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PARTE PRIMA.

1- SOCIETA' E STATO

Basta osservare una carta politica del mondo per rendersi conto che tutta la
superficie terrestre è attualmente divisa in "stati". Questo tipo di organizzazione
politica è sorto in tempi relativamente recenti, dapprima in Europa (all'incirca tra '400
e '600) e si è a poco a poco diffuso nel resto del mondo. Gli attuali stati sono molto
diversi tra loro; esistono infatti stati:
democratici, unitari, federali, monarchie, repubbliche...
Possiamo però parlare in generale di "STATO", perché tutti possiedono
caratteristiche comuni; ogni stato è infatti formato da:
- territorio
- popolazione
- apparato politico

Con la parola "stato", possiamo indicare l'insieme di questi tre elementi, di


conseguenza lo stato può essere definito come quell'apparato che esercita il
potere politico su un determinato territorio e su un determinato popolo.
Nello STATO MODERNO l'apparato che "governa" è separato e distinto dai cittadini
che sono "governati". E sono proprio questi "governati" a comporre la società, detta
anche SOCIETA' CIVILE (dove "civile" deriva dal latino CIVILIS = cittadino).
Con il termine società indichiamo l'insieme delle persone che, in quanto legate
da vincoli etnici e soggette a leggi e ordinamenti comuni, configurano un
sistema ordinato di rapporti morali e giuridici.
La società civile è infatti composta dalle relazioni che i cittadini instaurano fra loro
seguendo desideri, convincimenti, interessi: relazioni famigliari, di amicizia, di
amore, di lavoro, etc... Per favorire i propri interessi i cittadini si riuniscono in gruppi,
sindacati, partiti, ..., che costituiscono il tessuto organizzativo della SOCIETA'
CIVILE.
La distinzione tra stato e società corrisponde alla distinzione tra sfera pubblica e
privata:
è pubblico ciò che appartiene allo stato e lo riguarda;
è privato ciò che appartiene solo ai singoli cittadini.

2-TIPOLOGIE DI STATO

Le strutture tipiche degli stati contemporanei sono il risultato di un processo storico


iniziato in Europa alla fine del feudalesimo. E' proprio in quel periodo che inizia a
diffondersi la parola "stato" (usata per la prima volta da Machiavelli nel Cinquecento)
per indicare la nuova realtà politica che stava nascendo. Nella società medievale(o
feudale) infatti non esiste un unico centro di potere. Sono due le egemonie che si
contendono il potere: Papa e Imperatore. Prendiamo come esempio di "stato"
medievale il Sacro Romano Impero. Questo non è uno stato nel moderno senso
della parola: non ha il monopolio delle forze, non è in grado di imporre leggi
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uniformi. Il suo territorio è suddiviso in feudi, controllati dai feudatari, in teoria
sottomessi all'imperatore, ma che in pratica godono di grande autonomia d'azione e
dispongono di eserciti propri. Vi sono poi i comuni, dotati di indipendenza politica e
militare.
Ma poco per volta, passando a piccole monarchie ed in seguito alle monarchie
nazionali, che riescono a staccarsi dal potere di Papa e Imperatore, i poteri dei
sovrani riescono a consolidarsi, e questi stessi sovrani si dotano di strutture
organizzative, che saranno tipiche di uno stato moderno (esercito, sistema fiscale,
legislazione, …).

STATO ASSOLUTO
La forma di stato che emerge da questo tipo di centralizzazione del potere è quella
dello stato assoluto. Il potere del sovrano viene visto come illimitato (assoluto
significa infatti "sciolto", "senza vincoli"); questo tipo di sovrano si pone al di sopra
delle leggi che egli stesso emana e non riconosce nessuna forma di controllo dal
basso. Un sovrano di tipo assoluto vede la propria carica come espressione della
volontà divina, ma con una precisa funzione terrena: quella di garantire ORDINE,
SICUREZZA e PACE. Occorre prestare attenzione a non confondere stato
assoluto e stato totalitario.
Il sovrano di uno stato assoluto infatti non è in grado di esercitare un controllo
completo della popolazione ed in fondo non è neppure lo scopo che si propone. Un
sovrano assoluto desidera il controllo assoluto del potere politico, ma non è
interessato agli affari privati dei cittadini. All interno dello stato assoluto infatti si fa
sempre più netta la distinzione tra potere politico, riservato al re ed all'antica
nobiltà feudale (aristocrazia), e potere economico, sempre più saldamente nelle
mani della borghesia. Questa stessa borghesia poi non sembra infastidita né tenta
di intralciare il crescere di uno stato assoluto, in quanto l'assolutismo garantisce alla
"classe commerciante" ordine e stabilità, caratteristiche indispensabili per
l'arricchimento di un mercante.
Nella storia abbiamo conosciuto diversi modelli di STATO ASSOLUTO. Mentre in
Francia e Spagna, tra '600 e '700, il potere si concentrava a pieno nelle mani del
sovrano, in Inghilterra la nobiltà conserva potere ed autonomia maggiori e la
borghesia si rafforza più rapidamente. L'Inghilterra infatti sarà il primo Paese ad
avviarsi verso un regime di tipo liberale.

STATO LIBERALE O COSTITUZIONALE


Quel particolare equilibrio tra borghesia e nobiltà, che ha permesso lo sviluppo dello
stato assoluto tende a rompersi tra '600 e '700. La borghesia è cresciuta, è sempre
più forte sul piano economico e proiettata verso il futuro, con nuovi ideali che sono in
aperto contrasto con il mondo dell'assolutismo. Per indicare questa rottura possiamo
indicare alcuni episodi chiave:
rivoluzione inglese (1640-1689), rivoluzione americana (1776-1783), rivoluzione
francese (1789). Queste rivoluzioni, benché molto diverse tra loro, contribuiscono
però alla nascita di un nuovo modello di stato, basato sugli interessi della borghesia:
lo STATO LIBERALE.
Nel corso di tutto l'Ottocento e fino al primo Novecento, in Europa e nel Nord-
America, questa sarà la principale forma di stato, che riflette l'egemonia che la
borghesia è riuscita ad imporre sulla società.
Possiamo definire in tre modi uno stato liberale:
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a- stato costituzionale
b- stato fondato su una base sociale ristretta
c- stato limitato
a- Lo stato liberale è in primo luogo uno stato costituzionale. Il potere politico è
sottoposto ad una costituzione che stabilisce i diritti dei cittadini. All'interno di uno
stato liberale abbiamo quella che viene definita separazione dei poteri: potere
legislativo, esecutivo, giudiziario; questi sono organi distinti ed indipendenti. Il potere
esecutivo è affidato al re, quello legislativo ad un parlamento che si compone di
due camere: la camera alta, rappresentante l'aristocrazia; la camera bassa,
rappresentante la borghesia. Il potere giudiziario è lasciato nelle mani di giudici, a
cui è garantita l'indipendenza dagli altri due poteri.
b- Lo stato liberale è, in secondo luogo, uno stato fondato su una base sociale
ristretta. Poiché possono votare soltanto i ceti più abbienti, la maggioranza della
popolazione è esclusa dal diritto di voto e non può esprimere il proprio pensiero sulle
scelte dello Stato. Lo stato liberale è dunque tutt'altro
che democratico. Si può anche parlare di stato elitario, stato cioè retto da una
piccola minoranza, da non confondere però con "stato assoluto". In quello assoluto
infatti i privilegi sono ereditari, nello stato liberale invece questi si basano sulla
ricchezza, dunque nessuno ne è escluso a priori.
c- Lo stato liberale è, infine, uno stato limitato, poiché il suo compito è soltanto
quello di garantire ordine, sicurezza e rispetto reciproco fra i cittadini; per il resto si
affida nelle mani dei privati.
In altre parole lo stato liberale non si propone di realizzare benessere e felicità dei
cittadini, ma semplicemente di garantire le condizioni sopra citate affinché i privati
creino da sé le proprie ricchezze. Per questo motivo possiamo parlare di stato
guardiano, nel senso che si limita a controllare che la libertà di ciascun individuo sia
difesa dalle regole previste.

MONARCHIA
Il termine monarchia deriva dal greco e significa "potere di uno solo". E' una forma
di governo nella quale una sola persona svolge per diritto ereditario la funzione di
capo dello stato a vita. Sono monarchi i re e le regine, gli imperatori, gli zar e i
kaiser.
Nel periodo medievale le monarchie europee erano per lo più dinastiche: la corona
veniva trasmessa al primogenito o al più prossimo discendente maschio. Nel XIX
secolo, in gran parte d'Europa, si diffonde lentamente la forma di governo della
monarchia costituzionale: l'autorità del parlamento cresce, mentre quella del
sovrano diminuisce. Molte monarchie hanno cessato di esistere dopo la prima
guerra mondiale. La monarchia sopravvive, soprattutto come simbolo dell'unità
nazionale, in Gran Bretagna, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia, Danimarca, Belgio.

