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M'Hamed Hassine Fantar

FENICI E CARTAGINESI

Traduzione dal francese di Raul Schenardi


INDICE

Nota editoriale: pagina 4 .


Dati per condurre un'indagine: pagina 7 .
- Le lettere di El-Amarna .
- Gli archivi di Ugarit .
- I manoscritti di Wenamun .
- Gli Annali assiri .
- Le testimonianze bibliche .
- La storiografia greco-latina .
- Le epigrafi .
- Gli apporti dell'archeologia .
L'Identità: pagina 29 .
- Il nome .
- Le origini .
La città-regno: pagina 46 .
- La città-stato .
- Una monarchia teocratica .
La presenza nel Mediterraneo: pagina 71 .
- La marina fenicia .
- I Fenici a Cipro .
- I Fenici nel paese dei Greci .
- I Fenici nel paese degli Iberi .
- I Fenici nel paese dei Libici, antenati dei Berberi .
- La Sardegna .
- La Sicilia e Malta .
- Le isole Baleari .
- La fondazione di Cartagine .
Periodizzazione e approccio culturale: pagina 107 .
- Periodizzazione .
- Approccio culturale .
- La religione .
- Le arti e i mestieri .
- Conseguenze nel Mediterraneo occidentale dell'espansione fenicia .
Bibliografia: pagina 143 .
I Luoghi: pagina 153 .
Nota editoriale

L'Enciclopedia del Mediterraneo esce per ora in tre edizioni: italiana, araba e francese. Si
tratta di una coproduzione concordata all'Accademia Tunisina delle Scienze, Lettere ed Arti di
Tunisi, con il contributo di ospitalità dell'Ambasciata Italiana, con editori del Nord Africa e
della Francia .
L'intento comune è di verificare se il Mediterraneo - con le complessità, le varietà e le
tensioni che lo contraddistinguono costituisce un insieme che può essere oggetto di un'analisi e
di una ricerca. La struttura attuale del sapere tenderebbe piuttosto a negarlo, poiché sono pochi
gli insegnamenti riconducibili direttamente o indirettamente ad esso. Una considerazione
spassionata delle potenzialità rende tuttavia ragionevole questo tentativo .
La verifica verrà svolta da una parte offrendo un'ampia prospettiva storica, per mostrare che
gli antagonismi hanno lasciato ferite meno importanti degli incontri e dei contributi positivi.
Dall'altra, poiché non i possibile limitarsi a una forma, anche se ricca e complessa, di identità
storica, l'Enciclopedia affronta il presente, per prendere coscienza dei timori e delle difficoltà
che oggi si frappongono alla ripresa dello scambio e del rimescolamento di culture tipici del
Mediterraneo .
E' l'avvio di un lavoro culturale che ha l'ambizione di inserire il Mediterraneo nel cuore del
dibattito attuale, della riflessione e della ricerca di prospettive adeguate alle aspettative dei
popoli mediterranei. Con possibili ricadute nell'ambito dell'insegnamento c della concezione
stessa delle discipline .
Sono già programmati 60 titoli, suddivisi nella sezione «Storia» dalla sedentarizzazione alla
fine del primo millennio dopo Cristo - e in quella «Contesto attuale» - scienze umane, ecologia,
economia e risorse .
I volumi dell'Enciclopedia del Mediterraneo vengono pubblicati dai seguenti editori e nei
seguenti paesi: Alif-Les Editions de la Méditerranée, Tunisia .
Dar el-Ferjani, Libia .
Edisud, Francia .
Editoriale Jaca Book, Italia .
Les Editions Toubkal, Marocco .
CIDOB, Spagna. Sono in corso di definizione le edizioni inglese e algerina .
La realizzazione dell'Enciclopedia del Mediterraneo è sostenuta dall'Associazione
internazionale SECUM. Sciences, Education et Culture en Méditerranée (sedi a Aix-en-
Provence, Tunisi, Casablanca, Milano) .
E.D.M., come già EDO, è stata ideata per la libreria in occasione del progetto editoriale in
corso di realizzazione della Enciclopedia Tematica Aperta. La I.A.C. di Bologna cura il
marketing e la pubblicità diretta della Enciclopedia Tematica Aperta .
Per informazioni sulle opere pubblicate e in programma ci si può rivolgere a: Editoriale Jaca
Book S.p.A., Servizio lettori, via Gioberti 7, 20123 Milano, Tel. 02/48561520 oppure
48561529, Fax 02/48193361 .

L'AUTORE .

