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Riassunto - libro "fisiologia" e tutte le lezioni del modulo - a.a.


2012/2013

Anatomia e fisiologia umana (Università degli Studi di Milano)

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ORGANIZZAZIONE DELL’ORGANISMO
L’AMBIENTE ESTERNO ALL’ORGANISMO

L’interno del corpo e l’ambiente esterno sono separati solo da uno strato di tessuto
epiteliale che non include solo la cute ma anche l’epitelio dei polmoni, del sistema
gastrointestinale e dei tubuli renali. L’aria nei polmoni e il cibo fanno parte
dell’ambiente esterno perché si trovano sul versante esterno della barriera epiteliale.

La barriera e continua, quindi non c’è alcuna separazione tra la cute e le superfici
interne dei polmoni o del sistema gastrointestinale o dei tubuli renali.

L’AMBIENTE INTERNO DELL’ORGANISMO

Per poter vivere le cellule devono ricevere ossigeno e nutrienti dall’ambiente


circostante e devono rilasciare in esso anidride carbonica e altri elementi di scarto.
La sorgente dell’ossigeno e che accoglie gli scarti è l’ambiente esterno, ma la maggior
parte delle cellule non è in diretto contatto con esso. Così le cellule ricevono
ossigeno e nutrienti attraverso il circolo sanguigno, che trasporta anche via gli
elementi di scarto.
La maggior parte delle cellule però non è neanche in contatto con il sangue, ma con
il liquido interstiziale che scambia le varie sostanze con il sangue.

Scambio di sostanze tra l’ambiente interno e quello esterno


Il sangue, pompato dalla forza del cuore, deve ottenere ossigeno e altri nutrienti
dall’ambiente esterno, inoltre deve riversare in esso l’anidride carbonica e altre
sostanze di scarto. Lo scambio di sostanze con il sangue avviene nei polmoni, nel
tratto gastrointestinale e nei reni.

Nei polmoni l’ossigeno dell’aria inspirata entra nel circolo sanguigno, mentre
l’anidride carbonica esce con l’aria espirata.

Nel tratto gastrointestinale dal lume al sangue passa l’acqua e altri nutrienti estratti
dal cibo ingerito tramite l’assorbimento. Per la digestione lo stomaco utilizza
sostanze presenti nel sangue e produce altre sostanze che sono poi trasportate nel
lume tramite il processo di secrezione. Le sostanze non necessarie all’organismo
sono poi eliminate con le feci con il processo di escrezione.

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Nei reni, il liquido passa dal sangue ai tuboli grazie alla filtrazione. Durante il
percorso nei tuboli del liquido filtrato le sostanze necessarie sono di nuovo
trasportate nel sangue grazie al riassorbimento. Le sostanze non necessarie sono
invece portate dal sangue ai tuboli grazie alla secrezione. Il liquido che arriva alla fine
dei tuboli è l’urina e viene eliminata con l’escrezione.

Compartimenti liquidi dell’organismo


L’acqua è il costituente più abbondante nell’organismo, che agisce da solvente per la
maggior parte dei soluti corporei (proteine, ioni inorganici, zuccheri, amminoacidi).

Le membrane cellulari dividono il contenuto delle cellule dall’ambiente circostante e


sono permeabili, ovvero in grado di scambiare sostanze con l’ambiente cirocostante,
ma dato che non tutte le sostanze le possono attraversare sono dette semi –
permeabili.

Il volume di tutta l’acqua contenuta nel corpo è chiamato acqua corporea totale TBW
e costituisce circa il 60% del peso corporeo, circa 42 litri.
Essa comprende il LIQUIDO INTRACELLULARE LIC (citoplasma delle cellule) e il
LIQUIDO EXTRACELLULARE LEC divisi dalla membrana cellulare. 2/3 dell’acqua totale
è contenuta nelle cellule, il restante fa parte del LEC. Essi sono molto diversi tra loro.
Il LEC è a sua volta diviso in PLASMA (sangue senza cellule) (3 l circa) e in LIQUIDO
INTERSTIZIALE (11l) che bagna la maggior parte delle cellule. Questi due hanno una
composizione molto simile, ma differiscono per le proteine contenute nel plasma
che non si trovano nel liquido interstiziale, dato che le pareti dei capillari non sono
permeabili alle proteine.

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OMEOSTASI e CONTROLLO
L’organismo ha una serie di meccanismi regolatori che lavorano per mantenere le
condizioni dell’ambiente interno costante, nonostante le forti variazioni
dell’ambiente esterno. Il mantenimento della condizione costante dell’ambiente
interno è detto OMEOSTASI. Tutti gli apparati, tranne quello riproduttore, lavora per
il mantenimento dell’omeostasi. La composizione, la temperatura e il volume del
liquido extracellulare non cambia significativamente in condizioni normali.

Un organismo in omeostasi significa che gode di buona salute, ma se si verifica una


variazione l’organismo tenta di compensare attraverso meccanismi autoregolanti. Se
la compensazione ha successo si ritorna allo stato di benessere, mentre se fallisce si
hanno stati di disordine e malattia.

MANTENIMENTO DELL’OMEOSTASI

La regolazione omeostatica utilizza tre strumenti:


1. RECETTORI o SENSORI: rilevano le variazioni delle condizioni interne
dell’organismo (molecole, cellule o apparati). Spesso sono cellule (spesso
neuroni). Esistono i chemocettori che sono sensibili alle concentrazione di
anidride carbonica e ossigeno nel sangue e termocettori sensibili alla
temperatura.
2. CENTRI DI CONTROLLO o CENTRO INTEGRATIVO: I recettori comunicano con i
centri di controllo ai quali comunicano tramite dei segnali chiamati input la
variazione dell’omeostasi tramite vie afferenti. Essi confrontano la condizione
rilevata dai ricettori con quella ottimale e organizza le risposte più
appropriate. I centri inviano altri segnali chiamati output tramite vie efferenti
(ghiandole, sistema nervoso centrale)
3. EFFETTORI: Mettono in atto i cambiamenti per tornare alla situazione ottimale
(cellule, tessuti, organi, ghiandole)

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CONTROLLI A FEEDBACK NEGATIVO DELL’OMEOSTASI

I vari parametri dell’organismo, come la temperatura o le concentrazioni plasmatiche


di potassio sodio e calcio, non sono liberi di variare, ma sono regolati in modo da
rimanere in un preciso e limitato intervallo, per questo motivo si chiamano variabili
regolate.

Se una variabile regolata aumenta, il sistema risponde facendola diminuire, mentre


se si riduce il sistema la fa alzare. Questo meccanismo è chiamato feedback negativo
o retroazione negativa.

Il valore normale e ottimale di una variabile regolata è chiamato SET POINT (valore di
riferimento), ogni differenza tra il valore reale e il set point è chiamato segnale
d’errore. Il valore del set point però non può essere mantenuto del tutto costante,
infatti le variabili regolate oscillano costantemente, ma queste oscillazioni sono
ridotti al minimo dai meccanismo a feedback negativo.

Questo processo è chiamato a negativo perché la risposta del sistema si verifica in


direzione opposta al cambiamento che l’ha prodotta: se il glucosio nel sangue
aumenta perché abbiamo mangiato un piatto di pasta, il sensori (cellule beta) lo
faranno diminuire facendolo entrare nelle cellule.
Quando il set point è raggiunto la regolazione cessa fino alla prossima variazione.

In realtà i set point possono variare nel corso della giornata, per esempio per i ritmi
circadiani, infatti i valori di riferimento a seconda se c’è la luce o il buio variano.

Inoltre l’organismo può avere una REGOLAZIONE ANTICIPATORIA, ovvero l’organismo


prevede un cambiamento, quindi una perdita di omeostasi, in questo modo può dare
prima le risposte. Per esempio quando si sta per andare a correre l’organismo
produce più ossigeno.

CONTROLLI A FEEDBACK POSITIVO

Nel meccanismo a feedback positivo (o a retroazione positiva) la risposta va nella


stessa direzione del cambiamento della variabile regolate che l’hanno prodotta. In
questo modo il sistema viene portato sempre più lontano dal set point, ma in realtà
la risposta non va all’infinito o viene perso il controllo. Ci sono sempre dei fattori che

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arrestano il feedback positivo, sia rimuovendo lo stimolo originale, sia limitando la


capacità del sistema di rispondere a quello stimolo.

Esempio: nelle donne l’ipofisi secerne l’ormone LH che stimola le ovaie a secernere
altri ormoni estrogeni, importanti nell’ovulazione. L’aumento di estrogeni fa
aumentare la produzione di LH, che a sua volte fa aumentare la produzione di
estrogeni e così via. Il risultato è un picco di LH che innesca l’ovulazione. Questo
picco però fa inibire la capacità delle ovaie di secernere estrogeni, quindi anche l’LH
diminuisce e si ritorna a condizioni normali.

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STRUTTURA E FUNZIONI DELLA CELLULA

STRUTTURA DELLA MEMBRANA PLASMATICA


La membrana cellulare svolge diverse funzioni, non solo quella di isolare la cellula
dallo spazio esterno ad essa, ma regola gli scambi con l’ambiente, fa comunicare la
cellula con l’ambiente esterno e inoltre le da la forma.
La membrana plasmatica viene anche definita a mosaico fluido per la sua struttura, e
contiene fosfolipidi, colesterolo, proteine e carboidrati.

Le membrane cellulari sono permeabili, ovvero lasciano passare, le sostanze


LIPOSOLUBILI e le sostanze IDROSOLUBILI, di quest’ultima fanno parte le sostanze
molto piccole (urea, ossigeno, anidride carbonica) e l’acqua.
Gli ioni e le grosse molecole idrofile (come il glucosio) non passano liberamente ma
sono attraverso canali specifici o aspecifici.

DOPPIO STRATO FOSFOLIPIDICO

I fosfolipidi sono disposti in un doppio strato nella membrana, le loro teste polari
idrofile sono verso il liquido sia dell’ambiente esterno che del citosol, mentre le loro
code idrofobiche e non polari sono rivolte verso l’interno le une verso le altre.
Questa struttura di base è chiamata fluida dato che i fosfolipidi e le altre molecole
che le compongono possono muoversi lateralmente e occasionalmente anche dal un
versante all’altro, dato che non sono legati tra loro da legami chimici.
Essa funge da barriera per le grosse molecole polari, tranne che per le molecole
d’acqua, anche esse polari, che passano attraverso le acquaporine.

Le molecole di colesterolo contenute della membrana cellulare hanno la capacità di


rendere meno fluida la membrana.

PROTEINE DI MEMBRANA

Esistono due classi principali di proteine nel doppio strato fosfolipidico, la prima di
queste sono le PROTEINE INTEGRALI DI MEMBRANA che non possono venire
dissociate dalla membrana se non attraverso la sua distruzione. Esse si possono
trovare sia sul versante interno che sul versante esterno e la loro parte polare si
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trova verso le teste dei fosfolipidi, mentre la parte non polare si trova verso la coda.
Alcune di queste proteine sono chiamate PROTEINE INTEGRALI TRANSMEMBRANA
perché attraversano tutto il doppio strano, affacciandosi sia sul LEC che sul LIC. Tra
queste ultime proteine vi sono i canali e le proteine di trasporto. Altre proteine
integrali si affacciano solo sul citosol e svolgono la funzione di enzimi, catalizzando le
reazioni; mentre le proteine integrali che si affacciano sul LEC svolgono la funzione di
enzimi o recettori.

Le PROTEINE PERIFERICHE DI MEMBRANA invece si possono dissociare dalla


membrana senza distruggerla. Esse si trovano principalmente sul tratto interno della
cellula e svolgono funzioni strutturali della cellula come quelle che formano il
citoscheletro.

CARBOIDRATI DI MEMBRANA

I carboidrati sono legati con legami covalenti alle proteine o ai lipidi, formando
rispettivamente glicoproteine o glicolipidi. Essi si trovano solo sulla superficie
extracellulare dove formano il GLICOCALICE, uno strato protettivo che serve per
mantenere collegate le cellule tra loro. Inoltre svolgono un ruolo fondamentale nel
riconoscimento delle cellule, fondamentale nella risposta immunitaria e nella
crescita tissutale.

ADESIONI CELLULA – CELLULA


Le cellule aderiscono le une alle altre grazie a proteine di membrana, chiamate
MOLECOLE DI ADESIONE CELLULARE, che in alcuni casi hanno altre funzioni oltre a
tenere insieme le cellule.

GIUNZIONI SERRATE

Le giunzioni serrate sono comuni nel tessuto epiteliale specializzato nel trasporto
molecolare. Esse sono proteine integrali di membrana, chiamate OCCLUDINE, che
fanno in modo che le membrane delle cellule adiacenti si fondano insieme per
formare una barriera praticamente impermeabile ai soluti.

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DESMODONI

Essi si trovano nei tessuti soggetti a sollecitazioni come il cuore, l’utero o la cute. Un
desmodone è una giunzione filamentosa tra due cellule adiacenti, alle quali fornisce
resistenza impedendo che le cellule siano lesionate durante la sollecitazione.
Ogni desmodone è formato da un sito legato alla membrana plasmatica all’interno
della cellula, alla quale è attaccata una placca formata da una massa di glicoproteine.
Dalla placca si estendono filamenti proteici intracellulari e altri filamenti proteici
extracellulari, chiamate quest’ultime CADERINE, che attraversano la membrana
plasmatica giungendo nel LEC e si agganciano alle caderine del desmodone della
cellula comunicante.

GIUNZIONE COMUNICANTI

Le giunzioni comunicanti (gap junction) sono presenti in molti tipi di tessuto, ma la


loro funzione principale la svolgono nel muscolo liscio e nel muscolo cardiaco, dove
consentono la contrazione simultanea dell’organo.
Esse sono costituite da regioni dove le due cellule adiacenti sono connesse da
proteine di membrana chiamate CONNESSONI, composto a sua volta da sei proteine
chiamate CONNESSINE. I connessoni delle due cellule si connettono l’un l’altro
formando dei canali che permettono il passaggio di ioni e piccole molecole, oltre che
di alcuni messaggeri chimici.

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TRASPORTI DI MEMBRANA
Le cellule del nostro corpo hanno bisogno di scambiare continuamente sostanze con
il liquido che le circonda. Il movimento delle molecole tra le membrane può avvenire
in due modi, o per DIFFUSIONE (movimento delle molecole di soluto) o per OSMOSI
(movimento di molecole d’acqua).

FATTORI CHE INFLUENZANO LA DIREZIONE DEL TRASPORTO


TRASPORTO PASSIVO E TRASPORTO ATTIVO

Quando le molecole di ossigeno entrano nella cellula o l’anidride carbonica esce la


cellula non deve spendere energia perché questo avviene spontaneamente, questo è
definito TRASPORTO PASSIVO appunto perché non richiede energia, come può
essere la diffusione semplice (il movimento di molecole all’interno o all’esterno della
cellula per la sua energia cinetica).

Il TRASPORTO ATTIVO invece si verifica quando la cellula richiede energia per


trasportare una molecola, come avviene nel caso del glucosio quando viene
trasportato dentro le cellule dell’intestino. Questo trasporto è sempre mediato da
pompe.

I movimenti passivi avvengono in uno stato da alta energia a bassa energia, al


contrario di quelli attivi. L’energia della cellula è determinata dalla sua
concentrazione di soluto (+ soluto, + energia).
I soluti si muovono passivamente da una zona di maggior concentrazione del soluto
a una zona di minor concentrazione, secondo il proprio GRADIENTE DI
CONCENTRAZIONE.

FORZE CHE GUIDANO I TRASPORTI

La differenza di energia attraverso la membrana agisce come forza che spinge le


molecole in una direzione o in un'altra.

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Forze chimiche
Quando una sostanza è presente con diversa concentrazione ai due lati della
membrana si stabilisce un gradiente di concentrazione. Esso è una forza chimica che
spinge le molecole dalla zona di più alta concentrazione alla zona di minor
concentrazione. La velocità aumenta con l’aumentare del gradiente.

In realtà le singole molecole non vengono spinte dal gradiente ma si muovono in


modo casuale.

Forze elettriche
Soprattutto gli ioni sono influenzati dalle forze elettriche, oltre che da quelle
chimiche. Gli ioni positivi saranno attratti, mentre gli ioni positivi saranno respinti.
Esse si originano in presenza di un potenziale di membrana, ovvero la differenza di
potenziale elettrico esistente tra i due versanti della membrana.
Potenziale di membrana (Vm): la carica elettrica totale del nostro corpo è zero, in quanto i cationi
(ioni positivi) sono dello stesso numero degli anioni (ioni negativi). Nel LIC però vi è una leggera più
alta concentrazione di anioni, mentre nel LEC c’è una poco più alta concentrazione di cationi. Le
cariche in eccesso dei due liquidi tendono a rimanere nei pressi della membrana. Il potenziale di
membrana viene misurato in milliVolt. Questa differenza è presente in ogni cellula ed è utile per
trasportare ioni e per l’attività nervosa.
La Vm si genera a causa delle diverse concentrazioni di soluti nel due liquidi. Nel LEC si trova una
forte presenza di sodio ma una bassa presenza di calcio e potassio per i cationi, mentre per gli
anioni si trova una forte presenza di cloro. Nel LIC invece riguardo ai cationi abbiamo una forte
presenza di potassio, mentre per gli anioni si trovano proteine e molecole organiche che non
possono passare attraverso la membrana.
La concentrazione di soluti però è la stessa tra i due liquidi, questo vuol dire che l’osmolarità è
uguale.

L’ampiezza della forza elettrica dipende dall’ampiezza del potenziale di membrana e


dalla quantità di cariche trasportate dallo ione. Essa aumentà all’aumentare di questi
valore.

Forze elettrochimiche
Quando gli ioni sono trasportati attraverso le membrane sono influenzati sia dalla
forza chimica che dalla forza elettrica. La forza totale che agisce sugli ioni è quindi la
combinazione di queste due forze ed è chiamata forza elettrochimica.

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La direzione di questa forza dipende dalla direzione netta delle altre due forze. Se
tutt’e due vanno nella stessa direzione allora anche la forza elettrochimica andrà in
quella direzione; se le due forze vanno in direzione opposte la forza elettrochimica
avrà la direzione della forza più potente fra le due.
Potenziale di equilibrio dello ione: Per sapere quale delle due forze è la più potente occorre
conoscere il POTENZIALE DI EQUILIBRIO DELLO IONE, ovvero quando la forza elettrica è uguale e
opposta alla forza chimica, in questo modo la forza elettrochimica è uguale a zero e lo ione non si
muoverà.
L’ampiezza e il segno del potenziale di equilibrio dello ione è determinato dall’ampiezza e dalla
direzione del gradiente di concentrazione e dalla valenza dello ione stesso (quante cariche porta).
Un maggiore gradiente di concentrazione significa un maggior potenziale di equilibrio, quindi
significa che la forza elettrica (e quindi la valenza) dovrà essere maggiore per controbilanciare la
forza chimica.
Per calcolare il potenziale di equilibrio si utilizza l’EQUAZIONE DI NERST:
E = RT/ZF ln Cfuori/Cdentro
E = potenziale d’equilibrio
R = costante generale dei gas
T = temperatura in Kelvin
Z = valenza ione con segno
F = costante di Faraday
A 37° l’equazione diventa: E = 61mV/Z log Cfuori/Cdentro

Per determinare la direzione della forza elettrochimica, nel caso che le due forze
hanno segno opposto, è necessario conoscere il potenziale di equilibrio di quello
ione e il potenziale di membrana.
Se il potenziale di equilibrio è uguale al potenziale di membrana la forza
elettrochimica sarà nulla e lo ione non si muoverà. Se il potenziale di membrana è
maggiore del potenziale di equilibrio prevarrà la forza elettrica, mentre se il
potenziale di equilibrio è maggiore del potenziale di membrana prevarrà la forza
chimica.

La forza elettrochimica determina la direzione degli ioni, ovvero gli ioni si muovono
passivamente secondo il proprio gradiente elettrochimico o potenziale
elettrochimico.
Potenziale di diffusione: Esiste anche un potenziale di diffusione, in quanto la membrana
plasmatica è permeabile in modo diverso alle varie specie ioniche. Il raggiungimento di questo
potenziale comporta un equilibrio elettrico, ma uno squilibrio elettrochimico; un flusso netto dei
vari ioni e un potenziale di diffusione che però non si mantiene per sempre.

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VELOCITA’ DI TRASPORTO
La velocità con la quale una sostanza viene trasportata all’interno di una membrana
viene definita dal flusso, ovvero la quantità delle molecole che attraversano la
superficie della membrana in un dato periodo di tempo.

Il flusso può essere bidirezionale. Il FLUSSO NETTO è la differenza tra i due flussi
unidirezionali.

Il flusso è generato da una forza e c’è sempre di mezzo una costante di


proporzionalità.
J=KX
J = flusso
K = costante
X = forza

EQUAZIONE DI FLICK: Jd = P A (C1 – C2)

LEGGE DI OHM: I = (V1 – V2)/R

LEGGE DI POISEIULLES: Jv = (P1 – P2)/R

TRASPORTO PASSIVO
DIFFUSIONE SEMPLICE

La diffusione semplice è il trasporto passivo di molecole attraverso il doppio strato


lipidico della membrana. Le molecole si muovono passivamente secondo il loro
gradiente di concentrazione a causa della propria agitazione termica dovuta alla
collisione con altre molecole.
In realtà le molecole di muovono in modo casuale, ma sono le popolazioni di
molecole che si muovono il gradiente di concentrazione.
Le molecole che passano sono gas, molecole idrofobiche e piccole molecole polari.

Fattori che influenzano la velocità della diffusione semplice

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Dipende da:

1. GRADIENTE DI CONCENTRAZIONE-ELETTROCHIMICO o AMPIEZZA DELLA


FORZA MOTRICE: più è alto il gradiente più è alta la velocità

2. SUPERFICIE DELLA MEMBRANA: più è ampia, più è veloce

3. PERMEABILITA’ DELLA MEMBRANA: maggiore è la permeabilità, maggiore è la


velocità.
Fattori che influenzano la permeabilità:

1. Solubilità nei lipidi della sostanza che si diffonde, infatti le sostanze liposolubili attraversano
le membrane più facilmente. Questa influenza maggiormente la permeabilità. Le sostanze
dell’organismo sono per la maggior parte idrofile, quindi non penetrano più facilmente
nello strato lipidico.

2. Dimensione e forma delle molecole che si diffondono, quelle più grandi e di forma
irregolare si muovono più lentamente

3. Temperatura, le molecole di muovono più rapidamente ad alte temperature

4. Spessore della membrana, più è spessa più la velocità sarà minore

Legge di Fick:
Jd = P A (C1 – C2)
Jd = flusso diffusionale
P = costante di permeabilità caratteristica del tipo di membrata e del soluto
A = area della membrana
C1 = concentrazione nella prima zona
C2 = concentrazione nella seconda zona

DIFFUSIONE FACILITATA

Alcune sostanze, anche se sono trasportate passivamente, non riescono a passare il


doppio strato fosfolipidico, ma riescono solo grazie a proteine trasportatrici di
membrana.

I carrier nella diffusione facilitata


Un carrier è una proteina transmembrana che lega le molecole da un lato della
membrana e le trasporta dall’altro lato grazie ad un cambio di conformazione. Essi
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sono specifici per alcune sostanze o classi di sostanze e non sono una comunicazione
diretta tra i due lati della membrana.

La molecola deve entrare nel sito di legame della proteina, così il carrier cambia
conformazione e si espone dall’altro lato della membrana. La molecola a questo
punto si dissocia dal carrier e si diffonde nel liquido. La natura dei cambiamenti di
conformazione è sconosciuta, ma si sa che avviene casualmente ed è dovuta
all’agitazione termica dei carrier e l’apertura non è dovuta solo al fatto che si lega il
soluto, ma si possono aprire anche completamente vuoti.

Il flusso netto della diffusione facilitata dipende dalla frequenza con cui il soluto si
lega al carrier su uno dei due lati della membrana, quindi la direzione del flusso sarà
dal lato con maggior frequenza di legame verso quello con minor frequenza.

Il legame del soluto al carrier è influenzato da due fattori: il gradiente di


concentrazione o elettrochimico e l’affinità del sito di legame del carrier. In realtà
nella diffusione facilitata l’affinità del carrier è uguale in entrambi i lati (la stessa
molecola può legarsi sia dall’interno che dall’esterno) quindi il fattore più incisivo è il
gradiente di concentrazione. Quindi il flusso netto della diffusione facilitata sarà
secondo gradiente.

Fattori che influenzano la velocità della diffusione facilitata

La velocità nella diffusione facilitata è determinata da 3 fattori principali che se


aumentano aumenta anche la velocità:

1. La velocità di trasporto dei singoli carrier: essa è determinata dal tipo di soluto
da trasportare.

2. Il numero di carrier presenti nella membrana: molti ormoni modificano il


numero dei carrier presenti sulla membrana

3. Gradiente di concentrazione o elettrochimico della sostanza: inizialmente il


flusso netto è maggiore, ma poi si stabilizza se i carrier vengono saturati al
100%, ovvero anche se aumenta la concentrazione su un lato della membrana
i carrier se sono tutti occupati non aumenteranno la propria velocità di
trasporto. Le cellule possono regolare la velocità di trasporto dei carrier se la
concentrazione è elevata.
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DIFFUSIONE ATTRAVERSO CANALI (DIFFUSIONE FACILITATA)

Un canale è una proteina transmembrana che trasporta le molecole attraverso un


passaggio, o poro, che va da un lato all’altro della membrana. Essi sono specifici per
singole sostanze.

Diffusione di acqua attraverso le acquaporine

L’acqua può attraversare il doppio strato fosfolipidico della membrana per diffusione
semplice, ma la maggior parte di queste molecole passa per le acquaporine, dei pori
specifici solo per l’acqua. L’acqua però può passare per i canali attraverso i canali
ionici.

Diffusione attraverso i canali ionici

I meccanismi di trasporto attraverso i canali ionici dipendono dal tipo di canale.


Alcuni tipi di pori sono condotti pieni d’acqua dove gli ioni si muovono per
diffusione, altri pori invece contengono al loro interno dei siti di legame per gli ioni.
Per questi ultimi lo ione passa il canale saltando da un sito all’altro, se non è
presente il gradiente chimico gli ioni possono passare il canale sia da una direzione
che dall’altra, senza dare luogo ad un flusso netto. Se invece è presente il gradiente il
flusso sarà secondo gradiente.
La differenza tra un canale con siti di legame e una proteina trasportatrice è che i siti
di legame sono accessibili contemporaneamente da tutt’e due i lati della membrana,
mentre i carrier no.

Fattori che influenzano la velocità di trasporto attraverso i canali ionici

La velocità dello ione attraverso un canale dipende dal numero di canali presenti
sulla membrana e dalla velocità di trasporto di ciascun canale, che dipende a sua
volta dal tipo di canale.
Per il pori (che si riempiono d’acqua) gli ioni seguono le leggi della diffusione
semplice se si muovono secondo il loro gradiente chimico, se si muovono secondo il
gradiente elettrochimico no.
Per i canali con siti di legami il trasporto è più lento e può essere saturato come nella
diffusione facilitata. La maggior parte dei canali ionici possiede però uno stato chiuso
e uno stato aperto, quindi la velocità di trasporto è influenzata non dal numero di
canali ionici presenti, ma da quanti si trovano nello stato aperto.

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TRASPORTO ATTIVO
Alcune cellule spendono grandi quantitativi di energia per trasportare attivamente le
molecole all’interno o all’esterno della membrana, questo perché queste molecole si
muovono CONTRO GRADIENTE, ovvero da una concentrazione minore ad una
concentrazione maggiore, contro la forza elettrochimica.
Il trasporto attivo PRIMARIO utilizza ATP o altre fonti energetiche, mentre il trasporto
attivo SECONDARIO utilizza l’energia di un gradiente chimico o elettrochimico creato
precedentemente da un trasporto attivo primario.
Il trasporto attivo primario utilizza POMPE, delle proteine trasportatrici che sono
specifiche per un tipo di soluto e hanno un numero fisso di siti di legame. Anch’esse
possono essere saturate.

TRASPORTO ATTIVO PRIMARIO


Le proteine in questo tipo di trasporto hanno la funzione sia di trasportare le
molecole che di essere enzimi, infatti utilizzano l’energia rilasciata dall’idrolisi
dell’ATP per il trasporto. Per questo motivo vengono dette proteine ATPasi.
Pompa sodio – potassio: essa è presente in quasi tutte le cellule dell’organismo. Essa trasporta il
sodio e il potassio in direzioni opposte.
Ad ogni ciclo della pompa si legano 3 atomi di sodio che vengono trasportati all’esterno, e 2 atomi
di potassio vengono trasportati all’interno. Essi si muovono contro gradiente, quindi il trasporto è
attivo in entrambi i casi. Ad ogni ciclo della pompa, dopo che il sodio si lega, viene idrolizzata una
molecola di ATP per fornire l’energia richiesta in questo processo e per far cambiare conformazione
a questa proteina.
La pompa può trasportare questi due ioni grazie ad un cambio conformazionale.
Questa proteina è definita anche ELETTROGENICA, dato che genera la differenza di potenziale,
infatti dato che porta all’esterno il 3 cationi di sodio e all’interno 2 cationi di potassio è come se
generasse uno ione negativo.
Pompa idrogeno – potassio: le pompe della mucosa gastrica trasportano idrogeno verso l’esterno
e potassio all’interno. Esse sono fondamentali per la digestione dato che sono responsabili della
secrezione acida dello stomaco.
Pompa calcio: è presente nelle cellule muscolari e porta fuori il calcio dalle cellule, responsabili
della contrazione muscolare.
La concentrazione però del LIC rimane costante nonostante esistono queste pompe,
questo succede perché anche se una pompa porta fuori un determinato soluto, esso
entra passivamente all’interno della cellula con la stessa velocità con cui è pompato
all’esterno, per questo la concentrazione del LIC rimane costante ed il flusso netto è
zero.

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TRASPORTO ATTIVO SECONDARIO


In questo tipo di trasporto una proteina trasportatrice accoppia il flusso di una
sostanza che si muove passivamente (quindi libera energia) a quello di un'altra (che
utilizza l’energia rilasciata dalla prima per procedere contro gradiente).
Il trasporto accoppiato di due sostanze nella stessa direzione è chiamato SIMPORTO
(come il trasporto di glucosio associato a quello del sodio, il sodio che entra nella
cellula tramite una proteina trasportatrice fa cambiare la conformazione di questa
proteina in modo che sia più affine a ricevere il glucosio), mentre il trasporto di due
sostanze in direzione opposta è chiamato ANTIPORTO (come il trasporto d idrogeno
fuori dalla cellula associato a quello del sodio dentro la cellula)

FATTORI CHE INFLUENZANO LA VELOCITA’ DEL TRASPORTO ATTIVO


In questo caso i fattori sono due: la velocità di trasporto delle singole pompe e il
numero di pompe presenti. La velocità della pompa è determinata dalla sua natura,
ma anche da quanti siti di legame sono presenti in essa e dall’ampiezza della forza
elettrochimica.

OSMOSI
La quantità di acqua contenuta nelle cellule non cambia significativamente in genere,
quindi il flusso netto è uguale a zero.
Le molecole d’acqua si muovono sempre passivamente all’interno delle membrane
seguendo il proprio gradiente di concentrazione al contrario, questo è detto osmosi.

OSMOLARITA’
La concentrazione totale dei soluti in una soluzione è detta osmolarità. Una
soluzione che contiene una mole di soluto è detta 1 osmolare, alcuni soluti però si
dissociano in acqua come il NaCl e quindi la soluzione diventa 2 osmolare.
A causa delle basse concentrazioni nei liquidi intracellulari di soluto si parla di
milliosmole e milliosmolare.
Due soluzioni con la stessa osmolarità sono ISOOSMOTICHE. Una soluzione con una
osmolarità maggiore di un'altra soluzione si dice IPEROSMOTICA. Una soluzione con
una osmolarità minore di un'altra soluzione si dice IPOOSMOTICA.

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PRESSIONE OSMOTICA
La pressione osmotica π è la concentrazione totale dei soluti in una soluzione, ma si
misura in atm o mmHg. All’aumentare dell’osmolarità aumenta anche la pressione
osmotica.
Quando l’acqua si muove da basse concentrazioni di soluto verso alte, essa di muove
contro gradiente di pressione osmotica, ma in realtà si muove secondo gradiente
chimico, quindi sarà comunque un trasporto passivo.
πV=nRT
π = (n/V) R T
n/V = concentrazione  π = M R T
π = pressione
n = numero di molecole
R = costante
T = temperatura
M = molarità osM

La membrana però potrebbe essere non completamente permeabile ai tessuti, così


si aggiunge α il coefficiente di riflessione che indica la permeabilità di una
membrana
0<α<1απ=MRT

TONICITA’
La tonicità è influenzata sia dalla concentrazione totali dei soluti in una soluzione,
che dalla capacità dei soluti di permeare la membrana cellulare. La tonicità influenza
il volume cellulare.
Una soluzione è ISOTONICA (non necessariamente quindi anche isoosmotica) se non
crea cambiamenti di volume della cellula e quindi il flusso entrante e uscente dalla
cellula è uguale e il flusso netto è uguale a zero.
Una soluzione è IPERTONICA se la cellula si restringe quindi il flusso netto è uscente.
Una soluzione è IPOTONICA se la cellula aumenta il proprio volume e il flusso netto è
entrante.
Dato che non tutti i soluti possono passare all’esterno della membrana cellulare, il
volume della cellula è determinato solo da quei soluti non permeanti presenti
all’interno della stessa.
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TRASPORTO DI MATERIALI ALL’INTERNO DI COMPARTIMENTI


DELIMITATI DA MEMBRANA
Le macromolecole hanno dimensioni tali che non possono essere trasportati
all’interno della membrana neanche con l’aiuto di proteine trasportatrici. Esse
riescono solo se vengono inglobate da vescicole che si formano a livello della
membrana plasmatica, chiamate ENDOSOMI, tramite l’ENDOCITOSI.

Nell’ESOCITOSI invece le macromolecole contenute nel LIC vengono portate


all’esterno tramite VESCICOLE SECRETORIE che si fondono con la membrana
plasmatica e rilasciano le macromolecole nel LEC.

Entrambi questi processi richiedono energia.

ENDOCITOSI

Esitono diversi tipi di endocitosi, ma in tutti questi casi il LEC viene portato all’interno
della cellula grazie agli endosomi.

Fagocitosi
Una cellula estende la propria membrana plasmatica attorno alle particelle presenti
nel LEC, quando i due estremi della membrana si uniscono e circondano
completamente la particella si fondono per formare il FAGOSOMA, una vescicola, nel
citoplasma. La membrana del fagosoma si fonde con la membrana di un lisosoma
formando un FAGOLISOSOMA. Vari enzimi frammentano la cellula riutilizzando le
parti utili.
Questo processo viene solitamente usato dai globuli bianchi per inglobare batteri.

Pinocitosi
In questo processo la membrana plasmatica si invagina (forma una specie di conca) e
i suoi margini sulla superficie si fondono insieme per formare la VESCICOLA
ENDOCITOTICA.
Questo processo avviene continuamente in molte cellule e il contenuto della
vescicola è LEC.

Endocitosi mediata da recettore


Questo processo è simile alla pinocitosi, infatti anche in questo caso la membrana si
invagina e forma la vescicola endocitotica, ma essa si verifica solo grazie a delle
proteine presenti sulla membrana che agiscono come recettori, ovvero riconoscono
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precise sostanze presenti nel LEC. Queste concentrano il materiale che deve essere
inglobato in una singola regione.
La membrana della vescicola è ricoperta dalla proteina CLATRINA e il solco provocato
dall’invaginazione si chiamerà FOSSETTA RIVESTITA. All’interno della cellula il
rivestimento proteico si distacca e la clatrina viene riciclata. La vescicola si fonde con
un lisosoma e forma un ENDOLISOSOMA e gli enzimi degradano le particelle
all’interno della vescicola.

ESOCITOSI

Questo processo è esattamente il contrario dell’endocitosi: una vescicola si forma


all’interno della cellula e libera il suo contenuto nel LEC. Questa ha 3 funzioni:

1. Aggiungere componenti alla membrana plasmatica, come ricettori e proteine,


che sono stati persi durante l’endocitosi. Questo avviene perché la membrana
della vescicola si fonde poi con la membrana cellulare

2. Riciclare recettori precedentemente rimossi dalla membrana plasmatica con


l’endocitosi

3. Secernere determinate sostanze all’esterno della cellula, per esempio i globuli


bianchi secernano anticorpi per combattere le infezioni, oppure secernano
muco ecc..

L’endocitosi e l’esocitosi devono essere bilanciate altrimenti la cellula cambia le


proprie dimensioni.

TRASPORTO EPITELIALE
In molti tessuti epiteliali le cellule sono adattate a trasportare le sostanze attraverso
di esse, da un lato all’altro di uno strato cellulare, per esempio quando l’intestino
assorbe il nutrimento dal cibo e lo immette nell’ambiente interno.

Alcuni epiteli hanno quindi la funzione di barriera e anche quella di assorbimento


(trasporto di sostanze dall’esterno all’interno) e di secrezione (dall’interno
all’esterno).

Le membrane ai due lati della cellula devono essere diverse perché svolgono diverse
funzioni, per questo queste cellule vengono dette POLARIZZATE.
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I trasporti anche qui possono essere ATTIVI, quando la molecola deve passare tutt’e
due le membrane, o PASSIVI, quando la molecola si muove per diffusione attraverso
gli spazi paracellulari o attraverso due membrane lipidiche.

STRUTTURA EPITELIALE

Il lato della membrana cellulare rivolto verso il lume di una cavità corporea è
chiamato MEMBRANA APICALE, la membrana al lato opposto invece è chiamata
MEMBRANA BASOLATERALE, che è rivolta verso l’ambiente interno ed è in contatto
con il liquido interstiziale. Quest’ultima poggia sulla LAMINA BASALE, un materiale
molto permeabile per le sostanze, essa fa da base per la membrana basolaterale e
da un supporto fisico alle cellule epiteliali.

Nelle cellule epiteliali, le cellule adiacenti sono unite da giunzioni che limitano il
passaggio delle sostanze attraverso lo spazio paracellulare (tra le cellule). Queste
giunzioni permettono che il liquido ai due lati delle cellule abbia composizione
diversa. Queste sono molto importanti per il mantenimento dell’omeostasi, infatti
anche se nel lume (ambiente esterno) il liquido varia di molto l’ambiente interno
rimane invariato.
Il grado di adesione delle cellule varia da organo ad organo, esistono epiteli stretti
molto impermeabili e epiteli lassi, con giunzioni più permeabili.

Anche gli ioni attraversano l’epitelio, ma la loro velocità è determinata dalla


RESISTENZA ELETTRICA dell’epitelio, ovvero la sua permeabilità agli ioni. Esistono
epiteli a bassa resistenza, quindi molto permeabili, come quelli dell’intestino tenue;
oppure epiteli ad alta resistenza, quindi poco permeabili, come gli alveoli o la pelle.
In questo caso si parla principalmente di via paracellulare.

TRASPORTO EPITELIALE DI SOLUTI (esempio cellula epiteliale dell’intestino)

In questa cellula dalla membrana apicale entra passivamente il sodio, però nella
membrana basolaterale è presente la pompa sodio – potassio che fa uscire il sodio
dalla cellula attivamente. Inoltre solo la membrana basolaterale contiene canali per il
potassio che gli permettono di uscire passivamente. Quindi il sodio entra dalla
membrana apicale e viene rispedito fuori dalla cellula dalla membrana basolaterale
per la pompa sodio – potassio in modo attivo; mentre il potassio entra dalla
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membrana basolaterale grazie alla pompa sodio – potassio e riesce sempre dalla
membrana basolaterale grazie alla presenza di canali.
Grazie all’entrata passiva del sodio dalla membrana apicale può entrare anche il
glucosio, grazie al meccanismo di cotrasporto. Il glucosio poi esce passivamente dalla
cellula utilizzando una proteina trasportatrice presente nella membrana
basolaterale, questo è un trasporto attivo.

TRASPORTO EPITELIALE D’ACQUA

Tutte le volte che le cellule epiteliali assorbono o secernano liquido, si verifica un


trasporto d’acqua per osmosi, dato che essa può fluire attraverso l’epitelio
passivamente. Dato che il movimento d’acqua è legato a quello dei soluti, esso è
definito secondario.
L’epitelio crea un GRADIENTE OSMOTICO per assorbire acqua: le cellule epiteliali
trasportano attivamente il soluto dalla membrana basolaterale al liquido
interstiziale, in questo modo la concentrazione di soluti è più alta nel LEC che nel LIC,
la più alta concentrazione però si ha nello spazio paracellulare, dove il trasporto è
rallentato per la ristrettezza dello spazio. Data la differenza di concentrazione, si crea
anche una differenza di pressione osmotica (più alta nello spazio paracellulare e più
bassa nel LIC), per questo motivo l’acqua fluirà attraverso la cellula per osmosi verso
lo spazio paracellulare.
Per gli epiteli che assorbono i liquidi il meccanismo è lo stesso, ma l’acqua non va
nell’ambiente interno bensì in quello esterno del lume.

TRANSCITOSI

È il meccanismo con cui le macromolecole attraversano le cellule epiteliali,


utilizzando sia l’endocitosi che l’esocitosi. La macromolecola entra nella cellula per
endocitosi dentro una vescicola che attraversa tutta la cellula fino a giungere alla
membrana opposta, dove si fonde con essa e si riversa il suo contenuto all’esterno.

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SEGNALI ELETTRICI
CELLULE DEL SISTEMA NERVOSO
Il sistema nervoso è composto da due classi di cellule:

1. NEURONI: nel sistema nervoso il neurone è definito l’UNITA’ FUNZIONALE,


cioè la più piccola unità di tessuto in grado di svolgere tutte le funzioni di quel
tessuto. Essi sono definiti CELLULE ECCITABILI, cioè comunicano trasmettendo
impulsi elettrici definiti potenziali d’azione.

2. CELLULE GLIALI: costituiscono il 90% del sistema nervoso e svolgono funzioni


di supporto strutturale e metabolico per i neuroni

NEURONE

Il neurone è composto da tre componenti.


La prima componente è il CORPO CELLULARE, chiamato SOMA o PIRENOFORO,
contenente il nucleo e gli altri organelli contenuti anche nelle altre cellule.
Nonostante anche i neuroni posseggano il nucleo, non hanno la capacità di dividersi,
quindi un uomo mantiene gli stessi neuroni per tutta la vita.
I DENDRITI si diramano dal corpo cellulare e ricevono gli stimoli afferenti eccitatori o
inibitori provenienti da altri neuroni attraverso le sinapsi. Il neurone presinaptico
rilascia un mediatore, chiamato NEUROTRASMETTITORE, che comunica con i dendriti
del neurone postsinaptico.
L’ASSONE o FIBRA NERVOSA inviano le informazioni. Le diramazioni dell’assone sono
chiamate COLLATERALI. L’inizio dell’assone è chiamato MONTICOLO ASSONICO,
attaccato al corpo cellulare, ed è specializzato nella genesi del potenziale d’azione.
Una volta generati, i potenziali d’azione sono trasportati verso il TERMINALE
ASSONICO o BOTTONE SINAPTICO, la fine dell’assone, che rilascia il
neurotrasmettitore. Questo rilascio trasmette un segnale ad una cellula
postsinaptica (un dendrite o un corpo cellulare di un altro neurone). La cellula
presinaptica è quella che ha rilasciato il neurotrasmettitore.

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GENESI DEL POTENZIALE DI MEMBRANA A RIPOSO


Il potenziale di membrana è definito a riposo (Vm a riposo) quando la cellula né
riceve, né trasmette alcun segnale elettrico. I potenziali di membrana sono sempre
negativi in quanto sono sempre misurati all’interno della cellula rispetto al
potenziale dell’esterno.

DETERMINAZIONE DEI POTENZIALI DI EQUILIBRIO DEGLI IONI SODIO E POTASSIO

Il potenziale della membrana cellulare a riposo dipende da due fattori principali:

1. Il gradiente di concentrazione degli ioni (principalmente sodio e potassio)

2. La presenza di canali ionici di membrana

Potenziale di membrana di una cellula permeabile soltanto al potassio

Consideriamo l’ipotetica situazione in cui una cellula sia permeabile solo al potassio.
Gli ioni sodio sono presenti in maggior concentrazione all’esterno della cellula, ma la
loro carica è bilanciata dalla presenza di ioni cloruro negativi. All’interno della cellula
sono presenti gli ioni potassio, la cui elettricità è bilanciata dagli anioni organici
(proteine). All’inizio non c’è differenza di potenziale.
Gli ioni potassio per la forza chimica tenderanno a diffondersi all’esterno della
cellula, questo significa che porteranno cariche positive all’esterno, quindi si formerà
una differenza di potenziale che all’inizio sarà minima. Sugli ioni potassio agiranno
quindi due forze: quella chimica per il gradiente di concentrazione, e quella elettrica
determinata dal potenziale di membrana, che attrarrà all’interno gli ioni potassio
perché positivi. La forza chimica rimane costante, ma la forza elettrica continuerà a
crescere mano a mano che gli ioni potassio usciranno dalla cellula e quindi
all’aumentare del potenziale di membrana.
Quando la forza elettrica bilancia quella chimica non ci sarà più flusso netto: lo ione
potassio si trova all’equilibrio e il potenziale di membrana sarà uguale al potenziale
d’equilibrio elettrochimico del potassio.

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Potenziale di membrana di una cellula permeabile soltanto al sodio

Prendiamo in considerazione un’altra situazione ipotetica: una cellula permeabile


solo allo ione positivo sodio.
La situazione è la stessa di prima: il sodio si trova all’esterno della cellula
controbilanciato dal calcio, mentre all’interno si trova il potassio controbilanciato
dalle proteine, quindi non ci sarà Vm.
Per la forza chimica il sodio tenderà ad entrare nella cellula, così facendo formerà un
Vm positivo all’interno della stessa. All’aumentare di concentrazione del sodio nel
LIC, quindi all’aumentare del Vm, aumenterà anche la forza elettrica, che spingerà il
sodio fuori dalla cellula per repulsione tra cariche positive. Quando la forza elettrica
sarà forte tanto la forza chimica il flusso netto del sodio sarà uguale a zero e il sodio
si troverà in una situazione di equilibrio dove il potenziale di membrana sarà uguale
al potenziale d’equilibrio.

POTENZIALE DI MEMBRANA A RIPOSO DEL NEURONE

I neuroni hanno la membrana permeabile sia per il potassio che per il sodio, ma il
coefficiente di permeabilità del potassio è circa 25 volte superiore a quello del sodio,
quindi significa che il sodio passa più faticosamente attraverso la membrana.

All’inizio non vi è alcuna differenza di potenziale tra i due lati della membrana, ma
tutt’e due gli ioni seguiranno la propria forza chimica, quindi il potassio tenderà ad
uscire dalla cellula, mentre il sodio tenderà ad entrare, anche se molto più
lentamente di quanto faccia il potassio. In questo modo ci sarà un flusso di cariche
positive verso l’esterno della cellula, quindi il potenziale di membrana all’interno
sarà negativo.
Con il passare del tempo il potenziale all’interno sarà sempre più negativo, finché la
forza elettrica non rallenterà la fuoriuscita del potassio fino a farla diventare uguale
al flusso di entrata del sodio. Il flusso netto di cariche sarà quindi uguale a zero. Il
potenziale di membrana all’interno si stabilizzerà attorno ai -70 mV, tipico del
potenziale a riposo del neurone.

Nei neuroni sia il sodio che il potassio cercheranno di raggiungere il proprio


equilibrio elettrochimico, ma nessuno dei due potrà farlo in quanto il potenziale di
membrana non sarà né uguale al potenziale d’equilibrio del potassio, né al
potenziale d’equilibrio del sodio, ma sarà una via di mezzo tra i due.
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Dato che non si trova l’equilibrio per i due ioni le forze elettrochimiche
continueranno ad agire spingendo il sodio all’interno e il potassio all’esterno; questi
flussi sono chiamati passivi o di perdita. Con il tempo essi potrebbero modificare i
gradienti ionici di questi ioni, addirittura fino ad annullarli. Questo pericolo è fermato
dalla presenza della pompa sodio – potassio, che mantiene i gradienti a livelli
costanti.

Dato che è necessario una perdita di energia per mantenere il potenziale di


membrana a riposo per il trasporto attivo della pompa sodio – potassio, non si parla
della cellula come in una condizione di equilibrio, ma piuttosto di STATO
STAZIONARIO.
Equazione di Goldman – Hodgkin – Kats (GHK): L’equazione di Nerst non può essere utilizzata per
calcolare il potenziale di membrana, in quanto esso dipende dal gradiente di concentrazione di
tutti gli ioni a cui la membrana è permeabile.
Es.: la membrana è permeabile solo al sodio e al potassio:

PNa [ Na ] fuori+ Pk [ k ] fuori


Vm = 61 log
PNa [ Na ] dentro+ Pk [ k ] dentro

PNa, Pk = coefficienti di permeabilità

I SEGNALI ELETTRICI SONO DOVUTI A VARIAZIONI DEL


POTENZIALE DI MEMBRANA
I segnali elettrici nei neuroni si generano quando si aprono o si chiudono alcuni
canali ionici, chiamati CANALI CON GATE o CANALI CANCELLO. Quando essi si aprono
o si chiudono modificano la permeabilità della membrana, modificando il passaggio
degli ioni e quindi il potenziale di membrana.

Vi sono tre tipi di canali cancello:

1. VOLTAGGIO – DIPENDENTI (elettrici)

2. LIGANDO – DIPENDENTI (chimici)

3. MECCANO – DIPENDENTI (meccanici)

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DESCRIZIONE DELLE VARIAZIONI DEL POTENZIALE DI MEMBRANA

Dato che in tutte le membrane c’è una differenza di potenziale tra l’esterno e
l’interno, la membrana plasmatica si definisce POLARIZZATA.
Un cambiamento del potenziale interno verso valori più negativi si definisce
IPERPOLARIZZAZIONE, mentre un cambiamento verso i valori meno negativi o
positivi di definisce DEPOLARIZZAZIONE. La RIPOLARIZZAZIONE avviene quando la
membrana dopo essersi depolarizzata ritorna al suo potenziale Vm di riposo.

I neuroni comunicano tra loro per mezzo di due tipi di segnali elettrici, dovuti
all’apertura o chiusura dei canali cancello:

1. POTENZIALI GRADUATI, ovvero piccoli segnali elettrici che agiscono a breve


distanza e diminuiscono d’ampiezza man mano che ci si allontana dalla loro
genesi

2. POTENZIALI D’AZIONE, ampi segnali elettrici che si propagano per lunghe


distanze senza diminuire d’ampiezza

POTENZIALI GRADUATI

I potenziali graduati si verificano in seguito all’apertura o alla chiusura dei canali


ionici, che a loro volta si chiudono i si aprono in seguito ad uno stimolo. Il potenziale
graduato può essere prodotto da un neurotrasmettitore che si lega ad un recettore
presente sulla membrana del neurone del corpo centrale o di un dendrito, oppure si
può generare in seguito ad uno stimolo sensoriale (come uno stimolo luminoso) che
agisce su un recettore sensoriale associato alla terminazione periferica di un
neurone.

L’ampiezza della variazione del potenziale di membrana dipende dall’intensità dello


stimolo, viene cioè graduata. Il potenziale graduato si propaga per brevi distanze e si
attenua più è lontano dalla sua genesi. Infatti il flusso di cariche che il potenziale
graduato genera più va lontano dalla sua genesi più deve attraversare spazi più
grandi, questo provoca un indebolimento della sua forza, questo tipo di conduzione
è chiamato CONDUZIONE ELETTROTONICA.

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Alcuni potenziali graduati sono depolarizzanti, mentre altri sono iperpolarizzanti,


questo è determinato dal tipo di neurone che è stimolato e da quale tipo di canale
ionico si apre o si chiude.

Il potenziale graduato può generare un potenziale d’azione. Esso lo può fare se


depolarizza la membrana fino ad un valore di potenziale di membrana critico,
chiamato VALORE SOGLIA. I potenziali graduati che depolarizzano la membrana sono
definiti ECCITATORI, mentre se la iperpolarizzano sono chiamati INIBITORI.
In genere un singolo potenziale graduato non produce un potenziale d’azione, ma
essi si possono sovrapporre e quindi sommarsi tra di loro sia temporalmente (ovvero
quando parte il secondo potenziale d’azione il primo non è ancora arrivato ad
estinguersi e quindi la loro ampiezza si sommerà) che spazialmente (si sommano
potenziali graduati che hanno un sito di genesi diversa).
I potenziali graduati iperpolarizzanti e depolarizzanti se si sommano tra loro si
annullano.

POTENZIALI D’AZIONE

I potenziali d’azione si generano nelle membrane delle cellule eccitabili (nervose e


muscolari). Essi arrivano in risposta ai potenziali graduati se raggiungono il valore
soglia. Durante il potenziale d’azione la cellula subisce un’ampia e rapida
depolarizzazione (passa da -70 mV a +30 mV). Il potenziale d’azione si propaga per
tutta la lunghezza dell’assone senza ridursi di intensità.

Basi ioniche del potenziale d’azione

La genesi del potenziale d’azione si basa sulla permeabilità della membrana al sodio
e al potassio. Il potenziale d’azione nel neurone è formato da tre fasi:

1. DEPOLARIZZAZIONE: la depolarizzazione si verifica in seguito ad un aumento


della permeabilità della membrana al sodio, che determina l’ingresso di
questo ione nella membrana per forza chimica. Dato che entra il sodio il
potenziale di membrana tenderà a diventare più uguale al potenziale
d’equilibrio del sodio (+60 mV). Comunque le concentrazioni di sodio nel LEC
non cambiano significativamente.

2. RIPOLARIZZAZIONE: il potenziale di membrana in questa fase passa da +30 mV


al valore del potenziale di membrana a riposo di circa -70 mV. La permeabilità
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della membrana al sodio diminuisce e aumenta la permeabilità al potassio. Il


potassio fuoriesce dalla cellula per forza chimica, ripolarizzando la membrana
fino al raggiungimento del potenziale di riposo.

3. IPERPOLARIZZAZIONE POSTUMA: la permeabilità della membrana al potassio


rimane elevata per un po’ di tempo, anche dopo che il potenziale di
membrana ha raggiunto il valore di riposo. In realtà in questo periodo il valore
del potenziale è più negativo di quello a riposo, infatti tende ad avvicinarsi al
potenziale d’equilibrio del potassio (-94 mV). La concentrazione del potassio
nel LIC non cambia sensibilmente.

Il ruolo dei canali ionici voltaggio – dipendenti nel potenziale d’azione

Le modificazione della permeabilità della membrana sono dovute all’apertura-


chiusura dei canali voltaggio-dipendenti per il sodio e per il potassio, che si trovano
principalmente nel monticolo assonico. In realtà l’esatto meccanismo di apertura-
chiusura dei canali non è conosciuto, per questo motivo si utilizzeranno dei modelli.

Nel canale per il sodio esistono due tipi di cancelli: CANCELLO DI ATTIVAZIONE,
responsabili dell’apertura dei canali durante la fase di depolarizzazione, e CANCELLO
DI INATTIVAZIONE, responsabili della chiusura dei canali durante la fasi di
ripolarizzazione. Per l’apertura del canale è necessario che tutt’e due i cancelli siano
aperti e tutt’e due le porte si aprono e si chiudono in risposta ai cambiamenti del
potenziale di membrana.
Quando il potenziale di membrana è a riposo, la porta di inattivazione è aperta, ma
quella di attivazione è chiusa. In questo modo il canale si definisce IN POSIZIONE DI
CHIUSURA MA ATTIVABILE, cioè in grado di aprirsi in risposta ad uno stimolo di
depolarizzazione della membrana che aprirebbe il cancello di attivazione.
Quando entrambi i cancelli sono aperti il canale è aperto e gli ioni sodio possono
entrare nella cellula durante la fase di depolarizzazione.
Dopo circa 1 msec dallo stimolo che ha aperto il cancello di attivazione, il cancello di
inattivazione si chiude. In questa posizione il canale si definisce CHIUSO ED
INCAPACE DI APRIRSI, neanche in risposta ad un altro stimolo depolarizzante, infatti
esso non si aprirà finchè non si raggiunge il potenziale di membrana a riposo.
Quando la ripolarizzazione è terminata il cancello di inattivazione si riapre e il
cancello di attivazione si chiude, così si ritorna nella fase di riposo.
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L’apertura dei cancelli di attivazione per il sodio è definito un PROCESSO


RIGENERATIVO, infatti genera, tramite la depolarizzazione, l’apertura di altri cancelli
di attivazione del sodio. In questo caso si parla di feedback positivo, infatti la
apertura di pochi cancelli d’attivazione porta a una depolarizzazione che provoca
l’apertura di altri cancelli d’attivazione che aumentano la depolarizzazione. Il
feedback termina quando i cancelli di inattivazione si chiudono.

Il canale per il potassio invece ha un singolo cancello. Quando il cancello di


inattivazione del sodio si chiude, il canale del potassio si apre molto lentamente e gli
ioni inizieranno a fuoriuscire dalla cellula. In questo caso si parla di feedback
negativo, infatti l’apertura dei canali potassio avviene per ripolarizzare la membrana
in seguito ad una depolarizzazione avvenuta a causa del sodio, quindi la risposta si
oppone alla domanda. A causa della ripolarizzazione i canali del potassio lentamente
si chiudono.

Una depolarizzazione al di sotto dei valori soglia, ossia uno STIMOLO SOTTOSOGLIA,
induce l’apertura di alcuni canali per il sodio, ma non in quantità sufficienti da far in
modo che il flusso di sodio all’interno della cellula superi quello verso l’esterno del
potassio attraverso i canali passivi sempre presenti sulla membrana.
Uno stimolo più intenso del valore soglia, chiamato STIMOLO SOPRASOGLIA, genera
un potenziale d’azione, ma esso sarà della stessa ampiezza del potenziale d’azione
del valore soglia, cioè i potenziali d’azione non sono fenomeni graduati.
La generazione del potenziale d’azione segue il PRINCIPIO DEL TUTTO E DEL NULLA:
se una membrana è depolarizzata fino al valore soglia e oltre, si genera un
potenziale d’azione che ha sempre la stessa ampiezza; se la membrana non è
depolarizzata fino al valore soglia, non si genera alcun potenziale d’azione.

Il livello di depolarizzazione e il suo picco non è determinato dall’ampiezza dello


stimolo bensì da altri due fattori:

1. GRADIENTI ELETTROCHIMICI DEL SODIO E DEL POTASSIO

2. PERMEABILITA’ RELATIVA DELLA MEMBRANA AL SODIO E AL POTASSIO

Il movimento del sodio attraverso la cellula è controbilanciato dal movimento


passivo del potassio fuori da essa attraverso i canali passivi del potassio che sono
sempre aperti e successivamente attraverso i canali voltaggio-dipendenti del
potassio.

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Quindi l’ampiezza sempre costante del potenziale d’azione è determinata da due


fattori:

1. GRADIENTI CHIMICI DEL SODIO E DEL POTASSIO CHE RIMANGONO COSTANTI

2. NUMERO DI CANALI PASSIVI PER IL POTASSIO CHE RIMANGONO COSTANTI

Periodi refrattari

Sia durante che immediatamente dopo un potenziale d’azione, la membrana è meno


eccitabile rispetto a quando è a riposo. Questo periodo di ridotta eccitabilità è
definito PERIODO REFRATTARIO.

Il periodo refrattario può essere ASSOLUTO, durante la fase di depolarizzazione e di


ripolarizzazione. In questo periodo nessun potenziale d’azione può essere generato,
neanche in risposta ad un secondo stimolo. Questo perché durante la fase di
depolarizzazione il processo rigenerativo va verso la propria conclusione e non può
essere influenzato da nessun altro stimolo e poi perché durante l’inizio della fase di
ripolarizzazione gran parte dei cancelli di inattivazione del sodio sono chiusi e non
vengono aperti da un secondo stimolo. Un secondo stimolo può influenzare i cancelli
solo quando la maggior parte sono tornati alla fase di riposo, ovvero alla fine della
ripolarizzazione.

Il periodo refrattario può essere anche RELATIVO, che segue immediatamente quello
assoluto. In questo periodo è possibile generare un secondo potenziale d’azione, ma
solo se lo stimolo è soprasoglia. Questo periodo è causato principalmente all’alta
permeabilità della membrana al potassio, inoltre alcuni cancelli di inattivazione dei
canali per il sodio possono essere ancora chiusi, quindi all’inizio del periodo
refrattario relativo servirà uno stimolo maggiore che è necessario nella fase finale
del periodo refrattario relativo.

I periodi refrattari contribuiscono alla legge del tutto o del nulla, infatti i potenziali
d’azione non possono sommarsi tra di loro come i potenziali graduati a causa del
periodo refrattario assoluto.
I periodi refrattari sono importanti anche nella codificazione delle informazioni che
arrivano nei potenziali d’azione. Per determinare l’entità di uno stimolo ricevuto (per
esempio l’intensità di un suono) si deve guardare la frequenza di scarica dei
potenziali d’azione. Dato che un potenziale graduato può durare più di un potenziale
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d’azione, i potenziali graduati più duraturi generano più scariche di potenziali


d’azione. In relazione all’ampiezza dei potenziali graduati, le scariche dei potenziali
d’azione possono essere più o meno vicine. Quindi un suono forte genera più
scariche vicine di quello che genererebbe un potenziale meno forte.

PROPAGAZIONE DEI POTENZIALI D’AZIONE

Una volta generato, il potenziale d’azione si propaga senza decremento d’ampiezza


lungo tutto l’assone, partendo dal monticolo assonico, o CONO DI EMERGENZA, e
arrivando al terminale assonico.

In realtà non è il singolo potenziale d’azione che viaggia lungo tutto l’assone, ma
questo potenziale genera dei gradienti elettrochimici nel LIC e nel LEC che
permettono alle cariche positive del potenziale d’azione di muoversi dalla membrana
già depolarizzata a quella adiacente depolarizzando anche questa, e così via.
Quindi il primo potenziale d’azione si genera nel monticolo assonico, il secondo nella
zona adiacente e così via fino ad arrivare al terminale assonico.

Il meccanismo di propagazione di un potenziale d’azione differisce a seconda se


l’assone è amielinico o mielinico.

Propagazione dei potenziali d’azione negli assoni amielinici

I potenziali d’azione si propagano per CONDUZIONE ELETTROTONICA negli assoni


amielinici.

Quando si genera un potenziale d’azione, non viene depolarizzato tutta la membrana


dell’assone, ma solo una piccola parte per volta. Questo avviene per i flussi delle
cariche positive del potenziale d’azione che giungono fino al terminale assonico.

Una volta che il potenziale si è generato nel monticolo, la corrente che depolarizza le
varie parti della membrana dell’assone è sempre abbastanza ampia per arrivare al
valore soglia. Questo spiega perché il potenziale d’azione nonostante la distanza
dalla propria genesi non riduce l’ampiezza.

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La velocità di diffusione è influenzata dal diametro dell’assone: i diametri più grandi


hanno meno resistenza verso i flussi di corrente, di conseguenza più è ampio il
diametro dell’assone più il potenziale andrà velocemente.

Quando il potenziale d’azione depolarizza una particolare zona della membrana,


esso potrebbe andare in tutte le direzioni dell’assone (sopra, sotto, destra, sinistra)
ma in realtà il flusso del potenziale è unidirezionale, ovvero il potenziale non ritorna
a depolarizzare la membrana in maniera retrograda perché la zona a monte si trova
nel periodo refrattario.

Propagazione dei potenziali d’azione negli assoni mielinici


Oligodendrociti e Cellule di Schwann: queste due tipi di cellule gliali sono fondamentali nella
trasmissione di segnali elettrici nei neuroni. Esse formano uno strato di MIELINA attorno agli assoni
nei neuroni per isolarli per trasmettere il potenziale d’azione in modo più rapido ed efficace. La
mielina è formata da strati concentrici di membrana cellulare dei due tipi di cellule (gli
oligodendrociti la formano attorno a molti assoni del sistema nervoso centrale, mentre le cellule di
Schwann la formano attorno ad un solo assone del sistema nervoso periferico). Dato che il doppio
strato fosfolipidico della membrana cellulare è poco permeabile agli ioni, i molti strati di
membrana che costituiscono la mielina servono a ridurre il passaggio nella membrana cellulare di
ioni. In realtà esistono delle interruzioni della mielina di un assone, chiamate NODI DI RANVIER,
dove risiedono i canali voltaggio – dipendenti del sodio.

Negli assoni rivestiti di mielina, i potenziali d’azione si propagano con un tipo di


conduzione elettrotonica chiamata CONDUZIONE SALTATORIA.

I potenziali d’azione si generano a livello dei nodi di Ranvier e la propagazione del


potenziale è come quella negli assoni amielinici, solo che il potenziale “salta” da un
nodo di Ranvier all’altro, al posto di andare nella membrana più adiacente, perché i
potenziali non si producono dove c’è la mielina.

La conduzione saltatoria quindi è più rapida e richiede meno energia.

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MESSAGGERI CHIMICI

MECCANISMI DELLA COMUNICAZIONE INTERCELLULARE


Tutte le funzioni corporee richiedono la comunicazione tra cellule, ma solo in pochi
casi le cellule sono collegate direttamente tra loro tramite giunzioni comunicanti.
Nella maggior parte dei casi le cellule comunicano tramite messaggeri chimici.

COMUNICAZIONE DIRETTA TRAMITE GIUNZIONI COMUNICANTI

Le giunzioni comunicanti collegano le cellule adiacenti e sono costituite da proteine


chiamate connessine che si strutturano in connessoni. I connessoni permettono agli
ioni e alle piccole molecole di passare da una cellula all’altra, questo fa si che le
cellule si accoppiano elettricamente (il flusso di ioni fa in modo che i segnali elettrici
vengano trasmessi da una cellula all’altra) e metabolicamente (questo fa in modo
che la cellula possa dare i nutrienti anche alle altre cellule).

Le giunzioni comunicanti si trovano nel muscolo cardiaco e nel muscolo liscio di


organi come l’intestino e i vasi sanguigni e permettono alle cellule di contrarsi
contemporaneamente. Esse inoltre si trovano in alcune ghiandole e in alcuni tipi di
neuroni.

COMUNICAZIONE INDIRETTA TRAMITE MESSAGGERI CHIMICI

Le cellule comunicano più frequentemente tramite messaggeri chimici, chiamata


LIGANDI, ovvero molecole che si legano in maniera reversibile a proteine presenti
sulla membrana.

La prima cellula, chiamata CELLULA SECRETORIA, rilascia una sostanza nel LEC, in
genere attraverso il processo di secrezione, e la seconda cellula a cui è diretto il
messaggero, chiamata CELLULA BERSAGLIO, risponde alla sostanza perché lega il
ligando a particolari proteine contenute sulla sua membrana chiamati RECETTORI
che riconoscono la sostanza.

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La risposta della cellula bersaglio avviene tramite la TRASDUZIONE DEL SEGNALE.


L’intensità della risposta della cellula bersaglio dipende da più fattori come la
concentrazione del ligando nel LEC o la concentrazione dei recettori nelle cellule
bersaglio.

MESSAGGERI CHIMICI
I messaggeri chimici possono essere classificati o in base alla loro funzione o in base
alla loro composizione chimica.

CLASSIFICAZIONE FUNZIONALE DEI MESSAGGERI CHIMICI

I messaggeri chimici sono centinaia, ma possono essere raggruppati in tre categorie.