REPUBBLICA
Il termine repubblica deriva dal latino res publica, "la cosa pubblica". E' la forma di
stato basata sul principio secondo cui la sovranità risiede nel popolo, il quale delega
il potere di governare ai propri rappresentanti, scelti tramite elezione.
Il termine repubblica viene oggi impiegato per denotare ogni forma di stato al cui
vertice ci sia un presidente, o una simile figura elettiva che gode di mandato
temporaneo e limitato, e non un monarca. Si ha una repubblica presidenziale
quando il Governo risponde del suo operato davanti al Presidente della Repubblica,
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mentre al Parlamento resta solo il compito di approvare le leggi; viceversa, si ha una
repubblica parlamentare quando in uno stato si ha la preminenza del Parlamento
sul Governo.
I primi studi sul concetto di repubblica si trovano negli scritti di Platone e Aristotele
("Repubblica" e "Politica").
L'esperienza repubblicana poi fu difesa dallo stesso Cicerone nel "De Repubblica",
il quale affermava che "…buono sarà allora solo il governo che realizza l'interesse
comune rispettando le leggi". Con Niccolò Machiavelli nasce il pensiero politico
moderno, grazie anche al contributo di pensatori quali Charles-Louis de
Montesquieu e John Locke. Per questi nuovi pensatori la repubblica nasce dal
"basso", ed è governata da leggi che esprimono la volontà dei cittadini, a differenza
della monarchia che nasce dall'alto ed è soggetta al volere del re.

FEDERAZIONE E CONFEDERAZIONE
E' la forma di governo in cui il potere è diviso tra un'autorità nazionale e unità locali
autonome (stati, province) in base a una carta costituzionale. In genere nasce
dall'unione di due o più stati indipendenti sotto un governo centrale, lo stato
federale, che accentra la politica estera e la difesa. Si distingue dalla
confederazione, alleanza di paesi indipendenti, che mantengono la propria
sovranità, in vista di un'azione comune in aree di reciproco interesse. Una
confederazione è dunque un'unione tra più stati che, pur mantenendo la propria
individualità, si impegnano a perseguire scopi comuni attraverso l'attività di organi
federali.
In uno stato federale l'azione del governo centrale può riguardare direttamente sia
gli stati membri sia i cittadini, mentre in una confederazione tale azione riguarda
direttamente i paesi membri e solo indirettamente i cittadini. Sono esempi di
federazione gli Stati uniti d'America, Canada, Messico, Australia, India, Malaysia,
Svizzera e Germania.

3-IDEOLOGIE

Le ideologie sono riflessioni di pensiero complesso che hanno teorizzato diversi tipi
di stato. Possiamo parlare di:
a- liberalismo
b- socialismo
c- democrazia
d- anarchia
e- totalitarismo

a- Il liberalismo è una dottrina politica imperniata sulla difesa della sfera


d'autonomia del singolo dall'invadenza delle istituzioni. Il pensiero liberale affonda le sue radici
nell'Umanesimo, ossia in quel movimento culturale che, nel XV secolo, spostò il centro
dell'indagine filosofico-politica dalla considerazione dell'ordine divino del mondo alle concrete
potenzialità dell'uomo.
Durante la guerra civile inglese si sviluppò un vasto dibattito sull'estensione del
suffragio, sulle funzioni del parlamento e sulla libertà di coscienza. In
quell'occasione fu pubblicata "L'Aeropagitica", di John Milton, uno dei testi
classici del pensiero liberale, in cui i diritti delle minoranze sono difesi in nome
della libera circolazione del pensiero. Anche il filosofo Thomas Hobbes, pur non
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essendo un liberale, aprì la via allo sviluppo delle idee di uguaglianza dei
cittadini; il contributo fondamentale venne però dall'opera di John Locke, teorico
della sovranità popolare, della tolleranza e del diritto di resistenza ai poteri iniqui.
Il pensiero politico di Locke è espresso in due trattati pubblicati nel 1690, e, in un
certo senso, Locke, definito anche "l'uomo del parlamento", può essere
considerato il "padre" del liberalismo. L'eredità di Locke fu in seguito accolta dal
filosofo politico Thomas Paine e da Thomas Jefferson, culminando poi con la
Dichiarazione d'Indipendenza degli Stati Uniti d'America, mentre in Francia il
maggiore esponente del liberalismo fu Montesquieu. Sul terreno della
propaganda e della battaglia culturale il più noto apologeta di questo pensiero
politico fu Voltaire.
b- Il socialismo è un movimento politico, generalmente avverso al capitalismo,
radicato, almeno in origine, nella classe operaia. Benché il fine ultimo del socialismo fosse il
raggiungimento di una società senza classi, gli sforzi dei socialisti si sono concentrati in
misura maggiore per la realizzazione di riforme sociali interne al sistema capitalista. Il termine
entrò nell'uso di alcuni pensatori della prima metà del XIX secolo, che si consideravano i veri
eredi dell'illuminismo: il francese Claude de Saint-Simon e l'inglese Robert Owen, i quali
criticavano il capitalismo sia sul piano etico sia su quello pratico. Da un lato, infatti, esso era
ingiusto, perché sfruttava e degradava gli operai trasformandoli in “bestie da soma”, mentre
rendeva i ricchi sempre più ricchi; dall'altro, era inefficiente, perché era soggetto a crisi cicliche
causate da sovrapproduzione o sottoconsumo ed, inoltre, non garantiva lavoro per tutti. Il
socialismo era dunque una reazione anche contro il liberalismo.
Con Karl Marx e Friedrich Engels il socialismo acquistò una nuova dimensione
teorica, sposando la teoria dello sfruttamento e una teoria della storia. Il
marxismo considerava il capitalismo il risultato di un processo storico
caratterizzato da un'incessante lotta di classe. Creando un'ampia classe di
operai espropriati, il capitalismo poneva le basi del proprio superamento, cui
avrebbe fatto seguito una società comunista. Verso la fine del XIX secolo, il
socialismo marxista divenne l'ideologia dei partiti operai europei, mentre i
movimenti dei lavoratori anglosassoni, i partiti socialisti e socialdemocratici
aderirono alla Seconda internazionale socialista, versione del marxismo
elaborata da Engels, August Bebel e Karl Kautsky. Nell'attesa che una crisi
economica di grandi proporzioni aprisse la via al socialismo, i partiti socialisti
decisero tuttavia di battersi per un programma minimo. Nel programma di Erfurt
(1890) si richiedevano suffragio universale, parità giuridica tra donne e uomini,
un sistema di sicurezza sociale, pensioni, giornata lavorativa di otto ore,
legalizzazione dei sindacati. I socialisti ritenevano che tutte le loro richieste
potessero essere ottenute pacificamente. Alcuni di loro, come Rosa
Luxemburg, più impazienti, predicarono l'uso dello sciopero generale come
arma rivoluzionaria.
c- Il termine democrazia deriva dal greco: demos (popolo) e Kratein (potere). E' un
sistema politico basato sulla sovranità dei cittadini, i quali scelgono la forma di governo,
eleggono i funzionari pubblici ed in molti stati anche il capo del governo ed il corpo legislativo.
A partire dalla rivoluzione inglese (1640), l'azione politica rivoluzionaria contro i
regimi autocratici sfociò spesso nell'adozione della forma repubblicana, che,
per quanto si presentasse a volte autoritaria, tendeva comunque verso
l'affermazione dei valori democratici.

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In questa tradizione si mossero importanti pensatori come Charles-Louis de
Montesquieu, Jean-Jacques Rousseau, e gli americani Thomas Paine,
James Madison e Thomas Jefferson.
Alla fine dell'ottocento quasi tutte le monarchie europee avevano adottato una
costituzione che concedeva parte del potere politico al popolo. Il parlamento
britannico divenne un modello di riferimento privilegiato, insieme alle istituzioni
democratiche degli Stati Uniti d'America. La libertà individuale, l'uguaglianza di
fronte alla legge, il diritto al voto e all'istruzione sono i principi fondamentali delle
democrazie moderne. Alla metà del XX secolo quasi ogni paese del mondo
aveva adottato una forma di governo che si richiamava ai principi della
democrazia, anche se i risultati pratici sono stati molto diversi nei differenti paesi.
d- L'anarchismo è quella dottrina politica contraria a ogni forma di dominio o di
autorità ideologica, politica, economica, sociale o giuridica, in nome di una libertà
d'espressione individuale ritenuta l'unica strada per raggiungere l'armonia
sociale.
Le idee anarchiche ebbero una prima espressione compiuta con Pierre-Joseph
Proudhon, considerato il padre dell'anarchismo filosofico, che sostenne le tesi
dell'evoluzione pacifica verso l'anarchia. Le sue tesi esercitarono una notevole
influenza sugli ambienti operai francesi e diedero forza ad un'altra corrente del
pensiero anarchico. Al congresso dell'associazione Internazionale dei
Lavoratori, o Prima internazionale, tenutosi a Basilea nel 1869, tale
impostazione più politica e fortemente antimarxista adottata dal rivoluzionario
russo Mikhail Bakunin fu però messa in minoranza. Da allora l'anarchismo si è
sempre più allontanato dal socialismo anche se diversi suoi sostenitori hanno
aderito in parte al movimento del sindacalismo. Benché lontano dal terrorismo,
negli anni l'anarchismo è stato spesso identificato con la violenza, soprattutto in
occasione di assassinii, come nel caso di Umberto I, re d'Italia, di William
McKinley, presidente degli Stati Uniti, di Giorgio I, re di Grecia e del presidente
francese Sadi-Carnot.
e- Il totalitarismo è una forma di governo che subordina tutte le attività sociali,
economiche e politiche, intellettuali, culturali, spirituali ai fini del gruppo dominante. Nelle forme
autocratiche classiche come il dispotismo, l'assolutismo e la tirannia, gli individui potevano
condurre una vita relativamente autonoma, purché si tenessero lontani dalla politica; nel
totalitarismo, invece, la vita dell'individuo deve conformarsi in ogni suo aspetto all'ideologia
del partito leader.
Se il potere autocratico esercitato dal monarca si fondava sul diritto divino, oggi
lo stato totalitario contemporaneo, retto da un partito, si basa su un'ideologia che
esige dall'individuo un'adesione esclusiva e senza limiti.
Esempi nella storia di regimi totalitari sono stati la Germania, sotto il
nazionalsocialismo di Adolf Hitler, l'Italia durante il fascismo di Benito
Mussolini, l'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (URSS), in particolare
sotto Stalin, la repubblica popolare cinese sotto il regime comunista di Mao
Zedong. Altri esempi, contemporanei, sono la Corea del Nord di Kim ll Sung, la
Siria di Hafiz al-Assad e l'Iraq di Saddam Hussein.