M'Hamed Hassine Fantar dirige il Centro di Studi dell'Antichità Fenicia e Punica e delle
Antichità Libiche presso l'Institut National du Patrimoine di Tunisi. E' autore di numerose opere
che trattano dei Fenici e di Cartagine: "Le Dieu de la Mer chez les Phéniciens et les Puniques",
Roma 1977; "L'Afrique du Nord dans l'Antiquité" (in collaborazione con F. Decret, Payot,
Parigi 1981); "Kerrkouane, cité punique du Cap Bon", 3 volumi, INAA, Tunisi 1984-86 .
DATI PER CONDURRE UN'INDAGINE

Per conoscere i Fenici, disponiamo di fonti numerose e diversificate; questi dati, una volta
ricomposti insieme, si integrano e consentono allo storico di rappresentarsi questo popolo e di
seguire le tappe principali della sua storia, per cogliere gli aspetti essenziali della sua cultura e
per apprezzarne gli apporti. I documenti scritti risalgono all'Età del Bronzo, quando gli scribi
vergavano ancora i loro testi su tavolette d'argilla che era necessario cuocere in un forno per
garantirne la conservazione nel tempo .

- Le lettere di El-Amarna .
Questa corrispondenza di Akhenaton, faraone riformatore o eretico, risale alla seconda metà
del quattordicesimo secolo a.C. Scritte nella lingua accadiana e con segni cuneiformi sillabici,
queste tavolette costituiscono gli archivi della cancelleria egiziana .
Fra le 382 lettere, ci sono quelle in cui si parla di città cananee come Gubla, più conosciuta
nei testi in lingua greca come Byblos. Rib Adda, signore di Gubla per grazia del faraone,
doveva scrivere spesso al proprio sovrano in Egitto per tenerlo informato di quel che succedeva
nella regione e per sollecitare il suo soccorso in caso di necessità. Ecco una delle sue lettere:
«[R]ib-Adda dice al suo signore, re di tutti i paesi, grande re: che la Signora di Gubla accordi la
potenza al re, mio signore. Io mi getto ai piedi del mio signore, il mio sole, sette volte e ancora
sette volte .
Perché non mi rimandi una parola affinché io possa sapere quel che dovrei fare? Io ho
inviato uno dei miei uomini presso il mio signore, ma i suoi due cavalli gli sono stati presi. Un
secondo uomo, uno dei suoi uomini, fu preso, e una tavoletta del re non è stata consegnata al
mio uomo. Ascoltami! Perché sei negligente, così che ti viene preso il paese? Che non si dica,
al tempo dei commissari: gli Apiru hanno preso il paese tutto intero. Non si dirà così al tempo
dei commissari, quando tu non potrai riprenderlo .
Inoltre, io ho scritto per delle truppe e dei cavalli, ma non mi sono stati concessi.
Rimandami una parola, altrimenti, come Yapah-Hadda e Zimredda, concluderò un'alleanza con
Abdi-Asirta e rimarrò vivo .
Inoltre, adesso che oltre tutto Sumur e Bit-Arha hanno disertato, rimettimi al potere di
Yanhamu, affinché mi dia del grano e degli alimenti e io possa prendermi cura della città del re
per suo conto .
Il re impartisca anche l'ordine di rilasciare il mio uomo. La sua famiglia è molto irritata nei
miei confronti, e giorno e notte dicono: 'Tu hai consegnato mio figlio al re'. Rilascialo dunque,
soprattutto costui .
(L'altro è un cittadino di Ibirta Vois, e si trova nella casa di Yanhamu.) Inoltre, dissi a
Yanhamu: 'Vois, Rib-Hadda è in tuo potere, e tutto quel che gli accade ricade sotto la tua
responsabilità'. Che non mi piombino addosso i soldati di un corpo di spedizione. E così scrissi:
'Se non gli dici questo, io abbandonerò la città e partirò .
Inoltre, se non mi rimandi una parola, abbandonerò la città e partirò, con gli uomini che mi
sono fedeli'. Sempre per tua informazione: 'Ummahnu (così come Milkuru, suo marito), la serva
della Signora di Gubla... potente, prega per la Signora di Gubla» .
Anche altre città cananee indirizzavano missive al loro protettore Akhenaton, toponimo
egiziano che veniva portato a quel tempo dalla capitale Akhenaton, le cui vestigia sono state
identificate nel sito che è detto Tell El-Amarna. Fra i corrispondenti del sovrano egiziano c'era
Abimilku di Tiro, che si sentiva troppo stretto nella sua isola .
Egli si lamentava di Zimredda, il signore di Sidone, che alcuni accusavano di duplicità e di
tradimento. Zimredda, tuttavia, eccelleva nel contrattacco: scrisse al sovrano dell'Egitto per
discolparsi e riaffermare la propria buona fede, lealtà e sottomissione al più grande di tutti .
Anche se questa corrispondenza abbraccia soltanto un periodo di tempo piuttosto limitato,
vale a dire fra il trentesimo anno del regno di Amenofi Terzo (1386-1349 a.C.) e il settimo del
regno di Tutankhamon (1352-1343 a.C.), essa racchiude una messe di dati sulle città cananee,
sui loro rapporti spesso conflittuali, sulle alleanze ordite a spese di una città o dell'altra secondo
la particolare congiuntura, sui problemi di carattere economico e sociale. Sul suo isolotto, Tiro
si sentiva limitata, minacciata dalla fame e dalla sete; lamentava carenza di viveri, non poteva
riempire a piacimento le proprie brocche di acqua potabile. Per le proprie attività artigianali, la
città aveva bisogno di argilla e di legname. Ma come fare? Nemmeno i morti trovavano degna
sepoltura .
Queste lettere riflettono la situazione politica e militare esistente a quell'epoca nella regione.
Vi vengono denunciati gli Apiru, tribù disposte a mettersi al servizio di chi era in grado di
promettere loro più cose; non si tiravano indietro se dovevano ricorrere alla violenza,
seminavano ovunque il terrore e saccheggiavano città e campagne .
Per il resto le lettere contengono informazioni utili per conoscere la vita economica, sociale
e culturale di una regione che si presentava segmentata dal punto di vista politico. Vi si trovano
inoltre notizie che contribuiscono ad ampliare la nostra conoscenza circa la topografia e la
struttura delle città. Una lettera spedita dal signore di Tiro getta luce sulla struttura del palazzo.
In un'altra si allude a un incendio che devastò la residenza reale di Ugarit. E' certo che le
"Lettere di El-Amarna" possono fornire un contributo sostanziale per qualsiasi ricerca
sull'origine della città fenicia .

