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Letteratura Italiana

Prof. Degl’Innocenti L
06/03/2018
I MODI MOLTEPLICI E MULTIMEDIALI DELL’ORLANDO FURIOSO DI
LUDOVICO ARIOSTO

Ludovico Ariosto nasce nel 1474 a Ferrara dal conte Niccolò, nobiluomo al servizio della corte Commentato [1]:
degli Estensi, e da Daria Malaguzzi Valeri. Il padre, cercando di avviarlo alla carriera giuridica e
alla vita presso l’ambiente di corte, lo costringe a studiare diritto presso lo Studio di Ferrara. Nel
1494, Ariosto tuttavia abbandona gli studi per dedicarsi alle lettere, guidato dal monaco Gregorio
da Spoleto, che lo introduce alla filosofia neoplatonica, allo studio di Marsilio Ficino e alla
conoscenza degli autori classici (Orazio, in particolare). In questi anni, Ludovico stringe i primi Commentato [2]:
contatti con Pietro Bembo, autore che sarà poi rilevantissimo con le sue Prose della volgar lingua
nelle diverse stesure dell’Orlando furioso.
Nel 1500 muore il padre e il giovane Ludovico, in qualità di figlio maggiore, si trova obbligato
ad occuparsi della famiglia, composta da quattro fratelli e cinque sorelle; per garantire la loro
sicurezza economica, diventa uomo di corte presso gli Estensi. Dal 1501 al 1503 è capitano della Commentato [3]:
rocca di Canossa e, a partire dal 1503 fino al 1517, è al servizio come segretario del cardinale
Ippolito d’Este (1479-1520). Si tratta di un periodo infelice per Ariosto, combattuto tra la Commentato [4]:
vocazione letteraria e i doveri di uomo di corte, che lo coinvolgono spesso in missioni
diplomatiche o in compiti amministrativi. Il cardinale verrà infatti presentato dal poeta stesso
nelle Satire come un uomo avaro e poco amante della poesia e delle lettere, che tratta il suo
segretario come un cameriere, a cui affida compiti abbietti e anche missioni pericolose 1. Tra le
diverse missioni, Ariosto viene inviato a Roma nel 1509, per richiedere invano l'aiuto di Giulio II
(1443-1513) contro Venezia, e nell'anno successivo per far revocare (ancora una volta Commentato [5]:
infruttuosamente, e pure con gravi rischi personali) la scomunica del duca di Ferrara Alfonso,
schieratosi contro Roma e la Lega Santa. Anche la terza missione, nel 1512, è infelice, ma anche
questa volta Ariosto e il duca riescono a sottrarsi alle ire del pontefice. Nel 1513 muore papa
Giulio II e viene eletto papa Leone X (1475-1521), da cui il poeta si reca in cerca di una
sistemazione nella città pontificia, senza avere risultati effettivi, ma solo una modesta parrocchia
presso Faenza. Sulla strada di ritorno, in una sosta a Firenze, conosce Alessandra Benucci Commentato [6]:
Strozzi, di cui si innamora e che sposerà nel 1527. Durante il servizio presso il cardinale Ippolito, Commentato [7]:
e pure tra i mille impegni di questa carica, Ariosto non abbandona gli interessi letterari: dopo le
opere giovanili (tra cui la raccolta dei Carmina, una tragedia e altre opere minori), Ariosto lavora Commentato [8]:
alle prime commedie (intitolate Cassaria e I Suppositi) e, dagli inizi del 1500, lavora ai canti in Commentato [9]:
ottave del suo poema, che vedrà la luce per la prima edizione nel 1516 (cui seguiranno le Commentato [10]:
rielaborazioni del 1524 e del 1532). L’Orlando furioso, che subito riceve il plauso dei letterati e
Commentato [11]:
della corte, è dedicato al cardinale Ippolito; ciononostante, nel 1517 si ha la rottura dei rapporti
con il cardinale, che vorrebbe avere con sé l’Ariosto nella nuova sede vescovile di Agria, in Commentato [12]:

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Ungheria. Il poeta, che ha caro il proprio ideale di vita serena ed appartata e non vuole Commentato [13]:
abbandonare Alessandra Benucci, rifiuta e passa al seguito di Alfonso d’Este. In questi anni
comincia anche la stesura delle Satire, che mettono a fuoco l’animo, i gusti e le inclinazioni
intime del poeta, e prosegue la scrittura di commedie (Il Negromante, 1520; La Lena, 1528; Commentato [14]:
l’incompiuta Gli studenti). Nel 1522 Ariosto viene nominato governatore della Garfagnana,
regione da poco entrata sotto il dominio estense, e quindi assai complessa da gestire. Nel 1525 il Commentato [15]:
poeta rientra a Ferrara, dedicandosi alla revisione del Furioso, alla composizione delle restanti
Satire (fino a un numero complessivo di sette) e alla pace nella contrada di Mirasole, dove Commentato [16]:
Ariosto trascorre gli ultimi anni, prima di spegnersi nel luglio del 1533.

Opere principali di Ludovico Ariosto Commentato [17]:

• I CARMINA: sono una raccolta di poesie in volgare, ma in particolar modo di Carmina Commentato [18]:
(canti intonati) che erano scritti in latino che si andavano a basare su argomenti amorosi o Commentato [19]:
di attualità Commentato [20]:

• LE RIME IN VOLGARE: a partire dal 1503 Ariosto comincerà a comporre in lingua Commentato [21]:
volgare dove i suoi componimenti andranno a trattare di argomenti di occasioni (malattie, Commentato [22]:
morti, elezioni papali…) affiancati dalle poesie d’amore che a partire dal 1513 saranno
dedicate ad Alessandra Benucci. Commentato [23]:

• COMMEDIE: 1508 CASSARIA, fu una delle prime commedie italiane regolare, cioè che
rispettava le regole di Aristotele. Composta in prosa che entra in imitazione con i modelli Commentato [24]:
latini; 1509 SUPPOSTITI; 1510 NEGROMANTE, rimane incompiuto per vie delle Commentato [25]:
guerre che continuavano a turbare la penisola.

• ORLANDO FURIOSO: del poema cavalleresco, dedicato ad Ippolito D’Este, ne sono


giunte tre edizioni dove la prima risale al 1516, che conteneva 40 canti dove all’interno
troviamo una storia basata sull’avventura e sull’amore di determinati personaggi. Commentato [26]:

• SATIRE: a partire dal 1517, quando il cardinale licenzia Ariosto perché si era rifiutato di Commentato [27]:
seguire Ippolito in Ungheria, abbiamo una situazione critica da parte del poeta che lo
porta a raccontare il suo punto di vista attraverso sette satire scritte in terza rima, che
prendono ispirazioni dalle Satire di Orazio, sia nello stile che nello spirito. La prima Commentato [28]:
satira andava a riguardare le amarezze provate al servizio di Ippolito D’Este, mentre la
seconda il rifiuto di una carriera ecclesiastica in nome della libertà (entrambe vannoa Commentato [29]:
risalire al periodo del 1517); la terza, che va a risalire al 1518, va a riguardare la scelta
dolorosa, ma obbligata, di entrare al servizio di Alfonso D’Este, fratello di Ippolito, che Commentato [30]:
gli affiderà il compito di andare in Garfagnana, dove comincerà a scrivere la quarta satira
dove va a narrare la sua nostalgia per Ferrara, per la poesia e per Alessandra Benucci; la
quinta satira andrà a trattare dell’argomento del matrimonio; la sesta va a trattare delle
istituzioni e va a condannare i vizzi e i vezzi degli umanisti e l’ultima ritorna sul tema

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della scelta della libertà contro l’ambizione, della modestia contro la sete di onori e
ricchezza. Commentato [31]:

Rinascimento: è una corrente che va ad occupare un periodo che va dal ‘400/‘500 dove l'Italia
viene influenzata grazie alla letteratura, all’arte e dalla riscoperta del pensiero che si era
sviluppato nell’Antica Grecia e nella Antica Roma che ha potuto permettere la diffusione e
l’ammirazione di determinate opere artistiche e letterarie.
Si vanno anche a differenziare vari aspetti sulla riflessione umana che si vanno a trasmettere
grazie alla diffusione di libri trattati e poesie che si chiedono come vivere bene, infatti si
cominciò a fare una ricerca sulla felicità e della bellezza che sarà il tema maggiore di ogni opera.
Quindi il rinascimento è stato un periodo di grandi cambiamenti culturali e intellettuali.
Umanesimo: è un movimento che va a creare delle premesse sul Rinascimento dove gli umanisti
si appassionano alla riscoperta dei classici greci e latini andando a ridare una dignità all’essere
umano e a tramandare questa cultura alla nuova generazione. Infatti, l’umanista andava a seguire
un programma pedagogico educativo fondato sugli STUDIA HUMANITAS o ARTI LIBERALI.
Si vanno a riscontrare varie figure tra cui quella di G.Veronese (1374-1406), dove va a svolgere
la sua attività a Ferrara presso l’università come professore di retorica, e quella di V. Da Feltro
(1373-1446).
Si comincio anche ad avere una formazione intellettuale e fisica, la quale era molto importante
per la mente, dove si cominciò a basarsi sui testi di QUITILIANO, dove si cominciò anche a
studiare il latino e il greco.
Si parlera anche di ELOQUENZA, cioè quell'arte di esporre gli argomenti in maniera
appropriata, elegante e persuasiva, dove vengono ripresi i testi di Cicerone, che era un oratore
(colui che riesce a convincere gli altri da che parte stare grazie allo strumento del potere) per
eccellenza per torte determinati contesti:
1. Politica
2. Vita pubblica
3. Ricerca del bene comune
Con il termine di Eloquenza si va anche a determinare altri punti
1. Inventivo
4. Dispositivo
5. Elocutio
6. Memoria
7. Pronuntiatio
1416—> POGGIO BRANCOLINO “LIBERA QUINTILIANO”, dove si va a raccontare che nel
monastero di San Gallo sono stati ritrovati dei libri in uno sgabuzzino, dove si va a paragonare

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questo ritrovamento al salvataggio di un prigioniero che viene riconsegnato ai propri familiari e
amici.
In questo periodo si andò anche a sviluppare la FILOLOGIA, cioè quella disciplina relativa alla
ricostruzione e alla corretta interpretazione dei documenti letterari di una determinata cultura,
quindi si cominciò a fare uno studio della lingua, da parte di più autori classici, che vanno a
dimostrare cosi se i testi che c’erano erano autentici o meno, facendo così risorgere l’epoca
classica, si andò a revisionare molti testi, tra cui il nuovo testamento e questa disciplina poteva
essere usata come strumento di potere.
Si comincerà a parlare anche di UMANESIMO CIVILE, cioè che era legato alla società e alla
politica della comunità dell’epoca dove lo scopo era quello dell’educazione degli umanisti e
preparare le persone a guidare gli altri per la partecipazione della vita pubblica per il bene della
vita comune. Gli esponenti maggiori in questo periodo sono L.Bruni (1370-1472) e L.B.Alberti
(1404-1472), il quale andrà a scrivere il trattato tra città-stato e/o Famiglia in lingua volgare.
Neoplatonismo: corrente filosofica dove abbiamo la riscoperta della filosofia antica
specialmente quella di Platone.
In questa nuova corrente vanno a spiccare le figure più importanti del ‘400 tra cui:
1. Cosimo Medici
8. G. Platone
9. M. Ficino
10. Cardinale Bessarione
11. N Lucano
12. Pico della Mirandola
Uno degli aspetti più importanti è l’AMORE PLATONICO, dove abbiamo il riconoscimento
della bellezza che trascende in un individuo.
7/03/2018

L’Italia del Rinascimento


A partire dal 1494 in Italia cala Carlo VIII di Francia che voleva prendere in possesso il regno di
Napoli, infatti in questo periodo in Italia non abbiamo una monarchia, tranne a Napoli, dove gran
parte dei territori italiani erano delle città EGEMONI, cioè città che hanno predomini su
determinate terre, altre invece erano delle REPUBBLICHE, come Venezia e Firenze, e altri
ancora erano principati che erano guidati molto spesso da principi tiranni. Tra queste città e stati
troviamo una rivolta di immagine, cioè si va a creare un conflitto di bellezza tra le varie corti
facendo entrare in gioco aspetti culturali andando a finanziare vari artisti e questo era possibili
perchè l’Italia era ricca in questo periodo grazie ai commerci e ai centri finanziari, andando cosi
a creare delle affinità culturali.

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Ferrara
Nel rinascimento Ferrara presenta una stabilità politica perché abbiamo una discreta continuitàà
di principi appartenenti alla stessa famiglia, che è la famiglia d’Este, che vanno a creare un
grande mecenatismo che presentava un forte programma sociale con un piano organico
organizzato. Da questo presupposto Ferrara diventa una grande città egemone grazie anche ad
una combinazione di vantaggiosi fattori geografici, dove grazie alla navigazione del fiume Po
abbiamo un gran sviluppo nel commercio e ai territori fertili della Pianura Padana abbiamo un
grande aumento dell'agricoltura e dell’allevamento.
Famiglia Estense
Borso D’Este (1413-1471) fu uno dei figli illegittimi di Niccolò III d'Este che venne nominato
duca di Modena e Reggia nel 1452 dall’imperatore Filippo III e poco prima di morire riesce a
farsi nominare anche duca di Ferrara da Papa Paolo II.
Era un grande appassionato dell’arte e degli oggetti preziosi dove andò a costruire molte ville e
palazzi estivi, dove la famiglia d’Este passava il loro tempo, ma oggi di queste dimore ce ne sono
rimaste poche tra cui PALAZZO SCHIFANOIA, dove Borso gli fa aggiungere un piano e fa
affrescare le varie sale per far intrattenere i vari ospiti dove si andò a raffigurare i 12 mesi
dell’anno.
Ercole D’Este (1431-1501) fu uno dei figli legittimi di Niccolò III D’Este dove si formò a
Napoli presso la corte di Aragona, andandosi a specializzare nell’arte delle armi. Quando muore
Borso gli andò a succedere dove però si ritrovò contro il nipote, che voleva rivendicare il potere
del padre, andandosi ad alleare con Venezia e papa Sisto IV, dove Ferrara perde molti territori,
ma alla fine Ercole riesce a vincere le varie battaglie. Ercole per consolidare il proprio potere
darà in sposa i vari figli e figlie, infatti a differenza di Borso, Ercole era più sontuoso ed era più
interessato alla storia e alle poesie piuttosto che all’arte, infatti sarà uno dei mecenati di
Ludovico Ariosto, e farà raddoppiare/triplicare la città di Ferrara facendola fortificare diventando
così un’impresa illuministica e uno dei palazzi più importanti fu PALAZZO DEI DIAMANTI.
Alfonso D’Este (1476-1534) figlio di Ercole D’Este che anche lui viene addestrato all’uso
delle armi dove poi andò a combattere contro Venezia, alleata con papa Giulio II e
successivamente con Leone X, riuscendo a vincere. Prenderà in sposa Lucrezia Borgia e sarà uno
dei mecenati di Ludovico Ariosto, infatti anche lui sarà un grande appassionato d’arte dove farà
affrescare il camerino d’Alabastro, che era una piccola stanza che si trovava adiacente al suo
studio di Alfonso facendo fare una decorazione secondo un programma che viene elaborato da
Equiloca dove vengono rappresentati soggetti classici e temi sensuali affidati a D.Dossi, Tiziano,
Raffaello, Bellini.
Ippolito D’Este (1479-1530) fratello di Alfonso D’Este, dove Ippolito on era duca, ma
cardinale che venne nominato nel 1493 da Alessandro VI Borgia e nel 1509 vince la battaglia
della Palesella contro Venezia e protegge Ludovico Ariosto, dove tra loro c’è un rapporto molto
tormentato.

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12/03/2018

Orlando Furioso
L'Orlando furioso è un poema cavalleresco di Ludovico Ariosto pubblicato per la prima volta nel
1516 a Ferrara, ma abbiamo altre due edizioni del lavoro di Ariosto dove la seconda risale nel
1521, dove l’Ariosto andò a fare vari ritocchi e l’ultima (che poi sarà quella ufficiale) risale al
1532, dove il poeta andò a revisionare la lingua e andò ad aggiungere altri sei canti Commentato [32]:
(originariamente erano 40).
TRAMA
La trama del Furioso si presenta come un organismo assai complesso ed articolato, per voluta
scelta dell’autore; sulla vicenda principale della guerra tra Franchi e Mori e della follia di
Orlando si innestano infatti una molteplicità di vicende secondarie, che sviano, dilatano e
ritardano il corso naturale degli eventi. Il tutto è però sempre controllato con abilità dal narratore, Commentato [33]:
che incastra una storia nell’altra in un “gioco” tanto sfaccettato quanto affascinante. Commentato [34]:

L’argomento bellico, tipico della tradizione del poema epico e cavalleresco, incomincia con
l’invasione della Francia e l’assedio di Parigi da parte del re saraceno Agramante, che
inizialmente sembra aver la meglio sull’esercito cristiano di Carlo Magno, anche grazie all’aiuto
del grande guerriero Rodomonte, e di Marsilio, re di Spagna, e Manfricardo, re tartaro, suoi
alleati. I due paladini più importanti dello schieramento cristiano, Orlando e Rinaldo, si perdono
infatti dietro alla bellissima Angelica, e gli infedeli possono così penetrare a Parigi. Il ritorno in
campo di Rinaldo costringe però i saraceni alla ritirata ad Arles e poi alla sconfitta in una
battaglia navale. Caduta anche Biserta, capitale del regno d’Africa, le sorti della guerra sono Commentato [35]:
affidate ad una sfida tra i tre migliori guerrieri mori (Agramante, Gradasso e Sobrino) e i tre
campioni cristiani (Orlando, Brandimarte e Oliviero) sull’isola di Lampedusa. Orlando sbaraglia
i nemici e assicura la vittoria a re Carlo Magno. Commentato [36]:
La tematica sentimentale è spesso intrecciata con quella militare, tanto da condizionare in più
occasioni lo sviluppo delle battaglie e i duelli tra i singoli cavalieri. Tutto ha inizio durante
l’assedio di Parigi; Angelica, ambita sia da Orlando che da Rinaldo, è affidata da re Carlo a
Namo di Baviera, con la promessa di darla in sposa a chi si dimostrerà più valoroso nello
sconfiggere i mori. La fanciulla riesce però a fuggire, inseguita da molti guerrieri di entrambi gli Commentato [37]:
schieramenti. La ragazza, dopo alcune traversie, incontra un giovane fante saraceno ferito, il
bellissimo Medoro, di cui si innamora e con il quale fugge in Catai. Orlando, giungendo in
seguito nel bosco sui cui alberi la coppia aveva inciso scritte che celebravano il loro amore,
impazzisce e si dà alla devastazione di tutto ciò che incontra. Il paladino, con la mente offuscata Commentato [38]:
dalla gelosia, si aggira per la Francia e la Spagna, fino ad attraversare lo stretto di Gibilterra a
nuoto. Nel frattempo il guerriero Astolfo, dopo aver domato un ippogrifo, vola sulla Luna, dove
ritrova in un’ampolla il senno perduto di Orlando. Dopo aver attraversato l’Africa e aver Commentato [39]:
compiuto mirabili imprese, Astolfo fa odorare l’ampolla a Orlando, che torna in sé e rientra in
combattimento. Altri amori “secondari” sono quelli tra Zerbino e Isabella e tra Brandimarte e
Fiordiligi. Commentato [40]:
La terza linea narrativa, quella encomiastica, riguarda Ruggiero, guerriero saraceno, e
Bradamante, sorella di Rinaldo. I due, che si amano ma che sono continuamente divisi dal Commentato [41]:

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susseguirsi degli eventi e delle battaglie, sono presentati come i capostipiti della famiglia d’Este,
che, per via di Ruggiero, discenderebbe così addirittura dalla stirpe troiana di Ettore. L’amore tra
i due è innanzitutto ostacolato dal mago Atlante, che vuole evitare le nozze tra i due perché sa, in
seguito ad una profezia, che Ruggiero è destinato a morire se si convertirà alla fede cristiana e
sposeràà Bradamante. Il guerriero viene quindi imprigionato in un castello incantato creato Commentato [42]:
appositamente dal mago. Ruggiero è poi trattenuto sull’isola della maga Alcina, che lo seduce
con le sue arti di strega. Liberato da Astolfo da un secondo castello magico, Ruggiero può recarsi
con Bradamante in Vallombrosa per convertirsi e sposare l’amata, ma il tutto è ulteriormente
rimandato dalla guerra con i saraceni. Concluse le ostilità, si scopre che Bradamante è stata Commentato [43]:
promessa a Leone, figlio di Costantino ed erede dell’Impero romano d’Oriente. Dopo un duello Commentato [44]:
tra Bradamante e Ruggiero (che combatte sotto mentite spoglie per non farsi riconoscere), Leone
rinuncia a lei, così che si possa finalmente celebrare il matrimonio. Rodomonte irrompe però al
banchetto nuziale, accusando Ruggiero d’aver rinnegato la sua fede; il capostipite della dinastia
degli Estensi, dopo un acceso duello, lo uccide.
Primo canto (riassunto)
Angelica ed Orlando tornano insieme dall’Oriente e si recano là dove re Carlo aveva insediato il
proprio esercito, per dare battaglia a re Agramante, giunto dall’Africa per vendicare la morte di
Traiano, e al suo alleato il re Marsilio. Commentato [45]:
Rinaldo, anch’egli innamorato di Angelica, giunge anche lui sul posto ed entra subito in conflitto Commentato [46]:
con Orlando. Carlo Magno è quindi costretto, per porre fine al conflitto amoroso, ad affidare la Commentato [47]:
bella donna a Namo di Baviera, promettendola quindi in dono a chi dei due duellanti risulteràà il
Commentato [48]:
più valoroso nella imminente battaglia contro i saraceni.
Commentato [49]:
I cristiani vengono però sconfitti e sono costretti a ritirarsi. Il duca Namo viene fatto prigioniero
ed Angelica, rimasta incustodita, approfitta della situazione per fuggire a cavallo. Commentato [50]:

Inoltratasi in un bosco, incontra Rinaldo che avanza correndo, avendo in precedenza perduto il Commentato [51]:
proprio cavallo. Angelica impaurita, cambia prontamente direzione e fugge al cavaliere.
Giunta sulla riva di un fiume incontra quindi il saraceno Ferraù che, spinto da un grande Commentato [52]:
desiderio di dissetarsi e di riposarsi, si era allontanato dal campo di battaglia. Nel gesto di bere
aveva però perduto il proprio elmo e si si era quindi poi dovuto fermare oltre per cercarlo.
Ferraù, probabilmente anch’egli vittima del fascino di Angelica, corre in aiuto della donzella, Commentato [53]:
sguaina la spada ed affronta Rinaldo. Angelica approfitta della situazione e riprende la fuga. Commentato [54]:

Dopo un feroce combattimento senza vincitore i due però decidono di non perdere ulteriormente
tempo e di correre insieme, sullo stesso cavallo, all’inseguimento della donna, rimandando
quindi il duello. Ad un bivio devono però separarsi.
Dopo diverse vicissitudini, Ferraù si ritrova infine nuovamente al fiume e si rimette a cercare
l’elmo. Dalle acque vede comparire Argalia, cavaliere ucciso da Ferraù, che lo rimprovera per
non avere mantenuto, se non per caso (con la perdita dell’elmo), la promessa data di gettare le
sue armi.

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Argalia lo incita quindi a conquistare l’elmo di Orlando o di Rinaldo in sostituzione del suo,
promesso ma mai restituito. Ferraù per la vergogna e per l’ira decide di fare qualunque cosa per Commentato [55]:
soddisfare almeno questa ultima richiesta e si lancia alla ricerca di Orlando.
Poco dopo aver lasciato Ferraù, Rinaldo vede ricomparire il suo cavallo Baiardo. Cerca di Commentato [56]:
richiamarlo a se ma il cavallo si allontana.
Temendo di avere ancora alle spalle Rinaldo, Angelica prosegue nella sua fuga fino a giungere il
giorno dopo presso un ruscelletto presso il quale decide di riposarsi, nascosta in un cespuglio.
Giunge al ruscello anche un cavaliere, Sacripante, piangente e disperato per non essere riuscito
ad avere Angelica. La donzella lo riconosce, sa dell’amore di lui e decide di sfruttarlo per farsi
fare da guida. Esce dal cespuglio e si mostra quindi a lui. Commentato [57]:

Ma proprio mentre Sacripante è deciso ad approfittare egli stesso della situazione, compare un
cavaliere misterioso completamente vestito di bianco che lo interrompe.
I due si affrontano subito in duello. Il cavallo di Sacripante viene ucciso e cadendo, tiene
imprigionato sotto il proprio peso il proprio padrone. Commentato [58]:
Angelica aiuta allora il cavaliere, nuovamente sospirante per la vergogna della situazione, a
rialzarsi e lo conforta.
Arriva in quel momento anche un messaggero lanciato all’inseguimento del cavaliere bianco e in Commentato [59]:
cambio delle informazioni ricevute circa la direzione da prendere, annuncia a Sacripante che a
disarcionarlo è stata una donna, Bradamante. Commentato [60]:
Sacripante ed Angelica montano quindi sul cavallo di Angelica e si allontanano. Percorsa poca
strada incontra Baiardo, che, dopo aver allontanato Sacripante, viene avvicinato da Angelica e si Commentato [61]:
lascia quindi montare dal cavaliere. Commentato [62]:
Sopraggiunge infine Rinaldo a piedi. Rinaldo ama con tutto se stesso Angelica, tanto quanto lei
lo odia. In passato i sentimenti dei due erano esattamente il contrario, è stata una fontana fatata Commentato [63]:
ad invertire la situazione.
13-14-19/03/2018
Parafasi primo canto
1
Delle donne, dei cavalieri, delle battaglie, degli amori,
degli atti di cortesia, delle audaci imprese io canto,
che ci furono nel tempo in cui gli Arabi
attraversarono il mare d’Africa, e arrecarono tanto danno in Francia, seguendo le ire e i furori
giovanili
del loro re Agramante, il quale si vantò
di poter vendicare la morte di Traiano
contro il re Carlo, imperatore romano.
2
Nello stesso tempo, racconterò di Orlando
cose che non sono state mai dette né in prosa né in rima:

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che per amore, divenne completamente folle,
lui che prima era considerato uomo così saggio;
dirò queste cose se da parte di colei che mi ha quasi reso tale
e che a poco a poco consuma il mio piccolo ingegno,
me ne sarà concesso a sufficienza (di ingegno)
che mi basti a finire l’opera che ho promesso.
3
Vi piaccia, generosa e nobile prole del [duca] Ercole I,
che siete ornamento e splendore del nostro tempo,
Ippolito, di gradire questo poema che vuole
e darvi solo può il vostro umile servitore.
Il mio debito nei vostri confronti, lo posso solo
pagare in parte con le mie parole ed opere scritte;
non mi si potrà accusare di darvi poco,
perché io vi dono tutto quanto posso donarvi, non ho altro.
4
Voi mi sentirete ricordare fra i più valorosi eroi,
che mi appresto a citare lodandoli,
di quel Ruggiero che fu il vostro
e dei vostri nobili avi il capostipite.
Il suo grande valore e le sue imprese
vi farò udire se mi presterete ascolto;
e ile vostre profonde preoccupazioni cedano un poco,
in modo che tra loro i miei versi possano trovare spazio.
5
Orlando, che per tanto tempo era stato innamorato
della bella Angelica e per lei
in India, in Oriente, aveva lasciato
trofei immortali ed in numero infinito,
era tornato infine con la donna amata in Occidente
dove, sotto gli alti monti Pirenei,
con i Francesi ed i Tedeschi,
il re Carlo si era insediato in campo aperto
6
perché il re Marsilio ed il re Agramante
si pentissero ancora una volte delle loro folli azioni;
Agramante per avere condotto dall’Africa tante
persone quanto erano in grado di portare spada e lancia,
Marsilio per avere condotto la Spagna
nella distruzione del bel regno di Francia.
E così Orlando arrivò sul posto al momento giusto,
ma subito si pentì di esservi giunto.

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7
Gli anche fu tolta la donna che amava:
ecco come il giudizio umano spesso sbaglia!
La donna che dalle coste Orientali a quelle Occidentali
aveva difeso con una tanto lunga guerra,
ora gli viene tolta tra tanti suoi amici,
senza che sia adoperata spada alcuna, sulla sua terra.
Il saggio imperatore, con la volontà di estinguere
un grave incendio (pericolosa contesa d’amore), fu a togliergliela.
8
Pochi giorni prima era infatti iniziato un conflitto
tra il conte Orlando e suo cugino Rinaldo,
poiché entrambi, per la rara bellezza di Angelica,
avevano l’animo infiammato dal desiderio amoroso.
Carlo non vedeva di buon occhio tale lite,
che poteva mettere in dubbio il loro aiuto,
questa fanciulla (Angelica), che ne era la causa,
prese e consegno nelle mani del duca Namo di Baviera;
9
promettendola in premio a chi dei due,
nell’imminente conflitto, in quella battaglia campale,
avesse ucciso il maggior numero di infedeli,
e con la sua mano avesse quindi reso maggior servizio.
Gli eventi fecero però venire meno le promesse;
perché i cristiani dovettero ritirarsi,
insieme a molti altri, il duca Namo fu fatto prigioniero
e la sua tenda rimase vuota (Angelica rimase incustodita).
10
Rimasta sola nella tenda, la donzella,
che avrebbe dovuto essere la ricompensa del vincitore,
visto l’andamento degli eventi, salì in sella ad un cavallo
e ad momento opportuno scappò,
avuto presagio che, quel giorno, avversa
alla fede cristiana sarebbe stata la fortuna.
Entrò in un bosco e per lo stretto sentiero
incontrò un cavaliere che avanzava a piedi.
11
Con addosso la corazza, in testa l’elmo,
al fianco la spada ed al braccio lo scudo,
correva per la foresta più rapidamente
di un contadino poco vestito in una gara di corsa.
Una timida pastorella mai così rapidamente
sottrasse il piede dal morso di un serpente letale,

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quanto rapidamente Angelica tirò le redini per cambiare direzione
non appena si accorse del guerriero che sopraggiungeva a piedi.
12
Era questo guerriero (Rinaldo) quel paladino,
figlio di Amone, signore di Montauban,
al quale poco prima il proprio destriero
per uno strano caso era fuggito di mano.
Non appena posò lo sguardo sulla donna,
riconobbe, nonostante fosse lontana,
l’angelica figura ed il bel volto
che lo avevano fatto prigioniero delle reti dell’amore.
13
La donna volta indietro il cavallo
e per il bosco lo lancia in corsa a briglia sciolta;
più per la rada (sgombra) che per la fitta boscaglia
non va cercando la via migliore e più sicura,
perché pallida, tremante, e fuori di sé,
lascia che sia il cavallo a frasi strada da solo.
L’animale da ogni parte, nell’inospitale foresta,
tanto vagò che infine giunse alla riva di un fiume.
14
In riva al fiume trovò Ferraù
tutto impolverato e sudato.
Poco prima lo aveva tolto dalla battaglia
una grande desiderio di bere di riposarsi;
e poi, contro la sua volontà, lì si dovette fermare ,
perché, nella fretta di bere,
lasciò cadere nel fiume il proprio elmo
ed ancora non era riuscito a ritrovarlo.
15
Sopraggiunse, gridando quanto più poteva
la donzella spaventata.
Udita la voce, il Saracino salta sulla riva
la guarda attentamente in viso
e subito riconosce che chi sta arrivando arriva al fiume,
nonostante fosse pallida e turbata dalla paura
e fossero passati più giorni dall’ultima volta che ne ebbe notizia,
era senza dubbio la bella Angelica.
16
Essendo di indole gentile e forse avendo
anche l’animo infiammato non meno dei due cugini,
porse a lei tutto l’aiuto che era in grado di dare,
come se avesse riavuto l’elmo, temerario e spavaldo:

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sguainò la spada e corse minaccioso
verso Rinaldo, che in realtà non era per niente intimorito da lui.
Più volte si era già non solo visti
ma anche scontrati con le armi.
17
Cominciò lì una battaglia crudele,
a piedi, come si trovavano entrambi, con le spade sguainate,
Non solo le piastre della corazza e la maglia di ferro
ma neanche gli scudi reggevano ai loro colpi.
Ora, mentre l’uno si occupa affannosamente dell’altro,
il destriero di Angelica è costretto ad affrettare il passo,
perché con quanta forza riesce a spronarlo,
la donna lo spinge a correre per il bosco e l’aperta campagna.
18
Dopo che si furono affaticati invano
i due cavalieri nel tentativo ognuno di fare soccombere l’altro,
in quanto, con la spada in mano, non
meno istruito, capace, era l’uno dell’altro;
fu per primo il signore di Montauban
a rivolgersi al cavaliere spagnolo,
così come colui ha in petto, nel cuore, tanto fuoco
che lo fa ardere tutto senza trovare pace.
19
Disse al pagano: “Avrai creduto me solo
di ferire quando invece ferisci anche te stesso,
se questo accade perché la sfavillante bellezza
di Angelica ha acceso d’amore anche il tuo petto,
che cosa guadagni facendomi perdere tempo qui?
Che anche se tu mi catturi o mi uccidi
non riuscirai a fare tua la bella donna,
da momento che, mentre noi ci attardiamo, lei scappa via.
20
Quanto sarebbe meglio, poiché ancora la ami,
che tu le vada invece ad incrociarne la strada
a trattenerla e farla fermare,
prima che ancora più lontano scappi!
Appena ne avremo il possesso, allora
a chi dei due avrà appartenere verrà poi deciso con la spada:
non so altrimenti, dopo una lungo e faticoso combattimento,
cosa riusciamo ad ottenere se non un danno.”
21
Al pagano (Ferraù) la proposta piacque:
così il duello fu rimandato

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e la tregua proposta fu subito fra loro attuata;
tanto l’odio e l’ira vengono dimenticati,
che il pagano nel partire dalle fresche acque del fiume
non lasciò a piedi il buon figlio di Amone:
lo preghiere lo invita ed alla fine lo fa montare a cavallo
ed all’inseguimento di Angelica galoppa.
22
Oh bontà dei cavalieri antichi!
Erano rivali, parlavano una diversa lingua,
si sentivano dei duri colpi crudeli
ancora dolere tutto il corpo;
eppure per boschi oscuri e sentieri tortuosi
vanno insieme senza temersi tra loro.
Da quattro speroni punto, il destriero arriva
ad un bivio.
23
E come quelli che non sapevano se l’una
l’altra via avesse imboccato la donzella
(poiché senza alcuna differenza,
su entrambi i sentieri l’impronta appariva fresca, recente)
misero la propria sorte nelle mani della fortuna.
Rinaldo per questo sentiero, il saracino per quello.
Per il bosco Ferraù molto s’aggirò
ad alla fine si ritrovò al punto di partenza.
24
Viene a ritrovarsi infine ancora sulla riva del fiume,
là dove l’elmo gli cascò dalla testa tra le onde.
Poiché non ha più speranze di ritrovare la donna,
per riavere l’elmo che il fiume gli nasconde,
dalla parte dove gli era caduto
scende fino alle estreme umide sponde:
ma l’elmo era così ben nascosto nella sabbia
che dovrà operare molto prima di poterlo riavere.
25
Con un lungo ramo d’albero ripulito da rami e foglie,
con il quale si era costruito una lunga pertica,
sonda il fiume e cerca fino sul fondo,
battendo e pungendo con la punto in tutti i punti del fiume.
Mentre con un enorme risentimento, stizza,
prolunga oltre la sua permanenza in quel luogo,
vede in mezzo il fiume un cavaliere
uscire dall’acqua fino al petto, di aspetto fiero.

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26
Era, ad eccezione della testa, completamente armato,
ed aveva una elmo nella mano destra:
aveva in particolare lo stesso elmo che aveva cercato
Ferraù invano per così tanto tempo.
Il cavaliere si rivolse a Ferraù in tono adirato,
disse: “Ah traditore che non mantiene la parola data!
Perché ti dispiace anche di abbandonare l’elmo,
che invece mi avresti dovuto rendere già da tanto tempo?
27
Ricordati, pagano, di quanto hai ucciso
il fratello di Angelico, sono io quello (Argalia),
insieme alle altre armi tu mi promettesti
di gettare entro pochi giorni anche il mio elmo.
Ora, se la fortuna (quello che non hai voluto
fare tu) ha poi voluto che si realizzasse il mio volere,
non ti devi dispiacere; e se anzi ti devi dispiacere,
devi solo dispiacerti di non avere mantenuto la parola data.
28
Ma se desideri ancora un buon elmo,
trovane un altro e portalo con te con più onore;
uno di buona fattura lo porta il paladino Orlando,
un altro Rinaldo, forse anche migliore di quello d’Orlando:
prima uno apparteneva ad Almonte e l’altro a Mambrino:
conquistane uno dei due con il tuo valore,
questo invece, che avevi già promesso di lasciarmi,
farai bene a lasciarmelo effettivamente.”
29
Non appena, all’improvviso, appare
dall’acqua il fantasma, si rizzo ogni pelo
del Saracino ed il viso gli si fece scolorito;
la voce gli si strozzò in gola.
Udendo poi da Argalia, che ucciso
lui aveva (perché Argalia si chiamava),
rimproverare a sé stesso di non aver mantenuto la parola data,
di scocciatura e di ira si accese tutto, dentro e fuori.
30
Non avendo tempo per cercare una altra scusa,
sapendo benissimo che Argalia diceva il vero,
Ferraù rimase a bozza chiusa, senza controbattere;
ma il suo cuore fu talmente trafitto dalla vergogna,
che giurò sulla vita di sua madre (Lanfusa)
non volere indossare più nessun altro elmo

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se non quello di buona fattura che nell’Aspromonte
Orlando levò dal capo di Almonte (dopo averlo ucciso).
31
E mantenne questo giuramento meglio
di quanto non aveva fatto con quell’altro prima.
Ripartì dal fiume con tanto malcontento
che per molti successivi giorni si tormentò e consumò.
Ha voglia solo di cercare il Paladino (Orlando)
in ogni luogo dove ritiene possa trovarlo.
Avventura diversa accadde al valoroso Rinaldo
che si incamminò su sentieri diversi da quelli percorsi da costui.
32
Rinaldo non fa molta strada che vede
comparire davanti a sé il proprio focoso destriero:
“Fermati, Boiardo mio, dai, arresta il galoppo!
Perché stare senza di te è per me troppo pericoloso.”
Non per questo il cavallo, sordo ai richiami, torna da lui,
anzi si allontana veloce sempre di più.
Rinaldo lo segue, tormentandosi d’ira:
ma seguiamo ora Angelica in fuga.
33
Fugge tra spaventosi ed oscuri boschi,
per luoghi inabitati, selvaggi e solitari.
Il rumore provocato dal movimento dei rami e dalla vegetazione
di querce, olmi e faggi, che Angelica sentiva,
causa le improvvise paure, le avevano
fatto intraprendere insoliti sentieri da ogni parte;
perché ogni ombra che vedeva sui monti o nelle valli,
le facevano temere di avere ancora alle spalle Rinaldo.
34
Come un cucciolo di daino o capriolo,
che tra i rami del boschetto nel quale è nato
abbia visto la gola della madre dal morso
del leopardo stretta, o che le squarcia il petto od il fianco,
scappa dall’animale crudele di bosco in bosco
e trema per la paura e per il sospetto della sua presenza:
per ogni cespuglio che tocca al proprio passaggio
crede di essere già già in bocca alla belva crudele.
35
Quel giorno, la stessa notte e per metà del giorno seguente
vagò senza sapere dove stesse andando.
Venne a trovarsi infine in un boschetto leggiadro,
mosso delicatamente da un vento fresco.

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Due ruscelli trasparenti, riempiendo l’aria del loro gorgoglio,
consentono la presenza sempre dell’erba e la sua crescita;
e rendevano piacevole da ascoltare il concerto,
interrotto solo tra piccoli sassi, del loro scorrere lento.
36
Qui, credendo di essere al sicuro
e lontana mille miglia da Rinaldo,
per lo stancante tragitto ed il caldo estivo
decide di riposare per un po’ tempo:
scende da cavallo tra i fiori e lascia andare a nutrirsi,
senza briglia, libero, il proprio destriero;
l’animale vaga quindi nei dintorni dei ruscelli,
che avevano piene le rive di fresca erba.
37
Non lontano da sé Angelica scorge un bel cespuglio,
fiorito di susine e di rose rosse,
che si specchia nelle onde limpide dei ruscelli
ed è riparato dal sole dalle alte querce ombrose;
vuoto nel mezzo, così da concedere
fresco giaciglio tra le ombre più nascoste:
le sue foglie ed i suoi rami sono talmente intrecciati che non
passa il sole, e nemmeno la vista dell’uomo, meno penetrante.
38
L’erbetta morbida crea un letto all’interno del cespuglio,
invitando a stendersi sopra chi vi giunge.
La bella donna si mette in mezzo al cespuglio,
lì si corica e quindi si addormenta.
Ma non rimane lì addormentata molto tempo,
che le sembra di sentire avvicinarsi un rumore di calpestio:
si solleva piano piano e presso la riva di un ruscello
vede essere giunto un cavaliere armato.
39
Angelica non riesce a capire se gli è amico o nemico:
il timore e la speranza le scuotono il suo cuore dubbioso;
attende che quella avventura giunga ad un termine
senza emettere neanche un solo sospiro.
Il cavaliere si siede in riva al ruscello
reggendosi la testa con un braccio;
e viene tanto rapito dai propri pensieri, al punto che,
immobile, sembra essersi mutato in insensibile pietra.
40
Assorto dai propri pensieri, con il capo basso, per più di un’ora
stette, cardinale Ippolito, il cavaliere abbattuto;

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dopo di ché cominciò con un lamento afflitto e dolente
a lamentarsi in modo tanto struggente,
che avrebbe infranto un sasso per pietà,
una crudele tigre fatta misericordiosa.
Piangeva tra i sospiri, tanto che un ruscello
sembrava scorrergli sulle guance ed il petto un vulcano infuocato.
41
Diceva: “Pensiero che mi ghiaccia ed arde il cuore,
e causa il dolore che sempre lo consuma,
che ci posso fare se sono giunto tardi
ed altri, arrivati prima, avevano già colto il frutto (Angelica)?
Ho ricevuto a stento suoi sguardi e parole,
altri hanno invece ricevuto tutto il ricco bottino.
Se a me non spettano né il frutto né il fiore,
perché per lei voglio ancora tormentare il mio cuore?
42
La vergine è simile ad una rosa,
che in un bel giardino, sul rovo che l’ha generata,
si riposa finché è sola ed al sicuro,
e né gregge né pastore le si avvicinano;
la brezza delicata e la rugiada del mattino,
l’acqua e la terra si inchinano davanti al suo fascino:
giovani amanti e donne innamorate
amano ornarsi il collo e la testa lei, la rosa.
43
Ma non appena dallo stelo materno
e dal ceppo verde del cespuglio viene staccata,
quanto aveva per gli uomini e per il cielo
fascino, grazia e bellezza, tutto perde.
La vergine che il proprio fiore, del quale deve avere cura più
che dei propri begli occhi e della propria vita,
lascia cogliere ad altra persona, perde l’ammirazione che poco
prima aveva nel cuore di tutti i propri amanti.
44
Diviene di scarso valore agli occhi degli altri, ed amata solo
da colui al quale fece così grande dono di sé.
Ah, fortuna crudele, fortuna ingiusta!
Gli altri godono mentre io muoio di stenti.
Non potrebbe allora essermi lei meno cara?
Non potrei forse abbandonare la mia propria vita?
Ah, che io muoia oggi stesso piuttosto
che vivere più a lungo, se non dovessi amare lei!”

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45
Se qualcuno mi domandasse chi sia questo cavaliere,
che versa così tanta lacrime sopra il torrente,
io risponderò che lui è il re di Circassia,
Sacripante, tormentato dall’amore;
dirò ancora che della sua pena, grave da sopportare,
la prima e sola causa è l’amare una donna,
ed è proprio uno degli amanti di Angelica:
è subito fu infatti da lei riconosciuto.
46
In Occidente, dove il sole tramonta, per amore di lei
era giunto dal confine estremo dell’Oriente;
appena, in India, venne a conoscenza, con suo grande dolore,
che lei aveva seguito Orlando in occidente:
poi seppe, giunto in Francia, che l’imperatore
l’aveva allontanata dalle altre persone,
con l’intento di darla a chi dei due, contro gli arabi,
avesse meglio aiutato la Francia.
47
Era stato sul campo di combattimento ed aveva intravisto
la crudele confitta che di lì a poco avrebbe subito re Carlo:
cercò tracce della bella Angelica,
ma non era ancora riuscito a trovarne.
Questa è dunque la triste e dolorosa vicenda
che lo fa penare per il male d’amore,
lo fa affliggere, lamentare, e dire parole
che potrebbe fare fermare il sole per pietà nei suoi confronti.
48
Mentre Sacripante in tale modo si affligge e soffre,
rende i suoi occhi una tiepida fonte di lacrime,
e pronuncia queste e molte altre parole,
che non mi sembra necessario siano raccontate;
la sua buona sorte vuole
che dalle orecchie di Angelica siano conosciute:
e così accadde in un’ora, in un solo momento,
quello che il mille anni, od anche mai, può succedere.
49
Con molta attenzione Angelica,
presa ascolto al pianto, alle parole, ai gesti
di colui che di amarla si affaccenda molto;
e non è una scoperta di questo giorno:
ma, dura e fredda più di una colonna,
non si degna di avere pietà di lui,

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come colei che snobba tutto il mondo
e pensa non esista persona alcuna degna di lei.
50
Solo il fatto di trovarsi sola tra quei boschi
le fa pensare di prendere il cavaliere come guida;
perché chi sta nell’acqua fino alla gola, annegando,
sarebbe molto ostinato se non chiedesse aiuto.
Se questa occasione ora le sfugge,
non potrà poi mai più trovare una scorta più fidata;
poiché già in precedenza aveva sperimentato a lungo
quel re, fedele più di qualunque altro suo amante.
51
Non pensa però di alleviare l’affanno
che distrugge lui che la ama,
e rimediare ad ogni precedente danno
donandogli quel piacere che ogni amatore più desidera:
ma con qualche finzione, con qualche inganno,
trama ed ordisce di mantenerne viva la sua speranza;
tanto che per quel suo fine se ne servirà,
per poi tornare alle sue abitudini, insensibile ed ostinata.
52
Fuori da quel cespuglio oscuro e buio
all’improvviso si mostra nella sua bellezza,
come dalla foresta o fori dall’ombrosa grotta
Diana o Venere si mostrarono;
e dice non appena è visibile: “La pace sia con te;
ai tuoi occhi Dio difenda la nostra reputazione,
e non tolleri, contro ogni giustizia,
che tu abbia di me una così falsa opinione.”
53
Mai con tanta felicità e stupore
una madre posò i propri occhi sul figlio,
che aveva pianto e sospirato pensandolo morto,
dopo che aveva sentito ritornare l’esercito senza di lui appresso;
con quanta felicità il saraceno, e con quanto stupore,
la nobile figura ed il leggiadro
comportamento, e le angeliche sembianze,
si vide all’improvviso apparire dinnanzi a sé.
54
Pieno di dolce ed amoroso affetto,
corse dalla sua sua donna amata, dalla sua dea,
la quale lo tenne stretto al collo con le sue braccia,
come in Catai non avrebbe mai forse fatto.