4- POTERI DELLO STATO

Una caratteristica di tutti i regimi democratici moderni è che al vertice dello

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stato non esiste un unico organo, ma una pluralità di organi, cui competono
funzioni diverse. Il potere politico non è concentrato in un'unica sede, ma è
distribuito tra diversi organi, nessuno dei quali è in grado di dominare sugli altri.
Questa situazione è il risultato di un processo storico iniziato dapprima in
Inghilterra e che poi si è sviluppato negli altri paesi europei. A metà Settecento
nacque anche una formulazione teorica, pubblicata dal francese Montesquieu.
Egli osservò che in Inghilterra, a seguito della "gloriosa rivoluzione" del 1688, la
sovranità dello stato non era più concentrata nelle mani del re, ma era suddivisa
fra tre poteri diversi: il re, il parlamento e i giudici.
Sulla base di questo esempio storico egli formulò la teoria della separazione
dei poteri. Secondo questa teoria all'interno del potere politico si possono
distinguere tre funzioni diverse:
a- funzione legislativa
b- funzione esecutiva
c- funzione giurisdizionale
Montesquieu osservò che la sicurezza di uno stato poteva essere raggiunta
soltanto se queste tre funzioni fossero state affidate a tre poteri distinti, separati
e reciprocamente indipendenti. In questo modo infatti l'azione concreta dello
stato, che è svolta dal potere esecutivo, si trova sottoposta a un doppio limite:
deve seguire le norme fissate in modo generale dal potere legislativo (sul quale
non ha alcun controllo) e deve rispondere della legittimità delle proprie azioni di
fronte al potere giudiziario, che è indipendente.
Vediamo quali sono oggi le funzioni di ciascun organo.
a- La funzione legislativa è quel potere che emana le norme necessarie al
mantenimento dello stato; ovvero è quel corpo che si preoccupa di promulgare,
modificare o revocare una legge o altri provvedimenti legislativi, fra cui
l'imposizione delle tasse. Nei moderni ordinamenti democratici, il potere
legislativo viene esercitato da organi dello stato eletti in modo diretto o indiretto
dal popolo, diviso quasi sempre in due camere: la Camera bassa (eletta in
modo diretto) e la Camera alta (eletta in modo indiretto o diretto), camera che è
garante della continuità del governo rispetto alla mutevolezza dell'opinione
pubblica rappresentata dalla Camera bassa. In Italia, la differenza fra le due
Camere riguarda solo la composizione numerica e il metodo d'elezione dei
rappresentanti; per il resto infatti svolgono funzioni identiche. In Italia l'insieme di
tali Camere è definito Parlamento; in altri può invece assumere nomi diversi:
negli Stati Uniti, Congresso, in Giappone, Dieta, in Francia, Assemblea
Nazionale; la durata in carica di un parlamento è definita legislatura, e la sua
attività è regolata dalla costituzione. Tra le funzioni del parlamento rientra, in
paesi come la Gran Bretagna, l'elezione del primo ministro e del gabinetto dei
ministri del governo, che rispondono del proprio operato al potere legislativo. In
Italia, il Presidente del Consiglio viene nominato dal Presidente della Repubblica
e resta in carica sino a quando è sorretto da un voto di fiducia del Parlamento. A
causa della crescente complessità delle norme da varare, tutti i moderni sistemi
di governo tendono a delegare parte delle proprie funzioni a responsabili
amministrativi dotati di specifiche competenze tecniche.

IL PARLAMENTO

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Il parlamento è un organo dello stato a carattere rappresentativo, cui spetta la
funzione legislativa. Il suo nome rimanda all'originaria funzione di "luogo di
discussioni".
Il parlamento più influente nello sviluppo delle tradizioni dei sistemi parlamentari
è stato probabilmente quello britannico.
L'istituzione parlamentare oggi è largamente diffusa, ma il suo ruolo varia a
seconda delle forme di governo vigenti, così come variano la sua composizione
ed il suo nome. L'Assemblea nazionale popolare cinese è il parlamento più
numeroso del mondo, ma il suo potere effettivo è modesto. L'India è la più
grande democrazia parlamentare, e la sua Camera bassa, il Lok Sabha, ha il
corpo elettivo più numeroso. In Giappone il parlamento si chiama Dieta, come in
altri stati federali; in Francia Assemblea Nazionale e negli Stati Uniti
Congresso. In molti paesi in via di sviluppo, tuttavia, la tradizione parlamentare
è ancora fragile ed il parlamento è spesso soverchiato da capi carismatici o
rovesciato da colpi di stato militari.
In Italia le prime forme di assemblea parlamentare moderna si ebbero alla fine
del XVIII secolo con l'Assemblea Cispadana (1796), confluita nell'Assemblea
Cisalpina (1797), che adottò la forma bicamerale e fu in attività fino al 1799.
Una forma di parlamento moderno si ebbe in quasi tutte le regioni a partire dal
1848: in Sicilia il 25 marzo, a Napoli il 1 maggio, in Piemonte l'8 maggio, a Roma
il 5 giugno, in Toscana il 26 giugno, a Venezia il 3 luglio. Soppressi già nel 1849,
questi parlamenti sopravvissero attraverso l'esperienza dell'unico rimasto in vita,
quello piemontese, attivo fino alla costituzione del Regno d'Italia, di cui diventerà
l'organo parlamentare.
Il parlamento italiano, a partire dal 1924, venne prima indebolito e quindi
esautorato delle proprie funzioni dalle leggi approvate dal governo fascista:
venne istituito il collegio unico nazionale nel 1924, ridotto il numero dei
parlamentari a 400 nel 1925, sostituita la Camera dei deputati con la Camera dei
fasci nel 1939.
Il parlamento democratico tornò in vita all'indomani della caduta del fascismo:
venne infatti confermato nel 1946 quando fu proclamata la Repubblica italiana e
fu ratificato, nella sua forma bicamerale, dalla Costituzione del '48.
Il parlamento italiano si compone di due Camere, la Camera dei deputati e il
Senato della Repubblica. Durano in carica cinque anni e sono elette a
suffragio universale diretto dai cittadini italiani. Per la Camera dei deputati
votano i cittadini che hanno compiuto 18 anni, per il Senato quelli che ne hanno
compiuti 25. Per essere eletti deputati bisogna avere almeno 25 anni, per essere
eletti senatori bisogna averne almeno 40.
La Camera dei deputati si compone di 630 membri, il Senato di 315 membri. Ai
senatori elettivi si devono poi aggiungere cinque senatori a vita, nominati dal
presidente delle Repubblica "per altissimi meriti in campo sociale, scientifico,
artistico o letterario", e gli ex presidenti della Repubblica, che ne fanno parte
anch'essi a vita. Camera e Senato hanno sede in due storici palazzi romani,
rispettivamente Montecitorio e palazzo Madama.
Le funzioni delle due Camere sono identiche secondo un principio detto del
bicameralismo perfetto.
Il presidente della Camera dei deputati convoca e presiede il Parlamento in
seduta comune, integrato dai rappresentanti regionali, per eleggere il presidente
della Repubblica e i giudici costituzionali di nomina parlamentare. Le funzioni del
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presidente della Repubblica, in ogni caso in cui non possa adempierle, sono
esercitate dal presidente del Senato. I presidenti delle due camere ne sono i
rappresentanti, secondo il modello dello speaker nella Camera dei comuni
britannica, e devono esercitare le loro funzioni con imparzialità.
La funzione legislativa del parlamento consiste nel fare le leggi. Perché una
decisione del parlamento diventi legge è necessario seguire uno specifico
procedimento, al termine del quale la legge entra in vigore ed è obbligatoria per
tutti. Questo procedimento si divide in quattro fasi:
1- iniziativa;
2- discussione e approvazione;
3- promulgazione;
4- pubblicazione;
Ogni legge deve essere approvata da ciascuna Camera con lo stesso testo. Il
procedimento può iniziare indifferentemente dalla Camera dei deputati o dal
Senato; quando la prima camera ha approvato la legge, deve trasmetterla alla
seconda che inizierà da capo la discussione e alla fine approverà il testo a sua
volta. Se però la seconda camera approva il testo con alcune modifiche dovrà
ritrasmetterlo alla prima perché lo approvi nella nuova versione. Quest'ultima è
però libera di modificarlo ancora, il che renderà necessario un nuovo intervento
dell'altra camera e così via finché lo stesso testo non verrà approvato da
ciascuna delle due camere.

