Sei sulla pagina 1di 122

Capitolo 1

Mirta quella mattina si era svegliata davvero eccitata, talmente


eccitata che per un istante si era dimenticata che in quel triste
convento era chiamata suor Maria, che aveva preso i voti ormai da
un anno e che la sua vita le faceva davvero schifo.
Ricordare tutto questo le fece invece dimenticare per un attimo il
motivo della sua eccitazione, che fortunatamente riemerse in fretta
e la riportò ad uno stato d'animo che se non altro era ricco di
aspettative e di speranze.
Quel giorno sarebbe arrivato il nuovo prete del convento.
Il vecchio prete era morto all'improvviso ormai da qualche giorno,
sostituito momentaneamente da un altrettanto vecchio prete.
Pure puzzolente aveva concluso Mirta.
Quindi era davvero contenta che quel giorno le cose sarebbero
cambiate.
Peggio di così non potevano certo andare, pensava nella fresca
giovinezza dei suoi diciassette anni.
Si trovava in quel convento ormai già da due di quella sua manciata
di anni e a lei sembrava una vita intera.
Ci si era ritrovata perchè sua madre, vedova da quando lei era
ancora piccola, aveva deciso di risposarsi con un ricco signorotto del
luogo, che l'avrebbe comunque mandata in convento.
Alle sue proteste la madre rispose terrorizzandola con il ricordo
delle sue due amiche, sorelle di un villaggio vicino che erano state
imprigionate e successivamente bruciate sul rogo con l'accusa di
stregoneria.
In quella seconda metà del quindicesimo secolo, i ricchi signori
spadroneggiavano in modi che spesso avevano finali tragici.
Le due bellissime sorelline amiche di Mirta, di soli undici e dodici
anni, erano state adocchiate da quello che sembrava essere l'uomo
più ricco, crudele e sanguinario di tutto il territorio.
Lui le voleva sicuramente per la loro verginità ed era risaputo che
poi avrebbero fatto una brutta fine, era già successo con altre
ragazze.
I genitori delle due ragazzine non avrebbero mai potuto rifiutare
senza perdere la vita, ma non volendo far finire nelle sue mani le
figlie, decisero di farle fuggire, perchè forse avrebbero potuto
saperle al sicuro mentre, inevitabilmente, sarebbero stati uccisi.
Ebbero invece soltanto la consolazione di non sapere mai cosa
sarebbe successo alle piccole.
Il sadico possidente, sentendosi risentito da un simile
comportamento, decise che non avrebbe sprecato il suo tempo a
punire le bambine, quando riuscì a catturarle.
Ci avrebbe pensato la chiesa.
Le denunciò per stregoneria alla preziosa alleata cui non
dimenticava mai di mandare cospicui contributi in denaro per “le
magnifiche opere di bene della grande Madre Chiesa”.
Imprigionate e torturate con i metodi dell'inquisizione
dall'amorevole grande madre confessarono la loro stregoneria e
finirono sul rogo.
E lui si godette lo spettacolo, dall'inizio alla fine, soddisfatto di non
essersi sporcato le mani.
Anche Mirta aveva dodici anni all'epoca ed era rimasta davvero
traumatizzata da quel fatto.
Sua madre lo sapeva bene e usava quel ricordo per convincerla ad
andare nel luogo che a suo parere era il più sicuro per lei in quel
momento, il monastero.
Non si sapeva quale miracolo avesse tenuto lontano Mirta dal
viscido signore fino a quel momento, ma presto o tardi si sarebbero
incontrati, perchè lui era noto anche per non perdere mai di vista i
suoi possedimenti e una creatura come Mirta non sarebbe passata
indenne troppo a lungo.
Quell'uomo aveva davvero un debole malato, molto malato per le
ragazzine, le belle ragazzine e Mirta era la creatura più bella mai
vista su quelle terre, non se la sarebbe lasciata sfuggire e sua
madre lo sapeva bene.
Non voleva assolutamente, perchè quell'uomo era davvero crudele.
Non affamava i suoi contadini soltanto perchè credeva che un certo
e controllato grado di prosperità portasse più ricchezza,
dimostrando di avere ragione quando ostentava la sua, li puniva
atrocemente quando non stavano nel pagamento richiesto e tutti,
ma proprio tutti sapevano quanta gente aveva torturato e ucciso.
Ma era protetto oltre che dalla sua arrogante prepotenza anche
dalla chiesa.
Una ragazzina di quindici anni non poteva certo contrastarlo.
Per quel motivo sua madre voleva spingerla al monastero, dove
sapeva che sarebbe stata al sicuro, perchè una volta lì dentro
nemmeno lo stesso lungo braccio della chiesa avrebbe potuto
raggiungerla.
Soprattutto se lui non l'aveva ancora vista.
Alcuni frati viaggiatori avevano portato notizia che in un monastero
piuttosto vicino molte cose erano cambiate, perchè una nuova
riforma della chiesa obbligava la maggior parte dei monasteri alla
clausura, sperando di liberarsi del vecchio metodo in cui anche alle
famiglie delle consacrate era permesso vivere nella comunità
monastica.
Spessissimo era una scelta dettata dalla povertà, in cui veniva
sacrificata una femmina tra i figli per diventare una monaca e
usufruire così dei privilegi che la situazione offriva.
Erano proprio le offerte dei ricchi signori della zona a permettere
questa situazione, offerte che venivano elargite in cambio anche di
giovani suore in alcuni casi, più spesso per rinchiudere le proprie
figlie, ma sempre a discapito delle casse della grande chiesa madre.
Ma quale che fosse il motivo per cui la chiesa faceva quello che
faceva alla madre di Mirta certo non importava.
Era stato in quel momento che aveva pensato al monastero per il
futuro della figlia.
Lei era una piccola mercante, che da quando era rimasta vedova,
ereditato il carretto del marito, si era data da fare per crescere la
figlia, curarsi della madre paralitica da molti anni e prospettarsi una
vita che non fosse di fatica.
In uno dei mercati che quotidianamente occupava aveva avuto la
fortuna di incontrare un ricco signore che le aveva fatto una corte
davvero spietata.
Aveva deciso di sposarlo perchè era gentile, generoso e certamente
l'avrebbe amata, ma non voleva sua figlia.
Quando ne parlò con lei, Mirta fu molto comprensiva riguardo alla
scelta di sposare quell'uomo, perchè si rendeva perfettamente
conto della fatica che sua madre aveva fatto in quegli anni e anche
lei voleva che fosse felice, che si togliesse di dosso quel peso che
era riuscita a portare sempre con il sorriso, ma che cominciava a
schiacciarla.
Fu molto meno comprensiva alla proposta della sua stessa madre di
andare in monastero.
Poteva capire che venisse da un perfetto sconosciuto che la voleva
fuori dai piedi, ma da sua madre!
Forse per questo si era indignata e ribellata all'idea.
Sembrava che all'improvviso sua madre non la conoscesse più.
Certo almeno fino a quando non le aveva nominato il mostro.
Così lei chiamava quell'uomo che era stato l'incubo ricorrente delle
sue notti di bambina.
Mirta sapeva che era sempre libera di scegliere, perchè sua madre
le ripeteva sempre, soprattutto da quando era cresciuta un po', che
la libertà è un bene prezioso che non andrebbe mai sprecato, né
barattato.
Forse anche per quello l'idea del monastero le era sembrata strana
da parte della madre, ma quando ebbe tempo di riflettere meglio
sulla situazione si rese conto che quello che le stava proponendo
non era poi così insensato.
Da viaggiatori di passaggio negli ultimi tempi arrivavano notizie di
miseria nei territori vicini, di pestilenze in territori forse più lontani,
ma che probabilmente non avrebbero risparmiato quelli che si
sarebbero fatti sempre più vicini.
La caccia alle streghe era furiosa in quel periodo, anche sul
territorio dov'era situato il piccolo villaggio di contadini e mercanti
in cui era nata Mirta.
E poi c'era il mostro, una realtà a cui non pensava da tempo, ma
che senza la protezione di sua madre le avrebbe sicuramente
messo gli artigli addosso.
Se di restare non se ne poteva parlare, di andare altrove ancora
meno.
E poi da sola?
Sua nonna paralitica non poteva certo portarsela dietro.
Ed era stato proprio un discorso che le fece sua nonna a farle
decidere alla fine per il monastero.
Ma quel ricordo emerse in seguito, dopo la messa in cui il nuovo
sacerdote confessore e istruttore teologo si era presentato a tutte
le consorelle.
Mirta era rimasta un po' delusa dal nuovo prete.
Non che si aspettasse chissà che, ma la sua voglia di bellezza
l'aveva portata a sognare un giovane prete, magari che raccontasse
un sacco di belle storie.
Nei suoi due anni lì aveva perso un po' il suo senso della bellezza.
Certo molte delle consorelle erano giovani, due sue amiche anche
piuttosto belle e Mirta fortunatamente riusciva a godere della
bellezza anche nel sole e nei profumi dell'orto, che spesso la
costringevano a curare ad orari assurdi, magari sotto un sole
cocente o nel freddo delle notti di autunno inoltrato.
Dicevano che serviva alla disciplina spirituale.
Ma a lei mancava terribilmente la bellezza in quel luogo grigio, con i
giorni tutti uguali, immersa in faccende e preghiere di cui spesso
non le importava proprio niente.
Certo le piacevano molto anche quei momenti in cui riusciva a
capire davvero dei concetti religiosi, una religione che le era
sembrata sempre più strana man mano che la studiava.
Il suo noviziato in quel senso era stato piuttosto intenso.
Il vecchio prete, consulente spirituale della sua formazione, le
aveva piazzato in mano una bibbia puzzolente e aveva preteso che
la imparasse tutta a memoria.
Aveva un anno di tempo, quello del suo noviziato per farlo e il
vecchio prete non vedeva dove stava il problema.
La sua consulenza spirituale si era limitata a quello, per tutte
quante le novizie e forse nemmeno si ricordava che molte di quelle
novizie erano analfabete, tanto era vecchio e decisamente
rimbambito.
Più di una volta Mirta aveva pensato che un individuo del genere
non dava proprio una bella immagine della chiesa.
Lei si sentiva fortunata per la sua vita, perchè non le era mancato
mai niente e soprattutto era cresciuta con un costante senso di
protezione che l'aveva sempre fatta sentire davvero bene.
Aveva avuto anche la possibilità di frequentare gli incontri
domenicali con un simpatico frate grassoccio, vagabondo
predicatore, che per pagare l'ospitalità della gente del posto
organizzava quegli incontri domenicali in cui raccontava storie tratte
dal vangelo e insegnava ai ragazzi a leggere e scrivere.
Era amato e molto apprezzato dalle persone, perchè ne aveva
aiutate davvero tante e in modi che in alcuni casi erano diventati
una specie di leggenda sul territorio e chiedeva in cambio soltanto
un fienile dove buttarsi a dormire, un po' di cibo e tutto il vino
possibile.
Offriva lavoro manuale e quei bizzarri incontri domenicali in cui la
sera finiva immancabilmente ubriaco.
Ma era stato proprio a quegli incontri che Mirta aveva imparato a
leggere e a scrivere.
E durante il suo noviziato si era ritrovata, non sapeva bene
nemmeno come, ad insegnare a leggere e scrivere alle sue
compagne di quella strana avventura.
Era riuscita anche ad imparare diligentemente a memoria tutta la
bibbia, cosa che le permise di accedere ufficialmente alla congrega,
consacrandola da novizia che pulisce gabinetti a suora a tutti gli
effetti che pulisce gabinetti.
Per lei in fondo non c'era stata una grande differenza, tranne forse
per il velo che adesso portava e la soddisfazione di aver fatto
passare il noviziato anche a molte delle sue compagne.
Ma la soddisfaceva molto di più aver insegnato a leggere, in modo
che fossero accessibili anche a loro le meravigliose storie raccontate
sui libri.
In effetti di libri ne conosceva solo due, il vangelo che il frate aveva
usato per insegnarle a leggere e la bibbia, che non l'aveva certo
affascinata quanto il vangelo, ma su cui aveva trovato cose
interessanti e su cui riflettendo nei noiosissimi momenti di
preghiera aveva dato significati tutti suoi.
Forse nessuna di loro avrebbe mai avuto accesso ad altri libri oltre
la bibbia, ma anche quella era meglio di niente per fuggire dalla
noiosissima vita nel monastero.
Si era talmente abituata a una routine che variava soltanto quando
variavano i turni dei lavori quotidiani che quasi aveva dimenticato
quanto amasse quella curiosità che sentiva accendersi quando sua
nonna le raccontava delle immense biblioteche che lei aveva
visitato e su cui erano scritte storie davvero incredibili.
Forse era vero che le aveva visitate solo nella sua testa, perchè
negli ultimi tempi in cui rimasero tutte e tre insieme anche sua
madre aveva cominciato a pensare che avesse qualche rotella fuori
posto.
Ma a Mirta non era mai importato che la considerassero una povera
pazza nel villaggio, le storie della nonna l'avevano sempre lasciata
incantata e anche se riusciva a comprendere meno della metà di
quello che le diceva, sentiva che nei suoi racconti c'era davvero quel
qualcosa di potente e misterioso di cui gli stessi racconti narravano.
Ed era stata la sera prima della sua partenza per il monastero che
la nonna aveva detto per l'ultima volta quella frase che sentiva
uscire ora dalla bocca di quell'ometto basso, pelato e con la faccia
ovale che tanto l'aveva delusa nelle sue aspettative e nel suo
appetito di bellezza.
Mirta si riprendeva in quel momento dal suo sogno di ricordi, in cui
aveva inserito anche il ragazzino degli incontri domenicali con il
frate beone che lei trovava bello in un modo che la faceva
sospirare.
Sentiva talmente tanta voglia di ritrovare quella bellezza e quel
prete brutto e insignificante non avrebbe mai potuto soddisfarla che
forse fu quello a intristirla e a farla sentire rassegnata a una vita
altrettanto triste... almeno fino al momento in cui gli aveva sentito
dire quella frase.
La nonna le aveva più volte raccomandato di ascoltare con
attenzione le persone da cui avesse sentito pronunciare la frase “I
veri fratelli si sentono nel cuore” perchè quelle persone portavano
messaggi importanti per tutti coloro pronti ad ascoltarli.
Sentendo uscire da quella bocca straniera quella frase familiare,
Mirta cominciò a guardare quella che adesso le sembrava una
persona, non più una delusione.
Intanto la messa era finita e tutte le consorelle si erano accalcate
alla porta d'ingresso della chiesa, dove il nuovo confessore e guida
spirituale riceveva da ognuna di loro il benvenuto, alcune
ostentando molta riverenza, come la priora, altre cinguettando
come uccellini impazziti, la maggior parte con timida cortesia.
L'eccitazione diffusa di quella mattina era stata la cosa più vicina a
una festa che Mirta potesse ricordare e quella consapevolezza
contribuì ad intristirla ancora di più mentre si avvicinava a
quell'uomo.
Ma anche nei suoi momenti più tristi dagli occhi di Mirta, i suoi
meravigliosi, grandi, profondamente azzurri occhi, guizzava la luce
della fierezza e tutta l'anima di lui l'aveva colta quella luce.
Lei l'aveva osservato un po' mentre le sue consorelle defluivano.
La vita del monastero continuava come sempre e per quanta
eccitazione quell'evento nuovo avesse portato tutto doveva
proseguire secondo le regole.
Quindi lui era stato sinceramente cortese, ma rapido nell'accogliere
i saluti e i ringraziamenti e Mirta aveva notato come guardasse
tutte negli occhi, senza distogliere lo sguardo, quasi volesse
dolcemente penetrare in loro.
Si accorse anche che più di una volta aveva puntato il suo sguardo
su di lei, pochi istanti, senza togliere attenzione a nessuna delle sue
compagne, ma era stato proprio in quegli istanti che si era accorta
di quanto quello sguardo fosse penetrante.
Gli occhi scuri che aveva incrociato, all'apparenza così normali e
forse anche un po' bruttini per le sue fantasie di bellezza maschile,
avevano un fuoco che gli ardeva dentro.
E nel momento del suo turno di presentarsi e salutare, i loro
sguardi finalmente poterono parlarsi.
Mirta non aveva idea di cosa si fossero detti con le parole e anche
quando Francesca, suor Agnese per le monache e sua migliore
amica le aveva chiesto che pensasse del nuovo prete, lei era
riuscita a rispondere soltanto “Io quell'uomo lo conosco” senza
aggiungere altro.
Francesca era una ragazza deliziosa, molto simpatica e dolcissima,
ma era anche una gran pettegola e non sempre Mirta aveva voglia
di raccontarle cosa le passava per la testa.
Fortunatamente quel giorno i loro turni per i lavori quotidiani non
coincidevano e quindi si dovettero salutare in fretta.
E poi come le avrebbe spiegato che cosa pensava, cosa provava
dopo aver incontrato quello sguardo?
Quegli occhi le avevano detto che si, loro due si conoscevano, si
conoscevano davvero molto bene e Mirta era sicura di non aver mai
incontrato quell'uomo in vita sua.
Cos'era allora quello che la faceva essere assolutamente certa di
conoscerlo?
Perchè lei provava proprio quello in quel momento, una certezza
nitida e ovvia che non sapeva spiegarsi.
In più la frase della nonna che gli aveva sentito dire.
Nella sua testa vorticavano pensieri, ma soprattutto ricordi mente si
affaccendava nella cucina del monastero per pulire e cucinare.
Si era lungamente soffermata a ricordare la chiacchierata che aveva
fatto con la nonna la sera che aveva preso la decisione di entrare in
monastero.
Era stato proprio quello che le disse ad aiutarla a decidere.
Nei suoi discorsi era sempre stata un po' sconclusionata, così
almeno credeva Mirta, perchè tante delle cose che diceva per lei
erano incomprensibili, in altre ci trovava un senso ma non sapeva
assolutamente dove metterle nella sua vita e spesso divagava
passando da un discorso all'altro senza che si potesse capire il
senso di quei balzi.
Ma adorava quella nonna un po' strana, avrebbe passato ore ad
ascoltarla e comunque per lei era stata illuminante in più di
un'occasione.
Come la sera della decisione.
Sempre in mezzo ai suoi discorsi sconclusionati le disse qualcosa
che ancora adesso ricordava con una lucidità impressionante, forse
perchè era stato impressionante il suo sguardo, con un'intensità che
non le aveva mai visto prima e che ora stranamente le ricordava
quello del nuovo prete di cui si rese conto non sapere ancora il
nome.
Non ricordava esattamente le parole che aveva usato la nonna, di
quel momento le restavano soltanto qualche immagine e frasi
buttate qui e lì, ma il senso era ancora molto chiaro nonostante il
tempo avesse sbiadito il ricordo.
Secondo la nonna la maggior parte delle persone davanti a un bivio
sceglie solo una delle due vie soltanto perchè ignora
completamente che si possono scegliere entrambe.
Aveva sostenuto che la scelta che fai oggi non necessariamente
sarà la scelta che farai domani e che basta solo aspettare per
vedere tutte le nostre vie comparire davanti a noi.
Usare il tempo per risolvere tutti i problemi e trovare nuove vie.
Quindi per lei non era importante quale via si imboccasse per prima
se tanto tutte prima o poi si sarebbero incrociate portandola dove
voleva andare.
L'importante era soltanto sapere esattamente dove voler andare.
Ricordava anche la carezza che le aveva dato e la risata che fece
mentre le diceva che una vecchia paralitica come lei non sarebbe
più andata da nessuna parte, ma gambe buone e belle come quelle
di Mirta avrebbero potuto calpestare il terreno di tutto il mondo.
Aveva passato tutto il giorno così, tra i ricordi, sua madre, i prati
verdi su cui correva, le cene di Natale e il dolore tremendo che
aveva provato quando dalla lettera di sua madre, arrivata qualche
mese dopo essere entrata al monastero, oltre all'annuncio del suo
matrimonio appena avvenuto, aveva appreso della morte della
nonna, che si era avvelenata con un'erba il giorno dopo che Mirta
era partita.
Per molte settimane dopo aver letto quella lettera si era torturata
con sensi di colpa così profondi che lo stomaco le aveva fatto male
per tutto il tempo.
Ma aveva preferito rituffarsi nei ricordi più belli, quelli che in
qualche modo ancora l'accompagnavano, come il suo rito della sera
di massaggiarsi tutto il corpo e ricordargli quanto l'amasse.
Anche quello arrivava dalla nonna.
Raccontava che una potentissima fata le confidò il segreto
dell'eterna giovinezza un giorno che si incontrarono nel bosco.
Considerato il fatto che fosse paralitica da parecchi anni era
davvero impossibile per Mirta che la nonna si trovasse in un bosco
nel periodo secondo cui avrebbe incontrato la fata, perchè
domandandole come mai non avesse utilizzato quel segreto per se
stessa le aveva risposto che purtroppo l'aveva incontrata da poco e
per lei era troppo tardi, nel senso che proprio grazie a quel segreto
era riuscita a scoprire di non avere proprio più voglia di stare a
questo mondo e che non le importava niente di quello che sarebbe
successo al suo corpo.
Ma le garantiva che funzionava davvero.
Come facesse a saperlo per Mirta era un mistero, ma da quando era
entrata in monastero aveva adottato quella pratica con molta
soddisfazione.
Quando la sera si metteva sulla branda della sua cella massaggiava
ogni singola parte del suo corpo prima di mettersi a dormire,
guardandolo e toccandolo con la sincera ammirazione di chi ascolta
il suo cuore battere e si sente grato per quella forza che gli si
muove dentro e gli regala la vita.
Gli ricordava costantemente quanto fosse amato e bellissimo.
In effetti quel corpo era bellissimo, ma nella sua innocenza lei non
si rendeva conto di quanto fosse pericolosamente bella.
E quei massaggi non se li faceva per mantenere una giovinezza che
comunque per lei era scontata, ma semplicemente perchè la
facevano stare bene.
E Dio sapeva quanto Mirta volesse stare bene.
Non si lamentava della vita che faceva al monastero, aveva delle
amiche, mangiava piuttosto bene, i lavori che la costringevano a
fare non erano mai stati troppo pesanti e faticosi, ma non poteva
certo dire che quella vita la facesse stare bene.
Nel massaggiare il suo corpo ritrovava un po' di piacere che si
regalava regolarmente, a volte anche fino al punto di provare un
piacere talmente intenso da scuoterla tutta.
Le accadeva quando, massaggiando le cosce nella parte interna,
arrivava fino al punto d'incontro, dove quella sua parte morbida e
pelosa si gonfiava, si bagnava e massaggiandola le regalava dei
piaceri davvero intensi.
Del sesso sapeva soltanto che da lì uscivano i bambini e che
qualche parte del corpo dei maschi ce li metteva, informazioni
ricevute da una ragazzina, figlia di contadini, che con il loro carretto
in carovana, passando dal suo villaggio, si erano fermati una notte
a fare rifornimento di provviste e a far riposare i muli.
Sua madre era stata una specie di muraglia sull'argomento e
quando aveva chiesto alla nonna, i suoi discorsi erano stati
talmente strani che non ci aveva capito niente, per cui aveva
rinunciato.
Sapeva che per la chiesa era un peccato grave il sesso se non
serviva a fare bambini e lei aveva capito che riguardava quella
parte del corpo, ma fino a quella sera, fino a quando anche quella
volta si era data quel piacere che la faceva tremare, non aveva mai
sospettato che in quel modo potesse fare del sesso, che
commettesse un peccato agli occhi di Dio.
Si sentì assalire dal sospetto di commettere un peccato grave,
dall'angoscia di doversi confessare, dal dolore che provava
pensando che qualcuno avrebbe potuto proibirle di farlo ancora e si
calmò soltanto quando si rese conto che poteva anche non essere
così, che forse non stava commettendo nessun peccato agli occhi di
Dio.
In fondo era stato proprio lui che le aveva dato quel corpo, quel
corpo che si comportava in quel modo.
Poteva davvero aver sbagliato qualcosa con lei?
Si decise che avrebbe chiesto al nuovo prete, l'indomani, durante la
confessione.
Con quello vecchio non era mai stata sfiorata dall'idea che avesse
potuto fargli delle domande.
Oltretutto era talmente sordo che bisognava urlare per farsi sentire
e anche così non gli veniva tanto bene.
Ma questo nuovo era diverso, Mirta lo sentiva e quel senso di
fiducia che l'aveva inondata quando aveva trovato il suo sguardo
ancora risuonava dentro di lei.
Non aveva idea di quanti anni potesse avere, ma a lei non era
apparso poi così vecchio.
Forse davvero poteva fidarsi, fare di quell'uomo un riferimento utile
per cambiare la sua vita.
Poteva addirittura diventare la chiave con cui uscire da quel
monastero.
Cominciava a sentire profumo di libertà mentre si addormentava
felice e soddisfatta di quella nuova prospettiva, facendo
riecheggiare nella sua mente, ancora e ancora, le parole della
nonna: “Con quelle gambe puoi arrivare a calpestare il terreno di
tutto il mondo.”
L'indomani lei avrebbe fatto il primo passo.
Capitolo 2

