies favorevoli al capitale sono necessarie per quei governi che operano in condizioni di democrazia e
globalizzazione. I tradizionali strumenti di gestione macroeconomica diventerebbero obsoleti perché gli effettidi uno stimolo della
domanda si disperderebbero oltre i confini senza beneficiare l’economia nazionale.

Durante gli anni 90 si proclamava il “declino dello stato” di fronte all’assalto di forze economiche globali Susan Strange dichiarò
che “le forze impersonali dei mercati mondiali hanno oggi un potere maggiore rispetto agli stati. Oggi infatti, su molti problemi
cruciali sono i mercati a dominare i governi. La diffusione delle autorità oltre i governi nazionali ha lasciato aperta una voragine di
non–autorità, che potremmo chiamare di non-governo”.

La tesi del declino dello stato è stata sottoposta a critiche. Tre gruppi:
1. La prima critica si concentra sui fattori che ostacolano il cambiamento delle istituzioni politiche, economiche e sociali.
La vita politica e quella economica sono organizzate su basi diverse nelle varie democrazie capitalistiche. Il rapporto tra
organi di governo, partiti e cittadini, tra sindacati e imprenditori ecc. sono il risultato di lunghi processi storici difficili da
modificare perché intorno ad essi si sono cristallizzati una serie di interessi, idee che favoriscono l’inerzia rispetto al
cambiamento.
2. La seconda critica non nega la possibilità del cambiamento come risultato della globalizzazione ma sostiene che esso
può consistere in espansione piuttosto che riduzione del ruolo dello stato nell’economia e nella società. L’incertezza
economica prodotta da una crescente integrazione dell’economia nazionale nei mercati mondiali genera una domanda
di protezione sociale da parte di vari settori della popolazione (vulnerabili rispetto alle forze economiche internazionali).
La pressione di questi settori porta a un’espansione dello stato sociale, molti dei paesi maggiormente integrati
nell’economia mondiale sono quelli dove la protezione sociale è più estesa e sviluppata. In questistatii sistemi di welfare
sostituiscono le barriere doganali come strumentidi protezione delle categorie sociali vulnerabili.
L’espansione del ruolo dello stato in condizioni di globalizzazione non è necessariamente in contraddizione con una
forma più debole della tesi del declino dello stato. Secondo questa versione, gli stati che non si adeguano alle pressioni
dei mercati internazionali verrebbero puniti con la fuga dei capitali, con il declino della competitività delle imprese che
rimangono e quindi con il calo dell’occupazione e dei redditi.
3. Uno stato sociale generoso non deve essere considerato come un onere nella competizione fra stati nei mercati
mondiali. Uno stato attivo contribuisce direttamente alla produttività dell’economia con la creazione di una forza-lavoro
ben istruita e in buona salute. Inoltre la stabilità politica e sociale promossa dallo stato sociale renderebbe un paese più
attraente agli occhi degli investitori.
Fino a che le imprese continuano a produrre beni pubblici per le imprese, le pressioni verso cambiamenti di polity e
policies sarebbero limitate e facilmente gestibili.

2.2 Riscontri empirici:


Non è possibile determinare se e quanto la globalizzazione abbia condizionato la governance infranazionale solo sulla base di
considerazioni teoriche. E’ necessario analizzare e comparare datiempirici.

L’esame empirico del legame tra la globalizzazione economica e le politiche pubbliche, in particolare la protezione sociale, è uno
dei settori più complessi e controversi della scienza politica in quanto i risultatinon sono univoci.
La gran parte degli studi esaminano i paesi democratici industrializzati e le conclusioni di questi studi non sono necessariamente
applicabili ai paesi in via di sviluppo. E’ probabile quindi che le dinamiche siano diverse nei due gruppi di paesi.

Per quanto riguarda l’effetto della globalizzazione economica sulle diseguaglianze di reddito ( e quindi indirettamente sul potere
politico) esistono moltistudi empirici ma non una conclusione univoca.