- Gli archivi di Ugarit .


La stessa cosa accade per quanto riguarda le collezioni di libri e i testi di Ugarit, che
costituiscono un'altra fonte di dati insostituibile. Ugarit era una città della costa siriana che è
stata identificata nel 1929, appartenente per la sua cultura all'universo semitico occidentale. Gli
scavi riportano alla luce in continuazione tavolette con iscrizioni cuneiformi sillabiche per i
documenti di carattere diplomatico e in caratteri cuneiformi alfabetici quando si tratta di
questioni amministrative o di opere letterarie, mitiche, epiche e religiose, cui bisogna
aggiungere la corrispondenza privata .
Questa ricca documentazione concerne avvenimenti politici, sociali e culturali che risalgono
al quattordicesimo e al tredicesimo secolo a.C. Vi si trova una lettera, indirizzata al sovrano di
Ugarit da parte di quello di Tiro, che affronta problemi relativi alla navigazione. La città poteva
accogliere flotte straniere e in caso di bisogno portare loro soccorso. In un'altra lettera,
probabilmente di origine siriana, si accenna a un'epidemia talmente grave che il mittente
riconosce di aver dovuto mettere in salvo il figlio affidandolo a dei parenti che vivevano a Capo
di Tiro. In contropartita, questo padre prometteva capi di lino e di lana tinti con porpora rossa e
viola. E a ciò aggiungeva pure la promessa di una cassa di pesce essiccato. Si tratta di
indicazioni preziose circa le attività artigianali e marittime che si svolgevano nell'economia
della città di Tiro .
Secondo questi archivi, Beirut aveva stretto legami di amicizia e di cooperazione con le
autorità di Ugarit. Su alcuni elenchi di pagamenti figurano dei fabbri che lavoravano il bronzo.
Vi sono anche lettere provenienti da Biblo e Sidone, nelle quali si parla di imbarcazioni, di
stoffe, di vesti, eccetera .
Oltre alla massa di documenti di carattere amministrativo, economico, politico, sociale
contenuti negli archivi di Ugarit, rimane da sottolineare il loro apporto conoscitivo sul piano
letterario e religioso. A quanto pare, alcuni abitanti di Ugarit avevano oltraggiato a Sidone la
divinità che proteggeva questa città, profanandone il "sancta sanctorum" che proteggeva gli
oggetti sacri, in particolare le immagini degli dèi. Per cancellare questo peccato i colpevoli, sia
che fossero consapevoli oppure no del loro gesto, dovevano offrire sacrifici e vivande a tutte le
divinità; altrimenti rischiavano la pena di morte. Ecco una notizia di inestimabile valore per
condurre una ricerca sulle profonde radici delle credenze religiose a Sidone .
Per quanto concerne la religione di Ugarit, la conosciamo grazie a numerosi testi tradotti e
sapientemente commentati da André Caquot Maurice Sznycer e altri. Vi si trovano le divinità
del pantheon fenicio: El, Baal, Astarte, Yam, Dagon, Anat, eccetera. Le tavolette di Ugarit si
rivelano dunque indispensabili per qualsiasi indagine sulle credenze fenicie, che si tratti degli
dèi o dei defunti .