La consuetudine della sveglia era alle quattro e quella era rimasta


tale.
Ma la messa dell'alba dopo i lavori di pulizia delle celle, le preghiere
del mattino e la colazione, erano stati spostati.
Per prima cosa si sarebbero recate tutte nella sala refettorio per
incontrare il nuovo padre confessore che aveva alcuni annunci da
da fare.
Mirta aveva avuto notizia della cosa da Francesca, che si era trovata
a bussare alla sua porta pochi minuti dopo che si era alzata.
Ancora in sottoveste andò ad aprire e una furia entrò nella sua
cella.
Con voce sommessa ma decisamente euforica, Francesca le stava
portando tutte le novità, dall'evento della mattina, alle più
succulente, secondo lei, informazioni sul nuovo prete.
“Pare che la sua famiglia siano i Visconti di Milano. Pezzi davvero
grossi.”
Francesca ormai sembrava cinguettare più che parlare, quando finiti
i suoi sproloqui su titoli di studio, appoggi con la chiesa madre,
meriti e demeriti del nuovo arrivato, aveva pronunciato quell'ultima
frase.
Ora sembrava respirare.
Aveva dato l'ultimo tocco all'espressione del suo più grande talento:
raccogliere e diffondere informazioni, ed era assolutamente
inconsapevole di essere piuttosto pericolosa.
Aveva messo Mirta in un pasticcio una volta, andando a spifferare a
una consorella cose che le aveva detto in confidenza, cose orribili
che pensava di quella consorella; non era stato granchè in effetti,
perchè suor Tilde, l'orribile consorella, le aveva tolto il saluto e lo
sguardo per un po', finchè Mirta era riuscita a parlarle e si era
calmata.
Francesca sapeva essere davvero preziosa con il suo talento, ma
Mirta detestava questo aspetto pettegolo senza ragioni.
E pensava che sentendola respirare avesse messo un punto alla sua
opera.
Invece era già fuori dalla porta che andava da chissà chi a
diffondere o raccogliere informazioni.
Il che le diede la calma necessaria per vestirsi.
Sopra alla sottoveste di canapa grezza da indossare perennemente,
persino le rare volte cui era concesso loro di fare un bagno, c'era la
tunica nera lunga fino quasi a terra, legata in vita da una corda e
sulla quale veniva calato il risvolto della cuffia bianca, ricoperto poi
dalla sopraveste, un telo grezzo che ricopriva soltanto la parte
davanti e dietro della tunica e che veniva infilato dalla testa.
L'ultimo tocco, il velo.
Lungo e nero.
Mirta era bella anche così, con soltanto il volto e le mani scoperte.
Aveva riassettato la cella e stava andando verso il refettorio quando
incrociò di nuovo Francesca.
Sembrava davvero di buonumore e l'amava per questo, perchè in
mezzo a quel grigiore lei sembrava essere un arcobaleno che
accompagna l'odore dell'erba bagnata di pioggia.
Era diventata la sua migliore amica da subito.
Calda e accogliente come il suo corpo prosperoso, era figlia di un
altolocato signore della zona, che se pur non direttamente, era
impegnato in una guerra per possedimenti territoriali e temendo
per lei, aveva pensato al monastero come temporaneo rifugio.
In pratica non era una vera monaca, aveva soltanto comprato
l'abito.
Cinguettava ancora, ma più calma e divertita ed arrivarono insieme
al refettorio.
Nella lunga sala con il soffitto ad arco, attorno al grande tavolo di
legno centrale, si stavano affaccendando alcune monache, che
entravano e uscivano dalla porta della cucina, in fondo alla sala.
Mirta conosceva bene la scaletta che portava ad un piano più in
basso, dove si trovava la cucina, era ripida, stretta e durissima da
risalire con il pentolone della zuppa.
A quanto pareva gli ordini a quelle api operaie li aveva dati l'ape
regina, la priora, tramite il suo migliore messaggero, Francesca, che
ora le stava raccontando proprio i dettagli di quella situazione.
Mirta ascoltava, ma di sfuggita, perchè voleva rimanere nell'incanto
di quello che stava vedendo.
Sopra al tavolo c'erano pane e latte, alcune mele, noci e nocciole e
davanti alle panche ai fianchi del tavolo le trentacinque ciotole per
la zuppa necessarie per tutte le monache.
Più una, al capo del tavolo che dava le spalle alla grossa finestra
inferriata sul lato opposto all'entrata della stanza.
Nel frattempo arrivavano anche le altre monache, quelle più vecchie
sempre per ultime, ed erano sedute tutte in silenzio quando lui
arrivò.
Nessuna si era seduta nel posto al capo del tavolo, nemmeno la
priora e quello era il suo posto.
Entrando nella sala sorrideva, le guardava negli occhi e disse:
“Bene bene... vedo che mi avete riservato il posto del capo... avete
deciso così...” e si sedette.
Nel frattempo era risalita dall'ardua scaletta un'esile monachella
che aveva fatto parte del suo gruppo di studio di lettura all'epoca
del noviziato.
Mirta la considerava sveglia, davvero sveglia.
Era convinta che sarebbe riuscita a uscire da quel monastero molto
presto, perchè pensava che anche se aveva esili gambe, avrebbero
tranquillamente potuto calpestare il terreno di tutto il mondo.
Lei era una di quelle entrate in monastero per estrema povertà.
Trasportava quel pentolone con la grinta di chi vuole farcela.
Appena lui la vide scattò la domanda: “Chi ha ordinato a questa
monaca il lavoro in cucina questa mattina?”
La priora improvvisamente si era fatta piccola, intimidita da una
domanda che non veniva inveita, ma espressa con una dignità
risuonata in ogni parola.
Da lei era partito l'ordine.
Solo da lei potevano partire ordini e sicuramente il prete lo sapeva.
A voce sommessa confessò e lui disse soltanto: “Per lei i lavori
troppo pesanti non fortificano, mortificano. Per favore, se lo ricordi.”
Poi aveva guardato tutte le altre monache e cominciato a parlare.
“Bene, visto che mi considerate il capo, e io lo sono in effetti agli
occhi della chiesa, allora stabilirò nuove regole, alcune le
conoscerete ora, durante questa ricca colazione, altre man mano
che procederemo. La prima riguarda proprio la colazione. D'ora in
avanti, dopo che vi sarete lavate, prima di ogni altra vostra pratica
quotidiana, farete colazione e spesso io sarò con voi. Sarà il
momento principale della giornata dedicata al nutrimento del corpo,
l'altro sarà frugale e concesso prima della sera. Dopo la colazione
potrete svolgere le mansioni affidatevi dalla badessa.”
In effetti la priora si era sempre fatta chiamare così, Badessa, e
all'ultima affermazione del prete aveva ritrovato una linea meno
curva della schiena e delle spalle.
“E per ora possiamo mangiare” concluse, mentre si alzava e
prendeva il grosso pentolone di zuppa dalle mani di Silvana.
Lei lo guardava un po' attonita, tra l'incredulità e la gioia, ma
soprattutto immobile.
Da quando era risalita dalla scaletta, nei pochi istanti trascorsi da
che tutto era successo, se ne era restata lì immobile, con il grosso
pentolone in mano, con quella faccia attonita.
Lui l'aveva raggiunta, sorridendo, aveva preso il pentolone, l'aveva
appoggiato sul tavolo e aveva cominciato a servire la zuppa nelle
tazze.
Le più ossequiose si erano immediatamente alzate e dopo un
interminabile momento di imbarazzo tra di loro per decidere
silenziosamente chi avrebbe preso il mestolo dalle mani del prete,
fu proprio Silvana a farlo.
E questa volta era lei a guardarlo fisso negli occhi.
Non ricambiava il sorriso, ma anche lei aveva trovato lo sguardo di
chi si fida.
Aveva finito di riempire tutte le ciotole, trasportando il pentolone
con una rinnovata forza e poi si era seduta accanto a Mirta.
Anche loro erano diventate davvero amiche, proprio quando le
aveva insegnato a leggere.
In lei c'era più che fierezza, c'era la rabbia, profonda e vendicativa
che covava dentro e la trasformava in una forza che utilizzava in
modi sorprendenti, come per quel pentolone.
Era nata in un villaggio vicino al monastero, su una fascia di terra di
nessuno, forse della chiesa considerando che i due signori delle
casate confinanti se la contendevano a suon di proclami
ecclesiastici.
Ma anche di dure battaglie.
I villaggi spesso venivano razziati e anche quel poco che gli abitanti
riuscivano a racimolare per la loro sopravvivenza, immancabilmente
gli veniva portato via.
Ma passavano anche ricchi messaggeri, che da una parte all'altra
dei due territori confinanti consegnavano apparenti cortesi
sollecitazioni a lasciare quelle terre perchè il tal vescovo, o
addirittura il papa avevano detto la tal cosa.
Intanto i guerrieri di entrambe le parti lo invadevano, portando
fame e malattie.
Quei messaggeri del nulla erano spesso desiderosi di fanciulle,
soprattutto gli ecclesiastici, che affamati di purezza, depredavano
anche le bambine della loro, pagando profumatamente.
La madre di Silvana aveva saputo che una donna, vendendo sua
figlia, era riuscita a recarsi in città e viverci dignitosamente.
E aveva fatto lo stesso con Silvana, all'epoca undicenne, venduta ad
un vescovo della chiesa vaticana.
Lui l'aveva letteralmente stuprata, ferendola anche gravemente e
da quel momento lei decise che si sarebbe vendicata dall'interno di
quel sistema, facendosi monaca.
Era una vera attrice quella ragazzina esile e asciutta.
Per entrare al monastero aveva inventato una storia incredibile sulla
morte dei suoi genitori e di come avesse trovato Dio nel dolore di
quella perdita.
Si mostrò contrita, disposta al sacrificio e alla sofferenza per il
rimorso di non essere riuscita a salvarli.
Perchè lei era un'anima che rischiava l'inferno tanto era sporca.
Alla priora era piaciuta.
Anche alla priora piacevano le ragazzine, soprattutto quelle sporche
da ripulire.
Aveva la sua preferita, una monaca esile e taciturna con la pelle più
bianca che Mirta avesse mai visto, con la quale si concedeva piaceri
sessuali e una schiera di devote consorelle che muovevano piedi e
lingua solo su suo ordine.
Aveva cercato di adescare Silvana più volte, ma chissà come lei le
era sempre sfuggita, per questo la priora la puniva con lavori
pesantissimi.
Ma a Silvana non importava.
Le diceva sempre che presto sarebbe uscita di lì per dirigersi verso
luoghi più vicini al maiale che le aveva fatto quello che le aveva
fatto.
Tutto sembrava renderla più forte e determinata.
Sarebbe diventata lei la priora.
Strano sentirlo dire da una ragazzina di sedici anni.
Era lì dentro da cinque e dopo tre lunghi ed estenuanti anni di
noviziato in cui doveva costantemente sfuggire alle attenzioni della
priora, che non la faceva consacrare perchè pensava in quel modo
di poterla manipolare meglio, aveva preso il velo, che usava come
un vessillo di trionfo.
E stava facendo svolazzare il suo vessillo di trionfo quando, di
ritorno dalla cucina dove aveva riportato il pentolone, camminava
per raggiungere il suo posto, accanto a Mirta.
Intanto il prete, che aveva aspettato Silvana per cominciare a
mangiare, aveva anche cominciato a parlare.
“Come vi ho già detto, da domattina, prima di fare colazione
dovrete lavarvi. Ho provato a capire come fate a far funzionare la
cosa, ma sinceramente non ci sono riuscito. Qualcuna di voi può
illuminarmi?”
Silvana, ringalluzzita, rispose senza attendere nessun consenso a
parlare, mentre si stava sedendo sulla panca: “Trasportiamo noi
l'acqua. La prendiamo dal pozzo al centro del chiostro e la portiamo
giù, nella sala del bagno. Di solito siamo in tre a farlo, perchè ci
sono tre secchi.”
Era l'unica addetta fissa per questo compito e le spettava
invariabilmente di riempire la vasca della priora.
Con lei dentro.
Nuda.
L'unica a cui era concesso fare il bagno nuda.
Per le altre monache era proibito e l'aveva proibito proprio lei.
“E quante volte svolgete questo rito?” chiese subito il prete.
“Due volte all'anno” rispose ancora lei.
Il prete sgranò i suoi piccoli occhi di fuoco e si mise a mangiare,
restando in silenzio per un po'.
Anche tutte le monache restarono in silenzio.
Lui intanto le guardava tutte, dalle più vecchie alle più giovani e
sembrava valutare qualcosa.
Anche Mirta e Silvana guardavano lui.
E mangiavano la zuppa che sembrava la più buona mai mangiata.
La colazione era stata ricca, davvero ricca e Mirta si sentiva
rinfrancata, soprattutto dopo il soave silenzio che l'aveva
accompagnata.
Quando c'era ancora il vecchio prete, una delle monache a turno, a
tutti i pasti, leggeva brani della bibbia e le altre in silenzio
consumavano il pasto.
Per Mirta era sempre stato noioso da morire e il silenzio di quella
mattina le era sembrata la cosa più bella del mondo.
Si sentiva pronta a volare.
Ma mentre ancora sgranocchiava la sua mela, la voce del prete la
riportò immediatamente a terra.
“Oggi vedrò con qualcuna di voi il modo di organizzare le cose per il
rito di purificazione del mattino. Sarà una cosa richiesta a tutte voi.
Ovviamente non siete obbligate se per un qualunque motivo non ne
avete assolutamente voglia, soprattutto per chi è in età di perdite di
sangue mensili, ma vorrei ricordarvi che è un rito importante per la
vostra formazione spirituale. Mi hanno nominato vostra guida e io vi
guiderò. Siete tenute ad ascoltarmi, ma sono aperto alle esigenze di
ognuna di voi. Venite a parlarmi quando avete dei dubbi, su
qualunque cosa e vedremo di trovare una soluzione. Quindi ora vi
lascio e vado ad organizzare con la priora i vostri turni per la
confessione, in modo da combinarli con i vostri impegni quotidiani.
Per oggi niente preghiera del mattino e in seguito vedremo. Direi
che ora potete andare a svolgere le vostre mansioni, ci rivediamo
qui all'ora del pasto serale, direi alle cinque di questo pomeriggio. E
mi serve sapere chi tra voi è disposta ad aiutarmi per la questione
dei bagni.”
Nessuna si era fatta avanti subito.
Silvana però l'aveva guardato dritto negli occhi.
“Bene, se nessuna di voi si fa avanti spontaneamente allora
sceglierò io.”
Per prima scelse Silvana.
“Suor Genoveffa, giusto?”
Quel nome glielo aveva affibbiato la priora, in una sorta di vendetta
per non aver ancora ceduto.
Silvana fece cenno di si con la testa.
Poi scelse Francesca e altre due monache di età decisamente più
matura.
Era uscito infine con le quattro monache più la priora al seguito.
Mirta quella mattina avrebbe avuto il turno in cucina, ma una delle
monache che trovò lì sotto le disse che era stata spostata con il
gruppo che si occupava dell'orto.
Pensò immediatamente che fosse il regalo di qualcuno.
Non sapeva se fosse stato quello strano prete, ma Dio era stato di
sicuro.
Lei credeva in Dio, nel suo personalissimo Dio, che riconosceva
nella bellezza del mondo e nella bontà che aveva visto nel cuore
umano.
Certo ora tutto era più grigio e noioso, ma fuori da quelle mura
continuava a palpitare quel mondo colorato e profumato della sua
infanzia.
Sapeva perfettamente anche quanto fosse freddo e crudele lo
stesso cuore umano, persino tra le mura di quel monastero.
Ma quella mattina, mentre si avviava all'esterno dell'edifico per
andare nella parte sud del parco, dove un grosso orto produceva la
maggior parte delle cose che mangiavano lì e mentre l'aria della
vicinissima primavera nelle prime luci dell'alba la faceva sentire viva
per la prima volta dopo tantissimo tempo, niente aveva più
importanza.
Le monache del gruppo erano tutte le anziane, non avrebbero mai
potuto lavorare la terra che in quel momento aveva bisogno di
essere zappata.
Mirta si mise di buona lena e zappò tutto l'orto nell'arco della
mattinata, mentre le buone e vecchie suore facevano del loro
meglio per aiutare, chi rastrellando, chi buttando le pietre più
grosse e tutte, ma proprio tutte passarono una meravigliosa
mattinata.
L'alba aveva lasciato il posto a una giornata di sole e quando
rientrarono per il ritiro di preghiera, quel sole scaldava come quello
pimpante della primavera avanzata.
Anche quel momento di preghiera per Mirta fu delizioso.
Il mormorio delle monache la cullava, fino quasi a farla
addormentare, in un corpo che aveva lavorato duro ma che non si
sentiva stanco, anzi e che beatamente si rilassava e godeva di quel
momento di pace assoluta.
Poi la chiamò la priora.
La condusse nella sala dello studio, dove anche il vecchio prete
avrebbe dovuto tenere le sue lezioni e dove invece ora c'era il
nuovo prete che la stava aspettando.
La priora le disse che quello era il momento della sua confessione.
Appena chiusa la porta, il prete cominciò a parlare.
“Siediti” disse indicando una sedia.
“Questa sarà una chiacchierata informale più che una vera e propria
confessione. Almeno per voi monache più giovani. Ho bisogno di
conoscervi un po' per impostare un programma di studi. Quindi
dimmi, tu quale suora sei?”
“Suor Maria”
“D'accordo suor Maria, il tuo nome vero?”
“Mirta”
“Bel nome. Mi piace. E tu sei qui da quanto?”
“Due anni. Poco più ora.”
“E immagino tu non trovi questa vita molto bella, vero?”
“No signore” aveva detto Mirta d'istinto senza riflettere.
Poi si morse il labbro temendo di essere stata inopportuna.
“Non chiamarmi signore. Non serve. E mi piace la tua sincerità.”
Ora la guardava negli occhi nello stesso modo del giorno prima, in
cui lei aveva trovato quel senso profondo e inspiegabile di
familiarità, un senso di agio che le permise di porre la domanda che
tanto l'aveva tormentata la sera prima.
Un tormento che non era durato a lungo, ma che le aveva
comunque fatto prendere un bello spavento.
Ma dopo aver passato una giornata come quella e nel clima di
accoglienza che sentiva, non fu un problema porgli la domanda, che
era semplice e assolutamente mirata: era un peccato grave
massaggiare il proprio corpo, anche nella zona da dove arrivavano i
bambini?
Lui la guardò per un attimo con sguardo enigmatico, come se
volesse ascoltare quello che diceva Mirta e raccoglierlo fino in
fondo.
E lei stava dicendo di amare sinceramente quel Dio che ancora non
conosceva molto bene, che non avrebbe voluto farlo infuriare
soltanto perchè non lo conosceva e considerando che le aveva
regalato la vita, sentiva di dovergli qualcosa.
Se non altro un comportamento corretto.
“Quindi tu credi che Dio regoli le norme di comportamento?”
“Così mi hanno detto.”
“E tu credi a tutto quello che ti dicono?”
Non sapeva cosa rispondere.
Lui continuava a guardarla dritto negli occhi e lei manteneva il
contatto.
“Dovrò riflettere sulla gravità del tuo peccato. Quindi, dopo il pasto
della sera mi aspetterai in chiesa.”
Aveva distolto lo sguardo, invitandola cortesemente a uscire.
Mirta consumò il brodo del pasto della sera velocemente e si diresse
poi verso la chiesa.
Su esplicita richiesta del prete aveva il permesso della priora per
alzarsi da tavola prima delle consorelle.
Entrata in chiesa, scelse la panca in prima fila.
Si sedette e aspettò.
Capitolo 3

Mirta, lì seduta ferma ormai da un bel po', cominciava a sentire il


freddo, quindi decise di alzarsi e di fare un giro per la chiesa.
Appena fatto qualche passo, il prete sbucò da dietro l'altare e le
disse: “Seguimi.”
La condusse dietro l'altare, dove una piccola porta dava accesso ad
una stanzetta meravigliosamente riscaldata per il freddo che aveva
assalito Mirta.
Entrò in fretta, seguendo il prete, trovandosi di fronte a un tavolino
di legno piuttosto grezzo, una sedia intarsiata, una branda accanto
ad un fuoco vivace nel camino e una brocca, un catino e un
asciugamani sul lato opposto.
La luce di alcune candele illuminava l'ambiente, che insieme a
quella del fuoco dava a quella spoglia stanzetta un aspetto intimo e
accogliente.
Mirta si era fermata al centro della stanza mentre il prete ravvivava
il fuoco.
Poi si girò verso di lei e le disse: “Spogliati”
Sembrava non aver capito.
Voleva non aver capito.
“Ti ho chiesto di spogliarti”
Questa volta la voce era più decisa, quasi dura.
Mirta obbedì.
Si tolse prima il velo, poi la sopraveste, la cuffia e la tonaca con
gesti lenti, eleganti, rimanendo con i suoi lucidi capelli neri tutti
spettinati, corti e mal tagliati, sopra alla sottoveste che non faceva
cenno di togliersi.
“Non mi pare che ti sia spogliata” diceva il prete mentre le girava
intorno, guardandole non più gli occhi in quel modo familiare, ma i
piedi, la sottoveste e le sue forme che da lì sotto si intravedevano.
“Lo ripeterò soltanto ancora una volta. Spogliati.”
La sua voce si era fatta dura ora, autoritaria.
Mirta obbedì di nuovo.
Completamente nuda, in balìa dello sguardo di quell'uomo, non
sapeva se sentirsi arrabbiata, imbarazzata o perplessa.
Forse era tutte e tre le cose.
Lui la guardava con un'espressione decisamente compiaciuta
mentre continuava a girarle intorno.
Improvvisamente le disse: “Voglio vedere il tuo peccato. Devo
vedere il tuo peccato per deciderne l'entità.”
Ora Mirta cominciava a sentirsi davvero confusa.
“Fai qui, ora, quello che fai nella tua cella la sera. E mostrami
tutto.”
Anche in questo caso Mirta obbedì.
Non riusciva a capire cosa stesse succedendo, ma ricordava quello
sguardo di familiarità di quando i loro occhi si erano incontrati
davvero per la prima volta, quindi obbediva senza ribellarsi, in
qualche modo sicura di potersi fidare.
Si avvicinò alla branda e ci si sedette, come per andare a dormire.
Aveva guardato per un attimo quell'uomo che in quel momento le
sembrava indecifrabile, così acceso nello sguardo, così attento a
tutto quello che lei faceva, così perso in qualche pensiero oscuro.
Poi cominciò a massaggiarsi i piedi, come era solita fare,
cominciando con le dita per risalire pian piano.
Ma nonostante fossero gesti familiari e graditi, sembrava non
riuscissero a darle la stessa dolce sensazione che l'accompagnava
sempre in quei momenti in cui amava se stessa.
Forse era per la strana situazione aveva pensato Mirta.
Ma pian piano, mentre con le sue dita continuava a massaggiare le
dita dei piedi, le caviglie, i polpacci e le gambe, la sentì arrivare.
E chiuse finalmente gli occhi, sdraiandosi e continuando ad
accarezzarsi, a massaggiarsi, lasciando sempre più spazio a quella
meravigliosa sensazione di benessere che ora la faceva respirare
sempre più in profondità.
Le sue mani delicate erano risalite dalle cosce, che adesso erano
leggermente aperte e accarezzando lungamente il ventre soltanto
con la punta delle dita, avevano poi improvvisamente afferrato i
seni strizzandoli, massaggiandoli vigorosamente e Mirta aveva
inarcato la schiena compiendo quel gesto, assolutamente ignara
che il prete la osservava serio, immobile.
Lei ormai era nel vortice di quel piacere semplice, tutto suo e non
pensava proprio più al prete.
Aveva continuato ad accarezzarsi i seni turgidi, le spalle, il collo e
poi il viso, le orecchie, persino la testa.
In estasi per quella sensazione così intensa, istintivamente le sue
mani scesero giù, sulla sua zona morbida e pelosa, che Mirta
sentiva essersi già gonfiata e bagnata.
Le sue dita si muovevano, dapprima lentamente, su e giù,
scendendo fino alla parte più bagnata, che Mirta apriva appena
come volesse raccogliere quell'umidità vischiosa per portarla più su,
verso quella che lei chiamava la sua 'pietrolina appuntita'.
E accarezzando la sua pietrolina con movimenti sempre più rapidi
sentiva che stava per tuffarsi nel piacere che provava dopo averla
massaggiata per un po', quando sentiva quei colpi dentro di sé che
la scuotevano, facendola tremare.
Quell'esplosione stava per arrivare e Mirta lo sentiva, si preparava
ad accoglierla.
Ma la voce del prete tuonò, almeno così le era sembrato dal modo
in cui si era risvegliata dal suo momento di piacere.
“Adesso basta. Alzati e vieni qui.”
A Mirta interrompere quel momento era sembrata una vera tortura.
Si rialzò, mettendosi a sedere, con i piedi appoggiati sul freddo
pavimento di pietra, le mani appoggiate sul bordo della branda e la
schiena leggermente piegata in avanti.
Guardava il fuoco e sembrava non volersi muovere da lì.
Il prete aspettò pazientemente, senza dire più niente.
Intanto Mirta si godeva il tepore del fuoco, lì davanti,
completamente nuda, ancora assorbita nel piacere appena provato
e sembrava distante, distratta, incurante di tutto quello che c'era
intorno a lei.
Il prete continuava ad aspettare.
Non sapeva quanto tempo fosse passato da che si era seduta
osservando il fuoco, le era sembrata un'eternità.
Poi si alzò, girò lo sguardo verso quell'uomo strano e lui le disse:
“Avvicinati.”
Lo stato d'animo di Mirta in quel momento somigliava molto
all'indifferenza, lei non provava niente, proprio niente e aveva
obbedito senza nemmeno pensarci.
Appena si fu avvicinata lui le ordinò di chinarsi, appoggiando le
mani sul bordo del tavolo.
“E allarga anche un po' le gambe.”
Mirta lo aveva fatto.
Chinata in avanti, con le mani appoggiate sul tavolo, aveva
ricominciato a sentire freddo.
I brividi la facevano tremare un po'.
Sentiva i passi di quell'uomo, ma non capiva cosa stesse facendo.
All'improvviso un bruciante dolore.
Non sapeva con cosa, ma quell'uomo che in quel momento le
sembrava orribile l'aveva scudisciata sulle natiche.
Il dolore fu talmente forte e improvviso che Mirta gemette di
dolore.
Le scesero anche un paio di lacrime.
In quel momento fu come se si svegliasse per la prima volta e un
moto di rabbia feroce cominciò a salire dal suo stomaco.
Le venne in mente Silvana.
Era ancora ferma nella stessa posizione quando sentì l'impulso di
girarsi e mettersi ad urlare, ma non fece in tempo, perchè una
mano delicata stava ora spalmandole qualcosa di unto e profumato
sulla traccia lasciata dallo scudiscio.
Sentiva in quel gesto tutta l'amorevole intenzione di lenire il dolore.
Il prete la stava massaggiando, le massaggiava le natiche come se
fossero la cosa più fragile del mondo, con tocco leggero sopra la
pelle ferita.
Poi la sua mano cominciò a massaggiarla anche tra le gambe,
stuzzicando la sua pietrolina, ma continuando a portare sollievo
anche dove lo scudiscio aveva lasciato il segno.
La cosa si protrasse per un po', tra quell'unguento che leniva e le
dita esperte di quel prete che lenivano ancora di più.
Mirta sentiva salire da dentro un piacere che non aveva mai
provato, una sensazione di potenza e libertà che non credeva
nemmeno esistessero.
Almeno fino a quel momento.
Al tocco delle dita del prete sulla sua pietrolina la sensazione era
proprio quella: un alito di vento che porta la libertà, quel senso
profondo e vero di potenza della vita che si esprime in tutto ciò che
esiste, in tutto ciò che si vive , in tutto ciò che si ama.
Mirta in quel momento amava, non qualcosa o qualcuno, ma
semplicemente il piacere che sentiva e più le dita del prete
svelavano la loro intenzione, più la potenza di quel piacere
aumentava.
Adesso tremava davvero, ma non di freddo.
Anche le lacrime avevano ricominciato a scendere, lacrime
liberatorie, che le annebbiavano la vista aggiungendo a quel
momento un piacere in più.
E il prete era un vero maestro con quella mano, con quelle dita che
sembravano sapere esattamente cosa fare e come toccarla per
esaltare sempre di più il piacere intenso che l'aveva avvolta.
Aveva cominciato a muovere i fianchi, senza neanche accorgersene,
in un movimento appena accennato che, oscillando lentamente da
un lato all'altro, accompagnava le dita del prete nella loro danza.
Andarono avanti così per un po', con Mirta che sentiva salire e
scendere ondate di piacere assoluto e il prete che con le sue dita
stava suonando una vera e propria melodia nella sua anima.
Poi, l'esplosione del piacere aveva travolto Mirta, che dei suoi
movimenti ora non aveva più il controllo.
Dapprima inarcò in su la schiena, poi scattò dritta in piedi con le
braccia che invece più lentamente risalivano fino ad allargarsi come
per un abbraccio, continuando a risalire fino a fargliele alzare come
se volesse accarezzare il cielo.
E Mirta avrebbe sinceramente voluto accarezzare il cielo in quel
momento.
Si sentiva forte e vigorosa.
Si era girata e aveva guardato il prete negli occhi.
Lui, prendendole una mano, l'accompagnò vicino al fuoco e
cominciò a rivestirla.
Le mise soltanto la sottoveste e la tunica, invitandola poi a sedersi.
Appoggiare le natiche sulla branda ricordò a Mirta la scudisciata.
Riemerse il ricordo della rabbia feroce che l'aveva assalita quando
le aveva procurato quel dolore e l'immagine di Silvana che era
arrivata improvvisa e imprevista.
In quel momento non riusciva davvero a immaginare l'orrore e il
dolore che la sua meravigliosa amica aveva dovuto subire.
Le salì fino al cuore una sensazione di profonda tenerezza per
quella minuscola creatura e un'altrettanta profonda ammirazione
per quella stessa creatura immensa, forte e invincibile.
Mentre Mirta si stava perdendo nei suoi pensieri, il prete aveva
preso da un lato interno del caminetto una brocca di metallo da cui
versò in un bicchiere di vino, che le porse.
Quel vino era speziato, caldo e scese per la gola di Mirta come se
quello fosse il suo unico scopo, rendendole più morbida l'anima e
indebolendo le sue ultime resistenze.
I suoi neri capelli corti e spettinati brillavano alla luce del fuoco che
il prete aveva nuovamente ravvivato e il viso pareva di bellissima e
levigata ambra mentre restava assorta nei suoi pensieri.
Lui la guardò lungamente prima di parlare.
Infine, con voce dolce, le domandò: “Hai capito adesso l'entità del
tuo peccato?”
Mirta a quella domanda non sapeva proprio rispondere.
Il prete, davanti al suo silenzio, cominciò a parlare.
“Quando ti ho chiesto di aspettare in chiesa tu l'hai fatto, ma ti sei
presa anche una libertà. Stavi aspettando da molto tempo ormai e
ad un certo punto hai deciso di alzarti, forse per andare via oppure
no, questo non lo so. So soltanto che non hai accettato
passivamente l'attesa. Conosco molte monache che l'avrebbero
fatto senza fiatare, ma tu no. Tu ascolti un istinto. E questo è
davvero apprezzabile.”
Mirta si sentiva confusa.
Com'era possibile che un gesto tanto naturale fosse considerato una
dote da quello strano uomo?
“Davvero non capisci?” le domandò.
“Non so” rispose immediatamente lei, ma forse qualcosa
cominciava ad avere senso nella sua mente.
Mentre ripensava al momento in cui si era sentita infreddolita nella
silenziosa chiesa e aveva deciso di alzarsi per scaldarsi, ricordò
anche il moto di ribellione e di rabbia che aveva sentito.
Sicuramente niente a che vedere con quel desiderio di vendetta che
era affiorato dopo la scudisciata, ma anche se più blanda e
attenuata, la sua furia era comparsa anche nel momento in cui si
era alzata dalla panca.
L'insofferenza per l'inutile attesa l'aveva fatta arrabbiare, ora se ne
rendeva perfettamente conto.
Ma non era sicura di quello che intendesse quell'uomo.
Lui ricominciò a parlare: “Il vero peccato è nel dolore e i suoi confini
si dissolvono soltanto quando lasciamo spazio a quelli del piacere. A
volte il piacere passa anche dalla rabbia e dalla vendetta, lo sapevi?
Una vera anima di Dio non permetterebbe mai passivamente il
dolore, la noia, le costrizioni. Una vera anima di Dio si ribella
all'assenza di Dio e Dio può rivelarsi soltanto attraverso il piacere.
Fai tesoro di tutte le sensazioni che hai provato qui dentro,
compreso l'odio per me e per quello che ti ho fatto. Saranno alleate
preziose.”
Mirta adesso si sentiva in pace, come se avesse fatto pace con Dio
in persona e tutto le sembrava chiaro, addirittura ovvio.
Passarono ancora un bel po' di tempo in silenzio, davanti al fuoco,
dopo che lui le si era seduto accanto.
Il prete, quando si girò per guardarla, si accorse che Mirta stava
sorridendo.
Anche lui sorrise prima di dirle: “Si è fatto tardi, forse è meglio che
ritorni nella tua stanza.”
Mirta lo guardò negli occhi per un'interminabile e intenso secondo,
poi si alzò, raccolse il resto del suo vestiario e con il fagotto sotto il
braccio si incamminò verso la porta.
Appena la sua mano si posò sulla maniglia, girò nuovamente lo
sguardo per incontrare quello del prete e disse: “Padre, ho
commesso un altro grave peccato.”
Lui sgranò gli occhi con autentica sorpresa: “Quale?”
“Ancora non so il suo nome.”
Aprì la porta senza aspettare e mentre la richiudeva alle sue spalle
aveva di nuovo il sorriso.
Capitolo 4

Anche quella mattina il ciclone Francesca era entrato nella sua cella.
Questa volta senza neanche bussare.
L'aveva trascinata giù dalla branda per i corridoi bui e freddi del
monastero, così com'era, in sottoveste e la scapicollò nel chiostro,
dove anche altre monache si recavano di gran passo verso una
porta in fondo, una porta che non era mai stata aperta.
Almeno da che ricordava Mirta.
Non aveva nemmeno avuto il tempo di sentirsi sveglia, perchè
Francesca l'aveva letteralmente tirata fuori dalla branda mentre era
ancora in pieno sonno e quella corsa l'aveva forse intontita ancora
di più.
Se ne era restata per un attimo a guardare oltre quella porta
sempre chiusa che invece ora era aperta, mentre Francesca già
svolazzava all'interno, dove in un enorme camino, che Mirta vedeva
davanti a sé, scoppiettava un meraviglioso fuoco.
E sopra a quel fuoco, un pentolone.
Alcune monache tra le più giovani, anche loro in sottoveste, si
davano da fare per riempire i secchi al pozzo, nel giardino del
chiostro e versarne poi l'acqua nel pentolone.
Il soffitto era basso e soltanto una piccola finestra accanto al
camino avrebbe portato un po' di luce del giorno.
In quel momento però era quella del fuoco a mostrare a Mirta le sei
grosse vasche di pietra poste ai lati della stanza.
Francesca, dopo aver svolazzato un po' davanti al fuoco, svolazzò
nuovamente accanto a lei e cominciò a raccontarle della mattinata
precedente e di come, dopo averlo dettagliatamente informato sulle
inesistenti pratiche di igiene personale e avergli mostrato la
scomoda posizione della stanza da bagno, aveva convinto il prete a
far ripristinare quella.
Per Mirta era chiaro che si sentiva l'artefice di quel trionfo.
Appena saputo dal prete dell'esistenza di quella stanza l'aveva
pregato di riaprirla e renderla nuovamente funzionante.
Ci teneva a riferire a Mirta, parola per parola, il racconto del prete
su come era riuscito ad accedere ad alcuni antichi documenti del
monastero e a ricavarne informazioni, come ad esempio l'esistenza
di quella stanza da bagno e di come gli originari occupanti del
monastero, monaci miniaturisti, svolgessero le funzioni d'igiene
personale.
Ma anche tante altre informazioni che Francesca sarebbe riuscita
presto a carpirgli, diceva lei e Mirta non aveva dubbi in merito.
Ora per Mirta era chiaro che era lui il vero artefice di quel trionfo.
Sapeva che lui l'aveva già programmato.
Per un attimo riaffiorò il ricordo della sera precedente, ma fu subito
interrotto dall'arrivo della priora, che con voce piuttosto imperiosa
ordinò alle monache di avvicinarsi.
Aveva disposizioni da dare.
Innanzitutto l'orario di sveglia sarebbe rimasto alle quattro e prima
del primo pasto delle cinque era richiesto il “rito di purificazione del
corpo”, specificando che su esplicita richiesta della nuova guida
spirituale quello era il modo in cui andava visto e vissuto il
momento del bagno.
Faceva parte della nuova disciplina a cui tutte dovevano sottoporsi.
Alla priora sicuramente non andava giù il nuovo prete.
Fino a quel momento era stata lei a muovere i fili lì dentro e il fatto
che fosse arrivato qualcuno a scombinare i suoi piani e a farle
rischiare di perdere il suo status quo proprio non poteva accettarlo.
Ma per il momento sembrava accondiscendente.
Durante il giro per il monastero della mattinata precedente, la
priora non era riuscita ad accodarsi al gruppo delle altre quattro
monache, perchè il prete le aveva richiesto di redigere un
documento ufficiale e in più compilare una lista dei turni di lavoro,
degli orari e di quali pratiche spirituali venivano svolte, delle attività
di lavoro, di preghiera e di svago.
Insomma, se l'era tolta dai piedi.
Ma anche se si era infastidita non le importava poi tanto, perchè
due delle monache del gruppo erano fra quelle a cui teneva le redini
ben tirate.
L'avrebbero informata di qualunque cosa.
E poi aveva Francesca, che se non poteva tenersi stretta, riusciva
comunque a manipolare.
Quella mattina aveva portato alle monache le disposizioni del nuovo
prete con una dignità fin'ora sconosciuta e detto quello che aveva
detto se n'era andata, portandosi dietro alcune delle monache che
si trovavano nella stanza.
Erano rimaste in undici lì dentro, tutte le monache più giovani e
senza nessuna disposizione su come questo “rito di purificazione del
corpo” dovesse avvenire.
Si guardavano negli occhi senza sapere bene che cosa fare.
Fu Silvana a sbloccare la situazione.
Spostando da sopra al fuoco il pentolone appeso ad un braccio
mobile di metallo e riempito un secchio di acqua ormai calda, si
stava avviando verso la vasca più vicina.
Alcune delle altre imitarono il suo esempio e presero un secchio.
Ora ce n'erano sei di secchi.
Ben presto la vasca fu piena di acqua invitante, ma un altro
momento di occhiate perplesse le fece restare tutte intorno alla
vasca senza sapere che fare.
Poi, sempre Silvana, tuffò le mani nell'acqua e si lavò il viso, più
volte, schizzando acqua e ridendo di cuore.
La sua risata contagiò anche tutte le altre, che immergevano le
mani e si lavavano il viso aprendo le danze di una festa.
Qualcuna si spintonava per gioco, altre si schizzavano acqua e tutte
si sentivano leggere.
Una delle monache entrò nella vasca con i piedi, sollevandosi la
sottoveste e in quel momento i giochi con l'acqua si fecero più
accesi.
Qualcuna delle monache finì completamente bagnata.
Ma era arrivato il momento del pasto del mattino e tutte si
ritirarono velocemente nelle loro celle per rivestirsi.
Le più sfortunate avrebbero dovuto tenersi addosso l'umidiccio della
sottoveste bagnata, sempre che, come in seguito Mirta venne a
sapere che Silvana aveva fatto, sotto la tonaca e la sopraveste non
indossassero niente.
Per i capelli quasi tutte avrebbero dovuto sopportarne l'umidità e
sotto la cuffia e il velo qualcuna gocciolava ancora quando
arrivarono nella sala dei pasti.
Compresa Silvana.
Il prete era già lì, con la priora e le giovani le prime monache ad
arrivare.
Pochi istanti dopo, le più grandi a seguito delle più anziane.
Quando tutte si furono sedute sulle panche, il prete cominciò a
parlare.
“Per chi fra voi ancora non lo sapesse mi chiamo Marco. Io sono
padre Marco.”
Mentre lo diceva aveva lanciato uno sguardo furtivo ma
assolutamente allusivo a Mirta, che, sorridendo intimamente, stava
facendo salire il sorriso anche al suo volto.
Intanto lui continuava a parlare.
“Dopo il pasto della mattina ci recheremo nella sala studio, dove la
priora darà le nuove disposizioni per i turni di lavoro, le ore di
studio e di preghiera e tutto quanto d'ora in poi farà parte della
vostra vita qui. Direi però che per il momento possiamo dedicarci al
nostro cibo.”
Giunse davanti a sé le mani, in segno di preghiera e reclinando il
capo in avanti chiuse gli occhi, solo per qualche istante.
Le monache che l'avevano imitato, aspettandosi qualche sorta di
preghiera, rimasero sorprese quando lo sentirono tagliarsi una
grossa fetta di pane nero e versarsi una tazza di latte.
Quando tutte ebbero riaperti gli occhi, padre Marco ricominciò a
parlare: “Il rapporto con Dio, le preghiere che gli rivolgiamo,
credete siano uguali per tutti? Ringraziare per il cibo, pratica che
trovo indispensabile, non ha valore se non è sinceramente sentita.
Quindi potete anche non farlo e se vi interessa potrete pregare per
qualcos'altro, in qualunque modo vorrete farlo. Questo non è
sicuramente il luogo migliore per cominciare le mie lezioni sulla
preghiera, ma sento di dirvi che per me la preghiera è un momento
di intima conversazione con Dio, in cui potete dirgli tutto quello che
volete, una conversazione che può durare quanto vi pare. E'
sicuramente buona cosa sviluppare questo intimo rapporto con Dio.
Ma davvero, ora mangiamo!”
E aveva preso una grossa mela rossa dal cesto davanti a lui.
Anche quella mattina c'erano mele e frutta secca, pane, latte e, al
centro della tavolata, un grosso pezzo di burro.
Silvana ci si era tuffata come un pesce nella vasca di quella
mattina.
Sicuramente i suoi capelli fradici le avevano messo un po' di freddo
addosso, ma lei era raggiante e stava mangiando come mai prima.
Arrivò anche una robusta monaca con il pentolone di una
saporitissima zuppa di zucca e patate.
La colazione fu davvero, davvero ricca e in seguito si spostarono
tutti in una grande sala adiacente alla chiesa, in cui la priora
cominciò ad elencare nuovi compiti, orari di studio, di meditazione e
altre cose simili.
La prima nuova regola era l'ora di studio collettiva dopo la
colazione, in quella sala e durante l'arco della giornata un'ora di
studio individuale.
A Mirta era toccata la sua ora appena dopo il pasto serale.
Per il momento però, il suo turno era di nuovo per i lavori nell'orto e
di nuovo lei era estasiata.
Le monache stavolta non erano le anziane, ma aitanti donne della
fascia di età matura.
L'orto fu vangato, zappato e ripulito più a fondo, pronto per le
prime semine di quell'imminente inizio di primavera.
Anche quella mattinata era stata piena di sole caldo e freschi
profumi e Mirta pensò che l'unico vero peccato delle monache era
indossare quelle vesti.
Lei avrebbe zappato nuda quell'orto.
Aveva avuto finalmente il tempo di ripensare alla sera precedente.
Raggiunta la sua cella e la branda era subito caduta in un sonno
profondo e il risveglio non l'aveva certo aiutata.
Ora aveva potuto ripensare a quella mano esperta, dolce, padrona.
Ecco.
Quello che le era piaciuto immensamente era stata quella
sensazione di padronanza assoluta che da quella mano era entrata
nel suo corpo, diffondendosi ovunque.
In quel momento si era sentita padrona del mondo.
Anche il pomeriggio ebbe il tempo per ripensare alla serata
precedente, perchè la priora era ritirata da qualche parte a fare
chissà cosa e non aveva lasciato altre disposizioni per lei in quel
pomeriggio.
Mirta era rimasta la maggior parte del tempo nel chiostro, per
continuare a godere dei raggi del sole, insieme ad altre tre
monache che giravano sotto il porticato del chiostro leggendo un
libro di preghiere.
Aveva pensato e ripensato al modo in cui padre Marco le avesse
intimato di spogliarsi, alla scudisciata, alla sua mano e soprattutto
alle parole che le aveva detto.
Così aveva passato il suo pomeriggio.
E ci stava ancora pensando quando era entrata nella sala dei pasti
per consumare quello della sera.
La maggior parte delle monache era già arrivata, anche padre
Marco, che quando la vide arrivare le si avvicinò sussurrandole:
“Dopo il pasto ti aspetto nel mio studio privato, la stanza di ieri
sera” ritornando poi immediatamente al suo posto ed esortando le
monache alla felice consumazione di quel pasto.
Appena tutte si furono accomodate, un altro pentolone emerse dalla
cucina, questa volta di zuppa di fagioli.
Padre Marco di nuovo chinò il capo in atteggiamento di preghiera,
questa volta restando così più a lungo.
La cena fu consumata per lo più in silenzio e padre Marco si alzò da
tavola presto, accomiatandosi per riuscire a sbrigare gli ultimi
compiti della giornata.
Mirta consumava la sua zuppa lentamente, assaporando ogni
boccone e ogni pensiero sulla serata che stava per cominciare.
Appena il pasto fu consumato da tutte le monache la priora ordinò
che si ritirassero.
Quindi Mirta si diresse con passo leggero verso la sua prima lezione
privata.
Capitolo 5