L'iniziativa: l'iniziativa di legge è la facoltà di proporre una legge alla


discussione del parlamento. La proposta di legge non può consistere in una
indicazione generica, ma deve essere redatta in articoli. L'art. 71 della
Costituzione elenca i soggetti che hanno tale facoltà.
Il più importante è senza dubbio il governo. Esso non può fare leggi, ma ha in
genere la necessità di nuove leggi per realizzare il suo programma politico; nel
formulare al parlamento le sue proposte di legge (=disegni di legge), manifesta
pienamente il proprio potere di indirizzo politico. I disegni di legge devono
essere approvati nella seduta del consiglio dei ministri.
L'iniziativa legislativa spetta inoltre a ciascun deputato o senatore. Le proposte
di provenienza parlamentare sono molto numerose: in parte si tratta di proposte
avanzate dai partiti dell'opposizione sugli stessi argomenti dei disegni di legge
governativi; più spesso di proposte particolari che interessano singoli collegi o
specifiche categorie di cittadini a cui i membri del parlamento sono legati. Meno
rilevante è l'iniziativa degli altri organi ed enti a cui fa riferimento l'art. 71: si tratta
di consigli regionali e del Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro, che
raramente hanno usato questa facoltà.
E' prevista infine l'iniziativa popolare: occorre che la proposta di legge sia
sottoscritta da almeno 50.000 elettori. Lo scopo di questo diritto è quello di far
arrivare al parlamento proposte sentite nella società civile, ma di cui i partiti
sarebbero poco propensi a farsi portatori.
Discussione e approvazione: Una volta giunta a una camera, la proposta di
legge può essere discussa e approvata secondo due procedimenti, normale o
speciale. La scelta tra i due procedimenti spetta al presidente della camera. Se
sceglie di adottare il procedimento normale, invia il progetto di legge a una
commissione permanente a seconda dell'argomento che viene trattato nel
progetto di legge stesso. In questo caso le commissioni permanenti si riuniscono
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in sede referente: discutono cioè il progetto in aula. In aula, una volta sentita la
relazione della commissione, si procede a una nuova discussione e poi alla
votazione. Prima dell'inizio delle votazioni, ogni parlamentare ha il diritto di
presentare emendamenti( cioè proposte di modifica, integrazione,
soppressione) che vengono anch'essi votati uno per uno. Il procedimento
speciale ha tempi assai più brevi rispetto a quello normale. Se il presidente
della camera sceglie questa strada, trasmette il progetto di legge a una
commissione permanente e nello stesso tempo dà alla commissione il potere di
approvare in via definitiva il progetto senza doverne riferire in aula. In questo
caso si dice che la commissione si riunisce in sede deliberante: la legge viene
discussa e approvata esclusivamente dai membri della commissione.
Promulgazione: Una volta che la legge è stata approvata da entrambe le
camere con lo stesso testo, essa deve essere promulgata dal presidente della
Repubblica entro 30 giorni. La promulgazione è una dichiarazione solenne e
formale con cui il presidente afferma l'avvenuta approvazione della legge da
parte delle camere e l'obbligo dei cittadini di osservarla. La Costituzione ha
voluto offrire al presidente la possibilità di rifiutare la promulgazione. Egli può
infatti rinviare la legge alle camere con messaggio motivato e chiedere una
nuova deliberazione. Se, però, le camere approvano nuovamente la legge,
questa deve essere promulgata.
Pubblicazione: dopo la promulgazione, la legge viene pubblicata sulla Gazzetta
Ufficiale, che è il giornale ufficiale dello stato. La legge entra in vigore, di regola,
il 15° giorno successivo alla data della pubblicazione.

b- La funzione esecutiva è il potere d'iniziativa dello stato in esecuzione di


decisioni politiche del potere legislativo; questa funzione spetta generalmente al
governo del paese. Il potere esecutivo è considerato il custode e l'esecutore
della volontà popolare; nei regimi totalitari l'esecutivo esercita invece un potere
assoluto, annullando qualsiasi sistema di controllo incrociato fra le attività dei tre
poteri dello stato. In generale, ad ogni organo assembleare pubblico corrisponde
di norma un organo esecutivo, previsto per dare attuazione alle decisioni
assembleari: come a un parlamento nazionale corrisponde un governo, così a
un parlamento territoriale corrisponde in genere un governo esecutivo. In Italia,
ad esempio, insieme con il Consiglio regionale abbiamo la Giunta regionale
che è organo esecutivo per la regione; con il Consiglio provinciale la Giunta
provinciale, e con il Consiglio comunale la Giunta comunale.

IL GOVERNO

Il governo è l'insieme delle istituzioni che partecipano all'attività di direzione


politica di uno stato; in questo significato il termine è spesso sostituito
dall'espressione "forme di governo", o da quella più generica "regime politico". In
un significato più ristretto, governo è lo specifico organo costituzionale (formato
da un presidente del consiglio, o primo ministro, e dai ministri) che concentra
gran parte del potere di indirizzo politico oltre che di esecuzione delle decisioni
pubbliche.
Nell'attuale ordinamento costituzionale italiano il potere esecutivo è il principale
artefice della politica nazionale. Il governo è composto dal presidente del
10
Consiglio dei ministri e dai ministri (anche detti segretari di stato), che
costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Deve avere la fiducia delle due
Camere, votata in modo palese (non segreto) e per appello nominale. Il
presidente del Consiglio dirige l'attività del governo e ne risponde davanti al
parlamento.
È designato dal presidente della Repubblica che nomina, su sua proposta, i
ministri. I ministri sono posti a capo di ciascuno dei settori in cui si divide
l'amministrazione centrale dello stato, i ministeri (tra i quali: interni, esterni,
difesa, giustizia, tesoro, istruzione, poste e telecomunicazioni, trasporti…).
Ma vi sono anche ministri che svolgono importanti incarichi politici senza essere
a capo di nessun dicastero.
I ministri sono coadiuvati da sottosegretari, che non intervengono alle riunioni
del governo.
Il Parlamento può sempre discutere la condotta del governo e riesaminare la
possibilità di conservargli la fiducia. Talvolta è però il governo che, ponendo la
"questione fiducia" e quindi la minaccia di scioglimento anticipato delle Camere,
costringe il Parlamento ad approvare leggi coerenti con i propri obbiettivi politici.
In casi urgenti, quando non è possibile aspettare una deliberazione del
Parlamento, il governo può adottare di propria iniziativa i decreti legge. Il
termine indica una norma giuridica emanata con un provvedimento del governo
chiamato "decreto". In casi straordinari di necessità e di urgenza il governo può
infatti sostituirsi al Parlamento ed emanare con un decreto una norma giuridica
che diventerà legge dello stato soltanto se entro 60 giorni il parlamento ne
voterà l'approvazione del contenuto. In caso di approvazione si dice che il
decreto è "convertito", cioè trasformato, in legge. Il governo, che esercita di
norma il potere esecutivo dello stato, con questo strumento si sostituisce al
parlamento, che di norma esercita invece il potere legislativo dello stato. L'abuso
dello strumento del decreto legge per disciplinare la vita dei cittadini è stato
recentemente denunciato, perché toglie all'organo che rappresenta la volontà
popolare dei cittadini, ossia il Parlamento, una funzione essenziale della vita
democratica del paese.
Il governo è comunque preventivamente autorizzato dal parlamento a legiferare
mediante i cosiddetti decreti legislativi, ossia norme che indicano i criteri da
seguire nella regolazione di una determinata materia.
Come abbiamo detto, la forma di governo italiana è parlamentare: ciò significa
che il governo è investito del potere dalle camere, è responsabile di fronte ad
esse del suo operato e deve dimettersi quando non gode più della fiducia delle
camere.
Quando tale fiducia viene a mancare, si apre la crisi di governo: il governo è
infatti obbligato a dimettersi quando le camere approvano una mozione di
sfiducia, che deve essere votata con voto palese e per appello nominale.
In seguito alle dimissioni del governo in carica, il presidente della Repubblica
inizia le consultazioni: in seguito alle informazioni raccolte, conferisce l’incarico
di formare il governo alla personalità politica che a suo giudizio può ottenere il
consenso della maggioranza parlamentare. Il presidente del Consiglio
incaricato, dopo aver accettato con riserva, si consulta allora con le forze
politiche con cui intende formare il governo. Se accerta che intorno al suo
programma esiste una maggioranza parlamentare, scioglie la riserva e accetta
senza condizione di formare il nuovo governo. Una volta sciolta la riserva, il
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Capo dello Stato nomina formalmente il presidente del Consiglio e ne riceve il
giuramento di fedeltà alla Repubblica. Il presidente del Governo nomina poi i
ministri, mentre i sottosegretari verranno designati solo alla prima riunione del
Consiglio.
Entro 10 giorni dalla sua nomina il governo deve presentarsi alle Camere per
ottenere la fiducia. Se la ottiene, entra nella pienezza dei suoi poteri, in caso
contrario deve dimettersi e il presidente della Repubblica inizia nuove
consultazioni fino a quando un governo otterrà la fiducia.
Ricordiamo infine che la crisi di governo si differenzia dal rimpasto
ministeriale, che consiste nella sostituzione di uno o più ministri, senza che sia
messo in discussione il rapporto di fiducia fra Governo e Parlamento.

PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI

In Italia è detto anche capo del governo ed è responsabile dell'attività politica


generale dell'esecutivo; rappresenta il governo sia di fronte alle camere, sia di
fronte al presidente della Repubblica.
In Italia la figura del presidente del Consiglio si distingue da quella dei capi di
governo o "premier" di altri paesi, in quanto ha funzioni di promozione e di
coordinamento dell'attività dei ministri, ma senza una vera e propria supremazia
gerarchica. Il presidente infatti non può impartire ordini ai ministri né licenziarli di
propria iniziativa, per cui la sua posizione è piuttosto quella di "primus inter
pares" (primo fra pari grado). Questo carattere è ulteriormente accentuato dalla
frammentazione delle maggioranze in molti partiti, fatto che caratterizza la
politica italiana.
Il presidente del consiglio ha diversi poteri; egli può infatti: proporre al capo dello
stato la lista dei ministri, esporre il programma al parlamento per ottenerne la
fiducia; convoca e presiede le riunioni del Consiglio di cui coordina e dirige le
attività; può esigere di essere informato dai ministri su qualunque loro iniziativa e
ottenere che sia sottoposta all'esame del Consiglio; mantiene l'unità di indirizzo
politico e amministrativo.

c- La funzione giudiziaria viene svolta dalla Magistratura, che è un complesso


di organi civili, penali e amministrativi. A questo potere spetta la funzione di amministrazione
della giustizia.