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Al regno del padre, al nido ove era nata,
avendo ora Sacripante con sé, come guida, rivolge il pensiero:
subito in lei si riaccende la speranza
di poter presto rivedere la sua ricca reggia.
55
Angelica gli raccontò, nei minimi particolare, ciò che successe
dal giorno che fu mandato da lei
a chiedere soccorso in Oriente
al re Gradasso di Sericana e Nabatea;
e come Orlando la salvò all’ultimo
dalla morte, dal disonore e da situazioni pericolose:
e che così aveva avuto la propria verginità inviolata,
come l’aveva avuta dalla nascita.
56
Forse era vero ciò che diceva, ma non era però credibile
a chi fosse padrone della propria ragione;
ma parve facilmente possibile a Sacripante,
che aveva commesso un ben più grave errore, innamorandosi.
Quel che l’uomo potrebbe vedere, l’amore gli nasconde,
e ciò che non sarebbe visibile viene fatto vedere dall’amore.
Il racconto fu creduto; poiché l’uomo misero è solito
credere troppo facilmente a ciò che ha bisogno di credere.
57
“Se male seppe Orlando, cavaliere di Anglante,
approfittare per sua sciocchezza della situazione favorevole,
pagherà poi le conseguenze; perché da ora in avanti
la fortuna non gli proporrà più una tale buona occasione
(disse tra sé e sé Sacripante):
ma io non intendo imitarlo,
così da lasciare tutto il bene che mi è concesso
per poi avere di che rammaricarmi di me stesso.
58
Coglierò la fresca e mattutina rosa,
che, con il tempo, potrebbe perdere la sua freschezza.
So bene che a una donna non si può far cosa
che sia più dolce e piacevole,
anche se si mostro disdegnosa a riguardo,
ed a volte se ne stia triste e piangente:
non permetterò che un rifiuto o un finto sdegno
non lasci prender forma e realizzare il mio intento.”
59
Così pensa Sacripante; e mentre si appresta
al dolce assalto, un rumore forte proveniente

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dal vicino bosco gli rimbomba nelle orecchie,
così che contro voglia è costretto ad abbandonare l’impresa:
si rimette l’elmo (avendo la vecchia abitudine
di girare sempre armato),
raggiunge il destriero, gli rimette le briglie,
rimonta in sella ed impugna la lancia.
60
Ed ecco sopraggiungere per il bosco un cavaliere,
le cui sembianze sono di uomo vigoroso e fiero:
candido come la neve è il suo vestiario,
un pennacchio bianco aveva come cimiero.
Re Sacripante, non potendo sopportare
che quel cavaliere, con l’inopportuno suo percorso,
gli abbia interrotto la situazione piacevole nella quale si trovava,
lo guarda con occhi minacciosi e pieni di sdegno.
61
Non appena è a lui più vicino, lo sfida a combattere;
credendo di disarcionarlo, farlo cadere da cavallo, facilmente.
L’altro cavaliere, che di Sacripante non stimo possa valere
meno, e di questo ne dà la prova,
le orgogliose minacce lascia a metà,
sprona subito il cavallo e pone in posizione di attacco la lancia.
Sacripante con furore, presa la rincorsa, va al galoppo,
e si corrono incontro per ferirsi.
62
Non vanno i leoni od i tori in amore
ad affrontarsi, a scontrarsi con così tanta crudeltà,
come i due guerrieri al fiero assalto,
che allo stesso modo trapassano l’uno lo scudo dell’altro.
Lo scontro fece tremare dal basso all’alto
le valli erbose fino alle spoglie vette;
e fu vantaggioso che furono di buona fattura e perfette
le corazze, tanto che salvarono i loro petti da ferite mortali.
63
I due cavalli, uno di fronte all’altro, non deviarono in corsa,
anzi si scontrarono violentemente tra loro come fanno i montoni:
il cavallo di Sacripante morì sul colpo,
pur potendo essere annoverato, da vivo, tra i buoni destrieri:
anche l’altro cadde a terra, ma si rialzò
non appena sentì pungere al suo fianco gli speroni.
Quello del re saracino restò disteso,
tendendo schiacciato con il proprio peso il padrone.

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64
Il misterioso campione che rimase dritto a cavallo,
e vide l’altro cavaliere in terra con il cavallo,
ritenendo di avere avuto sufficiente trionfo da quel conflitto,
non ritenne necessario rinnovare il combattimento;
la dove, attraverso la selva, il sentiero è dritto,
si lancia invece al galoppo;
e prima che il pagano riesca a liberarsi dall’impaccio,
si è già allontanato di un miglio o poco meno.
65
Come lo stordito e stupito aratore,
dopo che è passato il fulmine, si alza in piedi
dal posto dove il fragore assordante
l’aveva sbattuto a terra vicino ai buoi uccisi dallo stesso;
guarda privo di rami, e quindi privo di onore,
il pino che da lontano era abituato a scorgere:
allo stesso modo si alzò Sacripante,
con Angelica testimone alla situazione imbarazzante.
66
Sospira e geme, non perché gli dia fastidio
l’essersi rotto o slogato un braccio od un piede,
ma solamente per la vergogna, per la quale, mai in vita sua,
né prima né dopo quel momento, arrossì tanto in viso:
ed in aggiunta, oltre all’essere caduto, fu Angelica
a liberarlo dal grande peso che aveva addosso.
Il saraceno sarebbe restato muto, lo posso capire, se
Angelica non gli avesse ridato la voce ed il dono della parola.
67
Disse lei: “Dai! Signore, non preoccupatevi!
Perché la colpa della caduta non è vostra
ma del cavallo, il quale di riposo e di cibo
aveva più bisogno che di un altro duello.
E l’altro guerriero non esalti troppo il proprio trionfo
perché ha dimostrato di essere stato lui lo sconfitto:
valuto, per quel poco che ne capisco a riguardo, così l’accaduto,
dal momento che per primo ha abbandonare il combattimento.
68
Mentre lei conforta così il saraceno,
ecco che, con il corno ed al fianco la borsa,
sopraggiunge, galoppando sopra un ronzino,
un messaggero che appariva stanco e sconsolato;
dopo essersi avvicinato a Sacripante,
gli chiese se, con un scudo bianco

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e con un pennacchio bianco sul l’elmo,
avesse visto passare un cavaliere attraverso la foresta.
69
Sacripante rispose: “Come vedi,
il cavaliere che cerchi mi ha disarcionato ed è appena ripartito;
affinché io possa sapere chi mi ha fatto cadere da cavallo,
fammi conoscere il suo nome, nelle armi l’ho già conosciuto.”
Ed il messaggero a lui: “Il tuo desiderio di sapere
verrà soddisfatto senza alcuna esitazione:
devi perciò sapere a disarcionarti
è stato l’alto valore di una nobile donzella.
70
Lei è energica, ma soprattutto bella;
ma il suo famoso nome non ti nasconderò oltre:
è stata Bradamante ha toglierti
più onore di quanto tu ne abbia mai guadagnato al mondo.”
Dopo essersi così pronunciato, il messaggero ripartì al galoppo
lasciando molto poco allegro Sacripante,
che non sa più che dire o fare,
con la faccia completamente infiammata dalla vergogna.
71
Dopo aver pensato a lungo, invano,
alla situazione fortunosa che gli era capitata, si trovò infine
steso a terra da una femmina,
e più ci pensa e più ne soffre;
monta sul cavallo di Angelica, silenzioso ed incapace di parlare:
senza proferire parola, con calma,
prede in groppa Angelica, e rimanda quindi i suoi piani
ad una momento più lieto, ad un luogo più tranquillo.
72
Non avevano percorso più di due miglia, che
udirono risuonare il bosco che li circondava
con un tale rumore e strepitio, che sembrava
tremasse tutta la foresta:
poco dopo compare dalla vegetazione un destriero possente,
abbellito con oro e adornato riccamente,
che procede scavalcando con balzi cespugli e torrenti, travolge
e distrugge gli alberi ed ogni altro impedimento al suo passaggio.
73
“Se la presenza di rami intricati e la scarsa luce
(disse la donna) non mi ingannano gli occhi,
è Baiardo quel destriero che in mezzo al bosco,
con tale frastuono, si apre a forza la strada.

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Questo destriero è di certo Baiardo, lo riconosco:
deh, quanto bene può fare alla nostra causa!
Perché un solo destriero per due perone sarebbe poco adatto,
ed è lui venuto a soddisfare subito il nostro bisogno!
74
Sacripante smonta e si avvicina al fianco di Baiardo,
pensando di riuscire ad impugnarne il freno.
Il destriero risponde al tentativo con i muscoli posteriori,
girandosi velocemente come un fulmine;
ma non arriva a colpire là dove aveva indirizzato i calci:
povero il cavaliere se avesse colpito in pieno!
Poiché il cavallo aveva una tale forza nel calciare
da riuscire a spezzare anche una montagna di metallo.
75
Poi va invece mansueto dalla donzella
con fare umile ed atteggiamento docile,
così come il cane è solito saltellare introno al proprio padrone,
dopo essere da lui stato lontano per due o tre giorni.
Boiardo si ricordava ancora di lei,
che in Albracca lo aveva accudito e governato personalmente,
nel periodo in cui Angelica tanto amava
Rinaldo, che invece si mostrava allora crudele ed insensibile.
76
Angelica impugna con la mano sinistra la briglia del cavallo,
accarezzandone con la destra il collo ed il petto;
quel destriero, dotato di ottima intelligenza,
nei confronti di lei si dimostra mansueto come un agnello.
Nel frattempo Sacripante coglie l’attimo favorevole:
monta Boiardo, lo sprona tendendolo a freno nello stesso tempo.
Angelica abbandona quindi la groppa del suo ronzino
ora alleggerito, e si rimette quindi, più comoda, in sella.
77
Poi, posando intorno a se lo sguardo, vede
sopraggiungere di corsa un possente guerriero a piedi.
Angelica si accende d’ira e di disappunto;
riconosce infatti in lui Rinaldo.
Più dalla propria vita lui la ama e desidera:
lei lo odia e lo evita più di quanto faccia la gru con un falcone.
Prima accadde che lui odiasse lei più della morte;
lei amò invece lui: ora la propria sorte hanno invertito.
78
Ciò è stato causato da due fontane
che rilasciano liquidi che producono effetti contrari,

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entrambe si trovano nelle Ardenne, poco distanti tra loro:
l’una riempie il cuore di desiderio d’amore;
chi beve dall’altra viene invece privato dell’amore,
e tramuta in ghiaccio il proprio ardore iniziale.
Rinaldo assaporò un liquido e si tormenta ora d’amore;
Angelica dall’altra ed ora lo odia e fugge da lui.
79
Quel liquido mescolato ad un filtro magico,
che trasforma in odio la passione amorosa,
rende la donna che ha visto Rinaldo
subito oscura negli occhi sereni;
e con una voce tremante ed un viso triste
lei supplica e scongiura Sacripante
di non aspettare più vicino quel cavaliere,
ma di fuggire insieme a lei.
80
-Valgo dunque- disse il Saraceno (Sacripante) – valgo
dunque così poco ai vostri occhi,
visto che mi credete inutile, e non capace
da potervi difendere da costui?
Le battaglie d’Albracca già avete
dimenticato, e la notte in cui io,
per la vostra salvezza, fui solo e nudo
a proteggervi contro Agricane e tutto il campo?
81
Lei non risponde e non sa cosa fare,
perché Rinaldo ormai le è troppo vicino,
e minaccia il Saraceno da lontano
quando vede il cavallo
e quando riconosce il viso angelico
che gli aveva messo in cuore la passione amorosa.
Quello che seguì tra questi due superbi,
voglio che sia riservato per il prossimo canto.
Tema dell’amore e della pazzia
Questo tema va ad assumere varie sfumature dove lo ritroviamo più chiaro nel canto ottavo Commentato [64]:
(ottave 29-50), dove si comincia con la tecnica del METANARRATIVI, cioè dove il poeta come
ragiona andandosi a rivolgere direttamente all’interlocutore dove si va a fare una metafora basata
sul compositore musicista che va a variare, nei suoi lavori, diversi elementi musicali e lo stesso
Ariosto fa in queste ottave andando a cambiare il registro del testo. Commentato [65]:

Dopo aver raccontato le avventure di Rinaldo in Scozia, Ariosto ritorna a raccontare di Angelica
che prosegue la sua strada finché non incontra un eremita. Angelica sta ancora scappando da
Rinaldo (dove fra i due voleva il mare Angelica) e chiede all’eremita quale fosse la strada che

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l’avrebbe condotta verso il mare, dove poi l’eremita, dopo averle indicato la strada, tenterà di
stare al passo del cavallo di Angelica, ma non ci riesce per via del suo stanco asino, cosi che
decide di far evocare dei demoni che poi prenderanno in possesso il cavallo di Angelica, perchè
anche lui (come altri) non può fare a meno di Angelica.
Il cavallo di Angelica la fa portare in un deserto nel cuore della notte dove ne rimane pietrificata
e sconvolta, andando accusare Dio per queste sue sventure fino a quando non va a scoppiare in
lacrime. Da questo episodio si va a rivelare un nuovo aspetto di Angelica dove chiede al fato il
perché di queste sventure e anche il perché si diverte a torturarla cosi, quando potrebbe
benissimo ucciderla. Lei era anche stata costretta a scappare dal suo regno andando anche a
perdere l’onore, per il fatto che era costretta a viaggiare in continuo e veniva giudicata una poco
di buono, anche se lei non aveva peccato. Viene anche sottolineata la bellezza di Angelica, che
non la va a mettere al centro dell’entità, anzi la va a considerare una maledizione perché a causa
di questa sua bellezza le sono capitate tutte le sue disavventure, tra cui l’uccisione del fratello
(Argalia) e la sconfitta del padre per la quale è stata costretta ad lasciare il suo regno. Commentato [66]:

OTTAVE 42 43
Angelica fa un monologo dove chiede se la morte non era giusta per il suo destino, chiede di
mandarle una bestia feroce che la possa uccidere, ma quando arriva l’eremita Angelica lo prende
come una fonte di soccorso dove l’eremita comincia a provarci e a palpeggiarla (tentativo di
stupro) e quando tenta di abbracciarla Angelica lo allontana ma l’eremita la fa addormentare con
delle gocce, quindi Angelica non si può più difendere però l’eremita non la riesce a toccare.
20/03/2018
69
Parigi intanto avea l’assedio intorno
dal famoso figliuol del re Troiano;
e venne a tanta estremitade un giorno,
che n’andò quasi al suo nimico in mano:
e se non che li voti il ciel placorno,
che dilagò di pioggia oscura il piano,
cadea quel dì per l’africana lancia
il santo Impero e ‘l gran nome di Francia.
70
Il sommo Creator gli occhi rivolse
al giusto lamentar del vecchio Carlo;
e con subita pioggia il fuoco tolse:
né forse uman saper potea smorzarlo.
Savio chiunque a Dio sempre si volse;
ch’altri non poté mai meglio aiutarlo.
Ben dal devoto re fu conosciuto,
che si salvò per lo divino aiuto.

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71
La notte Orlando alle noiose piume
del veloce pensier fa parte assai.
Or quinci or quindi il volta, or lo rassume
tutto in un loco, e non l’afferma mai:
qual d’acqua chiara il tremolante lume,
dal sol percossa o da’ notturni rai,
per gli ampli tetti va con lungo salto
a destra ed a sinistra, e basso ed alto.
72
La donna sua, che gli ritorna a mente,
anzi che mai non era indi partita,
gli raccende nel core e fa più ardente
la fiamma che nel dì parea sopita.
Costei venuta seco era in Ponente
fin dal Cataio; e qui l’avea smarrita,
né ritrovato poi vestigio d’ella
che Carlo rotto fu presso a Bordella.
73
Di questo Orlando avea gran doglia, e seco
indarno a sua sciocchezza ripensava.
– Cor mio (dicea), come vilmente teco
mi son portato! ohimè, quanto mi grava
che potendoti aver notte e dì meco,
quando la tua bontà non mel negava,
t’abbia lasciato in man di Namo porre,
per non sapermi a tanta ingiuria opporre!
74
Non aveva ragione io di scusarme?
e Carlo non m’avria forse disdetto:
se pur disdetto, e chi potea sforzarme?
chi ti mi volea torre al mio dispetto?
non poteva io venir più tosto all’arme?
lasciar più tosto trarmi il cor del petto?
Ma né Carlo né tutta la sua gente
di tormiti per forza era possente.
75
Almen l’avesse posta in guardia buona
dentro a Parigi o in qualche rocca forte.
Che l’abbia data a Namo mi consona,
sol perché a perder l’abbia a questa sorte.
Chi la dovea guardar meglio persona
di me? ch’io dovea farlo fino a morte;

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guardarla più che ‘l cor, che gli occhi miei:
e dovea e potea farlo, e pur nol fei.
76
Deh, dove senza me, dolce mia vita,
rimasa sei sì giovane e sì bella?
come, poi che la luce è dipartita,
riman tra’ boschi la smarrita agnella,
che dal pastor sperando esser udita,
si va lagnando in questa parte e in quella;
tanto che ‘l lupo l’ode da lontano,
e ‘l misero pastor ne piagne invano.
77
Dove, speranza mia, dove ora sei?
vai tu soletta forse ancor errando?
o pur t’hanno trovata i lupi rei
senza la guardia del tuo fido Orlando?
e il fior ch’in ciel potea pormi fra i dei,
il fior ch’intatto io mi venìa serbando
per non turbarti, ohimè! l’animo casto,
ohimè! per forza avranno colto e guasto.
78
Oh infelice! oh misero! che voglio
se non morir, se ‘l mio bel fior colto hanno?
O sommo Dio, fammi sentir cordoglio
prima d’ogn’altro, che di questo danno.
Se questo è ver, con le mie man mi toglio
la vita, e l’alma disperata danno. –
Così, piangendo forte e sospirando,
seco dicea l’addolorato Orlando.
79
Già in ogni parte gli animanti lassi
davan riposo ai travagliati spirti,
chi su le piume, e chi sui duri sassi,
e chi su l’erbe, e chi su faggi o mirti:
tu le palpebre, Orlando, a pena abbassi,
punto da’ tuoi pensieri acuti ed irti;
né quel sì breve e fuggitivo sonno
godere in pace anco lasciar ti ponno.
80
Parea ad Orlando, s’una verde riva
d’odoriferi fior tutta dipinta,
mirare il bello avorio, e la nativa
purpura ch’avea Amor di sua man tinta,

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e le due chiare stelle onde nutriva
ne le reti d’Amor l’anima avinta:
io parlo de’ begli occhi e del bel volto,
che gli hanno il cor di mezzo il petto tolto.
81
Sentia il maggior piacer, la maggior festa
che sentir possa alcun felice amante:
ma ecco intanto uscire una tempesta
che struggea i fior, ed abbattea le piante:
non se ne suol veder simile a questa,
quando giostra aquilone, austro e levante.
Parea che per trovar qualche coperto,
andasse errando invan per un deserto.
82
Intanto l’infelice (e non sa come)
perde la donna sua per l’aer fosco;
onde di qua e di là del suo bel nome
fa risonare ogni campagna e bosco.
E mentre dice indarno: – Misero me!
chi ha cangiata mia dolcezza in tosco? –
ode la donna sua che gli domanda,
piangendo, aiuto, e se gli raccomanda.
83
Onde par ch’esca il grido, va veloce,
e quinci e quindi s’affatica assai.
Oh quanto è il suo dolore aspro ed atroce,
che non può rivedere i dolci rai!
Ecco ch’altronde ode da un’altra voce:
– Non sperar più gioirne in terra mai. –
A questo orribil grido risvegliossi,
e tutto pien di lacrime trovossi.
84
Senza pensar che sian l’immagin false
quando per tema o per disio si sogna,
de la donzella per modo gli calse,
che stimò giunta a danno od a vergogna,
che fulminando fuor del letto salse.
Di piastra e maglia, quanto gli bisogna,
tutto guarnissi, e Brigliadoro tolse;
né di scudiero alcun servigio volse.
85
E per poter entrare ogni sentiero,
che la sua dignità macchia non pigli,

Pagina 29 di 181
non l’onorata insegna del quartiero,
distinta di color bianchi e vermigli,
ma portar volse un ornamento nero;
e forse acciò ch’al suo dolor simigli:
e quello avea già tolto a uno amostante,
ch’uccise di sua man pochi anni inante.
86
Da mezza notte tacito si parte,
e non saluta e non fa motto al zio;
né al fido suo compagno Brandimarte,
che tanto amar solea, pur dice a Dio.
Ma poi che ‘l Sol con l’auree chiome sparte
del ricco albergo di Titone uscìo
e fe’ l’ombra fugire umida e nera,
s’avide il re che ‘l paladin non v’era.
87
Con suo gran dispiacer s’avede Carlo
che partito la notte è ‘l suo nipote,
quando esser dovea seco e più aiutarlo;
e ritener la colera non puote,
ch’a lamentarsi d’esso, ed a gravarlo
non incominci di biasmevol note:
e minacciar, se non ritorna, e dire
che lo faria di tanto error pentire.

Alla fine dell’ottava cinquantesima l’Ariosto ci mostra l’amore pazzo e malato che prova per
Angelica e a partire dall’ottava 69 troviamo Orlando, che si trova a Parigi che è stata assediata Commentato [67]:
dai saraceni contro l’esercito di Carlo Magno che viene salvato da Dio. Troviamo Orlando che Commentato [68]:
non riesce a prendere sonno per via dei suoi pensieri, che non riesce a tenerli a bada ma uno in
particolare che lo tormenta è quello di Angelica, la sua donna amata, che gli era stata tolta da
Carlo Magno e Orlando si stava rimproverando per non aver fatto nulla in quella occasione,
perché lui si sarebbe potuto anche opporre a Carlo Magno cosi che avrebbe difeso al meglio la
sua donna amata. In quel momento li lui aveva perso la sua donna e ora i suoi pensieri di dove Commentato [69]:
fosse e se era ancora viva lo andavano a tormentare, andando anche a paragonare Angelica ad un
agnellino che si lamenta e che fa da preda ai lupi e da qui si sposta anche sul pensiero se
qualcuno aveva colto il suo fiore, che se lo teneva tutto per lui, andando però a rispettare la
castità di Angelica.
In questa immagine troviamo il personaggio di Orlando che prende degli elementi di somiglianza
con il personaggio di Sacrimante, ma per molte altre caratteristiche sono ancora personaggi
diversi. Commentato [70]:
L’ottava n 79 si apre con un notturno dove il narratore va ad inserire un elenco di animali che
riposano la notte perché hanno lavorato e cacciato durante il girono, quindi seguono un ritmo
scandito dalla natura dove però Orlando non riesce a seguirlo a causa dei suoi pensieri dove fa un Commentato [71]:

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sogno che inizia con una grande serenità dove si vede lui e Angelica seduti su un praticello
aprendo così l’immagine di un paesaggio che viene descritto attraverso gli occhi della sua donna
amata (chiare stelle—>occhi; aurora—> volto), che gli aveva tolto il cuore dal mezzo il petto.
Ad un tratto arriva una tempesta che fa distruggere questa immagine idilliaca, dove si vedono i
quattro venirti combattere fra di loro, e Orlando riperde la sua donna amata, che urla il suo nome
e Orlando, disperato, corre verso il luogo dove sente le voci fino a che non ha più né un contatto
visivo e ne uditivo risvegliandosi poi pieno di lacrime.
Tutti questi pensieri vanno a risultare in un’azione/ reazione, rendendosi conto che le immagini
che ha sognato possono essere vere, quindi Orlando, vestendosi di nero, per non andare a
macchiare il proprio onore e andando a rappresentare la sua tristezza, parte in piena notte per la
ricerca di Angelica. Commentato [72]:

Petrarca: canzoniere 250—> possibile ispirazione fatta dal sogno di Orlando


Solea lontana in sonno consolarme
con quella dolce angelica sua vista
madonna; or mi spaventa et mi contrista,
ne di duol ne di tema posso aitarme;
che spesso nel suo volto veder parme
vera pieta con grave dolor mista,
et udir cose onde 'l cor fede acquista
che di gioia et di speme si disarme.
" Non ti soven di quella ultima sera
dice ella " ch'i' lasciai li occhi tuoi molli
et sforzata dal tempo me n'andai?
I' non tel potei dir, allor, ne volli;
or tel dico per cosa experta et vera:
non sperar di vedermi in terra mai ".
25
Amor piangeva, et io con lui talvolta,
dal qual miei passi non fur mai lontani,
mirando per gli effecti acerbi et strani
l'anima vostra dei suoi nodi sciolta.
Or ch'al dritto camin l'a Dio rivolta,
col cor levando al cielo ambe le mani
ringratio lui che' giusti preghi humani
benignamente, sua mercede, ascolta.
Et se tornando a l'amorosa vita,
per farvi al bel desio volger le spalle,
trovaste per la via fossati o poggi,
fu per mostrar quanto e spinoso calle,
et quanto alpestra et dura la salita,
onde al vero valor conven ch'uom poggi.

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21/03/2018
Episodio di Angelica che viene liberata dalla rocca (Canto X ottava 91)
90
Mentre Ruggier di quella gente bella,
che per soccorrer Francia si prepara,
mira le varie insegne e ne favella,
e dei signor britanni i nomi impara;
uno ed un altro a lui, per mirar quella
bestia sopra cui siede, unica o rara,
maraviglioso corre e stupefatto;
e tosto il cerchio intorno gli fu fatto.
91
Sì che per dare ancor più maraviglia,
e per pigliarne il buon Ruggier più gioco,
al volante corsier scuote la briglia,
e con gli sproni ai fianchi il tocca un poco:
quel verso il ciel per l’aria il camin piglia,
e lascia ognuno attonito in quel loco.
Quindi Ruggier, poi che di banda in banda
vide gl’Inglesi, andò verso l’Irlanda.
92
E vide Ibernia fabulosa, dove
il santo vecchiarel fece la cava,
in che tanta mercé par che si truove,
che l’uom vi purga ogni sua colpa prava.
Quindi poi sopra il mare il destrier muove
là dove la minor Bretagna lava:
e nel passar vide, mirando a basso,
Angelica legata al nudo sasso.
93
Al nudo sasso, all’Isola del pianto;
che l’Isola del pianto era nomata
quella che da crudele e fiera tanto
ed inumana gente era abitata,
che (come io vi dicea sopra nel canto)
per vari liti sparsa iva in armata
tutte le belle donne depredando,
per farne a un mostro poi cibo nefando.
94
Vi fu legata pur quella matina,
dove venìa per trangugiarla viva
quel smisurato mostro, orca marina,

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che di aborrevole esca si nutriva.
Dissi di sopra, come fu rapina
di quei che la trovaro in su la riva
dormire al vecchio incantatore a canto,
ch’ivi l’avea tirata per incanto.
95
La fiera gente inospitale e cruda
alla bestia crudel nel lito espose
la bellissima donna, così ignuda
come Natura prima la compose.
Un velo non ha pure, in che richiuda
i bianchi gigli e le vermiglie rose,
da non cader per luglio o per dicembre,
di che son sparse le polite membre.
96
Creduto avria che fosse statua finta
o d’alabastro o d’altri marmi illustri
Ruggiero, e su lo scoglio così avinta
per artificio di scultori industri;
se non vedea la lacrima distinta
tra fresche rose e candidi ligustri
far rugiadose le crudette pome,
e l’aura sventolar l’aurate chiome.
97
E come ne’ begli occhi gli occhi affisse,
de la sua Bradamante gli sovvenne.
Pietade e amore a un tempo lo trafisse,
e di piangere a pena si ritenne;
e dolcemente alla donzella disse,
poi che del suo destrier frenò le penne:
– O donna, degna sol de la catena
con chi i suoi servi Amor legati mena,
98
e ben di questo e d’ogni male indegna,
chi è quel crudel che con voler perverso
d’importuno livor stringendo segna
di queste belle man l’avorio terso? –
Forza è ch’a quel parlare ella divegna
quale è di grana un bianco avorio asperso,
di sé vedendo quelle parti ignude,
ch’ancor che belle sian, vergogna chiude.

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99
E coperto con man s’avrebbe il volto,
se non eran legate al duro sasso;
ma del pianto, ch’almen non l’era tolto,
lo sparse, e si sforzò di tener basso.
E dopo alcun’ signozzi il parlar sciolto,
incominciò con fioco suono e lasso:
ma non seguì; che dentro il fe’ restare
il gran rumor che si sentì nel mare.
Troviamo un Ruggero che aveva compiuto diverse azioni prima di questo avvenimento, Commentato [73]:
specialmente quella con Bradamante che lo andò a cercare con l’ippogrifo, dove riuscì a
sorvolare sopra all’Irlanda passando sopra al pozzo di San Patrizio dove prese la direzione della
Gran Bretagna.
Nel frattempo Angelica si trova legata ad uno scoglio già dalla stessa mattina dove l’Ariosto va a
sottolineare la sua bellezza, infatti quando Ruggero la sorvola con l'ippogrifo, pensa che fosse Commentato [74]:
una statua se non fosse che le vede cadere una lacrima andando ad incrociare il suo sguardo,
dove provo una grande sofferenza a vederla pensando anche alla sua Bradamante, cosi che
atterrò e chiese ad Angelica chi fosse stata ad legarla, ma ella molto imbarazzata e non potendosi
coprire lo sguardo con le mani abbasso lo sguardo.
In poco tempo arrivo l'enorme bestia, quasi all'improvviso, e Ruggero, tenendo l'ancia
appoggiata sull'avambraccio cosi che poté colpire meglio l'orca, che nonostante i colpi inflitti
non le faceva nulla e l'autore la va a paragonare ad un gatto che rincorre l'ombra dell'ippogrifo
sull'acqua. Commentato [75]:
L'orca muove così tanto l'acqua che a Ruggero gli sembra di essere in acqua piuttosto che in aria
rischiando di andare nel profondo del mare per via delle ali bagnate dell'ippogrifo.
Ruggero era armato di armi magiche tra cui lui possedeva uno scudo magico, che aveva ricevuto Commentato [76]:
sull'isola di Alcino, che era molto pericoloso e per non ferire Angelica Ruggero le dà un anello
che gli consente di annullare ogni magia, cosi che mentre l'orca sta mirando verso la costa, Commentato [77]:
Ruggero toglie la fodera allo scudo che rilascia un lampo di luce che va ad accecare il mostro
senza ferirlo.
Angelica chiede a Ruggero di smetterla di colpire l'orca perché tanto non la si può trafiggere e di
slegarla e di lasciarla cadere nel mare per morire annegata.
26/03/2018
La fuga di Ruggero e Angelica: tema del Fuggire
Canto X
112
Il destrier punto, ponta i piè all’arena
e sbalza in aria, e per lo ciel galoppa;
e porta il cavalliero in su la schena,
e la donzella dietro in su la groppa.

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Così privò la fera de la cena
per lei soave e delicata troppa.
Ruggier si va volgendo, e mille baci
figge nel petto e negli occhi vivaci.
113
Non più tenne la via, come propose
prima, di circundar tutta la Spagna;
ma nel propinquo lito il destrier pose,
dove entra in mar più la minor Bretagna.
Sul lito un bosco era di querce ombrose,
dove ognor par che Filomena piagna;
ch’in mezzo avea un pratel con una fonte,
e quinci e quindi un solitario monte.
114
Quivi il bramoso cavallier ritenne
l’audace corso, e nel pratel discese;
e fe’ raccorre al suo destrier le penne,
ma non a tal che più le avea distese.
Del destrier sceso, a pena si ritenne
di salir altri; ma tennel l’arnese:
l’arnese il tenne, che bisognò trarre,
e contra il suo disir messe le sbarre.

Si va a descrivere la fuga che Angelica e Ruggero che fanno sull'ippogrifo, dove poi Ruggero si
volge alla ragazza, che è nuda, e sente una forte attrazione verso di lei per i suoi occhi e per il Commentato [78]:
suo petto. Dopo di che Ruggero decide di atterrare in un posto vicino, cioè su un’isola che si
trovava nell'arcipelago della Bretagna (isola misteriosa che era abitata da persone cattive ed era
la stessa dove era stata portata Angelica). Appena atterrati Ruggero riesce a frenare la corsa Commentato [79]:
dell'ippogrifo, ma non riesce a frenare la sua eccitazione che provava per Angelica, che però
veniva trattenuta dalla sua armatura. Ariosto fa finire il canto senza dirci come andrà a finire Commentato [80]:
questa vicenda passando ad un'altra vicenda.
Canto XI
1
Quantunque debil freno a mezzo il corso
animoso destrier spesso raccolga,
raro è però che di ragione il morso
libidinosa furia a dietro volga,
quando il piacere ha in pronto; a guisa d’orso
che dal mel non sì tosto si distolga,
poi che gli n’è venuto odore al naso,
o qualche stilla ne gustò sul vaso.

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2
Qual ragion fia che ‘l buon Ruggier raffrene,
sì che non voglia ora pigliar diletto
d’Angelica gentil che nuda tiene
nel solitario e commodo boschetto?
Di Bradamante più non gli soviene,
che tanto aver solea fissa nel petto:
e se gli ne sovien pur come prima,
pazzo è se questa ancor non prezza e stima;
3
con la qual non saria stato quel crudo
Zenocrate di lui più continente.
Gittato avea Ruggier l’asta e lo scudo,
e si traea l’altre arme impaziente;
quando abbassando pel bel corpo ignudo
la donna gli occhi vergognosamente,
si vide in dito il prezioso annello
che già le tolse ad Albracca Brunello.
4
Questo è l’annel ch’ella portò già in Francia
la prima volta che fe’ quel camino
col fratel suo, che v’arrecò la lancia,
la qual fu poi d’Astolfo paladino.
Con questo fe’ gl’incanti uscire in ciancia
di Malagigi al petron di Merlino;
con questo Orlando ed altri una matina
tolse di servitù di Dragontina;
5
con questo uscì invisibil de la torre
dove l’avea richiusa un vecchio rio.
A che voglio io tutte sue prove accorre,
se le sapete voi così come io?
Brunel sin nel giron lel venne a torre;
ch’Agramante d’averlo ebbe disio.
Da indi in qua sempre Fortuna a sdegno
ebbe costei, fin che le tolse il regno.
6
Or che sel vede, come ho detto, in mano,
sì di stupore e d’allegrezza è piena,
che quasi dubbia di sognarsi invano,
agli occhi, alla man sua dà fede a pena.
Del dito se lo leva, e a mano a mano
sel chiude in bocca: e in men che non balena,

Pagina 36 di 181
così dagli occhi di Ruggier si cela,
come fa il sol quando la nube il vela.
7
Ruggier pur d’ogn’intorno riguardava,
e s’aggirava a cerco come un matto;
ma poi che de l’annel si ricordava,
scornato vi rimase e stupefatto:
e la sua inavvertenza bestemiava,
e la donna accusava di quello atto
ingrato e discortese, che renduto
in ricompensa gli era del suo aiuto.
8
– Ingrata damigella, è questo quello
guiderdone (dicea), che tu mi rendi?
che più tosto involar vogli l’annello,
ch’averlo in don? Perché da me nol prendi?
Non pur quel, ma lo scudo e il destrier snello
e me ti dono, e come vuoi mi spendi;
sol che ‘l bel viso tuo non mi nascondi.
Io so, crudel, che m’odi, e non rispondi. –
9
Così dicendo, intorno alla fontana
brancolando n’andava come cieco.
Oh quante volte abbracciò l’aria vana,
sperando la donzella abbracciar seco!
Quella, che s’era già fatta lontana,
mai non cessò d’andar, che giunse a un speco
che sotto un monte era capace e grande,
dove al bisogno suo trovò vivande.
10
Quivi un vecchio pastor, che di cavalle
un grande armento avea, facea soggiorno.
Le iumente pascean giù per la valle
le tenere erbe ai freschi rivi intorno.
Di qua di là da l’antro erano stalle,
dove fuggìano il sol del mezzo giorno.
Angelica quel dì lunga dimora
là dentro fece, e non fu vista ancora.
11
E circa il vespro, poi che rifrescossi,
e le fu aviso esser posata assai,
in certi drappi rozzi aviluppossi,
dissimil troppo ai portamenti gai,

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che verdi, gialli, persi, azzurri e rossi
ebbe, e di quante fogge furon mai.
Non le può tor però tanto umil gonna,
che bella non rassembri e nobil donna.
12
Taccia chi loda Fillide, o Neera,
o Amarilli, o Galatea fugace;
che d’esse alcuna sì bella non era,
Titiro e Melibeo, con vostra pace.
La bella donna tra’ fuor de la schiera
de le iumente una che più le piace.
Allora allora se le fece inante
un pensier di tornarsene in Levante.
13
Ruggiero intanto, poi ch’ebbe gran pezzo
indarno atteso s’ella si scopriva,
e che s’avide del suo error da sezzo,
che non era vicina e non l’udiva;
dove lasciato avea il cavallo, avezzo
in cielo e in terra, a rimontar veniva:
e ritrovò che s’avea tratto il morso,
e salia in aria a più libero corso.
14
Fu grave e mala aggiunta all’altro danno
vedersi anco restar senza l’augello.
Questo, non men che ‘l feminile inganno,
gli preme al cor; ma più che questo e quello,
gli preme e fa sentir noioso affanno
l’aver perduto il prezioso annello;
per le virtù non tanto ch’in lui sono,
quanto che fu de la sua donna dono.
15
Oltremodo dolente si ripose
indosso l’arme, e lo scudo alle spalle;
dal mar slungossi, e per le piaggie erbose
prese il camin verso una larga valle,
dove per mezzo all’alte selve ombrose
vide il più largo e ‘l più segnato calle.
Non molto va, ch’a destra, ove più folta
è quella selva, un gran strepito ascolta.
16
Strepito ascolta e spaventevol suono
d’arme percosse insieme; onde s’affretta

Pagina 38 di 181
tra pianta e pianta, e trova dui, che sono
a gran battaglia in poca piazza e stretta.
Non s’hanno alcun riguardo né perdono,
per far, non so di che, dura vendetta.
L’uno è gigante, alla sembianza fiero;
ardito l’altro e franco cavalliero.
17
E questo con lo scudo e con la spada,
di qua di là saltando, si difende,
perché la mazza sopra non gli cada,
con che il gigante a due man sempre offende.
Giace morto il cavallo in su la strada.
Ruggier si ferma, e alla battaglia attende;
e tosto inchina l’animo, e disia
che vincitore il cavallier ne sia.
18
Non che per questo gli dia alcun aiuto;
ma si tira da parte, e sta a vedere.
Ecco col baston grave il più membruto
sopra l’elmo a due man del minor fere.
De la percossa è il cavallier caduto:
l’altro, che ‘l vide attonito giacere,
per dargli morte l’elmo gli dislaccia;
e fa sì che Ruggier lo vede in faccia.
19
Vede Ruggier de la sua dolce e bella
e carissima donna Bradamante
scoperto il viso; e lei vede esser quella
a cui dar morte vuol l’empio gigante:
sì che a battaglia subito l’appella,
e con la spada nuda si fa inante:
na quel, che nuova pugna non attende,
la donna tramortita in braccio prende;
20
e se l’arreca in spalla, e via la porta,
come lupo talor piccolo agnello,
o l’aquila portar ne l’ugna torta
suole o colombo o simile altro augello.
Vede Ruggier quanto il suo aiuto importa,
e vien correndo a più poter; ma quello
con tanta fretta i lunghi passi mena,
che con gli occhi Ruggier lo segue a pena.

Pagina 39 di 181
21
Così correndo l’uno, e seguitando
l’altro, per un sentiero ombroso e fosco,
che sempre si venìa più dilatando,
in un gran prato uscir fuor di quel bosco.
Non più di questo; ch’io ritorno a Orlando,
che ‘l fulgur che portò già il re Cimosco,
avea gittato in mar nel maggior fondo,
acciò mai più non si trovasse al mondo.

Si va ad aprire con un commento da parte dell'autore dove si spiega che bastano delle redini fini
per frenare un destriero, ma è anche vero che per far frenare i desideri delle libidine (piacere Commentato [81]:
sessuale) ci vuole più della ragione (che non riesce a trattenerla), facendo un paragone con un Commentato [82]:
orso che quando sente l'odore del miele non ascolta mai la ragione.
La ragione lo va così a distogliere dal fatto che è solo con Angelica in un bosco solitario
dimenticandosi anche di Bradamante, che nonostante l'amore che prova per essa non può non
apprezzare Angelica.
Angelica si guarda nuda e si accorge di avere con sé ancora l'anello al dito rendendosi conto che
il suo e sa come funziona, quindi per farsi rendere invisibile se lo mette in bocca (mentre se è al Commentato [83]:
dito va a vanificare gli incantesimi). Nelle ottave 4 e 5 si vanno a riscontrare vecchi episodi
dell'Orlando Innamorato in cui si parla anche dell'anello di Angelica e di come le è stato tolto. Commentato [84]:

Angelica mettendosi l'anello in bocca diventa invisibile agli occhi di Ruggero, il quale comincia
a cercarla invano finché non si ricorda dell'anello, che le l'ha lasciato nelle sue mani e pensava
che in cambio del suo aiuto potesse offrigli qualcosa a lui. Dopo di che Ruggero di rivolge ad
Angelica dicendole che per lei aveva rischiato mille pericoli, tra cui quello di morire e le avrebbe
regalato qualsiasi cosa pur che si rendesse visibile ai suoi occhi.
Angelica si allontana ed entra in una grotta dove trova vestiti, cibo e si sistema, anche se i vestiti
che trova non la fanno rendere cosi bella. Commentato [85]:

Qui si va a mettere in luce un tema molto importante del “Furioso” che è quello del fuggire, dove
si va a presentare il soggetto del desiderio che poi viene sottratto. Infatti, se non ci fossero i
desideri non appagati non ci sarebbe il furioso. Commentato [86]:
All'inizio del canto notiamo Ruggero che è spinto a salvare Angelica dal ricordo di Bradamante, Commentato [87]:
che la rivedeva nei suoi occhi e dopo averla salvata e posata nel boschetto. Vediamo Ruggero
che si abbandona agli istinti dimenticandosi di Bradamante. In questi versi emerge un carattere di
Ruggero che può essere paragonato a quello di un bambino, quasi in formazione anche se
dovrebbe essere un modello di virtù dato che è il progenitore della casa estense. Commentato [88]:
Si può vedere che egli ha avuto molte scappatelle di formazione che gli ha permesso di
guadagnarsi cosi la lussuria, infatti in questi versi l'Ariosto sembra spalleggiare Ruggero dicendo
che è un rozzo a non cogliere il suo desiderio dove lo va a mettere in luce come una persona che
non sa conquistare il suo desiderio che si va a svanire davanti ai suoi occhi, quindi si va a mettere
in evidenzia la pazzia di Ruggero.

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TEMA DEL FUGGIRE: senza un'appartenenza vediamo che Beccafumi riprende la tavola di
Ovidio dove si va a raffigurare il mito di Apollo e Dafne.
Ottava 15 (Canto XI): Ruggero ha perso Angelica e l'ippogrifo quindi deve procedere a piedi
fino in Francia. Quando si incamminò si ritrovò davanti ad una selva dove al suo interno Commentato [89]:
troviamo due personaggi che combattano fra di loro dove uno è un gigante e l'altro è un
cavaliere. Commentato [90]:
Nelle ottave 16 e 17 il narratore va a descrivere la battaglia dove va a patteggiare con il cavaliere
dove poi il gigante prende per la testa il cavaliere e gli toglie l'elmo e Ruggero riconosce che il
cavaliere non è altro che la sua Bradamante cosi che Ruggero va contro al gigante prendendo la
dama in spalla per poi correre via dove il gigante lo segue fin dentro al bosco però qui l'Ariosto
fa cambiare scena. Commentato [91]:

Canto XII
1
Cerere, poi che da la madre Idea
tornando in fretta alla solinga valle,
là dove calca la montagna Etnea
al fulminato Encelado le spalle,
la figlia non trovò dove l’avea
lasciata fuor d’ogni segnato calle;
fatto ch’ebbe alle guance, al petto, ai crini
e agli occhi danno, al fin svelse duo pini;
2
e nel fuoco gli accese di Vulcano,
e diè lor non potere esser mai spenti:
e portandosi questi uno per mano
sul carro che tiravan dui serpenti,
cercò le selve, i campi, il monte, il piano,
le valli, i fiumi, li stagni, i torrenti,
la terra e ‘l mare; e poi che tutto il mondo
cercò di sopra, andò al tartareo fondo.
3
S’in poter fosse stato Orlando pare
all’Eleusina dea, come in disio,
non avria, per Angelica cercare,
lasciato o selva o campo o stagno o rio
o valle o monte o piano o terra o mare,
il cielo e ‘l fondo de l’eterno oblio;
ma poi che ‘l carro e i draghi non avea,
la gìa cercando al meglio che potea.

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4
L’ha cercata per Francia: or s’apparecchia
per Italia cercarla e per Lamagna,
per la nuova Castiglia e per la vecchia,
e poi passare in Libia il mar di Spagna.
Mentre pensa così, sente all’orecchia
una voce venir, che par che piagna:
si spinge inanzi; e sopra un gran destriero
trottar si vede innanzi un cavalliero,
5
che porta in braccio e su l’arcion davante
per forza una mestissima donzella.
Piange ella, e si dibatte, e fa sembiante
di gran dolore; ed in soccorso appella
il valoroso principe d’Anglante;
che come mira alla giovane bella,
gli par colei, per cui la notte e il giorno
cercato Francia avea dentro e d’intorno.
6
Non dico ch’ella fosse, ma parea
Angelica gentil ch’egli tant’ama.
Egli, che la sua donna e la sua dea
vede portar sì addolorata e grama,
spinto da l’ira e da la furia rea,
con voce orrenda il cavallier richiama;
richiama il cavalliero e gli minaccia,
e Brigliadoro a tutta briglia caccia.
7
Non resta quel fellon, né gli risponde,
all’alta preda, al gran guadagno intento,
e sì ratto ne va per quelle fronde,
che saria tardo a seguitarlo il vento.
L’un fugge, e l’altro caccia; e le profonde
selve s’odon sonar d’alto lamento.
Correndo usciro in un gran prato; e quello
avea nel mezzo un grande e ricco ostello.
8
Di vari marmi con suttil lavoro
edificato era il palazzo altiero.
Corse dentro alla porta messa d’oro
con la donzella in braccio il cavalliero.
Dopo non molto giunse Brigliadoro,
che porta Orlando disdegnoso e fiero.

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Orlando, come è dentro, gli occhi gira;
né più il guerrier, né la donzella mira.
9
Subito smonta, e fulminando passa
dove più dentro il bel tetto s’alloggia:
corre di qua, corre di là, né lassa
che non vegga ogni camera, ogni loggia.
Poi che i segreti d’ogni stanza bassa
ha cerco invan, su per le scale poggia;
e non men perde anco a cercar di sopra,
che perdessi di sotto, il tempo e l’opra.
10
D’oro e di seta i letti ornati vede:
nulla de muri appar né de pareti;
che quelle, e il suolo ove si mette il piede,
son da cortine ascose e da tapeti.
Di su di giù va il conte Orlando e riede;
né per questo può far gli occhi mai lieti
che riveggiano Angelica, o quel ladro
che n’ha portato il bel viso leggiadro.
11
E mentre or quinci or quindi invano il passo
movea, pien di travaglio e di pensieri,
Ferraù, Brandimarte e il re Gradasso,
re Sacripante ed altri cavallieri
vi ritrovò, ch’andavano alto e basso,
né men facean di lui vani sentieri;
e si ramaricavan del malvagio
invisibil signor di quel palagio.
12
Tutti cercando il van, tutti gli dànno
colpa di furto alcun che lor fatt’abbia:
del destrier che gli ha tolto, altri è in affanno;
ch’abbia perduta altri la donna, arrabbia;
altri d’altro l’accusa: e così stanno,
che non si san partir di quella gabbia;
e vi son molti, a questo inganno presi,
stati le settimane intiere e i mesi.
13
Orlando, poi che quattro volte e sei
tutto cercato ebbe il palazzo strano,
disse fra sé: – Qui dimorar potrei,
gittare il tempo e la fatica invano:

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e potria il ladro aver tratta costei
da un’altra uscita, e molto esser lontano. –
Con tal pensiero uscì nel verde prato,
dal qual tutto il palazzo era aggirato.
14
Mentre circonda la casa silvestra,
tenendo pur a terra il viso chino,
per veder s’orma appare, o da man destra
o da sinistra, di nuovo camino;
si sente richiamar da una finestra:
e leva gli occhi; e quel parlar divino
gli pare udire, e par che miri il viso,
che l’ha da quel che fu, tanto diviso.
15
Pargli Angelica udir, che supplicando
e piangendo gli dica: – Aita, aita!
la mia virginità ti raccomando
più che l’anima mia, più che la vita.
Dunque in presenza del mio caro Orlando
da questo ladro mi sarà rapita?
più tosto di tua man dammi la morte,
che venir lasci a sì infelice sorte. –
16
Queste parole una ed un’altra volta
fanno Orlando tornar per ogni stanza,
con passione e con fatica molta,
ma temperata pur d’alta speranza.
Talor si ferma, ed una voce ascolta,
che di quella d’Angelica ha sembianza
(e s’egli è da una parte, suona altronde),
che chieggia aiuto; e non sa trovar donde.

L'Ariosto qui va a narrare una storia (mito classico) della dea Cerefe figlia di Libete, dei del Commentato [92]:
raccolto che va a trovare la figlia, che si trovava sull'Etna, ma non la trova e diventa pazza e va a Commentato [93]:
sradicare tutto ciò che trova anche due pini che quando vennero portati nelle fucine del vulcano
si vanno ad accendere di un fuoco che non si spegne mai. Cerefe cerca la figlia montando su un
carro che veniva guidato da serpenti dove poi alla fine trova la figlia nel sottosuolo con Plutone:
Proserpina era diventata una moglie.
Questo episodio si va a ricollegare ad Orlando in quanto se egli avesse avuto il potere di Cerete
avrebbe anche lui cercato Angelica per il mondo, ma non avendo questo potere, ma solo il
desiderio decide di cercarla come può. Commentato [94]:
Ad un certo punto sente una voce che stava piangendo vendendo poi arrivare davanti a sé un
cavaliere che portava una donzella che chiamava il nome di “Orlando” e gli pareva proprio Commentato [95]:

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Angelica, dove però l'Ariosto va ad usare dei verbi che ci fanno credere che non sia Angelica. Commentato [96]:
Orlando urla al cavaliere di fermarsi mentre lo sta rincorrendo che lo porta all'interno di un
palazzo dove una volta entrato Orlando non vede più nessuno dei due. Smonta subito da cavallo Commentato [97]:
e ed entra all'interno del palazzo dove comincia a cercare la donna, ma dopo averla cercata
invano da tutte le parti capisce che sta solo perdendo tempo. Mentre Orlando stava cercando la
donna trova Ferranti, Sacripante e altri cavalieri che stavano andando su e in giù per il palazzo
(invano) dove si stavano rammaricando perché non riuscivano a trovare il padrone del palazzo, il
quale sparendo aveva sottratto a loro qualcosa, cioè il DESIDERIO. Non riuscendo ad andarsene Commentato [98]:
dalla gleba e persi dall'inganno c'è qualcuno che è stato lì per settimane e per mesi.
Orlando decide di uscire dal palazzo e di andare in giardino dove si sentiva chiamare da una Commentato [99]:
delle finestre del palazzo e gli pareva di vedere il volto di Angelica, dove l'autore va ad usare
verbi di apparenza. Commentato [100]:
All'ottava 15 troviamo una breve battuta di Angelica che dice che preferisce morire piuttosto che
dare la sua verginità a qualcuno. Alla fine, Orlando ritorna dentro il palazzo, ma una volta Commentato [101]:
entrato si rende conto che la stessa situazione si ripete più volte, cioè ogni volta che lui si ferma
sente la voce di Angelica, ma non capisce da dove viene.
27/03/2018
Ariosto torna a Ruggero
17
Ma tornando a Ruggier, ch’io lasciai quando
dissi che per sentiero ombroso e fosco
il gigante e la donna seguitando,
in un gran prato uscito era del bosco;
io dico ch’arrivò qui dove Orlando
dianzi arrivò, se ‘l loco riconosco.
Dentro la porta il gran gigante passa:
Ruggier gli è appresso, e di seguir non lassa.
18
Tosto che pon dentro alla soglia il piede,
per la gran corte e per le logge mira;
né più il gigante né la donna vede,
e gli occhi indarno or quinci or quindi aggira.
Di su di giù va molte volte e riede;
né gli succede mai quel che desira:
né si sa imaginar dove sì tosto
con la donna il fellon si sia nascosto.
19
Poi che revisto ha quattro volte e cinque
di su di giù camere e logge e sale,
pur di nuovo ritorna, e non relinque
che non ne cerchi fin sotto le scale.