- I manoscritti di Wenamun .
Agli inizi dell'Età del Ferro, nel 1200 a.C., i Fenici sono già presenti nel bacino
mediterraneo. Fra le altre fonti documentarie, vale la pena citare un testo che racconta le
disavventure di un ambasciatore egiziano presso il re di Gibilterra. Questo testo geroglifico ha
carattere storico ma non è sprovvisto di una certa qualità letteraria; il viaggio di Wenamun si
presenta come un romanzo storico in cui la realtà rasenta l'immaginazione .
Il resoconto del viaggio è stato vergato a inchiostro su un papiro scoperto nel 1891 nei
dintorni di El-Hibeh, che venne acquistato dall'egittologo Wladimir Glenischeff, il quale ne ha
compiuto la trascrizione e la traduzione. Questo gioiello del passato faraonico è conservato a
Mosca fra i numerosissimi tesori del museo Pushkin. Il protagonista del racconto aveva
ricevuto l'incarico di procurare il legname necessario per ricostruire l'imbarcazione di Amon .
La lettura del testo offre l'opportunità di raccogliere una messe di informazioni sul paese e
sui suoi abitanti. Ci vengono presentate in successione le città della costa siro-palestinese:
Wenamun, infatti, arriva a Dor, a sud del Monte Carmelo e poi prosegue nel suo cammino per
Biblo. Per arrivarvi, però, non poteva evitare tappe come Tiro, Sidone, Berito (oggi Beirut),
anche se non tutte le città che attraversò sono menzionate esplicitamente nel testo. Oltre alle
notizie sulle città, i re, le situazioni politiche e le realtà sociali, quest'opera egiziana riflette un
cambiamento radicale nelle relazioni fra l'Egitto e le città del Levante. Nel secondo millennio i
reucci cananei si rivolgevano al faraone per "elemosinare" un aiuto o persino una semplice
parola di raccomandazione. Ma ecco che all'alba dell'Età del Ferro i re di queste stesse città, se
dobbiamo credere al racconto di Wenamun, osavano mettere alla porta il rappresentante del
sovrano dell'Egitto, e addirittura imporgli un trattamento umiliante; e infine sottrargli
impunemente tutti i suoi averi. Misconosciuto, interrogato come un intruso, perseguitato e
dichiarato persona non grata, egli riuscì a rientrare nel proprio paese soltanto in seguito a un
intervento del sovrano, il quale ordina in effetti che gli venga restituito il legname che gli era
stato requisito, ma non senza aver riscosso prima il prezzo della merce .
«Smendès e Tentamon invieranno quattro brocche e un vaso d'oro, cinque brocche
d'argento, dieci panni di stoffa di lino reale, dieci scampoli di buon lino dell'Alto Egitto,
cinquecento papiri di alta qualità, cinquecento pelli bovine, venti sacchi di lenticchie, trenta
ceste di pesce. E lei [Tentamon] mi invia inoltre cinque panni di stoffa di buon lino dell'Alto
Egitto, cinque scampoli di buon lino dell'Alto Egitto, un sacco di lenticchie, cinque ceste di
pesce. Il principe si mostra soddisfatto; egli mette al lavoro trecento uomini e trecento buoi e
alla loro testa mette dei sorveglianti per far abbattere gli alberi. Li abbattono, ed essi [gli alberi]
passeranno l'inverno stesi sul posto. Al terzo mese dell'estate, verranno trascinati in riva al
mare.»

- Gli Annali assiri .


Comunque, se i Fenici si sentivano liberi nei confronti dell'Egitto faraonico, le loro
ricchezze suscitavano invidia, soprattutto da parte del re di Assur. Le città della costa siro-
palestinese dovevano pagare un tributo, se non volevano rischiare di perdere tutto. Ecco un
estratto degli "Annali" del re Tiglatpileser (1112-1074 a.C.) dove si vedono città fenicie
costrette a pagare tributi .
«Arrivai sul monte Libano. Tagliai e portai via dei tronchi di cedro per il tempio di Anu e di
Adad, questi grandi dei che sono i miei signori. Poi proseguii nel mio cammino verso Amurru e
la conquistai nella sua totalità. Ricevetti i tributi di Biblo, Sidone e Arado .
Sulle navi di Arado feci la traversata da Arado, che si trova sulle rive del mare, fino a
Symra, nelle terre di Amurru. In mezzo al mare ho ucciso un "nakhiru", che essi chiamano
cavallo di mare.» L'esegesi inviterebbe a relativizzare la portata di queste affermazioni un po'
intempestive. Non si trattava ancora di una conquista vera e propria; il re di Assur, comunque, si
presenta per quel che voleva essere: il padrone incontrastato di tutta la regione che si estendeva
dal Tigri fino alle città di Canaan, e soprattutto quelle che si trovavano sulle coste. Fra la
Mesopotamia e il Mediterraneo fenicio la rotta era ormai aperta; perché divenisse operativa e
fruttuosa bisognerà attendere il nono secolo a.C .
Assurnasirpal (888-859) intraprenderà la realizzazione di un sogno .
«In quel tempo conquistai per tutta la sua estensione il monte Libano e giunsi al Gran Mare
della terra di Amurru. Lavai le mie armi nel Gran Mare e feci delle offerte agli dei. Il tributo dei
re della costa del mare, Tiro, Sidone, Biblo, Makhalata, Maisa, Kaisa, Amurru e Arado che sta
in mezzo al mare, argento, oro, stagno, rame, vasi di bronzo, vestiti di lana colorata, vestiti di
lino, scimmie grandi e scimmie piccole, legno di ebano e legno di bosso, avorio, un "nakhiru",
animale marino, ricevetti come loro tributo, ed essi abbracciarono i miei piedi.» (ARAB, 1,
479) A partire dal regno di Assurbanipal (668-626 a.C.) gli Assiri divennero padroni assoluti di
alcune città rivierasche, in particolare di Tiro, che fu costretta a sottostare alle esigenze di un
sovrano insaziabile e senza scrupoli .

