Sei sulla pagina 1di 56

GEOGRAFIA UMANA

Prof.ssa Azzari M
25/02/2019
La geografia umana si occupa del mondo come esso è e come potrebbe essere, ma il vero obbiettivo di questa
disciplina è quello di sapere come le popolazioni, le culture, le società e le economie delle popolazioni si
manifestino nello spazio terrestre, in relazione al variare delle condizioni ambientali e storiche. Tutti i processi
di mutamento sono geo-referenziati, infatti ogni più piccolo cambiamento viene registrato e i vari ferimenti,
che si possono riscontrare, vengono studiati in maniera diversa, infatti non abbiamo solo un approccio di tipo
mimetico, ma si ha un’analisi completa, caratterizzata da dati che provengono da ambiti diversi.
La geografia umana attinge ad altre scienze sociali nelle analisi identificata con i sui sotto settori, come la
geografia politica, economica, culturale e sociale, ma la geografia umana mira agli obbiettivi di un’educazione
alla socialità.
Quando si parla di geografia dobbiamo prendere in analisi anche diversi concetti come quello di luogo e spazio:
LUOGO: località contraddistinta da specifiche caratteristiche fisiche, culturali e sociali e presenza una
posizione precisa, ma ogni luogo è diverso l’uno dall’altro dove ogni luogo è identificato tramite la sua
geometria o la posizione geografica e alla sua creazione contribuisce la natura e la popolazione. I luoghi
interagiscono fra loro in modi strutturati e comprensibili, infatti parliamo di interazione spaziale quando i
concetti di ubicazione e distanza i geografi aggiungono quello di accessibilità e di connettività, dove
quest’ultimo rappresenta un concetto più ampio e implica tutti i modi, tangibili e non tangibili i cui i luoghi
sono collegati.
àRegioni: zone che mostrano elementi significativi di uniformità interna e differenza esterna rispetto ai
territori circostanti. Per il geografico rappresentano l’età rappresentata nella storia, infatti viene vista come un
espediente di generalizzazione delle aree geografiche che consiste nel suddividere in componenti la complessa
realtà della superficie terrestre. Sono espedienti artificiali create dall’uomo dove alla base di esse ci stanno
l’identificazione e la mappatura di distribuzione degli spazi; si parla di regioni formali, cioè caratterizzate da
un’essenza uniformità di una o di un certo numero di caratteristiche fisiche o culturali, oppure politiche,
regioni funzionali, cioè un sistema spaziale dove le sue parti sono indispensabili e si possiede un unità, non in
termini di contenuto statico, ma di connettività operativa; si ha un aria centrale nella quale le sue caratteristiche
peculiari si manifestano più chiaramente. Per regione percettiva si intende invece quelle regioni che non
presentano una struttura rigorosa e formale dato che riflettono sensazioni e immagini, infatti esse possono
risultare più significative nella vita e nelle azioni dei individui.
SPAZIO: è l’estensione della superficie terre dalle dimensioni indefinite e può essere inteso sia in senso
assoluto, cioè indipendentemente dalla natura dei fenomeni che consideriamo operanti di esso, e relativo, cioè
che varia le sue proprietà in funzione dei fenomeni operanti. Anche esso nel corso del tempo può variare.
Si parla anche di spazio geografico, che viene identificato come relativo o relativistico dove si prende in esame
i fenomeni naturali e culturali del luogo.
àDiffusione spaziale: è il processo tramite il quale un’idea o un elemento si diffondono da un centro di origine
a punti più distanti, con il quale un’idea o un elemento si diffonde da un centro di origine a più punti di distanza.
La velocità di diffusione dipende anche dalla densità della popolazione, dai mezzi di comunicazione…
àDistribuzione dello spaziale: disposizione degli elementi sulla superficie terrestre.
MODELLO DI DISTRIBUZIONE: disposizione degli elementi in uno spazio, dove si distingue modello
accentrato, quando gli elementi sono concentrati attorno ad un unico nodo, e modello casuale, quando si
descrive una distribuzione irregolare e non strutturato. Si parla anche di “sistema di centralizzazione”, col
quale si organizza un territorio agricolo nelle regioni. Venne attuato con la Roma repubblicana dove crea un
modello rurale ortogonale, cioè a scacchiera.
Quando si prende in analisi uno spazio noi dobbiamo usare una scala molto ampia, rispetto a quella presa per
analizzare un luogo, infatti all’interno dello spazio e del luogo troviamo anche un’altra sottocategoria, cioè
quello dell’ambiente che non è altro che la posizione di uno spazio geografico dove interagiscano gli esseri
viventi, infatti si parla anche di ambiente sociale e economico. Nell’ambito di geografia umana per ambiente
si intende anche l’insieme dei fattori fisici ed è anche il risultato dell’interazione di un sistema di variabili
appartenenti al composto biotico. Dal concetto di ambiente è possibile anche parlare di paesaggio che si
identifica in paesaggio naturale, cioè rappresenta il contesto all’interno del quale si svolge l’azione umana, e
paesaggio culturale, cioè dove si svolge l’attività umana.
Da quest’ultimo concetto noi possiamo parlare di ambiente naturale, cioè quell’ambiente in grado di ospitare
la specie animale e vegetale e dove si possono individualizzare dei principi chiavi di lettura della posizione
geografica e della natura geografica.

1
Ma per definire bene quest’ultimo concetto dobbiamo prendere in analisi il concetto:
UBICAZIONE1: costituisce il punto di partenza di qualsiasi nostro personale movimento e azione all’interno
dello spazio della vita quotidiana e si hanno due tipi di ubicazioni:
1) Assoluta: identificazione di un luogo sulla base di un sistema preciso e riconosciuto di coordinate,
come l’ubicazione e matematica, cioè longitudine e latitudine;
2) Relativa: la posizione di un luogo in relazione a quella di altri luoghi o attività e esprime
l’interconnessione e l’interdipendenza spaziale e può avere implicazioni di tipo sociali e economiche;
DIREZIONE: è il secondo concetto spaziale che viene utilizzato e anche qui possiamo parlare di direzione
assoluta quando ci si basa sui punti cardini del nord, sud, est e ovest.
DISTANZA: questo concetto viene associato all’ubicazione e la direzione di un concetto di uso comune e
anche esso può essere considerato sia in senso assoluto che relativo, come il concetto di spazio.
1) Assoluto: si riferisce alla separazione spaziale tra i punti sulla superficie terrestre misurando secondo
l’unità dei metri e dei chilometri;
2) Relativa: trasforma le misurazioni lineari in altre unità più significative per il rapporto spaziale in
questione.
GLOBALIZZAZIONE: comporta l’aumento dell’interconnessione fra popoli e società in tutte le parti del
mondo ed è favorita dai continui progressi di accessibilità e di connettività a livello mondiale.
DENSITA’: la misura del numero e della quantità di qualsiasi elemento all’interno di un’area, dove si parla di
densità numerica quando la relazione assoluta, come la popolazione delle unità abitative, ed è per chilometri
quadrati (densità numerica), mentre si parla di densità fisiologica quando la misura del numero di persone per
unità di superficie di terreno coltivabile. Le densità sono di solito impiegate come termini di paragone, ossia
l’une dalle altre.
DISPERSIONE: rappresenta il livello di diffusione di un fenomeno su un’area, dove non si danno informazioni
di tipo numerica su quanti elementi ci sono, ma su quanto distano l’uno dall’altro.
Ripercorrendo la storia del pensiero geografico si possono ricostruire le fasi dell’evoluzioni delle relazioni
umani-ambiente:
Determinismo naturalistico: i condizionamenti dei fattori fisico-naturali dell’ambiente sono riconosciuti
responsabili dei comportamenti umani, sia sociali che individuali.
Possibilismo: l’ambiente non condizionato totalmente dalle comunità umane, che non possono cogliere le
opportunità offerte dall’ambiente in relazione al momento storico della cultura, della tecnologia disponibile
alla valutazione dei bisogni e delle risorse.
Concerne sistemico: l’ambiente è una realtà complessa costituita da elementi e processi in continua reciproca
interazione e con questo pensiero si adotta una lettura complessa del territorio.
02/03/2020
ECOSISTEMA: Nel linguaggio comune, ecosistema e ambiente sono considerati sinonimi. In realtà̀ , mentre
la parola "ambiente" può assumere diversi significati, riferibili sia al contesto naturale che a quello sociale, il
termine "ecosistema" è riferito esclusivamente all'ambito dei fenomeni naturali.
La differenza di significato tra ambiente ed ecosistema si è evidenziata nel corso degli anni Settanta. Col
delinearsi di un modo di intendere lo sviluppo in termini più complessi e con la diffusione di una crescente
sensibilità̀ per le questioni ambientali, sia in ambito istituzionale che sociale, si è affermato un nuovo concetto
di ambiente, considerato come internalità del sistema economico e sociale e come entità̀ vivente. Quando ci
rifacciamo al termine ecosistema ci riagganciamo anche al concetto di STATI D’ANIME, cioè forme di
censimento che venivano praticate dai parroci e servivano come sistema di rivelazione del popolo sul territorio
fino a quando non si creano i “vale quadum” che era fatto apposta per i parroci che dovevano ricavare
determinate informazioni, ma con la metà dell’800 diventa un sistema di localizzazione di un popolo su un
determinato territorio, infatti cominciarono a essere indicati anche chi possedeva un’istruzione, oppure chi
sapeva solo leggere o scrivere o contare, e grazie a questi elementi si cominciarono ad avere le prime analisi
di un popolazione, anche da un punto di vista dello stato.
Ma per ecosistema si intende un'organizzazione di elementi biotici (organismi vegetali e animali) e abiotici
(acqua, suolo, aria ecc.) che si evolve in un ambiente, va incontro a trasformazioni e si dirige verso un obiettivo
(Vallega, 1990). La natura è vista nella sua dimensione complessiva (si considerano sia gli elementi organici
che quelli inorganici e le reciproche relazioni), nei suoi processi dinamici (l'attenzione è posta sull'evoluzione
di tali relazioni) e nelle direzioni verso cui tende (ogni sistema va valutato in funzione delle finalità che
persegue). Nel sistema ambientale tutti gli elementi (materia organica e inorganica) sono legati da relazioni -

1
Manuale pg 336.

2
innescate principalmente dall'energia solare. Ogni sistema tende a una condizione di equilibrio. Viene anche
definito come un sistema aperto che attraverso l'apporto di energia dall'esterno dà vita a tutta una serie di
relazioni tra gli elementi che lo costituiscono; innesca dei processi destabilizzanti o stabilizzanti; garantisce -
entro certi limiti - la propria capacità di adeguarsi attivamente agli input esterni (resilienza); riproduce da sé
gli elementi di cui è composto (autopoiesi) e si dirige verso il mantenimento di un equilibrio instabile (cioè
attorno a variazioni negative e positive), con l’obiettivo di rafforzare se stesso.
L'ecosistema risponde normalmente a un input iniziale con piccoli adattamenti (morfostasi) che non ne
perturbano l'organizzazione e l'equilibrio quando invece l'input iniziale assume particolare intensità, fino a
superare determinate soglie di resistenza, l'ecosistema reagisce modificando radicalmente la propria
organizzazione e ridisegnando il proprio obiettivo (morfogenesi).
Altri studiosi introducono degli elementi all’interno del concetto di ecosistema:
BANINI=Le classificazioni sinora prodotte hanno riguardato la scala globale, in riferimento soprattutto ai
grandi biomi, ossia alle principali regioni climatiche e alle rispettive comunità vegetali e animali (foresta
pluviale, tundra, savana, deserto ecc.). Ad una scala più grande le cose si complicano soprattutto a causa
dell'instabilità comportamentale, nello spazio e nel tempo, di molti elementi dell'ecosistema e appare più
opportuno parlare di fasce di transizione da un ecosistema all'altro anziché di precisi confini.
DANSERO=Da qui la necessità di conoscere caratteri e comportamenti di ciascun ecosistema locale, poiché
ogni intervento umano sul territorio dovrebbe essere commisurato alle capacità di carico di ciascun ecosistema,
cioè ai livelli massimi di densità demografica e di attività economica che esso può sostenere senza subire
alterazioni di rilievo.
VALLEGA=La regionalizzazione degli ecosistemi può aiutare nella definizione di adeguate politiche di
intervento territoriale, posto che le attività umane dovrebbero commisurarsi ai caratteri di ciascun ecosistema
locale e che difficilmente un determinato ecosistema rientra interamente nell'area di competenza
amministrativa o politica di una medesima regione.
Per poter analizzare la distribuzione di un paesaggio bisogna tenere in considerazione:
1) Clima
2) Morfologia
3) Copertura vegetale Elementi storico-culturali Strutture economiche
Sono gli elementi fondamentali per poter analizzare al meglio i paesaggi, ma si possono riscontrare dei
problemi con la scala, infatti si parla di paesaggi terrestri, regionali e locali.
Il primo passo per analizzare un paesaggio è tenere in considerazione le CARATTERISTICHE
MORFOLOGICHE che riguardano:
• Tettonica: processo che controlla e interessa la struttura e le proprietà della crosta terrestre, nonché la
sua evoluzione nel tempo. In particolare, descrive fenomeni come l'orogenesi, la crescita e il
rafforzamento dei corpi rocciosi e dei cosiddetti cratoni e il modo in cui le placche che compongono
lo strato esterno della Terra interagiscono tra loro. La tettonica fornisce anche un quadro di riferimento
per comprendere i terremoti e le eruzioni dei vulcani, che incidono su gran parte della popolazione
mondiale. Gli studi tettonici sono importanti, infine, anche per comprendere i modelli di erosione in
geomorfologia e per essere attuate come guide per la geologia economica, che riguarda la ricerca dei
metalli preziosi e del petrolio.
• Rischi geologici (vulcani e terremoti)
• Caratteristiche geologiche e litologiche (variazione di resistenza della roccia all'erosione che si
riflettono sulla topografia)
• Morfologia (pendenze) e litologia (tipo di roccia) in relazione ai fattori atmosferici e alla loro azione
erosiva (chimica, meccanica)
• Erosione superficiale
• Azione dei corsi d’acqua (trasporto di sedimenti, creazione di pianure alluvionali, creazione di reti di
valli, sistemi di flusso in relazione al cambio di uso del suolo, clima e altri fattori che influenzano i
sedimenti e il deflusso)
• Processi costieri (erosione costiera/abrasione, creazione di spiagge, maree e bradisismo, impatto
dell'uomo)
• Processi glaciali (erosione glaciale, forme glaciali – conche, circhi, valli a U-, morene e altre forme di
deposito glaciale
Ma il problema che si identifica è quello della scala perché appunto noi parliamo di paesaggi terrestri, regionali
e culturali e la scelta della scala di analisi impone l’adozione di criteri di valutazione diversi: la distinzione tra

3
i diversi paesaggi alla scala globale terrà conto solo di alcuni fattori quali temperatura e piovosità che
determinano differenze macroscopiche, mentre alla scala regionale e ancor più a quella locale sarà necessario
tener conto di altri fattori (vicinanza al mare o a grandi specchi d’acqua, altitudine, componenti storiche e
culturali che hanno plasmato nel tempo i paesaggi).
Il secondo elemento da prendere in analisi è quello del clima dove noi consideriamo le temperature e le
precipitazioni da un punto di vista globale, infatti distinguiamo:
- I territori equatoriali: si hanno temperature elevate di giorno e fresche di notte con precipitazioni
continue, infatti si parla di aria ciclonica.
- I territori longitudinali: dove si hanno due stagioni e presentano maggiori precipitazioni
- I territori ai poli: temperature basse costanti e precipitazioni minime

DISTRIBUZIONE DEI CLIMI NEL MONDO

-
3/3/2020
Le fasi della vegetazione sono caratterizzate dalle condizioni climatiche, infatti si parla di “bioma”, cioè le
principali zone ambientali della Terra, contraddistinte da una copertura vegetale caratteristica, per questo la
Terra può essere suddivisa in zone di produttività variabile sulla base della crescita potenziale delle piante.
Il bioma può essere calcolato con la formula I=TmPGS/120Tr che indica l’indice di produttività di Paterson:
I = indice di produttività delle piante
Tm = temperatura media del mese più caldo espressa in gradi Celsius
Tr = escursione (range) termica annua (differenza tra temperatura media del mese più caldo e del mese più
freddo in gradi Celsius)
P = piovosità in centimetri
G = stagione di crescita (growth) in mesi (temp. >3°C)
S = quantità di radiazione solare espressa come percentuale della radiazione solare ai poli
La prima fascia che si prende in analisi è quella equatoriale, cioè troviamo i paesaggi della foresta pluviale e
quelli della savana, che presentano una grande quantità di precipitazioni costanti con temperature elevate
durante il giorno e basse durante la notte. Grazie alle precipitazioni si ha un tipo di vegetazione molto rigorosa,
in particolare nella foresta pluviale, mentre nella savana meno per il semplice fatto che in esso le precipitazioni
non sono così costanti.
La seconda fascia che si prende in considerazione sono i paesaggi terresti, caratterizzati da paesaggi arido-
caldi: deserto e predeserto; e paesaggi aridi continentali, che presentano una forte escursione termica con
temperature elevate di giorno e basse di notte e presenta una forte assenza di precipitazioni.

4
La terza fascia è costituita dai paesaggi della fascia temperata costituiti da: il paesaggio subtropicale
mediterraneo e sinico, dove si presenta un ciclo annuale delle temperature che è molto marcato con notevoli
escursioni termiche e gli inverni sono molto miti con temperature che vanno al di sopra dello zero dove le
precipitazioni sono discrete per tutti i mesi, ma il picco massimo lo raggiunge l’estate. Un cambiamento viene
registrato nella città di Monterey dove l’escursione annua è modesta a causa della posizione costiera
sull’oceano, infatti l’estati sono molto secche con quasi quattro mesi senza piogge, ma nel periodo invernale
le precipitazioni sono notevoli; il paesaggio temperato marittimo, dove si registra un’escursione termica
annua e modesta con inverni molto miti per una simile latitudine e le quantità delle precipitazioni è notevole
con un massimo invernale; il paesaggio temperato continentale il ciclo annuale delle temperature presenta
un’ampia escursione, con estati calde e inverni freddi. Gennaio è registrato come il mese più freddo e presenta
una media seppur di poco sotto lo zero. La gran parte delle precipitazioni annue sono piogge convettive estive
che avvengono quando l’aria marittima tropicale invade queste regioni da Sud causando temporali; in inverno
invece si possono verificare modeste nevicate.
L’ultima grande fascia di paesaggi da prendere in analisi cono quelli subpolari (conifere, tundre e deserti nivali)
e il paesaggio del gelo perenne: il lungo inverno è molto freddo, ma l’escursione termica annua è relativamente
contenuta, data la latitudine, infatti il totale annuo delle precipitazioni annuo è basso, mentre in luglio la
banchisa si scioglie e l’acqua dell’Oceano Artico si intiepidisce, aumentando il contenuto di umidità dell’aria
cin un incremento delle precipitazioni.
Quindi per paesaggio, in geografia, si dice paesaggio il complesso di elementi che costituiscono i tratti
fisionomici di una certa parte della superficie terrestre; il paesaggio geografico è dunque, in certo senso,
una sintesi astratta dei paesaggi visibili, in quanto rileva di essi soltanto i caratteri che presentano le più
frequenti ripetizioni sopra uno spazio più o meno grande, superiore in ogni caso a quello compreso da
un unico orizzonte; altre definizioni di paesaggio che possiamo riscontrare è quella che il paesaggio è
“un sistema vivente che alle diverse scale: ha una forma fisica ed un’ organizzazione spaziale specifica
(struttura); possiede una dinamica interna dovuta al movimento e al flusso di energia tramite acqua,
vento, piante e animali (funzionamento); è soggetto ad evoluzione nel tempo in funzione della dinamica
e delle modifiche nella struttura (cambiamento); [...] pertanto è possibile una classificazione dei diversi
paesaggi [...], stabilendone le caratteristiche strutturali e funzionali, utili anche come indirizzo e
riferimento per le trasformazioni e la gestione”.
Il paesaggio è una “specifica risorsa culturale ed ambientale” di cui è necessario analizzare le caratteristiche
ecologico ambientali e naturalistiche; storico insediative e architettoniche; visuali percettive e dell’aspetto
sensibile”. Quest’ultima venne data dalla Carta di Napoli, nel 1999, ma secondo la Convenzione Europea del
Paesaggio, il paesaggio designa una determinata parte di territorio, così come è percepita dalle popolazioni, il
cui carattere deriva dall'azione di fattori naturali e/o umani e dalle loro interrelazioni.
Secondo Barbieri se “il paesaggio può essere visto, vissuto, rappresentato, descritto in forme molto personali,
da una visuale scientifica e storica a quella estetico contemplativa”, esso “non è solo un valore personale, è
una realtà collettiva, pubblica, sociale, un obiettivo documento di cultura”. In sostanza il paesaggio è l’aspetto
della superficie terrestre costituito non solo da forme esteriori, ma da strutture interne e da fenomeni dinamici
in costante evoluzione che devono essere studiati nel loro insieme e nelle reciproche relazioni.
Il concetto di paesaggio comprende dunque una serie di elementi, che lo compongono, e una serie di fattori,
che lo determinano. Gli elementi sono costituiti dai caratteri fisici (morfologia, idrografia, vegetazione ecc.) e
da quelli antropici (insediamenti, coltivazioni, infrastrutture varie ecc.). La latitudine, l'orografia e il clima
sono fattori determinanti di un certo tipo di paesaggio, ma uguale o, in qualche caso, superiore importanza
hanno le vicende storiche, culturali, sociali. La lettura del paesaggio è un'operazione complessa che va oltre il
direttamente visibile e comporta un processo mentale per cercare di comprendere come si è giunti all'attuale
situazione. In questo senso vi è inevitabilmente da parte di chi interpreta un paesaggio una componente, più o
meno accentuata, di soggettività, tanto più che il paesaggio può assumere valore simbolico e rilevanza estetica.
L'insieme dei valori attribuiti al paesaggio determina la necessità della sua salvaguardia sancita anche dalla
Costituzione: «La Repubblica protegge il paesaggio» (art. 7).
CAMBIAMENTI CLIMATICI GLOBALIà l’attività dell’uomo ha favorito ad un incremento della
concentrazione di tre gas serra, che intensificano il naturale effetto serra che ha portato ad un cambiamento
globale del clima. L’effetto serra non è altro che il risultato di specifici gas atmosferici che in parte catturano
la radiazione infrarossa a onda lunga riemessa dalla terra verso lo spazio ed è una condizione necessaria per
riscaldare la Terra e portarla a temperature che consentono la vita. Senza l’effetto serra la terra sarebbe molto
più fredda e la temperatura avrebbe violente oscillazioni.

5
Ma oltre all’effetto serra l’uomo ha portato ad un aumento del riscaldamento globale che porteranno a
conseguenze molto gravi, fra cui la glaciazione estiva del mare Artico tenderà a scomparire con il corso del
tempo, i livelli dell’acqua del mare aumenteranno, si avrà una diffusa siccità che prenderà l’Europa del sud,
l’Africa e il Nord America. Oltre a queste conseguenze, dobbiamo considerare che con la costruzione di
fabbriche l’uomo ogni giorno contribuisce all’inquinamento atmosferico, che avviene nel momento in cui si
ritrovano nell’aria delle sostanze alloctone in quantità e concentrazione sufficiente a provocare danni agli esseri
viventi e alle strutture create dall’uomo. Un’aria realmente pulita non è mia esistita perché l’inquinamento
atmosferico proviene anche dai fenomeni naturali, come l’eruzione di un vulcano, ma presentano volumi
modesti dell’inquinamento e non producono un effetto a lungo termine sulla qualità dell’aria. Più dannose sono
le sostanze emesse nell’atmosfera per effetto delle attività antropiche, che provengono principalmente dalle
fabbriche che producano la combustione di combustibili fossili. È dalla loro combinazione che nasce la
fisionomia particolare di ogni regione.
ASSOCIAZIONI FRA CLIMI E PAESAGGI TERRESTRIà il clima è l’andamento medio che caratterizza
le condizioni atmosferiche di una determinata area. È l’insieme delle condizioni atmosferiche che si verificano,
con una certa costanza nelle diverse regioni del mondo. Per definire le condizioni climatiche di una determinata
area è indispensabile che determinate situazioni e caratteristiche atmosferiche si ripetino per un periodo lungo
(30 anni). Invece per tempo si intende le condizioni dell’atmosfera in una determinata località in un preciso
momento. Per definire il clima dobbiamo considerare tre fattori:
1- Temperaturaà varia dell’arco del giorno, mese e anno e abbiamo pertanto una escursione termica
giornaliera oppure annua, cioè fra una stagione e l’altra. Abbiamo climi che sono caratterizzate da
escursioni termiche contenute, altri invece accentuate; i fattori che determinano le temperature sono i
movimenti della Terra (moto di rivoluzione), l’altitudine, dove si ha una diminuzione della
temperatura, la disposizione delle catene montuose, dove i rilievi proteggono da correnti umide, dove
si hanno un versante caratterizzato da molte precipitazioni, l’altro invece secco, poi la latitudine perché
all’equatore la temperatura diminuisce, visto che i raggi del sole sono inclinati, a differenza
dell’equatore, dove le temperature aumentano, un altro fattore è la distanza dal mare, le correnti
marine, la vegetazione presenta un ruolo importante perché essa riesce ad abbassare la temperatura
dell’aria aumentando anche l’umidità.
2- Precipitazionià sono distribuite in maniera non omogenea sulla Terra, vengono misurate in mm con
il pluviometro, e vengono rappresentate tramite le Isometrie, cioè il luogo geometrico dei punti nei
quali le precipitazioni assumono lo stesso valore, e diminuiscono dall’equatore fino ai poli. La loro
regolarità è influenzata dai vari fattori: disposizione delle terre emerse e dai mari, la disposizione delle
catene montuose, l’altitudine sul livello del mare. La media generale è di 1500 mm ma si possono
raggiungere anche i 10 mila mm, come in India, e possono essere in forma liquida che solida e sono
legati al fenomeno della condensazione del vapore acqueo.
3- Umiditàà anche essa non è disposta in maniera non regolare sulla superficie terrestre ed è influenzata
dalla pressione e dalla temperatura, e per questo caso sono i venti ad agire in modo pensante sulla
distribuzione dell’umidità. Essa dipende dalla capacità dell’aria di mantenere il vapore acqueo, quando
la temperatura diminuisce la capacità diminuisce.
La classificazione dei climi è una scienza complessa dove la classificazione deve basarsi su dati che non sono
facili reperibili, che contengono abbastanza dati raccolti in un lungo corso del tempo, ma è molto utile
soprattutto per la pianificazione della superficie terrestre e le risorse e fra quelle viene utilizzata quella di
Cheppen. Cheppen è un climatologo austrico che elaboro la sua teoria nel 1918 e la riprese nel 1936 e questa
classificazione viene molto usata, anche se è molto modificata e arricchita, ma tiene conto degli elementi della
temperatura e delle precipitazioni. La classificazione utilizza come elemento fondamentale la distribuzione
delle associazioni vegetale sulla superficie terrestre, cioè dei biomi, cioè un insieme di caratteristico di piante
che vivono sullo stesso territorio che hanno esigenze uguali, ma possono appartenere a famiglie vegetali
diverse. Cheppen distinse cinque climi fondamentali distribuiti dall’equatore verso i poli.
1) Megatermici, tropicali umidi
2) Aridi
3) Mesotermici, temeprati
4) Microtermici, boreali
5) Polari
RELAZIONE FRA LA DISTRIBUZIONE DEI CLIMI E DISTRIBUZIONE DEI BIOMI: è necessario
confrontare il cartogramma che descrivere il sistema di circolazione dei venti, con la carta della distribuzione
dei climi, mostra una suddivisone in tre tipologie di climi:

6
- Clima dei bassi latitudinià a cavallo dell’equatore dove mostra un’area ciclonica, con un clima
equatoriale umido e via che ci si sposta si trova il clima tropicale umido secco e tropicale secco, e si
ha una quarta fascia climatica che è caratterizzata dal clima monsonico;
- Clima delle alte latitudinià si distinguono in climi delle foreste boreali, tundra e glaciale;
- Clima delle medie latitudinià la fascia che comprende una varietà di climi;
A questi climi corrispondano i biomi dove quelli principali sono quelle delle foreste, steppe, deserto e savane,
e la caratteristica della vegetazione sono influenzate da temperature e precipitazioni.
L’INDICE DI PATERSON DI PRODUTTIVITA’ DELLE PIANTE: la Terra la possiamo suddividere in zone
di produttività che sono basate sul potenziale della crescita delle piante. L’indice di Paterson è uno dei tanti
modi possibili per la stima della produttività delle piante su una data superficie dai dati climatici, e la si può
calcolare tramite l’uso di un’equazione: I=TMxpxgxs/120xtxr. La durata del periodo dello sviluppo vegetativo
viene calcolato tramite il numero di mesi in cui la temperatura raggiunge o supera il far bisogno necessario
delle piante, quindi di fatto significa che la produzione delle piante è maggiore in aree più calde, interessate da
precipitazioni abbondanti con un maggior radiazione solare; viceversa la riduzione della produzione delle
piante in quelle zone dove ci sono escursioni termiche maggiori.
Piogge acideàconsiste nella ricaduta dall'atmosfera sul suolo di particelle acide, molecole acide diffuse
nell'atmosfera che vengono catturate e deposte al suolo da precipitazioni quali: piogge, neve, grandine, nebbie,
rugiade, ecc. Tale processo si distingue dal fenomeno della deposizione acida secca nella quale la ricaduta
dall'atmosfera di particelle acide non è veicolata dalle precipitazioni ed avviene per effetto della forza di
gravità. In questo caso si parla quindi di depositi secchi.
Problema dell’ozonoà L’ozono presente nella stratosfera costituisce uno scudo protettivo contro la maggior
parte della radiazione ultravioletta (raggi UV) proveniente dal sole impedendole di raggiungere la superficie
terrestre. L’importanza dello strato di ozono deriva dal fatto che i raggi UV sono tanto energetici da scomporre
importanti molecole come il DNA e, se non sufficientemente filtrati, possono far aumentare l’incidenza di
tumori della pelle, delle cataratte e delle deficienze immunitarie, provocando inoltre danni alle comunità
vegetali forestali di interesse agronomico e agli ecosistemi acquatici.
Negli ultimi decenni si è potuto evidenziare che in primavera lo strato di ozono nella zona al di sopra
dell’Antartide è diminuito di circa il 40%: si è in sostanza formato un “buco” nello strato di ozono stratosferico.
Tenendo in considerazione la gravità degli effetti conseguenti alla penetrazione dei raggi UV, molta attenzione
si è rivolta per scoprire le cause dell’assottigliamento, che si sviluppa ogni primavera australe, all’interno del
vortice in corrispondenza del Polo Sud. Purtroppo, ancora una volta la causa è stata identificata nel fenomeno
dell’inquinamento. Tra i maggiori responsabili dell’erosione dello strato di ozono sembrano esserci i
clorofluorocarburi (CFC) commercialmente noti come “Freons”. Questi gas sono stati inventati negli anni ’20
e da allora prodotti e utilizzati in grandi quantità come refrigeranti per impianti frigoriferi e condizionatori
d’aria, propellenti per bombolette di aerosol e come agenti schiumogeni. Una grande quantità di questi è
prodotta dai voli degli aerei supersonici; questo tipo di emissione è particolarmente rilevante perché il rilascio
avviene direttamente a quote stratosferiche.
CONFINI TRA LE PRINCIPALI REGIONI AMBIENTALI: il sistema della divisone dei biomi è essenziale
delle caratteristiche dei climi vegetali del globo, dove non si ha una divisione netta che ci permette di fare la
divisione fra una regione e l’altra, infatti si hanno suddivisioni diverse dove in alcune di esse si hanno molte
subregioni. La regione boreali è una identità ecologica che si basa al clima, infatti si hanno foreste dominate
da conifere, infatti esse creano un problema sul confine della regione dove alcuni l’hanno identificato con un
limite interno.
DEFORESTAZIONE TROPICALEà LE FORESTE RICOPRONO IL 30% del suolo terrestre anche se i
biomi forestali hanno subito gravi conseguenze negative via via che le pressioni esercitate su di essi dall’uomo
sono aumentate. L’abbattimento delle foreste ha accompagnato lo sviluppo delle agricolture e la diffusione
della popolazione in Europa. Il bioma che risente di più è quello della foresta pluviale tropicale a causa
dell’espansione della popolazione, di incremento del terreno, del legno per scopi commerciali, porterà essa
all’estinzione. Bisogna considerare che le foreste svolgono il ruolo di mantenere in equilibrio l’ossigeno con
il carbonio sulla Terra e a contenere i bacini idrografici che regolano i flussi d’acqua, in particolare le foreste
tropicali e la loro distruzione porta a creare uno squilibrio fra questi due principi, ma anche alla modifica delle
temperature dei suoli e dell’aria. Una conseguenza che si ha per questo procedimento è anche quello della
desertificazione, cioè l’espansione o l’ulteriore aggravamento delle aree in cui il suolo e la copertura vegetale
sono degradati o distrutti e porta all’accelerazione dell’erosione del suolo.
Suoloà insieme complesso di particolari particelle rocciose, materia minerale inorganica, materia organica,
organismi viventi, aria e acqua.