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Con speme al fin che sian ne le propinque
selve, si parte: ma una voce, quale
richiamò Orlando, lui chiamò non manco;
e nel palazzo il fe’ ritornar anco.
20
Una voce medesma, una persona
che paruta era Angelica ad Orlando,
parve a Ruggier la donna di Dordona,
che lo tenea di sé medesmo in bando.
Se con Gradasso o con alcun ragiona
di quei ch’andavan nel palazzo errando,
a tutti par che quella cosa sia,
che più ciascun per sé brama e desia.
21
Questo era un nuovo e disusato incanto
ch’avea composto Atlante di Carena,
perché Ruggier fosse occupato tanto
in quel travaglio, in quella dolce pena,
che ‘l mal’influsso n’andasse da canto,
l’influsso ch’a morir giovene il mena.
Dopo il castel d’acciar, che nulla giova,
e dopo Alcina, Atlante ancor fa pruova.
22
Non pur costui, ma tutti gli altri ancora,
che di valore in Francia han maggior fama,
acciò che di lor man Ruggier non mora,
condurre Atlante in questo incanto trama.
E mentre fa lor far quivi dimora,
perché di cibo non patischin brama,
sì ben fornito avea tutto il palagio,
che donne e cavallier vi stanno ad agio.
23
Ma torniamo ad Angelica, che seco
avendo quell’annel mirabil tanto,
ch’in bocca a veder lei fa l’occhio cieco,
nel dito, l’assicura da l’incanto;
e ritrovato nel montano speco
cibo avendo e cavalla e veste e quanto
le fu bisogno, avea fatto disegno
di ritornare in India al suo bel regno.
24
Orlando volentieri o Sacripante
voluto avrebbe in compania: non ch’ella

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più caro avesse l’un che l’altro amante;
anzi di par fu a’ lor disii ribella:
ma dovendo, per girsene in Levante,
passar tante città, tante castella,
di compagnia bisogno avea e di guida,
né potea aver con altri la più fida.
25
Or l’uno or l’altro andò molto cercando,
prima ch’indizio ne trovasse o spia,
quando in cittade, e quando in ville, e quando
in alti boschi, e quando in altra via.
Fortuna al fin là dove il conte Orlando,
Ferraù e Sacripante era, la invia,
con Ruggier, con Gradasso ed altri molti
che v’avea Atlante in strano intrico avolti.
26
Quivi entra, che veder non la può il mago,
e cerca il tutto, ascosa dal suo annello;
e trova Orlando e Sacripante vago
di lei cercare invan per quello ostello.
Vede come, fingendo la sua immago,
Atlante usa gran fraude a questo e a quello.
Chi tor debba di lor, molto rivolve
nel suo pensier, né ben se ne risolve.
27
Non sa stimar chi sia per lei migliore,
il conte Orlando o il re dei fier Circassi.
Orlando la potrà con più valore
meglio salvar nei perigliosi passi:
ma se sua guida il fa, sel fa signore;
ch’ella non vede come poi l’abbassi,
qualunque volta, di lui sazia, farlo
voglia minore, o in Francia rimandarlo.
28
Ma il Circasso depor, quando le piaccia,
potrà, se ben l’avesse posto in cielo.
Questa sola cagion vuol ch’ella il faccia
sua scorta, e mostri avergli fede e zelo.
L’annel trasse di bocca, e di sua faccia
levò dagli occhi a Sacripante il velo.
Credette a lui sol dimostrarsi, e avenne
ch’Orlando e Ferraù le sopravenne.

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29
Le sopravenne Ferraù ed Orlando;
che l’uno e l’altro parimente giva
di su di giù, dentro e di fuor cercando
del gran palazzo lei, ch’era lor diva.
Corser di par tutti alla donna, quando
nessuno incantamento gli impediva:
perché l’annel ch’ella si pose in mano,
fece d’Atlante ogni disegno vano.
30
L’usbergo indosso aveano e l’elmo in testa
dui di questi guerrier, dei quali io canto;
né notte o dì, dopo ch’entraro in questa
stanza, l’aveano mai messi da canto;
che facile a portar, come la vesta,
era lor, perché in uso l’avean tanto.
Ferraù il terzo era anco armato, eccetto
che non avea né volea avere elmetto,
31
fin che quel non avea, che ‘l paladino
tolse Orlando al fratel del re Troiano;
ch’allora lo giurò, che l’elmo fino
cercò de l’Argalia nel fiume invano:
e se ben quivi Orlando ebbe vicino,
né però Ferraù pose in lui mano;
avenne, che conoscersi tra loro
non si poter, mentre là dentro foro.
32
Era così incantato quello albergo,
ch’insieme riconoscer non poteansi.
Né notte mai né dì, spada né usbergo
né scudo pur dal braccio rimoveansi.
I lor cavalli con la sella al tergo,
pendendo i morsi da l’arcion, pasceansi
in una stanza, che presso all’uscita,
d’orzo e di paglia sempre era fornita.
33
Atlante riparar non sa né puote,
ch’in sella non rimontino i guerrieri
per correr dietro alle vermiglie gote,
all’auree chiome ed a’ begli occhi neri
de la donzella, ch’in fuga percuote
la sua iumenta, perché volentieri

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non vede li tre amanti in compagnia,
che forse tolti un dopo l’altro avria.
34
E poi che dilungati dal palagio
gli ebbe sì, che temer più non dovea
che contra lor l’incantator malvagio
potesse oprar la sua fallacia rea;
l’annel che le schivò più d’un disagio,
tra le rosate labra si chiudea:
donde lor sparve subito dagli occhi,
e gli lasciò come insensati e sciocchi.
35
Come che fosse il suo primier disegno
di voler seco Orlando o Sacripante,
ch’a ritornar l’avessero nel regno
di Galafron ne l’ultimo Levante;
le vennero amendua subito a sdegno,
e si mutò di voglia in uno istante:
e senza più obligarsi o a questo o a quello,
pensò bastar per amendua il suo annello.

Dall'ottava 17 il narratore cambia sequenza e riprende con le vicende di Ruggero, che era rimasto
in un bosco e inseguiva la donna e il gigante dove poi si va a capire che Ruggero si trova nello
stesso posto di Orlando, infatti lo ritroviamo nel prato del palazzo (notiamo che abbiamo lo
stesso vero in entrambe le sequenze “sentiero ombroso”; “in gran prato uscir fuori di quel
bosco”).
Quando Ruggero entra nella loggia perde la donna e il gigante e comincia a girare invano senza
realizzare dove possono essere spariti. Il narratore va a creare un parallelismo fra Ruggero e
Orlando dove Ruggero comincia a cercare anche fuori dal palazzo, ma anche lui, come anche Commentato [102]:
Orlando, sente una voce all'interno del palazzo che lo richiama. È la stessa voce medesima che Commentato [103]:
chiamava anche Orlando e che ora stava chiamando il nome di Ruggero, ma per ciascuno cambia
il desiderio che bramavano. Questo è il nuovo incanto che aveva fatto Atlante con Ruggero,
facendogli dimenticare di Bradamante. Il piano di Atlante era quello di intrappolare Ruggero, ma
anche altri cavalieri cosi che non uccidano Ruggero (lui non saprà chi lo ucciderà). Commentato [104]:

Dall'ottava 23 il narratore torna ad Angelica, che era riuscita a scappare grazie all'anello e decide
di tornare a casa, pensando che fosse una buona idea comincia a cercare Orlando o Sacripante
per avere una guida, ma anche una compagnia. Cosi comincia alla ricerca di uno dei due fino a Commentato [105]:
che non arriva al palazzo di Atlante dove ci entra involontariamente ed è immune a qualsiasi
incantesimo per via dell'anello. Trova Orlando e Sacripante e vede come entrambi sono ingannati
dall'incantesimo di Atlante con delle finte immagini di lei e comincia a decidere chi potrebbe dei
due scortarla fino a casa tenendo conto che Orlando è più valoroso, ma è difficile da manovrare
ed era difficile da rimandare in Francia cosi che decide di approfittarsi di Sacripante e decide di

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mostrarsi ad esso togliendosi l'anello dalla bocca. Commentato [106]:
Nello stesso tempo sopravvengono Orlando e Ferraù, dove Angelica va vanificare la visione di
Atlante mettendosi l'anello al dito. Ferraù trovandosi Orlando vicino si ricorda dell'elmo e si rese
conto che poteva avere un sacco di tempo per duellare contro Orlando, ma in quel palazzo non si
riconoscevano l'uno dall'altro. Angelica comincia a fuggire seguita dagli altri cavalieri fino a che
non si rimise l'anello in bocca che la rende invisibile ai loro occhi dove poi i tre amanti si
mettono a litigare fra di loro e da qui Angelica si rende conto che si sarebbe sentita più al sicuro
con il suo anello che con un uomo. Commentato [107]:
Con questo episodio vediamo come i personaggi vagano senza una meta, invano, per cercare i
loro desideri e si va a capire che quello è un mondo dove il fato non lo si può controllare.
Canto XVIII
Troviamo Orlando e Medoro che portano due cadaveri che erano dei soldati semplici pagani e
mentre Carlo è in viaggio, dove fa accompagnare i suoi uomini fuori dalle mura per assediare i Commentato [108]:
nemici.
Medoro è un giovane bello con un animo nobile e faceva parte dell'esercito di Agramante dove Commentato [109]:
Medoro non capisce che Deviderello sia morto in campo di battaglia, però decide di rischiare la Commentato [110]:
sua vita per seppellirlo. Insieme a lui viene anche Cloridano, dove possiamo notare che tra i due
c'è un grande affetto che può essere interpretato come amicizia o come amore. Mentre Cloriando
e Medoro cercano il corpo di Deviderello, alcuni soldati cristiani cominciano a svegliarsi e e
Medoro invoca la luna che con la sua luce va a riflettere il corpo del Re, ma i due vengono
individuati dagli scozzesi, che capitavano da Zerbino (cavaliere servente). Commentato [111]:
Quando Cloriadano li vede arrivare dice a Medoro che è inutile morire per salvare un morto,
infatti egli scappa, ma Medoro cerca di prendere il corpo del Re e di portarlo da solo, ma
Cloriando comincia ad attaccare i nemici e Medoro parla con Zerbino, che gli chiede di
ucciderlo, ma di seppellire anche il suo re, mentre Cloriando affronta i nemici e cade a terra
morto. Medoro non era morto, viene trovato da Angelica. In una didascalia vediamo Cloridano Commentato [112]:
che punta le sue frecce contro Angelica: si va ad alludere all'ottava 19 del canto XIX dove stufo
della sua arroganza e del suo amore la colpisce e quando ella vede Medoro lo cura con un’erba
curativa.
Angelica e Medoro si erano rifugiati in una casa che apparteneva al pastore cosi che lei lo poteva
curare e tra i due nasce l'amore, dove Angelica sente questa strano affetto per il giovane.
Angelica riesce a risanare la ferita a Medoro, ma in tempo più breve lei si innamora di lui, quindi
si ritrova in un tormento di dolore per le sue pene amorose dove abbiamo un'Angelica che deve
prendere l'iniziativa per curare il suo mal d'amore, quindi chiede a Medoro di risanare la sua
ferita dando sfogo alla passione. Commentato [113]:
COMMENTO DEL NARRATORE
Il narratore si rivolge agli innamorati di Angelica andandola a qualificare una ingrata che non dà
nulla in cambio e che però gli altri soffrono a causa sua. Commentato [114]:
L'episodio si conclude con Angelica che lascia cogliere la rosa a Medoro (un giardino che non Commentato [115]:
era mai stato toccato) andando a celebrare il matrimonio e dopo un mese Angelica va a scrivere
ovunque l'amore che prova per Medoro. Commentato [116]:

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28/03/2018
Tema dell'amore e della pazzia
Come si fa arrivare da Orlando “modello di virtù” a Orlando Pazzo? Ariosto aveva già anticipato
nelle 2 ottave del primo canto che Orlando sarebbe diventato pazzo partendo dall'inseguimento
del proprio oggetto del desiderio che poi se lo vede strappare da davanti agli occhi è già un segno
di pazzia.
Canto XXIII
[100]
Lo strano corso che tenne il cavallo
Del Saracin pel bosco senza via,
Fece ch’Orlando andò duo giorni in fallo,
Né lo trovò, né poté averne spia.
Giunse ad un rivo che parea cristallo,
Ne le cui sponde un bel pratel fioria,
Di nativo color vago e dipinto,
E di molti e belli arbori distinto. […]
[102]
Volgendosi ivi intorno, vide scritti
Molti arbuscelli in su l’ombrosa riva.
Tosto che fermi v’ebbe gli occhi e fitti,
Fu certo esser di man de la sua diva.
Questo era un di quei lochi già descritti,
Ove sovente con Medor veniva
Da casa del pastore indi vicina
La bella donna del Catai regina. […]
105
Ma sempre più raccende e più rinuova,
quanto spenger più cerca, il rio sospetto:
come l’incauto augel che si ritrova
in ragna o in visco aver dato di petto,
quanto più batte l’ale e più si prova
di disbrigar, più vi si lega stretto.
Orlando viene ove s’incurva il monte
a guisa d’arco in su la chiara fonte. […]
108
– Liete piante, verdi erbe, limpide acque,
spelunca opaca e di fredde ombre grata,
dove la bella Angelica che nacque
di Galafron, da molti invano amata,
spesso ne le mie braccia nuda giacque;
de la commodità che qui m’è data,

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io povero Medor ricompensarvi
d’altro non posso, che d’ognor lodarvi:
109
e di pregare ogni signore amante,
e cavallieri e damigelle, e ognuna
persona, o paesana o viandante,
che qui sua volontà meni o Fortuna;
ch’all’erbe, all’ombre, all’antro, al rio, alle piante
dica: benigno abbiate e sole e luna,
e de le ninfe il coro, che proveggia
che non conduca a voi pastor mai greggia. – [...]
112
Fu allora per uscir del sentimento
sì tutto in preda del dolor si lassa.
Credete a chi n’ha fatto esperimento,
che questo è ‘l duol che tutti gli altri passa.
Caduto gli era sopra il petto il mento,
la fronte priva di baldanza e bassa;
né poté aver (che ‘l duol l’occupò tanto)
alle querele voce, o umore al pianto.
113
L’impetuosa doglia entro rimase,
che volea tutta uscir con troppa fretta.
Così veggiàn restar l’acqua nel vase,
che largo il ventre e la bocca abbia stretta;
che nel voltar che si fa in su la base,
l’umor che vorria uscir, tanto s’affretta,
e ne l’angusta via tanto s’intrica,
ch’a goccia a goccia fuore esce a fatica.
114
Poi ritorna in sé alquanto, e pensa come
possa esser che non sia la cosa vera:
che voglia alcun così infamare il nome
de la sua donna e crede e brama e spera,
o gravar lui d’insopportabil some
tanto di gelosia, che se ne pera;
ed abbia quel, sia chi si voglia stato,
molto la man di lei bene imitato.
115
In così poca, in così debol speme
sveglia gli spiriti e gli rifranca un poco;
indi al suo Brigliadoro il dosso preme,
dando già il sole alla sorella loco.

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Non molto va, che da le vie supreme
dei tetti uscir vede il vapor del fuoco,
sente cani abbaiar, muggiare armento:
viene alla villa, e piglia alloggiamento.
116
Languido smonta, e lascia Brigliadoro
a un discreto garzon che n’abbia cura;
altri il disarma, altri gli sproni d’oro
gli leva, altri a forbir va l’armatura.
Era questa la casa ove Medoro
giacque ferito, e v’ebbe alta avventura.
Corcarsi Orlando e non cenar domanda,
di dolor sazio e non d’altra vivanda.
117
Quanto più cerca ritrovar quiete,
tanto ritrova più travaglio e pena;
che de l’odiato scritto ogni parete,
ogni uscio, ogni finestra vede piena.
Chieder ne vuol: poi tien le labra chete;
che teme non si far troppo serena,
troppo chiara la cosa che di nebbia
cerca offuscar, perché men nuocer debbia.
118
Poco gli giova usar fraude a se stesso;
che senza domandarne, è chi ne parla.
Il pastor che lo vede così oppresso
da sua tristizia, e che voria levarla,
l’istoria nota a sé, che dicea spesso
di quei duo amanti a chi volea ascoltarla,
ch’a molti dilettevole fu a udire,
gl’incominciò senza rispetto a dire:
119
come esso a prieghi d’Angelica bella
portato avea Medoro alla sua villa,
ch’era ferito gravemente; e ch’ella
curò la piaga, e in pochi dì guarilla:
ma che nel cor d’una maggior di quella
lei ferì Amor; e di poca scintilla
l’accese tanto e sì cocente fuoco,
che n’ardea tutta, e non trovava loco:
120
e sanza aver rispetto ch’ella fusse
figlia del maggior re ch’abbia il Levante,

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da troppo amor costretta si condusse
a farsi moglie d’un povero fante.
All’ultimo l’istoria si ridusse,
che ‘l pastor fe’ portar la gemma inante,
ch’alla sua dipartenza, per mercede
del buono albergo, Angelica gli diede.
121
Questa conclusion fu la secure
che ‘l capo a un colpo gli levò dal collo,
poi che d’innumerabil battiture
si vide il manigoldo Amor satollo.
Celar si studia Orlando il duolo; e pure
quel gli fa forza, e male asconder pòllo:
per lacrime e suspir da bocca e d’occhi
convien, voglia o non voglia, al fin che scocchi. […]
126
– Queste non son più lacrime, che fuore
stillo dagli occhi con sì larga vena.
Non suppliron le lacrime al dolore:
finir, ch’a mezzo era il dolore a pena.
Dal fuoco spinto ora il vitale umore
fugge per quella via ch’agli occhi mena;
ed è quel che si versa, e trarrà insieme
e ‘l dolore e la vita all’ore estreme. [...]
136
I pastor che sentito hanno il fracasso,
lasciando il gregge sparso alla foresta,
chi di qua, chi di là, tutti a gran passo
vi vengono a veder che cosa è questa.
Ma son giunto a quel segno il qual s’io passo
vi potria la mia istoria esser molesta;
ed io la vo’ più tosto diferire,
che v’abbia per lunghezza a fastidire.

Nell'ottava 100 vediamo Orlando che cerca invano Mandricardo (il quale padre era stato ucciso Commentato [117]:
da Orlando) per concludere il duello con lui, però va a finire nello stesso Locus Amenus, un
bosco dove si percepisce la presenza dei pastori. L'ottava si va a concludere con il ribaltamento Commentato [118]:
della situazione precedente: il luogo sicuro e tranquillo si va a trasformare in un luogo triste e
doloroso.
Nell'ottava 102 il narratore ci va a spiegare che era lo stesso posto dove Angelica e Medoro si
erano rifugiati, dove Orlando vede tutti questi nomi scritti sugli alberi e va a riconoscere la
scrittura di Angelica (è il fatto che Orlando conosceva il mondo e va a determinare la tragedia) e Commentato [119]:
andando ad osservare questi indizi si rende conto che è Angelica ad amare Medoro. La sua mente Commentato [120]:

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cerca di negare l'evidenzia dunque si sforza di credere che sia stata un'altra Angelica ad aver
scritto quei nomi, ma questa convinzione non funziona e allora comincia a pensare che in realtà
il nome di Medoro sia uno pseudonimo che ella gli ha dato. Ariosto prova a fare un'analisi
psicologica del personaggio dove si vede come Orlando cerca una via che gli dia speranza, ma va
solo ad ingannare sé stesso perché era infelice. Commentato [121]:

Dall'ottava 105 vediamo Orlando che aggira i suoi pensieri come un uccello che resta invischiato
in una rete da caccia. All'improvviso arriva su un monte dove vede una grotta naturale, la quale
aveva al suo interno i due amanti e le loro scritte e sull'entrata della grotta c'erano più frasi scritte
da Medoro (le scritte fresche se ne erano andate via da poco) ed era un riassunto di ciò che
Medoro aveva ottenuto nella grotta e nelle ottave 108 e 109 vediamo che Medoro ringrazia il suo Commentato [122]:
Locus Amenus dove Angelica si è conceda a lui nonostante tutto l'assedio invano egli è stato
l'unico a cui lei si è conceda nonostante fosse un soldato semplice. Orlando vede soffiare via la
sua donna da una fonte che va ad attaccare il suo onore, che viene attaccato da una persona
povera. Commentato [123]:
Nelle due ottave di Medoro possiamo scorgere la canzone di Petrarca (126) “chiare fresce e dolci Commentato [124]:
acque” dove si va ad idealizzare il luogo nel quale le donne amate hanno sostato. Le ottave erano
scritte in un arabico (che Orlando sapeva bene) ma stavolta questa sua conoscenza non gli giova
come le altre volte in cui lo aiutavano perché più cose conosceva più diventava infelice e
leggendo più volte si rese conto che non poteva non capire che era scritto proprio quello, ma
cercava di trovare un motivo per ingannarsi.
OTTAVA IN RIMA: la terza ottava segue l'alternanza della rima ABABAB/ CC, vediamo che in
questo caso lo segue (ABABAB--> movimento di sviluppo; CC--> stabilità di conclusione). Si
può vedere che nella prima parte dell'ottava c'è il movimento di Orlando e della sua mente per
andare a trovare una diversa realtà però ad un certo punto tutto si ferma e “fissi nel sasso, al
sasso indifferente” dove “indifferente” prende il significato di “sasso”, cioè che rimane
pietrificato.
Dall'ottava 112 Orlando si abbandona al dolore e il narratore dice che capisce bene questo dolore
che è il più forte di tutti, dove ci fa vedere il tentativo di Orlando di piangere, ma che non ci
riusciva e il dolore era talmente tanto veloce che no riusciva ad esprimerlo, come quando si
rovescia una bottiglia e il liquido non esce. Orlando ci crede ancora che forse le cose non stanno Commentato [125]:
cosi, però comincia anche a pensare che in realtà qualcuno potrebbe voler infamare Angelica e
quindi l'ha fatto per far angosciare lui, cosi che decide, con quella poca speranza che aveva, di
montare a cavallo per recarsi nella casa dei pastori dove ci alloggiò. Commentato [126]:
Il narratore ci dice che è la casa dove Medore e Angelica hanno alloggiato e Orlando viene
accolto come un Dio dei pastori, però nella camera dove alloggia vede la scritta di due amanti. Commentato [127]:
Vorrebbe chiedere ma pensa che sapere la verità gli avrebbe fatto peggio. Il pastore vedendo
Orlando cosi triste gli racconta la storia dei due amanti per intrattenerlo (nel racconto del pastore Commentato [128]:
abbiamo delle riprese lessicali). La storia veniva raccontata per dare speranza ai pastori come
Medoro si era sposato con la figlia di un re e per andare a dimostrare che il pastore non si era
inventato nulla mostra il gioiello che era stato preparato per la sposa. Alla fine del racconto Commentato [129]:

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Orlando scoppia dal dolore e inizia a piangere perché il gioiello che ella aveva dato ad Angelica Commentato [130]:
come pegno del proprio amore.
I prossimi momenti di Orlando sono attraversati da una serie di dolori, circondati da luoghi e
oggetti di tortura e anche lo stesso letto lo diventa dove dopo le lacrime arriva anche il dolore
verso la notte dove i sospiri non sono morenti, ma è l'amore che brucia e non finisce di bruciare e
quello che Orlando era adesso era morto dove uno spirito da lui diviso e la sua donna ingrata lo
ha ucciso.
Orlando gira per tutta la notte e il destino lo riporta alla poesia di Medoro, la seconda visione di
quel luogo lo portavano a non avere altre emozioni a parte quelli di odio e ira che lo portarono a
distruggere il posto con la propria spada riducendolo in un mucchio di briciole dove poi inizia a
lodare il posto per tre giorni. Il quarto giorno da grande furore pazzo si stacco le vesti di dosso,
che lo liberavano dalla sua razionalità e su questo episodio viene ricollegata una leggenda che
narrava che tra le doti di Orlando c'era anche quella di non poter essere sconfitto e dopo tre
gironi di duello egli riusciva a sconfiggere i suoi nemici in meno di tre giorni. Commentato [131]:
Commentato [132]:
Da questo episodio forse l'Ariosto voleva mettere in guardia i suoi lettori che non si può vivere
solo di illusioni. Dunque va bene che i nostri desideri devono darci un motivo per vivere, ma è Commentato [133]:
anche vero che dobbiamo essere realisti.
Ritroviamo Orlando nudo come una bestia dove comincia a fare delle prove eccessive, senza Commentato [134]:
spada e a mani nude comincia a buttare giù un pino come se fosse un finocchio. I pastori vanno a
vedere cosa è successo, ma l'episodio viene sospeso in quanto il canto è troppo lungo. Commentato [135]:

09/04/2018

La pazzia di Orlando ci ha mostrato gli effetti del desiderio non appagato e l'oggetto del
desiderio continua a non essere preso perchè è quello che manda avanti le varie vicende dei
personaggi. Questo succede con Orlando quando scopre che Angelica non può essere più sua che
lo porta a perdere il lume della ragione, cioè alla pazzia. Commentato [136]:
Canto XXIV
1
Chi mette il piè su l’amorosa pania,
cerchi ritrarlo, e non v’inveschi l’ale;
che non è in somma amor, se non insania,
a giudizio de’ savi universale:
e se ben come Orlando ognun non smania,
suo furor mostra a qualch’altro segnale.
E quale è di pazzia segno più espresso
che, per altri voler, perder se stesso?
2
Vari gli effetti son, ma la pazzia
è tutt’una però, che li fa uscire.
Gli è come una gran selva, ove la via

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conviene a forza, a chi vi va, fallire:
chi su, chi giù, chi qua, chi là travia.
Per concludere in somma, io vi vo’ dire:
a chi in amor s’invecchia, oltr’ogni pena,
si convengono i ceppi e la catena.
3
Ben mi si potria dir: – Frate, tu vai
l’altrui mostrando, e non vedi il tuo fallo. –
Io vi rispondo che comprendo assai,
or che di mente ho lucido intervallo;
ed ho gran cura (e spero farlo ormai)
di riposarmi e d’uscir fuor di ballo:
ma tosto far, come vorrei, nol posso;
che ‘l male è penetrato infin all’osso.
4
Signor, ne l’altro canto io vi dicea
che ‘l forsennato e furioso Orlando
trattesi l’arme e sparse al campo avea,
squarciati i panni, via gittato il brando,
svelte le piante, e risonar facea
i cavi sassi e l’alte selve; quando
alcun’ pastori al suon trasse in quel lato
lor stella, o qualche lor grave peccato.
5
Viste del pazzo l’incredibil prove
poi più d’appresso e la possanza estrema,
si voltan per fuggir, ma non sanno ove,
sì come avviene in subitana tema.
Il pazzo dietro lor ratto si muove:
uno ne piglia, e del capo lo scema
con la facilità che torria alcuno
da l’arbor pome, o vago fior dal pruno.
6
Per una gamba il grave tronco prese,
e quello usò per mazza adosso al resto:
in terra un paio addormentato stese,
ch’al novissimo dì forse fia desto.
Gli altri sgombraro subito il paese,
ch’ebbono il piede e il buono aviso presto.
Non saria stato il pazzo al seguir lento,
se non ch’era già volto al loro armento.

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7
Gli agricultori, accorti agli altru’esempli,
lascian nei campi aratri e marre e falci:
chi monta su le case e chi sui templi
(poi che non son sicuri olmi né salci),
onde l’orrenda furia si contempli,
ch’a pugni, ad urti, a morsi, a graffi, a calci,
cavalli e buoi rompe, fraccassa e strugge;
e ben è corridor chi da lui fugge.
8
Già potreste sentir come ribombe
l’alto rumor ne le propinque ville
d’urli e di corni, rusticane trombe.
e più spesso che d’altro, il suon di squille;
e con spuntoni ed archi e spiedi e frombe
veder dai monti sdrucciolarne mille,
ed altritanti andar da basso ad alto,
per fare al pazzo un villanesco assalto.
9
Qual venir suol nel salso lito l’onda
mossa da l’austro ch’a principio scherza,
che maggior de la prima è la seconda,
e con più forza poi segue la terza;
ed ogni volta più l’umore abonda,
e ne l’arena più stende la sferza:
tal contra Orlando l’empia turba cresce,
che giù da balze scende e di valli esce.
10
Fece morir diece persone e diece,
che senza ordine alcun gli andaro in mano:
e questo chiaro esperimento fece,
ch’era assai più sicur starne lontano.
Trar sangue da quel corpo a nessun lece,
che lo fere e percuote il ferro invano.
Al conte il re del ciel tal grazia diede,
per porlo a guardia di sua santa fede.
11
Era a periglio di morire Orlando,
se fosse di morir stato capace.
Potea imparar ch’era a gittare il brando,
e poi voler senz’arme essere audace.
La turba già s’andava ritirando,
vedendo ogni suo colpo uscir fallace.

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Orlando, poi che più nessun l’attende,
verso un borgo di case il camin prende.
12
Dentro non vi trovò piccol né grande,
che ‘l borgo ognun per tema avea lasciato.
v’erano in copia povere vivande,
convenienti a un pastorale stato.
Senza pane di scerner da le giande,
dal digiuno e da l’impeto cacciato,
le mani e il dente lasciò andar di botto
in quel che trovò prima, o crudo o cotto.
13
E quindi errando per tutto il paese,
dava la caccia e agli uomini e alle fere;
e scorrendo pei boschi, talor prese
i capri isnelli e le damme leggiere.
Spesso con orsi e con cingiai contese,
e con man nude li pose a giacere:
e di lor carne con tutta la spoglia
più volte il ventre empì con fiera voglia.
14
Di qua, di là, di su, di giù discorre
per tutta Francia; e un giorno a un ponte arriva,
sotto cui largo e pieno d’acqua corre
un fiume d’alta e di scoscesa riva.
Edificato accanto avea una torre
che d’ogn’intorno e di lontan scopriva.
Quel che fe’ quivi, avete altrove a udire;
che di Zerbin mi convien prima dire.

È una delle ottave più famose dove va a condensare molti aspetti del furioso dove il narratore
consiglia a chi si innamora di cambiare direzione perchè l'amore può essere una trappola se ci si
sta troppo dentro e i saggi sottolineano che l'amore è uguale alla pazzia. Però non tutti Commentato [137]:
manifestano la pazzia allo stesso modo e allo stesso tempo, ma con Orlando si vanno ad mettere
in evidenzia determinati elementi di pazzia. Viene anche ripreso il concetto di “amore Commentato [138]:
platonico”dove però per Ariosto è segno di pazzia, anzi l'amore è qualcosa di pericoloso essendo
qualcosa di attraente. Commentato [139]:
Il narratore va anche a sottolineare che chi invecchia di amore si merita di essere legato con le
catene perché anche questo per lui è segno di pazzia. Essendo anche lui una vittima intrappolata Commentato [140]:
nell'amore e ne vorrebbe uscire il prima possibile, però non lo può fare perché l'amore è entrato Commentato [141]:
cosi in profondità che non gli permette di uscire il prima possibile, quindi non può smettere di
amare. Commentato [142]:
Si va a mettere in scena un narratore che cerca di dare dei buoni consigli ma che non ci riesce ad

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applicarli per lui stesso, quindi alla fine non sono cosi utili. Commentato [143]:
Dall'ottava 4 si riprende la narrazione dove si va a fare una sintesi dei versi del canto precedente,
dove ritroviamo i pastori che attirati dal gran fracasso che sta causando Orlando vanno a vedere.
Appena Orlando vede uno dei pastori lo afferra e gli mozza la testa e usa il suo corpo come
mazza andando a colpire alberi e gli altri pastori che, impauriti, scappano dall'Orlando pazzo, che
si mettere a correre e a distruggere tutto ciò che incontra, dove i contadini si vanno a rifugiare sui
tetti delle case e dei templi. I villaggi intorno si muovono armati (il narratore va a paragonare Commentato [144]:
questi contadini a delle onde) verso Orlando “pazzo”, che però non riceve nessuna ferita per via Commentato [145]:
della santa grazia e ammazza e distrugge tutto ciò che incontra andando poi a rifugiarsi in delle
case dove mangia senza distinguere ciò che era commestibile da ciò che era commestibile e
anche quando si dirige verso il bosco prende tutto ciò che trova. Commentato [146]:
In questo punto della storia Orlando non ha né uno scopo né una fine, ma prende tutto ciò che gli Commentato [147]:
capita a portata di mano, dove da “uomo valoroso di fede” si è trasformato in una bestia. Alla Commentato [148]:
fine, Orlando arriva ad un ponte con la torre dove poi si andrà a scontrare con Radamante, ma il
narratore ritorna sulla storia di Zerbino.
In queste ottave vediamo come Orlando si sia perso nel mondo dove non ha nessuno scopo e
nessuno oggetto del desiderio da seguire.
Canto XXIX: in questo canto si vedrà per l'ultima volta Angelica perchè ormai non è più
desiderabile, essendo sposata.
57
E queste ed altre assai cose stupende
fece nel traversar de la montagna.
Dopo molto cercare, al fin discende
verso meriggie alla terra di Spagna;
e lungo la marina il camin prende,
ch’intorno a Taracona il lito bagna:
e come vuol la furia che lo mena,
pensa farsi uno albergo in quella arena,
58
dove dal sole alquanto si ricuopra;
e nel sabbion si caccia arrido e trito.
Stando così, gli venne a caso sopra
Angelica la bella e il suo marito,
ch’eran (sì come io vi narrai di sopra)
scesi dai monti in su l’ispano lito.
A men d’un braccio ella gli giunse appresso,
perché non s’era accorta ancora d’esso.
59
Che fosse Orlando, nulla le soviene:
troppo è diverso da quel ch’esser suole.
Da indi in qua che quel furor lo tiene,

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è sempre andato nudo all’ombra e al sole:
se fosse nato all’aprica Siene,
o dove Ammone il Garamante cole,
o presso ai monti onde il gran Nilo spiccia,
non dovrebbe la carne aver più arsiccia.
60
Quasi ascosi avea gli occhi ne la testa,
la faccia macra, e come un osso asciutta,
la chioma rabuffata, orrida e mesta,
la barba folta, spaventosa e brutta.
Non più a vederlo Angelica fu presta,
che fosse a ritornar, tremando tutta:
tutta tremando, e empiendo il ciel di grida,
si volse per aiuto alla sua guida.
61
Come di lei s’accorse Orlando stolto,
per ritenerla si levò di botto:
così gli piacque il delicato volto,
così ne venne immantinente giotto.
D’averla amata e riverita molto
ogni ricordo era in lui guasto e rotto.
Gli corre dietro, e tien quella maniera
che terria il cane a seguitar la fera.
62
Il giovine che ‘l pazzo seguir vede
la donna sua, gli urta il cavallo adosso,
e tutto a un tempo lo percuote e fiede,
come lo trova che gli volta il dosso.
Spiccar dal busto il capo se gli crede:
ma la pelle trovò dura come osso,
anzi via più ch’acciar; ch’Orlando nato
impenetrabile era ed affatato.
63
Come Orlando sentì battersi dietro,
girossi, e nel girare il pugno strinse,
e con la forza che passa ogni metro,
ferì il destrier che ‘l Saracino spinse.
Feril sul capo, e come fosse vetro,
lo spezzò sì, che quel cavallo estinse:
e rivoltosse in un medesmo istante
dietro a colei che gli fuggiva inante.
64
Caccia Angelica in fretta la giumenta,

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e con sferza e con spron tocca e ritocca;
che le parrebbe a quel bisogno lenta,
se ben volasse più che stral da cocca.
De l’annel c’ha nel dito si ramenta,
che può salvarla, e se lo getta in bocca:
e l’annel, che non perde il suo costume,
la fa sparir come ad un soffio il lume.
65
O fosse la paura, o che pigliasse
tanto disconcio nel mutar l’annello,
o pur, che la giumenta traboccasse,
che non posso affermar questo né quello;
nel medesmo momento che si trasse
l’annello in bocca e celò il viso bello,
levò le gambe ed uscì de l’arcione,
e si trovò riversa in sul sabbione.
66
Più corto che quel salto era dua dita,
aviluppata rimanea col matto,
che con l’urto le avria tolta la vita;
ma gran ventura l’aiutò a quel tratto.
Cerchi pur, ch’altro furto le dia aita
d’un’altra bestia, come prima ha fatto;
che più non è per riaver mai questa
ch’inanzi al paladin l’arena pesta.
67
Non dubitate già ch’ella non s’abbia
a provedere; e seguitiamo Orlando,
in cui non cessa l’impeto e la rabbia
perché si vada Angelica celando.
Segue la bestia per la nuda sabbia,
e se le vien più sempre approssimando:
già già la tocca, ed ecco l’ha nel crine,
indi nel freno, e la ritiene al fine.
68
Con quella festa il paladin la piglia,
ch’un altro avrebbe fatto una donzella:
le rassetta le redine e la briglia,
e spicca un salto ed entra ne la sella;
e correndo la caccia molte miglia,
senza riposo, in questa parte e in quella:
mai non le leva né sella né freno,
né le lascia gustare erba né fieno.

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69
Volendosi cacciare oltre una fossa,
sozzopra se ne va con la cavalla.
Non nocque a lui, né sentì la percossa;
ma nel fondo la misera si spalla.
Non vede Orlando come trar la possa;
e finalmente se l’arreca in spalla,
e su ritorna, e va con tutto il carco,
quanto in tre volte non trarrebbe un arco.
70
Sentendo poi che gli gravava troppo,
la pose in terra, e volea trarla a mano.
Ella il seguia con passo lento e zoppo;
dicea Orlando: – Camina! – e dicea invano.
Se l’avesse seguito di galoppo,
assai non era al desiderio insano.
Al fin dal capo le levò il capestro,
e dietro la legò sopra il piè destro;
71
e così la strascina, e la conforta
che lo potrà seguir con maggior agio.
Qual leva il pelo, e quale il cuoio porta,
dei sassi ch’eran nel camin malvagio.
La mal condotta bestia restò morta
finalmente di strazio e di disagio.
Orlando non le pensa e non la guarda,
e via correndo il suo camin non tarda.
72
Di trarla, anco che morta, non rimase,
continoando il corso ad occidente;
e tuttavia saccheggia ville e case,
se bisogno di cibo aver si sente;
e frutte e carne e pan, pur ch’egli invase,
rapisce; ed usa forza ad ogni gente:
qual lascia morto e qual storpiato lassa;
poco si ferma, e sempre inanzi passa.
73
Avrebbe così fatto, o poco manco,
alla sua donna, se non s’ascondea;
perché non discernea il nero dal bianco,
e di giovar, nocendo si credea.
Deh maledetto sia l’annello ed anco
il cavallier che dato le l’avea!

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che se non era, avrebbe Orlando fatto
di sé vendetta e di mill’altri a un tratto.
74
Né questa sola, ma fosser pur state
in man d’Orlando quante oggi ne sono;
ch’ad ogni modo tutte sono ingrate,
né si trova tra loro oncia di buono.
Ma prima che le corde rallentate
al canto disugual rendano il suono,
fia meglio differirlo a un’altra volta,
acciò men sia noioso a chi l’ascolta.

Siamo nel momento in cui troviamo Orlando “Pazzo” che sta attraversando i Pirenei dirigendosi
verso le spiagge della Spagna, dove (come un animale) si fa una tana nella sabbia per riposare e Commentato [149]:
in quel momento troviamo Angelica con Medoro, dove Angelica intravede Orlando, ma appena
lo vede scappa subito da Medoro e Orlando non la riconosce però la insegue perché prova Commentato [150]:
attrazione per lei. Medoro cerca di attaccare Orlando, ma invano e Angelica si mette alla fuga
fino a quando non si ricorda dell'Anello, che già una volta lo aveva salvata e riesce a conquistare
la capacità di sfuggire dal gioco dell'attrazione. Commentato [151]:

ANELLO DELLA RAGIONE: per poter scappare dalle passioni e dalle emozioni altrui Angelica
diventa spettatore razionale. Commentato [152]:

Quando Angelica scompare cade da cavallo e Orlando riesce a montare sulla giumenta di
Angelica dove sembra che Orlando, dopo esser riuscito a montare sulla giumenta di Angelica,
stia appagando i suo desiderio facendo in modo che la giumenta non si riposi, facendola poi
cadere da un fosso dove rimane zoppa. Orlando da questo momento in poi la porta in un primo Commentato [153]:
momento in groppa e poi comincia a trascinarla fino a quando non la giumenta non perde la vota
stremata per la fatica, per la fame e per il corpo sfregiato dalle rocce dove Orlando non se ne
rende nemmeno conto della morte della giumenta. Commentato [154]:
Il narratore va a sottolineare che lo stesso trattamento della giumenta doveva essere fatto anche
ad Angelica, dove il suo desiderio di consumo e il narratore va a maledire l'anello, perchè
Angelica meritava quel trattamento, e tutte le altre donne perchè sono ingrate e infedeli. Questa Commentato [155]:
ingratitudine viene rispecchiata in Angelica e si va a rispecchiare sulle altre donne perchè è stata
in mancanza di fede e ingrata nei confronti di Orlando e lo stesso narratore va contro Angelica, Commentato [156]:
però ci dice che lei non ha prestato fedeltà a nessuno e il suo amore per Medoro la costringe ad
appagare il suo desiderio.

Pagina 64 di 181
Canto XXX
1
Quando vincer da l’impeto e da l’ira
si lascia la ragion, né si difende,
e che ‘l cieco furor sì inanzi tira
o mano o lingua, che gli amici offende;
se ben dipoi si piange e si sospira,
non è per questo che l’error s’emende.
Lasso! io mi doglio e affliggo invan di quanto
dissi per ira al fin de l’altro canto.
2
Ma simile son fatto ad uno infermo,
che dopo molta pazienza e molta,
quando contra il dolor non ha più schermo,
cede alla rabbia e a bestemmiar si volta.
Manca il dolor, né l’impeto sta fermo,
che la lingua al dir mal facea sì sciolta;
e si ravvede e pente e n’ha dispetto:
ma quel c’ha detto, non può far non detto.
3
Ben spero, donne, in vostra cortesia
aver da voi perdon, poi ch’io vel chieggio.
Voi scusarete, che per frenesia,
vinto da l’aspra passion, vaneggio.
Date la colpa alla nimica mia,
che mi fa star, ch’io non potrei star peggio,
e mi fa dir quel di ch’io son poi gramo:
sallo Idio, s’ella ha il torto; essa, s’io l’amo.
4
Non men son fuor di me, che fosse Orlando;
e non son men di lui di scusa degno,
ch’or per li monti, or per le piagge errando,
scorse in gran parte di Marsilio il regno,
molti dì la cavalla strascinando
morta, come era, senza alcun ritegno;
ma giunto ove un gran fiume entra nel mare,
gli fu forza il cadavero lasciare.

In questa prima parte del canto vediamo il narratore che chiede scusa alle donne perché era stato
preso i un momento di ira, dove ci fa dire cose che non si pensano realmente, e che lui soffre a
causa di una sola donna che non appaga il suo desiderio e, dopo di che riprende a narrare le
vicende di Orlando “pazzo”. Commentato [157]:

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In molti punti del poema il narratore va a trattare la questione delle donne, che era una questione
molto discussa durante il periodo del medioevo e dell'umanesimo, dove la donna (specialmente Commentato [158]:
nel medioevo) era vista come uno strumento di seduzione, quindi strumento del diavolo, dove
sorge anche schierare il carattere dell'ambiguità del narratore. Commentato [159]:

Canto XX
1
Le donne antique hanno mirabil cose
fatto ne l’arme e ne le sacre muse;
e di lor opre belle e gloriose
Gran lume in tutto il mondo si diffuse.
Arpalice e Camilla son famose,
perché in battaglia erano esperte ed use;
Safo e Corinna, perché furon dotte,
splendono illustri, e mai non veggon notte.
2
Le donne son venute in eccellenza
Di ciascun’arte ove hanno posto cura;
e qualunque all’istorie abbia avvertenza,
ne sente ancor la fama non oscura.
Se ‘l mondo n’è gran tempo stato senza,
non però sempre il mal influsso dura;
e forse ascosi han lor debiti onori
l’invidia o il non saper degli scrittori.

Il narratore va a specificare che ci sono state molte donne che hanno compiuto grandi cose
specilamente nel campo della poesia e delle armi, ed erano anche donne molto belle e sono state Commentato [160]:
capaci di raggiungere risultati eccellenti nelle varie discipline in cui si sono imbattute e nelle Commentato [161]:
storie antiche troveremo sempre grandi eventi che sono state compiute dalle donne perchè hanno
fatto la storia, ma vengono rammentate solo poche volte per via degli storici.
Canto XXXVII
6
E di fedeli e caste e sagge e forti
stato ne son, non pur in Grecia e in Roma,
ma in ogni parte ove fra gl’Indi e gli Orti
de le Esperide il Sol spiega la chioma:
de le quai sono i pregi agli onor morti,
sì ch’a pena di mille una si noma;
e questo, perché avuto hanno ai lor tempi

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gli scrittori bugiardi, invidi ed empi.
7
Non restate però, donne, a cui giova
il bene oprar, di seguir vostra via;
né da vostra alta impresa vi rimuova
tema che degno onor non vi si dia:
che, come cosa buona non si trova
che duri sempre, così ancor né ria.
Se le carte sin qui state e gl’inchiostri
per voi non sono, or sono a’ tempi nostri.

Troviamo l'aggiunta di un blocco (nella terza edizione) dove esordisce nel canto con un cenno
che va a riguardare le donne e già a partire dall'ottava 6 abbiamo vari esempi di donne fedele e
caste nelle storie greche e romane, ma non vengono citate tutte e gli scrittori tendono quasi Commentato [162]:
sempre a falsare o a non raccontare il tutto, infatti il narratore va a dire alle donne di non
scoraggiarsi di questo perché non durera per sempre. Commentato [163]:
Dalinda e Polineso (V Canto): è una storia che viene inserita e si pensa che sia stata tratta da Commentato [164]:
Shakespeare dove nel poema è stata inserita come storia raccontata da un personaggio e viene
molto usato questo metodo di inserire un a storia novellistica all'interno di un poema
cavalleresco. Commentato [165]:

TRAMA
Dalinda racconta di essersi innamorata del duca d’Albania, Polinesso, e di avere passato in sua
compagnia notti di passione nella camera della sua padrona, approfittando dell’assenza di lei,
dopo aver fatto salire l’uomo dal balcone tramite una corda.
Il duca le aveva però confessato un giorno di avere un interesse anche per Ginevra e le aveva
quindi chiesto di aiutarlo nei suoi intenti. Il suo scopo è quello di prendere in sposa la figlia del
re, per godere i benefici di quel così vantaggioso matrimonio, pur mantenendo Dalinda come
propria unica amante.
Spinta dall’amore verso il duca, la cameriera fa tutto quanto è possibile per rendere Ginevra
amica di Polinesso, ma riesce ad ottenere però solo l’effetto contrario: più cerca di farglielo
amare e più lei lo odia.
La donna è infatti già innamorata di un altro uomo, Ariodante, cavaliere tanto valoroso e già
nelle grazie del re.
L’insuccesso dei propri propositi, fa sì che Polinesso cambi l’amore verso Ginevra in un
profondo odio. Il duca d’Albania vuole quindi ora solo mettere discordia tra i due amanti e vuole
diffamare la donna.
Fingendo di volere soddisfare una propria fantasia con il solo scopo di scordare Ginevra,
convince Dalinda a travestirsi sempre da lei in occasione di ogni loro successivo incontro
d’amore.
Polinesso chiede quindi ad Ariodante di non intralciare la sua storia d’amore. Il cavaliere si
meraviglia della richiesta e per dimostrare quanto lei sia innamorato solo di lui, gli racconta le
promesse da lei ricevute, sia scritte che a parole, di sposarlo appena possibile.