- Le testimonianze bibliche .
I dati socio-politici, economici e culturali forniti dagli "Annali assiri" hanno un parallelo
nella Bibbia, che «costituisce, al di fuori della regione d'Israele, una miniera di informazioni di
tutti i generi» (Sznycer, p. 5). Sono numerosi i versetti biblici che alludono alla religione dei
Cananei: vi si parla dei loro dei e dee, ma anche degli spazi sacri e delle pratiche del culto.
Leggendo l'Antico Testamento si impara a conoscere meglio i Fenici e la loro cultura. Vi si
accenna alle loro navi, ai commerci e alle competenze tecniche nei campi della lavorazione dei
metalli, dei tessili, delle costruzioni, eccetera. Con la guida della Bibbia, si può entrare nella
città fenicia e assistere ai molteplici aspetti della sua vita quotidiana .
E' il caso, inoltre, di segnalare l'importanza dei versetti che documentano i rapporti di
amicizia e cooperazione fra la città fenicia e il regno d'Israele al tempo dei regni di Davide,
Salomone e dei loro successori. Le informazioni che la Bibbia può fornirci sui Fenici si
dividono in due categorie: notizie che nascono dall'osservazione obiettiva e altre che traducono
un approccio o un atteggiamento nei confronti dei Cananei visti come entità estranea, sospetta,
di cui bisogna diffidare. Da una parte ci sono le cose così come stanno, dall'altra ciò da cui
bisogna proteggersi. Il passo che segue, per esempio, è da iscrivere nel registro dei fatti
oggettivi: «Venti anni dopo che Salomone aveva costruito i due edifici, il tempio del Signore e
la reggia, poiché Chiram, re di Tiro, aveva fornito a Salomone legname di cedro e legname di
abete e oro a piacere, Salomone diede a Chiram venti villaggi nella regione della Galilea.
Chiram partì da Tiro per vedere i villaggi che Salomone gli aveva dato, ma non gli piacquero.
Perciò disse: 'Sono questi i villaggi che tu mi hai dato, fratello mio?'. Li chiamò paese di Kabul,
nome ancora in uso .
Chiram mandò al re centoventi talenti d'oro» (1 Re, 9, 10-14) .
In questo passo sono contenute diverse informazioni di cui è possibile comprovare la
storicità e l'attendibilità. La tradizione biblica in questo caso si attiene alla narrazione. Non
crediamo si debba contestarla. Per contro, quando nel testo la soggettività del profeta e il partito
preso teologico rischiano di alterare i fatti reali, conviene essere più circospetti .