La prima categoria è formata dai MESSAGGERI PARACRINI, sostanze che comunicano


con le cellule vicine, infatti si muovono per diffusione semplice.
Un esempio di messaggero paracrino è l’ISTAMINA, che fa parte della risposta
infiammatoria, o le CITOCHINE.

Esistono anche i MESSAGGERI AUTOCRINI che sono simili ai paracrini ma agiscono


sulla stessa cellula che li secerne, ovvero la cellula secretoria è anche la cellula
bersaglio.
Un esempio di messaggero autocrino è l’INTERLUCHINA 2

I NEUROTRASMETTITORI costituiscono la seconda classe. Essi vengono rilasciati nel


LEC dal neurone presinaptico e si legano ai recettori del neurone postsinaptico. I due
neuroni sono molto vicini. La comunicazione tra neurotrasmettitori è chiamata
COMUNICAZIONE SINAPTICA.
Un esempio di neurotrasmettitore è l’ACETILCOLINA.

I NEURORMONI sono una classe speciale mista tra neurotrasmettitori e ormoni. Essi
vengono secreti da una specifica classe di neuroni, chiamati CELLULE
NEUROSECRETRICI tramite un meccanismo simile alla liberazione di
neurotrasmettitori. Essi, come gli ormoni, vengono messi in circolo nel sangue e
arrivano alle cellule bersaglio anche molto lontani dalla cellula secretoria.

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Un esempio di neurormoni è l’ADH, secreta dall’ipofisi e avente le cellule bersaglio


nel rene.

Gli ORMONI costituiscono la terza classe. Essi vengono rilasciate da GHIANDOLE


ENDOCRINE nel LEC, poi arrivano nel sangue e raggiungono le cellule bersaglio che
possono essere anche molto distanti. Il sangue distribuisce gli ormoni a tutte le
cellule dell’organismo ma solo le specifiche cellule bersaglio sono in grado di dare la
risposta adeguata.
Un esempio è l’INSULINA.

Un messaggero chimico può far parte anche di diverse classi contemporaneamente.

MECCANISMI DI TRASDUZIONE DEL SEGNALE


I messaggeri chimici trasmettono il loro segnale legandosi a recettori presenti nelle
cellule bersaglio nella membrana plasmatica, nel nucleo o nel citosol. Il legame tra il
messaggero e il recettore cambia le proprietà delle proteine presenti nella cellula o
stimolando la sintesi di nuove proteine.

PROPRIETA’ DEI RECETTORI

I recettori mostrano specificità per i messaggeri, ossia legano solo un messaggero o


una classe di messaggeri. Il loro legame costituisce un’interazione chimica veloce e
reversibile, e la forza di legame con cui il messaggero si lega al recettore è chiamata
affinità.

Un singolo messaggero si può legare e più recettori, ma sarà diversa l’affinità con cui
si lega. Allo stesso modo una singola cellula può avere diversi recettori per più
messaggeri.

Legame del messaggero al recettore e intensità della risposta nella cellula bersaglio

L’intensità della risposta di una cellula bersaglio al messaggero chimico dipende da


tre fattori:

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1. CONCENTRAZIONE DEL MESSAGGERO  all’aumentare della concentrazione


del messaggero, la percentuale di recettori legati aumenterà fino al 100% di
saturazione.

M + R = MR  risposta

M = messaggero
R = recettore
MR = complesso messaggero-recettore

2. NUMERO DI RECETTORI  maggiore è la densità recettoriale, maggiore sarà la


probabilità che una molecola di messaggero si leghi ad un recettore.
Il numero di recettori su una cellula bersaglio può variare in determinate
circostanze: la condizione di UP-REGOLAZIONE, l’aumento di recettori rispetto
ad una condizione normale, si ha quando per un periodo di tempo le cellule
vengono esposte ad una bassa concentrazione di messaggero e quindi le
cellule si adattano e diventano più responsive; la condizione di DOWN-
REGOLAZIONE, la diminuzione di recettori rispetto ad una condizione normale,
si ha quando le cellule vengono esposte per un periodo di tempo ad una
elevata concentrazione di messaggero e quindi diventano meno responsive ad
esso.

3. AFFINITA’ DEL RECETTORE PER IL MESSAGGERO  quando un messaggero è


presente ad una data concentrazione si legherà prima ai recettori ad alta
affinità, e successivamente a quelli a bassa affinità. Le cellule che possiedono
recettori ad alta affinità avranno una risposta più intensa.

Agonisti e antagonisti dei recettori

Il legame tra un messaggero e il recettore non sempre induce una risposta, infatti la
risposta si verifica solo nel caso in cui il messaggero sia AGONISTA del recettore,
mentre se non si verifica sarà un messaggero ANTAGONISTA. I messaggeri
antagonisti possono competere con il legame con un recettore, facendo diminuire le
possibilità che si leghi ad esso un recettore agonista.
I messaggeri antagonisti sono spesso usati nei farmaci.

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MECCANISMI DI TRASDUZIONE DEL SEGNALE NELLE RISPOSTE MEDIATE DA


RECETTORI INTRACELLULARI

I recettori per i messaggeri lipofilici si trovano in genere o nel nucleo o nel citosol,
solo in pochi casi si trovano sulla membrana cellulare. I recettori sono facilmente
accessibili perché questo tipo di messaggeri può facilmente attraversare la
membrana.

L’azione di un ormone lipofilico è così:

1. L’ormone diffonde fino al citosol o fino al nucleo a seconda di dove si trova il


recettore e diffonde nel nucleo con il complesso messaggero-recettore

2. Il complesso si lega ad una particolare regione di DNA, l’ELEMENTO DI


RISPOSTA ALL’ORMONE –HRE, che si trova all’inizio di un dato gene

3. Il legame del complesso all’HRE attiva o inattiva il gene e questo influisce sulla
trascrizione dell’mRNA con effetti sulla sintesi proteica.

4. L’mRNA si muove nel citosol

5. L’mRNA viene tradotto dai ribosomi in proteine

Gli effetti dei messaggeri lipofilici possono metterci ore o giorni a svilupparsi, solo nel
caso in cui i recettori si trovino sulla membrana gli effetti saranno molto rapidi.

MECCANISMI DI TRASDUZIONE DEL SEGNALE PER LE RISPOSTE MEDIATE DA


RECETTORI DI MEMBRANA

I messaggeri lipofobici non possono attraversare la membrana, quindi i loro recettori


si trovano attaccati alla membrana verso il LEC. I recettori possono essere di tre tipi.

Recettori – canale

La permeabilità della membrana plasmatica nei confronti degli ioni dipende


interamente dalla presenza dei canali ionici, che sono proteine e possono essere in
stato aperto o chiuso.

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I canali che si aprono o si chiudono in risposta ad un legame con un messaggero


sono chiamati LIGANDO – DIPENDENTI e possono essere RAPIDI (se il recettore fa
parte del canale) o LENTI (se il recettore comunica con il canale tramite la proteina
G).

I canali rapidi funzionano quindi sia da recettore che da canale ionico. Il legame tra il
messaggero e il canale provoca la sua apertura, così un flusso di ioni entrerà o uscirà
dalla cellula. Il flusso di ioni in genere porta modificazioni elettriche all’interno della
cellula (modificazione del Vm), ma può anche indurre risposte come la contrazione
muscolare, la secrezione, variazione del metabolismo ecc..
Esempio: il neurotrasmettitore ACETILCOLINA stimola la contrazione muscolare attaccandosi ai
recettori posti sulle cellule muscolari scheletriche e causando l’apertura del canali ionici permeabili
sia al sodio che al potassio. Il sodio entra nella cellula con un flusso maggiore di quello del potassio
che invece esce, quindi la cellula sarà fortemente depolarizzata. Le modificazioni del potenziale di
membrana durano solo il tempo che il messaggero è attaccato al recettore, quindi pochi secondi.

Esempio: i canali rapidi possono svolgere la loro funzione anche aumentando all’interno della
cellula la concentrazione del catione calcio. Esso interagisce con le proteine intracellulari
scatenando un certo numero di risposte. Esso è definito SECONDO MESSAGGERO in quanto è
prodotto in risposta al legame di un altro messaggero extracellulare (primario) ad un recettore.

Recettori – enzima

I RECETTORI – ENZIMA funzionano sia da enzimi che da recettori. Essi sono proteine
transmembrana, con un lato che si affaccia sul versante extracellulare e la parte
enzimatica verso il citoplasma. Il legame tra il messaggero e il recettore catalizza
reazioni intracellulari.

Recettori accoppiati a proteine G

I RECETTORI ACCOPIATI A PROTEINE G attivano le PROTEINE G, delle particolari


proteine di membrana che si trovano sul versante intracellulare, dove fungono da
collegamento tra i recettori e altre proteine chiamate PROTEINE EFFETTRICI, come
canali ionici o enzimi.

Le proteine G sono costituite da tre subunità: α, β e γ.

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Nel suo stato inattivo, una proteina G lega una molecola di GDP. Quando un
messaggero si lega ad un recettore, la proteina G rilascia la molecola di GDP e si lega
ad una molecola di GTP diventando così attiva.
La subunità α si separa dalle subunità β e γ e si muove verso la proteina effettrice. La
proteina G comunque non rimane attiva per tanto tempo, infatti dopo poco ritorna
allo stato inattivo.

Le proteine G si possono differenziare funzionalmente in tre classi:

1. Proteine G stimolatorie (Gs) associate all’attivazione degli ENZIMI


AMPLIFICATORI che catalizzano la produzione di secondi messaggeri nel LIC

2. Proteine G inibitorie (Gi) associate all’inibizione degli enzimi amplificatori

3. Proteine G che esercitano la loro azione sui canali ionici

I CANALI IONICI LIGANDO – DIPENDENTI LENTI sono regolati dalle proteine G che
provocano la loro chiusura o apertura quando un messaggero si lega al recettore.
Quando la proteina G viene attivata, la subunità α si muove verso il canale ionico e
provoca un suo cambiamento conformazionale (lo fa aprire o chiudere).

Differenze tra i canali ionici ligando – dipendenti lenti e i recettori – canali rapidi:

RECETTORI – CANALI RAPIDI CANALI IONICI LIGANDO - DIPENDENTI


Il legame del messaggero con questo I canali associati a proteine G possono
tipo di canale può far solo aprire il essere sia aperti che chiusi con il legame
canale, aumentando così la permeabilità messaggero - recettore
della membrana agli ioni
Il legame messaggero – recettore Questo tipo di canali danno risposte
produce una risposta breve e immediata lente, quindi possono rimanere aperti o
nella cellula bersaglio chiusi anche dei minuti

Gli ENZIMI REGOLATI DALLE PROTEINE G sono associati alla produzione di secondi
messaggeri nel citoplasma, e ce ne sono di 5 tipi diversi:

1. cAMP (adenosina monofosfato ciclico)

2. cGMP

3. IP3 (inositolo trifosfato)

4. DAG (diacilglicerolo)
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5. Calcio

Il cAMP come secondo messaggero:

1. Il primo messaggero si lega al recettore e attiva la proteina G s

2. La proteina Gs rilascia la subunità α che attiva l’ADENILATO CICLASI

3. L’adenilato ciclasi converte l’ATP in cAMP

4. Il cAMP attiva la PKA (PROTEIN CHINASI A o PROTEINA CHINASI cAMP – DIPENDENTE)

5. La PKA catalizza il trasferimento di un gruppo fosfato dall’ATP ad una proteina bersaglio


modificando l’attività di quest’ultima determinando così la risposta cellulare

Per terminare gli effetti del cAMP è necessaria la sua degradazione da parte dell’enzima cAMP
FOSFODIESTARASI.
La concentrazione del cAMP all’interno della cellula è determinata dall’attività dei due enzimi che
la sintetizzano o la degradano.

Il cGMP come secondo messaggero: il sistema secondo messaggero del cGMP è molto simile a
quello del cAMP, tranne che per il fatto che la cGMP attiva una PROTEINA CHINASI G o PROTEINA
CHINASI cGMP – DIPENDENTE

L’IP3 e il DAG come secondi messaggeri:

1. Un primo messaggero si lega al suo recettore attivando una proteina G

2. La proteina G rilascia la sua subunità α, che si lega all’enzima FOSFOLIPASI C e si attiva

3. La fosfolipasi C catalizza la conversione del PIP2, un fosfolipide di membrana, in DAG e IP3,


due secondi messaggeri

4a. il DAG attiva l’enzima PROTEIN CHINASI C che catalizza la fosforilazione di un’altra proteina
che induce la risposta cellulare

4b. L’IP3 si diffonde nel citoplasma e induce la liberazione del calcio dal reticolo endoplasmatico
che può agire in due modi a seconda del tipo di cellula:

I. Può agire su varie proteine per stimolarle o contrarle

II. Agire come secondo messaggero e legarsi ad un’altra proteina che da la risposta
cellulare

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AMPLIFICAZIONE DEL SEGNALE DA PARTE DEL SECONDO MESSAGGERO

I secondi messaggeri fosforillizano le proteine come la tirosin chinasi, ma questi


hanno una funzione in più, chiamata AMPLIFICAZIONE DEL SEGNALE, ovvero fa si che
piccole concentrazioni dei messaggeri possano dare un’ampia risposta.

Questo avviene perché l’attivazione di un singolo recettore attiva diverse proteine G


che ognuna delle quali a sua volta attiverà una singola molecola di adelinato cliclasi.
Ogni molecola di quest’ultima produce migliaia di molecole di cAMP, delle quali
ognuna attiva una molecola di protein chinasi A. Ogni proteina di questo tipo può
fosforilare centinaia di proteine bersaglio.
Il risultato sarà che un gran numero di proteine bersaglio risponderanno ad un unico
primo messaggero.

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TRASMISSIONE SINAPTICA e
INTEGRAZIONE NEURONALE
I neuroni generano segnali elettrici sia sotto forma di potenziali graduati che sotto
forma di potenziali d’azione.

Le SINAPSI ELETTRICHE permettono la trasmissione del messaggio da un neurone


all’altro attraverso le giunzioni comunicanti.
Le SINAPSI CHIMICHE funzionano tramite il rilascio di un neurotrasmettitore che
attiva dei meccanismi nelle cellule bersaglio.

SINAPSI ELETTRICHE
Le sinapsi elettriche avvengono tra neurone – neurone e neurone – cellule gliali.

Le membrane delle cellule adiacenti sono collegate tramite giunzioni comunicanti in


modo tale che ogni segnale elettrico, come un cambiamento del potenziale della
membrana, possa passare tra i connessoni attraverso il flusso di ioni.

La comunicazione è sia unidirezionale che più frequentemente bidirezionale e può


essere sia eccitatoria che inibitoria, questo vuol dire che il flusso di ioni può essere
sia depolarizzante che iperpolarizzante.

Alcune sinapsi elettriche sono sempre attive, mentre altre possono passare solo in
particolari condizioni.

Le sinapsi elettriche si trovano nella retina e in alcune aree della corteccia, nel tronco
dell’encefalo per la regolazione del respiro e nei neuroni ipotalamici che rilasciano gli
ormoni tropici ai neuroni adiacenti sincronizzando così la loro attività e ottenendo un
BURST, ossia un’esplosione di rilascio dell’ormone tropico.

In realtà manca ancora molto da chiarire sulle sinapsi elettriche.

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SINAPSI CHIMICHE
Quasi tutti i neuroni comunicano attraverso sinapsi chimiche che sono anche quelle
meglio conosciute.

In esse un neurone, dopo che il potenziale d’azione è arrivato al terminale assonico,


secerne un neurotrasmettitore nel LEC. Il neurotrasmettitore si lega ad un recettore
presente sulla membrana cellulare di un’altra cellula e genererà o meno un
potenziale d’azione, a seconda delle circostanze.

Un neurone può formare sinapsi con altri neuroni o con cellule effettrici (muscolari o
ghiandolari). Una sinapsi tra neurone e altra cellula è chiamata SINAPSI
NEUROEFFETTRICE (muscoli e ghiandole sono chiamati ORGANI EFFETTORI).

ANATOMIA FUNZIONALE DELLE SINAPSI CHIMICHE

Il neurone che trasmette segnali al secondo neurone è chiamato NEURONE


PRESINAPTICO; il secondo neurone invece è definito NEURONE POSTSINAPTICO. Lo
spazio tra i due neuroni è chiamato FESSURA SINAPTICA ed è molto ridotto.

Il terminale assonico del neurone presinaptico può formare una sinapsi con il
dendrite del neurone postsinaptico (SINAPSI ASSODENDRITICHE), oppure con il
corpo cellulare del neurone postsinaptico (SINAPSI ASSOSOMATICHE), oppure con il
terminale assonico del neurone postsinaptico (SINAPSI ASSOASSONICHE).

Il terminale assonico del neurone presinaptico rilascia un neurotrasmettitore nella


fessura sinaptico. Questo si lega ad un recettore presente sulla membrana del
neurone postsinaptico ed elabora una risposta, attraverso la trasduzione.

I neurotrasmettitori sono sintetizzati nel citoplasma del terminale assonico del


neurone presinaptico da enzimi, e, prima di venir rilasciati per esocitosi, sono
contenuti nelle VESCICOLE PRESINAPTICHE che contengono ognuna un quantum di
neurotrasmettitore (circa 10mila molecole).

I neurotrasmettitori sono rilasciati nella fessura sinaptica per l’aumento di


concentrazione nel terminale assonico presinaptico di calcio citosolico. Questo
avviene perché nel neurone presinaptico sono contenuti molti canali voltaggio –
dipendenti per il calcio, che si aprono quando la membrana si depolarizza con

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l’arrivo di un potenziale d’azione. Con la depolarizzazione della membrana i canali si


aprono e all’interno della cellula si muovono passivamente gli ioni di calcio.
L’aumento di concentrazione del calcio determina la fusione delle vescicole
presinaptiche con degli specifici siti d’attacco presenti nella parte citosolica della
membrana plasmatica. Questo determina l’esocitosi e il rilascio del
neurotrasmettitore nella fessura sinaptica.

La quantità di neurotrasmettitore rilasciato dipende da quanto calcio si trova nel


citoplasma, infatti se arriva un unico potenziale d’azione, i canali voltaggio –
dipendenti per il calcio si aprono per così poco tempo che il poco calcio entrato
viene attivamente mandato fuori dalla cellula. Con l’aumentare del numero di
potenziale d’azione aumenterà il numero di molecole di neurotrasmettitori presenti
nella fessura sinaptica.

Una volta che il neurotrasmettitore si allontana dal neurone presinaptico esso si


diffonde verso la membrana del neurone postsinaptico e lì si lega a particolari
recettori, generando una risposta.

I neurotrasmettitori che non interagiscono con i recettori nella membrana


postsinaptica vengono allontanati dalla fessura sinaptica in diversi modi: alcune
molecole sono degradate da specifici enzimi; altre molecole sono trasportate a
ritroso nel neurone presinaptico tramite il REUPTAKE o RICAPITAZIONE dove li le
molecole vengono degradate e i loro pezzi utilizzati per formare nuovi
neurotrasmettitori; altre molecole sono allontanate dalla fessura sinaptica tramite
diffusione nel liquido extracellulare.

Il tempo che passa tra l’arrivo del potenziale d’azione e la risposta a livello sinaptico
è chiamato RITARDO SINAPTICO ed è dovuto principalmente al tempo impiegato dal
calcio per favorire l’esocitosi.

MECCANISMI DI TRASDUZIONE DEL SEGNALE A LIVELLO DELLE SINAPSI CHIMICHE

Il neurotrasmettitore rilasciato dal neurone presinaptico induce una risposta nella


cellula postsinaptica attraverso i meccanismi di trasduzione del segnale. I
neurotrasmettitori possono dare luogo ad una risposta veloce o lenta.

Le risposte veloci si verificano quando il neurotrasmettitore si lega ad un RECETTORE


– CANALE, chiamato anche RECETTORE IONOTROPO, dove il recettore fa parte della
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molecola del canale. Tutti questi tipi di canali sono ligando – dipendenti (canali ionici
chimici). Il legame con il neurotrasmettitore apre il canale ionico cambiando la
permeabilità della membrana a uno o più tipi di ioni, modificando il potenziale di
membrana. La variazione del potenziale di membrana è un potenziale graduato che
dura pochi millisecondi, dato che i canali si chiudono appena il neurotrasmettitore si
stacca dal recettore, ed è chiamato POTENZIALE POSTSINAPTICO o PPS.

Le risposte lente invece sono dovute al legame del neurotrasmettitore con recettori
accoppiati a PROTEINE G, chiamati RECETTORI METABOTROPI, dove i recettori sono
in altre zone della membrana rispetto al canale. Le proteine G nel sistema nervoso
regolano l’apertura o la chiusura dei canali ionici. Anche se la risposta arriva più
lentamente, i risultati sono gli stessi che si ottengono con le risposte veloci: si genera
il PPS in seguito ad una variazione del potenziale Vm.

SINAPSI ECCITATORIE

Una SINAPSI ECCITATORIA porta il potenziale della membrana postsinaptica a livelli


più vicini al valore soglia che determinerebbero un nuovo potenziale d’azione.
Questa depolarizzazione è definita POTENZIALE POSTSINAPTICO ECCITATORIO (PPSE)
e può essere sia una risposta lenta che una risposta veloce. Il PPSE è un potenziale
graduato la cui ampiezza è determinata dal numero di molecole di
neurotrasmettitore che si legano ai recettori. Nel punto di origine (generalmente un
dendrite o il corpo cellulare) l’ampiezza è massima poi va via via decrescendo verso il
monticolo assonico.

I PPSE veloci sono determinati dal legame del neurotrasmettitore con il recettore
(apre sempre canali cationici) che, aprendosi, permette agli ioni sodio e potassio di
muoversi attraverso la membrana. Il flusso del sodio verso l’interno è maggiore di
quello del potassio verso l’esterno quindi questo produce una depolarizzazione della
membrana. Il PPSE ha una durata che varia da pochi millisecondi fino ad un massimo
di poche centinaia di millisecondi.

I PPSE lenti invece possono essere determinati da vari meccanismi, quello tipico è
quello generato dalla chiusura dei canali per il potassio a causa del MESSAGGERO
AMP CICLICO. Quando un neurotrasmettitore si lega ad un recettore attiva la
proteina G che a sua volta attiva l’enzima ADENILATO CICLASI che catalizza la
conversione di ATP in AMP ciclico (cAMP). Il cAMP attiva la PROTEIN CHINASI A che
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catalizza il trasferimento di un gruppo fosfato al canale per il potassio e ne determina


la chiusura. La chiusura non fa più fuoriuscire il potassio dalla cellula mentre
l’ingresso del sodio non cambia: questo determina un avvicinamento del potenziale
Vm verso il potenziale d’equilibrio del sodio.
Il potenziale Vm tornerà ai valori di riposo solo quando il cAMP verrà degradato.

I PPSE lenti si sviluppano più lentamente e durano da qualche secondo a qualche


ora.

SINAPSI INIBITORIE

Una SINAPSI INIBITORIA iperpolarizza la membrana cellulare allontanandola dal


valore soglia oppure stabilizzando il potenziale di membrana a riposo.

Nelle sinapsi inibitorie il legame tra il neurotrasmettitore e il recettore determina


un’apertura dei canali per il potassio e questo determina un flusso uscente di cariche
positive, quindi un POTENZIALE POSTSINAPTICO INIBITORIO o PPSI che è un
potenziale graduato ed ha tutte le caratteristiche del PPSE.

Il neurotrasmettitore può determinare l’apertura di canali per il cloruro e il


movimento risultante dipenderà dalla direzione della forza elettrochimica agente su
questo ione. Infatti il cloruro è un anione, quindi ha carica negativa, quindi la forza
elettrica tende a spingerlo verso l’esterno, ma contemporaneamente la forza chimica
lo tende a spingere verso l’interno. La forza elettrochimica risultante dipenderà dalle
caratteristiche del neurone.
I neuroni si differenziano in base ai meccanismi di trasporto del cloruro:

 In alcuni neuroni gli ioni cloruro sono attivamente pompati fuori dalla cellula
quindi la concentrazione interno è molto minore di quella esterna. Così il
potenziale d’equilibrio del cloruro è più negativo del potenziale Vm a riposo e
la forza elettrochimica spingerà il cloruro all’interno della cellula. Quindi,
quando i canali per il cloruro si aprono per il neurotrasmettitore il cloruro
entrerà all’interno e genererà un PPSI.

 In altri neuroni non vi sono pompe che portano al di fuori della cellula il
cloruro, ma ci sono dei canali di membrana attraverso cui il cloruro può
entrare all’interno della cellula. Senza il trasporto attivo di cloruro questi ioni
sono all’equilibrio, quindi l’apertura dei canali a causa del neurotrasmettitore
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non causerà una variazione del potenziale di membrana. Anche in questo caso
la membrana può essere considerata inibitoria, infatti in un neurone si
possono verificare contemporaneamente sinapsi eccitatorie e inibitorie:
Se in un neurone sono attive sia sinapsi eccitatorie che inibitorie, la prima
genererà un PPSE depolarizzando una parte di membrana, mentre la seconda
causerà l’apertura di canali per il cloruro. Il risultato sarà un PPSE di ampiezza
minore o addirittura assente perché in questo caso il cloruro non sarà più in
una situazione di equilibrio e quindi tenderà ad entrare nel neurone attirato
da un potenziale più positivo all’interno della cellula. Questo flusso di anioni
stabilizzerà il potenziale Vm e contrasterà il flusso di cariche positive. Questo è
considerato una sinapsi inibitoria perché riduce la possibilità che si crei un
potenziale vicino al valore soglia.

INTEGRAZIONE NEURONALE
Nel sistema nervoso un singolo neurone non comunica solo con un altro neurone,
ma l’assone di molti neuroni ha molti collaterali che comunicano con altri neuroni in
un’organizzazione chiamata DIVERGENZA; nello stesso modo, ogni neurone riceve
segnali da altri neuroni in un’organizzazione chiamata CONVERGENZA.
A causa della convergenza una singola sinapsi non è determinante per la genesi di un
potenziale d’azione, in quanto non è abbastanza ampia da depolarizzare la
membrana fino al valore soglia. Il monticolo assonico di un neurone postsinaptico
somma tutte le sinapsi in arrivo. Questa sommazione è chiamata INTEGRAZIONE
NEURONALE e opera in base alle legge del tutto o del niente.

SOMMAZIONE

Dato che i PPSE e i PPSI sono potenziali graduati, si possono sommare tra di loro in
modo temporale o spaziale.

Sommazione temporale

Due o più potenziali d’azione sono generati in rapida successione da una sinapsi. Essi
si sommano generando un PPS di ampiezza maggiore.
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Si possono sommare sia i PPSI che i PPSE, ma per i PPSI il grado di iperpolarizzazione
che si può raggiungere è sempre determinato dal potenziale d’equilibrio dello ione
che ha causato l’iperpolarizzazione.

La sommazione temporale si può sommare in quanto i PPS durano di più di un


potenziale d’azione, quindi questo fa si che un neurone presinaptico generi un
secondo potenziale d’azione mentre i neurotrasmettitori generati dal primo si
trovino ancora nella fessura sinaptica: questo fa si che si aprono più canali ionici.

I PPS si possono sommare solo se i neurotrasmettitori si trovano ancora nella fessura


sinaptica.

Sommazione spaziale

Nella sommazione spaziale due PPS sono generati quasi contemporaneamente da


due sinapsi diverse. I PPS per sommarsi spazialmente però devono essere dello
stesso tipo, altrimenti si annullerebbero a vicenda (o PPSE o PPSI).

MODULAZIONE PRESINAPTICA
Le sinapsi assoassoniche sono SINAPSI MODULATORIE, ovvero sinapsi che
comunicano attraverso un’altra sinapsi. Esse si possono formare tra il terminale
assonico di un neurone e quello di un altro neurone.

Nelle sinapsi assoassoniche il neurotrasmettitore rilasciato dal neurone presinaptico


(o NEURONE MODULATORE) si lega al recettore situato sul terminale assonico del
neurone postsinaptico e induce una modificazione della concentrazione di calcio che
entra nel terminale assonico dopo il potenziale d’azione. In questo modo si modifica
anche la concentrazione di neurotrasmettitore rilasciato dal neurone postsinaptico.

Quando il rilascio del neurotrasmettitore aumenta si parla di FACILITAZIONE


PRESINAPTICA, mentre quando viene diminuito di INIBIZIONE PRESINAPTICA.

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INIBIZIONE PRESINAPTICA

In questo caso un neurone modulatore fa sinapsi su un collaterale del neurone


presinaptico, si genera così un potenziale d’azione che arriva su tre diversi terminali
assonici. Poniamo caso che uno dei tre terminali sia collegato ad un neurone
inibitorio. Nei due casi dei terminali senza altri collegamenti con altri neuroni viene
rilasciato un certo numero di neurotrasmettitori e quindi di risposte, nel caso invece
del terminale collegato con un altro neurone inibitorio non ci sarà risposta perché il
neurone inibitorio sopprime il rilascio di neurotrasmettitore dal terminale.

INIBIZIONE POSTSINAPTICA

Si verifica quando il neurone inibitorio e uno eccitatorio si scaricano insieme su un


collaterale di un altro neurone. Il potenziale d’azione risulterà sottosoglia quindi non
darà risposte.

FACILITAZIONE PRESINAPTICA

Si verifica quando ci sono diversi neuroni eccitatori che si scaricano su un altro


neurone presinaptico. Poniamo che un neurone eccitatorio sia collegato ad un altro
neurone eccitatorio. Quando tutt’e due i neuroni collegati sono attivi rilasciano una
quantità maggiore di neurotrasmettitori.

PLASTICITA’ DEL SISTEMA NERVOSO


Il sistema nervoso è dotato di plasticità, ovvero può modificare i suoi aspetti
anatomici e funzionali in base all’intensità dell’attività neuronale, infatti l’attività
delle sinapsi può essere modificata per giorni o ore e si possono anche sviluppare
nuove sinapsi.

Questa capacità dell’encefalo è molto importante per la memoria e l’apprendimento,


addirittura si è scoperto che il nostro encefalo può sviluppare nuovi neuroni in
alcune aree coinvolte nella memoria.

Un esempio di plasticità si ritrova nel POTENZIAMENTO A LUNGO TERMINE LTP,


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scoperto in alcune aree dell’ippocampo.


L’LTP è conseguente alla ripetizione di una particolare sinapsi e conduce un
incremento della forza di una particolare sinapsi.
L’LTP è importante per il consolidamento della memoria a lungo termine.

Esempio: la cellula presinaptica rilascia il neurotrasmettitore di glutammato che si


lega al recettore NMDA sulla cellula postsinaptica, facendo aprire i canali per il
calcio. Se invece il glutammato si lega ai recettori dell’AMPA si aprono i canali per il
sodio.
La concentrazione di glutammato nello spazio sinaptico è direttamente
proporzionale alla frequenza delle sinapsi. Quando i livelli di glutammato nello
spazio sinaptico sono bassi o moderati si aprono i canali AMPA e il sodio depolarizza
la cellula, i canali NMDA si aprono anch’essi, ma il calcio non può entrare nella
cellula perché gli ioni magnesio bloccano l’entrata. Il risultato è un PPSE.
Quando i livelli di glutammato sono alti nello spazio sinaptico invece gli ioni
magnesio si spostano dai recettori NMDA, facendo entrare il calcio nella cellula. Il
calcio attiva i secondi messaggeri che attivano le protein chinasi che fosforilano i
recettori AMPA, rendendoli più sensibili al glutammato. Il risultato sarà un rilascio
più ampio del glutammato e una maggior sensibilità al glutammato dell’AMPA,
quindi si formerà un PPSE più ampio e prolungato.
La plasticità è presente di più nei giovani, ma è presente per tutta la vita. L’esercizio
fisico aumenta le funzionalità dell’encefalo.

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NEUROTRASMETTITORI
I neurotrasmettitori si dividono in varie classi in base alla loro struttura chimica. La
maggior parte di essi è costituita da molecole di piccole dimensioni, tranne che per i
neuropeptidi.

ACETILCOLINA

L’ACETILCOLINA (ACh) è un derivato della COLINA. Essa è rilasciata dai neuroni del
sistema nervoso centrale e periferico ed è il neurotrasmettitore più abbondante del
sistema nervoso periferico e può avere azioni sia eccitatorie che inibitorie.

L’ACh è sintetizzata nel citoplasma dei terminali assonici dei neuroni chiamati
NEURONI COLINERGICI, a partire dall’ACETIL COENZIMA A o ACETIL CoA e dalla
COLINA grazie all’azione dell’ENZIMA COLINA ACETILTRANSFERASI (CAT).
La colina però non è sintetizzata dai neuroni, ma in parte dal fegato e in parte è
ottenuta dalla dieta.

Dopo il rilascio dell’ACh essa si può legare a due tipi di recettori postsinaptici
chiamati anche RECETTORI COLINERGICI oppure viene catabolizzata dall’ENZIMA
ACETILCOLINESTERASI (AChE) che divide l’ACh in IONE ACETATO e COLINA.
La colina torna dentro il terminale presinaptico con il trasporto attivo e viene usata
per la sintesi di nuova ACh, mentre lo ione acetato si allontana dalla fessura
sinaptica.

I due recettori colinergici a cui si può legare l’ACh sono: RECETTORI NICOTICI o
RECETTORI MUSCARINICI, a seconda di quale recettore si lega gli effetti sono molto
diversi. Questi due diversi recettori sono stati scoperti nel 1914 da Dale e si basa
sull’azione di due composti naturali: per i recettori nicotici il tabacco e per i recettori
muscarinici i funghi velenosi.
I recettori nicotici sono ionotropi ed hanno un’azione eccitatoria. Quando
interagiscono con l’ACh si aprono i canali per il sodio e per il potassio e si genera un
PPSE.
I recettori muscarinici invece sono metabotropi, quindi operano attraverso le
proteine G, la loro azione può essere sia eccitatoria che inibitoria. Gli effetti che si
verificano con il legame ACh – recettore dipendono dal tipo di cellula postsinaptica:
si possono aprire canali ionici o attivare enzimi.
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L’azione di un neurotrasmettitore non è tanto legata alla sua natura chimica, ma più
che altro al tipo di cellula con cui si lega.

AMMINE BIOGENE O AROMATICHE

Le ammine biogene sono una classe di neurotrasmettitori derivanti dagli


amminoacidi. Esse sono sintetizzate nel citoplasma del terminale assonico
presinaptico.
Esse includono tre classi: CATECOLAMINE, SEROTONINA e ISTAMINA

Le catecolamine includono un GRUPPO CATECOLO e la DOPAMINA, la


NORADRENALINA e l’ADRENALINA.
Questi tipi di catecolamine si legano a specifici recettori chiamati RECETTORI
ADRENERGICI che si suddividono in due classi principali: α ADRENERGICI e β
ADRENERGICI. Ognuna di queste classi è suddivisa a sua volta in sottoclassi: α1
(eccitatori presenti nei muscoli dei vasi della cute e nei reni), α2 (inibitori presenti nei
muscoli dei vasi del muscolo scheletrico), β1 (eccitatori presenti nel muscolo
cardiaco), β2 (inibitori presenti nel muscolo liscio delle vie aeree), β3 (eccitatori
presenti nel tessuto adiposo bruno). Questi recettori sono presenti nel SNC e negli
organi effettori.
La dopamina fa parte principalmente del SNC e si lega preferibilmente al recettore
β2. I recettori che vengono legati dalla dopamina vengono chiamati RECETTORI
DOPAMINERGICI.
La noradrenalina fa parte del SNC e dal sistema nervoso periferico e si lega
preferibilmente ai recettori α1 e β1.
L’adrenalina è rilasciata dal SNC, ma essa è considerata principalmente un ormone e
si lega preferibilmente al recettore β3.
In realtà tutt’e tre le classi di catecolamine si possono legare a tutte le sottoclassi di
recettori adrenergici.
Le catecolamine generalmente producono risposte sinaptiche lente, e sono sostanze
autocrine (dove il recettore o AUTORECETTORE si trova sul neurone presinaptico).
Dopo il rilascio le catecolamine sono degradate da due enzimi: le
MONOAMMINOSSIDASI (MAO) e le CATECOL-O-METILTRANSFERASI (COMT). Le MAO
si trovano nella fessura presinaptica, nel terminale assonico e in alcune cellule gliali.
Le COMT invece si trovano nella fessura sinaptica.

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La serotonina si trova nel SNC, soprattutto nel tronco encefalico e regola il sonno e le
emozioni.

L’istamina invece viene rilasciata da cellule (non neuroni) durante reazioni allergiche,
ma può funzionare anche da neurotrasmettitore. Si trova nel SNC, principalmente
nell’ippotalamo.

AMMINOACIDI

Essi sono la classe più presente nel SNC.


Di essi fanno parte: l’ASPARTATO e il GLUTAMMATO (azione eccitatorie); e la GLICINA
e l’ACIDO GAMMA-AMMINOBUTIRRICO (GABA) (azioni inibitorie).

Il glutammato è il più importante neurotrasmettitore delle sinapsi eccitatorie


cerebrali.
Esso si può legare a tre differenti classi di recettori, tutti ionotropi:

1. α – ammino – 3 – idrossi – 5 – metil – 4 – isoxazolo (AMPA), dove è prodotto


un PPSE perché aprono canali ionici per il sodio.
2. N – metil - D – aspartato (NMDA), dove si aprono canali per il calcio.
3. kainato, dove è prodotto un PPSE perché aprono canali ionici per il sodio.

Il GABA è un neurotrasmettitore inibitorio, ma in realtà esso deriva dal glutammato.


Questi due diversi comportamenti dei neurotrasmettitori sono dovuti al fatto che
essi si legano con recettori diversi.
Esso è il principale neurotrasmettitore inibitorio del SNC.
Esistono tre categorie di recettori per il GABA:

1. GABAA, che legandosi con il GABA apre i canali per il cloruro (anione),
determinando un PPSI.
2. GABAB che si trovano sulla membrana del terminale assonico presinaptico
(sono quindi autorecettori), oppure vicino a terminali assonici dove sono
responsabili dell’inibizione presinaptica, oppure sul soma o sui dendriti di un
neurone postsinaptico accoppiati a proteine G. Legandosi con il GABA causa
l’apertura di canali per il potassio che fuoriescono e causano l’iperpolazione.
Inoltre inibisce i canali per il calcio e quindi inibisce il rilascio dei
neurotrasmettitori.
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3. GABAC che sono localizzati sulla retina dove trasmettono segnali visivi.

NEUROPEPTIDI

I neuropeptidi sono costituiti da brevi catene di amminoacidi e sono sintetizzati


come le proteine, quindi nel reticolo endoplasmatico rugoso dove poi vengono
trasportate nell’apparato di Golgi per essere inglobate in vescicole che rimangono
nel terminale assonico.
Molti neuropeptidi si trovano con altri neurotrasmettitori nello stesso terminale
assonico dove poi vengono lasciati insieme.
Essi agiscono su recettori metabotropi, quindi i loro effetti sono duraturi.

Fanno parte di essi gli OPPIOIDI ENDOGENI (ENDORFINE, ENCEFALINE) responsabili


delle sensazioni di benessere come dopo l’attività fisica.

ALTRI NEUROTRASMETTITORI

Esistono le PURINE, che si trovano nel SNC e si legano a recettori metabotropi. Una
di esse è l’ADENOSINA.

Anche l’ATP può essere considerato anche un neurotrasmettitore.

L’OSSIDO NITRICO o MONOSSIDO DI AZOTO è formato da una molecola che lega un


atomo di azoto e uno di ossigeno. La molecola quando è sintetizzata non è inglobata
in vescicole, ma passa per diffusione tra la membrana cellulare e si diffonde nelle
cellule bersaglio dove altera l’attività di alcune proteine. Esso si forma in risposta ad
un aumento nel calcio nella cellula.
La velocità di sintesi è controllata dall’enzima OSSIDO NITRICO SINTETASI. L’ossido
nitrico si degrada da sé molto velocemente.

Recentemente si è scoperto che anche il MONOSSIDO DI CARBONIO ha la stessa


funzione dell’ossido nitrico.

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FARMACI PSICOATTIVI
I farmaci psicoattivi agiscono a livello della trasmissione sinaptica.

Possono essere sia FARMACI AGONISTI, ovvero potenziano l’attività di un


neurotrasmettitore: aumentano la quantità di precursori, bloccano la degradazione o
il riassorbimento a livello sinaptico oppure attivando i recettori sinaptici.
Esempi di farmaci agonisti sono quelli per il MORBO DI PARKINSON, che aumentano
la quantità del precursore della dopamina L-dopa; oppure per la DEPRESSIONE che
diminuiscono i processi di riassorbimento del MAO per la seratonina e la
noradrenalina.

I FARMACI ANTAGONISTI invece indeboliscono gli effetti del neurotrasmettitori:


inattivano i recettori postsinaptici o potenziano i processi di degradazione e
riassorbimento.
Esempio di questi farmaci sono quelli per la cura dell’ANSIA che attivano i recettori
GABAA tramite le benzodiazepine o anche l’alcool.

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SISTEMA NERVOSO CENTRALE

PANORAMICA DEL SISTEMA NERVOSO


Il sistema nervoso è diviso in due grandi parti anatomiche: il SISTEMA NERVOSO
CENTRARE (SNC) e il SISTEMA NERVOSONO PERIFERICO.

1. SNC: di questo fanno parte il MIDOLLO SPINALE e l’ENCEFALO. L’SNC riceve


input, ovvero informazioni dagli organi sensoriali e dai visceri per capire lo
stato dell’ambiente interno (INFORMAZIONI VISCERALI) e dell’ambiente
esterno (INFORMAZIONI SENSORIALI). L’SNC a partire da queste informazioni
invia output, ovvero istruzioni ad alcuni organi come muscoli o ghiandole.
L’SNC è anche la sede dell’apprendimento, della memoria, delle emozioni, dei
pensieri e del linguaggio.

2. SISTEMA NERVOSO PERIFERICO: è formato da cellule nervose che


garantiscono la comunicazione tra l’SNC e gli organi. Esso è a sua volta diviso
in due componenti:

I. SISTEMA NERVOSO PERIFERICO AFFERENTE: le cellule di questo sistema


trasmettono gli input dagli organi all’SNC. Queste informazioni
comprendono AFFERENZE SENSORIALI SOMATICHE (derivanti dalla
pelle, dai muscoli e dalle articolazioni), AFFERENZE PROVENIENTI DAGLI
ORGANI DI SENSO (visione, udito, equilibrio, olfatto e gusto) oppure
INFORMAZIONI VISCERALI provenienti dall’ambiente interno (senso di
sazietà, pressione, pH sanguigno)

II. SISTEMA NERVOSO PERIFERICO EFFERENTE: le cellule di questo sistema


invece trasmetto gli output dall’SNC agli organi periferici, chiamati
ORGANI EFFETTORI che sono principalmente muscoli e ghiandole,
svolgono gli ordini dell’SNC. Il neurone che trasmette output è chiamato
NEURONE CHE INNERVA L’ORGANO EFFETTORE.
La divisione efferente è ulteriormente divisa in:

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a. SISTEMA NERVOSO SOMATICO: formato da cellule nervose


chiamate MOTONEURONI che regolano la contrazione dei
muscoli scheletrici

b. SISTEMA NERVOSO AUTONOMO: formato da cellule che


regolano il funzionamento degli organi interni, delle ghiandole
sudoripare e dei vasi sanguigni, ossia tutti quegli organi che non
sono sotto il controllo volontario.
A sua volta il sistema nervoso autonomo è diviso in:

 SISTEMA NERVOSO PARASIMPATICO

 SISTEMA NERVOSO SIMPATICO

Essi hanno effetti opposti sugli organi.

In realtà esiste anche un terzo sistema nervoso: il SISTEMA NERVOSO ENTERICO,


formato da una rete nervosa nel tratto gastrointestinale e funziona in modo
indipendente dal resto del sistema nervoso, ma comunica con il sistema nervoso
autonomo.

NEURONI
CLASSIFICAZIONE FUNZIONALE DEI NEURONI

I neuroni sono divisi in tre categorie funzionali:

1. NEURONI EFFERENTI: essi trasmettono gli output dall’SNC agli organi effettori.
Il corpo cellulare e i dendriti sono localizzati nell’SNC, ma gli assoni sono parte
del sistema nervoso periferico e arrivano ad innervare gli organi effettori.
Essi sono tutti multipolari.

2. NEURONI AFFERENTI o SENSORIALI: essi trasmettono gli input dagli organi


effettori all’SNC. La maggior parte dei neuroni afferenti sono del tipo PSEUDO-
UNIPOLARE ossia con il corpo all’esterno dell’SNC in un GANGLIO. Le
terminazioni dell’assone sono localizzate negli organi periferici e costituiscono
o recettori sensoriali che prendono le informazioni direttamente oppure

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ricevono informazioni dalle cellule recettoriali con cui comunicano tramite


sinapsi. L’assone termina nell’SNC, dove rilascia un neurotrasmettitore per
comunicare con esso.
Essi possono essere o pseudo-unipolari o bipolari.

3. INTERNEURONI: costituiscono il 99% di tutti i neuroni dell’organismo. Si


trovano nell’SNC ed elaborano gli input, inviano output e partecipano
all’esecuzioni di funzioni cerebrali come il pensiero, la memoria e l’emotività.
Essi possono essere o anassonici (senza un assone evidente) o multipolari.

CLASSIFICAZIONE STRUTTURALE DEI NEURONI

I neuroni sono classificati strutturalmente in base al numero di assoni e dendriti che


partono dal corpo cellulare. Essi sono divisi in due classi:

1. NEURONI BIPOLARI: sono neuroni sensoriali con due proiezioni, un assone e


un dendrite che partono dal corpo cellulare. Ne fanno parte quelli olfattivi e
quelli visivi.
Un altro tipo di neuroni bipolari sono i NEURONI PSEUDO-UNIPOLARI, in essi
sembra che la proiezione che si distacca dal corpo è una sola, ma in realtà
sono due che vanno in direzioni opposte: un assone e un dendrite modificato.
Il dendrite è definito modificato in quanto si comporta come un assone. Il
dendrite è chiamato ASSONE PERIFERICO, mentre l’assone è definito ASSONE
CENTRALE.

2. NEURONI MULTIPOLARI: sono i più comuni e hanno proiezioni multiple che


partono dal corpo cellulare. La più lunga è l’assone mentre tutti gli altri sono
dendriti.

CELLULE GLIALI
Il 75-90% del sistema nervoso è costituito da cellule gliali o NEUROGLIA. Di essi ve ne
sono 5 tipi.
Tutte queste cellule rilasciano fattori di crescita determinanti nel sistema nervoso
inoltre danno supporto ai neuroni. Recenti studi hanno dimostrato che esiste una
comunicazione tra cellule gliali e neuroni.
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CELLULE DI SCHWANN e OLIGODENDROCITI

Queste due tipi di cellule gliali sono fondamentali nella trasmissione di segnali
elettrici nei neuroni. Esse formano uno strato di MIELINA attorno agli assoni nei
neuroni per isolarli per trasmettere il potenziale d’azione in modo più rapido ed
efficace. La mielina è formata da strati concentrici di membrana cellulare dei due tipi
di cellule (gli oligodendrociti la formano attorno a molti assoni del sistema nervoso
centrale, mentre le cellule di Schwann la formano attorno ad un solo assone del
sistema nervoso periferico). Dato che il doppio strato fosfolipidico della membrana
cellulare è poco permeabile agli ioni, i molti strati di membrana che costituiscono la
mielina servono a ridurre il passaggio nella membrana cellulare di ioni. In realtà
esistono delle interruzioni della mielina di un assone, chiamate NODI DI RANVIER,
dove risiedono i canali voltaggio – dipendenti del sodio.

CELLULE SATELLITE

Hanno la funzioni di sostenere i corpi cellulari e si trovano nel sistema nervoso


periferico.

ASTROCITI

Si trovano nel SNC e sono le cellule gliali più differenziate.


Essi guidano il regolare sviluppo del sistema nervoso e lo supportano per tutta la vita
dell’individuo. Controllano lo sviluppo di particolari capillari che limitano il
movimento di specifiche molecole tra il sangue e l’SNC, prendendo il nome di
BARRIERA EMATOENCEFALICA.
Essi guidano i neuroni in via di sviluppo verso la loro corretta destinazione e regolano
lo sviluppo e il mantenimento delle sinapsi. Inoltre contribuiscono al rigeneramento
di assoni danneggiati.
Contribuiscono al mantenimento dell’omeostasi nell’ambiente extracellulare che
circonda i neuroni mantenendo le concentrazioni di potassio extracellulari a livello
ottimale.
Rimuovono dallo spazio sinaptico alcuni neurotrasmettitori e sintetizzano o
immagazzinano alcune molecole che saranno poi utilizzate dai neuroni.
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Essi inoltre comunicano con i neuroni e altre cellule gliali.


Infine queste cellule proteggono i neuroni da sostanze tossiche e rimuovono i detriti
cellulari.

MICROCIGLIA

Esse proteggono i neuroni del SNC attraverso la fagocitosi di sostanze estranee come
i batteri o i detriti cellulari. Inoltre proteggono i neuroni dallo stress ossidativo.

CELLULE EPENDIMALI

Rivestono la parte interna dei ventricoli dell’encefalo e del canale centrale. Esse sono
particolari tipi di cellule epiteliali.

SUPPORTO FISICO DELL’SNC


La SCATOLA CRANICA o CRANIO protegge l’encefalo, mentre la COLONNA
VERTEBRALE circonda il midollo spinale. In realtà queste due rigide strutture
potrebbero essere un potenziale rischio per il sistema nervoso centrale. Per
proteggere l’SNC vi sono le MENINGI e il LIQUIDO CEREBROSPINALE che servono a
ridurre i traumi degli urti improvvisi.

Le MENINGI sono tre membrane di tessuto connettivo che separano il tessuto molle
dell’SNC dalla struttura ossea che lo circonda. Sono, dall’esterno all’interno, la DURA
MADRE (tessuto fibroso resistente), l’ARACNOIDE (membrana a forma di rete) e la
PIA MADRE (tessuto più tenero e delicato).
Tra la dura madre e l’aracnoide non c’è nessuno spazio, mentre tra l’aracnoide e la
pia madre vi è lo SPAZIO SUBARACNOIDEO, pieno di liquido cerebrospinale.

Il LIQUIDO CEREBROSPINALE (LCS) bagna l’SNC ed ha una composizione simile al


plasma.
L’LCS si insinua anche all’interno dell’SNC, circonda i neuroni e le cellule gliali e
riempie alcune cavità dell’encefalo e del midollo spinale.
L’encefalo contiene quattro cavità, chiamate VENTRICOLI comunicanti tra loro: i due
VENTRICOLI LATERALI sono a forma di C e sono connessi al TERZO VENTRICOLO
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tramite il FORAME VENTRICOLARE. Il terzo ventricolo comunica con il QUARTO


VENTRICOLO tramite l’ACQUEDOTTO CEREBRALE.
Il quarto ventricolo non è altro che la continuazione del CANALE CENTRALE, una
sottile cavità cilindrica anch’essa riempita di LCS che percorre tutto il midollo spinale.
Il rivestimento interno dei ventricoli e del canale centrale è formato dalle cellule
ependimali, un tipo particolare di cellule epiteliali.
I ventricoli sono rivestiti dal tessuto chiamato PLESSO COROIDEO, formato dalla pia
madre, da capillari e dalle cellule ependimali, che produce il LCS.
Il volume totale del LCS è di circa 125-150 ml, ma giornalmente viene cambiato circa
3 volte, quindi il plesso coroideo ne produce circa 400-500 ml al giorno.
Appena prodotto il LCS passa dai ventricoli allo spazio subaracnoideo, collegato
attraverso degli orifizi dal quarto ventricolo. Nella sommità dell’encefalo parte del
LCS viene riassorbito dal sangue venoso attraverso i VILLI ARACNOIDEI.
Le funzioni del LCS sono diverse:

 Riduce il peso dell’encefalo

 Protezione chimica

 Protezione del SNC contro gli urti

 Mantenere stabile la composizione ionica all’esterno delle cellule

 Fornisce nutrimento alle cellule gliali e ai neuroni

 Allontana dai neuroni i prodotti di rifiuto

IRRORAZIONE DEL SNC


Anche se il SNC pesa circa il 2% del peso corporeo totale, esso riceve circa il 15% del
sangue pompato dal cuore, consuma il 20% dell’ossigeno e il 50% di glucosio.

Un inadeguato apporto di sangue al SNC può causargli danni irreversibili come


accade negli ictus cerebrali.

Le cellule nervose hanno così tanto bisogno di sangue perché hanno pochissime
riserve di glucosio sotto forma di glicogeno e non possono utilizzare gli acidi grassi
come riserva energetica. Inoltre il tessuto nervoso è incapace di prendere energia da
reazioni metaboliche anaerobiche.
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In certe condizioni però il SNC, come il digiuno o il diabete, al posto del glucosio può
utilizzare i CORPI CHETONICI per soddisfare i 2/3 del proprio fabbisogno energetico.
Esso però non può dipendere interamente da queste sostanze, per questo ha
bisogno di utilizzare per forza il glucosio per le sue attività.

LA BARRIERA EMATOENCEFALICA
Gli scambi di ossigeno, glucosio e altre sostanze presenti nel sangue nel SNC avviene
tramite i capillari.
Le molecole idrofobiche passano facilmente attraverso questo tipo di endotelio, ma
le molecole idrofile sono bloccate per la presenza della BARRIERA
EMATOENCEFALICA tra il sangue e il LCS. Questa barriera è dovute alle giunzioni
strette tra le cellule dei capillari che formano l’endotelio. Gli astrociti stimolano le
cellule endoteliali a mantenere strette queste giunzioni.

Questa barriera protegge il LCS e quindi il SNC dalle sostanze tossiche che possono
essere presenti nel sangue.

Le molecole idrofile possono passare solo se nell’endotelio dei capillare sono


contenute le specifiche proteine trasportatrici.

La causa della diversa composizione tra il plasma e il LCS è dovuto proprio a questa
barriera ematoencefalica.

SOSTANZA GRIGIA E SOSTANZA BIANCA


La sostanza grigia è formata dai dendriti, dai corpi cellulari e dai terminali assonici
che formato agglomerati chiamati CLUSTER. Essa costituisce il 40% del SNC e qui
dentro si realizza la trasmissione e l’integrazione neuronale.

La sostanza bianca invece è formata dagli assoni mielinici. Essa costituisce il 60% del
SNC. In essa gli assoni sono organizzati in fasce chiamate FIBRE NERVOSE che
collegano una regione grigia all’altra. Essi sono diversificati in base alle regioni che
collegano:

 FIBRE DI PROIEZIONE collegano la corteccia cerebrale con il midollo spinale o


con altre aree di sostanza grigia dislocate

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 FIBRE DI ASSOCIAZIONE collegano un’area della corteccia con un'altra area


della corteccia dallo stesso lato del cervello

 FIBRE COMMISSURALI collegano l’area della corteccia di un emisfero con la


corrispondente area della corteggia dell’altro emisfero

Le cellule gliali sono contenute sia nella sostanza bianca che nella sostanza grigia.

Sulla superficie esterna dell’encefalo è presente solo la sostanza grigia che copre
tutto il cervello, chiamata CORTECCIA CEREBRALE. Nella sostanza bianca al di sotto
della corteccia però sono presenti altre aree di sostanza grigia chiamate NUCLEI
SOTTOCORTICALI.

Nel midollo spinale invece la sostanza bianca è all’esterno, mentre quella grigia
all’interno.

IL MIDOLLO SPINALE
Il midollo spinale è una struttura di tessuto nervoso a forma cilindrica circondata
dalla colonna vertebrale. In un adulto esso è lungo circa 44 cm con un diametro di
1,4 cm.
Anch’esso come l’encefalo è rivestito dalle 3 membrane delle meningi ed è immerso
nel LCS.

SOSTANZA GRIGIA E SOSTANZA BIANCA NEL MIDOLLO SPINALE

La sostanza grigia è localizzata in un’area interna a forma di farfalla, fuori è


circondata dalla sostanza bianca.

La sostanza grigia contiene interneuroni, corpi cellulari, dendriti di neuroni efferenti


e terminali assonici di neuroni afferenti. I neuroni efferenti viaggiano nei nervi spinali
fino a raggiungere gli organi effettori, mentre i neuroni afferenti viaggiano sempre
nei nervi spinali fino al midollo spinale dalla periferia del corpo.

Nel lato posteriore la sostanza grigia comprende il CORNO DORSALE dove terminano
le fibre afferenti. I corpi cellulari dei neuroni afferenti non sono localizzati nel midollo
spinale, ma formano raggruppamenti all’esterno chiamati GANGLI DELLE RADICI

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DORSALI.
Nel lato anteriore la sostanza grigia comprende il CORNO VENTRALE, dove sono
localizzati i corpi cellulari dei neuroni efferenti.

Nel torace e nella zona superiore al tratto lombare si trova un’altra area di sostanza
grigia chiamata CORNO LATERALE o COLONNA INTERMEDIO-LATERALE tra la corna
dorsale e la corna ventrale. In essa vi è l’origine dei neuroni efferenti del sistema
nervoso autonomo.

Assoni afferenti ed efferenti sono contenuti negli stessi nervi spinali, ma si separano
a breve distanza dal midollo spinale. I fasci con neuroni afferenti sono chiamati
RADICI DORSALI, mentre quelli con neuroni efferenti RADICI VENTRALI. I nervi sono
chiamati NERVI MISTI perché contengono assoni di tutt’e due i tipi.

La sostanza bianca del midollo spinale è formata da tratti o fasci (sempre


interneuroni) che fanno comunicare il midollo spinale nei suoi vari tratti oppure con
l’encefalo. I TRATTI o FASCI ASCENDENTI trasmettono le informazioni dal midollo
all’encefalo, mentre i TRATTI o FASCI DISCENDENTI trasmettono le informazioni
dall’encefalo al midollo. I tratti sono bilaterali, ovvero sono presenti in entrambi i
corni del midollo.
Questi tratti connettono i nervi periferici all’encefalo: quando un neurone afferente è
attivato da uno stimolo, esso trasmette i potenziali d’azione lungo tutta la fibra
nervosa fino al corno dorsale dove rilascia un neurotrasmettitore all’interneurone.
Questi tramite i tratti ascendenti comunicano con l’encefalo e così si ha la percezione
dello stimolo.

La maggior parte dei tratti ascendenti e discendenti si incrocia verso il lato opposto
dell’encefalo, ma vi sono alcune eccezioni. Quando una via rimane dallo stesso lato
di origine è chiamata IPSILATERALE, mentre quando si incrocia CONTROLATERALE. La
maggior parte delle informazioni date dalla parte sinistra dell’encefalo vengono
trasmesse al lato destro del corpo.

NERVI SPINALI

Dal midollo spinale partono ad intervalli regolari 31 paia di nervi spinali, chiamati in
base alla regione d’origine:
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- 8 paia di nervi cervicali dalla regione del collo


- 12 paia di nervi toracici dalla regione toracica
- 5 paia di nervi lombari dalla regione lombare
- 5 paia di nervi sacrali dal coccige
- 1 nervo coccigeo dalla punta del coccige.

Il midollo spinale termina alla seconda vertebra lombare e si estende solo per 2/3
della colonna vertebrale. I fasci nervosi della parte di colonna senza midollo sono
chiamati CAUDA EQUINA.

I nervi spinali sono composti da varie fibre nervose e viaggiano verso diverse regioni,
chiamate DERMATOMERI, del corpo. Ognuna di queste è innervata da un preciso
nervo spinale.

L’ENCEFALO
L’encefalo è formato da tre parti principali:

1. PROSENCEFALO, la parte più ampia, divisa in due emisferi. Di esso fanno parte:

I. CERVELLO o TELENCEFALO: un’ampia struttura a forma di C contenente


sia sostanza grigia (CORTECCIA CEREBRALE e NUCLEI SOTTOCORTICALI)
che bianca

II. DIENCEFALO: comprendente il TALAMO e l’IPOTALAMO

2. CERVELLETTO una struttura simmetrica con la corteccia all’esterno e dei nuclei


interni. È sotto il prosencefalo. Esso controlla l’attività motoria e il
mantenimento dell’equilibrio

3. TRONCO ENCEFALICO che connette il prosencefalo e il cervelletto con il


midollo spinale. Esso contiene molti nuclei. All’interno di esso si originano 10
delle 12 paia di nervi cranici.
All’interno di esso si trova la FORMAZIONE RETICOLARE, una rete neuronale
che coopera nel controllo dei ritmi circadiani, nella modulazione del dolore e
nel tono muscolare.
Di esso fanno parte tre regioni:

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I. MESENCEFALO che collega il tronco encefalico al prosencefalo


(movimento oculare, coordinazione di riflessi visivi e uditivi)

II. PONTE che si connette al cervelletto (controllo del respiro)

III. MIDOLLO ALLUNGATO o BULBO che si connette al midollo spinale


(controllo di informazioni viscerali)

EMBRIOGENESI DELL’ENCEFALO

Durante le prime tre settimane dal concepimento nel feto si sono formate delle
VESCICOLE ENCEFALICHE PRIMARIE, chiamate PROENCEFALO, MESENCEFALO e
ROMBENCEFALO.

Alla sesta settimana di gravidanza vi sono le VESCICOLE ENCEFALICHE SECONDRARIE:


il proencefalo si è diviso in TELENCEFALO e DIENCEFALO; il mesencefalo è rimasto
tale e il rombencefalo si è diviso in METENCEFALO e MIELENCEFALO.

Alla nascita l’encefalo del bambino sarà fornito di tutte le parti dell’adulto: il
metencefalo si diversificherà in CERVELLETTO e PONTE, mentre il metencefalo
diventerà il BULBO.

CERVELLO O TELENCEFALO

Il cervello è la porzione più grande dell’encefalo ed è formato dagli emisferi destro e


sinistro che sono collegati dal CORPO CALLOSO, uno spesso gruppo di fibre nervose,
in modo tale da poter elaborare le informazioni insieme. Sotto il corpo calloso vi
sono i GANGLI BASALI, degli aggregati di corpi cellulari che sono adibiti alla
coordinazione motoria. Se quest’ultimi vengono danneggiati l’individuo viene affetto
dal morbo di Parkinson o diventa immobile.

Esso è un sofisticato centro di integrazione, ha un ruolo primario nelle funzioni della


memoria, dell’apprendimento, del linguaggio e delle emozioni. Esso formula risposte
comportamentali complesse.

CORTECCIA CEREBRALE

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È la porzione più esterna del cervello ed è formata da uno strato sottile di sostanza
grigia. In essa vi sono SOLCHI e GIRI (creste) che fanno in modo che l’ampio volume
della sostanza grigia possa essere contenuto tutto all’interno della scatola cranica.

Essa è la regione più evoluta del cervello e l’ultima che si è sviluppata. Essa è formata
da sei strati funzionalmente distinti.

Essa svolge le funzioni cerebrali più evolute come le percezioni dell’ambiente esterno
che ci circonda, la formulazione di pensieri, vivere esperienze emozionali, ricordare
eventi passati ed è l’area da cui partono tutti i comandi per i movimenti.

Organizzazione funzionale della corteccia cerebrale

Ogni emisfero del cervello è suddiviso in 4 regioni o LOBI.


Il LOBO FRONTALE è la parte anteriore del cervello, subito dopo si trova il LOBO
PARIETALE. Questi due sono divisi dal SOLCO CENTRALE.
Al di sotto di questi lobi si trova il LOBO TEMPORALE e il LOBO OCCIPITALE si trova
dietro quello parietale e più spostato verso il basso. Il lobo temporale e quello
frontale sono divisi dal SOLCO LATERALE o SCISSURA DI SILVIO.

All’interno di ciascun lobo la corteccia è suddivisa ulteriormente in aree specializzate


per diverse funzioni: nel lobo occipitale avviene l’elaborazione dei processi visivi, per
questo è chiamato anche CORTECCIA VISIVA; nel lobo temporale superiore avviene
la rielaborazione delle funzioni uditive, per questo è chiamato anche CORTECCIA
UDITIVA; nel lobo parietale vi è un’area implicata nei processi di rielaborazione delle
informazioni sensoriali somatiche, chiamato anche quindi CORTECCIA
SOMATOSENSORIALE PRIMARIA; il lobo frontale è chiamato anche CORTECCIA
MOTORIA PRIMARIA per i comandi che fornisce per i movimenti volontari, in esso
però vi sono anche aree per il controllo della personalità, per la progettazione di
compiti motori e per il linguaggio.

In realtà le AREE ASSOCIATIVE della corteccia sono implicati in funzioni più


complesse, quindi richiedono l’integrazione di diverse informazioni.

L’ORGANIZZAZIONE SOMATOTROPICA della corteccia motoria primaria del lobo


frontale e della corteccia somatosensoriale primaria del lobo parietale dallo vedono
disegnati due omuncoli, uno motorio e uno sensoriale, dove parti del corpo vicine

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sono rappresentati tali nella figura. La grandezza delle varie parti del corpo è
proporzionata alla grandezza dell’area che la controlla. (pag. 233)

LATERALIZZAZIONE CEREBRALE

Ciò significa che ogni emisfero del cervello è specifico per diverse funzioni, ma non è
assoluta, ossia non in tutte le persone un determinato emisfero è specifico per una
funzione. Per esempio l’emisfero sinistro controlla i movimenti del lato destro del
corpo e viceversa, ma il 10% della popolazione è mancino.

Nella maggioranza delle persone il lato destro è implicato nel controllo spaziale,
nell’espressione del volte, nella creatività, nell’intuizione e nella sensibilità musicale.
L’emisfero sinistro invece è implicato nei processi logici ed analitici, nelle abilità
matematiche e nel linguaggio.
Il lato destro è quindi visto come l’emisfero intuitivo, mentre quello sinistro
razionale. La scoperta su fatta da Roger Sperry negli anni ’60 su malati di epilessia.

LA STORIA DI PHINEAS GAGE (XIX SECOLO)

Mentre stava lavorando nella costruzione di una linea ferroviaria nel Vermont,
Phineas Gage venne coinvolto in un drammatico incidente: un bastone metallico gli
penetrò lo zigomo sinistro per spuntare fuori nella parte superiore del cranio.
L’uomo nonostante ciò dopo pochi mesi riprese una vita normale, ma la sua
personalità era cambiata del tutto: prima era una persona calma e gentile, ma dopo
divenne litigioso, aveva un comportamento irresponsabile e un linguaggio scurrile.
Questo era provocato dal fatto che il bastone metallico gli aveva asportato una parte
del lobo frontale, che è noto per avere una funzione nel reprimere gli impulsi
emozionali che nascono nelle zone “impulsive” dell’encefalo. Dopo l’incidente, Gage
non aveva più freni inibitori.

NUCLEI SOTTOCORTICALI

I più importanti nuclei sottocorticali sono i nuclei della base, chiamati anche gangli
della base, che contengono il NUCLEO CAUDATO, il GLOBO PALLIDO e il PUTAMEN.

SISTEMA LIMBICO

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Esso è formato da regioni corticali (amigdala, ippocampo, fornice, giri cingolato e


paraippocampade), alcuni nuclei della base, zone della corteccia prefrontale, zone
del talamo e dell’ipotalamo strettamente associati tra loro, coinvolti nelle emozioni,
nella memoria, nella regolazione degli impulsi di base e nella motivazione. Esso è
una delle aree più antiche dell’encefalo.

L’amigdala è coinvolta nelle funzioni relative all’aggressività e alla paura; l’ippocampo


nell’apprendimento e nella memoria. Il sistema olfattivo fornisce importanti segnali
al sistema limbico, soprattutto nei mammiferi meno evoluti.

DIENCEFALO

Esso si trova al di sotto del cervello e comprende due strutture: il talamo e


l’ipotalamo.