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Alcuni studi mostrano che la globalizzazione ha aumentato la diseguaglianza economica nei paesi industrializzati mentre secondo
altri ha avuto l’effetto di ridurla.
Lo stesso vale per i paesi in via di sviluppo: per alcuni la loro integrazione nei mercati mondiali ne avrebbe aumentato le
ineguaglianze, per altri le avrebbe ridotte. Per i paesi in via di sviluppo, l’effetto sui livelli assoluti di reddito (e in particolare sulla
povertà) potrebbe avere implicazioni più importantisulla politica delle diseguaglianze. Ma anche su questo tema non c’è consenso
perché alcuni studiosi trovano un effetto positivo della globalizzazione, altri negativo.

Come misura indiretta del potere contrattuale dei possessori di capitale rispetto a quello delle altre categorie economiche, si può
esaminare la distribuzione del carico fiscale complessivo imposto dallo stato e come venga ripartito fra tre categorie: i redditi da
capitale, i redditida lavoro e i consumi.
Una riduzione della quota della tassazione sui redditi da capitale rispetto alla tassazione dei redditi da lavoro e sul consumo può
essere un indizio che la globalizzazione avvantaggia i capitalistidanneggiando i lavoratori o avvantaggia di più i primi. Studi sui paesi
industrializzati hanno mostrato che l’aumento della mobilità internazionale del capitale non ha prodotto una redistribuzione del
carico fiscale complessivo dal capitale al lavoro e ai consumi. I dati sulla diseguaglianza e tassazione quindi non permettono di
sostenere che la globalizzazione abbia promosso una trasformazione fondamentale delle politics nei paesi industrializzati.
La stabilità della distribuzione del carico fiscale indica che gli spazi di policy non sono stati ristrettiradicalmente dalla globalizzazione
del capitale nei paesi industrializzati.
Anche la spesa pubblica è rimasta relativamente stabile a livello globale negli ultimi 30 anni, e i governi di paesi maggiormente
integratinei mercatiglobali tendono a spendere di più di quelli di paesi meno integrati(contrariamente a quanto afferma la tesi del
declino dello stato).

I paesi (sia industrializzati che in via di sviluppo) che hanno aumentato più velocemente la loro partecipazione al commercio
internazionale hanno avuto una crescita della spesa pubblica più lenta o negativa.
L’effetto si è mostrato soprattutto nei confrontidella spesa previdenziale ma la spesa per l’istruzione e la sanità è rimasta stabile o è
aumentata nei paesi dell’America latina.
La globalizzazione ha avuto un effetto sulle Policies ma minore rispetto a quello sostenuto dai declinisti.

L’impatto della globalizzazione sulle policies dipende dai caratteri della polity: le istituzioni politiche e sociali nazionali hanno un
ruolo importante nella mediazione tra globalizzazione e politiche pubbliche.
Anche la forma dello stato sociale interviene in modo decisivo sul rapporto tra globalizzazione e politiche sociali: i paesi con uno
stato sociale universalistico o corporativistico offrono una maggiore resistenza alle pressioni della globalizzazione rispetto a quelli
con stato sociale liberale.

Resta la possibilità che la scelta di mantenere certi livelli di spesa pubblica, protezione sociale e tassazione del capitale danneggi la
competitività di un paese.
I dati sui paesi industrializzati non mostrano una correlazione inversa tra livelli di spesa sociale e competitività (ex: in una classifica
della competitività internazionale elaborata dal WEF è evidente che tra i primi 10 paesi, 4: Fi, Sv, Da,No hanno un livello di spesa
pubblica e sociale rispetto al prodotto nazionale tra i massimi del mondo)--> guarda pagina 290-291.