Mentre camminava a passo rapido verso la chiesa, Mirta non si era


fatta nessuna idea su ciò che sarebbe successo quella sera, ma una
strana eccitazione era dentro di lei.
Il suo passo continuò rapido e leggero fino alla porta dietro l'altare.
Fece un profondo respiro prima di bussare.
“Avanti”
Appena la porta si aprì, Mirta venne investita dai ricordi della sera
prima, in quella luce, nelle pareti, negli odori e riconobbe quello
dell'unguento.
Ma si era aggiunto anche odore di carta e inchiostro.
Infatti, lo scrittoio che la sera prima era occupato esclusivamente
da un candelabro, in quel momento era carico di libri, diverse
pergamene e un grosso calamaio.
Sulla pergamena davanti alla sedia, la piuma bianca intinta
nell'inchiostro aveva lasciato una macchia.
In quella stanza erano comparsi anche l'immagine della Vergine e
un grosso baule.
Sulla branda un cuscino e una coperta.
“Vieni, siediti.”
Padre Marco era accucciato di fianco al camino a ravvivare il fuoco e
quando Mirta si sedette nello stesso posto della sera precedente, lui
le versò di nuovo lo stesso caldo e fruttato vino.
Poi si sedette di fianco a lei.
Le aveva preso una mano e la guardava intensamente, le guardava
il dorso, il palmo, le accarezzava sfiorandole le dita, con le sue dita,
in un modo che la faceva fremere.
Passarono lunghi minuti in quel piacere semplice, giocoso,
innocente e Mirta sussultò al suono improvviso della voce di Marco:
“Quindi questo è il nostro primo incontro di studio individuale. Tu
cosa vuoi imparare?”
Dal silenzio che seguì era chiaro che al momento non ci fosse una
risposta.
“Dimmi suor Maria, cosa ti piace?”
“Mi piacciono le storie” e questa volta Mirta rispose senza neanche
pensarci.
Marco sorrise e si alzò, dirigendosi verso lo scrittoio, prese un
grosso libro e glielo porse.
“Tieni. Questo è il tuo primo compito, devi leggerlo.”
Sulla spessa copertina di cuoio Mirta leggeva “Comedia” e “Dante
Alighieri”.
Nient'altro.
Un grosso e misterioso librone nero dentro cui avrebbe potuto
tuffarsi.
Mirta era estasiata.
Teneva il libro in grembo mentre beveva il vino che le aveva dato
Marco e mentre guardava il fuoco scoppiettare nel camino.
“Lo leggerai qui, tutte le sere. Farò in modo che la priora ti assegni
sempre questa ora di studio individuale.”
Le aveva preso nuovamente la mano e nello stesso meraviglioso
modo la guardava, l'accarezzava.
Mirta si stava lasciando andare sull'onda del piacere, fin quando,
ancora una volta facendola sussultare, la voce di Marco l'aveva
riportata lì.
“Puoi cominciare ora a leggere” e detto questo, appoggiando
delicatamente la mano di Mirta sul libro che aveva in grembo, andò
a sedersi allo scrittoio.
Lei lo guardò a lungo, mentre la mano che tanto l'aveva innalzata,
maestra anche nello scrivere, scivolava rapida sulla carta, facendo
danzare la piuma bianca.
Guardava quel volto pieno, quel naso acuto, importante, le labbra
che sembravano sussurrare qualcosa, il collo tozzo, le spalle larghe
su un corpo non tanto alto... guardava tutto... guardava soprattutto
quella mano...
Poi si tuffò nel libro.
Non sapeva quanto tempo fosse passato da che aveva cominciato a
leggere, ma ancora una volta la voce di Marco la fece sussultare,
riportandola indietro.
“E' meglio che tu vada ora. E' davvero tardi” le disse mentre le
apriva la porta e appena Mirta gli fu accanto, una carezza leggera le
toccò la testa, scendendo appena poco più giù sul velo, lasciandole
la sensazione di una tenerezza tutta per lei.
Quando fece per girarsi, per dire qualcosa, lui le piazzò in mano una
candela e chiuse la porta accompagnandola con un sintetico
“Buonanotte”.
La sua infinita ora di studio era finita.
Mirta non si sentiva comunque delusa, anche se in cuor suo, se ne
rendeva conto in quel momento, aveva desiderato un'ora di studio
più simile a quella della sera prima.
Magari senza la scudisciata.
Ma passarono molte altre sere così, fino a che non finì il libro e
anche dopo, quando occupavano le ore a parlare del senso del
peccato, dell'amore e di tutte le altre cose che da quel libro Mirta
era riuscita a tirare fuori.
E lei era così interessata e appassionata che il ricordo di quella sera
piano piano svaniva, come il livido della scudisciata e riemergeva
soltanto a sprazzi nei momenti in cui si concedeva il suo piacere
privato.
Mirta era davvero contenta.
La nuova vita al monastero, anche se ricominciava ad avere gli
stessi ritmi un po' monotoni, era diventata ricchissima per lei.
Padre Marco era una guida spirituale che mai avrebbe potuto
immaginare di incontrare.
La faceva leggere moltissimo, la interrogava, le domandava
opinioni, idee, prospettive.
Stimolava la sua mente in un modo che Mirta trovava esaltante.
Le aveva anche ricordato la frase della nonna, da lui ripetuta la
prima volta che l'aveva visto, ma si era limitato ad accennare ad
una Fratellanza dedita alla Conoscenza e le aveva piazzato in mano
alcuni libri di “stregoneria avanzata”, così li aveva definiti.
Ma quelli non li trovava interessanti, con tutte quelle formule e
quegli assurdi rituali, preferiva di gran lunga le storie.
Quindi padre Marco aveva desistito e una sera le propose un nuovo
libro, il Decameron.
Glielo porse guardandola con occhi vivaci e un sorrisetto complice,
dicendole: “E' tra i miei libri preferiti”, limitandosi a questo e
sedendosi poi, come faceva sempre, allo scrittoio.
Ma quella sera non scrisse niente.
Passò tutto il tempo a contemplare Mirta intenta a leggere,
disegnandole con la mente i contorni del viso, dipingendole
sfumature ambrate sulle guance, mettendo chiaroscuri sulle vesti e
soprattutto ad annusarne la presenza, così fresca e matura, così
invitante.
Anche in quel caso invitare Mirta ad andarsene fu fulmineo, il che la
lasciò piuttosto perplessa.
Ma lei non pretendeva di capire quell'uomo così erudito, così strano,
così esaltante, si limitava ad imparare da lui.
E anche quel libro lo lesse vorace e curiosa.
Ogni sera che si recava nello studio privato di Marco per leggerlo,
lui la guardava, facendo l'amore con la sua anima, guardandola
modificare le espressioni del volto, divertirsi, intrigarsi e trovare un
senso alle umane vicende.
Ma certamente quello che in quel libro aveva attratto maggiormente
l'attenzione di Mirta era il sesso.
Ciò che lei conosceva del sesso l'aveva visto dagli animali,
compreso il parto e aveva immaginato che anche per le persone
succedesse una cosa simile, ma non aveva mai avuto modo di
parlarne, non aveva potuto chiedere e non aveva potuto imparare.
Ma ora, con Marco, sapeva sarebbe stato diverso, finalmente poteva
conoscere qualcosa che le era sempre stato oscuro.
Alle sue pressanti domande, Marco la rimandava all'anatomia, alle
funzioni, persino alle malattie pur di evitare il momento in cui
avrebbe dovuto parlare dell'amore tra un uomo e una donna.
Non per l'atto fisico, ma per il sentimento che può arrivare ad
accecare talmente tanto la mente di una persona da portarla fino
alla pazzia.
E lui si sentiva così, pazzo, pazzo di desiderio e d'amore per quella
creatura che ai suoi occhi era la cosa più bella mai vista.
Amava tutto di lei: il viso angelico con quegli occhi blu profondo, il
corpo flessuoso, morbido e giovane, le mani delicate, il suo modo di
gesticolare, di sorridere, di camminare, ma soprattutto amava la
sua mente brillante, curiosa, il suo spirito di avventura e la sua
audacia.
Un'audacia che quella sera lo mise in ginocchio.
Dopo aver lungamente discusso sui personaggi e sulle situazioni del
Decameron, che Mirta aveva appena finito di leggere, lei lo guardò
intensamente negli occhi e disse: “Voglio fare l'amore con te”,
lasciandolo con il cuore dolorante, il viso rivolto al cielo in uno
sguardo di supplica e una smorfia sulle labbra che mostravano il
suo dolore.
“Non posso” le disse poi con uno sforzo sovrumano.
Le accarezzava il volto, le stingeva le mani e poi le diede un
delicato bacio sulle labbra, attirandola verso di sé e abbracciandola
teneramente.
Rimasero così per un po'.
“Non posso” le ripeteva, dondolandola in quell'abbraccio.
Mirta godeva di quel calore, della tenerezza e non si sarebbe mai
sognata di ribellarsi a qualsiasi cosa le avesse chiesto di fare, o di
non fare, ma in quel momento un guizzo di ribellione salì in
superficie e, scostandosi dal suo abbraccio, guardandolo dritto negli
occhi chiese: “Perchè?”
Alla sua domanda Marco rispose con un lunghissimo sospiro e una
laconica frase: “E' davvero lungo da spiegare...”
“Ma io ho tempo!” ribadì immediatamente Mirta con uno sfolgorante
sorriso.
Marco sorrise a sua volta, ormai completamente prigioniero di
quella giovane donna e si sedette sulla branda.
Il fuoco era spento, perchè in quelle serate di primavera inoltrata
ormai non faceva più freddo.
Si tormentava le mani, che teneva davanti a sé, con le dita
intrecciate.
Aveva i gomiti appoggiati alle ginocchia e cominciò a parlare.
“Quando ti ho parlato della Fratellanza non ti ho detto che io ne
faccio parte. Ci sono persone, in questo mondo, che credono a
capacità superiori dell'uomo, capacità che la chiesa ha contribuito a
nascondere, ma che esistono. E io le ho viste. Quando il potere di
Dio è dentro di te, puoi fare davvero qualunque cosa. Da quando
sono entrato nella Fratellanza, una delle capacità che voglio
sviluppare è quella di trasportare anche il corpo nella dimensione
spirituale. Il processo si chiama “ascensione” ed è molto simile a
quella raccontata nei vangeli vissuta da Gesù, ma senza la morte.
Ora mi sarebbe impossibile farti comprendere la complessità e la
semplicità di questo processo, ma prometto che se ti interessa ti
darò dei libri da studiare. Per il momento sappi solo che per fare in
modo che il tuo corpo si adatti meglio alla dimensione spirituale è
necessario trascendere l'interesse per il mondo. E io ancora non ho
perso interesse per voi splendide creature. Voi donne siete ciò che
ancora mi trattiene qui. Non fraintendermi, io ne sono felice, amo
stare con voi e avere la possibilità di aiutarvi a capire meglio il
mondo, a mostrarvi le straordinarie capacità che ognuna di voi
possiede e voi siete tutte così meravigliose, diverse, interessanti. E
tu... tu... ragazzina... sei la cosa più bella e incredibile che io abbia
mai visto. E fidati, di cose incredibili ne ho viste.”
Aveva abbassato lo sguardo e sembrava davvero addolorato.
Continuò a parlare.
“Per te, ragazzina, potrei persino dimenticare che esiste una
dimensione spirituale. Chiedendomi di fare l'amore con te è come
chiedermi di rinunciare a tutto quello che sono. Tu puoi chiedermi
questo?”
Ora la stava guardando in un modo che l'aveva trafitta.
“Ma allora perchè mi hai fatto provare quel piacere la prima sera?”
gli aveva chiesto allora Mirta, quasi per difendersi da quello sguardo
supplichevole.
“Per dimostrarti quanto è meraviglioso ciò che fai al tuo corpo. E
poi, non ho saputo resistere. Di fronte alla tua bellezza non sono
stato capace di controllare l'impulso.”
Di nuovo aveva abbassato lo sguardo.
Mirta le si era seduta accanto e adesso era lei che aveva preso la
sua mano e l'accarezzava.
Marco la ritrasse di scatto e altrettanto di scatto si alzò in piedi,
pregando Mirta di uscire.
Lei aveva obbedito, silenziosa, camminando a lungo per i corridoi
bui del monastero ormai addormentato.
Pensava e ripensava a tutto quello che le aveva detto, alle loro
risate durante le ore di studio private, alla sua dolcezza con tutte le
monache e soprattutto a quella prima sera.
Nonostante avesse ricevuto forte e chiara la supplica di Marco, non
riusciva a togliersi dalla pancia quella strana sensazione di desiderio
che l'aveva pervasa quella sera.
Quando rientrò nella sua cella si dedicò al suo piacere con impressa
nella mente quella prima sera e raggiunse un picco di piacere
completamente nuovo.
Il loro incontro della sera successiva fu piuttosto formale, sempre
interessante e divertente, ma su argomenti ben lontani da quelli
della sera prima.
Mirta aveva deciso di indagare più a fondo su questa strana
Fratellanza e si fece dare da padre Marco alcuni libri che in effetti
trovò piuttosto interessanti.
Della Fratellanza non si parlava, ma molte testimonianze,
confessioni, resoconti burocratici, davano una precisa idea di
quanto fosse conosciuta, praticata e contrastata la stregoneria.
Una conoscenza popolare antichissima, arricchita sempre più da
tutti coloro che ne comprendevano il valore e ne sperimentavano i
portentosi effetti, apportando sempre nuovi elementi per una
comprensione che andava crescendo.
Marco si illuminava quando parlava delle Streghe, donne dall'anima
poderosa e accogliente, capaci di umile potenza creativa, in grado
di curare in modo miracoloso, fatte per essere un capo.
Si esaltava di fronte alla maestria della natura, ne decantava spesso
la perfezione e le parlava dell'effetto che questa perfezione aveva
su di lui, del meraviglioso incanto che sentiva spesso anche soltanto
pensando al suo cuore che batteva, o all'aria che gli entrava nei
polmoni senza che lui dovesse compiere nessuno sforzo.
Era decisamente innamorato e Mirta sapeva che mai avrebbe voluto
sottrarlo a quell'amore.
Solo non comprendeva ancora perchè fare l'amore con lei lo
dovesse privare di quell'amore.
Una sera glielo chiese.
E ancora una volta vide quello sguardo supplichevole negli occhi di
Marco.
Forse lui non sapeva davvero cosa rispondere, perchè non disse
assolutamente niente.
Si limitò a prenderle nuovamente la mano.
I minuti passavano, forse le ore, mentre loro due, seduti uno
accanto all'altra sulla branda, restavano mano nella mano.
Poi lui la guardò negli occhi.
Stavolta in quegli occhi Mirta non vedeva la supplica, ma la pacata
e conosciuta dolcezza.
“Lo vuoi davvero?” chiese poi, forse dopo averci lungamente
pensato.
“Lo voglio” rispose Mirta senza neanche fargli finire la domanda.
Si era avvicinata di più a quell'uomo che ora aveva cominciato a
respirare più a fondo, riempiendo il petto, afferrandole le mani e
sentendo il suo membro inturgidirsi.
Le diede un leggero bacio sulle labbra e poi cominciò a slacciare i
bottoni della sua tonaca.
Mirta lo guardava e quando fu in piedi, a petto nudo e con lunghi
mutandoni bianchi disse: “Non sono proprio una cosa bella da
vedere, vero?”, scoppiando poi in una risata aperta e sincera.
Anche Mirta scoppiò a ridere e quando si alzò nel gesto di togliersi il
velo, lui la raggiunse e le bloccò le mani, afferrandole i polsi.
Stringeva, ma non tanto da farle male.
Lei sentiva il suo respiro e, quando lui fu abbastanza vicino, anche il
suo membro.
Poi la prese tra le braccia e la baciò con un ardore che travolse
Mirta completamente.
Sentiva crescere dentro di lei un desiderio sconosciuto, viscerale,
ma che le sollevava il cuore, fino a farle toccare l'estasi.
Sentiva la sua zona pelosa, di cui ora conosceva il nome ma che
continuava a chiamare così, che si gonfiava, che si bagnava.
I baci di Marco si facevano sempre più ardenti, seppur continuando
con la medesima dolcezza che lei conosceva bene e aveva
cominciato a toglierle il velo, la sopraveste, poi la cuffia.
Infine la tunica nera.
Mirta, in sottoveste, era ormai completamente eccitata.
Stava per togliersi anche l'ultimo indumento quando Marco, con
voce decisa le disse “No, tienila addosso” e lei lasciò ricadere la
sottoveste, restando ferma lì in piedi, mentre lui la guardava
acceso.
Si sfilò i mutandoni e per la prima volta nella sua vita Mirta vide il
membro di un uomo.
Era eretto e fiero sopra alla zona pelosa di Marco e Mirta sentì
l'impulso di toccarlo.
Allungò la mano e afferrò quel membro turgido.
Istintivamente cominciò a muovere la mano, piano, su e giù,
mentre sentiva il respiro di Marco farsi sempre più intenso e vicino.
Lui le bloccò di nuovo la mano, sempre afferrandole il polso e la
condusse al bordo della branda, dove la fece stendere quasi
spingendola.
Le sollevò la sottoveste e cominciò a giocare con la lingua sulla sua
pietrolina appuntita.
Ci volle pochissimo perchè Mirta esplodesse in un picco di piacere
che le arrivò fino alla testa, rendendola euforica.
Lui intanto continuava a massaggiarla tra le gambe, con le sue dita
maestre che esploravano un territorio pronto per accoglierlo.
Si era steso di fianco a lei e sollevandole la sottoveste le scoprì i
seni, che cominciò a baciare, ad accarezzare.
Poi era salito su di lei e le aveva infilato dentro il suo membro.
Aveva cominciato piano, infilandolo poco per volta, con movimenti
lenti e delicati, ma appena aveva sentito la fessura allargarsi e
prepararsi definitivamente ad accoglierlo, aveva spinto fino in
fondo, facendo gemere Mirta di piacere.
Anche lui gemette e in pochi movimenti di bacino esplose dentro di
lei.
Nel silenzio dei momenti che seguirono c'era tutta la fragranza di un
nuovo, entusiasmante mondo, che si stava aprendo davanti ai loro
occhi e dentro le loro anime.
Quella notte dormirono insieme.
Capitolo 6

L'estate era ormai quasi finita.


L'oasi d'amore esaltante in cui si erano tuffati Mirta e Marco
sembrava averli sospinti verso un superiore livello dell'esistenza.
Si sentivano forti, invincibili e assolutamente innamorati.
Padre Marco continuava a prendersi cura di tutte le monache, ad
insegnare, spiegare, porre interrogativi e lo faceva con una
passione che riuscì a stravolgere il senso della vita un po' a tutte.
Persino la priora sembrava più serena.
Mirta aveva passato la sua estate tra gli incontri con Marco, sempre
più intensi, intimi e ricchi di soddisfazione e la vita semplice del
monastero, che adesso non le sembrava affatto noiosa.
I suoi turni nell'orto si erano alternati a quelli della cucina, ma,
grazie a Marco, la maggior parte del suo tempo l'aveva passata
all'aperto, lavorando la terra e raccogliendone i frutti.
Non poteva pensare ad un'estate più bella.
Anche quella mattina si trovava nell'orto, per raccogliere insieme ad
altre monache le verdure più tardive.
Francesca era arrivata di corsa e la maggior parte di quello che
disse nessuna di loro lo capì, ma era chiaro a tutte che presto ci
sarebbe stata una visita importante.
Durante il pasto serale padre Marco chiarì la situazione: in
settimana sarebbe arrivato in visita il cardinale Giuliano.
Quel monastero era nella lista del giro di ispezione ordinato dal
papa.
Sottolineò più volte l'importanza e la necessità di fare una buona
impressione al cardinale.
Mentre parlava non pareva diverso dal solito, ma Mirta avvertiva
una nota di inquietudine nella sua voce e, appena furono soli nello
studio privato di Marco, chiese spiegazioni.
Lui non disse niente, la spogliò furiosamente e altrettanto
furiosamente fece l'amore con lei.
Poi, quando nell'aria ritornò la pace, cominciò a parlare.
Erano seduti uno accanto all'altra, nudi, come facevano spesso e
Mirta gli accarezzava la nuca.
“Quell'uomo è nemico giurato della mia famiglia. E' un uomo
orribile. Da quando sono entrato in seminario non fa che
tormentarmi. Io sono stato costretto da mio padre ad entrare in
seminario. La mia famiglia è piuttosto influente nei territori più a
nord e intende espandere il proprio dominio sfruttando il potere
della chiesa, allacciando alleanze, tramando alle spalle dei rivali e
sacrificando figli. Volevano che qualcuno manipolasse le cose per
loro dall'interno, ed eccomi qui. In un certo senso però, è stata la
mia fortuna. Ho potuto studiare e comprendere cose che forse non
avrei mai imparato altrimenti. E non avrei conosciuto te.”
L'aveva guardata con occhi pieni d'amore e Mirta si estasiava ogni
volta, ma in quel momento la sua attenzione rimaneva rivolta alle
cose che le stava dicendo.
Lo pregò di proseguire il suo racconto.
“Credo di essere in qualche modo d'intralcio ai piani di quel mostro,
anche se non ho ancora chiaro il perchè. Ha fatto parte
dell'inquisizione sai? Ed è noto per essere stato un fine elaboratore
di torture, un feroce e devoto santo. Noi due dovremo
assolutamente evitare qualsiasi cosa che possa creare anche
soltanto un minimo sospetto in quell'uomo, è chiaro? Ragazzina...
guardami negli occhi... è davvero di importanza capitale che lui non
sospetti assolutamente nulla. Sarebbero guai davvero seri. Non so
quanto la mia famiglia potrebbe tenermi lontano dalle grinfie infide
di quell'essere immondo, è troppo vicino al papa. E per te potrebbe
essere pure peggio.”
Le aveva preso il volto tra le mani.
“Razionalmente so che dietro ogni crudeltà esiste il profondo dolore
del senso di separazione da Dio. Sempre razionalmente so che
dovrei guardare quell'uomo con la compassione di chi comprende
quel dolore. Ma visceralmente non ci riesco e ti prego, ti prego di
fare la massima attenzione.”
Non aveva aggiunto altro.
Si era alzato, rivestito e seduto allo scrittoio, come volesse invitare
silenziosamente Mirta ad andarsene.
E così lei fece.
Nei giorni successivi il trambusto fu tanto.
Le monache più giovani si davano un gran da fare per pulire,
sistemare, aggiustare, quelle più anziane ricamavano a più non
posso biancheria, tovaglie e lenzuola e quasi tutte si occupavano
dei nuovi abbondantissimi arrivi della cucina.
C'erano polli, conigli, verdure varie, frutta e tanto, tanto vino.
In pochi giorni tutto sarebbe dovuto essere perfetto e la priora era
eccitatissima, dirigeva i lavori e impartiva ordini con assoluta
maestranza.
Padre Marco la lasciava fare, approfittando di quel suo momento di
gloria per tirarla un po' dalla sua parte.
Non la credeva un pericolo, ma un pizzico di cautela in più non
avrebbe guastato.
Mirta guardava a quelle giornate che sembravano di festa con occhi
sospetti dopo quello che le aveva detto Marco e vedere tutte quelle
monache esaltate per l'imminente visita di un tale individuo le
metteva tristezza.
Soltanto Silvana sembrava immune all'aria di festa.
Svolgeva i suoi compiti con la determinazione di sempre, ma era
assente.
In alcuni momenti sembrava addirittura inquieta, tesa, distratta e
un pomeriggio Mirta decise di indagare.
Voleva davvero molto bene a Silvana e non le piaceva affatto
vederla così.
Le si avvicinò quando la vide camminare velocemente verso le
cucine e buttò la sua domanda a bruciapelo: “Che ti succede in
questi giorni Silvana?”
Lei si fermò, le puntò addosso il suo sguardo color nocciola e
rispose, altrettanto a bruciapelo: “Non lo so.”
Camminarono per un tratto di percorso insieme, sentendosi l'un
l'altra profondamente nel cuore, poi Mirta prese una direzione
diversa e si diresse verso la chiesa.
Quella chiesa solitamente scarna e spoglia si stava rivestendo di
preziose statue, tappeti, candelabri, ricamatissime e dorate tovaglie
per l'altare, calici d'oro e un nuovo tabernacolo.
Il suo turno di lavoro era lì quel pomeriggio e non si capacitava
della quantità di roba arrivata da chissà dove che andava sistemata.
Si diedero tutte un gran da fare le monache del gruppo e prima
dell'ora del pasto serale la chiesa risplendeva nella sua nuova,
pomposa veste.
La priora era decisamente deliziata da quell'ostentazione.
Il pasto si svolse piuttosto silenzioso e come ormai consolidata
consuetudine, Mirta e Marco si incontrarono nel loro posto privato.
“Silvana era davvero piuttosto inquieta oggi. Ho provato a
domandarle, ma non ha detto niente. Soltanto che nemmeno lei sa
il perchè. Tu ne sai qualcosa?”
Mirta cominciava ad essere davvero preoccupata, perchè anche a
cena Silvana le era sembrata molto tesa e nervosa.
Aveva mangiato poco, ed era insolito per lei.
“Sta attraversando un momento molto delicato. Non ti parlerò del
percorso che sta facendo Silvana, perchè è mio compito proteggere
le anime che mi sono state affidate, ma tu sai quello che ha dovuto
subire all'età di undici anni. E' stato per lei un trauma talmente
forte che un grosso frammento della sua anima è rimasto lì, è
ancora aggrappato a quel momento e sta lottando per
ricongiungersi con la sua parte mancante, quella che ora è qui con
noi. La rabbia e il furore la stanno tenendo in vita per ora, ma non
potrà andare avanti così ancora per molto. Ha bisogno di guarire, di
trovare la porta che la riconduca a se stessa.”
“E tu come la stai aiutando?”
“Facendole praticare la Magia.”
Mirta non seppe più che dire.
Passarono il resto della serata lei leggendo e lui scrivendo.
Il giorno seguente era quello dell'arrivo del cardinale.
I preparativi erano terminati, la priora esaltata e l'arrivo del
cardinale fu annunciato dal suo seguito, dietro al quale, trasportato
su una comoda poltrona, il cardinale fece la sua comparsa.
Erano tutti nella sala dei pasti, dove una sfolgorante abbondanza di
cibo spiccava da sopra la tavolata adeguatamente rivestita con una
tovaglia rossa.
Il volto di quel cardinale era davvero terrificante: una lunga e
spessa cicatrice partiva dalla bocca torva per arrivare fin quasi
all'orecchio e in mezzo a piccoli occhietti grigi trionfava un naso
davvero enorme, a palla, con piccole venuzze rosse e blu che lo
decoravano in modo disgustoso.
Riccamente vestito, con grossi anelli d'oro massiccio su ogni dito e
una croce pendente da quello che avrebbe dovuto essere il posto
per il suo collo, scese dalla poltrona con la quale era stato
trasportato fin lì e si sedette su quella appositamente preparata per
lui al capo del tavolo.
Era decisamente grasso.
Dopo una rapida preghiera di ringraziamento per il cibo sulla tavola,
il cardinale si buttò sul cibo come un animale affamato.
Anche il suo modo di mangiare era disgustoso e la sua bocca unta
impediva a Mirta di gustare quella manna dal cielo.
Certo alle monache non era stato riservato lo stesso trattamento
del cardinale e del suo seguito, ma era stata comunque concessa
una ricca mensa.
Anche padre Marco usufruiva dello stesso trattamento delle
monache.
Il cardinale sembrava contrariato dalla promiscuità di quel pasto,
intendendo sottolineare soprattutto la posizione e il rango di cui lui
faceva parte e che avrebbe dovuto garantirgli tutte le conseguenze
del caso.
Si rivolgeva alla priora dicendo queste cose e lei, in silenzio,
cercava di fare il possibile per dimostrare quanto fosse dispiaciuta
per quell'inconveniente.
Padre Marco intervenne nel discorso addossandosi la colpa,
spiegando al cardinale che la priora aveva adempiuto a suoi precisi
ordini e che la scelta di un pasto in comune gli era sembrata molto
cristiana, per quel motivo aveva disposto le cose in quel modo.
Si scusò sinceramente e si prese l'incarico di adibire una stanza dei
pasti privata per il cardinale e il suo seguito.
Lui parve apprezzare, ma riprese in modo piuttosto sprezzante il
modo liberale con cui aveva gestito la cosa.
Fino a quel momento, immancabilmente seduta accanto a Mirta,
Silvana non aveva mai alzato lo sguardo e si era nutrita poco anche
quella sera.
Le stava sfiorando una mano in segno di saluto, in un gesto
d'affetto quando alzò lo sguardo verso il cardinale.
Rimase irrigidita per un attimo e poi svenne.
Mirta la sosteneva, mentre padre Marco prontamente si era alzato e
la raggiungeva, tastandole prima il polso e poi la fronte.
Ordinò a due monache di trasportare suor Genoveffa nella sua cella.
Le due monache tergiversavano aspettando un segnale di assenso
dalla priora, che disperatamente cercava lo sguardo del cardinale
per capire che cosa voleva che lei facesse, ma di fronte all'assoluta
indifferenza di lui per l'accaduto, si ritrovò a dover dare il suo
assenso.
Non poteva certo contrastare gli ordini del prete di fronte al
cardinale.
Le due monache portarono via Silvana e padre Marco si risedette al
suo posto, perfettamente consapevole che se si fosse allontanato
da quel tavolo per andare ad aiutarla, avrebbe suscitato le ire di
quell'uomo.
Mirta però sapeva che stava fremendo.
Marco fu trattenuto lungamente anche dopo il pasto, per aiutare il
cardinale e il suo seguito a sistemarsi nelle loro confortevoli celle.
La maggior parte delle monache era ridotta a condividere con le
consorelle una camerata a più brande e qualcuna la fortuna di
condividere in due la cella.
La priora si era appioppata la sua monachella pallida e Mirta aveva
avuto la fortuna di ritrovarsi con Silvana.
Sapeva che quella fortuna si chiamava Marco.
La parte abitata del monastero non era molto grande e avevano
dovuto arrangiarsi così.
Anche Mirta era stata trattenuta dalle faccende in cucina e quando
riuscì ad arrivare alla cella condivisa con Silvana, Marco stava
uscendo dalla porta, richiudendola dietro di sé.
“Come sta?”
“Ora è sveglia. Lui è l'uomo che l'ha stuprata.”
Capitolo 7

Il cardinale Giuliano si fermò al monastero per una settimana.