- La storiografia greco-latina .
Oltre a essere ben riconoscibili nella Bibbia, i Fenici costituiscono anche uno dei centri di
interesse nella storiografia greco-latina. Li si incontra nell'"Iliade" e nell'"Odissea". Ecco infatti
dei marinai fenici che sbarcano nell'isola di Syros per vendervi il loro carico e acquistare altre
mercanzie, che in seguito andranno a proporre ad altri compratori d'Oriente o d'Occidente. Ma
ascoltiamo Omero cantare l'avventura di una donna di Sidone rapita dai pirati di Tafo e venduta
a Syros. Per un caso fortuito ella incontra dei compatrioti sul lungomare e viene ordito un
complotto .
«'Zitti ora, nessuno mi rivolga il discorso tra vostri compagni, per strada incontrandomi, e
nemmeno alla fonte: non debba al vecchio qualcuno dirlo in casa e quello saputolo, non debba
legarmi in ceppi tremendi e a voi preparare la morte. Ma la parola tenetevi in cuore, e il carico
della merce affrettate. Quando la nave, alla fine, sia carica di averi, allora a dirmelo
rapidamente venite in palazzo: porterò oro, quanto me ne verrà sottomano. E un altro prezzo
posso ancora pagarvi; un figlio del mio padrone allevo in palazzo, un cosino da vendere bene,
che dietro mi trotterella anche fuori; lo condurrò alla nave, e a voi prezzo grandissimo farà
guadagnare, dovunque andrete fra genti straniere'. [...] E quando la nave capace fu carica e
pronta a partire, allora mandarono un messo, che lo dicesse alla donna. Venne un uomo
astutissimo alla dimora del padre, una collana d'oro portando, e v'era legata dell'ambra. Là nella
sala le ancelle e la madre sovrana, la rigiravano in mano, la contemplavan con gli occhi,
facevano il prezzo: e quello in silenzio, le fece un segno col capo. Poi, fattole il cenno, tornò
alla concava nave. Lei, per mano prendendomi, mi portò fuori di casa; e nell'atrio trovò le tazze
e i vassoi dei convitati, quelli che il padre mio accompagnavano: essi erano andati a sedere al
consiglio del popolo. Rapida quella tre calici nascondendosi in seno, li portò via; e io la seguivo
perché non potevo capire!» Nel quinto secolo a.C. Erodoto conobbe le città fenicie e condusse
ricerche sulla loro storia, sui luoghi sacri, la cultura e le tradizioni, informandosi presso
sacerdoti e autorità. Anche altri autori classici, appartenenti a orizzonti culturali diversi e a
epoche differenti, hanno parlato dei Fenici. In questa letteratura che copre un periodo di più di
mille anni è possibile raccogliere una massa di informazioni relative alle origini dei Fenici, alla
loro epopea, alla loro presenza nel Mediterraneo e alle diverse manifestazioni della loro cultura:
economia, religione, lingua, scrittura, arte, eccetera .
Conviene comunque riconoscere il carattere lacunoso, tendenzioso, talvolta del tutto
fantasioso, di questi dati storiografici. Pertanto occorre trattarli con la massima circospezione.
Parecchi storici contemporanei hanno attirato l'attenzione sugli scogli e i pericoli cui si
esporrebbe chi volesse utilizzare queste fonti, dove l'opportunismo e una propaganda malevola
si coniugano con l'ignoranza per presentarci i Fenici e la loro civiltà sotto una luce sfavorevole
e consapevolmente riduttiva. Senza per questo che la diffidenza sfoci nell'esclusione di questa
abbondante documentazione, che rimane comunque indispensabile per qualsiasi ricerca .
Oltre a queste testimonianze indirette, è anche possibile ascoltare i Fenici che ci parlano di
se stessi. Essi infatti ci hanno lasciato scritti e vestigia archeologiche la cui importanza deve
essere sottolineata .