7
Rotazione culuraleà prevede di piantare una o più raccolti simultanei o in successione nella stessa area, in
modo tale da conservare la fertilità o fornire una copertura vegetale per la protezione del suolo.
Maggeseà consiste nel lasciare un campo a riposo per uno o più anni al fine di ottenere:
1- Nelle zone semi-aride di accumulare del suolo prodotto in un intero anno, per utilizzarla con la coltura
dell’anno successivo;
2- Nelle regioni umide di rinnovare la fertilità del suolo;
Terrazzamentoà prevede di sistemare un terreno a forte pendenza creando una serie di stretti ripiani adatti
alla coltivazione, che consentano l’attività agricola in zone in precedenza essa era quasi del tutto assente.
Inquinamento ambientaleà avviene quando l’uomo immette nella biosfera rifiuti di tipo e in quantità tali
che essa non è in grado di neutralizzare o riciclare. I rifiuti si possono suddividere in tre categorie, e presentano
modi diversi di inquinare l’ambiente:
1- Rifiuti tossici: sono tutti quelli che provocano la morte degli esseri viventi;
2- Rifiuti pericolosi: sono quelli che generano un rischio immediato o a lungo termine per la salute degli
esseri viventi oppure creano un pericolo all’ambiente;
3- Rifiuti radioattivi: sono tutti quelli scarti che vengono dalle fabbriche nucleari e si suddividono in due
categorie:
- radioattivi a bassa attività: prodotti di resine usate, fanghi di filtrazione, oli lubrificanti e rifiuti da
detergenti e hanno una radioattività limitata nel tempo;
- rifiuti radioattivi ad alta attività: sono tutti quelli che possono rimanere radioattivi per un lungo periodo
di tempo e sono molto dannosi per l’ambiente e per gli esseri viventi;
4/03/2020
CONCETTO DI PAESAGGIO
Il tema del paesaggio è trasversale, cioè può essere visto e analizzato da più punti di vista, anche per ambiti, e
molte di questi elementi li possiamo riscontrare anche negli ambiti umanisti, come per esempio nella poesia di
Leopardi, Elogio degli uccelli, dove vengono messe in luce molte problematiche legate ad esso:
“ora in queste cose, una grandissima parte di quello che noi chiamiamo naturale, non è; anzi è piuttosto
artificiale: come a dire, i campi lavorati, gli alberi e le altre piante educate e disposte in ordine, i fiumi stretti
infra certi termini e indirizzati a certo corso, e cose simili, non hanno quello stato né quella sembianza che
avrebbero naturalmente. In modo che la vista di ogni paese abitato da qualunque generazione di uomini civili,
eziandio non considerando le città, e gli altri luoghi dove gli uomini si riducono a stare insieme, è cosa
artificiata, e diversa molto da quella che sarebbe in natura.”
Non troviamo paesaggi che non siano stati modificati all’uomo e che entrino in conflitto con la natura, in
particolare con il fenomeno del turismo, che ha bisogno del paesaggio, ma anche di infrastrutture e a creazione
di collegamenti.
Il paesaggio viene visto come un bene culturale cioè l’aspetto fisionomico delle interazioni uomo ambiente,
considerato in complesso o nelle singole componenti, è prima di tutto un contenitore di valori di cui occorre
sia consapevole la popolazione locale. In quanto elemento essenziale dello sviluppo economico e della gestione
di un territorio, partecipa ai processi di patrimonializzazione, costituisce un elemento fondamentale del
carattere identitario di un luogo e, come tale, può giocare un ruolo attivo in processi di sviluppo sostenibile e
durevole. Già in una prima legge del 1929 dichiarava che su determinati paesaggi italiani l’uomo non poteva
intervenite e per questo che la convezione europea del paesaggio, che rappresenta la tutela dei paesaggi perché
esso è un bene culturale dove viene considerato un complesso singolare o di più componenti, un contenitore
di valori culturali e rappresenta l’elemento fondamentale dell’economia e della gestione del territorio, dove si
cerca di partecipare ai processi patrimonializzazione e costituisce l’elemtno fondamentale del carattere di
identità del luogo e può giocare un ruolo attivo dei processi di sviluppo sostenibile derivanti.
Per bene culturale, secondo la definizione di Demmateis, si intende un segno materiale localizzato, facente
parte di un sistema di fatti territoriali oggettivi e un valore in un sistema di relazioni sociali che gli conferiscono
il significato di bene. È pertanto fondamentale contestualizzare un bene sia in termini di coordinate culturali
che di coordinate spaziali dove i caratteri oro-idrografici del territorio sono stati sempre il riferimento più
classico per delineare le diverse tipologie di paesaggio. Ma classificare il paesaggio in sistemi significa anche
tenere conto dei segni dell'uomo, della profonda interazione fra natura e storia, fra passato e presente: criteri
che vanno oltre lo stretto riferimento ai caratteri fisici e di uso del suolo: secondo Denis Cosgrove il paesaggio
è "composto di tre elementi: i caratteri fisici e tangibili di un’area... le attività misurabili dell’uomo; i significati
o simboli impressi nella coscienza umana" e bisogna considerare:
• Caratteri fisici (forme del rilievo, clima, vegetazione, ...)
• Caratteri dell’antropizzazione (uso del suolo,distribuzione e tipologia degli insediamenti...)

8
• Caratteri culturali (valori simbolici, estetici, affettivi...)
La base naturale, lo “statico scenario naturale”, esprime le proprietà naturali del paesaggio legate o alla
posizione o alle proprietà materiali (es. struttura morfologica o tipi di suoli) dove le attività umane riguardano
le proprietà organizzative del gruppo e sono legate ai bisogni di sopravvivenza e riproduzione (es. paesaggi
agrari). Il terzo elemento è definito dai significati e simboli che la cultura non materiale ha impresso sui due
elementi precedenti, dal genius loci.
Il valore di un bene “non è una proprietà fissa e inerente delle cose. È piuttosto una proprietà variabile la cui
grandezza non dipende solo dalla natura della cosa in sé, ma anche da chi la valuta e dalle circostanze in cui è
valutata” ed è il frutto di un processo di costruzione sociale dove sono da condiderare: tipo di valore
(economico/non economico; tangibile/intangibile; ...); soggetto che compie la valutazione (individuo/gruppo;
proprietario/non proprietario; utente/non utente; ...); l’obiettivo per cui si compie la valutazione (interno ad es.
tutela/esterno ad es. sviluppo economico locale. Esistono sistemi di indicatori multipli che si propongono di
valutare in termini meno soggettivi e arbitrari possibili la qualità di un bene.
Il valore di un bene culutrale o ambientale dipende da:
• Tipo di valore
• Soggetto che compie la valutazione
• Obiettivo per cui si compie la valutazione
Questi elementi vengono valutati attraverso sistemi di punteggio, fra cui l’uso del metodo H.Kalman, che
raggruppa cinque ambienti di valutazione fra cui quello architettonico, storico, ambientale, utilizzabilità e
integrità e si occupa di fare delle valutazioni standar. Il secondo metodo che può essere utilizzato è quello di
Massimo dove si prende in analisi due ambienti, cioè i fattori socioeconomici (valori d’uso); fattori storico-
culturali (valore intrinseco).
CONCETTO DI PAESAGGIO SECONDO SESTINI: la voce paesaggio, nel linguaggio artistico, tecnico e
scientifico prende sfumature diverse di significato, in particolare oggi si parla di paesaggio in geografia dove
si intende la descrizione della superficie terrestre e si esprime le varie caratteristiche del “paese”.
Alla base del concetto di paesaggio ci troviamo la superficie terrestre nei suoi singoli tratti dove la fase
elementare del paesaggio è una veduta panoramica, ossia l’immagine da noi percepita di un tratto di superficie
terrestre, quale può abbracciare lo sguardo da un determinato punto di vista.
In una seconda fase il concetto di paesaggio si libera da quella di una veduta determinata, diventando una
sintesi di vedute reali. Possibili, ma ciò che cattura la vista è la vegetazione che compone questa visione, non
solo nella manifestazione di colore, ma anche nella forma di essa. Da questo fatto possiamo delineare una fase
della concezione del paesaggio e precisamente un paesaggio geografico, in cui ciascun elemento oggettivo sia
considerato non per la sua mutabile appariscenza ma nei suoi caratteri specifici terrestri.
All’interno del concetto di paesaggio geografico, possiamo individuare delle manifestazioni sensibili, cioè
insieme di cose che in un luogo si organizzano secondo certi rapporti spaziali, che ci permettono di parlare di
paesaggio geografico sensibile. Vi sono fenomeni che sono visibili direttamente, e altri no, ma possono essere
avvertiti e che tuttavia sono determinati di altri chiarimenti manifesti alla nostra vista. I fenomeni climatici in
primo luogo, che presentano tanta influenza, hanno sugli aspetti locali del mantello vegetale, ma anche
sull’idrografia e le stesse forme del suolo.
Da questa analisi si potrebbe indentificare il paesaggio geografico come una serie di combinazioni di oggetti
e fenomeni legati tra loro da mutui rapporti funzionali e si da costruire una unità organica e in questo caso si
parlerebbe di paesaggio geografico razionale.
Quando si parla di paesaggio bisogna distinguere il paesaggio naturale, cioè quello che non è stato taccato
dall’uomo e formato da madre natura, e paesaggio umanizzato, cioè quei paesaggi che sono stati formati
dall’uomo, dove l’opera di tante generazioni si sono accumulate dove ciascuno di esse può aver modificato ciò
che le precedenti avevano compiuto.
CONCETTO DI PAESAGGIO SECONDO BIASUTTI: anche in questo caso si ha la distinzione di paesaggio
sensibile o visivo che è quel paesaggio che può essere riprodotto in tutti i modi, infatti una caratteristica
principale del paesaggio terrestre è proprio quella che è sempre animato ed è costituito da un numero
grandissimo di elementi e difficilmente si ripresenta integralmente in punti diversi della superficie emersa.
Con il concetto di paesaggio geografico si vuole invece creare una sintesi astratta di quelli visibili, in quanto
tende a rilevare da essi elementi o caratteri che presentano le più frequenti ripetizioni sopra uno spazio più o
meno grande e al contrario del paesaggio sensibile, esso costituisce un piccolo numero di elementi
caratteristici, tra cui il clima, che rappresenta uno dei fattori più rivelanti della morfologia, dell’idrografia e
della vegetazione, che costituiscano gli elementi di efficacia subordinata nella loro capacità di agire sulle altre
categorie di fatti. La vegetazione, che costituisce lo spessore e volume principale, è definita come il mantello

9
o rivestimento della superficie; la fauna viene considerato come un elemento integrativo del paesaggio suoi
territori che non siano del tutto deserti di vita.
Altri elementi che creano un paesaggio vi troviamo quelli che compiono azioni che appaiano fortemente
connesse e coordinate che danno però risultati differenti, ma bisogna considerare che tutti i fenomeni e gli
oggetti riuniti in un dato spazio terrestre sono reciprocamente collegati da qualche rapporto.
à La Geografia generale e quella descrittiva si sforzano di tendere a questa meta, cioè quella della descrizione
degli aspetti più espliciti della terra.

9/03/2020
(lezione da casa)
Come specificato precedentemente il paesaggio viene considerato un bene di tipo culturale che va tutelato,
tramite delle leggi specifiche, e che non si ritrovano paesaggi che non siano stati toccati dall’uomo. Ma esso
viene anche visto come una risorsa fondamentale per il turismo, infatti il paesaggio è condizionato da tre fattori
principali:
• Specifica una propria identità tramite l’ambito culturale, ambientale e sociale, del bene;
• Si ha l’esistenza di un sistema locale di supporto programmatico e gestionale;
• Esistenza si un sistema territoriale organizzato in maniera funzionale dove si ha la valorizzazione
turistica del patrimonio culturale e ambientale;
• Si registra una insufficienza nella conoscenza del fattore primario e la debolezza degli altri due
possono determinare, sostanzialmente, le difficoltà di decollo di un progetto di valorizzazione;
bisogna prendere in considerazione che ogni progetto di valorizzazione deve avere caratteristiche si
sostenibilità e durevolezza: la sostenibilità è la caratteristica principale del processo di uno stato che può
essere mantenuto ad un certo livello indefinito. Tale concetto è stato applicato agli organismi viventi ed ai loro
ecosistemi. Se ci riferiamo ad un sistema sociale si indica un “equilibrio fra il soddisfacimento delle esigenze
presenti senza compromettere la possibilità della futura generazione di sopperire alle proprie.
Con il concetto di sostenibilità dobbiamo considerare la capacità dell’ambiente di mantenere nel tempo un
determinato livello di qualità ambientale e di utilizzo di risorse, ma si prende anche in analisi la sostenibilità
economica, che rappresenta la capacità economica di sostenere nel tempo un determinato livello di produzione
economica, e di sostenibilità sociale, che rappresenta la capacità di un sistema sociale di mantenere un
determinato livello di benessere sociale e l’armonia a tempo indeterminato.

Con questo diagramma è stato possibile rappresentare i pilasti


della sostenibilità, a con un’analisi più recente si è potuto notare come la sostenibilità si potesse
analizzare tramite quattro settori: economico, ecologico, politico e culturale e gli indicatori utili per
valutarla si possono suddividere tra ambientale, economica e sociale.

10
GEOGRAFIA CULTURALE
Con il termine cultura si vuole rappresentare un complesso di modelli comportamentali, conoscenze,
adattamenti e sistemi sociali peculiari, nel quale si sintetizza il modo di vivere acquisito da un gruppo di
individui. Infatti, la geografia culturale è una sotto-disciplina della geografia che studia le manifestazioni
geografiche della cultura, ovvero si occupa dello studio dei i valori e dei simboli attribuiti ai luoghi e allo
spazio e della costruzione delle relative rappresentazioni sociali e studia, sia nel loro processo evolutivo, sia
in relazione ad un determinato momento storico, le manifestazioni culturali, in particolare le manifestazioni
della vita sociale, spirituale e materiale di un gruppo umano, rispetto al territorio in cui esso è insediato, in
quanto tali manifestazioni culturali hanno una valenza geografica, cioè modellano il territorio, conferendogli
una particolare fisionomia e costruendo quindi il cosiddetto paesaggio culturale, ovvero un ambito territoriale
inteso come entità intrisa ed impregnata di valori culturali.
Tra le principali manifestazioni culturali con valenza geografica studiate dalla geografia culturale si
considerano:
• Lingue
• Religioni
• Pratiche alimentari
• Paesaggio
Dobbiamo considerare che la cultura non è una cosa biologica, ma la si apprende perché rappresenta una rete
di comportamenti e modi di pensare che si modificano nel tempo, infatti è un processo in continuo mutamento.
Con la geografia umana si cerca di analizzare e registrare la varietà di interazioni culturali in conflitto fra di
loro.
TRATTI CULTURALI: sono considerati unità di comportamento acquisito e sono definiti come l’espressione
più elementari della cultura e che presentano molti aspetti distinti, ma che vengono associati da un punto di
vista spaziale.
STRUTTURA CULTURALE: è l’unione dei singoli tratti culturali correlati dal punto di vista funzionale e
sono una proprietà condivisa di individui che presentano molti aspetti distinti, ma che vengono associati da un
punto di vista spaziale.
SISTEMA CULTURALE: realtà spaziale più ampia e generalizzata;
REGIONE CULTURALE: posizione della superficie terrestre caratterizzata da alcuni elementi culturali
distintivi dove al proprio interno possiamo parlare di una COMPLESSO CULTURALE REGIONALE, dove
si cerca di identificare un ampio seggemento sulla superficie terrestre che mostra una presunta uniformalità di
base nelle sue caratteristiche culturali e che si differenzia sensibilmente dai territori adiacenti, infatti sono
definiti come regioni culturali sulla più ampia scala di riconoscimento.
La cultura si sviluppa tramite l’ambiente fisico, infatti si parla di ECOLOGIA CULTURALE, che si occupa
della relazione fra ambiente naturale e un gruppo culturale. Per questa disciplina è stata riscontrata una teoria,
definita DETERMINISMO AMBIENTALE, che però venne respinta, dove si definiva che l’ambiente fisico
ha semplicemente plasmato gli esseri umani e le loro azioni fisiche e di pensiero; una seconda teoria che venne
formulata venne denominata POSSIBILISMO, dove si concentrava sugli individui e non sull’ambiente in sé,
e che sono essi a rappresentare le forze dinamiche dello sviluppo culturale. La natura non esprime solamente
vincoli, ma offre varie possibilità di occupazione del territorio e di utilizzazione delle risorse fisiche.

11
Con la geografia culturale si prende anche in analisi il PAESAGGIO CULTURALE, con il quale si definisce
la superficie terrestre modificata dall’uomo e rappresenta l’impronta fisica tangibile di una data cultura e
rappresentano.
I primi segni della cultura si hanno nel periodo del Paleolitico dove i primi uomini cominciarono a diffondersi
nelle varie zone della Terra e a crearsi le prime usanze, in particolare con il ritiro dei ghiacciai si può parlare
di una vera e propria divergenza culturale tra gruppi umani che fece in modo di creare nuove basi alimentari e
differenze tecniche produttive, in base alla capacità di carico del territorio, cioè il numero di individui che una
data area geografica può sostenere.
Con il passaggio del periodo Mesolitico si registrò un passaggio che andava dalla semplice raccolta alla
produzione di cibo e inoltre si comincerà a sviluppare la domesticazione sia degli animali, cioè allevamento,
che delle piante, per l’agricoltura e la distinzione di piante medicinali.
Con il periodo del Neolitico si cominciò a vedere un cambiamento drastico, che caratterizzo questo nuovo
periodo, dove gli uomini cominciarono a cimentarsi nell’arte del tessere, lavorare l’argilla e i metalli e da
questi elementi si fondarono le prime società che intraprese un utilizzo di più sistematico dell’ambiente in cui
vivevano. Da questo fatto le comunità cominciarono a nascere regole di condotta e di controllo, in particolare
di quando si trattava del terreno da usare e da qui si vede anche come cominciarono a sorgere i primi governi
che definirono leggi ufficiali, insieme alla conferma delle religioni da seguire.
FOCOLAIO CULTURALE: descrive i centri di innovazione e di invenzione, dove alcuni tratti culturali si
spostarono per esercitare la loro influenza sulle regioni circostanti.
Evoluzione multineare (J.Steward)à si definiscono le caratteristiche comuni di culture molto lontane
formandosi in condizioni ecologiche simili. La teoria che si oppone ad essa è quella del diffusionismo, dove
si evidenzia la convinzione che le somiglianze culturali si verifichino principalmente tramite la propagazione
dello spazio da un sito di origine. Questa teoria è stata avvalorata dalle scoperte archeologiche che
documenterebbero spostamenti a lunghissima distanza di idee, ma in ogni caso le caratteristiche comuni che
derivano dall’evoluzione multilineare e la diffusione di specifici tratti e strutture contengono le radici della
CONVERGENZA CULTURALEà condivisione di tecnologie, strutture organizzative e tratti culturali che si
manifestano in modo evidente fra società distanti tramite l’uso dei mezzi di comunicazione e di trasporti.
Leslie White (1900-1975), antropologo statunitense considera la cultura come un sistema unitario, articolato
in tre sottosistemi:
• sottosistema ideologico: credenze, teologie, filosofia, saggezza popolare, ecc.
• sottosistema sociologico: aspetti politici, economici, militari, religiosi, culturali.
• sottosistema tecnologico: utensili, oggetti, strumenti, ecc.
I sottosistemi sono tra loro strettamente interrelati. Il livello tecnologico svolge un ruolo
primario e il complesso della cultura dipende da questo.

“We may view a cultural system as a series of three horizontal strata: the technological layer on the bottom,
the philosophical layer on the top, and the sociological stratum in between.
These positions express their respective roles in the culture process. The technological system is basic and
primary. Social systems are functions of technologies; and philosophies express technological forces and
reflect social systems. The technological factor is therefore the determinant of the cultural system as a whole”

Questi tre sottoinsiemi individuati da White trovano sostanziale corrispondenza con il modello tripartito
elaborato dal biologo inglese Julian Huxley (1887-1975):
• mentefatti: lingua, religione, tradizioni artistiche, folklore, etc., costituiscono gli
elementi fondanti e più durevoli di una cultura;
• sociofatti: strutture familiari, allevamento della prole (livello individuale), sistemi politici
e giuridici (livello sociale), consentono la relazione tra individui e gruppi;
• artefatti: utensili, oggetti, strumenti, cioè le manifestazioni materiali della cultura.

12
Dobbiamo tenere in considerazione che la società è sempre in continuo mutamento dovuto al contatto con altre
società, con le quali scambiano nuove tradizioni e conoscenze, ma la cultura si muta anche tramite tre processi
principali:
- Innovazioneà vengono indicati i mutamenti che derivano da nuove idee di create all’interno di una
cultura;
- Acculturazioneà rappresenta il mutamento culturale nei tratti che identificano quel determinato
gruppo e che adottano alcune caratteristiche di un altro gruppo dominante;
- Diffusioneà essa può assumere più forme per l’impatto sui gruppi sociali: si ha il processo per
spostamento, cioè quando gli individui si muovono per varie regioni in una nuova area, portando con
se la loro cultura, e diffusione per espansione, cioè quando si hanno informazioni su un’innovazione
che possono essere diffuse all’interno della società, con l’aiuto dei mass media; si parla anche di
diffusione a contatto, che avviene tramite il contatto diretto fra coloro che hanno sviluppato. Questo
modo di diffusione richiama la modalità di propaganda, cioè la velocità con cui un tratto culturale o
un’idea si diffonde può essere influenzata dal decadimento con il tempo-distanza, concetto che indica
semplicemente che la propagazione o l’accettazione di un’idea viene di solito ritardata man mano che
aumenta la distanza dalla fonte mentre quando il processo di trasferimento di idee, da luoghi maggiori
e fra luoghi di dimensioni minori prende il nome di diffusione di gerarchica.
à Il processo di diffusione di idee può essere rallentato dal decadimento con il tempo distanza-tempo,
dove la loro diffusione può essere aumentata fino a diventare istantanea, attraverso la comprensione
spazio-temporale, resa possibile dalla comunicazione moderna.
àla diffusione degli stimoli rappresenta invece una terza forma di diffusione per espansione, dove la
diffusione non può essere considerata unicamente come il risultato della divulgazione di conoscenza.
10/03/2020
(lezione da casa)
INTERAZIONI SPAZIALE E COMPORTAMENTO SPAZIALE
Per interazione spaziale si intende il movimento dei popoli all’interno di un’area geografica che fa in modo di
finalizzare e raggiungere un’efficacia interazione fra diversi punti di attività umane.
Questo movimento di determinate popolazioni ha portato a compiere diverse domande fra cui:
• Quali considerazioni influiscono sul modo in cui gli esseri umani utilizzano lo spazio e agiscono su di
esso?
• Quali sono i fattori determinanti del comportamento spaziale dell’uomo?
• Come la distanza incide sull’interazione umana e tra uomo e ambiente? Come essa interviene nello
scambio di beni e idee?
• Come le percezioni dei luoghi influenzano le attività umane?
• Perché e come si arriva alla decisione di migrare?
Eduard Ullman individuò tre fattori che determinano lo spostamento di un flusso di popolazione:
• Complementarietà (domanda/offerta; surplus/deficit)à un luogo deve saper offrire un prodotto per
il quale c’è una domanda effettiva per il luogo
• Trasferibilità (relazione tra costi e tempi dello scambio e valore del prodotto scambiato) ;àquando i
costi di uno scambio risultino accettabili e il tutto lo si può esprimere tramite la mobilità di un bene o
di un valore, grazie a tre funzioni: caratteristiche e valore del prodotto; distanza e misura di un
incidenza di tempo e denaro lungo il quale esso deve essere sposato; la capacità del bene di reggere
i costi di trasporto. Bisogna tenere in considerazione che non presentano dei valori costanti, ma che
variano da luogo a luogo.
• Opportunità interposta (riduce interazioni tra offerta e domanda tra aree complementari
distanti)àserve per ridurre le interazioni fra offerta e domanda che si possono sviluppare in altre aree.

13
Attrito della distanza: effetto ritardante della distanza sull’interazione spaziale. Interazione tra luoghi è
inversamente proporzionale al quadrato della distanza che li separa. La maggior parte delle esperienze comuni
si verificano su brevi distanze e l’interscambio diminuisce con l’aumento delle distanze.
L’effetto decrescente della distanzaà descrive il calcolo di un’attività o di una funzione all’aumento della
distanza dal suo punto di origine, infatti l’interazione fra i luoghi è inversamente proporzionale al quadrato
della distanza, cioè PROPORZIONE INVERSAMENTE PROPORZIONALE, dove le decisioni di interazione
non si basano esclusivamente su valutazioni circa distanti o il rapporto distanza costi.

