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Hiroshima

Non la fine del mondo ma di un mondo. Così venne definita la battaglia di Valmy che il 20
settembre 1792 decretò la sopravvivenza della Francia rivoluzionaria assediata dalle monarchie
europee timorose del contagio. Ciò che invece accadde il 6 agosto del 1945, 70 anni fa, fu non solo
la fine di un mondo, quello della grande strategia militare basata sulle armi convenzionali, eserciti e
flotte, ma conteneva in sè anche i germi della possibile fine del mondo, inteso come civiltà umana e
sopravvivenza stessa della specie. Quel giorno, alle ore 8,17 locali, la prima bomba nucleare della
storia scoppiò a 580 metri di altezza sopra la città giapponese di Hiroshima, facendo entrare il
pianeta nell’era atomica e intravvedere un possibile futuro di orrore fino a quel momento
inimmaginabile. Come ha scritto Stephen Walker nel libro Appuntamento a Hiroshima (Longanesi,
2005), “nel primo miliardesimo di secondo la temperatura nel punto di esplosione raggiunse i
sessanta milioni di gradi centigradi, diventando dieci volte più calda della superficie del sole”.
Migliaia di esseri umani si ridussero in cenere o semplicemente scomparvero, gli uccelli furono
incendiati in volo, i tondini di acciaio degli edifici di cemento armato si liquefecero.
Poi arrivò l’onda d’urto, alla velocità di 3.000 metri al secondo, con una forza iniziale di sette
tonnellate per metro quadrato, e rase al suolo tutto ciò che era sopravvissuto al calore nel raggio di
ottocento metri dal punto dello scoppio (più o meno 60 mila edifici), uccidendo almeno altre 50
mila persone. Secondo alcune stime, nei primissimi secondi dopo l’esplosione persero la vita circa
80 mila esseri umani. Ma l’orrore non era solo in questi numeri: perché per la prima volta nella
storia della guerra, un ordigno bellico aveva creato intorno a sé un anello di morte invisibile, sotto
forma di raggi gamma e di neutroni veloci, che avrebbe continuato a uccidere nei mesi e negli anni
a venire (alla fine le vittime collegabili in qualche modo all’esplosione sono state stimate in 200
mila).
Su in alto, nel cielo quasi senza nubi, gli aviatori americani sui tre bombardieri quadrimotori B-
29 Enola Gay (quello che aveva materialmente sganciato la bomba), Great Artiste (dove si
trovavano gli scienziati responsabili degli strumenti di analisi e misurazione dell’operazione)
e Dimples 91 (incaricato delle riprese cinematografiche) assistettero tra inorriditi e affascinati
all’ondata di distruzione e allo sprigionarsi di una nuvola gigantesca a forma di fungo che sarebbe
diventata l’icona dell’Armageddon atomico. Il puntatore dell’Enola Gay, Tom Ferebee, che aveva
preso come punto di riferimento per lo sgancio il ponte Aioi a forma di T in pieno centro città,
esclamò “Dio, che cosa abbiamo fatto”. Dopo pochi istanti la voce calma del comandante e pilota, il
colonnello Paul Tibbets, risuonò all’interfono: “Signori, avete appena sganciato la prima bomba
atomica della storia”.
Sotto di loro, la città che avevano visto intatta e viva fino a tre minuti prima sembrava “un
calderone di catrame ribollente” mentre la luce del sole, dopo “essere scesa sulla terra” (come disse
sempre Ferebee), scompariva dietro il fumo e la polvere radioattiva. La luce sarebbe quasi
scomparsa per giorni, ispirando a decine di scrittori di fantascienza, dagli anni ’50 in poi, il concetto
di “inverno nucleare” che avrebbe fatto seguito a un’ipotetica terza guerra mondiale. I bombardieri
americani, che pure erano a oltre 8000 metri di quota, vennero scossi dall’onda d’urto come
afferrati dalla mano di un gigante. Ora li aspettavano oltre 2.500 chilometri del viaggio di ritorno a
casa, nel grande aeroporto di Tinian, nell’arcipelago delle Marianne. Tutti avrebbero ricevuto
un’accoglienza da eroi. Alcuni sarebbero poi entrati nella spirale di un rimorso che li avrebbe
accompagnati per il resto della loro vita.