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Polinesso sostiene a quel punto di aver ricevuto da lei ben altri trattamenti: di avere già vissuto
con lei momenti di passione carnale, e di aver ricevuto anche la confessione di quanto sia invece
di poco conto l’amore ricevuto da Ariodante.
Questo promette di abbandonare ogni intento amoroso se Polinesso riesce a dimostrargli quanto
dichiara.
Il duca consiglia al rivale di appostarsi fuori della stanza di Ginevra e quella sera, come richiesto
a Dalinda, si fa accogliere dalla cameriera nelle vesti della figlia del re.
Ariodante, temendo che il duca volesse solo tendergli un agguato, va all’appuntamento con il
fratello Lurcanio, pur tenendolo lontano dal possibile spiacevole spettacolo. Il fratello però lo
segue ugualmente.
Arriva Polinesso, Dalinda si mostra sul balcone, gli lancia la corda e lo fa salire. I due si
abbracciano, si accarezzano e si baciano ben visti dai due fratelli, che, senza dubitare oltre,
cadono appieno nella trappola del duca.
Ariodante, afflitto da ciò che vede, decide di togliersi la vita, ma il fratello lo ferma appena in
tempo e gli consiglia di muovere la sua ira contro di lei, unica a meritare la morte.
Il cavaliere finge di abbandonare il gesto ma il giorno dopo però si allontana dal castello. Dopo
alcuni giorni arriva un viandante, annuncia la morte di Ariodante, gettatosi in mare da uno
dirupo, e comunicare a Ginevra le sue ultime parole: quel suo gesto era la conseguenza di ciò che
aveva dovuto vedere.
Lurcanio, spinto dall’ira e dal dolore, accusa apertamente Ginevra di essere stata la causa di
quella morte e racconta quindi al re ciò che aveva visto quella notte: l’incontro amoroso di lei
con un uomo a lui sconosciuto.
Si dichiara quindi infine disposto a sostenere con le armi la propria accusa.
In Scozia la legge condanna al rogo una donna accusata di essersi unita con un uomo che non è
suo marito, se entro un mese nessun cavaliere prende le sue difese contro l’accusatore. Ginevra è
quindi in pericolo di morte.
Il re, confidando nell’innocenza della figlia, ha promesso di dare in moglie Ginevra a chiunque
vorrà e riuscirà a prendere le sue difese. Nessuno si è però ancora fatto vivo, tanto è il terrore che
ognuno ha di Lurcanio.
Inizia anche ad indagare tra le cameriere per sapere se la foglia sia o meno colpevole. Dalinda,
sapendo di essere in pericolo, scappa è corre ad informare Polinesso.
Il duca d’Albania fingendo di volerla mettere al sicuro, decide però di farla uccidere, così da
eliminare ogni testimone del suo inganno.
L’arrivo di Rinaldo ha però messo in fuga i due assassini e l’ha salvata da morte certa.
Rinaldo, che aveva già prima deciso di prendere le difese della donna, ora è ancora più convinto
e corre ancora più velocemente verso la città.
Giunto sul posto scopre che era da poco iniziato il combattimento tra Lurcanio ed un cavaliere
sconosciuto, e nascosto dal suo elmo, che aveva deciso di combattere per l’innocenza di Ginevra.
Rinaldo giunge sul campo di battaglia, convince il re a fermare l’aspro combattimento e rende
quindi evidente a tutti ciò che era realmente accaduto.
Per sostenere la propria accusa, sfida a duello Polinesso e lo sconfigge. Il duca d’Albania sul
punto di morte confessa il proprio inganno.

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Il re chiede infine al cavaliere misterioro di mostrare la sua identità, per essere premiato per il
proprio valore mostrato e per le proprie buone.
Canto IV
63
Pensò Rinaldo alquanto, e poi rispose:
– Una donzella dunque dè’ morire
perché lasciò sfogar ne l’amorose
sue braccia al suo amator tanto desire?
Sia maladetto chi tal legge pose,
e maladetto chi la può patire!
Debitamente muore una crudele,
non chi dà vita al suo amator fedele.
64
Sia vero o falso che Ginevra tolto
s’abbia il suo amante, io non riguardo a questo:
d’averlo fatto la loderei molto,
quando non fosse stato manifesto.
Ho in sua difesa ogni pensier rivolto:
datemi pur un che mi guidi presto,
e dove sia l’accusator mi mene;
ch’io spero in Dio Ginevra trar di pene.

Rinaldo va a sottolineare che non c'è nulla di male in quello che ha fatto Ginevra anche se si è
lasciata andare fra le braccia di un altro uomo chiedendosi il perché bisogna punire la donna se
ha più uomini e non gli uomini se hanno più donne. Rinaldo arriva alla conclusione che bisogna
cambiare la legge per poter lasciare più libertà anche alle donne e incoraggia a fare questo
cambiamento perché è sempre un desiderio che deve essere appagato. Commentato [166]:

Canto XXVII
117
Di cocenti sospir l’aria accendea
dovunque andava il Saracin dolente:
Ecco per la pietà che gli n’avea,
da’ cavi sassi rispondea sovente.
– Oh feminile ingegno (egli dicea),
come ti volgi e muti facilmente,
contrario oggetto proprio de la fede!
Oh infelice, oh miser chi ti crede!
118
Né lunga servitù, né grand’amore
che ti fu a mille prove manifesto,
ebbono forza di tenerti il core,

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che non fossi a cangiarsi almen sì presto.
Non perch’a Mandricardo inferiore
io ti paressi, di te privo resto;
né so trovar cagione ai casi miei,
se non quest’una, che femina sei.

119
Credo che t’abbia la Natura e Dio
produtto, o scelerato sesso, al mondo
per una soma, per un grave fio
de l’uom, che senza te saria giocondo:
come ha produtto anco il serpente rio
e il lupo e l’orso, e fa l’aer fecondo
e di mosche e di vespe e di tafani,
e loglio e avena fa nascer tra i grani.
120
Perché fatto non ha l’alma Natura,
che senza te potesse nascer l’uomo,
come s’inesta per umana cura
l’un sopra l’altro il pero, il corbo e ‘l pomo?
Ma quella non può far sempre a misura:
anzi, s’io vo’ guardar come io la nomo,
veggo che non può far cosa perfetta,
poi che Natura femina vien detta.
121
Non siate però tumide e fastose,
donne, per dir che l’uom sia vostro figlio;
che de le spine ancor nascon le rose,
e d’una fetida erba nasce il giglio:
importune, superbe, dispettose,
prive d’amor, di fede e di consiglio,
temerarie, crudeli, inique, ingrate,
per pestilenza eterna al mondo nate. –
122
Con queste ed altre er infinite appresso
querele il re di Sarza se ne giva,
or ragionando in un parlar sommesso,
quando in un suon che di lontan s’udiva,
in onta e in biasmo del femineo sesso:
e certo da ragion si dipartiva;
che per una o per due che trovi ree,
che cento buone sien creder si dee.

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123
Se ben di quante io n’abbia fin qui amate,
non n’abbia mai trovata una fedele,
perfide tutte io non vo’ dir né ingrate,
ma darne colpa al mio destin crudele.
Molte or ne sono, e più già ne son state,
che non dan causa ad uom che si querele;
ma mia fortuna vuol che s’una ria
ne sia tra cento, io di lei preda sia.
124
Pur vo’ tanto cercar prima ch’io mora,
anzi prima che ‘l crin più mi s’imbianchi,
che forse dirò un dì, che per me ancora
alcuna sia che di sua fé non manchi.
Se questo avvien (che di speranza fuora
io non ne son), non fia mai ch’io mi stanchi
di farla, a mia possanza, gloriosa
con lingua e con inchiostro, e in verso e in prosa.

In questo canto si va a concentrare l'episodio di Rodomonte dove lo vediamo in fuga dal campo
di Agramante, furioso a causa della sua fidanzata, che si è innamorata di un altro uomo,
Madricardo, e va ad accusare tutte le donne, andandole a considerare dei parassiti e portatici di
guai andando anche ad accusare la natura, essendo anche lei femmina. Commentato [167]:
Il narratore va a specificare che ci sono anche donne che sono eccezioni, perché alcune sono Commentato [168]:
cattive, ma non tutte perché ne troviamo alcune che sono fedeli, dove il narratore spera di
trovarla una fedele a lui per poi poterla glorificare.
Canto XXVIII
1
Donne, e voi che le donne avete in pregio,
per Dio, non date a questa istoria orecchia,
a questa che l’ostier dire in dispregio
e in vostra infamia e biasmo s’apparecchia;
ben che né macchia vi può dar né fregio
lingua sì vile, e sia l’usanza vecchia
che ‘l volgare ignorante ognun riprenda,
e parli più di quel che meno intenda.
2
Lasciate questo canto, che senza esso
può star l’istoria, e non sarà men chiara.
Mettendolo Turpino, anch’io l’ho messo,
non per malivolenza né per gara.

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Ch’io v’ami, oltre mia lingua che l’ha espresso,
che mai non fu di celebrarvi avara,
n’ho fatto mille prove; e v’ho dimostro
ch’io son, né potrei esser se non vostro.

Il narratore invita tutte le donne a non ascoltare la storia che sta per raccontare l'oste, anche se
non le può macchiare, quindi di lasciar perdere questo canto dove viene inserita questa novella
“turpina”, che non può non essere inserita per via delle rigide costrizioni di etica professionale
delle sue fonti.
11/04/2018

L'oste racconta a Rodomonte come le donne possono essere e come sono, per la maggior parte,
infedeli attraverso una novella, dove il narratore invita tutte le donne a non ascoltare quindi a Commentato [169]:
saltare il canto, che è stato costretto a mettere per via della sua etica professionale. Nel corso del
poema vengono fatti molti esordi alle donne:
Canto XXII
1
Cortesi donne e grate al vostro amante,
voi che d’un solo amor sète contente,
come che certo sia, fra tante e tante,
che rarissime siate in questa mente;
non vi dispiaccia quel ch’io dissi inante,
quando contra Gabrina fui sì ardente,
e s’ancor son per spendervi alcun verso,
di lei biasmando l’animo perverso.
2
Ella era tale; e come imposto fummi
da chi può in me, non preterisco il vero.
Per questo io non oscuro gli onor summi
d’una e d’un’altra ch’abbia il cor sincero.
Quel che ‘l Maestro suo per trenta nummi
diede a’ Iudei, non nocque a Ianni o a Piero;
né d’Ipermestra è la fama men bella,
se ben di tante inique era sorella.

Esordisce subito positivamente alle donne che hanno un solo amante e che non dispiaccia se
parla di Gabrina, che era una serva fraudolenta, che andava a tramare trappole per i protagonisti,
infatti essa non fa parte delle donne che prestano fedeltà al proprio amante.

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Canto XXVI
1
Cortesi donne ebbe l’antiqua etade,
che le virtù, non le ricchezze, amaro:
al tempo nostro si ritrovan rade
a cui, più del guadagno, altro sia caro.
Ma quelle che per lor vera bontade
non seguon de le più lo stile avaro,
vivendo, degne son d’esser contente;
gloriose e immortal poi che fian spente.

Anche qui viene fatto un elogio alle donne, dove quelle fedeli sono poche e anche quelle che
amano il proprio amante sono poche e che sono di più quelle che non prestano fedeltà al proprio
uomo sono tante. Commentato [170]:
Nei canti 34 e 35 si andrà a raccontare del recupero del senno di Orlando che si trovava sulla
luna, luogo dove si vanno a ritrovare tutte le cose che si sono perse in Terra.
Canto XXXV
1
Chi salirà per me, madonna, in cielo
a riportarne il mio perduto ingegno?
che, poi ch’uscì da’ bei vostri occhi il telo
che ‘l cor mi fisse, ognor perdendo vegno.
Né di tanta iattura mi querelo,
pur che non cresca, ma stia a questo segno;
ch’io dubito, se più si va scemando,
di venir tal, qual ho descritto Orlando.
2
Per riaver l’ingegno mio m’è aviso
che non bisogna che per l’aria io poggi
nel cerchio de la luna o in paradiso;
che ‘l mio non credo che tanto alto alloggi.
Ne’ bei vostri occhi e nel sereno viso,
nel sen d’avorio e alabastrini poggi
se ne va errando; ed io con queste labbia
lo corrò, se vi par ch’io lo riabbia.

Il narratore si chiede chi andrà per lui a recuperare il suo senno sulla luna, visto che lo stava per
perdere e già dal primo canto aveva detto che non era sicuro di riuscire ad arrivare fino in fondo
a narrare perché anche lui era caduto nella trappola dell'amore, però non se ne lamenta di essersi
innamorato perché bisogna trovare l'equilibrio giusto fra pazzia e ingegno. Commentato [171]:

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L'ingegno del narratore non si trova sulla luna, ma nella donna amata e per recuperare basta che
la veda cosi che riesca a conquistare l'oggetto del desiderio. Commentato [172]:

Ariosto sulla luna


Il senno di Orlando verrà recuperato da Astolfo, che era un cugino di Orlando, ed è un
personaggio comico perchè è molto distratto e gli vengono sempre affidate delle missioni.
Astolfo compare anche nell'Orlando Innamorato dove ci viene presentato. Commentato [173]:

60.
Segnor, sappiate ch'Astolfo lo Inglese
Non ebbe di bellezze il simigliante;
Molto fu ricco, ma più fu cortese,
Leggiadro e nel vestire e nel sembiante.
La forza sua non vedo assai palese,
Ché molte fiate cadde del ferrante.
Lui suolea dir che gli era per sciagura,
E tornava a cader senza paura.

Astolfo era un paladino di Carlo Magno di origine inglese, ed era molto cortese, pieno di virtù e Commentato [174]:
molto raffinato, ma non si va a mettere in evidenzia la sua forza, perchè cade quasi sempre da
cavallo. Commentato [175]:
Nel “Furioso” Astolfo lo troviamo sotto forma di un albero per via dell'incantesimo fatto dalla
maga Alcina. Sull'isola della maga vediamo arrivare Ruggero a cavallo dell'ippogrifo andandosi
ad imbattere con la maga e grazie alla maga buona e alla sorella della maga Ruggero riesce a
sconfiggere la maga Alcina e libera Astolfo, dove gli vengono consegnati delle armi magiche e
un manuale di magia con il quale riuscirà a risolvere molte imprese, nelle terre della Commentato [176]:
Mesopotamia, Iraq e Africa, insieme ad un corno magico. Con questi oggetti magici riuscirà a
sconfiggere un gigante, l'orico (creatura che se gli veniva tagliato una parte del corpo se la
riattaccava), smonta il palazzo di Atlanta, sconfiggerà le femminiomicidie e le arpie.
La missione che gli viene affidata è quella di arrivare al paradiso terrestre, in groppa all'ippogrifo
dove incontrerà San Giovanni. Commentato [177]:

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Canto XXXIV
60
Con accoglienza grata il cavalliero
fu dai santi alloggiato in una stanza;
fu provisto in un’altra al suo destriero
di buona biada, che gli fu a bastanza.
De’ frutti a lui del paradiso diero,
di tal sapor, ch’a suo giudicio, sanza
scusa non sono i duo primi parenti,
se per quei fur sì poco ubbidienti.
61
Poi ch’a natura il duca aventuroso
satisfece di quel che se le debbe,
come col cibo, così col riposo,
che tutti e tutti i commodi quivi ebbe;
lasciando già l’Aurora il vecchio sposo,
ch’ancor per lunga età mai non l’increbbe,
si vide incontra ne l’uscir del letto
il discipul da Dio tanto diletto;
62
che lo prese per mano, e seco scorse
di molte cose di silenzio degne:
e poi disse: – Figliuol, tu non sai forse
che in Francia accada, ancor che tu ne vegne.
Sappi che ‘l vostro Orlando, perché torse
dal camin dritto le commesse insegne,
è punito da Dio, che più s’accende
contra chi egli ama più, quando s’offende.
63
Il vostro Orlando, a cui nascendo diede
somma possanza Dio con sommo ardire,
e fuor de l’uman uso gli concede
che ferro alcun non lo può mai ferire;
perché a difesa di sua santa fede
così voluto l’ha costituire,
come Sansone incontra a’ Filistei
costituì a difesa degli Ebrei:
64
renduto ha il vostro Orlando al suo Signore
di tanti benefici iniquo merto;
che quanto aver più lo dovea in favore,
n’è stato il fedel popul più deserto.
Sì accecato l’avea l’incesto amore

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d’una pagana, ch’avea già sofferto
due volte e più venire empio e crudele,
per dar la morte al suo cugin fedele.
65
E Dio per questo fa ch’egli va folle,
e mostra nudo il ventre, il petto e il fianco;
e l’intelletto sì gli offusca e tolle,
che non può altrui conoscere, e sé manco.
A questa guisa si legge che volle
Nabuccodonosor Dio punir anco,
che sette anni il mandò il furor pieno,
sì che, qual bue, pasceva l’erba e il fieno.
66
Ma perch’assai minor del paladino,
che di Nabucco, è stato pur l’eccesso,
sol di tre mesi dal voler divino
a purgar questo error termine è messo.
Né ad altro effetto per tanto camino
salir qua su t’ha il Redentor concesso,
se non perché da noi modo tu apprenda,
come ad Orlando il suo senno si renda.
67
Gli è ver che ti bisogna altro viaggio
far meco, e tutta abbandonar la terra.
Nel cerchio de la luna a menar t’aggio,
che dei pianeti a noi più prossima erra,
perché la medicina che può saggio
rendere Orlando, là dentro si serra.
Come la luna questa notte sia
sopra noi giunta, ci porremo in via. –
68
Di questo e d’altre cose fu diffuso
il parlar de l’apostolo quel giorno.
Ma poi che ‘l sol s’ebbe nel mar rinchiuso,
e sopra lor levò la luna il corno,
un carro apparecchiòsi, ch’era ad uso
d’andar scorrendo per quei cieli intorno:
quel già ne le montagne di Giudea
da’ mortali occhi Elia levato avea.
69
Quattro destrier via più che fiamma rossi
al giogo il santo evangelista aggiunse;
e poi che con Astolfo rassettossi,

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e prese il freno, inverso il ciel li punse.
Ruotando il carro, per l’aria levossi,
e tosto in mezzo il fuoco eterno giunse;
che ‘l vecchio fe’ miracolosamente,
che, mentre lo passar, non era ardente.
70
Tutta la sfera varcano del fuoco,
ed indi vanno al regno de la luna.
Veggon per la più parte esser quel loco
come un acciar che non ha macchia alcuna;
e lo trovano uguale, o minor poco
di ciò ch’in questo globo si raguna,
in questo ultimo globo de la terra,
mettendo il mar che la circonda e serra.
71
Quivi ebbe Astolfo doppia meraviglia:
che quel paese appresso era sì grande,
il quale a un picciol tondo rassimiglia
a noi che lo miriam da queste bande;
e ch’aguzzar conviengli ambe le ciglia,
s’indi la terra e ‘l mar ch’intorno spande,
discerner vuol; che non avendo luce,
l’imagin lor poco alta si conduce.
72
Altri fiumi, altri laghi, altre campagne
sono là su, che non son qui tra noi;
altri piani, altre valli, altre montagne,
c’han le cittadi, hanno i castelli suoi,
con case de le quai mai le più magne
non vide il paladin prima né poi:
e vi sono ample e solitarie selve,
ove le ninfe ognor cacciano belve.
73
Non stette il duca a ricercar il tutto;
che là non era asceso a quello effetto.
Da l’apostolo santo fu condutto
in un vallon fra due montagne istretto,
ove mirabilmente era ridutto
ciò che si perde o per nostro diffetto,
o per colpa di tempo o di Fortuna:
ciò che si perde qui, là si raguna.
74
Non pur di regni o di ricchezze parlo,

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in che la ruota instabile lavora;
ma di quel ch’in poter di tor, di darlo
non ha Fortuna, intender voglio ancora.
Molta fama è là su, che, come tarlo,
il tempo al lungo andar qua giù divora:
là su infiniti prieghi e voti stanno,
che da noi peccatori a Dio si fanno.
75
Le lacrime e i sospiri degli amanti,
l’inutil tempo che si perde a giuoco,
e l’ozio lungo d’uomini ignoranti,
vani disegni che non han mai loco,
i vani desideri sono tanti,
che la più parte ingombran di quel loco:
ciò che in somma qua giù perdesti mai,
là su salendo ritrovar potrai.
76
Passando il paladin per quelle biche,
or di questo or di quel chiede alla guida.
Vide un monte di tumide vesiche,
che dentro parea aver tumulti e grida;
e seppe ch’eran le corone antiche
e degli Assiri e de la terra lida,
e de’ Persi e de’ Greci, che già furo
incliti, ed or n’è quasi il nome oscuro.

Troviamo il personaggio di San Giovanni che gli va a narrare quello che è successo a Orlando, Commentato [178]:
infatti notiamo che il narratore gli va ad affidare determinati temi dove San Giovanni credeva,
spiegandoli che Orlando era stato punito da Dio perchè aveva abbandonato il proprio dovere,
dopo che Dio gli aveva concesso tutto ciò di possibile per andare a difendere a combattere per la
fede cristiana (come Sansone) rendendosi ingrato a Dio perchè si rende cieco agli occhi all'amore Commentato [179]:
per una donna pagana.
Per questa condotta Dio lo ha reso pazzo rendendolo nudo e andandogli a togliere l'intelletto,
cosi che non riconosca ne amici ne nemici e nemmeno se stesso. Con lo stesso trattamento Dio
avea punito Nabucco che per sette anni lo mandò in giro completamente folle al punto che, come
fosse stato un bue, si nutriva di erba e di fieno. A differenza di Nabucco, la pena di Orlando era
stata minore, in confronto alla sua, dove doveva navigare nella sua pazzia solo per tre mesi da
poter cosi purificare il suo corpo e tutto questo era stato deciso da Dio. Commentato [180]:
San Giovanni va a specificare ad Astolfo che il senno di Orlando andava recuperato sulla luna,
dove andavano tutte quelle cose che si perdevano sulla Terra.

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Per andare sulla Luna, Astolfo e San Giovanni dovettero aspettare la sera quando la luna sarebbe
calata e utilizzarono il carro di Elia (questo riferimento proviene dalla Bibbia), che era trainato Commentato [181]:
da quattro cavalli rosso fuoco e per arrivare fino alla luna si doveva passare il cerchio di fuoco
che viene reso innocuo da San Giovanni.
Giunti sulla Luna, san Giovanni conduce Astolfo in una valle dove viene raccolto tutto ciò che
sulla terra è stato smarrito: non solo regni e ricchezze, ma anche fama, preghiere e promesse fatte Commentato [182]:
a Dio, lacrime, sospiri degli amanti e delle vesciche gonfie che al proprio interno contenevano le
antiche glorie del passato, infatti all'interno si andavano ad avvertire dei rumori.
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Canto XXXIV
77
Ami d’oro e d’argento appresso vede
in una massa, ch’erano quei doni
che si fan con speranza di mercede
ai re, agli avari principi, ai patroni.
Vede in ghirlande ascosi lacci; e chiede,
ed ode che son tutte adulazioni.
Di cicale scoppiate imagine hanno
versi ch’in laude dei signor si fanno.
78
Di nodi d’oro e di gemmati ceppi
vede c’han forma i mal seguiti amori.
V’eran d’aquile artigli; e che fur, seppi,
l’autorità ch’ai suoi danno i signori.
I mantici ch’intorno han pieni i greppi,
sono i fumi dei principi e i favori
che danno un tempo ai ganimedi suoi,
che se ne van col fior degli anni poi.
79
Ruine di cittadi e di castella
stavan con gran tesor quivi sozzopra.
Domanda, e sa che son trattati, e quella
congiura che sì mal par che si cuopra.
Vide serpi con faccia di donzella,
di monetieri e di ladroni l’opra:
poi vide bocce rotte di più sorti,
ch’era il servir de le misere corti.
80
Di versate minestre una gran massa
vede, e domanda al suo dottor ch’importe.
– L’elemosina è (dice) che si lassa
alcun, che fatta sia dopo la morte. –
Di vari fiori ad un gran monte passa,

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ch’ebbe già buono odore, or putia forte.
Questo era il dono (se però dir lece)
che Costantino al buon Silvestro fece.
81
Vide gran copia di panie con visco,
ch’erano, o donne, le bellezze vostre.
Lungo sarà, se tutte in verso ordisco
le cose che gli fur quivi dimostre;
che dopo mille e mille io non finisco,
e vi son tutte l’occurrenze nostre:
sol la pazzia non v’è poca né assai;
che sta qua giù, né se ne parte mai.
82
Quivi ad alcuni giorni e fatti sui,
ch’egli già avea perduti, si converse;
che se non era interprete con lui,
non discernea le forme lor diverse.
Poi giunse a quel che par sì averlo a nui,
che mai per esso a Dio voti non ferse;
io dico il senno: e n’era quivi un monte,
solo assai più che l’altre cose conte.
83
Era come un liquor suttile e molle,
atto a esalar, se non si tien ben chiuso;
e si vedea raccolto in varie ampolle,
qual più, qual men capace, atte a quell’uso.
Quella è maggior di tutte, in che del folle
signor d’Anglante era il gran senno infuso;
e fu da l’altre conosciuta, quando
avea scritto di fuor: Senno d’Orlando.
84
E così tutte l’altre avean scritto anco
il nome di color di chi fu il senno.
Del suo gran parte vide il duca franco;
ma molto più maravigliar lo fenno
molti ch’egli credea che dramma manco
non dovessero averne, e quivi dénno
chiara notizia che ne tenean poco;
che molta quantità n’era in quel loco.
85
Altri in amar lo perde, altri in onori,
altri in cercar, scorrendo il mar, ricchezze;
altri ne le speranze de’ signori,

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altri dietro alle magiche sciocchezze;
altri in gemme, altri in opre di pittori,
ed altri in altro che più d’altro aprezze.
Di sofisti e d’astrologhi raccolto,
e di poeti ancor ve n’era molto.
86
Astolfo tolse il suo; che gliel concesse
lo scrittor de l’oscura Apocalisse.
L’ampolla in ch’era al naso sol si messe,
e par che quello al luogo suo ne gisse:
e che Turpin da indi in qua confesse
ch’Astolfo lungo tempo saggio visse;
ma ch’uno error che fece poi, fu quello
ch’un’altra volta gli levò il cervello.
87
La più capace e piena ampolla, ov’era
il senno che solea far savio il conte,
Astolfo tolle; e non è sì leggiera,
come stimò, con l’altre essendo a monte.
Prima che ‘l paladin da quella sfera
piena di luce alle più basse smonte,
menato fu da l’apostolo santo
in un palagio ov’era un fiume a canto;
88
ch’ogni sua stanza avea piena di velli
di lin, di seta, di coton, di lana,
tinti in vari colori e brutti e belli.
Nel primo chiostro una femina cana
fila a un aspo traea da tutti quelli,
come veggiàn l’estate la villana
traer dai bachi le bagnate spoglie,
quando la nuova seta si raccoglie.

Il primo elemento straordinario del viaggio sulla luna è la relatività dove dalla luna è possibile Commentato [183]:
vedere la Terra, che era molto piccola vista dalla luna. Questo effetto della relatività o ritroviamo Commentato [184]:
anche in un passo del paradiso (canto XXII 145-154) di Dante dove dal Paradiso celeste era
possibile osservare i sette pianeti del sistema solare in cui la Terra, che veniva percepita come
un’aiuola, cioè come un piccolo pezzo di terra.
Il viaggio di Astolfo si va a distinguere perché nel Furioso, fu l’unico viaggio che venne fatto in
verticale, per arrivare al Paradiso terreste e quando caccia le amazzoni arriva fino all’inferno.
Alle ottave 73 fino alla 76 ci viene presentato un elenco di tutto ciò che si è perso sulla Terra e
sono finite sulla luna e all’ottava 26 venne fatta una descrizione degli oggetti allegorici, come le Commentato [185]:

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vesciche gonfie che sembravano palloni dai quali uscivano fuori dei rumori, che andavano a
rappresentare semplicemente gli antichi regni che ormai sono solo un ricordo. Commentato [186]:
Dall’ottava 77 Astolfo non fa a meno di notare un ammasso di ami d’oro e d’argento, che
andavano a rappresentare tutti quei doni che venivano fatti e che in cambio si voleva ricevere
qualcosa e di solito venivano fatti i principi o ai re. Dopo di che si cominciano a vedere delle Commentato [187]:
ghirlande, che presentavano delle trappole nascoste che andavano a rappresentare le adulazioni e
le mute delle cicale che erano i versi che andavano a lodare i vari signori. Commentato [188]:
Si va a fare dei cenni alla vita di corte cioè ai cortigiani dove vengono fatti due elementi di Commentato [189]:
critica: quella dei signori e quella dei poeti che cantano le lodi sei signori per guadagnare la loro
protezione.
Troviamo anche dei nodi d’oro che vanno a rappresentare gli amori che non hanno avuto un lieto
fine, insieme agli artigli di aquile che andavano a rappresentare le autorità ad un signore che Commentato [190]:
esercitava un potere su un territorio, che non erano altro che cose sprecate, infatti si trovavano Commentato [191]:
sulla luna.
Astolfo avvista anche dei greppi, cioè delle collinette, che erano piene di fiumi dove andavano a
rappresentare i riconoscimenti che facevano i principi a determinati giovanotti di bell’aspetto che
poi con il passare del tempo perdevano questa bellezza che poi veniva dimenticata, ed insieme a Commentato [192]:
questi troviamo anche delle serpi con facce di belle fanciulle che andavano a rappresentare i
ladroni e delle bocce rotte che non erano altro che le corti, dove alla fine erano povere. Commentato [193]:
L’immagine delle minestre rovesciate, che andavano a rappresentare l’elemosina che veniva fatta
dopo la morte e veniva fatta specialmente dai signori che dopo la loro morte lasciavano tutti i
loro averi alla chiesa, insieme a quelle precedenti andavano a formare il disegno della chiesa,
dove chi lasciava i loro averi dopo la morte ad essa si guadagnava un posto in paradiso.
Il prato fiorito andava a rappresentare la DONAZIONE DI COSTANTINO, un documento
apocrifo conservato in copia nei Decretali dello Pseudo-Isidoro (IX secolo), dove il filogo
italiano L.Orenzo Valla andò a dimostrare che era un falso, che dava molto potere al papa e
veniva rappresentato come un prato ben fiorito, ma che ora puzza. Commentato [194]:
Si può notare che sulla luna si trovava tutto ciò di cui si aveva bisogno per vivere e che era stato
sprecato sulla terra, ma l’unica cosa che non troviamo è la pazzia e tutto ciò che viene sprecato Commentato [195]:
sulla Terra poi tendiamo a dimenticarlo. Dopo di che Astolfo giunge ad un monte dove erano
sistemati i senni (che erano quelli che ci davano la capacità di capire come stavano le cose), che Commentato [196]:
sulla terra anche questo viene molto sprecato.
Questa parte del canto va a rappresentare un rato moraleggiante che va a sottolineare la vanità
degli uomini, ma si fa anche beffa anche l’autore di questo spreco.
Dall’ottava 83 abbiamo la descrizione del senno che viene descritto come un liquido, molto
sottile che tende a evaporare subito, rinchiuso in delle ampolle. Astolfo riconosce subito quella di Commentato [197]:
Orlando non solo dalla grandezza dell’ampolla, ma anche dall’etichetta che viene contrassegnata,
però oltre a quella di Orlando, ce ne erano anche molte altre di ampolle fra cui ritrova la sua, che
era mezza piena, ma altre erano piene, che appartenevano a individui che si credevano grandi
intellettuali e intelligenti, e altre ancora vuote. Molti avevano perso il senno con l’amore, onori,
ricchezze nella speranza dei signori dietro le magie, gemme preziose e le opere di pittori e altri lo
perdono dietro a pensieri che loro credono che sia la osa più importante. Ritrova anche i senni di

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Soffisti, Astrologi e di Poeti. Quindi viene fatta una ricostruzione i come gli uomini fanno a Commentato [198]:
perdere il senno.
San Giovanni concede ad Astolfo di riprendere il suo senno e grazie alla testimonianza di
Turpino sappiamo che Astolfo ha vissuto saggiamente fino a quando non perde la testa per na
donna. Dopo aver preso l’ampolla di Orlando San Giovanni porta Astolfo in un arazzo che si
trova vicino ad un fiume, che presenta molte stanze con dei pilati (tessuti)colorati che andavano a
dare un risultato differente e nel primo chiostro c’è un’anziana che tesseva questi tessuti si pensa
che sia una delle tre parche, dove una filava il filo della vita, altra la tendeva e l’ultima lo
tagliava, cioè faceva cedere quella vita. Commentato [199]:
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89
V’è chi, finito un vello, rimettendo
ne viene un altro, e chi ne porta altronde:
un’altra de le filze va scegliendo
il bel dal brutto che quella confonde.
– Che lavor si fa qui, ch’io non l’intendo? –
dice a Giovanni Astolfo; e quel risponde:
– Le vecchie son le Parche, che con tali
stami filano vite a voi mortali.
90
Quanto dura un de’ velli, tanto dura
l’umana vita, e non di più un momento.
Qui tien l’occhio e la Morte e la Natura,
per saper l’ora ch’un debba esser spento.
Sceglier le belle fila ha l’altra cura,
perché si tesson poi per ornamento
del paradiso; e dei più brutti stami
si fan per li dannati aspri legami. –
91
Di tutti i velli ch’erano già messi
in aspo, e scelti a farne altro lavoro,
erano in brevi piastre i nomi impressi,
altri di ferro, altri d’argento o d’oro:
e poi fatti n’avean cumuli spessi,
de’ quali, senza mai farvi ristoro,
portarne via non si vedea mai stanco
un vecchio, e ritornar sempre per anco.
92
Era quel vecchio sì espedito e snello,
che per correr parea che fosse nato;
e da quel monte il lembo del mantello
portava pien del nome altrui segnato.
Ove n’andava, e perché facea quello,

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ne l’altro canto vi sarà narrato,
se d’averne piacer segno farete
con quella grata udienza che solete.

Oltre alla vecchia che fila viene descritta un’altra ne va a rotolare il tessuto che è stato filato però
non c viene descritta la terza. Troviamo due elementi dove uno porta via i gomitoli filati e l’altro Commentato [200]:
che ne porta di nuovi (viene da pensare alla morte e alla natura), ma ne troviamo un altro ancora Commentato [201]:
che va a scegliere i gomitoli di quelli belli da quelli brutti. Commentato [202]:
Questi filati vanno a rappresentare le vite umane dove quelli belli vanno a rappresentare tutti
coloro che andranno in paradiso, invece quelli brutti saranno coloro che andarono all’inferno e
ognuno di questi filati ha un’etichetta identificativa che poi vengono presi da un vecchio che li
porta via a mucchietti per poi ritornare a prendere dei nuovi mucchietti.
Ci viene identificato che era un vecchio che era nato per correre dove il narratore lo presenterà
nel prossimo canto. Commentato [203]:

Canto XXXV
1
Chi salirà per me, madonna, in cielo
a riportarne il mio perduto ingegno?
che, poi ch’uscì da’ bei vostri occhi il telo
che ‘l cor mi fisse, ognor perdendo vegno.
Né di tanta iattura mi querelo,
pur che non cresca, ma stia a questo segno;
ch’io dubito, se più si va scemando,
di venir tal, qual ho descritto Orlando.

2
Per riaver l’ingegno mio m’è aviso
che non bisogna che per l’aria io poggi
nel cerchio de la luna o in paradiso;
che ‘l mio non credo che tanto alto alloggi.
Ne’ bei vostri occhi e nel sereno viso,
nel sen d’avorio e alabastrini poggi
se ne va errando; ed io con queste labbia
lo corrò, se vi par ch’io lo riabbia.
3
Per gli ampli tetti andava il paladino
tutte mirando le future vite,
poi ch’ebbe visto sul fatal molino
volgersi quelle ch’erano già ordite:
e scorse un vello che più che d’or fino
splender parea; né sarian gemme trite,
s’in filo si tirassero con arte,

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da comparargli alla millesma parte.
4
Mirabilmente il bel vello gli piacque,
che tra infiniti paragon non ebbe;
e di sapere alto disio gli nacque,
quando sarà tal vita, e a chi si debbe.
L’evangelista nulla gliene tacque:
che venti anni principio prima avrebbe
che col .M. e col .D. fosse notato
l’anno corrente dal Verbo incarnato,
5
E come di splendore e di beltade
quel vello non avea simile o pare,
così saria la fortunata etade
che dovea uscirne al mondo singulare;
perché tutte le grazie inclite e rade
ch’alma Natura, o proprio studio dare,
o benigna Fortuna ad uomo puote,
avrà in perpetua ed infallibil dote.
6
– Del re de’ fiumi tra l’altiere corna
or siede umil (diceagli) e piccol borgo:
dinanzi il Po, di dietro gli soggiorna
d’alta palude un nebuloso gorgo;
che, volgendosi gli anni, la più adorna
di tutte le città d’Italia scorgo,
non pur di mura e d’ampli tetti regi,
ma di bei studi e di costumi egregi.
7
Tanta esaltazione e così presta,
non fortuìta o d’aventura casca;
ma l’ha ordinata il ciel, perché sia questa
degna in che l’uom di ch’io ti parlo, nasca:
che, dove il frutto ha da venir, s’inesta
e con studio si fa crescer la frasca;
e l’artefice l’oro affinar suole,
in che legar gemma di pregio vuole.
8
Né sì leggiadra né sì bella veste
unque ebbe altr’alma in quel terrestre regno;
e raro è sceso e scenderà da queste
sfere superne un spirito sì degno,
come per farne Ippolito da Este

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n’have l’eterna mente alto disegno.
Ippolito da Este sarà detto
l’uom a chi Dio sì ricco dono ha eletto.
9
Quegli ornamenti che divisi in molti,
a molti basterian per tutti ornarli,
in suo ornamento avrà tutti raccolti
costui, di c’hai voluto ch’io ti parli.
Le virtudi per lui, per lui soffolti
saran gli studi; e s’io vorrò narrar li
alti suoi merti, al fin son sì lontano,
ch’Orlando il senno aspetterebbe invano. –
10
Così venìa l’imitator di Cristo
ragionando col duca: e poi che tutte
le stanze del gran luogo ebbono visto,
onde l’umane vite eran condutte,
sul fiume usciro, che d’arena misto
con l’onde discorrea turbide e brutte;
e vi trovar quel vecchio in su la riva,
che con gl’impressi nomi vi veniva.
11
Non so se vi sia a mente, io dico quello
ch’al fin de l’altro canto vi lasciai,
vecchio di faccia, e sì di membra snello,
che d’ogni cervio è più veloce assai.
Degli altrui nomi egli si empìa il mantello;
scemava il monte, e non finiva mai:
ed in quel fiume che Lete si noma,
scarcava, anzi perdea la ricca soma.
12
Dico che, come arriva in su la sponda
del fiume, quel prodigo vecchio scuote
il lembo pieno, e ne la turbida onda
tutte lascia cader l’impresse note.
Un numer senza fin se ne profonda,
ch’un minimo uso aver non se ne puote;
e di cento migliaia che l’arena
sul fondo involve, un se ne serva a pena.
13
Lungo e d’intorno quel fiume volando
givano corvi ed avidi avoltori,
mulacchie e vari augelli, che gridando

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facean discordi strepiti e romori;
ed alla preda correan tutti, quando
sparger vedean gli amplissimi tesori:
e chi nel becco, e chi ne l’ugna torta
ne prende; ma lontan poco li porta.
14
Come vogliono alzar per l’aria i voli,
non han poi forza che ‘l peso sostegna;
sì che convien che Lete pur involi
de’ ricchi nomi la memoria degna.
Fra tanti augelli son duo cigni soli,
bianchi, Signor, come è la vostra insegna,
che vengon lieti riportando in bocca
sicuramente il nome che lor tocca.
15
Così contra i pensieri empi e maligni
del vecchio che donar li vorria al fiume,
alcuno ne salvan gli augelli benigni:
tutto l’avanzo oblivion consume.
Or se ne van notando i sacri cigni,
ed or per l’aria battendo le piume,
fin che presso alla ripa del fiume empio
trovano un colle, e sopra il colle un tempio.
16
All’Inmmortalitade il luogo è sacro,
ove una bella ninfa giù del colle
viene alla ripa del leteo lavacro,
e di bocca dei cigni i nomi tolle;
e quelli affige intorno al simulacro
ch’in mezzo il tempio una colonna estolle,
quivi li sacra, e ne fa tal governo,
che vi si pôn veder tutti in eterno.
17
Chi sia quel vecchio, e perché tutti al rio
senza alcun frutto i bei nomi dispensi,
e degli augelli, e di quel luogo pio
onde la bella ninfa al fiume viensi,
aveva Astolfo di saper desio
i gran misteri e gl’incogniti sensi;
e domandò di tutte queste cose
l’uomo di Dio, che così gli rispose:
18
– Tu déi saper che non si muove fronda

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là giù che segno qui non se ne faccia.
Ogni effetto convien che corrisponda
in terra e in ciel, ma con diversa faccia.
Quel vecchio, la cui barba il petto inonda,
veloce sì che mai nulla l’impaccia,
gli effetti pari e la medesima opra
che ‘l Tempo fa là giù, fa qui di sopra.
19
Volte che son le fila in su la ruota,
là giù la vita umana arriva al fine.
La fama là, qui ne riman la nota;
ch’immortali sariano ambe e divine,
se non che qui quel da la irsuta gota,
e là giù il Tempo ognor ne fa rapine.
Questi le getta, come vedi, al rio;
e quel l’immerge ne l’eterno oblio.
20
E come qua su i corvi e gli avoltori
e le mulacchie e gli altri varii augelli
s’affaticano tutti per trar fuori
de l’acqua i nomi che veggion più belli:
così là giù ruffiani, adulatori,
buffon, cinedi, accusatori, e quelli
che viveno alle corti e che vi sono
più grati assai che ‘l virtuoso e ‘l buono,
21
e son chiamati cortigian gentili,
perché sanno imitar l’asino e ‘l ciacco;
de’ lor signor, tratto che n’abbia i fili
la giusta Parca, anzi Venere e Bacco,
questi di ch’io ti dico, inerti e vili,
nati solo ad empir di cibo il sacco,
portano in bocca qualche giorno il nome;
poi ne l’oblio lascian cader le some.
22
Ma come i cigni che cantando lieti
rendeno salve le medaglie al tempio,
così gli uomini degni da’ poeti
son tolti da l’oblio, più che morte empio.
Oh bene accorti principi e discreti,
che seguite di Cesare l’esempio,
e gli scrittor vi fate amici, donde
non avete a temer di Lete l’onde!

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23
Son, come i cigni, anco i poeti rari,
poeti che non sian del nome indegni;
sì perché il ciel degli uomini preclari
non pate mai che troppa copia regni,
sì per gran colpa dei signori avari
che lascian mendicare i sacri ingegni;
che le virtù premendo, ed esaltando
i vizi, caccian le buone arti in bando.
24
Credi che Dio questi ignoranti ha privi
de lo ‘ntelletto, e loro offusca i lumi;
che de la poesia gli ha fatto schivi,
acciò che morte il tutto ne consumi.
Oltre che del sepolcro uscirian vivi,
ancor ch’avesser tutti i rei costumi,
pur che sapesson farsi amica Cirra,
più grato odore avrian che nardo o mirra.
25
Non sì pietoso Enea, né forte Achille
fu, come è fama, né sì fiero Ettorre;
e ne son stati e mille a mille e mille
che lor si puon con verità anteporre:
ma i donati palazzi e le gran ville
dai descendenti lor, gli ha fatto porre
in questi senza fin sublimi onori
da l’onorate man degli scrittori.
26
Non fu sì santo né benigno Augusto
come la tuba di Virgilio suona.
L’aver avuto in poesia buon gusto
la proscrizion iniqua gli perdona.
Nessun sapria se Neron fosse ingiusto,
né sua fama saria forse men buona,
avesse avuto e terra e ciel nimici,
se gli scrittor sapea tenersi amici.
27
Omero Agamennòn vittorioso,
e fe’ i Troian parer vili ed inerti;
e che Penelopea fida al suo sposo
dai Prochi mille oltraggi avea sofferti.
E se tu vuoi che ‘l ver non ti sia ascoso,
tutta al contrario l’istoria converti:

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che i Greci rotti, e che Troia vittrice,
e che Penelopea fu meretrice.
28
Da l’altra parte odi che fama lascia
Elissa, ch’ebbe il cor tanto pudico;
che riputata viene una bagascia,
solo perché Maron non le fu amico.
Non ti maravigliar ch’io n’abbia ambascia,
e se di ciò diffusamente io dico.
Gli scrittori amo, e fo il debito mio;
ch’al vostro mondo fui scrittore anch’io.
29
E sopra tutti gli altri io feci acquisto
che non mi può levar tempo né morte:
e ben convenne al mio lodato Cristo
rendermi guidardon di sì gran sorte.
Duolmi di quei che sono al tempo tristo,
quando la cortesia chiuso ha le porte;
che con pallido viso e macro e asciutto
la notte e ‘l dì vi picchian senza frutto.
30
Sì che continuando il primo detto,
sono i poeti e gli studiosi pochi;
che dove non han pasco né ricetto,
insin le fere abbandonano i lochi. –
Così dicendo il vecchio benedetto
gli occhi infiammò, che parveno duo fuochi;
poi volto al duca con un saggio riso
tornò sereno il conturbato viso.
31
Resti con lo scrittor de l’evangelo
Astolfo ormai, ch’io voglio far un salto,
quanto sia in terra a venir fin dal cielo;
ch’io non posso più star su l’ali in alto.
Torno alla donna a cui con grave telo
mosso avea gelosia crudele assalto.
Io la lasciai ch’avea con breve guerra
tre re gittati, un dopo l’altro, in terra;
32
e che giunta la sera ad un castello
ch’alla via di Parigi si ritrova,
d’Agramante, che rotto dal fratello
s’era ridotto in Arli, ebbe la nuova.

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Certa che ‘l suo Ruggier fosse con quello,
tosto ch’apparve in ciel la luce nuova,
verso Provenza, dove ancora intese
che Carlo lo seguia, la strada prese.

Il canto si va ad aprire con il racconto precedente dove il narratore ci dice che il suo senno non è
sulla luna, ma è nella donna che lui ama.
Ci vengono rappresentati i batuffoli che saranno le vite future dove Astolfo ne va a notare uno
particolarmente bello fatto con del filo color oro e chiede a San Giovanni di chi fosse quella vita
equando sarebbe stato filato. San Giovanni risponde che questa vita sarebbe stata filata vent’anni Commentato [204]:
prima del 1480 ed era particolarmente bello perché quando questa vita nascerà sarà un
avvenimento perché costui avrà grandi doti e virtù. San Giovanni ci dice anche che colui nascerà
a Ferrara, che verrà preparato a dovere per poter accogliere questo individuo voluto dal volere di
Dio. Questa personalità eccezionale è Ippolito D’Este (che andava ad incarnare la personalità Commentato [205]:
perfetta) dove gli viene fatta una lode eccezionale ad esso. Questa personalità andrà a raccogliere
tutte le virtù con studi approfonditi, però San Giovanni ricorda ad Astolfo che deve riportare il
senno ad Orlando.
Usciti all’aperto, il cavaliere e l’evangelista vedono nuovamente il vecchio, il Tempo, intento a
scaricare le piastrine nel fiume Lete, il fiume dell’oblio, della dimenticanza, che scorre vicino al
palazzo. Molte piastrine vanno subito a fondo in quelle acque torbide, poche vengono Commentato [206]:
momentaneamente prese nel becco da degli uccellacci (le persone che vivono alle spalle di altri)
per poi finire inevitabilmente ancora nel fiume; pochissime vengono invece salvate da due
bianchi cigni (gli scrittori) che le portano a riva, dove una ninfa le preleva per poi affiggerle ad
una colonna del tempio dell’Immortalità.
L’evangelista Giovanni sottolinea quindi quanto sia importante sostenere i poeti e gli scrittori ed
averli in amicizia, se si vuole che il proprio nome rimanga in modo positivo nella storia. Dopo di Commentato [207]:
che viene ripreso il racconto di Bradamante.
18/04/2018
Poeti e signori: le Obizzeide e le Satire di Ludovico
Ariosto
È l’inizio di un poema epico in terza rima risalente agli anni tra il 1503 e il 1504 e interrotto ai
primi 211 versi. Ludovico si propone di cantare le imprese di Obizzo d’Este, antenato dei signori
di Ferrara, legato ad un’ava dell’Ariosto, vissuto nella prima metà del Trecento e servitore di
Filippo il Bello. Il poeta, forse subito dopo il suo ingresso alla corte di Ippolito d’Este
nell’ottobre del 1503, compone questo abbozzo per ragioni encomiastiche, ripromettendosi di
celebrare l’arme e gli affanni d’amor di una stirpe degna di essere esaltata. Alla base del testo vi
è la tematica dell’invidia di corte: un’invidia nobile, dettata da uno spirito di emulazione, che
ricorrerà anche nei Cinque Canti. Obizzo ottiene l’onore di essere designato a rispondere alla
sfida lanciata al re francese da un cavaliere nemico. Ma questa designazione muove contro di lui
l’invidia di un altro cavaliere. Obizzo rappresenta l’onore italiano, in opposizione alle offese e
agli assalti degli stranieri, ed incarna un modello di eroe epico-dinastico tutto interno al mondo
signorile e tardo-medievale. Da un punto di vista strutturale l’Obizzeide rispetta l’impianto

Pagina 91 di 181
cavalleresco tradizionale, con una fusione boiardesca tra ciclo bretone e ciclo carolingio, poi
ripresa e dilatata nel Furioso. L’uso della terza rima al posto dall’ottava, impedisce tuttavia
l’Ariosto necessaria alla narrazione e conferisce all’Obizzeide un ritmo spezzato e franto.
L’opera ha una sua identitàà di genere inserendosi in un filone di poemi epici che miravano
all’esaltazione delle diverse signorie italiane, come la Borsias di Tito Vespasiano Strozzi, poema
in latino sulle gesta di Borso d’Este. L’interesse del poema, pur nella sua forma mutila, va
ricercato nel suo essere un laboratorio poetico alternativo e complementare al Furioso, un
esperimento di tipo epico-cavalleresco piuttosto che romanzesco, una sorta di banco di prova
iniziale delle attitudini narrative di Ludovico poi sfociate in altre direzioni.
Le Satire
Sono testi autobiografici indirizzati ad amici e poeti dove si va a narrare degli eventi che gli
accadevano e vengono composte seguendo il modello latino con l’uso delle terzine e vanno a
raccogliere sette componimenti:
1. Amarezze della vita del cortigiano al servizio di Ippolito d’Este (1517 quando Ariosto viene
licenziato)
2. Meglio uno onesto e con una modesta libertà che le ambizioni e i vizzi della carriera
ecclesiastica (1517)
3. Scelta dolorosa, ma obbligata per entrar al servizio di Alfonso D’Este che almeno gli
permette di restare a Ferrara (1518)
4. Nostalgia per Ferrara, potenti e disonesti (1523): Ariosto nel 1521 viene mandato in
Garfagnana dove ci sono giunte fino a noi delle lettere dove l’Ariosto andava commentare
questo paese.
5. Pre-matrimonio, virtù donna, indulgenza verso le infedeltà femminili (1520-1521)
6. Sull’industria, irride vizzi degli umanisti, poesia fonte di civiltà e la formazione d’Ariosto
(1524-1523)
7. Libertà contro ambizioni modestia contro brame, amori per Ferrara e per la propria donna
(1524)
I temi che vanno a ricorrere in queste satire sono in particolare modo la LIBERTà e l’AMORE
PER FERRARA.