MODELLO GRAVITAZIONALE
È un modello pensato da Carry che si rifece sulla legge della gravitazione di Newton, dove specificò che
nell'Universo due corpi si attraggono in modo direttamente proporzionale al prodotto delle loro masse e
inversamente proporzionale al quadrato della loro distanza.
Corollari geografici:
àÈ più probabile essere attratto da una grande città che da un piccolo villaggio;
àNelle scienze sociali la distanza può essere calcolata come variazione del tempo e del costo non solo come
distanza lineare;

àLegge di Reilly (di gravità del commercio al dettaglio): fornisce una rapida determinazione del confine del
commercio (o punto di rottura) tra due città (definizione della zona commerciale di una città).
Concetti chiavi del comportamento spaziale
• Fattori di Movimento: mobilità aggregata di un flusso dove interagiscono il fattore di distanza, cioè
quando si compiono spostamenti a brevi distanze.
• Fattore della direzione: afferma che i flussi di sposamento non sono causali.
• Fattori di rete: afferma la presenza o l’assenza di canali di comunicazione che influiscono sulla
interazione spaziale.
• Mobilità: è il termine generale applicato a tutti i tipi di movimento dell’uomo sul territorio e si
caratterizza tramite due aspetti: 1) utilizzo quotidiano o temporaneo dello spazio; 2) impegno a lungo
termine legato alle decisioni di lasciare permanentatemene la terra di origine per trovare residenza in
una nuova ubicazione.
• Territorialità: gran parte delle azioni e delle risposte dell’uomo.
• Spazio personale: zona privata di uno più individui che lo condividono.
• Spazio di consapevolezza: cioè la conoscenza di ubicazione e opportunità.
• Distanza critica: la disponibilità di un territorio dato dal costo e dalla disponibilità dei mezzi.
• Territorializzatine: afferma la presenza o l'assenza di canali di comunicazione che influiscono sulla
interazione spaziale.
Lo spostamento di una popolazione è dovuto da diversi fattori fra cui:
1) STADIO DELLA VITA: cioè quanti anni hanno i componenti che si spostano;
2) MOBILITA’: cioè la capacità di viaggiare e l’uso dei mezzi per compiere i vari spostamenti;
3) OPPURTUNITA’: cioè un modo per far stare in quel territorio il flusso che si è spostato e per
permettergli di rimanere li;
Ma per comprendere al meglio una popolazione dobbiamo considerare il “tasso di natalità”, cioè per una
popolazione si definisce tasso di natalità il rapporto tra il numero delle nascite in un determinato periodo di
tempo e la quantità della popolazione media dello stesso periodo. Si esprime come numero di nascite per 1.000
abitanti; il “tasso di mortalità”, cioè il rapporto tra il numero dei decessi in una comunità o in un popolo durante
un periodo di tempo per ogni 1000 individui; e il “tasso di fertilità”, che viene chiamato anche più

14
comunemente numero medio di figli per donna. Il tasso di fecondità totale è la somma dei quozienti specifici
di fecondità calcolati rapportando, per ogni età feconda (15-49 anni), il numero di nati vivi all'ammontare
medio annuo della popolazione femminile. Esprime in un dato anno di calendario il numero medio di figli per
donna.
Il tasso di incremento naturale della popolazione integra il rapporto tra la differenza fra le nascite e le morti di
un determinato periodo e la popolazione media del periodo dove il risultato, in generale, moltiplicato per 100
o per 1000. Da questo fatto capiamo che la popolazione finale (in un anno) è data dalla combinazione di
incremento naturale (somma della popolazione iniziale più la differenza tra nascite e morti) e migrazione netta
(gli iscritti da altre zone meno i cancellati verso altre zone). In altre parole: il saldo naturale rappresenta
l’eccedenza/deficit tra nascite e decessi; il saldo migratorio rappresenta l’eccedenza/deficit delle iscrizioni per
immigrazione e le cancellazioni per emigrazione. L’equazione consente per un determinato periodo di stabilire
il bilancio demografico di una popolazione.
Con il concetto di migrazione si intende lo spostamento, permanentante o a lungo termine, del luogo di
residenza e dello spazio dell’attività, e ha contribuito all’evoluzione delle culture lontane. Esse incidono sulle
strutture economiche nazionali, determinando la densità di popolazione e i modelli di distribuzione
modificando le tradizioni mescolanze etniche, linguistiche, religiose, alimentando i dibattimenti nazionali e le
tensioni internazionali.
Esistono due tipi di migrazioni:
1- Forzata: è quella originata dai conflitti, dalle violazioni dei diritti umani, dall’oppressione politica, o
religiosa o del genere, ma anche da povertà estrema, degrado dell’ambiente, squilibri demografici,
mancanza di sistemi minimi di sicurezza, di sanità e di servizi nei momenti di crisi, assoluta mancanza
di partecipazione dei cittadini alla decisione politiche. Fra queste si hanno anche le migrazioni di
richiedenti asilo e rifugiati, ma entrambe afferma la presenza o l'assenza di canali di comunicazione
che influiscono sulla interazione spaziale. à Migrazione causata dalla povertà=migrazione
economica.
2- Volontaria: Collegata all'offerta di lavoro e alla richiesta di lavoratori, dove i salati stanno al di sotto
delle condizioni minime di sopravvivenzaà Migrazione economica.
3- Graduale: implica il passaggio da una residenza ad un’altra, cioè dalla campagna alla città.
4- Catena: inserisce il migrante in un flusso migratorio stabilito che parte da un’origine comune e si dirige
verso una meta predisposta.
5- Canalizzata: quando si hanno alcuni bacini migratori che rivelano un modello di flusso nettamente
canalizzato.
I fattori e le cause che determinano le migrazioni non sono indipendenti dalle conseguenze delle migrazioni
stesse nei paesi di emigrazioneàRelazione tra migranti e lavoro.
l nesso migrazioni-sviluppo incrocia quasi tutti gli obiettivi dell’Agenda 2030, solo un approccio di
cooperazione tra Paesi, ma anche tra attori di diverso livello, può rappresentare una risposta efficace e
sostenibile (AICS, 12/04/2017).
Le migrazioni avvengono anche per carattere economico, dove le opportunità di istruzione e i cambiamenti nel
ciclo della vita costituiscono soltanto alcune delle possibili motivazioni. Ma le condizioni negative del luogo
di origine è il fattore incoraggiante per la decisione di migrare, infatti si parla di fattore spinta.
Con le presumibili condizioni positive del luogo di destinazione si viene a creare il fattore di attrazione che
porta:
- L’utilità del luogo, cioè la rappresentazione del livello di soddisfazione percepito da un soggetto
rispetto a una ubicazione residenziale.
- Ricerca dello spazio, processo per mezzo del quale si valutano le alternative di localizzazione.
A fare da corollario a tutti i flussi migratori in uscita è la contromigrazione, cioè la probabilità che più o meno
un quarto di tutti i migranti ritornino nel proprio luogo di origine.
Con il concetto di migrazione gerarchica ci aiuta a capire meglio alcune decisioni che vengono prese per questi
spostamenti e per questa ragione Ravenstein formalizzo una serie di leggi delle migrazioni.
1- La maggior parte dei migranti percorre soltanto una breve distanza.
2- La migrazione a più lunga distanza favorisce le mete verso le grandi città.
3- La maggior parte delle migrazioni procede passo per passo.
4- La maggior parte delle migrazioni ha luogo dalla campagna verso la città
5- Ciascun flusso migratorio produce un controflusso.
6- La maggior parte dei migranti è costituita da adulti; è meno probabile che le famiglie operino
trasferimenti a livello internazionale.

15
7- La maggior parte dei migranti internazionali p composta da giovani di sesso maschile.
La conclusione di Ravenstein è quella che secondo lui i flussi internazionali sono alimentati da ragioni
economiche prevalgano i giovani adulti di sesso maschile.
Le richieste d’asilo sono date a persone che hanno subito persecuzioni o temono, sulla base di fondati motivi,
di subire una persecuzione individuale a causa della loro razza, della loro religione, della loro nazionalità, della
loro appartenenza ad un certo gruppo sociale o delle loro opinioni politiche. Essi possono richiedere asilo nel
nostro Paese presentando una domanda di riconoscimento dello status di rifugiato. Non possono richiedere
asilo coloro che, pur non essendo individualmente perseguitati, sono fuggiti dal proprio Paese in seguito al
verificarsi di situazioni di violazione delle libertà democratiche (sfollati sottoposti a protezione temporanea).
A differenza invece i rifugiati sono coloro che hanno ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiato in
seguito all'accoglimento della loro domanda.
I movimenti migratori condizionano il paesaggio etnico di qualsiasi regione del pianeta, ma i primi flussi
migratori della storia, tre furono i più importanti:
1) 1790 i primi immigranti africani portati forzatamente nel Nuovo Mondo;
2) 1870 flusso migratorio composto dai bianchi europei settentrionale/occidentale, britannici e tedeschi;
3) 1870-1914 europei provenienti dai territori rurali meridionali;
àla migrazione a gruppi non era peculiarità esclusiva delle colonie in terra straniera.
11/03/2020
(Lezione da casa)
GEOGRAFIA ETNICA
Il concetto di etnicità si basa sempre sulla ferma consapevolezza, da parte degli appartenni a un gruppo, di
essere sostanzialmente diversi da altri individui che non condividono le medesime caratteristiche peculiari e
distintive né la medesima eredità culturale. I gruppi etnici sono associati a territori chiaramente riconosciuti di
cui sono gli occupanti principali o esclusivi e sui quali hanno finito per imprimere segni culturali specifici.
L’etnicità viene spesso identificata con l lingua i con le pratiche religiose che distinguono gruppi minoritarie
dalla cultura dominante all’interno della quale è inserito il concetto di appartenenza etnica è strettamente
correlata agli elementi della lingua e della religione.
Etnocentrismoà descrive la tendenza a giudicare a valutare altre culture in base agli standard della propria
cultura di appartenenza e sottintende la convinzione della superiorità del proprio gruppo etnico. È l’elemento
di divisione tra società multietniche, creando rivalità e provocando isolamento e discordie a livello sia sociale
sia territoriale, ma può anche assumere la connotazione positiva di un sentimento in grado di offrire valori
familiari e sostegno all’individuo che si ritrova all’interno di un ambiente estraneo e complesso. Il gruppo
etnico tende a conservare le istruzioni culturali di origine e a condividere le varie tradizioni culturali e creare
nuovi legami, opportunità economiche e uno schieramento politico di riferimento. Tutte le minoranze etniche
sono in primo luogo e prevalentemente associate alla madrepatria.
Pulizia etnicaà eliminazione di un gruppo etnico da una determinata area politica. Esempio l’olocausto.
STATI UNITIà è il paese che occupa la maggior parte dei flussi immigratori avvenuti fra il 1870-1914, dove
l’ingresso degli stranieri era basato sulle quote, in un primo momento, poi successivamente venne sostituito
da un metodo più liberale nell’ammissione di latino-americani, asiatici e africani. La diversità culturale degli
Stati Uniti si è accentuata con l’arrivo dei flussi migratori provenienti dall’Asia e dall’America latina che
hanno sostituito il tradizionale bacino europeo e ha contribuito all’aumento del numero di comunità etniche
visibili dotate di voce propria delle regioni che ospitano popolazioni minoritarie significative e la situazione
demografica ha visto un innalzamento dei residenti.
ITALIAà presenta una esperienza migratoria ben più recente.
Teoria dell’amalgamazioneà esperienza formale per indicare il concetto di melting pot, cioè l’unione di
molteplici patrimoni culturali e storici di etnie di immigrati all’interno della corrente americana composta. È
una teoria che è stata rifiutata in epoca recente.
Acculturazioneà è un processo lento per molti gruppi e singoli immigrati e la lingua di origine può essere
conservata in qualità di carattere etnica, dopo il modo di vestire e di mangiare. La barriera linguistica ja reso
difficile per i gruppi etnici il processo di accesso per il mondo del lavoro.
Assimilazioneà avviene dopo il processo di integrazione, dove si presenta una duplice faccia:
1) Assimilazione di comportamenti equivalenti, che equivale al processo di acculturazione dove implica
l’integrazione della vita culturale comune.
2) L’espressione di assimilazione strutturale fa riferimento alla fusione di etnie di immigrati con gruppi
di sistemi sociali e attività delle società ospitanti. Anche in questo caso troviamo un percorso a doppio

16
senso perché si richiede ai gruppi immigratori di assorbire le pratiche e i valori culturali della società
dominante, ma anche di che quest’ultima accetti il gruppo.
à i gruppi etnici nel corso del tempo hanno consolidato nel tempo specifiche ubicazioni determinando cosi il
proprio status di popoli distinti che occupano aree territoriali definite. Non sempre i gruppi etnici rivendicano
territori specifici, ma questa assenza è il risultato della natura “migratoria”. Il modello territoriale legato al
senso di appartenenza etnica che è andata sviluppandosi risulta quindi più intricato e mutevole rispetto a molte
altre società pluralistiche: non si basa tanto sulla predominanza etnica assoluta, quanto sull’interazione tra una
cultura maggioritaria e svariati gruppi migratori in competizione, e mostra le conseguenze durature dei primi
insediamenti.
àil gruppo immigratorio inglese è quello fondatore, cioè il gruppo che è giunto per primo nei nuovi territori.
Segregazioneà indica la misura in cui gli individui appartenenti a u gruppo etnico non sono distribuiti in
modo uniforme in relazione al resto della popolazione. Con l’indice di segregazione si esprime la differenza
percentuale della distribuzione di due gruppi che costituiscono una determinata popolazione, con un intervallo
che va da 0 a 100.
In alcune aree urbane si possono registrare delle discriminazioni razziali dove la popolazione maggiore rifiuta
quella minore e di fatto attuano una serie di controlli interni messi in atto sulla base del tradizionalismo e
dell’atteggiamento di differenza del gruppo. La segregazione autoimposta può assolvere quattro funzioni:
1) Difesaàriduce l’esposizione e l’isolamento di singoli immigrati grazie alla contiguità fisica entro
un’aria delimitata;
2) Supportoà ci sono diverse tipologie di supporto, come luogo di iniziazione e indottrinamento,
opportunità di lavoro e altri legami di amicizia;
3) Conservazioneàcostudisce e promuove gli elementi essenziali della propria eredità culturale, prima
fra tutti la religione e la lingua,
4) Attacco
Le segregazioni degli individui di colore e le comunità afroamericani appaiano più pronunciate.
I gruppi migratori residenziali si possono suddividere in:
- Colonie: quando punto allo scopo primario di costruire un punto di ingresso per gli appartenenti a un
determinato gruppo etnico;
- Ghetto: quando il gruppo designa l’occupazione territoriale;
I gruppi immigratori giungono a destinazione con un bagaglio di tradizione che si portano dietro dalla terra
d’origine, che poi interagiscono con la nuova terra dove giungono fra le influenze ritroviamo:
1) Il background del nuovo gruppo appena arrivato;
2) La distanza sociale del gruppo fondatore;
3) La disparità tra il nuovo insediamento e le condizioni ambientali dell’area d’origine;
4) L’importanza assegnata dei migranti alle motivazioni economiche, politiche o religiose;
5) I tipi di vincoli incontrati che impongono ai nuovi arrivati una serie di “aggiustamenti” a livello tecnico
e sociale;
I gruppi migratori sono soggetti a fattori di rifiuto che possono implicare anche un ritorno culturale,
ossia all’adozione tardiva di consapevolezza di un gruppo.
PAESAGGIO ETNICOà può essere letto come una sorta di testimonianza he riflette modi di vita
caduti in disuso oppure che può contenere i segni di manufatti o stili importanti, ritenuti e quindi
conservati nel tempo e il paesaggio cambia da un punto di vista territoriale per la segnazione di confini
che i gruppi immigratori imponevano.
16/03/2020
(Lezione da casa)
GEOGRAFIA DELLA POPOLAZIONE
È quella parte della geografia che fornisce gli strumenti e i concetti di base per analizzare fattori quali
l’ampiezza della popolazione e questo è possibile utilizzando i dati demografici, dai quali possiamo
comprendere come vivono gli abitanti di una particolare area.
Con il concetto di DEMOGRAFIA si intende lo studio statistico della popolazione umana, infatti si copie
un’analisi di tipo spaziale, cioè la relazione che si instaura fra gli individui e l’aria abitata.
Tasso generico di natalità: rappresenta il numero di bambini nati nell’anno corrente. Viene inserito anche il
termine generico per il semplice fatto che si collega le nascite alla popolazione totale, senza considerare la
composizione per età o per sesso della popolazione in questione. Questa statistica viene influenzata dalla
struttura per età e per sesso della sua popolazione.

17
Si parla anche di tassi di natalità transitoria nei paesi dove si ha un’economia meno avanzata mentre un tasso
di natalità alto è registrato in Africa, Asia e America Latine, mentre basso nei paesi industrializzati e fortemente
urbanizzati.
Questa statistica non presenta una linea costante, ma varia nel corso del tempo, infatti le diminuzioni delle
nascite dipendono da cinque fattori:
1- industrializzazione
2- urbanizzazione
3- invecchiamento della popolazione
4- religione
5- politica
A fianco del tasso di natalità si trova il tasso di fecondità, che rappresenterebbe un indicatore più preciso, e
esprime la capacità di riproduzione delle donne feconde, infatti si sintetizza il comportamento riproduttivo. Ad
esso si può parlare del tasso di fecondità necessario che registra i valori di una donna feconda per mettere alla
luce un numero esatto per poter riformare una nuova generazione.
Da questo fatto capiamo che più è maggiore la mortalità, maggiore dovrà essere il tasso di fecondità necessaria
a ottenere il rimpiazzo generazionale.
Tasso di mortalità: indica il numero di morti nell’anno corrente, insieme al tasso di mortalità infantile, che si
occupa di registrare la morte di bambini o nasciturià questi due elementi incidono moltissimo sulla riduzione
del tasso generico di natalità.
Una delle principali cause che provoca il tasso di mortalità è l’AIDS, che colpisce in particolare le donne, e
che la possono trasmettere anche alle nuove generazioni, durante il parto o con l’allattamento.
Questi due fattori vengono rappresentati all’interno della piramide della popolazione dove viene segnato
l’indice di dipendenza, che si occupa del rapporto fra la popolazione produttiva e quella dipendente.
Tasso incremento naturale: si occupa di quel paese che presenta un elevata percentuale di popolazione
giovane ed è possibile ottenerla tramite la sottrazione del tasso generico di mortalità dal tasso generico di
natalità.
Transazione demografica: traccia la variazione dei livelli di fecondità e di mortalità associati
all’industrializzazione e all’urbanizzazione. Con questo modello è possibile notare che gli elevati tassi di
mortalità sono gradualmente sostituiti da tassi meno elevati.
• Primo stadio: bisogna caratterizzare un tasso di natalità elevato con controbilanciato da una mortalità
altrettanto elevato.
• Secondo stadio: industrializzazione mostra un tasso di mortalità meno sentito e portò anche in rapido
aumento la popolazione.
• Terzo stadio: si verifica nel momento in cui il tasso di mortalità si riduce nel momento in cui gli
individui cominciano a controllare i nuclei familiari.
• Quarto stadio: quando il tasso di mortalità si eguaglia o supera quello della nascita e la causa che lo
provoca è l’invecchiamento della popolazione.
àQuando il tasso di natalità scende e quello di mortalità rimane basso, le dimensioni delle popolazioni
cominceranno a stabilizzarsi, ma più che altro il tasso di mortalità viene sempre meno con l’uso delle
tecnologie moderne.
Equazione demografica: sintetizza il contributo apportato alla variazione demografica regionale nel corso del
tempo dalla combinazione di cambiamento naturale e migrazione netta. Il fenomeno della migrazione incide
particolarmente sulla struttura demografica della giurisdizione sia del luogo di origine sia del luogo di
destinazione, infatti l’emigrazione si dimostra un importante espediente per allievare la pressione indotte dalla
rapida crescita demografica. Quindi l’area di origine si ritroverà uno squilibrio fra i giovani e registrerà un
invecchiamento della popolazione mentre l’area di destinazione registrerà un aumento delle nascite e assisterà
ad un abbassamento dell’età media.
La distribuzione della popolazione nel mondo è irregolare dove ritroviamo alcune zone disabitate, altre invece
che sono scarsamente abitate e altre che contengono degli agglomerati di individui. Questo fatto porta a trarre
delle conclusioni generali dove:
1- La maggior parte degli individui vivono al nord dell’equatore e i 2/3 alle latitudini centrali;
2- Gli abitanti occupano solamente una piccola parte della superficie terrestre;
3- La popolazione si concentra nelle aree pianeggianti;
4- Altre popolazioni vengono attratte nelle zone costiere;
Con questo fatto si parla di ecumene, quando si hanno territori costantemente abitati, e di anecumere, che si
riferisce a quelle zone che sono disabitate o scarsamente abitate. Nelle zone ecumene si può parlare di densità

18
di popolazione che consiste nell’esprimere la relazione che intercorre fra il numero di abitanti e l’area da essi
abitata, dove i dati di densità sono rappresentazioni utili per delle variazioni regionali della distribuzione
umana. La densità numerica della popolazione è rappresentata dall’espressione più comune e meno esauriente
di tale variazione e prende informazioni che riguardano la popolazione totale e la superficie totale di un
territorio, dove entrambe sono comunemente disponibili per unità e nazionale o altre unità di tipo politiche. Il
calcolo che viene ricavato fornisce solamente la media nazionale, che può essere sempre perfezionata.
Un indicatore più raffinato è rappresentato dalla densità fisiologica che esprime il rapporto tra la popolazione
di un paese e il territorio coltivabile dove il calcolo della densità fisiologica dipende dalle dubbie definizioni
di terreno coltivabile.
Accanto alla densità fisiologica viene affiancata la densità agricola che costituisce un altro utile indicatore:
essa esclude dal calcolo della densità fisiologica le popolazioni urbane e riporta il numero di abitanti rurali per
unità di terreno produttivo dal punto di vista agricolo. Quindi rappresenta una stima della pressione esercitata
dagli individui sulle aree rurali di un paese.
In determinate zone dell’aera geografica si parla di sovrappopolazione cioè quando in un territorio c’è un
affollamento di individui in un determinato territorio che non è in grado di mantenere la popolazione che ci
vive e non è un riferimento numerico degli individui, ma della capacità di carico di essi del territorio e si può
sviluppare in corrispondenza di standard o di condizioni di vita che riflettono un continuo squilibrio tra il
numero di individui e la capacità di carico del territorio e il fattore che lo può far cessare è quello della
mancanza di alimenti
Al contrario si parla di sottopopolazione quando il numero degli abitanti è troppo esiguo per sviluppare
sufficientemente le risorse di un paese o di una regione.

URBANIZZAZIONE
Per urbanizzazione si intende un centro abitato di dimensioni demografiche non correttamente definibili
apriori, comunque non troppo modeste, sede di attività economiche in assoluta prevalenza extra- agricole e
soprattutto terziarie, e pertanto in grado di fornire servizi alla propria popolazione e a quella di un ambito più
o meno vasto che ne costituisce il bacino d’utenza (o area d’influenza). La città è uno degli elementi umani
dello spazio geografico: in particolare un elemento insediativo e un elemento economico; è, o può essere, anche
un elemento politico (perché sempre vi si concentrano almeno alcune attività di governo, da quelle locali a
quelle nazionali o internazionali), e, ancora, un elemento culturale, sia in quanto luogo elettivo della
produzione di cultura sia in quanto sede di beni culturali accumulatisi nel tempo e da tale molteplicità di
funzioni si evince l’importanza della città e si comprende come essa risulti uno degli elementi-guida
dell’organizzazione dello spazio.
URBSà città come luogo fisicoàIl termine latino urbs, indica propriamente la città latina, intesa però come
l'insieme degli edifici e delle infrastrutture. Il termine italiano derivato (urbe, urbano) si riferisce alla struttura
della città intesa come agglomerato funzionale di edifici, strade, spazi pubblici.
CIVITASàcittà come società che vi abitaàIl termine latino civitas indicava sia lo status giuridico della
cittadinanza romana che l'insieme dei cittadini romani. Il termine italiano derivato (città, cittadinanza)
sottolinea maggiormente il ruolo coesivo delle dinamiche storiche, economiche, sociali e culturali che hanno
condotto alla creazione di un insediamento umano esteso e stabile.
POLISà città come governo.

Una città è dunque un insediamento umano esteso e stabile, un'area urbana che si differenzia da un paese o un
villaggio per dimensione, densità di popolazione, funzioni, importanza. Da delle ricerche di tipo statistiche è
stato individuato che il 54% della popolazione mondiale vive in aree urbane, percentuale che dovrebbe
aumentare al 66% entro il 2050. Alcune proiezioni mostrano che l'urbanizzazione combinata con la crescita
complessiva della popolazione mondiale potrebbe aggiungere 2,5 miliardi di persone a popolazioni urbane
entro il 2050, con quasi il 90 per cento dell'aumento concentrato in Asia e in Africa, in particolare in India
(404 ml di abitanti nelle città), Cina (292 ml) e Nigeria (212 ml).
La popolazione urbana (cioè la popolazione che abita in centri urbani convenzionalmente considerati c.)
dell’intera Terra nei primi anni del Novecento ammontava ad appena un decimo di quella totale; a metà del
Novecento raggiungeva il 30%; nel 1990 era già il 50%, eguagliandosi così la popolazione urbana con quella
rurale in una corsa secolare apparentemente inarrestabile. Permangono peraltro notevoli difformità tra i paesi
avanzati (dove in media la popolazione urbana supera l’80%, con punte massime prossime al 100% in alcuni
paesi europei come la Gran Bretagna e il Belgio o in Stati da sempre molto urbanizzati per i loro caratteri

19
geografico-fisici o le peculiari vicende del loro popolamento) e paesi arretrati (in media circa il 40%, con
minimi in alcuni Stati afroasiatici).
DEFINIZIONE DI CITTA’: dobbiamo tenere sempre in considerazione che il numero delle città, in particolare
quelle delle grandi città, è aumentato enormemente. Queste informazioni al riguardo non sono del tutto
affidabili, perché non si è affatto d’accordo sui criteri da adottare per stabilire se un centro abitato meriti di
essere considerato città, criteri che dovrebbero essere essenzialmente funzionali, cioè fondati sul ruolo svolto,
per il quale mancano parametri adeguati. Si ricorre pertanto abitualmente al semplicistico criterio demografico,
spesso fuorviante perché centri pressoché ugualmente popolosi possono rivelarsi entità urbane a tutti gli effetti
in certi contesti geografici e soltanto grossi aggregati extra-urbani in altri; e inoltre perché le modalità di
rilevamento differiscono notevolmente da paese a paese. Una soglia demografica frequentemente adottata è
quella dei 10.000 abitanti, al di sopra della quale si distinguono poi le c. piccole, le c. medie, le c. grandi e le
metropoli. Altri termini, come agglomerazione urbana, conurbazione, città regione, regione città, area
metropolitana, megalopoli, indicano entità urbane fondate su particolarità morfologiche o funzionali o
amministrative piuttosto che demografiche, anche se sono accomunate tutte dal possedere un numero di
abitanti molto elevato.
Il rapporto tra tasso di urbanizzazione e grandi metropoli non si ravvisa coincidenza tra paesi ad alto tasso di
popolazione urbana e paesi che ospitano grandi metropoli: limitandosi a quelle che superano, nell’intera
agglomerazione urbana, i 5 milioni di abitanti (poco meno di 70; dati del 2007), una trentina sono ubicate
nell’Asia meridionale e orientale (di cui 11 in Cina e 7 in India) e 7 nell’America Latina (3 in Brasile) e non
più di una quindicina in Europa e America Settentrionale. Di tali metropoli gigantesche (la maggiore di tutte è
Tokyo, con oltre 33 milioni di abitanti nel complesso della sua agglomerazione), poi, solo pochissime – ai
primi posti la stessa Tokyo, New York, Londra, Parigi – sono da considerarsi c. globali: organismi urbani che
posseggono la capacità di esercitare influenze a scala planetaria, concentrando le funzioni più rare e di grado
più elevato, quelle assicurate dalle cosiddette attività quaternarie (come l’alta dirigenza politica ed economica
internazionale, l’alta ricerca scientifica e tecnologica, l’alta finanza) e diffondendo informazioni e impulsi che
avranno una ricaduta anche a livello intercontinentale.
Nel corso della storia le città hanno subito varie trasformazioni, spesso differenti nelle diverse aree geografiche.
Quale che fosse il suo contesto geografico e storico, nacque sempre come organismo terziario, per rispondere
al bisogno di luoghi di consumo di beni agricoli e di produzione di altri beni, non agricoli, nonché di servizi;
e, quasi certamente, anche come luogo di concentrazione del potere. Man mano le città crebbero di importanza
rispetto alle loro aree d’influenza, con le quali stabilivano relazioni sempre più strette, assumendo un ruolo
privilegiato, di controllo, o addirittura di dominio, che diventò un ruolo politico sempre più incisivo, rafforzato
e materializzato dalla presenza di presidi militari e di strutture difensive che ne avrebbero condizionato per
lunghissimo tempo lo sviluppo topografico. Possiamo dire che i primi nuclei urbanizzati erano i villaggi
agricoli che prima di essere in grado di vivere in città, gli esseri umani dovettero compiere la transizione dalla
caccia e dalla raccolta all’agricoltura (tra 10 e 12.000 anni fa). La formazione delle città è legata al surplus
agricolo e alla stratificazione sociale. Il passaggio da villaggio a città dipende dalla organizzazione sociale
interna: nella città il potere è centralizzato e ogni abitante ha una funzione specifica e con questo fatto possiamo
parlare delle prime rivoluzioni urbane avvenute in Mesopotamia, Valle del Nilo, Valle dell’Indo, Fiume Giallo-
Fiume Azzurro e Mesoamerica dove poi sono anche sorte le prime città antiche.
Le città dello stato antico, all’interno nell’ambito geografico mediterraneo e vicino-orientale lo sviluppo
urbano fu particolarmente significativo e diede luogo alla originale proliferazione delle póleis, le città stato,
tipiche soprattutto dell’antica Grecia, ma presenti anche in altri paesi dell’area suddetta, in alcuni dei quali,
anzi, si ebbero i casi di più appariscenti dimensioni, quelli di Babilonia e Roma, evolute da piccole città stato
a capitali di vastissimi imperi. In genere, però, le città stato, come del resto per lungo tempo tutte le città, erano
di dimensioni demografiche e territoriali modeste e si presentavano come elementi puntiformi nello spazio
geografico, radicalmente diversi dal resto del territorio per la concentrazione di popolazione e di manufatti
edilizi, alcuni dei quali di fattezze inconfondibili, come il mercato e gli edifici per l’esercizio del culto e dei
pubblici poteri. La modestia dell’estensione territoriale comportava l’impossibilità di accogliere popolazione
oltre un certo limite, e dunque l’esiguità demografica, e la necessità che, raggiunto tale limite, una parte degli
abitanti emigrasse e andasse a fondare nuovi centri urbani, denominati dai Greci con un termine, quello di
colonie. La fondazione delle colonie ebbe conseguenze notevolissime per la diffusione di caratteri etnico-
culturali, in particolare la lingua, e per i legami politico-economici, sia pure a volte non scevri di conflittualità
tra città madri e nuovi centri. Tale modello urbano nato con le città dell’età classica si mantenne a lungo in
Europa e nei paesi mediterranei, fin quando la formazione di Stati più vasti, l’indebolimento della funzione
difensiva delle mura, il sia pur lento accrescimento demografico e la ricerca di nuovi spazi commerciali non

20
produssero un travaso di popolazione e abitazioni extra moenia, in aree contigue, ma esterne, all’antico nucleo
urbano.
Le prime città nell’antichità presero il nome di polis, nata per sinecismo, ovvero per aggregazione di villaggi
in comunità più ampie, si afferma nell’VIII secolo a.C. Si hanno parecchi esempi di sinecismo: uno dei più
famosi è quello di Atene, che nacque come aggregazione di villaggi di un’intera regione, l’Attica. All'interno
della politica espansionistica romana, la fondazione di nuove città, costruite sempre in luoghi strategici,
prevedeva la sistemazione del territorio circostante in una stretta relazione fra città e campagna.
Si tratta già di un modello diverso, ma ancora derivato dalla c. antica e lontano da quella che sarebbe stata la
c. moderna, nata con la rivoluzione industriale europea del Sette-Ottocento, caratterizzata da un gran numero
di fabbriche e di residenze operaie: una c. profondamente diversa da quella antica perché non è più un
organismo esclusivamente terziario, ma anche, e spesso, secondario, in quanto sede di attività produttive di
trasformazione. Le nuove c. industriali si accrescono rapidamente di abitanti, soprattutto per immigrazione
dalle campagne, e, in conseguenza di tale afflusso e dell’occupazione di nuovi spazi contigui per
l’insediamento di industrie, si espandono nelle aree limitrofe, soprattutto lungo gli assi di comunicazione, e
catturano centri vicini, trasformandoli in propri sobborghi e favorendo la formazione di agglomerazioni urbane
e talora di conurbazioni. Con la successiva evoluzione industriale e con la spinta terziarizzazione dell’età
cosiddetta postindustriale (ultimi decenni del 20° sec.) si manifestano nuove tendenze: un sensibile aumento
della popolazione occupata nelle attività di servizio; il decentramento e la conseguente rilocalizzazione delle
industrie, in particolare quelle pesanti; una decongestione delle città più grandi, con trasferimento della
popolazione in centri di minori dimensioni i quali offrono vantaggi economici e di qualità della vita.
È un processo che ha fatto parlare, non del tutto propriamente, di controurbanizzazione, perché di una nuova
forma di urbanizzazione comunque si tratta. In definitiva, la città torna a essere, anche se in forme ovviamente
assai diverse rispetto al passato, un organismo eminentemente terziario. Del resto, che si accetti o meno il
termine controurbanizzazione, già al passaggio del millennio si avvertono i segni di una nuova inversione di
tendenza, da cui si evince soprattutto la stretta interazione tra forme e aspetti della evoluzione urbana e dei
processi produttivi, che comporta continui e non irrilevanti mutamenti.
La città viene anche vista come un sistema spaziale dove riscontriamo i concetti di agglomerazione, che si
intende una città estesa che comprende il tessuto costruito da un comune centrale di grosse dimensioni, unito
ai sobborghi e alle città satellite che lo circondano, conurbazione è un modello di sviluppo del territorio che
consiste nella saldatura reciproca, pianificata o spontanea, di centri abitati dovuta alle mutue interazioni sociali,
territoriali, economiche, alla crescita della popolazione residente e all'espansione urbana e area metropolitana,
che ruota attorno all’agglomerazione e includendo anche aree non strettamente connesse all'area urbana, ma
legate ad essa per alcune caratteristiche come il commercio o la percentuale di pendolarismo.
Le economie di agglomerazione indicano una tendenza verso la grande dimensione urbana, tuttavia non
spiegano come mai, entro sistemi urbani apparentemente in equilibrio, coesistano città di diversa dimensione.
La realtà mostra, infatti, la coesistenza di dimensioni urbane diverse a cui corrispondono anche funzioni
economiche differenti.
In genere si rileva che:
• i centri più piccoli accolgono funzioni che trovano sbocco nella domanda locale a seguito delle limitate
economie di scala e dimensioni di produzione.
• i centri maggiori accolgono invece anche funzioni più rare e specializzate in cui compaiono più rilevanti
economie di scala.
Il problema che ci si pone è quello di ricercare i principi sui quali vengono regolati:
• la gerarchia dei centri
• la dimensione e frequenza dei centri di ciascun livello gerarchico, e, quindi, l’area di mercato di ciascuno
• la distanza media fra centri di uguale o diverso livello gerarchico e, perciò, la distribuzione geografica di tutti
i centri.