Interrogò ogni singola monaca indagando su padre Marco, sperando
di coglierlo in fallo, perchè le sue mire erano di arrivare a gestire
personalmente le anime nel monastero.
Avrebbe volentieri messo uno dei suoi alla guida di quel posto.
Era un uomo ambizioso, manipolatore e crudele.
Il suo atteggiamento di aggressiva superiorità aveva messo in
allarme tutte le monache, che, confrontandolo con la dolcezza di
padre Marco, le aveva portate tutte, chi più chi meno, a mostrare i
lati migliori della nuova guida spirituale.
Persino la priora aveva messo una buona parola per lui.
Certo non voleva tra i piedi padre Marco, ma ancor meno un
personaggio come il cardinale Giuliano.
In più padre Marco restava protetto dall'influenza della sua famiglia,
che persino il papa in persona teneva sott'occhio e quindi non fu
possibile per il cardinale trovare pretesti per l'allontanamento del
prete.
Gli serviva sicuramente di più che il modo piuttosto liberale in cui
gestiva il monastero.
Mirta e Marco erano stati particolarmente attenti, non si erano mai
incontrati durante quella settimana e avevano evitato ogni sguardo,
gesto o parola che avrebbe potuto creare un sospetto.
Erano già molto bravi in questo, ma quella settimana lo furono
ancora di più.
Quindi il cardinale Giuliano, rabbioso per non essere riuscito a
concludere niente, finalmente se ne andò.
Era stata davvero dura per Silvana.
Mirta, una mattina di turno insieme in cucina, la vide persino
prendere un coltello e nasconderlo sotto alla sopraveste, infilandolo
nella corda in vita.
Padre Marco le era stato vicino il più possibile, ogni momento
possibile e le aveva dato ogni compito immaginabile per tenerla
occupata.
Ma per Silvana era stata comunque una settimana davvero
difficilissima da sopportare.
Nella cella che condividevano la sera, Mirta l'aveva sentita spesso
piangere, tirare pugni sul sottile materasso della branda e
imprecare contro il cardinale.
Qualsiasi parola avrebbe potuto e voluto dirle le sembrava vuota,
priva di senso, quindi scelse il silenzio, limitandosi a semplici gesti
per dimostrare il suo affetto, come accarezzarle la testa prima che
si addormentasse.
E una sera successe qualcosa.
Quando Mirta e Marco si rincontrarono per la prima volta dopo la
partenza del cardinale parlarono a lungo di Silvana e Mirta era
impaziente di raccontargli quanto accaduto.
“Ma prima devi dirmi come l'hai aiutata” gli disse, quando lui,
giocosamente insistendo, la stuzzicava per farsi raccontare tutto.
Marco divenne serio.
Aveva appena fatto cenno di cominciare a parlare quando Mirta gli
domandò: “Cosa sono tutti quegli oggetti, fatti di rametti e foglie,
che le ho visto costruire di nascosto in questi giorni? Tu lo sai?”
“Amuleti di protezione credo. Io stesso le ho suggerito di crearne
uno quando mi ha confessato che era pronta ad uccidere il
cardinale. Se avessi dovuto ascoltare la mia sete di vendetta l'avrei
lasciata fare, ma non sono certo che avrebbe aiutato davvero lei. Il
frammento della sua anima sarebbe quasi sicuramente rimasto
attaccato all'evento della sua infanzia che l'ha travolta e sono
riuscito a convincerla a non farlo soltanto quando le ho fatto notare
che, morto il cardinale, per lei la punizione sarebbe stata tremenda
e in ogni caso lui avrebbe vinto ancora una volta. Soltanto così sono
riuscito a calmarla un po'. Evidentemente ha riversato tutta la sua
energia nel costruire quegli amuleti.”
“E anche a piangere” l'aveva interrotto Mirta.
“Lo so” sottolineò immediatamente Marco, “E questo credo le abbia
fatto davvero bene. Non aveva mai più pianto da quell'evento. Non
ha voluto mostrarmele, ma so che ha parecchie cicatrici su tutto il
corpo e io riesco a vedere chiaramente quelle della sua anima.”
Si era fatto cupo in volto e tormentava le mani mentre continuava a
parlare.
“Non so quanto ti abbia raccontato di quell'evento, ma con me è
stata piuttosto dettagliata e ti giuro che non riesco a credere a ciò
che quell'uomo le ha fatto. A te li risparmio certi particolari, ma la
ferocia con cui si è accanito su di lei mi fa pensare ad un miracolo
che sia sopravvissuta. Mi ha ripetuto spesso che la vera crudeltà
che le ha fatto quell'uomo è stata non ucciderla alla fine. L'ha
buttata nella melma della strada, lasciandola tramortita, forse con
la soddisfazione di aver marchiato un'anima per sempre. E' stato in
quel momento credo, che il frammento dell'anima di Silvana si è
ancorato lì. Ho conosciuto altre donne vittime di quel tipo di
violenza, donne che hanno scelto di togliersi la vita, che io non ho
saputo aiutare...”
Marco ormai piangeva a dirotto.
Mentre parlava aveva cominciato ad agitarsi sempre di più, come se
qualcosa di mostruoso gli si muovesse dentro e lo divorasse, finchè
era scoppiato in quel pianto, che invece di liberarlo pareva lo stesse
facendo sprofondare sempre di più.
“Silvana è una persona incredibile. Sta sopravvivendo a qualcosa
che accade davvero di rado e che porta alla morte dopo poco
tempo. Lei è ancora viva e io non so come aiutarla!”
Mirta si era alzata per versare del vino in una tazza, che porse a
Marco.
Lui intanto cercava di calmarsi respirando profondamente.
“In questi giorni è stato tremendo vederla, stare con lei, sentire il
suo tormento, il dolore del ricordo, la brama di vendetta... non
sapevo davvero cosa fare... non posso pensare a cosa deve aver
passato... perdonami Silvana...”
Sembrava essersi allontanato.
Parlottava tra sé e sé in un modo che era diventato incomprensibile,
gesticolava e si muoveva per la stanza in modo frenetico,
impossibilitato a rilassarsi, a prestare attenzione a Mirta, che ora
non lo guardava più.
Pensava a Silvana.
Uscì dalla stanza senza dire niente, senza neanche salutare, perchè
probabilmente Marco non l'avrebbe nemmeno sentita.
Tornata nella sua cella, di nuovo da sola, fu lei a scoppiare in
lacrime.
Quella notte non riuscì a dormire, perchè appena chiudeva gli occhi
le si riempiva la mente di immagini violente, sanguinose, vedeva
Silvana straziata, le sue due piccole amiche d'infanzia condannate a
un destino crudele, vedeva la faccia mostruosa del cardinale che
rideva in modo sadico, spaventoso... vedeva l'orrore dell'essere
umano...
Le giornate successive fu Mirta a sembrare assente.
Non era più andata alle serate con Marco, non aveva più parlato con
Silvana, non si era più concessa l'abituale piacere di amare il suo
corpo...
Fu proprio Silvana a sbloccare quella clausura nella clausura.
“Mi dici che ti succede?” le chiese un pomeriggio che si recavano
insieme al turno in cucina.
Mirta la guardò negli occhi, ma non riuscì a dire niente, si limitò a
sfiorarle una mano e a sorridere un po' forzatamente.
Poi incrociarono padre Marco, che durante quei giorni le aveva
osservate entrambe con particolare attenzione e che disse, senza
fermarsi né rallentare: “Stasera vi voglio tutte e due nel mio studio
privato”, svanendo presto alla loro vista.
La giornata fu meno tesa per Mirta, che pareva aver recuperato un
pizzico di serenità.
Lei e Silvana erano state insieme praticamente tutto il tempo, fra i
turni in cucina, la pulizia della stanza da bagno, le ore di studio e di
preghiera e Mirta l'aveva osservata come non aveva mai fatto
prima.
Sapeva bene quello che le era successo, ma non aveva mai
approfondito l'argomento, non si era mai preoccupata di parlarne
con lei, di chiederle qualsiasi cosa, nemmeno come si sentisse e
questo ora le creava un forte disagio.
Dopo tutto quello che le aveva detto Marco si sentiva una pessima
amica.
Nel piccolo corpo di Silvana c'era davvero una forza poderosa.
L'aveva vista per tutto il giorno spostare pesi, strofinare
vigorosamente, correre di qua e di là per fare tutto quello che c'era
da fare, come sempre, ma ora Mirta capiva sempre meglio il
perchè.
Anche durante i pasti l'aveva osservata attentamente.
Aveva ripreso a mangiare con l'appetito che ben ricordava e
sembrava essere tornata un po' di luce sul suo volto.
Quando, finito il pasto della sera, si ritrovarono davanti alla porta
dello studio privato di padre Marco, istintivamente si cercarono la
mano e quando lui aprì la porta e le vide mano nella mano, sorrise.
“Prego, accomodatevi” disse, mentre con il braccio faceva il gesto
d'invito.
Nel camino il fuoco scoppiettava.
Quelle serate d'autunno cominciavano in effetti ad essere piuttosto
fresche e il fuoco nel camino aveva creato un piacevolissimo
ambiente.
Come sempre mucchi di libri e fogli troneggiavano da sopra lo
scrittoio e tre coppe di vino aspettavano proprio lì.
Padre Marco ne porse una prima a Silvana, poi a Mirta.
La sua la lasciò dov'era.
Le aveva fatte accomodare davanti al fuoco e mentre loro
sorseggiavano con piacere il loro vino, cominciò a parlare.
“Questi giorni sono stati duri per tutti, soprattutto per suor
Genoveffa.”
“Per favore padre Marco, non mi chiami così!” aveva subito detto
Silvana, facendo tremare il vino dentro alla sua coppa.
“Hai ragione, perdonami Silvana.”
Le si era avvicinato versandole altro vino.
“Visti i tempi duri appena passati ho intenzione di farvi una
sorpresa” disse poi mentre si avvicinava alla porta e faceva loro
segno di seguirlo.
Sorrideva e appena Mirta e Silvana ebbero trangugiato il vino
rimasto nelle coppe, si apprestarono a seguirlo.
I corridoi del monastero erano adesso completamente al buio.
Padre Marco, con una piccola lanterna in mano, procedeva a passo
cauto, attento ad ogni minimo rumore.
Appena terminata quella che era sembrata un'interminabile
camminata, si ritrovarono davanti ad una grossa e spessa porta di
legno e ferro battuto.
Anche quella porta Mirta l'aveva sempre vista chiusa.
“Questa è una parte del monastero rimasta chiusa per anni. Sono
riuscito a farmi dare la chiave dalla priora e ora spero di convincerla
a riaprirla” stava dicendo mentre infilava una grossa chiave nella
serratura piuttosto arrugginita.
La grossa porta cigolava in modo sinistro quando girò sui cardini e
padre Marco la aprì appena per passare un po' di traverso uno alla
volta.
Appena tutti e tre furono dall'altra parte lui la richiuse e si
incamminò di nuovo.
Stavolta la camminata fu breve e senza tensioni.
La quiete di quella parte del monastero trasmetteva realmente le
sensazioni di un luogo abbandonato.
Mirta inciampò in una delle grosse pietre piatte del pavimento
divelto e per non cadere si aggrappò a Silvana, che ancora una
volta cercò la sua mano e, trattenendola, la strinse forte.
Camminarono così, seguendo padre Marco e quando lui chiese di
aspettarlo un momento, sparendo dietro un'altra porta, si strinsero
di più una accanto all'altra.
“Come stai?” chiese Silvana.
“Come stai tu” ribadì immediatamente Mirta “Sono davvero una
pessima amica. Mi perdonerai?”
“Di cosa dovrei perdonarti?”
“Di non esserti stata vicina abbastanza in questo momento terribile.
Forse non so neanche immaginare quanto tu sia stata male.”
“Non potevi fare proprio niente”, cercò di rassicurarla Silvana, “è
una cosa che riguarda me soltanto. E poi ho padre Marco che mi
aiuta. E molto.”
Erano rimaste in silenzio dopo quello che si erano dette, vicine l'una
all'altra, immerse nel buio in cui le aveva lasciate il prete.
Poi una luce si intravide oltre la porta che aveva oltrepassato.
Appena si fu avvicinata abbastanza, la voce di padre Marco le invitò
a seguirlo.
Pochi passi e dietro l'angolo del corridoio una luce più forte rese
immediatamente riconoscibile la meta.
Quando Mirta si affacciò alla porta da cui proveniva la luce rimase a
bocca aperta.
La torcia che illuminava la stanza ne lasciava intravedere soltanto
una parte e Mirta non sapeva se fosse l'effetto del vino, che
cominciava a farsi sentire, ma quel luogo le sembrava incantato.
Enormi scaffali di legno intarsiato contenevano centinaia di libri i cui
dorsi brillavano sotto la luce della torcia e sul grosso tavolo davanti
a lei altri grossi libri, uno sull'altro, la richiamavano in modo
ipnotico.
Pensò per un attimo che non ci poteva essere al mondo un posto
più bello.
Dirigendosi verso il tavolo e quei libri, sentì appena padre Marco
dire che lui e Silvana sarebbero tornati presto.
Non li vide nemmeno allontanarsi.
Guardando quel posto e tutti quei libri ricordò sua nonna e tutte le
storie che le aveva raccontato su magnifiche e immense biblioteche
in cui tutto il sapere umano era racchiuso.
Ora, davanti a quell'immensità, si rese conto che quelli della nonna
non erano i deliri di una povera pazza.
E di nuovo riemerse alla memoria anche la frase che aveva sentito
pronunciare da padre Marco, la stessa che più di una volta aveva
sentito dalla nonna.
Con lui non ne aveva mai parlato, ma sentiva che l'avrebbe fatto
molto presto.
Passò in rassegna tutti i libri nel raggio d'illuminazione della torcia,
prendendone qualcuno e sfogliandolo come se fosse stato la cosa
più preziosa del mondo.
Si sentiva in paradiso mentre aspettava che Marco e Silvana
tornassero.
Passò parecchio tempo prima di vederli ricomparire e Silvana aveva
un'espressione estasiata.
Non ci fu tempo di dirsi niente, perchè padre Marco le sollecitò ad
allontanarsi velocemente per tornare al suo studio.
Così fecero, senza inconvenienti.
Appena la porta dello studio fu chiusa dietro di loro, Silvana scoppiò
in una fragorosa risata, coinvolgendo anche padre Marco e Mirta.
Passarono parecchi minuti a godersi quella risata liberatoria e
quando l'effetto cessò altro vino finì nelle loro mani.
Il fuoco del camino era ormai quasi spento, ma nell'ambiente il
tepore era ancora invitante.
Padre Marco si avvicinò a Silvana, tirando fuori da una tasca della
tunica la grossa chiave del portone e porgendogliela le disse:
“Questa per ora tienila tu. Trova il modo di farne una copia.”
Mirta si incuriosì non poco, rendendosi conto anche di non avere
nessuna idea di dove fossero andati quando si erano allontanati, ma
alle sue domande rispose soltanto Silvana: “Domani ti mostro una
cosa”, le disse sottovoce sorridendo.
Poi restarono in silenzio tutti e tre.
Era sicuramente molto tardi, ma a nessuno di loro sembrava
importare.
Le due amiche erano sedute sulla branda mentre Marco scriveva e
bevevano lentamente il loro vino, assaporando anche i loro pensieri.
A un certo punto Silvana, a voce molto bassa, cominciò a cantare,
dondolandosi avanti e indietro.
Anche Mirta conosceva quella canzone e cominciò a cantare insieme
a lei, guardandola negli occhi.
Silvana era davvero radiosa e continuando a dondolare posò il
calice del vino vicino ai suoi piedi, prese le mani di Mirta e la invitò
ad alzarsi.
Appena furono entrambe in piedi, una di fronte all'altra, Silvana
abbracciò l'amica e si mosse, come per ballare.
Mirta seguiva il movimento lento di Silvana, che alzò lo sguardo e la
fissò per un momento in un modo che le era sembrato indecifrabile.
Poi la baciò sulle labbra.
E Mirta rispose al bacio.
Capitolo 8

Il fuoco scaldava i loro corpi ormai nudi.


In piedi vicino al camino, abbracciate, sembravano continuare a
ballare mentre si accarezzavano la schiena.
Padre Marco le guardava, seduto allo scrittoio, con la piuma bianca
ancora in mano.
Le loro labbra si cercavano con un desiderio sempre più intenso, le
mani diventavano pian piano più avide di pelle e di carne, i corpi
sempre più aderenti, gli sguardi sempre più appassionati.
Mirta si mise in ginocchio, sopra alle vesti sparpagliate sotto di loro
e cominciò dolcemente a baciare il ventre di Silvana, seguendo con
le labbra la lunga e spessa cicatrice che dall'ombelico le scendeva
fino quasi alla coscia.
La baciava teneramente, mentre con le mani accarezzava le sue
natiche sode e la parte pelosa di Silvana profumava di bosco.
Tutta Silvana profumava di bosco.
Mirta era inebriata da quel piccolo corpo caldo, così intensamente
profumato, forte, eppure tanto fragile, morbido nonostante le
numerose cicatrici che aveva sentito sotto le dita e molto, molto
eccitante.
Le sue dita ora esploravano quella bionda zona pelosa, desiderose
di donarle piacere, di sentirla fremere, di saggiarne l'umidità.
Silvana la prese per un braccio, invitandola ad alzarsi, a stendersi
sulla branda e poi si stese di fianco a lei.
Padre Marco, che ancora le stava guardando, si alzò dalla sedia e
uscì dalla stanza.
Le due giovani donne erano rimaste sole, ma nemmeno se ne
resero conto mentre, con le loro mani sempre più complici, si
accarezzavano i seni.
Al seno destro di Silvana mancava quasi completamente il
capezzolo, strappato via da un morso a giudicare dalla strana
cicatrice e Mirta guardava quei seni come fossero un prezioso
tesoro, appoggiata sul gomito, mentre li accarezzava
delicatamente.
Ora capiva perchè Silvana non si era mai spogliata durante il rito
mattutino di purificazione del corpo.
Quel corpo martoriato le fece uscire qualche lacrima.
Silvana le accarezzava il volto, le baciava le guance, beveva le sue
lacrime e poi le spostò la mano sulla sua zona pelosa, in un gesto
quasi supplichevole e desideroso d'amore.
Mirta scoppiò in un pianto che non riusciva assolutamente a
fermare.
Si era messa in ginocchio sulla branda, seduta sui talloni e Silvana,
nella stessa posizione di fronte a lei, le teneva le mani.
“Ma non dovrei essere io a piangere?” le domandò ironica e a Mirta,
in mezzo a quelle lacrime fuori controllo, uscì dal profondo una
sincera risata.
Piangeva e rideva allo stesso tempo.
La abbracciò come mai aveva fatto, piena di un amore che non
sospettava esistesse e giurò a se stessa che si sarebbe presa cura
per sempre di quella stupenda creatura.
Appena Mirta si fu calmata un po', silenziosamente si rivestirono e
qualcuno bussò alla porta.
Era padre Marco che le avvisava dell'imminente orario della sveglia
mattutina.
Silvana era uscita di corsa, dirigendosi verso la sua cella, mentre
Mirta si era nuovamente seduta sulla branda.
Vedendole gli occhi arrossati, Marco si avvicinò chiedendole se
stava bene e al suo cenno di assenso le prese le mani, dicendo:
“Non mi hai più detto ciò che è successo qualche sera fa, quando tu
e Silvana condividevate la cella.”
“Mi ha dato un bacio sulla bocca” disse Mirta sorridendo e poi anche
lei uscì di corsa.
La giornata trascorse serena, forse un po' strana per gli
avventurieri della serata precedente, ma anche i lavori più faticosi
erano sembrati leggeri alle due consolidate amiche, perchè leggero
era il loro cuore.
Silvana sembrava aver fluttuato tutto il giorno e durante il pasto
della sera, dopo aver dato un colpetto con il gomito a Mirta per
attirare la sua attenzione, le mostrò appena dalla tasca della tonaca
la grossa chiave che le aveva lasciato padre Marco.
Non sapeva come, ma per Mirta era chiaro che si sarebbero viste
dopo nello studio del prete.
Ricordava bene la promessa di Silvana di mostrarle qualcosa, ed era
decisamente curiosa.
La delusione però le attendeva entrambe davanti alla porta della
chiesa, dove padre Marco sollecitò Silvana a restituirgli in fretta la
chiave.
“La priora sta venendo a riprenderla. E' in allarme per qualcosa e
quindi vi consiglio di sparire” disse, rientrando poi immediatamente
e chiudendo la porta.
Le due amiche si nascosero in fretta, appena in tempo per sentire la
priora arrivare e quando entrò in chiesa, con al seguito
l'immancabile suor Matilde, sempre più pallida, cercarono di
origliare attraverso la porta, ma non riuscirono a sentire niente.
La priora si trattenne a lungo, tanto che decisero di andarsene.
Mentre camminavano sotto il porticato del chiostro dirigendosi alle
loro celle, la luce della luna investì in pieno Silvana, che prese per
mano Mirta e si mise a correre verso il pozzo al centro del giardino,
girandogli intorno e sedendosi sul lato adombrato.
Le fece cenno di sedersi e Mirta si accomodò di fianco a lei.
Era bellissimo.
Il silenzio della notte s'interrompeva soltanto al verso dei rapaci
notturni e il profumo dell'autunno inoltrato, la brezza leggera che
accarezzava i loro volti e quella vicinanza complice, così lontana
dalle imposizioni, rendeva tutto beatificante.
Silvana aveva preso di nuovo la mano di Mirta e l'accarezzava,
mentre con un sussurro disse rivolgendosi alla luna piena: “Questa
è una notte perfetta per le streghe.”
Sembrava rapita da chissà quale pensiero, come osservasse
qualcosa di meraviglioso che la faceva sorridere, una scena nella
sua mente dalla quale non voleva distogliersi.
Irradiava potere.
Rimasero così a lungo, sedute una di fianco all'altra, immerse nella
perfetta e silenziosa atmosfera di quel momento, fin quando Silvana
guardò l'amica negli occhi e cominciò a parlare, sempre
sommessamente: “Padre Marco mi ha detto che sono una strega. In
realtà dice che tutte le femmine lo sono. Mi sta insegnando la
magia. Guarda...” e prese in mano un piccolo sasso.
L'aveva chiuso tra i due palmi delle mani, recitando qualcosa tra sé
e sé e dopo qualche istante mostrò a Mirta la pietra, che brillava
luminosa.
La sua espressione fece ridere Silvana.
“E' la stessa faccia che ho fatto io la prima volta che sono riuscita a
farlo. Era da tempo che ci provavo e quando ci sono riuscita non ci
credevo. La pietra era lì, luminosa, ma io non ci credevo!”
La sua risata si fece più forte, spavalda, incurante della situazione
potenzialmente a rischio, poi si alzò, cominciando a saltellare
intorno al pozzo, con il braccio sollevato e tra le dita la pietra
luminescente, come volesse donarla alla luna.
Appena si fu riseduta al suo fianco, Mirta le domandò: “Ma come
hai fatto?”
“Ho chiesto alla pietra di mostrarmi la sua essenza. Lo sapevi che
tutto quanto è fatto di luce? E' vero, io l'ho visto. E la tua luce è
bellissima, amica mia. Io ti amo davvero tanto” le aveva risposto
mentre nuovamente si rialzava, in procinto di correre via.
Mirta la fermò afferrandole l'orlo della tonaca e domandò: “Cos'è
che volevi mostrarmi stasera?”
“E' una sorpresa” le aveva risposto Silvana, con l'espressione di chi
conserva un grande segreto.
Poi se n'era andata.
Era rimasta da sola vicino a quel pozzo, seduta nella sorprendente
notte di luna piena che ora respirava a pieni polmoni e prese il
piccolo sasso luminoso che l'amica le aveva lasciato a fianco,
osservando quella luce affievolirsi poco a poco.
Cominciava a sentire la stanchezza dell'ora tarda e della precedente
notte senza sonno.
Si addormentò lì dov'era.
Da che aveva chiuso gli occhi, sembrava passato soltanto un istante
quando sentì la mano di qualcuno toccarle la spalla.
Fortunatamente era una delle giovani monache non al seguito della
priora e Mirta si sentì quindi al sicuro non appena ebbe realizzato la
strana situazione in cui si trovava.
Quella mattina oltretutto era il suo turno di riempire i pentoloni per
il rito di purificazione e la giovane monaca aveva sicuramente
pensato che Mirta si trovasse lì per quello, in attesa delle altre di
turno e innocentemente addormentatasi un attimo per lenire i
disagi della quotidiana levataccia.
Infatti stava sorridendo e la invitava ad alzarsi velocemente perchè
erano in arrivo le compagne del turno, Francesca e un'altra giovane
monaca, che le raggiunsero ben presto.
Mirta si sentiva piuttosto assonnata, ma ritrovò presto il suo vigore
tra i secchi da trasportare e le chiacchiere di Francesca che la
informava di tutte le novità.
Le aveva parlato dei cambi nei turni, del nuovo orario delle lezioni
di padre Marco, delle lettere arrivate dalla santa sede per la priora e
per padre Marco...
Questo fece drizzare le orecchie di Mirta che cercò di saperne di più,
ma stranamente Francesca rimaneva abbottonata, il che poteva
soltanto significare che neppure lei sapeva niente del contenuto
delle due lettere.
Il mistero fu svelato dallo stesso padre Marco durante il pasto del
mattino.
Si dichiarava piuttosto dispiaciuto, ma un monito giunto
direttamente dal papa era stato piuttosto chiaro sull'inaccettabile
modo liberale con cui dirigeva le cose al monastero e gli ordinava di
“ripristinare la necessaria disciplina”, pena l'allontanamento.
Specificò che lui e la priora avevano molto discusso sulla questione,
anche provando a trovare nuove soluzioni, ma erano comunque
arrivati alla conclusione che alcuni cambiamenti andavano fatti,
inevitabilmente.
Dichiarò quindi il ripristino di alcune antiche regole e la cessazione
delle ore di studio private.
Nella sala dei pasti sembrava essere scesa l'ombra
dell'insoddisfazione, ma nessuna delle monache disse niente,
nemmeno Mirta, nonostante sentisse l'impeto della sua ribellione.
Si era limitata a guardare padre Marco con aria interrogativa, ma lui
aveva deliberatamente evitato il suo sguardo.
Anche la priora intervenne, raccomandando a tutte le monache di
accettare di buon grado questi ulteriori cambiamenti “per agevolare
il nostro amato padre Marco”.
Mirta sapeva bene che quella della priora era una maschera e che il
suo dispiacere per l'accaduto derivava esclusivamente dal fatto che
con la cessazione delle ore di studio private si sarebbe di molto
limitata la sua libertà d'azione.
L'aveva vista più di una volta vessare le monache, approfittando
proprio di quei momenti in cui padre Marco era impegnato nelle
lezioni private e anche lei stessa era stata vittima della malignità
della priora.
Se una parte di lei si sentiva sollevata all'idea che la tirannia della
priora si sarebbe smorzata almeno un po', un'altra parte si sentiva
disperata davanti alla prospettiva di dover rinunciare a quei
momenti di studio, che considerava preziosissimi.
E per molte ragioni.
Non soltanto Marco era stato il primo uomo con cui aveva
conosciuto i piaceri del sesso e con cui avrebbe volentieri esplorato
ancora quell'aspetto della vita, ma lui era soprattutto quella fonte
inesauribile di conoscenza della quale Mirta si sentiva avida e di cui
proprio non riusciva a pensare di poter fare a meno.
Certamente non sarebbe bastata l'ora di lezione collettiva per
soddisfare la sua fame.
Cercava disperatamente lo sguardo di Marco e quando finalmente
riuscì a incrociarlo, bastò un istante per riconoscerne la complicità.
Si sentì immediatamente rassicurata, ma la sua giornata passò
comunque piuttosto nervosamente.
Dopo il pasto serale aveva atteso che tutte le monache fossero
ritirate nelle loro celle ed era sgattaiolata verso lo studio di Marco.
Bussò piano e appena la porta si aprì l'abbraccio di Marco la
travolse.
La baciava con un ardore che le era ancora sconosciuto e Mirta si
lasciò andare, completamente rapita da quella passione.
Avevano fatto l'amore completamente vestiti e soltanto dopo,
quando si erano stesi sulla branda uno di fianco all'altra, ideando
modi e momenti per i loro incontri, Mirta era riuscita finalmente a
rilassarsi.
“Immagino che l'origine di tutto questo sia il cardinale Giuliano”
disse lei mentre di nuovo in piedi si aggiustava il velo in procinto di
tornare alla sua cella.
“Inevitabile...”
Un velo di tristezza negli occhi di Marco aveva accompagnato il filo
di voce con cui quella parola era emersa sulle sue labbra.
“Ragazzina... promettimi che sarai cauta” aggiunse poi e Mirta gli
sorrise la sua promessa.
L'aveva baciata ancora appassionatamente prima che uscisse dalla
stanza, mettendole in mano la chiave che dava l'accesso
all'immensa biblioteca e chiedendole di restituirla a Silvana:
“Questa è importante per lei” aveva detto, “assicurati che ne faccia
una copia prima di farmela riavere. Sarà una gran cosa anche per
te ragazzina.”
Camminando nel silenzio, nel buio di quei corridoi e stringendo la
grossa chiave, senza che ancora se ne rendesse conto, per Mirta si
stava accendendo la luce di una nuova speranza.
Capitolo 9

Stava arrivando il periodo del Natale.