LA MAGISTRATURA

È un complesso di organi civili, penali e amministrativi che costituiscono il potere


giudiziario, uno dei tre poteri dello stato, cui spetta la funzione giurisdizionale,
cioè di amministrazione della giustizia.
Nell'antica Roma il termine "magistratus" aveva un significato diverso da quello
odierno, poiché indicava colui che aveva funzioni di governo. Il "magistratus" era
eletto dal popolo, rimaneva in carica per un tempo determinato ed esercitava il
governo insieme ad un collega. Magistrato supremo della repubblica era il
console che rimaneva in carica un anno e aveva "l'imperium", cioè un insieme di
poteri che comprendevano soprattutto compiti politici e militari.

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Nel diritto vigente il magistrato è colui che fa parte dell'ordine giudiziario e
amministra la giustizia esercitando la funzione giurisdizionale. Nel nostro
ordinamento giuridico, le nomine dei magistrati hanno luogo per concorso. I
magistrati devono essere autonomi e indipendenti dai poteri dello stato e
debbono obbedire soltanto alla legge. Per garantire il rispetto di queste
condizioni, la Costituzione ha previsto l'istituzione del Consiglio Superiore
della Magistratura o CSM; questo è un organo che ha il compito di tutelare
l'indipendenza e l'autonomia dei giudici nei confronti dei superiori per gerarchia
e degli altri poteri dello stato. Il CSM è presieduto dal Presidente della
Repubblica ed è composto da magistrati ed esperti di diritto, eletti dal
Parlamento tra i professori universitari di materie giuridiche e gli avvocati con
quindici anni di servizio, la cui durata in carica è di quattro anni. Tra le funzioni
principali del CSM vi è inoltre quella di decidere sulle assunzioni, le promozioni, i
trasferimenti e i provvedimenti disciplinari nei riguardi dei magistrati, e quella di
vagliare l'ammissibilità dei referendum.
Tutti i compiti che spettano al CSM sono fissati dagli artt. 105, 106 e 107 della
Costituzione.
In Italia l'ordinamento giudiziario è articolato nelle seguenti figure: giudice
conciliatore (figura destinata a scomparire per lasciare il posto al giudice di
pace), competente per le cause di minor valore; pretore, giudice monocratico,
competente per le cause che non spettano né al giudice conciliatore né al
tribunale; tribunale, Corte d'Appello, Corte d'Assise, Corte d’Assise
d’Appello e Corte di Cassazione.

PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

È il capo di uno stato a forma repubblicana. In Italia è eletto dal Parlamento


riunito in seduta comune, cioè dalle due Camere insieme, integrate dai
rappresentanti delle regioni, e dura in carica sette anni.
L'elezione avviene a scrutinio segreto; per i primi tre scrutini è richiesta la
maggioranza di due terzi, nei successivi la maggioranza assoluta. Può essere
eletto Presidente della Repubblica qualunque cittadino che goda dei diritti civili e
politici, ed abbia compiuto i 50 anni. L’ufficio di Presidente della Repubblica è
incompatibile con ogni altra carica.
Il Presidente della Repubblica è il rappresentante dell'unità nazionale. Le sue
funzioni principali comprendono: la nomina del capo del governo e, su proposta
di questi, dei ministri; lo scioglimento anticipato delle camere, quando esse non
siano in grado di funzionare per l'impossibilità di dar luogo ad una maggioranza;
la promulgazione delle leggi; la nomina di cinque componenti della corte
costituzionale; la presidenza del Consiglio Superiore della Magistratura; la
nomina dei più alti funzionari dello Stato; il ricevimento dei rappresentanti
diplomatici. Inoltre ratifica i trattati internazionali, può concedere la grazia e
commutare le pene, comanda le forze armate e indice i referendum. Il
referendum è un voto mediante il quale un popolo si pronuncia direttamente su
questioni specifiche di grande rilievo. È il più importante strumento di
democrazia diretta negli stati contemporanei.
Nell'ordinamento costituzionale italiano, il presidente della Repubblica gode di
una particolare posizione di supremazia. Non fa parte di nessuno dei tre poteri,
legislativo, esecutivo e giudiziario, ma partecipa in maniera decisiva al
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funzionamento di ognuno di loro, svolgendo essenzialmente compiti di
coordinamento, regolazione e soluzione delle crisi.

5- SISTEMA ELETTORALE

Il sistema elettorale è quel complesso di norme e di meccanismi che regolano


le elezioni e danno forma alla rappresentanza politica. Ogni sistema elettorale si
compone di due elementi fondamentali: la ripartizione del corpo elettorale in
suddivisioni territoriali, i collegi, e un meccanismo di trasformazione dei voti in
seggi. I collegi elettorali possono essere uninominali, se nel loro ambito si
può eleggere un solo rappresentante; plurinominali, se in essi è possibile
eleggere più di un rappresentante.
La formula elettorale che trasforma i voti in seggi può essere a) proporzionale;
b) maggioritario;
a- Nei sistemi elettorali proporzionali i seggi sono ripartiti fra tutti i partiti che
partecipano alle elezioni in proporzione ai voti conseguiti al di sopra di una
determinata quota minima (clausola di sbarramento).
I sistemi proporzionali consentono anche alle forze politiche minori di eleggere
propri rappresentanti. Il loro principale pregio consiste nel riflettere in modo
sostanzialmente esatto in parlamento le preferenze politiche degli elettori. Il loro
punto debole sta nel favorire la frammentazione del quadro politico in una
moltitudine di partiti e quindi nell'imporre la formazione di coalizioni spesso
instabili, tendenti a esprimere solo governi deboli e di breve durata.
b- I sistemi elettorali maggioritari possono essere: uninominali o
plurinominali.
In quelli uninominali, il seggio viene attribuito solitamente al candidato che ha
ottenuto la maggioranza relativa (inferiore al 50%) dei voti. I voti riportati dai
candidati degli altri contrassegni elettorali restano del tutto inutilizzati. Una
variante importante è data dal sistema maggioritario uninominale a "doppio
turno" alla francese. In questo caso, al primo turno vengono eletti i candidati che
hanno riportato una certa percentuale di voti (ad esempio il 51%); al secondo
turno, detto ballottaggio, il candidato che ottiene più voti. La sfida, al secondo
turno, è sempre bipolare.
Nei sistemi maggioritari plurinominali, la lista che ha riportato la maggioranza
relativa dei voti ottiene la maggioranza assoluta dei seggi, oppure si aggiudica
un "premio", cioè un numero di seggi superiore a quello proporzionale al
risultato conseguito.
In generale, i sistemi maggioritari incoraggiano il raggruppamento delle forze
politiche in due grandi partiti o coalizioni di partiti e favoriscono la formazione di
maggioranze di governo più compatte e più stabili. Il sistema proporzionale e
quello maggioritario possono essere variamente combinati in sistemi misti.

LEGGE ELETTORALE ITALIANA

Nel corso degli anni, il sistema elettorale italiano ha cambiato assetto molte
volte:
1861,unificazione d'Italia: vota soltanto il 2,6% della popolazione, ovvero
soltanto gli uomini dei ceti più abbienti;
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1876, sinistra al potere: dal 2,6% si passa al 7,6% della popolazione avente
diritto al voto;
1913, età giolittiana: grazie a Giolitti si raggiunge il suffragio quasi universale
maschile;
1919, dopoguerra: il sistema elettorale passa da maggioritario a proporzionale;
1946: il sistema è ancora proporzionale.
Fino al 1993, in Italia il sistema elettorale per l'elezione della Camera dei
deputati si è mantenuto proporzionale, in quanto tendeva a ripartire i seggi tra le
liste concorrenti in base ai voti conseguiti nelle 32 circoscrizioni in cui era
ripartito il territorio dello stato. Il sistema elettorale del Senato si fondava su
collegi uninominali: il seggio era attribuito al candidato che avesse superato il
65% dei voti. Ma se nessun candidato raggiungeva questa percentuale il
collegamento tra i candidati che si presentavano per lo stesso partito nell'ambito
di una stessa regione attenuava fortemente il carattere proporzionale
dell'elezione.
Nel 1993 è entrato quindi in vigore un sistema elettorale misto a turno unico.
Tre quarti dei seggi della Camera dei deputati (475) sono attribuiti con il
meccanismo maggioritario in altrettanti collegi uninominali, mentre il quarto
restante (155 seggi) è assegnato con il meccanismo proporzionale tra liste
circoscrizionali correnti. Anche nell'elezione del Senato (315 seggi) tre quarti dei
seggi (232) sono assegnati con il metodo maggioritario uninominale e un quarto
(83) con il metodo proporzionale; non vi sono liste circoscrizionali ed il
meccanismo di determinazione della quota proporzionale viene applicato su
base regionale.
Nell'elezione dei governi locali una legge del 1993 ha introdotto, oltre all'elezione
diretta del sindaco e del presidente della provincia, il doppio turno e un premio
di maggioranza che garantisce al vincitore almeno il 60% dei seggi. Nel 1995
analoghi correttivi di tipo maggioritario sono stati introdotti anche per le elezioni
regionali.

PARTE SECONDA (PARTE STORICA).

DALLO STATUTO ALBERTINO ALLA COSTITUZIONE DEL 1948.