Talamo

Esso è un aggregato di nuclei sottocorticali. Molte delle informazioni sensoriali


passano attraverso questa zona per essere filtrate e modificate per poi andare nella
corteccia, tranne l’olfatto. Inoltre esso è importante per l’attenzione, per esempio
elimina o amplifica determinati stimoli, quest’azione è chiamata ATTENZIONE
SELETTIVA (una mamma sarà più attenta al pianto di un bambino che al passaggio di
un aereo). Esso inoltre svolge un ruolo nel controllo dei movimenti.

Ipotalamo

Esso si trova sotto al talamo e ha diversi ruoli nella regolazione dell’omeostasi.


Rappresenta il principale centro di collegamento tra il sistema endocrino e nervoso.
In risposta a determinati input ormonali o nervosi l’ipotalamo rilascia ormoni che a
sua volta faranno rilasciare altri ormoni all’ADENOIPOFISI, inoltre esso controlla il
rilascio degli ormoni dall’IPOFISI POSTERIORE.

Esso influenza anche molti comportamenti, controlla per esempio la sazietà e la


fame ed il centro della sete. Dato che esso è parte del sistema limbico ha un ruolo
anche nell’influenzare le emozioni e i comportamenti da essi derivati.
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Esso invia segnali diretti e indiretti al sistema nervoso autonomo, come le emozioni
che possono influenzare il sistema cardiovascolare, respiratorio o digestivo. Inoltre
esso regola la temperatura corporea e i ritmi circadiani.

METODI PER LA VISUALIZZAZIONE DELLE STRUTTURE CEREBRALI


Per quanto riguarda gli studi sulla morfologia del SNC, attualmente si utilizza colorare
le varie sue parti: per i corpi cellulari si utilizza la colorazione di Nissl, per i
prolungamenti assonici la colorazione di Golgi e per seguire il percorso di un assone
la perossidasi del rafano.

Nella tomografia assiale computerizzata TAC un generatore ruotante emette raggi X


che vengono raccolti da due sensori diametralmente opposti. Un computer rielabora
le informazioni ricevute guardando quanto i raggi X si sono attenutati passato per le
diverse zone dell’encefalo.

Nella tomografia a emissioni di positroni PET delle sostanze radioattive si


accumulano in determinate regioni cerebrali molto attive ed emettono molti di più
raggi γ rispetto ad altre zone del tessuto nervoso. Guardare la differenza di quantità
di raggi γ emessi dalle varie parti dell’encefalo fa ricostruire una mappa funzionale
dell’encefalo.

Nella risonanza magnetica nucleare RMN si sfruttano le radiofrequenze emessi dai


protoni che vengono eccitati per la presenza di campi magnetici. A seconda della
zona in cui si trovano i protoni emetteranno più o meno radiofrequenze.

FUNZIONI INTEGRATE DEL SNC


SONNO

Il motivo per cui il corpo umano dorme non è ancora chiaro.

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Funzioni del sonno

Il sonno è un processo attivo, ossia richiede dispendio energetico ed è indispensabile


per tutti i mammiferi.
Prima si pensava fosse necessario per il riposo cellulare, ma ormai si sa che alcune
aree del cervello sono più attive nel sonno che nella veglia.

Il sonno quindi è un periodo di minore attività motoria e percettiva che si manifesta


con un ritmo circadiano. L’attività motoria non è del tutto assente per il cambio di
posizione nel letto, e neanche l’attività percettiva, infatti una persona può venire
svegliata nel sonno da un forte rumore.

Il sonno si pensa che sia un periodo di ristoro corporeo, dove il corpo recupera le
energie spese durante il giorno; si pensa che i sogni servano per ripetere
mentalmente e definire potenziali comportamenti durante situazioni di pericolo
senza necessariamente attuarli, altri pensano che sognare aiuti ad immagazzinare
informazioni ricevute durante la veglia e inserirli nella memoria a lungo termine;
inoltre il sonno è utile alla difesa immunitaria, infatti alcuni animali se non dormono
sono più deboli rispetto alle infezioni.

Tutte le conoscenze sul sono derivano dagli studi di elettroencefalografia che registra
l’attività elettrica del cervello durante il sonno utilizzando elettrodi posti sul cuoio
capelluto. Le onde si chiamano onde cerebrali e la loro registrazione è
l’elettroencefalogramma EEG.
Grazie a questa tecnica si è scoperto che il sonno può essere di due tipi:

1. SONNO A ONDE LENTE SWS con onde a bassa frequenza. In questa fase il tono
muscolare è minore, ma si registrano attività motorie ogni 10-20 minuti. Si
può verificare il sonnambulismo. L’attività del sistema nervoso parasimpatico
aumenta e i sogni che si fanno sono più logici e razionali rispetto ai sogni
durante la fase REM, sono con pochi dettagli e molte volte sono immagini
confuse. In questa fase si può russare.
La sede di induzione del sonno ad onde lente è il prosencefalo ed è indotto
dall’adenosina. La caffeina blocca il rilascio dell’adenosina e quindi inibisce il
sonno.

2. SONNO REM con onde ad alta frequenza. I muscoli posturali perdono tono,
ma diventano attivi quelli che controllano la faccia e gli occhi. La mandibola si
rilascia con la conseguente apertura della bocca e il russare si arresta. In
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questa fase c’è un aumento dell’attività encefalica, tranne che nel sistema
limbico e del sistema nervoso simpatico. La frequenza cardiaca e la pressione
ematica aumentano e ci possono essere variazioni della temperatura
corporea, dato che l’attività di termoregolazione diminuisce. I sogni sono più
elaborati e molto articolati, narrativi e bizzarri, in questo periodo si possono
avere gli incubi.
La sede di induzione del sonno REM è il ponte e il suo neurotrasmettitore è
l’acetilcolina.

L’anestesia e il coma sono un’attività repressa del SNC.

Ritmo sonno-veglia

Un ciclo sonno-veglia dura circa 24 ore.

Determinate funzioni dell’organismo, come la regolazione della temperatura


corporea, variano con questo ciclo.

Determinate aree dell’encefalo sono implicate nella regolazione di questo ciclo,


come la FORMAZIONE RETICOLARE DEL TRONCO ENCEFALICO, una rete di nuclei che
forma il SISTEMA RETICOLARE ATTIVANTE ASCENDENTE SRAA e si trova nel ponte,
nel bulbo e nel mesencefalo.
Le afferenze di quest’area vanno nella corteccia, attraverso sinapsi che partono dal
talamo, dall’ipotalamo e dal tronco encefalico, e la mantengono sveglia.
I neurotrasmettitori associati alla veglia sono l’acetilcolina, la noradrenalina e la
dopamina. L’azione dell’acetilcolina è minimata dalla nicotina, mentre quello delle
catecolamine è minimato dalle anfetamine e dalla cocaina.
Nell’ipotalamo i neurotrasmettitori sono l’istamina e l’orexina. L’azione dell’istamina
è minimata dai farmaci antistaminici, che infatti inducono sonnolenza.

Attività elettrica durante il sonno e la veglia

Quando si è in uno stato di veglia e vigili, l’EEG mostra onde ad alta frequenza e
bassa ampiezza, le onde β, segno dell’intensa attività neuronale.

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Quando si è in uno stato di veglia, ma a riposo l’EEG mostra invece onde con
frequenza più bassa e ampiezza maggiore, sono le onde α, segno della maggior
sincronizzazione dell’attività dei neuroni.

Il sonno ad onde lente ha 4 fasi che si distinguono dall’EEG e dalla soglia del risveglio,
ossia quanto lo stimolo dev’essere forte per far si che la persona si svegli.
1. Fase di sonnolenza, quando ci si sta per svegliare e per addormentare
2. Fase di sonno leggero  fusi del sonno (complesso K)
3. Fase di sonno moderato  fusi del sonno (complesso K)
4. Fase di sonno profondo
La soglia del risveglio è più bassa nella prima fase e più alta nella quarta.
L’EEG mostra un incremento di sincronizzazione dell’attività dei neuroni, quindi le
onde della quarta fase saranno più alte in ampiezza e con meno frequenza.
I fusi del sonno sono onde di attività sincronizzata che si generano nella corteccia e
nel talamo.

Nel sonno REM ci sono onde con alta frequenza e bassa ampiezza, simili a quelli
dello stato di veglia in allerta. La soglia del risveglio è più alta che nella 4 fase del
sonno ad onde lente, ma una persona tende a svegliarsi più spontaneamente nel
sonno REM, per questo motivo esso è definito SONNO PARADOSSO.

Una persona attraversa le varie fasi del sonno in maniera ordinata ogni notte.
Quando si passa dallo stato di veglia ad allo stato di sonno si inizia con la 1 fase del
sonno ad onde lente fino ad arrivare alla fase 4. Dopo circa un’ora di sonno le fasi del
sonno ad onde lente si ripetono al contrario e poi si passa nella fase REM.
Questo ciclo si ripete circa con intervalli di 90 minuti, ma durante la notte si passa
gradualmente sempre meno tempo nelle fasi di sonno ad onde lente e più tempo nel
sonno REM.

I sogni che si ricordano sono quelli fatti immediatamente prima del risveglio e dato
che solitamente il risveglio è nella fase REM i sogni ricordati sono sempre i più
bizzarri.

APPRENDIMENTO

L’apprendimento è l’acquisizione di nuove informazioni ed esperienze.

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Gli psicologi distinguono due tipi di apprendimento:


1. APPRENDIMENTO ASSOCIATIVO, esso collega due o più stimoli. (cane di Pavlov: il
cane aumenta la salivazione quando sente il suono della campanella, che associa al
cibo)
2. APPRENDIMENTO NON ASSOCIATIVO si realizza in risposta a stimoli ripetuti e
include processi di abitudine e sensibilizzazione.
L’abitudine è un decremento della risposta riguardo a degli stimoli (se all’inizio
sentiamo un rumore molto forte vicino a noi come una sirena, dopo un po’ non lo
sentiremo più anche se è ancora presente perché il cervello si è abituato ad esso).
Avviene per una depressione dell’attività sinaptica.
La sensibilizzazione è un incremento della risposta a stimoli ripetuti (se vieni
obbligato a mangiare cibi che non ti piacciono, ogni boccone sembrerà sempre più
disgustosi)
La sensibilizzazione e l’abitudine rispetto a stimoli ripetuti dipendono dalle
circostanze, infatti se uno stimolo ci sembra pericoloso diventiamo sensibili ad esso,
mentre se non è pericoloso ci abituiamo ad esso.

MEMORIA

La memoria è il consolidamento delle informazioni o esperienze ricevute, non tutte


le informazioni ricevute vengono immagazzinate nella memoria.

Esistono due tipi di memoria:


1. MEMORIA PROCEDURALE o MEMORIA IMPLICITA è la memoria delle capacità
motorie e dei comportamenti e delle risposte emozionali apprese (paura dei
serpenti). Esso coinvolge diverse aree encefaliche come il cervelletto e i nuclei della
base e del ponte.
2. MEMORIA DICHIARATIVA o MEMORIA ESPLICITA è la memoria delle esperienze
apprese che possono essere verbalmente affermate. Esso coinvolge l’ippocampo.

La memoria inoltre si svolge su due livelli:


1. MEMORIA A BREVE TERMINE o MEMORIA DI LAVORO, in cui le informazioni
arrivano subito dopo essere entrate nel SNC e viene detenuta temporaneamente,
come pochi secondi o poche ore. Lo spazio per la memoria a breve termine è
limitato e se le informazioni non vengono consolidate vengono perse.
2. MEMORIA A LUNGO TERMINE qui le informazioni vengono consolidate dalla
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memoria a breve termine. Essa può durare per anni o per tutta la vita. I meccanismi
di consolidamento non sono conosciuti, ma sicuramente aiuta la ripetizione in
determinate situazioni, ma non per certi tipi di ricordi (MEMORIA EPISODICA).

La memoria è un processo complesso che coinvolge molte aree encefaliche, come il


lobo frontale coinvolto nella memoria a breve termine; mentre il lobo frontale è
coinvolto nella memoria a lungo termine.

LINGUAGGIO

Nell’emisfero sinistro si trovano due aree corticali deputate interamente al


linguaggio: l’AREA DI WERNICKE, nel lobo temporale e parietale, e l’AREA DI BROCA,
nel lobo frontale, ma anche altre zone sono coinvolte.

L’area di Wernicke è coinvolta nella comprensione del linguaggio, mentre l’area di


Broca nella capacità di parlare e di scrivere.
Danni a queste due aree portano all’AFASIA, o disfunzione del linguaggio: se il
problema è nell’area di Wernicke si ha afasia ricettiva dove una persona mostra
difficoltà a comprendere il linguaggio; se il problema invece è nell’area di Broca
l’afasia è espressiva e le persone comprendono ciò che gli si dice e sanno come
rispondere, ma non sono in grado di formulare frasi.

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SISTEMA NERVOSO AUTONOMO

Il sistema nervoso autonomo innerva la maggior parte degli organi e dei tessuti
effettori, come il muscolo cardiaco, le cellule muscolari lisce dei vasi ematici, lo
stomaco, le vie respiratorie ecc..
Esso è chiamato autonomo perché la sua attività si svolte in modo inconscio, per
questo è chiamato anche SISTEMA NERVOSO INVOLONTARIO.

DUPLICE INNERVAZIONE DEL SISTEMA NERVOSO AUTONOMO

Simpatico  OCCHIO  parasimpatico

Simpatico  GHIANDOLE SALIVARI E LACRIMALI  parasimpatico

Simpatico  POLMONI  parasimpatico

Simpatico  CUORE  parasimpatico

Simpatico  FEGATO  parasimpatico

Simpatico  STOMACO  parasimpatico

Simpatico  PANCREAS  parasimpatico

MILZA  parasimpatico

Simpatico  RENE

INTESTINO CRASSO  parasimpatico

Simpatico  INTESTINO TENUE  parasimpatico

Simpatico  RETTO  parasimpatico

Simpatico  VESCICA  parasimpatico

Simpatico  GENITALI  parasimpatico

Entrambe le divisioni del sistema autonomo innervano la maggior parte degli organi
in un’organizzazione chiamata DUPLICE INNERVAZIONE, ma gli effetti
dell’innervazione parasimpatica e simpatica sono tra loro antagonisti, ma sono
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attivate in modo complementare: il sistema parasimpatico è più attivo negli stati di


riposo e nella digestione, inibendo la frequenza cardiaca, mentre quello simpatico è
più attivo durante i periodi di eccitazione o di intensa attività fisica, nella risposta
LOTTA O FUGGI, dove prepara l’organismo ad affrontare situazioni pericolose (la
frequenza cardiaca aumenta, il flusso ematico viene deviato dagli organi digerenti ai
muscoli scheletrici e vengono mobilizzati i depositi di energia).

Il sistema nervoso autonomo regola la funzione degli organi effettori per mantenere
l’omeostasi.

ANATOMIA DEL SISTEMA NERVOSO AUTONOMO

I neuroni del sistema nervoso autonomo comunicano tra loro tramite sinapsi in
strutture periferiche chiamate GANGLI DEI SISTEMA NERVOSO AUTONOMO. I
neuroni che collegano il SNC ai gangli sono chiamati NEURONI PERGANGLIARI,
mentre quelli che collegano i gangli agli organi effettori sono chiamati NEURONI
POSTGANGLIARI.
All’interno dei gangli ci sono i terminali assonici dei neuroni pregangliari e i corpi
cellulari e i dendriti dei neuroni postgangliari. Un singolo neurone pregangliare
forma sinapsi con numerosi neuroni postgangliari (REAZIONE DI MASSA). Vi sono
anche neuroni localizzati solo nei gangli, chiamati NEURONI INTRINSECI che
modulano le informazioni agli organi bersaglio.

Anatomia del sistema nervoso simpatico

I neuroni pregangliari del sistema nervoso simpatico emergono dalle porzioni


toraciche e lombari del midollo spinale, per questo esso è chiamato anche SISTEMA
NERVOSO AUTONOMO TORACOLOMBARE. Essi si originano nel corno laterale del
midollo spinale.

I neuroni pregangliari sono connessi a quelli postgangliari in tre modi:


1. I neuroni pregangliari hanno brevi assoni che escono dal midollo spinale
attraverso la radice ventrale. Appena dopo che la radice ventrale forma il nervo
spinale, insieme alla radice dorsale, l’assone del neurone pregangliare lascia il nervo
spinale attraverso la diramazione chiamata RAMO BIANCO e penetra in uno o più
gangli simpatici localizzati vicini al midollo spianale. I neuroni postgangliari invece
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hanno lunghi assoni che ritornano al nervo spinale tramite la diramazione chiamata
RAMO GRIGIO e raggiunge l’organo effettore. Questa è la più comune.
2a. I vari gangli simpatici sono collegati tra loro in una struttura parallela alla colonna
vertebrale che si trova ai due lati di essa chiamata CATENA SIMPATICA o TRONCO
SIMPATICO.
2b. I neuroni pregangliari sono molto lunghi e innervano direttamente i tessuti
endocrini (come la ghiandola surrenale), invece di formare sinapsi con i neuroni
postgangliari. La ghiandola surrenale è divisa in uno strato esterno corticale e uno
interno midollare dove all’interno vi sono molti neuroni simpatici postgangliari
modificati, chiamati CELLULE CROMAFFINI, che poi si differenziano in cellule
endocrine. La stimolazione delle ghiandole surrenale la midollare rilascia
catecolamine (adrenalina, noradrenalina e dopamina) nel sangue, facendole
funzionare come ormoni.
3. I neuroni pregangliari fanno sinapsi con i neuroni postgangliari nei GANGLI
COLLATERALI, come il ganglio celiaco. I gangli però non sono connessi tra loro, quindi
l’azione neuronale è ben definita e non diffusa.

Anatomia del sistema nervoso parasimpatico

I neuroni pregangliari si originano nel tronco encefalico o nel midollo spinale sacrale,
per questo esso è chiamato anche DIVISIONE CRANIOSACRALE DEL SISTEMA
NERVOSO AUTONOMO.
I neuroni pregangliari sono lunghi e terminano in gangli che si trovano vicino agli
organi effettori. Qui fanno sinapsi con i neuroni postgangliari che sono corti e
arrivano fino agli organi effettori.
Gli assoni dei neuroni pregangliari che si originano nel tronco encefalico si uniscono
nei NERVI CRANICI, di cui uno importante è il NERVO VAGO, originatosi nel bulbo e
innerva polmoni, cuore, stomaco, intestino tenue e fegato. Un altro nervo cranico
importante è il NERVO OCULOMOTORE, il NERVO FACCIALE e il NERVO
GLOSSOFARINGEO.
Gli assoni dei neuroni pregangliari che si originano nel midollo spinale non
decorrono in nervi spinale ma viaggiano insieme ad altri neuroni pregangliari
parasimpatici e formano i NERVI PELVICI.

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NEUROTRASMETTITORI E RECETTORI NEL SISTEMA NERVOSO AUTONOMO

L’acetilcolina è rilasciata dai neuroni pregangliari simpatici e parasimpatici e dai


neuroni postgangliari parasimpatici. In realtà anche i neuroni postgangliari simpatici
che innervano il surrene rilasciano acetilcolina, ma questa serve per attivare
l’adrenalina. Questi neuroni sono chiamati COLINERGICI.

I neuroni postgangliari simpatici rilasciano noradrenalina e sono chiamati neuroni


ADRENERGICI.

 FISIOLOGIA, NEUROTRASMETTITORI

GIUNZIONI NEUROEFFETTRICI NEL SISTEMA NERVOSO AUTONOMO

La sinapsi tra un neurone efferente e il suo organo bersaglio è chiamata GIUNZIONE


NEUROEFFETTRICE, diversa dalle tipiche sinapsi.
I neurotrasmettitori vengono rilasciati da numerosi rigonfiamenti chiamati
VARICOSITA’ che si trovano lungo l’assone vicino all’organo bersaglio ad intervalli
regolari. Dentro di esse i neurotrasmettitori sono raccolti in vescicole. Nelle
varicosità sono presenti i canali voltaggio-dipendenti per il sodio, per il potassio e
per il calcio. L’arrivo di un potenziale d’azione fa aprire i canali per il calcio, che entra
all’interno della cellula e stimola il rilascio di neurotrasmettitori.
La distanza tra la varicosità e l’organo bersaglio è molto più grande rispetto alla
fessura sinaptica, quindi il neurotrasmettitore si può legare su un’ampia area di
organo.

REGOLAZIONE DELLE FUNZIONI DEL SISTEMA NERVOSO AUTONOMO

Il bilanciamento dei livelli di attività dei due sistemi nervosi autonomi è di


fondamentale importanza per il mantenimento dell’omeostasi.

Funzioni del sistema nervoso simpatico

Il sistema simpatico prepara il corpo ad attività intense che consumano energia come
combattere o correre.

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Gli effetti più comuni sono:


- aumento dell’attenzione
- aumento del metabolismo basale
- dilatazione delle pupille
- aumento della frequenza cardiaca, della forza di contrazione del muscolo cardiaco e
della pressione arteriosa
- dilatazione delle vie respiratorie facendo in modo che lo scambio di gas con il
sangue sia più rapido
- costrizione dei vasi renali e del tratto gastrointestinale, riducendo la velocità di
formazione dell’urina e dei processi digestivi, che non sono essenziali durante un
esercizio fisico
- vasodilatazioni degli organi coinvolti direttamente nell’attività fisica o in una
situazione pericolosa come i muscoli scheletrici o il cuore
- stimolazione della glicogenolisi nel fegato e della lipolisi nel tessuto adiposo
- aumento della glicemia (conseguente al rilascio di glucosio dal fegato)
- inibizione dei processi non essenziali per la situazione (peristalsi nell’intestino,
secrezione enzimi digestivi)
- stimolazione della midollare del surrene a rilasciare adrenalina e noradrenalina

Gli effetti della stimolazione simpatica sono più duraturi e diffusi rispetto alle
stimolazioni parasimpatiche per 3 ragioni:
1. Gli assoni del neuroni postgangliari hanno molte ramificazioni, quindi possono
attivare più tessuti contemporaneamente
2. L’acetilcolinesterasi inattiva rapidamente l’acetilcolina, mentre la noradrenalina
rimane nella fessura sinaptica per più tempo
3. L’adrenalina e la noradrenalina rilasciate dalla midollare del surrene intensificano
e prolungano l’attività della noradrenalina rilasciata dai neuroni postgangliari
simpatici.

Funzioni del sistema nervoso parasimpatico

Il sistema parasimpatico induce l’organismo a digerire il cibo e a rilassarsi per


acquistare o conservare nuova energia a vantaggio del corpo.

Gli effetti più comuni sono:


- accumulo delle riserve energetiche
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- rallentamento del metabolismo basale


- stimolazione degli organi digestivi (ghiandole salivari, stomaco, pancreas)
- rallentamento del battito cardiaco
- costrizione dei bronchi e quindi minor frequenza respiratoria

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SISTEMA NERVOSO SOMATOMOTORE

Il sistema nervoso somatomotore controlla un solo tipo di organo effettore: i muscoli


scheletrici e i suoi neuroni efferenti sono chiamati MOTONEURONI.
La maggior parte dei muscoli scheletrici è soggetta ad un controllo volontario, per
questo esso è chiamato anche SISTEMA NERVOSO VOLONTARIO.

ANATOMIA DEL SISTEMA NERVOSO SOMATICO

In questo tipo di sistema nervoso un singolo motoneurone collega il SNC ad una fibra
muscolare scheletrica.
I motoneuroni si originano nel corno ventrale del midollo spinale o nei nuclei motori
del tronco encefalico.
Un singolo motoneurone innerva molte fibre muscolari, infatti il suo assone può
raggiungere un metro di lunghezza, ma ogni fibra è innervata da un solo
motoneurone che infatti forma un certo numero di PLACCHE NEUROMUSCOLARI.
L’unità motoria è il motoneurone e le fibre muscolari che innerva.

GIUNZIONE NEUROMUSCOLARE

La giunzione neuromuscolare è la sinapsi tra il motoneurone e la fibra muscolare.


I terminali dell’assone rilasciano acetilcolina e all’interno della placca motrice vi sono
molti recettori per questo neurotrasmettitore. Il potenziale d’azione può essere solo
eccitatorio.

DISFUNZIONI DEI MUSCOLI SCHELETRICI

La TOSSINA BOTULINICA è prodotta dal batterio Clostridium botulinum e blocca


l’esocitosi dell’acetilcolina dalle vescicole sinaptiche.

Il CURARO causa la paralisi muscolare dato che si lega ai recettori dell’ACh e li blocca.

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Gli AGENTI ANTICOLINESTERASICI riducono l’attività dell’acetilcolinesterasi,


rallentando la rimozione di ACh dalla fessura sinaptica. A bassi dosaggi si possono
utilizzare per rinforzare la contrazione muscolare.

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FISIOLOGIA DEL MUSCOLO

STRUTTURA DEL MUSCOLO SCHELETRICO


STRUTTURA A LIVELLO CELLULARE

 ANATOMIA, TESSUTO MUSCOLARE SCHELETRICO

STRUTTURA A LIVELLO MOLECOLARE

 ANATOMIA, TESSUTO MUSCOLARE SCHELETRICO

MECCANISMO CON CUI IL MUSCOLO GENERA FORZA


MODELLO DI SCORRIMENTO DEI FILAMENTI

 ANATOMIA, TESSUTO MUSCOLARE SCHELETRICO

CICLO DEI PONTI TRASVERSALI: COME FA IL MUSCOLO A GENERARE FORZA

 ANATOMIA, TESSUTO MUSCOLARE SCHELETRICO

ACCOPPIAMENTO ECCITAMENTO-CONTRAZIONE: COME SI ATTIVANO E


DISATTIVANO I MUSCOLI

 ANATOMIA, TESSUTO MUSCOLARE SCHELETRICO

METABOLISMO DEL MUSCOLO

I muscoli possono contrarsi in una frazione di secondo dopo che è arrivato lo stimolo
nervoso e di rimanere in attività per lungo tempo, ma per fare questo è necessario
che le cellule abbiano una grande scorta di ATP da poter utilizzare immediatamente.

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Ruolo del sistema creatina/creatinfosfato

A riposo un muscolo richiede poca ATP, ma appena inizia a contrarsi le richieste sono
maggiori e non può fare affidamento solo sulla riserva che la fibra muscolare
contiene.

L’ATP è prodotto nelle cellule muscolari dalla fosforilazione a livello del substrato e
dalla fosforilazione ossidativa.

Quando in una cellula aumenta il consumo energetico, le scorte di ATP si abbassano,


mentre quelle di ADP aumentano e questo porta ad una maggiore attività dei enzimi
che controllano le reazioni che forniscono ATP.
Queste reazioni avvengono un certo numeri di secondi dopo che la cellula ha iniziato
a contrarsi e per assicurare l’ATP necessaria nel frattempo i muscoli fanno
riferimento ad una scorta di fosfati che danno molta energia, il CREATINFOSFATO.
Esso cede il suo gruppo fosfato all’ADP per trasformarsi in ATP.

Quando una cellula è a riposo essa contiene una scorta di creatinfosfato sufficiente a
creare 4 o 5 volte la riserva di ATP, una riserva che consente al muscolo di mantenere
la sua attività fino a quando non viene prodotto altro ATP.

La reazione creatinfosfato + ADP è catalizzata dall’enzima CREATINCHINASI ed è una


reazione reversibile:
creatinfosfato + ADP  creatinchinasi  creatina + ATP

Le scorte di creatinfosfato sono comunque limitate, quindi può produrre ATP solo
per un limitato periodo di tempo.
Quando la contrazione finisce la scorta di creatinfosfato viene ripristinata a partire
dalla creatina.

Variazioni del metabolismo cellulare nel muscolo al variare dell’intensità


dell’esercizio

Quando il muscolo viene mantenuto in uno stato di attività moderata, ossia che il
rifornimento di O2 è sufficiente a soddisfare la richiesta, la maggior parte dell’ATP è
prodotta tramite la fosforilazione ossidativa.
Nei primi secondi dell’esercizio fisico, dopo aver utilizzato il creatinfosfato, i muscoli
fanno affidamento sulle scorte di glicogeno per ottenere glucosio come substrato
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energetico e quindi per produrre ATP. Man mano che l’esercizio prosegue i muscoli
vengono alimentati da glucosio e da acidi grassi provenienti dal sangue. Dopo circa
30 minuti i muscoli utilizzano solo gli acidi grassi.

In una attività intensa per la produzione di ATP, dopo aver utilizzato il creatinfosfato,
viene utilizzata la fosforilazione a livello del substrato, principalmente la GLICOLISI.
Da questo processo deriva la formazione di ACIDO LATTICO, che si accumula nel
tessuto muscolare e si riversa poi nel sangue.
È quest’ultimo a dare bruciore e dolore al termine dell’esercizio fisico.

MECCANICA DELLA CONTRAZIONE


Quando si utilizza lo stesso muscolo per attività diverse, la sua contrazione varia sia
per la forza che per la durata.

LA SCOSSA SINGOLA

Essa è la risposta meccanica di una sola cellula muscolare, di un’unità motoria o


dell’interno muscolo ad un solo potenziale d’azione.

Fasi della scossa singola

La scossa singola in forma isolata si manifesta solo in modo artificiale, a parte per la
chiusura delle palpebre: per farlo bisogna isolare un muscolo.

Se si applica un singolo stimolo elettrico di breve durata si vede che all’inizio la forza
contrattile aumenta, poi torna a zero.
Dallo stimolo si ha un PERIODO DI LATENZA, ossia un ritardo di pochi millisecondi tra
la comparsa del potenziale d’azione e l’inizio della contrazione.
Subito dopo si ha la FASE DI CONTRAZIONE, che dura dai 10 ai 100 millisecondi a
seconda del tipo di muscolo e termina fino al raggiungimento della tensione
massima. In questa fase la concentrazione di calcio nel citosol aumenta.
Dopo si ha la FASE DI RILASCIAMENTO, di solito la più lunga, la fase che va dal PICCO
DI TENSIONE alla fine della contrazione. In questa fase la concentrazione di calcio nel
citosol si riduce.
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Una delle proprietà della scossa singola è la riproducibilità: la stimolazione ripetuta


di un muscolo induce lo sviluppo di numerose scosse singole in successione, tutte
uguali le une alle altre, dato che anch’esse dipendono dal principio del tutto o del
nulla.

Le scosse variano da un muscolo ad un altro e determinate fibre hanno la proprietà


di sviluppare maggiore forza. Le fibre inoltre differiscono dalla velocità con cui
raggiungono il picco di forza.

Contrazione isometrica e isotonica

La differenza tra la contrazione isometrica e isotonica sta nella possibilità del


muscolo di accorciarsi o meno.
Se si dà una scossa singola ad un muscolo di cui un capo è fissato e l’altro è attaccato
ad un trasduttore di forza che fa un grafico della forza, si può notare la differenza.

Quando una contrazione è isotonica si genera una contrazione almeno pari alla forze
del carico e il muscolo si accorcia.
Per misurare quando un muscolo di contrae isotonicamente il capo inferiore del
muscolo non viene fissato, ma viene collegato ad un carico. Il grafico mostra un
periodo in cui la tensione si mantiene stabile, la FASE DI PLATEAU, è durante questa
fase che il muscolo si accorcia. Prima di questa fase la tensione aumenta, ma il
muscolo non riesce ad accorciarsi in quanto non si è ancora generata una forza
sufficiente ad aumentare il carico. La fase di plateau si verifica solo quando la
tensione prodotta è maggiore del carico. Al termine della fase di plateau il muscolo si
rilascia e torna a riposo.
La contrazione isotonica non è una contrazione tutto o nulla. Quando il peso del
carico aumenta, aumenta sia la tensione che ci vuole per la fase di plateau, sia il
periodo di latenza. Quando il carico eguaglia la forza massima che il muscolo può
sviluppare la contrazione diventa isometrica.
In realtà nell’organismo i muscoli non si contraggono in maniera isotonica rigorosa,
infatti il carico su di esso non è mai costante, dato che appena ci si muove la
posizione delle articolazioni cambia.

Quando un muscolo si contrae isometricamente, esso sviluppa tensione ma non si


accorcia, dato che la forza esercitata dal muscolo non è sufficiente a vincere il carico.
In questo caso entrambi i capi del muscolo devono essere fissati, in modo che non si
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può muovere. Quando viene data la scossa il muscolo genera tensione ma non si può
accorciare. Il grafico mostra che la tensione raggiunge il picco e poi si rilascia fino a
raggiungere il livello di riposo.
Nella contrazione isometrica i sarcomeri (COMPONENTE CONTRATTILE DEL
MUSCOLO CC) si accorciano lo stesso, il muscolo non si accorcia perché essi non
sono lunghi quanto l’intera fibra muscolare e quindi non trasmettono la forza ai capi
della cellula e del muscolo. La forza viene trasmessa attraverso le componenti
cellulari che connettono le miofibrille ai capi della cellula e poi viene trasmessa ai
tendini, che sono collegati al muscolo tramite il tessuto connettivo. Le parti del
muscolo che servono solo a trasmettere la forza sono chiamate COMPONENTE
ELASTICA IN SERIE CES.
Quando il muscolo si contrae isometricamente si accorciano i CC e si stira la CES.

VELOCITA’ DI ACCORCIAMENTO o VELOCITA’ CON CUI VARIA LA LUNGHEZZA


MUSCOLARE

Per determinare la velocità di accorciamento di un muscolo occorre stimolarlo a


contrarsi in modo isotonico esprimendo la lunghezza in funzione del tempo con
carichi diversi.
Questo grafico darà 3 risultati:
1. Periodo di latenza (aumenta con l’aumentare del carico)
2. Fase di accorciamento (diminuisce con l’aumentare del carico)
3. Velocità di accorciamento (diminuisce con l’aumentare del carico)

La velocità di accorciamento corrisponde alla pendenza iniziale di ciascuna curva.


Quando il carico è uguale alla tensione massima la velocità tenderà a zero.

FATICA MUSCOLARE

I vari muscoli differiscono tra loro anche per la capacità di resistere alla fatica, ovvero
una diminuzione progressiva di sviluppare una forza di contrazione costante nel
tempo, quando l’attività diventa ripetitiva e per tempi lunghi.

Essa si verifica principalmente quando un muscolo viene stimolato ad alta frequenza


e viene generata una forza maggiore.

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Le cause precise della fatica muscolare non sono conosciute fino in fondo, ma i tipi
diversi di attività inducono lo stato di fatica attraverso meccanismi differenti.

Nell’esercizio intenso si utilizzano le fibre glicolitiche che producono acido lattico.


Inoltre quando le contrazioni sono intense e mantenute nel tempo possono
comprimere i vasi che forniscono sangue al muscolo, riducendone o bloccandone del
tutto il flusso. Questo porta le cellule muscolari a produrre ancora più acido lattico
che altera i processi degli enzimi e interferisce con le attività metaboliche.
Il recupero completo si ha in qualche minuto o in qualche ora.

Nell’esercizio fisico a bassa intensità la fatica si verifica in quanto si esauriscono le


scorte energetiche, in particolare il glicogeno. Il recupero completo avviene in 24
ore.

L’esercizio pesante può portare alla FATICA NEUROMUSCOLARE, ossia quando lo


stimolo continuo dei motoneuroni porta ad un abbassamento dell’acetilcolina
all’interno delle terminazioni sinaptiche, quindi ad una scarsa funzionalità della
trasmissione sinaptica. Dopo questo tipo di esercizio si possono avere dolori dovuti a
microlesioni delle miofibrille e del sarcolemma delle fibre muscolari.
La fatica può essere anche una FATICA PSICOLOGICA o CENTRALE determinata per
esempio dalla motivazione che se è bassa rende incapace la corteccia di attivare i
motoneuroni.

DIVERSI TIPI DI FIBRE MUSCOLARI SCHELETRICHE


FIBRE RAPIDE E FIBRE LENTE

 ANATOMIA, TESSUTO MUSCOLARE SCHELETRICO

FIBRE GLICOLITICHE E FIBRE OSSIDATIVE

Questa divisione viene fatta in base alla capacità delle fibre di utilizzare una delle
due vie metaboliche per la produzione di ATP. Esse si trovano tutt’e due all’interno
del corpo, ma si distribuiscono in proporzioni variabili.

Le FIBRE GLICOLITICHE hanno un’elevata concentrazione di enzimi glicolitici e quindi


utilizzano la fosforilazione del substrato. Esse hanno un diametro maggiore e sono
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vascolarizzate solo da pochi capillari. Esse producono meno molecole di ATP rispetto
alle fibre ossidative a parità di substrato consumato. Le fibre glicolitiche producono
acido lattico come prodotto secondario, infatti il prodotto finale della glicolisi, il
PIRUVATO, viene prodotto più velocemente di quanto né è consumato e quindi si
accumula sotto forma di acido lattico. Esse sono chiamate anche FIBRE BIANCHE.

Le FIBRE OSSIDATIVE contengono molti mitocondri e producono ATP tramite la


fosforilazione ossidativa. Esse hanno un diametro più piccolo e sono ben
vascolarizzate, dato che utilizzano l’ossigeno per produrre ATP. Il diametro più piccolo
serve per far fare meno strada all’ossigeno per raggiungere i mitocondri. Esse
contengono la MIOGLOBINA che lega l’ossigeno in modo reversibile e da alle fibre il
colore rosso, per questo sono chiamate anche FIBRE ROSSE. In queste fibre non
viene prodotto l’acido lattico in quanto il piruvato che viene prodotto (bassissime
quantità) viene consumato circa alla stessa velocità con cui viene prodotto e il
rimanente viene convertito in acetil CoA.

FIBRE LENTE OSSIDATIVE, FIBRE RAPIDE OSSIDATIVE E FIBRE RAPIDE GLICOLITICHE

I muscoli contengono tutt’e tre questi tipi di fibre, ma in proporzioni diverse. Tutte le
fibre di un’unità motoria sono dello stesso tipo.

Le FIBRE LENTE OSSIDATIVE contengono un tipo lento di miosina e hanno un’alta


capacità ossidativa, dato che produce la maggior parte dell’ATP tramite la
fosforilazione ossidativa. Esse hanno il diametro più piccolo e sviluppano forze di
bassa entità.

Le FIBRE RAPIDE GLICOLITICHE contengono miosina di tipo rapido e hanno


un’elevata capacità glicolitica, infatti producono la maggior parte di ATP tramite la
glicolisi. Queste hanno il diametro più grandi e sviluppano forze maggiori.

Le FIBRE RAPIDE OSSIDATIVE contengono miosina di tipo rapido e hanno un’elevata


capacità ossidativa. Esse hanno proprietà intermedie tra le due precedenti.

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Risposte a lungo termine dei muscoli all’esercizio fisico

Per adattare la condizione fisica allo sport praticato, gli atleti si allenano in modo
duraturo per adattare il proprio corpo. Varierà sia la capacità del muscolo di
generare forza, sia la sua resistenza alla fatica.

L’esercizio aerobico aumenta la capacità ossidativa delle fibre muscolari,


aumentando quindi la resistenza alla fatica. In questo tipo di esercizio alcune fibre
glicolitiche verranno convertite in ossidative, ma il tipo di miosina non viene alterato.
Le fibre aumentano di dimensioni, aumenta il numero di mitocondri e aumenta la
vascolarizzazione del muscolo. Il diametro diminuisce, ma diminuisce anche la forza
massima che può generare la cellula.

L’esercizio anaerobico aumenta la capacità glicolitica delle fibre muscolari. Le fibre


diminuiscono di dimensioni e aumenta il numero di enzimi glicolitici, come il
diametro delle fibre, quest’ultimo avvia la sintesi di nuove miofibrille, ma non
tramite l’aggiunta di nuove fibre in quanto esse sono POST-MITOTICHE, ovvero non si
possono dividere se non in casi eccezionali. Questo riduce la resistenza alla fatica.

Se un muscolo non viene utilizzato, va incontro ad atrofia muscolare. L’età riduce la


forza massima che può raggiungere il muscolo.

PATOLOGIE DEL MUSCOLO


MISTENIA GRAVE

Con questa malattia autoimmune si ha un danno cronico e progressivo alle giunzioni


muscolari. Il sistema immunitario produce degli anticorpi che bloccano alcuni
recettori dell’acetilcolina.
I sintomi iniziali sono la debolezza dei muscoli oculari e dei muscoli della gola.
I farmaci utilizzati sono anti-acetilcolinesterasici.

DISTROFIA MUSCOLARE

È una malattia ereditaria e causa una progressiva degenerazione dei muscoli


scheletrici.
La forma più comune è la DISTROFIA DI DUCHENNE DMD, il cui gene mutante si
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trova sul cromosoma X. In essa il gene che codifica la proteina DISTROFINA che si
trova nel citoscheletro è mutato, quindi senza di essa il sarcolemma si lacera
facilmente durante la contrazione, causando la morte delle fibre muscolari.

CONTROLLO DELL’ATTIVITA’ DEL MUSCOLO SCHELETRICO


ATTIVITA’ DEI MUSCOLI SITUATI AI LATI OPPOSTI DELLE ARTICOLAZIONI

La maggior parte dei muscoli scheletrici sono collegati ad almeno due ossa tramite
tendini, che possono essere lunghi o corti in base al muscolo e alla sua funzione.
Quando un muscolo si contrae solitamente uno delle due ossa a cui è collegato si
muove, mentre l’altro rimane fermo: il punto di unione tra il muscolo e l’osso che
rimane fermo si chiama ORIGINE, mentre quello che si contrae INSERZIONE.

Un muscolo sviluppa forza solo contraendosi attivamente, ossia quando tira l’osso.
Il bicipite e il tricipite sono due MUSCOLI ANTAGONISTI, infatti quando si flette
l’avambraccio il bicipite si contrae e passivamente si rilascia il tricipite, mentre
quando si estende l’avambraccio avviene il contrario.
A volte però tutt’e due i muscoli antagonisti vengono contratti, per esempio questo
accade quando si deve irrigidire l’articolazione del gomito per trasportare un carico
pesante, in modo tale che la posizione non si perda.

RECETTORI MUSCOLARI PER COORDINARE L’ATTIVITA’ MOTORIA

All’interno dei muscolo ci sono dei recettori, o PROPRIORECETTORI, che misurano i


movimenti muscolari e le comunicano al SNC. I recettori sono di due tipi.

Fusi neuromuscolari o recettori di stiramento

Durante il riflesso da stiramento quando un muscolo si stira induce la contrazione


riflessa nel proprio gruppo muscolare. I recettori implicati in questo processo sono i
fusi neuromuscolari, che tengono conto della lunghezza del muscolo. Essi sono
paralleli rispetto ai muscoli e sono sottoposti alle stesse variazioni di lunghezza dei
muscoli.

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Essi sono formati da 2 a 12 fibre muscolari modificate chiamate FIBRE INTRAFUSALI,


circondate da tessuto connettivo e sono parallele alle fibre muscolari utilizzate nella
contrazione, ossia le FIBRE EXTRAFUSALI (innervate da motoneuroni α).
Al centro la regione è dilatata, REGIONE CENTRALE, ed essa misura le variazioni della
lunghezza muscolare.
Attorno alla regione centrale si trova la TERMINAZIONE ANULOSPIRALE (connessa a
fibre afferenti di tipo Ia), mentre a lato la TERMINAZIONE A FIORAME (connessa a
fibre afferente di tipo II) che però non si trova in tutti i fusi neuromuscolari.
Ai lati del fuso ci sono delle regioni striate che si possono contrarre chiamate
innervate dai MOTONEURONI γ.

Quando un muscolo si stira, si stirano anche le fibre intrafusali e questa azione attiva
i recettori, determinando un aumento della frequenza dei potenziali d’azione in
modo direttamente proporzionale al grado di stiramento.

Durante la contrazione volontaria i motoneuroni α e γ vengono attivati


contemporaneamente, ma dato che gli assoni dei motoneuroni α hanno un diametro
maggiore rispetto a quelli γ, i potenziali d’azione arrivano prima nelle fibre
extrafusali.
La contrazione delle fibre extrafusali determina un afflosciamento delle fibre
intrafusali e una diminuzione dei potenziali d’azione. Dopo pochissimo tempo però
le fibre intrafusali si contraggono per i motoneuroni γ, portando di nuovo in tensione
il fuso muscolare.
In questo modo il fuso può nuovamente rispondere agli stimoli.

Organi tendinei del Golgi OTG

Essi sono formate da capsule di tessuto connettivo intrecciato alle fibre collagene del
tendine. Gli OTG misurano la tensione del muscolo.

La contrazione del muscolo stira il tendine, attivando gli OTG e aumentando la


frequenza dei potenziali d’azione nelle fibre afferenti di tipo Ib.

Gli OTG si attivano anche quando il tendine si stira in modo passivo evitando che il
muscolo eserciti una forza eccessiva, infatti manda segnali al SNC e inibisce l’azione
dei motoneuroni sul muscolo controllato dagli OTG. Questo si chiama RIFLESSO
TENDINEO.
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FUNZIONI INTEGRATE DEL SNC


IL RIFLESSO

Il riflesso è una risposta automatica ad uno stimolo sensoriale (sobbalzare per un


rumore forte). Esso si può considerare come l’unità funzionale più elementare delle
funzioni del SNC.

I riflessi possono essere suddivisi in 4 gruppi:

1. SPINALI o CRANICI, rispetto a dove avviene l’elaborazione neuronale, se nel


midollo o nell’encefalo.
2. SOMATICI o AUTONOMI, se la via nervosa efferente è somatica, quindi che
coinvolge i muscoli scheletrici, o se la via nervosa è autonoma, quando i
segnali sono inviati dai neuroni vegetativi alle cellule muscolari lisce, cardiache
o alle ghiandole. Quest’ultimo tipo di riflessi si possono chiamare anche
VISCERALI O NEUROVEGETATIVI.
3. INNATI o CONDIZIONATI, se sono presenti dalla nascita o se la persona li
apprende da diverse esperienze.
4. MONOSINAPTICI o POLISINAPTICI, nei primi la via nervosa è formata da due
neuroni e una sinapsi, mentre nei secondi la via nervosa comprende più
neuroni e più sinapsi.

La via riflessa più semplice è chiamata ARCO RIFLESSO ed è formata da 5


componenti:
1. Un recettore
2. Un neurone afferente
3. Un centro integratore
4. Un neurone efferente
5. Un organo effettore
Ogni arco riflesso richiede un certo tempo per completarsi a causa:
- distanza del recettore dalla cellula nervosa
- tipo di fibra nervosa coinvolta
- tempo sinaptico (in base al numero si sinapsi coinvolte)
- distanza dell’organo effettore dalla fibra nervosa.

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Riflesso da stiramento

Esso è il riflesso più semplice, un esempio è il riflesso patellare dove il tendine


rotuleo è colpito con un martelletto di gomma e provoca l’estensione della gamba: è
spinale, somatico, innato e monosinaptico.

Il riflesso da stiramento è l’unico monosinaptico e il recettore coinvolto è il fuso


neuromuscolare.

Nel riflesso patellare si determina uno stiramento del quadricipite femorale che
eccita i suoi fusi neuromuscolari generando potenziali d’azione eccitatori nei neuroni
afferenti al midollo spinale che sono diretti ai neuroni efferenti che innervano il
quadricipite determinando la contrazione e lo stiramento della gamba.
I muscoli antagonisti della gamba nello stesso momento si rilasciano passivamente,
ma la loro contrazione potrebbe evitare l’estensione della gamba. Questo però non
succede perché il riflesso da stiramento contemporaneamente causa l’inibizione dei
muscoli posteriori della coscia. Infatti i neuroni afferenti che provengono dai fusi
neuromuscolari formano sinapsi inibitorie con interneuroni che innervano i
motoneuroni del muscoli flessori, causandone l’inibizione.

Le fibre collaterali di questi neuroni afferenti a livello del midollo spinale si


proiettano tramite sinapsi al cervello che utilizza le loro informazioni e quelle
provenienti da altri recettori per tenere sotto controllo la contrazione dei muscoli e
la posizione degli arti, questo genera un meccanismo di controllo a feedback che
permette al SNC di modulare i comandi rivoli ai muscoli scheletrici e svolgere in
modo corretto l’attività motoria.

Il riflesso da stiramento è utile per:


- correggere errori durante l’esecuzione dei movimenti
- mantenere il tono muscolare
- opporsi alla gravità mantenendo la postura

Tono muscolare: Alcune unità motorie rimangono attive anche quando il muscolo è
a riposo, ma le contrazioni non producono forza sufficiente per provocare uno
spostamento, servono solo a mantenere il muscolo in tensione. Questo stato di
tensione di un muscolo a riposo è chiamato TONO MUSCOLARE. Le singole fibre però
non sono stimolate costantemente, ma vengono stimolate a turno.
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Riflesso flessorio o di allontanamento

Quando un arto è sottoposto ad uno stimolo dolorifico si ha una retrazione dell’arto


automatica, questo è il riflesso flessorio.

Lo stimolo dolorifico è percepito dai NOCICETTORI, da cui i neuroni afferenti


trasmettono lo stimolo al midollo spinale e qui stabiliscono sinapsi eccitatorie con gli
interneuroni che eccitano i neuroni efferenti che innervano i muscoli scheletrici.
Attraverso la contrazione si ha l’allontanamento dell’arto e una volta attivato il
riflesso flessorio non si ha la contrazione dei muscoli antagonisti, per l’inibizione dei
motoneuroni degli stessi.

Il riflesso flessorio può essere controllato dal cervello che attiva interneuroni inibitori
del midollo spinale che inibiscono i neuroni che generano questo riflesso se le
influenze inibitorie superano quelle eccitatorie (per esempio quando si tocca una
tazza pregiata di tè bollente).

Riflesso estensorio crociato

Questo tipo di riflesso è evocato dal riflesso flessorio e permette di mantenere la


posizione. Infatti i neuroni afferenti dei nocicettori hanno collaterali che innervano i
muscoli dell’arto controlaterale, determinando la loro contrazione: quando un arto si
flette per uno stimolo doloroso, l’arto controlaterale si estende per mantenere la
posizione.

Movimenti ritmici: la locomozione

La partenza della locomozione si ha dai comandi delle vie discendenti (che sono
volontarie), così si attiva la flessione dei muscoli agonisti (e per riflesso l’inibizione di
quelli flessori). Poi si flette un arto e per riflesso si estende l’altro.

I CIRCUITI LOCALI SPINALI sono i generatori centrali di schemi motori, che generano
l’attività ritmica del movimento.

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IL CONTROLLO DEI MOVIMENTI VOLONTARI

Componenti neuronali per l’esecuzione di movimenti volontari fluidi

Per la corretta esecuzione di un movimento volontario occorre l’integrazione di


quattro componenti:
1. IDEAZIONE DI UN MOVIMENTO attraverso la corteccia cerebrale (area motoria
supplementare nel lobo frontale, aree associative nel sistema limbico)
2. REALIZZAZIONE DEL PROGRAMMA MOTORIO PER L’ESECUZIONE attraverso la
corteccia motoria primaria, le aree somatosensoriali, area motoria supplementare e
l’area premotoria nel lobo frontale.
3. ESECUZIONE DEL MOVIMENTO attivando i neuroni efferenti dei muscoli scheletrici
che si trovano nel corno ventrale del midollo spinale (MOTONEURONI INFERIORI). I
segnali inviati ai motoneuroni si originano sia nei TRATTI PIRAMIDALI che nei TRATTI
EXTRAPIRAMIDALI del SNC.
4. MECCANISMI A FEEDBACK PER LA CORRETTA ESECUZIONE che permette al SNC di
apportare continui miglioramenti all’attività contrattile tramite il cervelletto, il
talamo, i nuclei della base e alcuni nuclei del tronco encefalico.

Controllo corticale dei movimenti volontari

I TRATTI PIRAMIDALI sono vie dirette che dalla corteccia motoria primaria arrivano al
midollo spinale. Gli assoni di questi neuroni terminano nel corno ventrale del
midollo e si chiamato MOTONEURONI SUPERIORI. Alcuni fanno sinapsi con
motoneuroni, mentre altri con interneuroni.
Essi nel SNC a livello del bulbo formano le PIRAMIDI BULBARI. Essi emettono
collaterali che terminano in altre aree motorie. Sono coinvolti in movimenti precisi.

I TRATTI EXTRAPIRAMIDALI sono tutte le vie motorie al di fuori dei tratti piramidali e
formano connessioni dirette tra l’encefalo e il midollo spinale. Essi influiscono sui
muscoli del tronco, del collo e delle porzioni prossimali degli arti che sono implicati
nel mantenimento della postura e dell’equilibrio.

Con l’ELEBORAZIONE PARALLELA si realizzano contemporaneamente trasmissioni


dello stesso tipo di informazioni attraverso due vie neuronali diverse, ma non vi è
una ridondanza delle informazioni in quanto le informazioni sono diverse.

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Quando vi è un danno al sistema piramidale, il sistema extrapiramidale può in


qualche modo compensarlo.

Nel midollo spinale esistono diversi vie nervose che riguardano i movimenti volontari
con diverse funzioni:
- TRATTO RUBROSPINALE che porta gli impulsi nervosi dal nucleo rosso (che riceve
stimoli dalla corteccia e dal cervelletto) ai muscoli scheletrici controlaterali che
governano i movimenti volontari precisi delle parti distali degli arti superiori.
- TRATTO TETTOSPINALE che porta gli impulsi nervosi dal collicolo superiore ai
muscoli scheletrici controlaterali che muovono di riflesso la testa, gli occhi e il tronco
in risposta agli stimoli visivi e uditivi
- TRATTO VESTIBOLOSPINALE che porta gli impulsi nervosi dal nucleo vestibolare
(che riceve le informazioni dall’orecchio interno) ai muscoli scheletrici ipsilaterali del
tronco e delle parti prossimali degli arti per mantenere la postura e l’equilibrio in
risposta ai movimenti della testa
- TRATTO RETICOLOSPINALE MEDIALE E LATERALE che porta gli impulsi nervosi dalla
formazione reticolare ai muscoli scheletrici ipsilaterali del tronco e delle parti
prossimali degli arti per mantenere la postura e il tono muscolare in risposta ai
movimenti del corpo.

Nella corteccia sono implicate diverse aree nei movimenti volontari:


- AREA MOTORIA PRIMARIA: controlla il movimento grossolano controlateralmente
- AREA SUPPLEMENTARE: partecipa alla programmazione dei movimenti complessi e
contribuisce alla postura
- AREA PREMOTORIA: controlla la muscolatura assiale antigravitazionale, è coinvolta
nel mantenimento dell’equilibrio all’inizio del movimento.

Controllo della postura ad opera del tronco encefalico

Nel tronco encefalico vi sono numerosi nuclei in cui i neuroni si proiettano al midollo
spinale attraverso vie extrapiramidali, essi non possono dar luogo a movimenti
volontari ma sono coinvolti nella postura.

Esso utilizza le informazioni provenienti da diversi tipi di recettori che lo informano


sulla posizione del corpo e sulle forze che agiscono su di esso. Esso può far cambiare
posizione al corpo anche grazie agli stimoli visivi e uditivi.
I diversi tipi di recettori utilizzati sono di tre tipi:
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1. RECETTORI SENSORIALI (propriocettivi, visivi, vestibolari e uditivi) che posizionano


le varie parti del corpo in relazione all’ambiente e all’insieme
2. CENTRI SUPERIORI (nuclei vestibolari, cervelletto, sostanza reticolare, corteccia)
che integrano e rielaborano i dati
3. EFFETTORI (nuclei cranici oculomotori per la stabilizzazione visiva, midollo spinale
per la stabilità antigravitazionale)
La nausea e la vertigine si verificano quando il sistema visivo e vestibolare sono in
contrasto tra di loro.

Il ruolo del cervelletto nella coordinazione motoria

Il cervelletto è in grado di comparare i movimenti reali con quelli programmati


correggendoli e mantiene il tono muscolare a riposo, interviene nella
memorizzazione delle attività motorie.

Esso riceve le informazioni dalla corteccia riguardo ai movimenti programmati e


viene informato su come si stanno svolgendo i movimenti dalle aree corticali
sensomotorie della corteccia, dai nuclei della base, dal tronco encefalico e dal
midollo spinale.
Esso invia informazioni alla corteccia attraverso il talamo in modo da poter
modificare i movimenti.

Se si hanno lesioni cerebellari i movimenti complessi vengono scomposti ed eseguiti


a tratti, si ha un tremore intenzionale, si hanno problemi d’equilibrio e si tende a
cadere dalla parte del lato leso, si hanno alterazioni del tono muscolare e
dell’andatura, inoltre il linguaggio diventa lento e confuso dato che il cervelletto
controlla la produzione verbale.

I nuclei o gangli della base nel controllo motorio

I nuclei della base forniscono un feedback alla corteccia per lo sviluppo di strategie
motorie e per svolgere in modo coordinato i movimenti, nella memorizzazione dei
movimenti e nelle risposte automatiche.

Essi ricevono segnali dalla corteccia e li rinviano alla corteccia attraverso il talamo. In
questo modo la corteccia può ottimizzare i movimenti.
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Il morbo di Parkinson è un processo neurodegenerativo che riguarda il controllo


motorio. I pazienti hanno tremori a riposo (tremore muscolare), un andatura ricurva
e trascinante e i movimenti sono lenti e imprecisi (ipocinesia). Inoltre vi sono
disfunzioni cognitive dato che i nuclei della base sono coinvolti nei processi di
apprendimento e attenzione.
Esso si verifica per disfunzioni di comunicazione tra il tronco encefalico e i nuclei di
base.

MUSCOLO LISCIO
 ANATOMIA, TESSUTO MUSCOLARE

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LA FUNZIONE CARDIACA

PANORAMICA DEL SISTEMA CARDIOVASCOLARE


Le sostanze nutritive per le cellule provengono in gran parte dall’ambiente esterno e
spesso si trova ad una notevole distanza dalle cellule più profonde, quindi la
diffusione come metodo nutritivo non basta: il trasporto è reso veloce dal sistema
cardiovascolare.

Il sistema cardiovascolare o cardiocircolatorio è costituito da tre elementi:


1. CUORE che pompa il sangue nei vasi, ha funzioni sensoriali ed endocrine che
regolano i parametri cardiovascolari come la pressione sanguigna e il volume
plasmatico
2. VASI SANGUIGNI condotti attraverso i quali circola il sangue e aiutano a regolare la
pressione sanguigna e la distribuzione del sangue nel corpo. Sono formate dalle
ARTERIE, ARTERIOLE, CAPILLARI, VENULE, VENE.
3. SANGUE (5,5 l) un fluido che porta le sostanze nutritive e ormoni alle cellule di
tutto il corpo e ne allontana altre, agisce in collaborazione del sistema nervoso.

Il sistema cardiovascolare coinvolge il sistema nervoso, il sistema endocrino e i reni.

CIRCOLAZIONE DEL SANGUE ATTRAVERSO IL CUORE E I VASI


FLUSSO IN SERIE NEL SISTEMA CARDIOCIRCOLATORIO

Esso è costituito da due circuiti: il CIRCOLO POLMONARE (costituito dai vasi


polmonari che connettono i polmoni al cuore, il sangue fornito è proveniente dal
cuore destro e in essa la pressione è più bassa perché le arterie hanno pareti più
sottili) e il CIRCOLO SISTEMICO (costituito dai vasi che vanno alle altre parti del
corpo, il sangue fornito è proveniente dal cuore sinistro).

Tutt’e due i circoli contengono una densa rete di capillari chiamati LETTI CAPILLARI,
dove avvengono gli scambi di nutrienti e gas. Il sangue che lascia i capillari è il
SANGUE OSSIGENATO (sangue rosso), mentre quello che rientra nei capillari dopo
aver irrorato i tessuti è il SANGUE DEOSSIGENATO (sangue blu), ricco di anidride
carbonica prodotta dai tessuti.
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Quando il sangue circola si muove sia nel circolo polmonare che in quello sistemico,
e dopo ognuno torna nel cuore.

1. Il ventricolo sx pompa il sangue nell’aorta le cui diramazioni arrivano a tutti i


letti capillari di tutti i tessuti

2. Il sangue deossigenato torna al cuore dai tessuti sistemici tramite le VENE


CAVE (la vena cava superiore porta il sangue dal diaframma in su, mentre la
vena cava inferiore dal diaframma in giù).

3. Dall’atrio dx il sangue passa attraverso la valvola tricuspide al ventricolo dx

4. Il ventricolo dx pompa il sangue nel circolo polmonare tramite le arterie


polmonari (portano sangue deossigenato, ma sono chiamate arterie perché
escono dal cuore). Le arteriole polmonari forniscono il sangue ai letti capillari
che circondano gli alveoli

5. Dall’atrio sx il sangue passa al ventricolo sx tramite la valvola bicuspide e il


ciclo ricomincia.

FLUSSO IN PARALLELO NEL CIRCOLO SISTEMICO E NEL CIRCOLO POLMONARE

Il sangue passa nel circolo polmonare dal ventricolo dx nello stesso momento in cui
dal ventricolo sx passa il sangue nel circolo sistemico: il flusso in questi due circuiti
avviene in parallelo.

Nel circolo sistemico il sangue non passa da un organo a quello successivo, ma ogni
arteria che si dirama dall’aorta vascolarizza un organo o un tessuto e poi passa nelle
vene che confluiscono nella vena cava superiore o inferiore.

Anche il cuore è in parallelo come gli altri organi del circolo sistemico e il sangue
presente nelle camere cardiache non è in grado di rifornire tutti i nutrienti necessari
al cuore, quindi esso riceve la maggior parte del sangue dalle ARTERIE CORONARIE.
Una diminuzione del flusso delle coronarie provoca un attacco di cuore.

L’organizzazione in parallelo degli organi mostra due vantaggi:


1. Ogni organo è nutrito da un’arteria separata e il sangue che riceve è
completamente ossigenato (tranne che nel circolo tra l’ipotalamo e l’ipofisi

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anteriore, tra l’intestino e il fegato e nei reni ed è chiamato CIRCOLAZIONE PORTALE)


2. Il flusso verso ciascun organo può essere regolato e adeguato alle sue esigenze.

ANATOMIA DEL CUORE


Il cuore è un muscolo ed è contenuto nella CAVITA’ TORACICA , sopra il DIAFRAMMA,
un muscolo che lo separa dalla CAVITA’ ADDOMINALE. Esso è spostato dal piano di
simmetria verso sinistra, e si trova in mezzo ai due polmoni.
Ha le dimensioni di un pugno e pesa 300-350 g nell’uomo e nella donna 250-300 g.
E’ circondato da un sacco membranoso chiamato PERICARDIO che contiene il
LIQUIDO PERICARDICO, che lubrifica il cuore durante i battiti, l’infiammazione del
pericardio, la PERICARDITE, causa dolore dovuto all’attrito durante i battiti cardiaci.
In esso vi sono 4 valvole che assicurano che il sangue vada nella giusta direzione.

IL MIOCARDIO E LA PARETE CARDIACA

La parete del cuore è formata da tre strati:


1. L’EPICARDIO, lo strato esterno ed è un tessuto connettivo
2. Il MIOCARDIO, lo strato intermedio ed è un tessuto muscolare cardiaco
3. L’ENDOCARDIO, lo strato interno formato da cellule epiteliali

Il battito del cuore è un alternarsi in modo ritmico di contrazione e rilasciamento del


muscolo cardiaco. Quando un atrio o un ventricolo si contraggono, il muscolo
cardiaco si spinge verso l’interno comprimendo il sangue all’interno della camera,
questo fa aumentare la pressione nella camera ed è essa che fa spingere il cuore
valle. Quando il muscolo si rilascia la camera si espande e si riempie di sangue.

Il muscolo ventricolare è più spesso di quello atriale, infatti i ventricoli devono


pompare sangue anche in vasi molto lontani, quindi devono lavorare in maniera più
energica.
Nel ventricolo sx la muscolatura è più spessa che in quello dx perché il primo deve
sviluppare pressione maggiore, dato che deve inviare sangue a tutti i tessuti del
corpo, mentre il ventricolo dx solo ai polmoni.

Il BATTITO CARDIACO è un’onda di contrazione che si muove rapidamente attraverso


le fibrocellule muscolari cardiache in maniera coordinata. Gli atri si contraggono per
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primi spingendo il sangue nei ventricoli che si contraggono e lo spingono nei vari
organi, questo costituisce il CIRCOLO CARDIACO.

Il MUSCOLO ATRIALE e il MUSCOLO VENTRICOLARI sono ancorati allo SCHELETRO


FIBROSO DEL CUORE, un tessuto connettivo fibroso che li tiene separati.

VALVOLE CARDIACHE E FLUSSO SANGUIGNO UNIDIREZIONALE

Le pressioni durante il circolo cardiaco cambiano ed è il gradiente di pressione che


spinge il sangue, in questo modo il flusso di sangue in direzione opposta viene
impedito, ma viene impedito anche se il gradiente pressorio lo dovesse favorire
grazie alle 4 valvole cardiache.

Gli atri e i ventricoli di ciascun lato sono separati dalle VALVOLE ATRIOVENTRICOLARI
AV, esse si aprono e si chiudono grazie alle variazioni di pressione che avvengono ad
ogni battito cardiaco.
Quando la pressione nell’atrio è maggiore che nel ventricolo esse sono aperte,
mentre quando la pressione del ventricolo è maggiore che nell’atrio sono chiuse.
La valvola AV di sinistra è formata da due CUSPIDI di tessuto connettivo, per questo
motivo è chiamata VALVOLA BICUSPIDE o VALVOLA MITRALICA.
La valvola AV dx ha tre cuspidi, quindi è chiamata VALVOLA TRICUSPIDE.

Il PROLASSO è una condizione di pericolo che si può verificare quando la forza della
pressione nel ventricolo che agisce verso l’alto fa ribaltare la valvola nell’atrio, ma
questo normalmente non avviene in quanto le cuspidi sono agganciate a dei
filamenti di tessuto connettivo chiamato CORDE TENDINEE che si estendono dai
margini delle cuspidi fino ai MUSCOLI PAPILLARI, nel ventricolo. La pressione
ventricolare fa contrarre i muscoli papillari che tirano le corde tendinee e che a loro
volta tirano verso il basso le cuspidi valvolari, permettendo alle valvole di chiudersi
ermeticamente.
Inoltre le cuspidi sono ancorata anche ad anelli di tessuto connettivo formati dallo
scheletro fibroso.

Vi sono anche le VALVOLE SEMILUNARI poste tra i ventricoli e le arterie, una è la


VALVOLA AORTICA, mentre l’altra è la VALVOLA POLMONARE e il loro meccanismo è
simile alle valvole AV.

Tra atri e vene non vi sono ventricoli.


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MUSCOLO CARDIACO

 ANATOMIA, TESSUTO MUSCOLARE

ATTIVITA’ ELETTRICA DEL CUORE


IL SISTEMA DI CONDUZIONE DEL CUORE

La capacità di generare segnali elettrici è chiamata AUTORITMICITA’ ed è dovuta alle


CELLULE AUTORITMICHE che avviano e coordinano i battiti cardiaci.
Vi sono diversi tipi di cellule autoritmiche ed esse costituiscono il sistema di
conduzione del cuore.

Le cellule che originano la contrazione sono le CELLULE CONTRATTILI.

Cellule pacemaker del miocardio

 ANATOMIA, TESSUTO MUSCOLARE

Fibre di conduzione del miocardio

Le fibre di conduzione conducono velocemente i potenziali d’azione nel miocardio.


Esse sono diverse dalle fibre del miocardio comune perché sono di diametro più
grande e possono quindi condurre i potenziali d’azione più velocemente (4 m al
secondo)

Diffusione dell’eccitazione tra le cellule del miocardio

Il sistema di conduzione provoca un’onda di eccitazione che si muove prima


attraverso gli atri provocando la loro depolarizzazione e quindi la loro contrazione,
poi attraverso i ventricoli.

