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Roma deve dimostrare di essere la guida del Paese con

idee inedite
La Capitale ha bisogno di un pensiero in sintonia con il suo spirito universale. Non serve a nulla
dire che siamo stati un impero

di ANTONIO PREITI di  Antonio Preiti

Cosa farne della grandezza? A cosa ci


obbliga la grandezza? E in più: la
grandezza ci assolve da tutti i mali? Ci
basta, ci può bastare, adulare la
grandezza, senza essere coerenti,
responsabili, conseguenti? Sembrano
domande generali, ma l’oggetto è Roma,
perciò hanno valore. La grandezza di
Roma non è (solo) in ciò che è visibile: le
sue vestigia imperiali, i tramonti che
indorano di luce tetti e cupole, i parchi, le
piazze e tutto quel che conosciamo. Questa è la grandezza che vediamo, che ammiriamo, che ci
lusinga. La grandezza materiale. Quante città, tuttavia, con grandezze se non pari a Roma,
almeno analoghe, oggi sono irrilevanti? Tante, molte. La grandezza invisibile di Roma sta
però nella creazione, insieme ad Atene, della cultura occidentale, con una differenza
sostanziale, che la cultura di Atene era fondata sulla polis (cioè sulla stirpe, sul legame di
appartenenza che oggi noi diremmo etnico) e a Roma sulla civitas, cioè sulla legge, sul
diritto a cui chiunque, a prescindere dalle sue origini etniche e poi anche economiche,
poteva aderire. Roma ha potuto espandersi, creare il mondo occidentale, plasmare la
convivenza civile perché nella sua natura fondatrice c’è l’idea che chiunque possa essere
romano, all’unica condizione di accettare che sia il diritto a governare le relazioni tra gli
uomini. Queste idee hanno potuto diventare la democrazia. Queste idee hanno potuto
creare le società occidentali che conosciamo. E quando l’impero è finito, sono finite le
conquiste, ma quella più grande, quella di aver insegnato al mondo come si regola, con il
diritto, la convivenza umana, è rimasta salda e oggi è la cultura di tutti.

Questo rammento cosa vuol dire per noi? Che non serve parlare di Roma come di una città
chiusa, conclusa nelle sue mura, come fosse una bandiera o un’etnia in concorrenza con altre
città, altre etnie e altre bandiere. Roma è universale, è più grande, ha sempre dettato il bene che
serve a tutti e non solo a sé stessa: «Alcuni nascono grandi, altri apprendono la grandezza, e
altri ancora hanno la grandezza addosso», scriveva Shakespeare, e chi meglio di Roma ha «la
grandezza addosso»? Non è il Colosseo che ci fa grandi. Anche il Colosseo, naturalmente.
Ma ci fa grandi l’idea che quell’opera grandiosa non sarebbe stata possibile senza la
grandiosità del pensiero della civitas. Anche le cattedrali, dal canto loro, hanno dietro l’idea di
elevare l’uomo fino a Dio. Non c’è una grandezza materiale, senza una grandezza del pensiero.
È sempre così.

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Arriviamo a noi. Oggi Roma ha bisogno di un pensiero (e di un’opera) in sintonia con


quello spirito universale (cioè di indicare e costruire soluzioni nuove che diano una
risposta a tutti e non solo a Roma o ai romani) nell’economia, nell’organizzazione sociale,
nella cultura. Dire semplicemente che siamo stati impero non serve a nulla. Roma deve
costruire la sua rete delle città di mezzo con Pescara, L’Aquila (possibile che non ci sia l’alta
velocità tra Roma e L’Aquila?), Terni, Perugia e Ancona. Roma deve assumere un ruolo più
importante nel farmaceutico, dove è già leader; deve rafforzare la sua cultura tecnologica con il
Politecnico. Deve dimostrare di essere guida del Paese proprio a partire da idee inedite
che sconvolgano, che trasformino davvero la realtà, mentre da troppo tempo sentiamo
parole sempre più involute, complicate e inespressive. Di questa Roma che stupisce il mondo
il Paese ha bisogno; e con questa Roma la leadership è naturale, perché Roma se la porta
addosso, da sempre.

18 agosto 2021 | 07:35


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