- Le epigrafi .
Le città fenicie d'Oriente e d'Occidente hanno fornito iscrizioni numerose e di vario genere,
il cui studio può arricchire qualsiasi ricerca sui Fenici e la loro cultura. Oltre ai ritrovamenti
effettuati nelle città della costa siro-palestinese, sono state scoperte epigrafi in regioni
mediterranee come Cipro, Creta, la Sicilia, la Sardegna, la Tunisia, l'Algeria, il Marocco, la
Libia, la Spagna, le isole Baleari, eccetera. Per quanto concerne i supporti di queste epigrafi,
accanto alla pietra, che occupa il primo posto, si trovano metalli come l'oro e l'avorio. Altri
materiali sono serviti alle iscrizioni fenicie, soprattutto la terracotta, sia che si tratti di vasi
oppure di semplici "ostraca". Qualche volta lo scriba affidava il suo messaggio a una parete
muraria .
Questa documentazione epigrafica copre un periodo di circa tredici secoli; il reperto più
antico dovrebbe essere datato intorno all'anno 1000 a.C., mentre la più recente risalirebbe al
terzo secolo dell'era cristiana. I testi più tardi appartengono a paesi del Mediterraneo
occidentale, e più precisamente a contesti detti punici e neopunici .
E' forse il caso di ricordare che a partire dal settimo secolo a.C .
nell'Africa del Nord, in Sicilia, in Sardegna, nelle Baleari e nelle regioni meridionali della
penisola iberica il termine «punico» si sostituisce a quello di «fenicio», fatto che corrisponde
all'ascesa di Cartagine al rango di metropoli. Questa sostituzione riflette i cambiamenti che
avevano contraddistinto la presenza dei Fenici nel Mediterraneo occidentale, conseguenza di
molteplici fattori, fra i quali possiamo menzionare gli effetti dell'acculturazione e l'apporto degli
autoctoni. Tale processo, che implica assimilazione e arricchimento della cultura introdotta dai
Fenici, venne accelerato dalla fondazione della città di Cartagine nell'anno 814 a.C. e poi
soprattutto a partire dalla sua ascesa al rango di capitale .
Gli scribi si sono serviti di una punta dura per incidere, di un cesello per intagliare, di
pennelli e calami per scrivere o dipingere il messaggio da trasmettere. Attualmente le
informazioni di carattere epigrafico sono immagazzinate in una serie di raccolte; fra queste, la
più ricca, la più pratica da consultare nonché la più celebre rimane il "Corpus Inscriptionum
Semiticarum", opera dell'Académie des Inscriptions et Belles Lettres, il cui primo fascicolo
apparve a Parigi nel 1881. Sono sorte in seguito altre raccolte, ma di minor peso: nel 1856
l'abate F. Bourgade pubblicò il "Toison d'or de la langue phénicienne". Qualche anno dopo
Wilhelm Gesenius consegnò all'editore un'opera in quattro volumi intitolata "Scripturae
linguaeque phoeniciae monumenta quotquot supersunt". L'opera venne pubblicata a Lipsia nel
1873 .
Fra le raccolte più recenti si può menzionare quella pubblicata a Oxford con il titolo "Text
book of Syryan Semitic Inscriptions"; nella terza parte di quest'opera sono raggruppate diverse
epigrafi fenicie .
La pubblicazione di quest'ultimo fascicolo è avvenuta nel 1982. H .
Donner e W. Rollig hanno pubblicato in lingua tedesca una raccolta intitolata "Kanaanaische
und Aramaische Inschriften"; l'opera, in due volumi, è stata edita da Otto Harrassowitz a
Wiesbaden nel 1962; in seguito sono uscite nuove edizioni arricchite. Alcune epigrafi fenicie
scoperte a Cipro sono state riunite dal rimpianto Olivier Masson e dal grande esperto di storia
punica Maurice Snzycer in un libro pubblicato nel 1972 a Ginevra e a Parigi con il titolo "Les
Phéniciens à Chypre" .
In Italia Maria Giulia Amadasi Guzzo ha consacrato un sapiente studio alle "Iscrizioni
fenicie e puniche delle colonie in Occidente", che è stato pubblicato dall'Università di Roma nel
1967. Ecco dunque le fonti epigrafiche in cui lo storico può trovare materiale prezioso per la
conoscenza dell'universo dei Fenici e di tutto quanto costituisce le fondamenta della loro
cultura: architettura, artigianato, società, istituzioni, lingua, credenze, riti, eccetera .
L'iscrizione più antica è stata scoperta a Biblo; si tratta di un epitaffio inciso intorno all'anno
1000 a.C. sul sarcofago di Ahiram, re di questa prestigiosa città. Direttore dei lavori fu Ittobaal,
figlio del defunto. Il testo si conclude con alcune imprecazioni profferite contro coloro che
oseranno attentare alla tranquillità del morto. Benché sia stata scoperta da parecchi anni, questa
iscrizione continua a suscitare controversie, per quanto concerne sia la decifrazione che
l'interpretazione .
A Cipro, nel museo di Nicosia è conservata un'iscrizione databile intorno al nono secolo a.C.
In Sardegna c'è una stele epigrafica, scoperta a Nora nel 1773, che risalirebbe agli albori della
colonizzazione fenicia. Si tratta di un "ex voto" eretto da marinai che avevano deciso di
consacrare un tempio al culto di Pumay, un'antica divinità cipriota ben presto adottata dai Fenici
e accolta in seno al loro pantheon .

- Gli apporti dell'archeologia .