3: GLOBALIZZAZIONE E GOVERNANCE INTERNAZIONALE:


3.1 Oltre lo stato?
L’esercizio di funzioni di governance, non è limitato all’azione di governi che esercitano poteri sovrani nell’ambito delle loro
giurisdizioni, ma si svolge anche a livelli sovranazionali e transnazionali.
Molti sostengono che governance non coincida con governement e che quest’ultimo non deve essere ritenuto una condizione
necessaria per la governance.
Quindi l’assenza di un governo mondiale non implica che la governance scompaia quando passiamo dal livello nazionale a quello
internazionale.

Strutture di governance, che gestiscono problemi di riduzione dell’ozono stratosferico o il rischio di crisi finanziarie globali e la
proibizione di determinati tipi di armi, non si conformano al modello gerarchico di formazione e attuazione delle norme proprio
degli stati.
Il rapporto tra globalizzazione e forme di governance a livello internazionale è complesso. Secondo alcuni l’essenza del rapporto è
la negazione reciproca: la globalizzazione è quasi un sinonimo d’ingovernabilità (posizione poco plausibile data la fitta rete di
istituzioni internazionali contemporanee).

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Sono invece più comuni due forme di relazioni:


 Reazione: quando forme di governance vengono create per ridurre gli effetti deleteri della globalizzazione. (Ex il
protocollo di Montreal con il quale gli stati hanno creato una struttura di governance per limitare uno degli effettipiù
deleteri della globalizzazione ambientale ossia la riduzione dell’ozono stratosferico).
 Promozione: forme di governance vengono create per facilitare o rimuovere ostacoli a una o più dimensioni della
globalizzazione. (Ex: l’organizzazione mondiale per il commercio ha la funzione primaria di facilitare la rimozione delle
barriere nazionali al commercio estero e limitarne il riemergere).
In entrambi i casi la dinamica è simile: la volontà di evitare gli aspettinegativi della globalizzazione o di produrre quelli positivi crea
un incentivo a estendere e intensificare la cooperazione internazionale. Si crea una domanda una domanda di governance
internazionale.

Si possono situare le varie interpretazioni della governance a livello internazionale su un continuum delimitato da due posizioni
contrapposte:
- Una che identifica la trasformazione fondamentale della governance. Funzioni di governance vengono perse dai governi
e redistribuite a un vasto numero di attori, pubblici e privati. Perde così significato la distinzione tra pubblico e privato.
Alcuni osservatori affermano che, nel dare una direzione agli affari internazionali, agli statisi sono affiancatialtri attori con
medesima importanza.
- Una che ne sottolinea la continuità. Lo stato mantiene il monopolio della governance e la cooperazione interstatale e gli
attori non-statali, hanno un ruolo marginale. Una versione di questa posizione scettica osserva che quello che può
sembrare governance in realtà è l’esercizio del potere dello stato egemonico nel confrontidegli altri stati.

Buona parte degli studi che affrontano questa questione si collocano in una posizione più moderata rispetto alle due estreme
precedenti. Il ruolo centrale degli stati nel sistema internazionale non viene messo in discussione, ma viene rifiutata l’idea che gli
statisiano gli attori più importantidella governance.

Il rapporto tra attori statali e non-statali nella governance è oggetto di controversie. Il rapporto è stato visto:
- A somma zero: l’influenza guadagnata dagli attori non-statali viene perduta da quelli statali per cui si parla di un
trasferimento di potere a scapito di questiultimi.
- Sinergetico: gli attori non-statali sono utili ai governi nella formulazione ed esecuzione delle politiche pubbliche e per
questo viene dato loro accesso alle sedi decisionali internazionali.
La maggior parte degli studiosi prende posizioni intermedie e rimane scettica nei confronti di generalizzazioni troppo ampie che
non tengono conto delle situazioni specifiche.

3.2 Intergovernativismo, sovranazionalismo e transnazionalismo:


Tre modelli generali di governance, oltre lo stato nazionale: Intergovernativismo, sovranazionalismo e transnazionalismo.
Questimodelli si differenziano in base a due criteri fondamentali:
- La natura pubblica o privata degli attori che creano e sostengono la struttura di governance
- Il grado con cui i poteri legislativi, esecutivi o giudiziari vengono delegatiad agentiautonomi sovranazionali.