La rapida conduzione dei potenziali d’azione sono possibili grazie ai dischi intercalari

 ANATOMIA, TESSUTO MUSCOLARE

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Origine e conduzione dell’impulso durante un battito cardiaco

 ANATOMIA, TESSUTO MUSCOLARE

Controllo del battito cardiaco da parte delle cellule pacemaker

Il battito cardiaco è nella maggioranza delle volte generato dagli impulsi che si
originano nel nodo SA, solo raramente il nodo AV genera le contrazioni per due
motivi:
1. I potenziali d’azione, prima di arrivare ai ventricoli, passano nel nodo AV e lo
portano nel periodo refrattario.
2. Il nodo SA ha una frequenza di battito spontanea più alta rispetto a quella del
nodo AV.

Se il nodo SA smette di generare impulsi, quindi se scompare il battito, oppure se la


conduzione tra i nodi è bloccata però il nodo AV inizia a generare potenziali d’azione
che viaggiano attraverso il sistema di conduzione innescando la contrazione
ventricolare.

Se il nodo AV non riesce più ad attivare la contrazione ventricolare le cellule nelle


fibre di Purkinje, o CELLULE PACEMAKER IDIOVENTRICOLARI, assumono il controllo,
ma la loro frequenza cardiaca è di circa 30-40 impulsi al minuto.

DIFFUSIONE DELL’ECCITAZIONE ATTRAVERSO IL MUSCOLO CARDIACO

 ANATOMIA, TESSUTO MUSCOLARE

BASI IONICHE DELL’ATTIVITA’ ELETTRICA DEL CUORE

Attività elettrica nelle cellule pacemaker

Una cellula pacemaker è in grado di generare potenziali d’azione spontaneamente


perché il potenziale di riposo della membrana non è stabile, infatti dopo un
potenziale d’azione le cellule pacemaker iniziano a depolarizzarsi lentamente fino al
valore soglia. Queste depolarizzazioni lente sono chiamate POTENZIALI PACEMAKER.

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Questa loro caratteristica è possibile per le modificazioni della membrana plasmatica


agli ioni sodio, potassio e calcio.

1. La depolarizzazione lenta che avviene nelle prime fasi del potenziale


pacemaker è dovuta alla chiusura dei canali per il potassio e all’apertura dei
CANALI FUNNY che consentono agli ioni sodio e potassio di attraversare la
membrana. In questo modo la diffusione del potassio all’esterno della cellula
diminuisce, mentre la diffusione del sodio aumenta e così si innesca la
depolarizzazione spontanea.

2. I canali funny rimangono aperti solo per un breve periodo di tempo e si


chiudono quando il potenziale di membrana sta per raggiungere il valore
soglia. Intanto si aprono i canali per il calcio voltaggio-dipendenti chiamati
CANALI DI TIPO T che depolarizzano la cellula ancora di più ma rimangono
aperti per poco tempo.

3. Questa ulteriore depolarizzazione attiva l’apertura di canali per il calcio


voltaggio-dipendenti chiamati CANALI DI TIPO L che rimangono aperti per più
tempo e si inattivano lentamente. Il risultato è la rapida depolarizzazione della
cellula dato che i canali di tipo L causano anche l’ingresso del sodio nella
cellula.

4. La depolarizzazione fa aprire i canali per il potassio che riportano il potenziale


di membrana ai valori di riposo, questo fa iniziare a chiudere i canali di tipo L e
portando a termine il potenziale d’azione.

Attività elettrica nelle cellule cardiache contrattili

Il potenziale d’azione delle cellule contrattili è diverso da quelle pacemaker, inoltre


cambia in base alla regione in cui si trovano perché differiscono per il tipo e il
numero di canali ionici sulla loro membrana.

I potenziali cardiaci però hanno due caratteristiche in comune:


1. I canali voltaggio-dipendenti del potassio si chiudono in seguito alla
depolarizzazione
2. I canali voltaggio-dipendenti del calcio si aprono durante la depolarizzazione e
questo ha effetto sia sul potenziale di membrana che sulla contrazione delle cellule
cardiache.
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Il potenziale d’azione di queste cellule è più lungo e si può dividere in 5 fasi:

1. FASE 0 (DEPOLARIZZAZIONE): durante questa fase si ha una depolarizzazione


della membrana per l’apertura dei canali voltaggio-dipendenti per il sodio, che
più il flusso di sodio all’interno della cellula aumenta, più fa aumentare il
numero di canali per il sodio aperti aumentando la depolarizzazione.

2. FASE 1 (BREVE RIPOLARIZZAZIONE): i canali del sodio si inattivano, quindi il


potenziale di membrana torna ai valori negativi anche per il flusso degli ioni
potassio all’esterno della cellula. Ma questa ripolarizzazione fa scendere di
poco il valore, perché la depolarizzazione iniziata nella fase 0 ha fatto chiudere
i canali per il potassio chiamati CANALI RETTIFICANTI IN INGRESSO, e ha fatto
aprire i canali di tipo L per il calcio che aumentano il flusso di calcio all’interno
della cellula.

3. FASE 2 (FASE DI PLATEAU): i canali per il potassio rimangono chiusi, mentre


quelli per il calcio aperti, in questo modo la membrana rimane depolarizzata

4. FASE 3 (RIPOLARIZZAZIONE): alcuni canali per il potassio, chiamati CANALI


RETTIFICANTI TARDIVI, si aprono in riposta alla depolarizzazione, in realtà essi
erano già aperti nelle fasi 1 e 2, ma non influivano perché si aprono
lentamente. Il potenziale di membrana scendo verso i valori negativi e questo
porta ad aprire i canali rettificanti in ingresso aumentando il flusso di potassio
in uscita. I canali per il calcio si chiudono e così la membrana si ripolarizza
portando alla fine il potenziale d’azione.

5. FASE 4 (RIPOSO): il potenziale di membrana è vicino al potenziale d’equilibrio


del potassio, circa -90 mV.

Accoppiamento eccitazione-contrazione nelle cellule cardiache contrattili

Il potenziale d’azione si propaga attraverso le giunzioni comunicanti da cellula a


cellula e da queste passa attraverso la membrana plasmatica e i tubuli T.
Il potenziale d’azione provoca l’apertura dei canali per il calcio voltaggio-dipendenti
presenti sulla membrana plasmatica e il flusso di calcio all’interno della cellula fa
aprire anche quelli presenti sul reticolo sarcoplasmatico, grazie al fenomeno del
RILASCIO DEL CALCIO-INDOTTO.
Il calcio si lega alla troponina dei sarcomeri, spostando la tropomiosina dai siti di
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legame sull’actina per la miosina attivando il ciclo dei ponti trasversali.


Il rilasciamento del muscolo cardiaco richiede il rilascio del calcio dal citoplasma e
può avvenire in tre modi:
1. La pompa calcio-ATPasi sulla membrana del reticolo sarcoplasmatico trasporta
attivamente il calcio al suo interno, come nel muscolo scheletrico
2. La pompa calcio-ATPasi sulla membrana plasmatica trasporta attivamente il calcio
all’esterno della cellula
3. Lo scambiatore sodio-calcio sulla membrana plasmatica trasporta attivamente il
calcio all’esterno della cellula grazie al cotrasporto di sodio.
La tropomiosina senza più il calcio scivola sui siti di legame della miosina e la fibra si
rilascia.

REGISTRAZIONE DELL’ATTIVITA’ ELETTRICA DEL CUORE:


L’ELETTROCARDIOGRAMMA

L’elettrocardiogramma o ECG è un metodo non invasivo per monitorare l’attività


elettrica del cuore. Esso misura il flusso di corrente elettrica che attraversa il cuore
durante un ciclo cardiaco e viene misurato tramite elettrodi posti sulla cute. Dato
che l’attività elettrica del cuore è molto sincronizzata, i potenziali registrati saranno
onde ampie.

La scoperta dell’ECG va al fisiologo tedesco Willem Einthoven. La procedura per un


ECG è basata su un immaginario triangolo equilatero costruito attorno al cuore, e sul
suo triangolo simile i cui vertici saranno sui due bracci e sulla gamba sinistra
(triangolo di Einthoven).
Gli elettrodi che si trovano ai vertici di ogni lato, sono collegate a coppie ad un
misuratore di voltaggio, l’oscilloscopio o un registratore bipolare. Le coppie di
elettrodi si chiamato DERIVAZIONI e sono indicate con i numeri romani, uno è
positivo e uno è negativo.
Ogni derivazione misura la differenza di potenziale tra l’elettrodo negativo e quello
positivo: la derivazione I misura la ΔV tra il braccio sx e il braccio dx; la derivazione II
la ΔV tra la gamba sx e il braccio dx e la derivazione III misura la ΔV tra la gamba sx e
il braccio sx.
La direzione delle onde registrate, se sono verso l’alto o verso il basso, dipende dalla
ΔV registrata: se è positiva le onde sono verso l’alto, mentre se è negativa verso il
basso.
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Nell’ECG clinico gli elettrodi si trovano sia sulla gabbia toracica che sugli arti e viene
registrato su carta millimetrata con una velocità di 25mm/s.
Esso di solito mostra tre tipi di onde:
1. ONDA P che ha una deflessione verso l’alto per la depolarizzazione atriale
2. COMPLESSO QRS con delle deflessioni sia a punta verso l’alto che verso il basso e
sono correlate alla depolarizzazione ventricolare e alla fase 0 delle cellule contrattili
3. ONDA T con una deflessione verso l’alto per la ripolarizzazione ventricolare,
correlata alla fase 3 del potenziale d’azione delle cellule ventricolari.
La ripolarizzazione atriale con è descritta nell’ECG perché avviene in contemporanea
con il complesso QRS. In un tracciato normale tra un’onda e l’altra vi è una linea
orizzontale, la LINEA ISOELETTRICA, che indica che non vi sono cambiamenti
nell’attività elettrica.

L’ECG però non descrive solo il potenziale d’azione, ma anche il modo in cui viene
generato da tutte le cellule cardiache.
L’INTERVALLO P-Q o P-R indica il tempo compreso tra l’inizio dell’onda P e l’inizio del
complesso QRS ed è una stima del tempo di conduzione attraverso il nodo AV.
L’INTERVALLO Q-T (inizio complesso QRS e fine onda T) è una stima della sistole o
contrazione ventricolare.
L’INTERVALLO R-R rappresenta il tempo tra un battito cardiaco e il successivo.
La frequenza cardiaca può essere rilevata dividendo per 60 secondi l’intervallo R-R.

Le ARITMIE CARDIACHE sono anomalie dell’ECG:


La TACHICARDIA SINUSALE è causata da anomalie nello scariche anomale nel nodo
SA, si ha un’inversione dell’onda T e una frequenza cardiaca a riposo molto elevata
(100 battiti/min).
La BRACHICARDIA SINUSALE è sempre causata da scariche anomale nel nodo SA ed è
caratterizzata da una frequenza molto ridotta (50 battiti/min).
Nel BLOCCO CARDIACO DI I GRADO la conduzione attraverso il nodo AV è rallentata,
quindi l’intervallo P-Q è maggiore.
Nel BLOCCO CARDIACO DI II GRADO la conduzione attraverso il nodo AV non avviene
sempre, quindi i ventricoli non si contraggono e manca il complesso QRS e l’onda T.
Nel BLOCCO CARDIACO DI III GRADO la conduzione attraverso il nodo AV non
avviene mai, quindi vi è una dissociazione tra la contrazione atriale (che si contrae a
ritmo del nodo SA) e la contrazione dei ventricoli (che si contrae a ritmo del fascio di
His), ma questo è insufficiente a rifornire l’organismo d’ossigeno.

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Se il cuore viene depolarizzato da un evento esterno, il cui potenziale d’azione si


propagherà attraverso le giunzioni comunicanti in tutte le cellule, si parla di
EXTRASISTOLE: se avviene in un atrio si avrà una contrazione atriale prematura PAC
alla quale si susseguirà la contrazione di un ventricolo; mentre se avviene in
ventricolo ci sarà una contrazione ventricolare prematura PVC. Esse non hanno
molto significato clinico, a meno che non si verifichino spesso.

Le FIBRILLAZIONI CARDIACHE sono aritmie serie che si verificano quando il cuore


non riesce a mantenere la depolarizzazione sincronizzata: nella fibrillazione atriale
ogni cellula si depolarizza autonomamente rispetto alle altre e non riescono a
pompare sangue nel ventricolo, questo provoca debolezza e stordimento, ma non è
letale se comunque il ventricolo si contrae in modo efficiente, anche se aumenta la
possibilità che si possono formare coaguli ostruendo i vasi sanguigni; la fibrillazione
ventricolare può portare al decesso in pochi minuti dato che il ventricolo non è più in
grado di pompare sangue ai tessuti, i clinici devono defibrillare il cuore applicando
sulla gabbia toracica un’intensa corrente elettrica che raggiunge il cuore in modo da
depolarizzare tutte le cellule insieme dando al cuore un’attività sincrona.

CICLO CARDIACO
FASI DEL CICLO CARDIACO

Un ciclo completo comprende sia la contrazione ventricolare che il rilasciamento


ventricolare, per questo può essere diviso in SISTOLE (contrazione ventricolare) e
DIASTOLE (rilasciamento ventricolare).

1. FASE DI RIEMPIMENTO VENTRICOLARE: durante la seconda metà della


diastole, il sangue torna al cuore attraverso le vene sistemiche e polmonari,
entra negli atri che sono rilasciati, passa nelle valvole AV e riempie i ventricoli.
La pressione nelle vene è sufficientemente alta da spingere il sangue nel
cuore, e questo processo è chiamato RITORNO VENOSO. Durante il
riempimento le valvole semilunari sono chiuse. Il riempimento dei ventricoli è
chiamato RIEMPIMENTO VENTRICOLARE.

2. FASE DELLA CONTRAZIONE ISOVOLUMETRICA: all’inizio della sistole i ventricoli


si contraggono e aumenta la pressione al loro interno. Quando sia le valvole
AV che le valvole semilunari sono chiuse (perché la pressione all’interno degli
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atri non è ancora abbastanza grande da farli aprire) si ha la CONTRAZIONE


ISOVOLUMETRICA. Questa fase termina quando le valvole semilunari si
aprono.

3. FASE DELL’EIEZIONE VENTRICOLARE: durante la seconda parte della sistole il


sangue viene spinto nelle arterie (EIEZIONE VENTRICOLARE) e inizia così la
contrazione ventricolare. Durante l’eiezione la pressione raggiunge il picco
massimo e quindi inizia a diminuire, quando diventa più bassa della pressione
aortica le valvole semilunari si chiudono e inizia la diastole.

4. FASE DI RILASCIAMENTO ISOVOLUMETRICO: all’inizio della diastole il


ventricolo è rilasciato, anche se in esso è presente ancora un po’ di sangue
perché occorre un po’ di tempo per far rilasciare completamente il ventricolo,
ma prima che questo avvenga le valvole semilunari si chiudono.
Quando la pressione arriva a livello zero le valvole AV si aprono e riinizia il
ciclo cardiaco.

In una normale frequenza cardiaca (72 battiti/min) circa il 65% del tempo è speso
nella diastole così il cuore ha il tempo necessario per potersi riempire nuovamente di
sangue e inoltre ha il tempo per rilasciarsi più lentamente, in modo da non
affaticarsi.

PRESSIONE ATRIALE E PRESSIONE VENTRICOLARE

Le pressioni cardiovascolari sono misurate in mmHg, come la pressione atmosferica


che a livello del mare è circa 760 mmHg, ma in fisiologia si usa considerarla come
livello da cui partire, quindi uguale a zero.

Durante la seconda parte della diastole, la pressione ventricolare rimane molto


bassa fino alla fine della fase in cui si verifica un piccolo incremento dovuto alla
contrazione atriale. Subito dopo si verifica un ulteriore incremento di pressione
corrispondente all’inizio della sistole ventricolare.
Nell’inizio della diastole ventricolare la pressione torna vicino allo zero e nella
seconda parte il ventricolo si riempie passivamente del sangue proveniente dal
circolo polmonare o dalle vene cave, innalzando lievemente la pressione.

L’aumento della pressione atriale, verso la fine della diastole, indica l’inizio della
contrazione atriale, ma è un periodo di breve durata.
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PRESSIONE AORTICA

Durante la diastole il sangue non entra nell’aorta, ma il sangue lascia continuamente


l’aorta per irrorare i tessuti, quindi durante la diastole il volume ematico cala insieme
alla pressione. Il minimo raggiunto della pressione durante la diastole è chiamato
PRESSIONE DIASTOLICA PD.

Appena inizia la sistole la pressione continua a scendere fino a quando non si aprono
le valvole semilunari e inizia la fase di eiezione, in questa fase la pressione cresce
rapidamente perché il sangue che entra nell’aorta è maggiore di quello che la lascia.
In breve tempo l’eiezione diminuisce insieme alla pressione aortica, dopo aver
raggiunto il picco di pressione chiamato PRESSIONE SISTOLICA PS.

Alla fine della sistole quando la valvola aortica si richiude si ha un’incisura nella curva
della pressione, chiamata INCISURA DICROTA.

Il valore medio della pressione aortica è chiamato PRESSIONE ARTERIOSA MEDIA


MAP e rappresenta la forza che spinge il sangue nel circolo sistemico.

Durante la fase di eiezione la pressione aortica e quella ventricolare sono identiche


perché sono in comunicazione tra loro, ma durante la restante parte del ciclo
cardiaco le due pressioni differiscono tra di loro: la pressione ventricolare cade
rapidamente, mentre quella aortica diminuisce lentamente.
Durante la diastole la pressione aortica è più elevata di quella ventricolare, perché
l’aorta è capace di immagazzinare pressione durante la sistole che viene rilasciata
durante la diastole e permette al sangue di fluire nei tessuti.
La pressione viene immagazzinata perché i vasi sanguigni funzionano come serbatoi
di pressione, ossia durante l’eiezione il vaso si distende e la parete viene stirata
immagazzinando un po’ di energia proveniente dal cuore, questa energia è
immagazzinata sotto forma di pressione.

VOLUME VENTRICOLARE

Il volume ventricolare è rappresentato dal volume del sangue contenuto nel


ventricolo sinistro durante il ciclo cardiaco.

Durante la seconda parte della diastole il volume ventricolare aumenta rapidamente


all’inizio, poi sempre più lentamente. Alla fine della diastole vi è un piccolo
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incremento di volume dovuto alla contrazione atriale. Il volume ventricolare alla fine
della diastole è chiamato VOLUME TELEDIASTOLICO EDV ed è il volume massimo.

Il volume non cambia durante la fase isovolumetrica, ma inizia a diminuire all’inizio


della eiezione fino a quando la valvola semilunare non si chiude, poi rimane costante
fino a quando non si aprono le valvole AV. Il volume di sangue alla fine della sistole è
chiamato VOLUME TELESISTOLICO ESV, ed è il volume minimo.

La differenza tra EDV e ESV è il VOLUME DI EIEZIONE VENTRICOLARE SV, ed è il


volume pompato dal cuore ad ogni battito cardiaco.

SV = EDV – ESV

In media in condizioni di riposo il EDV è di circa 130 ml, mentre il ESV è di 60 ml.

130 ml – 60 ml = 70 ml

Il ESV dipende dalla forza di contrazione ventricolare, che può essere modulata dal
sistema nervoso autonomo tramite ormoni. L’aumento della forza di contrazione
potrebbe essere determinato dalla risposta lotta o fuggi.

La percentuale di quanto sangue viene pompato in ogni battito cardiaco rispetto al


volume è chiamata FRAZIONE DI EIEZIONE EF

EF = SV / EDV

70 ml / 130 ml = 0,54 = 54%

TONI CARDIACI

I rumori del ciclo cardiaco si possono ascoltare tramite fonendoscopio e sono i TONI
CARDIACI. Il tono cupo, di bassa frequenza è chiamato PRIMO TONO CARDIACO,
mentre quello più forte, acuto e breve è il SECONDO TONO CARDIACO. Essi
coincidono con l’inizio della sistole, quando le valvole AV si chiudono, e con l’inizio
della diastole, quando si chiudono le valvole semilunari.
Essi sono provocati dalla turbolenza e dall’urto del sangue contro le valvole quando
le loro cuspidi sono ravvicinate e pronte a chiudersi.

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GITTATA CARDIACA E IL SUO CONTROLLO


La capacità di portare sangue agli organi del sistema cardiovascolare è determinata
dalla frequenza con cui i ventricoli pompano sangue. A riposo i ventricoli pompano
circa 5 l di sangue al minuto.
La GITTATA CARDIACA CO è il volume di sangue pompato da un ventricolo in un
minuto, ed è espresso in l/min.

La frequenza cardiaca dei due ventricoli, ossia quante volte si contraggono in un


minuto, è la stessa perché si contraggono insieme.

La gittata cardiaca è determinata dalla FREQUENZA CARDIACA e dal VOLUME DI


SANGUE pompato dal ventricolo in ogni battito, chiamato VOLUME DI EIEZIONE
VENTRICOLARE.

CO (gittata cardiaca) = HR (frequenza cardiaca) x SV (vol. di eiezione ventricolare)

A riposo:

70 battiti/min x 0,07 l/battito = 5 l/min

La gittata cardiaca dx e sx sono uguali, quindi anche il volume di eiezione


ventricolare è uguale per i due ventricoli.

Il sistema nervoso è in grado di regolare la gittata cardiaca in quanto può agire sulla
frequenza e sulla forza di contrazione del muscolo cardiaco, inoltre la gittata è
influenzata dagli ormoni circolanti.
Il controllo della gittata cardiaca da fattori esterni al cuore è chiamato CONTROLLO
ESTRINSECO, mentre se è regolata da fattori che si originano nello stesso organo è
chiamato CONTROLLO INTRINSECO.
Il cuore è sottoposto sia ad un controllo estrinseco che intrinseco.

INNERVAZIONE DEL CUORE DA PARTE DEL SISTEMA NERVOSO AUTONOMO

Il sistema nervoso autonomo controlla il cuore e le sue fibre sono poste su quasi
tutte le regioni del cuore, esse regolano sia la frequenza cardiaca che il SV.
La maggioranza delle fibre appartiene al sistema nervoso simpatico, e nei ventricoli
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le fibre parasimpatiche sono molto scarse, infatti esso è governato molto di più dal
sistema nervoso simpatico.

FATTORI CHE INFLUENZANO LA GITTATA CARDIACA:


VARIAZIONI DELLA FREQUENZA CARDIACA

La HR dipende da molti fattori, anche biologici, come il sesso, l’età, le condizioni di


salute, il livello di attività muscolare e gli stati emozionali. La HR può in particolari
stati arrivare fino a 180 battiti/min.
In un’atleta molto allenato la HR in condizioni di riposo è di circa 50 battiti/min,
mentre nei bambini la HR è superiore rispetto agli adulti.

Controllo nervoso della frequenza cardiaca

Le cellule pacemaker del nodo SA ricevono gli impulsi dal sistema nervoso simpatico
e può modificare i potenziali d’azione generati da queste cellule.

I neuroni simpatici rilasciano noradrenalina che si lega ai recettori β1-adrenergici


delle cellule del nodo SA e attiva il cAMP come secondo messaggero che stimola
l’apertura dei canali funny e dei canali per il calcio di tipo T. La depolarizzazione
spontanea aumenta in velocità e la ripolarizzazione si fa più lenta. Così la frequenza
dei potenziali d’azione aumenta e si ha una maggior HR, così anche la gittata
aumenta.

I neuroni simpatici innervano anche il nodo AV aumentando la velocità di


propagazione dei potenziali d’azione, facendo così diminuire il ritardo di conduzione
tra gli atri e i ventricoli e accorciando il tempo impiegano per eccitare i ventricoli. In
questo modo la velocità della sistole si riduce.

L’aumentata attività dei neuroni parasimpatici sul nodo SA provoca la diminuzione


della frequenza dei potenziali d’azione. Essi rilasciano acetilcolina che si lega ai
recettori muscarinici provocando l’apertura dei canali per il potassio e la chiusura dei
canali funny e dei canali per il calcio di tipo T. In questo modo la velocità di
depolarizzazione diminuisce e la membrana si iperpolarizza, allontanando il
potenziale d’azione dal valore soglia. Il cuore così rallenta i suoi battiti e la gittata
diminuisce.

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I neuroni parasimpatici diminuiscono anche la conduzione dell’impulso attraverso il


nodo AV, aumentando il ritardo della conduzione tra atri e ventricoli e allungando il
tempo per eccitare i ventricoli. In questo modo aumenta la durata della sistole.

Controllo ormonale della frequenza cardiaca

L’adrenalina è importante nella regolazione della HR. Essa è secreta dalla midollare
del surrene quanto l’attività simpatica aumenta.
Essa fa aumentare la frequenza dei potenziali d’azione e aumenta la velocità di
conduzione dei potenziali d’azione, rinforzando gli effetti dell’attività simpatica.

Gli ormoni tiroidei, secreti dalla tiroide, l’insulina e il glucagone, secreti dal pancreas,
aumentano la forza di contrazione del muscolo cardiaco, e il glucagone aumenta
anche la frequenza cardiaca.

Controllo integrato della frequenza cardiaca

Le due divisioni del sistema nervoso autonomo sono attive contemporaneamente


sempre. L’attività varia secondo la logica del PUSH-PULL, il tira e molla, quindi
l’aumento dell’attività simpatica è accompagnato dalla diminuzione dell’attività
parasimpatica e viceversa, rinforzandosi a vicenda.

Il nodo SA spontaneamente genererebbe 100 bpm in assenza di influenze, quindi


l’attività parasimpatica agisce sempre in condizioni di riposo.

FATTORI CHE INFLUENZANO LA GITTATA CARDIACA:


VARIAZIONI DEL VOLUME DI EIEZIONE VENTRICOLARE

Esso è regolato da diversi fattori e può cambiare di momento in momento.

Influenza della contrattilità ventricolare sul volume di eiezione ventricolare

La contrattilità aumenta la forza di contrazione ventricolare, quindi aumenta anche il


volume di eiezione ventricolare e la gittata cardiaca.

Controllo nervoso simpatico della contrattilità ventricolare: quando aumenta


l’attività simpatica i ventricoli si contraggono con più forza e questo provoca
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l’aumento sia della pressione atriale che del volume del sangue che gli atri pompano
nei ventricoli.
I potenziali d’azione liberano noradrenalina che si lega ai recettori β1-adrenergici
sulle cellule contrattili e attiva il secondo messaggero cAMP. Quest’ultimo attiva le
protein chinasi che stimolano la contrattilità delle cellule aumentando l’apertura dei
canali per il calcio e aumentando la liberazione di calcio dal reticolo sarcoplasmatico.
Inoltre aumentano la velocità di scissione enzimatica della ATPasi miosinica,
aumentando così la velocità di formazione dei ponti trasversali. Infine aumentano la
velocità della pompa calcio-ATPasi nel reticolo sarcoplasmatico aumentando la
velocità di rilasciamento delle cellule contrattili.
In questo modo le cellule miocardiche si contraggono più velocemente e con più
forza.

Controllo ormonale della contrattilità ventricolare: gli ormoni che controllano la


contrattilità ventricolare sono l’insulina, il glucagone, gli ormoni tiroidei e
l’adrenalina, il più importante.
L’adrenalina si lega ai recettori β-adrenergici e influenza i livelli intracellulari di AMP
ciclico, aumentando la contrattilità miocardica e quindi aumentando il volume di
eiezione ventricolare e della gittata cardiaca.

Influenza del volume telediastolico sul volume di eiezione ventricolare:


la legge di Starling

La forza di contrazione ventricolare dipende dallo stiramento del miocardio


ventricolare quando il ventricolo si riempie di sangue.
Il controllo intrinseco della funzione cardiaca è spiegato dalla LEGGE DEL CUORE DI
STARLING: quando il flusso del sangue che torna al cuore dai vasi venosi varia, il
cuore adatta il flusso in uscita a quello in ingresso automaticamente.

Questa legge si basa sull’EFFETTO STARLING: se aumenta il volume telediastolico, la


forza di contrazione ventricolare aumenta, producendo un incremento del volume di
eiezione ventricolare e della gittata cardiaca. Se il volume telediastolico diminuisce,
anche la forza di contrazione ventricolare diminuisce, producendo una diminuzione
del volume di eiezione ventricolare e quindi della gittata cardiaca.

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L’effetto Starling si verifica per l’allungamento delle fibre muscolari del miocardio
causato dall’aumento del volume telediastolico. Lo stiramento delle fibre muscolari
provoca l’aumento della forza di contrazione in due meccanismi:
1. La lunghezza ottimale del sarcomero non viene mai raggiunta nel cuore sano,
quindi l’incremento del volume telediastolico porta all’allungamento delle fibre
sempre più vicino alla lunghezza ottimale, in questo modo si contraggono con forza
maggiore.
2. Lo stiramento delle fibre muscolari porta ad un aumento dell’affinità della
troponina per il calcio, quindi aumenta il numero dei ponti trasversali ad ogni
contrazione.

La curva di Starling: il grafico dell’effetto Starling è chiamato CURVA DI STARLING o


CURVA DELLA FUNZIONE CARDIACA. Se il volume telediastolico aumenta, aumenta
anche la lunghezza delle fibre miocardiche. Il volume di eiezione è una misura della
tensione del muscolo cardiaco, quindi se esso aumenta, aumenta anche la forza di
contrazione.
La differenza principale tra la curva lunghezza-tensione del muscolo cardiaco con
quella del muscolo scheletrico è che il sarcomero del muscolo cardiaco si contrae
sempre al di sotto della lunghezza ottimale, quindi la curva ha pendenza positiva.
La curva rappresenta solo cuori sani, mentre nelle persone il cui cuore è sempre
dilatato, gli stiramenti del muscolo cardiaco possono portare ad un indebolimento
del tessuto connettivo, aumentando così il volume telediastolico. Il volume in questo
caso diverrà talmente grande che la curva assumerà pendenza negativa, perché
all’aumento del volume telediastolico vi sarà una diminuzione del volume di eiezione
ventricolare.
La funzione cardiaca non può essere descritta da una sola curva di Starling, ma da
una famiglia di curve di Starling ciascuna delle quali dev’essere l’espressione di un
livello dell’attività simpatica.

Importanza della legge di Starling: se il ritorno venoso dovesse aumentare, mentre il


volume di eiezione ventricolare rimane costante il volume di sangue alla fine della
sistole nel ventricolo sarebbe aumentato, dilatandolo sempre di più ad ogni battito e
in questo modo il ventricolo non sarebbe più in grado di generare una pressione
sufficiente per spingere il cuore nelle arterie, arrivando all’INSUFFICIENZA
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CARDIACA.
Grazie alla legge di Starling il cuore regola la propria dimensione ad ogni battito.

Fattori che influenzano il volume telediastolico: il volume telediastolico è


determinato dalla PRESSIONE TELEDIASTOLICA o PRECARICO, dato che sviluppa
tensione (carico) sul miocardio prima che si contragga, ossia la pressione del sangue
contenuto nel ventricolo prima che inizia a contrarsi.
Quando il precarico aumenta, aumenta anche il volume telediastolico e quindi il
volume di eiezione ventricolare.
Il precarico dipende dal tempo di riempimento, dipendente dalla HR, dalla pressione
atriale, dipendente dal ritorno venoso, e dalla forza di contrazione atriale.

Influenza del postcarico sul volume di eiezione ventricolare

Il volume di eiezione ventricolare dipende anche dalla grandezza della forza che si
oppone alla forza di eiezione del sangue dai ventricoli.
Il ventricolo lavora contro la pressione arteriosa, e dato che essa si manifesta dopo
che la contrazione è avvenuta, è chiamata POSTCARICO.

Insufficienza cardiaca: essa è l’alterazione della funzione cardiaca, essa riduce la


capacità del cuore di mantenere la gittata adeguata. L’insufficienza può essere
dovuta ad una ischemia o all’infarto del miocardio dove muoiono le cellule
cardiache, quindi il cuore diventa più debole.

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VASI SANGUIGNI, FLUSSO EMATICO


E PRESSIONE DEL SANGUE

LEGGI FISICHE CHE REGOLANO IL FLUSSO DI SANGUE E LA


PRESSIONE SANGUIGNA
Il flusso di un liquidi è direttamente proporzionale al gradiente di pressione ΔP lungo
il condotto ed è inversamente proporzionale alla resistenza R al flusso

Flusso = ΔP / R

GRADIENTI DI PRESSIONE NEL SISTEMA CARDIOVASCOLARE

Il flusso di sangue attraverso il sistema cardiovascolare è un flusso di volume e la


forza che genera il flusso di volume è sempre il gradiente di pressione, e la direzione
del flusso è sempre dalla regione di alta pressione a quella di bassa pressione.

La velocità del flusso è in relazione della differenza di pressione, non del valore
assoluto di essa.

Gradienti di pressione nei circoli sistemico e polmonare

All’inizio del circolo sistemico, nelle arterie, la pressione è di circa 85 mmHg, mentre
a fine del circolo, nelle vene, la pressione è di 2-8 mmHg ed è definita PRESSIONE
VENOSA CENTRALE CVP. Il sangue fluisce nel circolo per la differenza di pressione tra
la pressione arteriosa media e la pressione venosa centrale.

Nel circolo polmonare il gradiente di pressione è minore rispetto al circolo sistemico,


dato che la pressione nelle arterie polmonari è di circa 15 mmHg. La pressione
venosa centrale è vicino allo zero.

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LA RESISTENZA NEL SISTEMA CARDIOVASCOLARE

Nel circolo sistemico e polmonare però deve circolare lo stesso volume di sangue,
quindi dato che il ΔP è minore, per far sì che il flusso sia uguale la R dev’essere
anch’essa minore.

La resistenza dei singoli vasi sanguigni

La resistenza più è elevata più fa circolare il sangue con più difficoltà. Essa dipende
dalle dimensioni del tubo (raggio e lunghezza) e dalla viscosità del fluido che vi
scorre.

Quando il vaso si restringe si parla di vasocostrizione, mentre quando si allarga


vasodilatazione; quando il raggio si restringe, la resistenza aumenta.
I vasi più lunghi hanno maggior resistenza dei vada più corti (nel circoli sanguigni il
vaso non cambia significatamente la sua lunghezza).
Il fluido più è viscoso e più la resistenza aumenta (il sangue impiega molto tempo per
cambiare la sua viscosità, determinata dai suoi elementi figurati e dalle proteine
plasmatiche contenute al suo interno).

La resistenza delle reti vascolari: resistenza periferica totale

In ogni rete vascolare il flusso totale aumenta all’aumentare del gradiente di


pressione e diminuisce se aumenta la resistenza.
La resistenza dipende da ogni vaso che costituisce la rete vascolare e nel circolo
sistemico la resistenza di tutti i vasi è chiamata RESISTENZA PERIFERICA TOTALE TPR.

RELAZIONE TRA GRADIENTI DI PRESSIONE E RESISTENZA NEL CIRCOLO SISTEMICO

Dato che tutto il sangue che si allontana dal cuore percorrerà il circolo sistemico, il
flusso è uguale al volume di sangue che scorre in ogni minuto, ossia alla gittata
cardiaca CO.

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Dato che il flusso di sangue è dovuto al gradiente di pressione, ossia alla differenza
tra la pressione arteriosa media MAP e la pressione venosa centrale (che si considera
come nulla). Inoltre la resistenza è la resistenza periferica totale TPR.

CO = MAP / TPR

PANORAMICA DEI VASI SANGUIGNI


Le arterie e le arteriole trasportano il sangue dal cuore verso i capillari, essi poi
convergono nelle venule e poi nelle vene, che riportano il sangue al cuore.

Le arteriole, i capillari e le venule costituiscono la MICROCIRCOLAZIONE perché si


possono osservare solo al microscopio.

Tutti i vasi sanguigni hanno una cavità chiamata LUME nella quale scorre il sangue.
Esso è rivestito dall’ENDOTELIO, un tessuto epiteliale.
Attorno al lume vi è una parete che a seconda del tipo di vaso cambia in spessore e
composizione: tranne che nei capillari la parete contiene muscolatura liscia e tessuto
connettivo fibroso e/o elastico. Il tessuto connettivo fibroso è formato da fibre
extracellulari costituite da collagene, che dà resistenza elastica alle pareti del vaso
facendo in modo che si possano distendere sotto la pressione del sangue. Il tessuto
connettivo elastico contiene fibre formate da elastina che permette ai vasi di
espandersi o contrarsi quando la pressione al loro interno cambia.

ARTERIE
Le arterie allontanano il sangue dal cuore e lo portano ai tessuti. L’arteria più grande
è l’aorta. Più le arterie sono grandi, meno offrono resistenza al flusso, così hanno il
compito soprattutto di conduzione del sangue. La loro parete contiene sia tessuto
connettivo fibroso che elastico.

Man mano che le arterie diventano più piccole il tessuto elastico diminuisce, ma la
muscolatura liscia aumenta, tanto che alcune arterie più piccole sono chiamate
ARTERIE MUSCOLARI. La muscolatura liscia permette di regolare il diametro delle
piccole arterie.

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LE ARTERIE: UN SERBATOIO DI PRESSIONE

Lo spessore della parete arteriosa e la presenza di abbondante tessuto elastico da


alle arterie una certa rigidità e una buona capacità di espandersi o contrarsi a
seconda dei cambiamenti della pressione in seguito alla contrazione ventricolare. Per
questo motivo sono definite SERBATOIO DI PRESSIONE, dato che assicurano che il
flusso continui a irrorare i tessuti anche quando il cuore non pompa sangue.

Anche se il flusso è continuo, si può sentire in varie parti del corpo il polso arterioso,
dovuto all’onda di pressione che viaggia lungo le arterie in conseguenza del sangue
spinto durante la sistole.

La COMPLIANZA nelle arterie dev’essere bassa, infatti un piccolo incremento di


volume del sangue causa una piccola espansione delle arterie ma provoca un’elevata
variazione della pressione. Se la complianza fosse alta, l’aumento di pressione
sarebbe molto inferiore.
Quest’attributo si ha perché le pareti dei vasi sono molto elastiche.

PRESSIONE ARTERIOSA

Durante la sistole, quando il sangue viene pompato dal ventricolo all’aorta, la


pressione ventricolare e la pressione dell’aorta sono uguali. Durante la diastole
invece la pressione aortica scende velocemente ed arriva ad un minimo. La
pressione dell’aorta è la PRESSIONE ARTERIOSA. La pressione arteriosa non
raggiunge mai lo 0 perché durante la diastole si ha il ritorno elastico delle pareti
dove il lume si restringe, sul sangue viene esercitata una forza che fa aumentare la
pressione.

Misurazione della pressione arteriosa

Quando si misura la pressione, quello che si ha è una stima della pressione e si


misura quella dell’arteria brachiale, dato che non si può misurare direttamente e

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praticamente quella dell’aorta, inoltre l’arteria brachiale non è lontana dal cuore e si
trova più o meno alla stessa altezza dell’aorta.

Lo strumento utilizzato è lo SFIGMOMANOMETRO, ossia un bracciale gonfiabile e un


dispositivo che permettete di misurare la pressione dell’aria all’interno del bracciale.
Inoltre si utilizza uno STETOSCOPIO per ascolta re le turbolenze del cuore.

La pressione viene trasmessa all’arteria brachiale dallo sfigmomanometro e quando


quest’ultima supera la pressione arteriosa durante la diastole il flusso sanguigno si
interrompe. Contemporaneamente si utilizza lo stetoscopio per ascoltare le
turbolenze del cuore nell’arteria brachiale.
Poi si apre una valvola che fa defluire l’aria dal bracciale, riducendo la pressione al
suo interno. Quando la pressione del bracciale arriva al di sotto della pressione
arteriosa sistolica, il sangue riprende a scorrere ma in maniera turbolenta creando
dei rumori, i SUONI DI KOROTKOFF. Quando quest’ultimi vengono avvertiti per la
prima volta la pressione misurata è la pressione arteriosa sistolica.
Quando la pressione del bracciale diventa più bassa della pressione arteriosa
diastolica il sangue scorre più lentamente e senza i suoni di Korotkoff, quando questi
ultimi scompaiono si misura la pressione arteriosa diastolica.

La pressione del sangue viene espressa come pressione sistolica su pressione


diastolica SP / DP, e in un soggetto giovane essa è 110/70.
La pressione del polso o pressione differenziale PP è data da

PP = SP – DP

110 mmHg – 70 mmHg = 40 mmHg

Quando la pressione differenziale è troppo alta, soprattutto negli anziani, può essere
dovuta alla SCLEROSI DELLE ARTERIE, dove le arterie diventano più spesse e più
rigide, riducendo la loro capacità elastica.

La pressione arteriosa media MAP è calcolata così:


SP+(2 x DP)
MAP =
3

110 +(2 x 70)


= 83,3 mmHg MAP
3

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La pressione media non è la media aritmetica dei due valori di pressione in quanto la
pressione aortica rimane attorno ai valori elevati per minor tempo rispetto ai valori
più bassi.

ARTERIOLE
Le arteriole, derivanti dalle arterie, possono sboccare in un letto capillare o in
METARTERIOLE, che poi a loro volta finiscono in un letto capillare.
Nella parete delle arteriole scarseggia il tessuto elastico, ma abbonda il muscolo
liscio che può far variare il lume del vaso contraendosi: in questo modo la resistenza
al flusso può essere regolata.

ARTERIOLE E RESISTENZA AL FLUSSO SANGUIGNO

Il 60% della resistenza periferica totale dipende dalle arteriole, anche se sono di
meno dei capillari.

Il gradiente di pressione in qualsiasi vaso del sistema circolatorio viene chiamato


CADUTA DI PRESSIONE, e la pressione nelle arterie è di circa 75-80 mmHg vicino ai
ventricoli, mentre quando il sangue arriva nelle arteriole la pressione subisce una
caduta di pressione arrivando a 35-40 mmHg. La caduta di pressione è così alta per
la resistenza al flusso sanguigno.

La resistenza al flusso delle arteriole, che può essere regolata, ha due scopi:

1. Regolare il flusso di sangue che fluisce nei letti capillari


2. Regolare la pressione arteriosa media

La muscolatura liscia è formata da fibre muscolari lisce di tipo unitario, le cellule


hanno giunzioni comunicanti che consentono una sincronizzazione della regolazione
della muscolatura. Queste cellule sono pacemaker: si depolarizzano
spontaneamente e si contraggono anche senza stimoli esterni, determinando così il
TONO ARTERIOLARE.

I meccanismi con controllo estrinseci sono le fibre del sistema nervoso autonomo e
gli ormoni che regolano la pressione arteriosa media; mentre i meccanismi di
controllo intrinseci sono i metaboliti locali che adeguano il flusso alle esigenze della
regione interessata.

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CONTROLLO INTRINSECO DELLA DISTRIBUZIONE DEL FLUSSO EMATICO AGLI


ORGANI

Le differenze di flusso attraverso gli organi devono dipendere dalle differenze nella
resistenza dei vasi, che stabiliscono quindi la gittata cardiaca.
La resistenza viene variata grazie alla contrazione o alla dilatazione delle arteriole.

Regolazione in risposta alle variazioni dell’attività metabolica: l’iperemia attiva

Le cellule del muscolo liscio delle arteriole rispondono alla variazione della
concentrazione di varie sostanze nel liquido extracellulare, come l’ossigeno,
l’anidride carbonica, il potassio e l’idrogeno.
Se l’attività metabolica aumenta, si ha vasodilatazione; mentre se diminuisce si ha
vasocostrizione.
L’aumento del flusso ematico in seguito ad un aumento dell’attività metabolica è
chiamato IPEREMIA ATTIVA. Esso è un controllo intrinseco in quando non vengono
coinvolti ormoni o nervi.

Regolazione in risposta alle variazioni del flusso sanguigno: l’iperemia reattiva

Le concentrazioni di metaboliti possono variare anche a causa di una variazione del


flusso sanguigno per esempio se il flusso sanguigno viene bloccato e si andasse in
shock circolatorio. L’aumento del flusso sanguigno in risposta ad un suo precedente
abbassamento è chiamato IPEREMIA REATTIVA.
L’unica differenza con l’iperemia attiva sta nella causa delle modificazioni delle
concentrazioni.

Regolazione in risposta allo stiramento della muscolatura liscia arteriolare: la


risposta miogena

In alcuni tessuti la muscolatura liscia delle arteriole risponde allo stiramento, quindi
è sensibile alle variazioni di pressione all’interno delle arteriole. Quando le fibre
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vengono stirate, le arteriole si contraggono. Questa è chiamata RISPOSTA MIOGENA,


ed è chiamata così quando le arteriole cambiano la loro resistenza al flusso in modo
intrinseco.

Il gradiente di pressione che guida il flusso all’interno di un organo o di un tessuto è


chiamato PRESSIONE DI PERFUSIONE. Se in un organo la pressione di perfusione
aumenta, aumenta anche il flusso sanguigno che fa aumentare la pressione
all’interno delle arteriole. Questo provoca uno stiramento delle pareti delle arteriole
che si contraggono e riducono il flusso. Se la pressione di perfusione si abbassa, nelle
arteriole si ha vasodilatazione.

Nella risposta miogena il flusso sanguigno rimane costante, e i controlli che lo fanno
rimanere tali sono chiamati AUTOREGOLAZIONE DEL FLUSSO.

Regolazione mediante la secrezione locale di messaggeri chimici

L’attività contrattile della muscolatura liscia delle arteriole è anche influenzata da una
serie di sostanze chimiche secrete dalle cellule endoteliali dei vasi sanguigni o da
cellule dei tessuti circostanti.
L’OSSIDO NITRICO è rilasciato dalle cellule endoteliali e promuove la vasodilatazione.
La sintesi di questa sostanza è stimolata dalla BRADICHININA e dall’ISTAMINA,
prodotte dai tessuti infiammati. Quando si ha un tessuto infiammato si nota il
rossore che è dovuto alla vasodilatazione dovuta all’ossido nitrico.
La PROSTACICLINA è un potente vasodilatatore.
L’ADENOSINA è un potente vasodilatatore a livello delle arterie coronarie.
L’ENDOTELINA-1 è un vasocostrittore.

CONTROLLO ESTRINSECO DEL DIAMETRO DELLE ARTERIOLE E PRESSIONE


ARTERIOSA MEDIA

I meccanismi di controllo intrinseci possono funzionare solo se nel frattempo i


meccanismi di controllo estrinseci mantengono un’adeguata pressione di perfusione,
assicurando così la giusta pressione arteriosa media.

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Il flusso è dato da F = ΔP x R
La formula equivalente è CO = MAP / TPR  MAP = CO x TPR
Dato che CO = SV x HR

MAP = SV x HR x TPR

Pressione arteriosa media = volume di eiezione ventricolare x frequenza cardiaca x


resistenza periferica totale

Se uno qualsiasi dei tre fattori cambiasse, influenza la pressione arteriosa media.

Controllo del diametro delle arteriole da parte del sistema nervoso simpatico

Quando il sistema nervoso simpatico aumenta l’attività, viene liberata noradrenalina


che si lega ai recettori α-adrenergici che si trovano sul muscolo liscio delle arteriole.
Essa attiva il sistema del fostatidilinositolo bisosfato come secondo messaggero,
attivando così la vasocostrizione.

La muscolatura liscia di alcuni tessuti, come quello cardiaco, oltre ad avere recettori
α-adrenergici ha anche recettori β2-adrenergici, ai quali però la noradrenalina di
solito non si lega. A questi ultimi recettori si lega però l’adrenalina secreta dalla
midollare del surrene dalla stimolazione simpatica. Essa si lega sia ai recettori α-
adrenergici che ai quelli β2-adrenergici.

I recettori α-adrenergici, sia che vengono stimolati da noradrenalina che da


adrenalina producono vasocostrizione, invece i recettori β2-adrenergici producono
vasodilatazione.

Quando l’adrenalina è presente a basse concentrazioni si lega di solito ai recettori β2-


adrenergici, mentre quando è presente ad elevate concentrazioni si lega ad entrambi
i recettori. L’effetto ottenuto è determinato da quale ormone è presente di più nel
tessuto: dato che nella maggior parte dei casi i recettori α-adrenergici sono maggiori
dei recettori β2-adrenergici elevate concentrazioni di adrenalina producono
vasocostrizione.

Il sistema nervoso parasimpatico non innerva la muscolatura liscia arteriolare, ad


eccezione dei genitali esterni dove produce vasodilatazione.

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Controllo ormonale della resistenza arteriolare

Vasopressina ADH: è un ormone secreto dall’ipofisi posteriore e la sua funzione


principale è quella di agire sui reni per evitare l’escrezione renale, per questo motivo
essa è chiamata anche ORMONE ANTIDIURETICO. Essa promuove vasocostrizione
nella maggior parte dei tessuti.

Angiotensina II: è una proteina che deriva da un precursore chiamato


ANGIOTENSINOGENO che è sempre presente nel plasma. La formazione
dell’angiotensina II avviene in due fasi: l’angiotensinogeno è convertito in
angiotensina I dalla renina, un enzima secreto dal rene; poi da angiotensina I diventa
angiotensina II grazie all’enzima di conversione dell’angiotensiva ACE, presente sulla
superficie interna dei vasi sanguigni, in particolare dei polmoni. Essa promuove la
vasocostrizione, aumentando la resistenza periferica totale e aumentando quindi la
pressione arteriosa media.

REGOLAZIONE INDIPENDENTE DEL FLUSSO SANGUIGNO

Durante l’esercizio fisico, la gittata cardiaca può aumentare di 5 volte, arrivando a


pompare 25 l al minuto.

Se si considera la percentuale del flusso diretta ai vari organi, sia a riposo che in
movimento, e poi la frazione della gittata ad essi diretta, si ha la distribuizione del
flusso sanguigno nei due casi.

A riposo il muscolo scheletrico e la cute ricevono circa il 20-25% del flusso, mentre in
movimento essi ricevono l’80-85%, togliendo il flusso all’intestino e allo stomaco.

CAPILLARI
I capillari sono le strutture principali dove avvengono gli scambi di nutrienti e di
cataboliti con il sangue ed i tessuti.

ANATOMIA DEI CAPILLARI

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I capillari sono i vasi più piccoli e più numerosi, sono quelli con la parete più sottile
(formata da uno strato di cellule endoteliali e uno di membrana basale) per ottenere
più rapidamente e più facilmente lo scambio di sostanze.

L’area della sezione capillare totale disponibile per lo scambio dei materiali supera i
600 m2, e i capillari non sono mai isolati, ma formano una fitta rete chiamata LETTO
CAPILLARE.

Il flusso sanguigno riduce la propria velocità quando il sangue entra nei letti capillari,
dato che la superficie di cui dispone è maggiore, questo permette un tempo
sufficiente per la diffusione o il trasporto attivo di sostanze attraverso la parete
capillare.

I capillari sono divisi in tre famiglie a seconda della loro permeabilità.

Capillari continui

Essi sono i capillari più comuni. Le cellule endoteliali sono ravvicinate fra loro, quindi
gli spazi tra le cellule sono ridotti, sono permeabili a piccole sostanze liposolubili
(ormoni steroidei, ossigeno, anidride carbonica), mentre sono un po’ meno
permeabili a piccole sostanze idrosolubili (sodio, potassio, glucosio, amminoacidi).
Questi capillari hanno una bassissima permeabilità a proteine e grosse molecole.
Le cellule endoteliali sono unite tra loro da giunzioni strette e desmodoni.

Si trovano nel muscolo scheletrico, nei polmoni e nei tessuti adiposi.

Capillari fenestrati

In questi capillari le cellule presentano dei pori relativamente grandi, chiamati


fenestrazioni che fanno passare proteine e grosse molecole.

Essi si trovano dove è necessario un rapido scambio si sostanze, come nell’apparato


digerente, nei reni, nel fegato (che permette la sintesi continua di proteine e la loro
immissione nel plasma) e nel midollo osseo (che consente l’ingresso in circolo di
cellule appena formate)

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Capillari discontinui o sinusoidi

Le cellule sono molto distanziate tra di loro e la membrana basale è praticamente


assente, questo facilita il passaggio di eritrociti tra le cellule endoteliali.
Presentano un lume ampio e un calibro non uniforme. Il sangue all’interno dei
sinusoidi si muove molto lentamente, prolungando al massimo il tempo per la
secrezione e l’assorbimento.

Si trovano nel midollo osseo, nella milza e nel fegato.

CONTROLLO LOCALE DEL FLUSSO SANGUIGNO ATTRAVERSO I LETTI CAPILLARI

Per regolare lo scambio di materiali si può modificare la quantità di sangue che


scorre nei letti capillari: questo è possibile perché in determinati punti vi è la
presenza di muscolatura liscia che si può contrarre o vasodilatare.

Molti tessuti hanno METARTERIOLE, che hanno una struttura intermedia tra i
capillari e le arteriole: hanno regioni isolate di muscolatura liscia collocati in punti
strategici e funzionano da bypass o SHUNT, collegando le arteriole alle venule e
permettendo il passaggio del flusso in questa direzione anche quando le arteriole
sono vasocostrette e non fanno passare il sangue nei capillari.

Se le metarteriole hanno una resistenza eccessiva perché si sono contratte molto, il


flusso nel letto capillare aumenta, mentre se la resistenza è bassa, il flusso nel letto
capillare diminuisce.

La muscolatura delle metarteriole viene controllata dall’attività metabolica locale e


non è chiaro se esista o meno un’innervazione simpatica in questa muscolatura.

Il flusso nei capillari viene controllato anche dalla muscolatura liscia che circonda
l’estremità arteriolare dei capillari, questo punto è lo SFINTERE PRECAPILLARE che si
può contrarre aumentando la resistenza nei capillari. Esso può anche essere regolato
dall’attività metabolica.

MOVIMENTO DI SOSTANZE ATTRAVERSO LE PARETI DEI CAPILLARI

Scambi attraverso le pareti dei capillari

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I capillari differiscono in termini di permeabilità in base alle dimensioni della


molecola e al grado di liposolubilità.

I capillari continui sono permeabili alle sostanze liposolubili perché esse si


diffondono attraverso la membrana delle cellule endoteliali. Invece per quanto
riguarda le sostanze idrosolubili essi sono passano con più difficoltà in quanto
devono muoversi attraverso canali pieni d’acqua.
I capillari continui però possono far passare anche determinate proteine, le
PROTEINE INTERSCAMBIABILI per mezzo della transcitosi.
Le sostanze passano in base ai propri gradienti elettrochimici.

Nell’encefalo le cellule endoteliali dei capillari sono collegate tramite giunzioni


strette che bloccano il movimento di piccole sostanze idrosolubili da cellula a cellula.
Alcune sostanze però possono passare da cellula a cellula tramite il trasporto
mediato.

Flusso di massa attraverso le pareti dei capillari

Il liquido da scambiare si sposta dal sangue al LEC tramite il processo di filtrazione,


viceversa si sposta dal LEC al sangue tramite l’assorbimento. La funzione di questi
processi è quella di mantenere l’equilibrio tra il plasma e il LEC.

Se il liquido si accumula nei tessuti si ha la formazione di un EDEMA.

La direzione del flusso è regolata dalle FORZE DI STARLING che sono regolate da 4
fattori:

1. PRESSIONE IDROSTATICA CAPILLARE PCAP: dovuta alla pressione idrostatica del


liquido all’interno del capillare
2. PRESSIONE IDROSTATICA DEL LIQUIDO INTERSTIZIALE PIF
3. PRESSIONE OSMOTICA CAPILLARE πCAP: dovuta alla presenza di soluti non
permeabili
4. PRESSIONE OSMOTICA DEL LIQUIDO INTERSTIZIALE πIF: dovuta alla presenza di
soluti non permeabili

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Pressioni idrostatiche: Quando si crea un gradiente di pressione idrostatica


attraverso la barriera semipermeabile dei capillari, l’acqua tende a muoversi dalla
pressione maggiore a quella minore.

La PCAP favorisce il processo di filtrazione, ma essa all’inizio del capillare (vicino


all’arteriola) è maggiore rispetto alla parte finale del capillare (vicino alla venula).

La PIF favorisce l’assorbimento. Essa all’esterno del capillare è molto bassa e le sue
variazioni sono spesso nulle o comunque scarse.

Pressioni osmotiche: quando vi è un gradiente di pressione osmotica attraverso la


parete capillare, l’acqua tende a muoversi dalla sede dove la pressione osmotica è
più bassa verso la sede in cui è più alta (dalla concentrazione di soluto più bassa a
quella più alta).

Il sodio e il glucosio sono presenti in misura uguale nel plasma e nel LEC, quindi non
contribuiscono al flusso. Al flusso invece contribuisce la differenza di concentrazione
delle proteine COLLOIDI e la pressione esercitata da esse è chiamata PRESSIONE
COLLOIDOSMOTICA o PRESSIONE ONCOTICA.

La concentrazione di proteine nel plasma è maggiore che nel LEC, il gradiente di


pressione oncotica è sempre diretto verso l’esterno del capillare.

Pressione netta di filtrazione: essa determina il movimento dell’acqua attraverso la


parete capillare. Dato che la PCAP e la πIF favoriscono il processo di filtrazione, mentre
la PIF e la πCAP favoriscono il processo di assorbimento, la pressione netta di filtrazione
ha questa formula:

Pressione netta di filtrazione = pressione di filtrazione – pressione di assorbimento

PNF = (PCAP + πIF) – (πCAP + PIF)

Quando il risultato è positivo il liquido va dal capillare al LEC e si ha la filtrazione,


mentre quando è negativo va dal LEC al capillare e si ha l’assorbimento.

Fattori che influenzano la filtrazione e l’assorbimento attraverso i capillari


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La velocità di filtrazione o di assorbimento è determinata da tutti i fattori che


influenzano i gradienti di pressione osmotica e idrostatica e quindi la PNF.

In condizioni normali il volume di liquido filtrato è di circa 20 l al giorno, di cui 3 l


sono filtrati, mentre 17 l assorbiti.

I 3 l di liquido filtrato sono restituiti dal LEC al sistema cardiovascolare attraverso il


SISTEMA LINFATICO.

L’equilibrio tra filtrazione e assorbimento può essere alterato da alcuni eventi


quotidiani, come quando una persona si alza in piedi, e da alcune patologie, come
quando la cute è tagliata o presenta un’abrasione o malattie del fegato.

Edema: alcune patologie cardiache possono provocare un edema polmonare, ossia


un accumulo di liquido a livello dei polmoni. Esso è conseguente dell’insufficienza
cardiaca che fa aumentare la pressione venosa. Si nota nelle parti distali del corpo,
come polsi e caviglie, e la situazione è definita INSUFFICIENZA CARDIACA
CONGESTIZIA.

Le cause dell’edema possono essere:


- Aumento PCAP
- Aumento πIF (danni tissutali, istamina)
- Riduzione πCAP (malattie fegato, malattie renali)
- Insufficienza cardiaca

L’edema può essere di due tipi:

1. LOCALIZZATO: se vi è un’ostruzione del letto venoso (trombi), un’ostruzione


dei vasi linfatici (metastasi), un aumento della permeabilità capillare e
venulare (infiammazione o reazione allergica)
2. GENERALIZZATO: sei vi è un’insufficienza renale cronica (accumulo di sodio nel
LEC), o un’insufficienza cardiaca congestizia (aumento di sodio o di acqua) o
nelle malattie epatiche e nella sindrome nefrotica.

VENULE

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I capillari convergono a formare le venule, che sono più piccole delle arteriole e la
loro parete contiene poca o addirittura niente muscolatura liscia e hanno uno
spessore 6 volte più piccolo delle arteriole. La loro parete è costituita da un singolo
strato di tessuto epiteliale dotato di pori per consentire lo scambio tra LEC e sangue.

VENE
Le venule convergono a formare le vene che hanno lo stesso diametro delle arterie,
ma la loro parete è spessa circa la metà. Le vene più importanti, come la VENA CAVA
ha un diametro che è anche superiore a quello dell’aorta.

Lo spessore basso della parete è dovuto al fatto che la pressione venosa è molto
bassa. Le pareti contengono muscolatura liscia e tessuto connettivo fibroso ed
elastico.

Le vene hanno VALVOLE UNIDIREZIONALI che consentono al sangue di fluire verso il


cuore, evitando il reflusso. Le valvole sono presenti nelle vene fuori dalla cavità
toracica, le VENE PERIFERICHE, ma sono assenti nelle vene della cavità toracica, le
VENE CENTRALI.

LE VENE: UN SERBATOIO DI VOLUME

La funzione di essere un serbatoio di volume è correlata alla loro complianza. Esse


hanno una complianza elevata, quindi un piccolo incremento di pressione al loro
interno provoca un grande aumento di volume. Questo fa in modo che le vene
possano adattarsi ad elevati incrementi di volume ematico grazie alle loro pareti
sottili e facilmente estensibili.

In condizioni normali, il 60% del sangue è contenuto nelle vene, ma in condizioni


particolari il sangue può spostarsi alle arterie grazie al ritorno venoso.

FATTORI CHE INFLUENZANO LA PRESSIONE VENOSA CENTRALE E IL RITORNO


VENOSO

La forza che determina il ritorno venoso è il gradiente di pressione che si stabilisce


tra le vene periferiche e l’atrio dx, ed è di circa 15 mmHg. Se la pressione venosa
aumenta, il ritorno venoso sale.
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I fattori che influenzano il ritorno venoso sono 4:

La pompa muscolare scheletrica

Quando i muscoli scheletrici si contraggono, comprimono le vene che scorrono nel


tessuto, innalzando la pressione venosa. L’incremento di pressione forza le valvole
unidirezionali più distali a chiudersi, evitando che il sangue scorra all’indietro, e le
valvole più prossimali ad aprirsi, in modo che il sangue possa fluire verso il cuore.

Quando i muscoli si rilasciano, e la pressione scende, le valvole più distali si aprono


così il sangue può scorrere all’interno delle vene che prima erano state compresse.
Inoltre le valvole più prossimali si chiudono così il sangue non si allontana dal cuore.

I muscoli così agiscono come pompe o cuori ausiliari che aiutano la progressione del
sangue verso le vene centrali e il cuore. Ogni attività fisica, anche camminare,
promuove un aumento del ritorno venoso e quindi della gittata cardiaca.

La pompa respiratoria

Il movimento respiratorio che accompagna l’esercizio fisico facilita il ritorno venoso.

Quando si inspira, il diaframma va verso il basso, la gabbia toracica si espande, si


abbassa la pressione nella cavità toracica e aumenta quella nella cavità addominale.
Il gradiente di pressione che si crea promuove il movimento del sangue dalle vene
addominali alle vene centrali, aumentando così la pressione venosa centrale.

Durante l’espirazione la pressione toracica aumenta e diminuisce quella addominale,


creando un gradiente di pressione che teoricamente dovrebbe far fluire il sangue
dalle vene centrali a quelle addominali, ma questo è impedito dalla chiusura delle
valvole nelle vene addominali. L’aumento della pressione toracica favorisce il
movimento del sangue alle vene centrali del cuore, facendo aumentare la gittata
cardiaca.

Volume ematico

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L’incremento del volume ematico produce un aumento della pressione venosa, e


viceversa. Il volume ematico può diminuire per un’emorragia o per disidratazione e
questo provoca una diminuzione della pressione venosa centrale, del ritorno venoso,
del volume telediastolico, della gittata cardiaca e della pressione arteriosa media.

L’IPERTENSIONE è spesso dovuta ad alterazione delle escrezioni del rene di acqua e


Sali, provocando una ritenzione di fluidi nel corpo: questo aumenta il flusso ematico
e quindi aumenta la pressione arteriosa media.

La riduzione del flusso ematico produce dei meccanismi riflessi che agiscono per
ridurre l’eliminazione di acqua con l’urina e attiva dei centri che fanno sentire sete
nell’ipotalamo, inducendo l’individuo a bere.

Quando per esempio una persona si sta in piedi per molto tempo, si ha una STASI
VENOSA, ossia un accumulo di sangue nelle vene che fa diminuire la pressione
venosa centrale perché il sangue al posto di andare nel cuore rimane nelle vene. Lo
svenimento è importante perché la persona si sdraia e il sangue comincia a fluire
normalmente.

Tono venomotorio

La muscolatura liscia delle vene può contrarsi o rilasciarsi in seguito agli stimoli del
sistema nervoso simpatico e da agenti chimici. Il sistema nervoso simpatico agisce
sulla vasocostrizione delle vene e fa aumentare così la tensione della parete, questo
è il TONO VENOMOTORIO.

L’aumento del tono venomotorio ha due effetti:

1. La costrizione delle vene fa aumentare la pressione del sangue e questo


facilità il ritorno al cuore, aumentando così il volume di eiezione ventricolare.
2. L’aumento della tensione ventricolare fa diminuire la complianza delle vene,
facendo così aumentare la pressione venosa centrale e quindi il volume di
eiezione ventricolare.

L’incremento del tono venomotorio quindi fa aumentare la gittata cardiaca e quindi


la pressione arteriosa media.

Quando la pressione arteriosa cala, come dopo un’emorragia, i nervi vasocostrittori


aumentano la loro attività facendo innalzare la pressione arteriosa media.
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SISTEMA LINFATICO
I tre litri che ogni giorno vengono filtrati dai capillari, poi entrano nel sistema
linfatico, ossia una rete di DOTTI che decorrono in tutto il corpo. Il liquido viene poi
ricondotto al sistema cardiovascolare. Il liquido all’interno è la LINFA, di color
trasparente tendente al giallastro.

Il liquido entra nel sistema linfatico grazie ai CAPILLARI LINFATICI, le cui pareti hanno
grossi pori che consentono il passaggio di acqua, piccoli e grossi soluti e proteine. Dai
capillari la linfa si muove verso dotti più grossi, le VENE LINFATICHE fino a
raggiungere uno dei due dotti che sboccano nel sistema circolatorio: il DOTTO
LINFATICO DESTRO e il DOTTO TORACICO.

Il liquido linfatico scorre grazie alla contrazione della muscolatura liscia delle pareti e
dei dotti più grossi che hanno valvole unidirezionali. Inoltre le contrazioni dei muscoli
scheletrici comprimono i vasi linfatici.

In determinati punti del sistema linfatico la linfa passa attraverso i LINFONODI, che
filtrano ogni particella del liquido linfatico trattenendo batteri o altri corpi estranei
grazie ai macrofagi.

PRESSIONE ARTERIOSA MEDIA E SUA REGOLAZIONE


I fattori che influenzano il flusso sanguigno diretto ad un organo sono:

1. PRESSIONE ARTERIOSA MEDIA MAP


2. RESISTENZA DELL’ORGANO

Per far si che il flusso ad un organo sia adeguato, è necessario che tutto l’organismo
conservi un’adeguata MAP e ogni sua diminuzione comprometterà il flusso di sangue
ad ogni organo.

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FATTORI CHE DETERMINANO LA MAP: FREQUENZA CARDIACA -HR, VOLUME DI


EIEZIONE VENTRICOLARE –SV E RESISTENZA PERIFERICA TOTALE -TPR

Secondo la formula MAP = HR x SV x TPR la MAP dipende da questi tre fattori e


aumenta all’aumentare di ognuno.

Quando la MAP è stazionaria il sangue entra ed esce dall’aorta alla stessa velocità,
quindi il volume si sangue contenuto non cambia.

Se la MAP aumenta in seguito ad un aumento della gittata cardiaca (quindi se


aumenta la HR o il SV) e la TPR rimane costante, il sangue entra più velocemente
nell’aorta di quanto non ne esca, quindi il volume di sangue aumenta e le pareti si
espandono, aumentando quindi la pressione esercitata sul sangue MAP.

Se aumenta la TPR, mentre la gittata rimane costante, il flusso di sangue entra più
velocemente di quanto non ne esca, le pareti dell’aorta si espandono e quindi
esercitano pressione sul sangue e la MAP si alza.