Satira VII (199-204)


Alla morte del padre Ludovico deve ridimisionare le sue ambizioni di poeta e di umanista per
poter cercare un lavoro che gli permetteva di mantenere la sua famiglia.

Satira III (1-3; 7-9; 13-21)


Si chiede come fare con il conte Alfonso D’Este, anche se gli consente di rimanere a Ferrara.
Ritroviamo un riferimento al padre, che gli aveva dato tanti fratelli e sorelle e per poterli
mantenere doveva trovare servizio press un signore, cosi che si poteva guadagnare uno stipendio
anche se, secondo lui, viene divorato. Lui infatti non voleva ambizioni nel servizio della corte
cercavo solamente di mantenere la sua famiglia.
(40-51; 52-66) Va a fare un riferimento ad Annibale Carabuzzi.
Satira I (88-105; 106-123; 124-138; 139-156; 157-168)

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Viene composta durante il suo periodo di disoccupazione dove si apre con un litigio con Ippolito
d’Este perchè no lo voleva seguire in Ungheria infatti si rivolge ad Apollo dve gli spiega che al
suo servizio ci stava bene, però non era grazie alla sua poesia e fu lo stesso Ippolito a dirglielo e
non volle nemmeno mettere lodi, rivolte a lui, però non meritava di essere pagato a meno che
non facesse il postino.
Chi viene pagato sono quelli che lo seguono a baro con valletti e maggiordomi che vestono il
signore, mettono in fresco il vino che doveva essere poi servito e per far la veglia durante la
notte.
23/04/2018
Bradamante, donna e guerriera
È uno dei personaggi più interessanti del Furioso, che va a chiamare in ballo diversi problemi
che riuscirà a risolvere. Si va ad evidenziare il rapporto fra potere e la donna. È un personaggio
che ha una doppia personalità perché è sia un maschio che una femmina, quindi può essere sia
una damigella i difficoltà che una donna guerriera. Commentato [208]:
Bradamante è la sorella di Rinaldo che va a rappresentare la donna guerriero (amazzone), che Commentato [209]:
erano molto cantate dai poeti italiani e la prima apparizione viene fatta nel primo canto quando
disarciona Sacripante. Quindi entra in scena già con un ruolo con quello di proteggere i Commentato [210]:
personaggi in difficoltà.
Viene ripresa anche nel secondo canto dove la troviamo mentre insegue Rinaldo, che è in viaggio
per cercare persone che si possono prestare all’esercito francese Commentato [211]:

Canto II
30
Or a poppa, or all’orza hann’il crudele,
che mai non cessa, e vien più ognor crescendo:
essi di qua di là con umil vele
vansi aggirando, e l’alto mar scorrendo.
Ma perché varie fila a varie tele
uopo mi son, che tutte ordire intendo,
lascio Rinaldo e l’agitata prua,
e torno a dir di Bradamante sua.
31
Io parlo di quella inclita donzella,
per cui re Sacripante in terra giacque,
che di questo signor degna sorella,
del duca Amone e di Beatrice nacque.
La gran possanza e il molto ardir di quella
non meno a Carlo e a tutta Francia piacque
(che più d’un paragon ne vide saldo),
che ‘l lodato valor del buon Rinaldo.
32
La donna amata fu da un cavalliero
che d’Africa passò col re Agramante,

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che partorì del seme di Ruggiero
la disperata figlia di Agolante:
e costei, che né d’orso né di fiero
leone uscì, non sdegnò tal amante;
ben che concesso, fuor che vedersi una
volta e parlarsi, non ha lor Fortuna.
33
Quindi cercando Bradamante gìa
l’amante suo, ch’avea nome dal padre,
così sicura senza compagnia,
come avesse in sua guardia mille squadre:
e fatto ch’ebbe al re di Circassia
battere il volto dell’antiqua madre,
traversò un bosco, e dopo il bosco un monte,
tanto che giunse ad una bella fonte.
34
La fonte discorrea per mezzo un prato,
d’arbori antiqui e di bell’ombre adorno,
Ch’i viandanti col mormorio grato
a ber invita e a far seco soggiorno:
un culto monticel dal manco lato
le difende il calor del mezzo giorno.
Quivi, come i begli occhi prima torse,
d’un cavallier la giovane s’accorse;

Dopo la tempesta che Rinaldo ha incontrato il narratore ritorna a narrare di Bradamante dove il
narratore va a sottolineare l’onore di Bradamante nello sconfiggere Sacripante rendendosi degna
di essere sorella di Rinaldo e per questa sua potenza ha anche il sostegno di Carlo Magno, che
merita di lodare Rinaldo. Commentato [212]:
Ruggero fu uno degli eroi della Chanson de geste, che si era innamorato di una delle figlie di
Agolante dove dal loro rapporto nasce Ruggero, che compirà avventure nel furioso.
Bradamante non è una donna ribelle agli amori e uomini, ma anzi lei è cresciuta con un ruolo
femminile dove nell’”innamorato” si va narrarare di lei che si innamora alla prima visione. Commentato [213]:
Bradamante comincerà a fare delle ricerche del proprio uomo che ama, fino a che non si trova in
un luogo dove c’è una piccola valle con un ruscello dove incontra Pinobello. Commentato [214]:
58
Ritornò il cavallier nel primo duolo,
fatta che n’ebbe la cagion palese.
Questo era il conte Pinabel, figliuolo
d’Anselmo d’Altaripa, maganzese;
che tra sua gente scelerata, solo
leale esser non volse né cortese,
ma ne li vizi abominandi e brutti

Pagina 94 di 181
non pur gli altri adeguò, ma passò tutti.
59
La bella donna con diverso aspetto
stette ascoltando il Maganzese cheta;
che come prima di Ruggier fu detto,
nel viso si mostrò più che mai lieta:
ma quando sentì poi ch’era in distretto,
turbossi tutta d’amorosa pieta;
né per una o due volte contentosse
che ritornato a replicar le fosse. [...]
64
Questa cittade, e intorno a molte miglia
ciò che fra Varo e Rodano al mar siede,
avea l’imperator dato alla figlia
del duca Amon, in ch’avea speme e fede;
però che ‘l suo valor con maraviglia
riguardar suol, quando armeggiar la vede.
Or, com’io dico, a domandar aiuto
quel messo da Marsilia era venuto.
65
Tra sì e no la giovane suspesa,
di voler ritornar dubita un poco:
quinci l’onore e il debito le pesa,
quindi l’incalza l’amoroso foco.
Fermasi al fin di seguitar l’impresa,
e trar Ruggier de l’incantato loco;
e quando sua virtù non possa tanto,
almen restargli prigioniera a canto.
66
E fece iscusa tal, che quel messaggio
parve contento rimanere e cheto.
Indi girò la briglia al suo viaggio,
con Pinabel che non ne parve lieto;
che seppe esser costei di quel lignaggio
che tanto ha in odio in publico e in secreto:
e già s’avisa le future angosce,
se lui per maganzese ella conosce.
67
Tra casa di Maganza e di Chiarmonte
era odio antico e inimicizia intensa;
e più volte s’avean rotta la fronte,
e sparso di lor sangue copia immensa:
e però nel suo cor l’iniquo conte

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tradir l’incauta giovane si pensa;
o, come prima commodo gli accada,
lasciarla sola, e trovar altra strada.

Da questo momento cominceranno a nascere una serie di eventi dove Pinobello lo troviamo che
sta piangendo perchè la sua donna viene rapita da un ladrone su un destriero alato (cioè Commentato [215]:
l’ippogrifo) e arrivando ai Pirenei trova il castello dove viene tenuta prigioniera la sua amata, Commentato [216]:
però non può farcela da solo, infatti incontra due cavalieri (Ruggero e Grodasso) che si battono
con il ladrone, ma anche loro vengono catturati da quest’ultimo. Commentato [217]:
Alle parole di Pinobello, dopo che aveva menzionato il nome di Ruggero, Bradamante decide di
andare a sconfiggere il ladrone cosi che riuscirà a salvare anche Ruggero. Commentato [218]:
Con il termine “maganzese” si vanno a specificare i nemici all’interno dell’esercito francese e tra Commentato [219]:
questi troviamo Pinobello, dove si lascia andare ai vizzi superando, come il resto della sua Commentato [220]:
famiglia.
Bradamante chiede più volte Pinobello di ripetere la storia fino a quando non arriva un corriere
per lei dove gli si dice che deve tornare a Marsiglia, perchè c’era bisogno di lei e anche qui ci
ritroviamo nella situazione dove il personaggio deve scegliere fra l’amore personale e il dovere
pubblico (politico-militare) dove alla fine decide di seguire la sua impresa che era quella di
andare a cercare Ruggero. Commentato [221]:
A questo punto Pinobello sa che la fanciulla che ha incontrato è Bradamante cosi che comincia a Commentato [222]:
pensare un modo per sbarazzarsi di lei, cosi che mentre si erano incamminati verso il castello del Commentato [223]:
ladrone la tradisce spingendola in un burrone che si trovava in mezzo a monti dove Bradamante
non muore. Commentato [224]:
Nel canto III si lega al personaggio di Bradamante al canto encomiastico andando ad insistere sul
tema, che viene trattato nelle prime due ottave.
Canto III
1
Chi mi darà la voce e le parole
convenienti a sì nobil suggetto?
chi l’ale al verso presterà, che vole
tanto ch’arrivi all’alto mio concetto?
Molto maggior di quel furor che suole,
ben or convien che mi riscaldi il petto;
che questa parte al mio signor si debbe,
che canta gli avi onde l’origin ebbe:
2
Di cui fra tutti li signori illustri,
dal ciel sortiti a governar la terra,
non vedi, o Febo, che ‘l gran mondo lustri,
più gloriosa stirpe o in pace o in guerra;
né che sua nobiltade abbia più lustri
servata, e servarà (s’in me non erra
quel profetico lume che m’ispiri)

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fin che d’intorno al polo il ciel s’aggiri.
3
E volendone a pien dicer gli onori,
bisogna non la mia, ma quella cetra
con che tu dopo i gigantei furori
rendesti grazia al regnator dell’etra.
S’istrumenti avrò mai da te migliori,
atti a sculpire in così degna pietra,
in queste belle imagini disegno
porre ogni mia fatica, ogni mio ingegno.
4
Levando intanto queste prime rudi
scaglie n’andrò con lo scarpello inetto:
forse ch’ancor con più solerti studi
poi ridurrò questo lavor perfetto.
Ma ritorniano a quello, a cui né scudi
potran né usberghi assicurare il petto:
parlo di Pinabello di Maganza,
che d’uccider la donna ebbe speranza.
5
Il traditor pensò che la donzella
fosse ne l’alto precipizio morta;
e con pallida faccia lasciò quella
trista e per lui contaminata porta,
e tornò presto a rimontar in sella:
e come quel ch’avea l’anima torta,
per giunger colpa a colpa e fallo a fallo,
di Bradamante ne menò il cavallo.
6
Lasciàn costui, che mentre all’altrui vita
ordisce inganno, il suo morir procura;
e torniamo alla donna che, tradita,
quasi ebbe a un tempo e morte e sepoltura.
Poi ch’ella si levò tutta stordita,
ch’avea percosso in su la pietra dura,
dentro la porta andò, ch’adito dava
ne la seconda assai più larga cava.
7
La stanza, quadra e spaziosa, pare
una devota e venerabil chiesa,
che su colonne alabastrine e rare
con bella architettura era suspesa.
Surgea nel mezzo un ben locato altare,

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ch’avea dinanzi una lampada accesa;
e quella di splendente e chiaro foco
rendea gran lume all’uno e all’altro loco.
8
Di devota umiltà la donna tocca,
come si vide in loco sacro e pio,
incominciò col core e con la bocca,
inginocchiata, a mandar prieghi a Dio.
Un picciol uscio intanto stride e crocca,
ch’era all’incontro, onde una donna uscìo
discinta e scalza, e sciolte avea le chiome,
che la donzella salutò per nome.
9
E disse: – O generosa Bradamante,
non giunta qui senza voler divino,
di te più giorni m’ha predetto inante
il profetico spirto di Merlino,
che visitar le sue reliquie sante
dovevi per insolito camino:
e qui son stata acciò ch’io ti riveli
quel c’han di te già statuito i cieli.
10
Questa è l’antiqua e memorabil grotta
ch’edificò Merlino, il savio mago
che forse ricordare odi talotta,
dove ingannollo la Donna del Lago.
Il sepolcro è qui giù, dove corrotta
giace la carne sua; dove egli, vago
di sodisfare a lei, che glil suase,
vivo corcossi, e morto ci rimase.
11
Col corpo morto il vivo spirto alberga,
sin ch’oda il suon de l’angelica tromba
che dal ciel lo bandisca o che ve l’erga,
secondo che sarà corvo o colomba.
Vive la voce; e come chiara emerga,
udir potrai dalla marmorea tomba,
che le passate e le future cose
a chi gli domandò, sempre rispose.
12
Più giorni son ch’in questo cimiterio
venni di remotissimo paese,
perché circa il mio studio alto misterio

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mi facesse Merlin meglio palese:
e perché ebbi vederti desiderio,
poi ci son stata oltre il disegno un mese;
che Merlin, che ‘l ver sempre mi predisse,
termine al venir tuo questo dì fisse. –
13
Stassi d’Amon la sbigottita figlia
tacita e fissa al ragionar di questa;
ed ha sì pieno il cor di maraviglia,
che non sa s’ella dorme o s’ella è desta:
e con rimesse e vergognose ciglia
(come quella che tutta era modesta)
rispose: – Di che merito son io,
ch’antiveggian profeti il venir mio? –
14
E lieta de l’insolita avventura,
dietro alla Maga subito fu mossa,
che la condusse a quella sepoltura
che chiudea di Merlin l’anima e l’ossa.
Era quell’arca d’una pietra dura,
lucida e tersa, e come fiamma rossa;
tal ch’alla stanza, ben che di sol priva,
dava splendore il lume che n’usciva.
15
O che natura sia d’alcuni marmi
che muovin l’ombre a guisa di facelle,
o forza pur di suffumigi e carmi
e segni impressi all’osservate stelle
(come più questo verisimil parmi),
discopria lo splendor più cose belle
e di scoltura e di color, ch’intorno
il venerabil luogo aveano adorno.
16
A pena ha Bradamante da la soglia
levato il piè ne la secreta cella,
che ‘l vivo spirto da la morta spoglia
con chiarissima voce le favella:
– Favorisca Fortuna ogni tua voglia,
o casta e nobilissima donzella,
del cui ventre uscirà il seme fecondo
che onorar deve Italia e tutto il mondo.
17
L’antiquo sangue che venne da Troia,

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per li duo miglior rivi in te commisto,
produrrà l’ornamento, il fior, la gioia
d’ogni lignaggio ch’abbia il sol mai visto
tra l’Indo e ‘l Tago e ‘l Nilo e la Danoia,
tra quanto è ‘n mezzo Antartico e Calisto.
Ne la progenie tua con sommi onori
saran marchesi, duci e imperatori.
18
I capitani e i cavallier robusti
quindi usciran, che col ferro e col senno
ricuperar tutti gli onor vetusti
de l’arme invitte alla sua Italia denno.
Quindi terran lo scettro i signor giusti,
che, come il savio Augusto e Numa fenno,
sotto il benigno e buon governo loro
ritorneran la prima età de l’oro.
19
Acciò dunque il voler del ciel si metta
in effetto per te, che di Ruggiero
t’ha per moglier fin da principio eletta,
segue animosamente il tuo sentiero;
che cosa non sarà che s’intrometta
da poterti turbar questo pensiero,
sì che non mandi al primo assalto in terra
quel rio ladron ch’ogni tuo ben ti serra. –
20
Tacque Merlino avendo così detto,
ed agio all’opre de la Maga diede,
ch’a Bradamante dimostrar l’aspetto
si preparava di ciascun suo erede.
Avea di spirti un gran numero eletto,
non so se da l’Inferno o da qual sede,
e tutti quelli in un luogo raccolti
sotto abiti diversi e vari volti.
21
Poi la donzella a sé richiama in chiesa,
là dove prima avea tirato un cerchio
che la potea capir tutta distesa,
ed avea un palmo ancora di superchio.
E perché da li spirti non sia offesa,
le fa d’un gran pentacolo coperchio;
e le dice che taccia e stia a mirarla:
poi scioglie il libro, e coi demoni parla.

Pagina 100 di 181


22
Eccovi fuor de la prima spelonca,
che gente intorno al sacro cerchio ingrossa;
ma, come vuole entrar, la via l’è tronca,
come lo cinga intorno muro e fossa.
In quella stanza, ove la bella conca
in sé chiudea del gran profeta l’ossa,
entravan l’ombre, poi ch’avean tre volte
fatto d’intorno lor debite volte.
23
– Se i nomi e i gesti di ciascun vo’ dirti
(dicea l’incantatrice a Bradamante),
di questi ch’or per gl’incantati spirti,
prima che nati sien, ci sono avante,
non so veder quando abbia da espedirti;
che non basta una notte a cose tante:
sì ch’io te ne verrò scegliendo alcuno,
secondo il tempo, e che sarà oportuno.
24
Vedi quel primo che ti rassimiglia
ne’ bei sembianti e nel giocondo aspetto:
capo in Italia fia di tua famiglia,
del seme di Ruggiero in te concetto.
Veder del sangue di Pontier vermiglia
per mano di costui la terra aspetto,
e vendicato il tradimento e il torto
contra quei che gli avranno il padre morto.
25
Per opra di costui sarà deserto
il re de’ Longobardi Desiderio:
d’Este e di Calaon per questo merto
il bel dominio avrà dal sommo Imperio.
Quel che gli è dietro, è il tuo nipote Uberto,
onor de l’arme e del paese esperio:
per costui contra Barbari difesa
più d’una volta fia la santa Chiesa. [...]
55
Costui sarà, col senno e con la lancia,
ch’avrà l’onor, nei campi di Romagna,
d’aver dato all’esercito di Francia
la gran vittoria contra Iulio e Spagna.
Nuoteranno i destrier fin alla pancia
nel sangue uman per tutta la campagna;

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ch’a sepelire il popul verrà manco
tedesco, ispano, greco, italo, e franco.
56
Quel ch’in pontificale abito imprime
del purpureo capel la sacra chioma,
è il liberal, magnanimo, sublime,
gran cardinal de la Chiesa di Roma
Ippolito, ch’a prose, a versi, a rime
darà materia eterna in ogni idioma;
la cui fiorita età vuole il ciel iusto
ch’abbia un Maron, come un altro ebbe Augusto.
57
Adornerà la sua progenie bella,
come orna il sol la machina del mondo
molto più de la luna e d’ogni stella;
ch’ogn’altro lume a lui sempre è secondo.
Costui con pochi a piedi e meno in sella
veggio uscir mesto, e poi tornar iocondo;
che quindici galee mena captive,
oltra mill’altri legni alle sue rive.

La parte iniziale del canto va a glorificare gli antenati di Ippolito D’Este dove l’autore chiede la
capacità e la forza di cantare questa gloria alla sua famiglia, visto che la stirpe della famiglia Commentato [225]:
D’Este è la migliore dicendo che saranno carica fino a quando non saranno estinti, quindi si va a
glorificare la famiglia d’Este.
Pinabello, credendo che Bradamante fosse ormai morta, si allontana dalla caverna con il cavallo
di lei.
Bradamante invece si riprende, ed ancora stordita, entra attraverso una apertura nella roccia in Commentato [226]:
una caverna molto ampia, simile ad una chiesa e con al centro un altare. Commentato [227]:
Entra nella stessa caverna anche un’altra donna, chiama Bradamante per nome, le dice di trovarsi
nella tomba del mago Merlino e che le era stata annunciata la sua venuta dallo stesso mago, la
cui voce può essere ancora ascoltata in quella caverna. Commentato [228]:
La maga Melissa conduce la donna verso il sepolcro e subito lo spirito vivo del mago si rivolge a
lei profetizzando il suo matrimonio con Ruggiero, nonostante gli interventi del mago Atlante, e
quindi la gloria a cui saranno destinati tutti i loro discendenti. Commentato [229]:
Melissa conduce quindi Bradamante nella caverna allestita a Chiesa, la pone in un cerchio ed Commentato [230]:
evoca degli spiriti per assumere le sembianza della suoi illustri eredi, dei quali intende tessere le Commentato [231]:
lodi delle loro future azioni.
Il primo di cui parla è Ruggierino, loro primo figlio, per arrivare fino al Cardinale Ippolito, che Commentato [232]:
rispetto agli altri, parole della maga, darà a tutta la loro stirpe più lustro di quanto lo splendore Commentato [233]:
che il sole dà al mondo è maggiore rispetto a quello dato dalla luna e da qualunque altra stella.
La maga Melissa interrompe quindi l’incantesimo e gli spiriti svaniscono.

Pagina 102 di 181


Bradamante aveva però notato due spiriti che camminavano mesti e venivano quasi evitati dagli
altri. Si tratta di Ferrante e Giulio d’Este che congiurarono contro Alfonso I ed Ippolito e furono
per questo condannati.
La maga Melissa preferisce non fare alcun riferimento a loro, per non amareggiarla inutilmente e
non macchiare le così tante dolci cose di cui può gioire.
Melissa promette a Bradamante di condurla fuori dal bosco e di indirizzarla poi verso il castello
di Atlante, dove Ruggiero è tenuto prigioniero. Commentato [234]:
Durante il viaggio la maga sollecita Bradamante a correre in soccorso del suo amato e la mette in
guardia contro il suo cavallo alato, contro l’inespugnabile fortezza, ma soprattutto contro lo
scudo incantato, capace di abbagliare le persone fino a farle svenire. Commentato [235]:
Le dice che il barone Brunello ha ricevuto dal suo re Agramante un anello magico, in grado di
annullare ogni incantesimo, ed il compito di andare a salvare Ruggiero. Ma perché l’amato non Commentato [236]:
venga a trovarsi poi in debito e riconoscente verso il re Agramante, ma lo sia invece verso
Bradamante, la maga indirizza la donna verso un ostello al quale arriverà anche il barone
Brunello (v76 III).
Parlando di incantesimi e di quanto vorrebbe avere avere tra le mani Atlante, dovrà convincere
Brunello a portarla con sé ed una volta arrivata al castello dovrà ucciderlo senza pietà, prima che
lui possa infilarsi in bocca l’anello e scomparire.
Le due donne si separano, Bradamante si incammina, raggiunge l’albergo e conosce Brunello. I Commentato [237]:
due stavano un giorno conversando insieme, quando un rumore forte giunge alle loro orecchie.
Canto IV
1
Quantunque il simular sia le più volte
ripreso, e dia di mala mente indici,
si trova pur in molte cose e molte
aver fatti evidenti benefici,
e danni e biasmi e morti aver già tolte;
che non conversiam sempre con gli amici
in questa assai più oscura che serena
vita mortal, tutta d’invidia piena.

Viene fatta una morale della storia dove viene messo un po’ di pessimismo, dove il narratore sta
giustificando una menzogna che viene detta a fine di bene, ma bisogna saper scegliere quando
essere disonesti e quando no esserlo, infatti troviamo un piccolo riferimento al “Principe” di
Machiavelli dove bisogna essere consapevole delle scelte che si fanno fra bene e male o buoni e
cattivi.

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23/04/2018
Bradamante, donna e guerriera: l’arte dell’encomio
ambiguo
Bradamante è un personaggio ricco di spaccature, caratterizzata da una doppia natura (è donna
ma al stesso tempo è anche una guerriera) che va a presentare gli elementi caratteristici
femminili.
Quando cade nel dirupo incontra una maga, Melissa, che la porta nella tomba di Merlino dove le
viene predetto il futuro e la spinge ad andare a salvare Ruggero. Il piano di Melissa, per poter
salvare Ruggero, si articola in una prima parte parte di andare a cercare Brunello per poter
prendere l’anello di Angelica che le permetterà di salvare Ruggero senza rimanere lesa dagli
incantesimi.
All’inizio del canto IV viene fatto un esordio che viene messo in parallelo con il principe di
Machiavelli perchè ogni tanto bisogna dire una bugia a fin di bene, ma bisogna saper distinguere
quando essere onesti e disonesti. Commentato [238]:
Bradamante fa una leggera modificazione al piano d Melissa dove decide di non uccidere Commentato [239]:
Brunello, ma di catturarlo e legalo ad un albero da farlo cosi spettatore alla battaglia, dove poi Commentato [240]:
alla fine riesce a libere Ruggero e gli altri prigionieri che erano fra uomini e donzelle.
Commentato [241]:
Bradamante sfida il ladrone con il richiamo del corno, con il quale non tardo ad uscire in groppa
Commentato [242]:
all’ippogrifo. Bradamante avendo con sé l’anello sa cosa succede e notiamo che il ladrone ha con
se un libro dove comincia ad lanciare dove Bradamante fa finta di scansare, fino a quando non fa
finta che uno di questi colpi la colpisca per permettergli di scendere. Fa finta di essere svenuta Commentato [243]:
cosi il ladrone ne approfitta per avvicinarsi a lì e appena era vicinissimo a lei, Bradamante
prende la catena e lo intrappola per far in modo di potergli tagliare la testa e scopre che il
vecchio ladrone in realtà era Atlante. Commentato [244]:
Il mago comincia a spiegare il motivo dei suoi gesti e dietro ad essi troviamo un gesto di
protezione paterna per il figlio Ruggero, che lo tiene prigioniero per proteggerlo dal suo destino, Commentato [245]:
invitando Bradamante a prendere tutto e tutti, ma di lasciarli il figlio se proprio lo vuole lo deve
uccidere.
Bradamante spiega ad Atlante che non si può opporsi al destino, che viene dettato dalle stelle, Commentato [246]:
cosi che decide di strascinare Atlante fino all’ingresso del castello dove lo costringe ad annullare
l’incantesimo del castello magico. Cosi Atlante toglie l’incantesimo e si vede che il castello,
insieme a lui, svaniscono nel nulla portandosi però dietro con sé Bradamante dove vede tutti i
prigionieri che erano trattati con rispetto e Bradamante trova Ruggero, che lo desiderava, e
quando i due si vedono l’ippogrifo porta via con se Ruggero, per opera di Atlante, che lo porta
verso l’isola di Alcina. Commentato [247]:
Canto XIII
47
Come a sé ritornar senza il suo amante,
dopo si lungo termine, la vede,
resta pallida e smorta, e sì tremante,
che non ha forza di tenersi in piede:
ma la maga gentil le va davante

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ridendo, poi che del timor s’avede;
e con viso giocondo la conforta,
qual aver suol chi buone nuove apporta.
48
– Non temer (disse) di Ruggier, donzella,
ch’è vivo e sano, e come suol, t’adora;
ma non è già in sua libertà; che quella
pur gli ha levata il tuo nemico ancora:
ed è bisogno che tu monti in sella,
se brami averlo, e che mi segui or ora;
che se mi segui, io t’aprirò la via
donde per te Ruggier libero fia. –
49
E seguitò, narrandole di quello
magico error che gli avea ordito Atlante:
che simulando d’essa il viso bello,
che captiva parea del rio gigante,
tratto l’avea ne l’incantato ostello,
dove sparito poi gli era davante;
e come tarda con simile inganno
50
A tutti par, l’incantator mirando,
mirar quel che per sé brama ciascuno,
donna, scudier, compagno, amico; quando
il desiderio uman non è tutto uno.
Quindi il palagio van tutti cercando
con lungo affanno, senza frutto alcuno;
e tanta è la speranza e il gran disire
del ritrovar, che non ne san partire.
51
Come tu giungi (disse) in quella parte
che giace presso all’incantata stanza,
verrà l’incantatore a ritrovarte,
che terrà di Ruggiero ogni sembianza;
e ti farà parer con sua mal’arte,
ch’ivi lo vinca alcun di più possanza,
acciò che tu per aiutarlo vada
dove con gli altri poi ti tenga a bada.
52
Acciò l’inganni, in che son tanti e tanti
caduti, non ti colgan, sie avertita,
che se ben di Ruggier viso e sembianti
ti parrà di veder, che chieggia aita,

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non gli dar fede tu; ma, come avanti
ti vien, fagli lasciar l’indegna vita:
né dubitar perciò che Ruggier muoia,
ma ben colui che ti dà tanta noia.
53
Ti parrà duro assai, ben lo conosco,
uccidere un che sembri il tuo Ruggiero:
pur non dar fede all’occhio tuo, che losco
farà l’incanto, e celeragli il vero.
Fermati, pria ch’io ti conduca al bosco,
sì che poi non si cangi il tuo pensiero;
che sempre di Ruggier rimarrai priva,
se lasci per viltà che ‘l mago viva. –
54
La valorosa giovane, con questa
intenzion che ‘l fraudolente uccida,
a pigliar l’arme ed a seguire è presta
Melissa; che sa ben quanto l’è fida.
Quella, or per terren culto, or per foresta,
a gran giornate e in gran fretta la guida,
cercando alleviarle tuttavia
con parlar grato la noiosa via.
55
E più di tutti i bei ragionamenti,
spesso le ripetea ch’uscir di lei
e di Ruggier doveano gli eccellenti
principi e gloriosi semidei.
Come a Melissa fossino presenti
tutti i secreti degli eterni dei,
tutte le cose ella sapea predire,
ch’avean per molti seculi a venire.
56
– Deh, come, o prudentissima mia scorta
(dicea a la maga l’inclita donzella),
molti anni prima tu m’hai fatta accorta
di tanta mia viril progenie bella;
così d’alcuna donna mi conforta,
che di mia stirpe sia, s’alcuna in quella
metter si può tra belle e virtuose. –
E la cortese maga le rispose:
57
– Da te uscir veggio le pudiche donne,
madri d’imperatori e di gran regi,

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reparatrici e solide colonne
di case illustri e di domìni egregi;
che men degne non son ne le lor gonne,
ch’in arme i cavallier, di sommi pregi,
di pietà, di gran cor, di gran prudenza,
di somma e incomparabil continenza.
58
E s’io avrò da narrarti di ciascuna
che ne la stirpe tua sia d’onor degna,
troppo sarà; ch’io non ne veggio alcuna
che passar con silenzio mi convegna.
Ma ti farò, tra mille, scelta d’una
o di due coppie, acciò ch’a fin ne vegna.
Ne la spelonca perché nol dicesti?
che l’imagini ancor vedute avresti.
59
De la tua chiara stirpe uscirà quella
d’opere illustri e di bei studi amica,
ch’io non so ben se più leggiadra e bella
mi debba dire, o più saggia e pudica,
liberale e magnanima Isabella,
che del bel lume suo dì e notte aprica
farà la terra che sul Menzo siede,
a cui la madre d’Ocno il nome diede:
60
dove onorato e splendido certame
avrà col suo dignissimo consorte,
chi di lor più le virtù prezzi ed ame,
e chi meglio apra a cortesia le porte.
S’un narrerà ch’al Taro e nel Reame
fu a liberar da’ Galli Italia forte;
l’altra dirà: – Sol perché casta visse
Penelope, non fu minor d’Ulisse. [...]
74
Poi che le raccontò la maggior parte
de la futura stirpe a suo grand’agio,
più volte e più le replicò de l’arte
ch’avea tratto Ruggier dentro al palagio.
Melissa si fermò, poi che fu in parte
vicina al luogo del vecchio malvagio;
e non le parve di venir più inante,
acciò veduta non fosse da Atlante.
75

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E la donzella di nuovo consiglia
di quel che mille volte ormai l’ha detto.
La lascia sola; e quella oltre a dua miglia
non cavalcò per un sentiero istretto,
che vide quel ch’al suo Ruggier simiglia;
e dui giganti di crudele aspetto
intorno avea, che lo stringean sì forte,
ch’era vicino esser condotto a morte.
76
Come la donna in tal periglio vede
colui che di Ruggiero ha tutti i segni,
subito cangia in sospizion la fede,
subito oblia tutti i suoi bei disegni.
Che sia in odio a Melissa Ruggier crede,
per nuova ingiuria e non intesi sdegni,
e cerchi far con disusata trama
che sia morto da lei che così l’ama.
77
Seco dicea: – Non è Ruggier costui,
che col cor sempre, ed or con gli occhi veggio?
e s’or non veggio e non conosco lui,
che mai veder o mai conoscer deggio?
perché voglio io de la credenza altrui
che la veduta mia giudichi peggio?
Che senza gli occhi ancor, sol per se stesso
può il cor sentir se gli è lontano o appresso. –
78
Mentre che così pensa, ode la voce
che le par di Ruggier, chieder soccorso;
e vede quello a un tempo, che veloce
sprona il cavallo e gli ralenta il morso,
e l’un nemico e l’altro suo feroce,
che lo segue e lo caccia a tutto corso.
Di lor seguir la donna non rimase,
che si condusse all’incantate case.

79
De le quai non più tosto entrò le porte,
che fu sommersa nel commune errore.
Lo cercò tutto per vie dritte e torte
invan di su e di giù, dentro e di fuore;
né cessa notte o dì, tanto era forte
l’incanto: e fatto avea l’incantatore,

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che Ruggier vede sempre e gli favella,
né Ruggier lei, né lui riconosce ella.
80
Ma lasciàn Bradamante, e non v’incresca
udir che così resti in quello incanto;
che quando sarà il tempo ch’ella n’esca,
la farò uscire, e Ruggiero altretanto.
Come raccende il gusto il mutar esca,
così mi par che la mia istoria, quanto
or qua or là più variata sia,
meno a chi l’udirà noiosa fia.
81
Di molte fila esser bisogno parme
a condur la gran tela ch’io lavoro.
E però non vi spiaccia d’ascoltarme,
come fuor de le stanze il popul Moro
davanti al re Agramante ha preso l’arme,
che, molto minacciando ai Gigli d’oro,
lo fa assembrare ad una mostra nuova,
per saper quanta gente si ritruova.

Siamo nel momento in cui Bradamante ritrova Ruggero dove Melissa spiega a lei che Ruggero è
vivo, ma è di nuovo prigioniero di Atlante cosi le spiega come lo deve salvare: le dice che
appena vede Ruggero lo deve uccidere perché quello che vedrà non è il vero Ruggero, ma è
Atlante. Commentato [248]:
Mentre si incamminano verso il castello di Atlante Melissa racconta a Bradamante le storie della
sua figura progenie (ottave encomiastiche che rendono lodi alla famiglia Este).
Dopo le raccomandazioni di Melissa Bradamante parte e vede Ruggero, dimenticandosi di tutta
la fiducia pensando che lei fosse in qualche modo interessata a Ruggero costringendola ad
ucciderlo la porta a commettere l’errore della ragione andando così a fidarsi degli occhi e del
cuore. Commentato [249]:
L’episodio di Bradamante viene sospeso dove il narratore va preannunciare che ci sarà un lieto
fine.
Canto XXII
31
Ma mi bisogna, s’io vo’ dirvi il resto,
ch’io trovi Ruggier prima e Bradamante.
Poi che si tacque il corno, e che da questo
loco la bella coppia fu distante,
guardò Ruggiero, e fu a conoscer presto
quel che fin qui gli avea nascoso Atlante:
fatto avea Atlante che fin a quell’ora
tra lor non s’eran conosciuti ancora.

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32
Ruggier riguarda Bradamante, ed ella
riguarda lui con alta maraviglia,
che tanti dì l’abbia offuscato quella
illusion sì l’animo e le ciglia.
Ruggiero abbraccia la sua donna bella,
che più che rosa ne divien vermiglia;
e poi di su la bocca i primi fiori
cogliendo vien dei suoi beati amori.
33
Tornaro ad iterar gli abbracciamenti
mille fiate, ed a tenersi stretti
i duo felici amanti, e sì contenti,
ch’a pena i gaudi lor capiano i petti.
Molto lor duol che per incantamenti,
mentre che fur negli errabondi tetti,
tra lor non s’eran mai riconosciuti,
e tanti lieti giorni eran perduti.
34
Bradamante, disposta di far tutti
i piaceri che far vergine saggia
debbia ad un suo amator, sì che di lutti,
senza il suo onore offendere, il sottraggia;
dice a Ruggier, se a dar gli ultimi frutti
lei non vuol sempre aver dura e selvaggia,
la faccia domandar per buoni mezzi
al padre Amon: ma prima si battezzi.
35
Ruggier, che tolto avria non solamente
viver cristiano per amor di questa,
com’era stato il padre, e antiquamente
l’avolo e tutta la sua stirpe onesta;
ma, per farle piacere, immantinente
data le avria la vita che gli resta:
– Non che ne l’acqua (disse), ma nel fuoco
per tuo amor porre il capo mi fia poco. –
36
Per battezzarsi dunque, indi per sposa
la donna aver, Ruggier si messe in via,
guidando Bradamante a Vallombrosa
(così fu nominata una badia
ricca e bella, né men religiosa,
e cortese a chiunque vi venìa);

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e trovaro all’uscir de la foresta
donna che molto era nel viso mesta.
37
Ruggier, che sempre uman, sempre cortese
era a ciascun, ma più alle donne molto,
come le belle lacrime comprese
cader rigando il delicato volto,
n’ebbe pietade, e di disir s’accese
di saper il suo affanno; ed a lei volto,
dopo onesto saluto, domandolle
perch’avea sì di pianto il viso molle.
38
Ed ella, alzando i begli umidi rai,
umanissimamente gli rispose,
e la cagion de’ suoi penosi guai,
poi che le domandò, tutta gli espose.
– Gentil signor (disse ella), intenderai
che queste guance son sì lacrimose
per la pietà ch’a un giovinetto porto,
ch’in un castel qui presso oggi fia morto. [...]
47
– E perché non andian (disse Ruggiero)
per la più corta? – E la donna rispose:
– Perché un castel de’ conti da Pontiero
tra via si trova, ove un costume pose,
non son tre giorni ancora, iniquo e fiero
a cavallieri e a donne aventurose,
Pinabello, il peggior uomo che viva,
figliuol del conte Anselmo d’Altariva.
48
Quindi né cavallier né donna passa,
che se ne vada senza ingiuria e danni:
l’uno e l’altro a piè resta; ma vi lassa
il guerrier l’arme, e la donzella i panni.
Miglior cavallier lancia non abbassa,
e non abbassò in Francia già molt’anni,
di quattro che giurato hanno al castello
la legge mantener di Pinabello. [...]
97
L’ardita Bradamante in questo mezzo
giunto avea Pinabello a un passo stretto;
e cento volte gli avea fin a mezzo
messo il brando pei fianchi e per lo petto.

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Tolto ch’ebbe dal mondo il puzzo e ‘l lezzo
che tutto intorno avea il paese infetto,
le spalle al bosco testimonio volse
con quel destrier che già il fellon le tolse.
98
Volse tornar dove lasciato avea
Ruggier; né seppe mai trovar la strada.
Or per valle or per monte s’avvolgea:
tutta quasi cercò quella contrada.
Non volse mai la sua fortuna rea,
che via trovasse onde a Ruggier si vada.
Questo altro canto ad ascoltare aspetto
chi de l’istoria mia prende diletto.

Li ritroviamo quando entra in scena Astolfo che, dopo essere approdato in Francia un viandante
gli ruba il cavallo che lo condurrà al castello di Atlante, che quando arriva, Astolfo fa scappare Commentato [250]:
tutti dal palazzo grazie al suono del corno che fa vanificare l’incantesimo. Nel castello Astolfo
trova l’ippogrifo e trova Bradamante e Ruggero che si baciano e Bradamante che è disposta a
soddisfare tutti i suoi piaceri. Infatti, il personaggio di Bradamante è considerato un personaggio
saggio e vergine, dove si va a contrattare con il suo amante chiedendogli di sposarla e di
battezzarsi per convertirsi al cristianesimo. Ruggero reagisce positivamente per il battessimo e Commentato [251]:
cosi, insieme si dirigono verso Vallombrosa, ma quando escano dalla foresta incontrano una Commentato [252]:
donna che chiede aiuto per un giovane che sta per essere giustiziato.
Decidono di prendere la strada più lunga perché nell’altra strada si trovava il castello dei
maganzesi, dove avevano l’abitudine di svestire le fanciulle, ma Bradamante decide di passarsi
lo stesso. Bradamante e Ruggero si trovano in mezzo ad uno scontro dove Bradamante ritrova
Pinobello che lo insegue e lo uccide, ma nello inseguire Bradamante ha perso la strada e di
conseguenza ha perso di nuovo Ruggero. Commentato [253]:
Canto XXIII
5
Morto ch’ella ebbe il falso cavalliero
che lei voluto avea già porre a morte,
volse tornare ove lasciò Ruggiero;
ma non lo consentì sua dura sorte,
che la fe’ traviar per un sentiero
che la portò dov’era spesso e forte,
dove più strano e più solingo il bosco,
lasciando il sol già il mondo all’aer fosco.
6
Né sappiendo ella ove potersi altrove
la notte riparar, si fermò quivi
sotto le frasche in su l’erbette nuove,
parte dormendo, fin che ‘l giorno arrivi,

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parte mirando ora Saturno or Giove,
Venere e Marte e gli altri erranti divi;
ma sempre, o vegli o dorma, con la mente
contemplando Ruggier come presente.
7
Spesso di cor profondo ella sospira,
di pentimento e di dolor compunta,
ch’abbia in lei, più ch’amor, potuto l’ira.
– L’ira (dicea) m’ha dal mio amor disgiunta:
almen ci avessi io posta alcuna mira,
poi ch’avea pur la mala impresa assunta,
di saper ritornar donde io veniva;
che ben fui d’occhi e di memoria priva. –

Troviamo Bradamante che si lamenta di aver perso Ruggero andandosi a ritrovare nel paese dove
è nata e cresciuta. Commentato [254]:

2/05/2018
Bradamante donna e guerriera
Presa dall’ira Bradamante dall’ira uccide Pinobello, ma nello inseguire perde la strada e di
conseguenza perde Ruggero e nel tentare di ritrovarlo Bradamante finisce nel paese in ci è nata e
cresciuta cioè a Moltabano. Commentato [255]:

Canto XXXII
17
Il termine passò d’uno, di dui,
di tre giorni, di sei, d’otto e di venti;
né vedendo il suo sposo, né di lui
sentendo nuova, incominciò lamenti
ch’avrian mosso a pietà nei regni bui
quelle Furie crinite di serpenti;
e fece oltraggio a’ begli occhi divini,
al bianco petto, all’aurei crespi crini.
18
– Dunque fia ver (dicea) che mi convegna
cercare un che mi fugge e mi s’asconde?
Dunque debbo prezzare un che mi sdegna?
Debbo pregar chi mai non mi risponde?
Patirò che chi m’odia, il cor mi tegna?
un che sì stima sue virtù profonde,
che bisogno sarà che dal ciel scenda
immortal dea che ‘l cor d’amor gli accenda. [...]

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26
Sì l’occupa il dolor, che non avanza
loco ove in lei conforto abbia ricetto;
ma, mal grado di quel, vien la speranza
e vi vuole alloggiare in mezzo il petto,
rifrescandole pur la rimembranza
di quel ch’al suo partir l’ha Ruggier detto:
e vuol, contra il parer degli altri affetti,
che d’ora in ora il suo ritorno aspetti.
27
Questa speranza dunque la sostenne,
finito i venti giorni, un mese appresso;
sì che il dolor sì forte non le tenne,
come tenuto avria, l’animo oppresso.
Un dì che per la strada se ne venne,
che per trovar Ruggier solea far spesso,
novella udì la misera, ch’insieme
fe’ dietro all’altro ben fuggir la speme.
28
Venne a incontrare un cavallier guascone
che dal campo african venìa diritto,
ove era stato da quel dì prigione,
che fu inanzi a Parigi il gran conflitto.
Da lei fu molto posto per ragione,
fin che si venne al termine prescritto.
Domandò di Ruggiero, e in lui fermosse;
né fuor di questo segno più si mosse.
29
Il cavallier buon conto ne rendette,
che ben conoscea tutta quella corte:
e narrò di Ruggier, che contrastette
da solo a solo a Mandricardo forte;
e come egli l’uccise, e poi ne stette
ferito più d’un mese presso a morte:
e s’era la sua istoria qui conclusa,
fatto avria di Ruggier la vera escusa.
30
Ma come poi soggiunse, una donzella
esser nel campo, nomata Marfisa,
che men non era che gagliarda, bella,
né meno esperta d’arme in ogni guisa;
che lei Ruggiero amava e Ruggiero ella,
ch’egli da lei, ch’ella da lui divisa

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si vedea raro, e ch’ivi ognuno crede
che s’abbiano tra lor data la fede;
31
e che come Ruggier si faccia sano,
il matrimonio publicar si deve;
e ch’ogni re, ogni principe pagano
gran piacere e letizia ne riceve,
che de l’uno e de l’altro sopraumano
conoscendo il valor, sperano in breve
far una razza d’uomini da guerra
la più gagliarda che mai fosse in terra;
32
credea il Guascon quel che dicea, non senza
cagion; che ne l’esercito de’ Mori
openione e universal credenza,
e publico parlar n’era di fuori.
I molti segni di benivolenza
stati tra lor facean questi romori;
che tosto o buona o ria che la fama esce
fuor d’una bocca, in infinito cresce.
33
L’esser venuta a’ Mori ella in aita
con lui, né senza lui comparir mai,
avea questa credenza stabilita;
ma poi l’avea accresciuta pur assai,
ch’essendosi del campo già partita
portandone Brunel (come io contai),
senza esservi d’alcuno richiamata,
sol per veder Ruggier v’era tornata.
34
Sol per lui visitar, che gravemente
languia ferito, in campo venuta era,
non una sola volta, ma sovente;
vi stava il giorno e si partia la sera:
e molto più da dir dava alla gente,
ch’essendo conosciuta così altiera,
che tutto ‘l mondo a sé le parea vile,
solo a Ruggier fosse benigna e umile;
35
come il Guascon questo affermò per vero,
fu Bradamante da cotanta pena,
da cordoglio assalita così fiero,
che di quivi cader si tenne a pena.