 Intergovernativismo e sovranazionalismo sono due modelli prevalentemente pubblici che incorporano un livello di delega
rispettivamente basso e alto.
 Transnazionalismo è una forma di governance privata.

INTERGOVERNATIVISMO:
Si riferisce a un sistema di governance internazionale incentrato sulla cooperazione volontaria e consensuale tra governi nazionali.
Michael Zürn la definisce “governance with governments”. Le forme intergovernative sono l’oggetto principale delle teorie sulle
istituzioni internazionali.
La figura 9.6 mostra la crescita del numero di organizzazioni intergovernative attive dal 1950 a oggi.
L’intergovernativismo è stato descritto come il club model della cooperazione internazionale perché i governi gestiscono gli affari di
rilevanza transnazionale con scarsa partecipazione da parte di altri attori. Una delle ragioni per concordare misure di policy a livello
internazionale è la possibilità di sottrarsi al controllo parlamentare o a quello dei gruppi di pressione.
Le forme di cooperazione internazionale chiuse e opache sono in declino. La partecipazione delle ong al processo politico globale è
cresciuta notevolmente negli ultimi 20 anni in aree quali la tutela dei dirittiumani, il diritto dei conflittiarmatiecc.

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Si è verificata una evoluzione verso un accresciuto ruolo degli attori non-statali nelle organizzazioni intergovernative che si manifesta
nei vari stadi del policy-making internazionale:
- Agenda-setting: coalizioni transnazionali chiedono e ottengono cooperazione intergovernativa.
- Decision-making: attori non statali osservano e partecipano ai negoziatitra governi.
- Attuazione: attori non-statali sorvegliano il rispetto degli accordi da parte dei governi.

I processi decisionali sono caratterizzati da asimmetrie di potere e funzioni, e l’attuale distribuzione del potere è ancora a favore
degli stati.
E’ comunque innegabile che le ong abbiano stabilito la loro presenza in tuttii settori in cui vengono decise policies internazionali. La
loro presenza è ormai consolidata in settori tradizionali come gli aiuti allo sviluppo, l’assistenza umanitaria e la protezione
ambientale.
 Le Ong per i dirittiumani sono stati il motore di ogni progresso fatto dalle NU nel campo dei dirittiumani a partire dalla
loro fondazione. Ma la presenza è in crescita anche in altri settori meno accessibili: finanzia internazionale (ex
cancellazione del debito dei paesi più poveri) e il controllo delle armi (ex: abolizione mine antiuomo).

Presenza non implica necessariamente influenza. La letteratura empirica sul contributo delle ong alla global governance ne
conferma l’ubiquità e fornisce informazioni interessanti sulla loro attività ma non sembra ancora permettere conclusioni generali
sul loro impatto (esempi a pagina 295).

In una struttura di governance intergovernativa, gli stati non possono essere soggettia regole e vincoli a cui non abbiano dato il
proprio consenso (anche il FMI rispetta questa regola in quanto ogni stato è libero di rifiutare le condizioni che il fondo impone per
effettuare prestitie rinunciare al prestito stesso).

SOVRANAZIONALISMO:
Forme di governance sovranazionali comportano una riduzione di sovranità degli stati che decidono di farne parte. Si tratta della
creazione di istituzioni internazionali con un grado di autonomia dalla volontà dei singoli membri (per questo possono essere
consideraticasi di governance beyond governments).

Le teorie istituzionaliste spesso ignorano gli attori privati (ong, imprese) ma anche le organizzazioni internazionali in quanto
organizzazioni dotate di autonomia.