4 marzo 1848: Nasce lo Statuto Albertino. Lo statuto è una carta costituzionale


emanata dal re di Sardegna Carlo Alberto il 4 marzo1848, e rimasta in vigore
come legge fondamentale del Regno d'Italia fino al 1° gennaio 1948. Lo Statuto
Albertino, espressione della volontà del re, si componeva di 81 articoli, 22 dei
quali erano riservati a definire le prerogative del re, al quale era attribuito il
potere esecutivo.
Con lo Statuto erano garantiti i diritti fondamentali dei cittadini (libertà
individuale, di stampa, di riunione, di culto religioso) e l'inviolabilità della
proprietà individuale.
Il cattolicesimo era definito "sola religione di Stato", ma le altre confessioni erano
ammesse.
Non essendo una costituzione rigida, in quanto poteva essere modificata
facilmente, lo Statuto Albertino si adattò ai mutamenti sociali e istituzionali che

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derivarono sia dall'unificazione d'Italia, sia dall'estensione del diritto di voto, sia
dal passaggio nel '22 dallo stato liberale a quello fascista.

17 marzo 1861 : la fondazione dello stato unitario. Il 17 marzo 1861 il


parlamento proclama a Torino Vittorio Emanuele II re d'Italia "per grazia di Dio
e volontà della nazione".
A fondamento del nuovo Regno d'Italia venne mantenuto lo Statuto Albertino.
Tale prudenza fu giustificata dal timore di ritorsioni internazionali, a conferma
della fragilità che connotava lo stato unitario, le cui sorti erano strettamente
legate agli equilibri europei. Uno dei principali problemi del nuovo regno
derivava dalla questione romana: essa si traduceva nell'ostruzionismo praticato
dal papa Pio IX, che riconobbe l'esistenza del nuovo regno e si rifiutò di aprire
trattative che avessero come obiettivo l'acquisizione di Roma all'Italia. Mentre il
governo sceglieva vie diplomatiche, mazziniani e garibaldini premevano per una
soluzione di forza. La tentò una prima volta Garibaldi, ma fu fermato
(Aspromonte, 1862). Per aggirare l'ostacolo, rappresentato soprattutto dalla
Francia , le cui truppe difendevano lo Stato Pontificio, nel 1864 il governo stipulò
un accordo: la Francia si impegnava a ritirare entro due anni i soldati, in cambio
dell'impegno italiano di non violare militarmente lo Stato Pontificio.
Nel 1866 l'Italia partecipò alla guerra austro-prussiana, alleandosi con la
Prussia. Grazie ai successi dell'alleato l'Italia acquisì il Veneto. La via per Roma
invece si aprì nel 1870, in seguito alla disfatta della Francia nel conflitto con la
Prussia: lo Stato Pontificio non aveva più la protezione francese. A quel punto
l'Italia fu libera di muovere l'esercito, fatto che avvenne il 20 settembre 1870.
Roma fu annessa al regno e la capitale fu trasferita da Torino a Roma.
Nel 1871 il governo italiano promulgò la legge delle guarentigie (garanzie): al
pontefice fu riconosciuta la posizione di sovrano straniero e assegnato un
territorio, l'attuale stato del Vaticano.
Nel 1861 il Regno d'Italia si configurava come una delle maggiori nazioni
d'Europa, almeno a livello di superficie e popolazione. Per numero di abitanti
occupava la quinta posizione, ma non poteva considerarsi una grande potenza,
a causa della sua debolezza economica e politica. Le differenze economiche,
sociali e culturali ostacolavano la costruzione di uno stato unitario; esistevano
infatti situazioni statiche ed arcaiche, soprattutto nel Mezzogiorno. Nelle
campagne le gran massa dei contadini era rimasta quasi del tutto estranea, in
certi casi ostile, al Risorgimento. Ostilità che, nelle campagne del sud, esplose in
una grande ribellione durata dal 1861 al 1865, misconosciuta come
"brigantaggio".
Lo stato italiano nacque su un'impronta centralistica; il ruolo del re si esplicò
ampiamente nel primo decennio, quando tutte le crisi di governo furono risolte
dal re. Nelle mani della corona si concentravano alcune leve fondamentali del
potere: l'esercito, la burocrazia, la corte e il senato, i cui membri, a differenza dei
deputati della camera, non erano eletti, ma di nomina regia.

1899/1900: la crisi di fine secolo.


Negli ultimi anni del secolo scorso, l'Italia fu teatro di una crisi politico-
istituzionale. La tensione esplose nella primavera del 1898, quando un
improvviso aumento del prezzo del pane (provocato dal blocco delle
importazioni di cereali dagli Stati Uniti in seguito alla guerra di Cuba) fece
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scoppiare in tutto il paese una serie di manifestazioni popolari. Si trattava di
manifestazioni in larga parte spontanee, che richiamavano forme di protesta
tipiche delle società preindustriali. La risposta del governo fu comunque
durissima: prima massicci interventi delle forze di polizia, quindi proclamazione
dello stato d'assedio, con conseguente passaggio dei poteri alle autorità
militari, a Milano, a Napoli e nell'intera Toscana. La repressione fu
particolarmente violenta a Milano dove nel maggio del 1898 il generale Bava
Beccaris fece aprire il fuoco sulla folla che a Milano reclamava pane e lavoro. Si
contarono alcune centinaia di morti. Capi socialisti, radicali, repubblicani, ed
anche esponenti del movimento cattolico intransigente, furono incarcerati. In
quello stesso anno il governo presentò alcuni provvedimenti che limitavano
gravemente il diritto di sciopero e la libertà di associazione. I gruppi di estrema
sinistra risposero con l'ostruzionismo. Dopo tutti gli scioperi, scontri e
manifestazioni, il re Umberto I sembrava finalmente rendersi conto del
fallimento di quella politica repressiva che lo aveva visto fra i suoi più attivi
sostenitori.
Un mese dopo, il 29 luglio 1900, a Monza, il re cadeva vittima di un attentato
per mano di un anarchico, Gaetano Bresci, venuto appositamente dagli Stati
Uniti per vendicare le vittime del '98; quasi contemporaneamente veniva fucilato
Bava Beccaris. A questo punto il governo inaugurò una fase di distensione nella
vita politica italiana. Una distensione che fu indubbiamente favorita dal buon
andamento dell'economia e dall'atteggiamento del nuovo re, Vittorio Emanuele
III, assai più aperto del padre nei confronti delle forze progressiste. Socialisti,
repubblicani e radicali attendevano però una svolta democratica; questa si
presentò nel 1901, quando il nuovo re affidò la carica di primo ministro a
Giuseppe Zanardelli, un liberale che si era pronunciato contro la repressione.
Ma l'uomo di maggiore prestigio di quel governo era il ministro degli Interni,
Giovanni Giolitti. Egli divenne primo ministro nel 1903 e mantenne la carica
fino al 1913, salvo brevi interruzioni. Giolitti introdusse riforme di notevole
importanza: (1902-04) sgravi fiscali per i ceti rurali del sud, industrializzazione di
Napoli, legge per la costruzione dell'acquedotto pugliese; (1905)
nazionalizzazione delle principali linee ferroviarie; (1906) obbligo del riposo
festivo per i lavoratori e proibizione del lavoro notturno per donne e bambini;
(1911) monopolio statale delle assicurazioni sulla vita. Ma un'importante
trasformazione politica, non proposta però da Giolitti, fu sancita dalla legge
elettorale approvata dal parlamento nel 1912, che introdusse il suffragio
maschile quasi universale: tutti i maschi sopra i trent'anni potevano votare; sotto
i trent'anni occorreva saper leggere e scrivere, oppure aver prestato servizio
militare, oppure disporre di un determinato reddito, oppure svolgere una
professione statale. Gli italiani con diritto al voto passarono così dal 9,5% al
24,5%, ovvero da tre milioni e mezzo a nove milioni. La legge prevedeva il
sistema uninominale a doppio turno. In quella occasione si stipulò un accordo
tra Giolitti e i cattolici, accordo noto con il nome di patto Gentiloni, dal nome del
deputato che lo propose. In base ad esso i cattolici assicuravano il loro voto ai
candidati liberali che si fossero impegnati su due questioni che stavano a cuore
alla chiesa: l'opposizione ad ogni legge sul divorzio e l'introduzione
dell'insegnamento della religione nelle scuole elementari. Con le elezioni del
novembre 1913 per la prima volta le masse entravano nella vita politica.