Fervevano i preparativi per l'imminente nuova visita del cardinale
Giuliano e Silvana fremeva.
Anche Mirta e soprattutto padre Marco.
La priora invece sembrava assolutamente serena, addirittura
rilassata, umana.
Aveva persino permesso a Silvana, la sua inafferrabile suor
Genoveffa, di gestire il fuoco nelle cucine, compreso fare la legna
per il camino.
Un toccasana per lei in quel momento.
Quella minuscola esplosione di forza trovava sfogo nei lavori che le
permettevano proprio di esplodere e poi aveva bisogno di gestire il
fuoco, perchè c'era la sua chiave da duplicare.
Era concentratissima.
La chiave era grossa e pesante e apriva una porta altrettanto
grossa e pesante, per duplicarla serviva un materiale pesante.
Che Silvana aveva trovato.
Una mattina l'aveva arroventato e modellato il più fedelmente
possibile, riuscendo a ficcarlo nell'acqua fredda appena in tempo
per evitare che la priora la vedesse.
Il vapore sprigionato diede l'innocente impressione di vapore
d'acqua calda e la priora, passando in rassegna i preparativi in
cucina per l'arrivo del cardinale, quasi nemmeno lo notò.
Appena la priora se n'era andata, infastidita soltanto dai tempi
secondo lei piuttosto lenti dei preparativi, Silvana era sgattaiolata
chissà dove.
Mancava soltanto un giorno all'arrivo del cardinale e tutto era stato
predisposto per sua comodità.
L'opulenza delle cucine, la ricchezza degli addobbi nella chiesa e gli
sfratti subiti dalle monache dalle loro celle la diceva lunga
sull'ostentazione che il cardinale voleva fare del suo potere.
Anche alla priora era toccata la stanza comune, ma sembrava non
importarle.
Tutte e trentacinque le monache assemblate, con le loro brande,
nella stanza dello studio, fra anziane flatulenti e grosse russatrici.
Quella notte Mirta non riusciva proprio a dormire, ma più che il
fracasso era il pensiero di Silvana a tenerla sveglia.
Qualche branda più in là, rannicchiata, Silvana sembrava dormire,
ma Mirta non ne era affatto sicura.
Il giorno seguente sarebbe arrivato il cardinale, ed era stata
sfuggente con lei in quei giorni appena trascorsi, quindi non aveva
nessuna idea di cosa avesse in mente Silvana.
In realtà temeva il peggio.
Nemmeno con padre Marco era riuscita a parlare.
Quella notte dormì davvero poco.
Nelle ore di primo pomeriggio del giorno seguente, la pomposità
cardinalizia con il suo seguito decretò l'inizio di una visita che
sarebbe sicuramente stata molto difficile.
Il segnale era stato chiaro da subito, da quando il cardinale aveva
posato il primo piede sul pavimento, scendendo dalla sua poltrona a
portantina e parlando a gran voce: “In questo monastero
torneranno le antiche discipline. E che padre Marco si adegui, è
ordine diretto del santo padre.”
Poi si era recato con la sua scia agli alloggi.
I giorni seguenti furono duri per tutti.
Padre Marco era rimasto invisibile praticamente per tutto il tempo,
mentre aumentavano le ore di silenzio e di preghiera, mentre
diminuivano quelle dedicate al rito di purificazione del corpo,
mentre i pasti diventavano sempre più essenziali e monotoni.
E in mezzo a quella convivenza forzata di tutte le monache anche
l'irritazione aveva fatto la sua comparsa.
Soprattutto da parte della priora.
Pretendeva il silenzio assoluto, anche durante l'ora dei pasti, che
venivano consumati nella medesima sala studio in cui erano
costrette tutte a dormire.
Si era riservata un angolo della sala in cui, con corda e lenzuola, si
era ritagliata uno spazio privato.
Non aveva potuto portarci dentro anche la sua monachella, ma
sicuramente l'avrebbe tanto voluto.
Sembrava di vivere con qualcosa di opprimente che stringeva il
torace in quel clima di silenzio forzato e di presenze inquietanti.
Ancora una volta per Silvana era stata durissima la visita del
cardinale.
Ma era rimasta fredda, efficiente, cauta.
Un pomeriggio, durante il loro turno insieme in cucina, si era
avvicinata a Mirta e le aveva piazzato in mano un pezzo di carta.
In un momento in cui era riuscita a guardarlo, ci aveva trovato
scritto: “Sto mettendo un'erba soporifera nel cibo. Stasera non
mangiare, tanto sai che alla priora non importa se mangiamo
oppure no, comunque ce la rifila la volta dopo. Appena tutti
dormono ci vediamo allo studio di padre Marco.”
Sceso il silenzio su tutto il monastero, Mirta e Silvana filarono alla
svelta da padre Marco.
Nella loro corsa a passo leggero Silvana era riuscita a dire a Mirta
soltanto che padre Marco era stato avvertito dell'incontro.
Infatti le aspettava sulla porta dello studio.
“Io non posso assolutamente venire con voi stasera, anche se
Silvana ha drogato tutti quanti” e lo disse guardandola con un largo
e complice sorriso, “sto studiando più approfonditamente norme e
regole della chiesa per trovare più scappatoie possibili agli abusi del
cardinale. Dalla mia parte ho la mia famiglia, ma anche qualcosa di
legale potrebbe essermi d'aiuto. Mi dispiace ragazze, dovrete
andare senza di me.”
“Ma andare dove?” aveva a quel punto chiesto Mirta.
“La sorpresa” le rispose immediatamente Silvana.
Era il momento tanto atteso, l'aveva immaginato, si era chiesta,
aveva osato con l'immaginazione, ma ora che era lì, vicino a Marco,
voleva soltanto restare dov'era.
Gli sguardi dei tre si incrociavano, si studiavano, si comprendevano.
“Io vado” disse poi Silvana, dileguandosi nel buio.
Mirta era entrata nella stanza, davvero sovraccarica di libri, carte e
senza più la branda, semplicemente un lercio e sottile materasso
nello stesso angolo.
Il fuoco nel camino era esiguo e anche se non faceva propriamente
freddo, l'atmosfera non era accogliente come al solito.
Marco le fece cenno di accomodarsi vicino al fuoco e non avendo
vino da offrirle, si sedette accanto a lei a mani vuote.
“Allora, come stai?” chiese.
“Dov'è andata Silvana?”
“Ha detto che è una sorpresa, giusto?”
Mirta lo guardava negli occhi come mai aveva fatto, mentre lui le
sorrideva.
Improvvisamente prese a baciarlo con una passione che travolse
completamente Marco.
L'aveva stesa sul magro materasso, la toccava, l'accarezzava, la
baciava, completamente rapito.
“Mi sei mancata” continuava a ripeterle, mentre con le mani e la
bocca sembrava volerla mangiare.
Tolti il velo, la sopraveste e la cuffia, la teneva per i capelli,
tirandole indietro la testa e le diceva: “Lo vuoi sentire, eh? Lo vuoi
sentire?”
“Si” era l'unico sottile suono che usciva dalle labbra di Mirta.
“E invece no, mettiti qui” e l'aveva strattonata per farla mettere in
ginocchio sul materasso con le mani appoggiate al muro.
“Tieni questo fra i denti” aggiunse, mentre l'orlo della sua tonaca
finiva nella bocca di Mirta.
Si era steso sotto di lei e le dita, la lingua, giocavano con la sua
parte del piacere.
La fece esplodere in fretta, era bastato davvero poco.
Poi, lì com'era, ancora sommersa dalle ondate che sentiva dentro di
lei, sentì anche il membro di Marco entrare con tutta la sua dolce
potenza.
Lo sentiva muoversi velocemente, poi più piano, fermarsi e
riprendere con un movimento deciso, in un crescendo e calando di
picchi di piacere che avvolgevano entrambi.
E così come inaspettatamente l'aveva sentito entrare, così ora lo
sentiva uscire.
“Perchè? Perchè ti sei fermato?”
“Vieni qui”
L'aveva stesa di nuovo sul nudo materassino e penetrata con un
dito, sembrava cercare qualcosa e quando l'ebbe trovato Mirta sentì
un piacere del tutto nuovo, quasi pungente, ma assolutamente
sublime.
Le baciava i seni appena scoperti da sotto la tonaca, che lei si
ritrovava sollevata fin sotto le ascelle mentre continuava a darle
quelle scosse di piacere: “Sei bella” le diceva, “incredibilmente bella
ragazzina. Sei la cosa più bella che io abbia mai visto.”
L'aveva osservata a lungo nel suo piacere, l'aveva guardata
cambiare le espressioni del volto ad ogni picco, inarcare la schiena
perfetta, afferrare i bordi del materasso quando i suoi movimenti
con il dito la portavano in alto.
E poi l'aveva di nuovo penetrata.
Qualche colpo deciso e Mirta avvertì l'esplosione di Marco dentro di
sé, che l'aveva inondata di quella inconfondibile sensazione di
potenza che sempre accompagnava la conclusione dei loro atti
d'amore.
Alla fine lui si distese sulla schiena, ansimando ancora forte e
mentre lei gli accarezzava la testa sorrise luminoso.
“Dovresti andare ora. Non ho idea di quanto duri l'effetto del
soporifero che Silvana ha messo nel cibo, ma non è il caso di
rischiare.”
“Non ci penso neanche ad andarmene ora” aveva seccamente
risposto Mirta, alzandosi dal materasso, sfilandosi la tunica che
ancora aveva addosso e cominciando a muovere il corpo in una
sensuale danza.
In quei movimenti esprimeva tutta la gratitudine per un corpo in
grado di farle provare quello che aveva appena provato.
Ballava davanti a lui, ma in realtà ballava per se stessa.
Le sue anche si muovevano da un lato all'altro, mostrando tutta la
flessuosità di un corpo perfetto, le braccia si sollevavano,
sollevando anche i seni sodi e le mani disegnavano nell'aria le
forme della bellezza sublime.
Nella penombra della stanza il corpo di Mirta mostrava soltanto la
sua sagoma, sinuosa e serpeggiante, come quella di un angelo nero
che parlava un'altra lingua e Marco aveva ascoltato attentamente.
Poi si era alzato, raccogliendo le vesti e rimettendogliele una a una
lentamente, con i gesti di un servitore attento e rispettoso.
“Ora vai ragazzina” disse, mentre apriva la porta con un gesto che
la invitava ad uscire.
Prima di varcare quella soglia Mirta saltò al collo di Marco,
abbracciandolo forte e buttando lì un “Grazie” che non attese
nemmeno la risposta.
Al rientro nel dormitorio comune, dove ancora tutte dormivano
profondamente, si accorse che Silvana non c'era.
Aveva aspettato il suo ritorno per un po', ma il sonno era stato più
forte e si era risvegliata soltanto per i fastidiosi colpi di tosse della
priora, che da dietro la sua tenda cominciava la giornata.
Fortunatamente ora riusciva a vedere chiaramente Silvana, seduta
sulla sua branda, già completamente vestita.
O forse ancora completamente vestita.
Molte delle monache fecero più fatica del solito ad alzarsi quella
mattina, compresa la priora, che andando verso la chiesa in testa
alla fila, barcollava visibilmente.
Silvana ridacchiava.
Anche la messa del mattino di padre Marco era stata piuttosto
sonnacchiosa, con il cardinale sulla sua poltrona che russava
indisturbato.
Quello era il giorno in cui finalmente se ne sarebbe andato.
Mancavano soltanto tre giorni per il Natale e il cardinale Giuliano
era atteso da un'altra parte, dove ancora una volta avrebbe avuto
chi schiacciare sotto la sua autorità.
Prima di andarsene però non mancò di riprendere padre Marco
davanti a tutte le monache: “Mi auguro che ora saprà cosa fare. Ha
tutte le direttive dal santo padre e se non starà nei termini stabiliti
ci saranno pesanti conseguenze. Il suo compito qui è rappresentare
la chiesa. Non lo dimentichi.”
Padre Marco non disse nulla.
Si era inchinato, aveva baciato l'anello e poi si era diretto in testa al
seguito del cardinale, facendo strada verso il portone d'ingresso.
Dietro all'atteggiamento dimesso del prete, Mirta sapeva esserci
una belva pronta all'attacco e lei la vedeva chiaramente.
La priora invece era stata per tutto il tempo scodinzolante dietro al
cardinale come un cane bastonato che cerca perdono e non appena
il gruppetto si era allontanato, aveva sfogato tutta la sua
frustrazione sulla povera suor Matilde, che mezza piagnucolante la
seguiva per andare chissà dove.
Silvana si era avvicinata a Mirta e le aveva sfiorato una mano.
“Sei di turno con me per le celle, vero?”
“Vero”, rispose Mirta.
Si erano incamminate verso la sala studio, il dormitorio comune che
entro sera doveva essere sgombrato.
“Le cose cambieranno presto” le aveva detto Silvana mentre si
davano da fare con materassi e brande da rimettere a posto.
Mirta non le aveva chiesto niente, non le aveva chiesto come stava,
né dove fosse andata la sera prima.
Non ne aveva avuto bisogno, perchè sul volto dell'amica vedeva
una luce che non le aveva mai visto prima, una luce che esprimeva
un potere misterioso, che metteva quasi soggezione.
Silvana sorrideva mentre la sala si svuotava, Mirta pensava alla
libertà di poter incontrare Marco ogni volta che l'avesse voluto, ed
entrambe respiravano a fondo l'aria ripulita per un Natale che
sembrava già un dono.
Capitolo 10

L'inverno era passato e Mirta non aveva ancora visto il luogo


segreto di Silvana.
Sapeva soltanto che ci si era recata piuttosto spesso.
Quella mattina sarebbero state insieme nel turno dei lavori per la
preparazione dell'orto ed era assolutamente decisa a parlarle e a
farle rivelare finalmente il segreto.
Ma Silvana l'anticipò.
“Stasera preparati. Andiamo dove sai” le aveva detto passandole
accanto dopo il pasto del mattino.
Al monastero le cose si erano fatte davvero noiose.
Il rito di purificazione del corpo si era ridotto a un numero esiguo, i
pasti erano deprimenti e insipidi, le preghiere monotone e senza
senso, le ore di studio insulse.
Fortunatamente padre Marco riusciva ad essere presente e ad
aiutare alcune delle monache più giovani, passando di nascosto
cibo, libri e parole ispiratrici.
Era diventato comunque piuttosto cauto e Mirta non era più riuscita
ad incontrarlo da sola.
Le mancavano molto i loro momenti speciali.
Studiare non era stato un problema per lei, perchè oltre ai libri che
Marco le passava di nascosto, anche durante le poche ore di lezioni
collettive era riuscito a passarle informazioni preziose.
Aveva trovato un modo piuttosto bizzarro per farlo, con qualche
frase buttata qua e là mentre spiegava la bibbia, frasi che per le
altre suonavano come qualunque altra, ma che invece per Mirta
squillavano come campane a festa.
Anche quel pomeriggio le aveva sentite suonare.
Ma appena dalla bocca di Marco era uscita la frase “I veri fratelli si
sentono nel cuore” per lei si era accesa una vera schiera di musici,
non soltanto campanelle.
Improvvisamente si era ritrovata completamente estranea a quello
che succedeva intorno a lei, mentre la sua anima scorreva sopra un
muschio morbido e invitante.
Piccole luci nel buio levitavano accompagnandola e Mirta si sentiva
come se stesse scorrendo nell'amore puro, come se quella fosse
l'unica, inequivocabile ragione di esistere.
Poi era tornata fra le consorelle e le vuote preghiere recitate per
concludere l'incontro, con le stesse e conosciute sfumature di noia.
Eppure qualcosa era cambiato.
Guardava quelle monache intorno a lei, che aveva sempre guardato
con rispetto, si, ma come qualcosa di estraneo a se stessa, spesso
fastidioso se non molesto e invece adesso non poteva ignorare il
fatto che anche le loro anime probabilmente scorrevano sullo stesso
tappeto di muschio, senza saperlo e senza aver sentito che
quell'amore scorre nelle loro vene.
Certo per lei qualcosa era cambiato.
Non aveva assolutamente idea della potata di tale cambiamento,
ma ne intuiva contorni piuttosto vasti, con un oltre che li rendeva
infiniti.
Non sapeva nemmeno se questa cosa che sentiva avesse un senso
e il fatto di non poterne parlare con Marco, così eremitico in quel
periodo, l'aveva messa un po' in agitazione.
I loro incontri furtivi, gli stessi che avvenivano anche con le altre
monache a cui padre Marco dava una mano, si riducevano a pochi
istanti rubati a incontri sotto il portico del chiostro, dopo la lezione
mattutina o magari prima di uno dei due pasti.
Troppo poco tempo per spiegare una cosa così troppo.
Ma non ce ne fu bisogno.
Proprio mentre stava andando al suo turno nell'orto, Marco l'aveva
raggiunta e ancora prima che lei potesse aprire bocca disse: “Lo so.
Ho visto. Ora diventa più acuta nel cogliere quello che senti dentro
di te, in tutte le situazioni in cui ti troverai. Ci rivediamo presto e
farò in modo che sia uno dei nostri incontri.”
Aveva parlato a voce bassa senza nemmeno fermarsi.
Ora lo vedeva di schiena ma sapeva che stava sorridendo, perchè
anche lei sorrideva.
Per Mirta fu proprio una bella giornata, passata a zappare con a
fianco Silvana che ogni tanto la guardava ammiccando.
Non avevano il permesso di parlare durante le ore di lavoro, ma
fortunatamente padre Marco era riuscito ad ottenere il permesso di
far togliere il velo e la cuffia alle monache di turno ai lavori
nell'orto, soprattutto al momento di preparare il terreno per le
semine.
Il quella giornata nuvolosa e densa di microscopica pioggerella,
molto più simile ai climi autunnali che a quelli primaverili, senza il
velo e la cuffia Silvana e Mirta si sentivano vive più che mai.
“I veri fratelli si sentono nel cuore” era la frase che risuonava in
testa a Mirta, che sentiva il cuore di Silvana e sapeva che anche lei
sentiva il suo.
Durante il pasto serale le aveva passato un altro pezzo di carta, che
era finito immediatamente nella tasca della tunica.
Al ritiro nelle celle, al lume della candela aveva letto: “Raggiungimi
al portone.”
Era il momento.
Passo leggero e respiro profondo, l'aveva raggiunta appena il
silenzio aveva dato il via.
L'emozione era tanta, proprio tanta.
Silvana aveva fatto di quella chiave una vera opera d'arte, lucidata
di fino, rifinita a memoria in modo perfetto a giudicare dalla facilità
con cui aveva aperto il portone, come un amuleto molto potente in
grado di aprire la porta di un'altra dimensione.
E proprio un'altra dimensione era per Mirta.
Seguiva il passo rapido di Silvana attraverso corridoi e poi lunghi
cunicoli in cui il buio assoluto era rotto soltanto dalla piccola
lanterna che aveva tra le mani.
Per un tratto aveva pure arrancato in salita ed era stato un viaggio
estenuante, soprattutto a livello emotivo.
Mirta non sapeva se dipendesse dall'esperienza che aveva vissuto
quella mattina o soltanto dal luogo, ma le sue sensazioni si erano
amplificate e lo spazio strettissimo e buio di quei cunicoli l'aveva
davvero provata.
Poi era sembrato troppo bello per essere vero quel cielo stellato che
aveva visto Mirta di fronte a sé, oltre alla schiena di Silvana che ora
andava ancora più veloce, sull'erba, togliendosi velo, sopraveste,
cuffia e tonaca, a piedi nudi, sempre più lucente sotto i raggi di una
luna che sorgeva.
Non c'erano parole che Mirta poteva usare per descrivere quello che
provava.
Era un misto di incredulità, stanchezza, ebrezza, passione che la
stavano trasformando.
E il fuoco di un enorme falò la inondò con un calore che la fece
barcollare.
Era crollata a terra, sul prato inumidito dalla pioggerella della
giornata, ma che ora si asciugava di un fuoco inspiegabile.
Almeno per Mirta in quel momento.
Tante persone intorno a lei, donne, nude anch'esse, come lei stessa
si accorse di essere.
Forse si era tolta le vesti quando l'aveva fatto Silvana.
In quel momento non era importante, niente era importante,
soltanto la sensazione dell'erba sulla schiena, che la riportava allo
scorrere sul muschio dell'amore, a quell'avvolgente certezza senza
confini... soltanto quello importava davvero... la forma senza forma
dell'amore.
Ed era comparso un uomo, anche lui nudo, che sembrava immenso.
Mirta vedeva quello che le succedeva intorno, ma evidentemente
non sentiva, perchè quell'uomo era certa avesse parlato,
accompagnandosi anche con dei movimenti che assomigliavano
molto a quelli di Marco quando faceva il prete.
Poi era arrivata Silvana.
L'aveva aiutata a sedersi un poco più lontano dal fuoco, appoggiata
al tronco di un albero, invitandola a respirare a fondo, a buttare
fuori tutto con il respiro, il più tutto che le era possibile.
Così le aveva detto “Butta fuori il più tutto che puoi, compreso il
fatto di sentirti tanto speciale. Qui sei esattamente come tutti noi.
Capirai tra un po'. Ora pensa solo a respirare e a non pensare.” e se
n'era andata di nuovo.
Mirta aveva cominciato a guardarsi attorno un po' meglio e anche a
sentire.
Ora sentiva l'uomo parlare.
Non le sembrava più tanto immenso, ma certamente possente,
muscoloso... e bellissimo...
La luce del fuoco l'aveva mostrato in tutto il suo giovane vigore e si
stava aggirando fra le fanciulle, guardandole una a una e pareva
volesse scegliere.
Così era, perchè quando si avvicinò a Mirta, pur vedendola solo per
riflessi di luce lontana, aveva teso la mano per prendere la sua e
l'aveva fatta alzare, mentre la conduceva più vicina al fuoco.
Ma improvvisa Silvana si intromise portando via Mirta.
L'uomo si era girato a guardarle e poi aveva continuato a girare tra
le fanciulle.
Appena allontanate a sufficienza Silvana aveva detto a Mirta:
“Meglio di no stasera. Stasera è meglio che guardi soltanto.”
Poi con un sorrisetto malizioso aveva aggiunto: “Mi dispiace amica
mia di privarti di un'occasione simile, ma credimi, l'occasione non ti
mancherà. So quello che fate tu e padre Marco. Me lo ha detto. Tu
stasera guarda soltanto.”
E poi era di nuovo fuggita.
Mirta ora guardava quell'uomo meraviglioso a fianco di una creatura
celestiale, una donna con lunghissimi capelli neri, il corpo sinuoso di
una lupa e la stessa onorabile forza.
Si erano seduti, uno di fronte all'altra, in una posizione in cui Mirta
li vedeva in ombra dalla luce del fuoco oltre.
Si erano presi per mano, avvicinati, si erano abbracciati e poi lei
vide la cosa più bella che avesse mai visto.
In qualcosa che era più di una danza, più di un atto d'amore di due
corpi, più della bellezza stessa, c'era tutto questo e anche la netta
sensazione che si stesse compiendo qualcosa di assolutamente
magico.
Aveva osservato con una lucidità impressionante i movimenti di lui,
come l'aveva sollevata dalle natiche, come aveva dolcemente
infilato il suo membro dentro di lei dopo averla onorata con un
bacio sulla sua zona del piacere, preparandola ad accoglierlo, ad
accogliere quella che Mirta sapeva bene essere un'esplosione di
potere che solo il maschio sa dare.
Aveva osservato i loro movimenti ondeggianti, abbracciati, uno di
fronte all'altra, come sapessero di emanare rispetto e ammirazione
e si ringraziassero così, consapevoli.
Un atto durato l'eternità.
Mirta non si era resa conto d'aver cominciato a massaggiarsi nel
suo solito modo, che le sue mani ora si concentravano lì, dove la
sua pietrolina era proprio appuntita e la sua morbida carne fra le
gambe ancora più morbida, gonfia e bagnata.
Ma era arrivata Silvana, di nuovo e stavolta lì per lei.
Aveva fermato le sue mani, spingendogliele sopra alla testa, aveva
baciato i seni e con la bocca era scesa giù, immergendosi in quella
pozza di piacere che aveva completamente sommerso Mirta.
Sentiva quel cuore aprire il varco attraverso il suo corpo,
immergendola in una pace e in un'estasi che le faceva di nuovo
rimbombare nella testa la frase “I veri fratelli si sentono nel cuore”,
perchè sentiva nel cuore qualcosa di assolutamente sconosciuto,
ma assolutamente conosciuto.
La sua esplosione era stata travolgente.
Si erano poi guardate negli occhi, sapendo che sarebbe stata una
notte indimenticabile.
Capitolo 11

Erano sedute una di fronte all'altra, poco lontano dal fuoco, si


guardavano dentro.
Intorno a loro le regine ballavano.
Si, perchè loro erano tutte regine.
Anche loro si erano alzate, unite a quella danza che festeggiava la
fecondazione della Dea, da un Dio che era la stessa Dea,
autofecondante e prospera, ricca, bella, possente.
Cuori uniti in una sorellanza che trascendeva tutto, in un amore
assolutamente morbido e accogliente, palpabile sotto la pelle,
perchè Mirta sentiva che il Regno di Dio era proprio sotto la sua
pelle.
Ballava, muoveva il suo corpo libero, il suo piacere nei muscoli tesi
e rilassati di quel fluire assolutamente vivo.
Dio era la Dea.
Lei era la Dea.
Lei era Dio.
L'erba sotto i suoi piedi era il meraviglioso tappeto di muschio della
sua anima e lì era dove lei doveva essere, dove voleva essere, dove
non poteva fare altro che essere.
Ma si stava avvicinando l'alba, assai tardi per la puntualità delle due
regine che dovevano rientrare al monastero.
Il primo pensiero di Mirta per il ritorno erano stati quei cunicoli
spaventosamente impraticabili per lei in quel momento.
Silvana probabilmente le aveva letto nel pensiero perchè le disse:
“Ti va di fare una lunga, lunga corsa e arrampicarti sul muro di
cinta del monastero?”
Non era servito che Mirta dicesse niente.
Avevano raccolto in fretta le vesti sparpagliate lì dove le avevano
lasciate e cominciato a correre come lepri, ma dritte e sicure.
Il monastero si intravedeva chiaramente da lontano.
Silvana aveva fatto un piccolo fagottino delle sue vesti, che si
passava da una mano all'altra correndo e Mirta l'aveva imitata.
Correvano davvero rapide, ma i loro corpi continuavano comunque
la loro danza, piena di qualcosa che respiravano a pieni polmoni.
E come ragni avevano scalato la parete di pietra per saltare giù,
nella parte dietro dell'orto, rivestite in fretta e pronte a subire una
pesante punizione.
L'ora della sveglia era passata da un pezzo, sicuramente anche la
messa e forse il pasto del mattino.
Loro comunque non si sarebbero mosse da lì.
La Dea le aveva messe ai piedi di un'alta parete di pietra, accanto
al luogo dove quella mattina avevano ancora il turno di lavoro,
completamente vestite e pronte.
La mente di Silvana era stata decisamente pronta e rapidissima
nell'avvicinarla a passo svelto alla priora che aveva visto arrivare, a
metterla in ginocchio e a farle dire: “Perdoni Badessa. Questa
mattina la chiamata di Dio è stata forte, davvero forte e sono stata
io a coinvolgere suor Maria. Dovevo pregare in un modo che mi
costringe quando sento questo amore per Dio. E dovevo farlo con
qualcuno amico. Avrei chiamato lei Badessa, perchè conosco il suo
profondo amore per Dio e per tutte noi consorelle, ma so anche
quanto già si prodiga per noi. Sono pronta a qualunque punizione.”
Quella maledetta e inafferrabile creatura aveva un potere enorme
sulla priora e lei lo sentiva, potente, inossidabile.
In quel momento avrebbe dato qualunque cosa per averla nella sua
cella.
Silvana era stata magistrale nel suo talento, quando riusciva a
stendere le persone solo esistendo.
Mirta l'aveva stesa sicuramente.
L'incurante modo con cui aveva semplicemente aumentato le ore
nei suoi turni di pulizie e lo stesso incurante modo con cui se n'era
andata dopo essersi lamentata che era stata costretta a deviare dai
suoi impegni per cercarle e che se fosse successo un'altra volta la
punizione sarebbe stata decisamente più severa, la diceva lunga sul
potere che Silvana aveva sulla priora.
Lei non era stata nemmeno punita.
E quella nottata assurda, quell'amore infinito, quel potere sotto la
sua pelle...
Sembrava un dono arrivato da ovunque.
Immune non poteva esserne stata nemmeno la priora.
Le ore passate a zappare, rastrellare, ripulire a fondo il terreno per
la semina erano state il coronamento di un'esperienza perfetta.
Avevano continuato a ballare e Silvana aveva pure finto di
inciampare per finire con la faccia a terra e respirarla, a pieni
polmoni.
Non si erano dette niente della notte prima, non ce n'era stata
l'occasione, ma per loro non ce n'era stato bisogno.
Sapevano esattamente cosa c'era da sapere.
Le giornate successive, grigie nonostante l'arrivo dei primi splendidi
soli primaverili, scorrevano ricche soltanto dei pensieri che
riempivano Mirta.
I ricordi, le sensazioni ancora vive, la straordinarietà di quello che
aveva vissuto l'accompagnavano costantemente, indelebili, anche
nei momenti in cui accarezzava il suo corpo pensando a Marco.
Aveva una voglia vorace di vederlo, di toccarlo, di sentire le sue
mani sulla schiena, il suo membro dentro di lei.
Aveva voglia di sentirlo parlare, di incantarsi alle sue parole così
intense a volte, così ricche di una passione per la vita che
immancabilmente trascinavano Mirta ad altezze inimmaginabili e
ogni volta le mostravano una via.
Erano passati poco più di tre anni da che era entrata in quel
monastero, poco più di uno da che aveva conosciuto Marco e non si
capacitava di tutto quello che era successo in tutto quel periodo.
La quantità di informazioni che aveva ricevuto, il modo nuovo con
cui guardava il mondo, la sua vita, Dio, la inebriavano, la
ubriacavano di ossigeno e di sogni.
E avevano continuato a farlo per tutta la primavera, fino alla soglia
dell'estate, quando Silvana, con un altro biglietto la invitava a un
nuovo incontro nel bosco, di lì a due giorni.
Di lì a sei sarebbe stato il compleanno di Mirta.
Sperava davvero in un incontro con Marco.
Aveva tentato in tutti i modi di attirare la sua attenzione, ma lui
sembrava sparito.
Fino a quando, una mattina dopo la messa l'aveva fermata,
ostentando la bibbia che le aveva dato, dicendole: “Le ho segnato
alcune pagine che voglio studi con attenzione suor Maria.
Dimostriamo alla Badessa che questi nuovi metodi funzionano e che
il vostro amore per Dio aumenta, che aumentano per voi i significati
che gli attribuite. Dimostriamo di studiare sempre più in profondità
questo sacro testo.”
Era stato piuttosto plateale nel suo ordine, che voleva sottolineare
la rinnovata autorità della priora.
Alla priora non interessava assolutamente niente dello studio della
bibbia, ma essendo riuscita ad ottenere dal cardinale Giuliano
l'autorità di tenere sotto controllo le cose al monastero, in modo
che si confacessero agli ordini del santo padre, si sentiva
ringalluzzire appena la sentiva riconosciuta.
Marco usava l'arma dell'adulazione, della sottomissione e alla priora
piaceva vedere padre Marco umiliato.
Soltanto non sapeva che padre Marco non si sentiva affatto
umiliato.
Mirta aveva trovato tra le pagine di quella bibbia il paradiso.
Marco le dava appuntamento proprio il giorno del suo compleanno e
lei aveva quindi modo di andare liberamente con Silvana.
Ma non ci era riuscita.
Anche da Marco aveva rischiato di non riuscire ad andare,
considerato il fiato sul collo che la priora le aveva messo addosso
negli ultimi tempi, facendo ronde più volte per i corridoi delle celle
dopo l'ora del ritiro e non soltanto per lei.
Ma sapeva che Silvana riusciva ad andare puntuale a quegli
incontri, l'aveva già fatto.
Quella sera aspettò a lungo che la priora smettesse di fare il
pipistrello per i corridoi e poi andò al suo appuntamento con Marco.
Lui le aveva preparato una vera sorpresa.
Da una grossa botte sistemata sul lato opposto della stanza rispetto
al camino usciva un meraviglioso vapore profumato, la fragranza
che aveva riportato immediatamente Mirta ai profumi del bosco, del
falò e dell'amore di quella notte passata fuori con Silvana.
“Infatti è un regalo mio e di Silvana” aveva detto Marco, quasi
indovinando le esatte parole dei suoi pensieri.
Nella botte aveva sistemato uno piccolo sgabello da mungitura, in
modo che Mirta, una volta immersa, rimanesse coperta con l'acqua
fino al collo.
“Io ho pensato alla botte, recuperata dagli avanzi del cardinale e
Silvana ha provveduto allo sgabello e ai meravigliosi profumi che
senti. Ti ha preparato anche un sapone. Mi ha detto di dirti che è
speciale, fatto con la magia.”
“Ma come avete fatto?” chiese Mirta commossa fin nel profondo.
“E' la magia di Silvana. Noi comunichiamo molto con i bigliettini.
Forse ti sarai accorta della sua predilezione per questa forma di
comunicazione.”
L'aveva aiutata a spogliarsi, ad immergersi nell'acqua calda e ora le
lavava la testa massaggiandogliela, lungamente, dolcemente,
fortemente.
Mirta si lasciava andare a quel regalo così intimo e chiedeva a
Marco di Silvana.
Voleva sapere se anche quella sera lei era fuori, nel bosco, regina.
“No. Stasera è nella sua cella. E' stata fuori tre notti però, fino a
due notti fa. Quest'anno il sabba dell'equinozio si è protratto più a
lungo e Silvana ha voluto partecipare il più possibile. E' una strega
nata.”
Sicuramente Mirta non aveva ancora idea di cosa fosse in realtà la
magia, di chi fossero veramente le streghe, ma qualcosa le
sembrava di aver assaggiato.
“Perchè Dio è naturale” aveva poi aggiunto Marco in una frase
buttata là, detta come sopra pensiero.
Ancora una volta l'aiutava, questa volta ad uscire dalla botte e ad
avvolgersi dentro un grosso lenzuolo pulito.
Il fuoco nel camino che era stato acceso per scaldare l'acqua,
permetteva all'atmosfera di prolungare il calore di un bagno
davvero rigenerante, rilassante.
Si era seduta sul medesimo magro materasso nel medesimo angolo
dell'ultima volta, si era tolta il lenzuolo e si asciugava al calore del
fuoco.
“Se permetti approfitto della tua acqua per farmi anche io un
bagno. Ti raggiungo in un lampo.”
Era entrato in acqua e con il sapone di Silvana aveva strofinato
tutto il suo corpo, in piedi nella botte, sciacquandosi in fretta e
avvolgendosi anche lui in un lenzuolo pulito.
E anche lui togliendolo sedendosi di fianco a Mirta.
“Dev'essere stato bello passare le notti nel bosco” gli aveva detto e
lui, alzandosi, completamente nudo, si era messo a ballare, mentre
in una risata fanciullesca diceva: “Si, e sarei voluto venire anch'io.
Che dici, sarei una perfetta regina?”, aveva chiesto, mentre il suo
corpo molto dimagrito si dimenava in una danza assolutamente
ridicola e il suo membro ristretto roteava ridendo pure lui.
Anche Mirta era scoppiata a ridere.
Interi minuti avevano passato a ridere come non era mai successo
nella vita di entrambi, una risata così complice e libera che l'aveva
riportata sul suo muschio immediatamente.
Guardava Marco ancora dimenarsi in una danza buffa, ma vedeva
un Dio.
Grande e possente.
Immenso.
In quel momento il suo cuore sembrò lacerarsi, pieno di un amore
che ancora non credeva possibile, in un modo talmente doloroso da
sembrare il paradiso.
Il muschio l'aveva avvolta come un manto, accarezzandola,
eccitandola, aprendola.
Era sua.
E lui era suo.
L'aveva raggiunto, fermato la sua danza, si era inginocchiata e
messo il suo membro tra le labbra, ancora ritirato e ansimante per
la grossa risata.
La lingua di Mirta lo rese duro all'istante.
Lo fece esplodere nella sua bocca e bevve fino all'ultima goccia di
quello che considerò la sua prima, vera comunione.
Nel bacio tra le loro labbra che seguì c'era tutta la potenza di un
vero atto d'amore.
Si erano stesi uno accanto all'altra, in silenzio.
In quel momento c'era tutto.
Sapevano che non si sarebbero rincontrati di nuovo molto presto,
ma forse non aveva davvero importanza, perchè loro restavano
comunque uniti da un filo ininterrotto di pensieri, di piccoli gesti, di
qualcosa di cui la maggior parte del mondo non conosceva
l'esistenza.
In quell'istante c'era davvero tutto, l'eternità stessa.
Tornando alla sua cella Mirta si fermò un istante davanti alla porta
di Silvana, con l'unica intenzione di respirarne l'esistenza.
Il Regno di Dio sotto la sua pelle ora profumava di femmina.
Capitolo 12