L’aspetto centrale delle forme di governance sovranazionale è la delega sostanziale di poteri ad agenzie sovranazionali che
possono svolgere funzioni esecutive, legislative e giudiziarie (ex: lo staff della banca mondiale gode di autonomia nel definire le
condizioni legate ai propri prestiti anche se il potere decisionale ultimo risiede nei governi degli stati membri. Per quanto riguarda i
poteri esecutivi, il WFP gestisce i programmi di assistenza alimentare secondo le proprie priorità e competenze anche se soggetto
ai vincoli delle donazioni).
A livello globale, i casi più notevoli di delega si hanno nell’ambito della risoluzione delle dispute. Esistono delle corti internazionali
che interpretano norme internazionali e le applicano ai casi specifici. Questo tipo di conduzione delle dispute si differenzia dalla
mediazione in quando ne l’attivazione delle cortiinternazionali né la validità dei loro pronunciamentirichiede il consenso di tutte le
partiin causa.
- In campo economico, l’esempio più noto è la risoluzione delle dispute nell’OMC.
- Mentre nel GATT ogni stato membro poteva bloccare l’approvazione finale dei giudizi della commissione incaricata di
stabilire se uno stato membro avesse violato o meno gli accordi; Nell’OMC i giudizi possono essere bloccati solo con il
consenso di tuttigli statimembri (mai).
- Corte penale internazionale giudica sui più gravi crimini internazionali e il suo statuto le attribuisce molta autonomia
rispetto ai governi che l’hanno creata.

L’effetto primario dello sviluppo di queste istituzioni è la limitazione della sovranità statale. Va però notato che in gran parte delle
istituzioni internazionali gli elementiintergovernativi prevalgono su quelli sovranazionali.
La maggior parte delle regole internazionali vincola solo gli stati che danno il proprio consenso ad essere vincolati e l’autorità di
agenzie sovranazionali è limitata Eccezione è l’UE: notevoli poteri esecutivi, legislativi e giudiziari sono stati trasferiti a organo
sovranazionali (Parlamento europeo, Commissione europea, Corte europea di giustizia).

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L’integrazione politica tra gli stati membri dell’UE è progredita a tal punto che non si parla più di relazioni internazionali in
riferimento ai loro rapporti reciproci: sono diventati parte di un sistema di governance multilivello in cui i governi hanno un ruolo
centrale ma non esclusivo.
Anche in contestiintergovernativi, i funzionari di organizzazioni internazionali esercitano spesso un ruolo attivo.

Intergovernativismo e sovranazionalismo sono forme di governance prevalentemente pubbliche ossia create da stati per stati. Il
sovranazionalismo mette in discussione l’autorità degli statiattraverso l’esercizio di funzioni e poteri comunemente associaticon la
forma-stato.

Per distinguere i rapportitra soggettiprivatida quelli tra stati, i rapportitra soggettiprivativerranno definiti transnazionali
 governance transnazionale è quella promossa e esercitata da attori privati(governance without government).

TRANSNAZIONALISMO:
Si basa sulle attività di due categorie di partecipanti:
 Imprese: organizzazioni che svolgono attività economiche con l’obiettivo di generare profitti.
 Organizzazioni senza scopo di lucro (ONG): promuovono specifiche concezioni dell’interesse generale, la protezione
degli interessi di gruppi vulnerabili o obiettivi mutualistici (ex sindacati).