REGOLAZIONE DELLA PRESSIONE ARTERIOSA MEDIA

La MAP viene regolata tramite meccanismi estrinseci (sistema nervoso autonomo e


ormoni).

La regolazione può essere A BREVE TERMINE, quando la risposta si verifica in pochi


secondi o minuti; oppure A LUNGO TERMINE che coinvolge il controllo del volume
del sangue da parte dei reni e si manifesta in minuti o giorni.

Controllo della pressione arteriosa media

Quando l’organismo è a riposo i neuroni cercano di mantenere la MAP a livello


costante, se la MAP si alza o si abbassa i neuroni tramite un controllo a feedback
negativo la riportano a livelli normali. I recettori che rilevano i campi di pressione
sono i BAROCETTORI ARTERIOSI.

I barocettori arteriosi: sensori della pressione arteriosa media: I barocettori si


trovano in sedi strategiche: sono nell’ARCO AORTICO, vicino a dove l’aorta esce dal
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cuore e influenzano tutto il circolo sistemico; e nei SENI CAROTIDEI delle ARTERIE
CAROTIDI, che influenzano il flusso di sangue all’encefalo.

I barocettori rispondono allo stimolo dello stiramento delle pareti delle arterie
provocato dalla variazione della pressione. Quando aumenta la pressione le pareti e
le terminazioni nervose dei barocettori si stirano e vengono depolarizzatI i terminali
barocettivi, che inviano così i potenziali d’azione all’encefalo tramite fibre afferenti.
Il SNC esercita un controllo su tutta la funzione cardiovascolare attraverso i NEURONI
VEGETATIVI che si proiettano al cuore e ai vasi sanguigni.

Lo stimolo barocettivo fa secernere anche ormoni che hanno come bersaglio il cuore
e i vasi sanguigni.

Il centro di regolazione cardiovascolare del bulbo: il controllo della MAP


nell’encefalo avviene nel bulbo che, insieme a vari nuclei, forma il CENTRO DI
REGOLAZIONE CARDIOVASCOLARE. Essi viene raggiunto da afferenze di vari tipi di
recettori:

a. BAROCETTORI ARTERIOSI
b. BAROCETTORI DI BASSA PRESSIONE che si trovano nel cuore e nelle grosse
vene sistemiche e rilevano la pressione venosa
c. CHEMOCETTORI che si trovano nell’encefalo e nelle carotidi che rilevano le
concentrazioni di ossigeno, anidride carbonica e idrogeno nel sangue delle
arterie.
d. PROPRIOCETTORI dei muscoli scheletrici e delle articolazioni che rilevano i
movimenti del corpo e sono importanti nell’esercizio fisico

Il bulbo riceve afferenze anche da:

a. IPOTALAMO importanti nelle modificazioni cardiovascolari nella risposta “lotta


o fuggi”, regola la resistenza dei vasi sanguigni cutanei in risposta alle
variazioni di temperatura per regolare la velocità con cui viene disperso il
calore.
b. CORTECCIA CEREBRALE la sua funzione non è del tutto chiara, ma si sa che
attua delle variazioni cardiovascolari in risposta al dolore, negli stati
emozionali e nell’esercizio fisico e modula le risposte del bulbo agli input
sensoriali.
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Input neurovegetativi agli effettori cardiovascolari: gli stimoli vegetativi più


importanti vengono condotti tramite:

a. Nervi simpatici e parasimpatici nel nodo SA che controllano la HR


b. Nervi simpatici diretti al miocardio ventricolare che controllano la contrattilità
ventricolare
c. Nervi simpatici diretti alle arteriole che controllano la resistenza vascolare
d. Nervi simpatici diretti alle vene che controllano il tono venomotorio.

Il riflesso barocettivo

Il riflesso barocettivo è la risposta a feedback negativo che avviene quando i valori


della MAP non sono nella norma.

Quando si ha una caduta del volume di sangue, per esempio per una emorragia, il
volume telediastolico diminuisce, quindi fa diminuire il volume di eiezione
ventricolare e la gittata cardiaca facendo diminuire la MAP.
La variazione rilevata dai barocettori viene trasmetta tramite potenziali d’azione al
centro di regolazione cardiovascolare che induce una risposta diminuendo l’attività
del parasimpatico e aumentando quella del simpatico.
Le fibre simpatiche dirette al nodo SA fanno aumentare i potenziali d’azione delle
cellule pacemaker aumentando la HR.
Le fibre simpatiche dirette al miocardio ventricolare aumentano la contrattilità
cardiaca e il volume di eiezione ventricolare.
Aumenta il tono venomotorio che aumenta il ritorno venoso e quindi il volume di
eiezione ventricolare.
Aumenta la costrizione ventricolare aumentando la TPR.
Tutto ciò contribuisce ad innalzare la MAP.

Dopo il riflesso barocettivo, la HR e la TPR aumentano oltre i livelli di riposo, mentre


la MAP resta sotto il valore soglia, questo perché se arrivasse a valori normali la
risposta si interromperebbe nonostante la emorragia non è ancora conclusa e questo
provocherebbe un’altra diminuzione della MAP.

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La TPR fa alzare la MAP, ma provoca una riduzione di flusso in determinati organi,


non in tutti, infatti nel cuore e nell’encefalo non si sviluppa una maggior resistenza. Il
flusso sanguigno così toglie sangue ad alcuni organi (cute e sistema digerente) per
portarlo agli organi essenziali per la sopravvivenza a breve termine.

Lo stesso principio viene applicato quando la MAP aumenta.

L’ipertensione si sviluppa lentamente negli anni e i barocettori lentamente si


adattano a questo incremento di MAP, arrivando a considerare come valori normali
dei valori di MAP più elevati.
La MAP più bassa, o IPOTENSIONE, è più grave dell’ipertensione, in quanto essa
riduce il flusso ematico agli organi e potrebbe generare anche danni permanenti.

Il riflesso barocettivo quando si ha una grave diminuzione di volume ematico è solo


un rimedio rapido, infatti non funziona più quando la riduzione di sangue è così
grande da far sì che l’organismo non possa più compensarlo.
Quando si perde una grossa quantità di sangue il riflesso barocettivo può divenire un
INCONVENIENTE REALE perché esso riduce il flusso sanguigno alla maggior parte
degli organi e questi ultimi possono venir danneggiati sia per la ridotta disponibilità
d’ossigeno e di altre sostanze, sia per le sostanze tossiche prodotte dal metabolismo.
Quando questo avviene però le variazioni dei metaboliti provoca il rilascio della
muscolatura liscia annullando l’effetto vasocostrittore prodotto dai nervi simpatici.
In questo modo però la MAP scenderà ulteriormente e se si verifica una diminuzione
di sangue agli organi vitali si andrà incontro allo shock circolatorio che può portare
alla morte.

Controllo ormonale della pressione arteriosa media

a. ADRENALINA: viene secreta dalla midollare del surrene in seguito ad un forte


abbassamento della MAP e si lega ai recettori β1-adrenergici presenti in grandi
quantità nel tessuto cardiaco.
Nel nodo SA essa fa aumentare la frequenza dei potenziali d’azione,
inducendo così l’aumento della HR; nel miocardio provoca un aumento della
contrattilità, aumentando così il SV.

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In molti vasi l’adrenalina promuove la vasocostrizione, ma nei muscoli


scheletrici e nel cuore promuove la vasodilatazione.
b. VASOPRESSINA: causa vasocostrizione aumentando la TPR e quindi la MAP. La
sua secrezione è regolata anche dal livello di attività dei barocettori arteriosi.
c. ANGIOTENSINA II: causa vasocostrizione aumentando la TPR e quindi la MAP.

CONTROLLO DELLA PRESSIONE DEL SANGUE DA PARTE DEI RECETTORI DI BASSA


PRESSIONE

Questi barocettori sono posti nelle pareti delle grosse vene sistemiche e nelle pareti
dell’atrio dx. Essi sono chiamati anche BAROCETTORI DI VOLUME in quanto agiscono
sul versante venoso del circolo sistemico, che è chiamato serbatoio di volume.

Le loro terminazioni rispondono allo stiramento e agiscono direttamente sul volume


del sangue intrecciando la propria attività con quella dei barocettori arteriosi, dato
che una diminuzione di pressione nelle vene è correlata ad una diminuzione di
pressione nelle arterie.

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SANGUE

PANORAMICA DELLA COMPOSIZIONE DEL SANGUE:


L’EMATOCRITO
 ANATOMIA – tessuto connettivo liquido

PLASMA
 ANATOMIA – tessuto connettivo liquido

ERITROCITI
 ANATOMIA – tessuto connettivo liquido

CICLO VITALE DEGLI ERITROCITI

L’organo coinvolto nell’ERITROPOIESI è il midollo osseo, mentre l’organo coinvolto


nell’EMOCATERESI è la milza.

La produzione di eritrociti

Tutte le cellule del sangue si formano dalle cellule progenitrici chiamate CELLULE
STAMINALI EMPOIETICHE che si trovano nel midollo osseo. Gli eritrociti e la maggior
parte dei leucociti matura anche nel midollo osseo, mentre i linfociti T devono
migrare fino al timo, che si trova sopra il cuora, per maturare.
Lo sviluppo di ciascuna cellula del sangue dipende dalle CITOCHINE chiamati FATTORI
DI CRESCITA EMPOIETICI – HGF.

Il HGF degli eritrociti è l’ERITROPOIETINA che viene prodotta da alcune cellule del
rene in risposta a bassi livelli di ossigeno nel sangue. Dopo essere trasportata dal
sangue nel midollo osseo, l’eritropoietina induce il differenziamento di CELLULE
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PLURIPOTENTI in eritrociti, che prima di diventare maturi però devono passare


diversi stadi: prima devono sintetizzare emoglobina e perdere poi il nucleo e i vari
organelli. Prima di diventare eritrocita maturo esso diventa RETICOLOCITA che ha
ancora dei ribosomi nel citoplasma. Solitamente si reticolociti se ne trovano pochi
nel sangue, ma in seguito ad una emorragia se ne possono trovare molti perché il
midollo osseo li riversa subito nel sangue senza aspettare che maturino.

Per la produzione di eritrociti sono necessari ferro, acido folico e vitamina B12.
Il ferro è molto importante per la sintesi di emoglobina e l’organismo lo prende dal
fegato e dai vecchi eritrociti, ma esso deve anche essere assunto dalla dieta.
L’acido folico e la vitamina B12, sono richiesti per la sintesi del DNA.

Se questi elementi non sono portati dalla dieta si ha una riduzione del trasporto di
ossigeno dal sangue, arrivando all’ANEMIA. Se la causa è una riduzione del ferro
introdotto con la dieta si parla di ANEMIA SIDEROPENICA, mentre se è causata da
una carenza di acido folico o di vitamina B12 si parla di ANEMIA PERNICIOSA.
L’anemia può anche essere indotta da un’emorragia o una degradazione troppo
veloce degli eritrociti.
I sintomi dell’anemia sono un senso costante di affaticamento e affanno sotto sforzo.

La filtrazione e la distruzione degli eritrociti da parte della milza

La milza è un organo linfoide che contiene una riserva di cellule ematiche e rimuove
dalla circolazione gli eritrociti invecchiati.

Alcuni emolizzano direttamente nel sangue, mentre la maggior parte di essi viene
fagocitata dai macrofagi della milza e del fegato.

Dopo la rimozione dell’atomo di ferro, l’eme si trasforma in BILIRUBINA che da al


plasma il colore giallastro. Raggiunto il fegato, la bilirubina viene ulteriormente
modificata e i prodotti della sua degradazione vengono secreti attraverso la bile nel
duodeno e quindi escreti con le feci, alle quali da il color brunastro.
Altri metaboliti della bilirubina raggiungono il rene e vengono eliminati con le urine,
dandogli il colorito giallognolo.
Se il contenuto della bilirubina nel plasma aumenta si arriva all’ittero, dove la cute e
le sclere diventano gialle.

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Il ferro che si libera dall’emoglobina viene riciclato e trasportato nel sangue legato
alla proteina TRANSFERRINA, dove poi viene portato al midollo osseo.
I depositi del ferro si trovano sia a livello epatico che a livello della milza e
dell’intestino tenue, in tutt’e tre i casi si lega alla proteina FERRITINA.

LEUCOCITI
 ANATOMIA – tessuto connettivo liquido

PIASTRINE E EMOSTASI
 ANATOMIA – tessuto connettivo liquido

SPASMO VASCOLARE

Quando un vaso sanguigno viene danneggiato, la muscolatura liscia si contrae grazie


a meccanismi intrinseci ed è chiamato SPASMO MUSCOLARE. Anche il sistema
simpatico aiuta nella vasocostrizione per aumentare la resistenza al flusso per
ridurre la perdita.

TAPPO PIASTRINICO

Le piastrine, chiamate anche TROMBOCITI, possiedono al loro interno dei granuli che
contengono diverse sostanze utili alla formazione del tappo piastrinico e del coagulo.

Nella formazione del tappo piastrinico la proteina chiave è il FATTORE DI VON


WILLEBRAND –vWF, secreto dai megacariociti, dalle piastrine e dalle cellule
endoteliali che tappezzano i vasi sanguigni. Esso si accumula dove c’è il danno.

Nella prima fase di formazione le piastrine si incollano tra loro perché il vaso
sanguigno leso espone il TESSUTO SUBENDOTELIALE al sangue e il vWF si lega alle
fibre collagene del subendotelio promuovendo il legame tra le piastrine e il vWF
stesso.

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Le piastrine secernono adrenalina e serotonina che provocano vasocostrizione.


Inoltre esse secernono l’ADP che fa aggregare le piastrine tra di loro nella seconda
fase di formazione del tappo piastrinico. Le piastrine aggregate secernono a loro
volta ADP innescando un meccanismo a feedback positivo. L’ADP inoltre stimola la
formazione di TROMBOSSANO A2 – TXA2 che promuove l’aggregazione delle
piastrine.
Il TXA2 viene formato a partire da un fosfolipide che si trova sulla membrana delle
piastrine, l’ACIDO ARACHIDONICO.

La formazione del tappo piastrinico è limitata all’area del danno vascolare per evitare
la formazione di coaguli non necessari.
Esso non si può formare sull’endotelio normale perché le cellule endoteliali
rilasciano PROSTACICLINA o PROSTAGLANDINA I2 e ossido nitrico che inibiscono
l’aggregazione di piastrine.

Le piastrine contengono elevate concentrazioni di actina e miosina che nel tappo


piastrinico si contraggono per tenerlo insieme.

FORMAZIONE DEL COAGULO

Il ruolo fondamentale nella formazione del coagulo è rappresentato dalla fibrina che
forma una maglia gelatinosa che intrappola gli eritrociti e chiude la lacuna del vaso
sanguigno. Essa è talmente importante che i coaguli sono anche chiamati COAGULI
DI FIBRINA.
Il coagulo si forma dopo il tappo piastrinico perché esso ha bisogno di alcuni prodotti
secreti dalle piastrine aggregate.

La sequenza di reazioni che forma il coagulo è chiamata CASCATA DELLA


COAGULAZIONE e i fattori necessari ad esso sono i FATTORI DELLA COAGULAZIONE
indicati con i numeri romani in ordine di quando sono stati scoperti.

La fine del coagulo si ha quando il FIBRINOGENO è convertito in FIBRINA grazie alla


catalizzazione da parte della TROMBINA, che è la forma attiva della PROTROMBINA o
FATTORE II. La rete formata dalla fibrina è stabile grazie ai legami covalenti che si
formano in essa, grazie alla catalizzazione del FATTORE XIII o FATTORE
STABILIZZANTE.

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Per attivare la trombina sono necessari una serie di passaggi sia intrinsechi che
estrinsechi che si attivano insieme:

- VIA INTRINSECA: essa ha inizio quando il FATTORE XII o FATTORE DI


HAGEMANN viene attivato grazie al contatto con il collagene e i fosfolipidi
presenti nel subendotelio. Esso poi attiva il FATTORE X che attiva la trombina e
infine la fibrina.
- VIA ESTRINSECA: essa ha inizio quando il FATTORE III o FATTORE TISSUTALE va
a contatto con il plasma e reagisce con il FATTORE VII attivandolo. Questi poi
attivano il FATTORE X che attiva la trombina.

Fattori che limitano la formazione del coagulo

Il coagulo è limitato solo nelle aree danneggiate perché alcune proteine plasmatiche
agiscono da anticoagulanti.

Durante la fase iniziale della coagulazione le cellule endoteliali sane secernono


l’INIBITORE DELLA VIA DEL FATTORE TISSUTALE che inibisce la via estrinseca, e la
TROMBOMODULINA che si lega alla trombina formando un complesso che non fa
più convertire il fibrinogeno in fibrina e che attiva la PROTEINA C, un anticoagulante
che inibisce sia la via intrinseca che quella estrinseca.

I coaguli vengono poi dissolti dalla PLASMINA che deriva dalla proteina
PLASMINOGENO e che degrada la fibrina. È la fibrina a secernere il TPA, che fa
convertire il plasminogeno in plasmina.

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LA VENTILAZIONE POLMONARE

FUNZIONE RESPIRATORIA
La RESPIRAZINE INTERNA, o RESPIRAZIONE CELLULARE, è l’utilizzo d’ossigeno da
parte dei mitocondri per generare ATP e producendo come prodotto di scarto
anidride carbonica.

La RESPIRAZIONE ESTERNA è lo scambio d’ossigeno e d’anidride carbonica tra


atmosfera e tessuti del corpo coinvolgendo sia l’apparato respiratorio che l’apparato
circolatorio.
La respirazione esterna comprende 4 fasi:

1. VENTILAZIONE POLMONARE  il movimento d’aria dentro i polmoni


(inspirazione) e fuori dai polmoni (espirazione)
2. Scambio di O2 e di CO2 tra le cavità polmonari e il sangue
3. Trasporto di O2 e di CO2 da parte del sangue ai tessuti
4. Scambio per diffusione di O2 e di CO2 tra il sangue e i tessuti

Le funzioni secondarie dell’apparato respiratorio sono:

1. Fonazione
2. Equilibrio acido-base
3. Difesa immunitaria
4. Dispersione di calore
5. Attivazione o inattivazione delle molecole

FORZE CHE INTERVENGONO NELLA VENTILAZIONE POLMONARE


Il flusso di volume verso l’interno o verso l’esterno del polmone è regolato da un
gradiente di pressione, come nel circolo sanguigno.
L’inspirazione avviene quanto la pressione negli alveoli è minore di quella
atmosferica, questo gradiente fa introdurre aria all’interno dei polmoni; l’espirazione
avviene quando la pressione all’interno degli alveoli è maggiore di quella
atmosferica, così l’aria fuoriesce dagli alveoli.

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PRESSIONI POLMONARI

La CAPACITA’ FUNZIONALE RESIDUA – CFR è il volume d’aria presente nei polmoni tra
due respiri. In questo momento tutte le forze che agiscono sui polmoni sono
equilibrate tra loro e il sistema è a riposo. I muscoli respiratori sono tutti rilasciati.

A riposo la Patm e la Palv sono uguali, circa 70 mmHg.

La PRESSIONE INTRAPLEURICA Pip è la pressione che si trova all’interno del sacco


pleurico contenente liquido intrapleurico e a riposo esso è circa -4 mmHg. Durante la
respirazione normale essa è sempre negativa e in qualunque caso essa è sempre
minore della Palv.

La PRESSIONE TRANSPOLMONARE è la differenza tra la Palv e la Pip. Essa è una misura


che vede la forza di dilatazione dei polmoni, se essa aumenta, si ha una maggiore
forza di distensione polmonare e gli alveoli aumentano.

Palv – Pip = pressione transpolmonare

I polmoni e la parete toracica sono elastici, infatti se vengono compressi o dilatati


essi tendono a tornare nella loro posizione originaria. A riposo la parete toracica è
compressa e tende ad espandersi, mentre i polmoni tendono a contrarsi, queste
forze tenderebbero a far separare la parete toracica dai polmoni, ma questo non
succede perché la tensione superficiale del liquido intrapleurico impedisce il distacco
della pleura parietale dalla pleura viscerale.
E’ questo fenomeno a creare una Pip negativa che a sua volta contribuisci nel
mantenere attaccati la parete toracica e i polmoni.

Quando il sistema è a riposo non vi è un gradiente di pressione che fa muovere il


flusso d’aria, per farlo esistere è necessaria una contrazione dei muscoli che
determina un gradiente di pressione.

Se il sacco pleurico si rompesse la Pip diventerebbe positiva, uguale alla Patm e per
questo motivo i polmoni collasserebbero mentre la gabbia toracica si espande.
Questa porta al PNEUMOTORACE (presenza di aria nel liquido intrapleurico), ma ogni
polmone è isolato dall’altro quindi anche se un polmone collassa, l’altro può
continuare la sua funzione.
La polmonite e l’enfisema polmonare sono condizioni patologiche in cui si può avere
un pneumotorace spontaneo.

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MECCANICA RESPIRATORIA

La LEGGE DI BOYLE DEI GAS PERFETTI dice che data una certa quantità di gas
all’interno di un contenitore, la pressione è inversamente proporzionale al volume
del contenitore. Questo vuol dire che la pressione all’interno dei polmoni varia a
seconda del loro volume.

Il flusso d’aria all’interno o all’esterno dei polmoni è determinato da:


Patm−Palv
FLUSSO=
R

La Patm è sempre costante, quindi è la Palv a determinare il flusso d’aria.

Gli elementi che determinano la Palv

La Palv è determinata da due fattori:

1. Quantità di molecole d’aria negli alveoli  + aria, + Palv


2. Volume degli alveoli  + volume, - Palv

Quando inizia l’inspirazione i polmoni si espandono grazie alla contrazione dei


muscoli inspiratori e questo fa aumentare il volume degli alveoli e quindi la Palv
diminuisce. La riduzione della Palv fa introdurre aria nei polmoni perché si forma un
gradiente di pressione.
Durante l’espirazione invece i polmoni tendono a collassare, quindi questo provoca
una riduzione del volume alveolare e quindi un gradiente di pressione che fa
fuoriuscire l’aria.

Durante l’inspirazione però all’inizio la Palv è negativa, ma poi tende ad andare verso
lo zero perché aumenta il numero di molecole d’aria presenti all’interno degli alveoli.
L’aria smette di fluire all’interno dei polmoni quando la Palv è uguale alla Patm.
Durante l’espirazione invece le molecole d’aria all’interno dei polmoni diminuiscono,
questo fa abbassare la Palv fino allo zero. Il flusso smette quando non vi è più un
gradiente pressorio.

L’inspirazione

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Il processo di inspirazione inizia quando avviene la stimolazione nervosa dei muscoli


inspiratori (diaframma e muscoli intercostali esterni). Essi si contraggono per il
rilascio di acetilcolina.
Il diaframma si appiattisce e si abbassa, mentre i muscoli intercostali esterni fanno
ruotare le coste verso l’alto e verso l’esterno, espandendo così la parete toracica.

L’espansione della parete toracica fa abbassare la Pip, determinando così un aumento


della pressione transpolmonare. Questo fa in modo che anche i polmoni si
espandano insieme alla parete toracica.

Quando i polmoni si espandono gli alveoli aumentano il volume, quindi la Palv scende
e vi è un flusso d’aria all’interno dei polmoni.

L’espirazione

L’espirazione tranquilla è un processo passivo perché non richiede contrazione


muscolare. Il rilasciamento dei muscoli inspiratori fa tornare alla posizione originaria
parate toracica e polmoni.

L’espirazione forzata determina la contrazione dei muscoli espiratori (muscoli


intercostali interni e muscoli addominali), questo determina l’ESPIRAZIONE ATTIVA
che fa diminuire in modo più rapido il volume della cavità toracica e un aumento più
veloce della Palv, quindi un gradiente di pressione più elevato.

FATTORI CHE INFLUENZANO LA VENTILAZIONE POLMONARE


La velocità del flusso d’aria è determinato da due fattori:

1. Gradiente di pressione tra alveoli e atmosfera


2. Resistenza delle vie respiratorie

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COMPLIANZA POLMONARE

La complianza polmonare è una misura della distensibilità polmonare, ossia quanto


possono essere stirati.
Essa è il cambiamento di volume polmonare determinato da una variazione della
pressione transpolmonare:
ΔV
complianza polmonare=
Δ( Palv−Pip)

Se la complianza è elevata, è necessario un piccolo cambiamento della pressione


transpolmonare a trasportare un grande volume d’aria, e quindi è necessaria meno
contrazione muscolare.

La complianza è determinata da due fattori:

1. capacità elastica dei polmoni  + elasticità, + compl


2. tensione superficiale del liquido che ricopre gli alveoli  + tensione, - compl

Maggiore è la tensione superficiale di un liquido, maggiore è il lavoro che serve per


stendere il liquido, quindi questo si oppone alla complianza polmonare.
La SOSTANZA TENSIOATTIVA POLMONARE o FATTORE SURFATTANTE è una sostanza
composta da lipidi e proteine che diminuisce la tensione del liquido superficiale
perché interferisce con i legami idrogeno delle molecole d’acqua. Essa è secreta dai
pneumociti di II tipo che si trovano sulle pareti degli alveoli.
La sua produzione aumenta durante respiri di grande entità, mentre diminuisce
durante i respiri più piccoli.

Legge di Laplace

Quando i polmoni non si espandono ne si contraggono, la pressione all’interno degli


alveoli è tale da impedirli di collassare su se stessi come spinge la tensione del
liquido superficiale.
La LEGGE DI LAPLACE dice che la pressione d’aria necessaria a prevenire il collasso di
un alveolo è direttamente proporzionale alla tensione superficiale ed inversamente
proporzionale al raggio dell’alveolo.
2T
P=
r

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Se due alveoli sono soggetti alla stessa tensione superficiale, quello più piccolo avrà
bisogno di una pressione d’aria maggiore per non collassare.

La pressione d’aria però è la stessa all’interno di tutti gli alveoli, anche se essi non
sono tutti della stessa dimensione. Ciò che impedisce agli alveoli più piccoli di
collassare è il fatto che la sostanza tensioattiva è concentrata maggiormente negli
alveoli più piccoli.

RESISTENZA NELLE VIE RESPIRATORIE

La resistenza all’interno delle vie respiratorie è determinata dalla resistenza


all’interno delle singole vie aeree, influenzata a sua volta dalla dimensione di queste
ultime  - raggio, + resistenza.

La resistenza al flusso d’aria è influenzata anche da numerosi fattori:

 forze passive esercitate sulle vie respiratorie  variazione in un solo respiro.


Sono i cambiamenti di pressione transpolmonare che intervengono durante la
ventilazione e le forze di trazione esercitate sulle vie respiratorie dai tessuti
circostanti.
Durante l’inspirazione le vie respiratorie si distendono, le forze di trazione
esercitate dai tessuti circostanti aumentano e quindi la resistenza diminuisce;
durante l’espirazione le vie respiratorie si restringono, le forze di trazione
diminuiscono e quindi aumenta la resistenza.
 attività contrattile della muscolatura liscia dei bronchioli  variazione a lungo
termine. La contrattilità della muscolatura è controllata sia in modo estrinseco
da ormoni e da neuroni, che in modo intrinseco da mediatori chimici locali.
L’attività simpatica, aiutata dall’adrenalina del surrene, determina
broncodilatazione, mentre l’attività parasimpatica determina
broncocostrizione. L’istamina rilasciata durante le reazioni allergiche
determina broncocostrizione e stimola la secrezione di muco, quindi aumenta
la resistenza al flusso. Quando i livelli di CO2 sono alti, i bronchioli si dilatano.
 secrezione di muco nelle vie respiratorie

La resistenza delle vie respiratorie può aumentare anche in seguito a stati patologici,
per esempio l’ASMA si ha per la contrazione spastica della muscolatura liscia dei
bronchioli e per l’aumento di secrezione del muco. I sintomi sono tosse, dispnea
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(respirazione difficoltosa) e respirazione ansimante.


Le cause dell’asma sono allergeni, stress, attività fisica, cibi o respirazione di aria
fredda. In questi casi si assumono broncodilatatori e corticosteroidi che riducono
l’infiammazione delle pareti dei bronchioli.

Le MALATTIE POLMONARI OSTRUTTIVE CRONICHE o COPD sono associate ad un


aumento a lungo termine della resistenza alle vie aeree, spesso può aumentare
durante il sonno dando origine allo stato di apnea.

SIGNIFICATO CLINICO DEI VOLUMI RESPIRATORI E DEI FLUSSI


D’ARIA
La SPIROMETRIA è una tecnica che calcola la funzionalità polmonare misurando i
volumi polmonari, le capacità polmonari e la velocità del flusso respiratorio.

Lo SPIROMETRO è formato da una campana rovesciata piena d’aria messa in un


contenitore pieno d’acqua e collegata con un tubo al paziente in modo che possa
inspirare l’aria contenuta nella campana.
Quando il paziente inspira, il volume d’aria contenuto nella campana scede, quindi
essa sprofonda nell’acqua, mentre quando il paziente espira la campana risale
perché il volume in essa contenuta aumenta.

Adesso gli spirometri utilizzati sono computerizzati: il paziente respira dentro un


tubo che contiene un trasduttore che converte il volume d’aria in un segnale
elettrico.

VOLUMI E CAPACITA’ POLMONARI

Utilizzando la spirometria i clinici possono misurare 3 dei 4 volumi polmonari


esistenti. I 4 volumi costituiscono la CAPACITA’ POLMONARE TOTALE.

1. VOLUME CORRENTE - VT  volume d’aria che entra ed esce dai polmoni in un


singolo atto respiratorio. A riposo è circa 500 ml.
2. VOLUME DI RISERVA INSPIRATORIA – VRI  è il volume che può ancora essere
inspirato al termine di una normale inspirazione. Normalmente è circa di 3000
ml.
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3. VOLUME DI RISERVA ESPIRATORIA – VRE  è il volume che può ancora essere


espirato al termine di una normale espirazione. Normalmente è circa di 1000
ml.
4. VOLUME RESIDUO – VR  è il volume d’aria che rimane nei polmoni dopo una
completa espirazione, esso esiste in quanto la Pip negativa non permette il
totale svuotamento dei polmoni. Corrisponde a circa 1200 ml.
Esso non può essere misurato dallo spirometro.

Per calcolare il VR si utilizza il METODO DELLA DILUIZIONE DELL’ELIO. Il paziente


respira una miscela gassosa che contiene elio, che non si diffonde nel sangue.
Quando il paziente inspira l’elio contenuto nei polmoni si diluisce con l’aria dentro i
polmoni, quando il paziente espira la concentrazione d’elio presente nell’aria
espirata viene confrontata con la concentrazione iniziale d’elio e si risale così al VR.

Le capacità polmonari derivano dalla somma di due o più volumi respiratori:

1. CAPACITA’ INSPIRATORIA – CI  è il volume massimo dell’aria che può essere


inspirata al termine di una espirazione tranquilla. È circa 3500 ml.

CI = VT + VRI

2. CAPACITA’ VITALE – CV  è il volume massimo dell’aria che può essere


espirata dopo una inspirazione massimale. È circa 4500 ml.

CV = VT + VRI + VRE

3. CAPACITA’ FUNZIONALE RESIDUA – CFR  è il volume d’aria che rimane nei


polmoni dopo una espirazione tranquilla. È di circa 2200 ml.

CFR = VRE + VR

4. CAPACITA’ POLMONARE TOTALE – CPT  è il volume d’aria presente nei


polmoni al termine di una inspirazione massimale. È di circa 5700 ml.

CPT = VT + VRI + VRE + VR

TEST DI FUNZIONALITA’ RESPIRATORIA

Le MALATTIE POLMONARI OSTRUTTIVE, un’aumentata resistenza delle vie


respiratorie, e le MALATTIE POLMONARI RESTRITTIVE, una diminuzione della
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complianza polmonare, possono essere calcolate con la spirometria. In entrambe le


malattie la complianza polmonare diminuisce.

Nelle malattie ostruttive il volume residuo aumenta perché aumenta la resistenza e


sia la inspirazione che la espirazione è difficoltosa. La capacità polmonare residua e
la capacità polmonare totale aumentano.

Nelle malattie restrittive il danno si ha alla pleura, ai polmoni o alla parete toracica e
la capacità vitale e la capacità polmonare totale diminuiscono.

Con il test della CAPACITA’ VITALE FORZATA – FVC il paziente fa una massima
inspirazione e poi espira più velocemente possibile. Se il test è ridotto si ha una
malattia restrittiva.
Il VOLUME ESPIRATORIO FORZATO – FEV è la misura della percentuale di FVC che
può essere espirata in un dato tempo. Un FEV1 (in un secondo) normale solitamente
espira circa l’80% della FVC. Una FEV1 minore dell’80% indica una malattia ostruttiva.

VENTILAZIONE POLMONARE

La VENTILAZIONE AL MINUTO VE è la quantità d’aria totale che entra ed esce dai


polmoni in un minuto. La frequenza respiratoria FR a riposo è di circa 12 atti al
minuto.

VE = VT x FR

VE = 500 ml/atto respiratorio x 12 atti/min

VE = 6000 ml/min

Dei 6 litri d’aria che entra nei polmoni al minuto, non tutti raggiungono gli alveoli in
quanto circa il 30% rimane nelle vie di conduzione. Il volume d’aria di queste vie è
chiamato SPAZIO MORTO ANATOMICO – SM.

La VENTILAZIONE ALVEOLARE VA è la misura del volume d’aria fresca che raggiunge


gli alveoli al minuto.

VA = (VT x FR) – (SM x FR)

VA = (500 ml/atto x 12 atti/min) – (150 ml/atto x 12 atti/min)

VA = 4200 ml/min
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Nelle occasioni in cui la domanda d’ossigeno è più importante, come durante


l’attività fisica, o si aumenta la FR o il VT, anche se è più semplice aumentare il VT.

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LO SCAMBIO DEI GAS e


LA REGOLAZIONE DEL RESPIRO

PANORAMICA DELLA CIRCOLAZIONE POLMONARE


Quando l’individuo è a riposo, le cellule dell’organismo consumano circa 250 ml/min
d’ossigeno e producono circa 250 ml/min di anidride carbonica.
Le concentrazioni dei due gas nel sangue sono mantenute a livello costante, infatti
tutt’e due vengono portati al sangue con la stessa velocità con cui vengono riportati
ai polmoni.

Il rapporto tra la quantità d’anidride carbonica prodotta dall’organismo e la quantità


d’ossigeno consumato è chiamato QUOZIENTE RESPIRATORIO ed è circa di 0,8, ma
esso può variare con la dieta dato che essa influenza il metabolismo, con l’esercizio
fisico e in condizioni di ipoventilazione o iperventilazione.

LA DIFFUSIONE DEI GAS


Tutti i movimenti dei gas all’interno dell’organismo avvengono per diffusione e sono
influenzati dal gradiente di pressione.

LA PRESSIONE PARZIALE DEI GAS

La pressione di un gas dipende dalla sua temperatura e dal numero di molecole


contenute in un dato volume. Si misura in mmHg.

La legge di Dalton stabilisce che la pressione di una miscela di gas è uguale alla
somma delle pressioni parziali dei gas componenti. La pressione parziale è quella
pressione che eserciterebbe ciascuna componente se occupasse da solo il volume
occupato dalla miscela (cioè le molecole dei gas non interagiscono).

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LA SOLUBILITA’ DEI GAS NEI LIQUIDI

Le molecole di gas possono esistere sia in forma gassosa che essere disciolte nei
liquidi. Quando delle molecole di gas vengono a contatto con un liquido esse si
disciolgono finchè il sistema non trova un equilibrio, ossia fin quando il numero di
molecole che si scioglie nel gas non equivale al numero di molecole che passano
dalla stato liquido allo stato gassoso.

Il grado di solubilità dei gas in un liquido dipende dalla LEGGE DI HENRY

c = kP

c = concentrazione molare
k = costante della legge di Henry (varia dal tipo di gas e dalla temperatura)
P = pressione parziale dei gas in atmosfere  1 atm = 760 mmHg

Le conseguenze principali della legge di Henry sono due:

1. Quando una bibita gassata è imbottigliata è fatta in condizioni di alta


pressione in modo da far disciogliere nel liquido una maggior concentrazione
di gas. Quando la bottiglia viene stappata la pressione diminuisce per
equilibrarsi con quella atmosfera e quindi una certa quantità di molecole
escono dalla soluzione. La pressione parziale dell’anidride carbonica scende e
la bibita diviene sgasata.
2. SINDROME DELLA DECOMPRESSIONE  quando i subacquei scendono a
profondità sempre maggiori, l’aumento della pressione provoca un aumento
della concentrazione dei gas disciolti nel sangue, in particolare azoto. Se si
ritorna in superficie troppo rapidamente nel sangue si formano bolle d’azoto
che si localizzano a livello delle articolazioni del sistema nervoso portando alla
paralisi o alla morte, oppure ostruiscono i vasi sanguigni dando luogo ad
un’embolia gassosa. Per evitare tutto questo basta salire lentamente verso la
superficie.

SCAMBI D’OSSIGENO E D’ANIDRIDE CARBONICA


Ciascun gas si diffonde dagli alveoli al sangue in base al suo gradiente di pressione
parziale.

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GLI SCAMBI GASSOSI NEI POLMONI

Nell’aria atmosferica la PO2 è di 160 mmHg, mentre la PCO2 è di 0,23 mmHg. Negli
alveoli però la PO2 è di 100 mmHg, mentre la PCO2 è di 40 mmHg. La pressione
alveolare cambia da quella atmosferica per tre motivi:

1. Gli scambi di gas tra l’alveolo e il sangue avvengono continuamente


2. Durante l’inspirazione l’aria atmosferica fresca si mescola all’aria nello spazio
morto della zona di conduzione povera d’ossigeno e ricca di anidride carbonica
3. L’aria negli alveoli è satura di vapore acqueo

Il sangue che raggiunge gli alveoli dai capillari polmonari è deossigenato, la PO2 è di
40 mmHg, mentre la PCO2 è di 46 mmHg. I gas si diffondono negli alveoli in base al
loro gradiente di pressione parziale, quindi l’ossigeno passa dagli alveoli al sangue,
mentre l’anidride carbonica passa dal sangue agli alveoli.
Il processo di diffusione è in equilibrio quando le pressioni dei due gas raggiungono i
100 mmHg e i 40 mmHg.

La diffusione è un processo molto rapido che si completa in circa 0,25 secondi, e


questo è reso possibile dal fatto che i capillari e gli alveoli sono molto vicini e la
membrana che li separa è molto sottile.
Durante l’edema polmonare la membrana respiratoria diventa più spessa e quindi lo
scambio gassoso è più lento. La PO2 del sangue arterioso sarà più bassa del normale,
viceversa la PCO2 sarà più alta. L’organismo cercherà di bilanciare le pressioni
aumentando la ventilazione.

LA REGOLAZIONE LOCALE DELLA VENTILAZIONE E DELLA


PERFUSIONE
Quando vi sono malattie ostruttive (bronchite o enfisema) alcuni tratti delle vie
respiratorie sono ostruite da muco o da altri materiali che impediscono all’aria di
arrivare agli alveoli. Il sangue che fluisce negli alveoli in questo caso è sprecato.

In altri casi di malattie il sangue non riesce ad arrivare agli alveoli, quindi in questo
caso è l’aria che arriva agli alveoli ad essere sprecata.

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RAPPORTO VENTILAZIONE – PERFUSIONE

Nei polmoni normali la quantità del flusso d’aria negli alveoli (ventilazione VA) è in
relazione con la quantità di flusso sanguigno diretto agli alveoli (perfusione Q).
Questa relazione è chiamata RAPPORTO VENTILAZIONE – PERFUSIONE VA/Q che nei
polmoni normali è circa 1.

Nel caso di malattie ostruttive la VA in certi alveoli diminuisce, quindi il sangue che
passa per questi alveoli non partecipa allo scambio gassoso. In questo caso la PO2
sarà più bassa e la PCO2 sarà più alta. Se la ventilazione alveolare è totalmente
impedita il risultato sarà che la PO2 e la PCO2 avranno lo stesso livello del sangue
deossigenato.

Quando la circolazione capillare è impedita, quindi i capillari sono danneggiati, si


avrà negli alveoli una PO2 più alta e una PCO2 più bassa.

In condizioni normali anche la forza di gravità influenza il rapporto ventilazione-


perfusione.

CONTROLLO LOCALE DELLA VENTILAZIONE E DELLA PERFUSIONE

Quando insorgono differenze tra la ventilazione e la perfusione, l’organismo procede


in modo da ripristinare il rapporto ventilazione – perfusione = a 1. Aree con bassa
ventilazione richiedono una bassa perfusione e viceversa.

E’ un riflesso protettivo che determina una marcata contrazione della muscolatura


liscia delle pareti delle piccole arteriole della regione polmonare ipossica. Ha effetto
di allontanare il flusso sanguigno dalle regioni ipossiche e di indirizzarlo verso altre
meglio ventilate. E’ attivato dalla ipossia , dall’acidosi e dall’ipercapnia.

TRASPORTO DELL’OSSIGENO NEL SANGUE


Il trasporto dell’ossigeno nel sangue deve avere la caratteristica di essere reversibile,
in modo da potersi attaccare ad esso quando entra dagli alveoli al sangue e si può
staccare quando deve passare dal sangue ai tessuti. L’emoglobina permette ciò.

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TRASPORTO DELL’OSSIGENO DA PARTE DELL’EMOGLOBINA

Ogni litro di sangue arterioso contiene circa 200 ml di ossigeno. Circa 3 ml sono
disciolti nel plasma o nel citosol degli eritrociti, ed è questo che contribuisce alla
formazione della PO2; i restanti 197 ml sono trasportati dall’emoglobina. Il complesso
costituito dall’emoglobina e dall’ossigeno è chiamato OSSIEMOGLOBINA, mentre
l’emoglobina senza ossigeno è chiamata DEOSSIEMOGLOBINA.

Il legame o il rilascio dell’ossigeno da parte dell’emoglobina dipende dalla P O2


dell’ambiente che circonda l’emoglobina. Una PO2 bassa favorisce il rilascio, mentre
una PO2 alta favorisce l’attaccamento.
La reazione dell’ossigeno con l’emoglobina è cosi:

Hb + O2 = Hb x O2

Hb = deossiemoglobina
Hb x O2 = ossiemoglobina

L’aumento d’ossigeno nei capillari polmonari produce più ossiemoglobina, mentre


una diminuzione dei livelli d’ossigeno libera l’emoglobina dall’ossigeno.

Ogni proteina d’emoglobina può trasportare fino a 4 molecole d’ossigeno, e in


questo caso si dice che la molecola è satura al 100%. In 1 litro di sangue vengono
trasportati circa 200 ml di ossigeno dall’emoglobina e ad una PO2 normale
l’emoglobina è satura al 98%.
Quando la gittata cardiaca è a livelli normali in condizioni di riposo è circa 5 l/min,
quindi ai tessuti vengono trasportati circa 1000 ml/min d’ossigeno. I tessuti però
necessitano solo di 250 ml/min d’ossigeno, circa il 25%, quindi l’emoglobina quando
raggiunge il sangue venoso è ancora satura al 75%.

Se nel sangue non ci fosse l’emoglobina, in 1 litro d’ossigeno ci sarebbero solo 3 ml


d’ossigeno, quindi il sangue trasportato ai tessuti sarebbe 15 ml/min.

CURVA DI DISSOCIAZIONE DELL’EMOGLOBINA

Il grafico della curva di dissociazione dell’emoglobina valuta la percentuale di


saturazione dell’emoglobina in funzione della PO2. All’aumentare della PO2 aumenta
anche la saturazione dell’emoglobina, ma questo grafico non è lineare in quanto
intercorre anche un altro fattore nella saturazione dell’emoglobina: quando una
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molecola d’ossigeno si lega all’emoglobina, provoca una modificazione strutturale


nella molecola che fa aumentare l’affinità per l’ossigeno delle altre subunità. Quindi
quanto più molecole d’ossigeno sono legate all’emoglobina, più è alta la possibilità
che se ne leghino altre.

La saturazione dell’emoglobina si può calcolare:


numero dei siti dilegami occupati da O 2
saturazione %= ' x 100
numero totale dei siti dilegami per l O 2

Il grafico della curva di dissociazione è diviso in zone:

 PO2 < 15 mmHg  molte molecole di emoglobina non hanno alcun molecola di
ossigeno legata ad esse. L’affinità dell’emoglobina per l’ossigeno è bassa e un
sostanzioso aumento della PO2 porta a un piccolo aumento della saturazione.
 15 mmHg < PO2 > 60 mmHg  più molecole d’ossigeno si legano ad una
molecola di emoglobina aumentando l’affinità dell’emoglobina per altre
molecole d’ossigeno. (REGIONE DI MASSIMA PENDENZA). In essa si ha il
sangue del circolo venoso che ha una PO2 di circa 40 mmHg con l’emoglobina
satura al 75%.
 60 mmHg < PO2 > 80 mmHg  all’aumentare della saturazione è disponibile
una minor quantità di siti di legame.
 PO2 > 80 mmHg  la curva diventa piatta (FASE DI PLATEAUX). In essa si può
ritrovare il sangue arterioso che è saturo al 98% avendo una PO2 di circa 100
mmHg. Per raggiungere la saturazione al 100% la PO2 dovrebbe essere di circa
250 mmHg.

ALTRI FATTORI CHE INFLUENZANO L’ATTIVITA’ DELL’EMOGLOBINA

Diminuzione dell’affinità dell’ossigeno per l’emoglobina spostano la curva di


dissociazione verso dx, indicando anche che è necessaria una PO2 più alta per una
maggiore saturazione.
Aumento dell’affinità dell’ossigeno invece spostano la curva verso sx, dimostrando
che per una saturazione maggiore basta una PO2 più bassa.

Esistono tre fattori che influenzano l’affinità ossigeno-emoglobina:

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1. TEMPERATURA (+ temperatura; - affinità)  la temperatura cambia la


struttura molecolare dell’emoglobina, come di tutte le altre proteine. La
temperatura più bassa si trova nei polmoni, che quindi aumenta l’aggancio
dell’ossigeno all’emoglobina, mentre nei tessuti più attivi la temperatura è più
bassa, quindi si promuove il rilascio dell’ossigeno ai tessuti
2. pH o EFFETTO BOHR (- pH; - affinità)  quando l’ossigeno si lega
all’emoglobina alcuni amminoacidi della proteina rilasciano ioni idrogeno:

Hb + O2  Hb x O2 + H+

L’aumento degli ioni idrogeno determina una diminuzione del pH, quindi si
libera qualche molecola d’ossigeno dall’emoglobina.

3. PO2 o EFFETTO CARBAMMINICO (+ CO2; - affinità)  l’anidride carbonica


reagisce in modo reversibile con l’emoglobina producendo la
CARBAMMINOEMOGLOBINA che modifica la struttura dell’emoglobina.
4. 2,3-DPG (+ 2,3-DPG; - affinità)  esso è un composto chimico prodotto dagli
eritrociti. L’ossiemoglobina inibisce la formazione di questo enzima che riduce
l’affinità per l’ossigeno. L’anemia e l’altitudine fanno aumentare la produzione
di quest’enzima.
Il sangue fetale non ha affinità per il 2,3-DPG, questo spiega perché la curva
del feto è spostata verso sx. Questo è un fattore importante perché il sangue
fetale ha una bassa PO2.
5. MONOSSIDO DI CARBONIO  si lega all’emoglobina più velocemente
dell’ossigeno quindi impediscono l’attaccamento di esso all’emoglobina.

MALATTIE DERIVANTI DALLA MANCANZA D’OSSIGENO

IPOSSIA ARTERIOSA (riduzione della PO2 nel sangue arterioso) 

- Riduzione PO2 aria alveolare:

• alta quota

• diminuzione ventilazione
- Riduzione diffusione alveolare O2 :

• riduzione superficie di scambio

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• aumentato spessore membrana respiratoria

• alterazioni rapporto VA/Q

IPOSSIA ANEMICA (riduzione contenuto O2 nel sangue con PO2 normale):

• Riduzione contenuto Hb

• Avvelenamento da CO2

IPOSSIA ISCHEMICA (riduzione flusso ematico):

• Diminuzione pressione arteriosa

• Aumento pressione venosa

IPOSSIA ISTOTOSSICA (inattivazione sistemi ossidativi cellulari):

• Avvelenamento da cianuro

TRASPORTO DI ANIDRIDE CARBONICA NEL SANGUE


L’anidride carbonica nel sangue è presente in tre forme:

1. 5-7%  disciolto nel sangue (sangue arterioso PCO2 40 mmHg 2,4 ml/1000 ml;
sangue venoso PCO2 46 mmHg 2,7 ml/1000 ml;)
2. 20%  legato a proteine con i legami carbaminici
3. 70%  sotto forma di ioni bicarbonato HCO3- presente negli eritrociti e nei
capillari sistemici formato dall’anidride carbonica grazie all’enzima anidrasi
carbonica presente negli eritrociti

CO2 + H2O  anidrasi carbonica  HCO3  H+ + HCO3-

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LO SCAMBIO E IL TRASPORTO DELL’ANIDRIDE CARBONICA NEI CAPILLARI SISTEMICI


E NELLE VENE

Le cellule respirando producono circa 200 ml/min di anidride carbonica a riposo.


L’anidride carbonica passa per gradiente di pressione parziale prima dalle cellule al
LEC, poi al plasma e dal plasma agli eritrociti.
Una parte di anidride carbonica rimane disciolta nel plasma, un’altra si lega
all’emoglobina degli eritrocita e la maggior parte viene trasformata in ioni idrogeno e
bicarbonato. Quest’ultima reazione chimica diminuisce la concentrazione di anidride
carbonica nel sangue, quindi diminuisce la PCO2 e aumenta il gradiente di pressione
parziale, in questo modo le molecole di anidride carbonica tenderanno a passare dai
tessuti al sangue.

Gli ioni idrogeno e gli ioni bicarbonato devono essere rimossi dagli eritrociti in modo
da non farli accumulare in essi e quindi non far aumentare la PCO2. Se non venissero
rimossi il sangue non potrebbe più trasportare anidride carbonica sotto forma di
bicarbonato.
Quando il livello di ioni bicarbonato aumenta, essi vengono trasportati dagli eritrociti
al plasma e scambiati con ioni cloruro grazie ad una proteina di trasporto presente
sulla membrana degli eritrociti. Lo scambio è chiamato SCAMBIO DI CLORURI. In
questo modo gran parte dell’anidride carbonica è trasportata dal plasma sotto forma
di ioni bicarbonato disciolti.
Intanto molti ioni idrogeno si legano all’emoglobina.

L’EFFETTO DELL’OSSIGENO SUL TRASPORTO DELL’ANIDRIDE CARBONICA

La PO2 influenza l’affinità del legame tra anidride carbonica ed emoglobina.


L’anidride carbonica nel sangue cresce all’aumentare della PCO2, ma ad una certa PCO2,
il contenuto nel sangue di anidride carbonica si riduce all’aumentare della P O2.
Questo è l’EFFETTO HALDANE.

Dato che l’ossigeno influenza il trasporto di anidride carbonica da parte


dell’emoglobina, se l’ossigeno nel sangue aumenta la quantità di anidride carbonica
che può essere trasportata diminuisce. Al contrario, se l’ossigeno nel sangue
diminuisce l’emoglobina è più affine a trasportare anidride carbonica.
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Nel tessuti dove la PO2 è bassa e la PCO2 è alta, l’effetto Haldane promuove il trasporto
di anidride carbonica, mentre l’effetto Bohr e l’effetto carbamminico promuovono il
rilascio d’ossigeno.
Nel tessuti dove la PO2 è alta e la PCO2 è bassa, come nei polmoni, l’effetto Haldane
promuove il rilascio d’anidride carbonica, mentre l’effetto Bohr e l’effetto
carbamminico promuovono il trasporto d’ossigeno.

CONTROLLO DELLA VENTILAZIONE


CONTROLLO DELLA VENTILAZIONE DA PARTE DEI CHEMOCETTORI

Le variazioni delle concentrazioni chimiche dei gas nel sangue sono percepite dai
chemocettori localizzati nelle principali arterie dell’encefalo. Essi inviano segnali ai
centri respiratori che determinano un aumento della frequenza e della profondità
respiratoria. I chemocettori inviano input anche alla corteccia cerebrale che evoca la
sensazione di fame d’aria.

I chemocettori

Esistono due tipi di chemocettori:

1. CHEMOCETTORI PERIFERICI  si trovano nei GLOMI CAROTIDEI vicino al seno


carotideo e in altri animali anche nei GLOMI AORTICI, vicino all’arco aortico.
Essi sono cellule sensoriali specializzate che sono in contatto diretto con il
sangue arterioso e comunicano con i centri di controllo del respiro del bulbo
tramite la secrezione di messaggeri chimici.

CHEMOCETTORI CENTRALI  si trovano nel bulbo e sono neuroni bulbari che


rispondono direttamente ai cambiamenti della concentrazione di ioni idrogeno nel
liquido cerebrospinale. Essi non sono sensibili ai cambiamenti di PO2.

I riflessi chemocettoriali

I chemocettori periferici rispondono ai cambiamenti della PCO2 arteriosa in modo


diretto, mentre sono sensibili ai valori della PO2 arteriosa solo quando scende a valori

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estremamente bassi.
I chemocettori centrali rispondono ai cambiamenti della PCO2 arteriosa in modo
indiretto, ossia colgono i cambiamenti degli ioni idrogeno nel liquido cerebrospinale.

Durante le condizioni di ipoventilazione, la ventilazione alveolare è inferiore a quella


normale, quindi diminuisce la PO2 e aumenta la PCO2 arteriosa. I chemocettori sono
stimolati dall’aumento della PCO2 e quindi provocano un aumento della frequenza e
della profondità respiratoria.
Durante le condizioni di iperventilazione, la ventilazione alveolare è maggiore a
quella normale, quindi si ha una diminuzione della PCO2 arteriosa. In queste
condizioni la stimolazione ai chemocettori diminuisce quindi si ha una diminuzione
della frequenza respiratoria e della profondità del respiro.

IL CONTROLLO NERVOSO DELLA VENTILAZIONE DA PARTE DEI MOTONEURONI

I muscoli respiratori sono muscoli scheletrici che si contraggono in seguito a impulsi


nervosi provenienti da motoneuroni somatici. Il NERVO FRENICO innerva il
diaframma, mentre i NERVI INTERCOSTALI ESTERNI ed INTERNI innervano i muscoli
intercostali esterni ed interni.

Durante la respirazione tranquilla le scariche dei potenziali d’azione si verificano solo


nei motoneuroni inspiratori.
Durante la respirazione forzata si hanno potenziali d’azione sia nei motoneuroni
inspiratori che nei motoneuroni espiratori, ma queste scariche avvengono in modo
sfasato.
I segnali nervosi che controllano le contrazioni cicliche avvengono nel tronco
encefalico.

GENESI DEL RITMO RESPIRATORIO NEL TRONCO ENCEFALICO

I centri di controllo respiratori sono localizzati nel bulbo e nel ponte del tronco
encefalico. In essi vi sono i NEURONI INSPIRATORI e i NEURONI ESPIRATORI che
mandano potenziali d’azione per l’inspirazione e per l’espirazione.

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I centri di controllo respiratorio nel bulbo

Nel bulbo vi sono due centri di controllo respiratori:

1. GRUPPO RESPIRATORIO VENTRALE – VRG  contiene due regioni di neuroni


principalmente espiratori ed una regione di neuroni principalmente
inspiratori. Nei neuroni inspiratori all’inizio dell’inspirazione la scarica dei
potenziali d’azione è bassa, poi cresce velocemente e raggiunge un picco. Poi i
potenziali d’azione terminano bruscamente all’inizio dell’espirazione.
2. GRUPPO RESPIRATORIO DORSALE – DRG  contiene principalmente neuroni
inspiratori e la loro scarica dipende dal grado di stiramento dei polmoni.

I neuroni inspiratori controllano i motoneuroni del nervo frenico e dei muscoli


intercostali esterni, contraendo i muscoli inspiratori.
Alcuni neuroni del VRG però controllano anche i muscoli respiratori accessori, come
l’apertura della laringe durante l’inspirazione.

I centri di controllo respiratorio del ponte

Il ponte contiene un unico centro di controllo respiratorio, il GRUPPO RESPIRATORIO


PONTINO – PRG che contiene neuroni inspiratori, espiratori e misti. Esso facilita
probabilmente la transizione dall’inspirazione all’espirazione.

Generatore centrale del ritmo respiratorio

La sorgente del ciclo inspirazione-espirazione è chiamata GENERATORE CENTRALE DI


PATTERN – CPG, di cui non si conosce la sede. Sono state fatte due ipotesi sul suo
funzionamento:

1. I neuroni del CPG hanno un’attività ritmica che depolarizzano


spontaneamente generando spontaneamente e ciclicamente potenziali
d’azione come le cellule pacemaker del cuore
2. Le interazioni complesse tra le reti di neuroni sono responsabili del ritmo
respiratorio

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SEGNALI PERIFERICI AI CENTRI RESPIRATORI

Diversi tipi di input sensoriali possono alterare la respirazione:

• CHEMOCETTORI PERIFERICI e CENTRALI


• RECETTORI DA STIRAMENTO POLMONARI nel muscolo liscio delle vie
respiratorie polmonari
• RECETTORI PER LE SOSTANZE IRRITANTI rivestimento del tratto respiratorio
• PROPRIOCETTORI nei muscoli e nelle articolazioni
• BAROCETTORI ARTERIOSI
• NOCICETTORI
• TERMOCETTORI

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LA FUNZIONE RENALE

I PROCESSI BASALI DEGLI SCAMBI RENALI


Nei nefroni si verificano tre processi di scambio:

1. FILTRAZIONE GLOMERULARE  dove il plasma senza proteine passa dai


capillari glomerulari alla capsula di Bowman
2. RIASSORBIMENTO  dove delle molecole passano dal lume dei tuboli renali al
liquido interstiziale e da li poi tornano alla circolazione sistemica per diffusione
all’interno dei capillari
3. SECREZIONE  dove le molecole passano dal liquido peritubolare al lume dei
tuboli renali e provengono dal plasma e dai capillari peritubolari.

FILTRAZIONE GLOMERULARE

La filtrazione glomerulare è coordinata dalle forze di Starling, ossia il gradiente di


pressione osmotica e idrostatica.

La somma delle 4 forze di Starling presenti all’interno del corpuscolo renale è


chiamata PRESSIONE DI FILTRAZIONE GLOMERULARE:

1. PRESSIONE IDROSTATICA DEL CAPILLARE GLOMERULARE - PCG  La PCG


favorisce la filtrazione ed è di 60 mmHg, un valore più alto delle pressioni
idrostatiche degli altri capillari sistemici a causa dell’elevata resistenza
dell’arteriola efferente
2. PRESSIONE ONCOTICA NELLA CAPSULA DI BOWMAN - πBC  La πBC favorisce la
filtrazione ed è generata dalle proteine presenti nella capsula di Bowman.
Dato che le proteine che lasciano i capillari glomerulari sono pochissime, la
concentrazione proteica nella capsula di Bowman è molto bassa, quindi la πBC
è uguale a 0.
3. PRESSIONE IDROSTATICA NELLA CAPSULA DI BOWMAN – PBC  La PBC si
oppone alla filtrazione e ha un valore di 15 mmHg, più elevato rispetto alle
altre pressioni idrostatiche sistemiche in quando lo spazio della capsula di
Bowman è molto più ristretto.

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4. PRESSIONE ONCOTICA DEL CAPILLARE GLOMERULARE – πGC  La πGC si


oppone alla filtrazione perché la presenza di proteine nel plasma tende a
richiamare il fluido all’interno. Essa ha un valore di circa 29 mmHg, più alto dei
capillari sistemici in quando il filtrato per arrivare al glomerulo ha perso molta
acqua quindi la concentrazione di proteine è maggiore.

PRESSIONE FILTRAZIONE = (PCG + πBC) – (PBC + πGC) = (60 + 0) – (29 + 15) = 16 mmHg

Velocità di filtrazione glomerulare

La velocità di filtrazione dipende da tre fattori:

1. Forze di Starling
2. Permeabilità della membrana
3. Area della membrana

Ogni minuto nei reni fluiscono 625 ml di plasma ed esso filtra circa 125 ml/min di
plasma. Il volume di plasma filtrato nell’unità di tempo è chiamato VELOCITA’ DI
FILTRAZIONE GLOMERULARE – VFG.
In una giornata i reni filtrano circa 180 litri di plasma.

Frazione di filtrazione

La FRAZIONE DI FILTRAZIONE, ossia quanto plasma è filtrato dalla capsula di Bowman


è dato da:
VFG 125 ml /min
frazione di filtrato= = = 0,20 = 20%
flusso plasmatico renale 625 ml /min

Carico filtrato

Il CARICO FILTRATO è la quantità di un dato soluto filtrato nell’unità di tempo:

carico filtrato = VFG ml/min x Px mg/ml (concentrazione plasmatica di X)

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Regolazione della velocità di filtrazione glomerulare

Anche se nei tuboli renali passano al giorno circa 180 litri di sangue, il volume totale
d’urina è circa 1,5 litri. Questo accade perché circa il 99% del liquido filtrato viene poi
riassorbito dal plasma.

Controllo intrinseco della filtrazione glomerulare: i cambiamenti della pressione


arteriosa media – MAP modificano la VFG in quanto agiscono sulla pressione
capillare glomerulare e quindi sulla pressione di filtrazione glomerulare. I reni però
sono in grado di tollerale modificazioni ampie della MAP (dagli 80 ai 180 mmHg) con
minime variazioni della VFG per tre meccanismi intrinseci:

1. REGOLAZIONE MIOGENA  quando la MAP aumenta, aumenta anche la


pressione nell’arteriola afferente e quindi stira le sue pareti aumentando la
pressione nel capillare glomerulare e quindi la VFG. In risposta questo le pareti
dell’arteriola afferente si costringono quindi si oppone all’iniziale aumento
della MAP e la VFG rimarrà costante.
2. FEEDBACK TUBOLO-GLOMERULARE  la modificazione della VFG provoca una
modificazione del flusso del liquido tubolare che passa attraverso la zona della
macula densa. Questa zona è sensibile alle modificazioni di flusso così secerne
sostanze paracrine che riportano la VFG e quindi il flusso ai valori normali
3. CONTRAZIONE DELLE CELLULE DEL MESANGIO  l’aumento della VFG porta
ad uno stiramento delle cellule del mesangio che si trovano attorno ai capillari
glomerulari. Lo stiramento porta ad una contrazione di tali cellule riducendo la
superficie capillare disponibile per la filtrazione, quindi la VFG torna ai valori
nella norma.

Controllo estrinseco della filtrazione glomerulare e del flusso ematico renale:


quando la MAP si riduce sotto gli 80 mmHg essa provoca un aumento dell’attività del
sistema simpatico, contraendo le arteriole afferente ed efferenti aumentando la
resistenza vascolare renale, causando quindi una diminuzione della VFG. Questo
fatto diminuisce il flusso ematico renale e aumenta la resistenza periferica totale,
inoltre provoca una diminuzione dell’escrezione di urina per conservare i liquidi
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corporei per minimizzare la riduzione del volume ematico e quindi un’ulteriore


diminuzione della MAP.

RIASSORBIMENTO

Il riassorbimento è il movimento di soluti filtrati e di acqua dal lume tubolare dei reni
al plasma.

Riassorbimento di acqua e di soluti

Alcuni soluti sono assorbiti attivamente, mentre altri passivamente. Il riassorbimento


avviene principalmente nel TCP e nel TCD. Le proteine più grosse vengono
riassorbite per transcitosi.

La sostanza per essere riassorbita deve passare due epiteli:

1. Endotelio tubolare, formato dalla membrana apicale (rivolta verso il lume) è


formata da microvilli e dalla membrana basolaterale (rivolta verso il liquido
peritubolare)
2. Endotelio capillare, che rappresenta una barriera solo per le macromolecole

Riassorbimento attivo dei soluti: vi sono due modi per trasportare i soluti dal lume
del tubolo renale al plasma:

1. I trasportatori attivi della sostanza sono collocati sulla membrana apicale e


trasportano attivamente la sostanza dal lume dentro la cellula dell’endotelio.
In questo modo si crea una alta concentrazione della sostanza all’interno della
cellula e quindi essa passa al plasma per diffusione facilitata.
2. La sostanza ha un gradiente di concentrazione più basso nel lume che
all’interno della cellula epiteliale, quindi per diffusione facilitata passa
all’interno di essa. Sulla membrana basolaterale vi sono i trasportatori attivi
che trasportano attivamente la sostanza verso il plasma.

Riassorbimento dell’acqua: la diffusione di soluti nel plasma fa aumentare


l’osmolarità nel plasma, mentre diminuirà quello nel lume renale. L’acqua così segue

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il suo gradiente di osmolarità e si diffonderà nel plasma. Inoltre nelle cellule


endoteliali sono stati identificate delle acquaporine.

Riassorbimento passivo dei soluti: per far si che una sostanza si diffonda
passivamente dal liquido tubolare al plasma deve soddisfare due condizioni:

1. La concentrazione dev’essere più alta nel liquido tubolare che nel plasma
2. La sostanza dev’essere permeabile all’endotelio del lume

La sostanza più importante che viene riassorbita in questo modo è l’urea.

Trasporto massimo

Quando la concentrazione plasmatica di un soluto aumenta, aumenta anche la sua


concentrazione nel glomerulo e quindi nel filtrato all’interno del tubolo renale.
Spesso si tratta delle sostanza che vengono riassorbite al 100% dal TCP, come il
glucosio.
Quando la concentrazione del soluto è elevata, tutte le proteine trasportatrici sono
occupate e il sistema opererà in condizioni di TRASPORTO MASSIMO – TM. In questo
caso si troverà una parte di soluto anche nelle urine, e si parla di SOGLIA RENALE.

Il TM per il riassorbimento di glucosio è di 375 mg/min. Il glucosio è solitamente


presente nel plasma con valori di 80-100 mg/dl. Il carico filtrato di glucosio a VFG
normale (1,25 mg/dl) a Pglucosio di 100 mg/dl sarà:

VFG x Pglucosio = 1,25 mg/dl x 100 mg/dl = 125 mg/dl

Quindi il glucosio viene sempre riassorbito tutto dal filtrato, anche se in alcuni casi le
molecole di glucosio non vengono a contatto con le proteine trasportatrici quindi
sarà comunque presente nell’urina.

La soglia renale si calcola:


TM 375 mg/min
soglia renale= ¿ = 300 mg/dl
VFG 1,25 dl/min

La vera soglia renale per il glucosio è comunque 160-180 mg/dl, quindi il carico
filtrato sarà di 225 mg/min.

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Proprietà distrettuali dei tuboli renali

Riassorbimento non regolato nel tubolo prossimale: Nel TCP il 70% di sodio ed
acqua vengono riassorbiti dal plasma, mentre altri soluti vengono riassorbiti al 100%,
per questo motivo il TCP è chiamato anche RIASSORBITORE DI MASSA.

Il suo epitelio presenta 3 caratteristiche per adempire ai suoi compiti:

1. Grande presenza di microvilli che espandono l’area dedicata all’assorbimento


2. Gran numero di mitocondri all’interno delle cellule che costituiscono
l’endotelio per produrre una grande quantità di ATP
3. Presenza di giunzioni strette tra le cellule molto permeabili all’acqua e ai
piccoli soluti.

Il glucosio, le vitamine e gli aminoacidi sono quelle sostanze che vengono riassorbite
al 100% dal TCP. Esse vengono trasportate attivamente nel modo 1 e vengono
cotrasportate all’interno della cellula con il sodio.

Il sodio viene riassorbito attivamente dal TCP ed entra nella cellula endoteliale grazie
all’antiporto con lo ione idrogeno, poi esce dalla cellula e si diffonde nel plasma
grazie alla pompa sodio-potassio.