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Voltò, senza far motto, il suo destriero,
di gelosia, d’ira e di rabbia piena;
e da sé discacciata ogni speranza,
ritornò furibonda alla sua stanza. [...]
43
Tu m’hai, Ruggier, lasciata: io te non voglio,
né lasciarti volendo anco potrei;
ma per uscir d’affanno e di cordoglio,
posso e voglio, finire i giorni miei.
Di non morirti in grazia sol mi doglio;
che se concesso m’avessero i dei
ch’io fossi morta quando t’era grata,
morte non fu giamai tanto beata. –
44
Così dicendo, di morir disposta,
salta dal letto, e di rabbia infiammata
si pon la spada alla sinistra costa;
ma si ravvede poi che tutta è armata.
Il miglior spirto in questo le s’accosta,
e nel cor le ragiona: – O donna nata
di tant’alto lignaggio, adunque vuoi
finir con sì gran biasmo i giorni tuoi?
45
Non è meglio ch’al campo tu ne vada,
ove morir si può con laude ognora?
Quivi, s’avvien ch’inanzi a Ruggier cada,
del morir tuo si dorrà forse ancora:
ma s’a morir t’avvien per la sua spada,
chi sarà mai che più contenta muora?
Ragione è ben che di vita ti privi,
poi ch’è cagion ch’in tanta pena vivi.
46
Verrà forse anco che prima che muori
farai vendetta di quella Marfisa
che t’ha con fraudi e disonesti amori,
da te Ruggiero alienando, uccisa. –
Questi pensieri parveno migliori
alla donzella; e tosto una divisa
si fe’ su l’arme, che volea inferire
disperazione e voglia di morire.
47
Era la sopraveste del colore
in che riman la foglia che s’imbianca

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quando del ramo è tolta, o che l’umore
che facea vivo l’arbore le manca.
Ricamata a tronconi era, di fuore,
di cipresso che mai non si rinfranca,
poi ch’ha sentita la dura bipenne;
l’abito al suo dolor molto convenne. [...]
65
Disse il pastore: – Io non so loco alcuno
ch’io vi sappia insegnar, se non lontano
più di quattro o di sei leghe, for ch’uno
che si chiama la rocca di Tristano.
Ma d’alloggiarvi non succede a ognuno;
perché bisogna, con la lancia in mano
che se l’acquisti e che se la difenda
il cavallier che d’alloggiarvi intenda.
66
Se, quando arriva un cavallier, si trova
vota la stanza, il castellan l’accetta;
ma vuol se sopravien poi gente nuova,
ch’uscir fuori alla giostra gli prometta.
Se non vien, non accade che si mova:
se vien, forza è che l’arme si rimetta
e con lui giostri, e chi di lor val meno.
ceda l’albergo ed esca al ciel sereno.[...]
76
Il re di Svezia, che primier si mosse,
fu primier anco a riversciarsi al piano:
con tanta forza l’elmo gli percosse
l’asta che mai non fu abbassata invano.
Poi corse il re di Gotia, e ritrovosse
coi piedi in aria al suo destrier lontano.
Rimase il terzo sottosopra volto,
ne l’acqua e nel pantan mezzo sepolto.
77
Tosto ch’ella ai tre colpi tutti gli ebbe
fatto andar coi piedi alti e i capi bassi,
alla rocca ne va, dove aver debbe
la notte albergo; ma prima che passi,
v’è chi la fa giurar che n’uscirebbe,
sempre ch’a giostrar fuori altri chiamassi.
Il signor de là dentro, che ‘l valore
ben n’ha veduto, le fa grande onore.
78

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Così le fa la donna che venuta
era con quegli tre quivi la sera,
come io dicea, da l’Isola Perduta,
mandata al re di Francia messaggiera.
Cortesemente a lei che la saluta,
sì come graziosa e affabil era,
si leva incontra, e con faccia serena
piglia per mano, e seco al fuoco mena.
79
La donna, cominciando a disarmarsi,
s’avea lo scudo e dipoi l’elmo tratto;
quando una cuffia d’oro, in che celarsi
soleano i capei lunghi e star di piatto,
uscì con l’elmo; onde caderon sparsi
giù per le spalle, e la scopriro a un tratto
e la feron conoscer per donzella,
non men che fiera in arme, in viso bella.
80
Quale al cader de le cortine suole
parer fra mille lampade la scena,
d’archi e di più d’una superba mole,
d’oro e di statue e di pitture piena;
o come suol fuor de la nube il sole
scoprir la faccia limpida e serena:
così, l’elmo levandosi dal viso,
mostrò la donna aprisse il paradiso. […]
95
Fatto l’avea ne la gran sala porre,
di che non era al mondo la più bella;
indi con torchi accesi venne a torre
le belle donne, e le condusse in quella.
Bradamante, all’entrar, con gli occhi scorre,
e similmente fa l’altra donzella;
e tutte piene le superbe mura
veggon di nobilissima pittura.
96
Di sì belle figure è adorno il loco,
che per mirarle oblian la cena quasi,
ancor che ai corpi non bisogni poco,
pel travaglio del dì lassi rimasi,
e lo scalco si doglia e doglia il coco,
che i cibi lascin raffreddar nei vasi.
Pur fu chi disse: – Meglio fia che voi

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pasciate prima il ventre, e gli occhi poi. –
97
S’erano assisi, e porre alle vivande
voleano man, quando il signor s’avide
che l’alloggiar due donne è un error grande:
l’una ha da star, l’altra convien che snide.
Stia la più bella, e la men fuor si mande,
dove la pioggia bagna e ‘l vento stride.
Perché non vi son giunte amendue a un’ora,
l’una ha a partire, e l’altra a far dimora.
98
Chiama duo vecchi, e chiama alcune sue
donne di casa, a tal giudizio buone;
e le donzelle mira, e di lor due
chi la più bella sia, fa paragone.
Finalmente parer di tutti fue
ch’era più bella la figlia d’Amone;
e non men di beltà l’altra vincea,
che di valore i guerrier vinti avea.
99
Alla donna d’Islanda, che non sanza
molta sospizion stava di questo,
il signor disse: – Che serviàn l’usanza,
non v’ha, donna, a parer se non onesto.
A voi convien procacciar d’altra stanza,
quando a noi tutti è chiaro e manifesto
che costei di bellezze e di sembianti,
ancor ch’inculta sia, vi passa inanti. –
100
Come si vede in un momento oscura
nube salir d’umida valle al cielo,
che la faccia che prima era sì pura
cuopre del sol con tenebroso velo;
così la donna alla sentenza dura
che fuor la caccia ove è la pioggia e ‘l gielo,
cangiar si vide, e non parer più quella
che fu pur dianzi sì gioconda e bella.
101
S’impallidisce e tutta cangia in viso,
che tal sentenza udir poco le aggrada.
Ma Bradamante con un saggio aviso,
che per pietà non vuol che se ne vada,
rispose: – A me non par che ben deciso,

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né che ben giusto alcun giudicio cada,
ove prima non s’oda quanto nieghi
la parte o affermi, e sue ragioni alleghi.
102
Io ch’a difender questa causa toglio,
dico: o più bella o men ch’io sia di lei,
non venni come donna qui, né voglio
che sian di donna ora i progressi miei.
Ma chi dirà, se tutta non mi spoglio,
s’io sono o s’io non son quel ch’è costei?
E quel che non si sa non si de’ dire,
e tanto men, quando altri n’ha a patire.
103
Ben son degli altri ancor, c’hanno le chiome
lunghe, com’io, né donne son per questo.
Se come cavallier la stanza, o come
donna acquistata m’abbia, è manifesto:
perché dunque volete darmi nome
di donna, se di maschio è ogni mio gesto?
La legge vostra vuol che ne sian spinte
donne da donne, e non da guerrier vinte.
104
Poniamo ancor, che, come a voi pur pare,
io donna sia (che non però il concedo),
ma che la mia beltà non fosse pare
a quella di costei; non però credo
che mi vorreste la mercé levare
di mia virtù, se ben di viso io cedo.
Perder per men beltà giusto non parmi
quel c’ho acquistato per virtù con l’armi.
105
E quando ancor fosse l’usanza tale,
che chi perde in beltà ne dovesse ire,
io ci vorrei restare, o bene o male
che la mia ostinazion dovesse uscire.
Per questo, che contesa diseguale
è tra me e questa donna, vo’ inferire
che, contendendo di beltà, può assai
perdere, e meco guadagnar non mai.
106
E se guadagni e perdite non sono
in tutto pari, ingiusto è ogni partito:
sì ch’a lei per ragion, sì ancor per dono

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spezial, non sia l’albergo proibito.
E s’alcuno di dir che non sia buono
e dritto il mio giudizio sarà ardito,
sarò per sostenergli a suo piacere,
che ‘l mio sia vero, e falso il suo parere. –
107
La figliuola d’Amon, mossa a pietade
che questa gentil donna debba a torto
esser cacciata ove la pioggia cade,
ove né tetto, ove né pure è un sporto,
al signor de l’albergo persuade
con ragion molte e con parlare accorto,
ma molto più con quel ch’al fin concluse,
che resti cheto e accetti le sue scuse.
108
Qual sotto il più cocente ardore estivo,
quando di ber più desiosa è l’erba,
il fior ch’era vicino a restar privo
di tutto quell’umor ch’in vita il serba,
sente l’amata pioggia e si fa vivo;
così, poi che difesa sì superba
si vide apparecchiar la messaggera,
lieta e bella tornò come prim’era. […]

Bradamante con sete Ruggero da diversi giorni e il narratore ci va a presentare una Bradamante
che soffre per il fatto che non sente Ruggero e perché è chiusa in casa con i genitori. Ci viene
presentata sotto un altro aspetto che è quello della ragazza innamorata che aspetta
fiduciosamente il fidanzato. Commentato [256]:
All’inizio abbiamo un lamento che viene fatto da lei dove l’autore va ad usare un linguaggio
pieno di opposizioni facendo così sorgere i sentimenti di sdegno e di dolore. Commentato [257]:
Ma a confortare il dolore Bradamante ha detto di se la speranza perchè Ruggero è innamorato di
lei e si è anche impegnato e questo fa sì in modo che lei non muoia di dolore nemmeno dopo 50
giorni. Ma dopo un po’ comincerà a perdere anche la speranza dopo la notizia, che le è stata
giunta da un cavaliere (che era stato prigioniero dell’esercito pagano) dove Bradamante chiede di Commentato [258]:
Ruggero, che era stato ferito gravemente dopo aver ucciso Mandricante. Dopo quell’episodio va Commentato [259]:
a soggiungere una donzella, che era come Bradamante e si era innamorata di Ruggero, dove
anche lui si era innamorato di lei mentre erano entrambi nel campo pagano andandosi a
promettere l’uno con l’altro, cosi che potere generare una razza di guerrieri.
Il cavaliere aveva ragione di credere perchè nel campo pagano ne arrivano tutti, quindi dietro
troviamo tanta fama, ma non si sa se sia vera o meno.
La reazione di Bradamante va a tendere verso la follia, che va ad accostarla al furore; la
ritroviamo nella sua stanza e per potersi liberare dal dolore pensa di uccidersi andandosi a
pugnalare sotto al cuore, ma il suo tentativo fallisce per va dell’armatura perchè lei è anche una

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donna guerriera e il suo maggior spirito (negli custode) la guida a prendere la decisione di Commentato [260]:
tornare in battaglia perchè se proprio voleva la morte era meglio morire durante la battaglia visto
che è una morte più degna e meglio ancora sarebbe morire sotto gli occhi di Ruggero o per via
delle sue mani. Commentato [261]:
Così che Bradamante decide di ripartire per la battaglia e prima di morire si vuole vendicare di
Marfisa cosi che decide di abbellirsi con un nuovo simbolo nelle sue armature che vennero
decorate con un verde spento, che andava a rappresentare la perdita della speranza decorata con Commentato [262]:
dei tronchi di cipresso spezzati, quindi andiamo si decora con un emblema del tutto nuovo.
Mentre Bradamante si avvia verso Arle, dove presa dai suoi pensieri smarrisce più volte la strada Commentato [263]:
chiede ad un pastore quale sia la locanda più vicina e il pastore gli indica la “Rocca di Tristano”
che per avere una stanza bisognava superare delle prove: per gli uomini combattere fra di loro e
per le donne si doveva superare una prova di bellezza. Commentato [264]:
Bradamante decide di andarci e quando arriva si ritrova davanti tre re, che vengono battuti da lei
cosi che riesce a conquistarsi la stanza. Commentato [265]:
Quando l’oste si accorge che in realtà Bradamante non era un uomo ma una donna, per via dei
suoi lunghi capelli che, dopo essere stati liberati dalla cuffia e dell’elmo cadano delicatamente Commentato [266]:
lungo la schiena, e se ne accorge mentre iniziava il banchetto e il regolamento prevedeva che ella
locanda non potevano soggiornare due donne (l’altra donna era una principessa irlandese era
riuscita ad onere la stanza con la prova della bellezza) cosi che decide di chiamare le donne di
casa e dei vecchi per dare un giudizio d bellezza. Anche nella prova di bellezza Bradamante
riesce a vincere e l’oste dice all’altra donna che se ne deve andare perchè l’altra era assai più
bella di lei, ma Bradamante decide di intervenire dove va ad usare un linguaggio giuridico dove
spiega all’oste che prima di dare un giudizio affrettato e che bisogna anche ascoltare la
testimonianza della parte in causa andando a specificare che lei non ha ottenuto la stanza con il
diritto di donna, ma con quello di uomo. Va specificare anche all’oste che non deve essere troppo Commentato [267]:
sicuro di se, visto che lei potrebbe non essere a tutti gli effetti una donna, visto che fa cose da
maschio e non da femmina e che secondo la loro legge è un guerriero.
Alla fine del suo discorso Bradamante va ad utilizzare un altro tono dove va ad implicare che se
qualcuno è contrario a lei se ne poteva discutere con un duello, infatti alla fine l’oste decide di
far rimanere l’altra donna. Commentato [268]:

La donna e l’uomo messi a paragone


M.Equicola, De Mulieribus
Tutte le regole della società impongono alle donne di non avere la libertà per scegliere il proprio
futuro. Infatti, vengono chiuse in casa a marcire nell’ozio e devono solamente praticare l’arte
dell’ago e filo e non appendano passano la pubertà vengono passate nelle mani del marito e se la
donna tende a salire di condizione più di lui viene messa a gestire le menzioni di casa

Castiglione, Il libro de cortigiano (III 12-13)


Viene fatto un dibattito sulle donne dove come oratori abbiamo Giuliano (figlio di Lorenzo il
Magnifico) e Castiglioni dove Giuliano v a sostenere che la donna capisce tutto quello che
capisce anche l’uomo, invece Castiglioni va a sostenere che le donne, per natura, sono diverse
dagli uomini e che hanno il compito di procreare e gestire la casa.

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Canto XXXIII
9
Artur, ch’impresa ancor senza consiglio
del profeta Merlin non fece mai,
di Merlin, dico, del demonio figlio,
che del futuro antivedeva assai,
per lui seppe, e saper fece il periglio
a Fieramonte, a che di molti guai
porrà sua gente, s’entra ne la terra
ch’Apenin parte, e il mare e l’Alpe serra.
10
Merlin gli fe’ veder che quasi tutti
gli altri che poi di Francia scettro avranno,
o di ferro gli eserciti distrutti,
o di fame o di peste si vedranno;
e che brevi allegrezze e lunghi lutti,
poco guadagno ed infinito danno
riporteran d’Italia; che non lice
che ‘l Giglio in quel terreno abbia radice.
11
Re Fieramonte gli prestò tal fede,
ch’altrove disegnò volger l’armata;
e Merlin, che così la cosa vede,
ch’abbia a venir, come se già sia stata,
avere a’ prieghi di quel re si crede
la sala per incanto istoriata,
ove dei Franchi ogni futuro gesto,
come già stato sia, fa manifesto.
12
Acciò chi poi succederà, comprenda
che, come ha d’acquistar vittoria e onore,
qualor d’Italia la difesa prenda
incontra ogn’altro barbaro furore;
così, s’avvien ch’a danneggiarla scenda,
per porle il giogo e farsene signore,
comprenda, dico, e rendasi ben certo
ch’oltre a quei monti avrà il sepulcro aperto. – […]
66
E trovò che la donna messaggera,
con damigelle sue, con suoi scudieri
uscita de la rocca, venut’era
là dove l’attendean quei tre guerrieri;
quei che con l’asta d’oro essa la sera

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fatto avea riversar giù dei destrieri,
e che patito avean con gran disagio
la notte l’acqua e il vento e il ciel malvagio.
67
Arroge a tanto mal, ch’a corpo voto
ed essi e i lor cavalli eran rimasi,
battendo i denti e calpestando il loto:
ma quasi lor più incresce, e senza quasi
incresce e preme più, che farà noto
la messaggera, appresso agli altri casi,
alla sua donna, che la prima lancia
gli abbia abbattuti, c’han trovata in Francia. […]

70
che senza più voltarsi mostrò loro
lontan le spalle, e dileguossi tosto.
Quei che, per guadagnar lo scudo d’oro,
di paese venian tanto discosto,
poi che senza parlar ritti si foro,
che ben l’avean con ogni ardir deposto,
stupefatti parean di maraviglia,
né verso Ullania ardian d’alzar le ciglia;
71
che con lei molte volte per camino
dato s’avean troppo orgogliosi vanti:
che non è cavallier né paladino
ch’al minor di lor tre durasse avanti.
La donna, perché ancor più a capo chino
vadano, e più non sian così arroganti,
fa lor saper che fu femina quella,
non paladin, che li levò di sella.[…]
75
E da lo sdegno e da la furia spinti,
l’arme si spoglian, quante n’hanno indosso;
né si lascian la spada onde eran cinti,
e del castel la gittano nel fosso:
e giuran, poi che gli ha una donna vinti,
e fatto sul terren battere il dosso,
che, per purgar sì grave error, staranno
senza mai vestir l’arme intero un anno;
76
e che n’andranno a piè pur tuttavia,

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o sia la strada piana, o scenda e saglia;
né, poi che l’anno anco finito sia,
saran per cavalcare o vestir maglia,
s’altr’arme, altro destrier da lor non fia
guadagnato per forza di battaglia.
Così senz’arme, per punir lor fallo,
essi a piè se n’andar, gli altri a cavallo. […]

Dopo il banchetto Bradamante e l’altra donna osservano gli arazzi che erano nella stanza accanto
dove si vanno a raffigurare le battaglie che erano state combattute sul territorio francese.
La mattina dopo Bradamante appena uscita dalla locanda ritrova i tre re che aveva sconfitto il
giorno precedente e che li risconfigge anche in quella occasione appena sanno che era una donna
lasciano le armi e viaggiano per un anno a piedi perchè si sentono disonorati. Commentato [269]:

03/05/2018

Quando Bradamante parte dalla Rocca di Tristano incontra Fiordibige che ha bisogno di aiuto
per via del suo amante che era stato sconfitto da Rodomonte. Commentato [270]:

Canto XXXV
39
– Per quel ch’io vaglio, giovane amorosa
(rispose Bradamante), io m’offerisco
di far l’impresa dura e perigliosa,
per altre cause ancor, ch’io preterisco;
ma più, che del tuo amante narri cosa
che narrar di pochi uomini avvertisco,
che sia in amor fedel; ch’a fé ti giuro
ch’in ciò pensai ch’ognun fosse pergiuro. –
40
Con un sospir quest’ultime parole
finì, con un sospir ch’uscì dal core;
poi disse: – Andiamo; – e nel seguente sole
giunsero al fiume, al passo pien d’orrore.
Scoperte da la guardia che vi suole
farne segno col corno al suo signore,
il pagan s’arma; e quale è ‘l suo costume,
sul ponte s’apparecchia in ripa al fiume:
41
e come vi compar quella guerriera,
di porla a morte subito minaccia,
quando de l’arme e del destrier su ch’era,
al gran sepolcro oblazion non faccia.

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Bradamante che sa l’istoria vera,
come per lui morta Issabella giaccia,
che Fiordiligi detto le l’avea,
al Saracin superbo rispondea:
42
– Perché vuoi tu, bestial, che gli innocenti
facciano penitenza del tuo fallo?
Del sangue tuo placar costei convienti:
tu l’uccidesti, e tutto ‘l mondo sallo.
Sì che di tutte l’arme e guernimenti
di tanti che gittati hai da cavallo,
oblazione e vittima più accetta
avrà, ch’io te l’uccida in sua vendetta.

43
E di mia man le fia più grato il dono,
quando, come ella fu, son donna anch’io:
né qui venuta ad altro effetto sono,
ch’a vendicarla; e questo sol disio.
Ma far tra noi prima alcun patto è buono,
che ‘l tuo valor si compari col mio.
S’abbattuta sarò, di me farai
quel che degli altri tuoi prigion fatt’hai:
44
ma s’io t’abbatto, come io credo e spero,
guadagnar voglio il tuo cavallo e l’armi,
e quelle offerir sole al cimitero,
e tutte l’altre distaccar da’ marmi;
e voglio che tu lasci ogni guerriero. –
Rispose Rodomonte: – Giusto parmi
che sia come tu di’; ma i prigion darti
già non potrei, ch’io non gli ho in queste parti.
45
Io gli ho al mio regno in Africa mandati:
ma ti prometto, e ti do ben la fede,
che se m’avvien per casi inopinati
che tu stia in sella e ch’io rimanga a piede,
farò che saran tutti liberati
in tanto tempo quanto si richiede
di dare a un messo ch’in fretta si mandi
e far quel che, s’io perdo, mi commandi.
46
Ma s’a te tocca star di sotto, come

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piu si conviene, e certo so che fia,
non vo’ che lasci l’arme, né il tuo nome,
come di vinta, sottoscritto sia:
al tuo bel viso, a’ begli occhi, alle chiome,
che spiran tutti amore e leggiadria,
voglio donar la mia vittoria; e basti
che ti disponga amarmi, ove m’odiasti.
47
Io son di tal valor, son di tal nerbo,
ch’aver non déi d’andar di sotto a sdegno. –
Sorrise alquanto, ma d’un riso acerbo
che fece d’ira, più che d’altro, segno,
la donna, né rispose a quel superbo;
ma tornò in capo al ponticel di legno,
spronò il cavallo, e con la lancia d’oro
venne a trovar quell’orgoglioso Moro.
48
Rodomonte alla giostra s’apparecchia:
viene a gran corso; ed è sì grande il suono
che rende il ponte, ch’intronar l’orecchia
può forse a molti che lontan ne sono.
La lancia d’oro fe’ l’usanza vecchia;
che quel pagan, sì dianzi in giostra buono,
levò di sella, e in aria lo sospese,
indi sul ponte a capo in giù lo stese.
49
Nel trapassar ritrovò a pena loco
ove entrar col destrier quella guerriera;
e fu a gran risco, e ben vi mancò poco,
ch’ella non traboccò ne la riviera:
ma Rabicano, il quale il vento e ‘l fuoco
concetto avean, sì destro ed agil era,
che nel margine estremo trovò strada;
e sarebbe ito anco su ‘n fil di spada.
50
Ella si volta, e contra l’abbattuto
pagan ritorna; e con leggiadro motto:
– Or puoi (disse) veder chi abbia perduto,
e a chi di noi tocchi di star di sotto. –
Di maraviglia il pagan resta muto,
ch’una donna a cader l’abbia condotto;
e far risposta non poté o non volle,
e fu come uom pien di stupore e folle.

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51
Di terra si levò tacito e mesto;
e poi ch’andato fu quattro o sei passi,
lo scudo e l’elmo, e de l’altre arme il resto
tutto si trasse, e gittò contra i sassi;
e solo e a piè fu a dileguarsi presto:
non che commission prima non lassi
a un suo scudier, che vada a far l’effetto
dei prigion suoi, secondo che fu detto.
52
Partissi; e nulla poi più se n’intese,
se non che stava in una grotta scura.
Intanto Bradamante avea sospese
di costui l’arme all’alta sepoltura,
e fattone levar tutto l’arnese,
il qual dei cavallieri, alla scrittura,
conobbe de la corte esser di Carlo;
non levò il resto, e non lasciò levarlo.

Bradamante accetta di aiutare Fiordilige non solo perchè vuole riprendere il cavallo di Ruggero, Commentato [271]:
che era stato rubato da Rodomonte, ma anche per onore. Commentato [272]:
Quando arrivano nei pressi della dimora di Rodomonte, che li vede da una torre vedetta, gli dice Commentato [273]:
che se non vuole morire deve donare il suo cavallo e la sua armatura alla roba di Isabella, che è
Commentato [274]:
morta per colpa di Rodomonte, infatti Bradamante vuole vendicare la sua morte anche perché lei
è donna (si presenta sotto la veste di vendicatore delle donne). Commentato [275]:
Prima dello scontro Bradamante e Rodomonte scendono a patti che consistevano che se vinceva
Rodomonte Bradamante diverrà sua prigioniera viceversa invece Rodomonte doveva liberare
tutti i suoi prigionieri, anche quelli che non erano li nella dimora, e prenderà tutto ciò che suo.
Rodomonte accetta i patti e se riuscirà a sconfiggere Bradamante non vuole che lasci le armi e o
che scriva il suo nome sulla tavola dei sconfitti, ma vuole che la ami, perchè Rodomonte si stava
innamorando. Bradamante lo sconfigge, lasciandolo a testa all’in giù del ponticello e Rodomonte Commentato [276]:
viene ai patti mandando un cavaliere a liberare anche i prigionieri che erano in Africa per poi
andarsene.
60
Voglio ch’a punto tu gli dica questo:
– Un cavallier che di provar si crede,
e fare a tutto ‘l mondo manifesto
che contra lui sei mancator di fede;
acciò ti trovi apparecchiato e presto,
questo destrier, perch’io tel dia, mi diede.
Dice che trovi tua piastra e tua maglia,
e che l’aspetti a far teco battaglia. –

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61
Digli questo, e non altro; e se quel vuole
saper da te ch’io son, di’ che nol sai. –
Quella rispose umana come suole:
– Non sarò stanca in tuo servizio mai,
spender la vita, non che le parole;
che tu ancora per me così fatto hai. –
Grazie le rende Bradamante, e piglia
Frontino, e le lo porge per la briglia. [...]
66
Vien la nuova a Marsilio e ad Agramante,
ch’un cavallier di fuor chiede battaglia.
A caso Serpentin loro era avante,
ed impetrò di vestir piastra e maglia,
e promesse pigliar questo arrogante.
Il popul venne sopra la muraglia;
né fanciullo restò, né restò veglio,
che non fosse a veder chi fêsse meglio.
67
Con ricca sopravesta e bello arnese
Serpentin da la Stella in giostra venne.
Al primo scontro in terra si distese:
il destrier aver parve a fuggir penne.
Dietro gli corse la donna cortese,
e per la briglia al Saracin lo tenne,
e disse: – Monta, e fa che ‘l tuo signore
mi mandi un cavallier di te migliore. – [...]
73
Quei da le mura, che stimar non sanno
chi sia il guerriero in su l’arcion sì saldo,
quei più famosi nominando vanno,
che tremar li fan spesso al maggior caldo.
Che Brandimarte sia, molti detto hanno:
la più parte s’accorda esser Rinaldo:
molti su Orlando avrian fatto disegno;
ma il suo caso sapean di pietà degno.
74
La terza giostra il figlio di Lanfusa
chiedendo, disse: – Non che vincer speri,
ma perché di cader più degna scusa
abbian, cadendo anch’io, questi guerrieri. –
E poi di tutto quel ch’in giostra s’usa
si messe in punto; e di cento destrieri

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che tenea in stalla, d’un tolse l’eletta,
ch’avea il correre acconcio, e di gran fretta.
75
Contra la donna per giostrar si fece;
ma prima salutolla, ed ella lui.
Disse la donna: – Se saper mi lece,
ditemi in cortesia che siate vui. –
Di questo Ferraù le satisfece,
ch’usò di rado di celarsi altrui.
Ella soggiunse: – Voi già non rifiuto,
ma avria più volentieri altri voluto. –
76
– E chi? – Ferraù disse. Ella rispose:
– Ruggiero; – e a pena il poté proferire,
e sparse d’un color come di rose
la bellissima faccia in questo dire.
Soggiunse al detto poi: – Le cui famose
lode a tal prova m’han fatto venire.
Altro non bramo, e d’altro non mi cale,
che di provar come egli in giostra vale. –
77
Semplicemente disse le parole
che forse alcuno ha già prese a malizia.
Rispose Ferraù: – Prima si vuole
provar tra noi chi sa più di milizia.
Se di me avvien quel che di molti suole,
poi verrà ad emendar la mia tristizia
quel gentil cavallier che tu dimostri
aver tanto desio che teco giostri. –
78
Parlando tuttavolta la donzella
teneva la visiera alta dal viso.
Mirando Ferraù la faccia bella,
si sente rimaner mezzo conquiso,
e taciturno dentro a sé favella:
– Questo un angel mi par del paradiso;
e ancor che con la lancia non mi tocchi,
abbattuto son già da’ suoi begli occhi. –
79
Preson del campo; e come agli altri avvenne,
Ferraù se n’uscì di sella netto.
Bradamante il destrier suo gli ritenne,
e disse: – Torna, e serva quel c’hai detto. –

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Ferraù vergognoso se ne venne,
e ritrovò Ruggier ch’era al cospetto
del re Agramante; e gli fece sapere
ch’alla battaglia il cavallier lo chere.
80
Ruggier non conoscendo ancor chi fosse
chi a sfidar lo mandava alla battaglia,
quasi certo di vincere, allegrosse;
e le piastre arrecar fece e la maglia:
né l’aver visto alle gravi percosse,
che gli altri sian caduti, il cor gli smaglia.
Come s’armasse, e come uscisse, e quanto
poi ne seguì, lo serbo all’altro canto.

Bradamante dice a Fiodilige di andare in città con il cavallo di Ruggero e che c’è un cavaliere
che si vuole battere con Ruggero, ma prima di lui si batte con lei Serafino, che viene sconfitto, Commentato [277]:
poi Gradimante, che anche lui viene battuto, e Ferraù, che viene anche lui battuto, ma prima di Commentato [278]:
battersi Ferraù chiede il nome del suo avversario, però Bradamante chiede di Ruggero, cosi che Commentato [279]:
Ferraù gli dice che se verrà battuto gli manderà Ruggero.
Commentato [280]:
Ferraù non sa che il suo avversario è una donna infatti si stava innamorando del suo avversario
Commentato [281]:
perchè pensava che fosse Ricciardetto, che era il fratello di Bradamante, quindi si stava
innamorando di un uomo e non di una donna.
Quando Ferraù viene sconfitto ritorna in città dove dice a Ruggero che c’è un cavaliere che
chiede di lui e quando si ritrova davanti al suo avversario Ruggero non sa di ritrovarsi davanti
Bradamante.

Canto XXXVI
1
Convien ch’ovunque sia, sempre cortese
sia un cor gentil, ch’esser non può altrimente;
che per natura e per abito prese
quel che di mutar poi non è possente.
Convien ch’ovunque sia, sempre palese
un cor villan si mostri similmente.
Natura inchina al male, e viene a farsi
l’abito poi difficile a mutarsi.
2
Di cortesia, di gentilezza esempi
fra gli antiqui guerrier si vider molti,
e pochi fra i moderni; ma degli empi
costumi avvien ch’assai ne vegga e ascolti
in quella guerra, Ippolito, che i tempi
di segni ornaste agli nimici tolti,

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e che traeste lor galee captive
di preda carche alle paterne rive.
3
Tutti gli atti crudeli ed inumani
ch’usasse mai Tartaro o Turco o Moro,
(non già con volontà de’ Veneziani,
che sempre esempio di giustizia foro),
usaron l’empie e scelerate mani
di rei soldati, mercenari loro.
Io non dico or di tanti accesi fuochi
ch’arson le ville e i nostri ameni lochi:
4
ben che fu quella ancor brutta vendetta,
massimamente contra voi, ch’appresso
Cesare essendo, mentre Padua stretta
era d’assedio, ben sapea che spesso
per voi più d’una fiamma fu interdetta,
e spento il fuoco ancor, poi che fu messo,
da villaggi e da templi, come piacque,
all’alta cortesia che con voi nacque.
5
Io non parlo di questo né di tanti
altri lor discortesi e crudeli atti;
ma sol di quel che trar dai sassi i pianti
debbe poter, qual volta se ne tratti:
quel dì, Signor, che la famiglia inanti
vostra mandaste là dove ritratti
dai legni lor con importuni auspici
s’erano in luogo forte gl’inimici.
6
Qual Ettorre ed Enea sin dentro ai flutti,
per abbruciar le navi greche, andaro;
un Ercol vidi e un Alessandro, indutti
da troppo ardir, partirsi a paro a paro,
e spronando i destrier, passarci tutti,
e i nemici turbar fin nel riparo,
e gir sì inanzi, ch’al secondo molto
aspro fu il ritornare, e al primo tolto.
7
Salvossi il Ferruffin, restò il Cantelmo.
Che cor, duca di Sora, che consiglio
fu allora il tuo, che trar vedesti l’elmo
fra mille spade al generoso figlio,

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e menar preso a nave, e sopra un schelmo
troncargli il capo? Ben mi maraviglio
che darti morte lo spettacol solo
non poté, quanto il ferro a tuo figliuolo.
8
Schiavon crudele, onde hai tu il modo appreso
de la milizia? In qual Scizia s’intende
ch’uccider si debba un, poi che gli è preso,
che rende l’arme, e più non si difende?
Dunque uccidesti lui, perché ha difeso
la patria? Il sole a torto oggi risplende,
crudel seculo, poi che pieno sei
di Tiesti, di Tantali e di Atrei.
9
Festi, barbar crudel, del capo scemo
il più ardito garzon che di sua etade
fosse da un polo e l’altro, e da l’estremo
lito degl’Indi a quello ove il sol cade.
Potea in Antropofàgo, in Polifemo
la beltà e gli anni suoi trovar pietade;
ma non in te, più crudo e più fellone
d’ogni Ciclope e d’ogni Lestrigone.
10
Simile esempio non credo che sia
fra gli antiqui guerrier, di quai li studi
tutti fur gentilezza e cortesia;
né dopo la vittoria erano crudi.
Bradamante non sol non era ria
a quei ch’avea, toccando lor gli scudi,
fatto uscir de la sella, ma tenea
loro i cavalli, e rimontar facea.
Il narratore non rientra subito nella storia, ma parla di altro che è più o meno collegato con il
soggetto del racconto, dove va a specificare che se uno ha un cuore gentile è inevitabile che sia
gentile per via della sua educazione e per natura questo comportamento cortese non può che non
essere rafforzato, ma conviene sempre avere un cuore villano (cioè una moralità negativa) e se si Commentato [282]:
mostra sempre e la natura lo inclina al male che poi non può non essere mutabile. Commentato [283]:

Il discorso dei comportamenti dei cavalieri antichi positivi viene messo in contrasto con i
comportamenti negativi dei cavalieri moderni, infatti l’Ariosto va ad attaccare Ippolito quando Commentato [284]:
Ferrara sconfigge Venezia potando l’insegna delle navi veneziane nella chiesa e anche Ippolito,
dentro di se, si portava un codice d’onore perché discendeva da una stirpe di cavalieri antichi
gentili.

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L’Ariosto si ricollega ad un evento che faceva piangere persino i sassi dove Alfonso decise di
mandare avanti il suo esercito, che si stava fortificando, nell’accampamento dell’esercito
avversario e a centro della situazione troviamo due personaggi (che vide l’Ariosto stesso) che
erano Ercole e Alessandro, che andarono avanti a tutti per dare battaglia a Venezia, dove
Alessandro torno indietro, ma Ercole no dove fu fatto prigioniero e decapitato davanti
all’esercito veneziano.
Storia d’Italia Guicciardini (VIII 13)
Va ad insistere molto sulla crudeltà dove anche i guerrieri antichi non erano così bruti e anche
Bradamante aveva con se questo codice di cavalier cortese a Ariosto vuole mostrare modelli di
virtù e positivi.
8/05/2018
Canto XXXVI (seconda parte)
11
Di questa donna valorosa e bella
io vi dissi di sopra, che abbattuto
avea Serpentin quel da la Stella,
Grandonio di Volterra e Ferrauto,
e ciascun d’essi poi rimesso in sella;
e dissi ancor che ‘l terzo era venuto,
da lei mandato a disfidar Ruggiero,
là dove era stimata un cavalliero.
12
Ruggier tenne lo ‘nvito allegramente,
e l’armatura sua fece venire.
Or mentre che s’armava al re presente,
tornaron quei signor di nuovo a dire
chi fosse il cavallier tanto eccellente,
che di lancia sapea sì ben ferire;
e Ferraù, che parlato gli avea,
fu domandato se lo conoscea.
13
Rispose Ferraù: – Tenete certo
che non è alcun di quei ch’avete detto.
A me parea, ch’il vidi a viso aperto,
il fratel di Rinaldo giovinetto:
ma poi ch’io n’ho l’alto valore esperto,
e so che non può tanto Ricciardetto,
penso che sia la sua sorella, molto
(per quel ch’io n’odo) a lui simil di volto.
14
Ella ha ben fama d’esser forte a pare

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del suo Rinaldo e d’ogni paladino;
ma, per quanto io ne veggo oggi, mi pare
che val più del fratel, più del cugino. –
Come Ruggier lei sente ricordare,
del vermiglio color che ‘l matutino
sparge per l’aria, si dipinge in faccia,
e nel cor triema, e non sa che si faccia.

15
A questo annunzio, stimulato e punto
da l’amoroso stral, dentro infiammarse,
e per l’ossa sentì tutto in un punto
correre un giaccio che ‘l timor vi sparse,
timor ch’un nuovo sdegno abbia consunto
quel grande amor che già per lui sì l’arse.
Di ciò confuso non si risolveva,
s’incontra uscirle, o pur restar doveva.
16
Or quivi ritrovandosi Marfisa,
che d’uscire alla giostra avea gran voglia,
ed era armata, perché in altra guisa
è raro, o notte o dì, che tu la coglia;
sentendo che Ruggier s’arma, s’avisa
che di quella vittoria ella si spoglia
se lascia che Ruggiero esca fuor prima:
pensa ire inanzi, e averne il pregio stima.
17
Salta a cavallo, e vien spronando in fretta
ove nel campo la figlia d’Amone
con palpitante cor Ruggiero aspetta,
desiderosa farselo prigione,
e pensa solo ove la lancia metta,
perché del colpo abbia minor lesione.
Marfisa se ne vien fuor de la porta,
e sopra l’elmo una fenice porta;
18
o sia per sua superbia, dinotando
se stessa unica al mondo in esser forte,
o pur sua casta intenzion lodando
di viver sempremai senza consorte.
La figliuola d’Amon la mira; e quando
le fattezze ch’amava non ha scorte,
come si nomi le domanda, ed ode

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esser colei che del suo amor si gode;
19
o per dir meglio, esser colei che crede
che goda del suo amor, colei che tanto
ha in odio e in ira, che morir si vede,
se sopra lei non vendica il suo pianto.
Volta il cavallo, e con gran furia riede,
non per desir di porla in terra, quanto
di passarle con l’asta in mezzo il petto,
e libera restar d’ogni suspetto.
20
Forza è a Marfisa ch’a quel colpo vada
a provar se ‘l terreno è duro o molle;
e cosa tanto insolita le accada,
ch’ella n’è per venir di sdegno folle.
Fu in terra a pena, che trasse la spada,
e vendicar di quel cader si volle.
La figliuola d’Amon non meno altiera
gridò: – Che fai? tu sei mia prigioniera.
21
Se bene uso con gli altri cortesia,
usar teco, Marfisa, non la voglio,
come a colei che d’ogni villania
odo che sei dotata e d’ogni orgoglio. –
Marfisa a quel parlar fremer s’udia
come un vento marino in uno scoglio.
Grida, ma sì per rabbia si confonde,
che non può esprimer fuor quel che risponde.
22
Mena la spada, e più ferir non mira
lei, che ‘l destrier, nel petto e ne la pancia:
ma Bradamante al suo la briglia gira,
e quel da parte subito si lancia;
e tutto a un tempo con isdegno ed ira
la figliuola d’Amon spinge la lancia,
e con quella Marfisa tocca a pena,
che la fa riversar sopra l’arena.
23
A pena ella fu in terra, che rizzosse,
cercando far con la spada mal’opra.
Di nuovo l’asta Bradamante mosse,
e Marfisa di nuovo andò sozzopra.
Ben che possente Bradamante fosse,

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non però sì a Marfisa era di sopra,
che l’avesse ogni colpo riversata;
ma tal virtù ne l’asta era incantata. [...]
26
L’inamorato giovene mirando
stava il successo, e gli tremava il core,
de la sua cara moglie dubitando;
che di Marfisa ben sapea il valore.
Dubitò, dico, nel principio, quando
si mosse l’una e l’altra con furore;
ma visto poi come successe il fatto,
restò maraviglioso e stupefatto:
27
e poi che fin la lite lor non ebbe,
come avean l’altre avute, al primo incontro,
nel cor profundamente gli ne ‘ncrebbe,
dubbioso pur di qualche strano incontro.
De l’una egli e de l’altra il ben vorrebbe;
ch’ama amendue: non che da porre incontro
sien questi amori: è l’un fiamma e furore,
l’altro benivolenza più ch’amore.
28
Partita volentier la pugna avria,
se con suo onor potuto avesse farlo.
Ma quei ch’egli avea seco in compagnia,
perché non vinca la parte di Carlo,
che già lor par che superior ne sia,
saltan nel campo, e vogliono turbarlo.
Da l’altra parte i cavallier cristiani
si fanno inanzi, e son quivi alle mani.
29
Di qua di là gridar si sente all’arme,
come usati eran far quasi ogni giorno.
Monti chi è a piè, chi non è armato s’arme,
alla bandiera ognun faccia ritorno!
dicea con chiaro e bellicoso carme
più d’una tromba che scorrea d’intorno:
e come quelle svegliano i cavalli,
svegliano i fanti i timpani e i taballi.
30
La scaramuccia fiera e sanguinosa,
quanto si possa imaginar, si mesce.
La donna di Dordona valorosa,

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a cui mirabilmente aggrava e incresce
che quel di ch’era tanto disiosa,
di por Marfisa a morte, non riesce;
di qua di là si volge e si raggira,
se Ruggier può veder, per cui sospira.
31
Lo riconosco all’aquila d’argento
c’ha nello scudo azzurro il giovinetto.
Ella con gli occhi e col pensiero intento
si ferma a contemplar le spalle e ‘l petto,
le leggiadre fattezze, e ‘l movimento
pieno di grazia; e poi con gran dispetto,
imaginando ch’altra ne gioisse,
da furore assalita così disse:
32
– Dunque baciar sì belle e dolce labbia
deve altra, se baciar non le poss’io?
Ah non sia vero già ch’altra mai t’abbia;
che d’altra esser non déi, se non sei mio.
Più tosto che morir sola di rabbia,
che meco di mia man mori, disio;
che se ben qui ti perdo, almen l’inferno
poi mi ti renda, e stii meco in eterno.
33
Se tu m’occidi, è ben ragion che deggi
darmi de la vendetta anco conforto;
che voglion tutti gli ordini e le leggi,
che chi dà morte altrui debba esser morto.
Né par ch’anco il tuo danno il mio pareggi;
che tu mori a ragione, io moro a torto.
Farò morir chi brama, ohimè! ch’io muora;
ma tu, crudel, chi t’ama e chi t’adora.
34
Perché non déi tu, mano, essere ardita
d’aprir col ferro al mio nimico il core?
che tante volte a morte m’ha ferita
sotto la pace in sicurtà d’amore,
ed or può consentir tormi la vita,
né pur aver pietà del mio dolore.
Contra questo empio ardisci, animo forte:
vendica mille mie con la sua morte. –
35
Gli sprona contra in questo dir, ma prima:

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– Guardati (grida), perfido Ruggiero:
tu non andrai, s’io posso, de la opima
spoglia del cor d’una donzella altiero. –
Come Ruggiero ode il parlare, estima
che sia la moglie sua, com’era in vero,
la cui voce in memoria sì bene ebbe,
ch’in mille riconoscer la potrebbe.

36
Ben pensa quel che le parole denno
volere inferir più; ch’ella l’accusa
che la convenzion ch’insieme fenno,
non le osservava: onde per farne iscusa,
di volerle parlar le fece cenno:
ma quella già con la visiera chiusa
venìa dal dolor spinta e da la rabbia,
per porlo, e forse ove non era sabbia.
37
Quando Ruggier la vede tanto accesa,
si ristringe ne l’arme e ne la sella:
la lancia arresta; ma la tien sospesa,
piegata in parte ove non nuoccia a quella.
La donna, ch’a ferirlo e a fargli offesa
venìa con mente di pietà rubella,
non poté sofferir, come fu appresso,
di porlo in terra e fargli oltraggio espresso.
38
Così lor lance van d’effetto vote
a quello incontro; e basta ben s’Amore
con l’un giostra e con l’altro, e gli percuote
d’una amorosa lancia in mezzo il core.
Poi che la donna sofferir non puote
di far onta a Ruggier, volge il furore
che l’arde il petto, altrove; e vi fa cose
che saran, fin che giri il ciel, famose.
39
In poco spazio ne gittò per terra
trecento e più con quella lancia d’oro.
Ella sola quel dì vinse la guerra,
messe ella sola in fuga il popul Moro.
Ruggier di qua di là s’aggira ed erra
tanto, che se le accosta e dice: – Io moro,

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s’io non ti parlo: ohimè! che t’ho fatto io,
che mi debbi fuggire? Odi, per Dio! –
40
Come ai meridional tiepidi venti,
che spirano dal mare il fiato caldo,
le nievi si disciolveno e i torrenti,
e il ghiaccio che pur dianzi era sì saldo;
così a quei prieghi, a quei brevi lamenti
il cor de la sorella di Rinaldo
subito ritornò pietoso e molle,
che l’ira, più che marmo, indurar volle.
41
Non vuol dargli, o non puote, altra risposta;
ma da traverso sprona Rabicano,
e quanto può dagli altri si discosta,
ed a Ruggiero accenna con la mano.
Fuor de la moltitudine in reposta
valle si trasse, ov’era un piccol piano
ch’in mezzo avea un boschetto di cipressi
che parean d’una stampa, tutti impressi.
42
In quel boschetto era di bianchi marmi
fatta di nuovo un’alta sepoltura.
Chi dentro giaccia, era con brevi carmi
notato a chi saperlo avesse cura.
Ma quivi giunta Bradamante, parmi
che gia non pose mente alla scrittura.
Ruggier dietro il cavallo affretta e punge
tanto, ch’al bosco e alla donzella giunge.
43
Ma ritorniamo a Marfisa che s’era
in questo mezzo in sul destrier rimessa,
e venìa per trovar quella guerriera
che l’avea al primo scontro in terra messa:
e la vide partir fuor de la schiera,
e partir Ruggier vide e seguir essa;
né si pensò che per amor seguisse,
ma per finir con l’arme ingiurie e risse.
44
Urta il cavallo, e vien dietro alla pesta
tanto, ch’a un tempo con lor quasi arriva.
Quanto sua giunta ad ambi sia molesta,
chi vive amando, il sa, senza ch’io ‘l scriva.

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Ma Bradamante offesa più ne resta,
che colei vede, onde il suo mal deriva.
Chi le può tor che non creda esser vero
che l’amor ve la sproni di Ruggiero?
45
E perfido Ruggier di nuovo chiama.
– Non ti bastava, perfido (disse ella),
che tua perfidia sapessi per fama,
se non mi facevi anco veder quella?
Di cacciarmi da te veggo c’hai brama:
e per sbramar tua voglia iniqua e fella,
io vo’ morir; ma sforzerommi ancora
che muora meco chi è cagion ch’io mora. –
46
Sdegnosa più che vipera, si spicca,
così dicendo, e va contra Marfisa;
ed allo scudo l’asta sì le appicca,
che la fa a dietro riversare in guisa,
che quasi mezzo l’elmo in terra ficca;
né si può dir che sia colta improvisa:
anzi fa incontra ciò che far si puote;
e pure in terra del capo percuote.
47
La figliuola d’Amon, che vuol morire
o dar morte a Marfisa, è in tanta rabbia,
che non ha mente di nuovo a ferire
con l’asta, onde a gittar di nuovo l’abbia;
ma le pensa dal busto dipartire
il capo mezzo fitto ne la sabbia:
getta da sé la lancia d’oro, e prende
la spada, e del destrier subito scende.
48
Ma tarda è la sua giunta; che si trova
Marfisa incontra, e di tanta ira piena
(poi che s’ha vista alla seconda prova
cader sì facilmente su l’arena),
che pregar nulla, e nulla gridar giova
a Ruggier che di questo avea gran pena:
sì l’odio e l’ira le guerriere abbaglia,
che fan da disperate la battaglia.
49
A mezzo spada vengono di botto;
e per la gran superbia che l’ha accese,

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van pur inanzi, e si son già sì sotto,
ch’altro non puon che venire alle prese.
Le spade, il cui bisogno era interrotto,
lascian cadere, e cercan nuove offese.
Priega Ruggiero e supplica amendue,
ma poco frutto han le parole sue.
50
Quando pur vede che ‘l pregar non vale,
di partirle per forza si dispone:
leva di mano ad amendua il pugnale,
ed al piè d’un cipresso li ripone.
Poi che ferro non han più da far male,
con prieghi e con minaccie s’interpone:
ma tutto è invan; che la battaglia fanno
a pugni e a calci, poi ch’altro non hanno.
51
Ruggier non cessa: or l’una or l’altra prende
per le man, per le braccia, e la ritira;
e tanto fa, che di Marfisa accende
contra di sé, quanto si può più, l’ira.
Quella che tutto il mondo vilipende,
alla amicizia di Ruggier non mira.
Poi che da Bradamante si distacca,
corre alla spada, e con Ruggier s’attacca.
52
– Tu fai da discortese e da villano,
Ruggiero, a disturbar la pugna altrui;
ma ti farò pentir con questa mano
che vo’ che basti a vincervi ambedui.
Cerca Ruggier con parlar molto umano
Marfisa mitigar; ma contra lui
la trova in modo disdegnosa e fiera,
ch’un perder tempo ogni parlar seco era.
53
All’ultimo Ruggier la spada trasse,
poi che l’ira anco lui fe’ rubicondo.
Non credo che spettacolo mirasse
Atene o Roma o luogo altro del mondo,
che così a’ riguardanti dilettasse,
come dilettò questo e fu giocondo
alla gelosa Bradamante, quando
questo le pose ogni sospetto in bando.