Le forme e le attività delle strutture transnazionali sono di varia natura ma si possono classificare secondo una serie di funzioni
primarie:
1. Funzione di rappresentanza e promozione degli interessi. Organizzazioni come la Camera internazionale del
commercio e l’International Federation of Pharmaceutical Manufacturers and Associations hanno come obiettivo
primario rappresentare gli interessi delle imprese che vi sono associate nei confronti di una serie di istanze pubbliche,
nazionali e internazionali. In molti casi non è corretto però considerare le attività di queste organizzazioni come
governance transnazionale dato che si propongono di influire sulle politiche adottate da organismi pubblici nazionali e
internazionali piuttosto che gestire direttamente i problemi che ne sono l’oggetto. Queste attività di lobbying si
configurano come contributialla governance attuata primariamente da altri attori.
2. Rapporti transnazionali possono essere istituzionalizzati per coordinare i comportamenti di organizzazioni cooperanti
nello stesso settore. L’IFPMA ha adottato un Code of Pharmaceutical Marketing Practices nel 1980 per armonizzare il
comportamento delle imprese nel settore. L’obiettivo primario era prevenire una regolamentazione più rigorosa delle
attività promozionali dei prodottifarmaceutici da parte dell’Organizzazione mondiale della sanità e altri entipubblici.
Anche i cartelli (collusione tra imprese per controllare i prezzi e aumentare i profitti) sono forme di governance privata.
3. Risoluzione delle dispute. Spesso imprese di paesi diversi che effettuano transazioni economiche tra loro includono nei
contratti delle clausole (90%) che le impegnano, in caso di conflitto, a ricorrere all’arbitrato privato piuttosto che ai
tribunali pubblici. Ci sono 80-100 organizzazioni che forniscono servizi di arbitrato commerciale e che usano un
complesso di norme derivante da fonti pubbliche e private. (ex di fonte privata è la lex mercatoria: un insieme di regole
derivanti dalle pratiche commerciali e dalle interpretazioni di esperti di diritto commerciale internazionale che alcuni
considerano una forma di diritto non-statale parallelo a quello originato dagli stati).
(Vedi Internet, Comitato olimpico internazionale).
4. Certificazione. Può riguardare la qualità dei prodottima più interessantisono i casi di certificazione sociale e ambientale.
Molte imprese hanno creato e aderito a iniziative miranti a certificare che le loro attività non violano dirittiumani e non
hanno un intollerabile impatto ambientale (si vuole evitare una reazione negativa dei consumatori/intervento pubblico).
In molti casi le imprese si limitano a produrre un codice di condotta e promettere di attenersi ad esso ma a volte
coinvolgono altri attori (soprattutto ONG) e sviluppano con essi strutture articolate di governance comprendenti attività
di regolamentazione, ispezione e sanzione (vedi Fair Labor Association pag 299).

Molte iniziative di governance a livello internazionale hanno forme intermedie e ibride Crescente partecipazione delle ONG nei
negoziatiintergovernativi. A volte questa partecipazione viene formalizzata e acquista una natura paritaria.
- Ex di organizzazione internazionale ibrida è l’Organizzazione mondiale del lavoro (dopo 1GM) in cui i rappresentantidei
sindacatie dei datori di lavoro sono membri a pieno titolo al pari dei governi.
- Forme ibride più recenti: Global Fund for Aids, Tubercolosis and Malaria; Kimberley Process.

La gestione degli affari globali non è il dominio esclusivo dei governi ma coinvolge una gamma più ampia di attori.

Scaricato da Lilli Campo (lilli_95@live.it)


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I gruppi sociali (imprese, partiti, gruppi di interesse) hanno sempre esercitato influenza sulle politiche estere dei loro stati, e quindi
anche sulla cooperazione interstatale.
Gli statinon sono sempre i gatekeepers tra gruppi sociali nel proprio territorio e il mondo esterno. La global governance implica che
le imprese e le organizzazioni non-governative non sono i destinatari passivi di regole e norme negoziate dai governi ma
partecipano alla formulazione di queste regole attraverso la collaborazione tra il settore pubblico e quello privato o creando regimi
privatiper la promozione di interessi comuni.
Con il crescere della domanda di governance al di là dei confini nazionali, la distinzione tra modello intergovernativo,
sovranazionale e transnazionale è spesso cancellata in pratica.
Gli attori privatisono sempre più coinvoltiin negoziatiintergovernativi mentre il controllo pubblico sulla governance transnazionale
è notevole e crescente.
Per ora i governi conservano il loro ruolo di attori centrali nella governance internazionale ma è possibile che in futuro istituzioni
ibride rappresenteranno il modo normale di far fronte a problemi internazionali se accadrà ciò la globalizzazione avrà prodotto
una trasformazione qualitativa nelle relazioni internazionali.

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