GERARCHIE DI CITTA’
Modello di Aurbach 1913
Pr = Pm/Rà Pr: popolazione della r-esima città; Pm: popolazione della città maggiore; R: ordine della r-esima
città all’interno dell’insieme.
Il modello descrittivo e analitico proposto da Auerbach e successivamente modificato e affinato ha lo scopo di
individuare regolarità di comportamento nelle relazioni demografiche fra centri urbani di un'area data.
Esclusivamente empirica, nella sua formulazione più semplice la regola prevede che i centri urbani di un'area
presentino una popolazione inversamente proporzionale alla posizione che occupano in una graduatoria

21
decrescente per popolazione: così, la seconda città per numero di abitanti dovrebbe avere una popolazione pari
alla metà di quella della città più popolosa; la terza città, una popolazione pari a un terzo, la quarta a un quarto
e via dicendo. In questi termini, la regola trova in realtà un'applicazione molto parziale, e si è perciò tentato di
renderla meglio corrispondente alla situazione di fatto introducendovi forme di ponderazione dei valori. In
ogni caso, si tratta di un'approssimazione interessante, che ha consentito di sviluppare produttive analisi della
struttura delle reti urbane.
Modello delle località centrali di Walter Christaller (1893-1969)
Si inserisce nel campo delle teorie della localizzazione ispirate al concetto di gerarchia urbana. Individua regole
con cui interpretare i sistemi urbani, spiegando dimensione, frequenza e distanza dei centri urbani di ogni
livello gerarchico.
Le ipotesi economiche sottostanti al modello sono:
• Ottimalità del comportamento dei consumatori (minimizzazione dei costi di trasporto: aree di mercato non
sovrapposte);
• Spazio geografico omogeneo (l'agglomerazione delle attività nasce per ragioni economiche e non fisico-
geografiche);
• Costo di trasporto proporzionale alla distanza percorsa;
• Presenza di economie di scala (implicite nel concetto di soglia);
• Equità nell'offerta del servizio: è implicita nell'affermazione della necessaria copertura dell'intero territorio,
in modo che tutti i consumatori abbiano accesso a tutti i servizi e beni.
La teoria christalleriana si basa sull'assunzione che esista un centro urbano per lo scambio di beni e servizi (o,
appunto, località centrale) che deve produrre od offrire beni o servizi alla popolazione spazialmente dispersa
su un territorio omogeneo e isotropo intorno a essa. L'obiettivo del modello è quello di comprendere come
prodotti o servizi, ed in particolare funzioni terziarie, si organizzino sul territorio dando vita a una gerarchia
urbana. Per raggiungere l'obiettivo Christaller introduce i concetti di soglia e portata, che esprimono in termini
geografici le tradizionali forze economiche che organizzano le attività nello spazio, i costi di trasporto e le
economie di agglomerazione, nello specifico le economie di scala.
• Portata: definisce la distanza massima oltre la quale il consumatore non è disposto ad affrontare i costi di
trasporto, necessari per recarsi ad acquistare il servizio;
• Soglia: rappresenta la distanza che delimita un'area, circolare, nella quale è compresa la quantità di
popolazione minima sufficiente a garantire un livello di domanda tale per cui il servizio sia prodotto in modo
efficiente.
Ogni servizio è prodotto solo se la portata è superiore alla soglia, cioè se esiste una domanda in grado di
costituire una massa critica sufficiente per offrire il servizio in condizioni di efficienza. In equilibrio, le aree
di mercato circolari definite dalla portata del servizio diventano aree di mercato esagonali. Ogni servizio ha
una sua portata che definisce le dimensioni dell'area di mercato: i servizi di qualità elevata offerti nei grandi
centri hanno dimensioni portata maggiore.
• Principio di mercato(k=3):la localizzazione del centro inferiore è equidistante da una triade di centri
di ordine superiore, formata dalla località centrale e dai vertici dell'esagono di dimensione maggiore.
L'ottimizzazione di questa localizzazione risponde al criterio di minimizzazione del numero di centri
in grado di coprire tutto il territorio dell'area di mercato del servizio di ordine superiore. Seguendo
questa logica localizzativa, in un'area di mercato di ordine superiore esistono 1+6/3=3 centri di ordine
inferiore;
• Principio di trasporto (k=4): la localizzazione del centro inferiore è equidistante da una coppia di centri
di ordine superiore. Questa scelta ottimizza la localizzazione dei centri di ordine inferiore in base alla
minimizzazione dei costi di trasporto verso i centri sede di servizi di ordine superiore. In ogni area di
mercato di ordine superiore esistono 1+6/2=4 centri di ordine inferiore;
• Principio amministrativo (k=7): la localizzazione del centro inferiore è nel centro dei triangoli che
compongono l'esagono. La logica di ottimizzazione risiede in questo caso nell'evitare i conflitti di
competenze tra centri di ordine superiore per l'amministrazione dei centri di ordine inferiore. In questa
logica esistono, per ogni area di mercato di un certo ordine, 1+6=7 centri di ordine inferiore.

DALLA GERARCHIA ALLE RETI DI CITTA’


Lo sviluppo negli ultimi 20 anni di città di dimensione intermedia (40.000 – 200.000 abitanti) ha stimolato
nuove ricerche che hanno collegato il fenomeno ad un mutamento qualitativo nei rapporti gerarchici. Al di
sotto di uno o due livelli urbani superiori (che comprendono all’incirca i capoluoghi nazionali e regionali) e al
di sopra di un livello inferiore di centri rurali si sarebbe progressivamente consolidata una struttura di centri

22
caratterizzati da forte interdipendenza, accentuata specializzazione produttiva, mancanza di evidenti rapporti
gerarchici interni, insomma un reticolo strettamente interconnesso di centri intermedi.
La spiegazione è individuata:
• nell’emergere, a partire dalla fine degli anni 50, di una forte propensione localizzativa non
metropolitana dell’industria (trasformazione del ciclo fordista);
• nell’emergere di nuove “economie di distretto” o economie di localizzazione di tipo intra industriale,
che ha generato un forte successo della piccola industria e la delocalizzazione della grande impresa;
• nella riduzione della dimensione minima efficiente per molte produzioni industriali e terziarie (avvento
della microelettronica ed innovazioni nel processo produttivo);
• nella crisi economica, territoriale, fiscale ed organizzativa della grande città derivante dalla chiusura
del precedente ciclo di sviluppo caratterizzato dal binomio sviluppo-urbanizzazione;
• nella tendenziale omogeneizzazione delle condizioni di infrastrutturazione del territorio non
metropolitano, della crescita su tutto il territorio dei livelli di istruzione e formazione professionale;
• nell’abbandono del principio “areale” nella organizzazione dello spazio di mercato dei singoli centri,
connesso al venir meno del costo di trasporto come elemento rilevante nel calcolo economico.
• Lo spazio e l’economia si organizzano su rapporti a rete: reti di rapporti di sub fornitura locali o
internazionali; reti finanziarie mondiali.
Con il concetto “reti di città” consistono in un insieme di rapporti tendenzialmente orizzontali e non gerarchici
fra città, che nel modello tradizionale non dovrebbero avere alcun rapporto; tali rapporti possono legare fra
loro città differentemente specializzate e complementari (reti complementari) o città similari aventi una stessa
specializzazione (reti di sinergia); la combinazione della complementarietà con la specializzazione consente la
realizzazione di nuovi vantaggi connessi alla integrazione orizzontale fra unità produttive (economia di
distretto) e di integrazione verticale attorno a precise “filiere” di specializzazione;
Un caso particolare delle “reti di sinergia” possono essere le “reti di innovazione” che nascono fra centri
similari che si consorziano al fine di realizzare grandi infrastrutture o attorno a progetti di innovazione
territoriale (aeroporti, centri tecnologici) per le quali i singoli centri non disporrebbero delle capacità
finanziarie e dimensioni adeguate di mercato;
Il modello a rete non è un modello di organizzazione totale del territorio. Esso si adatta bene a rappresentare
il comportamento spaziale dell’industria e del terziario superiore (direzionalità, finanza, ricerca, consulenza
internazionale). Il modello gerarchico continua infatti a permanere come “memoria” territoriale dei tempi in
cui altri settori (agricoli, commerciali, terziario per la popolazione, la pubblica amministrazione)
rappresentavano la quasi totalità dell’economia e di conseguenza organizzavano il paesaggio urbano.
In termini empirici è possibile avanzare l’ipotesi che sulla gerarchia tradizionale dei centri si sia sovraimposta
oggi una gerarchia di reti formata da:
• una rete di primo livello a cui appartengono le città mondiali;
• una rete di secondo livello di città specializzate a carattere nazionale;
• una rete di terzo livello di città specializzate a carattere regionale.
La città è identificata come luogo di decollo dello sviluppo regionale dove nelle condizioni che determinano
lo sviluppo regionale vi è un rapporto tra crescita economica e crescita urbana, tra pianificane economica e
pianificazione urbana.si possono verificare anche degli squilibri economici dove il funzionamento concreto
del mercato nello spazio reale, lasciato a se stesso, produce effetti economici squilibranti, dando luogo ad aree
più sviluppate e ad aree depresse. Il ciclo della vita della città è variabile nel tempo e interviene nei processi
di formazione e trasformazione della città secondo un’ipotesi di progressione lineare che attraversa una serie
di stadi legati tra loro da nessi causali. La variazione non è data tanto dalla crescita quantitativa quanto dalle
funzioni che il centro metropolitano esercita. Le città si possono rivelare anche come delle aree problematiche
perché possono riscontrare:
• Insediamenti abusivi
• Degrado delle periferie
• Ghettizzazione
• Dinamica della sostituzione dei residenti di un quartiere

ANALISI DI UNO SPAZIO URBANO


• Piante di città
• Valori e impiego del suolo urbano
• IlCBD

23
• La localizzazione residenziale
• La localizzazione delle attività produttive e dei servizi
• Le periferie

Oltre alla città troviamo anche paesaggi di tipo agrario e industriale dove il modello di von Thünen, ideato agli
inizi del XIX secolo, è utile per lo studio delle aree di influenza di siti di grandi dimensioni, come le città.
Johann Heinrich von Thünen pensava a una città isolata al centro di una pianura orizzontale, uniformemente
fertile, senza corsi d’acqua navigabili e circondata dalla natura incontaminata. Il modello mostra la formazione
di zone concentriche di produzione agricola attorno alla città centrale (fig. 1). Il limite principale del modello
di von Thünen risiede nel suo inevitabile conflitto con la natura articolata dei territori oggetto di studio, spesso
ben lontana dalle condizioni ideali che ne sono alla base. Invece il modello di Weber, ideato tra la fine del XIX
e l’inizio del XX secolo, spiega la localizzazione ottimale di uno stabilimento manifatturiero in termini di
minimizzazione di tre spese base: costi relativi al trasporto, costi di manodopera e costi di agglomerazione.
L’agglomerazione si riferisce al raggrupparsi di attività produttive e di individui per un vantaggio reciproco.
Un simile raggruppamento può produrre “economie di agglomerazione”, tramite la condivisione di impianti e
servizi. A causa della competizione per queste risorse, tuttavia possono anche sopravvenire delle diseconomie,
quali affitti o salari più alti. Alfred Weber conclude che i costi di trasporto sono l’elemento principale nel
determinare la localizzazione. In altre parole, la localizzazione ottimale si troverà laddove sono più contenuti
i costi di trasporto delle materie prime verso la fabbrica e dei beni finiti verso il mercato. Egli osserva
comunque che, se le variazioni nei costi della manodopera o dell’agglomerazione sono abbastanza elevati, una
localizzazione stabilita soltanto in base ai costi di trasporto può in effetti non rivelarsi ottimale.

ECOSISTEMA URBANO 2017à Secondo il rapporto annuale di Legambiente "Ecosistema urbano 2017"
Mantova, Trento, Bolzano, Parma, Pordenone, Belluno sono le sei città più ecosostenibili d'Italia. Lo studio
esamina una serie di parametri e misura le performance ambientali delle amministrazioni locali. Si tratta di
città in cui si vive meglio dal punto di vista della qualità ambientale, dove sono state fatte scelte innovative,
talvolta coraggiose e impopolari, per garantire una qualità dell’aria e dell’acqua migliori, una mobilità
alternativa all’uso delle automobili, un sistema di approvvigionamento moderno basato sulle fonti rinnovabili
e pulite e sull’efficienza energetica. Tutte superano il 65 per cento di raccolta differenziata dei rifiuti e si
dimostrano efficienti anche per quello che riguarda la depurazione delle acque reflue e il contenimento delle
perdite di acqua potabile dalla rete idrica. Sono città verdi (Pordenone, con 29 alberi ogni 100 abitanti, e
Mantova, con 32 alberi) e con un’incidenza ridotta di polvere sottili.
17/03/2020
(Lezione da casa)
GEOGRAFIA DELLE LINGUE
Sia la lingua che la religione sono gli elementi che differenziano una popolazione dell’altra, infatti portano a
creare dei prodotti di tipo mentali che racchiudano una serie di sottosistema ideologico di una data cultura che
aiuta a dare forma al sistema di credenza e società. Bisogna considerare che sono fenomeni in continuo
mutamento e che hanno la capacità di varcare i confini territoriali.
La lingua è il sistema con cui le popolazioni comunicano fra di loro e permettono la diffusione della loro
cultura e essa si diffonde tramite i fenomeni migratori, colonizzazioni e conquistatori. Ogni popolazione
possiede una lingua madre.
La geografia delle lingue invece si occupa di come la lingua si distribuisce sul territorio spaziale. Come essa
si diffonde e come si comporta all’interno di un territorio spaziale, sia a livello individuale, che sociale
connessa con le alte lingue e alle etnie. L’importanza della geografia delle lingue è connessa al ruolo della
lingua come strumento di comunicazione all’interno di un gruppo sociale e come elemento di identità di una
comunità di parlanti o di un gruppo etnico.
La diversità delle lingue risiede all’interno di una serie di famiglie linguistiche, cioè un gruppo di lingue che
discendono da un singolo idioma originario, ma ogni lingua ha una sua forma primitiva, infatti si definisce
protolingua. Le famiglie delle lingue derivano dall’indoeuropea, dove rientrano:
• Lingue romanze: tutte quelle lingue che derivano dal latino
• Lingue germaniche: tutte quelle lingue che derivano dalla protolingua tedesca
• Lingue slave
• Lingue celtiche
Uno dei fenomeni che interagisce con la lingua è la propagazione linguistica ossia il fenomeno geografico
rappresenta l’estensione areale dell’utilizzo di una determinata lingua o il suo trasferimento nel corso del tempo

24
dall’area in cui veniva parlata, infatti la diffusione nella lingua può derivare dalla diffusione spaziale oppure
anche tramite il fenomeno delle migrazioni.
Quando una nuova lingua acquista vantaggi si verifica una diffusione per espansione, cioè un’unità di
acculturazione totale dove la diffusione gerarchica adotta una lingua per le attività lavorative o di istruzione..
Tutti quelli che parlano una lingua comune si racchiude all’interno di una comunità linguistica dove non
implica necessariamente un’uniformità linguistica, quindi una comunità possiede una lingua standard dove al
suo interno troviamo anche l’uso dei dialetti, cioè sistemi linguistici che vengono usati nelle aree geografiche
limitate. L’uso dei dialetti denota l’appartenenza di un determinato popolo ad una specifica classe sociale e al
livello di istruzione infatti con il termine vernacolo si intende l’uso di una lingua che non è standard o il dialetto
originario di un determinato ambiente o gruppo sociale.
Le lingue assolvono a necessità diverse. Una persona può quindi sentire il bisogno di ricorrere a più lingue per
esprimersi a seconda delle diverse esigenze di comunicare. Può perciò essere necessario modificare il codice
linguistico indipendentemente dal cambiamento d’uso, perché la vita di relazione ci mette a contatto con
persone di lingue differenti dalla nostra. Numerosi sono i casi di bilinguismo e multilinguismo perché:
• i gruppi linguistici non sono chiusi in se stessi da non avere altri contatti;
• non sono così forti da non sentire la necessità di mutare la propria parlata in momenti della propria
attività.
Il bilinguismo: studiato dalla psicolinguistica, dalla sociolinguistica, interessante anche per la geografia. Sono
stati dati giudizi negativi del bilinguismo poiché se la lingua rappresenta un momento di aggregazione di una
comunità durante la sua azione di trasformazione del territorio in cui vive e di organizzazione su se stessa per
poter attuare questa trasformazione, esso era visto come risultato di un imperfezione:
• limitata integrazione e debolezza di un gruppo.
• lingua inadeguata a servire i vari momenti della vita di quella comunità, la cui organizzazione è ancora
limitata.
Il bilinguismo più comune nasce dal fatto che popolazioni diverse sono insediate sullo stesso territorio e si
trovano in continuo rapporto di lavoro e scambio. La presenza di due lingue può far pensare a due modelli
organizzativi in competizione, quindi al conflitto soprattutto a causa del diverso rapporto con il territorio (ogni
lingua corrisponde ad una visione del mondo). Visioni più moderne vedono invece nel plurilinguismo una
situazione positiva di pluriculturalismo, da sfruttare in campo educativo e per combattere i nazionalismi.
Tuttavia, è difficile pensare di trovare due lingue usate in uno stesso territorio in un rapporto di perfetto
equilibrio. La dinamica linguistica segue le tendenze della dinamica sociale per cui il gruppo linguistico più
innovativo, creativo, incisivo sull’insieme sociale riesce nel tempo a imporre la propria lingua (> colonialismo,
grandi trasformazioni economiche della Rivoluzione industriale).
Nel complesso sistema della lingua è possibile trovare anche degli amalgamanti, cioè il fenomeno del pidgin,
dove si presenta una forma grammaticale più semplificata e la sua evoluzione sta proprio in quest’ultima, che
prende il nome di lingua creola.
Lingua francaà è quella lingua destinata a soddisfare i bisogni elementari di comunicazione tra gli
appartenenti a diverse comunità linguistiche, quindi è la seconda lingua che si affianca a quella madre.
Da quest’ultimo concetto dobbiamo specificare che ogni nazione possiede un singolo idioma, definita la lingua
ufficiale dello stato, usata per l’insegnamento, la comunicazione di tutti i giorni, quella politica… ma troviamo
anche società che si affiancano ad una seconda lingua, come la lingua franca, usata per motivi di lavoro.
La diffusione della lingua inglese nel mondo (livello elementare) è dovuta anche al fatto che i principali centri
dell’economia sono in aree anglofone; le conoscenze scientifiche, industriali, le organizzazioni di mercato
trovano nella lingua inglese lo strumento per raggiungere un alto numero di persone. Nel contesto
dell’organizzazione economica attuale, basata su continui scambi in vasti spazi, ai fini dello sviluppo
economico, la lingua può agevolare o rendere difficile i rapporti alla base dell’economia di mercato.
La fascia di contatto fra due lingue non è mai stabile nel tempo: se esistono scambi di servizi merci persone,
presto la pressione linguistica del più forte si fa sentire sul più debole, nel contesto delle nazioni politica, dove
il processo di conquista territoriale di una lingua può essere indipendente da una precisa azione di
pianificazione culturale, oppure essere la conseguenza di atti finalizzati all’espansione linguistica. La fascia di
contatto tra due lingue diverse è un’area bilingue (le persone hanno necessità di contatti tra due comunità
linguistiche).
Toponimià nomi propri dei propri luoghi di appartenenza che possono essere considerati come un esempio
di influenza esercitata dalla lingua a livello del territorio.
Toponomasticaà è lo studio dei nomi propri di luogo, strumento significativo e utile di cui si avvale la
geografia culturale storica.

25
Quindi la lingua costituisce un elemento importante dello studio della geografia antropica differenziata in:
§ Regioni: differenziazioni fisiche / culturali (create dall’uomo)
§ Le differenziazioni culturali non sono immutabili, ma subiscono variazioni in tempi anche più veloci
di quelle fisiche.
§ Numerosi motivi di differenziazione (interessi, capacità, condizionamenti).
REGIONE LINGUISTICA: è una regione culturale: la circolazione delle idee e la loro diffusione vi avviene
in maniera preferenziale e con maggior velocità all’interno di una comunità che utilizza lo stesso veicolo di
comunicazione. In essa l’aggregazione sociale è massima.
LA REGIONE CULTURALE: è caratterizzata non solo per la presenza al suo interno di una comunità con
una propria e originale espressione culturale, ma anche perché nel suo territorio si avverte l’impronta sia dei
prodotti sociali della cultura (norme che regolano i rapporti interni del gruppo), sia dei prodotti materiali che
danno forma non casuale al paesaggio culturale (tipologie di colture agricole, dimore rurali, ecc.) dove la
conservazione della lingua è sentita dalla comunità etnica come condizione fondamentale per il mantenimento
della propria identità, ma il legame con il territorio viene percepito come qualcosa di
irrinunciabile.
ETNIA E LINGUA
L’etnica o gruppo etnico è una comunità umana legata al suo interno dalla coscienza di avere un comune
patrimonio storico e da vincoli culturali così forti e consolidatesi nel tempo e tali da improntare in modo
significativo il modo di pensare e il comportamento dei suoi appartenenti. Un gruppo etnico linguistico si basa
sulla stessa lingua.
ANALISI DEL CONCETTO DI ENTINA DI SMITH: A.D. Smith (1986) individua sei condizioni necessarie
per poter definire una comunità sociale come etnia:
o Nome dell’etnia riconosciuto dalla comunità (elemento di identificazione e auto-identificazione)
o La coscienza di una discendenza tra gli appartenenti
o Il senso di una storia comune
o Partecipazione ad una cultura comune
o Rapporto fra la comunità e il territorio determinato (patria, ma può essere anche soltanto la memoria
di un territorio perduto)
o Solidarietà all’interno della comunità
ANALISI DEL CONCETTO DI GRUPPO ETNICO DI BRETON: nei caratteri generali di una struttura etica
indica nove elementi suddivisi in tre categorie
v Lingua
v Popolazione (>dinamicità) PRESTRUTTURE
v Territorio:
• Cultura (materiale/immateriale)
• Struttura sociale (classi). STRUTTURE
• Economia (forte/debole):
v Istituzioni politiche,
v Metropoli (centro decisionale) POST-STRUTTURE
v Rete urbana
Breton ha il merito di aver dimostrato che un gruppo etnico o etnico linguistico o GLM (Gruppo Lingua
Materna) non è caratterizzato soltanto dalla sua cultura e dalla sua lingua, ma da una serie di elementi in stretta
connessione tra di loro.
Per comprendere la situazione di un gruppo etnico è necessario analizzare le condizioni, la forza dei singoli
elementi e i legami.
Si tratta di un discorso importante nel quadro di una politica di tutela ovvero di consolidamento o
accrescimento di una lingua.
Il concetto di etnia non sempre viene usato correttamente: per etnia si intente il senso della propria individualità
culturale e linguistica; invece per nazione si intende il senso della propria individualità storica.
Le due cose non sempre necessariamente coincidono: mentre l’appartenenza culturale è un dato acquisito a cui
non si può rinunciare, la soggettività storica è una scelta più politica che culturale pertanto modificabile con
l’evolversi del pensiero sociale e politico.
Secondo il modello di Breton viene mostrato sul territorio e si possono individuare una frangia bilingue in cui
sono in corso processi di acculturazione o deculturazione a seconda della lingua che si prende in
considerazione. Secondo Breton partendo da una regione etnolinguistica (A) e andando a una regione
etnolinguistica (B) si incontrano 4 aree con connotazioni linguistiche diverse:

26
1) dell’etnia Aa (A parla solo la lingua a)
2) Aab (A parla la lingua a ma utilizza anche la lingua b)
3) Aba (A utilizza la lingua b mentre la a è ormai diventata secondaria)
4) Ab (area ancora appartenente all’etnia A, ma ormai del tutto allofona, in cui vi è monolinguismo b).
Evidentemente ancora avanti troviamo un’area dell’etnia B con monolinguismo etnofono Bb.
Le fasi del passaggio da a>b attraverso due fasi di bilinguismo a diversa prevalenza:
> deculturazione di A, per effetto della più forte influenza dell’etnia B > acculturazione
Se il processo avviene all’interno di uno Stato e non nella frangia di contatto > cittadini allofoni rispetto alla
loro lingua etnica, se invece avviene a cavallo di confini di Stato, ciò può essere avvertito come minaccia e
reazione al recupero della lingua compromessa. Le trasformazioni culturali e linguistiche sono tuttavia processi
lunghi, di generazioni.
LE REGIONI ETNICO-LINGUISTICHE E IL TERRITORIO ETNICO
Il territorio abitato da una comunità etnica non è sempre percepito dai componenti della comunità con la stessa
intensità. Alcuni parti del territorio possono avere un significato spirituale e richiamare all’identità culturale
del gruppo in modo forte, mentre altre rivestono un valore minore (diversa etnicità dello spazio geografico).
Nel nucleo centrale di uno Stato vi è maggiore coesione, scambio, forza amministrativa e qui i caratteri
comunità nazionale sono più forti e delineati e da qui partono allargandosi anche al territorio periferico.
Rapporto centro <> periferia.
Il concetto di nucleo centrale di uno Stato può essere applicato anche al territorio etnico: il nucleo centrale è
quello percepito dalla psiche e nel sentimento comune come territorio patrio: quello in cui la lingua etnica
possiede maggiore forza ed è meno soggetta alle influenze esterne. Le sfere d’influenza invece sono, ad
esempio, aree in cui parte della popolazione proveniente da un nucleo centrale si è trasferita stabilmente,
trasferendovi anche l’impronta della propria cultura etnica.
I CONFINI DEI TERRITORI ETNICI
Essendo la coscienza del proprio territorio un dato importante nella vita della comunità etnica, il suo confine
viene percepito in modo rilevante. Tuttavia il territorio etnico difficilmente corrisponde ad un’area esattamente
definibile (>bilinguismi di confine).
La delimitazione esatta quindi di un confine etnico è spesso impresa irrealizzabile e la zona di contatto può
diventare un’area di scontro. Per evitare conflittualità spesso viene marcato il limite territoriale. Tale azione
provoca spesso l’effetto contrario. Nelle zone di transizione nascono le contestazioni più violente.

DINAMICA DELLE LINGUE NELLO SPAZIO


La variazione linguistica si verifica in vari modi:
• Divergenza
• Convergenza
• Sostituzione
La diffusione delle lingue può seguire diverse tipologie:
• diffusione per spostamento (migrazioni)
• diffusione per espansione
contatto
gerarchica

Alcuni fattori geografici fisici influenzano la localizzazione delle lingue:


• Morfologia (rilievi, pianure, valli)
• Insularità (isolamento o contatto)
• Vegetazione (boschi, foreste)
• Paludi (aree non bonificate)
• Clima (freddo/caldo)
Naturalmente anche fattori antropici condizionano la diffusione delle lingue:
• fattori sociali
• fattori economici
• fattori politici
• fattori religiosi
Da questi dati notiamo come l’espansione, contrazione e scomparsa di determinate lingue seguano dei processi
di acculturazione e deculturazione rappresentano il motore della dinamica linguistica. Tale dinamica è legata

27
sia al dato demografico, che alla capacità di un gruppo sociale di elaborare e trasmettere cultura (efficienza
sistema produttivo, innovazione prodotta, i canali di trasmissione delle informazioni), alla forza e alla vivacità
culturale di un popolo.
Breton ha dimostrato che un gruppo etnico linguistico è costituito da diversi elementi, tra i quali la lingua. La
fortuna di una lingua dipende da quanto avviene a proposito degli altri elementi dell’etnia. Se questi elementi
sono deboli, la lingua perde importanza e si estingue: si tratta di un evento che comunque lascia tracce dietro
di sé (>substrato linguistico). Vi sono esempi di lingue che sono state rivitalizzate, ad es. il gaelico, con
l’indipendenza dell’Irlanda diviene simbolo della differenziazione dagli inglesi; diventa lingua
d’insegnamento e ufficiale. Necessitava però di una modernizzazione.