Lo ione idrogeno che entra nel lume del tubolo renale per l’antiporto con il sodio fa
reazione con HCO3- e si trasforma in H2CO3 che si dissocia in una molecola d’acqua e
una di anidride carbonica. L’anidride carbonica entra nella cellule endoteliale per
diffusione e fa reazione con una molecola d’acqua, trasformandosi nuovamente in
H2CO3 che si ridissocerà in uno ione idrogeno necessario per l’antiporto con il sodio e
in una molecola HCO3-. Sulla membrana basolaterale vi è un trasportatore di
diffusione facilitata per HCO3- e quindi questa molecola si può diffondere nel plasma.

Risparmio d’acqua nell’ansa di Henle: Il flusso di liquido che entra è circa di 40-45
ml/min. Non sono più presenti glucosio, amminoacidi e altri nutrienti.
L’osmolarità è ancora vicina all’osmolarità del sangue.

Riassorbe circa:

• 15% dell’acqua filtrata;


• 20-30% del Na+ e del K+ filtrati;

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• 35% del Cl– filtrato (cotrasporto con il sodio e con il potassio);


• 10-20% del HCO3– filtrato;
• una quantità variabile di Ca2+ e del Mg2+ filtrati (diffusione passiva facilitata per
gradiente elettrochimico).

Riassorbimento regolato e secrezione nel tubolo contorto distale e nel dotto


collettore: L’epitelio di questo tratto del tubolo presenta rari microvilli, le cellule
hanno pochi mitocondri e le giunzioni strette sono poco permeabili.
Le cellule epiteliali sono dotate di recettori ormonali che regolano il trasporto di
acqua tramite l’ADH e di altri soluti come il sodio, il cui riassorbimento è stimolato
dall’aldosterone, mentre la secrezione dal peptide natriuretico atriale. I recettori
ormali guardano le esigenze del corpo.
Il flusso di liquido che entra 25 ml/min (l’80% dell’acqua filtrata è stata ora
riassorbita).
Riassorbe circa:
 10-15% dell’acqua filtrata,
 5% del Na+ filtrato e il 5% del Cl– filtrato, secerne K+ (cellule principali)
 riassorbono K+ e HCO3– e secernono H+ (cellule intercalate)
 Principale sito dove l’ormone paratiroideo (PTH) stimola il riassorbimento di
Ca2+.

SECREZIONE
Nella secrezione tubolare le molecole vanno dal plasma al lume del tubolo renale sia
passivamente che attivamente.
Riguarda ioni come K+ e H+ (secreto tramite un controtrasporto Na+-H+ sulle
membrana apicale) e sostanze organiche endogene (es. creatinina) o esogene (es.
penicillina). La secrezione di penicillina è inibita da probenecid, un acido organico.

ESCREZIONE
L’escrezione è il processo per cui i reni eliminano i soluti e l’acqua dall’organismo
sotto forma di urina.

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La quantità di urina che viene escreta in un determinato intervallo di tempo si può


calcolare come:

quantità escreta = quantità filtrata + quantità secreta – quantità riassorbita

E=F+S–R

VELOCITA’ DI ESCREZIONE

La velocità con cui l’urina viene escreta dipende da tre fattori:

1. Carico filtrato
2. Velocità di secrezione del soluto
3. Velocità di riassorbimento del soluto

Velocità di escrezione = carico filtrato + velocità di secrezione – velocità di


riassorbimento

Velocità di escrezione = flusso di urina V x concentrazione urina U

Se una sostanza viene secreta la sua velocità di escrezione sarà maggiore della
velocità di filtrazione. Se, viceversa, viene riassorbita, la sua velocità di escrezione
sarà minore della velocità di filtrazione

CLEARANCE RENALE

La clearance renale di una sostanza (Cx) è definita come il volume di plasma che, nel
suo passaggio attraverso il rene, viene completamente depurato di quella sostanza
nell’unità di tempo.
velocità d ' escrezione UxV
clearance= =
concentrazione plasmatica Px

Le clearance dei soluti sono utili per sapere come l’escrezione urinaria influenza le
concentrazioni plasmatiche dei soluti.

Calcolo della velocità di filtrazione glomerulare

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La clearance permette anche di determinare la VFG. Nel caso in cui una sostanza sia
filtrata completamente dal glomerulo, e non sia ne assorbita ne secreta, la quantità
di sostanza nelle urine sarà uguale alla quantità di sostanza filtrata, quindi la
clearance della sostanza sarà uguale alla VFG.

Un esempio di questa sostanza è l’inulina, un composto che viene iniettato in via


endovenosa in clinica per il calcolo della VFG.

Velocità di escrezione = carico filtrato = VFG x Pinulina


velocitàdi escrezione U inulina x V
VFG= = = Cinulina
Pinulina Pinulina

Dato che l’inulina è una sostanza che non viene né assorbita né filtrata, si può
confrontare la clearance di altri soluti con questa per capire che sono state assorbite
o secrete:
 Cx < Ci  sostanza riassorbita
 Cx = Ci  sostanza filtrata completamente
 Cx > Ci  sostanza secreta
Per iniettare l’inulina nel corpo si procede per via endovenosa, ma questo è un
processo invasivo, così molte volte si preferisce utilizzare la creatinina, delle
molecole già presenti nel sangue.
Essa è un prodotto di scarto derivante dal metabolismo della creatina. La creatinina
viene filtrata al 100% a livello glomerulare, ma viene secreta in piccola quantità
anche se non viene riassorbita, questo determina un piccolo incremento della
clearance che non sarà più uguale alla VFG.
Il glucosio viene completamente riassorbito, questo determina una clearance = a
zero.
0 mmol/l x V
C glucosio= = 0 ml/min
P glucosio

Poiché la VFG rappresenta solo il 20% del flusso ematico totale, per essere eliminata
completamente dal plasma una data sostanza deve essere sia filtrata che secreta dai
tubuli.
Una sostanza simile non esiste, ma il PAI (acido para-amminoippurico) si avvicina a
queste condizioni, perchè è eliminato per il 90%. Il PAI viene filtrato dal glomerulo e
non viene riassorbito, ma il PAI che rimane nei capillari renali dopo la filtrazione
viene secreto nei tuboli renali.
La clearance del PAI è uguale al flusso plasmatico che entra nei reni, il flusso
plasmatico renale che nell’ambito dell’ematocrito diventa flusso ematico renale.

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CPAI = 2.5 (mmol/min)/0.004 (mmol/ml) = 625 ml/min


Flusso ematico renale = 625/(1-0.45) = 1136 ml/min

MINZIONE
L’urina è il liquido che rimane nei tuboli renali dopo la filtrazione, il riassorbimento e
la secrezione. Esso percorre i dotti collettori, raggiunge la pelvi renale e attraverso
l’uretere va nella vescica dove le contrazioni peristaltiche della muscolatura liscia la
fanno uscire attraverso l’uretra tramite il processo di minzione.
Le fibre muscolari lisce della vescica sono in comunicazione tra loro attraverso
giunzioni comunicanti e l’insieme di queste è il MUSCOLO DETRUSORE.
Nel collo della vescica le fibre convergono e formano una parte più spessa, lo
SFINTERE URETALE INTERNO che regola il deflusso dell’urina dalla vescica.
Il flusso dell’urina viene controllato anche dal muscolo che ricopre esternamente
l’uretra, lo SFINTERE URETALE ESTERNO.
La minzione è sotto il controllo sia volontario che involontario e si verifica quando si
contrae il muscoli detrusore e si rilasciano gli sfinteri interni ed esterni che aprono
l’uretra.
Il muscolo detrusore e lo sfintere interno sono sotto il controllo del sistema nervoso
autonomo, mentre lo sfintere esterno è sotto il controllo volontario.
L’urina fluisce verso la vescica in maniera continua, in questo caso il muscolo
detrusore è rilasciato e aumenta di volume finchè non raggiunge un certo livello che
attiva i recettori da stiramento situati sulla parete della vescica che inducono il
RIFLESSO DELLA MINZIONE.
I recettori inviano il segnale al midollo spinale che tramite interneuroni inviano il
segnale a tre fasci di neuroni:
1. Neuroni parasimpatici  controllano il muscolo detrusore
2. Neuroni simpatici  controllano lo sfintere uretale interno
3. Motoneuroni somatici  controllano lo sfintere uretale esterno
La stimolazione dei recettori da stiramento eccitano i neuroni parasimpatici che
fanno contrarre il muscolo detrusore che aumenta la pressione all’interno della
vescica finchè non fa aprire lo sfintere interno.
Intanto i recettori da stiramento inibiscono l’attività contrattile dei neuroni simpatici
dello sfintere interno e dei motoneuroni somatici.
Il riflesso della minzione viene controllato volontariamente nei bambini e negli
adulti. I recettori da stiramento una volta stimolati inducono segnali anche alla
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corteccia cerebrale che dà origine alla sensazione che la vescica si sta riempendo.
Questo inibisce i neuroni parasimpatici e attivano i motoneuroni somatici ritardando
il riflesso della minzione.
L’urina è volontariamente escreta rilasciando volontariamente lo sfintere uretrale
esterno e abbassando il pavimento pelvico che fa abbassare la vescica e fa quindi
aprire lo sfintere uretrale interno.
La contrazione del diaframma e dei muscoli addominali aumentano il volume
dell’urina escreta perché aumentano la pressione della cavità addominale e quindi
della vescica.

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BILANCIO IDROELETTRICO

IL CONCETTO DI BILANCIO
L’organismo per mantenere l’omeostasi deve fare in modo che ciò che entra nel
corpo e ciò che è prodotto dal corpo deve essere uguale a ciò che è usato dal corpo e
ciò che è eliminato.

Assunzione + produzione = utilizzo + eliminazione

FATTORI CHE INFLUENZANO LA COMPOSIZIONE DEL PLASMA

I reni hanno un controllo diretto sul volume e sulla composizione del plasma.

Il volume del plasma è determinato nella maggior parte dal suo contenuto d’acqua,
dato che i soluti ne influenzano una minima parte, ma questi ultimi hanno un ruolo
fondamentale per determinano il gradiente di osmolarità per il flusso d’acqua.
Il volume plasmatico è molto importante per l’omeostasi perché è correlato alla
MAP.

La composizione del plasma, acqua e soluti, è determinato dal flusso di sostanze in


ingresso e in uscita nell’organismo e tra il movimento di sostanze tra un
compartimento e un altro del corpo.
Il plasma può ottenere o perdere materiali in tre modi:

1. Scambi con il lume del sistema gastrointestinale


2. Scambi con il lume dei tuboli renali
3. Perdere materiali tramite la sudorazione, un emorragia o la respirazione.

Il corpo impiega meno tempo a rimuovere acqua e soluti dal tratto digerente che a
eliminarle con le urine, per questo motivo il trasporto di sostanze tramite il sistema
digerente è un guadagno in acqua e soluti.

Invece dato che non tutte le sostanze vengono riassorbite nei tuboli renali, il
trasporto di sostanze attraverso i tuboli renali si traduce in una perdita per
l’organismo.

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Il rene ha un importante ruolo nel:

 bilancio idrico (influenza la MAP; strettamente correlato al bilancio


idroelettrolitico)
 bilancio del Na+ (influenza l’osmolarità e quindi il volume cellulare)
 bilancio del K+ (influenza il potenziale di membrana)
 bilancio del Ca++ (coinvolto in esocitosi, contrazione muscolare, formazione
osso, coagulazione)
 bilancio di H+ (pH)

SOLUTI E BILANCIO IDRICO

Il sistema entra in equilibrio quando la velocità con cui entrano i soluti nel plasma è
uguale alla velocità con cui escono.
Quando la velocità con cui le sostanze entrano è maggiore si parla di BILANCIO
POSITIVO; mentre quando la velocità con cui le sostanze vengono eliminate è
maggiore si parla di BILANCIO IN NEGATIVO.

BILANCIO IDRICO
L’organismo è in EQUILIBRIO IDRICO quando il volume dell’acqua assunta è uguale al
volume dell’acqua eliminata.
L’acqua viene assunta principalmente tramite cibi e bevande, ma viene anche
prodotta in piccola quantità dal metabolismo cellulare. L’acqua viene eliminata
attraverso la pespiratio insensibilis ossia durante la respirazione attraverso la pelle,
sudorazione, eliminazione delle feci e di urina. Sono i reni però a mantenere il
bilancio idrico.
Le patologie in cui si perde più acqua del normale sono diarrea, sudorazione
eccessiva e emorragia.

Il bilancio idrico positivo si ha quando la persona assume più acqua di quanta ne


perde, in questo caso si parla di ipervolemia. Il bilancio idrico negativo si ha quando
l’acqua persa è maggiore dell’acqua assunta e si parla si ipovolemia. Quando i due
valori si equivalgono si ha l’equilibrio idrico e si è in normovolemia.

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OSMOLARITA’ E MOVIMENTO DELL’ACQUA

I reni variano la quantità di acqua escreta modulando il riassorbimento dell’acqua


che avviene all’interno dei tuboli renali.

In condizioni normali, la concentrazione di soluti nel corpo è di circa 300 mOsm e


l’osmolarità è la stessa nel plasma, nel liquido extracellulare e nel liquido
intracellulare. In questo modo non vi sono forze che generano flussi e si parla di
EQUILIBRIO OSMOTICO.

Il rene non può eliminare acqua pura o solo soluti, e neanche ridurre il volume
dell’urina a zero per lunghi periodi (perdita di acqua obbligatoria 440 ml/giorno).

RIASSORBIMENTO D’ACQUA NEL TUBULO PROSSIMALE

Il sodio è il soluto che crea il gradiente osmotico tra il liquido filtrato e il liquido
interstiziale perché la maggior parte di esso viene riassorbito a livello del TCP.
Il liquido filtrato e il liquido interstiziali sono isoosmotici a 300 mOsm.

RUOLO DEL GRADIENTE OSMOTICO MIDOLLARE

Le regioni esterne della midollare del rene hanno un’osmolarità più bassa delle
regioni interne della midollare, questo è il GRADIENTE OSMOTICO MIDOLLARE. Esso
è fondamentale per il riassorbimento dell’acqua dal dotto collettore.

Esiste per il meccanismo di MOLTIPLICAZIONE CONTROCORRENTE e per la diffusione


facilitata di urea dal lume dei dotti collettori al liquido interstiziale della midollare.

Moltiplicazione controcorrente

Il tratto discendente dell’ansa di Henle è permeabile all’acqua che essa si diffonde


fuori dal tubolo, mentre il tratto ascendente è impermeabile all’acqua e presenta
meccanismi di trasporto attivo per il sodio, il potassio e il cloro.

Il termine CONTROCORRENTE si riferisce al fatto che il liquido che passa dal tratto
discendente al tratto ascendente passa in due tubuli paralleli tra di loro ma il filtrato
si muove in direzioni opposte.
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La moltiplicazione consta di diversi passaggi:

1. il filtrato entra nell’ansa di Henle nel tratto discendente. La sua osmolarità è di


300 mOsm come il liquido extracellulare, quindi non vi è alcun gradiente di
osmolarità e nessun flusso d’acqua.
Il filtrato inizia a salire verso il tratto ascendente dell’ansa di Henle e il
potassio, il sodio e il cloro vengono attivamente trasportati fuori.
2. Il liquido interstiziale midollare aumenta la sua osmolarità da 300 a 400
mOsm, mentre il filtrato riduce la sua osmolarità da 300 a 200 mOsm. In
questo modo si crea un gradiente di concentrazione che fa passare l’acqua dal
tratto discendente (l’unico impermeabile all’acqua) al liquido peritubulare.
3. Il tratto discendente e il liquido peritubulare raggiungono la stessa osmolarità
di circa 400 mOsm, ma il liquido nel tratto ascendente ha un’osmolarità di 200
mOsm, quindi si crea un gradiente di osmolarità tra i due tratti dell’ansa di
Henle.
4. L’ingresso di altro filtrato nel TCP fa spostare il liquido iperosmotico nei tratti
più profondi dell’ansa di Henle
5. Anche in questo caso inizia il riassorbimento attivo di soluti da parte del tratto
ascendente dell’ansa di Henle, facendo alzare l’osmolarità del liquido
peritubulare da 400 a 500 mOsm e facendo diminuire l’osmolarità del filtrato
nel tratto ascendente. Nel tratto discendente si verifica il riassorbimento
d’acqua.
6. L’ingresso di altro filtrato fa spostare il liquido verso la parte più alta del tratto
ascendente.
7. Il processo continua fino a che il sistema non raggiunge lo stato stazionario.

Lo stato stazionario fa in modo che il liquido che entra nell’ansa di Henle sia
isoosmotico con il LEC.

Ruolo dell’urea nel gradiente osmotico midollare

La moltiplicazione controcorrente stabilisce il gradiente osmotico, ma il


mantenimento di questo gradiente è dato dall’urea, un prodotto di scarto generato
dal catabolismo delle proteine.

Essa è trasportata fuori attivamente dal dotto collettore nel liquido peritubulare e
contribuisce per il 40% al gradiente osmotico della midollare renale.
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Ruolo del vasa recta nel prevenire la dissoluzione del gradiente osmotico midollare

La particolare morfologia dei vasa recta fa in modo che il gradiente osmotico non si
dissolva per la diffusione continua di acqua e soluti.

Il filtrato che entra nei vasa recta ha un’osmolarità di 300 mOsm, continuando a
procedere nei vasa recta verso la midollare, il liquido interstiziale aumenta di
osmolarità, e quindi si ha un flusso verso l’esterno del lume d’acqua e un flusso verso
l’interno del lume di soluti. Questo processo è controllato, altrimenti si
verificherebbe lungo tutto il corso dei vasa recta e il gradiente osmotico midollare si
dissolverebbe.

Quando il filtrato torna attraverso i vasa recta verso la corticale il gradiente osmotico
diventa più basso nel liquido interstiziale e più alto nel lume tubulare. In questo
modo si ha un flusso di acqua verso l’interno del lume tubulare e un flusso di soluti
verso l’esterno tubulare.

Questo processo fa rimanere relativamente costante il gradiente osmotico midollare,


e il filtrato alla fine del suo giro nei vasa recta diventa solo leggermente iperosmotico
rispetto al filtrato che entra con un’osmolarità di 325 mOsm.

RUOLO DEL GRADIENTE OSMOTICO MIDOLLARE NEL RIASSORBIMENTO


DELL’ACQUA NEL TUBULO CONTORTO DISTALE E NEL DOTTO COLLETTORE

Acquaporine e permeabilità all’acqua

Le cellule epiteliali che rivestono il TCD e i dotti collettori sono connesse tra loro da
giunzioni strette e inoltre la membrana citoplasmatica è impermeabile all’acqua.
L’unico modo per l’acqua di passare sono le acquaporine che si trovano sulla
membrana delle cellule principali. L’acquaporina-3 è sempre presente sulle
membrane basolaterali, mentre l’acquaporina-2 si trova sulla membrana apicale solo
se è presente l’ADH.

Quando le pareti dei tubuli terminali sono impermeabili all’acqua l’urina escreta sarà
con un grande volume ma con una bassa osmolarità.

Quando le pareti dei tubuli terminali sono permeabili l’urina cercherà di eguagliare il
gradiente osmotico del liquido interstiziale di circa 1400 mOsm, ma non potrà mai
superarlo perché una volta eguagliato non si verificherà più il flusso d’acqua.
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Esiste un volume minimo d’acqua per eliminare i soluti, ossia la PERDITA D’ACQUA
OBBLIGATORIA di 400 ml al giorno.
La lunghezza dell’ansa di Henle determina la massima concentrazione di urina e
quindi la perdita d’acqua obbligatoria giornaliera.

Perché non possiamo bere acqua di mare

Il pericolo di bere acqua di mare è dovuto all’alta concentrazione di soluti presenti in


essa, che varia tra i 1000 mOsm e i 1200 mOsm.
Quando si beve acqua di mare l’alta concentrazione di soluti nel lume del tratto
gastrointestinale riduce il riassorbimento d’acqua provocando diarrea che
contribuisce alla disidratazione.
L’acqua di mare inoltre provoca l’aumento dell’osmolarità del liquido extracellulare,
inducendo il flusso di liquidi dal LIC al LEC.

L’organismo in un giorno perde circa 1400 ml d’acqua minimo, se una persona


bevesse 1400 ml d’acqua di mare berrebbe anche 1500 mmol di soluti, che dovranno
essere eliminati a loro volta. Per eliminare i reni dovranno espellere altri 1070 ml di
urina, eliminando così solo 370 ml dei 1400 ml obbligatori.

Una persona dovrebbe bere e assorbire così circa 6 litri d’acqua di mare per
reintegrare la perdita renale, cosa impossibile per il sistema gastrointestinale.

Effetti dell’ormone antidiuretico sul riassorbimento dell’acqua

L’ORMONE ANTIDIURETICO o ADH o VASOPRESSINA regola la permeabilità dell’acqua


nelle porzioni terminali del TCD e dei dotti collettori.

In assenza di ADH la membrana apicale delle cellule principali non contiene


acquaporine, così non può avvenire il riassorbimento d’acqua.
L’ADH stimola la sintesi di acquaporine-2 ed il suo inserimento sulla membrana
apicale.

L’acquaporine-2 vengono conservate in vescicole nel citosol delle cellule principali.


L’ADH entra nella cellula dal plasma capillare grazie a recettori presenti sulla
membrana basolaterale. Questi recettori sono accoppiati a proteine G che attivano
l’enzima adenilato ciclasi che catalizza la sintesi del secondo messaggero cAMP che a
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sua volta attiva la proteinchinasi A che stimola l’inserzione di acquaporine-2 sulla


membrana apicale tramite esocitosi.
L’ADH inoltre stimola la sintesi di nuove acquaporine-2.

Regolazione della secrezione dell’ADH

L’ADH è secreto dalle cellule neurosecretorie della neuroipofisi che originano


nell’ipotalamo. Gli stimoli per la produzione di ADH sono due:

1. Cambiamenti dell’osmolarità del LEC, quando aumenta l’osmolarità aumenta


anche la produzione di ADH. Gli OSMORECETTORI nell’ipotalamo controllano
l’osmolarità del LEC
2. Volume ematico del sangue e pressione ematica, controllano dai barocettori
arteriosi e dai barocettori cardiaci e venosi. Quando la pressione ematica
diminuisce, la produzione di ADH aumenta.

DIABETE INSIPIDO

Il diabete si riferisce a qualunque disturbo metabolico che comporta un aumento


della sete e una grande produzione di urina.

Il DIABETE INSIPIDO CENTRALE si manifesta quando i valori di ADH sono bassi,


mentre il DIABETE INSIPIDO NEFROGENICO si manifesta quando i reni sono
rispondono in maniera appropriata all’ADH. Una carenza di ADH porta un’importante
perdita di liquido con le urine.

Anche il DIABETE MELLITEO porta ad un aumento della diuresi, ma le cause sono


diverse. La diuresi diviene osmotica.

BILANCIO DEL SODIO


Un aumento del sodio nei livelli plasmatici è definito IPERNATRIEMIA (accompagnato
ad un aumento della MAP), mentre una diminuzione è definita IPONATRIEMIA
(accompagnato da ipotensione).
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Il sodio è liberamente filtrato dai glomeruli ed è sottoposto al riassorbimento


tubulare, ma non viene secreto.

MECCANISMI DI REGOLAZIONE DEL RIASSORBIMENTO DEL SODIO NEI TUBULI


RENALI

Quando il sodio viene riassorbito gli ioni sodio vengono trasportati attivamente dalla
pompa sodio potassio nella membrana basolaterale. Il sodio però entra
passivamente nella membrana apicale dato che all’interno del lume tubulare è a
basse concentrazioni.

Nel tubulo prossimale il sodio entra nelle cellule endoteliali grazie a proteine di
trasporto che associano il movimento del sodio con altri soluti come il glucosio,
diversi amminoacidi e ioni idrogeno.
Quando il sodio entra con il glucosio rilascia energia che serve a guidare il flusso di
glucosio contro il loro gradiente elettrochimico verso la membrana basolaterale. Il
glucosio poi esce dalla membrana basolaterale passivamente. L’energia utilizzata poi
per trasportare il sodio con la pompa sodio potassio è data dall’idrolisi dell’ATP.

Nel tubolo distale il sodio è riassorbito attivamente. Il sodio entra passivamente dalla
membrana apicale, mentre dalla membrana basolaterale esce attivamente. Il sodio
nella membrana apicale entra o grazie al cotrasporto con ioni cloruro o grazie alla
diffusione facilitata attraverso i canali per il sodio.
Il riassorbimento del sodio nella membrana basolaterale è associato alla secrezione
di potassio che minimizza i cambiamenti del potenziale di membrana insieme
all’entrata del sodio nella membrana apicale con il cloruro. Infatti il riassorbimento
del sodio, che è un catione, dev’essere associato al riassorbimento di un anione,
come il cloruro. Il cloro e il bicarbonato sono gli anioni più abbondanti nel filtrato e
per questo vengono riassorbiti con il sodio.

EFFETTI DELL’ALDOSTERONE

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L’aldosterone è un ormone steroideo rilasciato dalla corticale del surrene che è


controllato dal sistema renina – angiotensina – aldosterone (RAAS).
Esso si lega ai recettori citoplasmatici del TCD e dei dotti collettori e ha due effetti:

1. Aumenta il numero di canali aperti sulla membrana apicale per il sodio e per il
potassio mantenendoli aperti e stimolando la formazione di nuovi canali.
2. Stimola la sintesi di pompe sodio-potassio

In questo modo l’aldosterone stimola sia il riassorbimento di sodio che la secrezione


di potassio.

Il sistema renina – angiotensina – aldosterone

Nelle pareti del tubolo distale sono presenti le cellule della macula densa che
controllano i cambiamenti delle concentrazioni del cloro e del sodio e del flusso del
liquido tubulare. Quando la concentrazione di sodio nel filtrato diminuisce, aumenta
la secrezione di renina.
Nelle pareti delle arteriole afferenti sono localizzate cellule granulari che secernono
RENINA, un enzima proteolitico.

Quando la renina viene rilasciata dalle cellule granulari nel flusso sanguigno agisce
su un’altra proteina che è sempre presente nel sangue, l’ANGIOTENSINOGENO
secreto dal fegato. La renina scinde alcuni amminoacidi dall’angiotensinogeno
convertendolo in angiotensina I. L’angiotensina I incontra un enzima proteolitico,
l’ENZIMA CONVERTENTE L’ANGIOTENSINA – ACE che si trova sulla superficie interna
di tutti i capillari sistemici e scinde alcuni amminoacidi dall’angiotensina I,
convertendola in angiotensina II.

L’angiotensina II adotta 4 metodi per aumentare la MAP:

1. Stimola la vasocostrizione delle arterie sistemiche determinando l’aumento


della resistenza periferica totale e quindi l’aumento della MAP
2. Stimola la corticale del surrene a secernere aldosterone aumentando il
riassorbimento di sodio che causa un riassorbimento d’acqua e quindi una
diminuzione della perdita di liquidi
3. Stimola la neuroipofisi a secernere ADH che riassorbe l’acqua minimizzando la
perdita di liquido

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4. Attiva i neuroni ipotalamici a stimolare la sete e quindi ad introdurre liquidi


determinando un aumento del volume plasmatico e quindi l’aumento della
MAP.

Dato che la RAAS stimola l’aumento della MAP, una diminuzione della MAP stimola il
rilascio di renina.
Anche un aumento dell’attività del sistema nervoso simpatico stimola il rilascio di
renina in seguito ad una stimolazione diretta delle cellule granulari. Il sistema
simpatico viene attivato dal riflesso barocettivo in seguito ad una diminuzione della
MAP.
Un’elevata riduzione della MAP riduce anche la VFG, che insieme al continuo
riassorbimento di sodio e cloro nel TCP e nel tratto ascendente dell’ansa di Henle
riduce i livelli di sodio e cloro nel TCD e quindi un’attivazione delle cellule della
macula densa che stimolano il rilascio di renina dalle cellule granulari.

PEPTIDE NATRIURETICO ATRIALE

Il peptide natriuretico atriale – ANP è secreto da cellule che si trovano negli atri del
cuore in risposta alla distensione della parete degli atri provocata da un aumento del
volume plasmatico.

L’ANP agisce aumentando l’escrezione di sodio aumentando la VFG e riducendo il


riassorbimento di sodio.
L’ANP aumenta la VFG dilatando le arteriole afferente e costringendo le arteriole
efferenti, provocando un aumento della pressione dei capillari glomerulari.
Aumentando la VFG si aumenta la filtrazione del sodio.
L’ANP riduce il riassorbimento del sodio riducendo il numero di canali aperti per il
sodio nella membrana apicale.
L’ANP riduce la secrezione di renina e quindi la secrezione di aldosterone.

BILANCIO DEL POTASSIO


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Una bassa concentrazione (< 3mEq/L) del K+ nel plasma (IPOKALIEMIA) determina
una iperpolarizzazione del potenziale di membrana e i sintomi sono aritmie,
debolezza muscolare, ipotensione, stato confusionale, alcalosi, respiro superficiale.

Un’alta concentrazione del K+ nel plasma (IPERKALIEMIA) determina una


depolarizzazione del potenziale di membrana e i sintomi sono aritmie, crampi
muscolari, vertigini, nausea

AZIONE RENALE DEGLI IONI POTASSIO

Nei reni il potassio viene liberamente filtrato dal glomerulo ed è sottoposto sia al
riassorbimento che alla secrezione nei tubuli, però la quantità di potassio riassorbita
è maggiore della quantità secreta. La regolazione della quantità plasmatica di
potassio è dovuta alla secrezione.

Nel TCP il potassio è riassorbito. Lo ione potassio si sposta dal liquido peritubulare
alle cellule endoteliali grazie alla pompa sodio-potassio sulla membrana basolaterale
e poi vengono riportati al LEC e al plasma tramite canali per il potassio sempre sulla
membrana basolaterale. Il potassio che dal filtrato entra nelle cellule endoteliali
utilizza meccanismi attivi ancora sconosciuti. Inoltre gli ioni potassio si possono
muovere tra le cellule del lume tubulare al LEC.

Nel TCD e nei dotti collettori il potassio viene secreto. Gli ioni passano dal LEC alle
cellule endoteliali tramite le pompe sodio-potassio sulle membrane basolaterali ed
entrano nel lume grazie a canali per il potassio poste sulle membrane apicali.

REGOLAZIONE DELLA SECREZIONE DI POTASSIO DELL’ALDOSTERONE

La secrezione di potassio è regolata dall’aldosterone che aumenta il numero di


pompe sodio-potassio sulle membrane basolaterali e quindi aumenta il flusso di
potassio attraverso i canali per il potassio sulle membrane apicali, causando un
aumento della concentrazione di potassio nell’urina.

La secrezione di aldosterone è regolata anche da alte concentrazioni di potassio nel


sangue perché stimolano direttamente la sua secrezione dalla corticale del surrene.
L’aumento di aldosterone aumenta la secrezione di potassio e quindi i livelli di
concentrazione tornano alla normalità.
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Sindrome di Conn o iperaldosteronismo

L’eccessiva produzione di aldosterone dalla corticale del surrene determina


ritenzione di sodio e di acqua, ipokaliemia, ipertensione.
In questo caso l’ipertensione è poco trattabile in quando è dipendente da un eccesso
di renina.

BILANCIO DEL CALCIO


Il calcio è fondamentale nel funzionamento della maggior parte delle cellule, infatti
permette l’esocitosi delle vescicole contenenti messaggeri chimici, stimola la
secrezione di diverse sostanze, stimola la contrazione muscolare ed aumenta la
contrattilità del miocardio e dei vasi sanguigni, è un importante componente delle
ossa e denti.

L’aumento della concentrazione di calcio nel plasma, l’IPERCALCEMIA, ha come


conseguenza una diminuzione della forza, atrofia muscolare, letargia, modificazioni
comportamentali, ipertensione, costipazione e nausea.
La diminuzione della concentrazione di calcio nel plasma, l’IPOCALCEMIA, determina
sensazione di stordimento, spasmi e crampi muscolari, iperiflessia e ipotensione.

La concentrazione plasmatica di calcio è regolata dai reni, dall’apparato digerente,


dalle ossa e dalla cute. Il calcio è rilasciato nel plasma dal tessuto osseo e
dall’apparato digerente.

CONTROLLO RENALE SUGLI IONI CALCIO

Il calcio è trasportato nel sangue sia in forma libera che legato a proteine
trasportatrici. Il glomerulo filtra solo il calcio in forma libera e durante il percorso nei
tubuli renali viene riassorbito al 99% circa.

Il TCP riassorbe circa il 70% di calcio, il tratto ascendente spesso dell’ansa di Henle ne
riassorbe il 20% e il TCD e il dotto collettore riassorbono il 10%.
Il riassorbimento nell’ansa di Henle e nei dotti collettori è regolato da ormoni.

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CONTROLLO ORMONALE DELLE CONCENTRAZIONI DI CALCIO PLASMATICO

Effetti del paratormone

Il paratormone – PTH è un ormone peptidico prodotto dalle paratiroidi e secreto in


risposta ad una diminuzione della concentrazione di calcio nel plasma.
I suoi effetti sono diversi:

1. Stimola il riassorbimento di calcio nel tratto ascendente dell’ansia di Henle e


nei tubuli distali
2. Stimola l’attivazione nei reni di calcitriolo che stimola l’assorbimento di calcio
nel sistema digerente e nei reni
3. Stimola il riassorbimento di calcio nelle ossa aumentando la concentrazione di
calcio plasmatico
4. Stimola direttamente l’assorbimento di calcio dal sistema digerente

Effetti del 1,25-diidrossicolecalcifenolo o calcitriolo

Il 1,25-(OH)2D3 è un ormone steroideo che aumenta i livelli di calcio plasmatico


stimolando l’assorbimento nei reni e nel tratto digerente.

Il 1,25-(OH)2D3 viene sintetizzato dalla vitamina D3 che può essere a sua volta
sintetizzata o dal 7-deidrocolesterolo che si trova sulla pelle in seguito ad
un’esposizione solare o può essere assorbita con la dieta.
La vitamina D3 nel plasma raggiunge il fegato dove o viene convertita in 25-
idrossivitamina D3 o in 1,25-OH D3.
La 1,25-OH D3 lascia il fegato e raggiunge i reni dove il PTH lo converte in 1,25-
(OH)2D3.

Effetti della calcitonina

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La calcitonina riduce il livello plasmatico di calcio nel sangue. Essa è un ormone


peptidico secreto dalle cellule C della tiroide ed è regolata dall’aumento dei livelli
plasmatici di sangue.

Essa fa aumentare la formazione delle ossa mediante il deposito di calcio e


diminuisce il riassorbimento di calcio da parte dei reni.

PATOLOGIE DERIVANTI DAL MALFUNZIONAMENTO RENALE


IPERTENSIONE

L’ipertensione aumenta il lavoro del cuore arrivando all’infarto o all’insufficienza


cardiaca, danneggia i vasi arrivando all’arteriosclerosi, affatica i reni e danneggia la
retina.
Le cause sono derivanti da molteplici fattori, per esempio per i reni se si ha una
ritenzione di liquidi o un rilascio esagerato di renina; per il sistema endocrino si ha
per problemi alla ghiandola surrenale oppure può essere dovuta all’arteriosclerosi.

INSUFFICIENZA RENALE

L’insufficienza renale è dovuta ad una perdita progressiva della funzione renale e si


ha quando la VFG è ridotta a meno del 5% del normale.

Le conseguenze sono molteplici:

 TOSSICITA’ UREMICA – ritenzione dei prodotti di rifiuto


 ACIDOSI METABOLICA – incapacità dei reni a secernere ioni idrogeno e quindi
si ha un accumulo nel plasma
 RITENZIONE DEL POTASSIO
 SQUILIBRI DEL SODIO
 SQUILIBRI DEL FOSFATO E DEL CALCIO
 PERDITA DI PROTEINE PLASMATICHE
 INCAPACITA’ DI VARIARE LE CONCENTRAZIONI DI URINA
 IPERTENSIONE
 ANEMIA
 DEPRESSIONE DEL SISTEMA IMMUNITARIO

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Dialisi

La dialisi più comune è l’EMODIALISI in cui si fa passare il sangue di una persona


attraverso un rene artificiale.
L’apparecchio consiste in una membrana che suddivide lo spazio interno in due
compartimenti, uno che contiene il sangue del paziente e uno per il dialisato, il
liquido della dialisi.
In questo modo il sangue scambia soluti con il dialisato attraverso la membrana che
è semipermeabile, quindi fa passare i soluti secondo il loro gradiente elettrochimico
tranne gli elementi corpuscolati del sangue e le proteine.

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EQUILIBRIO ACIDO-BASE

La concentrazione degli ioni idrogeno nel sangue determina il pH arterioso che


dev’essere sempre compreso tra 7,38 e 7,42. Esso è lievemente alcalino.
La riduzione del pH, ossia una maggior quantità di idrogeno nel sangue, è chiamata
ACIDOSI; l’aumento del pH, ossia una minor quantità di idrogeno nel sangue, è
chiamata ALCALOSI.

I cambiamenti del pH possono causare:

 Cambiamenti conformazionali delle proteine, quindi cambiamenti anche nella


loro funzione. Cambia l’attività enzimatica.
 Cambia l’attività del sistema nervoso: con l’acidosi si diminuisce l’eccitabilità
dei neuroni, mentre con l’alcalosi si aumenta l’eccitabilità
 L’acidosi determina iperkaliemia, mentre l’alcalosi determina ipokaliemia
 L’acidosi causa aritmie cardiache e vasodilatazione dei vasi cutanei dovuta ad
una riduzione dell’attività delle catecolamine

FATTORI CHE DETERMINANO GLI SQUILIBRI ACIDO-BASE


Gli ioni idrogeno liberi nel sangue sono acidi. Esso può entrare in diversi modi
nell’organismo e può essere di diverse forme:

 ACIDI FISSI
 INORGANICI: H2SO4 (AA solforati); H3PO4 (Fosfati organici, proteine)
 ORGANICI: Acido lattico; Chetoacidi; Acidi grassi; Tossici; Farmaci
 ACIDI VOLATICI: H2CO3  CO2 + H2O

Le entrate di acidi nell’organismo avvengono tramite la dieta e il metabolismo.


Le proteine e i grassi provenienti dalla dieta danno ioni idrogeno sotto forma di
amminoacidi e acidi grassi. Il metabolismo produce diversi ioni idrogeno sotto forma
di anidride carbonica, acido lattico e chetoacidi.

I polmoni eliminano ioni idrogeno sotto forma di anidride carbonica durante la


ventilazione, mentre i reni eliminano ioni idrogeno con le urine.
Le entrate e le uscite degli ioni idrogeno devono essere bilanciate.
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MECCANISMI DI DIFESA CONTRO GLI SQUILIBRI ACIDO-BASE


AZIONE TAMPONE SUGLI IONI IDROGENO

I tamponi agiscono per compensare gli squilibri del pH e quello più importante è il
bicarbonato, ma sono anche le proteine e i fosfati.
Un sistema tampone è costituito da un acido e dalla sua base coniugata ed è in grado
di rilasciare o legare H+ a seconda delle necessità. In caso di legame  l’H+ cessa
temporaneamente di esistere come specie dissociata autonoma (e quindi altamente
reattiva) nel fluido contenente il tampone.

La LEGGE DI AZIONE DI MASSA determina se un tampone lega o rilascia ioni


idrogeno, ossia quando un tampone si lega reversibilmente a ioni idrogeno:

H+ - A-  HA

Quando uno ione idrogeno viene aggiunto alla soluzione, un tampone lo lega
rendendolo inattivo; al contrario quando uno ione idrogeno viene eliminato dalla
soluzione il tampone si dissocia dallo ione rendendolo libero.

Dei tre meccanismi di difesa contro le alterazioni di pH nel sangue quella dei
tamponi è la più veloce, infatti il tempo di risposta è solo il tempo impiegato per
legare o rilasciare lo ione idrogeno.
Il sistema tampone però può solo limitare i cambiamenti di pH ed è strettamente
limitato al numero di tamponi presenti nel sangue.

COMPENSAZIONE RESPIRATORIA

Il sistema respiratorio agisce in pochi minuti e regola il pH del sangue aumentando o


diminuendo la ventilazione polmonare per far rispettivamente aumentare o
diminuire il pH ematico.

Dato che l’anidride carbonica è in equilibrio con gli ioni idrogeno e gli ioni
bicarbonato la legge di massa dice:

CO2 + H2O  H2CO3  H+ + HCO3

L’aumento degli ioni idrogeno attiva i chemocettori periferici che aumentano la


ventilazione per via riflessa che fa diminuire la PCO2 arteriosa. Questa diminuzione fa

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convertire ioni idrogeno e ioni bicarbonato in anidride carbonica, causando una


riduzione del numero di ioni idrogeno liberi nel sangue e quindi un aumento del pH.

Il compenso respiratorio è un meccanismo di regolazione omeostatica, ma da solo


non può portare il pH ai valori normali.

COMPENSAZIONE RENALE

La terza linea di difesa contro i cambiamenti ematici del pH è data dalla


compensazione renale, ma essa impiega ore o anche giorni.

I reni regolano il pH arterioso regolando l’escrezione renale di ioni idrogeno e di ioni


bicarbonato: se la concentrazione di ioni idrogeno aumenta, i reni aumentano la
secrezione di ioni idrogeno, il riassorbimento di bicarbonato e la sintesi di nuovo
bicarbonato; se la concentrazione di ioni idrogeno diminuisce, i reni diminuiscono la
secrezione di ioni idrogeno e il riassorbimento di bicarbonato.

Azione renale sugli ioni idrogeno e bicarbonato a livello del tubulo prossimale

Nel TCP il riassorbimento di ioni bicarbonato è associato alla secrezione di ioni


idrogeno.

La membrana basolaterale contiene le pompe Na+/K+ che portano il sodio nel plasma
e ioni potassio all’interno della cellula; contiene cotrasportatori Na+-HCO3- che
trasportano ioni sodio e ioni bicarbonato nel plasma; controtrasportatori HCO3-/Cl-
che trasportano ioni cloruro all’interno della cellula e ioni bicarbonato nel plasma.
La membrana apicale contiene i controtrasportatori Na+/H+ che trasportano ioni
sodio nella cellula e ioni idrogeno all’interno del lume; le pompe H+ attive che
trasportano ioni idrogeno nel lume.

L’enzima ANIDRASI CARBONICA – CA si trova nel citosol delle cellule endoteliali e sui
microvilli della membrana apicale, esso catalizza la reazione reversibile

CO2 + H2O anidrasi carbonica H2CO3

Essa quindi converte l’acido carbonico in anidride carbonica nel lume tubulare, poi
essa entra nelle cellule endoteliali dove si converte di nuovo in acido carbonica
grazie ancora alla CA.
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L’acido carbonico poi si dissocia nuovamente in una reazione reversibile:

H2CO3 anidrasi carbonica H+ + HCO3-

Gli ioni idrogeno nelle cellule endoteliali vengono secreti nei tubuli renali sia
mediante i controtrasportatori Na+/H+ che con le pompe H+.
Nel lume tubulare gli ioni idrogeno fanno reazione con il bicarbonato filtrato dal
glomerulo per formare l’acido carbonico e ricomincia il giro.

Gli ioni bicarbonato formati dalla CA nelle cellule endoteliali si muovono verso il
plasma grazie ai cotrasportatori Na+-HCO3- e ai controtrasportatori HCO3-/Cl-.
Gli ioni bicarbonato nel lume possono anche essere convertiti in anidride carbonica e
spostarsi dal lume all’interno della cellula endoteliale. All’interno della cellula essi si
convertono nuovamente in ione bicarbonato che diffondono nel sangue.
L’effetto netto del bicarbonato è il riassorbimento.

Nel TCP:

1. L’80-90% del bicarbonato filtrato viene riassorbito


2. Gli ioni idrogeno vengono secreti
3. Il sodio viene riassorbito

Azione renale sugli ioni idrogeno e bicarbonato a livello del tubulo distale e del
dotto collettore

Nel TCD e nel dotto collettore la secrezione di ioni idrogeno è accoppiata alla sintesi
di nuovi ioni bicarbonato.

La membrana basolaterale contiene controtrasportatori HCO3-/Cl- che portano ioni


bicarbonato nel plasma e ioni cloruro all’interno della cellula; canali Cl- che portano
gli ioni cloruro al plasma.

La membrana apicale contiene pompe attive H+ che trasportano idrogeno all’interno


del lume tubulare e controtrasportatori K+/H+ che trasportano ioni potassio
all’interno della cellula e ioni idrogeno nel lume tubulare.

L’enzima anidrasi carbonica si trova nel citosol delle cellule e fa la seguente reazione
reversibile:

CO2 + H2O anidrasi carbonica H2CO3  H+ + HCO3-


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Gli ioni idrogeno rientrano nel lume tubulare grazie ai controtrasportatori K+/H+,
mentre gli ioni bicarbonato vanno nel plasma grazie ai controtrasportatori HCO3-/Cl-.
Questi ioni bicarbonato non possono dire di essere riassorbiti perché non sono mai
entrate nel lume tubulare, quindi viene considerato nuovo bicarbonato.

La secrezione di ioni idrogeno riduce il pH dell’urina, che non può mai scendere sotto
ai 4,5. Per minimizzare la riduzione di pH urinario, gli ioni idrogeno vengono
tamponati in parte dalla piccola percentuale di bicarbonato ancora presente
nell’urina, e in parte dagli ioni fosfato liberamente filtrati dal glomerulo.
Gli ioni fosfato tamponano gli ioni idrogeno:

HPO42- + H+  H2PO4-

Ruolo della glutammina nella compensazione renale durante l’acidosi grave

Questi meccanismi sono insufficienti per compensare un acidosi grave, e solo in


questo caso entra in gioco la glutammina.

Nei TCP la glutammina è trasportata nelle cellule epiteliali sia dal lume tubulare che
dal plasma.
La glutammina si dissocia all’interno delle cellule epiteliali:

glutammina  HCO3- + NH3 (ammoniaca)

Il bicarbonato si sposta verso il sangue ed è considerato nuovo bicarbonato in


quanto non è mai stato nel tubulo renale, mentre l’ammoniaca diventa un tampone
per l’idrogeno:

NH3 + H+  NH4 (ammonio)

L’ammonio viene poi trasportato nel liquido tubulare con il cotrasporto con il sodio.

COMPENSAZIONE DEGLI SQUILIBRI ACIDO-BASE


L’EQUAZIONE DI HENDERSON – HASSELBACH descrive la relazione tra il pH ematico e
il rapporto tra i livelli di bicarbonato e di anidride carbonica nel sangue:
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pH = pK + log [HCO3-]/[CO2]

7,4 = 6,1 + log [HCO3-]/[CO2]

[HCO3-]/[CO2] = 20

Questo significa che il rapporto tra ioni bicarbonato e ioni anidride carbonica deve
essere 20:1. I reni e i polmoni lavorano per mantenere costante il rapporto.

ACIDOSI RESPIRATORIA

L’acidosi respiratoria è la ridotta capacità del polmone di eliminare CO2 a causa di


ipoventilazione o di scambi difficoltosi (enfisema, edema polmonare, lesioni del
centro respiratorio del midollo allungato, ostruzione respiratoria o patologie dei
muscoli coinvolti nella respirazione).
Il risultato è un aumento della PCO2, perciò aumenta la concentrazione di acido
carbonico e la sua dissociazione in ione bicarbonato e H+. I reni lavorano per
compensare l’acidosi, ma i polmoni non possono perché è proprio da questi che
parte il problema.

ALCALOSI RESPIRATORIA

L’alcalosi respiratoria è l’iperventilazione polmonare che si verifica in condizioni in


cui viene stimolata l’area inspiratoria del tronco cerebrale. Queste condizioni
includono mancanza di ossigeno dovuta all’altitudine o a patologie polmonari,
infortuni cerebrovascolari (ictus) o ansia grave.

Si ha una riduzione della PCO2, perciò diminuisce la concentrazione di acido carbonico


e gli ioni bicarbonato sottraggono ioni H+. La compensazione è solo renale perché i
polmoni sono coinvolti nel problema.

ACIDOSI METABOLICA

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L’acidosi metabolica è dovuta a una dieta ricca di grassi e proteine, attività fisica
intensa, diarrea, alterazione funzione renale (eccessiva perdita di bicarbonato o
incapacità di eliminare H+) e diabete mellito.

In questo caso aumentano gli ioni H+, e/o si riducono gli ioni bicarbonato (perché
sottratti dagli ioni H+ e eliminati durante la compensazione respiratoria).
Compensazione respiratoria: PCO2 diminuisce, ma la diminuzione è contrastata dai
chemocettori centrali perché essi vengono stimolati con l’anidride carbonica.
Compensazione renale: sintesi di nuovi ioni bicarbonato per rimpiazzare quelli persi.

ALCALOSI METABOLICA

L’alcalosi metabolica causa vomito, alterazione funzione renale o un eccessivo uso di


farmaci anti-acido.

In questo caso si riducono gli ioni H+ e aumentano gli ioni bicarbonato.


Compensazione respiratoria: PCO2 aumenta, ma la ipoventilazione è contrastata dalla
riduzione della PO2.
Compensazione renale: riduzione di riassorbimento di ioni bicarbonato.

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ORMONI e AZIONI ORMONALI

Gli ormoni sono molecole e sono prodotte da cellule di origine epiteliale, sia che
sono organizzate in ghiandole oppure che sono solitarie, oppure da neuroni.
Essi regolano le funzioni a lungo termine dell’organismo, come la crescita, il
mantenimento dell’omeostasi, la riproduzione o il metabolismo.
Essi agiscono regolando le azioni enzimatiche, regolando il trasporto attraverso le
membrane e modulando l’espressione genica.

Essi sono rilasciate nel circolo sanguigno, sia in forma libera che trasportati da
determinate proteina, e vanno ad agire su cellule anche lontane che sono munite di
recettori affini ad essi. Essi agiscono a concentrazioni molto basse, e alcuni di essi
possono agire anche da neurotrasmettitori o neuromodulatori.

INTERAZIONI ORMONALI

Tutte le cellule sono esposte all’azione ormonale, quindi le cellule bersaglio di un


determinano messaggero devono avere recettori specifici.

In alcuni casi gli effetti degli ormoni si oppongono l’uno all’altro, in un processo
chiamato ANTAGONISMO, come nel caso del glucagone e dell’insulina.

In altri casi gli ormoni producono effetti che vanno nella stessa direzione, anche se
con vie diverse.
Quando due ormoni producono la stessa risposta l’effetto è ADDITIVO, e l’effetto
totale sarà la somma dei due effetti. Oppure l’effetto può essere SINERGICO e
l’effetto totale sarà maggiore della somma dei singoli effetti, come il glucagone e il
cortisolo.

In altri casi ancora la presenza di un ormone è necessaria affinchè un altro ormone


possa esercitare la sua azione, questo processo è definito PERMISSIVITA’.

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CONTROLLO DELLE CONCENTRAZIONI PLASMATICHE ORMONALI

La concentrazione di un ormone libero nel sangue dipende da tra fattori.

Velocità di secrezione

Le cellule endocrine rilasciano ormoni a velocità variabile, aumentando o inibendo la


secrezione a seconda dei diversi segnali che ricevono.
Altri ormoni però vengono secreti ad una velocità stabile, e questi non inducono
delle risposte nelle cellule bersaglio ma facilitano processi già in atto, come gli
ormoni tiroidei.
Altri ormoni ancora vengono secreti secondo i ritmi circadiani, che dipendono da
segnali sia endocrini che nervosi, come gli ormoni ipotalamici.

Le cellule endocrine modificano la secrezione ormonale in base a due tipi di segnali,


che possono essere sia inibitori che eccitatori:

1. SEGNALI NERVOSI  regolano la concentrazione di ormoni tramite


l’ipotalamo, la neuroipofisi e la midollare del surrene che a loro volta regolano
la concentrazione di altri ormoni.
2. SEGNALI UMORALI (trasportati dal sangue)  essi fanno parte di tre
categorie, ossia ormoni, ioni e metaboliti.
Molti ormoni regolano la concentrazione ematica di ioni e metaboliti, che a
loro volta regolano la concentrazione ematica di altri ormoni.

Esempi a feedback negativo di segnali umorali sono dati dal controllo di secrezione
di insulina da parte dei livelli plasmatici di glucosio. Una glicemia elevata stimola la
secrezione di insulina da parte delle cellule β del pancreas, e l’insulina stimola la
captazione di glucosio dalla maggior parte delle cellule dell’organismo, inducendo
quindi una riduzione dei livelli di glicemia nel sangue. Quando la glicemia ritorna a
livelli normali si inibisce la secrezione di insulina.

Un altro esempio a feedback negativo è la concentrazione ematica di potassio.


Quando essa aumenta viene stimolata le cellule della zona glomerulare del surrene a
produrre aldosterone che stimola il rene ad eliminare il potassio con le urine,
riducendo così la concentrazione ematica di potassio.

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Trasporto di ormoni legati a proteine trasportatrici

Quando gli ormoni vengono trasportati legati a proteine trasportatrici, la risposta


della cellula bersaglio e quindi la quantità di ormoni che si legano ai recettori
dipende solo dalla quantità di ormoni liberi nel sangue.
Le proteine trasportatrici però aumentano la vita perché la velocità di
metabolizzazione, ossia di degradazione, è ridotta.

Velocità di metabolizzazione degli ormoni

Gli ormoni possono rimanere in circolo per poco tempo prima di essere
metabolizzati.

Spesso gli ormoni che si legano ai recettori delle cellule bersaglio sono poi degradati
dalle cellule stesse dopo essere stati internizzati tramite endocitosi.
Gli ormoni possono essere metabolizzati anche quando sono in circolo da enzimi del
sangue o da enzimi epatici che si trovano sempre nel circolo sanguigno.
Gli ormoni liposolubili vengono trasportati in circolo tramite proteine trasportatrici e
poi sono immagazzinati nel tessuto adiposo. Dato che questi processi sono reversibili
essi possono essere rilasciati quando la concentrazione ematica dell’ormone si
abbassa. In questo modo si allunga la loro emivita.

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GHIANDOLE ENDOCRINE

Il sistema endocrino è costituito da organi chiamati ghiandole che derivano dal


tessuto epiteliale. Esse si trovano in molte regioni del nostro corpo e possono essere
suddivise in due tipologie:

1. GHIANDOLE ENDOCRINE PRIMARIE, la cui principale funzione è secernere


ormoni  ipotalamo, ipofisi, ghiandola pineale, tiroide, paratiroidi, timo,
ghiandole surrenali, pancreas, gonadi, placenta (solo nelle femmine gravide)
2. GHIANDOLE ENDOCRINE SECONDARIE, dove la secrezione di ormoni è
secondaria rispetto ad altre funzioni  cuore, fegato, stomaco, intestino
tenue, reni, cute

ORGANI ENDOCRINI PRIMARI


IPOTALAMO E IPOFISI

Insieme, l’ipotalamo e l’ipofisi regolano il funzionamento di quasi tutti i sistemi del


nostro corpo.
L’ipotalamo è una regione encefalica che svolge molte funzioni oltre a quella
endocrina, ma è definito un organo primario perché secerne molti ormoni, la
maggior parte dei quali agisce sull’ipofisi.

 ANATOMIA – apparato endocrino

Regolazione ormonale della crescita

Durante i primi due anni di vita i bambini aumentano notevolmente in peso e in


altezza, questo è il fenomeno dello SCATTO DELLA CRESCITA POST-NATALE.
Dopo i primi due anni d’età la crescita continua, ma a velocità inferiore, fino all’inizio
dell’adolescenza dove si ha lo SCATTO DI CRESCITA PUBERALE. Alla fine
dell’adolescenza, intorno ai 19 anni, la crescita di conclude e si è raggiunta la statura
adulta.
Durante i periodi di crescita aumentano il numero (IPERPLASIA) e le dimensioni

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(IPERTROFIA) delle cellule dei tessuti molli, e aumenta la lunghezza e lo spessore


delle ossa.

La crescita è regolata prevalentemente da ormoni, ma è influenzata anche dal


corredo genetico dell’individuo, dalla dieta e dallo stress. L’ormone principale della
crescita è il GH.

Crescita ossea

La stimolazione della crescita ossea è una delle azioni più importanti sollecitata dal
GH.

L’osso è formato da tre componenti:

1. IDROSSIAPATITE, ossia cristalli di fosfati di calcio che danno all’osso una


componente mineraria che lo aiuta a resistere alle forze della compressione.
2. OSTEOIDE, una componente organica formata da fibre collagene immerse in
una sostanza gelatinosa che dà all’osso la capacità di resistere alla tensione
prevenendo fratture
3. CELLULE, osteoblasti, osteoclasti e osteociti.

La crescita in altezza è dovuto principalmente all’allungamento delle ossa lunghe. Nei


bambini e negli adolescenti le epifisi sono separate dalle diafisi da uno strato di
tessuto, la PIASTRA EPIFISARIA, costituito da cartilagine.
L’incremento in diametro dell’osso è dovuto agli osteoblasti stimolati dal GH.

L’incremento in altezza è dovuto all’aggiunta di nuovo tessuto osseo alla diafisi. Le


cellule della piastra epifisaria, i CONDROCITI che sono sempre stimolati dal GH,
producono cartilagine aggiungendola alla piastra epifisaria allungando quindi l’osso. I
condrociti localizzati vicino alla diafisi muoiono e vengono rimpiazzati dagli
osteoblasti che ricominciano a rimpiazzare la cartilagine con l’osso.
Alla fine dell’adolescenza la piastra epifisaria cessa di crescere e si ha la SALDATURA
DELLA PIASTRA EPIFISARIA e l’osso non si allunga più. La saldatura è influenzata
anche da diversi ormoni come androgeni ed estrogeni, secreti durante la pubertà.

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Effetti dell’ormone della crescita

Nei bambini il GH svolge diverse azioni sia sui tessuti molli che sul tessuto osseo.
Negli adulti il GH svolge le stesse azioni per mantenere costante la massa ossea e la
massa magra, ossia i muscoli.

Il GH inoltre favorisce indirettamente altri fattori che influenzano la crescita, per


esempio aumenta la concentrazione plasmatica di glucosio, di acidi grassi e di
glicerolo tramite l’inibizione dell’accumulo di glucosio nel tessuto adiposo e nella
muscolatura scheletrica. Inoltre stimola la lipolisi nel tessuto adiposo e la
gluconeogenesi nel fegato. Stimola l’assunzione di amminoacidi da parte del tessuto
muscolare scheletrico e da parte di altri tessuti per facilitare la sintesi proteica.
L’aumento della concentrazione plasmatica di questi elementi è importante perché
vengono resi disponibili ai tessuti che hanno bisogno di maggior energia per
crescere.

Il GH però non è in grado da solo di provvedere ad una adeguata crescita, infatti la


dieta assunta è fondamentale soprattutto nei periodi di scatto della crescita. La dieta
deve apportare la giusta quantità di calorie per permettere ai tessuti di poter
crescere e un’assunzione di dieta povera può portare a danni irreversibili, soprattutto
nei bambini più piccoli.

Effetti di una secrezione anomala del GH

La carenza di GH quando si è bambini porta ad una situazione di NANISMO dove si


ha un arresto irreversibile della crescita, scarso sviluppo muscolare e un’eccessiva
quantità di tessuto adiposo.
Esso è causato da una carente risposta dei tessuti al GH, spesso per alterazioni
funzionali dei recettori.

Quando si è adulti una diminuzione del GH causa una diminuzione della massa ossea
e muscolare e poche altre alterazioni.

Un’eccessiva produzione di GH fino all’adolescenza porta alla condizione di


GIGANTISMO, dove la statura è eccessiva, ma il corpo mantiene le proporzioni
normali.

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Un’eccessiva produzione di GH da adulti porta ad una condizione di ACROMEGALIA,


dove non si ha un aumento dell’altezza, ma l’ingrossamento di alcuni tessuti molli e
l’aumento di circonferenza delle ossa che deformano alcune parte del corpo.

Altri ormoni che influenzano la crescita

La normale crescita richiede non solo la presenza di GH, ma anche di altri ormoni:

1. ORMONI TIROIDEI T3 E T4  sono fondamentali per la sintesi di GH e hanno


un’azione permissiva nei suoi confronti
2. ORMONI SESSUALI  si ha una secrezione maggiore di ormoni sessuali
durante la pubertà e sono essenziali per lo scatto della crescita ma anche per
determinare la fine dell’accrescimento in quanto determinano la saldatura
della piastra epifisaria.
Essi agiscono direttamente sull’accrescimento stimolando la secrezione del GH
e dell’IGF-1, stimolano la sintesi proteica soprattutto nel muscolo scheletrico
3. INSULINA  ha un effetto permissivo sul GH perché è necessaria per la
secrezione di IGF-1 e per la normale sintesi proteica

Non tutti gli ormoni favoriscono la crescita, infatti i GLUCOCORTICOIDI sono secreti
dalla corticale del surrene durante situazioni di stress e inibiscono la crescita tramite
la stimolazione del riassorbimento osseo e sul catabolismo delle proteine.

EPIFISI o GHIANDOLA PINEALE

L’epifisi si trova nell’encefalo ed è composta da un tessuto ghiandolare che secerne


l’ormone MELATONINA.
Esso ha molte funzioni, la più importante delle quali è lo stabilire i ritmi circadiani,
infatti essa aumenta durante la notte e diminuisce durante il giorno. Essa inoltre ha
una forte azione ipnogena (favorisce il sonno), ha azioni antiossidanti e
immunostimolanti.

TIROIDE
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 ANATOMIA – apparato endocrino

Ormoni tiroidei

Gli ormoni tiroidei T3 e T4 sono secreti a velocità praticamente costante, per questo
motivo i loro livelli plasmatici sono costanti. Essi agiscono per mantenere lo status
quo.

Azioni degli ormoni tiroidei

Gli ormoni tiroidei sono lipofili e i recettori per essi si trovano all’interno del nucleo
sulle cellule bersaglio. Il legame messaggero-recettore modifica la velocità di
trascrizione dell’mRNA dal DNA, modificano quindi la sintesi proteica nelle cellule
bersaglio.

Gli ormoni tiroidei aumentano il metabolismo basale, ossia aumentano la velocità di


consumo dell’ossigeno e del dispendio energetico a riposo avente come effetto un
aumento della produzione di calore, l’EFFETTO TERMOGENICO che si verifica in quasi
tutti i tessuti tranne nell’encefalo, nella milza e nelle gonadi.
Gli ormoni tiroidei agiscono stimolando la pompa sodio-potassio a lavorare di più
perché ogni volta che utilizza ATP produce calore, inoltre la produzione stessa di ATP
produce calore. Inoltre essi inducono l’aumento del numero di mitocondri e
stimolano l’attività di enzimi coinvolta nella fosforilazione ossidativa.

Gli ormoni tiroidei quando sono presenti in quantità più elevata della norma nel
sangue stimolano anche la mobilizzazione delle riserve energetiche stimolando la
glicogenolisi, la conversione delle proteine muscolari in amminoacidi, la lipolisi, la
gluconeogenesi e la sintesi di chetoni.
Quando gli ormoni tiroidei sono presenti in minor quantità nel sangue essi stimolano
la glucogenosintesi e la sintesi proteica.

Alcuni effetti degli ormoni tiroidei sono anche permissivi, in quanto favoriscono la
sintesi dei recettori β-adrenergici permettendo così a molti tessuti di rispondere
all’attività del simpatico.

Essi sono importante nella crescita perché stimolano il rilascio di GH e hanno


un’azione permissiva sull’azione del GH sugli organi bersaglio.
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La carenza di ormoni tiroidei durante la crescita porta ad una forma di CRETINISMO,


dove lo sviluppo mentale e la crescita corporea sono ritardati e nei neuroni vi è una
scarsa crescita degli assoni e dei dendriti. Questa patologia però se presa in tempo
può essere prevenuta con una terapia sostitutiva di T3.
La carenza di ormoni tiroidei in età adulta invece causa un decadimento delle
funzioni cognitive.

Sintesi e secrezione degli ormoni tiroidei

Nella colloide si trovano tutti i componenti per la sintesi degli ormoni tiroidei: si
trova la TIREOGLOBULINA – TG, una proteina; enzimi utili; IONE IODURO.
I primi due sono sintetizzati nelle cellule follicolari e secreti nella colloide per
esocitosi, mentre lo ione ioduro è trasportato dal sangue nel colloide.

Le fasi della sintesi degli ormoni tiroidei sono:

1. I residui presenti della colloide di TG vengono iodati. Se viene aggiunto uno


ione ioduro si forma la MIT, mentre se ne vengono aggiunti due si forma la DIT
2. Due MIT o DIT vengono accoppiati sulla stessa molecola di TG tramite un
legame covalente. Se si uniscono due molecole di DIT si avrà T4, mentre si si
uniscono una molecola di DIT e una di MIT si avrà T3.
3. Gli ormoni tiroidei legati alla TG sono immagazzinati fino a 3 mesi nella
colloide
4. L’ormone stimolante la tiroide, il TSH stimola il rilascio di ormoni tiroidei
legandosi ai recettori posti sulle membrane delle cellule follicolari e attivando
il secondo messaggero AMP ciclico. In questo modo si fosforillizano una serie
di proteine necessarie al rilascio degli ormoni tiroidei
5. Le cellule follicolari prendono dalla colloide tramite esocitosi le molecole di TG
iodata
6. Il fagosoma che contiene la TG iodata si fonda con il lisosoma
7. Gli enzimi lisosomiali degradano la TG e quindi liberano gli ormoni tiroidei
nella cellula follicolare, poi diffondono attraverso la membrana ed entrano nel
circolo sanguigno.

Nel circolo sanguigno gli ormoni tiroidei o si legano all’albumina, oppure alla
GLOBULINA LEGANTE LA TIROXINA o alla TRANSTIRETINA.

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Il T4 è secreto ad una velocità circa 10 volte maggiore rispetto al T3, ma la risposta di


quest’ultimo è molto più ampia. Per questo motivo la maggior parte del T 4 entra nel
fegato e viene convertito in T3, attivandolo.

La secrezione del TSH, proveniente dall’adenoipofisi, è regolata dal FATTORE DI


RILASCIO DI TIREOTROPINA – TRH, proveniente dall’ipotalamo. A sua volta la loro
secrezione è regolata dalla quantità di concentrazione degli ormoni tiroidei nel
sangue.

Lo stimolo per aumentare la produzione di TRH è l’esposizione alle basse


temperature, soprattutto nei neonati. Infatti l’esposizione di neonati al freddo
stimola il rilascio di TRH per fai produrre agli ormoni tiroidei una maggior quantità di
calore.
La secrezione di TRH è inibita dallo stress.

GHIANDOLA SURRENALE

 ANATOMIA – apparato endocrino

Glucocorticoidi

Fattori che influenzano la secrezione di glucocorticoidi

La secrezione di glucocorticoidi è stimolata dall’ORMONE ANDRENOCORTICOTROPO


– ACTH dall’adenoipofisi, la cui secrezione è a sua volta regolata dal FATTORE DI
RILASCIO DI CORTICOTROPINA – CRH dall’ipotalamo.

I glucocorticoidi sono rilasciati direttamente nel flusso sanguigno subito dopo la loro
sintesi. I loro livelli plasmatici sono regolati da un feedback negativo che agisce
sull’ipofisi e sull’ipotalamo.

Il CORTISOLO è il principale glucocortisoide e la sua secrezione è pulsatile ed è


regolata dai ritmi circadiani. I picchi si hanno più frequenti al mattino e meno
frequenti alla sera, ma si invertono nelle persone che stanno sveglie di notte e
dormono durante il giorno.