Dopo un'estate calda, calma e noiosa, in cui Mirta e Marco non si


erano più visti da soli, dopo un autunno altrettanto calmo ma
molto meno noioso, grazie alle imitazioni di Silvana della priora
fatte in ogni momento possibile, stava arrivando di nuovo Natale.
Gli anticipati doni per Mirta furono due, in due biglietti.
Uno di Marco che la invitava la sera di Natale per un incontro
privato e uno di Silvana che ordinava di non mancare, di lì a due
notti, a quello che definiva un incontro davvero speciale. L'incontro
era stabilito al muro che avevano saltato insieme per rientrare al
convento.
Era la notte del 21 Dicembre.
Il cielo stellato si era aperto anche al freddo, ma non abbastanza da
impedire a Silvana di aspettarla scalza e in sottoveste sotto a quel
muro.
Anche in questo caso Mirta aveva immediatamente imitato Silvana,
che scopriva in quel momento di considerare una Maestra.
Il fagottino degli abiti di entrambe era finito ben nascosto dietro
una pietra del muro, da cui Silvana aveva tirato fuori una corda con
un gancio.
“Questa l'ho fatta per te” le disse, mentre con un braccio faceva
roteare il gancio.
Un unico gesto deciso e il gancio finì sulla sommità del muro.
Mirta si preparava ad arrampicarsi con la corda, ma Silvana restava
lì, ferma, con la corda in mano, l'altra mano sul fianco, a guardarla.
“Bhè? Che fai lì impalata” disse allora Mirta e lei aveva fatto un
larghissimo sorriso, quasi volesse prenderla in giro, dicendo a sua
volta: “Pensi che sia tutto qui?”
E con uno strattone fece scendere una scala di corda dalla sommità.
“L'ho fatta io con fibra di canapa. Fidati, è sicura.”
Dopo un leggero inchino fece cenno di accomodarsi sulla scala.
Sicuramente Silvana non avrebbe mai smesso di stupirla.
E lei si fidava ciecamente di quella creatura in un corpo minuscolo,
ma talmente grande da fare addirittura paura a volte.
Alla priora ne faceva certamente.
Mirta pensava anche a questo mentre saliva sulla sottile ma
indistruttibile scaletta.
Aveva legato in vita la sottoveste, lasciando scoperte cosce e
natiche, mentre Silvana si era avvolta anche la corda in vita, oltre
alla sottoveste, da cui aveva lasciato pendere il gancio con il quale
man mano raccoglieva la scaletta.
Salivano rapide e rapidi erano anche i pensieri di Mirta, che chiese:
“Esci spesso?”
“Spesso” aveva risposto secca Silvana e poi non aveva aggiunto
altro.
Erano comunque in cima.
Qualche istante a godere di quell'oltre sotto i loro occhi e la scaletta
era calata dal lato opposto.
“Io salto” era stato ciò che Mirta aveva sentito mentre vedeva
Silvana sparire nel buio sotto di lei.
Anche lei saltò.
La corsa fu la stessa, vigorosa sferzata di vita che avevano fatto la
prima volta.
La corda dalla vita di Silvana era sparita, ma le sottovesti di
entrambe ancora legate in vita.
Il terreno sotto di loro era duro e ruvido di erba secca, ma Mirta
galleggiava avvolta dal suo muschio.
Era tornato a farle visita.
Mentre la sua corsa veloce stabilizzava il battito cardiaco, il respiro
e il flusso del suo sangue, Mirta aveva ritrovato l'atmosfera e le luci
di quel mattino di secoli prima.
Viaggiava liscia e leggera, libera.
Silvana davanti a lei luccicava.
Ancora di più appena erano entrate nel bosco.
Anche quella notte la luna benediva la terra e i riflessi di luce tra i
rami degli alberi spogli avevano amplificato la sua luce.
Vicino al fuoco dell'enorme falò nello stesso posto di allora, Silvana
sembrava addirittura brillare di luce propria, come un immenso
sole.
Ma l'atmosfera era molto diversa da allora.
Molte, moltissime donne sedute, donne di tutte le età, di forme e
misure diverse, con odori diversi, alcune sembravano arrivare da
posti molto lontani da lì.
A Mirta piaceva.
Decisamente.
Aveva sentito l'odore del tabacco e di altre erbe che in quel
momento non riconosceva, perchè odori assolutamente sconosciuti,
come di cuoio e muschio sposati, ma anche qualcosa che le
ricordava molto l'incenso della chiesa, solo più gradevole e
aromatico, stavano eccitando non solo le sue narici, ma tutto il suo
corpo.
C'era il suono dei tamburi, che nella corsa sfrenata non aveva
sentito, c'erano nell'aria altri suoni e tende, piccoli fuochi sparsi qua
e là intorno al grande falò centrale, risate.
Tante risate.
Silvana era di nuovo scomparsa, ma Mirta si sentiva a casa.
Donne assolutamente sconosciute a lei, in un posto appena
riconoscibile dopo esserci stata soltanto una volta, erano
decisamente la sua famiglia, a casa sua.
Alcuni alberi intorno al falò erano addobbati con oggetti luccicanti,
pezzi di vetro e di metallo lavorati, in alcuni casi da veri artisti.
Mirta aveva girovagato, si era persa ritrovandosi, salutando,
sorridendo, ogni tanto sedendosi e condividendo cibo, bevande e
racconti con le persone di quel gruppo.
Nel gruppo c'erano gruppi, ma tutto si amalgamava come un tutto
omogeneo, compatto e protettivo.
Una delle sensazioni arrivate immediate raggiunto il posto era stato
proprio il profondo senso di protezione che l'aveva fatta sentire a
casa.
Donne incredibili si scambiavano informazioni, notizie, il tutto per
rendersi sempre più capaci di aiutare.
Il più delle volte Mirta aveva ascoltato, magari invitata a sedersi da
qualche anziana e straniera signora che le parlava senza che lei
capisse niente di ciò che diceva, ma piena di grazia e di doni
qualche volta, quando se ne andava.
Spesso era cibo, ma una bizzarra donna le regalò un amuleto.
Un dente, non sapeva di quale animale e forse l'anziana signora
aveva provato a dirglielo, ma proprio non la capiva.
Ogni tanto le era sembrato di afferrare qualche parola detta nella
lingua che conosceva, ma parlava talmente in fretta e con voce
sottile che era stato davvero impossibile capirci qualcosa.
Il dente era piuttosto grosso, piatto, con un buco sul lato più largo,
in cui passava una sottile striscia di cuoio.
Lucidato e con un'incisione che Mirta avrebbe sicuramente guardato
con tutte le attenzioni volute, stava nel suo palmo come se fosse
stato modellato per la sua mano.
Ma lei lo mise subito al collo.
L'anziana donna l'aveva poi salutata con un abbraccio che le ricordò
la nonna.
La nonna...
Possibile?
La vedeva incastrata perfetta in quella situazione, era più che
possibile.
“I veri fratelli si sentono nel cuore.”
Questa era la frase nella sua testa e in tutto quel luogo.
Girovagando ancora tra i piccoli fuochi e il grande falò, aveva
goduto di tutto.
Si era soffermata a guardare le decorazioni sugli alberi, alcune che
davvero l'avevano lasciata incantata e prese in mano l'amuleto
appeso al collo, dondolante sui suoi seni sotto alla sottoveste.
Vicina al grande falò, intenta a guardare meglio le incisioni sul
dente, sentì la voce di Silvana.
Che la chiamava.
Le era anche corsa incontro e trascinandola per un braccio le aveva
detto: “Ormai non abbiamo davvero più molto tempo, ma lei devi
assolutamente conoscerla. Vieni.” e l'aveva capicollata dall'altro lato
del falò.
Una donna che poteva avere l'età di sua madre, ricciolissima, mora
e bella, aveva invitato Mirta a sederle accanto, davanti al grande
fuoco.
In un cesto davanti a sé, alcune erbe erano racchiuse in piccoli
sacchettini bianchi, profumatissime.
“Tieni” aveva detto mentre le porgeva uno di quei sacchettini.
“Qui c'è bardana e melissa. Ti pulisci il sangue e ti rilassi.”
“Lei è l'amica di cui ti ho parlato” era intervenuta Silvana, anche lei
seduta di fianco alla donna.
“Mirta, lei è Ramona. Viene dalla Spagna, ma vive qui da molti
anni. Non partecipa spesso agli incontri, ma da quando ci
conosciamo viene più spesso, vero?” e le aveva dato un colpetto
con il gomito, sorridendole come solo lei sapeva fare.
Ramona aveva risposto a quel sorriso con una risatina, gioiosa,
complice e poi le aveva baciato le labbra con una dolcezza infinita.
“Ramona è la mia Maestra. Conosce le erbe come nessuna, parla
con lo Spirito e fa sogni premonitori. Dice che ha sognato il nostro
incontro. Dice che abbiamo una missione da compiere insieme e io
non ho idea di quale sia. Lei dice e io le credo. E' stata lei ad
insegnarmi ad illuminare le pietre, anzi, ad affinare semplicemente
la tecnica, sennò mi sgrida” aveva detto avvicinando la testa e la
spalla a quella di Ramona, in un gesto che esprimeva tutta la stima
che Silvana provava per lei.
Mirta la respirava quella complicità.
Era bellissimo guardarle.
“So che non avete più molto tempo. Il rientro deve avvenire al
momento giusto. Non voglio che Silvana si bruci la possibilità di
uscire.”
Si tenevano la mano.
“So che per te è importante scoprire il vero significato del Natale.
Ho fatto dei sogni su di te Mirta. E lo Spirito mi risponde quando
chiedo. Sempre. Silvana mi ha parlato tanto di te, mi ha chiesto di
usare le mie capacità per aiutarti, il più possibile, per come mi era
possibile. E io l'ho fatto. Lo Spirito mi ha chiesto di non parlarti di
quello che ho visto nel tuo futuro, perchè dice che saranno soltanto
le tue scelte a determinare il tuo futuro e non sempre le scelte sono
così prevedibili. Di conseguenza non è prevedibile il futuro. Ma so
per certo che per te comprendere il vero significato del Natale
segnerà un passo decisivo nella tua vita. Questo ho il permesso di
dirtelo.”
Ramona si era alzata in piedi.
Anche Silvana.
Mirta le guardava rimasta seduta, immense.
“Ti darò un tassello per la tua ricerca, mostrandoti la mia visione”
disse ancora, invitando Mirta ad alzarsi con il braccio teso.
Appena raggiunta, Ramona l'aveva presa per i fianchi, dopo aver
appoggiato le mani di Mirta sui suoi.
Cominciata una danza, che diventava sempre più intensa, Ramona
muoveva i fianchi, come se una melodia sensualissima muovesse
spontaneamente quei fianchi e Mirta seguiva quel movimento con i
suoi.
In poco tempo erano state avvolte dall'allegria di una danza festosa
e saltellante.
Una sfrenata voglia di regali aveva penetrato Mirta fino al midollo.
Poi la danza si era conclusa e Silvana strattonava ancora.
Si erano salutate velocemente con un bacio sulle labbra, tutte e tre,
mentre Silvana già correva e Mirta guardava ancora Ramona.
“Corri” le aveva detto, “ora hai il tassello. Forse ci rivedremo.”
La corsa su tratto lungo più breve di tutta la storia del mondo.
La scaletta al muro di cinta era stata scalata, arrotolata e sistemata
di nuovo sulla sommità, la corda con il gancio al suo posto nel muro
e le vesti delle due amiche al loro.
In tempo per la sveglia del mattino.
Capitolo 13

La giornata della vigilia era arrivata.


Quella sera avrebbe incontrato Marco.
Durante la messa del mattino la sua predica fu piuttosto esplicita
per Mirta.
Innanzi tutto salutò la priora, che appena finito il pasto del mattino
sarebbe partita ospite del cardinale in visita poco lontano.
Chiaro messaggio a Mirta che quella sera la via era libera.
Poi aggiunse: “Sarà quindi una predica breve, per consentire alla
nostra Badessa di raggiungere l'amato cardinale Giuliano. Mi auguro
amerà portare i saluti e gli omaggi di noi tutti”, aveva detto facendo
un leggero inchino in direzione della priora.
Per Mirta era chiara la sottilissima e crudele ironia di Marco mentre
parlava rivolgendosi a quella donna che sembrava davvero non
sopportare più.
Qualcosa l'aveva reso ancora più ostile nei confronti della priora.
Ma Marco aveva continuato a parlare.
“Il Natale è la festa della nascita di Dio. La nascita di Dio in un
corpo, quello del figlio. E' un dono. Come la vita che ha donato a
noi, che siamo tutti suoi figli. Il senso del Natale sta nel dono,
donare se stessi a Dio, perchè lui si è già donato e potrà donarsi
ancora soltanto se noi facciamo dono di noi stessi. E adesso tutte a
festeggiare il Natale e la priora che parte nella sala dei pasti!
Auguro sinceramente che Dio vi riservi tutti i suoi doni!”
La priora aveva permesso lo sfarfallio dei corvi che l'accerchiarono
dopo il misero pasto, perchè il suo umore era davvero alle stelle.
Quell'invito imprevisto del cardinale, che Mirta e Marco sapevano
bene essere un pretesto per controllare le cose al monastero,
avevano reso la priora euforica.
Anche la sua monachella era euforica, nel suo modo assolutamente
silenzioso e nascosto, ma l'idea di non vedere la priora per due
giorni l'aveva accesa.
Appena sera e le cornacchie della priora ritirate nelle celle, Mirta
sgattaiolò da Marco.
“Mi è piaciuta la tua predica oggi. Mi sembra di averla capita.”
Marco l'aspettava nello studio, minuziosamente riordinato, pulito,
sempre più carico di libri e pergamene, ma sempre più un angolo di
paradiso.
“Lo credo bene che ti sembra di averla capita” le aveva detto
mentre la prendeva per mano e la faceva accomodare davanti al
fuoco.
Al posto dello scarno materasso dell'ultimo loro incontro però, c'era
un cassone di legno riempito di paglia, coperto con un materassino
e un lenzuolo bianchissimo.
Il fuoco scoppiettava allegro nel camino.
“Anche questa volta Silvana mi ha aiutato. Ha recuperato le assi per
il letto e la paglia. Io l'ho costruito ed eccolo qui. Ma non è tutto”, e
si era chinato dalla parte dei piedi del letto, cercando qualcosa sul
pavimento.
Sollevò una grossa coppa che porse a Mirta.
Era vino dolcissimo.
“E c'è anche questo.”
Diretto al cassetto dello scrittoio, aveva tirato fuori un fagottino e
anche quello lo porse a Mirta.
Dentro al fagotto legato con un fiocco c'era un grosso, grosso
biscotto.
“Silvana mi ha detto di dirti che l'ha fatto insieme a Ramona. E che
avresti capito.”
Aveva capito benissimo.
E soprattutto ricordato il loro ballo improvviso e fulmineo, come
fulminea era stata quella sera la sensazione di volersi riempire di
doni.
Ma ancora più fulmineo in quel momento fu il profondo senso di
vuoto risalito dallo stomaco, un senso di perdita talmente lacerante
da farle ululare l'anima di dolore.
Desiderava qualcosa di assolutamente indispensabile, ma non
aveva idea di cosa fosse.
Marco sicuramente si era accorto di qualcosa, perchè si avvicinò e
le accarezzò con dolcezza il volto.
Poi le tolse il velo, la sopraveste e la cuffia mentre diceva: “So
esattamente quello che stai provando. E' successa a me la stessa
identica cosa.”
Mirta non fece in tempo a chiedersi come lui potesse sapere ciò che
sentiva, perchè si rese conto che sulla sua faccia, nel frattempo, era
comparsa una smorfia di dolore.
“Potrei sbagliarmi, ma mi pare che si tratti proprio del momento in
cui la tua vera essenza bussa alla porta del cuore. C'è un processo
di evoluzione che regola l'esistenza, senza il quale la Vita e
l'Universo non potrebbero espandersi. In noi esseri umani comincia
con il riconoscimento della nostra natura divina. E' tanto pesante il
senso di vuoto che avverti?”
Mirta riuscì a fare soltanto un cenno di assenso con la testa.
Le sembrava di respirare a fatica e alcune lacrime cominciarono a
bagnale il volto.
Non si capacitava della pressione che il vuoto stava esercitando su
di lei e nemmeno della chiarezza con cui Marco spiegava quello che
le stava succedendo.
Aveva detto soltanto poche parole, ma per Mirta contenevano una
verità talmente lampante e immensa che in poco tempo l'orribile
sensazione di perdita e di vuoto si dissolsero.
“Vuoi parlarne?” chiese Marco?
“Non saprei proprio cosa dire.”
Mirta era più serena ora.
Sgranocchiava pezzi di biscotto, in cui sicuramente era stata Silvana
a mettere le nocciole, perchè sapeva le piacevano molto e un moto
di affetto sconfinato si diresse in direzione della sua Maestra,
ovunque fosse.
Sicuramente fuori, magari proprio in compagnia di Ramona.
Per come si erano messe le cose al monastero la vita era diventata
davvero difficile per tutti, ma per Mirta che non riusciva più a
incontrare Marco e Silvana come avrebbe voluto, in quel momento
era sembrata intollerabile.
“Non credo riuscirò ad andare avanti così” disse quindi a Marco.
“Se devo continuare a rinunciare a te e al senso della vita che mi
pare di aver cominciato ad intuire io non posso farcela. La vita qui
comincia a starmi davvero stretta. Silvana ha sicuramente trovato
la sua strada, io non ancora, ma so che così non voglio più vivere.”
Marco l'aveva abbracciata.
“Stai cominciando a sentire la ribellione di Dio alla noia ragazzina.
Dio crea costantemente, non si adegua semplicemente a quello che
ha già creato.”
Poi, baciandosi, si erano distesi sul comodo letto.
Marco l'aveva penetrata con forza, sembrava non volesse altro.
Ancora vestiti com'erano, cercavano di spogliarsi mentre lui era
ancora dentro Mirta.
E ridevano.
Sfilato l'ultimo strato lei si era staccata, aveva invitato Marco a
sedersi con i piedi appoggiati a terra e poi si era seduta sulle sue
gambe.
“Voglio farlo così” disse.
I seni di Mirta si schiacciavano sul petto del suo prete, del suo
confessore, del suo Maestro, del suo amico, del suo amante...
Lo baciava con un trasporto assoluto, lo abbracciava, lo toccava,
ovunque.
Lui le accarezzava la schiena, gesto che la mandava in estasi, che le
permetteva di lasciarsi andare, sempre di più.
E così era successo.
Non si era accorta di essersi lasciata andare tanto da aver
appoggiato testa e spalle al pavimento, tra i piedi di Marco, con le
gambe ancora avvinghiate alla sua vita.
Da quella posizione la lingua di lui aveva onorato la sua intima zona
del piacere, facendola esplodere, pronta per riceverlo ancora.
Era stato dopo quell'esplosione di piacere, dopo che le ondate
dentro di lei si erano placate che Mirta si accorse della bizzarra
posizione in cui si trovava e sorridendo aveva teso un braccio per
farsi aiutare da Marco ad alzarsi.
Era bastato un attimo per ritrovarsi, faccia a faccia, con un
desiderio sempre più intenso di unirsi.
Una mano di lui la sollevava dalle natiche, mentre l'altra afferrava il
membro duro e pronto ad entrare.
Un solo gesto e Marco era di nuovo dentro di lei.
Le teneva le mani sulle anche mentre la spingeva avanti e indietro,
seduta sulle sue gambe, in un movimento deciso ma morbido e
assolutamente perfetto.
Mirta non faceva assolutamente niente, continuava a lasciarsi
andare, a godere di quella passività così femminile, che si lasciava
penetrare, che permetteva al piacere di avvolgerla senza sforzo e
senza tensioni.
I muscoli delle sue natiche si adattavano al movimento, la pelle non
si sfregava e Mirta in quel momento ebbe una rivelazione: se lei
avesse permesso alla vita di penetrarla nello stesso modo, senza
nessuno sforzo da parte sua, era certa le avrebbe concesso tanto.
Assorbiva quei movimenti come una lezione di vita, sentiva la forza
di Marco, il suo desiderio per lei e comprese che anche Dio doveva
per forza provare lo stesso desiderio per lei, perchè era viva, il suo
cuore continuava a battere, come il sangue a scorrerle nelle vene e
l'aria ad entrarle nei polmoni.
Si, Dio la desiderava, ne era più che certa.
Guardava il viso di Marco, che nel momento in cui il suo liquido era
uscito aveva chiuso gli occhi, sollevato il viso e assunto
un'espressione che sembrava di preghiera.
La strinse poi in un abbraccio che profumava di gratitudine.
Quell'abbraccio durò a lungo, permettendo di godere anche
dell'odore dei loro corpi, del loro amore.
Le labbra erano vicine e si sfioravano mentre Marco aveva
cominciato a parlare: “Allora, ti è successo qualcosa di importante
mentre facevamo l'amore, sbaglio?”
“Come fai a saperlo?” aveva allora replicato Mirta, che in più di
un'occasione si era chiesta se Marco avesse realmente la capacità di
leggerle nella mente.
“Diciamo che ho sviluppato una certa sensibilità per alcune cose. E
infatti ora sento che sto per mangiarti!”
Un delicato morso sul collo fece tanto ridere Mirta, che stringendosi
a lui in un abbraccio gli sussurrò: “Ti amo.”
Lui la guardò come soltanto i suoi occhi sapevano fare, penetranti,
scrutatori e accesi di un fuoco potente.
“Attenta a dove dirigi il tuo amore ragazzina. E' vero che l'amore
non si spreca mai, ma un amore inconsapevole può farti perdere
davvero tanto tempo.”
L'aveva spostata da sopra di lui, si era alzato ed era andato a pulirsi
con un brandello di lenzuolo bagnato e strizzato nell'acqua del
catino sul lato opposto della stanza.
C'era un pezzo di lenzuolo anche per Mirta, che seguendo l'esempio
di Marco era andata a pulirsi.
“Possiamo vederci anche domani sera?” aveva chiesto mentre con
lo straccio ripuliva tutto il suo corpo.
“La priora dovrebbe rientrare domani nel pomeriggio. Non so se ci
sarà modo” aveva replicato lui.
Mirta si era stizzita.
“Ma dobbiamo davvero rinunciare a noi due solo per la presenza di
quella strega?”
“Uhh... stasera dobbiamo davvero fare attenzione a quello che
diciamo... lo sai che le streghe sono tutt'altra cosa dalla priora,
vero? Non credo ti manchi il metro di misura per comprendere che
le streghe, le vere streghe, sono donne meravigliose. Per te la
priora è meravigliosa?”
“No”
“Bhè, nemmeno per me lo è. E da quando ho saputo cosa fa
passare a suor Matilde lo è ancora meno.”
La sua espressione si era indurita, facendogli serrare le mascelle
come a volerle preparare per mordere ferocemente.
Forse Mirta cominciava a capire l'ostilità percepita quella mattina
nel breve discorso di Marco che salutava la priora in partenza.
“Vuoi dirmi che succede?” gli aveva chiesto.
“in realtà non ho molto da dirti. Suor Matilde è sigillata, non parla e
quando lo fa dice davvero poco. Approfitto del momento della
confessione per convincerla ad aprirsi, ma è terrorizzata. Credo che
la priora le faccia davvero cose orribili.”
Il silenzio che aveva seguito quelle parole era carico di rabbia.
“L'unica cosa che sono riuscito a tirarle fuori è che quell'essere
immondo le fa bere la sua urina. La mette in ginocchio e le fa bere
l'urina mentre esce, dicendole che sta bevendo il liquido di una
santa. Ho visto anche che ha dei lividi sui polsi. A volte mi domando
perchè non ho un istinto omicida.”
Mirta si era fatta pensierosa.
In tutto il tempo che era stata lì, con suor Matilde come consorella,
pur sapendo che era il giocattolo della priora non si era mai
soffermata a pensare a come si sentisse la piccola monaca.
Di lei non sapeva assolutamente niente e in quel momento si
sentiva malissimo.
Voleva aiutarla.
“Possiamo aiutarla?” aveva chiesto d'istinto.
“Davvero non lo so. So solo che ci proverò con tutte le mie
capacità.”
Il discorso si era chiuso così, spontaneamente.
Distesi sul letto, con l'anima pulita, avevano dormito abbracciati.
Capitolo 14

Era ormai la fine di Febbraio, poco più di due mesi da che la priora
aveva fatto visita al cardinale.
Da quando era tornata il suo umore non era ancora cambiato,
irritabile e vessatorio, soprattutto con la sempre più piccola suor
Matilde.
Mirta aveva cercato di scoprirne le ragioni mandando ad indagare
l'infallibile Francesca, ma nemmeno lei con il suo talento era riuscita
a sapere granchè, soltanto che la visita al cardinale per la priora era
stata piuttosto dura.
A quanto pare l'aveva messa sotto pressione, imponendo controlli
più stretti.
E si sapeva bene perchè.
Il cardinale Giuliano non aveva mollato il suo artiglio dal monastero
e da padre Marco.
Fra le nuove disposizioni del cardinale c'era anche il ripristino di un
vecchio metodo per la confessione, che obbligava il prete a
confessare tutte le monache ogni santissimo giorno.
Tutte e trentacinque le monache.
Un impegno che prendeva quasi tutto il giorno a Marco, ma che
permetteva una comunicazione rapida tra lui, Mirta e Silvana.
Quel giorno Mirta, in attesa del suo turno al confessionale, aveva
osservato con molta attenzione suor Matilde, seduta poco lontano,
che con le mani fortemente strette l'una con l'altra e appoggiate in
grembo, si tormentava un labbro, mordendolo e trattenendo a
stento le lacrime visibili nei suoi occhi.
Era davvero piccola, ancora più piccola di Silvana e decisamente
meno forte.
In quel momento sembrava scomparire dentro alla tonaca e sotto al
velo.
Prima di Mirta era stata proprio suor Matilde ad entrare nel
confessionale, trattenendosi soltanto pochi minuti.
Per consentire a tutte le monache la confessione quotidiana era
richiesta la rapidità, ma alcune di loro si trattenevano davvero a
lungo.
Anche la priora e le sue cornacchie.
Avevano ordine di raccogliere più informazioni possibili, di
controllare costantemente padre Marco e indubbiamente si davano
un gran da fare.
Appena uscita suor Matilde dal confessionale Mirta ci si infilò quasi
di corsa.
“Dobbiamo davvero aiutare suor Matilde” aveva detto
immediatamente, mentre ancora si stava inginocchiando.
“Certo che si. E forse ho trovato il modo. Ne ho parlato anche con
Silvana e credo che un incontro tra noi quattro sarebbe la cosa
migliore. So che suor Matilde prova molta simpatia per te e per
Silvana, credo le farebbe davvero bene incontrarvi. Tu sai qual'è il
suo nome di nascita?”
Mirta non lo sapeva.
“Speranza” aveva detto allora Marco, “Il suo nome è Speranza. E io
voglio proprio dargliela questa speranza...”
“Anche io” aggiunse immediata Mirta.
“Lo so. Per questo ci incontreremo tutti stasera al mio studio.
Silvana ha preparato un sonnifero che Speranza ha già ricevuto. Lo
metterà nel vino che la priora beve la sera nella sua cella prima di
dormire. Resterà stesa per un bel po'.”
Mirta non poteva vederlo in faccia oltre la fitta grata del
confessionale, ma sapeva che stava sorridendo all'idea della priora
drogata dalle erbe di Silvana.
Sapevano entrambi molto bene quanto fossero potenti le droghe
preparate da lei.
Si erano salutati velocemente e Mirta era andata al suo turno in
cucina.
La giornata era passata rapida e la serata tranquilla.
Mirta e Silvana erano già allo studio di padre Marco quando
Speranza era arrivata.
Sorrideva.
Il fuoco nel camino brillava allegro, perchè la legna che Silvana
procurava per padre Marco riusciva a coprire abbondantemente le
magrissime risorse a disposizione.
Era uno dei modi con cui Silvana riusciva a dire grazie a quell'uomo
tanto prezioso per lei, per Mirta, per tutti.
Ora forse poteva diventarlo anche per Speranza.
Si erano sedute tutte e tre davanti al camino, per terra, vicine.
Marco aveva tirato fuori da qualche parte una coppa di vino che
porse immediatamente a Speranza, che ne bevve un lungo sorso e
la passò poi a Silvana.
“Quindi ci siamo” aveva detto allora Marco, rompendo il silenzio
carico di emozione che avvertivano tutti loro.
“Si. E direi che era ora” aggiunse Silvana alzandosi in piedi e
passando a sua volta la coppa del vino a Mirta.
Non aveva bevuto.
“Sappiamo cosa ti fa la priora” continuò, “ed è il momento di
mettere fine a questa cosa. Che ne dici Speranza?”
Essere chiamata con il suo vero nome aveva messo la piccola
monaca decisamente più a suo agio.
Ancora un po' impacciata e intimidita sembrava fosse la prima volta
che sentiva di essere tra amici e fece soltanto un piccolo cenno di
assenso con la testa.
“Ottimo. Ora scopriamo cosa ti piace.”
Era sempre Silvana a parlare e a condurre quella situazione.
Marco stava in disparte a osservare.
Speranza era rimasta silenziosa per un po' e poi, con una
fievolissima voce che Mirta si accorse di non aver mai sentito prima
disse: “L'amore”.
Aveva spiazzato tutti.
Come offrire una speranza d'amore ad una creatura prigioniera
della violenza e del tormento?
Ma Silvana era stata pronta, perchè nessuno meglio di lei poteva
comprendere come si sentisse in realtà la piccola monaca.
Si era avvicinata e le aveva preso le mani, gesto che Mirta sapeva
bene essere carico di una potente energia, mentre con uno
smagliante sorriso le disse: “Speranza, amica mia, ti va di uscire da
qui? Magari scappare?”
La piccola monaca aveva sgranato gli occhioni verdi, senza sapere
assolutamente cosa dire.
“A proposito” chiese Mirta a Silvana, “come mai tu sei ancora qui?
Intendo dire, perchè tu non sei ancora scappata? Perchè continui a
tornare?”
“E come farei senza di te” le aveva risposto immediata e sorridente,
ma poi la sua espressione cambiò improvvisamente, facendole dire
con voce dura: “Ho una missione da compiere qui.”
Perfettamente chiaro che non aveva abbandonato l'idea di
ammazzare il cardinale Giuliano.
“Senti Speranza... io sto uscendo, vuoi venire con me?”
Silvana era sempre stata la sintesi in persona, non si perdeva mai
in discorsi troppo lunghi, complicati e aveva la tendenza ad andare
subito al sodo, senza girarci intorno.
Spesso lasciava allibiti, proprio come Speranza in quel momento.
Allora era stata Mirta a prendere la parola: “Silvana può davvero
condurti dove sarai al sicuro e dove potrai trovare l'amore che
cerchi. Io sono uscita con lei un paio di volte e ti assicuro che lì
fuori si sta davvero bene. Te la senti?”
Anche lei aveva preso le mani di Speranza e le stringeva, le
accarezzava, le baciava.
A Speranza cominciarono a uscire lacrime abbondanti, sopra ad un
naso gocciolante e ai singhiozzi che ormai erano senza freno.
Ma non diceva niente.
Forse era una prospettiva troppo grande e spaventosa per lei,
perchè poteva tranquillamente dire che l'unica vita davvero
conosciuta era quella del monastero.
Se da una parte era fortemente tentata dalla proposta di Silvana,
dall'altra sapeva di non essere pronta.
Silvana aveva capito: “Io vado. Ci vediamo domani”, disse uscendo
poi di corsa.
Mirta aveva aiutato Speranza a togliersi il velo, la sopraveste e la
cuffia, le aveva messo tra le mani la coppa di vino e si era seduta di
nuovo accanto a lei, stavolta sul letto.
Anche Mirta aveva tolto velo e cuffia e i loro capelli brillavano alla
luce del fuoco dello stesso nero corvino.
Si infilò una mano nella tasca della tonaca e tirò fuori l'amuleto che
la vecchia signora le aveva donato l'ultima notte che era uscita con
Silvana.
Non l'aveva più guardato, quasi dimenticato, ma ora sapeva alla
perfezione che quell'amuleto era per Speranza.
E glielo aveva messo in mano.
“Questo è per te” la aveva detto, accogliendo con un sorriso lo
sguardo sorpreso della piccola amica.
Speranza aveva guardato quell'amuleto, tenendolo tra le mani
come fosse la cosa più preziosa del mondo ed era di nuovo
scoppiata a piangere.
Mirta le accarezzava le guance e all'improvviso quell'esserino
minuscolo e pieno di lacrime la baciò, sulle labbra.
Un bacio che non era stato sfuggente, ma intenso, appassionato.
La risposta a quel bacio fu altrettanto appassionata.
Si erano ritrovate abbracciate, con le mani vogliose di toccare corpo
e anima.
La prima a spogliarsi fu Speranza.
In piedi, nuda vicino al fuoco, aveva la pelle che sembrava
trasparente, piena di lividi.
Per Mirta era bellissima.
Il corpo minuscolo era perfetto: collo lungo, seni piccoli e sodi,
cosce snelle e lunghe nelle sue proporzioni.
Un dolore lacerante l'attraversò un istante mentre pensava a ciò
che la priora faceva passare a quella creatura.
Ma non ci fu tempo di impantanarsi in quel dolore.
Speranza aveva preso a spogliarla con foga, desiderosa di qualcosa
che fino a quel momento non aveva ancora conosciuto.
Si baciavano ancora, completamente nude, in piedi vicino al fuoco e
padre Marco, che fino a quel momento era rimasto silenziosamente
in disparte, disse: “Io vado. Sono nei paraggi comunque se servisse
qualcosa.”
E si diresse verso la porta.
“No” aveva quasi urlato Speranza, allungando una mano come
volesse prendere quella di padre Marco.
L'aveva fatto sedere sul letto, proprio davanti a loro due che
avevano ripreso a baciarsi.
Si era poi inginocchiata, proprio davanti alla zona pelosa di Mirta e
l'annusava, l'annusava con voluttà.
Con le dita aveva preso a giocherellarci, continuando ad annusare,
a toccare, a esplorare.
Per Mirta l'esplosione fu rapida, improvvisa e imprevista.
Lì in piedi dov'era aveva sentito le gambe cedere e un bisogno
impellente di distendersi.
E così aveva fatto.
Padre Marco si era alzato e spostato nell'angolo tra il camino, il
muro e il letto e sembrava non sapere bene cosa fare.
Ma era Speranza a gestire la situazione, forse ben addestrata dalla
priora, mentre con gesti decisi aveva spogliato anche Marco.
Lui si lasciava andare, lasciava che fosse lei a cercare quello di cui
aveva bisogno e in quel momento aveva bisogno di lui.
Speranza spostò una gamba di Mirta in modo che fosse fuori dal
letto, appoggiata con il piede sul pavimento, in una posizione che
lasciava la sua zona pelosa completamente esposta e afferrandola
per il bacino l'aveva avvicinata al bordo del letto.
Si era nuovamente inginocchiata e nuovamente annusava,
assaggiava e godeva.
Si toccava tra le gambe, in cerca sicuramente del piacere.
Padre Marco, in piedi dietro di lei, aveva allungato la mano e le
diede il piacere che cercava.
Poi, dopo l'esplicito e supplichevole gesto di Speranza, l'aveva
penetrata.
Mirta dalla sua posizione godeva.
Godeva della bocca e delle dita di quella piccola bizzarra creatura,
godeva del tepore del fuoco, del suo profondo senso di
rilassamento, della situazione tutta, ma soprattutto godeva a
guardare Marco mentre penetrava Speranza.
Lo vedeva bene.
Si era inginocchiato anche lui e teneva le mani sui fianchi di quel
bianchissimo corpo mentre con movimenti lenti entrava e usciva da
lei.
Erano davvero bellissimi.
La cosa andò avanti a lungo così e mentre Speranza continuava a
esplorarle la zona del piacere, mentre aveva guardato Marco
esplodere spargendo il suo liquido su quella candida schiena, anche
Mirta esplose di nuovo.
Il silenzio che seguì era carico d'amore.
Marco, dopo essersi lavato vicino al catino, aveva bagnato un altro
straccio, versato nuovo vino nella coppa e li aveva portati a
Speranza.
Le due amiche ancora nude erano in piedi vicino al fuoco, che ormai
andava consumandosi e Mirta le pulì la schiena
Il vino contribuì a scaldare i loro corpi ancora di più.
“Resterei qui per sempre” aveva detto poi Speranza, mentre si
rivestiva.
Non c'erano state altre parole, soltanto sguardi pieni di complice
vittoria.
Tutti e tre sapevano che qualcosa sarebbe cambiato, perchè
qualcosa era già cambiato.
Speranza teneva in mano l'amuleto che le aveva regalato Mirta e
poco prima di uscire si voltò a guardarli.
Nei suoi occhi una gratitudine che non sarebbe riuscita ad
esprimere altrimenti.
Poi la porta si chiuse alle sue spalle.
Capitolo 15