LA POLITICA LINGUISTICA
La crescita, la decadenza o la scomparsa di una lingua dipendono da una serie di fattori alcuni controllabili da
chi ha il potere di fare scelte di governo.
Gli interventi seguono tre diverse prospettive:
- visione evoluzionista di tipo darwiniano delle lingue;
- visione conservazionista: le lingue minori vanno salvate e tutelate;
- visione protettiva di tipo ecologico: le lingue sono elementi di un sistema socio-ecologico all’interno del
quale non si può modificare alcun elemento senza comprometterne altri, ovvero è necessario mantenere in vita
anche le altre forme della cultura materiale e
sociale del contesto in cui la lingua vive e viene usata.
Esistono molteplici motivi per modificare una situazione linguistica:
- malintesa considerazione sulla povertà culturale (uso dei dialetti).
- Annessioni territoriale.
Vi sono esempi di lingue che sono state rivitalizzate, ad es. il gaelico con l’indipendenza dell’Irlanda diviene
simbolo della differenziazione dagli inglesi; diventa lingua d’insegnamento e ufficiale. Necessitava però di
una modernizzazione.
Breton individuò cinque livelli di sviluppo linguistico:
1- Lingue prive di scrittura
2- Lingue vernacolari o locali
3- Lingue veicolari
4- Lingue nazionali
5- Lingue internazionali
La struttura territoriale delle lingue, dal punto di vista della linguistica esterna, importante per una lingua è il
suo uditorio, ovvero i nr dei suoi locutori, ma per far questo occorre distinguere tra locutori a titolo:
- Materno: gruppo di lingua materna GLM o di etnia, tra questi una certa fascia è bilingue e costituisce
la frangia bilingue interna.
- Secondario: che la conoscono solo come seconda lingua, formano la fascia bilingue esterna all’etnia.
L’ampiezza della frangia bilingue riflette i processi di acculturazione o di deculturazione in corso. Si quantifica
il rapporto tra il nr locutori secondari e il nr di locutori materni (che testimonia la diffusione esterna e sociale
di una lingua) attraverso l’indice di diffusione.
Il declino di una lingua deriva dalla mancanza di elaborazione e gli adattamenti che permettono a una lingua
di corrispondere alle mutevoli esigenze della vita sociale e alla necessità di esprimere concetti e di dare
informazioni di tipo innovativo. Ma è anche la incapacità di una comunità sociale di continuare a essere autrice
della propria cultura, sintomo di una radicale trasformazione di tutta l’organizzazione sociale ed economica
della comunità.

28
TIPI DI LINGUE

LINGUE MINORI O MINORITARIE: con l’attuale accelerazione del processo di trasformazione della
società, delle forme di organizzazione economica e il continuo progresso delle tecnologie per la trasmissione
di idee e informazioni hanno messo in pericolo i patrimoni linguistici di molte comunità che a causa della loro
debolezza demografica, economica o amministrativa subiscono l’influenza di altre lingue più forti. Vengono
richieste misure di tutela per impedirne la decadenza, per salvaguardare il patrimonio culturale, i valori
spirituali e sociali di cui sono espressione: un problema sentito nello spirito democratico dell’Europa.
Sul nostro pianeta vengono parlate moltissime lingue, ma ogni quindici giorni ne spariscono due e con esse
muoiono antiche culture, usi, consumi, tradizioni, leggende, riti, medicine naturali. Secondo alcuni ricercatori,
entro il 2100 il 90% di tutti gli idiomi umani sparirà per sempre. Anche le previsioni più ottimistiche dicono
che almeno la metà sarà estinta. Quelle ormai irrimediabilmente perdute, secondo i calcoli dei linguisti,
potrebbero essere tra le quattro e le novemila.
In Europa si registrano oltre 40 lingue autoctone parlate da 500 milioni di cittadini europei, dove solo 24 di
esse godono lo status di lingua ufficiale: bulgaro, ceco, croato, danese, estone, finlandese, francese, greco,
inglese, irlandese, italiano, lettone, lituano, maltese, olandese, polacco, portoghese, rumeno, slovacco, sloveno,
spagnolo, svedese, tedesco, ungherese. Le restanti lingue vengono definite “regionali”, “minoritarie” o “meno
diffuse”.
àLe lingue nazionali di due Stati membri dell’Unione Europea che non sono lingue ufficiali di lavoro
dell’Unione: l’irlandese e il lussemburghese.
àLe lingue di comunità situate in un solo Stato membro, come il bretone in Francia o il sardo in Italia, mentre
quelle lingue di comunità situate in due o più Stati, come il basco o il catalano in Francia e Spagna.
à Le lingue che sono minoritarie in uno stato, ma maggioritarie in un altro, come il danese in Germania,
mentre le lingue non territoriali (sprovviste di un territorio) presenti in diversi stati dell’UE, ma non situabili
in un’area particolare, come le lingue “giudaiche” e le lingue delle comunità Rom.
L’UE ha adottato una politica positiva nei confronti delle lingue regionali e minoritarie, sulla base della Carta
europea dei diritti fondamentali, secondo cui:
“L’Unione rispetta la diversità culturale, religiosa e linguistica”.
Le lingue regionali o minoritarie sono lingue:
- tradizionalmente parlate nell’ambito di un territorio di uno stato da cittadini di quello Stato che costituiscono
un gruppo numericamente inferiore rispetto al resto della popolazione dello Stato e
- diverse dalla/e lingua/e ufficiale/i di quello Stato.
18/03/2020
(Lezione da casa)
GEOGRAFIA DELLA RELIGIONE
La geografia delle religioni si occupa delle caratteristiche territoriali e spaziali delle religioni, della loro
diffusione e dei modi in cui il fenomeno religioso si diversifica da luogo a luogo, ma dobbiamo considerare
che la religione si trova alla base di rivendicazione e di lotte che oppongono differenti gruppi di credenti. Da
quest’ultima affermazione possiamo delineare che la religione indaga sulle relazioni di causa-effetto che
esistono tra la distribuzione delle religioni e altri aspetti territoriali, sial culturali, sia ambientali.
Per religione si intende un sistema di valori, di credenze e pratiche con le quali un gruppo di persone interpreta
quello che ritiene sia soprannaturale e sacro e nel divino. Il credo religioso è per definizione un elemento del
sottosistema ideologico, mentre la religione formalizza e organizzata ne è un’espressione istituzionale, ma il
ruolo cultuale religioso può variare e risultare predominante in alcune società, oppure essere marginale o
persino ignorato e negato completamente in altre. Per questo il ruolo cultuale religioso può essere considerato
come un complesso unificato di fedi e pratiche di devozione che collega tutti coloro che vi aderiscano
all’interno di un’unica comunità morale.

29
Quindi la religione può essere considerato un fattore in grado di influenzare profondamente tutti gli aspetti e
le sfaccettature di una cultura, ma dobbiamo considerare che esistono sistemi di valori non religiosi e che ogni
religione propone un concetto diverso di significato e del valore di questa vita, e la maggior parte di essi
prevede valori e comportamenti rigorosi su ciò che è necessario per raggiungere la salvezza. Possiamo
identificare dei gruppi fondamentali dove ogni credente si ritrova:
• Gruppo di credenti
• Questioni sacre e soprannaturali
• Credo
• Pratiche e rituali
In molti paesi troviamo una religione di stato, dove la struttura politica e quella religiosa sono perfettamente
collegate fra di loro, ma da un punto di vista prettamente geografico, è interessante notare come la religione
possa influire sul paesaggio geografico e possono apparire evidenti o sottili allo stesso tempo. Le strutture
dove si svolgono i culti religiosi rientrano come simboli tradizionali del paesaggio e come possono conferire
ad una determinata area un carattere immediatamente peculiare.
Le religioni si possono contraddistinguere in un unico gruppo cultuale:
• Animiste: tutto ciò che esiste ha un’anima (Sciamanesimo, Totemismo ...)
• Politeiste: venerano più di una divinità (Induismo, Scintoismo ...)
• Monoteiste: venerano un solo Dio (Ebraismo, Cristianesimo ...)
Alcuni studiosi hanno ritenuto utile suddividere analiticamente le religioni in tre categorie:
1) Religioni universali: Possono essere abbracciate da più popoli, conquistare spazi sempre più vasti e
prevedono il proselitismo (Islamismo, Cristianesimo, Buddismo);
2) Religioni etniche: Sono caratterizzate da uno stretto legame identitario con un singolo popolo o
regione (Ebraismo, Shintoismo, Induismo);
3) Religioni tribali o tradizionali: Sono caratterizzate dalla dimensione limitata del gruppo dei fedeli,
identità culturale con piccoli gruppi localizzati, società tradizionali, forti legami con la natura
(Animismo, Totemismo);à Sciamanismo è un tipo di religione tribale che prevede l’accettazione di
uno sciamuro, cioè un lider religioso cioè un guaritore e esperto in arti magiche.
Le religioni di tipo universali tendono a espandersi tramite il proprio messaggio presso nuovi popoli e nuove
aree, mentre le religioni etniche tendono a essere confinate in specifiche regioni e a espandersi molto
lentamente e le religioni tribali risultano sempre più limitate a livello territoriale. Ma la diffusione delle
religioni avviene tramite circostanze storiche, come conquiste, migrazioni o conversioni e alcune sono uscite
dalla loro area storica d’origine, altre vi sono rimaste circoscritte.

DISTRIBUZIONEà 2,1 miliardi cristiani (54% cattolici, 11% ortodossi, 22% riformati, 21% chiese
indipendenti, 2% altri tipi di cristiani); 1,5 miliardi islamici (20% sciiti, 80% sunniti); 900 milioni induisti; 376
milioni buddhisti 13,5 milioni ebrei.

Laicismoà indifferenza o il rifiuto delle religioni e della fede religiosa, è un fenomeno che contraddistingue
in misura crescente molte società moderne.
Le principali religioni possiedono una propria espressione e valore cultuale dove ognuna ha un proprio modello
di innovazione e diffusione territoriale e ciascuna ha avuto un proprio impatto sul paesaggio culturale.

30
Ebraismoà è la lettura principale delle religioni del mondo dove la fede si racchiude in un unico dio e ha
creato le basi per la nascita del cristianesimo e dell’islam. È legato ad un singolo gruppo etnico e possiede un
insieme complesso e ristrettivo di credenze e leggi.
Cristianesimoà è la religione che prende il nome di Cristo, appellativo di Gesù di Nazareth.
Islamà scaturisce dalla medesima radice ebraica del cristianesimo dove si incarna in molte altre credenze:
anche qui si ha l’esistenza di un unico dio Allah che si rivela agli uomini attraverso i profeti.
Induismoà è la più antica tra le principali religioni del mondo, ma non è solo una religione è anche una rete
complessa di elementi religiosi, filosofi, sociali, economici e artistici che sono connessi ad una civiltà specifica.
Buddismoà è una religione nata tramite i contrasti dell’induismo, che segue le vie del Budda.
Confucianesimoà è una delle maggiori tradizioni filosofico-religiose, morali e politiche della Cina dove non
si prevede la presenza di chiese o ecclesiastici, ma il suo fondatore credeva in un paradiso formato da connotati
naturalistici.
Taoismoà designa le dottrine a carattere filosofico e mistico, esposte principalmente nelle opere attribuite a
Laozi e Zhuāngzǐ (composte tra il IV e III secolo a.C.), sia la religione taoista, istituzionalizzatasi come tale
all'incirca nel I secolo d.C.
Shintoismoà rappresenta un complesso di tradizioni e rituali piutosto che un sistema etico o morale e venera
un insieme composito di numi.

RELIGIONE E GEOGRAFIA
• Livello locale: organizzazione del territorio (paesaggio culturale)
• Livello globale: legami e cesure nelle relazioni internazionali (geografia politica)
• Livello sociale: contributo all’evoluzione delle società (popolamento, economia)
• Rapporti reciproci tra religione, cosmologia, geografia • Distribuzione delle sedi e delle dimore
• Organizzazione degli spazi
• Geografia della circolazione (pellegrinaggi) e geografia del turismo (città sante)
La religione porta ad una implicazione di tipo sociale, caratterizzata:
• Arte e scienza (ispirazione/limitazione)
• Strutture delle società (divisioni in classi o caste e gruppi)
• Demografia (natalità, sessualità)
• Sovrapposizioni di potere e conflitti (guerre di religione, crociate)
• Sincretismi e ecumenismo (filosofia)
• Fondamentalismo/Secolarismo (estremismo, ateismo di stato)
• Economia (industria, agricoltura, allevamento, turismo)
23/03/2020
(lezione da casa)
GEOGRAFIA DELLA SALUTE
L’ambiente è una determinante fondamentale dello stato di salute della popolazione umana, dove
l’inquinamento di acqua, terra e aria influisce negativamente sulla qualità della vita e sulla salute. Prendere in
esame tutti gli elementi da considerare per la valutazione della salute umana è molto complesso e solo tramite
l’incrocio di dati ambientali, territoriali e urbanistici, epidemiologici e altri indicatori sanitari è possibile creare
un quadro della salute di una popolazione, ma per chi si occupa di salute alla scala globale, l’impatto di pratiche
e stili di vita legati a specifici contesti culturali può essere meno importante rispetto alla gestione delle
disuguaglianze politiche e socio- economiche, ma l’uguaglianza a livello mondiale può essere raggiunta solo
riconoscendo l’esistenza di sistemi valoriali culturalmente orientati. Il mancato riconoscimento dei contesti
culturali non consente di affrontare i loro effetti negativi, valorizzando il loro potenziale positivo come fonte
di nuovi modelli di pensiero.
Un primo elemento che possiamo considerare è quello che il rapporto fra uomo-ambiente-salute influisce molto
l’ambiente e la cultura locale dove una popolazione vive e le caratteristiche geografiche delle epidemie partano
da una ricerca compiuta Peter Haggett, che si è concentrata sulla mappatura e modellizzazione dei percorsi
attraverso i quali le epidemie si diffondono attraverso le comunità umane. Haggett è convinto del fatto che i
metodi e gli strumenti della geografia possano essere usati per migliorare la nostra conoscenza delle origini e
del progresso delle epidemie, e talvolta per rallentare o addirittura arrestarne la diffusione.
Le epidemie si possono essere viste come:
1) Onde diffusioneà quando si possono modellate come molti altri processi di diffusione e
cambiamento. Per comprendere la diffusione delle epidemie è utile comprendere le dinamiche che

31
regolano il movimento della popolazione e i comportamenti umani, oltre a conoscere nel dettaglio le
caratteristiche della malattia.
2) Diffusione su scala globaleà Le dinamiche di diffusione delle epidemie devono essere analizzate in
un arco temporale ampio per capire tendenze e modelli di diffusione, individuare quali comportamenti
possono aver incrementato o, viceversa, mitigato il diffondersi di una epidemia. Haggett analizzò le
dinamiche di diffusione di epidemie in contesti diversi: la diffusione del morbillo in Islanda
(assumendo che lo studio della diffusione di un’epidemia in un contesto insulare, con limitati contatti,
possa aiutare a meglio comprendere le dinamiche del processo); la diffusione del Vibrio cholerae El-
Tor che, rinvenuto per la prima volta nella penisola del Sinai, è stato all’origine di una pandemia
mondiale partita dall’Indonesia nel 1961 e giunta anche in Italia nel 1973.
Le origini delle epidemie sembrano risiedere nel riscaldamento globale, infatti quest’ultimo favorisce il
rapido aumento delle epidemie, ma anche per le profonde trasformazioni antropiche nell’uso del territorio
che contribuiscono ad aumentare la suscettibilità alle nuove epidemie, mentre i tentativi di contenimento
sembrano vanificati a causa dell’annullamento delle distanze geografiche.
La natura della diffusione spaziale avviene tramite quattro tipi di diffusione, dove in geografia per
diffusione ha due significati ben distinti:
• Per espansioneà è il processo tramite cui informazione, innovazione, tecnologie, epidemie si
propagano da un luogo all’altro ed avviene in due diversi modi. La diffusione per contagio dipende
dal contatto diretto. Così si diffondono le malattie contagiose. Si tratta di un processo fortemente
influenzato dalla distanza e tende ad estendersi in modo centrifugo, dalla regione d’origine verso
l’esterno. La diffusione gerarchica determina la trasmissione attraverso una successione regolare
per gradi, classi o gerarchie. Ne è un esempio la diffusione di innovazioni dai grandi centri
metropolitani alle campagne o dalle gerarchie sociali più elevate ai livelli inferiori.
• Per spostamentoà costituisce un processo simile, ma gli elementi che vengono diffusi
abbandonano il luogo di origine. È strettamente legata ai modelli di crescita regionale e può essere
esemplificata dallo spostamento di popolazione da un luogo all’altro (migrazioni, riallocazioni).
In qualche caso anche le epidemie possono ricadere in questa tipologia, o meglio combinare
entrambe le tipologie.
• per contagio
• gerarchica
Secondo la teoria di Hangerstrand il modello di Hagerstrand fu applicato alla diffusione delle innovazioni.
Nel caso delle epidemie i campi di contatto possono essere molto complessi. All’interno di un gruppo
(famiglia, classe) sono casuali, ma la probabilità di contagio è influenzata in modo esponenziale dalla
distanza.
• Stadio primario (inizia il processo di d., sono identificabili i centri di adozione/focolai)
• Stadio della diffusione (ha inizio un potente effetto centrifugo e si creano nuovi centri di diffusione
in rapido sviluppo)
• Stadio di consolidamento (si riduce la differenza tra centri di diffusione primari e secondari)
• Stadio di saturazione (il processo rallenta fino ad esaurirsi)

CASO DELLA PANDEMIA COVID-19 2020


Aspetti geografici:
- Impatto sul territorio;
- Diffusione e localizzazione
- Pianificazione territoriale e governance
- Servizi e strutture sanitarie
- Cartografia anche partecipativa del gis, big data
- Geografia medica, fattori ambientali, culturali, economici e geopolitici
I campi di intervento principali di criticità, per ogni ambito vengono prodotti dati che possono essere
cartografati purché associabili a coordinate spaziali. Per esempio, per poter disporre di dati spaziali riferiti a
campi profughi o ad altre realtà particolarmente fragili, può consentire di organizzare in modo efficace
prevenzione e assistenza, attivando le strutture più vicine e idonee a gestire quel servizio.
I temi da prendere in considerazione per la ricerca sono:
- La localizzazione delle malattie e le sue possibili spiegazioni (aspetti ambientali, culturali, sociali,
economici, geopolitici)

32
- La diffusione delle malattie (cfr. Haggett, The geographical structure of epidemics)
- Le conseguenze territoriali del COVID-19
- La localizzazione delle strutture sanitarie (es. n. reparti di terapia intensiva per Regione, posti letto per
abitante in terapia intensiva)
- Geografia storica: la diffusione delle grandi epidemie nel XX secolo
- Cartografia (anche partecipativa), GIS, BigData
- Pianificazione territoriale e governance in vista delle prossime epidemie

IL COLERA A SOHO (1854) E LA MAPPA DI JOHN SNOW


Una gravissima epidemia di colera si verificò nel 1854 a Broad Street (ora Broadwick Street), nel quartiere di
Soho a Londra. Questa epidemia, che provocò oltre 600 morti è nota grazie allo studio condotto su di essa dal
medico inglese John Snow, che scoprì come il colera si diffondesse tramite l'acqua contaminata e non
attraverso l’aria malsana. La mappa di distribuzione dei casi di colera creata da Snow consentì di collegare la
diffusione dell’epidemia ai punti di approvvigionamento idrico del quartiere. Questa scoperta ebbe
un’influenza determinante sulle politiche in tema di sanità pubblica e sulla costruzione di impianti di
depurazione efficienti.

Ogni anno nel mondo le malattie infettive - provocate da microrganismi parassiti (batteri, virus, protozoi,
funghi e vermi) in grado di trasmettersi da un individuo all'altro in modo diretto (dal portatore a un nuovo
ospite) o indiretto (attraverso la permanenza del germe nell'ambiente o attraverso insetti) - provocano quasi 15
milioni di decessi, oltre 1/4 del totale della mortalità.
La cifra supera i 18 milioni di decessi (circa 1/3 del totale) se si considera anche la mortalità materna e
perinatale, e quella dovuta a deficienze nutritive, che sono spesso associate alle infezioni. La diffusione delle
malattie trasmissibili è tuttavia estremamente squilibrata sotto l'aspetto geografico. Grazie a fattori sociali,
come il miglioramento dell'alimentazione e delle condizioni igienico-sanitarie, l'istruzione e la consapevolezza
dei comportamenti, la disponibilità di acqua potabile, il controllo degli alimenti, e grazie ai progressi medico-
farmacologici (in particolare il ricorso alle vaccinazioni) in Europa e in Nord America le malattie infettive
causano solo il 5% dei decessi contro il 60% e più dell'Africa subsahariana. In Asia la situazione varia da paese
a paese, ma la media si avvicina al 30%, mentre in America latina si attesta intorno al 20%. I tassi di mortalità
e di morbilità sono proporzionali ai livelli di sviluppo economico, dai quali dipendono le condizioni sanitarie.
Le malattie infettive portano anche un mutamento all’interno degli ambienti che portano un cambiamento dello
scenario dove l'ONU stima che nel 2050 i 53 paesi in cui oggi si concentra il 90% dei sieropositivi e, in
particolare, i paesi africani, avranno quasi 500 milioni di abitanti in meno di quanti ne avrebbero avuti in
assenza di AIDS. Sull'andamento dell'epidemia potranno influire, in modo determinante, gli investimenti
destinati alla prevenzione, all'assistenza e alla cura, che devono raggiungere tutti coloro che ne hanno bisogno,
senza distinzione geografica e sociale.

GEOGRAFIA DELLO SVILUPPO


Con il concetto di geografia dello sviluppo si indica il progresso, il miglioramento della tecnologia e della
produzione del bene sociale di un territorio, dove la ricchezza non dipende unicamente da ciò che viene
prodotto ma in gran parte da come viene prodotto.
I tre principali ambiti entro cui si misura lo sviluppo sono:
1- Sviluppo del benessere economico
2- Sviluppo della tecnologia e della produzione
3- Sviluppo del benessere sociale
Lo sviluppo convenzionale privilegia la crescita economica e secondariamente il benessere sociale, mentre lo
sviluppo sostenibile privilegia una crescita economica ottenuta senza compromettere le diversità culturali, le
risorse naturali o le condizioni dell’ambiente per le generazioni future.
Per distinguere meglio i paesi in base al loro livello di sviluppo si usa fare riferimento alla distinzione tra nord
e sud del mondo, perché si è osservato che i paesi con un basso indice di sviluppo che si concentra nella parte
meridionale del globo (con l’eccezione dell’Australia).
Gli indicatori economici da prendere in esame sono:
- Prodotto Nazionale Lordo/Gross National Product (PNL/GNP): misura del valore dei beni e
servizi prodotti dai residenti e dalle imprese di un Paese in un dato anno. Comprende beni e servizi
prodotti sia all’interno che all’esterno del Paese. È maggiore del PIL.

33
- Prodotto interno lordo/Gross Domestic Product (PIL/GDP): valore monetario complessivo in un
dato anno di tutti i beni e servizi di un Paese al quale sono stati sottratti i consumi e aggiunte le imposte.
- Reddito Nazionale Lordo/GrossNational Income(RNL/GNI):valore totale della produzione
all’interno di un Paese aumentato dei flussi di reddito ricevuti dall’esterno e diminuito di quelli inviati
all’estero. Calcola esclusivamente l’economia formale. Non tiene conto dell’economia informale. Non
è in grado di mostrare la distribuzione della ricchezza all’interno di un Paese. Non è in grado di valutare
i costi di produzione che gravano sull’ambiente causando l’esaurimento delle risorse e l’inquinamento
di aria, acqua, suolo.
Oltre a PNL, PIL e RNL è possibile misurare la struttura occupazionale della forza lavoro (% di lavoratori
impegnati nei vari settori): un’elevata % di lavoratori impegnati nel settore primario indica un basso livello di
sviluppo, un’elevata % di occupati nei settori secondario e soprattutto terziario e quaternario indica un livello
elevato.
La produttività per lavoratore si calcola dividendo la produzione di un anno per il numero dei lavoratori ed è
utile anche valutare disparità nell’accesso alla tecnologia (infrastrutture di trasporti e comunicazioni pro capite,
digital divide).
Un altro fenomeno legato allo sviluppo è la povertà, che raramente ha una sola causa e può essere considerata
una condizione sia economica che sociale. Per questo altri elementi da tenere sotto controllo sono:
- Tasso di povertà: numero di persone povere sul totale della popolazione.
- Povertà assoluta: non consente l’accesso a beni e servizi essenziali per conseguire uno standard di
vita accettabile in assolutoà in Italia sviluppo del benessere economico.
- Povertà relativa: mancanza di un livello socialmente accettabile di risorse o di reddito rispetto ad altri
all’interno di una società.
Gli indicatori sociodemografici, a differenza di quelli economici, forniscono informazioni sullo stato sociale
di una popolazione (dati sulla diffusione delle malattie, sulla nutrizione, sui livelli di istruzione, ...):
- Tasso di alfabetizzazione
- Aspettativa di vita
- Tasso di mortalità infantile
- Accesso all’acqua
- E molti altri ancora
Gli indicatori socioeconomici sono interconnessi: la nutrizione ad esempio può determinare condizioni di
salute che possono a loro volta incidere sulle capacità lavorative, ecc.
INDICATORI AMBIENTALI
L’uso degli indicatori ambientali per misurare lo sviluppo è relativamente recente dove l’Agenda 21, il piano
d’azione derivato dal summit ha incoraggiato governi e altri enti a sviluppare indicatori ambientali utilizzabili
per valutare lo sviluppo sostenibile. Le differenze nello sviluppo sono il risultato di condizioni variegate e
interconnesse, che comprendono anche le condizioni geografiche, oltre a quelle economico-strutturali e
istituzionali («dotazione geografica» di un paese).
Tra le condizioni geografiche che possono influenzare lo sviluppo vi sono: la situazione (assenza di sbocchi al
mare, risorse naturali limitate, insularità e isolamento…); i trasporti (distanza dai mercati principali, da coste
e fiumi navigabili, elevato numero di abitanti in zone montuose...); il clima e l’agricoltura; la salute e le
malattie; la vulnerabilità ai disastri.
Per indicatori di sostenibilità ambientale e indicatori ambientali si intendono dati, valori statistici e parametri
utili alla valutazione qualitativa o quantitativa delle condizioni ambientali e socioeconomici di un sistema. In
particolare, gli indicatori ambientali sono parametri rilevabili che mostrano le condizioni di un sistema
ambientale; gli indicatori di sostenibilità sono indicatori ambientali particolari che aiutano a comprendere se
le condizioni ambientali rientrano in determinate aspettative e soddisfano gli obiettivi di sviluppo sostenibile.
Grazie agli indicatori di sostenibilità ambientale è possibile individuare eventuali problemi ed ipotizzare
soluzioni; ad esempio utilizzando i dati sulle emissioni globali di gas serra si possono ipotizzare scenari futuri
del sistema di interazione uomo-clima e favorire la sostenibilità delle politiche di consumo degli idrocarburi.
Ogni indicatore ambientale può essere considerato come una variabile significativa del sistema da
comprendere; di conseguenza tanto più è complesso un sistema tanti più sono gli indicatori necessari per
descriverlo; gli indicatori di sostenibilità ambientale sono associati agli obiettivi di sviluppo sostenibile.
L'uso degli indicatori di sostenibilità ambientale è sempre più praticato da enti, organizzazioni ed istituzioni,
a livello locale o globale (ONU, OCSE, UE, Comuni, azienda, ecc.) che intendono intervenire con logiche di
sviluppo sostenibili; molte di tali istituzioni pubblicano periodicamente rapporti ambientali basati su indicatori
di sostenibilità ambientale, al fine di comprendere e controllare i legami tra economia, società ed ambiente.

34
à MODELLO DI INDICATORI DPSIR
Un processo di sviluppo mal governato può condurre ad una maggiore vulnerabilità nei confronti
dei disastri naturali.
Vulnerabilità: si riferisce a quanto un paese sia incline a subire shock economici, ambientali o di
altra natura.
Resilienza: si riferisce alla capacità di resistere e opporsi a quegli stessi shock.

INDICE DI VUNERABILITA’ AMBIENTALE


Include cinquanta diversi indicatori che fanno riferimento sia all’ambiente fisico che a quello
sociale, economico e istituzionale e tra questi:
- Periodi di siccità
- temperatura dei mari
- tsunami
- dispersine del territorio
- confini
- specie endemiche, specie in pericolo
- apertura dell’ecosistema
- allevamento intensivo
- pesticidi, estrazioni minerarie
- fuoriuscite di petrolio
- veicoli
- crescita della popolazione, densità della popolazione, accordi ambientali, conflitti, ....
Il calcolo dell’indice produce un punteggio compreso tra 174 (resistente/elastico) e 450
(estremamente vulnerabile).

L’INDICE DI SVILUPPO UMANO (ISU)


Dal 1990 l’O.N.U. usa l’I.S. U, ossia l’Indice di sviluppo umano che è calcolato sulla base di tre
dati:
• Speranza di vita
• Livello d’istruzione
• Reddito pro capite
Se l’indice è più vicino al numero 1, il paese è sviluppato; se l’indice è più vicino allo zero, il paese
non è sviluppato. Anche nei paesi mediamente sviluppati o molto sviluppati esistono percentuali di
popolazione che vivono in condizione di miseria.
L'indice di sviluppo umano è un indicatore di sviluppo macroeconomico realizzato nel 1990 dall'economista
pakistano Mahbub ul Haq e perfezionato dall'economista indiano Amartya Sen. È stato utilizzato, accanto al
PIL (prodotto interno lordo), dall'Organizzazione delle Nazioni Unite a partire dal 1993 per valutare la qualità
della vita nei Paesi membri.
In precedenza, veniva utilizzato soltanto il PIL, indicatore di sviluppo macroeconomico che rappresenta il
valore monetario dei beni e dei servizi prodotti in un anno su un determinato territorio nazionale e che si basa
quindi esclusivamente sulla crescita e non tiene conto del capitale (soprattutto naturale) che viene perso nei
processi di crescita. Questi parametri misurano esclusivamente il valore economico totale o una distribuzione
media del reddito. In pratica, un cittadino molto ricco ridistribuisce la sua ricchezza su molti poveri falsando
in tal modo il livello di vita di questi ultimi.