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Lo stress fisico e lo stress emotivo influenzano la secrezione di cortisolo, soprattutto


un intervento chirurgico, un trauma, un’ustione, un’infezione, uno shock, il dolore,
l’esposizione a temperature estreme, lo sforzo fisico e l’ansia.

Azioni dei glucocorticoidi

I glucocorticoidi rendono l’organismo capace di mobilizzare le molecole di


combustibile in risposta a segnali generati da altri ormoni come l’insulina o il
glucagone.
Essi mantengono nel sangue una normale concentrazione degli enzimi necessari per
il catabolismo delle proteine, dei grassi e del glicogeno, e la conversione degli
amminoacidi in glucosio nel fegato.

Essi sono necessari anche per la secrezione di GH e per mantenere la risposta dei
vasi sanguigni agli stimoli vasocostrittori del simpatico. Essi hanno anche effetti sulle
funzioni del sistema immunitario, nervoso e renale.

Essi inibiscono l’infiammazione durante le reazioni allergiche e vengono utilizzati nei


trapianti d’organo per prevenire il rigetto. Però devono essere usati con cautela
perché indeboliscono il sistema immunitario.

Il ruolo del cortisolo in risposta allo stress

Un aumento della secrezione di cortisolo è fondamentale per adattare l’organismo


alle situazioni di stress, infatti gli individui che hanno una bassa capacità di
secrezione dei glucocorticoidi hanno una bassa capacità di sopportare lo stress.

Lo stimolo dello stress induce anche altre risposte a livello dell’organismo, infatti
aumenta l’attività del simpatico e della secrezione di adrenalina, mobilizza le riserve
energetiche, aumenta la secrezione di ADH, di renina e di angiotensina II. Tutto
questo è per mantenere la MAP in condizioni normali.
L’insieme delle risposte è chiamato SINDROME DI ADATTAMENTO GENERALE.

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Effetti della secrezione anomala di glucocorticoidi

Un eccesso o una carenza della secrezione di cortisolo è data o da un’anomalia a


livello della corticale del surrene (disturbo primario) o da un’anomalia nella
secrezione di CRH o ACTH (disturbo secondario).

L’ipersecrezione di cortisolo è associata alla SINDROME DI CUSHING, dove si ha una


perdita della massa muscolare, debolezza e fragilità di molti tessuti, tendenza a
formare ematomi, un’insolita distribuzione del grasso (scapole, addome e volto).

L’iposecrezione di cortisolo è associata alla SINDROME DI ADDISON, caratterizzata da


ipoglicemia e scarsa abilità di adattamento alle situazioni di stress. Si ha la carenza di
secrezione dell’aldosterone, un’eccessiva escrezione di sodio e una ritenzione di
potassio che determinano aritmie cardiache e disturbi neuromuscolari.

PARATIROIDE

 ANATOMIA – apparato endocrino

TIMO

Il timo è localizzato in prossimità del cuore e secerne la TIMOSINA che regola lo


sviluppo del linfociti T.
Nel timo inoltre maturano i linfociti T.

GONADI

Nelle femmine le ovaie secernono estrogeni, in particolare l’ESTRADIOLO che ha vari


organi come organi bersaglio e ha come effetto la produzione di ovuli e i caratteri
sessuali secondari.

Nei maschi i testicoli secernono androgeni, di cui il più importante è il


TESTOSTERONE che ha come bersaglio vari organi e ha come effetto la produzione di
sperma e i caratteri sessuali secondari.

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PANCREAS

 ANATOMIA – apparato endocrino

ORGANI ENDOCRINI SECONDARI


 CUORE  PEPTIDE NATRIURETICO ATRIALE – ANP regola il riassorbimento di
sodio da parte dei reni
 RENI  ERITROPOIETINA che stimola la produzione di globuli rossi da parte
del midollo osseo; 1,25-DIIDROSSI-VITAMINA D3 che regola i livelli plasmatici
di calcio
 SISTEMA GASTROINTESTINALE  ormoni per la regolazione della digestione e
per l’assorbimento del cibo
 FEGATO  SOMATOMEDINE o FATTORI DI CRESCITA INSULINO-SIMILI – IGF 
promuovono la crescita tissutale
 CUTE  1,25-DIIDROSSI-VITAMINA D3 che regola i livelli plasmatici di calcio

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SISTEMA GASTROINTESTINALE

PANORAMICA DEI PROCESSI DEL SISTEMA GASTROINTESTINALE


La maggior parte delle molecole che formano i cibi è troppo grande per essere
portata nel flusso sanguigno, quindi queste macromolecole devono essere ridotte in
molecole più piccole da enzimi contenuti nel lume del sistema gastrointestinale,
tramite la DIGESTIONE.
La digestione è favorita dalla masticazione che rende possibile il passaggio del cibo
dalla bocca al canale alimentare.

Le micromolecole poi sono portate al flusso sanguigno attraverso l’ASSORBIMENTO.


Per favorire sia l’assorbimento che la digestione nel lume dei canali vengono portati
sostanze contenenti enzimi tramite la SECREZIONE.

Il contenuto viene mescolato e portato attraverso il sistema gastrointestinale fino


all’ano grazie alla MOTILITA’ dei canali, dovuta alla contrazione della muscolatura.

FUNZIONI DEGLI ORGANI DEL SISTEMA GASTROINTESTINALE


BOCCA

 Frammentazione meccanica del cibo


 Rimescolamento del cibo con la saliva
 Inizio della digestione chimica dei carboidrati per l’amilasi salivare

FARINGE

 Conduzione del cibo all’esofago

ESOFAGO

 Conduzione del cibo allo stomaco

STOMACO

 Frammentazione meccanica del cibo


 Secrezione di acido, pepsinogeno e fattore intrinseco
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 Inizio della digestione chimica delle proteine per la pepsina


 Secrezione di gastrina nel flusso sanguigno
 Trasformazione del cibo in chimo

INTESTINO TENUE

 Digestione chimica di tutti i nutrienti tramite gli enzimi pancreatici e gli enzimi
dell’orletto a spazzola
 Assorbimento dei prodotti finali della digestione, ioni, acqua e vitamine
 Secrezione di enterogastroni nel flusso sanguigno
 Secrezione di fluido ricco di bicarbonato

COLON

 Assorbimento di ioni sodio e acqua


 Trasformazione del chimo in feci
 Immagazzinamento delle feci

RETTO

 Immagazzinamento delle feci prima dell’eliminazione

ANO

 Controllo della defecazione

GHIANDOLE SALIVARI

 Secrezione della saliva contenente muco, bicarbonato, amilasi e lisozima

PANCREAS

 Secrezione del succo pancreatico contenente enzimi digestivi e bicarbonato

FEGATO

 Secrezione della bile contenente Sali biliari e bicarbonato


 Trasformazione dei nutrienti assorbiti
 Rimozione dei vecchi globuli rossi dal sangue
 Eliminazione dei vecchi prodotti di scarto
 Sintesi di proteine plasmatiche
 Secrezione e modificazioni di ormoni

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CISTIFELLEA

 Immagazzinamento e concentrazione della bile

ANATOMIA DEL SISTEMA GASTROINTESTINALE


STRUTTURA DELLA PARETE DEL TRATTO GASTROINTESTINALE

Il sistema GI presenta tutte le stesse caratteristiche della parete, tranne che per la
bocca, la faringe, il primo 1/3 dell’esofago e la parte terminale dell’ano.

Mucosa

La mucosa è costituita da tre strati:

1. MEMBRANA MUCOSA  è lo strato più interno a contatto con il lume dei


canali. È formata da diversi tipi di cellule sia assorbenti che esocrine.
Le cellule esocrine possono essere CELLULE CALCIFORMI che secernono muco
che protegge la mucosa dall’abrasione meccanica e da sostanze presenti nel
lume che possono attaccare i tessuti.
Vi sono anche cellule endocrine che secernono ormoni importanti nella
digestione.
2. LAMINA PROPRIA  è uno strato di tessuto connettivo che contiene capillari,
nervi e vasi linfatici. Questo strato contiene anche tessuto linfoide costituito
da linfonodi e placche di Peyer.
3. MUSCULARIS MUCOSAE  è un sottile strato di muscolatura liscia che contrae
la mucosa in pieghe facilitando il rimescolamento del contenuto.
E’ formato da uno strato di fibre longitudinali, che decorrono nello stesso
senso del canale alimentare, e uno strato di fibre circolari che decorrono nel
senso della circonferenza.

Sottomucosa

La sottomucosa è uno spesso strato di tessuto connettivo che dà al tratto GI


estensibilità ed elasticità, consentendogli di sopportare uno stiramento notevole.

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Essa contiene anche molti vasi sanguigni e linfatici.


All’esterno della sottomucosa vi è una rete di cellule nervose, il PLESSO
SOTTOMUCOSO, che comunica con le cellule nervose della muscularis externa, il
PLESSO MIOENTERICO. Questi due plessi costituiscono il SISTEMA NERVOSO
ENTERICO che è in grado di regolare molte funzioni gastrointestinali
indipendentemente dagli stimoli esterni.

Muscularis externa

La muscularis externa è responsabile della motilità del tratto GI ed è formata da due


strati:

1. MUSCOLATURA CIRCOLARE  è lo strato più interno e le sue fibre sono in


grado di generare depolarizzazioni spontanee, i potenziali ad onde lente. Essa
costituisce la maggior parte della muscularis externa e la sua contrazione
riduce il lume del tratto GI.
2. MUSCOLATURA LONGITUDINALE  essa si contrae grazie ad input nervosi e
contraendosi riduce la lunghezza del tratto GI.

Sierosa

È lo strato più esterno del tratto GI ed è costituito dal peritoneo.

DIGESTIONE E ASSORBIMENTO DEI NUTRIENTI E DELL’ACQUA


CARBOIDRATI

La maggior parte dei carboidrati assunti con la dieta è presente sotto forma di
polisaccaridi, come l’amido e la cellulosa (che non può essere digerita ed è molto
importante per la motilità del tratto GI).
Altri carboidrati sono sotto forma di disaccaridi, come il lattosio, il saccarosio.
Una piccola parte di essi è presente sotto forma di monosaccaridi, come il glucosio e
il fruttosio.

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L’organismo può assorbire solo monosaccaridi, quindi la maggior parte dei


carboidrati assunti devono essere idrolizzati prima di poter essere assorbiti.

Digestione dei carboidrati a monosaccaridi

I polisaccaridi sono digeriti dall’AMILASI SALIVARE (nella bocca) e dall’AMILASI


PANCREATICA. L’amilasi salivare viene resa inattiva dall’acidità dello stomaco, quindi
l’idrolisi dei carboidrati la continua l’amilasi pancreatica nell’intestino tenue. Le
amilasi comunque non riescono a rendere i polisaccaridi monosaccaridi, ma
riducono l’amico e il glicogeno in MALTOSIO, che è un disaccaride, oppure li riducono
in piccoli polisaccaridi chiamati DESTRINE LIMITE.
Gli enzimi presenti sull’orletto a spazzola dell’intestino tenue concludono la
digestione dei polisaccaridi in monosaccaridi ad opera della LATTASI, della
DESTRINASI, della GLUCOAMILASI, della SACCARASI e della MALTASI.

Gli enzimi sono localizzati vicino alle proteine di membrana che aiutano
nell’assorbimento dei monosaccaridi.

Assorbimento dei carboidrati

 GLUCOSIO e GALATTOSIO  membrana apicale grazie al cotrasporto con il


sodio (attivo) e diffusione facilitata nella membrana basolaterale
 FRUTTOSIO  diffusione facilitata in entrambe le membrane

PROTEINE

Le proteine devono essere idrolizzate a TRIPEPTIDI, DIPEPTIDI o AMMINOACIDI. Gli


enzimi coinvolti sono le ENDOPEPTIDASI che li convertono in peptidi più piccoli ed
ESOPEPTIDASI che formano amminoacidi liberi.

Le cellule epiteliali però devono essere protette dall’attacco di questi enzimi, per
questo motivo vengono conservati come ZIMOGENI, la loro forma inattiva, in
vescicole all’interno delle cellule epiteliali. Una volta che per esocitosi vengono
rilasciati nel lume altri enzimi tramutano gli zimogeni nella loro forma attiva
attraverso la ATTIVAZIONE PROTEOLITICA.

Digestione delle proteine a piccoli peptidi e ad amminoacidi


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La digestione delle proteine inizia nello stomaco grazie alla PEPSINA, una
endopeptidasi. Quest’enzima è però secreto dalle cellule principali dello stomaco
sotto forma di PEPSINOGENO, che poi viene parzialmente attivato da ioni idrogeno e
parzialmente da altro pepsinogeno parzialmente attivato, trasformandolo così in
pepsina. La pepsina si inattiva nell’ambiente alcalino dell’intestino tenue.

Il pancreas secerne alcuni zimogeni nel duodeno, come il TRIPSINOGENO, il


CHIMOTRIPSINOGENO e la PROCARBOSSIPEPTIDASI. L’ENTEROCHINASI, un enzima
dell’orletto a spazzola, trasforma il tripsinogeno in TRIPSINA (endopeptidasi) e
questo attiva gli altri zimogeni: il chimotripsinogeno diviene CHIMOTRIPSINA
(endopeptidasi) e il procarbossipeptidasi diviene CARBOSSIPEPTIDASI (esopeptidasi).

Gli unici enzimi esopeptidasi sono il carbossipeptidasi e l’AMMINOPEPTIDASI che


danno luogo ad amminoacidi.

Assorbimento degli amminoacidi e dei piccoli peptidi

 AMMINOACIDI  nella membrana apicale sono portati attraverso il


cotrasporto con il sodio (attivo)
 DIPEPTIDI e TRIPEPTIDI  sono trasportati nella membrana apicale
attivamente, poi vengono idrolizzati in amminoacidi singoli dalle PROTEASI
INTRACELLULARI. Dalla membrana basolaterale escono per diffusione facilitata

LIPIDI

Il 90% dei lipidi consumati nella dieta sono i TRIGLICERIDI, insieme al COLESTEROLO
e ai FOSFOLIPIDI.
Gli altri lipidi presenti nel tratto GI sono dei secreti, come la bile.

Digestione dei trigliceridi

I lipidi sono digeriti dagli enzimi LIPASI. La digestione inizia nella bocca con la LIPASI
LINGUALE che si trova nella saliva e continua nello stomaco con ancora la lipasi
linguale e con la LIPASI GASTRICA.

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I lipidi però non sono completamente digeriti finchè non raggiungono l’intestino
tenue, dove vi è la LIPASI PANCREATICA.

I lipidi però sono idrofobici quindi si aggregano a formare grosse gocce che
galleggiano sul chimo. Essi sono praticamente indigeribili perché gli enzimi sono
solubili in acqua e quindi possono digerire solo i lipidi superficiali di queste bolle.

L’azione dei Sali biliari: La digestione dei lipidi è resa possibile dall’azione della bile
che entra in contatto con i globuli di grasso nel duodeno. Essa però non contiene
enzimi quindi non digerisce i lipidi, ma divide i globuli di grasso in globuli più piccoli
in un processo chiamato EMULSIONAMENTO.
Esso è dovuto principalmente grazie ai Sali biliari, presenti nella bile e sintetizzati dal
colesterolo nel fegato.

L’azione della lipasi pancreatica: Quando il grasso viene emulsionato nel duodeno,
esso si mescola con la lipasi pancreatica legata alla COLIPASI, un peptide presente nel
succo pancreatico senza il quale la lipasi non potrebbe interagire con il grasso.

I prodotti finali della digestione dei lipidi sono due ACIDI GRASSI e un
MONOGLICERIDE, ossia una molecola di glicerolo alla quale è legata un solo acido
grasso.
Alcuni prodotti finali sono assorbiti subito dalle cellule epiteliali dell’intestino tenue,
mentre quelli che rimangono nel chimo si aggregano con i Sali biliari e con il
colesterolo formando MICELLE. Man mano che i prodotti finali assorbiti subito
finiscono, le micelle liberano altre molecole che possono essere assorbite.

Le molecole di grasso si rimpiccioliscono tanto durante il loro percorso che a livello


del colon sono sparite. I Sali biliari sono riciclati dal fegato e secreti di nuovo nella
bile attraverso la CIRCOLAZIONE ENTEROEPATICA.

Assorbimento dei lipidi

 ACIDI GRASSI e MONOGLICERIDI  essi entrano nella membrana apicale per


diffusione semplice. All’interno della cellula epiteliale essi entrano nel reticolo
endoplasmatico liscio dove i numerosi enzimi contenuti in esso li riassemblano
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in trigliceridi. I trigliceridi poi vanno nell’apparato di Golgi dove vengono


assemblati ad altre molecole, fino a formare i CHILOMICRONI, che fanno parte
delle LIPOPROTEINE.
I chilomicroni sono escreti in vescicole dalla membrana basolaterale per
esocitosi ed entrano nei vasi chiliferi che hanno fori abbastanza grandi per
poterli far passare.
Il flusso linfatico poi sbocca in quello sistemico e i chilomicroni sono rilasciati
alle varie cellule, incluse quelle del tessuto adiposo.

ASSORBIMENTO DELLE VITAMINE

Le vitamine sono molecole organiche che sono necessarie in piccole quantità per le
normali funzioni fisiologiche della cellula.
Esse non subiscono processi di digestione, ma vengono assorbite in modo diverso a
seconda della sua natura:

 VITAMINE A, D, E, K  esse sono liposolubili o idrofobiche e vengono


assorbite esattamente come i lipidi
 VITAMINE IDROSOLUBILI o IDROFILICHE  esse sono assorbite grazie a
particolari proteine trasportatrici sia in modo attivo che tramite la diffusione
facilitata.
 VITAMINA B12  essa è una vitamina idrosolubile che però può essere
assorbita solo al cotrasporto con il FATTORE INTRINSECO, secreto dallo
stomaco.
Essa è fondamentale per la sintesi di emoglobina, quindi un suo mancato
assorbimento provoca l’anemia perniciosa.

ASSORBIMENTO DEI MINERALI

Assorbimento di sodio

La maggior parte del sodio che entra nel tratto GI entra per secrezione, anche se in
parte si trova nella dieta.
L’assorbimento di sodio varia in base alle regioni dell’intestino in cui avviene:

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 DUODENO e DIGIUNO  quando viene assorbita una certa quantità d’acqua


attraverso la via paracellulare, il sodio si lega ai soluti disciolti nel fluido
attraverso un processo chiamato SOLVENT DRAG.
 DIGIUNO, ILEO e COLON  il sodio entra nella membrana apicale tramite il
cotrasporto con altri ioni o molecole, oppure attraverso l’antiporto con gli ioni
idrogeno. Esso esce dalla membrana basolaterale attraverso la pompa sodio-
potassio.

Assorbimento del cloruro

L’assorbimento del sodio è accoppiato all’assorbimento del cloruro, per mantenere


l’elettroneutralità del tratto GI.
Anche il cloruro è assorbito in modo diverso a seconda dei tratti coinvolti:

 DIGIUNO  cotrasporto con il sodio


 ILEO e COLON  diffusione facilitata nella membrana basolaterale e antiporto
con il bicarbonato nella membrana apicale

Assorbimento del potassio

 INTESTINO TENUE  assorbito passivamente


 COLON  secreto o assorbito, a seconda dei gradienti elettrochimici.

L’aumento di acqua nel chimo (come nel caso della diarrea) è indice di una bassa
concentrazione di potassio e quindi viene ridotto l’assorbimento.

Assorbimento e secrezione del bicarbonato

 DIGIUNO  gli IDROGENIONI presenti nel lume interagiscono con gli ioni
bicarbonato provenienti dal succo pancreatico per formare ACIDO
CARBONICO, che poi si dissocia in anidride carbonica ed acqua.
Una parte dell’anidride carbonica si diffonde passivamente nelle cellule
epiteliali e reagisce con l’acqua all’interno della cellula per formare ancora
acido carbonico che poi si dissocerà in idrogenioni e bicarbonato.
Gli idrogenioni rientrano nel lume dell’intestino tramite l’antiporto con il
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sodio, mentre il bicarbonato è trasportato attraverso la membrana


basolaterale e nel flusso sanguigno.
 ILEO e COLON  bicarbonato è secreto con l’antiporto con gli ioni cloruro, in
modo tale da tamponare l’acido dell’intestino.

Assorbimento regolato del calcio

L’assorbimento del calcio è regolato in base alle necessità dell’organismo. Esso è


assorbito nel duodeno e nel digiuno grazie al CALCITRIOLO, la forma attiva della
proteina D3 che aumenta la quantità della proteina legante il calcio.

Il calcio nella membrana apicale si lega alla PROTEINA LEGANTE IL CALCIO che si
trova sull’orletto a spazzola e viene trasportato all’interno della cellula attraverso un
meccanismo sconosciuto.
Il calcio viene allontanato dalla membrana basolaterale attraverso una pompa.

Assorbimento del ferro

La proteina TRANSFERRINA, presente nell’intestino tenue, lega gli ioni ferro e poi si
lega ad un recettore presente sulla membrana apicale delle cellule epiteliali questo
complesso è introdotto nella cellula tramite endocitosi.
Il ferro può venir conservato nella cellula legato alla FERRITINA o può essere
trasferito nel sangue dove è trasportato con un’altra proteina.

Quando i livelli di ferro nel sangue decrescono la ferritina rilascia il ferro. Al giorno
vengono ingeriti circa 20-30 mg di ferro, ma solo 1-2 ne vengono assorbiti.

Il ferro degli alimenti si divide in due categorie:

1. FERRO EMOGLOBINICO  il 40% di ferro ingerito ed è contenuto in carne,


pesce e pollame. La maggior parte di questo ferro viene assorbito e
l’assorbimento non è influenzato da nessun fattore.
2. FERRO NON EMOGLOBINICO  il 60% del ferro ingerito ed è legato a proteine
o sotto forma di Sali, contenuto in alimenti animali o vegetali. Di questo tipo di
ferro se ne assorbe solo il 3% circa.

Il ferro può trovarsi sotto forma di Sali in due modi:


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 Ferro bivalente (solubile) Fe2+


 Ferro trivalente (insolubile) Fe3+

Per essere assorbito dalle cellule epiteliali esso si deve trovare nella sua forma
bivalente.
L’acidità e l’acido ascorbico (vitamina C) convertono il Fe3+ in Fe2+; mentre altri
elementi inorganici come il rame, il magnesio o lo zinco e i fosfati riducono
l’assorbimento del ferro non emoglobinico.

ASSORBIMENTO DELL’ACQUA

Con la dieta vengono assunti circa 2 litri d’acqua al giorno, ma le secrezioni dello
stomaco, dell’intestino e delle ghiandole accessori introducono nel tratto GI altri 7
litri d’acqua giornalieri.

L’assorbimento d’acqua è guidato da un gradiente osmotico creato principalmente


dal sodio perché è il più abbondante tra tutti i soluti sia nel lume che nel liquido
interstiziale.
Di solito nel duodeno è presente il 95% d’acqua e poi è assorbito nello stesso tempo
che impiega il chimo ad arrivare al colon.

MOTILITA’ GASTROINTESTINALE E LA SUA REGOLAZIONE


Il tratto GI è in grado di generare movimenti che spingono in avanti e mescolano il
contenuto luminale e lo spingono lungo il tratto. È grazie alla motilità che la
digestione e l’assorbimento sono così efficienti.
Il tempo impiegato dal cibo ad essere defecato dipende dalle funzioni svolte nelle
varie regioni.

MUSCOLO SCHELETRICO  bocca + faringe + esofago = masticazione e deglutizione;


sfintere anale = defecazione

MUSCOLO LISCIO  stomaco + intestino = rimescolamento e avanzamento del cibo

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ATTIVITA’ ELETTRICA NELLA MUSCOLATURA LISCIA GASTROINTESTINALE

Nello strato interno circolare della muscularis externa vi sono cellule che generano
depolarizzazioni lente, le ONDE LENTE, che quando sono abbastanza grandi da
portare il potenziale di membrana al valore soglia danno luogo a potenziali d’azione.
Le cellule di questo strato sono collegate tramite gap junction, quindi l’attività
elettrica si può propagare alle cellule pacemaker vicine.

La frequenza delle onde lente varia da regione a regione lungo il tratto GI, perché
sono controllate da diverse cellule pacemaker.
In alcune regione le onde lente si verificano ad intervalli regolari, il fenomeno è
chiamato RITMO ELETTRICO BASALE – BER ed è dovuto all’attività sia nervosa che
ormonale.

L’attività parasimpatica è eccitatoria, accoppiata con l’acetilcolina, e crea un aumento


dell’attività contrattile; mentre l’attività simpatica è inibitoria ed è accoppiata
all’adrenalina, e causa un’inibizione dell’attività contrattile.
L’attività nervosa agisce non tanto sulla frequenza delle onde lente, quanto sulla loro
ampiezza: uno spostamento verso l’alto del potenziale di membrana può aumentare
il valore soglia e quindi dare luogo a più potenziali d’azione aumentando la forza
contrattile; mentre uno spostamento verso il basso delle onde lente inibisce l’attività
contrattile.

PRINCIPI GENERALI DELLA REGOLAZIONE GASTROINTESTINALE


La maggior parte dei nutrienti ingeriti è assorbita, per cui nelle feci non ci sono
teoricamente tracce di nutrienti.

Le funzioni del tratto GI non sono regolate in base all’omeostasi del corpo, ma in
base alle condizioni dell’ambiente interno del lume gastrico e sono regolati sia da
meccanismi nervosi che da meccanismi ormonali.

VIE NERVOSE ED ENDOCRINE PER IL CONTROLLO GASTROINTESTINALE


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La funzione GI è regolata dal sistema nervoso enterico, dal sistema nervoso


autonomo e dagli ormoni gastrointestinali.

Le condizioni del lume sono monitorate da tre tipi di recettori posti sulla parete
gastrointestinale:

1. MECCANOCETTORI che registrano il grado di distensione della parete


2. CHEMOCETTORI che controllano le concentrazioni nel lume di specifiche
sostanze
3. OSMOCETTORI che sono sensibili all’osmolarità del contenuto
gastrointestinale

Da questi recettori partono i collegamenti sia con il SNC che con il sistema nervoso
enterico e questi esercitano il controllo sulle cellule della muscolatura liscia e sulle
cellule sia endocrine che esocrine.
Le cellule esocrine secernono il loro contenuto direttamente nel tratto GI, mentre le
cellule endocrine secernono gli ormoni nel flusso sanguigno che poi li porta al tratto
GI.

I principali ormoni GI sono 4:

1. Gastrina
2. Colecistochinina – CCK
3. Secretina
4. Peptide insulinotropico glucosio-dipendente – GIP

Gli ultimi tre ormoni sono secreti dal duodeno e dal digiuno e costituiscono gli
ENTEROGASTRONI.

Vie riflesse brevi e lunghe

 VIE BREVI  lo stimolo nel lume provoca una risposta nel tratto GI senza il
coinvolgimento del SNC ma solo del sistema nervoso enterico.
 VIE LUNGHE  lo stimolo nel lume attiva i recettori che inviano l’input al SNC
che invia l’output al plesso enterico e quindi arriva agli effettori.

Fasi del controllo gastrointestinale


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Una regione del tratto GI può rispondere sia agli stimoli che provengono dal tratto GI
che da stimoli esterni.

Per esempio la secrezione acida dello stomaco è data sia dal grado di acidità del
contenuto gastrico sia dal livello di acidità del duodeno (questi sono stimoli interni);
essa però è influenzata anche dalla vista, dall’odore e dal gusto del cibo (stimoli
esterni).

La FASE CEFALICA è il controllo della funzione del tratto GI proveniente dall’encefalo,


che ha sempre origini per vie riflesse lunghe.
Il controllo del tratto GI da stimoli interni determinano la FASE GASTRICA (stimoli
provenienti dallo stomaco) e la FASE INTESTINALE (stimoli provenienti dall’intestino).
Questi stimoli possono provenire sia di vie riflessi brevi che lunghe, ma anche dalla
secrezione degli ormoni GI.

IL SISTEMA GASTROINTESTINALE
BOCCA, FARINGE ED ESOFAGO

 ANATOMIA – apparato digerente

Masticazione

La masticazione e i movimenti associati della lingua frammentano la massa del cibo


in particelle più piccole e consentono al cibo di amalgamarsi con la saliva,
trasformandolo in una massa umida chiamata BOLO.

La masticazione ha inizio come atto volontario, ma il ciclico ripetersi dei movimenti


della bocca avviene poi automaticamente a causa del MECCANISMO NERVOSO
RIFLESSO: la pressione sul palato e sulla lingua di cibo rilascia i muscoli che tengono
chiusa la mandibola ed essa si apre per la forza di gravità, poi la pressione del cibo si
riduce e la bocca si richiude e il meccanismo si ripete.

Ghiandole salivari

 ANATOMIA – apparato digerente

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Tra i componenti della saliva vi sono il bicarbonato che rende la saliva alcalina e aiuta
a neutralizzare gli acidi, il muco che lubrifica il cibo e protegge la bocca dalle
abrasioni, l’amilasi salivare che demolisce l’amido e il glicogeno e il lisozima che
distrugge i batteri prevenendo la formazione delle carie dentali.

Secrezione della saliva

La secrezione salivare è regolata da segnali nervosi che giungono alle ghiandole


salivari sia dal simpatico (secerna una piccola quantità di saliva ricca di proteine), che
dal parasimpatico (secerne saliva molto acquosa).

La secrezione è regolata dal CENTRO SALIVARE che si trova nel bulbo. Esso riceve le
informazioni dai chemocettori posti sulle papille gustative della lingua riguardanti il
gusto del cibo, aumentando la secrezione di saliva da parte del simpatico.
Il centro salivare è regolato anche dal parasimpatico che mette in relazione le
informazioni derivanti dalla fase cefalica.

Deglutizione

Quando il bolo viene spinto dalla lingua nella faringe l’azione è volontaria, dalla
faringe in poi la deglutizione diviene involontaria per l’attivarsi del RIFLESSO DELLA
DEGLUTIZIONE da parte dei recettori tattili, regolato dal CENTRO DELLA
DEGLUTIZIONE che si trova nel bulbo.

La deglutizione avviene attraverso diverse fasi:

1. FASE ORALE (volontaria): la lingua spinge il bolo nell’orofaringe, il palato molle


si alza e chiude la rinofaringe
2. FASE FARINGEA: il bolo nello scendere nella faringe preme sull’epiglottide
determinando la chiusura della glottide e impedendo così il passaggio del bolo
nella laringe e nella trachea. I muscoli del collo sollevano la laringe e dei
meccanismi riflessi inibiscono i muscoli respiratori interrompendo la
respirazione.
3. FASE ESOFAGEA: lo sfintere esofageo si rilascia permettendo l’entrata del bolo
nell’esofago e riprendendo la respirazione. I recettori da stiramento si attivano
e innescano l’ONDA PERISTALTICA che accompagna il bolo verso lo stomaco
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circa in 9 secondi. Lo sfintere esofageo inferiore si rilascia e il cibo entra nello


stomaco.
Se il cibo non riesce a scendere con l’onda peristaltica o l’onda non si innesca,
iniziano delle ONDE PERISTALTICHE SECONDARIE che si originano dalla
stimolazione dei meccanocettori esofagei. Inoltre viene stimolata la
salivazione.

STOMACO

 ANATOMIA – apparato digerente

Motilità gastrica

Quando viene ingerito un pasto la muscolatura liscia dello stomaco deve rimescolare
il chimo in modo da amalgamarlo bene con il succo gastrico e regolare lo
svuotamento gastrico, in modo da non far arrivare nell’intestino tenue il chimo tutto
insieme.
Questi compiti sono svolti dalle onde peristaltiche dello stomaco coordinate dal
sistema nervoso enterico.

Tipi di motilità gastrica

Le onde peristaltiche viaggiano dalla parete superiore dal fondo dello stomaco verso
il piloro, con una frequenza di tre onde al minuto.

All’inizio le onde sono deboli, ma progressivamente la forza di contrazione aumenta


man mano che il chimo arriva fino al piloro.
Lo sfintere pilorico però è chiuso quindi la maggior parte del chimo è forzata a
tornare indietro rimescolandosi ulteriormente.
In seguito all’aumento della forza delle onde peristaltiche lo sfintere pilorico è
costretto ad aprirsi e il chimo è spinto nel duodeno.

La velocità di svuotamento gastrico dipende dalla quantità di chimo contenuto nello


stomaco, la composizione del chimo e la forza delle contrazioni gastriche.
Il chimo costituito da liquido passa nell’intestino dopo circa tre minuti, mentre le
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molecole più grandi e più difficilmente digeribili possono rimanere nello stomaco
fino a 9 ore.

Regolazione della motilità gastrica

Il controllo della motilità gastrica è ottenuto mediante i cambiamenti di forza delle


onde peristaltiche controllata dagli ormoni GI: la gastrina aumenta le contrazioni,
mentre la secretina, la CCK e la GIP le inibiscono.

La motilità è influenzata anche dal RIFLESSO NERVOSO ENTEROGASTRICO che riceve


stimoli dalla fase cefalica (dolore, depressione e paura inibiscono; rabbia e
aggressività aumentano), dalla fase gastrica (distensione dello stomaco aumenta) e
dalla fase intestinale (distensione del duodeno, cambiamenti d’acidità, osmolarità e
concentrazione di grassi nel lume aumentano).
Queste regolano lo svuotamento gastrico.

Secrezione dell’acido e del pepsinogeno nello stomaco

L’acido prodotto nello stomaco è realizzato all’interno delle cellule epiteliali, in


seguito alla reazione tra anidride carbonica e acqua, catalizzata dall’enzima CA. La
reazione genera ioni idrogeno e bicarbonato.
Gli ioni idrogeno sono trasportati attivamente nel lume dello stomaco attraverso
l’antiporto con il potassio; mentre il bicarbonato è trasportato nei capillari sistemici
attraverso l’antiporto con gli ioni cloruro.

La secrezione dell’acido nello stomaco è stimolata dal parasimpatico, dalla gastrina e


dall’istamina; mentre è controllata dalla fase cefalica, gastrica ed intestinale ed è
incentivata quando il cibo è presente nello stomaco, mentre è inibita quando il cibo
passa nell’intestino.
La produzione e la secrezione di PEPSINOGENO segue la secrezione acida dello
stomaco.

Gli stimoli della fase cefalica aumentano l’attività parasimpatica dei nervi gastrici che
stimolano la produzione di acido e pepsinogeno e la secrezione di gastrina. La
gastrina entra in circolo e stimola ancor di più la produzione di acido e pepsinogeno.
La presenza di proteine e altri prodotti della digestione nel lume dello stomaco
stimolano i chemocettori della parete gastrica, mentre la dilatazione nello stomaco

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stimola i meccanocettori: questo incrementa la produzione di pepsinogeno ed acido


e la secrezione di gastrina.

Quando il cibo lascia lo stomaco, gli stimoli della fase gastrica e gli stimoli della fase
intestinale riducono la secrezione di acido e pepsinogeno. L’uscita del cibo aumenta
l’acidità gastrica, quindi anche la secrezione di gastrina è inibita.
Appena il chimo lascia lo stomaco, il duodeno si dilata, la sua osmolarità aumenta e
aumentano le concentrazioni di acido e grasso presenti in esso.
Questi fatti stimolano i meccanocettori, i chemocettori e gli osmocettori che
riducono la secrezione acida e di pepsinogeno nello stomaco.

La barriera mucosa dello stomaco

La barriera mucosa dello stomaco consente ad esso di sopportare l’acido senza


subire lesioni alla sua parete.
Le membrane apicali delle cellule della mucosa gastrica sono impermeabili agli ioni
idrogeno, quindi l’acido cloridrico che si forma nello stomaco non può penetrare
all’interno delle cellule epiteliali.

Sopra la mucosa gastrica vi è un altro strato di muco che costituisce un’ulteriore


protezione fisica per la barriera mucosa. Inoltre essa contiene numerosi ioni
bicarbonato che neutralizzano gli acidi appena vi si avvicinano.

INTESTINO TENUE

 ANATOMIA – apparato digerente

Pancreas

 ANATOMIA – apparato digerente

Secrezione del succo pancreatico

La secrezione del succo pancreatico ha inizio negli acini del pancreas che producono
un fluido contenente acqua, sodio, potassio ed enzimi digestivi (tripsina,
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chimotripsina, carbossipeptidasi, amilasi pancreatica, lipasi pancreatica,


desossiribonucleasi, ribonucleasi, elastasi). Quando il fluido passa nei dotti principali
le cellule vi riversano altro fluido contenente liquido ricco di ioni bicarbonato.
I meccanismi regolatori che controllano la secrezione dei due fluidi sono separati,
quindi la secrezione del succo pancreatico può variare.

La secrezione del succo pancreatico è influenzata dalla fase cefalica, gastrica e


soprattutto intestinale.
Gli ormoni CCK e secretina vengono secreti quando il cibo entra nel duodeno. La CCK
agisce sugli acini, mentre la secretina sulle cellule dei dotti per favorire la produzione
del bicarbonato.
La CCK aumenta il suo effetto quando vi è la presenza anche di secretina e viceversa,
questo effetto è chiamato POTENZIAMENTO.

La secrezione di secretina è influenzata dall’acidità del liquido duodenale, che


stimola i chemocettori del duodeno e del digiuno che rilasciano secretina.
La secrezione di CCK è influenzata dalla presenza di proteine e lipidi nel duodeno,
che stimolano i chemocettori e quindi la CCK viene secreta.
Quando il chimo lascia il duodeno i segnali cessano e quindi viene inibita la
secrezione di CCK.

Fegato

 ANATOMIA – apparato digerente

Secrezione di bile

La bile viene prodotta per 700-1200 ml al giorno. Essa contiene acqua, Sali biliari,
fosfolipidi, colesterolo, bilirubina e poche proteine; gli elettroliti contenuti in essa
sono il sodio, potassio, bicarbonato, cloro e calcio.

La CCK e la secretina sono anche responsabili della regolazione dell’ingresso della


bile nel duodeno. Quando aumenta l’acidità nel duodeno, la secretina agisce sul
fegato aumentando la produzione di bile. La presenza di proteine e lipidi nel
duodeno aumenta la produzione di CCK che, tramite la contrazione della cistifellea e
il rilasciamento dello sfintere di Oddi, consente alla bile di fluire nel duodeno.
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Velocità del movimento dei fluidi all’interno del sistema digerente

Il volume di liquido che entra ogni giorno nel tratto GI è molto alto, circa 8,5 litri al
giorno: il fegato e il pancreas secernono circa 2 litri al giorno, le ghiandole salivari
circa 1,5 litri, le ghiandole della parete gastrica e dell’intestino tenue producono
circa 3,5 litri e con la dieta vengono assunti circa 2 litri al giorno.

La maggior parte dei fluidi secreti ed ingeriti viene assorbita dall’intestino tenue e in
parte dal colon. Al giorno vengono eliminati circa 100 ml d’acqua con le feci.

Secrezione del duodeno

Il duodeno secerne circa 1,5 litri d’acqua al giorno perché il chimo è ipertonico e
soprattutto per la secrezione di ioni cloruro.
Il secreto contiene il muco, che ha un ruolo importante nella protezione della
mucosa duodenale per l’aggressione acida.
La secrezione è stimolata da vari ormoni, tra cui il più importante è la secretina. Esso
non contiene enzimi perché sono situati sull’orletto a spazzola della parete
intestinale.

Motilità dell’intestino tenue

Peristalsi

L’onda di contrazione nella muscularis externa viaggia longitudinalmente lungo il


tratto intestinale. Queste onde costituiscono la PERISTALSI e spingono il avanti il
chimo per tutto l’intestino ad una velocità di circa 2-2,5 cm al secondo.

Segmentazione

La muscularis externa dell’intestino tenue è anche in grado di attuare la


segmentazione, ossia il rimescolamento del chimo. Infatti il chimo è spinto in avanti

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e indietro in modo da mescolarne i contenuti e far entrare tutti i nutrienti del chimo
a contatto con la mucosa intestinale.

La segmentazione nel duodeno è indotta dalla distensione delle pareti, invece


nell’ileo è indotta dalla gastrina per il RIFLESSO GASTROILEALE.

Attività motoria interdigestiva

Quest’attività pulisce lo stomaco e l’intestino tenue da residui solidi indigeribili,


frammenti cellulari e batteri.
Se questa non avvenisse bene comporterebbe la persistenza di residui indigeribili
nello stomaco, portando alla distensione gastrica cronica e lo sviluppo di una crescita
batterica nell’intestino tenue che porterebbe a meteorismo e alterazione
nell’assorbimento di nutrienti e vitamine.

Complesso motorio migrante – CMM

Durante il periodo di digiuno nello stomaco le contrazioni peristaltiche cessano e


incominciano delle contrazioni cicliche che migrano lentamente lungo il tenue fino
alla valvola ileo-cecale facendola rilasciare.

Questo ciclo serve per svuotare completamente lo stomaco e termina non appena il
digiuno si interrompe.

INTESTINO CRASSO

 ANATOMIA – apparato digerente

Flora batterica intestinale

Nell’intestino crasso vengono assorbite anche numerose vitamine, ma non quelle


introdotte con gli alimenti perché sono già assorbite a livello dell’intestino tenue, ma
soprattutto quelle prodotte dai miliardi di batteri che popolano il colon. I batteri
sintetizzano soprattutto vitamina K e alcune vitamine del gruppo B.

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La flora batterica intestinale per vivere ricava l’energia necessaria dalla digestione
delle fibre alimentari e di altri prodotti, soprattutto zuccheri, indigeribili per l’uomo.
Dalla degradazione delle fibre alimentari da parte dei batteri si ricavano acidi grassi a
catena corta assorbiti a livello del crasso.

Motilità del colon

Nel colon l’attività contrattile serve per mescolare ulteriormente il chimo e quindi
esporlo alla superficie della mucosa e per farlo andare avanti fino al retto.

Tipi di motilità del colon

Le porzioni prossimali del colon presentano un tipo di motilità chiamata


AUSTRAZIONE, simile alla segmentazione dell’intestino tenue, ma che è molto più
lenta e le contrazioni si verificano circa 2 volte in un’ora.

3 o 4 volte al giorno si verifica anche il MOVIMENTO DI MASSA che è come un’onda


peristaltica, ma quando una parte dell’intestino è contratta essa rimane in questo
stato per un periodo abbastanza lungo prima di rilasciarsi.
Questo movimento spinge il chimo in avanti e ripuliscono il colon.

Regolazione della motilità del colon

Sia la gastrina che la CCK aumentano i movimenti del colon.


Il colon presenta riflessi specializzati: nel RIFLESSO COLON-COLICO quando si
distende una parte del colon le parti rimanenti si contraggono; mentre nel RIFLESSO
GASTRO-COLICO la presenza di cibo nello stomaco porta ad un aumento della
motilità colica e ad un aumento della frequenza dei movimenti di massa.

Defecazione

L’eliminazione delle feci dal corpo viene controllata sia volontariamente, sia
involontariamente dal RIFLESSO DELLA DEFECAZIONE.

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Il riflesso della defecazione è innescato dalla distensione del retto che si ha quando il
materiale fecale entra dal colon al retto, la distensione attiva i recettori da
stiramento e stimola la muscolatura liscia del colon a contrarsi.
Questo fa aumentare la pressione all’interno, così vengono stimolate anche le
contrazioni del colon sigmoideo, che spingono altro materiale fecale nel retto
aumentando ancora la pressione.
Lo sfintere interno anale si rilascia, mentre lo sfintere anale esterno si contrae
evitando che le feci escano dal corpo. Quando la pressione nel retto aumenta si
rilascia lo sfintere anale esterno e ha inizio la defecazione.

La defecazione può essere ritardata nei bambini e negli adulti che hanno assunto il
controllo degli sfinteri.

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REGOLAZIONE DEL METABOLISMO ENERGETICO

PANORAMICA DEL METABOLISMO DELL’INTERO ORGANISMO

Il cibo è l’unica fonte di energia ed è l’origine dei materiali di cui è costituito il nostro
corpo, ma l’organismo possiede diversi modi per mantenere costante l’apporto di
energia di cui le cellule hanno bisogno, anche se vi sono cambiamenti
nell’assunzione del cibo.
Tra un pasto e l’altro l’organismo converte le riserve d’energia in molecole più
semplici che le cellule utilizzano sotto forma di energia. Quando si mangia poi
l’organismo ricostituisce questi depositi trasformando i nutrienti in molecole che
immagazzinano l’energia.

Il METABOLISMO ENERGETICO sono le modalità in cui il corpo immagazzina e utilizza


l’energia. Esso è influenzato in primis dall’assunzione del cibo, ma anche dalla
crescita, dallo stress e dalla velocità metabolica.
Il metabolismo energetico è influenzato da segnali endocrini, e alla base del suo
controllo vi sono due concetti fondamentali:

 L’assunzione del cibo è intermittente, quindi l’organismo deve immagazzinare i


nutrienti dopo ogni pasto e utilizzare le scorte durante l’intervallo tra i pasti
 La fonte energetica principale dell’encefalo è il glucosio, quindi i livelli ematici
di glucosio devono essere mantenuti sempre costanti, anche nell’intervallo tra
i pasti

ASSUNZIONE, UTILIZZAZIONE E IMMAGAZZINAMENTO


DELL’ENERGIA
Il sangue distribuisce i nutrienti assorbiti dal tratto GI a tutte le cellule
dell’organismo, e queste possono utilizzare 3 vie:

1. Frammentano le biomolecole con un processo che rilascia energia, e quindi


utilizzano quest’energia per le loro funzioni vitali
2. Sintetizzano dalle biomolecole altre molecole essenziali

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3. Le biomolecole assorbite in eccesso vengono trasformate in molecole che


immagazzinano l’energia, principalmente in glicogeno dal glucosio e trigliceridi
dal grasso.

ASSUNZIONE, UTILIZZAZIONE E IMMAGAZZINAMENTO DELL’ENERGIA DEI


CARBOIDRATI

I carboidrati nel sangue sono presenti sotto forma di monosaccaridi, in particolare di


glucosio.

Le molecole di glucosio sono trasportate all’interno delle cellule di tutto l’organismo


tramite i TRASPORTATORI DI GLUCOSIO, delle proteine.
All’interno delle cellule il glucosio ha 3 vie:

1. Può essere ossidato per produrre energia, generando energia, anidride


carbonica ed acqua
2. Può fornire substrati per altre reazioni metaboliche
3. Può essere convertito in glicogeno per poi essere immagazzinato dalle cellule

Quando i livelli di glucosio nel sangue sono bassi il glicogeno, attraverso la


GLICOGENOLISI, può venir scisso in molecole di glucosio e trasportato al sangue, ma
la maggior parte delle cellule ha una ridotta capacità di sintetizzare e immagazzinare
il glicogeno, anche se può ossidare il glucosio.

ASSUNZIONE, UTILIZZAZIONE E IMMAGAZZINAMENTO DELL’ENERGIA DALLE


PROTEINE

Gli amminoacidi vengono captati dalle cellule e poi possono venir utilizzati per la
sintesi di proteine. Le proteine possono a loro volta venir scisse in amminoacidi e
quindi essere utilizzati come fonte di energia nel periodi di digiuno oppure possono
venir messi in circolo ed essere utilizzati dalle altre cellule.
Dagli amminoacidi si può ricavare energia attraverso la PROTEOLISI, dove
dall’amminoacido si ricava anidride carbonica, acqua, ammoniaca (poi escreta dai
reni sotto forma di urea) ed energia.

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ASSUNZIONE, UTILIZZAZIONE DEI LIPIDI E IMMAGAZZINAMENTO DELL’ENERGIA


SOTTO FORMA DI LIPIDI

I trigliceridi sono trasportati dal sangue sotto forma di LIPOPROTEINE, costituiti da


proteine e lipidi.
Quando raggiungono le cellule bersaglio i lipidi si devono dissociare dalle
lipoproteine per entrarvi, questo avviene grazie all’enzima LIPOPROTEINA LIPASI,
localizzato sulle pareti di tutti i capillari sistemici. Il trigliceride rimanente viene
scisso in acidi grassi, assunti dalle cellule, e monogliceridi che rimarranno in circolo e
verranno metabolizzati dal fegato.

Gli acidi grassi possono essere ossidati per produrre energia, ricavando anidride
carbonica ed acqua; oppure possono essere combinati con il glicerolo per formare
nuovi trigliceridi accumulati nel citosol sotto forma di gocce di grasso, soprattutto
dagli adipociti. I trigliceridi immagazzinati poi possono venir scissi nuovamente
tramite la LIPOLISI per produrre energia oppure per essere rilasciati nel circolo
sistemico.

METABOLISMO ENERGETICO DURANTE LE FASI DI


ASSORBIMENTO E POST-ASSORBIMENTO
Il BILANCIO ENERGETICO si verifica quando l’energia in entrata è uguale all’energia in
uscita. L’organismo però non si trova mai in una condizione di equilibrio, in quanto
l’energia viene presa dal cibo e quest’ultimo è assunto in modo intermittente.

Dopo 3-4 ore dopo ogni pasto i nutrienti vengono assorbiti: questa è la FASE DI
ASSORBIMENTO e dura fino al pasto successivo. La velocità in entrata di energia è
superiore alla velocità di uscita dell’energia, quindi il corpo sarà in bilancio
energetico positivo, caratterizzato da un’abbondanza di nutrienti nel sangue. Il
glucosio è la fonte primaria di energia per le cellule, mentre gli altri nutrienti come i
grassi, gli amminoacidi e il glucosio in eccesso sono assunti dal fegato, dai muscoli e
dal tessuto adiposo e convertite in molecole per l’immagazzinamento dell’energia.

La FASE DI POST-ASSORBIMENTO si verifica dopo i pasti quando i nutrienti non sono


più assorbiti. La velocità di uscita dell’energia è superiore a quella in entrata e le
scorte energetiche vengono mobilizzate. Il glucosio è la fonte d’energia primaria per

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il SNC, mentre le altre cellule utilizzano altre fonti di energia come gli acidi grassi per
risparmiare il glucosio per il SNC.

METABOLISMO DURANTE LE FASI DI ASSORBIMENTO

La fase di assorbimento è soprattutto anabolica e in questo caso la maggior parte


delle reazione porta alla sintesi di macromolecole.

Cellule dell’organismo in generale

Il glucosio assorbito è il combustibile primario utilizzato dalle cellule ed è


particolarmente abbondante dopo un pasto normale.

Se la dieta però è povera di carboidrati le cellule dell’organismo utilizzano anche


acidi grassi o amminoacidi per produrre energia.
Gli amminoacidi però sono utilizzati principalmente per produrre le proteine, che
sono soggette sempre ad un ricambio, quindi le cellule dell’organismo utilizzano gli
amminoacidi per produrre energia solo in condizioni estreme.

Cellule del muscolo scheletrico

Le cellule del muscolo scheletrico prendono dal sangue amminoacidi e glucosio


necessari alle loro funzioni. Esse hanno la capacità di immagazzinare glicogeno per
trasformarlo in glucosio al momento opportuno, e nel loro insieme le fibre muscolari
hanno circa il 70% di tutto il glicogeno immagazzinato dell’organismo.

Cellule epatiche

Il fegato trasforma i nutrienti in scorte energetiche che possono essere mobilizzate


per fornire energia alle cellule dell’organismo.

Il glucosio viene trasformato in glicogeno e immagazzinato nel fegato, che contiene il


24% delle scorte dell’organismo. Il glucosio assorbito in eccesso è trasformato in
acidi grassi e quindi in trigliceridi.
Il fegato assorbe amminoacidi, una parte dei quali viene trasformata in chetoacidi e
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la maggior parte di questi ultimi vengono trasformati in acidi grassi e quindi


trigliceridi.
I trigliceridi sintetizzati nel fegato nel sangue si aggregano in LIPOPROTEINE A
DENSITA’ MOLTO BASSA – VLDL e negli adipociti vi è un’alta concentrazione di
lipoproteina lipasi e quindi hanno un’alta capacità di assorbire gli acidi grassi delle
VLDL.

Trasporto e utilizzo dei lipidi: Dopo che la lipoproteina lipasi rimuove i trigliceridi
dalle VLDL, esse divengono IDL. Esse ritornano al fegato, il quale toglie i trigliceridi
rimasti e quindi ne altera il contenuto proteico, trasformandole in LDL.
Esse lasciano il circolo sistemico tramite capillari fenestrati o tramite vescicole e
vengono assorbite dai tessuti periferici tramite endocitosi mediata da recettori.
Quando il lisosoma distrugge le vescicole ciò che ne risulta è il colesterolo, di cui una
parte viene utilizzato dalla cellula per la sintesi di membrana, ormoni e altri
materiali, mentre l’altra parte diffonde fuori dalle cellule.
Il colesterolo diffonde nel circolo sistemico ed è assorbito dalle HDL e ritorna al
fegato dove le HDL sono assorbite e il colesterolo è estratto. Una parte di esso viene
utilizzato per la produzione delle LDL, mentre un’altra parte viene utilizzato nella
bile.
Le HDL non utilizzate sono rilasciate nel circolo sistemico dove dovranno assorbire
ulteriore colesterolo.

METABOLISMO DURANTE LA FASE DI POST-ASSORBIMENTO

L’organismo durante la fase di post-assorbimento deve catabolizzare il glicogeno, le


proteine e gli acidi grassi per produrre energia.

L’organismo deve mantenere costanti i livelli di glucosio perché è l’unica fonte di


energia per l’encefalo, quindi esso può venir sintetizzato anche a partire dagli
amminoacidi, dal glicerolo e da altre molecole che si formano durante i processi
catabolici grazie alla GLUCONEOGENESI.
La maggior parte dei tessuti però utilizza altre forme energetiche, per un processo
chiamato RISPARMIO DEL GLUCOSIO.

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Cellule dell’organismo in generale

La maggior parte delle cellule utilizza acidi grassi al posto del glucosio per
risparmiarlo per il SNC.

Cellule del muscolo scheletrico

Le fibre muscolari scheletriche utilizzano come energia il glucosio derivante dal


glicogeno, ma esso non può essere trasportato fuori da queste cellule.
Il glicogeno viene catabolizzato in GLUCOSIO-6-FOSFATO e successivamente in
LATTOSIO e PIRUVATO. Il lattosio viene poi trasportato al fegato per un’ulteriore
rielaborazione.

Cellule epatiche

Il fegato nella fase post-assorbimento è la fonte principale di glucosio. Esso


attraverso la glicogenolisi trasforma il glicogeno in glucosio-6-fosfato e dato che esso
contiene l’enzima GLUCOSIO-6-FOSFATASI, a differenza delle fibre muscolari
scheletriche, può convertirlo in glucosio e riversarlo nel circolo sistemico.

Il fegato rappresenta anche la sede principale della gluconeogenesi, esso converte


parte degli acidi grassi in corpi chetonici e li riversa in circolo. Essi vengono utilizzati
come fonte di energia dal SNC durante i lunghi periodi di digiuno.

Adipociti

Il tessuto adiposo durante la fase di post-assorbimento rilascia acidi grassi, utilizzati


dalla maggior parte delle cellule come fonte primaria d’energia, e glicerolo, utilizzato
dal fegato nella glicolisi.

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REGOLAZIONE DEL METABOLISMO DURANTE LE FASI DI


ASSORBIMENTO E POST-ASSORBIMENTO
AZIONI DELL’INSULINA

L’insulina promuove l’immagazzinamento dell’energia stimolando la sintesi di acidi


grassi e trigliceridi nel fegato e nel tessuto adiposo, la sintesi di glicogeno nel fegato
e nel muscolo scheletrico e la sintesi proteica nella maggior parte dei tessuti. Essa
inoltre inibisce il catabolismo delle proteine, dei trigliceridi e del glicogeno, inoltre
sopprime la gluconeogenesi epatica. Quindi l’insulina promuove i processi durante la
fase di assorbimento e inibisce quelli durante la fase post-assorbimento.
L’insulina però non ha effetto sul SNC, sul fegato e sul muscolo scheletrico in
movimento.

L’insulina regola il trasporto di nutrienti attraverso le membrane della maggior parte


delle cellule dell’organismo, infatti esistono circa 4 trasportatori sensibili all’insulina
che sono in grado di trasportare amminoacidi dal plasma alle cellule.

L’insulina facilità l’assunzione di glucosio da parte di molti tessuti tramite un


aumento delle proteine trasportatrici di glucosio. Ne esistono 13, dal GLUT1 al
GLUT13.
Il GLUT4 però è l’unica proteina che è sensibile all’insulina. Essa promuove la
diffusione facilitata del glucosio ed è il suo più importante trasportatore. Le cellule
adipose e le fibre muscolari scheletriche possiedono GLUT4 immagazzinato in
vescicole nel citosol.

Inoltre l’insulina svolge un’azione permissiva nei confronti dell’ormone della crescita
promuovendo la sintesi proteica, la sintesi del DNA e la divisione cellulare.

AZIONI DEL GLUCAGONE

Le azioni del glucagone si oppongono a quelle dell’insulina: nel fegato promuove la


glicogenolisi, la gluconeogenesi, la sintesi dei corpi chetonici e il catabolismo delle
proteine; inibisce la sintesi del glicogeno e delle proteine. Inoltre nel tessuto adiposo
stimola la lipolisi e inibisce la sintesi di trigliceridi.

Il glucagone stimola gli effetti della fase di post-assorbimento e inibisce quelli della
fase di assorbimento.
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CONTROLLO A FEEDBACK NEGATIVO DEI LIVELLI PLASMATICI DI GLUCOSIO DA


PARTE DI INSULINA E GLUCAGONE

I livelli plasmatici di glucosio sono regolati dalle azioni opposte dell’insulina e del
glucagone, ma anche da parte di altri ormoni. Le deviazioni oltre la norma dei valori
possono portare a gravi condizioni di salute.
Il normale livello di glucosio nel sangue è tra i 70 e i 110 mg/dl; la condizione di
IPERGLICEMIA si ha quando i livelli di glucosio a digiuno superano i 140 mg/dl, in
queste condizioni si può avere il diabete mellito; la condizione di IPOGLICEMIA
(aumento della frequenza cardiaca, ansia, sudorazione, tremori, confusioni, vertigini,
mancanza di coordinazione) si ha quando i valori di glucosio a digiuno sono inferiori
di 60 mg/dl e questo può provocare seri danni al SNC.

Un aumento dei livelli plasmatici di glucosio stimolano la secrezione di insulina da


parte delle cellule β pancreatiche e l’inibizione del glucagone, favorendo quindi una
diminuzione della glicemia.
L’insulina fa diminuire i livelli in tre modi:

1. Stimolando la captazione del glucosio tramite un aumento delle molecole


trasportatrici sulla membrana plasmatica
2. Riducendo la concentrazione di glucosio libero nelle cellule tramite la sua
conversione in glicogeno
3. Sopprimendo la gluconeogenesi

Una diminuzione dei livelli plasmatici di glucosio stimola la secrezione di glucagone


da parte delle cellule α pancreatiche e un’inibizione dell’insulina. Il glucagone
promuove la gluconeogenesi e la glicogenolisi nel fegato, inoltre stimola la lipolisi nel
fegato in modo da mandare in circolo più acidi grassi come fonte energetica.

Stimolazione della secrezione di insulina e glucagone da parte degli amminoacidi

L’aumento di amminoacidi circolanti nel plasma stimola la secrezione sia di insulina


che di glucagone.
Dopo un pasto ricco di proteine ma povero di amminoacidi l’aumento considerevole
degli amminoacidi stimola la secrezione di insulina, facilitando l’assunzione di
amminoacidi da parte delle cellule.
L’aumento di insulina però fa diminuire la glicemia, che in questo caso però è a livelli
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normali, quindi provocherebbe solo danni, così è secreto anche il glucagone che fa
aumentare la glicemia e non ha effetti sugli amminoacidi plasmatici.

EFFETTI DEL CORTISOLO E DELL’ORMONE DELLA CRESCITA

Le concentrazioni nelle cellule di cortisolo stimolano la gluconeogenesi e la lipolisi


nella fase post-assorbimento, inoltre l’aumento della concentrazione plasmatica del
cortisolo aumenta il catabolismo proteico, aumenta la gluconeogenesi, diminuisce la
captazione di glucosio da parte delle cellule adiposo e delle fibre muscolari
scheletriche e aumenta la degradazione dei trigliceridi.
Il risultato della concentrazione del cortisolo è un aumento della concentrazione
plasmatica di glucosio, acidi grassi e amminoacidi.

L’ormone della crescita ha effetti simili al cortisolo.

EFFETTI DELL’ADRENALINA E DEL SISTEMA NERVOSO SIMPATICO SUL


METABOLISMO

Il sistema simpatico e l’adrenalina inibiscono la secrezione d’insulina e aumentano


quella di glucagone, promuovendo quindi le variazioni metaboliche durante la fase
post-assorbimento.

Una diminuzione della glicemia però stimola anche i RECETTORI PER IL GLUCOSIO
presenti sul SNC, stimolando così l’attività del simpatico e inducendo un aumento
dell’adrenalina da parte della midollare del surrene.
Questi effetti si riversano sul fegato promuovendo la glicogenolisi e la
gluconeogenesi, sulla muscolatura scheletrica dove promuovono la glicogenolisi e sul
tessuto adiposo dove promuovono la lipolisi.
In condizioni normali però il SNC non viene stimolato ma prevalgono gli effetti
dell’insulina e del glucagone. Il SNC viene stimolato in situazioni di stress.

OSCILLAZIONI GIORNALIERE DELLA GLICEMIA

Dopo un pasto i valori insulinemici aumentano sensibilmente, per poi ritornare ai


livelli basali nel giro di un paio d'ore. Il picco raggiunto è tanto più consistente
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quanto maggiore è la quantità di zuccheri introdotta, mentre ha scarsa influenza il


contenuto proteico e ancora meno quello lipidico. I grassi, al pari delle fibre, si
oppongono ad eccessivi rialzi dell'insulinemia rallentando i tempi di digestione del
pasto, quindi la velocità di assorbimento intestinale degli zuccheri; di conseguenza, il
picco insulinemico raggiunto dopo un pasto completo risulta inferiore a quello
registrato dopo il consumo di un'analoga quantità di zuccheri, scorporata da lipidi e
fibre.
Anche i livelli basali di insulina non sono perfettamente stabili; è stata infatti
osservata una secrezione oscillatoria con periodi di 3-6 minuti. Dopo i
pasti l'ampiezza di queste oscillazioni aumenta ma la periodicità rimane costante; si
ritiene che tale fenomeno sia cruciale per mantenere costante la
sensibilità delle cellule all'insulina. Per espletare la succitata azione ipoglicemizzante,
l'insulina deve infatti interagire con specifici recettori posti sulle
membrane cellulari. Quando i recettori perdono sensibilità nei confronti dell'insulina
allora l'organismo cerca di compensare aumentando la secrezione pancreatica
dell'ormone; in questi casi si parla di insulino-resistenza, condizione accompagnata
da iperinsulinemia con glicemia normale o lievemente aumentata. Quando invece la
sensibilità cellulare è normale, l'iperinsulinemia si accompagna ad ipoglicemia e a
sintomi come stanchezza, sudorazione, fame, palpitazioni, debolezza, capogiri,
tremori e difficoltà di concentrazione.

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BILANCIO ENERGETICO

Il corpo umano dev’essere mantenuto in condizioni bilanciate per garantire


l’omeostasi:

entrate + produzione = utilizzazione + uscite

Per quanto riguarda l’energia però l’organismo non la può produrre per le leggi della
termodinamica:

energia in entrata = lavoro svolto + energia in uscita

L’energia in entrata è utilizzata dall’organismo per svolgere un lavoro, mentre


l’energia in uscita è sotto forma di calore:

energia in entrata = lavoro svolto + calore

Il sistema endocrino regola il bilancio energetico per garantire un apporto costante


di nutrienti a tutte le cellule. Quando le cellule richiedono energia vengono attinte le
scorte di nutrienti che si trovano al loro interno e i nutrienti nel circolo sistemico.
L’organismo mobilizza le sue scorte energetiche quando la quota di energia assunta è
insufficiente per far fronte alle richieste energetiche.

ENERGIA IN ENTRATA

L’energia entra nell’organismo tramite gli alimenti, che vengono digeriti e quindi
assorbiti. Quando un nutriente viene ossidato nell’organismo viene liberata una
certa quantità di energia, che rappresenta il CONTENUTO ENERGETICO del nutriente.
L’APPORTO ENERGETICO per ogni individuo è il contenuto energetico totale dei
nutrienti assorbiti.

Il contenuto energetico dei nutrienti è determinato bruciandone una quantità nel


CALORIMETRO e le calorie sono date calcolando quanta energia esce sotto forma di
calore dalla sostanza bruciata:

 Carboidrati  4 kcal/g
 Lipidi  9 kcal/g
 Proteine  4 kcal/g
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 Etanolo  7 kcal/g

ENERGIA IN USCITA

L’energia rilasciata durante l’ossidazione di un nutriente o durante altri processi


catabolici si rende disponibile sotto 3 forme:

1. 10% utilizzato per i processi di digestione, assorbimento e modificazione dei


nutrienti
2. 50% sotto forma di calore per mantenere la temperatura corporea
3. 40% utilizzata per sintetizzare ATP impiegato per tre diversi processi cellulari:
per il LAVORO MECCANICO (generare movimento), per il LAVORO CHIMICO
(formazione di legami nel corso di reazioni chimiche) e per il LAVORO DI
TRASPORTO (spostare una molecola da una parte all’altra della membrana
cellulare)

VELOCITA’ METABOLICA

La velocità metabolica è quanta energia si spende in un’unità di tempo. Essa è


influenzata da numerosi fattori come l’attività fisica, l’età, il sesso, le dimensioni della
superficie corporea e la temperatura ambientale.

Metabolismo basale (60-75% velocità metabolica)

Il metabolismo basale è il primo fattore che influisce sulla velocità metabolica. La


velocità del metabolismo basale – VMB è la velocità spesa da un individuo sveglio,
sdraiato, in condizioni di rilassamento mentale e fisico, a digiuno per 12 ore: in
queste condizioni la velocità metabolica e il lavoro sono minimi.

La VMB è la richiesta energetica necessaria per eseguire i compiti fondamentali per


l’organismo, come la circolazione del sangue, i movimenti respiratori, la dispersione
obbligatoria di calore e il mantenimento dei gradienti elettrochimici.

Essa è determinata anche da fattori variabili come l’età, il genere, la massa corporea
magra, se si è in condizioni di gravidanza, la condizione nervosa, se si è in uno stato
di febbre o influenza, gli ormoni calorigeni, ormoni tiroidei e l’adrenalina in circolo.
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Negli adulti la VMB nell’arco di 24 ore ammonta a circa 20-25 kcal/kg. La maggior
parte di questa spesa energetica è data dall’attività del sistema nervoso e dei muscoli
scheletrici. Durante il sonno la VMB si riduce di circa il 10-15%.

Termogenesi indotta o effetto termogenico degli alimenti (10-15%)

È il secondo fattore che influisce sulla velocità metabolica. Esso è la spesa energetica
che deve fare il corpo per digerire, assorbire, elaborare (da parte del fegato) ed
immagazzinare gli alimenti.
In questo modo il 10-15% dell’energia chimica degli alimenti è persa nel loro
assorbimento.

Il COEFFICIENTE DI UTILIZZAZIONE DEGLI ELEMENTI è dato da:


calorie introdotte
calorie effettivamente disponibili

Esso dipende sia dal corretto funzionamento dell’apparato digerente, sia dalla
situazione in cui avviene la digestione (per esempio durante l’attività fisica).

Attività fisica (15-30% e oltre)

Esso è il terzo fattore per determinare la velocità metabolica. È la spesa energetica


necessaria per sostenere la contrazione muscolare e varia in rapporto al tipo di
attività, all’intensità, alla durata e alla massa corporea.