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28/10/1922: fascismo al potere.
In Italia il ritorno alla pace, dopo la prima guerra mondiale (1914-18), mise allo
scoperto le fragilità del sistema economico: debito pubblico alle stelle, inflazione
e disoccupazione erano le eredità del conflitto. A partire dal 1919 gli operai delle
fabbriche e i braccianti nelle campagne scesero in sciopero per rivendicare
aumenti salariali e migliori condizioni di vita; ma agiva in loro anche il richiamo
alla rivoluzione socialista, sull'esempio di quella in atto nella Russia di Lenin. Il
movimento popolare mancò sempre però di una chiara linea di conduzione; la
sua azione raggiunse l'apice con l'occupazione delle fabbriche del nord per poi
declinare rapidamente.
Intanto in quegli anni si affacciarono nuove formazioni politiche, espressione di
ideologie moderne. Nel 1919 fu fondato dal sacerdote Luigi Sturzo il Partito
popolare italiano, sotto gli auspici della Chiesa. Lo stesso anno vide venire alla
luce il movimento fascista, nato per iniziativa di Benito Mussolini come forza
extraparlamentare col nome di Fasci italiani di combattimento; esso si
rivolgeva soprattutto agli ex-combattenti e ai ceti medi, facendo leva sulla paura
di una rivoluzione comunista. Nel 1921 da una scissione in seno al partito
socialista nacque il Partito Comunista d'Italia: Antonio Gramsci ne era il
leader teorico.
Esauritosi il "triennio rosso" (1919-21) delle lotte operaie e contadine, la
reazione dei ceti medi, degli agrari e degli industriali si indirizzò verso il
movimento fascista. Mussolini riuscì a catalizzare sia le frustrazioni della piccola
borghesia, disposta all'uso della violenza, sia lo spirito di rivalsa diffuso tra i
"grandi ricchi", gli agrari in primo luogo. Iniziò allora il biennio nero (1921-22),
segnato da continue violenze esercitate da squadre di volontari fascisti, le
camicie nere, contro le sedi e gli uomini del movimento operaio e socialista.
Nelle elezioni politiche del 1921 il Partito nazionale fascista, fondato in
quell'anno, ottenne 35 deputati alla camera, un numero ancora inferiori ai
socialisti ma sufficiente a segnare la sconfitta dei partiti democratici, tra loro
profondamente divisi.
Il Partito nazionale fascista, o Pnf, fu un'organizzazione politica fondata a
Roma il 7 novembre 1921 da Mussolini. Con questo partito i fascisti
focalizzarono l'attenzione sulla difesa dello stato, sulla contrapposizione totale ai
socialisti e sull'antiparlamentarismo. Dopo l'imposizione del fascismo il Pnf fu
l'unico partito autorizzato in Italia: Mussolini ne esercitò un ferreo controllo. Al
Pnf faceva capo gran parte delle associazioni giovanili, studentesche, ricreative,
culturali, nonché molti enti parastatali. Tra i quattordici segretari del Pnf, furono
due a contare maggiormente: Augusto Turati (1926-30), che attuò l'epurazione
di coloro che erano su posizioni critiche verso Mussolini, e Achille Starace
(1931-39), ligio esecutore delle campagne propagandistiche volute dal regime.
Nell'ottobre del 1922 Mussolini chiamò a raccolta i suoi uomini e li organizzò in
formazioni di carattere militare, a capo delle quali mise un quadrunvirato
composto da Italo Balbo, Cesare de Vecchi, Emilio de Bono e Michele
Bianchi. Il 27 ottobre 1922 le camicie nere si raccolsero in diverse parti d'Italia
per dirigersi su Roma (marcia su Roma del 28 ottobre) e chiedere le dimissioni
del governo presieduto da Luigi Facta. Questi si rivolse al re perché
proclamasse lo stato d'assedio e sciogliesse la manifestazione. Ma Vittorio
Emanuele III si oppose e affidò a Mussolini l'incarico di formare un nuovo
governo. In questo modo, attraverso una sorta di colpo di stato effettuato con il
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sostegno degli apparati statali, Mussolini andò al governo a capo di una
coalizione di liberali e popolari, che simpatizzavano e di cui per altro si liberò ben
presto.
Il passaggio dallo stato liberale al regime totalitario avvenne nei quattro anni
successivi. Diverse furono le tappe in questa direzione: nel 1922 la formazione
del Gran Consiglio del fascismo, un organismo che raccoglieva i capi del
partito e che doveva rappresentare il legame tra questo ed il governo; nel 1923
le leggi che limitavano la libertà di stampa, per mettere a tacere le opposizioni e
utilizzare i giornali come strumenti di propaganda; nello stesso anno fu
presentata la modifica del sistema elettorale per garantire alla lista governativa
la maggioranza dei deputati. Questa riforma viene ricordata con il nome di legge
Acerbo. Nel gennaio del 1923 venne formata una milizia volontaria per la
sicurezza nazionale, ovvero un corpo armato di partito che aveva lo scopo di
proteggere gli sviluppi della rivoluzione fascista.
L'ultima prova di forza si compì con l'assassinio di Giacomo Matteotti. Matteotti
(1885-1924), uomo politico laureato in legge, aderì giovanissimo al Partito
socialista italiano (PSI), divenendo presto uno dei maggiori esponenti della
corrente di sinistra. Nel 1919 venne eletto deputato e nel 1922 partecipò con
Turati alla scissione dell'ala riformista del PSI che diede vita al Partito socialista
unitario (PSU), di cui divenne segretario.
Il 30 maggio 1924 tenne alla Camera un memorabile discorso di denuncia del
clima d'intimidazioni e violenze creato dai fascisti e dallo stesso Mussolini
durante la campagna elettorale. Il 10 giugno seguente venne assalito e rapito
da un gruppo di fascisti; la scomparsa di Matteotti, il cui corpo fu rinvenuto solo il
16 agosto, suscitò scalpore e sdegno in tutto il paese. L'unica protesta concreta
effettuata dai gruppi d'opposizione fu quella di astenersi dai lavori parlamentari e
di riunirsi separatamente finché non fosse stata ripristinata la legalità
democratica. La secessione dell'Aventino (questo il nome con cui viene
ricordata la protesta) aveva un indubbio significato ideale, ma era priva di
qualsiasi efficacia pratica. I "partiti aventiniani" si limitarono ad agitare di fronte
all'opinione pubblica una "questione morale", sperando in un intervento della
corona o in uno sfaldamento della maggioranza fascista. Ma così non fu.
Mussolini risolse la situazione con la definitiva soppressione del regime
parlamentare. I passi successivi comportarono l'allontanamento dal governo
prima dei cattolici, poi dei liberali. Il 3 gennaio 1925 Mussolini salì alla tribuna
della Camera e si assunse la piena responsabilità delle illegalità fasciste,
dichiarò chiusa la "questione morale" e minacciò apertamente di usare la forza
contro il "movimento" antifascista.
Eliminate le voci d'opposizione, il fascismo non si accontentò più di esercitare
una dittatura , ma decise di formulare anche nuove leggi, che avrebbero preso il
sopravvento sullo statuto Albertino, lasciato però soltanto in disparte, non
"cancellato".
Queste nuove leggi sono ricordate come le leggi fascistissime, introdotte tra il
1925 e il 1927. Fu una vera e propria legislazione antiliberale: furono sciolte le
opposizioni, espulsi dalla Camera i deputati antifascisti, vietato lo sciopero,
messi al bando i sindacati; fu approvata una legge elettorale che prevedeva una
lista unica, governativa; fu introdotta la pena di morte e creata una propria
magistratura composta di soli fascisti: il Tribunale speciale per la difesa dello
stato, incaricato di reprimere ogni forma di dissenso; fu introdotto l'obbligo di
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giuramento al fascismo per ogni impiegato statale. Un importante successo fu
conseguito dal fascismo nel 1929 con la firma dei Patti lateranensi, che
chiudevano il conflitto tra stato e Chiesa: lo stato italiano riconosceva il Vaticano
come stato indipendente e la Chiesa otteneva che il cattolicesimo fosse
dichiarato religione ufficiale.
La politica culturale tentò di orientare gli italiani secondo i valori ritenuti consoni
alle tradizioni nazionali fasciste. I giovani venivano addestrati alla disciplina,
all'esercizio della forza fisica e al senso dell'obbedienza, attraverso
manifestazioni sportive e sfilate simili alle parate militari. Stampa, cinema e radio
furono soggetti non solo alla censura passiva, con cui si vietava la circolazione
di notizie che potessero danneggiare l'immagine fascista, ma anche ad
un'azione attiva condotta da un apposito organismo burocratico, il Ministero
della cultura popolare.

25 luglio 1943: caduta del fascismo.


Allo scoppio della seconda guerra mondiale, Mussolini proclamò inizialmente lo
stato di non-belligeranza, ma di fronte ai successi di Hitler decise l'intervento a
fianco della Germania nella speranza di conseguirne vantaggi internazionali. E
così il 10 giugno 1940, dal balcone di Palazzo Venezia, il duce annunciava ad
una folla entusiasta l'entrata in guerra dell'Italia. L'offensiva contro la Francia,
sferrata il 21 giugno in condizioni di netta superiorità numerica contro un nemico
praticamente già sconfitto, si risolse però in una grossa prova di inefficienza.
L'Italia riportò diverse sconfitte, sia sui fronti balcanico e africano sia in mare;
queste sconfitte unite con la disastrosa partecipazione alla campagna di Russia
portarono al tracollo militare.
Nel luglio 1943, gli angloamericani sbarcarono in Sicilia: il 25 luglio 1943 il re
licenziò Mussolini, messo in minoranza nell'ultima seduta del Gran Consiglio del
fascismo, e lo fece arrestare. L'evento segnò il crollo del fascismo, che però
avrebbe fatto una breve riapparizione con la Repubblica Sociale Italiana,
meglio conosciuta come Repubblica di Salò.

8 settembre 1943: la radio annuncia il termine della guerra.