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54
La sua spada avea tolta ella di terra,
e tratta s’era a riguardar da parte;
e le parea veder che ‘l dio di guerra
fosse Ruggiero alla possanza e all’arte.
Una furia infernal quando si sferra
sembra Marfisa, se quel sembra Marte.
Vero è ch’un pezzo il giovene gagliardo
di non far il potere ebbe riguardo.
55
Sapea ben la virtù de la sua spada;
che tante esperienze n’ha già fatto.
Ove giunge, convien che se ne vada
l’incanto, o nulla giovi, e stia di piatto:
sì che ritien che ‘l colpo suo non cada
di taglio o punta, ma sempre di piatto.
Ebbe a questo Ruggier lunga avvertenza:
ma perdé pure un tratto la pazienza;
56
perché Marfisa una percossa orrenda
gli mena per dividergli la testa.
Leva lo scudo che ‘l capo difenda
Ruggiero, e ‘l colpo in su l’aquila pesta.
Vieta lo ‘ncanto che lo spezzi o fenda;
ma di stordir non però il braccio resta:
e s’avea altr’arme che quelle d’Ettorre,
gli potea il fiero colpo il braccio torre:
57
e saria sceso indi alla testa, dove
disegnò di ferir l’aspra donzella.
Ruggiero il braccio manco a pena muove,
a pena più sostien l’aquila bella.
Per questo ogni pietà da sé rimuove;
par che negli occhi avampi una facella:
e quanto può cacciar, caccia una punta.
Marfisa, mal per te, se n’eri giunta!
58
Io non vi so ben dir come si fosse:
la spada andò a ferire in un cipresso,
e un palmo e più ne l’arbore cacciosse:
in modo era piantato il luogo spesso.
In quel momento il monte e il piano scosse
un gran tremuoto; e si sentì con esso

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da quell’avel ch’in mezzo il bosco siede,
gran voce uscir, ch’ogni mortale eccede.
59
Grida la voce orribile: – Non sia
lite tra voi: gli è ingiusto ed inumano
ch’alla sorella il fratel morte dia,
o la sorella uccida il suo germano.
Tu, mio Ruggiero, e tu, Marfisa mia,
credete al mio parlar che non è vano:
in un medesimo utero d’un seme
foste concetti, e usciste al mondo insieme.
60
Concetti foste da Ruggier secondo:
vi fu Galaciella genitrice,
i cui fratelli avendole dal mondo
cacciato il genitor vostro infelice,
senza guardar ch’avesse in corpo il pondo
di voi, ch’usciste pur di lor radice,
la fer, perché s’avesse ad affogare,
s’un debol legno porre in mezzo al mare.
61
Ma Fortuna che voi, ben che non nati,
avea già eletti a gloriose imprese,
fece che ‘l legno ai liti inabitati
sopra le Sirti a salvamento scese;
ove, poi che nel mondo v’ebbe dati,
l’anima eletta al paradiso ascese.
Come Dio volse e fu vostro destino,
a questo caso io mi trovai vicino.
62
Diedi alla madre sepoltura onesta,
qual potea darsi in sì deserta arena;
e voi teneri avolti ne la vesta
meco portai sul monte di Carena;
e mansueta uscir de la foresta
fecie lasciare i figli una leena,
de le cui poppe dieci mesi e dieci
ambi nutrir con molto studio feci.
63
Un giorno che d’andar per la contrada
e da la stanza allontanar m’occorse,
vi sopravenne a caso una masnada
d’Arabi (e ricordarvene de’ forse),

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che te, Marfisa, tolser ne la strada,
ma non poter Ruggier, che meglio corse.
Restai de la tua perdita dolente,
e di Ruggier guardian più diligente.
64
Ruggier, se ti guardò, mentre che visse,
il tuo maestro Atlante, tu lo sai.
Di te senti’ predir le stelle fisse,
che tra’ cristiani a tradigion morrai;
e perché il male influsso non seguisse,
tenertene lontan m’affaticai:
né ostare al fin potendo alla tua voglia,
infermo caddi, e mi mori’ di doglia.
65
Ma inanzi a morte, qui dove previdi
che con Marfisa aver pugna dovevi,
feci raccor con infernal sussidi
a formar questa tomba i sassi grevi;
ed a Caron dissi con alti gridi:
– Dopo morte non vo’ lo spirto levi
di questo bosco, fin che non ci giugna
Ruggier con la sorella per far pugna. –
66
Così lo spirto mio per le belle ombre
ha molti dì aspettato il venir vostro:
sì che mai gelosia più non t’ingombre,
o Bradamante, ch’ami Ruggier nostro.
Ma tempo è ormai che de la luce io sgombre,
e mi conduca al tenebroso chiostro. –
Qui si tacque; e a Marfisa ed alla figlia
d’Amon lasciò e a Ruggier gran maraviglia.
67
Riconosce Marfisa per sorella
Ruggier con molto gaudio, ed ella lui;
e ad abbracciarsi, senza offender quella
che per Ruggiero ardea, vanno ambidui:
e rammentando de l’età novella
alcune cose: i’ feci, io dissi, io fui;
vengon trovando con più certo effetto,
tutto esser ver quel c’ha lo spirto detto.
68
Ruggiero alla sorella non ascose
quanto avea nel cor fissa Bradamante;

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e narrò con parole affettuose
de le obligazion che le avea tante:
e non cessò, ch’in grand’amor compose
le discordie ch’insieme ebbono avante;
e fe’, per segno di pacificarsi,
ch’umanamente andaro ad abbracciarsi.

69
A domandar poi ritornò Marfisa
chi stato fosse, e di che gente il padre;
e chi l’avesse morto, ed a che guisa,
s’in campo chiuso o fra l’armate squadre;
e chi commesso avea che fosse uccisa
dal mar atroce la misera madre:
che se già l’avea udito da fanciulla,
or ne tenea poca memoria o nulla.
70
Ruggiero incominciò, che da’ Troiani
per la linea d’Ettorre erano scesi;
che poi che Astianatte de le mani
campò d’Ulisse e da li aguati tesi,
avendo un de’ fanciulli coetani
per lui lasciato, uscì di quei paesi;
e dopo un lungo errar per la marina,
venne in Sicilia e dominò Messina.
71
– I descendenti suoi di qua dal Faro
signoreggiar de la Calabria parte;
e dopo più successioni andaro
ad abitar ne la città di Marte.
Più d’uno imperatore e re preclaro
fu di quel sangue in Roma e in altra parte,
cominciando a Costante e a Costantino,
sino a re Carlo figlio de Pipino.
72
Fu Ruggier primo e Gianbaron di questi,
Buovo, Rambaldo, al fin Ruggier secondo,
che fe’, come d’Atlante udir potesti,
di nostra madre l’utero fecondo.
De la progenie nostra i chiari gesti
per l’istorie vedrai celebri al mondo. –
Seguì poi, come venne il re Agolante

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con Almonte e col padre d’Agramante;
73
e come menò seco una donzella
ch’era sua figlia, tanto valorosa,
che molti paladin gittò di sella;
e di Ruggiero al fin venne amorosa,
e per suo amor del padre fu ribella,
e battezzossi, e diventògli sposa.
Narrò come Beltramo traditore
per la cognata arse d’incesto amore;
74
e che la patria e ‘l padre e duo fratelli
tradì, così sperando acquistar lei;
aperse Risa agli nimici, e quelli
fer di lor tutti i portamenti rei;
come Agolante e i figli iniqui e felli
poser Galaciella, che di sei
mesi era grave, in mar senza governo,
quando fu tempestoso al maggior verno.
75
Stava Marfisa con serena fronte
fisa al parlar che ‘l suo german facea:
ed esser scesa da la bella fonte
ch’avea sì chiari rivi, si godea.
Quindi Mongrana e quindi Chiaramonte
le due progenie derivar sapea,
ch’al mondo fu molti e molt’anni e lustri
splendide, e senza par d’uomini illustri.
76
Poi che ‘l fratello al fin le venne a dire
che ‘l padre d’Agramante e l’avo e ‘l zio
Ruggiero a tradigion feron morire,
e posero la moglie a caso rio;
non lo poté più la sorella udire,
che lo ‘nterroppe, e disse: – Fratel mio
(salva tua grazia), avuto hai troppo torto
a non ti vendicar del padre morto.
77
Se in Almonte e in Troian non ti potevi
insanguinar, ch’erano morti inante,
dei figli vendicar tu ti dovevi.
Perché, vivendo tu, vive Agramante?
Questa è una macchia che mai non ti levi

Pagina 147 di 181


dal viso; poi che dopo offese tante
non pur posto non hai questo re a morte,
ma vivi al soldo suo ne la sua corte.
78
Io fo ben voto a Dio (ch’adorar voglio
Cristo Dio vero, ch’adorò mio padre)
che di questa armatura non mi spoglio,
fin che Ruggier non vendico e mia madre.
E vo’ dolermi, e fin ora mi doglio,
di te, se più ti veggo fra le squadre
del re Agramante o d’altro signor Moro,
se non col ferro in man per danno loro. –
79
Oh come a quel parlar leva la faccia
la bella Bradamante, e ne gioisce!
E conforta Ruggier che così faccia
come Marfisa sua ben l’ammonisce;
e venga a Carlo, e conoscer si faccia,
che tanto onora, lauda e riverisce
del suo padre Ruggier la chiara fama,
ch’ancor guerrier senza alcun par lo chiama.
80
Ruggiero accortamente le rispose
che da principio questo far dovea;
ma per non bene aver note le cose,
come ebbe poi, tardato troppo avea.
Ora, essendo Agramante che gli pose
la spada al fianco, farebbe opra rea
dandogli morte, e saria traditore;
che già tolto l’avea per suo signore.
81
Ben, come a Bradamante già promesse,
promettea a lei di tentare ogni via,
tanto ch’occasione, onde potesse
levarsi con suo onor, nascer faria.
E se già fatto non l’avea, non desse
la colpa a lui, m’al re di Tartaria,
dal qual ne la battaglia che seco ebbe,
lasciato fu, come saper si debbe.
82
Ed ella ch’ogni dì gli venìa al letto,
buon testimon, quanto alcun altro, n’era.
Fu sopra questo assai risposto e detto

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da l’una e da l’altra inclita guerriera.
L’ultima conclusion, l’ultimo effetto
è che Ruggier ritorni alla bandiera
del suo signor, fin che cagion gli accada,
che giustamente a Carlo se ne vada.
83
– Lascialo pur andar (dicea Marfisa
a Bradamante), e non aver timore:
fra pochi giorni io farò bene in guisa
che non gli fia Agramante più signore. –
Così dice ella, né però devisa
quanto di voler fare abbia nel core.
Tolta da lor licenza, al fin Ruggiero
per tornare al suo re volgea il destriero;
84
quando un pianto s’udì da le vicine
valli sonar, che li fe’ tutti attenti.
A quella voce fan l’orecchie chine,
che di femina par che si lamenti.
Ma voglio questo canto abbia qui fine,
e di quel che voglio io, siate contenti;
che miglior cose vi prometto dire,
s’all’altro canto mi verrete a udire.

Quando Ferraù viene sconfitto Bradamante chiede di duellare con Ruggero, dove lui accettala
sfida e mentre si veste delle sue armi tutti si chiedono chi fosse in realtà quel cavaliere così tanto
misterioso e affascinate tanto che a Ferraù viene chiesto se lo conosceva, ma lui risponde di no,
però dice che assomiglia molto a Ricciardeto, che però lui non era così forte e così si cominciò
ad ipotizzare che fosse la sorella gemella di Ricciardeto, cioè Bradamante, che in confronto a lui
era molto più forte. A questo pensiero Ruggero prova un leggero sdegno perchè lui non sa se
Bradamante lo ama ancora o meno che lo porta ad esitare ad uscire e a duellare, infatti gli passo
avanti Marfisa, che non vedeva l’ora di combattere. Quando esce infatti Bradamante, pensando Commentato [285]:
di avere davanti Ruggero, posiziona la lancia a mezz’aria in maniera da non ferirlo, ma di poterlo Commentato [286]:
fare suo prigioniero. Quando però si accorge eh il suo avversario non era Ruggero, per via del Commentato [287]:
simbolo della fenice, che aveva sull’elmo, capisce che ha Marfisa come avversaria e tutta carica
Commentato [288]:
si lancia contro Bradamante, la quale riesce ad evitarla e a buttarla giù da cavallo.
Commentato [289]:
Marfisa non è abituata a perdere e a cadere da cavallo e questo evento la fa rendere quasi pazza
cosi che tira fuori la spada per duellare con Bradamante, anche se, secondo il codice dei duelli Commentato [290]:
cavallereschi, chi è a terra è prigioniero del vincitore, ma nonostante questo Marfisa va contro a Commentato [291]:
questa regola e comincia a colpire il cavallo di Bradamante. Commentato [292]:

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Bradamante riesce ad evitare tutti i colpi e la continua a buttare a terra, infatti non va a rispettare Commentato [293]:
con lei il trattamento del buon cavaliere. Nello stesso preciso momento abbiamo Ruggero che
guarda tutta la scena e in un primo momento teme per la sua cara moglie (cioè Bradamante), ma Commentato [294]:
guardando poi lo scontro si rende conto che se la sta cavando molto bene, anzi si stupisce della
sua forza, ma rimane sempre ambizioso perchè lui ama entrambe, ma solo per una prova furore. Commentato [295]:
In un primo momento Ruggero avrebbe voluto dividere le due duellanti, ma non avrebbe potuto
quindi non gli restava che guardare e non solo lui, ma anche gli altri soldati dell’esercito pagano
guardarono lo scontro dove alla fine scende in battaglia insieme a quello cristiano, facendo
diventare cosi una cosa privata di Bradamante una battaglia. Commentato [296]:
Bradamante non entra subito nel vivo della battaglia mettendosi alla ricerca di Ruggero, che lo Commentato [297]:
riconosce grazie al suo scudo azzurro con al centro un’aquila d’argento. La donna inveisce
contro il pagano, dicendogli chiaramente di volerlo uccidere. Ruggiero capisce che la causa di Commentato [298]:
tutto è il suo non avere mantenuto i patti. Vorrebbe parlarle per spiegare le proprie ragioni, ma
Bradamante ha ormai già lanciato al galoppo il suo destriero contro di lui. Commentato [299]:
Il pagano si stringe nell’armatura e tiene la lancia di lato per non ferirla. Lei all’ultimo non riesce
a colpirlo e decide quindi di sfogare la propria ira contro gli altri avversari saraceni. Tale sarà la
sua furia che la nuova sconfitta dell’esercito di Agramante può essere completamente attribuita a
lei. Commentato [300]:
Dopo la battaglia Ruggero riesce ad avvicinarsi a Bradamante dove si dirigono verso un
boschetto di pini dove trovano una tomba, dove Bradamante non fa caso a chi apparteneva, ma
nel frattempo Marfisa, ancora piena di rabbia per la sconfitta ricevuta da Bradamante, decide di Commentato [301]:
seguirla, insieme a Ruggero, perchè pensava che i due andassero a duellare. Quando arriva
Marfisa, sia Ruggero che Bradamante si irritano a vederla, più Bradamante che comincia ad Commentato [302]:
offendere Ruggero che alla sua perfidia non c’erano limiti e che gli fa vedere pure la sua amante
cosi che Bradamante prende la sua lancia e trafigge l’elmo di Marfisa, che la conficca in terra. Commentato [303]:
Marfisa presa dalla rabbia cerca di dire qualcosa e nel frattempo si rialza e Ruggero fa di tutto
per separarle, ma le due donne cominciano a duellare fra di loro prima con la spada, poi, man
mano che le avversarie si avvicinano, con i pugnali ed infine con pugni e calci. Ruggiero tenta Commentato [304]:
con le preghiere di separare le due guerriere senza ottenere ascolto, passa infine alle maniere forti Commentato [305]:
e fa così indirizzare contro di sé l’ira di Marfisa. Bradamante rimane da parte a godersi la scena, Commentato [306]:
tale da rimuovere ogni suo precedente dubbio riguardo alla loro relazione.
Nel duello con la spada Ruggiero cerca di colpire l’avversaria di piatto per non ferirla (la sua
spada incantata era in grado di annullare l’invulnerabilità della corazza della donna). Marfisa gli
infligge un duro colpo che gli fa perdere la sensibilità ad un braccio. L’uomo perde
completamente la pazienza ed affonda un duro colpo di punta che, per fortuna, colpisce solo un
cipresso e fa tramare tutto il bosco.
Una voce proveniente dal sepolcro fa interrompere il duello tra Marfisa e Ruggiero. Si tratta del
mago Atlante, morto per il dolore provocato dal non essere riuscito a proteggere Ruggiero dal
suo destino (le stelle gli avevano predetto che sarebbe stato ucciso a tradimento dai cristiani). Commentato [307]:
Il mago comunica a Ruggiero e Marfisa che sono fratelli gemelli. Almonte e Troiano, padre di re Commentato [308]:
Agramante, avevano ucciso il loro padre Ruggiero II ed abbandonato in mare la loro madre
Galaciella. La fortuna aveva però messo in salvo la donna, che li aveva così dati alla luce ed era
morta subito dopo.

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Atlante aveva dato sepoltura a Galaciella ed aveva allevato i due bambini, facendoli allattare da
una leonessa. Un giorno un gruppo di arabi aveva rapido la bambina, ed a lui era rimasto solo
Ruggiero. Detto questo, lo spirito del mago svanisce per raggiungere il regno degli inferi.
Ruggiero e Marfisa si scoprono fratelli, abbandonano il combattimento e si abbracciano
fraternamente. Ruggiero confessa quindi alla sorella l’amore che prova per Bradamante, le due
donne si abbracciano affettuosamente ed abbandonano così anche loro ogni ostilità. Marfisa
vuole sapere qualcosa di più riguardo alla loro madre ed al loro padre, Ruggiero le racconta la
loro storia.
Astianatte, figlio di Ettore, raggiunse la Sicilia e diede così inizio ad una nuova stirpe Troiana.
Molti re romani furono suoi discendenti, tra i quali re Carlo Magno. Discese da quella stirpe
Troiana anche il loro padre Ruggiero II, che dovette scontrarsi contro re Agolante, giunto alle
porte di Reggio con i figli Almonte, Troiano e Galaciella. Quest’ultima si innamorò di Ruggiero
II, si convertì al cristianesimo e sposò l’amato.
Anche Beltramo, fratello di Ruggiero II, era innamorato della stessa donna ed aprì le porte di
Reggio ai nemici, credendo di poterla così fare sua. Agolante ed il suo esercito fecero però una
strage ed abbandonarono infine in mare Galaciella.
Marfisa rimase in silenzio durante tutto il racconto, godendo per le sue nobili origini. Quando
sente però che suo padre era stato ucciso dal padre di re Agramante, non può fare a meno di
rimproverare il fratello per non averne vendicato la morte; non solo non aveva ucciso re
Agramante ma aveva anche combattuto per lui. Marfisa dichiara la sua cristianità e promette di
uccidere il re pagano. Dice infine di non voler più vedere il fratello in mezzo a cavalieri saraceni
se non con l’intenzione di ucciderli. Commentato [309]:
Bradamante gioisce ed approfitta del vantaggio per convincere definitivamente Ruggiero ad
abbandonare re Agramante ad unirsi al seguito di re Carlo. Il cavaliere non può però fare altro
che promettere di approfittare della prima buona occasione per lasciare l’esercito saraceno, senza
compromettere il proprio onore.
Marfisa convince Bradamante a lasciarlo tornare da Agramante, promettendo di fare quanto le è
possibile per fornire al fratello l’occasione.
Ruggiero sta per ripartire in sella al proprio destriero, quando il suono di un pianto richiama la Commentato [310]:
loro attenzione.
Canto XXXVIII: abbiamo l’episodio delle due eroine che vanno a ribaltare le leggi
dell’universo maschile, rivelandosi cosi sempre le più forti e ritroviamo Ruggero che ancora non Commentato [311]:
è convinto ad convertirsi.

BRADAMANTE: ci viene presentata come una donna guerriera, ma è ance una donna, moglie e
figlia. Quando ci viene presentata come la donna guerriera ci viene presentata armata con una
lancia, che gli viene data in dono dal cugino Astolfo, ed era un’arma magica ci rendeva,
chiunque la impugnasse, invincibile, cioè poteva vincere tutte le battaglie. Commentato [312]:

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EPISODI DOVE BRADAMANTE USA LA LANCIA:
• CANTO VII 17: Melissa recupera la lancia e la da in dono ad Astolfo
• CANTO XXII 90-91-92-93: anche Ruggero ha un’arma magica che è lo scudo di Atlante che
se ne sbarazzerà buttandolo dentro ad un pozzo
• CANTO XXIII 14-15: Astolfo dà la lancia a Bradamante
• CANTO XXXII 47-48;75-76-77: Bradamante non sapeva che la lancia offertasi dal cugino
Astolfo fosse magica, cosi che si va a mettere in discussione l’onore cavalleresco di
Bradamante perché non era leale battersi con armi incantate in battaglia, ma il suo onore viene
messo a riparo per via della sua ignoranza a questo fatto; la potenza della lancia la vediamo
anche nella Rocca di Tristano quando Bradamante si deve battere con i tre re e che vengono
sconfitti da lei.
• CANTO XXXIII 66-67: Bradamante sconfigge nuovamente i tre re con la lancia d’oro
• CANTO XXXV 47-48; 71-72: contro con Rodomonte e i tre sconti sotto le mura di Arlè
• CANTO XXXVI 22-23; 38-39: Scontro con Marfisa e le lodi di Bradamante per la vittoria
contro la battaglia
9/05/2018
Il valore di Bradamante può essere considerato ambiguo per l’uso della lancia magica dove non
era consentito usare armi sleali durante la battaglia. Anche Ruggero possedeva con sé un’arma Commentato [313]:
sleale che era lo scudo di Ettore che lo andò ad utilizzare contro la maga Alcina e contro l’orca, Commentato [314]:
ma quando lo va ad utilizzare contro altri cavalieri si sente disonorato (Canto XXII 90-91-92-93-
94) perché ha vinto con gli inganni e non con l’onore, cosi che decide di buttarlo i un pozzo con
una pietra per far in modo che non risalga a galla. Di questo gesto si viene a sapere facendo
diffondere una forte fama che molti cavalieri cominciarono a mettersi in viaggio per trovare
questo pozzo dove si trovava lo scudo.
Nel momento in cui Ruggero si libera dello scudo nell’epilogo del canto XXIII Bradamante
riceve da Astolfo la lancia d’oro.
XXXVI: la discendenza della famiglia di Bradamante va richiamare la famiglia d’Este mentre la
famiglia di Ruggero e Marfisa ha una discendenza troiana.

La condanna delle armi da fuoco


L’atto di Ruggero si va a rispecchiare in un altro gesto compiuto da Orlando quando va a
ritrovarsi fra le mani un’arma molto sleale: cioè un’arma da fuoco.
Canto IX (88-89-90)
88
E dice ch’egli vuol ch’un suo germano,
ch’era minor d’età, l’abbia per moglie.
Quindi si parte il senator romano
il dì medesmo che Bireno scioglie.
Non volse porre ad altra cosa mano,
fra tante e tante guadagnate spoglie,
se non a quel tormento ch’abbiàn detto

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ch’al fulmine assimiglia in ogni effetto.
89
L’intenzion non già, perché lo tolle,
fu per voglia d’usarlo in sua difesa;
che sempre atto stimò d’animo molle
gir con vantaggio in qualsivoglia impresa:
ma per gittarlo in parte, onde non volle
che mai potesse ad uomo più fare offesa:
e la polve e le palle e tutto il resto
seco portò, ch’apparteneva a questo.
90
E così, poi che fuor de la marea
nel più profondo mar si vide uscito,
sì che segno lontan non si vedea
del destro più né del sinistro lito;
lo tolse, e disse: – Acciò più non istea
mai cavallier per te d’esser ardito,
né quanto il buono val, mai più si vanti
il rio per te valer, qui giù rimanti.

Cinasco era un tiranno dei Paesi Bassi si andò a scontrare con Orlando dove riesce a vincere e a
conquistare i territori, che il tiranno aveva conquistato con “arco pulcio”, che era uno strumento
del diavolo quindi fatto all’inferno.
Dopo che Orlando aveva vinto lo scontro si ritrova in suo possesso dove decide di buttarla nelle
profondità marine cosi che nessuno cavaliere può averla e nessun cattivo possa vantarsi ad essere
buono. Commentato [315]:
L’uso delle artiglierie, all’inizio del 500, viene accolta questa novità, ma allo stesso tempo si va a
spazzare via una grande tradizione dove va a cambiare la guerra e le conseguenze che essa causa
alla popolazione.
Le condanne di Ariosto e di Orlando sulle armi da fuoco
CANTO XI 21-22-23-24-25-26-27-28
Siamo né momento in cui Ruggero insegue la falsa Bradamante nel castello di Atlante e Ariosto
ritorna sulle geste di Orlando dove ci dice che l’arma che Orlando aveva buttato nelle profondità
marine, era stata ritrovata da un negromante ove gli alananti (cioè i tedeschi) la cominciarono ad Commentato [316]:
utilizzare, a riprodurre, attuando anche delle modifiche, e a diffonderla per tutto il paese.
Si va a fare una condanna contro queste armi perchè con il loro uso si va a svalorizzare l’onore,
le virtù e il coraggio. Commentato [317]:
Ariosto presa molta attenzione nell’uso della terminologia dove ci da prova che queste armi le
conosce bene vito che andavano a causare problemi anche ai suoi tempi. La condanna è esplicita
e radicale dove tutti quelli che le progettano e e le utilizzano dovrebbero andare all’inferno, però

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cn questa condanna Ariosto va ad attaccare la famiglia d’Este (Canto III-55/56). Dove si va ad
esaltare una vittoria che era stata conseguita con le artiglierie e con non era da vantare, quindi si
va a parlare di lodi ambigue.
CANTO XXV 13 14
Episodio dello scudo di Ruggero dove si va ad avvertire un grande terremoto che venne
provocato da un’arma d’artiglieria, cioè da un cannone.

Bradamante, donna e guerriera: l’arte dell’encomio ambiguo


Per molti interpreti Ariosto si sa preso beffa di Bradamante per via della lancia d’oro e nelle
prime edizioni del Furioso Bradamante prende apposta la lancia d’oro per far prigioniero
Ruggero, quindi sa la sua funzione e sana e che è magica:
CANTO XXXIII 47-48: siamo nel momento in cui Bradamante riparte da Moltabano armandosi
della lancia d’oro, con la quale compirà varie imprese.
CANTO II 30-31-32-33: quando c viene presentata Bradamante ci viene detto che prima di
entrare i possessori di quella lancia, era valorosa e fortissima.
CANTO I 62-63: Bradamante disarciona Sacripante
CANTO XXXVI: Quando Ferraù si batte co Bradamante e comincia ad ipotizzare che sia il
fratello gemello di lei, ma lui non era così forte come la sorella.
CANTO XXXVI: 47-48 (canto che va ad attaccare gli Este): Sappiamo che Bradamante rimarrà
vedova di Ruggero dove sia ritroverà reggente della Bulgaria, quindi ci viene mostrato un
personaggio femminile forte e in grado di governare e comandare un regno. Quindi ci viene
dimostrato che le cose che fanno gli uomini lo possono fare anche le donne.
CANTO XXXVI 17-18; 47-48: siamo nel momento in cui Bradamante aspetta Ruggero, dove
pensa di colpirono per non fargli del male e da qui si capisce che Bradamante sa del potere della
lancia e anche quando si va a scontrare c arrisa non viene nascosto questo dettaglio.
CANTO XLV 65-66: episodio dove abbiamo il duello fra Ruggero e Bradamante dove Ruggero
è in incognito, dove non prende la lancia ma non per il fatto eh Bradamante usi la lancia d’oro di
Argolia e non ha nemmeno paura di essa, ma perché sia Astolfo che Bradamante l’hanno sempre
utilizzata senza sapere il loro vero potere.
CANTO XIII 59-60: Bradamante può essere designata come capostipite della famiglia D’Este,
credendola discendente di Isabella d’Este.
J.l.Vives: DE ISTITUTIONE DELLA FEMMINA CRISTIANA VERGINE MARITATA
O VEDOVA
Va a identificare le letture che erano adatte alle donne dove risultavano i racconti d’armi e
d’amori, come il Furioso. Secondo l’autore la femmina ideale sarebbe stata quella che non
sapeva leggere, che non aveva né occhi né orecchie e che doveva stare buona agli ordini del
marito, i quali dovevano controllare le letture che le loro donne facevano.

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10/05/2018
Ne canto XXXII vengono aggiunti degli eventi dove vedono come protagonista Bradamante c’è
per andarla a scagionare dalla presa in giro da parte dell’Ariosto. Infatti, nella seconda parte del
poeta Bradamante va a rispecchiare la donna ideale femminile, proprio come Isabella d’Este.
Contesto dove vengono inserite le donne nel corso del ‘500
Poco dopo l’uscita del Furioso si comincia a chiedere se il romanzo potesse essere all’altezza di
altri grandi opere letterarie oppure essere considerato un semplice romanzo di campagna.
Ci sono giunti dei trattati dove vanno a trattare i pro e i contro del Furioso, in special modo
quello di PIGNA, I ROMANZI, dove va a spiegare l’argomento della donna dicendo che anche
essa ha coraggio, ma va anche a dire che le donne sono fredde e paurose a confronto degli
uomini che sono calorosi. Non tutte le donne nei romanzi vengono rappresentare allo stesso
modo, ma vengono fatti anche casi eccezionali, come Bradamante e Marfisa, ma nel caso
dell’Ariosto abbiamo una tradizione dove si va a narrare che le donne erano così.
Filippo Sassetti: discorso contro l’Ariosto
Nessun uomo può stare con una donna senza avere un rapporto sessuale
T.Tasso: Apologia in fede della Gerusalemme Liberata
In una coppia serve che il maschio corteggi la donna e le donne per essere corteggiate devono
essere belle e l’uomo deve essere forte.
Questo non viene ritrovato in Ruggero e Bradamante dove i ruoli vengono invertiti perché è lei
che va alla ricerca del suo uomo.
Dopo che Astolfo è tornato dalla Luna, va alla ricerca di Orlando dove lo ritroviamo a Liserta
dove viene legato e gli viene fatto inalare il senno che aveva perduto.
La guerra si va a risolvere con un triplice duello dove si battano Agramante, Gradasso e Sorprino
che si vanno a battere con Orlando, Brandimarte e Oliviero. Dopo di che sopraggiungono Commentato [318]:
Rodomonte e Ruggero, dove Rodomonte va ad accusare Ruggero di essere un traditore anche se
la guerra era già finita. I due cominciano a duellare durante il banchetto di Bradamante e di
Ruggero, dove quest’ultimo vincerà.
Marfisa e Bradamante ritornano a Parigi mentre Ruggero è ancora in giro per il mondo dove s va
a ritrovare in mezzo ad una tempesta, mentre si dirigeva dal suo re, dove chiede al dio cristiano
di essere salvato accendo cosi la conversione. Approda in un’isola dove trova un eremita che lo
battezza. Commentato [319]:

Canto XLIV
35
Rinaldo un giorno al padre fe’ sapere
che la sorella a Ruggier dar volea;
ch’in presenza d’Orlando per mogliere,

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e d’Olivier, promessa glie l’avea;
li quali erano seco d’un parere,
che parentado far non si potea
per nobiltà di sangue e per valore,
che fosse a questo par, non che migliore.
36
Ode Amone il figliuol con qualche sdegno,
che, senza conferirlo seco, gli osa
la figlia maritar, ch’esso ha disegno
che del figliuol di Costantin sia sposa,
non di Ruggier, il qual non ch’abbi regno,
ma non può al mondo dir: questa è mia cosa;
né sa che nobiltà poco si prezza,
e men virtù, se non v’è ancor ricchezza.
37
Ma più d’Amon la moglie Beatrice
biasma il figliuolo e chiamalo arrogante;
e in segreto e in palese contradice
che di Ruggier sia moglie Bradamante:
a tutta sua possanza imperatrice
ha disegnato farla di Levante.
Sta Rinaldo ostinato che non vuole
che manchi un iota de le sue parole.
38
La madre, ch’aver crede alle sue voglie
la magnanima figlia, la conforta
che dica che, più tosto ch’esser moglie
d’un pover cavallier, vuole esser morta;
né mai più per figliuola la raccoglie,
se questa ingiuria dal fratel sopporta:
nieghi pur con audacia, e tenga saldo;
che per sforzar non la sarà Rinaldo.
39
Sta Bradamante tacita, né al detto
de la madre s’arrisca a contradire;
che l’ha in tal riverenza e in tal rispetto,
che non potria pensar non l’ubbidire.
Da l’altra parte terria gran difetto,
se quel che non vuol far, volesse dire.
Non vuol, perché non può; che ‘l poco e ‘l molto
poter di sé disporre Amor le ha tolto.
40
Né negar, né mostrarsene contenta

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s’ardisce; e sol sospira, e non risponde:
poi quando è in luogo ch’altri non la senta,
versan lacrime gli occhi a guisa d’onde;
e parte del dolor che la tormenta,
sentir fa al petto ed alle chiome bionde,
che l’un percuote, e l’altro straccia e frange;
e così parla, e così seco piange:
41
– Ahimè ! vorrò quel che non vuol chi deve
poter del voler mio più che poss’io?
Il voler di mia madre avrò in sì lieve
stima, ch’io lo posponga al voler mio?
Deh! qual peccato puote esser sì grieve
a una donzella, qual biasmo sì rio,
come questo sarà, se, non volendo
chi sempre ho da ubbidir, marito prendo?
42
Avrà, misera me! dunque possanza
la materna pietà, ch’io t’abandoni,
o mio Ruggiero, e ch’a nuova speranza,
a desir nuovo, a nuovo amor mi doni?
O pur la riverenza e l’osservanza
ch’ai buoni padri denno i figli buoni,
porrò da parte, e solo avrò rispetto
al mio bene, al mio gaudio, al mio diletto?
43
So quanto, ahi lassa! debbo far, so quanto
di buona figlia al debito conviensi;
io ‘l so: ma che mi val, se non può tanto
la ragion, che non possino più i sensi?
s’Amor la caccia e la far star da canto,
né lassa ch’io disponga, né ch’io pensi
di me dispor, se non quanto a lui piaccia,
e sol, quanto egli detti, io dica e faccia?
44
Figlia d’Amone e di Beatrice sono,
e son, misera me! serva d’Amore.
Dai genitori miei trovar perdono
spero e pietà, s’io caderò in errore:
ma s’io offenderò Amor, chi sarà buono
a schivarmi con prieghi il suo furore,
che sol voglia una di mie scuse udire,
e non mi faccia subito morire?

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45
Ohimè! con lunga ed ostinata prova
ho cercato Ruggier trarre alla fede;
ed hollo tratto al fin: ma che mi giova,
se ‘l mio ben fare in util d’altri cede?
Così, ma non per sé, l’ape rinuova
il mele ogni anno, e mai non lo possiede.
Ma vo’ prima morir, che mai sia vero,
ch’io pigli altro marito, che Ruggiero.
46
S’io non sarò al mio padre ubbidiente,
né alla mia madre, io sarò al mio fratello,
che molto e molto è più di lor prudente,
né gli ha la troppa età tolto il cervello.
E a questo che Rinaldo vuol, consente
Orlando ancora; e per me ho questo e quello:
li quali duo più onora il mondo e teme,
che l’altra nostra gente tutta insieme.
47
Se questi il fior, se questi ognuno stima
la gloria e lo splendor di Chiaramonte;
se sopra gli altri ognun gli alza e sublima
più che non è del piede alta la fronte;
perché debbo voler che di me prima
Amon disponga, che Rinaldo e ‘l conte?
Voler nol debbo, tanto men, che messa
in dubbio al Greco, e a Ruggier fui promessa. –
48
Se la donna s’affligge e si tormenta,
né di Ruggier la mente è più quieta;
ch’ancor che di ciò nuova non si senta
per la città, pur non è a lui segreta.
Seco di sua fortuna si lamenta,
la qual fruir tanto suo ben gli vieta,
poi che ricchezze non gli ha date e regni,
di che è stata sì larga a mille indegni.
49
Di tutti gli altri beni, o che concede
Natura al mondo, o proprio studio acquista,
aver tanta e tal parte egli si vede,
qual e quanta altri aver mai s’abbia vista;
ch’a sua bellezza ogni bellezza cede,
ch’a sua possanza è raro chi resista:

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di magnanimità, di splendor regio
a nessun, più ch’a lui, si debbe il pregio.
50
Ma il volgo, nel cui arbitrio son gli onori,
che, come pare a lui, li leva e dona
(né dal nome del volgo voglio fuori,
eccetto l’uom prudente, trar persona;
che né papi né re né imperatori
non ne tra’ scettro, mitra né corona;
ma la prudenza, ma il giudizio buono,
grazie che dal ciel date a pochi sono);
51
questo volgo (per dir quel ch’io vo’ dire)
ch’altro non riverisce che ricchezza,
né vede cosa al mondo, che più ammire,
e senza, nulla cura e nulla apprezza,
sia quanto voglia la beltà, l’ardire,
la possanza del corpo, la destrezza,
la virtù, il senno, la bontà; e più in questo
di ch’ora vi ragiono, che nel resto. [...]
67
Suggiunse a queste altre parole molte,
piene d’amor, di fede e di conforto,
da ritornarlo in vita mille volte,
se stato mille volte fosse morto.
Ma quando più de la tempesta tolte
queste speranze esser credeano in porto,
da un nuovo turbo impetuoso e scuro
rispinte in mar, lungi dal lito, furo:
68
però che Bradamante, ch’eseguire
vorria molto più ancor, che non ha detto,
rivocando nel cor l’usato ardire,
e lasciando ir da parte ogni rispetto,
s’appresenta un dì a Carlo, e dice: – Sire,
s’a vostra Maestade alcuno effetto
io feci mai, che le paresse buono,
contenta sia di non negarmi un dono.
69
E prima che più espresso io le lo chieggia,
su la real sua fede mi prometta
farmene grazia; e vorrò poi, che veggia
che sarà iusta la domanda e retta. –

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– Merta la tua virtù che dar ti deggia
ciò che domandi, o giovane diletta
(rispose Carlo); e giuro, se ben parte
chiedi del regno mio, di contentarte. –
70
– Il don ch’io bramo da l’Altezza vostra,
è che non lasci mai marito darme
(disse la damigella), se non mostra
che più di me sia valoroso in arme.
Con qualunche mi vuol, prima o con giostra
o con la spada in mano ho da provarme.
Il primo che mi vinca, mi guadagni:
chi vinto sia, con altra s’accompagni. –
71
Disse l’imperator con viso lieto,
che la domanda era di lei ben degna;
e che stesse con l’animo quieto,
che farà a punto quanto ella disegna.
Non è questo parlar fatto in segreto
sì, ch’a notizia altrui tosto non vegna;
e quel giorno medesimo alla vecchia
Beatrice e al vecchio Amon corre all’orecchia.
72
Li quali parimente arser di grande
sdegno contro alla figlia, e di grand’ira;
che vider ben con queste sue domande,
ch’ella a Ruggier più ch’a Leone aspira:
e presti per vietar che non si mande
questo ad effetto, a ch’ella intende e mira,
la levaro con fraude de la corte,
e la menaron seco a Roccaforte.
73
Quest’era una fortezza ch’ad Amone
donato Carlo avea pochi dì inante,
tra Pirpignano assisa e Carcassone,
in loco a ripa il mar, molto importante.
Quivi la ritenean come in prigione
con pensier di mandarla un dì in Levante;
sì ch’ogni modo, voglia ella o non voglia,
lasci Ruggier da parte, e Leon toglia.
74
La valorosa donna, che non meno
era modesta, ch’animosa e forte;

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ancor che posto guardia non l’avieno,
e potea entrare e uscir fuor de le porte;
pur stava ubbidiente sotto il freno
del padre: ma patir prigione e morte,
ogni martìre e crudeltà più tosto
che mai lasciar Ruggier, s’avea proposto.

Quando Bradamante arriva a Parigi non sa a che punto sta la conversione di Ruggero, cosi il
fratello di Bradamante, Rinaldo, la va a rimettere in sposa a Ruggero. Commentato [320]:
Quando Rinaldo comunica al padre e alla madre della sua decisione viene subito respinto perchè
Bradamante era stata promessa in sposa a Leone, che era il figlio dell’imperatore, e che Ruggero Commentato [321]:
non gli poteva offrire nulla alla figlia.
Rinaldo per non essere disonorato si contra con i genitori va ad aprire un conflitto all’interno
della famiglia dove non viene interpellata Bradamante, perchè il destino della figlia veniva
deciso dai genitori. Commentato [322]:
La madre di Bradamante, Beatrice, era convinta ce anche Bradamante non voleva sposare Commentato [323]:
Ruggero e cerca di incoraggiarla ad opporsi a questa decisione e di contrarsi contro il volere dei
maschi di famiglia. Però non sa che Bradamante condivide e sta decisone, infatti non dice nulla Commentato [324]:
mentre la madre la esorta ad andare contro a questa decisione, fino a quando non la ritroviamo in
camera che piange e da qui ci viene mostrata una Bradamante che si lamenta dicendo che non
può volere quello che vuole la madre, quindi non la può contraddire, ma non può nemmeno
smettere di amare Ruggero (contrasto fra volere e dovere) e preferisce morire piuttosto che non
sposarsi con Ruggero. Commentato [325]:
Va prendere in considerazione l’idea di mettersi contro il volere dei genitori e di schierarsi con il
fratello. Anche Ruggero, appena apprende la notizia che la sua amata è stata promessa in sposa a
Leone, si lamenta che la sua fortuna non l’assista e che ha assistito invece molte persone che non
se la meritano. Commentato [326]:

Il valgo decide dove stanno gli onori e lui mette nel volgo tutti gli uomini che non sanno guidare
quindi anche i ricchi stupidi che guardano solo alle proprie ricchezze, però la virtù può essere
premiata anche a coloro che non sono nobili di nascita..
Bradamante si ritrova ad un tratto a non agire perchè da un lato radierebbe i genitori e dall’altro
Ruggero, ma alla fine reagisce andando a parlare con l’imperatore stesso, cioè con Carlo Magno.
Davanti al colpetto di Carlo Magno Bradamante fa la premessa che l’imperatore gli consenta di
donargli il dono che gli chiederà, infatti Carlo magno accetta per onore delle sue virtù.
Bradamante, che prende le vesti damigella gli chiede che chi la vuole sposare i pretendenti
devono duellare fra di loro e chi vincerà avrà l’onore di concedergli la mano.
Carlo Magno accetta e quando la notizia si comincio a diffondere i genitori di Bradamante la
rinchiudono in una rocca forte e vediamo una Bradamante che sta sotto il volere di suo padre. Commentato [327]:

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Canto XLV
22
Negli utri, dico, il vento diè lor chiuso,
ch’uscir di mezzodì suol con tal rabbia,
che muove a guisa d’onde, e leva in suso,
e ruota fin in ciel l’arrida sabbia;
acciò se lo portassero a lor uso,
che per camino a far danno non abbia;
e che poi, giunti ne la lor regione,
avessero a lassar fuor di prigione.
23
Scrive Turpino, come furo ai passi
de l’alto Atlante, che i cavalli loro
tutti in un tempo diventaron sassi;
sì che, come venir, se ne tornoro.
Ma tempo è omai ch’Astolfo in Francia passi;
e così, poi che del paese moro
ebbe provisto ai luoghi principali,
all’ippogrifo suo fe’ spiegar l’ali.
24
Volò in Sardigna in un batter di penne,
e di Sardigna andò nel lito corso;
e quindi sopra il mar la strada tenne,
torcendo alquanto a man sinistra il morso.
Ne le maremme all’ultimo ritenne
de la ricca Provenza il leggier corso;
dove seguì de l’ippogrifo quanto
gli disse già l’evangelista santo.
25
Hagli commesso il santo evangelista,
che più, giunto in Provenza, non lo sproni;
e ch’all’impeto fier più non resista
con sella e fren, ma libertà gli doni.
Già avea il più basso ciel che sempre acquista
del perder nostro, al corno tolti i suoni;
che muto era restato, non che roco,
tosto ch’entrò ‘l guerrier nel divin loco.
Carlo Magno fa emanare il richiamo dove dichiara che per ottenere la mano di Bradamante gli
avversari devono tenerle testa per un girono. Commentato [328]:
Ruggero è partito per l’oriente perchè vuole uccidere Leone, ma durante il percorso si ritrova in
metto ad uno scontro fra greci e bulgari, dove riesce a sconfiggere tutti i nemici e viene
proclamato re di Bulgaria e in quel momento c’era anche Leone, che diventa amico di Ruggero e
che gli deve anche la vita e Leone chiede a Ruggero se può prendere il suo posto per andare a

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combattere contro Bradamante e accetta. Dopo di che ritroviamo Ruggero in un bosco a morire
di fame e viene ritrovato dalla maga Melissa che gli da mangiare e gli dice che Leone, saputa la
notizia che lui voleva sposare Ruggero, che le lascia Bradamante dove infatti alla fine si sposano.
15/05/2018

Niccolò Machiavelli e il Principe


Parallelismi con Bradamante
Abbiamo la testimonianza che Niccolò Machiavelli e Ludovico Ariosto si conoscevano, ma non
abbiamo nessuna ipotesi che i due si fossero influenzati a vicenda perché entrambi vanno a
trattare in modo analogo determinati temi.
Capitolo XXV Principe
Machiavelli va ad usare una prosa molto semplice, basandosi sul fiorentino del primo ‘500, dove
non va ad inserire i giri di parole, ma arriva direttamente al pubblico.
Gli uomini si avvicinano ai fini dei loro obbiettivi, che sono grazia e ricchezza, ma ogni uomo li
raggiunge in modi differenti, che possono funzionare alla stessa maniera. Non c’è una regola
generale, ma si può ottenere il proprio fine o meno il proprio fine seguendo la regola di
analizzare la situazione, perché se le circostanze cambiando quel metodo adottato può non
funzionare. Macchiavelli si sofferma anche sul fatto che se uno ha sempre ottenuto il successo
con un determinato metodo è difficile fargli cambiare stile.
Con questa introduzione si va ad inquadrare meglio il personaggio di Bradamante, dove secondo
le circostanze va a adottare diversi metodi di comportamento, che va ad inquadrare questo
personaggio anche come figura politica ideale.
Canto III
76
Conosce ella Brunel come lo vede,
di cui la forma avea sculpita in mente:
onde ne viene, ove ne va, gli chiede;
quel le risponde, e d’ogni cosa mente.
La donna, già prevista, non gli cede
in dir menzogne, e simula ugualmente
e patria e stirpe e setta e nome e sesso;
e gli volta alle man pur gli occhi spesso.
In questi episodio vediamo Brunello, che ogni cosa che diceva era menzogna, che viene truffato
da Bradamante attraverso la menzogna, quindi si va ad inquadrare il personaggio di Bradamante
come un personaggio bugiardo ma anche furbo.

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Canto IV
1
Quantunque il simular sia le più volte
ripreso, e dia di mala mente indici,
si trova pur in molte cose e molte
aver fatti evidenti benefici,
e danni e biasmi e morti aver già tolte;
che non conversiam sempre con gli amici
in questa assai più oscura che serena
vita mortal, tutta d’invidia piena.
All’attacco del canto successivo Ariosto va a giustificare questo comportamento dicendo che in
determinate occasioni le menzogne possono diventare un’arma per andare a far del bene e lo
stesso andrà a dire Machiavelli nel capitolo XV del Principe.
In questa occasione si va a trattare degli amici e che comportamenti devono essere presi con essi
e con i sudditi andando a specificare che voleva scrivere un trattato che potesse essere utile nel
campo della politica e che poi viene utilizzato dal principe in carica. Machiavelli nello scrivere
questo trattato non si basava su fatti inventati, come facevano altri scrittori dell’epoca, ma sulle
esperienze vissute e sulla verità dei fatti dove se un politico segue un mondo ideale è pur certo
che andrà verso il fallimento, seguendo anche la strada della bontà. Essere sempre buoni porta di
sicuro al fallimento, quindi in determinate occasioni bisogna essere anche cattivi.
I personaggi del Principe si trova sempre sotto gli occhi di tutti e ogni persona va ad applicargli
delle qualità buone e altre cattive, che possono essere considerati vizzi o virtù.
L’ideale migliore sarebbe quello che non ha vizzi, ma il principe si deve guardare dai vizzi più
gravi che potrebbero toglierli il potere però si possono utilizzare in particolari situazioni che
permettono di portare al successo.
Capitolo XVIII
Per tutti sarebbe cosa migliore essere fedeli alla parola data, ma per esperienza si vede che molti
principi non rimangano fedeli alla loro parola, però sono riusciti a fare cose grandi andando ad
aggirare la mente degli uomini e superando tutti coloro che hanno tenuto fedele alla parola data
usando la forza con la legge.
Da questo estratto ci si va a ricollegare all’episodio di della Rocca di Tristano dove Bradamante
si conquista il diritto della stanza sia con la legge degli uomini e sia con quello delle donne, però
nel principe bisogna essere in grado di usare la “Bestia” e il “guerriero”, dove non si possono
usare solo questi o le “leggi/ragione”, ma entrambi dove la “forza” viene accostata all’immagine
della volpe (che rappresenta la furbizia) e a quella del “leone” (che rappresenta la forza), quindi
si devono usare la violenza accostata all’inganno.
Un principe non può essere sempre fedele alla parola data e deve essere sempre pronto a
rimangiarsela.