BILANCIO ENERGETICO POSITIVO E NEGATIVO

Le variazioni di peso corporeo si hanno quando l’energia in entrata e l’energia in


uscita sono bilanciate:

energia immagazzinata = energia in entrata – energia in uscita

Quando l’energia in entrata è maggiore dell’energia in uscita, si tende ad aumentare


il peso corporeo, viceversa si tende a diminuire.

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RISERVE DI ENERGIA

L’organismo ha una capacità limitata di immagazzinare energia sotto forma di


glicogeno o proteine, ma ha una capacità illimitata di immagazzinarla sotto forma di
grassi, dato che i trigliceridi sono il modo per conservare più energia nel minor peso
possibile.

Le riserve di glicogeno costituiscono l’1% delle riserve energetiche totali, le proteine


circa il 20-25% e i grassi il 75-85%.

REGOLAZIONE DELL’ASSUNZIONE DI CIBO

L’assunzione di cibo è indipendente dalle necessità del corpo, infatti è influenzata


molto da fattori psicosociali.

Le LEPTINA è un fattore importante nella regolazione del cibo ed è un ormone


secreto dalle cellule adipose. Quando l’assunzione giornaliera delle caloria supera il
fabbisogno giornaliero viene depositato grasso nel tessuto adiposo. Quest’ultimo
secerne leptina in modo direttamente proporzionale all’aumentare del peso
corporeo. La leptina agisce sui centri ipotalamici del controllo della fame per ridurre
la sensazione di sazietà e aumenta la velocità del metabolismo riducendo il deposito
di lipidi.

L’insulina agisce sull’ipotalamo per ridurre la sensazione della fame, insieme alla CCK
rilasciata quando il chimo entra nel duodeno e ad alcuni meccanocettori presenti
sulle pareti del tratto GI. Questi vengono chiamati SEGNALI DI SAZIETA’.

Il NEUROPEPTIDE Y stimola la fame, mentre le MELANOCORTINE inibiscono


l’appetito.

OBESITA’

Le persone diventano obese quando giornalmente assumono più calorie di quanto


ne hanno bisogno. 4 principali fattori contribuiscono allo sviluppo dell’obesità:
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1. Fattori genetici
2. Fattori ambientali
3. Eccessivo apporto calorico
4. Esercizio fisico insufficiente

L’obesità determina numerosi effetti negativi sull’organismo:

 Alza la pressione sanguigna, il livello di colesterolo LDL e di trigliceridi


 Diminuisce il livello di HDL
 Diabete
 Depressione
 Difficoltà respiratorie nel sonno
 Mancanza di fiato
 Calcoli biliari
 Infertilità
 Malattie degenerative delle articolazioni

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TERMOREGOLAZIONE

Gli esseri umani e i mammiferi sono meno sensibili ai cambiamenti di temperatura


esterna rispetto ad altri animali come i rettili, questo perché hanno la capacità di
mantenere la propria temperatura corporea in un intervallo piuttosto ristretto
tramite la TERMOREGOLAZIONE.
Gli animali con questa capacità sono chiamati OMEOTERMI, mentre quelli che non
ce l’hanno sono chiamati PECILOTERMI.

BILANCIO TERMICO

Gli animali omeotermi sono in grado di controllare la temperatura corporea


equilibrando la velocità di produzione di calore (TERMOGENESI) e la velocità di
dissipazione del calore (TERMODISPERSIONE).
Quando il bilancio è negativo, ossia il calore si disperde più velocemente di quanto
non se ne crei, si va in una condizione di IPOTERMIA; al contrario quando il bilancio è
positivo, ossia il calore prodotto è maggiore del calore disperso, si va in una
condizione di IPERTERMIA (tra i 41°C e i 43°C). Tutte e due queste condizioni
possono portare alla morte.

L’omotermia è vantaggiosa perché permette di vivere in ambienti dove le


temperature possono variare, ma richiedono molta energia. La capacità di
mantenere la temperatura corporea dipende dalla capacità di scambiare calore con
l’ambiente.

 TERMOGENESI: metabolismo basale; azione dinamico-specifica degli alimenti;


azione calorigena dell’ormone tiroideo; adrenalina; noradrenalina;
acquisizione dall’ambiente quando è >37°C tramite meccanismi fisici;
vasocostrizione cutanea per conservarlo

 TERMODISPERSIONE: dispersone dell’ambiente tramite meccanismi fisici


quando esso è <37°C; vasodilatazione cutanea; sudorazione

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Termogenesi

Esistono più modi per produrre calore:

 TERMOGENESI OBBLIGATORIA: produzione obbligatoria di calore giornaliero


generato dall’attività metabolica, in assenza di qualsiasi sovraccarico da parte
degli altri organi.
Si bruciano circa 1400-1800 calorie ogni giorno e alla regolazione partecipano
gli ormoni tiroidei in primis.

 TERMOGENESI FACOLTATIVA: è la produzione di calore in eccesso rispetto alla


termogenesi basale, tramite la stimolazione metabolica. Essa è indipendente
dalla volontà e alla sua regolazione partecipano le catecolamine.

 Alla produzione di calore dovuto alle reazioni metaboliche si possono


aggiungere le contrazioni muscolari dovute alla TERMOGENESI DA BRIVIDO

MECCANISMI DI TRASFERIMENTO DEL CALORE TRA IL CORPO E L’AMBIENTE


ESTERNO

Il corpo normalmente cede calore all’ambiente perché la temperatura di


quest’ultimo è solitamente minore della temperatura corporea.

Il calore viene dissipato tramite 4 meccanismi:

 IRRAGGIAMENTO: l’energia termica viene dissipata dal corpo all’ambiente


esterno tramite onde elettromagnetiche.
Quando un corpo è più caldo rispetto all’ambiente esterno esso perde calore
perché cede più energia di quanta ne assorba; al contrario se un corpo è più
freddo rispetto all’ambiente esterno si riscalda assorbendo più energia di
quanta ne ceda.

 CONDUZIONE: è il trasferimento dell’energia termica tra due oggetti che sono


a diretto contatto, il calore va da quello più caldo a quello più freddo
riscaldandolo.

 EVAPORAZIONE: un oggetto perde calore dalla evaporazione di acqua dalla


sua superficie. L’acqua per evaporare dalla pelle deve essere convertita da
liquido a gassosa, e questo processo richiede energia termica, questo processo
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avviene senza che l’uomo se ne accorga ed è chiamato PERSPIRATIO


INSENSIBILIS.
Il corpo perde acqua anche attraverso la produzione di sudore per le
ghiandole sudoripare ed è regolata in base alle esigenze corporee.

 CONVEZIONE: è un processo che si realizza solo in presenza di vento. Quando


non c’è vento si forma una specie di coperta di calore attorno a noi, dovuta
alle particelle d’aria attorno a noi che assorbono calore dal nostro corpo e
rallenta la perdita di calore per conduzione. Questa coperta tende ad essere
più umida dell’aria circostante, quindi rallenta anche l’evaporazione.
Quando l’aria circostante è in movimento, lo spessore della coperta si riduce
notevolmente.

Quando la temperatura ambientale è più calda della temperatura corporea, il calore


viene trasferito al corpo tramite irraggiamento e conduzione. Il corpo utilizza
l’evaporazione per dissipare calore, ma se l’aria è umida questo processo si ferma
perché l’aria non può evaporare in un ambiente già saturo d’acqua.

REGOLAZIONE DELLA TEMPERATURA CORPOREA

I meccanismi di termoregolazione della temperatura corporea tendono a mantenere


la temperatura del nucleo centrale (encefalo, cavità addominale e toracica)
normalmente a 36,8°C.

Il centro per la termoregolazione si trova nell’ipotalamo che regola sia la


termogenesi che la termodispersione. Esso lavora sia con i neuroni sensitivi che con i
TERMOCETTORI CENTRALI che si trova negli organi interni che con i TERMOCETTORI
PERIFERICI che si trovano sulla pelle.

Il guscio periferico è formato dalla cute e dagli arti e in queste zone la temperatura è
minore e più variabile rispetto a quella del nucleo centrale. L’organismo non può
regolare la temperatura del guscio periferico, ma le informazioni sulla temperatura
in queste zone ci permettono di attuare le variazioni sulla temperatura del nucleo
centrale, dato che inducono comportamenti appropriati come vestirsi
adeguatamente o evitare temperature estreme.

Negli esseri umani la temperatura corporea è di circa 36,8°C, con una variazione di ±
0,4°C. La temperatura orale è di circa 0,5°C più bassa di quella anale, che riguarda il
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nucleo centrale. Durante il giorno la temperatura corporea ha delle oscillazioni ed è


più alta tra mezzogiorno e mezzanotte.
Nella donna in età fertile la temperatura è più bassa nel periodo pre-ovulatorio, poi
si alza di circa 0,5°C durante l’ovulazione e nel periodo successivo al ciclo per l’azione
del progesterone.
Sulla temperatura possono intervenire altri effetti come la digestione o l’attività
fisica.

Controllo della produzione di calore

 TERMOGENESI DA BRIVIDO: il brivido è causato dalla contrazione rapida e


ritmica dei muscoli scheletrici, controllati da un riflesso spinale. Queste
contrazioni muscolari generano calore.

 TERMOGENESI SENZA BRIVIDO: i neonati hanno nel proprio corpo il tessuto


adiposo bruno che genera calore nello stesso modo in cui si genera ATP,
utilizzando però l’energia prodotta non come ATP ma come calore. Anche i
mammiferi che vanno in letargo adottano questo metodo.

Controllo della dispersione di calore

 DIMINUZIONE DELLA DISPERSIONE DI CALORE: vasocostrizione dei capillari e


dei vasi cutanei; risposte comportamentali (indossare abiti pesanti, regolare il
termostato ecc)

 AUMENTARE LA DISPERSIONE DI CALORE: vasodilatazione cutanea (regolata


perché eccessiva porterebbe ad una diminuzione della MAP); sudorazione;
risposta comportamentale (indossare abiti più leggeri, cercare zone d’ombra
ecc)

Termoregolazione nella zona termica neutra

Il meccanismo principale per variare la temperatura di calore è variare la


termodispersione, vasodilatando o vasocostringendo i vasi sanguigni nella pelle,

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quindi rispettivamente aumentando o diminuendo la dispersione di calore ad opera


del simpatico.

Le variazioni di flusso sanguigno in questo modo si possono attuare solo quando


l’ambiente esterno si trova nella ZONA TERMICA NEUTRA (25-30°C), quando la
temperatura ambientale è al di fuori i meccanismi di vasodilatazione o
vasocostrizione non bastano più.

Il corpo però non è in grado di riportare la temperatura a livelli nella norma in tutti i
casi, anche se ci si trova nella zona termica neutra.
Sono i 30°C corporei il corpo non è più in grado di stabilizzarla e si va in condizione di
ipotermia, come accade nella situazione in cui si arriva ai 44°C.
In condizioni dove la temperatura del corpo si trova tra i 30°C e i 36°C si può avere
una regolazione della temperatura, anche se in modo ridotto.
La temperatura può essere efficacemente regolata quando è tra i 36-38°C. Il
superamento dei 38°C può essere dovuto all’esercizio pesante o alla febbre e sopra i
41°C si arriva al colpo di calore o a danni cerebrali.

ALTERAZIONI DELLA PRODUZIONE DI CALORE

 ESERCIZIO FISICO

 ESAURIMENTO DA CALORE: esposizione ad alte temperature accompagnate da


esercizio fisico  diminuzione della MAP; forte sudorazione; svenimento

 COLPO DI CALORE: evoluzione dell’esaurimento da calore  forte ipertermia;


non c’è sudorazione perché i centri regolatori non funzionano più

 FEBBRE

Febbre

Negli esseri umani la febbre è dovuta dall’alterazione del punto di regolazione


dell’ipotalamo (va distinta per questo dal colpo di calore nel quale l’ipotalamo non
funziona più). In questo caso sia i processi di termogenesi che di termodispersione si
adattano a questa nuova condizione.

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Con la febbre si ha vasocostrizione cutanea (per questo motivo la pelle risulta pallida
e fredda); sensazioni di freddo (risposte comportamentali) e brividi.

Le sostanze che causano febbre sono i definite pirogeni. Tutte come effetto comune
hanno quello di una attivazione del sistema immunitario, e in particolare dei
macrofagi.
La maggior parte dei PIROGENI ESOGENI è costituita da prodotti microbici, tossine
microbiche o interi microrganismi; queste sostanze determinano la produzione da
parte dei macrofagi di piccole proteine definite CITOCHINE che, causando la febbre,
sono chiamate PIROGENI ENDOGENI (IL-1, IL-6, TNF, IFNα). Queste vanno ad agire sul
centro termoregolatore dell'ipotalamo.
I pirogeni esogeni ed endogeni inducono la produzione di prostaglandine (PGE2) sia
a livello centrale che a livello periferico.
Le cause che determinano questa attivazione immunitaria possono essere diverse:
quelle più comuni sono senz'altro quelle infettive, ma si può avere febbre anche in
seguito a malattie neoplastiche o autoimmuni.
La febbre in questo senso va considerata come parte dei meccanismi di difesa
dell'organismo, in quanto a temperature più elevate della norma viene ostacolata la
replicazione dei microorganismi infettanti (specialmente virus).

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SISTEMI SENSORIALI

PRINCIPI GENERALI DI FISIOLOGIA SENSORIALE


La porzione afferente del sistema nervoso periferico trasmette le informazioni al SNC
e sono raccolte dai RECETTORI SENSORIALI, che rispondono a stimoli sia provenienti
dal corpo, i RECETTORI VISCERALI (quindi non siamo coscienti di questi stimoli), sia
dall’ambiente esterno, che ci rendono consapevoli del mondo che ci circonda.

FISIOLOGIA DEI RECETTORI

I recettori sono strutture neuronali in grado di percepire specifiche forme di energia


derivanti sia dall’ambiente interno che esterno e le trasformano in stimoli che il SNC
è in grado di comprendere.

La LEGGE DELLE ENERGIE NERVOSE SPECIFICHE dice che per un determinato


recettore sensoriale vi è una specifica modalità sensoriale (forma di energia).

Gli stimoli a seconda della diversa origine arrivano a parti dell’encefalo diverse:

 STIMOLI ESTERNI (esterocettori) – stimoli sonori, luminosi, pressori ecc

 Corteccia uditiva, visiva, olfattoria, gustatoria

 Corteccia somatosensoriale

 STIMOLI INTERNI (enterocettori)

 PROPRIORECEZIONE – stiramento dei muscoli

 VISCERALI – distensione dei visceri, pH ematico, pressione arteriosa

 Corteccia somatosensoriale

 Tronco encefalico

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Caratteristiche dei recettori in base alla loro localizzazione

Secondo la classificazione di Sherrington, i recettori si classificano in base alla loro


posizione:

1. ESTEROCETTORI  rispondono agli stimoli provenienti dall’ambiente esterno


dall’organismo e sono di solito coscienti. Sono il tatto, la temperatura, la vista,
l’udito, l’olfatto

2. ENTEROCETTORI  rispondono agli stimoli provenienti dall’interno


dell’organismo e si trovano nel sistema digerente, respiratorio,
cardiocircolatorio etc..

3. PROPRIORECETTORI  rispondono agli stimoli provenienti dall’interno


dell’organismo ma riguardanti la posizione degli arti nello spazio o del corpo
in generale. Si trovano nei fusi vestibolari, negli organi muscolo-tendinei del
Golgi e nei fusi neuromuscolari

Classificazione dei recettori in base al tipo di energia da cui vengono attivati

I recettori possono essere anche classificati in base al tipo di energia alla quale sono
sensibili:

 CHEMOCETTORI  energia chimica

 MECCANOCETTORI  energia meccanica

 TERMOCETTORI  energia termica

 FOTOCETTORI  energia luminosa

 OSMOCETTORI  osmolarità

 NOCICETTORI  dolore

Alcune sensazioni, come il bagnato, attivano più recettori contemporaneamente.

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Trasduzione sensoriale

La funzione dei recettori è la trasduzione, ossia la conversione di una forma di


energia in un’altra. Nella trasduzione sensoriale, i recettori convertono la forma di
energia di uno stimolo sensoriale in modificazioni del potenziale di membrana,
definito POTENZIALI DI RECETTORI o POTENZIALI GENERATORI, che sono generati
dall’apertura o dalla chiusura dei canali ionici, generati a loro volta da stimoli
sensoriali.

I recettori sensoriali sono di due tipi:

1. RECETTORI PRIMARI: si trova all’estremità periferica di un neurone afferente.


Se il potenziale d’azione si depolarizza fino al valore soglia si avrà un
potenziale d’azione che si propagherà fino al SNC.

2. RECETTORI SECONDARI: è costituito da una cellula che comunica attraverso


sinapsi con un neurone afferente ad essa associato. Le modificazioni del
potenziale di membrana determinano il rilascio di un neurotrasmettitore che
si lega a specifici recettori posti sul neurone afferente modificando il suo
potenziale di membrana e determinando quindi il potenziale d’azione se si
supera il valore soglia.

VIE SENSORIALI

Un’UNITÀ SENSORIALE comprende un singolo neurone afferente e tutti i recettori ad


esso associati dello stesso tipo.
Il CAMPO RECETTIVO è l’area che se viene stimolata provoca una variazione di
scarica nel neurone, ossia che contiene i recettori.

Il neurone afferente che trasmette gli input dalla periferia al SNC è chiamato
NEURONE DI PRIM’ORDINE, che può comunicare o con molti NEURONI DI
SECOND’ORDINE (si parla di divergenza) oppure molti neuroni di prim’ordine
possono comunicare con un solo neurone di second’ordine (si parla di convergenza).
Essi fanno sinapsi nel midollo spinale o nel tronco encefalico.
Alcuni dei neuroni di second’ordine o INTERNEURONI trasmettono le informazioni al
talamo e in questa sede fanno sinapsi con NEURONI DI TERZ’ORDINE che
raggiungono la corteccia cerebrale, dove si percepisce la sensazione.

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CODIFICAZIONE SENSORIALE

Quando agisce uno stimolo su un recettore, il SNC può percepirne l’intensità e la


localizzazione grazie alla CODIFICAZIONE SENSORIALE

Codificazione del tipo di stimolo

La LINEA ATTIVATA è la via nervosa specifica che trasmette le informazioni relative ad


una determinata attività sensoriale.
La modalità attivata dipende da quale linea marcata viene attivata, ossia il cervello
associa un segnale ricevuto da un gruppo di recettori ad una sola modalità, che è
definita CODICE DELLA LINEA ATTIVATA.

Codificazione dell’intensità dello stimolo

L’intensità dello stimolo è data o dalla frequenza dei potenziali d’azione, quindi si
parla di CODICE DI FREQUENZA, oppure dal numero di recettori attivati, si parla
quindi di CODICE DI POPOLAZIONE.

Nel codice di popolazione possono essere attivati più recettori dello stesso tipo
associati ad un unico neurone afferente, quindi i potenziali di recettori si sommano
provocando un aumento della frequenza di scarica; oppure possono essere attivati
recettori di tipi diversi, quindi al SNC arriveranno più input che si sommeranno e la
risultante sarà una maggior frequenza dei potenziali d’azione.

Codificazione della localizzazione dello stimolo

La sede dello stimolo e codificata tramite una codifica di popolazione. La sede dello
stimolo è codificata in base a quale popolazione di neuroni e attivata. Ogni via
sensitiva raggiunge una determinata area nella corteccia sensitiva, per cui, per es.
tutti i neuroni provenienti dalla mano sin arrivano nello stesso punto. I neuroni
facenti parte della stessa modalità sensoriale sono riuniti in colonne.

Fa eccezione l’udito dove la disposizione dei recettori permette di discriminare le


diverse frequenze (distribuzione tonotropica), mentre la direzione del suono viene

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recepita tramite il tempo di attivazione dei neuroni dei due lati (quello più vicino alla
fonte sonora viene attivato alcuni msec prima dell’altro).
L’ACUITA’ è la precisione con cui è percepita la localizzazione dello stimolo. Essa
dipende dalle dimensioni del campo recettivo, più è piccolo più sarà precisa in
quanto se due stimoli provengono dallo stesso campo recettivo, il SNC li classificherà
come un unico stimolo.
L’acuità si può determinare tramite la DISCRIMINAZIONE DI DUE PUNTI che verifica la
capacità della persona di distinguere i due stimoli pressori applicati sulla cute in due
punti separati. La distanza minima tra questi due punti è chiamata SOGLIA DI
DISCRIMINAZIONE DI DUE PUNTI e varia da regione a regione (minima sulle labbra e
massima sul polpaccio). Se due punti vengono messi più vicini della soglia, il SNC li
classificherà come un unico stimolo.

I neuroni primari di campi recettivi limitrofi possono mostrare una convergenza in cui
molti neuroni presinaptici convergono su uno postsinaptico; tale convergenza riduce
l’acuità, ma permette che stimoli subliminali simultanei possano sommarsi a livello
del neurone secondario e dare origine ad un potenziale d’azione.

Anche l’INIBIZIONE LATERALE provoca un miglioramento dell’acuità. Quando uno


stimolo eccita fortemente i recettori di una determinata area cutanea, l’attività nelle
vie afferenti inibisce i recettori limitrofi, sopprimendo quindi dei segnali più deboli
dai nervi vicini e quindi amplificando la risposta nel neurone interessato.

Adattamento recettoriale

I RECETTORI TONICI sono quei tipi di recettori che continuano a rispondere ad uno
stimolo per tutta la sua durata. Essi servono a monitorare parametri che devono
essere strettamente tenuti sotto controllo, come la pressione arteriosa.

I RECETTORI FASICI invece fanno diminuire l’ampiezza dei potenziali di recettore nel
tempo, anche se lo stimolo rimane costante. Essi servono a rispondere a condizioni
che cambiano nel tempo, ossia quando uno stimolo diventa costante essi si
disattivano, ma si riattivano quando lo stimolo cessa. In questo modo l’organismo
può non ricevere informazioni da stimoli che non minacciano l’omeostasi.

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IL SISTEMA SOMATOSENSORIALE
RECETTORI SOMATOSENSORIALI

Il sistema somatosensoriale risponde ad una varietà di stimoli derivanti da molte


parti del corpo: cute, muscoli, articolazioni e visceri.
Le sensazioni, che poi vanno alla corteccia cerebrale, derivano da stimoli diversi e
sono percepite grazie alla presenza sulla cute di diversi tipi di recettori:

 MECCANOCETTORI: rispondono a stimoli pressori, vibrazione, propriocezione


(senso di posizione degli arti nello spazio), distensione viscerale

 TERMOCETTORI: rispondono alle variazioni della temperatura

 NOCICETTORI: rispondono a stimoli dannosi per i tessuti e al prurito.

Meccanocettori

Alcuni meccanocettori sono posizionati vicino all’epidermide, come i CORPUSCOLI DI


MEISSNER (solo nella cute glabra) o i DISCHI DI MERKEL ed essi hanno campi recettivi
più piccoli.

Altri meccanocettori sono posizionati nel derma, come i CORPUSCOLI DEL PACINI o le
TERMINAZIONI DEL RUFFINI ed hanno campi recettivi più grandi.

Alcuni di essi rispondono a stimoli pressori protratti come il tatto nel tempo e quindi
sono a lento adattamento, mentre altri sono a rapido adattamento e rispondono a
vibrazioni.

Termocettori cutanei

I termocettori cutanei sono delle terminazioni libere che rispondono alla


temperatura dell’interno dell’organismo e vi sono due tipi di termocettori di natura
tutt’e due fasici:

1. TERMOCETTORI PER IL CALDO  inviano potenziali d’azione solo per le


temperature dai 30 ai 45°C, sopra essi smettono di inviare potenziali
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2. TERMOCETTORI PER IL FREDDO  inviano potenziali d’azione solo tra i 35°C e i


20°C, con una scarica massima a 25°C.

CORTECCIA SOMATOSENSORIALE

La percezione delle sensazioni somatiche provenienti da tutte le parti del corpo inizia
nella corteccia primaria. Le informazioni derivanti da aree del corpo vicine, sono
proiettate di solito verso aree della corteccia contigue e più l’acuità è grande per
quella parte del corpo, più lo spazio ad essa riservato è grande.

La corteccia ha un’organizzazione in colonne. Le colonne verticali sono organizzate in


funzione della specifica modalità sensoriale a cui rispondono.

VIE SOMATOSENSORIALI

Vi sono due vie principali che dalla periferia raggiungono il SNC:

1. VIA DELLE COLONNE DORSALI-LEMNISCO MEDIALE

2. TRATTO SPINOTALAMICO

Queste due vie afferenti prima di raggiungere il talamo si incrociano ed è per questo
motivo che le informazioni provenienti dal lato destro del cervello riguardano il lato
sinistro del corpo e viceversa.

La via delle colonne dorsali-lemnisco mediale

Questa via trasmette le informazioni derivanti dai meccanocettori e dai


propriocettori al talamo. Esse si incrociano poi a livello del midollo allungato.

I neuroni di prim’ordine si incrociano nella periferia e penetrano nelle colonne


dorsali del midollo spinale, poi le diramazioni principali dell'assone ascendono dallo
stesso lato dello stimolo nel midollo spinale verso il tronco encefalico percorrendo le
COLONNE DORSALI, ossia tratti di sostanza bianca.
I neuroni di prim’ordine terminano nei NUCLEI DELLE COLONNE DORSALI, localizzati
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nel bulbo, e formano sinapsi con neuroni di second’ordine, poi essi si incrociano e
passano nella parte opposta del bulbo, formando il tratto LEMNISCO MEDIALE e
quindi ascendono verso il talamo.
Nel talamo formano sinapsi con i neuroni di terz’ordine che trasmettono le
informazioni dal talamo alla corteccia somatosensoriale.

Il tratto spinotalamico

Il tratto spinotalamico trasmette le informazioni provenienti dai nocicettori e dai


termocettori al talamo. Essi si incrociano a livello del midollo spinale.

I neuroni di prim’ordine penetrano nel corpo dorsale del midollo spinale, poi vanno
verso il basso o verso l’altro per il piccolo TRATTO DI LISSAUER e formano sinapsi con
i neuroni di second’ordine presenti nel corno dorsale. Da li poi ascendono verso il
tronco encefalico attraverso il TRATTO SPINOTALAMICO e terminano nel talamo. In
questo luogo fanno sinapsi con i neuroni di terz’ordine che terminano nella corteccia
somatosensoriale.

PERCEZIONE DEL DOLORE

Il dolore è una sensazione, non uno stimolo e fornisce le informazioni che ci


insegnano ad evitare fattori potenzialmente dannosi per l’organismo. Il dolore è il
segnale di un potenziale danno tissutale, per questo è molto importante.

Risposta al dolore

L’attivazione dei nocicettori porta alla sensazione di dolore, e anche ad altre risposte
dell’organismo:

1. RISPOSTE VEGETATIVE  incremento della MAP, incremento della frequenza


cardiaca, aumento dei livelli ematici di adrenalina e glucosio, dilatazione delle
pupille, sudorazione

2. RISPOSTE EMOZIONALI  paura e ansia

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3. RIFLESSO DI ALLONTANAMENTO DALLO STIMOLO

Il livello di percezione del dolore varia tra gli individui in base alle loro precedenti
esperienze e in base alle circostanze che causano lo stimolo dolorifico.

Il DOLORE RAPIDO, causato dai NOCICETTORI MECCANICI, è percepito come una


sensazione di una puntura facilmente localizzabile. Esso è trasmesso da FIBRE Aδ,
mieliniche e di diametro piccolo che hanno una velocità di conduzione di 12-30
m/sec.
Il DOLORE LENTO, causato dai NOCICETTORI POLIMODALE, è percepito in modo poco
localizzato e da origine ad un dolore che insorge lentamente. Esso è trasmesso dalle
FIBRE C, amieliniche e di piccolo diametro, con una velocità di conduzione di circa
0,2-1,3 m/sec.

Queste due tipi di fibre fanno sinapsi con neuroni di second’ordine nel corno dorsale
del midollo spinale ed è resa possibili da diversi tipi di neurotrasmettitori, come la
SOSTANZA P.
I tessuti infiammati o danneggiati invece rilasciano bradichinina, prostaglandine,
potassio o serotonina; mentre le cellule immunitarie rilasciano istamina o
citochinina.
Le afferenze nocicettive attivano anche diverse afferenze che attivano la componente
affettiva del dolore, che vanno al tronco encefalico, all’ipotalamo e al sistema
limbico.

Sensibilizzazione al dolore

In un tessuto sano il sistema nocicettivo non è sensibilizzato, ossia uno stimolo di


bassa intensità non provoca dolore, anche se uno stimolo di alta intensità lo provoca.

In condizioni patologiche, quando il tessuto è infiammato o danneggiato, il sistema è


sensibilizzato, ossia anche un dolore di bassa intensità provoca dolore per una
condizione chiamata IPERALGESIA. All’aumentare d’intensità dello stimolo,
l’aumento della risposta è di tipo esponenziale, sia come intensità che come durata.

Modulazione dei segnali dolorifici

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I segnali dolorifici possono essere modulati in qualsiasi punto della trasmissione


sinaptica.
Secondo la TEORIA DEL CONTROLLO A CANCELLO la percezione del dolore può
essere inibita a livello spinale attraverso afferenze somatiche non dolorifiche.
Quando queste ultime sono attive, la trasmissione del segnale dolorifico è inibita e
quindi la percezione del dolore diminuisce.
Quando i segnali dolorifici provengono da fibre C gli interneuroni inibitori sono
inibiti, permettendo la trasmissione del segnale fino al SNC; gli interneuroni inibitori
sono stimolati a inibire il dolore dalle grosse e mieliniche FIBRE Aβ che trasportano
informazioni tattili, pressorie e inibitorie.
Per questo motivo un massaggio o una stimolazione elettrica ad una zona cutanea
che ha subito un trauma inibisce il dolore.

Anche l’encefalo è in grado di bloccare il dolore attraverso delle vie discendenti che
fanno parte del SISTEMA ANALGESICO ENDOGENO. Infatti situazioni di stress
possono attivare un’area del mesencefalo, la SOSTANZA GRIGIA PERIACQUEDUTTALE,
collegata ad un’area del bulbo chiamata NUCLEO DEL RAFE MAGNO e alla
FORMAZIONE RETICOLARE LATERALE del tronco encefalico. Neuroni di queste
regione discendono verso il midollo spinale dove bloccano la comunicazione tra
neuroni afferenti nocicettivi e neuroni di second’ordine attraverso il rilascio di
neurotrasmettitori oppiacei come l’ENCEFALINA che induce potenziali sinaptici
inibitori, inibisce il rilascio di sostanza P e aprono i canali per il potassio inibendo la
trasmissione di dolore.

Dolore viscerale

Il dolore può anche provenire da organi e visceri, in questo caso si parla di DOLORE
PROFONDO.

Il DOLORE RIFERITO è dove localizziamo la sensazione dolorosa sulla cute dell’organo


danneggiato. Questo è dovuto al fatto che i neuroni di second’ordine ricevono
afferenze oltre che nocicettive anche somatiche, quindi il cervello interpreta le
informazioni basandosi sulle precedenti esperienze, che sono maggiormente
somatiche. Quindi quando il cervello riceve questi stimoli pensa che arrivino da
afferenze somatiche.

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In questo modo è spiegato per quale motivo durante un infarto miocardico si avverte
dolore al braccio sinistro.

Farmaci anti-dolorifici

L’aspirina e altri FANS inibiscono le prostaglandine; la morfina e altri oppioidi


bloccano il rilascio di neurotrasmettitori tra il neurone di prim’ordine e quello di
second’ordine.
Gli oppioidi endogeni bloccano la sensazione dolorifica come durante il parto.

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SISTEMA VISIVO

La visione è il processo per cui la luce riflessa dagli oggetti presenti nell’ambiente
viene tradotta in un’immagine mentale.
L’organo deputato a rilevare questo segnale è l’occhio da cui le informazioni
viaggiano attraverso il nervo ottico e raggiungono la corteccia cerebrale dove
vengono elaborate.
Per vedere si devono verificare una serie di eventi:

 La luce deve penetrare all’interno dell’occhio


 Il sistema ottico all’interno dell’occhio permette la costruzione di un’immagine
virtuale sulla retina
 I recettori retinici devono trasdurre il segnale luminoso in segnale elettrico ed
inviarlo al cervello
 Il cervello deve integrare il segnale e renderlo cosciente

In questo modo si possono individuare 4 momenti, in cui ognuno è regolato da una


precisa struttura dell’occhio:

 PRIMO MOMENTO: regolato da leggi fisiche dell’ottica, dove l’occhio è la


macchina fotografica
 SECONDO MOMENTO: momento biochimico, dove il segnale viene codificato
 TERZO MOMENTO: il segnale viene trasmesso lungo le vie nervose
 QUARTO MOMENTO: momento integrativo, dove il cervello integra i segnali
che riceve.

ANATOMIA DELL’OCCHIO

L’occhio può essere diviso in tre strati concentrici.

Quello più esterno è formato dalla SCLERA, un tessuto connettivo, che forma la parte
bianca dell’occhio.
Nella parte esterna dell’occhio però sopra la sclera vi è la CORNEA, una struttura
trasparente che permette alla luce di penetrare nell’occhio.

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Lo strato medio dell’occhio è formato dalla COROIDE, uno strato di tessuto molto
pigmentato che è sotto la sclera. Esso contiene i FOTORECETTORI e vasi ematici che
nutrono lo strato profondo dell’occhio.
Nello strato medio vi è il CORPO CILIARE, formato dai MUSCOLI CILIARI attaccati al
cristallino attraverso dei tendini chiamati FIBRE ZONULARI.
Il CRISTALLINO focalizza la luce sulla retina, il punto in cui l’informazione visiva viene
trasdotta. I muscoli ciliari permettono la focalizzazione dei raggi luminosi.
Davanti al cristallino vi è l’IRIDE, formato da due strati di cellule muscolari
pigmentate che determina il colore degli occhi.
Al centro dell’iride si apre la PUPILLA, un foro che permette alla luce di penetrare
nella parte posteriore dell’occhio. La pupilla è regolata dall’iride.

Lo strato più interno dell’occhio è formato dalla RETINA, formata da tessuto nervoso
contenente fotorecettori sensibili alle onde luminose. La retina trasforma l’energia
luminosa in energia elettrica.
I fotorecettori possono essere o CONI, che percepiscono la luce intensa, o
BASTONCELLI, che percepiscono la luce soffusa.
Nella parte esterna della retina si trova l’EPITELIO PIGMENTATO DELLA RETINA,
contenente molta melanina nera, che assorbe la luce che arriva dalla parte
posteriore dell’occhio, impedendo il riflesso sulla retina che causerebbe una
distorsione dell’immagine.
La retina contiene due aree molto importanti:

 FOVEA  è il punto centrale della retina, dove arriva la luce proveniente dal
campo visivo
 DISCO OTTICO  è la porzione di retina attraversata dai vasi ematici e dal
nervo ottico. Questa regione è sprovvista di recettori, quindi è come un punto
cieco della retina dove la luce non può essere percepita.

Il cristallino e il corpo ciliare suddividono l’occhio in due camere, ciascuna piena di


liquido.
Quella più esterna, davanti al cristallino e al corpo ciliare, è il SEGMENTO ANTERIORE
ed è diviso a sua volta in due camere: la CAMERA ANTERIORE si trova tra la cornea e
l’iride, mentre la CAMERA POSTERIORE tra l’iride e il cristallino. Il segmento
anteriore contiene un liquido limpido e acquoso, l’UMOR ACQUEO (secreto dal corpo
ciliare), che dà nutrienti alla cornea e al cristallino.
La camera più interna è chiamata CAMERA VITREA o SEGMENTO POSTERIORE e
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contiene una sostanza gelatinosa, l’UMOR VITREO, che mantiene la sfericità della
struttura dell’occhio.

RIFLESSO PUPILLARE O FOTOMOTORE

Il riflesso pupillare alla luce è un esempio di riflesso cranico vegetativo.


Lo stimolo è la luce che riflette l’occhio, questo attiva i fotorecettori retinici e quindi
le vie parasimpatiche che arrivano all’encefalo.

Il riflesso è CONSENSUALE, ossia anche se la luce colpisce un solo occhio, lo stimolo


arriva ad entrambi gli occhi.

Regolazione della quantità di luce che entra nell’occhio

Gli occhi regolano il quantitativo di luce che penetra all’interno di essi variando il
diametro delle pupille. Nella luce intensa le pupille sono costrette, per evitare che i
fotorecettori vengano accecati, mentre quando la luce è soffusa la pupilla è dilatata.

L’iride è formata da due strati di cellule muscolari lisce, lo strato più interno è
formato da muscolatura circolare, o MUSCOLO COSTRITTORE (stimolato dal
parasimpatico), mentre quello esterno è formato da muscolatura radiale, o
MUSCOLO DILATATORE (stimolato dal simpatico).

LA NATURA E IL COMPORTAMENTO DELLE ONDE LUMINOSE

La luce è una forma di energia costituita da onde elettromagnetiche e la luce visibile


è una parte dello specchio elettromagnetico che va dai raggi γ alle onde radio, ossia
si possono vedere le onde che hanno una lunghezza d’onda tra i 380 e i 760 nm.
I colori si possono distinguere perché ogni colore ha una lunghezza d’onda
differente.

La RIFLESSIONE è una proprietà della luce. In questo caso le onde luminose urtano e
rimbalzano sulla superficie degli oggetti, permettendo di vederli. Se la luce fosse
assorbita dagli oggetti, non li potremmo vedere.
Gli oggetti assorbono tutte le lunghezze d’onda tranne quelle relative al loro colore,
per questo motivo noi li possiamo vedere colorati.
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La RIFRAZIONE è un’altra proprietà della luce, e consiste nel fenomeno per cui le
onde luminose cambiano direzione nel passare da un mezzo ad un altro con
differente densità, ma se passano in modo perpendicolare ai due mezzi la loro
traiettoria è uguale.
Se i raggi luminosi passano attraverso una lente concava, la lente li fa divergere;
mentre se passano attraverso una superficie convessa, la lente li fa convergere tutti
in un punto, il PUNTO FOCALE. La distanza tra l’asse maggiore della lente e il punto
focale è chiamata DISTANZA FOCALE.

La cornea e il cristallino sono lenti convesse e per vedere l’immagine a fuoco, la luce
proveniente da una parte del campo visivo deve convergere in un singolo punto della
retina.
Il potere di rifrazione del cristallino può variare per permettere che l’immagine sia
sempre a fuoco sulla retina anche da distanze diverse. Più l’immagine è vicina, più il
cristallino deve diventare più convesso e quindi il potere di rifrazione dev’essere
maggiore. La capacità del cristallino di cambiare la propria convessità e quindi la
visione da vicino e da lontano è chiamata ACCOMODAZIONE.

ACCOMODAZIONE

La forma del cristallino è controllata dal muscolo ciliare, che presenta le fibre
zonulari disposte concentricamente attorno ad esso.
Maggiore è la contrazione del muscolo ciliare, minore sarà la tensione delle fibre
zonulari e quindi il diametro del cristallino sarà minore e la sua curvatura sarà
maggiore.
Per guardare oggetti distanti, il muscolo ciliare è rilasciato, quindi le fibre zonulari
saranno tese ed estenderanno il cristallino che sarà quasi senza curvatura.

La contrazione del muscolo ciliare è data dal sistema parasimpatico, necessario per
la visione da vicino.

DIFETTI DELLA VISTA

Se le onde luminose non sono adeguatamente visualizzate sulla retina, l’immagine


che ne risulta sarà distorta. I difetti più comuni sono la miopia e la ipermetropia dove

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si ha un difetto sulla curvatura del cristallino o della cornea, oppure con la distanza
del bulbo oculare (la distanza dalla retina).

Nella EMMETROPIA, o visione normale, la persona vede bene sia da vicino che da
lontano.
Il PUNTO VICINO è la distanza minima in cui un oggetto può venire messo a fuoco.
Nei soggetti giovani è di circa 10 cm.

Nella MIOPIA si vede bene da vicino, quindi l’accomodazione funziona, ma non si


vede bene da lontano perché il cristallino o la cornea rifrangono in maniera eccessiva
i raggi luminosi e il punto focale si trova anteriormente alla retina.
Per correggere la miopia si utilizzano lenti concave davanti agli occhi.

Nella IPERMETROPIA il cristallino o la cornea sono inadeguati rispetto alla lunghezza


del bulbo oculare. Il cristallino non riesce ad ottimizzare l’accomodazione per la
visione degli oggetti vicini, la luce degli oggetti viene messa a fuoco posteriormente
alla retina.
Per correggere l’ipermetropia vengono utilizzate lenti convesse.

Ci sono altri difetti della vista che determinano delle alterazione nella focalizzazione
delle immagini sulla retina:

 Nell’ASTIGMATISMO si hanno delle irregolarità sulla superficie della cornea o


del cristallino e quindi le onde luminose vengono alterate di posizione.
 Nella PRESBIOPIA si ha un indurimento dell’elasticità del cristallino e si verifica
con l’avanzamento dell’età. In questo caso il punto vicino oltre i 40 anni si ha a
circa 20 cm. L’accomodazione diviene quindi difficile.
 La CATARATTA è correlata all’età e si ha un’opacizzazione del cristallino e una
riduzione della sua trasparenza.
 Nel GLUCOMA il volume dell’umor acqueo aumenta, quindi aumenta anche la
pressione nella cavità anteriore del bulbo oculare, alterando la posizione della
cornea e del cristallino. Il cambiamento della posizione di quest’ultimo può
determinare un aumento di pressione nel corpo vitreo comprimendo i vasi
ematici che irrorano la retina e quindi generando una cecità permanente.

LA RETINA
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Nella retina avviene la fototrasduzione, ossia la trasformazione da energia luminosa


a energia elettrica.

La retina ha la stessa derivazione embrionale della corteccia cerebrale, per questo


motivo i neuroni sono disposti in 3 strati:

1. CELLULE GANGLIARI nello strato più interno


2. CELLULE BIPOLARI nello strato intermedio
3. CONI e BASTONCELLI nello strato esterno

Nella retina inoltre si trovano anche CELLULE AMACRINE e CELLULE ORIZZONTALI che
modulano la comunicazione tra le cellule del tessuto nervoso della retina.

L’epitelio pigmentato ricopre lo strato esterno della retina, nel quale si trovano i
fotorecettori, e la sua funzione è quella di assorbire tutti i raggi luminosi non
catturati dai fotorecettori per impedire che la luce sia riflessa all’interno dell’occhio
stesso.

I coni e i bastoncelli si trovano nello strato esterno della retina, quindi vengono
eccitati dalla luce solo dopo che questa ha percorso lo strato più interno e lo strato
medio.
Solo nella fovea i fotorecettori ricevono la luce direttamente, infatti in essa le cellule
bipolari e gangliari si trovano lungo i suoi bordi, quindi creano una specie di
depressione, chiamata MACULA LUTEA che circonda la fovea. Quando fissiamo un
oggetto, la luce passa proprio all’interno della fovea.

Fotorecettori

La fovea contiene solo coni, mentre man mano che ci allontaniamo dalla fovea i
bastoncelli aumentano di numero, mentre i coni diminuiscono.

L’aspetto morfologico dei coni e dei bastoncelli è molto simile, infatti tutt’e due sono
dotati di un SEGMENTO INTERNO e di un SEGMENTO ESTERNO.
Il segmento esterno contiene invaginazioni della membrana, i DISCHI, contenenti
molecole che assorbono l’energia luminosa e permettono la visione.
Il segmento interno contiene il nucleo cellulare, vari organuli e termina con un
bottone sinaptico contenente neurotrasmettitori.

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L’assorbimento della luce nei segmenti esterni è determinato dai FOTOPIGMENTI (il
primo evento della trasduzione), ciascuno dei quali assorbe una determinata
lunghezza d’onda. I fotopigmenti sono 4, uno per i bastoncelli e i restanti 3 per i 3 tipi
di coni:

 I coni L rispondono alle lunghezze d’onda più elevate e permettono di vedere il


rosso
 I coni M rispondono alle lunghezze d’onda medie e permettono di vedere il
verde
 I coni S rispondono alle lunghezze d’onda più piccole e permettono di vedere il
blu.

Ogni molecola di fotopigmento contiene una componente comuni a tutti, il


RETINALE, e una proteina che è diversa in ciascuno dei 4 tipi ed è chiamata OPSINA.
Nei bastoncelli si ha la RODOPSINA, mentre nei coni L la OPSINA L, nei coni M
l’OPSINA M e nei coni S l’OPSINA S.

I due tipi di fotorecettori però non solo differiscono per le lunghezze d’onda a cui
rispondono, ma anche per l’intensità di luce a cui rispondono.
I bastoncelli sono così sensibili alla luce che possono essere attivati anche da un solo
fotone, ma vedono nella VISIONE SCOTOPICA (in bianco e nero). In presenza di luce
intensa i bastoncelli sono saturati e quindi non sono più in grado di fornire
informazioni.
I coni invece hanno bisogno di una luce più intensa per venir attivati e permettono la
VISIONE FOTOPICA (a colori).

Se la luminosità è bassa sono attivi solo i bastoncelli, quindi si vede in modo


monocromatico, mentre ad alte luminosità sono attivi anche i coni così si ha la
visione fotopica. A livelli intermedi sono attivi sia i bastoncelli che i coni, e in questo
caso si parla di VISIONE MESOPICA.

Visione dei colori

La visione dei colori è possibile soltanto in condizioni di luce brillante, in modo da


poter attivare i coni.
Ciascun tipo di cono risponde meglio ad una specifica lunghezza d’onda, ma tutti i
coni, anche se in maniera differente, sono in grado di rispondere entro un certo
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limite della variazione della lunghezza d’onda. In questo modo una data lunghezza
d’onda attiverà più tipi di coni, i quali daranno ognuno una risposta diversa.
Il cervello capisce la distinzione dei colori perché compara le risposte dei coni ad una
singola lunghezza d’onda.

Se una persona è priva di uno specifico cono si parla di CECITA’ AI COLORI. Il tipo di
cecità più comune è quello della perdita della capacità di vedere il rosso e il verde,
causato da un’alterazione genetica, in cui i coni sono privi dei fotopigmenti necessari
per distinguere il rosso dal verde.

Fototrasduzione

La fototrasduzione dei bastoncelli è uguale alla fototrasduzione dei coni, cambia solo
la opsina.

La rodopsina è localizzata sulla membrana dei dischi, insieme alla proteina G


chiamata TRASDUCINA e l’enzima FOSFODIESTERASI che catalizza la degradazione
del GMP ciclico.

Al buio i livelli del secondo messaggero GMP ciclico all’interno delle cellule che
compongono i dischi sono elevati, in questo modo i canali per il sodio sono aperti ed
esso può entrare nella membrana depolarizzando il segmento esterno del
bastoncello.
La depolarizzazione si diffonde anche al segmento interno, e questa apre i canali per
il calcio che stimola l’esocitosi di glutammato diretti alle cellule bipolari.

Quando il fotorecettore è esposto alla luce essa è assorbita dalla rodopsina. In


questo caso il retinale cambia la sua conformazione e si dissocia dalla rodopsina,
dando luogo alla RODOPSINA SCOLORITA per il fenomeno di ADATTAMENTO ALLA
LUCE.
L’opsina scolorita attiva la trasducina, che attiva l’enzima fosfodiesterasi che catalizza
la degradazione del GMP ciclico. Questo evento porta alla chiusura dei canali per il
sodio, quindi il potassio fuoriesce dalla cellula e si ha la sua iperpolarizzazione,
provocando la chiusura dei canali per il calcio nel segmento interno e diminuendo la
liberazione di glutammato.

Elaborazione neurale della retina

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Il glutammato rilasciato dai coni e dai bastoncelli trasmette segnali di luce e di buio
alle cellule bipolari della retina.
In queste cellule, soprattutto per i bastoncelli, esiste un certo grado di convergenza,
ossia più fotorecettori comunicano con un numero minore di cellule bipolari che
comunicano con una cellula gangliare.

Le cellule bipolari sono in grado di trasmettere potenziali graduati. Alcuni sinapsi tra
fotorecettore e cellule bipolari sono eccitatorie, mentre altre sono inibitorie, quindi
la luce eccita alcune cellule bipolari e ne inibisce altre. Le cellule orizzontali inoltre
modulano le sinapsi.

Quando le cellule bipolari si depolarizzano rilasciano un neurotrasmettitore che


interagisce con le cellule gangliari. Alcuni sinapsi sono eccitatorie mentre altre
inibitorie e sono modulate dalle cellule amacrine.

Gli assoni delle cellule gangliari formano il nervo ottico che esce dalla retina e arriva
all’encefalo.

L’elaborazione dell’immagine inizia già nella retina, infatti ogni cellula gangliare
riceve informazioni da una specifica area retinica circolare, chiamata CAMPO
RECETTIVO, del quale ognuno è suddiviso in due cerchi concentrici che formano
CENTRO e PERIFERIA.

I campi recettivi possono essere di due tipi:

 CENTRO ON/PERIFERIA OFF  la luce nel centro del campo recettivo eccita la
cellula, mentre la luce sulla periferia la inibisce
 CENTRO OFF/PERIFERIA ON  la luce nel centro inibisce la cellula, mentre
nelle aree della periferia la eccitano.

Questo permette di dire che la retina utilizza il sistema del contrasto per migliorare
l’acuità visiva.

VIE VISIVE

I due nervi ottici fuoriescono dagli occhi a livello del disco ottico e confluiscono alla
base dell’encefalo per formare il CHIASMA OTTICO. In questo punto metà degli
assoni provenienti da ciascun occhio si incrocia per dirigersi verso l’altro lato

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dell’encefalo. In questo modo entrambi gli occhi hanno informazioni su tutto il


campo visivo.

Dopo il chiasma ottico gli assoni viaggiano in un fascio di fibre chiamato TRATTO
OTTICO. Le cellule gangliari terminano in un nucleo del talamo, il CORPO
GENICOLATO LATERALE, dove fanno sinapsi con i neuroni che vanno alla corteccia
visiva situata nel lobo occipitale, formando le RADIAZIONI OTTICHE.

PERCEZIONE DELLA PROFONDITA’

Nell’uomo, entrambi gli occhi mettono a fuoco un solo insieme di oggetti – una
caratteristica chiamata VISIONE BINOCULARE.
Essa ci permette di percepire la profondità e la natura tridimensionale degli oggetti.
La visione binoculare si verifica quando i raggi luminosi provenienti da un oggetto
colpiscono il punto corrispondente sulle due retine.
La DISPARITÀ BINOCULARE è la differenza di posizione della stessa immagine visiva
sulle due retine: maggiore per gli oggetti vicini, minore per quelli lontani.
CONVERGENZA: quando ci avviciniamo all’oggetto, gli occhi devono ruotare
medialmente affinché i raggi luminosi vadano a colpire gli stessi punti su entrambe le
retine.

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UDITO, OLFATTO, GUSTO

L’ORECCHIO E L’UDITO
NATURA DELLE ONDE SONORE

Le onde sono delle onde meccaniche generate dal movimento delle molecole d’aria.
Esso ha diverse caratteristiche, come l’AMPIEZZA (volume) che è uguale alla
differenza tra la densità delle molecole nell’aria compresse e la densità delle
molecole nell’aria rarefatte. Essa è misurata in decibel dB, dove:

dB = 20 Log P/P0

Oltre i 100 dB l’ampiezza del suono può diventare pericolosa per le orecchie.
La FREQUENZA corrisponde alla tonalità del suono, quando è bassa il tono è basso,
mentre quando è alta il suono è alto. Essa è misurata in hertz. Gli esseri umani
possono sentire suoni con frequenze da 20 a 20mila Hz.
Un’altra caratteristica delle onde sonore è il TIMBRO, o qualità del suono.

ANATOMIA DELL’ORECCHIO

L’orecchio è diviso in tre parti: orecchio esterno; orecchio medio e orecchio interno. I
primi due contengono aria, mentre l’ultimo contiene del liquido.

L’orecchio esterno è formato dal PADIGLIONE AURICOLARE e dal MEATO UDITIVO


ESTERNO o CANALE ACUSTICO. La funzione principale di questo è quello di
convogliare e trasmettere le onde sonore verso la MEMBRANA TIMPANICA, che
divide l’orecchio esterno da quello medio.

L’orecchio medio amplifica il suono perché poi le onde sonore dovranno passare da
un ambiente d’aria ad un ambiente fluido. All’interno dell’orecchio medio vi sono tre
ossicini: il MARTELLO, l’INCUDINE e la STAFFA, che collegano la membrana timpanica
alla FINESTRA OVALE che separa l’orecchio medio da quello interno. Accanto vi è
un’altra membrana, la FINESTRA ROTONDA, che anch’essa separa le due parti
dell’orecchio.

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La TROMBA D’EUSTACCHIO connette l’orecchio medio con la faringe e la sua


apertura permette alla pressione nell’orecchio medio di equilibrarsi con quella della
faringe. La deglutizione o la masticazione possono facilitare l’apertura. Infatti intensi
cambiamenti di pressione possono addirittura rompere la membrana timpanica.

L’orecchio interno contiene strutture sia adibite all’equilibrio che all’udito.


La COCLEA è deputata all’udito. Dall’esterno essa appare come una conchiglia a
forma di spirale, il punto terminale della spirale è chiamato ELICOTREMA. Al suo
interno la coclea contiene due membrane, la MEMBRANA VESTIBOLARE e la
MEMBRANA BASILARE, che la separano in tre spazi pieni di fluido, la SCALA
VESTIBOLARE, la SCALA MEDIA e la SCALA TIMPANICA. Le due membrane si uniscono
a livello dell’elicotrema. Il liquido che si trova nella scala vestibolare e in quella
timpanica è chiamato PERILINFA, mentre quello che si trova nella scala media è
l’ENDOLINFA (ricca di ioni potassio). Il POTENZIALE ENDOCOCLEARE, dell’endolinfa
relativo alla perilinfa, è di circa +80 mV.
L’ORGANO DEL CORTI è una struttura sensoriale che si trova all’interno della coclea
sulla membrana basilare ed è in grado di trasdurre lo stimolo sonoro. Esso contiene
CELLULE CILIATE con le ciglia chiamate STEREOCIGLIA ed una membrana sovrastante
ad esse, la MEMBRANA TETTORIA.
Il nervo responsabile di queste due attività è il NERVO VESTIBOLO-COCLEARE.

AMPLIFICAZIONE DEL SUONO NELL’ORECCHIO MEDIO E TRASDUZIONE DEL


SEGNALE SONORO NELL’ORECCHIO INTERNO

Quando le onde sonore stimolano l’orecchio esterno, esse comprimono la


membrana timpanica, causandone l’oscillazione con una frequenza uguale a quella
delle onde sonore. L’ampiezza dell’oscillazione inoltre segue quella dell’onda.
La membrana timpanica è collegata al martello, quindi questo oscillerà con
un’ampiezza e una frequenza uguale a quella delle onde sonore.
Il movimento del martello amplifica quello dell’incudine, che causa a sua volta un
aumento del movimento della staffa amplificando quindi il volume.
Il movimento della staffa genera onde nel liquido cocleare attraverso la finestra
ovale.

Il liquido nella coclea è incomprimibile, quindi per generare onde sonore è


necessario un movimento senza però cambiamenti di volume. Quando la staffa vibra
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si generano vibrazioni all’interno della finestra ovale che producono onde nella
perilinfa della scala vestibolare. Le onde viaggiano verso la scala timpanica, dove
causano un movimento della finestra rotonda.

Trasduzione del segnale sonoro ad opera delle cellule ciliate

Quando le onde sonore determinano una deflessione delle ciglia dell’organo del
Corti si genera un potenziale d’azione.

Le punte delle stereociglia sono collegate tra loro da ponti proteici, in modo da farle
muovere tutt’e assieme. In base alla direzione del movimento delle ciglia i canali per
il potassio si possono aprire o chiudere determinando una depolarizzazione della
cellula.

Quando le stereociglia sono in posizione verticale, quindi senza onde sonore, la


tensione dei filamenti elastici mantiene alcuni dei canali per il potassio aperti,
permettendo l’entrata nella cellula di pochi ioni potassio, depolarizzandole
parzialmente.
La parziale depolarizzazione determina l’apertura dei canali per il calcio e quindi il
rilascio di poco neurotrasmettitore a livello della fibra afferente. In questo modo il
neurotrasmettitore determina pochi potenziali d’azione quindi si sentirà un suono a
bassa frequenza.

Codificazione dell’intensità e della tonalità del suono nella coclea

L’intensità del suono è codificata perché si ha una maggiore deflessione delle


stereociglia, determinando una maggiore apertura dei canali per il potassio e quindi
un maggior numero del neurotrasmettitore liberato e quindi questo si traduce un
una maggior ampiezza del suono sentito per una maggior frequenza dei potenziali
d’azione.

La frequenza si può percepire in quando le onde sonore, a seconda della loro


frequenza, attivano parti diverse della coclea. Per esempio onde ad alta frequenza
attivano la membrana basilare nelle regioni più vicine alla finestra ovale, mentre
onde a bassa frequenza determinano una deflessione delle stereociglia vicino
all’elicotrema.
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VIE UDITIVE

Il neurotrasmettitore rilasciato dalle cellule ciliate si lega ai recettori delle fibre


afferenti del NERVO COCLEARE.
I neuroni afferenti di prim’ordine si trovano nell’organo del Corti e terminano nei
NUCLEI COCLEARI del bulbo, dove comunicano con i neuroni di second’ordine che
terminano nel talamo chiamato CORPO GENICOLATO MEDIALE, qui comunicano con
i neuroni di terz’ordine che trasmettono informazioni alla CORTECCIA UDITIVA nel
lobo temporale.

L’ORECCHIO E L’EQUILIBRIO
ANATOMIA DELL’APPARATO VESTIBOLARE

Nell’orecchio è localizzato anche l’apparato vestibolare che riguarda l’equilibrio. Esso


è localizzato nell’osso temporale ed è chiamato o LABIRINTO OSSEO o LABIRINTO
MEMBRANOSO, dato che è formato da membrane. Dell’apparato vestibolare fa parte
anche la coclea.
Lo spazio tra le due membrane, il labirinto membranoso, è occupato da endolinfa,
mentre lo spazio all’esterno, il labirinto osseo, è pieno di perilinfa.

L’apparato vestibolare è formato da CANALI SEMICIRCOLARI, dall’OTRICOLO e dal


SACCULO.
I tre canali semicircolari sono in grado di percepire l’accelerazione del capo lungo i 3
assi perpendicolari, mentre l’accelerazione lineare è percepita dall’otricolo
(orizzontale) e dal sacculo (verticale).

I CANALI SEMICIRCOLARI E LA TRASDUZIONE DEI MOVIMENTI ROTATORI

Alla base di ciascun canale semicircolare vi è l’AMPOLLA che contiene cellule ciliate.
All’interno dell’ampolla vi è la CUPOLA, una struttura gelatinosa, e al di sotto di essa
vi sono cellule ciliate simili a quelle cocleari di cui la più importante è il
CHINOCIGLIO.

Ogni volta che si muove la testa, il canale semicircolare e le cellule cigliate si


muovono con lei; l’endolinfa invece, non essendo fissata al cranio, tende per inerzia

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a mantenere la sua posizione originale (cioè resta momentaneamente indietro).


Quindi, l’ampolla viene spinta contro il liquido e le stereociglia si piegano nella
direzione opposta al movimento.
Quando velocità del movimento diventa costante il liquido comincia a muoversi alla
stessa velocità della testa e la risposta cessa: i recettori segnalano solo variazioni di
velocità (accelerazioni) e inizio/fine dei movimenti (Appena il movimento si arresta,
il liquido per inerzia continua a muoversi, piegando le ciglia nella stessa direzione del
movimento).

L’OTRICOLO, IL SACCULO E LA TRASDUZIONE DELL’ACCELERAZIONE LINEARE

L’otricolo e il sacculo contengono cellule ciliate con stereociglia che si piegano


contenute in una sostanza gelatinosa. Essi sono localizzati tra i canali semicircolari e
la coclea dell’orecchio interno.

Le cellule ciliate dell’otricolo sono disposte orizzontalmente rispetto all’asse


maggiore della testa con le stereociglia disposte verticalmente, in questo modo
l’otricolo è in grado di percepire l’accelerazione lineare in avanti e indietro.
Inoltre esso ha una funzione importante di rilevamento della posizione della testa
rispetto alla forza di gravità.

Le cellule ciliate del sacculo invece sono disposte verticalmente, con le stereociglia
disposte orizzontalmente, in questo modo può percepire l’accelerazione lineare
verso l’alto e verso il basso, come quelle che si generano quando si prende un
ascensore.

VIE NERVOSE PER L’EQUILIBRIO

Le afferenze vestibolari giungono al tronco encefalico tramite il nervo vestibolare. La


maggior parte di esse termina nei NUCLEI VESTIBOLARI, ma altre vanno al cervelletto
per poter dare informazioni adeguate per regolare l’equilibrio e il baricentro del
corpo.
I nuclei vestibolari vanno poi verso diverse aree della corteccia e sono importanti per
definire segnali di feedback per il controllo motorio e per i movimenti oculari.

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I nuclei vestibolari ricevono informazioni anche da recettori visivi, propriorecettori e


somestesici.
Se gli occhi e la testa non si muovono insieme, la visione sarà sfocata e si potrà avere
la nausea da movimento.

IL GUSTO
Il gusto sono le sensazioni generate dal cibo e dalle bevande nella nostra bocca. Tutti
i sapori che si possono riconoscere derivano da 5 gusti: dolce, amaro, salato, acido e
umami.

Ogni volta che mastichiamo o ingoiamo qualcosa molte molecole volatili si


disperdono nell’aria della nostra bocca e arrivano alle cavità nasali attraverso i
recettori olfattivi, queste vengono definite SENSAZIONI OLFATTIVE RETRONASALI.
Le sensazioni olfattive e gustative vengono quindi unite per formare il concetto di
sapore.

ANATOMIA DEI BOTTONI GUSTATIVI

La possibilità di sentire il gusto del cibo è data da chemocettori presenti nel cavo
orale che rispondono ad alcune sostanze chimiche presenti negli alimenti. I
chemocettori gustativi sono localizzati nei BOTTONI GUSTATIVI, ognuno dei quali
contiene da 50 a 150 chemocettori e numerose cellule di supporto. All’estremità di
ciascun bottone vi è un poro che permette alle cellule recettoriali di venir in contatto
con la saliva e con le molecole disciolte in essa.

I chemocettori gustativi sono cellule epiteliali modificate, con microvilli all’estremità


del poro. Sui microvilli vi sono i GUSTANTI, ossia dei recettori che legano le diverse
sostanze chimiche conferendo al cibo il suo sapore. Affinchè le molecole si possano
legare ai gustanti, devono essere disciolte nella saliva.

Il legame tra la sostanza chimica e il gustante determina l’apertura o la chiusura di


canali ionici, modificando il potenziale di membrana delle cellule gustative.

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TRASDUZIONE DEL SEGNALE GUSTATIVO

Ad ogni gusto corrisponde una trasduzione gustativa. Nei meccanismi di trasduzione


la concentrazione di calcio all’interno delle cellule aumenta oppure la cellula viene
depolarizzata determinando l’apertura dei canali voltaggio-dipendenti per il calcio. Il
calcio fa rilasciare il neurotrasmettitore che comunica con la cellula afferente.

Le cellule di tipo I rispondono al gusto salato e rimuovono potassio e


neurotrasmettitori dal LEC, attivando i canali voltaggio-dipendenti per il calcio e
quindi rilasciando il neurotrasmettitore.
Le cellule di tipo II rispondono ai gusti amaro, umami e dolce. La risposta dal
gustante è mediata attraverso una proteina G e IP3, che fanno diminuire la
fuoriuscita di potassio dalle cellule, quindi i canali voltaggio-dipendenti si aprono, il
calcio entra nella cellula e fa uscire il neurotrasmettitore.
Le cellule di tipo III sono sensibili al sapore acido, che risulta sgradevole e quindi si
limita la consumazione di questo tipo ci cibi. Gli ioni idrogeno agiscono direttamente
sui canali ionici. Queste cellule sono le uniche che comunicano con i neuroni
sensoriali e rilasciano serotonina.

Ciascuna cellula recettoriale presenta tutti i meccanismi di trasduzione, quindi è in


grado di rispondere a tutti i sapori primari. La cellula recettoriale però tende a
rispondere maggiormente ad un sapore primario specifico piuttosto che ad un altro.

VIA GUSTATIVA

Le cellule recettoriali gustative comunicano con i neuroni afferenti che percorrono


tre paia di nervi cranici, il VII, il IX e il X. Queste afferenze comunicano con il NUCLEO
GUSTATIVO del bulbo, dove formano sinapsi con i neuroni di second’ordine che
viaggiano verso il talamo controlaterale, dove formano sinapsi con neuroni di
terz’ordine che terminano nella corteccia gustativa.

L’OLFATTO
Nell’olfatto gli ODORANTI, delle specifiche sostanze chimiche, devono sciogliere il
muco per potersi legare a specifici chemocettori e quindi essere percepite.
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ANATOMIA DEL SISTEMA OLFATTIVO

All’interno delle cavità nasali vi è l’EPITELIO OLFATTIVO, costituito da due strati


cellulari:

1. MUCOSA OLFATTIVA  costituita da diversi tipi di cellule, come i corpi cellulari


delle cellule recettoriali olfattive (i neuroni), le cellule basali (che si
differenziano in neuroni), e le cellule di supporto o SOSTENTACOLARI
(forniscono sostegno all’epitelio e secernono muco).
2. LAMINA PROPRIA  vi sono le ghiandole di Bowman (producono il muco) e gli
assoni dei neuroni olfattivi

Le cellule recettoriali sono neuroni che hanno ciglia sulle terminazioni dendritiche
che si proiettano sul muco che riveste la cavità nasale. Le ciglia hanno dei recettori
che si legano a specifici odoranti.

Le molecole idrofiliche si diffondono facilmente attraverso il muco, mentre quelle


idrofobiche si devono legare a PROTEINE OLFATTIVE LEGANTI AGLI ODORANTI per
essere trasportate attraverso il muco e ai recettori posti sulla membrana delle cellule
ciliate.

TRASDUZIONE DEL SEGNALE OLFATTIVO

Quando l’odorante si è legato al recettore, inizia la trasduzione del segnale olfattivo,


che è uguale per tutti gli odori.

Il legame di un odorante al suo recettore di membrana attiva una proteina Golf che
attiva l’enzima adenilato ciclasi che catalizza la formazione di cAMP. Quest’ultimo si
lega ai canali cationici, permettendo l’ingresso nella cellula di ioni sodio e calcio,
depolarizzando la cellula.
Il calcio determina anche la fuoriuscita di cloruro dalla cellula, aumentandone la
depolarizzazione e iniziando i potenziali d’azione.

Esistono circa mille differenti recettori olfattivi che ci permettono di distinguere circa
10mila odori diversi, ma ogni cellula recettoriale risponde ad un unico tipo di
odorante.

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VIA OLFATTIVA

Gli assoni dei neuroni afferenti terminano nel nervo olfattivo che arriva fino
all’encefalo nel bulbo olfattivo, dove formano sinapsi con neuroni di second’ordine
chiamati CELLULE MITRALI. Dato che molti neuroni convergono in un’unica cellula
mitrale, essi formano dei grappoli chiamati GLOMERULI.

I neuroni di second’ordine formano il TRATTO OLFATTIVO che termina nel


TUBERCOLO OLFATTIVO che arriva in due aree della corteccia cerebrale, la
CORTECCIA OLFATTIVA che permette di distinguere le sostanze odorose, e il SISTEMA
LIMBICO che è alla base dei comportamenti guidati dall’olfatto.

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