Dopo la notizia, diffusa dalla radio, che la guerra era finalmente finita,
immediatamente i nazisti tedeschi invasero il nord Italia con un'azione militare
ricordata come l'azione Alarico. Nel frattempo gli americani, sbarcati in Sicilia,
risalivano la penisola scontrandosi in duri combattimenti con le forze tedesche.
Con la caduta del fascismo nasce ufficialmente la Resistenza. Con il termine
"Resistenza" si indica una lotta armata contro l'esercito d'occupazione tedesco e
il regime collaborazionista di Mussolini (repubblica di Salò) durante la seconda
guerra mondiale.
La storia della resistenza italiana si inserisce già nell'antifascismo degli anni
Trenta. Con il procedere della guerra e con le prime debolezze del regime
fascista causate dalle sconfitte dell'esercito italiano, prese corpo in Italia
l'opposizione al fascismo. Già nel 1942 l'opposizione al fascismo si era
riorganizzata operando per la prima volta sul territorio nazionale: nel giugno si
era costituito il Partito d'azione, nato dalla convergenza tra gli uomini di
Giustizia e Libertà, quelli del movimento liberalsocialista e quelli di tendenza
repubblicana. Nell'ottobre era stata fondata la Democrazia cristiana, che
raccoglieva l'eredità del precedente Partito popolare di Luigi Sturzo. In
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concomitanza con gli scioperi del marzo 1943 i comunisti avevano avviato
un'intensa attività clandestina e stabilito contatti con socialisti, azionisti, cattolici
e liberali, sfociati nella costituzione del Comitato delle opposizioni, che si riunì
immediatamente dopo la caduta del fascismo.
La Resistenza armata al nazifascismo si organizzò dopo l'armistizio dell'8
settembre, quando dalle fila dell'esercito lasciato allo sbando uscirono i primi
gruppi di volontari combattenti, reclutati dalle nascenti forze partigiane.
Queste furono costituite dai rappresentanti dell'antifascismo, che crearono il
Comitato di liberazione nazionale (CLN), al quale si collegarono
successivamente i CLN regionali, strumento politico della guerra partigiana. Il
CLN, comitato costituito a Roma il 9 settembre 1943, era composto da sei partiti
antifascisti: Partito comunista, Democrazia cristiana, Partito socialista di
unità proletaria, Partito liberale, Partito d'azione e Democrazia del lavoro. Il
comitato si diede una struttura decentrata con la formazione di CLN regionali,
provinciali e comunali. Particolare importanza ebbe il comitato sorto nell'Italia
occupata dai tedeschi che si chiamò Comitato di liberazione nazionale Alta
Italia (CLNAI), a cui toccò il compito di dirigere la guerra partigiana. La
Resistenza non fu soltanto guerra partigiana, ma al tempo stesso guerra
patriottica e civile. Questo movimento coinvolse circa 300.000 uomini armati e si
espresse con azioni di guerriglia e di controllo, dove possibile, del territorio
liberato dai nazifascisti; fu espressione di una volontà di riscatto dal fascismo e
di difesa dell'Italia dall'aggressione tedesca.
I raggruppamenti più folti furono quelli organizzati dai comunisti nelle Brigate
Garibaldi e nei Gruppi di azione patriottica (GAP), che operavano nelle città.
Tra i partigiani, molti di quelli che militavano nelle formazioni di sinistra erano
spinti da una forte carica ideologica e pensavano che la guerra di liberazione
dovesse sfociare in un radicale cambiamento della società.
I partigiani del Nord trovarono appoggio tra gli operai, i quali nel marzo del 1944
diedero vita a imponenti scioperi che paralizzarono le maggiori città industriali
(Torino, Milano, Genova). La resistenza culminò con l'insurrezione generale,
lanciata dal CLNAI il 25 aprile 1945 in concomitanza con le offensive alleate, e
conclusa con la liberazione delle principali città e la resa incondizionata dei
tedeschi(29 aprile).
In sintesi possiamo affermare che la Resistenza sia stata una guerra di
liberazione (contro i nazisti), guerra civile (contro i fascisti rimasti), guerra
politica (nel tentativo di ricostruire un paese migliore).
Il 28 aprile 1945 Mussolini venne arrestato e giustiziato dai partigiani.

2 giugno 1946: referendum istituzionale.


Alla fine del conflitto mondiale la democrazia fu ripristinata grazie alla vittoria
militare degli Alleati e all'impegno dei partiti antifascisti durante la Resistenza. Si
tornò ad un sistema democratico attraverso libere elezioni: il 2 giugno 1946 fu
indetto un referendum sulla forma dello stato (monarchia o repubblica). A esso
fu associata l'elezione dei rappresentanti all'Assemblea costituente, incaricata
di redigere la nuova Costituzione. Le votazioni a suffragio universale(per la
prima volta in Italia votavano anche le donne), videro la vittoria della repubblica
con il 54% dei voti. Per le rappresentanze all'Assemblea costituente i voti si
orientarono verso tre partiti maggiori, le cui origini risalivano al periodo
precedente il fascismo: la Democrazia cristiana (DC) capeggiata da Alcide de
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Gasperi; il Partito socialista italiano (PSI) di unità proletaria, divenuto in seguito
Partito socialista, guidato da Pietro Nenni; il Partito comunista italiano (PCI),
con segretario Palmiro Togliatti. Questi e altri partiti minori collaborarono alla
stesura della costituzione, che fissò i lineamenti istituzionali dello stato.

1 gennaio 1948: entra in vigore la Costituzione.


La Costituzione italiana venne ufficialmente presentata dall'Assemblea
nazionale costituente il 1 gennaio 1948. Con l'entrata in vigore di una
costituzione l'Italia diventava ufficialmente Repubblica.

PARTE TERZA.

CARATTERI DELLA COSTITUZIONE ITALIANA.

La Costituzione nasce all'interno del CLN, quindi ha sicuramente un carattere


antifascista, e nasce inoltre da tre anime: cattolica (DC), liberale e
socialcomunista (PSI, PCI).
La costituzione italiana, ovvero l'insieme degli ideali di una società, rappresenta
il frutto del lavoro dell'Assemblea costituente, composta di 556 membri eletti il 2
giugno 1946 e presieduta da Umberto Terracini. Il progetto, redatto da una
commissione di 75 membri, fu sottoposto il 31 gennaio 1947 all'assemblea, che
nel corso di 170 sedute esaminò 1663 emendamenti; la votazione per
l'approvazione del testo definitivo ebbe luogo il 22 dicembre 1947.
La Costituzione fu firmata dal presidente della Repubblica Enrico de Nicola e
controfirmata dal presidente del consiglio Alcide de Gasperi e dal presidente
dell'Assemblea costituente, Terracini.(vedi allegato n°12)
La Costituzione è composta di 139 articoli, divisi in quattro sezioni:
- princìpi fondamentali (artt.1-12);
- parte prima, dedicata ai diritti e ai doveri dei cittadini (artt.13-54);
- parte seconda, concernente l'ordinamento della Repubblica (artt.55-139);
- 18 disposizioni transitorie e finali, riguardanti situazioni relative al trapasso
dal vecchio al nuovo regime e destinate a non ripresentarsi.
I princìpi fondamentali e la prima parte della Costituzione contengono,
innanzitutto, un ampio riconoscimento dei diritti civili e politici fondamentali, che
vengono garantiti nella loro immodificabilità: l'uguaglianza davanti alla legge e
l'inviolabilità dei diritti dell'uomo (libertà personale, diritto alla difesa, presunzione
di innocenza, inviolabilità del domicilio, segreto epistolare, libertà di circolazione
e soggiorno, di espatrio, di riunione, di associazione, di religione, di opinione e di
stampa). Espressamente tutelate sono le minoranze linguistiche. Sono poi
riconosciuti esplicitamente i diritti della famiglia, dei minori, il diritto alla salute, la
libertà delle arti e delle scienze, il diritto all'istruzione.
Accanto ai diritti civili e politici la Costituzione stabilisce dei diritti sociali che
hanno valore di programma politico-sociale per guidare la società italiana verso
obiettivi di uguaglianza sostanziale. Questo aspetto trova espressione diretta
nell'articolo 3, comma secondo: " E' compito della Repubblica rimuovere gli
ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e
l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della libertà umana e
l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica

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e sociale del paese". In questo senso va interpretato, ad esempio, il diritto al
lavoro.
I diritti del cittadini sono inoltre riconosciuti e tutelati non solo con riferimento a
ciascun individuo isolatamente, ma anche nelle formazioni sociali in cui si svolge
la sue personalità (famiglia, comunità locale, partiti, sindacati, associazioni,
etc…). Un richiamo preciso sottolinea i doveri inderogabili di solidarietà politica,
economica e sociale.
Un'altra peculiarità della Costituzione consiste nell'elencazione, oltre che dei
diritti, dei doveri dei cittadini. Accanto al diritto-dovere del lavoro, consistente
nello svolgere un'attività utile per la società, vi sono la fedeltà alla repubblica, il
pagamento delle imposte, il dovere dei genitori di curarsi dei figli, il dovere di
votare e di difendere la patria.
La seconda parte della Costituzione definisce le strutture dell'ordinamento
statale, definendo quindi i ruoli di Parlamento, presidente della Repubblica,
presidente del Consiglio, governo, magistratura e Consiglio superiore della
magistratura.
Sempre nella seconda parte sono elencate e descritte nelle loro funzioni e
organi le Regioni, le Province e i Comuni.
La Costituzione italiana è definita "rigida", cioè non può essere modificata con
leggi ordinarie. Ciò allo scopo di sottrarre la legge fondamentale dello stato alle
trasformazioni che appaiono più convenienti a maggioranze parlamentari
contingenti. Ciò non significa che sia immodificabile. Al contrario essa stessa
prevede, all'art. 138, le procedure da seguire per adottare leggi di revisione della
Costituzione e leggi costituzionali ossia le leggi che, rispettivamente, modificano
e integrano la Costituzione. Tale procedura prevede prudentemente due
deliberazioni a maggioranza assoluta di ciascuna Camera a distanza di tre mesi
l'una dall'altra, al fine di evitare che si giunga a modificare la Costituzione
sull'onda di un'emozione passeggera. Diverse modifiche costituzionali di
carattere articolare sono già state effettuate nel corso degli anni senza che fosse
necessario ricorrere al referendum. Sono sottratti a ogni revisione costituzionale
la forma repubblicana e i diritti di libertà e sociali che la prima parte della
Costituzione dichiara inviolabili.

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