35
Si cercò quindi, attraverso l'indice di sviluppo umano, di tener conto di differenti fattori, oltre al PIL procapite,
che non potevano essere detenuti in modo massiccio da un singolo individuo, come l'alfabetizzazione e la
speranza di vita.
La scala dell'indice è in millesimi decrescente da 1 a 0 e si suddivide, in base ai quartili (dal 2010), in quattro
gruppi: Paesi a sviluppo umano molto alto, Paesi ad alto sviluppo umano, Paesi a medio sviluppo e Paesi a
basso sviluppo umano.
L’indice di sviluppo umano è un indice comparativo dello sviluppo dei vari paesi calcolato tenendo conto dei
diversi tassi di aspettativa di vita, istruzione e reddito nazionale lordo procapite. È divenuto uno strumento
standard per misurare il benessere di un paese e viene usato per dividere i paesi sviluppati, in via di sviluppo
o sottosviluppati e viene confrontato nel tempo per vedere se una certa politica economica riesce a migliorare
la qualità della vita. Nella lista inserita nel «Rapporto sullo sviluppo umano» prodotto dall'Organizzazione
delle Nazioni Unite nell'ambito del Programma di Sviluppo, sono analizzati 187 stati. Altri 8 stati non sono
presenti per mancanza di dati completi. Gli stati sono ordinati in base al loro indice di sviluppo umano (ISU)
e divisi in quattro gruppi in base al quartile di appartenenza: molto alto, alto, medio, e basso.
Il Rapporto sullo Sviluppo Umano viene pubblicato dal 1990. A partire dal 2010 sono stati introdotti nuovi
indicatori:
• Inequality-adjusted Human Development Index (IHDI): Il report 2010 esamina l'HDI attraverso la
lente dell'iniquità, aggiustando l'HDI in modo da riflettere disparità di reddito, salute e educazione.
• Gender Inequality Index (GII): Il report 2010 esamina l'iniquità di genere, la mortalità infantile e la
rappresentanza di donne in parlamento.
• Multidimensional Poverty Index (MPI): Il report 2010 introduce un nuovo indice di povertà. Circa
1.7 miliardi di individui sono poveri in 104 paesi; 1.3 miliardi vivono con $1.25 al giorno.
A livello globale la disuguaglianza di reddito è molto alta, ma lo è spesso anche all’interno di uno stesso Paese.
Il divario più grande esiste in Africa dove per misurare la disuguaglianza di reddito si possono usare le curve
di Lorenz e il coefficiente di Gini.
L’INDICE DI GINIà Il coefficiente di Gini, introdotto dallo statistico italiano Corrado Gini, è una misura
della diseguaglianza di una distribuzione. È spesso usato come indice di concentrazione per misurare la
diseguaglianza nella distribuzione del reddito o anche della ricchezza.
È un numero compreso tra 0 ed 1. Valori bassi del coefficiente indicano una distribuzione abbastanza
omogenea, con il valore 0 che corrisponde alla pura equidistribuzione, ad esempio la situazione in cui tutti
percepiscono esattamente lo stesso reddito; valori alti del coefficiente indicano una distribuzione più diseguale,
con il valore 1 che corrisponde alla massima concentrazione, ovvero la situazione dove una persona percepisca
tutto il reddito del paese mentre tutti gli altri hanno un reddito nullo.
Per avere un benessere equo e sostenibile bisogna seguire 12 dimensioni benessere:
• Saluteà La salute rappresenta un elemento centrale nella vita e una condizione indispensabile del
benessere individuale e della prosperitaÃÄ delle popolazioni, come documentato a livello globale dai
lavori della Commissione WHO su Macroeconomics and Health (WHO 2001) e richiamato, a livello
europeo, dalla Strategia di Lisbona per lo Sviluppo e il Lavoro lanciata dalla Commissione Europea
nel 2000 in risposta alle sfide della globalizzazione e dell'invecchiamento. Essa ha conseguenze che
impattano su tutte le dimensioni della vita dell'individuo in tutte le sue diverse fasi, modificando le
condizioni di vita, i comportamenti, le relazioni sociali, le opportunitaÃÄ e le prospettive dei singoli
e, spesso, delle loro famiglie. Via via che l'etaÃÄ cresce, il ruolo svolto dalla condizione di salute
tende a divenire sempre piuÃÄ importante, fino a essere quasi esclusivo tra i molto anziani, quando il
rischio di cattiva salute eÃÄ maggiore e l'impatto sulla qualitaÃÄ della vita delle persone puoÃÄ
essere anche molto severo.
Il set di indicatori selezionati per questo dominio descrive gli elementi essenziali del profilo di salute
della popolazione, ripercorrendone le principali dimensioni: la salute oggettiva, quella funzionale e
quella soggettiva. Si propongono, inoltre, alcuni indicatori che descrivono potenziali fattori di rischio
per la salute. Gli indicatori sono organizzati in tre liste.
Indicatori globali: in grado di dare informazioni sul complesso del fenomeno;
Indicatori specifici per fasi del ciclo di vita: che arricchiscono l'informazione globale con degli
approfondimenti legati a rischi che caratterizzano fasi specifiche del ciclo della vita;
Indicatori relativi a fattori di rischio o di protezione della salute derivanti dagli stili di vita:
utili ai fini della valutazione della sostenibilità degli attuali livelli di salute della popolazione
e del loro auspicabile miglioramento.

36
• Istruzione e formazione
• Lavoro e conciliazione tempi di vita
• Benessere economico
• Relazioni sociali
• Politica e istituzioni
• Sicurezza
• Benessere soggettivo
• Paesaggio e patrimonio culturale
• Ambiente
• Ricerca e innovazione
• Qualità dei servizi
Gli indicatori che dobbiamo sempre considerare sono:
Speranza di vita alla nascita: La speranza di vita esprime il numero medio di anni che un bambino che nasce
in un certo anno di calendario può aspettarsi di vivere.
• Speranza di vita in buona salute alla nascita: Esprime il numero medio di anni che un bambino che
nasce in un determinato anno di calendario può aspettarsi di vivere in buone
• condizioni di salute, utilizzando la prevalenza di individui che rispondono positivamente (“bene” o
“molto bene”) alla domanda sulla salute percepita.
• Indice di stato fisico (Pcs): La sintesi dei punteggi totalizzati da ciascun individuo di 14 anni e più
rispondendo alle 12 domande del questionario SF12 (Short Form Health Survey), consente di costruire
un indice di salute fisica (Physical Component Summary-Pcs).
• Indice di stato psicologico (Mcs): La sintesi dei punteggi totalizzati da ciascun individuo di 14 anni e
più rispondendo alle 12 domande del questionario SF12 consente anche di costruire un indice di salute
psicologica (Mental Component Summary-Mcs).
• Tasso di mortalità infantile: Decessi nel primo anno di vita per 10.000 nati vivi.
• Tasso standardizzato di mortalità per accidenti di trasporto: Tassi di mortalità per accidenti di trasporto
(causa iniziale) standardizzati* all'interno della fascia di età 15-34 anni.
• Tasso standardizzato di mortalità per tumore: Tassi di mortalità per tumori (causa iniziale)
standardizzati* all'interno della fascia di età 20-64 anni.
• Tasso standardizzato di mortalità per demenze e malattie del sistema nervoso: Tassi di mortalità per
malattie del sistema nervoso e disturbi psichici e comportamentali (causa iniziale) standardizzati*
all'interno della fascia di età 65 anni e più.
• Speranza di vita senza limitazioni nelle attività quotidiane a 65 anni: Esprime il numero medio di anni
che una persona di 65 anni può aspettarsi di vivere senza subire limitazioni nelle attività quotidiane
per problemi di salute, utilizzando la quota di persone che hanno risposto di avere delle limitazioni, da
almeno 6 mesi, nelle normali attività della vita quotidiana a causa di problemi di salute.
• Eccesso di peso: Proporzione standardizzata* di persone di 18 anni e più in sovrappeso o obese.
L’indicatore fa riferimento alla classificazione dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms)
dell’Indice di Massa corporea (Imc: rapporto tra il peso, in kg, e il quadrato dell'altezza in metri).
• Fumo: Proporzione standardizzata* di persone di 14 anni e più che dichiarano di fumare attualmente
sul totale delle persone di 14 anni e più.
• Alcol: Proporzione standardizzata* di persone di 14 anni e più che presentano almeno un
comportamento a rischio nel consumo di alcol sul totale delle persone di 14 anni e più.
• Sedentarietà: Proporzione standardizzata* di persone di 14 anni e più che non praticano alcuna attività
fisica sul totale delle persone di 14 anni e più.
• Alimentazione: Proporzione standardizzata* di persone di 3 anni e più che consumano
quotidianamente almeno 4 porzioni di frutta e/o verdura sul totale delle persone di 3 anni e più.
(*) Standardizzati con la popolazione italiana al censimento 2001

PAESAGGIO E PATRIMONIO CULTURALE


Per definire con chiarezza il dominio Paesaggio e patrimonio culturale conviene partire dalla classica
distinzione, enunciata da Biasutti (1962), fra le due dimensioni del concetto di paesaggio: “il paesaggio
sensibile o visivo, costituito da ciò che l’occhio può abbracciare in un giro di orizzonte o, se si vuole,
percettibile con tutti i sensi; un paesaggio che può essere riprodotto da una fotografia (...) o dal quadro di un
pittore, o dalla descrizione, breve o minuta, di uno scrittore” e il paesaggio geografico, che è “una sintesi
astratta di quelli visibili, in quanto tende a rilevare da essi gli elementi o caratteri che presentano le più frequenti

37
ripetizioni sopra uno spazio più o meno grande, superiore, in ogni caso, a quello compreso da un solo
orizzonte”. Nel binomio “paesaggio e patrimonio culturale”, che definisce questo dominio, collochiamo quindi
sotto la voce “paesaggio” il paesaggio sensibile di Biasutti, mentre assegnamo il paesaggio geografico –
ovunque abbia valore storico – alla voce “patrimonio culturale”, insieme agli altri beni culturali (musei,
monumenti, ecc.).
Al paesaggio/patrimonio culturale così considerato possono applicarsi misure oggettive, riferibili tanto alla
quantificazione e qualificazione delle dotazioni territoriali, quanto all’efficacia della governance nella tutela
delle dotazioni stesse. In questo senso, il grado di conservazione dei paesaggi riconosciuti di valore storico è
assunto, al pari della consistenza del patrimonio artistico e monumentale, come un correlato della capacità di
un territorio di rappresentare – grazie alla ricchezza del proprio patrimonio culturale e paesistico – una fonte
di benessere per la collettività. Tuttavia, il paesaggio è una realtà in divenire, le cui modificazioni non sono
necessariamente peggiorative e in tal senso non è da considerarsi un valore positivo la conservazione in sé,
quanto specificatamente la tutela dei paesaggi tradizionali o storici, per i benefici che ne derivano su diversi
piani, documentati da un’ampia letteratura e tutti riconducibili alla dimensione del benessere collettivo:
preservazione della memoria storica e dell’identità dei territori, creazione di ricchezza attraverso il turismo e
la valorizzazione delle produzioni tipiche, protezione dell’ambiente e difesa del suolo. Come dimostra, poi, la
vitalità dell’associazionismo locale, la tutela del paesaggio è anche un importante fattore di aggregazione
sociale, e un tema fortemente sentito come connesso alla qualità della vita.
- Il paesaggio sensibile è quello dell’esperienza individuale, che può concorrere al benessere degli
individui su un piano, per così dire, esistenziale: i fattori che ne determinano l’influsso sulla qualità
della vita delle persone sono imponderabili e tutt’altro che limitati alla sfera dei valori estetici. In parte
forse predominante pesano, infatti, valori affettivi e simbolici legati alla memoria personale, alle
abitudini della vita quotidiana, ecc.: il tutto filtrato, in ogni caso, attraverso la lente della percezione
soggettiva.
- Il paesaggio geografico è quello sedimentato dalla storia in forme e caratteristiche riconosciute dalla
collettività, che conferiscono una particolare identità a una regione dello spazio fisico: una parte
omogenea di territori i cui caratteri derivano dalla natura, dalla dalla storia umana o dalle reciproche
interrelazioni” secondo la definizione del Codice dei beni culturali e del paesaggio. In questa
accezione, il paesaggio è parte integrante del patrimonio culturale, cioè dell’eredità storica (heritage)
della collettività, e come tale è considerato dalla Costituzione italiana, che lo associa nella tutela al
“patrimonio storico e artistico della Nazione” (Art. 9). Specifica attenzione deve essere dedicata alla
componente del paesaggio agrario, “la forma che l'uomo, nel corso e ai fini delle sue attività produttive
agricole coscientemente e sistematicamente imprime al paesaggio naturale”; la tutela del paesaggio
rurale, è anche uno degli obiettivi strategici del Piano Strategico Nazionale di sviluppo rurale 2007-
2013, con la motivazione che il paesaggio “costituisce una risorsa fondamentale, determinando un
valore aggiunto per le produzioni con denominazione di origine, configurandosi come elemento chiave
per le sviluppo turistico e per la biodiversità legata alla qualità degli spazi coltivati (...) e
rappresentando un aspetto caratterizzante la qualità della vita nelle aree rurali”.

Le dimensioni che vengono prese in esame per la rappresentazione del dominio occorre considerare sia il
contributo – positivo, negativo o nullo – del paesaggio sensibile alla qualità della vita degli individui sia
l’importanza fondamentale rivestita dall’arte e dalla cultura per la crescita del capitale sociale, umano ed
economico del paese, nonché le correlazioni con il benessere degli individui connesse alle forme di
identificazione e condivisione nel valore del Patrimonio culturale – intendendo come parte integrante di
quest’ultimo, i paesaggi geografici di valore storico, quali beni comuni che contribuiscono al benessere
personale e collettivo.
Nel primo caso sono quindi utilizzati indicatori soggettivi di percezione dei valori dei luoghi o del loro
depauperamento/mantenimento. Per la seconda componente invece le misure proposte sono indicatori della
dotazione di beni e delle forme di protezione garantite dal governo pubblico, per valutare quanto i cittadini
possano considerarli come un bene comune, portatore di benessere, nel quale identificarsi e per il quale
adoperarsi al fine di garantirne il rispetto e la salvaguardia per le generazioni future. Ai fini dell’analisi, il
territorio di ciascuna regione viene ripartito in tre ambiti paesaggistici distinti: urbano, rurale e naturale. Si
definisce un sottoinsieme di “indicatori trasversali”, che raccoglie gli indicatori ritenuti rilevanti per tutti gli
ambiti del dominio d’indagine, mentre per gli ambiti rurale e urbano si definiscono specifici sottoinsiemi di
indicatori, in modo da tener conto della diversa natura dei fenomeni da rappresentare. Non si procede invece
alla proposta di indicatori per l’ambito “naturale”, in considerazione della potenziale ridondanza rispetto a

38
quelli proposti per il dominio Ambiente, in quanto – secondo l’approccio adottato – nell’ambito del paesaggio
naturale qualità ambientale e paesistica tendono a coincidere.
• Per l’ambito urbano le unità territoriali di analisi coincidono con le aree incluse nei centri e nuclei abitati e
nelle località produttive, così come mappate dall’Istat nella “Basi territoriali” dei Censimenti.
• Nell’ambito rurale sono scelte come unità di analisi le regioni agrarie. Questo ambito viene ulteriormente
suddiviso in tre “fasi” corrispondenti a differenti stadi evolutivi dello spazio rurale: una fase centrale,
corrispondente alle aree agricole stabili o attive, e due fasi di transizione: verso l’urbano (aree aggredite dalla
dispersione urbana - urban sprawl, cioè da forme di edificazione diffusa e a bassa densità) e verso
l’incolto/naturale (aree agricole abbandonate in via di ri-naturalizzazione), individuate in funzione delle
variazioni combinate della popolazione sparsa (cioè residente all’esterno delle aree di centro e nucleo abitato)
e della superficie agricola utilizzata (SAU).
Gli indicatori prescelti sono:
• Dotazione di risorse del patrimonio culturale: Numero di beni archeologici, architettonici e museali
censiti nel sistema informativo “Carta del Rischio del patrimonio culturale” (MiBAC) per 100 km2.
• Spesa pubblica comunale corrente pro capite in euro destinata alla gestione del patrimonio culturale
(musei, biblioteche e pinacoteche).
• Indice di abusivismo edilizio: Numero di costruzioni realizzate illegalmente per 100 costruzioni
autorizzate dai Comuni.
• Indice di urbanizzazione in aree sottoposte a vincolo paesaggistico: Numero di edifici costruiti dopo
il 1981 per 100 km2 nelle aree di cui al D.lgs 42/2004 art. 142, lett. a), d), l) (ex legge Galasso).
• Erosione dello spazio rurale da dispersione urbana (urban sprawl): Percentuale della superficie delle
aree interessate dalla dispersione urbana (urban sprawl) [6] sul totale della superficie regionale.
• Erosione dello spazio rurale da abbandono: Percentuale delle aree interessate da abbandono [7] sul
totale della superficie regionale.
• Presenza di paesaggi rurali storici: Punteggi normalizzati sulla base di numerosità e di estensione dei
siti censiti nel Catalogo nazionale dei paesaggi rurali st orici.
• Valutazione della qualità della programmazione dello sviluppo rurale (Psr regionali) in relazione alla
tutela del paesaggio: Punteggi attribuiti ai programmi di sviluppo rurale regionali (Psr) in relazione
alle misure adottate in materia di paesaggio rurale nell'ambito del Piano Strategico Nazionale per lo
Sviluppo Rurale 2007-2013.
• Densità di Verde storico e Parchi urbani di notevole interesse pubblico: Verde storico e Parchi urbani
di notevole interesse pubblico (art. 10 e 136 D. Lgs. 42/2004) sul totale delle superfici urbane dei
capoluoghi di provincia.
• Consistenza del tessuto urbano storico: Percentuale di edifici abitati costruiti prima del 1919 e in
ottimo o buono stato di conservazione sul totale degli edifici costruiti prima del 1919.
• Insoddisfazione della qualità del paesaggio del luogo di vita: Percentuale di persone di 14 anni e più
che dichiara che il paesaggio del luogo in cui vive è affetto da evidente degrado sul totale delle persone
di 14 anni e più.
• Preoccupazione per il deterioramento delle valenze paesaggistiche: Percentuale di persone di 14 anni
e più che dichiara tra i 5 problemi ambientali per i quali esprime maggiore preoccupazione la rovina
del paesaggio causata dall’eccessiva costruzione di edifici sul totale delle persone di 14 anni e più.
Sullo sviluppo sono state introdotte diverse teorie dove le opportunità che ciascuno ha a disposizione sono
strettamente legate al livello di sviluppo e alla distribuzione del reddito della regione o del paese in cui nasce
e cresce. Per spiegare i profondi squilibri che caratterizzano il nostro pianeta sono stati elaborati diversi modelli
interpretativi delle dinamiche di sviluppo. Quelle che fino ad ora sono state sviluppate sono:
• Modello di sviluppo classicoà Nel 1960 Walt W. Rostow propose un modello di sviluppo in 5 fasi
ponendo un’enfasi particolare sulla crescita economica che considerò essere un prodotto diretto della
struttura economica di un paese, ma il modello, fortemente eurocentrico, non tiene conto del fatto che
la crescita economica non è lineare e che non tutti i paesi iniziano il processo di sviluppo dallo stesso
punto di partenza tendendo verso una società occidentale modernizzata e tecnologicamente avanzata.
• Fase1: Tradizionale (agricoltura di sussistenza)
• Fase2: Precondizioni per il decollo (agricoltura diventa più commerciale, emerge classe
• imprenditoriale, nascono nuove industrie)
• Fase3: Decollo (alti tassi di investimento e adozione di nuove tecnologie; attività manifatturiere)
• Fase4: Maturità (crescita economica sostenuta da industrializzazione e urbanizzazione; economia
diversificata, industria e servizi)

39
• Fase5: Consumo di massa (fase più prospera, alti livelli di produzione e consumo, sviluppo servizi,
elevato reddito pro capite)
• Teoria della dipendenzaà Negli anni Sessanta e Settanta prese piede una scuola di pensiero nota come
teoria della dipendenza i cui teorici sostenevano che lo sviluppo potesse essere compreso meglio come
processo relazionale connesso al commercio internazionale. Gli stati dominanti (sviluppati)
controllano l’innovazione tecnologica, le risorse economiche e condizionano politiche e pratiche del
commercio internazionale. Agli stati dipendenti (in via di sviluppo) mancano risorse e potere di
controllo. Questa teoria, che enfatizza il ruolo dell’imperialismo e delle multinazionali nel creare
relazioni di dominazione e dipendenza, è stata criticata perché non considera il ruolo delle politiche
locali e delle classi sociali nello sviluppo che è visto come conseguenza delle relazioni internazionali.
• Teoria del sistema-mondoà è idealizzata da Wallerstein, rifacendosi al concetto di economia-mondo
di F.Braudel, sottolinea l’influenza che il capitalismo esercita sui modelli globali centro-periferia e
sulle diseguaglianze nello sviluppo. Il capitalismo crea un sistema di scambio diseguale caratterizzato:
o Stati centro: militarmente forti, forza lavoro altamente qualificata, economia diversificata.
o Regioni periferiche: forza di lavoro meno qualificata, sistema produttivo basato su lavoro
intensivo, economie scarsamente diversificate.
o Regioni semiperiferiche: produzione manifatturiera a capitale intensivo, economia
diversificata (stati centri in declino o regioni periferiche in crescita).
o Riconosce che le relazioni tra centro, semiperiferia e periferia sono sempre dinamiche ma che
il funzionamento efficiente del capitalismo richiede e dipende da una divisione internazionale
del lavoro basata sulla diseguaglianza.
• Modello di sviluppo neoliberistaà Negli anni Ottanta ci si orienta verso un paradigma ancorato
all’idea che il capitalismo potesse favorire lo sviluppo a condizione che venissero messe in pratica
riforme appropriate per consentire la competizione economica e il fiorire del libero mercato. Il
liberismo fa riferimento ad una teoria politica ed economica basata sui diritti di proprietà e sulla libertà
individuale; dal punto di vista economico sostiene un mercato libero e la rimozione di tutti gli ostacoli
alla libera circolazione di beni, servizi e capitali. Il sottosviluppo sarebbe generato da politiche
inefficaci e potrebbe essere risolto grazie a programmi di aggiustamento strutturale.
o PAS: politica economica finalizzata a promuovere lo sviluppo rimuovendo gli ostacoli, anche
legislativi, alla libera circolazione di merci e capitali.
o Limiti dei PAS: richiedono la riduzione della spesa pubblica; l’eliminazione di sussidi
all’agricoltura; determino svalutazione della valuta locale e il conseguente aumento del costo
dei beni di importazione; nei paesi in via di sviluppo promuovono l’esportazione (anche e
soprattutto di materie prime) determinando un modello di sviluppo squilibrato; rappresentano
ingerenze, anche pesanti, della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale (cfr.
Stiglitz, 2011).
La teoria della riduzione della povertà ha posto degli obiettivi si sviluppo del millennio dove un gran numero
di persone che vivono, a livello mondiale, nella povertà estrema e la prospettiva che l’aumento di popolazione
si verifichi, per la maggior parte, nei paesi in via di sviluppo ha indotto un altro cambiamento di paradigma
nella teoria dello sviluppo. Le strategie di riduzione della povertà devono essere condivise da tutti i Paesi e le
Nazioni Unite devono giocare un ruolo fondamentale. La riduzione della povertà è strategica per il
raggiungimento degli Obiettivi del Millennio perché:
• La povertà è un problema complesso e la sua riduzione richiede un equilibrio tra crescita economica e
benessere sociale ed ambientale.
• Ogni piano d’azione deve provenire dal paese in via di sviluppo e non essere imposto da istituzioni
esterne.
• È, di conseguenza, indispensabile una partnership effettiva tra agenzie nazionali e internazionali in
una prospettiva di lungo termine.

40
24/03/2020
(Lezione da Casa)
LE STRUTTURE ECONOMICHE TERRITORIALI: ATTIVITA’ PRIMARIE
La geografia economica affronta il problema di come una popolazione si guadagni da vivere e di come le varie
aree varino le modalità a seconda delle aree, e a seconda dei gruppi e ceti, infine come le attività economiche
risultino territorialmente interrelate e connesse.
I geografi economici cercano punti fermi nelle infinite variabilità di condizione che caratterizza il loro oggetto
di studio. Quindi tentano di rielaborare una generalizzazione utile a comprendere il labirinto di varianti
economiche che caratterizza l’esistenza umana.
F. RATZEI concetto di Genere di vita: si applica ad una classificazione dei modi di vita dei diversi popoli della
terra per la maggioranza il quadro fisico-ambientale è molto evidente.
SOCIO-ECONOMICO: presenta effetti di vantaggio dove non si può non negare l’importanza delle diverse
variabili diversità regionali e locali delle attività socioeconomiche, ma lo scopo era quello di ricomprendere in
un unico schema cosi che potesse spiegare da un lato le attività tradizionali da quelle moderne, dall’altro
collegare attività all’organizzazione sociale della popolazione che la praticano. Da questo fatto si possono
trarre due vantaggi: il primo è che le differenze fra le economie possono essere ricondotte a fattori di mercato
culturale, il quale può essere valorizzato ance in uno schema che presuppone come un punto di partenza delle
spiegazioni nelle strutture economiche; il secondo vantaggio è legato dal collegamento dell’organizzazione
sociale, dove il concetto permette opportunamente di distinguere le differenze significative sociali, quindi
anche quelle economiche con l’uso della medesime tecniche.
Le attività economiche si possono classificare in tre sezioni:
1) Attività primaria: si occupa di estrarre o di raccogliere i prodotti dalla terra o dal mare;
2) Attività secondaria: si occupa di aggiungere valore ai materiali, modificandole la forma o
combinandoli fra di loro;
3) Attività terziarie: si occupa dei servizi ai settori primari e secondari;
QUATERNARIO: si applica nel momento in cui una quarta classe di attività economiche è composta dai
servizi resi da “colletti bianchi”, professionisti impegnanti nel campo delle delle istruzione.
Esistono vari tipi di sti temi economici nazionali, ma i tre principali sono:
1) Economia di sussistenza: i beni e i servizi vengono creati a uso dei prodotti e dei loro nuclei familiari;
2) Economia di mercato: i produttori o i loro agenti vendono la loro merce;
3) Economia pianificata: viene associata alle società di tipo comuniste dove i produttori e i loro controlli
disponevano delle merci e dei servizi attraverso agenzie governative che ne controllano la quantità e
l’offerta che viene fatta.
Lo scopo dell’economia sta di fatto nel produrre e assicurarsi cibo a sufficienza per sopravvivere e per questo
fatto fra le attività del settore primario troviamo l’agricoltura, cioè la coltivazione di piante e allevamenti di
bestiame. È l’attività più diffusa sul territorio e si pratica in tutte le regioni del mondo in cui lo permettono le
condizioni ambientali. Anche dell’agricoltura possiamo individuare tre livelli:
1- Sussistenza: un sistema che implica la quasi totale autosufficienza da parte dei suoi membri e la
produzione è destinata allo scambio minimo, cioè ad un determinato gruppo sociale o familiare. Per
questo settore si possono individuare due tipi di agricoltura:
Ø Estensiva: coinvolge una vasta area e si ha una minima concentrazione di manodopera dove i
particolari interessi sono il nomadismo pastorale, cioè il movimento migratorio controllato
di bestiame che si alimenta soltanto di vegetazione spontanea, e l’agricoltura itinerante, dove
viene praticata in tutte quelle zone caldo-umide alla basse latitudini del mondo, dove la
maggior parte delle persone sono impegnate i una sorta di nomadismo agricolo.
Ø Intensiva: prevede la coltivazione di piccoli appezzamenti attraverso il ricorso a una grande
mobilità di manodopera per ettaro. È caratterizzata dalla grande mobilitazione di lavoro per
unità e superficie, dalla ridotta dimensione degli apprezzamenti, dall’uso intensivo di
fertilizzante e dalla speranza di elevati raccolti nelle annate buone.
Ø Urbana: attività in rapido sviluppo, che occupa le aree della città e anche quelle nei dintorni,
ma riportano sia conseguenze positive che negative sull’ambiente.
2- Tradizionali
3- Avanzata
Agricoltura di mercato: è un tipo di agricoltura che, oltre a soddisfare il fabbisogno interno, si dirige verso i
mercati esteri: la sua produzione è interamente destinata alla vendita. A differenza del contadino che cerca di
produrre tutto ciò che serve all'alimentazione della propria famiglia, l'azienda commerciale di volta in volta

41
sceglie, fra le coltivazioni che meglio si adattano al suolo e al clima, quelle che sono maggiormente richieste
dal mercato e che permettono così di realizzare guadagni sempre più elevati. Nell'agricoltura di mercato sono
molto stretti i rapporti con l'industria, che fornisce all'azienda agricola macchinari e prodotti chimici. Si
sviluppa in due settori:
1- Intensiva: quando i contadini sfruttano a pieno le grandi quantità di capitale di lavoro per una
superficie;
2- Estensiva: caratterizzata da grandi fattorie produttrici di cereali e/o allevamento di bestiame.
MODELLO AGRICOLO DI THUNEN: serve per analizzare la distribuzione nel territorio delle attività
economiche dove le differenze riflettevano il costo necessario per superare la distanza che separava una data
fattoria da una città centro di mercato. Maggiore era la distanza, più elevato era il costo operativo per il
contadino, giacchè alle altre spese bisognava aggiungere quelle del trasporto.
Fra i vari tipi di agricoltura si hanno anche quelle specializzate, che le possiamo anche identificare tramite il
concetto di piantagione, praticata nei luoghi Tropici, ed è una cultura di tipo economica indigena, dove spesso
la manodopera è estera. Il termine piantagione consiste in un grande terreno dove vengono lavorati raccolti
specializzati come il tè, la iuta, la gomma, il cacao, canna da zucchero, zucchero, caffè e banane.
L’agricoltura può essere anche pianificata tramite le economie dove si presenta un alto controllo centrale
diretto sulle risorse e sui settori chiavi dell’economia, che permette di perseguire gli obiettivi stabiliti dal
governo, ma fra le attività economiche del settore primario non si ha solo l’agricoltura, ma anche:
- La pesca: classificata come attività economica di raccolta, basata sull’utilizzo di risorse naturali
rinnovabili. Su questa attività sopravvivono un miliardo di persone dove la fornitura annuale di pesce
proviene da tre fonti:
Ø Pesca nelle acque interne, cioè da stagni, laghi e fiumi;
Ø Allevamento ittico, in cui i pesci crescono in un ambiente controllato e ristretto;
Ø Pesca marittima, che comprende tutto il pesce non di allevamento catturato nelle acque
costiere;
Si parla anche di acquacoltura, che consiste nell’allevamento di pesci in bacini artificiali.
- La selvicoltura: l’impianto delle coltivazione e della conservazione dei boschi;
- Estrazione mineraria da cave e miniere: diventano una parte rivelante dell’economia quando lo
sviluppo tecnico lo necessita rendendo possibile una sofisticata esportazione delle risorse della terra,
infatti le industrie estrattive si basano sullo sfruttamento di minerali che non sono uniformemente
distribuiti, in cui la quantità e concentrazione è determinata dai passati eventi geologici, non dalle
richieste del recato contemporaneo. I minerali costituiscono soltanto una minuscola frazione della
costa terrestre.
24/03/2020
(Lezione da casa)
SETTORE SECONDARIO
Ogni attività umana ha un’espressione spaziale dove nei diversi statemi economici si riconoscono regioni di
concentrazione industriale aree di specializzazione e luoghi specifici destinati a fabbriche e magazzini. Gli
standar successivi delle attività economiche si presentano in maniera più svincolata dalle caratteristiche
dell’ambiente fisico, dove lo sviluppo, distribuzione, comunicazione e gestione consentono di localizzare
l’impresa in risposta a influenze culturali ed economiche anziché fisiche. Si tratta di attività mobili, non legate
allo spazio.
Le attività secondarie si incentrano sulla lavorazione dei materiali e sulla produzione di merci, dov si
richiedono condizioni spaziali diverse dalle attività al dettaglio del terziario o dei poli di ricerca e dei complessi
d’ufficio delle attività quaternarie e quinarie. I vincoli che l’uomo si ritrova davanti sono derivati dalla scelta
di tipo economico dove i meccanismi del mercato vengono analizzate al di fuori di un contesto territoriale gli
economisti trattano la domanda, cioè definire le aree in base alle opportunità commerciali e la distribuzione
della popolazione e della capacità di acquisto, offerta, cioè prendere la decisione che comporta gli industriali,
e il prezzo.
Le attività secondarie prevedono la trasformazione di materie prime in prodotti finiti, che in tal modo
acquisiscono un valore aggiunto, ma nella produzione dei beni standardizzati all’interno delle fabbriche, una
caratteristica comune a tutti è l’impegno di energia e di lavoro specializzato. Le manifatture pongono un
problema di localizzazione diverso dall’acquisizione di materie prime, infatti si hanno delle “regole base” della
localizzazione:
1- Certi costi sella manifattura sono spazialmente fissi, cioè restano più o meno invariati ovunque
l’industria sia collocata.