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Non è necessario che un principe abbia tutte le virtù, che sono state elegante, ma deve apparire il
più virtuoso possibile, cosi che possa essere buono, ma anche cattivo quando determinate
situazioni lo necessitano. Con questo presupposto il principe deve avere un animo che vari a
seconda degli eventi, anche se cambiano.
Il fine del principe è quello che deve tenere il potere agendo attraverso azioni negative.
I Medici venero cacciati da Firenze alla fine del ‘400 per le azioni di Piero de Medici, figlio di
Lorenzo il Magnifico, che non presentava la stessa furbizia del padre, e da quel momento in poi a
Firenze di verificarono una serie di eventi fino a quando non venne proclamata la Repubblica
nominando come primo ministro a vita Soderini.
Prima dei 30 anni non sappiamo nulla di Machiavelli, sorgerà quando venne nominato segretario
della seconda cancelleria di Firenze diventando così il braccio destro di Soderini, che lo manda
in varie missioni.
Quando i Medici ritornarono a Firenze, grazie Leone X, Machiavelli venne visto male perché
pensavano che stesse preparando una congiura contro Giuliano de Medici cosi che venne esiliato
nella sua tenuta di San Cascino dove ebbe occasione di scrivere il Principe.
Dedica del Principe
Machiavelli si presenta come alleato della famiglia Medici dove coloro che vogliono essere
gradevoli con il proprio principe gli andava ad offrire una testimonianza della loro alleanza e in
questo caso Machiavelli va a donare la compressione dei grandi uomini, conosciuta attraverso
l’esperienza dei fatti moderni, ma anche studiata attraverso le azioni dei grandi uomini del
passato.
Machiavelli va a condensare il suo sapere in questo trattato e lo vuole donare ai Medici, dove
viene scritto tutto ciò che bisogna fare per arrivare in alto e anche qui abbiamo un parallelismo
con il Furioso dove Ariosto nel Canto III va a fare una dedica Ippolito d’Este.
Orgoglio e voglia di fare politica, vengono riassunti in questo trattato che poi saranno anche la
causa della condanna del Principe, che verrà inserito nell’Indice dei Libri Proibiti.
Lettera di Machiavelli a F.Vettori (10-12-13)
Machiavelli va a raccontare come si svolgono le sue giornate durante l’esilio, a confronto
dell’amico Vettori, che era stato nominato ambasciatore a Roma, dove lo stesso Macchiavelli va
a provare molta invidia. Lo vediamo che si va a perdere dietro a mille stupidaggini perché non ha
altre occupazioni di cui svolgere, tranne quella che in determinati momenti si mette a giocare con
alcuni abitanti del paese di Sant’Andrea, però non perde la capacità di osservare gli uomini e in
particolar modo di sapere le notizie che succedano in città.
Va ad informare l’amico del testo che sta scrivendo che lo vuole destinare alla famiglia Medici
per avere l’occasione di riprendere la sua attività che la sapeva fare bene.

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16/05/2018

Machiavelli canterino?
Niccolò Machiavelli era un autore politico che venne molto contestato durante il ‘500 perchè è
un personaggio che andava a riflettere sulla storia, sulla politica, ma può essere anche inquadrato
come storico, filosofo, commediografo, poeta (sono stati ritrovati poesie che andavano a trattare
sull’amore e sulla morale) e come anche filologico (studioso della filologia italiana).
I canterini erano personaggi ibridi che provenivano da un rango basso, ma erano ingrado di
acculturarsi che poi applicavano nei loro componimenti che poi andavano a musicare, perché
erano anche musicisti.
Machiavelli non aveva nulla a che fare con questi musici, ma con il trattato “Del modo di
comporre in versi della lingua italiana” di G.Ruscelli, che andò a curare anche il Furioso di
Ariosto, dove si va a spiegare come comporre i testi poetici e contenevano un rimario. C’è un
capitolo che viene dedicato all’ottava in rima dove si va a spiegare che ci sono molti individui
che andavano a improvvisare su questa forma compositiva e fra tanti viene fatto il nome di
Macchiavelli, dove si die che sapeva improvvisare sull’ottava in rima e contemporaneamente
traduceva dal latino suonando la lira. Questa testimonianza è molto improbabile perché non
andava a rispecchiare una delle sue facce, ma insieme al nome di Machiavelli compare anche
quello di Francesco del Nero (era il cognato di Machiavelli), dove insieme ad altri, fecero delle
osservazioni per verificare se Machiavelli improvvisasse veramente o meno.
Di questo testo sono state fatte delle varianti dove non viene fatto in un primo momento il nome
di Machiavelli e in un altro viene definito “quel poeta fiorentino” che va a rappresentare la
versione censurata del testo, che andava a contenere più esemplari, visto che in quel periodo
venne pubblicato l’indice dei libri proibiti, dove andava a contenere tutte le opere di Machiavelli.
Un altro testo molto importante fu quello di Giovanni Crescimbeni “Commentario intorno alla
sua istoria della volgar presa” dove viene fatta una parte dedicata all’ottava in rima citandola in
forma anonima che poteva essere Cristoforo Fiorentino, che veniva definito l’Altissimo, ma non
poteva essere lui perché non sapeva nulla né di latino né di greco.
Un altro testo molto importante fu quello di Ludovico Domenichi “Detti e fatti di diversi signori
privati comunamente fatti e burle (1562) dove si andava a raccogliere una serie di storie ridicole,
ma anche divertenti. Quando i gentiluomini finivano di chiacchierare di cose serie cominciavano
ad improvvisare sull’ottava in rima davanti alle gentildonne, aprendo a caso un testo che
contenevano una serie di poesie latine antiche e cominciavano ad improvvisare.
Di questa compagnia ne faceva parte anche Machiavelli, dove viene narrato un episodio dove a
Machiavelli gli tocca recitare sulla favola di Venere e di Mare (Metamorfosi) dove si ferma nel
momento in cui Venere cade nella rete di Vulcano, senza andare avanti fino a quando una donna
non lo incito ad andare avanti, cosi Machiavelli riprese dal punto in cui si era interrotto andando
a rifare una pausa sulla parola “a ritto” e da qui le gentildonne si imbarazzarono, ma non si sa se
Machiavelli lo ha fatto a posta o meno.

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Machiavelli scrive diversi madrigali per Barbara Raffanani, della quale Machiavelli ne era
innamorata, e scriverà tre capitoli in terza rima: Fortuna, Ingratitudine e Ambizione, che erano i
temi tipici delle poesie di A.Matteo Di Meglio, N.Cielo e di A.Boccini.
Anche nei componimenti dell’Altissimo, tre cui Il Primo Libro dei Reali XII, che nel 1514-1515
venivano cantanti nella Piazza di San Martino a Firenze dove c’erano molti spettatori che
cominciavano a trascrivere le varie performe.
Tra i vari temi che va a trattare va a curare molto il tema della nascita dell’essere umano, che
viene considerato una creatura svantaggiata perché la sua vita è piena di sofferenze. Lo va a
riprendere da Plineo basata sulla traduzione in volgare di Cristoforo Landini, dove poi
Machiavelli trarrà il manoscritto “l’asino”, che era un testo carnascialesco.
Vengono copiati i seguenti testi:
• CAPITOLO DELL’INGRATITUDINE
• FELICE NOTTE
• ALTRI TESTI ANONIMI, dove ci sono tracce dell’Altissimo
Domenico Barlacchia: era un uomo molto piacevole dove dopo la sua morte vengono pubblicati
le sue FACEZZIE (Motti facezie e burle) ed era anche un attore, dove Machiavelli in una
commedia si firma.
Un’altra testimonianza la vediamo in una Novella che vennero dedicate a Giovanni de Medici
dove si va a ricordare un episodio un episodio che ha vissuto con Machiavelli. Viene designato
di Machiavelli “divertente” che lo vanno anche a disegnare nelle sue lettere, in particolar modo
con Vespucci e Ruffini, che quando era fuori mancava ai suoi amici e ci lasciava la
testimonianza che erano un uomo piacevole.
17/05/2018
Le lettere di Machiavelli ai suoi assistenti

Una delle lettere è del 1525 quando Machiavelli riacquista un po' di potere dopo la disgrazia. In
questa lettera è stata scritta nel periodo in cui era stato mandato in missione a Venezia dai
mercanti della lana, Machiavelli deve andare a convincere il doge a lasciare i fiorentini che erano
stati presi prigionieri.

In questa lettera Filippo de Nerli scrive a Machiavelli che si trova a Venezia: gli dice che lo
incontrerà a Modena e Nerli gli dice di muoversi a tornare perché i mercanti dell’arte della lana
cominciano a brontolare perché dicono che invece che darti da fare ti circondi di letterati
spendendo i soldi di quelli dell’arte della lana, queste sono solo voci.

Inoltre, le lettere mandate per avere notizie dalle città, che venivano mandate da persone che
avevano l’incarico di spedirle, si diceva che Machiavelli aveva vinto alla lotteria due o tremila
ducati. Una vincita cospicua.

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Il Nerli probabilmente sta prendendo in giro Machiavelli in quanto le edizioni commentate
dicono che non era possibile vincere alla lotteria una cifra così grande. La mania del lotto nasce
nel 1520 e sono monopolizzati dal senato di Venezia, e se vediamo le lettere delle notizie del
tempo possiamo vedere che in realtà era possibile vincere queste cifre. Il lotto a Venezia era fatto
da Giovanni Maneti che è un maneggiatore di soldi, egli a Venezia arriva nel febbraio del 21 e
diventa famoso perché bandisce lotterie e il senato lo incarica di gestirle. Sappiamo di lui che fa
l’allestitore di commedie, in alcune feste come il carnevale, alcuni mettevano su delle commedie.
Altre fonti ci dicono che manenti investiva i soldi del lotto per istituire commedie. Pubblica molti
libri dell’altissimo. C’è un Giammaneti anche a Roma e si dice che sia morto a Roma prima che
arrivasse a Venezia nel 1521…sospetto che la persona sia la stessa.

Ci interessa Giammanenti di Machiavelli perchéé c’è una recita della mandragola nel febbraio
del 1526.

Un certo Giovanni Maneti scrive a Machiavelli e gli dice quanto sia stata importante la sua
mandragola messa in scena da Menetti. La lettera in questione utilizza un titolo ovvero
un’abbreviazione del n, quindi Giovanni Manetti è Giovanni Manenti. Dunque, la notizia della
lotteria e della commedia è verosimile, anche che egli conoscesse Manenti.

Giovanni Manenti chiese a Machiavelli più volte di mandargli sonetti, stanze in lode di donna,
che all’epoca erano i testi tipici dei canterini. In quanto per attirare le persone al lotto era forse
lui stesso un canterino, oppure per pubblicarla. A giudicare da questi elementi sembra che lo
stesso Machiavelli fosse un canterino.

Lettere di inizio secolo

Un suo amico gli invia una lettera, un certo “v”, dove egli chiede le stanze che aveva promesso
di comporle ma sa anche che lui ha tante cose da fare. I suoi amici dicono a Machiavelli che
potranno usare quelle stanze in un’occasione speciale per cantarle insieme.
Francesco Cei manda delle lettere a Niccolò Machiavelli, i due quando sono insieme si vedono
con Vespucci e pulci (Raffaello Pulci). Questi personaggi sono implicati in conteso tra poeti
improvvisatori, a Roma intrattenevano in bacchetti e festini i signori.
Raffaello Pulci era il figlio del fratello di Pulci scrittore del Morgante e egli sa dunque
improvvisare.
Il Cei viene descritto come l’improvvisatore più bravo, che anche Machiavelli lo fosse era
plausibile in quanto i suoi amici lo erano.
Nicolò Machiavelli scrive a Guido Machiavelli, il figlio, e gli comunica che ha fatto colpo su un
cardinale Innocenzo cibo e dice al figlio che deve studiare le lettere e la musica così che lui possa
avere la stessa carriera del padre. Guido gli risponde che sta imparando a cantare e a suonare e
che sta imparando a memoria le metamorfosi di Ovidio. In certe poesie Machiavelli segna la
cetra, e aggiungeva le note che servivano per accompagnarla. Quindi in realtà nonostante gli

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studiosi pensassero che non fosse vero, era probabilmente normale che lo facesse perché era
prassi dell’epoca.

Nicolò Machiavelli: serenata (cantare sotto la finestra)

Vediamo che è una serenata, dedicata ad una donna, dove nella prima strofa perché non ci sono
riferimenti alla lettura, ma parole come “ascolta” e inizia come se lei fosse lì ad ascoltarlo. Viene
fatta una traduzione in ottave delle metamorfosi di Ovidio dove Vertumno convince Pomona ad
essere meno dura di Anasserete. Machiavelli dice: affacciati ora alla finestra e non fare come
Anasserete che aspetta dino a che il suo amato non è morto pietrificato, sii come Pomona.

Vediamo altre persone che parlano, forse il coro di amici che è insieme a lui, e la pregano di
fargli capire di avere pietà di lui. Dunque, possiamo dire che questo testo è coerente con l’essere
cantato.

In varie edizioni questa serenata è intitolata come “lettera mandata ad un’amata…” versione
epistola! Nonostante non ci sia nessuna parola che riguardi la lettura.

PULCI E IL MORGANTE
Il Morgante è una delle prime grandi opere letterarie italiane dove una prima edizione va a
risalire al 1478, ma è stata perduta quindi è giunta l’edizione del 1482 composta da 23 canti,
insieme alle ristampe fiorentine. A partire dal 1483 abbiamo una nuova edizione che venne
stampata a Firenze che va a contare 28 canti, dove vennero aggiunti 5 canti.
Si vanno ad agglomerati episodi tradizionali che ripetono alcuni motivi ricorrenti dei racconti
cavallereschi italiani.
L’opera viene diffusa oralmente e va a presentare una creatività linguistica tipica della letteratura
fiorentine con uso del registro basso e comico.
Si possono andare a fare parallelismi fra Orlando Innamorato e l’Orlando Furioso.

CAPITOLO XXIII

Sembra insignificante, ma ha senso, sta raccontando una scena e la racconta con coerenza. C’è
una prima edizione in 23 cantari, ci sono un po’ di paladini, i fratelli di Rinaldo etc. arrivano e
hanno bisogno di dormire in mezzo al bosco, girano il mondo in cerca di avventure etc. Si arriva
a dover descrivere questa casupola dove c’è un eremita che gli ospita e invece di dirlo tranquillo,
lo dice cosi: la casa cosa brutta, diroccata, sconfitta dalle intemperie, la natta (il graticcio della
copertura del tetto), per cui la notte ci gocciola l’umidità notturna (stilla le stelle), rugiada
notturna che entra in casa perché non c’è il tetto. Questa capanna aveva un solo piano, quindi il
tetto bucherellato non protegge e non c’è un piano di sotto a cui essere al riparo. Poi c’è la cena
perché devono mangiare, gli dà un paio di porzioncine di pane, poi qualche pera e qualche altra
frutta malconcia. Poi apre una botte prendendo vino, ma la svena subito, nel senso che la vuota
subito. Poi prende all’esca delle lasche, dei pesci, e poi alla fine manda a dormire tutti fuori

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perché non c’è posto, dopo una cena non molto fastosa. Uno come luigi pulci la racconta in
questo modo incredibile, ci tiene non solo a raccontare storie ma a raccontarle con fuochi
d’artificio linguistici, usando parole, una creatività delle parole che a volte viene davanti a tutto,
prende il sopravvento anche sul senso. Molto spesso non è la storia la cosa più importante, non
l’originalità dell’avventura e il racconto di un episodio particolarmente appassionante, a volte si,
ma si capisce che lui tante volte il botto lo fa con le parole, con questa capacità di scatenare
acrobazie di inventiva attingendo a questa facilita di trovare la parola che suona, che rima, che
crea ritmo, musica e che diverte in quanto tale. C’è una potenza espressiva, espressionistica di
questo testo. Il testo non è super divertente dove pulci non ci mette il suo zampino da artista però
ogni tanto ci sono sti botti fortissimi. C’è un testo che assomiglia molto al Morgante, il cantario
di Orlando, unico manoscritto che per il 75% corrisponde ai primi 23 cantari del Morgante. Lo
scopri Pio Raina, un mega-filologo, tra le cose che fece fu appunto scoprire questo cantario di
Orlando dicendo che il Pulci ha preso un cantare mediocre della sua epoca, queste avventure
canoniche e l’ha riscritto, l’ha ritrasformato, ricreato in qualcosa di molto più divertente e
creativo, anche soprattutto linguisticamente molto più di successo e godibile, poi è diventato un
testo di gran successo. Sino agli anni 60 del 500, ma poi c’è l’indice dei libri proibiti, c’erano
molto passaggi blasfemi. Pulci era un tipo che viene sepolto in terra sconsacrata, era sospetto di
satanismo, credenze magiche ed eresia. Questi passaggi del Morgante che non sono presi
dall’Orlando, ma è l’Orlando a imitare loro, quindi sembra un poemaccio scritto banalizzando il
Morgante. Ma di insomma non regge moltissimo. Ma in realtà prendere poemacci e renderli
avvincenti è esattamente quello che facevano i mitici canterini in piazza. Del Pulci c’è una
descrizione in una poesia latina degli anni 60 che lo descrive come uno che canta sulla lira, tanto
più che c’è un report dell’arresto del Pulci dove viene definito Luigi Pulci dalla viola, un tipo di
formula che si usava per i canterini, che erano quelli che usavano la viola per professione. Al di
là di quest’idea, leggiamo un altro passaggio del Morgante.

Morgante gigante, che viene convertito da Orlando e diventa il suo amico scemo. Usa un
batacchio di una campana gigante e lo usa come mazza. Ad un certo punto incontra un altro
personaggio famoso, l’episodio è così famoso che nelle edizioni del 400-500 c’è quasi sempre in
copertina il loro incontro con Margutte. Un giorno vede arrivare un tipo strano da ontano, batte il
batacchio per terra, si siede e aspetta mentre questo arriva. Questo è più brutto di un gigante, di il
tuo nome viandante: Margutte mi chiamo. Disse Morgante: tu sei il benvenuto e mi farai da
fiaschetta però perché sei piccolino. Non ti ho domandato se sei cristiano, credi in cristo o
nell’apollino. Questi non sono cavalieri nel senso canonico, ma si incontrano e si chiedono le
loro rispettive fedi, per capire se sono dalla stessa parte o no. Ma i musulmani credono in
apollino? Ma non era Allah? Secondo la cultura popolare cinquecentesca i saracini credevano in
una trinità, trivigante, Maometto e apollineo. Non c’entrano molto. Il modo superstizioso di
presentare l’islam, anche se boh si conosceva al tempo, e il Pulci oltre a volersi fare musulmano
ad un certo punto studiava le lingue arabe, c’è un passaggio del Morgante dove ci sono i suoni

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arabi e turchi. Non era ignorante rispetto a quelle culture, ma racconta il modo superstizioso di
percepire l’infedele. Chiusa parentesi Margutte risponde: io non credo a nessuno dei due, non me
ne frega niente, io credo nelle cappone arrosto, nel vino, nel burro, comincia con un credo: il
credo di Margutte, comincia a spiegare a Morgante in cosa crede, il cibo, categoria popolare
carnevalesca medievale al centro di tante poesie comico-giocose, gli piace bere e ubriacarsi.
Crede nella torta e nel tortello, parodia della trinità. C’è proprio una parodia con i rapporti della
trinità, il fegatello uno e trino. Siccome i musulmani non possono bere allora Macometto è un
delirio, non gli interessa l’islam. Vuol dire o che la fede lo fa ridere oppure la fede come il
solletico c’è chi la sente e chi no. Potresti dire che sono eretico, paradossica ancora il vangelo:
gli spiega da che famiglia viene per fargli capire che con lui la fede ha poca storia: è figlio di una
monaca greca e di un sacerdote islamico, già non dovevano figliare e sono anche religioni
diverse. Da ragazzo facevo il canto panca, poiché mi annoio suonare la chitarra iniziai a portare
arco e frecce e un giorno che uccisi mio padre nella moschea, mi posi a lato la scimitarra e
cominciai a vagare per il mondo e per compagni mi portai tutti i peccati dei turchi e dei greci.
Inizia a snocciolarli: ne ho quanti ne ho giù nell’inferno, ne ho 77 di peccati, non solo i 7 classici
eh. Ho per alfabeto ogni partita. Ho tutti i peccati in ordine alfabetico. Primo peccato: il gioco,
ho giocato tutto quello che ho, anche la barba. Quando gioco a dadi in particolare. Nessuno sa
poi cosa vogliono dire dei termini, termini gergali di chi gioca a dadi in quegli anni. Un gergo
tecnico che garantisce a Morgante che questo qui ne sa tanto di gioco d’azzardo con i dadi. Parla
anche nel gergo della malavita. A dare con l’asino e con il bue, etero e gay. Va vanti per
allusioni, doppi sensi etc. È anche un performer, sta palesemente facendo uno spettacolino in cui
amplifica la propria malvagità, trasformare in iperbole le sue attività vere e immaginarie. La cosa
che mi piace di più non è solo fare sconcerie ma anche che la gente lo sappia in giro, ci gode a
farsi conoscere come il più peccatore.

22/05/2018
Morgante capitolo XVIII

Va ad introdurre vari brani che presentano uno stile uno diverso dall’altro andando a trattare
argomenti diversi che vanno a commentare vario genere e il personaggio di Morgante è un
personaggio autobiografico dove è stato ritrovato in vari documenti e manoscritti.

Ci viene presentato un altro personaggio che è il diavolo Astarotte, dove l’autore gli va a mettere
in bocca molte parole, dove conoscerà Rinaldo.

Morgante capitolo XXV

Una volta arrivati alle colonne di Hercole (stretto di Gibilterra), narrava la leggenda che ci sono
stati uomini che hanno tentato di superare e hanno incontrato la morte, infatti si diceva anche che
superate le colonne il mondo crollava.

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Rinaldo chiede al diavolo che segno rappresentavano quelle colonne dove gli rispose, con una
voce molto stupida, che molti uomini hanno tentato di superarle, ma hanno incontrato solo la
morte, ma da una parte non era vero perchè oltre a queste colonne si poteva benissimo navigare e
non si correva il rischio di sprofondare, anche se in alcuni punti l’acqua era molto più profonda,
grazie alla forza di gravità. Oltre alle colonne si trovavano anche altre terre (ancora non era stata
scoperta l’America) popolate da altre popolazioni che non seguivano la religione cristiana, infatti
Rinaldo chiede al diavolo come si salvavano queste popolazioni non seguendo questa religione.
Il diavolo gli riposando che alla fine tutti si salvano grazie alla bontà di Dio, anche se non
pregano lo stesso dio, perchè andavano a venerare e a pregare i loro dei quindi rimanevano fedeli
e puri, come è successo anche ai romani.

Alla fine, Rinaldo non vede l’ora di attraversare anche lui le colonne d’Hercole, per andare a
muovere nuove guerre in nuovi territori.

Morgante XXVII, LA BATTAGLIA DI RONCISVALLE

Il Pulci ci fa in primis una presentazione dove si vede un grande caos che è sia visivo che sonoro,
per vie delle campane che suonano e di altri suoni che sopraggiungano dalla battaglia, dove si
vanno a schierare i vari eserciti e viene fatto uno zoom sui diavoli che discutono fra di loro su chi
prende le varie anime. Si può notare come il Pulci va a mettere in contrasto varie scene comiche
(quella dei diavoli che discutono fra di loro) e scene tragiche (quella della guerra) dove si va a
mettere in evidenzia, grazie l’elemento della comicità, la battaglia.

Sulla scena poi compare Lucifero, dove ci viene presentato con le ali e la bocca aperta, che ha
fame di tante anime.

L’autore va a paragonare Roncisvalle come una grande fossa piena di sangue e di pezzi di carne
umana, andando a fare una descrizione grottesca della scena per far in modo che rimanga
impressa bene nella mente. Infatti, davanti alle descrizioni tragiche il Pulci le va a raccontare la
sua versione facendola rimanere così impressa bene nella mente del lettore.

Lettera indirizzata a Lorenzo il Magnifico da Luigi Pulci

Il Pulci va a raccontare l’avvenimento di un crollo di un palco avvenuto in una chiesa dove si


ritrovo in mezzo a tanta gente terrorizzata e disperata, perché avevano trovato magari un parente
o amico ferito o morto, mentre altre persone uscivano tutti infarinati a causa della calce.

Con questo evento possiamo vedere come il Pulci riesce a drammatizzare davanti alle tragedie
andandoci a ridere sopra. Di Luigi Pulci ritroviamo anche molti sonetti composti come dialogo
con Matteo Franco, dove il Pulci va a dare dei consigli d’amore, che poi vengono pubblicati in
futuro.

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Orlando secondo il Boiardo
Boiardo nasce nel 1441 e muore nel 1494 quando Ariosto ha 20 anni, ed era già in contatto con
la corte di Ercole d’Este. Boiardo è un nobile, il conte di Scandisno, una cittadina nella pianura
padana. Aveva in essa un feudo florido che la circondava. Boiardo Conte era in servizio degli
Este, come politico e come comandante dell’esercito e va a ricevere un’educazione umanistica
quindi studia il greco e il latino.
Scrive un canzoniere petrarchesco, dove nel 400 Petrarca diventa il modello supremo a cui
ispirarsi, mentre negli anni successivi egli diventa un modello ma come molti altri. Boiardo
quindi in quest’ottica sperimenta molto nella scrittura prendendo come spunto i maggiori autori
del suo tempo.
Scrive un poema cavalleresco lungo quanto in Furioso, Orlando innamorato, che ha avuto
successo quanto il Furioso. Il suo successo lo dimostra le mille copie che furono ristampate dopo
il 1482 della prima edizione, che egli prese e fece stampare la sua opera. La mise in commercio
in modo innovativo rispetto ai tempi in quanto i testi venivano recitati a voce o riscritti in
manoscritto facendola stampare prima a Modena e poi a Venezia.
Piacque così tanto che sono stati distrutti in quanto letti e riletti e se non fosse stato letto sarebbe
arrivato integro fino a noi.
L’innamorato fu continuato da molti autori prima di Ariosto, ma lui fu l’unico a saper riprendere
lo stile di Boiardo e a rielaborarlo
PRIMO CANTO (testo pag 652-656 manuale; ottava 1-3; 20-35)
Nell’introduzione si rivolge agli auditori, non ai lettori, dove in questi 4 versi si rivolge alle
persone in carne ed ossa che si è adunato in massa per ascoltare la storia nuova e dilettosa,
notiamo che gli interlocutori sono nobili, si rivolge a cavalieri e dame, quindi forse un ambiente
di corte, una élite formata da signori.
Nelle ultime due frasi della prima ottava sottolinea il tema che andrà a narrare: parla del franco
Orlando che si innamorò nel tempo del re Carlo imperatore.
Per andare ad inserire, nel ciclo amoroso i paladini di Carlo c’era bisogno di un evento
traumatico: Carlo Magno raduna la sua corte per la Pentecoste, accoglie i suoi cavalieri e invita
per una tregua i cavalieri Pagani. Carlo si gode tutti questi cavalieri che parlano amorevolmente
mentre contemplava la sua potenza, dove cominciarono a rimanere sbigottito quando entrò nella
sala una principessa accompagnata da un cavaliere e 4 giganti. La ragazza più bella che sia mai
stata vista. Sappiamo già che la bellezza descritta è quella di Angelica (prima volta che la
vediamo nella storia) che è tanto bella da mettere in ombra tutte le altre donne, moglie dei
paladini e del re stesso. Tutti i cristiani e tutti i Pagani si avvicinano come attratti da un potere
sovrannaturale la quale, incominciò a parlare sottovoce rivolgendosi a Carlo dicendogli in modo
diplomatico che le suo virtù sono famose in tutto il mondo è le hanno dato speranza di poter
avere udienza.

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Per lo spettatore che non ne sa nulla vediamo che questa donna chiede aiuto per lei di nome
Angelica e per il fratello “Umberto del Leone” in quanto il loro regno, la Cina, hanno saputo
quanto la sua corte di paladini sia valorosa, per tanto ella chiede di poter far mostrare al fratello
la sua virtù di fronte ai paladini.
Date le coordinate dell’appuntamento e finisce il suo monologo dicendo che nel caso in cui i
cavalieri vengano disarcionati diventano prigionieri mentre nel caso in cui un qualcuno
disarcioni Umberto avrà in premio la stessa Angelica. Angelica attende, inginocchiata, la risposta
di Carlo, ma in quello stesso instante a lei si accosta Orlando che ha delle reazioni che non sa
gestire, ha un aspetto mutato e gli batte forte il cuore, ma tiene nascosto questo sentimento
perché è in imbarazzo, tiene gli occhi a terra. È un comportamento non consono al suo ruolo.
Orlando comincia a pensare tra sé e se che, sapendo di poter vincere su ogni cosa, d’ora in avanti
non avrà altri obiettivi che Angelica, è catturato e disarmato nei confronti di Angelica.
Vediamo in queste ottave il linguaggio di Petrarca, nonostante si sappia quale è la cosa giusta da
fare, allo stesso tempo si sa di non poter fare nulla per desistere da questa nuova passione dove
Angelica è il motore dell’azione di amore.
Vediamo la reazione di Ferraù, mentre tutti sono sbigottiti, è già pronto a portare via Angelica,
ma non può farlo per non arrecare offesa a Carlo Magno.
Abbiamo il presagio di quello che succederà dopo quindi per frenarsi comincia a saltellare da un
piede al altro mentre si gratta la testa. Malagise ci preannuncia che succederà qualcosa in quanto
non si fida di quella incantatrice.
La lingua non è ariostesca ma più arcaica, piena di latinismi evitati da Ariosto nell’edizione del
32, anche se nella prima edizione era più simile a Boiardo.
La lingua usata da Boiardo è molto dialettale, molto regionale, e questo fu un peccato mortale
nell’innamorato. Mentre nel ‘400 non si faceva caso alla lingua in cui si scriveva, perché ognuno
poteva scrivere anche al secondo del contesto, nel 500 si va sempre di più verso una
standardizzazione della lingua, ovvero ovunque si doveva capire la scrittura. Per questo nel 500
Boiardo non fa più ristampato anche se molti riscrissero il romanzo toscanizzato, in modo da
renderlo appetibile ai gusti del 500.
Dal punto di vista tematico l’elemento inaudito è l’amore, in quanto nella tradizione il paladino
Orlando era puro e casto, tutto religione e guerra santa. Nella seconda ottava Boiardo dice che
non c’è vergogna nel dire che anche il più potente paladino non può difendersi dall’amore e che
sarà sconfitto da esso e che questa storia non è raccontata, in quanto lo stesso Turpino, grande
autorità che aveva riscritto la storia di Carlo Magno, l’aveva nascosta per non disonorare
Orlando. Il filone francese della chanson de geste era basato solo sulla guerra mentre il ciclo
bretone parlava di amore e magia, in questo caso Boiardo va ad unire i due cicli dando il via ad
un nuovo filone che sarà continuato poi da Ariosto.
CANTO 18
Si comincia a parlare delle glorie bretoni, per le armi e gli amori all’interno della corte di Carlo,
dove la civiltà iscritta dai carolingi, è inferiore a quella arturiana perché chiude le porte

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all’amore. I romanzi arturiani sono chiaramente superiori perché l’amore è quello che da gloria e
vittoria, l’amore è il motore principale della vita e ti trasforma in una persona degna (nella
Orlando Furioso le cose si complicano perché vediamo l’amore come un sentimento che porta
alla pazzia, quindi qualcosa di negativo per l’uomo). L’amore di Boiardo da energia ai paladini.
FURIOSO→ l’amore viene visto come pazzia
INNAMORATO→ l’amore viene visto come una cosa bella che va a stimolare i paladini
Tecnica dell’entrelacemant il vero inventore è Boiardo.

23/05/2018

I cantimpanca tra oralità e scrittura


Uno dei mezzi comunicazione del periodo erano proprio i cantipanca che andavano a narrare e le
strade e per la corte determinate storie, che erano di vario genere, dove la gente si radunava
intorno ad esso per ascoltarle. I maggiori canterini andavano a narrare le storie che
appartenevano alle chanson de geste e alle gesta di Carlo Magno.
Durante il periodo del Romanticismo si pensava che i poeti latini andassero loro stessi a narrare
le proprie storie, ma questi personaggi andava a presentare vari tipi di nomi:
• Saltimbanco
• Cantastorie
• Cantipanca
• Cerretani
• Buffoni...
La cosa che gli dava ad accomunare era quella che andavano a presentare qualità e abilità diverse
infatti è una figura che viene molto rispecchiata durante il periodo del rinascimento perché
andavano a frequentare non solo i luoghi comuni, ma anche la corte, quindi era un personaggio
che stava nel mezzo del ceto sociale, infatti sono anche figure molto emarginali ma anche
eccentrici. Vanno a collegare i luoghi della corte con quelli comuni grazie alle loro abilità e con
questa abilità andavano a presentare diverse identità:
• Musicisti
• Attori
• Acrobati di strada: documento che va a trattare dell’opera di V.Calmeta “Vita del fecondo
poeta volgare serafino aquilana
• Ciarlatani: documento che va a trattare di Iacopo Coppa, che riuscì ad ottenere un grande
successo sia a corte ce per le strade, in particolare modo a Napoli e a Firenze, dove riuscì ad
entrare nelle grazie dei signori. Sono state ritrovate molte lettere tra cui quella di Pietro
Aretino, dove gli va a riconoscere che sa trasformare il pubblico nella scimmia addestrata di
loro stessi.

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• Librari e editori: non solo recitavano i loro componimenti, ma li facevano stampare e vendere
nel momento della loro esibizione e si facevano pagare anche da altri per far pubblicare i libri
di altre persone. Coppa andò a pubblicare le prime rime di Ludovico Ariosto
P.Aretino: dialogo nel quale la nana insegna alla pippa: è un dialogo suddiviso in varie
giornate dove si va ad insegnare a diventare la donna del piacere dove nella prima giornata si va
a spiegare che la donna si deve far concedere fino ad un certo punto. Si va a fare dei richiami al
Furioso, attraverso le azioni di Bradamante con Ruggero
Francesco cieco da Firenze
A partire dalla seconda metà del ‘400 si trova presso la corte degli Este a Ferrara dove narrava
varie storie e a partire dal 1475 es il suo primo poema cavalleresco “Persiano Figliolo
d’Altovello” che ebbe molto successo in questi anni, dove venne scritto sotto dettatura per vie
della cecità di Francesco.
Nel 1504 viene fatt un pagamento a dei musici della corte di Ippolito D’Este e in quello stesso
periodo Ludovico Ariosto cominciò la stesura del Furioso.
Gli orrendi e magnanimi fatti del duca Alfonso di Bighignol
Non s sa molto su questo autore, ma si sa che era un performece del ‘500 che andava a
raccontare vari poemetti, che scriveva lui stesso, dove andava a narrare le battaglie che erano
avvenute di recente in quel periodo, fra le quali va a narrare la battaglia fra Venezia e Ferrara.

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29/05/2018
LEZIONE TENUTA DALLA PROF.SSA LUZZI

Orlando Furioso in musica:


dalla frottola ai madrigali, all’improvvisazione sulle
stanze in ottava rima: il poema ariostesco in Italia e
oltre
Il genere del madrigale si sviluppa a Firenze, grazie al compositore Pier Verdelat, che all’inizio
si occupava della composizione di chanson, ma con il suo arrivo a Firenze cominciò a
frequentare i gruppi di intellettuali, andando così a creare il genere del Madrigale, che come
caratteristica principale presentava un forte legame fra la parola e la musica.
In quel periodo l’improvvisazione si basava in particolar modo su melodie che esistevano già,
dove poi il compositore le andava a rimodellare a suo piacimento e questa pratica durò fino
all’epoca di Beethoven, dove l’improvvisazione non era più tollerata perché non si poteva più
modificare le melodie che erano già state composte.
Si pensa che l’Ariosto andasse a riadattare le proprie stanze dopo aver sentito cantare i saltipanca
e le prime stanze dell’Aristo che vennero intonate vanno a risalire al 1517, che vennero fatte da
Trombocino. A partire dal 1520 si cominciarono a comporre molti madrigali, mentre prima
abbiamo solo la composizione di frottole e a partire dal 1541, si cominciò a musicare una delle
prime stanze tratte dalla terza edizione dell’Orlando Furioso, fra cui ritroviamo i 94 capricci sulle
stanze tratte dell’Orlando Furioso di J.Berchem. A partire dal 1780 i musicisti dell’epoca
cominciarono a comporre sulle opere di T.Tasso, ma anche su testi di cui non si conoscevano i
nomi degli autori.
L’Aristo fu il compositore che venne più musicato dove vengono raccolte più di 921
composizioni fatte di 295 stanze.
PROEMIO: PRIMA STANZA
Nella prima parte viene riutilizzata una melodia che era stata usata da un santipalca che poi va a
portare alla frase conclusiva che viene composta a motivo cadenzale.
OTTAVA 126, CANTO XXIII
Ci viene presentata un’ottava molto più lirica rispetto a quella precedente che viene musicata da
Tromboncino e va ad utilizzare il genere della frottola. La stessa stanza viene musicata da
Verdland usando il genere del madrigale a sei voci, dove le tre voci basse vanno ad evidenziare
la parte più tragica del testo, infatti viene utilizzato il testo originale, con uso dei valori musicali
ampi che vanno a sottolineare determinati elementi del testo. Il primo verso viene declamato e si
va ad utilizzare il contrappunto libero. Un’altra versione viene fatta da Wert, che va ad utilizzare
in primis l’elemento dell’imitazione e l’uso di cromatismi, dissonanze e scale discendenti che
vanno a creare dei madrigalismi.

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STANZA 68, CANTO XXV
Si va a narrare uno degli episodi di Bradamante dove vengono messi in evidenzia elementi
sessuali fra due donne dove Bradamante passa la notte con Fiordilice, che si era innamorata di
lei, senza che accada nulla. Quando Bradamante va a raccontare l’avvenuto al fratello gemello
Ricciardetto, ne approfitta.
Qui si vanno a mostrare delle metafore amorose, che vengono messe in parallelo con la metafora
guerriera, paragonando l’amore ad un assalto di guerra.
30/05/2018

La visione di Italo Calvino sull’Orlando Furioso di


Ariosto
Calvino fu uno degli italiani che lesse il Furioso da ragazzino e che lo portò dietro per tutta la sua
carriera, infatti lo andrà ad utilizzare come parallelismo attraverso le sue opere, dando delle linee
interpretative ed elementi chiavi della narrazione.

Nel 1970 Calvino fece pubblicare “Orlando Furioso di Ludovico Ariosto”, dove lo scrittore va
semplificare la storia andando a smontare e a rimontare i vari elementi della storia.

Infatti, all’inizio non nasce come libro, ma come trasmissione radiofonica dove andarono a
chiedere a Calvino di rileggere i testi e di andargli ad interpretare in chiave moderna. Questo
manoscritto venne molto criticato perché Calvino va a rileggere, attraverso l’esattezza e la
leggerezza l’intera storia dove si va a raccontare degli eventi pesanti in maniera scorrevole
andando ad utilizzare le giuste terminologie.
I Canto: Calvino va ad inserire la continuità narrativa attraverso il personaggio di Angelica, che
la vediamo mentre corre in groppa al suo cavallo da un romanzo (l’innamorato) all’altro
(furioso), dove non va ad utilizzare i termini di “Oggetto del desiderio”, perché non era ancora
usato nel contesto dell’Ariosto nel periodo del ‘900, ma va a evidenziare che tutti i personaggi
cercano qualcosa.
Calvino si va a confrontare con diversi elementi dove la figura della “vergine” e quella della
“rosa” vengono usate in maniera equivoca e l’incontro fra Angelica e Sacripante lo va ad
inquadrare in vari caratteri dove i due personaggi hanno la possibilità di studiarsi a vicenda.

Personaggio di Ruggero: questo personaggio è seguito da un determinato destino, dove Calvino


prima di farlo entrare nella storia, va a ricostruire determinati eventi compiuti dal personaggio.

L’incatenata dell’isola del pianto: vengono esposte due determinate vicende dove la prima è
quella di Ruggero che salva Angelica dalla rocca, dove era stata legata per essere data in pasto
all’orca; la seconda va a raccontare quella di Orlando che salva Olimpia, dove anche lei era stata
legata e incatenata per essere offerta all’orca.

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Calvino va a mettere in confronto questi due episodi dove si vede che Orlando, rispetto a
Ruggero, riesce a sconfiggere l’orca andando però cosi a metter in discussione la furbizia e la
forza di Ruggero. L’aspetto che Calvino non va a cambiare è quello dell’uso delle metafore,
usate da Ariosto, andando a mettere in evidenzia l’erotismo che si era creato fra i Ruggero e
Angelica e di menzionare dopo il fatto l’anello che Ruggero aveva dato ad Angelica per
proteggerla dagli incantesimi che scagliava contro l’orca. Facendo così Calvino va a rendere
ancora più leggera la lettura.

Episodio di Angelica e Medoro: chiuso l’episodio va a creare una suspense che va a introdurre
la pazzia di Orlando.

Palazzo di Atlante: per andare a descrivere il palazzo di Atlante viene inserita la tematica del
labirinto, che era un tema molto usato nel ‘900, andando a dare cosi un’interpretazione del
palazzo, nella parte introduttiva, però poi andare a raccontare la storia del palazzo, che al suo
interno viene interamente dominato dall’incantesimo del mago Atlante che permette di far
scappare l’oggetto del desiderio di tutti quelli che ci entrano al su interno andando a fare una
corsa contro il nulla.
Episodio di Astolfo: quando Astolfo riceve le armi magiche Calvino le va a narrare in maniera
molto scorrevole, come se andasse a raccontare una favola andando a creare un dialogo quasi
ironico.
Questo capitolo lo va a concludere dicendo che è consapevole di aver condensato una serie di
eventi in un unico capitolo facendo diventare Atlante un secondo Ariosto.
Episodio della pazzia di Orlando: questo episodio Calvino lo va a seguire molto da vicino,
andando ad inserire determinati elementi, ma troviamo poche cose innovative, a parte qualche
modifica quando Orlando e ne va nel boschetto, per poi ritornarci e da lì prenderà fora la sua
pazzia. Calvino va a condensare il momento in cui abbiamo Orlando che non riesce a prendere
sonno e il pastore (come favola per farlo addormentare) gli racconta la storia dei due sposini
mettendo in evidenzia che nello stesso letto su cui è sdraiato, ci hanno passato la notte di nozze e
come pegno la sposa ha lasciato al pastore il braccialetto.

Conclusione: anche in questa parte Calvino va a condensare molti avvenimenti che portano alla
conclusione del poema facendo una particolare lode di ammirazione a Rodomonte, che viene
interpretato come un personaggio che rappresenta l’antieroe.

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31/05/2018

L’ORLANDO FURIOSO SULLA SCENA


Uno dei filoni della fortuna del Furioso lo si ha nel campo musicale e scenico, che veniva usato,
in special modo durante il periodo elisabettiano, come fonte letterarie.
Nel periodo del ‘700 abbiamo due riadattamenti scenici barocchi che vennero fatti da Vivaldi e
da Handel, dove con l’opera di ha più fluidità del testo poetico andando a mettere anche in
evidenzia determinate parole chiavi, infatti sono spesso modificati questi testi, per esigenze dello
spettacolo.
Vivaldi: la prima versione è del 1713 per poi essere ripresentata con delle modifiche nel 1727 e
le musiche non sono tutti di Vivaldi. All’epoca gli spettatori, quando andavano a teatro, volevano
ascoltare i virtuosismi dei cantanti, però dietro ci deve essere dietro una storia, dove alcuni
elementi della storia del Furioso vengono selezionati e raccolti insieme.
Viene ambientata sull’isola di Alcina dove la storia viene ristrutturata mandandoci tutti i
personaggi dove le loro vicende siano tutti concentrati in un luogo solo. Angelica per sfuggire da
Orlando si rifugia sull’isola di Alcina, che ha perso Medoro, dove la maga Alcina l’aiuta.
Orlando geloso cerca Angelica, la quale fa finta di amare Orlando, di fronte a Medoro, dicendo
che lui è suo fratello. Medoro ci soffre perché Angelica si mette ad amoreggiare con Orlando,
quindi ci viene presentato un Medoro geloso.
In questa versione si va a vedere Ruggero che si innamora di Alcina, facendo rimanere la gelosia
di Bradamante, essendo il suo destino.
Nel secondo atto, sesta scena, abbiamo il tradimento di Angelica nei confronti di Orlando, che
viene convinto da lei dove le dice che c’era una fonte che gli faceva rendere sempre giovani.
Nella scena della pazzia (atto secondo scena 15) Orlando sopraggiunge nel luogo dove Angelica
e Medoro si sono sposati e hanno lasciato i segni del loro amore, dove vengono riutilizzati i versi
originali dell’Ariosto. È una scena che non si va a concludere con un’aria da capo, ma con una
scena di follia, dove si vanno a perdere gli elementi narrativi della storia originali, dove si vanno
ad usare elementi dissonanti per andare a sottolineare la pazzia e il dolore che viene provata da
Orlando.
Handel: la prima dell’opera venne fatta nel 1733, dove negli anni venti venne concepito il
libretto che di sicuro, prima del 1733, ha subito delle modifiche.
La sua opera dedicata al poema dell’Orlando Furioso, andò a scrivere la parte di Orlando per
Senesino che era troppo poco adatta per mettere in evidenzia la sua bravura, dove non va
appagare il gusto del pubblico e le esigenze del cantante, ma Handel scrive una parte che si
andava ad adattare al personaggio.
Troviamo meno personaggi, però ne troviamo di nuovi, dove la storia si aggira tutta introno alla
capanna del pastore.
Una delle prime scene dell’opera dove Zoroastro cerca di far rinsavire Orlando dicendoli di
combattere per la gloria e di lasciare l’amore, che teoricamente questo ruolo di spiegare come
mai Orlando ha abbandonare il suo dovere cristiano nel poema è affidato a San Giovanni.
Alla scena 11 del primo atto troviamo un triangolo d’amore dove troviamo Angelica, Medoro e
Dorinda, che si innamora di Medoro, che vanno a generare un terzetto.
Una delle arie più importanti (Scena 3 Atto I) è “ciel tu il consenti” dove Orlando scopre da
Dorinda che Angelica e Medoro si amano.

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La scena culmine della pazzia di Orlando viene preceduta da vari eventi dove troviamo Medoro e
Angelica che scrivono i loro nomi nel boschetto dove vengono mantenuti elementi ariosteschi
messi all’interno della scena e si va a leggere una Angelica più innamorata naturalmente di
Medoro dove anche lei viene punita dall’amore, dicendo anche in pochi versi che anche Orlando
la dovrà perdonare perché lei sa quanto sia potente l’amore, quindi non può essere ingrata. Ad un
punto troviamo Zoroastro che avverte Angelica e Medoro che devono scappare a causa di
Orlando che era diventato pazzo.
Ci viene presentata una scena di pazzia diversa da quella di Orlando dove si va a concludere con
un’esplosione, dove non si presentano delle grandi arie, ma abbiamo un Orlando allucinato che
non si capisce con chi se la prende, all’inizio (fantasmi), per poi cominciare a prendere coscienza
della sua pazzia dove vengono utilizzati gli elementi ariosteschi, andando così a creare un
Orlando preso dalle passioni e non sa gestire.
05/06/2018

Orlando Furioso in televisione


Luca Ronconi ed Edoardo Sambinieti, che è uno scrittore sperimentale della generazione di
Calvino, dove per molto aspetti si possono avere degli elementi in comune fra i due, dove
compose il libro “Gioco dell’Oca, composto da 111 capitoli dove si andavano a combinare una
serie di storie dove il lettore poteva combinare le varie storie a proprio piacimento.
Andò a ricomporre una serie di eventi dell’Orlando Furioso, un anno dopo la messa in onda della
trasmissione radiofonica di Calvino, dove lo mise sulla scena utilizzando molti attori, che si
posizionavano in vari punti del palcoscenico e ogni attore andava a raccontare una serie di storie
dell’Orlando Furioso. Nel 1975 la Rai lo contattato per andare a trasformare lo spettacolo in uno
spettacolo televisivo, che in un primo momento non accetto, ma poi si. Lo andò a strutturare in
cinque puntate dove troviamo i cantastorie, do ave in un primo momento si penso di mettere
sulla scena dei cantastorie che narrare la storia, utilizzando le ottave ariostesche, ma non venne
attuato, ma si decise di far dire al personaggio cosa faceva che cosa avrebbe fatto.
Le riprese vennero fatte quasi tutte al chiuso dove ci sono gli attori che si muovono all’interno
del luogo a disposizione, che venivano seguite dalle macchine da presa.
Presenta la voce fuori campo, la quale non c’era nella versione teatrale, che era necessaria per lo
spettacolo televisivo e i personaggi vanno a descrivere le proprie azioni e anche quelle di altri
dove viene mantenuto il linguaggio ariostesco, accompagnata dalla musicalità delle rime e degli
endecansibile, e nel momento in cui Angelica e Scripante si incontrano, si vanno ad alternare le
ottave dei due personaggi dove Angelica cerca protezione per tornare a casa e Sacripante cerca
Angelica.
Come modello di narrazione televisiva non va a coprire tutto il pubblico, cioè era destinato ad un
pubblico colto, anche se è rimasta un grande successo degli anni ’70 e ben riuscito.
Un altro Furioso televisivo usci nel 1983, più o meno, distribuito sul mercato internazionale in
lingua inglese e all’inizio era nato come una serie a puntate, ma poi venne fatto a film. La storia
viene rimontata dove abbiamo un Ruggero che si innamora di Bradamante e allo stesso tempo
anche Orlando si innamora di lei. Marfisa si innamora di Ruggero che non sono uniti dal loro
sangue, cioè in questa versione non sono fratelli.

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