Era passato qualche giorno da quell'incontro e anche Silvana, che


non era stata presente ma soltanto successivamente informata dei
fatti, era soddisfatta.
Speranza poi sembrava addirittura volare attraverso le attività del
monastero.
Per questo la priora le aveva messo il guinzaglio ancora più corto,
ma sembrava non importarle affatto.
Anche tutte le altre monache parevano essersi accorte di qualcosa e
Francesca prima fra tutte, con le sue antenne da raccoglitrice di
informazioni.
Aveva pressato a lungo Speranza per farsi rivelare qualcosa, ma la
piccola monaca non aveva parlato.
Soltanto dopo un pomeriggio particolarmente pesante, dopo che la
priora l'aveva sottoposta a una delle sue torture Speranza era
crollata, perdendo la nuova energia vitale che l'accompagnava da
allora.
Era stato quello il momento in cui si lasciò andare a qualche
confidenza con Francesca.
Non aveva rivelato molto e soprattutto non aveva fatto i nomi di
Mirta e Silvana, ma le sue confidenze includevano il rapporto avuto
con padre Marco e la presenza di due monache.
Francesca si era agitata.
Voleva assolutamente parlarne con la priora, intendendo il
malessere di suor Matilde come derivante da quello che le aveva
raccontato.
Ma nonostante le supplicanti richieste di Speranza di non rivolgersi
alla priora e i suoi tentativi di spiegarle bene la cosa, Francesca
resistette soltanto qualche giorno e poi andò a parlarle.
Non c'erano state rappresaglie, nessuna azione eclatante, soltanto
la priora chiusa nella sua cella, con Speranza.
Erano rimaste chiuse lì dentro due giorni interi.
Quando alla fine uscirono, sul volto della priora c'era l'espressione
della vittoria, mentre su quello di Speranza il tormento.
E l'aveva confessato a padre Marco il suo tormento, cercando il
modo migliore per chiedere umilmente perdono, perchè non era
stata capace di reggere una cosa così bella e l'aveva distrutta.
Così si sentiva Speranza, distrutta.
Ma appena Marco aveva avuto la conferma che il nome di Mirta e di
Silvana non erano stati fatti si era tranquillizzato e aveva provato a
rassicurare anche suor Matilde, che sembrava invece sprofondare
sempre più in un dolore impossibile da lenire.
Avvisava padre Marco della lettera che la priora aveva scritto al
cardinale e lo ripeteva ossessivamente, come cercasse di fermare
quella lettera con la forza delle sue preghiere.
Ma la lettera era già partita e solo dopo pochi giorni il cardinale
aveva fatto la sua comparsa.
Era stato proprio in quei giorni tesi che Marco e Mirta riuscirono a
parlarsi.
La priora non aveva fatto assolutamente niente oltre a scrivere
quella lettera, le abitudini del monastero erano rimaste invariate e
quindi fu durante i momenti della confessione che riuscirono a
parlarsi.
“Sta per succedere qualcosa e tu devi stare molto attenta
ragazzina” le aveva detto Marco durante l'ultima occasione, mentre
Mirta, in silenzio, cercava di vederlo da attraverso la grata del
confessionale.
Appoggiata una mano su quella grata, sentiva che Marco aveva
fatto altrettanto, perchè il suo calore la raggiungeva, fino nel
profondo dell'anima.
“Ci saranno momenti duri e io ti prego, ti prego con tutta la forza di
cui sono capace, di fare davvero moltissima attenzione nei prossimi
giorni. Arriverà il cardinale, lo sai e ho ben misere scuse da
presentare. Per me non c'è scampo, credo che nemmeno il potere
della mia famiglia possa fare qualcosa a proposito. La vittoria che il
cardinale aspettava è quindi giunta.”
“Cosa ti succederà?” aveva chiesto Mirta fra le lacrime.
“Non ne ho idea, ma non credo che il cardinale mi tratterà con i
guanti. La scomunica è garantita, la prigione probabilmente anche e
forse anche peggio. Ma non pensiamoci ora. Non perdo mai la
fiducia in Dio. Qualunque cosa accada sarai protetta, te lo assicuro.”
Dopo quelle parole si erano salutati con un bacio attraverso
l'impenetrabile grata e il giorno dopo era arrivato il cardinale.
Per prima cosa aveva confinato padre Marco nel suo studio e
successivamente interrogato tutte le monache.
Il clima al monastero era tremendo, il silenzio imperante, rotto
soltanto dalla roboante voce del cardinale che pressava le monache,
interrogate una a una, più volte.
Tutto sembrava piuttosto confuso e la maggior parte del tempo le
monache erano costrette a restare rinchiuse nelle loro celle, mentre
gli interrogatori continuavano, insistenti e pesanti.
Anche per Mirta era stato così, nonostante la sua netta impressione
che i sospetti del cardinale fossero molto lontani da lei.
Forse anche a Silvana stava andando bene, perchè quando le
capitava di incrociarla nei corridoi la vedeva dritta e sicura come
sempre.
Ed era anche riuscita a strizzarle un occhio una volta, cosa che fece
sorridere Mirta fino al cuore.
Nella solitudine della sua cella aveva avuto tutto il tempo di pensare
e ripensare a tantissime cose, a Speranza che non era più riuscita a
vedere, a Marco, a quello che sarebbe potuto accadere, ma
soprattutto aveva pensato a Silvana e al tormento che doveva
provare davanti al suo stupratore.
Più di una volta si era ritrovata a desiderare ardentemente che
Silvana, finalmente, ammazzasse il cardinale.
Una mattina Mirta sentì un gran trambusto fuori dalla porta della
sua cella e poco dopo qualcuno aveva bussato.
Era Francesca.
Considerata la sua condizione di privilegio, che evidentemente il
cardinale rispettava in pieno calcolandone possibili vantaggi e
considerato soprattutto il fatto che fosse stata proprio lei a dargli
l'occasione giusta per agguantare padre Marco, a Francesca era
permesso girare liberamente per il monastero ed era esentata dagli
interrogatori.
Quella mattina arrivava con una notizia che tramortì Mirta dal
dolore.
La piccola Speranza si era impiccata nella cella della priora.
“Aveva legato alla mano un amuleto, legato così stretto che
nessuno è riuscito a toglierglielo. Un amuleto capisci? Quella
monaca era una strega!”
Mirta in quel momento avrebbe voluto strangolarla.
Negli anni in cui aveva considerato Francesca una sua cara amica
non si era mai accorta di quanto fosse ignorante e presuntuosa.
E ora le appariva proprio così, ignorante e fastidiosamente
presuntuosa.
“Chissà, magari quella piccola strega si è inventata tutto, ma al
cardinale non importa. Vuole padre Marco agli arresti. Vuole
portarlo non so dove per interrogarlo e scoprire la verità. E ne sono
felice. Non mi è mai piaciuto granchè quel prete e dopo aver saputo
cosa ha fatto sono proprio contenta che venga arrestato.”
L'unica cosa che frenò la lingua e le mani di Mirta era stato il ricordo
di quello che Marco le aveva raccomandato l'ultima volta che si
erano parlati... “io ti prego, ti prego con tutta la forza di cui sono
capace, di fare davvero moltissima attenzione nei prossimi giorni”...
E così aveva fatto.
Lasciava parlare quell'oca giuliva cercando di placare il desiderio di
picchiarla.
“Ti rendi conto di quello che ha fatto?” continuava a dirle, “Ha
abusato di lei e a quanto pare c'erano altre due monache con loro.
Che schifo! La priora è inorridita.”
Certo non aveva nessuna idea della verità.
L'innocente ignoranza e i travisamenti di quella lingua lunga non la
rendevano certamente più innocente agli occhi di Mirta, che
continuava nervosamente a sentirla parlare.
“Suor Matilde si è impiccata perchè non sopportava la vergogna e
sicuramente aveva paura che il cardinale scoprisse che era una
strega. Chissà da quanto tempo aveva quell'amuleto e chissà
quante malefiche magie ci ha lanciato contro. In effetti dovevo
accorgermene prima, così piccola e brutta com'era. La priora deve
aver sicuramente provato a guarirla, ecco perchè era sempre con
lei!”
Aveva detto quest'ultima frase come se una rivelazione l'avesse
improvvisamente illuminata, dandole chiara visione di tutto quello
che era successo.
“E forse è stata proprio lei a stregare padre Marco e a fargli fare
quello che ha fatto.”
A quel punto Mirta non ce la faceva proprio più.
“Cosa ci succederà ora?” chiese a Francesca.
Sapeva che non sarebbe riuscita a zittirla, ma almeno poteva
spostare l'argomento.
“A noi proprio niente. Tu sei innocente come me per il cardinale e
quando gli ho detto che siamo amiche si è convinto definitivamente.
Ci sono alcune monache però che guarda con sospetto e penso
vorrà interrogarle ancora.”
Mirta a quel punto avrebbe voluto sfruttare Francesca per saperne
di più, ma avevano bussato di nuovo alla porta.
Una delle monache più anziane le avvisava dell'incontro nella sala
studio collettiva con il cardinale.
Mirta e Francesca erano volate.
All'interno della sala c'erano già parecchie monache, mentre altre
arrivavano man mano che la notizia dell'incontro si diffondeva.
Del cardinale non c'era ancora traccia e nemmeno di Marco.
Silvana era già seduta su una delle panche e Mirta si sedette due
panche dietro di lei, sapendo che se ne era accorta.
Passarono diversi minuti dopo che tutte le monache si erano riunite
e il cardinale fece la sua comparsa.
Trascinava sui piedi il suo corpo pesante, coperto da una tunica
rosso porpora e si sedette sulla sua poltrona appositamente
sistemata e sollevata in modo che sovrastasse tutti.
La breve camminata e i due scalini da salire per accomodarsi
dovevano averlo provato, perchè ansimava rumorosamente.
Marco era dietro di lui, con i polsi legati da una corda e visibilmente
dimagrito.
“I fatti qui accaduti sono gravissimi. Ho già provveduto ad avvisare
il santo padre e aspetto sue indicazioni. Nel frattempo voglio sia
chiaro a tutte che padre Marco è agli arresti e sotto costante
interrogatorio. Ho collaboratori validi che si occupano di questo. La
morte della vostra consorella pende sulla sua testa, lui ne è
responsabile. Vi invito quindi a fornirmi tutti gli elementi utili per
fare luce su questa brutta storia.”
Ci provava in tutti i modi a far parlare le monache, evitando solo la
tortura per non ritrovarsi inguaiato agli occhi del papa.
A Marco però sicuramente non l'aveva risparmiata.
Lui teneva gli occhi bassi, fissi sul pavimento.
La morsa allo stomaco che Mirta sentiva non le permetteva di
respirare liberamente e il peso sul cuore le aveva reso le gambe
molli.
Voleva urlare, raccontare di quanto Marco fosse meraviglioso, di
come avesse aiutato lei e molte delle altre monache da quando era
arrivato, voleva urlare che la priora era un mostro e che se
Speranza si era impiccata era soltanto colpa sua, voleva urlare in
faccia al cardinale di come sapesse quanto lui fosse indegno anche
solo di mangiare le feci di Marco.
Ma non urlò.
Le stesse parole che l'avevano fermata poco prima dallo strangolare
Francesca la fermavano ancora una volta.
Non avrebbe fatto questo a Marco.
E nemmeno a se stessa.
Confessare qualcosa che nessuno dei presenti non coinvolti poteva
capire ed essere a sua volta imprigionata non l'avrebbe comunque
salvato.
E sapeva che Marco avrebbe mantenuto la sua promessa di
protezione.
Dopo l'insistente silenzio da parte di tutte le monache, il cardinale,
rassegnato ma non arreso, se n'era andato, trascinandosi dietro
Marco.
La priora dette immediatamente l'ordine di ritirarsi nuovamente
nelle celle.
Questa volta il cardinale non aveva preteso che le liberassero,
perchè l'isolamento a cui andavano soggette le monache durante il
giorno sperava tornasse a suo favore.
Ma le monache non sapevano niente e quelle che sapevano non
avrebbero mai parlato.
Impiegò altri due giorni per interrogare tutte e poi se ne andò,
portandosi via Marco.
Nei giorni seguenti tutto era tornato come prima e anche la priora
sembrava più tranquilla, nonostante adesso che la sua monachella
era morta aveva ricominciato a perseguitare Silvana.
In un pomeriggio di turno in cucina insieme, Silvana riuscì a
passare un biglietto a Mirta.
Le dava appuntamento per la sera nello studio di padre Marco.
Appena ritrovate in quel luogo tanto amato si abbracciarono di un
lunghissimo abbraccio sostenitore.
“Dobbiamo onorare Speranza. Che ne dici se bruciamo qualche erba
qui nel camino e pronunciamo una preghiera alla Dea, chiedendole
di aiutarla a guarire? Dev'essere stata dura per quello scricciolo.”
Mirta ovviamente era d'accordo.
Le erbe profumavano di campo fiorito e la preghiera fu silenziosa,
ma sentita nel profondo da entrambe, che si erano poi guardate con
le lacrime agli occhi.
E Marco era lì con loro, anche se non c'era.
Silvana aveva tirato fuori dalla tasca della tonaca un pacchettino
che diede a Mirta, abbracciandola di nuovo più forte di prima.
“Io me ne vado. Ho deciso. Qui davvero non posso più stare.”
Mirta era tramortita dalla notizia, anche se comprendeva
perfettamente le ragioni della sua Maestra.
Non aveva provato nemmeno a dissuaderla.
Piangeva soltanto.
“Dai, non ce n'è bisogno. Che ne dici di accompagnarmi al muro?”
La loro corsa era stata rapida, come sempre, mentre le vesti
monacali di Silvana si levavano, una a una, lasciandola nuda e
pronta per la sua nuova vita.
Però non ne aveva lasciato traccia vicino al muro.
“Mirta, lascia le vesti dove sono. Lascia che liberino la loro
immaginazione provando a indovinare cosa è successo. Io ti lascio
qui la scala, ora sai come usarla e se ti venisse voglia di fuggire
credo saprai trovarmi.”
“Perchè non hai ammazzato quell'essere immondo” le aveva chiesto
mentre tirava giù la scaletta.
“Non era ancora il momento” aveva risposto lei e poi, rapida come
uno scoiattolo, era salita e scomparsa nel buio della notte.
Al ritorno nella sua cella aveva in mano il pacchetto lasciatole da
Silvana.
Dentro c'era la grossa chiave che lei stessa aveva forgiato, con una
nocciola forata e legata dalla parte della testa.
Una breve lettera l'accompagnava.
“Amore mio dolcissimo, sono grata alla vita che ci ha fatte
incontrare. Il mio tratto di strada qui è stato lungo, anche faticoso,
ma non rimpiango niente e ora sono finalmente libera. Con Ramona
vedrò cosa possiamo fare per Marco. Prenditi cura di te stessa
amica mia, perchè il mondo ha bisogno di te. Nella biblioteca che
Marco ti ha regalato ci sono libri che ti saranno molto utili, me l'ha
detto lui e io non capisco come non mi sia venuta prima l'idea di
lasciarti la chiave. Perdonami. Ti amo”
Quello era tutto ciò che le rimaneva.
Nascose la chiave e la lettera sotto una pietra sotto la branda e poi
ci si distese.
Il buio era sceso anche sulla sua anima.
Capitolo 16

Dalla partenza di Marco e Silvana per Mirta era stato un inferno.


Si sentiva sola, pesantemente e inesorabilmente sola.
La noia del monastero condiva il tutto.
Stranamente la bizzarra scomparsa di Silvana non aveva provocato
molto clamore, il che si rivelò una buona cosa tutto sommato per
Mirta, che proprio grazie alla tranquillità della vita diurna, riusciva a
tuffarsi nella sua biblioteca la notte.
Ma non avrebbe potuto reggere quei ritmi a lungo, perchè la
mancanza di sonno cominciava a darle dei problemi.
Si addormentava durante la messa del mattino officiata dal
vecchissimo prete che aveva sostituito Marco, si addormentava
sopra al piatto della zuppa insipida durante l'ora dei pasti, si
addormentava durante il rosario e le era capitato di addormentarsi
anche durante i turni di lavoro.
Atteggiamento troppo rischioso, anche se la priora non se n'era mai
accorta.
Soltanto nell'orto riusciva a trovare un po' di serenità.
Pensava a Silvana oltre quel muro e la sua anima sorrideva.
Pian piano però anche le ore di studio in biblioteca avevano
cominciato a risvegliare la sua natura solare e generosa.
Tra i libri si sentiva a casa, le facevano sentire Marco meno lontano,
soprattutto perchè studiando riusciva a collegare tutti i discorsi
fatti, i momenti vissuti e questo cominciava a fornirle un quadro
piuttosto chiaro.
Aveva studiato di tutto, dall'anatomia all'astronomia, filosofia,
religioni, Cabala e le erano capitati tra le mani anche documenti di
alcuni processi a presunte streghe.
Fra queste l'aveva colpita una certa Jeanne d'Arc, una ragazzina
francese vissuta più di cento anni prima, morta sul rogo all'età di
diciannove anni, la sua stessa età.
Quello che l'affascinava non solo era il fatto che quella ragazza
riusciva a vedere e a sentire l'arcangelo Michele, ma soprattutto
ammirava l'eleganza con cui aveva risposto a tutte le domande
poste durante il lungo processo, dopo la prigionia di un anno.
Una ragazza di soli diciannove anni che aveva condotto un intero
esercito verso la vittoria dei francesi contro gli invasori inglesi aveva
certamente qualcosa di speciale.
Mirta non si capacitava di come avessero permesso che Jeanne
fosse condannata e nemmeno che fosse successo a Marco.
La rabbia era tanta e più volte Mirta aveva pensato di raggiungere
Silvana, di andarsene da quel luogo soffocante e privo di
prospettive, ma temeva che così facendo non sarebbe più riuscita
ad avere notizie di Marco.
Aveva persino messo Francesca sulle sue tracce, ma anche lei non
riusciva a sapere niente di più di ciò che già sapeva e cioè che
Marco era a Roma.
Nient'altro.
Era passato quasi un anno da che era stato arrestato e le cose
sempre uguali al monastero, insieme all'assenza di notizie, avevano
cominciato a mettere Mirta in una brutta agitazione.
E sentiva di voler davvero sfidare Dio.
Una sera, mentre si recava alla sua biblioteca segreta, parlò chiaro
a quell'entità che sapeva essere dentro di lei e disse: “Sentimi
bene. Io così non posso più andare avanti. Mi serve un segno, un
segnale qualsiasi che mi metta nella giusta direzione per aiutare
Marco, per avere sue notizie e magari per vederlo tornare.
Magari...!”
Una tristezza infinita le scese sul cuore, ma non si lasciò catturare.
“Sto facendo del mio meglio per restare quieta, per non lasciarmi
andare alla disperazione, ma sento che vorrei scatenare una
guerra. E se tu abiti davvero dentro di me dovresti sentirlo
chiaramente. Altrimenti come Dio non vali niente.”
Nel frattempo era arrivata alla biblioteca, sistemandosi molto in
fondo rispetto alla porta, dove c'erano alcuni libri che in quel
periodo stava consultando.
Si era da poco seduta quando un alito di vento la raggiunse da
chissà dove e una piccola luce davanti a lei sembrava avvicinarsi.
E si avvicinava piuttosto velocemente.
Pochi istanti e comparvero Silvana e Ramona.
Un tuffo al cuore fece scoppiare in lacrime Mirta, che si alzò rapida
e corse ad abbracciarle.
Silvana come sempre profumava di bosco.
“Ci sono notizie, amica mia. Sai che Ramona sogna...”
Per un lunghissimo istante a Mirta si bloccò il respiro.
Non soltanto il Dio che aveva sfidato, sfacciatamente presto
rispondeva, ma attraverso messaggere amate.
Non ci fu nemmeno bisogno di domandarsi come facessero a sapere
che lei si trovava lì in quel momento, perchè per Mirta era ovvio,
com'era ovvia la verità delle notizie che le due Maestre le
portavano.
“Marco sta per tornare. E sarà molto presto.”
Le girava la testa.
“Però non aspettarti un ritorno gioioso.”
Questa volta era stata Ramona a parlare.
E continuò: “Sai che preferisco non parlare dei particolari dei miei
sogni, perchè il futuro è variabile ad ogni istante, ma in ogni caso ci
sono forti flussi di energia che possono predominare e a volte
hanno ragioni che al momento non riconosci. Tieni sempre la mente
e il cuore aperti al Dio che ti abita, solo così potrai far fronte a ciò
che accadrà. Sei un'anima fulgida Mirta, te ne accorgerai presto.”
“E sappi che noi ci saremo” aveva subito aggiunto Silvana.
Mirta non capiva più come si sentisse.
C'era sicuramente la gioia di vedere Marco, ma le parole dette da
Ramona, quella verità che sentiva...
Lei in qualche modo aveva sempre sperato nella posizione della sua
famiglia, nella possibilità che il papa fosse un'anima buona, nelle
capacità straordinarie di Marco stesso, un uomo in grado di elevare
lo spirito di ogni persona con cui entrava in contatto, ma quelle
parole l'avevano messa in allarme, anche se davvero non sapeva
cosa aspettarsi.
Tra le cose che sentiva c'era anche la fiducia in Silvana e Ramona.
Ma non fece in tempo a perdersi in congetture, perchè quelle due
Streghe stavano già sgomitandosi ridacchiando.
Da quello che adesso era il suo nuovo abbigliamento smonacato,
una semplice corta tunica marrone legata in vita, Silvana tirò fuori
un biglietto che porse a Mirta, dicendole: “Questo è un regalo.
Siccome a quanto pare Ramona ritiene che imparare il vero
significato del Natale è piuttosto importante per te, ho pensato di
darti un piccolo aiuto. E' soltanto ciò che ho imparato io e
sicuramente non racchiude tutto il significato del Natale, ma sono
sicura che potrà esserti d'aiuto.”
Mirta l'aveva guardata, ed era davvero bellissima.
I capelli cresciuti le ricadevano biondi e morbidi sulle spalle, gli
splendidi occhi nocciola erano diventati più grandi e le sue fattezze
minute emanavano ancora più forza.
Aprì il pezzo di carta e lesse: “Il Natale è il simbolo di una legge
universale: Chiedi e ti sarà dato.”
Tutto lì.
Certo non era granchè, ma Mirta non si sentiva delusa, perchè
anche se ancora non coglieva il pieno senso della cosa, sentiva
comunque che aveva un senso.
Aveva più che un senso, era logico.
Nella stessa identica percezione di verità arrivata fulminea che
aveva vissuto durante il breve ballo con Ramona, stavolta arrivava
fulminea la verità che logico che era logico, perchè se Dio
onnipotente ti abita, tu puoi chiedere qualsiasi cosa e ti sarà
concessa.
Non esiste nessuna forza che può contrastare quella di Dio.
In quel momento il Dio che aveva conosciuto attraverso la religione,
trascendente e giudicante, diventava immanente, amorevole e
potente.
Lei lo vedeva nel corpo di Silvana, nei sogni di Ramona, nelle visioni
di Jeanne, nelle serate passate fuori, lei lo vedeva in sé...
finalmente... a casa...
Ora la testa le girava più di prima.
Ramona l'aiutò a sedersi e Mirta non poteva aspettarsi regalo più
grande.
Respirava a pieni polmoni quella verità donata e la faceva scivolare
dentro, sempre più in profondità.
Alcuni minuti e Silvana già la strattonava allegramente dicendole:
“Dai, perchè non vieni con noi? Ti prometto che rivedrai il tuo
Marco.”
Mirta tentata però non se la sentiva.
Voleva essere lì quando Marco fosse arrivato, in qualunque
condizione fosse arrivato.
“No amica mia. Il mio posto ora è qui.”
Non servirono altre parole.
Ma nessuna delle tre voleva ancora separarsi, quindi si presero un
po' di tempo per chiacchierare della vita fuori e delle nuove
esperienze che Silvana stava vivendo.
Erano state piuttosto criptiche le due Maestre quando le parlarono
dell'imminente guarigione definitiva di Silvana, ma Mirta aveva
capito che si collegava al ritorno di Marco.
Era stata colpita da una cosa che aveva detto Ramona: “I ricordi
traumatici, di qualsiasi natura, se presenti nei pensieri spesso,
creano una frattura tra ciò che sei e ciò che ricordi. Meno ci pensi e
più ti riconnetti alla tua vera essenza. Questo permette la
guarigione, perchè ricollega mente e corpo, permettendogli di
funzionare al meglio.”
Poi si era profusa in complimenti a Silvana per i progressi in tutti
sensi che aveva compiuto e l'abbracciava, braccio alla vita, in un
gesto che fece sentire tanta nostalgia a Mirta.
La loro nottata si protrasse e fu meravigliosa.
Al momento della partenza Mirta le accompagnò al muro.
La scaletta era scesa agile come sempre.
“Io continuo a lasciare qui la scala. A me comunque non servirà.
Non tornerò mai più qui dentro.”
Mirta non lo sentiva come un addio, sapeva solo che non l'avrebbe
rivista lì.
Un abbraccio caldo tra tutte e tre, insieme, mentre qualche lacrima
di gioia scendeva qua e là, tra baci e sguardi interi, sembrava non
voler ancora mettere fine a quell'incontro.
“I veri fratelli si sentono nel cuore” aveva detto Mirta.
“I veri fratelli si sentono nel cuore” aveva fatto eco Silvana.
Ora loro due sole strette in un abbraccio, scambiandosi un dolce,
lungo e candido bacio, suonavano dentro di loro quell'amore già
sentito, ma che si rinnovava e si rinforzava.
Ramona aveva preso dalla sua borsa a tracolla un piccolo specchio,
che si affrettò a porgere a Mirta dicendole: Guardati qui dentro e
vedrai Dio.”
Lei l'aveva preso e ci si era specchiata, il buio della notte impediva
che si vedesse chiaramente, ma quando alzò gli occhi per guardare
Ramona, vide se stessa.
Certo c'era sempre il buio, ma sotto quella massa di capelli nero
corvino, in quella pelle scura, nel colore diverso degli occhi di un
verde intenso, che non vedeva con i suoi occhi in quel momento,
ma con la memoria, c'era lei.
Silvana era già in cima al muro quando un lieve bacio arrivò sulla
guancia di Mirta e la voce di Ramona l'accompagnò: “Nutri il tuo
Dio.”
Mirta aveva proprio fame.
Capitolo 17