42
2- Altri costi di produzione delle manifatture sono spazialmente variabili, cioè presentano
sostanzialmente differenze da un posto all’altro, sia per entità sia per quanto riguarda il contributo
relativo al costo totale.
3- Massimo dei profitti: l’obbiettivo del profitto è ottenuto con maggiore probabilità se l’industria
manifatturiera è situata nella localizzazione di minor costo totale.
4- I costi fissi non rivestono molta importanza nel determinare le localizzazioni ottimali, invece gli
industriali basano la loro ricerca localizzati a sulla minimizzazione dei costi variabili.
5- Le spese di trasporto sono variabili da luogo a luogo.
6- Le imprese individuali sono raramente isolate, cioè quasi sempre fanno parte di sequenze e ambienti
manifatturieri integrati in cui l’indipendenza aumenta parallelamente alla complessità dei processi
industriali.
Tutte le manifatture traggono origine dalla lavorazione di materie grezze, che soltanto in poche industrie,
appartenenti alle prime fasi del ciclo produttivo, producono. L’attività manifatturiera consiste nell’ulteriore
trasformazione e sagome di materiali già in qualche modo lavorati in precedente stadio di fabbricazione.
La variabilità di materie prime impiegate può imporre un’ubicazione intermedia degli impianti: il minor costo,
può risultare non dal costo di un singolo materiale grezzo, ma dai costi spazialmente differenziati di diverse
materie prime che devono essere riunite. Da considerare che la manodopera è una variabile spaziale che
influenza le decisioni di localizzazione e lo sviluppo delle industrie dove si hanno tre diversi fattori:
- Prezzo
- Specializzazione
- Quantità
Oggi viene presa in maggior considerazione la flessibilità, ovvero la crescente dell’impiego di lavoratori molto
istruiti, in grado di dedicarsi a un’ambigua varietà di compiti e funzioni.
Le merci vengono prodotte per soddisfare una domanda di mercato che varia a seconda delle dimensioni,
nature e distribuzione del mercato e che possono influenzare le decisioni localizzati e di un’industria quanto
le materie prime, l’energia e la manodopera. Quando i costi di trasporto per immettere sul mercato prodotti
lavorati incidono in misura piuttosto elevata sul valore totale della merce, l’attrazione di una sede vicina al
consumatore è evidente e origina l’orientamento verso il mercato.
Il trasporto è un elemento cosi unificante di tutti i fattori relativi alla localizzazione industriale che è difficile
isolarne e separarne il ruolo, infatti l’industria moderna è fortemente legata al trasporto.
La rivoluzione industriale è legata anche all’inizio di una rivoluzione dei trasporti, infatti possiamo parlare di
trasporti:
- Su vie navigabili: sistema di spostamento di merci più economico per la lunga distanza e presenta costi
operativi e diritti di transito contenuti;
- Ferrovie: permettono lo spostamento di merci in grande quantità e in modo efficiente su lunga distanza
a costi contenuti;
- Camion, reti stradali
- Oleosi e gasdotti, forniscono un trasporto efficiente, veloce e affidabile, adattissimo allo spostamento
di tutta una varietà i liquidi e di gas. Servono a localizzare lungo il loro tracciato gli stabilimenti che
impiegano la sostanza trasportata come materia prima.
- Trasporto via aerea, rivestono uno scarso peso per la localizzazione della maggioranza delle industrie,
mentre è sempre più importante nelle tratte per passeggeri u lunga distanza e nella spedizione di merci
confezionate di grande valore.
I coati sono più di una semplice funzione della distanza luogo la quale vengono trasporti i beni, perché
dipendono dai tassi di nolo, cioè le tariffe richieste per il carico, il trasporto e lo scarico merci e si distinguono
i beni, sulla base della loro presunta capacità di sostenere costi di trasporto relazioni al valore.
Ogni modalità di trasporto ha inoltre una serie di costi fissi, relativi agli immobili e agli impianti necessari,
oltre ai costi terminali, cioè le tariffe legate alle spese di carico, imballaggi e di scarico, nonché alle pratiche
burocratiche e i relativi documenti di viaggio, e a quelli del percorso, che variano in base alla modalità di
trasporto scelta e sono legate all’effettivo movimento dei beni.
Punti di rottura di un caricoà sono quei luoghi in cui la merce deve essere trasferita da un vettore all’altro.
Con i trasferimenti si ha un nuovo costo fisso o terminale sul trasporto che avvolte incide suoi complessivi.
Come incentivo di trasporti si può riconoscere a un produttore il privilegio in transito, attraverso la concessione
di una speciale tariffa unica dalla fonte di materie prime al mercato, per un trasferimento che può essere
interrotto en route per la lavorazione o fabbricazione.

43
Il modello classico di teoria della localizzazione industriale, la teoria del minor costo di Weber, ci spiega
come la localizzazione ottimale di uno stabilimento manifatturiero in termini di minimizzazione di tre spese
base: costi relativi al trasporto, costi di manodopera e costi di agglomerazione, dove quest’ultimo si riferisce
al raggrupparsi di attività produttive e di individui per un vantaggio reciproco. Webwe individua che i costi di
trasporto sono l’elemento principale nel determinare la localizzazione, che si trova laddove sono più contenuti
i costi di trasporto delle materie prime verso la fabbrica e dei beni finiti verso il mercato. Da questo fatto Weber
formulò cinque assunti di controllo:
1- L’area completamente uniforme dal punto di vista fisico, politico, culturale e tecnologico;
2- Le attività manifatture riguardano un unico prodotto, da trasportare a un unico mercato la cui
ubicazione è nota;
3- Gli imput concernono materie prime provenienti da più fonti conosciute situate in luoghi da più fonti
conosciute situate in luoghi diversi;
4- La manodopera è disponibile in maniera illimitata ma immobile sul posto;
5- I percorsi di trasporto non sono fissi, ma collegati punto d’origine e di destinazione per via più breve
e i costi di trasporto riflettono direttamente il peso degli articoli trasportati e la distanza da percorrere;
la teoria di Weber mira alla localizzazione con il minimo costo di trasporto, che risulta probabilmente un punto
intermedio all’interno del triangolo localizzativo. La sua posizione esatta dipenderà dalla distanza, dal peso
rispettivo delle materie prime impiegate e dal peso del prodotto finito, e potrà essere orientata tanto verso le
materie prime quanto verso il mercato. La localizzazione perfetta di un’attività produttiva si trova dove c’è il
maggiore profitto netto, infatti la concezione geografica delle attività economiche, comprese quelle industriali,
rappresenta la norma dove ogni attività industriale può assicurarsi alle singole imprese dei vantaggi che non
potrebbero ottenere restando isolate e questi vantaggi si possono concretizzare in forme di risparmio derivanti
dalla condivisione di alcune infrastrutture, come gli impianti per i trasporti, servizi pubblici…ma la
concentrazione di un luogo può anche creare bacini comuni di manodopera, di capitale, di servizi ausiliare e
un mercato, costituito da altre industrie e dalle popolazioni urbane.
Infrastrutturaà ci si riferisce alla concentrazione di capitale, manodopera, dirigenza qualificata… e il tutto
tenderà ad attrarre verso l’agglomerazione nuove industrie da altre località.
Per un effetto moltiplicatore ogni nuova impresa che si aggiunge all’agglomerazione porterà a un ulteriore
sviluppo di infrastrutture e connessioni, ma quando gli svantaggi dell’aggregazione superano i vantaggi di
un’impresa si parlerà di un processo di deglomerazione, che tratta di un procedimento che si esprime nella
suburbanizzazione dell’industria, all’interno delle aree metropolitane, o nella ricollocazione delle imprese in
sedi extraurbane.
Produzione flessibileà quando le economie le tendenze agglomerativi sono incoraggiate anche dalle più
recenti politiche industriali seguite da quelle più vecchie. Le traduzioni industriali fordiste richiedono
l’immagazzinamento in loco di ingenti quantità di svariati materiali e scorte, ordinati e consegnati con molto
anticipo rispetto all’effettiva necessità di produzione.
Just-in-timeà procedimento che riduce l’immagazzinante per il processo produttivo, procurandosi materie
prime soltanto al momento di usarle e producendo manufatti al momento di venderli, infatti con questo
procedimento si hanno maggiori richieste di ordinazioni di contenute quantità di merci.
Vantaggio comparatoà quando le singole aree o stati possono migliorare le proprie economie al massimo e
gli standard di vita tramite la specializzazione e il commercio, concentrandosi sulla produzione di quei articoli
più vantaggiosi rispetto ad altre aree e importando tutti gli altri beni necessari.
Outsourcingà produzione all’estero per il mercato interno e quando la manodopera straniera meno retribuita
può rimpiazzare in modo soddisfacente tecnici, professionisti e impiegati si parla di offshoring dei servizi e ha
l’effetto immediato di esportare i posti di lavoro di lavoratori qualificati.
Il commercio e l’industria appaiano sempre più cosmopoliti e le economie superano i confini nazionali, mentre
le gigantesche industrie transnazionali diventano sempre più importanti nell’economia globalizzata del mondo,
considerando che l’investimento diretto estero è stato il motore della globalizzazione.
Si possono individuare quattro zone principali di manifattura dove si può individuare un modello mondiale
della manifattura:
1- La parte orientale degli Stati Uniti
2- L’Europa occidentale
3- L’Europa centrale
4- L’Asia orientale
High-techàmodello geografico economico che si fonda sulle tecnologie, infatti per le aziende di questo settore
sono emerse nuovi e diversi modelli di orientamento e di vantaggio localizzativo, basati su fattori differenti da

44
quelli che guidavano tradizionalmente la scelta di regione o di una sede. È un modello diventato fondamentale
nella crescita dell’occupazione e nella produzione manifatturiera delle economie avanzate e di recente
industrializzazione e i prodotti rappresentati da questo modello rappresentano una percentuale enorme sulle
industrie complessive delle singole nazioni e del commercio tra di esse.
Si possono individuare cinque tendenze localizzative con questo modello:
1- La vicinanza alle principali università o centri di ricerca e a una grande riserva di manodopera
specializzata tecnicamente e scientificamente;
2- L’assenza di aree fortemente sindacalizzate in cui le rigidità di contratto possono rallentare il processo
di innovazione e la flessibilità della forza lavoro;
3- La disponibilità in loco di capitale di rischio e di audacia imprenditoriale;
4- La localizzazione in regioni e in centri metropolitani ritenuti a buona qualità di vita, datati di clima,
paesaggio, svaghi… quindi una buona manodopera che può offrire opportunità di lavoro a coniugi
professionalmente preparati;
5- Disponibilità di mezzi di comunicazione e di trasporto di ottima qualità;
25/07/2020
(Lezione da casa)
SETTORE TERZIARIO
Le attività del settore terziario forniscono servizi ai settori primario e secondario alla comunità in generale e
all’individuo e perseguono delle finalità diverse dall’effettiva produzione dei beni tangibili. La crescita dei
costi energetici e di quelli per la manodopera, lo sviluppo delle multinazionali, il trasferimento della tecnologia
alle nazioni in via di sviluppo e l’outsourcing dei processi di lavorazione e di assemblaggio hanno tutti
contribuito a modificare l’assetto e il modello delle economie mondiali. Ma i servizi del settore terziario
ricoprono una vasta gamma di attività, che bisogna distinguere fra quelle che rispondono ad esigenze della vita
e del sostentamento quotidiano, individuale o della comunità locali, e quelle che riguardano i compiti
dirigenziali professionali, amministrativi e finanziari su scala regionale, nazionale e internazionale.
Ci sono diversi servizi che si occupano della vendita di merci all’ingrosso e al dettaglio e attribuiscono ad
articoli e prodotti altrove ciò che gli economisti definiscono utilità di posizione. Essi svolgono la funzione di
scambio nelle economie avanzate e forniscono la transazione di mercato necessarie alle società altamente
interdipendenti. Nelle economie commerciali, le attività terziarie offrono anche informazioni vitali sulla
domanda di mercato senza le quali è impossibile prendere decisioni operative giustificabili sotto il profilo
economico.
Le attività di servizio sono per definizione orientate verso il mercato dove la maggior parte di esse si occupano
dei servizi privati e commerciali svolti nei negozi, nei ristoranti, negli uffici di società private e in quelle
governativi raggruppamenti nei centri urbani. A differenza i servizi al dettaglio sono localizzati dal proprio
mercato perché la produzione e consumo del servizio avvengono simultaneamente, ma in tutte le società post-
industriali del mondo la crescita della componente dei servizi non riflette soltanto le strutture dello sviluppo
sociale, ma anche indica anche quei cambiamenti che sono resi possibili dall’aumento dei redditi personali e
dalle modifiche delle strutture familiari e nello stile della vita individuale.
Bisogna considerare che la maggior parte delle componenti del settore terziario è in parte statistica anziché
industriale, infatti si ricorre all’outsourcing di servizio, che era fornito in passato all’interno della cerchia
familiare è anch’essa tipico della corrente pratica commerciale.
Il turismo è uno dei componenti più importanti del settore terziario, diventando anche la maggior industria
mondiale dove il turismo incide su milioni unità e posti di lavoro. Nella nazione a reddito medio il turismo
sostiene una quota diversificante di consumi interni attraverso i costi legati al trasporto, ma da considerare che
il turismo internazionale genera un nuovo reddito e i posti di lavoro di crescente importanza negli Stati Uniti
che sono sempre in via di sviluppo, infatti bisogna considerare che il peso economico reale del turismo è
difficilmente quantificabile e per molti versi è sottostimato perché più che un preciso settore economico
rappresenta un modo di essere e di consumere, dato che diverse attività del terziario sono allo stesso tempo
finalizzate al turismo come ad altri settori.
Questa parte del settore terziario si è sviluppata in Europa e in seguito si è sviluppata in tutti i paesi
industrializzati del mondo dove in alcuni di essi il turismo risulta franato da diversi fattori, come l’instabilità
politica o a causa delle religioni, ma in altri diventa un settore dominante e il suo apporto alla formazione del
PIL risulta sempre di più determinante.
Quaternarioà è una forma avanzata dei servizi riguardanti conoscenze specialistiche che vengono svolte
nelle aule o negli uffici e ha sostituito, nelle economie più sviluppate, ha sostituito l’occupazione del settore
primario e secondario come base della crescita e spesso includono attività “l’esternalizzazione” dei servizi

45
specializzati pratica simile all’outsourcing delle funzioni terziarie di livello base. La distinzione dei due termini
sta nel fatto che i centri dei servizi quaternari autonomi, basati sulla conoscenza e sulla competenza, possono
essere spazialmente separati dalla propria clientela.
Quinarieà definite anche le professioni dei “colletti d’oro” sono altre attività riconosciute nel settore terziario
e rappresentano le qualificate competenze lavorative ben retribuite di dirigenti commerciali, funzioni
governative e legali.
30/03/2020
(lezione da casa)
I MODELLI DI SVILUPPO E DI CAMBIAMENTO
Con il concetto di sviluppo si indica in misura in cui le risorse umane e naturali di un’area o di un paese sono
state mobilitate per la produzione, ma con questo termine possiamo indicare altri fattori come la crescita
economica e il miglioramento della produzione e di consumo delle materie prime. Secondo altri studiosi questo
termine può star ad indicare anche le tradizionali strutture sociali, ma i geografi hanno tentato più di una volta
di classificare e raggruppare i paesi e i luoghi in un continuum, secondo criteri che possono risultare
significativi da un punto di vista concettuale quanto istruttivi da quelli spaziali.
Con il concetto di sottosviluppo invece si intende la possibilità di applicare un input nella forma di capitale,
manodopera, tecnologia, che permetterà alla popolazione locale di migliorare la qualità della vita, ma in questa
categoria si ha una suddivisione più accurata dei paesi:
- Moderatamente
- Meno o poco sviluppati
- Recente industrializzati
- Reddito medio
Un’immagine positiva sorge quando si parla di economia emergente di un paese sottosviluppato.
Primo Mondoà sono tutti quei territori industrializzati in cui vige il libero mercato;
Secondo Mondoà tutti quei territori dove l’economia è controllata;
Terzo Mondoàquei territori dove si ha il via di sviluppo nel loro insieme;
Quarto Mondoàtutti quei territori che raccolgono gli Stati meno sviluppati, che vengono riconosciuti come
Nazioni Unite;
Lo sviluppo è una caratteristica del Nord mentre la povertà prende i territori di Sud, in particolare quelli dei
tropici, ma le cause possono essere:
1- La scarsità di risorse che limita la possibilità di sviluppo;
2- Sovrappopolazione e sovraffollamento sono comuni denominatori del sottosviluppo nazionale;
3- La causa del sottosviluppo lo si attribuisce anche al passato coloniale;
Da queste caratteristiche si individua che i modelli centro-periferici si basano sulla constatazione che esistono
violenti contrasti territoriali concernenti la ricchezza, il progresso economico e la crescita tra nucleo economico
centrale e le zone periferiche e il processo di causazione circolare e cumulativo attiva una continua
polarizzazione dello sviluppo e conduce a una divisione permanente tra i centri che prosperano e i distretti
periferici poveri, che vengono sfruttati per la manodopera dei prodotti economici.
In tutte le nazioni troviamo almeno una quota di merci e di servizi che vengono prodotti dall’economia
informale, cioè l'insieme di transazioni di beni e servizi non inclusi nella contabilità nazionale; include quindi
tutti i beni e servizi scambiati senza avere come contropartita un salario tra cui quelli prodotti all'interno del
nucleo familiare per autoconsumo ed ampi settori quali quelli del volontariato.
Lo sviluppo dell’economia dipende anche dalle tecnologie dove con esse si può registrare anche un gap
tecnologico, cioè un divario nello sviluppo tecnologico di aree geografiche o politiche diverse, che però non
si estende sul campo economico. Ma l’obbiettivo fondamentale della ricerca di una trasferimento tecnologico
sta che porti gli impianti e i processi produttivi tipici dei paesi più avanzati nei paesi meno avanzati, ma
rappresenta solamente uno sviluppo economico.
Reddito nazionale lordoà è un dato statistico che è facilmente ricavabile e esprime il complesso valore di
mercato di un’economia in un dato periodo, ma svela soltanto una parte della storia di essa. Il reddito nazionale
lordo pro capite non indica soltanto il reddito personale, ma rappresenta semplicemente l’assegnazione a
ciascun individuo di una quota del totale nazionale, infatti le nazioni che hanno questo valore sono quelle
dell’Europa nord-occidentale, dove ebbe inizio la rivoluzione industriale, e le aree, medie latitudini, dove le
nuove tecnologie furono trasferite per prime.
Il consumo dell’energia pro-capite è un metodo frequentemente utilizzato per misurare l’avanzamento
tecnologico di un paese correlato al reddito pro capite, cioè il grado di industrializzazione e l’impiego di
tecnologie avanzate. Nei paesi altamente sviluppati viene usata una grande quantità di energia, ma ne

46
producono relativamente poca a differenza di altri paesi meno sviluppati che presentano una elevata
produzione di energia pro capite, che prevalentemente esportano. Questa differenza dimostra come le
economie dei paesi avanzati hanno sviluppato la propria potenza attraverso l’impiego di energia a buon
mercato e la sua applicazione ai processi industriali.
Con un’economia di sussistenza si può registrare un reddito pro capite ridotto al consumo energetico, dove si
ha una elevata percentuale di manodopera, come per esempio nell’agricoltura, che spesso chi la pratica si trova
a non avere la terra da lavorare a causa dello squilibrio tra l’offerta di manodopera agricola e la superficie
coltivabile a disposizione.
Altri elementi che servono per l’analisi dello sviluppo sono il livello di nutrizione sono gli indicatori dello
sviluppo economico di un paese quanto lo sono le misurazioni indicizzate al dollaro della produzione e del
reddito, o dei rapporti concernenti la struttura economica e l’occupazione nazionale, infatti la diffusione della
malnutrizione, che non è atro che la conseguenza della scarsità di mezzi economici. Ma lo sviluppo viene
anche analizzato tramite elementi che permettono alla popolazione di adeguare esso, tramite:
- Gli indicatori dello sviluppo socialeà mobilità e la mortalità;
- L’accesso all’istruzione;
- L’accesso ai servizi sanitari;
- Diffusione delle infrastrutture
- La condizione femminileà in quasi tutte le culture alle donne viene affidato un ruolo subalterno a
quello dell’uomo che le porta a un accesso maggiormente limitato alle risorse al potere e alla libertà e
ne possono risentire positivamente per l’espansione dei servizi e del commercio che permettono la
nascita di una piccolissima impresa.
31/03/2020
(lezione svolta da casa)
SISTEMI URBANI E LE STRUTTURE URBANE
L’uomo nel corso degli anni ha formato numerose città che, nel corso del tempo, hanno cominciato ad essere
sempre di più abitate, arrivando a 10 milioni di abitanti, infatti si parlerà di megacittà, ma ci sono anche città,
come le metropolitane, che sono abitate da almeno un milione di abitanti. Quando complessi metropolitani
separati si espandano lungo le strutture di trasporto da cui sono collegati è possibile che si incontrino e formino
un’unica grande metropoli, infatti questo procedimento prende il nome di conurbazioni, dove il paesaggio
urbano non può più essere descritto come un’area dai confini ben definibili e chiaramente distinguibili dai
territori agricoli interposti alle tre unità urbane. Il termine megalopoli designa le principali conurbazioni
presenti in Nordamerica, dove le principali sono:
- Quelle della parte meridionale della regione dei Grandi Laghi;
- La zona costiera della California;
- La conurbazione della “regione centrale”;
- La fascia estesa da Vancouver a Willamette;
le città sono uno dei più antichi segni della civiltà, ma ognuna di esse svolge delle funzioni fondamentali, per
il mantenimento di essa e dei suoi abitanti:
- Svolge determinate funzioni per il mantenimento di essa e dei suoi abitanti;
- Nessuna città esiste nel vuoto, cioè appartiene ad una determinata società e a un sistema economico
con i quali ha dei forti legami reciprociàogni città è costituisce un’unità all’interno di un sistema di
città e un centro d’attrazione per un’area non urbana circostante;
- Ogni unità urbana presenta una disposizione interna per quanto concerne usi del territorio;
Gli insediamenti urbani esistono al fine di svolgere in modo efficiente le funzioni richieste dalla società che li
ha creati e non è possibile che tutte le funzioni urbane vengono svolte in un unico luogo, le città stesse devono
occupare un certo spazio, all’interno del quale i vari tipi di uso del territorio dispongono del posto necessario.
Le unità urbane non sono di tipo, strutture o dimensioni tra loro omogenee, l’unica caratteristica in comune
che si ha è quella di essere insediamenti non agricoli, sorti attorno a un nucleo centrale. Le aree urbane non
possono essere costituite da piccoli centri, magari formatisi e sviluppatisi lungo una via principale affiancata
da negozi o da complesse aree metropolitane che collegano funzionalmente e amministrativamente aree
urbanizzate limitrofe.
Urbanoà descrive la realtà di una cittadina, una città, un sobborgo e un’area metropolitana. È un temine
generale che non viene impiegato per designare un insediamento di tipo o dimensioni specifiche. à ogni centro
urbano sono collegati dal punto di vista funzionale ad altre città e ad aree rurali, infatti quando si parla di un
centro urbano ci si ricollega a due termini fondamentali:
- Sito: caratteristiche fisiche del terreno su cui la città è insediata, quindi l’ubicazione assoluta;

47
- Situazione: si indica l’ubicazione relativa;
Cittàà insediamenti sviluppati attorno ad un nucleo centrale di carattere multifunzionali nel quale l’uso del
territorio è distribuito in residenziali e non residenziali. Ogni città svolge una funzione particolare all’interno
della società e del sistema economico più ampio in cui sono inserite, ma non tutte le attività esercitate servono
a creare collegamenti con il mondo esterno, anzi le principali attività servono al mantenimento della città
stessa, ma con questi due livelli si può parlare di una forma base economica di un insediamento urbano.
- Città primate: una città che presenta una doppia dimensione rispetto ad una città che si colloca al
secondo posto della graduatori;
Cittadinaà sono più piccole delle città e hanno un grado di complessità inferiore rispetto sempre alla città.
Sobborgoà è un’area secondaria specializzato sul piano funzionale e appartenente ad un complesso urbano
più ampio e possono rappresentare entità politico-amministrative indipendenti.
Area urbanizzataà designa un paesaggio caratterizzato da edificazione continua, definito dalla densità di
edifici e di popolazione senza alcun riferimento a confini amministrativi.
Area metropolitanaà entità funzionale su larga scala, che può contenere molte aree urbanizzate, a
edificazione discontinua, ma comunque operanti come un insieme economico integrato.
In un’unità urbana si ha una parte della popolazione che si occupa alla produzione di beni o alla prestazione
di servizi a favore di aree e individui residenti all’esterno della città stessa e questi elementi costituiscono un
settore di base della struttura economica complessivo della città. Ma le città vengono sottoposte ad una
gerarchia urbana, cioè ad una classificazione delle città in base alle dimensioni e alla complessità funzionale:
è possibile misurare:
- Il numero e il tipo di funzioni svolte da ciascuna area metropolitana o città;
- Assume una forma piramidale al cui vertice compaiano poche città grandi, mentre alla base si hanno
molti centri più piccoli;
- Le città di dimensioni minori sono sempre in numero superiore rispetto a quelle più grandi;
Al vertice dei sistemi nazionali si hanno le città mondiali, cioè quelle che hanno il punto di controllo delle
attività internazionali di produzione e secondo la gerarchia relativa alle dimensioni delle città, essa può essere
sintetizzata all’interno della legge rango-dimensioneà la città che si occupa il posto di grandezza n all’interno
di un sistema nazionale di città, avrà dimensioni pari a 1/n di quella città più grande.
Aree di influenza urbanaà sono tutte quelle zone che si trovano all’esterno di una città, ma gravitano
comunque attorno ad essa;
località centralià centri per la distribuzione di beni e servizi economici alla popolazione non urbane
circostanti;
TEORIA DELLE LOCALITA’ CENTRALI DI W. CHRISTALLER
IPOTESI CONSEGUENZE
Le cittadine forniscono alle campagne circostanti La pianura agricola viene automaticamente
beni fondamentali e si sviluppano in una uniforme suddivisa in aree di mercato non concorrenziali dove
priva di barriera topografica e di variazione della tutte le singole cittadine hanno il monopolio delle
produttività agricola. vendite.
La popolazione agricola è distribuita in modo Tali aree di mercato assumono la forma di una serie
uniforme in tale pianura. di esagoni che coprono l’intera pianura suddividendo
le zone di influenza
Le persone hanno caratteristiche omogenee, vale a È presente una località centrale al centro di ciascuna
dire che hanno gusti, tipi di domanda e redditi simili. delle aree di mercato esagonali.
Ogni tipo di prodotto o servizio disponibile alla Le località centrali più grandi assicurano l’offerta di
popolazione distribuita nella pianura ha una propria tutti i beni e servizi che i consumatori dell’area in
soglia, ovvero un numero minimo di consumatori questione richiedono e possono permettersi.
necessario per sostenere l’offerta.
I consumatori acquistano beni e servizi presso la Le dimensioni dell’area di mercato di una località
struttura più vicina. centrale sono proporzionali al numero di beni e
servizi offerto da tale località.
Contenute all’interno di un’area di mercato più
grandi o ai margini di esse vi sono località centrali
che servono una popolazione minore e offrono una
gamma più ridotta di beni e servizi.

Christalller trasse altre due conclusioni:

48
1- Le città di uguali dimensioni nel sistema di località centrali si trovano a una distanza uniforme l’una
dall’altra dove i centri più grandi sono più distanti rispetto a quelli più piccoli;
2- Il sistema di città è interamente indipendente;
Strutture urbane reticolarià nascono a seguito delle trasformazioni economiche manifestatesi nei paesi di
antica industrializzazione a partire dagli anni 70 del secolo scorso e hanno coinvolto il nuovo aspetto di
produzione, quindi della divisione di lavoro, con evidenti ripercussioni sull’organizzazione del territorio.
Distretto centrale degli affarià punto di convergenza delle linee di trasporto pubblico di una città che
richiede una stretta associazione spaziale della funzione che svolge e degli individui che la abitano.
Per l’uso del territorio urbano ci si rifà a due modelli:
MODELLO A STRUTTURA CONCENTRICA: viene sviluppato per spiegare le dinamiche sociali osservate
nelle città americane durante gli anni 20 del ‘900, dove la comunità urbana si distribuisce come una serie di
anelli nidificati. Si riconoscono quattro cerchi concentrici che si differenziano tra di loro per l’utilizzo del
suolo:
- Zona transitoria, caratterizzata dal degrado e di vecchie strutture residenziali, che poi vengono
trasformate in case fatiscenti densamente abitate da una popolazione a basso reddito;
- Zona di residenza occupate da lavoratori del settore industriale;
- Zona di abitazioni migliori;
- Zona in cui si concentrano i pendolari;
Quello che viene mostrato è un modello dinamico.
MODELLO A SETTORI: anche esso s concentra sugli schemi relativi alla distribuzione delle abitazioni e
della ricchezza, ma conclude che le aree residenziali caratterizzare da affitti elevati dominarono nei processi
di espansione della città e si svilupparono verso l’esterno al centro della città, lungo le principali arterie di
comunicazione. Anche esso si struttura in maniera concentrica dove si presuppone che la crescita e lo sviluppo
urbano avvengono verso l’esterno a partire da un unico nucleo centrale.
A questi due modelli si contrappone il modello a nuclei multipliàle grandi città si sviluppano espandendosi
verso la superficie a partire molteplici nodi.
Gli abitanti delle città si possono suddividere in gruppi:
- Status sociale: quando gli individui si raggruppano in base al livello di reddito o al tipo di occupazione;
- Status familiare: quando gli individui si raggruppano in base alle fasi del ciclo vitale in cui si trovano;
- Etnicità: quando gli individui si raggruppano in base alla lingua e razza di appartenenza;
1/04/2020
(lezione da casa)
L’ORGANIZZAZIONE POLITICA DELLO SPAZIO
L’organizzazione dei popoli è un fattore che risale all’epoca dei primissimi focolai culturali che si svilupparono
nell’antichità in tutto il continente della Terra, infatti la geopolitica si occupa delle relazioni, alleanze e conflitti
che si creano fra le varie nazioni, etnie e stati, che rappresentano i concetti basi di questa disciplina. Si occupano
di analizzare il peso strategico delle singole nazioni e delle aree terrestri e marine nel contesto del sistema
economico e militare globale.
Da questi elementi si sviluppa la geografia politica che si occupa della distribuzione dei fenomeni politici,
anche in riferimento alla loro incidenza su altre componenti spaziali della società e della cultura. La nazionalità
è un elemento fondamentale per spiegare le diverse culture tra gli individui, infatti si prende in analisi
l’organizzazione dei gruppi di un paese cioè degli stati. Questo settore della geografia ha tradizionalmente
concentrato la sua attenzione sullo stato e sullo stato nazione dove la validità della visione statocentrica del
mondo è sempre di più messa in discussione dal ruolo assunto dal potere economico e dalla società civile,
infatti bisogna tenere in considerazione determinati fenomeni:
1- La globalizzazione delle economie e l’emergere di società transnazionali le cui decisioni in materia di
economia e produzione sono slegate dagli interessi del singolo stato, compreso quello in cui dette
istituzioni hanno sede. Queste decisioni possono portare danni per le strutture in occupazione.
2- La proliferazione di istituzioni internazionali e soprannaturali che inizialmente si occupano di
questioni finanziarie o problemi relativi alla sicurezza, ma sono tutte espressione di una volontaria
rinuncia a parte della tradizionale autonomia dello stato.
3- L’emergenza e il moltiplicarsi di organizzazioni non governative, in cui interessi specifici e le cui
azioni collettive travalicano i confini nazionali e uniscono coloro che condividono alcune
preoccupazioni comuni di riguardo.
4- I massicci flussi migratori che tendono a minacciare lo stato come comunità culturale caratterizzata da
un patrimonio sicuro e atteso di valori comuni e sentimenti di fedeltà da parte dei cittadini.

49
5- La crescita dei movimenti nazionalisti e separatisti nei paesi composti dal punto di vista culturale che
mina il primato dello Stato, in precedenza indiscusso.
Statoà è un’unità politica indipendente che occupa un territorio ben definito e stabilmente abitato ed è dotato
della piena sovranità sui suoi affari interni e esteri. Presenta determinate caratteristiche geografiche che
consentono di descriverlo e di distinguerlo da tutti gli altri.
La forma di un paese può influire sullo sviluppo di uno stato, favorendo o ostacolando la possibilità che esso
consegua un’organizzazione efficace, ma possiamo individuare altre categorie di stato:
1- Stato compatto: quando presenta una forma a grosso modo circolare;
2- Stato con estensioni: presenta alcune sottili estensioni territoriali dove le aree si distinguono dal resto
del territorio compatto e possono costituire una semplice penisola;
3- Stato a forma allungata: quando si hanno zone lontane dalla capitale oppure che sono isolate, perché
collegarle all’area centrale del paese impone costi elevati;
4- Stati frammentati: includono i paesi formati interamente dalle isole, quelli estesi in parte su isole e in
parte in terra ferma, nonché quelli situati principalmente sulla terraferma, ma il territorio è separato da
un altro stato; una frammentazione si verifica quando un’area distaccata del territorio di uno Stato,
un’exclave, è ubicata all’interno di un altro paese.
5- Stato conglobante: uno stato che circonda completamente un territorio su cui non esercita il proprio
governo;
L’area centrale di uno stato contiene la zona economica più sviluppata, ma quando parliamo di un’area centrale
ci riferiamo ad una determinata città che svolge il ruolo di capitale di uno stato dove rappresenta il nucleo
stesso che prende un ruolo dominante, dove si concentra anche in questo caso gran parte della popolazione e
delle funzioni economiche. Negli stati federali, dove le regioni godono di autonomia, è possibile che la città
capitale sia stata creata o scelta di recente per assolvere la funzione di centro amministrativo, benché non fosse
la città più grande e più importante del paese. Si può parlare anche di capitale di frontiera, cioè quando una
citta che p stata deliberatamente collocata nell’entroterra, a testimoniare che un governo è consapevole
dell’esistenza di regioni periferiche in posizione sbilanciata rispetto al resto del territorio.
Ogni stato è separato da quelli vicini mediante i confini internazionali, ovvero linee che stabiliscono il limite
entro il quale esso ha giurisdizione e autorità, ma in passato veniva applicata la zona di frontiera, cioè are non
ben definite e fluttuanti, che segnavano il punto in cui l’autorità effettiva di uno stano veniva meno.
Uno stato è caratterizzato in qualsiasi momento da forze che promuovono l’umanità e la stabilità nazionale sua
da forze che agiscono in senso opposto, infatti si parla di forze centripete, che hanno il compito di tenere unita
la popolazione di uno stato, e che consentono a quest’ultima funzione di rafforzarlo; mentre le centrifughe
destabilizzano e indeboliscono lo Stato e ne mettono a repentaglio l’esistenza stessa.
La forza dello stato la si riproduce anche nella fiducia che inonda ai suoi abitanti tramite i trasporti e le
comunicazioni, che favoriscono l’integrazione politica, ma possono essere ostacolati dalla forma o dalle grandi
dimensioni di un paese.
Stato-nazioneà quando ci si riferisce ad uno stato la cui estensione territoriale coincide con l’area occupata
da una nazione o da un popolo distinto, o da una popolazione che condivide un senso generale di coesione e
adesione a un insieme di valori e comuni. à lo stato-nazione è un’entità i cui membri si sentono naturalmente
legati fra di loro poiché condividono la lingua, la religione o altre caratteristiche culturali abbastanza forti da
tenerli uniti.
Stato binazionale o multinazionaleà è uno stato che comprende al proprio interno più di una nazione.
Stato nazione con estensione parzialeà quando una singola nazione può essere distribuita su più territori,
ricoprendo una posizione dominante in uno o due stati, infatti il senso di nazionalità supera i confini geografici
di un singolo paese.
Nazione senza statoà quando un popolo non possiede uno stato, come per esempio i curdi.
CONFINIà è una linea o una zona di separazione e contemporaneamente di contatto tra due superfici naturali
(esempio di confine tra due zone naturali è lo spartiacque tra valli attigue) e/o politico-amministrative (esempio
di confine istituzionale non naturale è il limite delle acque territoriali). Possiamo distinguere due tipi di confini:
1- Naturali: sono quelli basati su caratteristiche fisiologiche riconoscibili, come montagne fiumi o laghi;
2- Geometrici: sono quelli delimitati come segmenti di paralleli di latitudine o meridiani di longitudine;
Nazioneà consiste in un gruppo di individui che condividono una cultura comune e occupano un determinato
territorio, i quali sono legati da un forte senso di umanità, frutto di un patrimonio culturale comune, dove la
lingua e la religione sono alla base di questa componente, ma importanza ancora maggiore è rivestita alla
convinzione emotiva di avere una distinta identità culturale e il senso di etnocentrismo.
Nazionalismoà ideologia che esalta il concetto di nazione e il sentimento di attaccamento alla propria patria.

50
I confini possono essere anche classificati a seconda che siano stati tracciati prima o dopo lo sviluppo delle
principali caratteristiche del paesaggio culturale nelle zone in questione:
1- Confine antecedente: confine presente in un’area prima che questa popolazione di stabilisse nel
territorio;
2- Confini susseguenti: sono quelli designati dopo lo sviluppo di un paesaggio culturale e un tipo di
confine di questa categoria è conseguente, cioè quello tracciato per assecondare le differenze religioni,
linguistiche, etniche o economiche esistenti fra due o più paesi.
3- Confine superstite: quanto un’antica linea di confine, ormai priva di tale funzione, rimane comunque
segnata da alcune caratteristiche del paesaggio o da altre differenze tra le due zone da esse divise.
Spesso i confini sono soggetti a motivi di conflitto e controversie, in particolare quando:
- Nascono controversie sulla posizione dei confini dove gli stati sono in disaccordo sull’interpretazione
di documenti che definiscono un confine e/o sulle modalità con cui il confine è stato tracciato;
- Controversie territoriali, cioè quando si vuole avere il possesso di una regione dove un confine è stata
sovrapposto in un paesaggio dividendo cosi la popolazione etnicamente omogenea, infatti questo tipo
di espansionismo è denominato irredentismo.
- Strettamente correlate ai conflitti territoriali sono le controversie sulle risorse;
- Controversie sulla funzione dei confini, che si sviluppano quando gli stati confinanti sono in
disaccordo sulle politiche da applicare lungo un confine;
Quando parliamo di confini, si intende anche quelli delimitati dalle acque che prendono il nome di confini
marittimi si considera in diritto internazionale quella porzione di mare adiacente alla costa degli Stati; su questa
parte di mare lo Stato esercita la propria sovranità territoriale in modo del tutto analogo al territorio
corrispondente alla terraferma, con alcuni limiti. Il principio del mare territoriale si contrappone al generico
principio consolidato in secoli di storia del mare libero, affermatosi grazie ai Paesi Bassi e che permetteva l'uso
delle acque in via generale a tutti senza la possibilità di bloccare commerci e transiti altrui.
Questo fatto venne fondato sulla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare è un trattato
internazionale che definisce i Diritti e le responsabilità degli Stati nell'utilizzo dei mari e degli oceani,
definendo linee guida che regolano le trattative, l'ambiente e la gestione delle risorse minerali.
Il problema delle differenti rivendicazioni sulle acque territoriali fu sollevato alle Nazioni Unite nel 1967 da
Arvid Pardo di Malta, per questo considerato il padre della Convenzione sul diritto del mare. L'UNCLOS è
stata definita durante un lungo processo di negoziazione attraverso una serie di Conferenze delle Nazioni Unite
cominciate nel 1973 ed è stata finalmente aperta alla firma a Montego Bay, Giamaica, il 10 dicembre 1982. È
entrata in vigore il 16 novembre 1994, un anno dopo la firma della Guyana come sessantesimo Stato contraente.
Al momento 164 Stati hanno firmato la Convenzione; la Comunità europea ha firmato e ratificato, gli Stati
Uniti hanno firmato, ma il Senato americano non l'ha ancora ratificata.
6/04/2020
(lezione da casa)
GEOGRAFIA E STORIA DEL TERRITORIO: METODI, FONTI E OBBIETTIVI DELLA RICERCA
LOCALE
La ricerca geostorica è una ricerca a fonti integrate: al raggiungimento di un risultato conoscitivo concorrono
le informazioni desunte da fonti bibliografiche, da documenti storici scritti, da testimonianze orali e materiali,
da dati raccolti nel corso di indagini e ricognizioni sul terreno, da iconografia e cartografia del passato, da
cartografia geometrica otto- novecentesca, da produzione da remote sensing (foto aeree, da satellite e
cartografia derivata), da rilevamenti statistici, da indagini paleoambientali.
FONTI BIBLIOGRAFICHE
- Bibliografie
- Articoli scientifici
- Fonti edite storiche
- Pubblicazioni divulgative
- Racconti/romanzi Resoconti di viaggio
- Fonti inedite
Da questi possiamo anche usufruire di documenti d’archivio che sono più che altro relazioni, statistiche,
carteggi, atti…ma anche testimonianze di tipo orali per sapere la storia di quel determinato territorio tramite
racconti, informazioni strutturate e raccolta di poesie e canti. Le testimonianze materiali consistono nei reperti
archeologici, architetture, strumenti del passato e manufatti, insieme alle ricognizioni sul terreno e al
censimento delle emergenze storico culturali che consiste:
- Ville

51
- Dimore rurali
- Opifici
- Manufatti idraulici
- Antiche strade
- Toponomastica
Altre fonti importanti sono quelle iconografiche, i rivelamenti statistici e la cartografica del passato che
rappresenta una vera e propria “carta archeologica” del territorio rappresentato per il periodo in cui è stata
realizzata, infatti essa stessa un bene culturale che può consentire valutazioni della suscettività ambientale e la
valutazione sulla percezione di beni ambientali e culturali. È un’importante fonte di ricostruzione geostorica.
7/04/2020
(lezione da casa)
CARTOGRAFIA
Una carta geografica è una rappresentazione in piano, ridotta, simbolica e semplificata della superficie terrestre
dove il coefficiente di riduzione per passare alla realtà alla rappresentazione cartografica, o di moltiplicazione,
per passare dalla rappresentazione alla realtà, viene chiamata scala, o meglio scala geografica, che consiste
in un segmento, stampato sulla carta, affiancato dall’indicazione della misura che il tratto sulla carta
rappresenta nella realtà. Più la scala è piccola e più la superficie di Terra rappresentata su di una medesima
porzione di carta è ampia per cui gli oggetti geografici sono rappresentati più piccoli e più fitti. Per evitare
l’illeggibilità i cartografi procedono a due operazioni molto delicate:
1- Generalizzazioneà consiste nell’eliminazione dei dettagli degli oggetti rappresentati;
2- Selezioneà eliminazione di alcuni oggetti geografici che il cartografo può decidere di eliminare, come
per esempio il tracciato dei fiumi o i simboli riferiti a centri abitati inferiori ad ina certa soglia
demografica che i confini o la viabilità minore.
Le carte geografiche sono costituite da simboli che ci permettono di decodificare la relata rappresentata in
essa. Si riscontrano una serie di simboli fra cui:
- Simboli puntiformià rappresentano gli oggetti geografici le cui dimensioni non hanno nulla a che fare
con le dimensioni dell’oggetti simboleggiato;
- Simboli linearià sono quei simboli che vanno presi in considerazione solo per la loro lunghezza,
esempio i confini;
- Simboli verbalià tutte le parole che vengono ospitate all’interno della carta dove si possono usare gli
elementi endonimi, cioè i nomi di luoghi cosi come sono conosciuti e pronunciati in loco, ma possono
essere anche usati i esonimi, cioè i nomi di luogo cosi come sono conosciuti e pronunciati altrove;
- Simboli numericià corrispondono a tutti i numeri che possiamo trovare sulle carte, siano essi riferiti
alle altitudini, alle profondità marine...
- Simboli dinamicià sono l’insieme dei simboli che rappresentano i fenomeni del momento;
Altri elementi fondamentali per la creazione della cartina geografica da tenere in considerazione sono la forma
della Terra che viene definita geoide, cioè una superficie di riferimento utilizzata nella geodesia nella
determinazione del profilo altimetrico di una zona, cioè nella determinazione della quota sul livello del mare
di tutti i punti di una determinata zona.
Ogni carta geografica viene approssimata poiché comporta delle alterazioni nella raffigurazione della sua
superficie in piano, infatti per questo dobbiamo considerare degli elementi fondamentali:
- Meridianaà sono linee immaginarie che congiungono i poli terrestri;
- Parallelià circolari minori ottenuti immaginando di intersecare la superficie terrestre con dei piani tra
essi paralleli;
- Latitudineà è la distanza angolare tra l’equatore e un punto posto sulla superficie terrestre;
- Longitudineà è la distanza angolare tra un meridiano di riferimento e un punto sulla superficie
terrestre, attualmente in generale si utilizza come meridiano fondamentale quello di Greenwich;
- Proiezioneà è il risultato di trasformazioni geometriche (proiezioni vere), matematiche (proiezioni
conformali) o empiriche di punti geografici espressi in coordinate geografiche in punti espressi in
coordinate cartesiane. Le proiezioni vengono usate in cartografia per rappresentare su un piano (con
le carte geografiche) un fenomeno che nella realtà esiste sulla superficie della sfera (più propriamente
di un ellissoide). È impossibile evitare deformazioni (lo stesso globo, o mappamondo, ne subisce
alcune), ma alcune proiezioni vengono privilegiate per i pregi che presentano. In relazione alle
caratteristiche delle carte che ne risultano le proiezioni si possono catalogare in:
1- Isogone, quando sono mantenute inalterati gli angoli nel passaggio dalla superficie terrestre al
piano. Presentano la caratteristica di preservare le forme, infatti sono anche definite conformi;

52
2- Equivalenti: quando sono mantenute inalterate le aree;
3- Equidistanti: quando vengono mantenuti i rapporti tra lunghezze omologhe;à carte turistiche e
stradali.
4- Afilattiche: quando le proiezioni che realizzano un compromesso accettabile minimizzando i vari
tipi di deformazione;
5- Geometrica: quando il reticolato viene in teoria visivamente trasferito dal globo a una figura
geometrica, la quale può essere tagliata e distesa senza allungamenti o strappi;
6- Matematiche: hanno la finalità di mantenere ed evidenziare i rapporti specifici fra elementi
geografici che non possono essere registrati tramite la tecnica del globo in prospettiva e delle
ombre;
Un’altra caratteristica delle proiezioni più usate (equivalenti, equidistanti e isogone) è quella che possiamo
distinguere anche le proiezioni:
- Azimutalià si ottengono proiettando i punti della superficie del globo su un piano tangente ad esso
partendo da un centro di proiezione che può essere scelto da un punto prefissato.
- Sviluppoà si avvolge il globo in un cilindro proiettando il reticolo su queste superficie partendo da
un punto prefissato.
- Convenzionalià sono molto utilizzate per rappresentare l’intero globo oppure anche le nazioni. Non
sono delle vere e proprie proiezioni, ma sono delle formule matematiche, algoritmi che vengono
applicati per conferire alla carta determinate proprietà.
PROIEZIONE DI MERCATORE: proiezione di sviluppo che prevede un punto di tangenza all’equatore,
infatti la conosciamo molto e quindi vede le regioni polari molto estese perché di fatto il polo corrisponde alla
proiezione di sviluppo di mercatore ad un cerchio grande quanto l’equatore, infatti le regioni che sono disposte
alle latitudini più elevate sono rappresentate molto più dilatate.
Una proiezione convenzionale è quella trasversa di Mercatore e questo problema legato all’eccessiva
deformazione delle aree che sono più lontane dall’equatore è ovviata ponendo il punto di tangenza lungo un
meridiano e in questo caso le deformazioni del meridiano tangente sono ridotte e consente di rappresentare
delle buone rappresentazioni anche se ci troviamo lontano dall’equatore.
Un altro tipo di cartografia convenzionale è rappresentata da quella di Mercatore e da quella di Peters, in
particolare quest’ultima per il fatto che il cartografo tedesco ritenne che la modifica della proiezione di
mercatore possa produrre una distorta valutazione delle dimensioni dei vari paesi a svantaggio di quelli
intercontinentali, i quali sono rappresentati in maniera curata. Peters ricrea una carta equivalente dove non si
hanno forme equidistanti. Quindi non tutte le proiezioni sono utili per la rappresentazione della cartografia.
Le proiezioni si possono classificare anche in funzione del tipo di proiezione con cui vengono ottenute e la
proiezione di sviluppo si ottiene per proiezione prospettica su un altro solido (tipicamente un cilindro o un
cono), che viene poi sviluppato ("srotolato"). In funzione del punto di tangenza una proiezione può essere:
- polare se il punto è uno dei due poli; equatoriale se il punto è sull'equatore;
- obliqua altrimenti.
In funzione del punto di proiezione può essere:
- gnomonica (o centrografica), rispetto al centro della Terra;
- stereografica, rispetto al punto opposto al punto di tangenza; scenografica, rispetto ad un punto fuori
dalla Terra;
- ortografica, quando si posizione una fonte luminosa nell’infinito;
àLe proiezioni che conservano la forma reale prendono il nomo di proiezioni conformi, ma possiamo
individuare altri tipi di proiezioni:
- Cilindriche: si sviluppano in maniera geometrica o matematica da un cilindro che si immagina avvolto
al globo dove ci permette di rappresentare lo sviluppo di mercatore, che può essere modificato da un
procedimento misto geometrico-analitico che rende le carte isogone (angoli uguali nella rotta). Essa è
diventata la proiezione cartografica più usata per le carte nautiche per la sua proprietà di rappresentare
linee di costante angolo di rotta (linee lossodromiche) con segmenti rettilinei. Mentre la scala delle
distanze è costante in ogni direzione attorno ad ogni punto, conservando allora gli angoli e le forme di
piccoli oggetti (il che rende la proiezione conforme), la proiezione di Mercatore distorce sempre più
la dimensione e le forme degli oggetti estesi passando dall'equatore ai poli, in corrispondenza dei quali
la scala della mappa aumenta a valori infiniti (secondo un grigliato delle latitudini crescenti).
- Coniche: rappresentano gli emisferi o parti della terra di dimensioni minori;
- Planari: vengono inserite per porre un piano tangente al globo in un unico punto;

53
- Ovali: proiezioni ci compromesso derivante manticamente con il fine di rappresentare il mondo intero
in un modo visivamente accettabile e che suggerisca la curvatura del globo;
Possiamo distinguere vari tipi di carte, anche se quelle più usate sono quelle generiche, cioè di riferimento e
ubicazione, vanno a costituire un’ampia tipologia di carte geografiche familiari a ciascuno di noi, ma le carte
si possono distinguere in due grandi categorie:
1) Carte rilevantià quelle ottenute da rilievi direttamente effettuati sulla superficie terrestre, infatti
generalmente si trattano di carte che sono costruite su grandi scale;
2) Carte derivantià sono tutte quelle carte a piccola scala;
Il rilievo dei dati viene effettuato in due modi, con la levata di campagna e con il telerilevamento, che
consistono in due processi molto delicati.
Altri tipi di carte che possiamo riscontrare sono.
• Tematiche: rappresentano una o più serie di temi dello spazio rappresentato;
• Cartogrammi: sono il risultato dell’elaborazione di dati statistici e della loro rappresentazione
spazializzata, cosi le carte che rappresentano la densità, piuttosto che il reddito medio della
popolazione di uno Stato, il numero di decessi per incidenti stradali in funzione del numero di
veicoli immatricolati e cosi via. Si possono costruire anche cartogrammi a punti, a curve
isometriche, in cui il fenomeno è rappresentato sulla carta con linee che uniscono punti misurati
egualmente;
• Metacartogramma: derivano dal tradimento programmatico dell’analogia tra rappresentazione
cartografica e territorio.
• Topografiche: si presta ottimamente al riconoscimento delle caratteristiche geografiche fisiche e
antropiche di un territorio e la possibilità di disporre di edizioni successive realizzate nell’arco di
oltre un secolo consente di valutare le trasformazioni intervenute. È possibile analizzare le forme
del rilievo, la copertura vegetale, l’idrografia, la viabilità, le forme dell’insediamento, la
toponomastica

LE CARTE TOPOGRAFICHE
La cartografia in scala topografica si presta ottimamente ad esercizi «geo-grafici» in primo luogo per la
quantità di informazioni che possiede: elementi sistematici ed editoriali; geodetico- topografici1; elementi del
paesaggio naturale e del paesaggio umano che consentono di «leggere» il territorio rappresentato nei suoi
aspetti fisici e di organizzazione socio-economica.
I documenti cartografici a scala topografica si prestano ottimamente al riconoscimento delle caratteristiche
geografiche, fisiche e antropiche, di un territorio e la possibilità di disporre di edizioni successive dello stesso
documento può consentire di valutare le trasformazioni intervenute, ma non tutto si può capire dalla lettura di
una carta topografica: ad esempio è possibile individuare la stratificazione storica di una rete viaria, la relazione
tra viabilità e insediamenti, tra viabilità e morfologia, le persistenze di passati sistemi di organizzazione del
territorio o le forme più recenti come autostrade, porti intermodali, ecc., ma non sarà possibile apprezzare, ad
esempio gli impatti che le strade hanno sull’ambiente o le variazioni di ruolo e funzione che solo un’analisi
dei flussi veicolati dalle strade stesse può consentire di leggere.
Nella lettera delle forme del paesaggio nella cartografia topografica si possono considerare determinati aspetti
significativi come indicatori del paesaggio e delle sue trasformazioni: le forme del rilievo, la copertura
vegetale, l’idrografia, la viabilità, le forme dell’insediamento, la toponomastica.
à La vegetazione spontanea, che è comunque frutto di modificazioni da parte dell’uomo (tagli e
rimboschimenti), occupa gran parte delle aree montane e collinari, soprattutto nei versanti esposti a nord e
perciò meno adatti alle coltivazioni.
Il territorio rappresentato appare molto umanizzato, cioé ricco di opere umane: piccoli centri abitati, case, ville,
campi coltivati, strade principali e secondarie, sentieri. Assai ricca è anche la toponomastica, ossia l’insieme
dei nomi delle singole località e dei corsi d’acqua.
L’insediamento umano è in grande prevalenza di tipo sparso, costituito da case sparse sui campi e isolate l’una
dall’altra o da piccoli nuclei. È questo un tratto molto tipico del paesaggio delle colline toscane, un tempo
organizzato secondo il sistema della mezzadria, che prevedeva la suddivisione del terreno agricolo in poderi,
ciascuno con la propria casa contadina.

54
FORME DI EROSIONE SUPERFICIALE: CALANCHI E BIANCANE
Tra le forme di erosione che contraddistinguono i cosiddetti «paesaggi argillosi», i calanchi sono forse le più
spettacolari. Essi possono essere definiti come sistemi di drenaggio molto densi e gerarchizzati, incisi su ripidi
pendii «argillosi» e caratterizzati da una fitta alternanza di solchi e di creste, molto strette e generalmente
affilate, di altezza compresa tra alcuni metri e qualche decametro.
La genesi dei versanti acclivi può essere connessa con diversi processi, quali ad esempio il rapido
approfondimento dell’erosione per cause tettoniche o climatiche l’azione diretta di dislocazioni tettoniche, i
movimenti di massa e l’attività antropica. La loro possibilità di persistenza dipende, tuttavia, dalle
caratteristiche litologiche e strutturali del substrato e dall’intensità della sua alterazione superficiale.
Un’importante limitazione, sotto questo aspetto, è costituita dalle condizioni climatiche; mentre infatti, in
clima arido, i versanti argillosi possono mantenersi acclivi a lungo per arretramento piano-parallelo, con
l’aumentare dell’umidità del clima diventano sempre meno acclivi. L’esposizione verso i quadranti
meridionali, accentuando le condizioni di aridità, può consentire il mantenimento dei versanti su più elevati
angoli di pendio e quindi favorire la maggiore presenza di calanchi su tali versanti, rispetto a quelli esposti
verso nord.
La diversa distribuzione dei calanchi su fianchi vallivi opposti può comunque essere condizionata anche
dall’assetto strutturale delle argille: la presenza di testate di strati a reggipoggio favorisce una maggiore
acclività del versante e una maggiore persistenza di tale condizione favorevole alla morfogenesi calanchiva;
invece i versanti a franapoggio assumono in genere pendenze inferiori, legate alle superfici di stratificazione
che favoriscono cospicui movimenti di massa e che producono un veloce arretramento del versante ed un
abbassamento della sua pendenza fino a valori di equilibrio compatibili con le suddette superfici di scorrimento
potenziale. Le caratteristiche mineralogiche delle argille hanno un ruolo importante nella morfogenesi
calanchiva: è favorevole alla formazione dei calanchi la presenza di un abbondante scheletro siltoso-sabbioso
che rende le argille più stabili su pendii ripidi; sfavorevole sarebbe il contenuto di un’elevata frazione di
minerali espandibili come la montmorillonite. L’attività antropica, in particolare l’eliminazione della copertura
vegetale ed il conseguente denudamento dei versanti, può condizionare in maniera impor- tante la morfogenesi
calanchiva, favorendo l’erosione accelerata lungo i pendii. In definitiva, le caratteristiche litologiche e
strutturali delle argille oltre alle condizioni climatiche, consentendo la permanenza di versanti acclivi prodottisi
per cause diverse, controllano la genesi e la distribuzione delle forme calanchive. I calanchi mostrano
generalmente una discreta varietà di tipi, caratterizza- ti da distinte condizioni evolutive, in rapporto alle
caratteristiche litologiche e strutturali del substrato, alle locali situazioni microclimatiche, ai tassi di
approfondimento dell’erosione verticale. In molti casi i versanti calanchivi evolvono per movimenti di massa;
in altri appaiono preminenti gli effetti morfogenetici delle acque correnti superficiali; talvolta, specie nel caso
di esposi- zione settentrionale, si osservano forme calanchive quasi completamente obliterate da movimenti di
massa generalizzati.

LEGGERE LA CARTA, LEGGERE IL TERRITORIO


Tra le fonti indispensabili alla lettura di un territorio, dei suoi paesaggi, dei processi che lo hanno interessato
nel tempo, vi è sicuramente la cartografia, quella più recente, in primo luogo, che offre un quadro descrittivo
sintetico ed efficace degli elementi geografici (naturali ed antropici) che insistono sull’area oggetto di studio
e la cartografia storica che può consentire di ricostruire i passati assetti territoriali e di individuare le
trasformazioni intervenute.
La definizione di carta geografica contiene gli elementi per valutarne l’affidabilità come strumento di
conoscenza, di interpretazione, di comunicazione.
Le carte topograficheà si presta ottimamente ad esercizi «geo-grafici» in primo luogo per la quantità di
informazioni che possiede: elementi sistematici ed editoriali; geodetico-topografici; elementi del paesaggio
naturale e del paesaggio umano che consentono di «leggere» il territorio rappresentato nei suoi aspetti fisici e
di organizzazione socioeconomica. I documenti cartografici a scala topografica, inoltre, si prestano
ottimamente al riconoscimento delle caratteristiche geo- grafiche, fisiche e antropiche, di un territorio e la
possibilità di disporre di edizioni successive dello stesso documento può consentire di valutare le
trasformazioni intervenute.
La cartografia del passatoà vero e proprio bene culturale, può essere considerata, infatti, una vera e propria
“carta archeo- logica” del territorio rappresentato per il periodo in cui è stata realizzata ed è, quindi, importante
fonte per ricostruzioni geostoriche; può consentire valutazioni della suscettività ambientale ossia delle
potenzialità di un territorio di cui è possi- bile conoscere gli assetti scomparsi; può consentire valutazioni sulla
percezione di beni ambientali e culturali quando si considerino gli elementi rappresentati che sono sempre e

55
comunque una selezione di tutti quelli rappresentabili. Ogni carta è un luogo di sperimentazione grafica e, in
grande misura di creazione, segnata dalla personalità del suo autore.

56