Passarono soltanto tre giorni dalla visita delle due Maestre e Marco
era di nuovo al monastero, chiuso in una fetida cella nei sotterranei.
Pochissime volte Mirta aveva avuto modo di vedere quel posto, ma
ogni volta le aveva messo i brividi.
Francesca raccontava storie leggendarie sulle prigionie avvenute in
quei posti e lei sospettava che la maggior parte se le inventasse,
ma il luogo era davvero tetro.
Pensare a Marco lì sotto le aveva acceso il disperato desiderio di
fare qualcosa.
Il cardinale Giuliano era tronfio e sempre più grottesco.
Con l'assenza di Silvana le sembrava molto più complicato
raggiungere Marco nei sotterranei, magari liberarlo e portarlo fuori
di lì.
Aveva pregato che un pacchettino delle sue droghe le piovesse dal
cielo, che potesse addormentare tutti per cento anni e consentirle
di uscire con Marco dal portone principale sulla carrozza del
cardinale.
Ma per quanto imprecasse, pregasse, chiedesse, implorasse, niente
sembrava succedere.
Il Dio che le abitava dentro sembrava dormire.
Le notizie non erano chiare, ma si parlava di una condanna e si
aspettava l'arrivo di alcuni delegati del papa.
Il cardinale Giuliano non aveva incontrato nessuna delle monache,
soltanto lo stretto necessario con la priora e poche altre a cui aveva
dato semplicemente disposizioni per l'arrivo dei delegati.
Mirta l'aveva appena intravisto.
Gli ospiti erano previsti per il giorno dopo e nel pomeriggio il
cardinale avrebbe fatto un discorso davanti alla folla che lui voleva
sempre più numerosa.
Aveva mandato qualche monaca più agile a raggiungere i villaggi
vicini e ad avvisare che ci sarebbe stato un importante evento a cui
era ordinato di partecipare.
Lo sfarzo dei delegati papali e la miseria degli abitanti dei villaggi,
agli occhi di Mirta era la paradossale farsa della chiesa, visibilissima
in quel grande piazzale esterno davanti all'ingresso del monastero.
E la presenza di Marco sul grande palco da cui sovrastava il
cardinale era ancora più paradossale.
Dolorosamente paradossale.
In catene, pallido più della luna, ma dritto e calmo.
La sua tonaca era stata sostituita da un lercio sottanone.
I pochi capelli ai lati della sua testa esplodevano ricci e lunghi,
quasi volessero beffarsi di quella parodia.
Moltissimi erano diventati bianchi.
Mirta non aveva mai chiesto la sua età e ora sembrava non averne.
Poteva averne venti come centocinquanta.
Lui l'aveva vista tra la folla, l'aveva guardata, proprio con il suo
sguardo.
Il cardinale si era alzato dalla sua poltrona nel momento in cui
aveva ritenuto ci fosse abbastanza folla.
Con voce imperiosa proclamò il decreto del papa che condannava al
rogo lo scomunicato prete, per eresia e peccati imperdonabili agli
occhi di Dio.
Ancora una volta ordinava alle monache implicate nell'orrendo
peccato di farsi avanti, perchè sarebbero state perdonate, perchè
necessitavano di una confessione per ottenere il perdono.
Marco aveva guardato Mirta dritto negli occhi, con lo sguardo
imponendo il silenzio, come se ancora una volta avesse letto nei
suoi pensieri e avesse visto la fame di guerra.
Una ragazzina di forse undici anni, facendosi largo tra la folla,
aveva ficcato in mano di Mirta un piccolo pacchetto.
Lei non fece in tempo nemmeno a vederla.
Appena riavuta dalla sorpresa aveva sentito il cardinale proclamare
l'esecuzione di Marco per il pomeriggio successivo, invitando tutti i
presenti ad assistere a come l'eresia non sia perdonata, dalla chiesa
e da Dio.
Il loro Dio.
Non era certamente il Dio di Mirta.
Appena finita quella sceneggiata, nel primo momento possibile,
aveva aperto il pacchettino.
Il pacchettino stesso era un messaggio di due righe scritte da
Silvana e conteneva una polvere.
C'era scritto: “Metti questa nel vino. Anche le guardie lo bevono.”
Ancora una volta il suo Dio rispondeva sorprendente.
Facilitata dal suo turno alle cucine, nell'abbondanza di ogni genere,
Mirta aveva messo la polvere nel vino.
Alle monache, costrette nuovamente alla convivenza forzata, non
era permesso consumare vino, ma alla priora era concessa una
coppa prima della notte, come gesto che il cardinale doveva
ritenere molto generoso e che ben ripagava i suoi servigi.
La priora se l'era proprio goduto quel vino.
Mirta l'aveva sentita, sempre dietro la sua tenda, sorseggiare avida
il liquido inebriante.
Tutte le monache dormivano e quelle più vecchie ancora sveglie non
avrebbero mai parlato.
Mirta, come una furia, si era precipitata nei sotterranei.
Anche le guardie dormivano, appoggiate al tavolaccio di legno su
cui stavano giocando a dadi.
La luce di una torcia buttava ombre sulla cella dov'era disteso
Marco, sulla nuda pietra.
Era corsa alle sbarre e l'aveva chiamato.
Sollevandosi appena, aveva girato la testa per guardare in direzione
della voce e appena aveva visto Mirta era scattato in piedi e si era
avvicinato alle sbarre.
Teneva le sue mani sopra a quelle di lei che afferrava le sbarre con
forza, desiderando che scomparissero.
“Troviamo il modo di farti uscire di qui” aveva detto Mirta in fretta,
cercando di guardare sulle cinte delle guardie per scorgere un
mazzo di chiavi.
“No” aveva affermato secco lui.
“Ma come no? Perchè no?”
“Siediti” le aveva allora detto lui, “Immagino che se ci sono di
mezzo le erbe di Silvana tu abbia molto tempo.”
Si erano seduti uno di fronte all'altra, con le sbarre tra di loro.
Mirta, a gambe incrociate, teneva ancora le mani su quel muro di
vuoto.
“E' stato importante per me conoscerti, lo sai vero Mirta?”
Era la prima volta che usava il suo nome, l'aveva sempre chiamata
ragazzina.
“E' stato importante per moltissimi motivi. Il primo è che grazie
all'amore provato per te mi è stato possibile fare un grandissimo
passo avanti sulla mia strada. Paradossalmente, quello che credevo
mi avrebbe impedito l'ascensione, si è rivelata la miccia. Questo
periodo lontani è stato duro, credo proprio per entrambi, ma a me è
successa una cosa straordinaria. Domani dovrei morire sul rogo, ma
credo proprio di riuscire ad ascendere. Se mettiamo il duro
allenamento cui sono stato sottoposto in questo periodo e
aggiungiamo la strizza di morire in un modo così atroce, penso
proprio di farcela. Tu comunque non devi preoccuparti di niente. La
mia è una scelta. E' una scelta mia lo capisci? Tu non puoi fare
niente, solo essere con me. Lo sei?”
“Sempre” aveva risposto immediatamente Mirta.
“D'accordo, allora ascoltami bene. Fai in modo di essere davanti,
davanti il più possibile, in modo che io ti veda. Se vuoi essere con
me devi guardarmi negli occhi mentre succede. Per me è piuttosto
importante.”
“Io non so se ce la faccio. Io non so se ce la faccio senza di te.”
“Certo che ce la fai, come hai sempre fatto. Io sono soltanto
qualcuno con qualche conoscenza che ha avuto l'immensa fortuna
di incontrarti.”
“Non è lo stesso studiare senza di te. E immagino che non lo sarà
nemmeno vivere.”
“Ma io sono con te sempre, non potrei mai lasciarti. I veri fratelli si
sentono nel cuore, ricordi?”
“Non potrà bastarmi...”
“E allora mi sa che sarai costretta a fartelo bastare.”
Mirta si era alzata in piedi, di scatto: “Sono arrabbiata Marco, sono
furiosa in un modo che nemmeno io stessa capisco. E il fatto di
non poter fare niente mi fa impazzire, mi fa sentire completamente
impotente.”
“Però sei arrabbiata. E questo è un bene, perchè significa che non ti
lascerai andare alla disperazione e a quell'inutile senso di
impotenza. Il tuo Dio ti vuole attiva, viva. Oltre la rabbia c'è altro
Mirta e tu lo troverai. Qui sei di fronte a qualcuno che ha fatto una
scelta e che ti piaccia o no dovrai rispettarla. E non credo che tu
non mi capisca...”
Aveva concluso quella frase cercando di prendere la mano di Mirta,
che adesso camminava nervosamente davanti alla cella.
“Dai, vieni e siediti qui di nuovo vicino a me. Se questo è un addio
voglio salutarti come si deve e così non mi piace!”
A Mirta cominciava a scendere qualche lacrima.
“Brava, piangi, lascia uscire tutto. Liberati, ma vieni qui vicino.”
Lei si era seduta ancora più vicina alle sbarre.
Lui le accarezzava il viso e i condotti lacrimali di Mirta si aprirono
completamente, lasciando uscire tutta la tensione della situazione.
Se la sentiva sulle mani, dove le lacrime la bagnavano e la sentiva
uscire dal cuore, che adesso sembrava essere stato stretto in una
morsa troppo a lungo.
Marco era lì, ma non sarebbe stato più lì.
Eppure adesso che le lacrime avevano sciolto la stretta sul cuore
riusciva a comprendere meglio.
Per quanto Marco fosse una persona straordinaria, che avrebbe
portato numerosi benefici al mondo, che amava la vita, se stesso e
gli altri in un modo assolutamente straordinario, era stanco.
Era stanco delle persone come il cardinale, stanco della violenza di
cui si era reso testimone dai racconti di Silvana, della fine di
Speranza e di tutti gli altri crimini visti negli anni.
Era stanco dell'ignoranza, della falsità, dell'arroganza e soprattutto
stanco di doversi giustificare davanti al muro dell'incomprensione.
Lui sapeva che la vita è anche oltre quella comunemente chiamata
vita e aveva voglia di esplorarla, di sentire un più alto livello
d'amore.
Lo voleva già da molto prima del loro incontro e Mirta lo sapeva
bene.
Più volte l'aveva adorato sentendolo parlare ed entusiasmarsi
parlando del potere che la mente ha sulla carne, delle dimensioni
che ci attraversano, che sono con noi ma che noi non percepiamo,
perchè esistono vibrando a una diversa frequenza.
Spesso le era sembrato che parlasse con un linguaggio
assolutamente sconosciuto, composto di termini e concetti che
sentiva fuori dalla sua portata.
Ma nel tempo aveva imparato a comprenderlo sempre meglio.
Ad esempio le era diventato chiaro che la multidimensionalità
dell'esistenza di cui parlava Marco la richiamava agli angeli e che le
frequenze erano simili alle correnti d'aria e di vento che gli uccelli
prendono per volare più in alto o ai suoni di diversi strumenti.
La sorpresa poi era sempre quando sembrava leggerle nella mente.
“E così è” l'aveva ripresa Marco, persa nei pensieri.
“Quindi è vero che leggi nel pensiero!”
“Si” aveva sorriso Marco.
Anche Mirta sorrise, perchè davvero non sapeva resistere a quello
di Marco.
“Mi dispiace tanto non poter fare l'amore con te in questo
momento. E' incredibile quanto sei bella. E io ringrazio Dio ogni
giorno per averti messo sulla mia strada.”
“Anch'io lo ringrazio ogni giorno amore mio. Dimmi che ti ritroverò,
in qualche modo, su qualche frequenza.”
Marco continuava a sorridere: “Promesso”, le aveva detto.
“Ma anche tu devi farmi una promessa. Sappi che tua nonna aveva
ragione quando ti ha raccontato dell'elisir di eterna giovinezza.
Certo la formula non sta tutta lì, c'è l'ingrediente base che è sempre
lo Spirito, ma amare il tuo corpo, prendertene cura, muoverlo
liberamente e continuare a sperimentarlo gli consentirà di
esprimere i potenziali latenti. Serve che ricordi che la vecchiaia è
solo un'idea, come la giovinezza. Tu devi promettermi che vivrai a
lungo, molto, molto a lungo. Io so che sei pronta Mirta, sei pronta a
dimostrare al mondo qualcosa. Non so cosa dimostrerai, non so
quali percorsi e scelte ti porteranno dove, ma so che sarai potente.
Lo sei già, ma ancora non lo sai e presto lo saprai. Io la mia
promessa te l'ho fatta, tu ora fammi la tua.”
Mirta lo guardava dritto negli occhi.
Come Ramona anche lui parlava di una imminente nuova
comprensione di se stessa e lei non ne vedeva le tracce, ma si
fidava.
“Promesso” gli aveva confermato con voce sicura.
Si guardavano del loro sguardo.
Marco le aveva preso le mani.
“Hai una vita straordinaria da vivere davanti a te. Ci sono cose che
scoprirai sempre più meravigliose, questa è un'altra promessa. Sei
davvero speciale per me.”
Aveva avvicinato il viso alle sbarre, cercando le labbra di Mirta.
Il loro bacio era stato a labbra sfiorate appena, lungo e caldo, si
erano respirati, amati, abbracciati nel cuore.
E poi, nel silenzio erano rimasti ancora più a lungo a guardarsi, a
tenersi le mani e a preparare l'anima a un evento che avrebbe
cambiato la vita di entrambi.
Per sempre.
Capitolo 18

Sul piazzale davanti al monastero la pira era già pronta e il lungo e


dritto palo centrale proiettava ombra di morte in quel pomeriggio
inoltrato di primavera.
I contadini pagati profumatamente dal cardinale, che sempre
amava ostentare la sua ricchezza, avevano mosse alte le gambe
per preparare la catasta.
Le monache erano già riunite, Mirta in prima fila.
Anche sul palco poco lontano il cardinale e i delegati troneggiavano
già dalle loro poltrone, pronti a gustarsi uno spettacolo che per
molti non sarebbe apparso affatto raccapricciante.
Il cardinale per primo.
Forse l'aveva aspettato a lungo quel momento, gustandoselo
nell'immaginazione, passo dopo passo.
Per Mirta, i fin'ora assolutamente ignoti motivi di tanto accanimento
su Marco da parte del cardinale, apparvero chiarissimi.
Marco aveva un potere che il cardinale non avrebbe mai avuto e
riconoscendolo, nella sua insaziabile fame, non poteva sopportarlo.
Poteva anche essere stata l'idea di possedere il monastero a piacere
al cardinale, ma a muovere soprattutto la sua volontà di
persecuzione era stata la profonda invidia che provava per Marco.
Era chiara sulla sua faccia.
E il ghigno di una presunta vittoria apparve sulle sue labbra alla
comparsa di Marco in catene, scortato e strattonato dalle guardie.
Facendo largo tra la folla lo condussero sulla catasta legandolo al
palo con le stesse catene.
Il suo sguardo e quello di Mirta si erano trovati e non si lasciavano.
La catasta era stata accesa, dopo le parole del cardinale che
ricordava a tutti le fiamme dell'inferno.
Mirta sapeva che in seguito il cardinale avrebbe cercato ancora le
monache coinvolte nel caso e forse non avrebbe potuto evitare di
notare lo sguardo tra Marco e Mirta.
Lei restava lì, eretta, mantenendo il contatto.
Intorno a Marco le fiamme iniziavano a salire e poteva sentire
benissimo come lui cominciasse ad averle sulla pelle.
Il calore doveva essere davvero insostenibile.
Aveva visto Marco dimenarsi un po', sentire lo strazio, ma
mantenere lo sguardo nella sua direzione senza tentennamenti di
nessun tipo.
Ancora lunghissimi istanti di quella situazione così straziante e Mirta
vide una cosa incredibile...
Il corpo di Marco stava scomparendo, non consumato dalle fiamme,
ma immerso in una luce che ad un certo punto si fece abbagliante.
Manteneva ancora lo sguardo, Mirta lo vedeva.
Poi però, Marco scomparve del tutto.
Quella luce si levò dal fuoco e prese a brillare sopra, alta nel cielo.
In quel momento, tra tutti gli altri dietro di lei, si fecero largo
Silvana e Ramona, che insieme ad altre sorelle mischiate tra la
folla, avevano raggiunto quel posto.
E Mirta.
Erano tutte vestite di bianco.
Lei vedeva soltanto le sue due Maestre al suo fianco, ma lo sapeva
che non erano sole.
La luce abbagliante era scomparsa, mentre il fuoco continuava a
salire sempre più alto e minaccioso.
La folla arretrava, ma non Mirta, Silvana e Ramona.
Ora si tenevano per mano e sul palco il cardinale cominciò a
dimenarsi vistosamente nella sua pancia enorme.
Muoveva i piedini scalciando, aveva appoggiato le mani sui braccioli
della sua poltrona e cercato di alzarsi, cadendo rovinosamente in
avanti, continuando a scalciare, quando un fuoco uscì da lui.
Aveva cominciato da quella schiena rivolta al cielo, sopra una
pancia che si schiacciava per dare più alimento a quel fuoco e che si
propagò in brevissimo tempo.
Il cardinale urlava, chiedeva aiuto, si dimenava sempre di più,
avvolto nella stessa tortura che aveva riservato a Marco e a
moltissimi altri.
Le tre amiche intanto avanzavano, avvicinandosi a quello spettacolo
degno di essere visto da vicino.
Silvana era calmissima.
Guardava quel fuoco e sembrava impassibile.
Mirta non sapeva cosa provasse realmente Silvana, che cosa fosse
davvero successo e chi fosse responsabile di quell'autocombustione,
ma sapeva che le sorelle in bianco erano lì per la guarigione di
Silvana.
Intanto il panico era dilagato, c'era chi scappava urlando di opera
del demonio, i più curiosi restavano e si spintonavano tra quel caos
che comprendeva monache con l'intenzione di aiutare e delegati
che filavano a gambe levate preparandosi a partenza immediata.
La priora correva in su e in giù non sapendo cosa fare, cercava di
radunare le monache, si sbracciava cercando di riportare la calma,
ordinava che qualcuno aiutasse il cardinale.
Le tre amiche, ancora strette per mano, guardavano quello
spettacolo che non le toccava, che si svolgeva intorno, ma in
un'altra dimensione.
Anche le altre sorelle si erano avvicinate a guardare il cardinale
consumarsi, inesorabilmente, forse troppo presto per ripagare tutto
il dolore provocato.
Ma ormai aveva pagato.
Avvolta in quel bianco e morbido gruppo Mirta si tolse le vesti e
Ramona l'aiutò a sfilarsi l'ultima, porgendole poi una tunica bianca
identica alla loro.
Intanto intorno le cose si erano calmate, le monache e i delegati
ritirati nel monastero, la maggior parte della folla dispersa e solo i
più curiosi restavano a guardare i carboni del cardinale che ancora
sprigionavano qualche fiammella qua e là.
Tutto il bianco gruppo si era seduto davanti alla catasta su cui solo
pochi minuti prima Marco stava per morire.
Ripensando a quello che aveva visto in mezzo alle fiamme, alla luce
abbagliante che si era levata al di sopra di tutti, Mirta sorrideva.
“E così ce l'ha fatta” aveva detto Silvana.
“Si, ce l'ha fatta”
Mirta aveva guardato Silvana per la prima volta da che era arrivata.
Sempre più bella.
Sempre più forte.
Sempre più immensa.
“E tu? Ce l'hai fatta anche tu...”
“Si, anche io...”
Alcune tra le sorelle avevano cominciato un canto, un canto dolce
che procedeva diventando sempre più un inno alla forza.
Le porte del monastero adesso erano ben chiuse, separando in
modo netto i due mondi.
Sulle gambe Mirta sentiva l'erba e il calore del fuoco davanti a lei
aveva richiamato il ricordo delle serate con Marco, il loro fare
l'amore.
Il suo cuore era pieno di quei ricordi.
E improvvisa, una presenza dietro di lei, di fianco a lei, la stava
guardando e sorrideva.
Mirta non vedeva, ma sentiva questa presenza che si tendeva sulla
sua spalla sinistra, che l'abbracciava dentro, facendole quasi il
solletico.
Una gioia immensa che si esprimeva nel suo corpo con lacrime
abbondanti e incontrollate l'aveva fatta alzare, piangeva e rideva
allo stesso tempo, perchè quella forza che non la stava possedendo
ma era con lei e in lei, era Marco.
In una danza libera aveva sentito le sue parole e anche queste non
avevano la forma conosciuta, ma erano palpabili sensazioni.
“E' tutto vero. E' davvero tutto vero!”
Era vero, tutto vero.
L'ascensione di Marco, la guarigione di Silvana, la sua ritrovata
libertà, il potere dentro all'essere umano... tutto vero.
Dio era lì, dentro di lei, intorno a lei.
Dio era lei e Marco e Silvana e Ramona e tutti, proprio tutti.
Era vero che avrebbe potuto chiedere qualunque cosa e l'avrebbe
ottenuta.
Era tutto sorprendentemente vero.
Quella presenza era ancora con lei e si espandeva, mantenendola in
quello stato di gioia profonda che aveva continuato a sostenerla
anche quando la presenza, man mano, era svanita.
Ma prima di andarsene del tutto aveva lanciato un'altra sensazione
netta di verità: “E c'è di più, molto, molto di più...”
Mirta ballava, con le lacrime agli occhi, sorridendo nel profondo
della sua anima e sul suo volto ora radioso, fulgente.
Marco aveva mantenuto la sua promessa.
Sapeva che sarebbe rimasto con lei per sempre, perchè lo sentiva
dentro e aveva la forma dell'intero creato.
Lei avrebbe mantenuto la sua.
Ora sapeva come lasciare la strada libera al rivelarsi dei miracoli.
La cosa che conservava con maggiore meraviglia era la possibilità di
quel “di più” che avrebbe potuto conoscere.
Era l'idea dell'eternità ad averla invasa, l'idea di un oltre l'oltre, in
un susseguirsi infinito di meraviglia e di scoperta.
Era l'idea di un amore da sentir crescere, di una pace infinita che
giocava con la vita, di possibilità...
Era un profumo intenso di Vita e la carica di un Paradiso che si
poteva espandere.
Il fuoco cominciava a spegnersi e la sera era calata.
Aveva cominciato a calare anche una pioggia purificatrice.
Il gruppo bianco si diresse verso i boschi.
Silvana era in testa.
Nella musica dei passi sull'erba e della pioggia sulle foglie le sorelle
si erano silenziosamente disperse, ognuna andando per la sua
strada, una strada che comunque le avrebbe sempre riunite nel
cuore.
Mirta seguiva le sue Maestre che l'accompagnavano in un tratto di
bosco piuttosto fitto.
Una porta nascosta da edera e che sembrava spuntare dalla roccia
era apparsa davanti a loro.
Ramona aveva spostato l'edera e spinto la porta.
Dentro, in uno spazio piccolo ma molto accogliente, alcune braci
ancora accese brillavano in un angolo e un pagliericcio morbido
sotto i suoi piedi la isolava dal freddo del terreno umido.
Due brande, alcune pentole e molte erbe appese al soffitto
ornavano il luogo.
Silvana aveva provveduto a mettere nuova legna sulla brace e il
fuoco si era rianimato in fretta.
Sopra al fuoco un buco permetteva al fumo di uscire.
Ramona invece era di nuovo uscita e poco dopo tornata con un
secchio d'acqua presa dal ruscello vicino.
Messa dell'acqua a scaldare aveva invitato Mirta a sedersi lì vicino,
buttando un vecchio cuscino per terra, ai piedi del fuoco.
Ramona si era seduta accanto a lei, sulle pietre che circondavano
quella specie di camino, mentre Silvana, spezzando piccoli rametti
dai ciuffi di erbe appese a testa in giù, preparava uno dei suoi
infusi.
“Oggi abbiamo vinto una battaglia nella feroce guerra che la chiesa
ci ha dichiarato, una piccolissima battaglia per il mondo, una
grandiosa battaglia per noi. Ma sono i piccoli passi che fanno lungo
il cammino quando si mettono uno vicino all'altro, in un costante
movimento. Io e Silvana partiamo per la Spagna. Vieni con noi?”
Con la tazza di infuso che Silvana le aveva messo tra le mani Mirta
aveva già deciso.
Il mattino seguente il leggerissimo bagaglio era già pronto.
La solita borsa a tracolla di Ramona e un fagotto che Silvana aveva
ingegnosamente trovato il modo di legarsi ad entrambe le spalle.
I loro vestiti erano i semplici logori abiti delle contadine dei villaggi.
Lasciato il rifugio intatto e pronto ad accogliere prossimi ospiti, si
erano incamminate verso nord.
I profumi nell'aria erano davvero puliti, ricchi di futuro.
In quel viaggio fino al nord, cominciando a vedere montagne alte e
mangiando frugale nei prati le erbe raccolte e preparate, Mirta
sentiva il mondo sotto i suoi piedi.
Aveva anche ripensato alla nonna e a quando le diceva che con
quelle gambe avrebbe potuto calpestare il suolo di tutto il mondo,
quella nonna che adesso sentiva sorella nel cuore.
Le due Maestre erano con lei e il mondo era suo.
I giorni passavano veloci e anche la strada sotto di loro, perchè
adesso erano davvero vicino alle montagne e presto presero a
risalirne una, tagliando per le valli e procedere il cammino fino alla
Spagna.
Mirta sentiva il corpo rinvigorirsi con il procedere dei giorni.
Aveva avuto modo di pensare molto durante quelle lunghe
camminate, di ricordare eventi, luoghi, persone, ma più di tutto
pensava a quello che aveva davanti.
Certo le piaceva stare con le Maestre, ma sentiva che la sua strada
era diversa, qualcosa che ancora non identificava, ma che non era
in Spagna e nemmeno con loro.
Sicuramente aveva voglia di solitudine.
Risalendo da un sentiero trovato nel bosco si erano ritrovate dove
un grande spiazzo di prato dava la visuale su un piccolo paese di
case in pietra che si affacciava sul pendio poco distante, davanti ad
una montagna altissima, ancora un po' innevata sulle punte, con
una distesa infinita di boschi da un lato e dall'altro.
Il sole illuminava quel logo rendendolo davvero incantevole.
Mirta aveva visto una figurina lontana, verso il villaggio, che
alzandosi dal prato in cui stava raccogliendo dei fiori stava ora
correndo verso di loro.
Una bimbetta di sette, otto anni con un grosso mazzo tra le mani e
che appena raggiunte aveva allungato verso di loro.
Le aveva invitate al villaggio, voleva fargli conoscere la sua mamma
e presto si era organizzato un pasto serale degno di un re.
La piccola con sua madre vivevano lì da sempre, un luogo che
sembrava immune da tutte le brutture che Mirta aveva visto, dove
la pace aveva trovato un regno e dove la semplicità forniva una
ricchezza inesauribile.
La presenza di una mucca nella stalla dietro la casa aveva fatto
innamorate tutte e tre le ospiti, che si erano confessate
spudoratamente di non averne mai vista una e ciò le fece ridere
tanto.
Avevano abbondanza di burro, di patate, di erbe fresche che
Silvana aveva provveduto a raccogliere, e anche un pezzo di lardo.
Un piccolo cane gironzolava tra di loro mentre godevano di quel ben
di Dio e anche lui era partecipe della festa.
Un grosso gatto nero invece sonnecchiava davanti ad una delle
finestre della casa.
Tutta l'atmosfera aveva conquistato Mirta, che decise, e che l'aveva
già fatto nello stesso istante in cui quel luogo era comparso sotto i
suoi occhi.
Lei sarebbe rimasta lì.
Sicuramente Silvana e Ramona lo sapevano già, perchè quando lo
annunciò al gruppo non restarono sorprese, si limitarono a
sorridere, senza guardarsi e continuando a mangiare.
Anche la madre della piccola Gioia, Anna, sembrava piuttosto
contenta all'idea che Mirta si fermasse.
Silvana e Ramona si erano fermate altri due giorni alla casa di
Anna, avevano avuto modo di stare insieme in modo meraviglioso,
scambiandosi informazioni e coinvolgendosi in giochi con Gioia,
godendo dell'esistenza e delle belle persone incontrate al villaggio.
Avevano fatto pane e preparato scorte per il viaggio delle due
Maestre, che si erano riposate, ma per cui era arrivato il momento
della partenza.
Anna aveva infilato anche un piccolo pezzo di burro, uno di lardo e
alcune patate bollite ancora nella buccia in quello zaino già ricco di
provviste e una mattina assolata di fine primavera, le due Maestre
si erano allontanate nel bosco oltre.
Mirta sapeva che non le avrebbe più riviste, ma non aveva nessuna
importanza.
Il destino comunque le aveva unite e sarebbero rimaste unite,
qualunque luogo o tempo avessero abitato, un destino che avevano
scelto e che riservava sorprese, sempre.
Mirta aveva scelto il suo e lo annusava, nell'aria di un nuovo mondo
che era dentro di lei.
Capitolo 19

Erano passati centocinquant'anni dal tempo di quegli eventi e il


villaggio in cui si erano salutate le tre Maestre, anche se un po' più
diroccato, era ancora in piedi, abitato da alcune persone, donne
prevalentemente, che in quella giornata si davano un gran da fare.
Dal bosco alle spalle del villaggio scendeva una donna con sulle
spalle una grossa fascina di legna.
Mirta, nel suo splendido aspetto dei vent'anni, scendeva il colle con
la grazia e l'eleganza donatele dal tempo.
Si era unita al gruppo di donne che preparava il fuoco per il grosso
forno del pane.
Gioia era lì, anche lei con un aspetto di quelli che potevano essere
stati i suoi vent'anni di molti anni prima.
La preparazione del pane era un evento per tutte loro e anche per
tutti gli altri abitanti del villaggio, perchè diventava il momento in
cui, riuniti, potevano godere della compagnia e dell'amore che
regnava sovrano in quei luoghi.
Bambini scatenati si rincorrevano intorno ai grossi tavoli che nella
piazza centrale del villaggio venivano allestiti per continuare la
festa, donne gioiose e uomini forti si riunivano attorno a focacce,
pane con le noci e vino.
Il grosso fuoco del forno faceva compagnia a quella banda di amici.
La vita di lì era all'insegna del piacere e della gioia di fare le cose.
Infatti alla maggior parte di loro non serviva preparare il pane, né
qualunque altra pietanza, perchè erano in grado di materializzare
sulla tavola qualsiasi cibo avessero voluto.
Era stata Mirta ad insegnarglielo.
Negli anni dopo l'ascensione di Marco, Mirta aveva preso molto a
cuore la promessa fatta e si era dedicata a quel compito con
scrupolo e determinazione.
Era riuscita ad imparare cose che mai avrebbe immaginato,
riuscendo a fare dell'eterna giovinezza lo stendardo che portava
fiera in onore del suo grande amore.
Da allora non aveva più incontrato uomo in modo così intimo.
Aveva scelto una strada di solitudine e contemplazione, senza
rendersi conto, all'inizio, che un gruppo di persone aveva
cominciato a farle visita per ascoltare le sue storie e per imparare.
In poco tempo si era formata spontaneamente una comunità di
gente pronta a vivere il Dio in loro.
Mirta aveva insegnato, imparato e insieme a loro era cresciuta.
La piccola Gioia, dopo la morte della madre avvenuta solo due anni
dopo l'arrivo di Mirta, si era legata a lei in un modo che rivelava la
sua natura di Strega naturale, proprio come Silvana.
Il suo talento si era sviluppato in diverse capacità, come ad
esempio l'eterna giovinezza, ma anche il potere di guarire e quello
di levitare.
Ogni persona che faceva parte di quella comunità aveva sviluppato
in sé capacità straordinarie e tutti coltivavano il sogno di un mondo
in cui la vita degli esseri umani non fosse più condannata alla
miseria di uno Spirito denutrito.
Persino i bambini riuscivano a sviluppare capacità sorprendenti,
come telepatia, empatia e la smaterializzazione del corpo.
Era stato il più piccolo tra tutti, Pietro, un concentrato di energia nel
corpo di un bimbetto di soli tre anni a sviluppare per primo questa
capacità, spinto forse dalle numerose volte in cui avevano cercato
di costringerlo a fare il bagno e che spesso faceva impazzire tutti
quando si metteva in testa di sparire e ricomparire da un'altra
parte.
Crescendo Pietro era diventato il più fidato collaboratore di Mirta,
ma aveva scelto di lasciare questa vita molti anni prima, lasciandosi
dietro tre figli come lui.
La comunità nel tempo si era allargata, era cambiata, sempre più
pronta a mettere radici ovunque.
Mirta sapeva che lo scopo di Silvana e Ramona era sempre stato
quello di piantare i semi della Magia nel cuore delle persone e negli
spazi di quella comunità sentiva quei semi ben piantati,
riconoscendo le rigogliose infiorescenze.
Il mondo cambiava, costantemente e lei sapeva che presto sarebbe
arrivato il momento di diffondere quei semi.
Nel suo spazio privato si era presa il tempo di scrivere tutta la
storia di Marco, di Silvana e la sua.
Era durante la notte che più si sentiva vicino alla dimensione dove
si trovava Marco.
Quella sera aveva finito di scrivere la sua storia.
Il fuoco nel camino vicino al suo letto brillava vivace.
Non aveva più incontrato Marco nel modo sentito il giorno della sua
ascensione, ma lo sentiva comunque sempre presente.
Davanti allo scrittoio, stava per fare il suo solito gesto delle dita,
usato per sollevare qualcosa e spostarlo da un'altra parte, quando
una presenza l'aveva distratta, fermando per un attimo il suo
movimento.
Non era servito tempo per riconoscere Marco, che con una carezza
alla sua anima le faceva sentire quanto fosse fiero di lei.
Sapeva che la promessa era stata mantenuta.
Mirta aveva mandato un bacio a quella presenza intorno e dentro di
lei, poi, riprendendo il suo gesto con la mano, aveva sollevato il
grosso manoscritto e l'aveva fatto finire nel fuoco.
Il mondo non era ancora pronto, ma presto lo sarebbe stato.
Facendo il gesto di bruciare quello che aveva scritto sapeva che la
storia si sarebbe conservata, raccolta nel tempo da chi fosse
riuscito a trovarla negli spazi dell'immaginazione, per regalarla al
mondo.
Mirta non avrebbe mai permesso che gli eventi accaduti nella sua
vita, che così tanto le avevano donato, si perdessero nell'oblio,
quella storia doveva essere assolutamente raccontata.
Guardava bruciare quei fogli e con la sua anima fulgente pronunciò
queste parole: “A te, viaggiatore in questa vita, raccoglitore di
sogni e di speranze, regalo la potenza vissuta da un uomo. Se
saprai accoglierla nel tuo cuore ti donerà qualcosa che ancora non
riesci immaginare, ma che ti aspetterà per sempre, perchè ti
appartiene. Sappine fare buon uso. Io ti amerò per sempre.”
Molti anni dopo, nella grande città di Milano, una bambina di nome
Laura giocava fuori, sul marciapiede davanti alla sua casa, in
compagnia di un'amichetta della stessa età.
Seduta sullo scalino d'ingresso teneva in mano una bambola e le
parlava teneramente.
“Piccola Mirta” le diceva, “è ora che ci prepariamo. Fra poco
raggiungeremo il castello per liberare il principe. Non facciamolo
aspettare.”
Sarebbero passati ancora molti anni prima che quella bimba
raccogliesse la storia per raccontarla, ma sarebbe stata proprio lei a
narrare di Mirta, di Marco e di Silvana.
Perchè anche quella bimba aveva ricevuto il seme della magia e
quella storia andava assolutamente raccontata.