La maggioranza delle iscrizioni disponibili per la ricerca degli storici provengono da siti
molto celebri come Arado (Arvad, oggi Ruad, in Siria), Biblo, Berito, Sidone, Tiro, Kition a
Cipro, Nora in Sardegna, Mozia in Sicilia, Utica, Cartagine, Hadrumetum (oggi Sousse) in
Tunisia, Lixus in Marocco, Gades in Spagna. Per quanto concerne il Mediterraneo occidentale,
occorre stabilire una distinzione fra le stratificazioni fenicie e quelle puniche. Il cambiamento
ha avuto luogo nel settimo secolo a.C .
In Fenicia, scavi organizzati in modo appropriato sono iniziati solo all'inizio della seconda
metà del nono secolo, sotto la direzione di Ernest Renan, orientalista rinomato, il quale si era
posto due obiettivi: riportare alla luce le vestigia delle città fenicie e raccogliere i loro messaggi
affidati alla pietra o ad altri supporti .
Si incominciarono a effettuare vere e proprie prospezioni, e gli scavi furono eseguiti
seguendo un metodo e nel quadro di un programma. I resti riportati alla luce tanto in Oriente
come in Occidente si dividono fra gli dei, i morti e i vivi; si tratta di santuari, necropoli, e di
edifici pubblici e privati: fortezze, mura, officine, magazzini, abitazioni, eccetera .
Oltre alle strutture, vi sono reperti abbondanti e di varia natura che sono stati raccolti man
mano che procedevano gli scavi in un sito o che si esploravano tombe i cui arredi funerari
forniscono una gran massa di informazioni sulla vita quotidiana, le attività artigianali, gli
scambi, i gusti, le mentalità, in breve, su tutto quanto concerne il vissuto quotidiano. Per trarre
utili indicazioni da questi reperti archeologici è opportuno consultare i rapporti degli scavi,
monografie e studi tematici; e si tratta di un compito certo non facile, tenuto conto della loro
massa, della loro diversità e della loro dispersione nello spazio e nel tempo .
Fra gli altri ostacoli, le ricerche devono confrontarsi con reperti inediti che si accumulano
numerosissimi nei depositi di certi siti e musei, dove si rendono necessari scavi veri e propri:
vasellame, monete, steli, statue, maschere, avori, attrezzi, armi, gioielli e molti altri oggetti
giacciono su qualche mensola o in qualche cassa senza che la ricerca degli storici ne possa
approfittare .
Detto questo, occorre aggiungere che l'archeologia fenicia ha fatto registrare indubbiamente
dei progressi nel corso di questi ultimi decenni: sono numerosi i siti, tanto in Oriente come in
Occidente, che sono oggetto attualmente di prospezioni sistematiche, soprattutto in Palestina, in
Siria, Libano, a Cipro, in Israele, in Sardegna e nei paesi del Maghreb, in particolare a
Cartagine. Forse è il caso di aggiungere che in Italia, Tunisia, Spagna, eccetera sono state
allestite strutture adatte per accogliere reperti archeologici fenici .
Sono disponibili pubblicazioni specialistiche come la «Rivista di studi fenici» (Italia) e
«Reppal» (Tunisia). E' da segnalare, inoltre, la pubblicazione di dizionari, monografie,
repertori, oltre che di parecchi studi di carattere sintetico e di opere di volgarizzazione di gran
valore .
Ecco dunque come è possibile incominciare ad accostarsi ai Fenici per conoscere questo
popolo, le sue origini, la sua epopea, la sua civiltà e gli apporti all'elaborazione delle culture
mediterranee. Lo storico tenterà di proporre risposte dopo aver consultato le fonti disponibili
attualmente. Tuttavia, perché le ricerche possano beneficiare di tutta questa documentazione
archeologica, storiografica, epigrafica e testuale, la strada da percorrere rimane lunga ed è
cosparsa di ostacoli. Bisogna per prima cosa renderla accessibile a tutti: occorrono dei corpus,
cataloghi, inventari, repertori, monografie, vere e proprie banche dati per condurre qualsiasi
ricerca sui Fenici e la loro cultura .
L'IDENTITA'

Per definire se stesso un popolo si dà un nome, dichiara le proprie origini, stabilisce il


proprio territorio e canta le proprie gesta. E i Fenici?

- Il nome .
La storiografia contemporanea riconosce l'origine greca dell'etnonimo «Fenicio.
Nell'"Iliade" e nell'"Odissea" Omero ricorre al termine per designare gli abili commercianti che,
provenienti dalle coste del Levante, sbarcavano sulle isole greche con le loro vesti esotiche e
tutto lo splendore delle loro merci .
"Phoinikes" sarebbe da ricollegare a "Phoinix", parola greca con radici antiche e profonde,
che designa insieme un albero, la palma, e un colore: il porpora. Vale forse la pena, comunque,
ricordare che la nozione di colore porpora era già presente nel vocabolario miceneo, dove il
termine "Po-ni-ki-ja" significava per l'appunto «rosso»; era inoltre il nome di una pianta, e si è
pensato all'"herba phoenicia" di Plinio, ma senza poterlo stabilire con il grado di certezza
richiesto .
Non vi è alcuna prova che i Micenei si servissero del termine "Po-ni ki-ja" come di un
sostantivo per indicare il popolo in questione. Ma come spiegarsi allora questi legami fra due
realtà diverse? Siamo in presenza della medesima radice? O si tratta forse di due radici diverse
dal punto di vista semantico e tuttavia omofone? Si tratta di quesiti ancora aperti per gli studiosi
di filologia greca. Detto questo, bisognerà comunque prendere in considerazione l'ipotesi in
base alla quale il sostantivo «Fenici» si ricollegherebbe a un vocabolo la cui presenza è attestata
negli antichi testi ritrovati nelle piramidi: qui infatti è stato rilevato l'etnonimo «Phenkhu», che
significherebbe «taglialegna». In questi scritti il Libano reca il nome di Nega. L'assonanza fra
«Phenkhu» e «Fenici» non può sfuggire .
Ora, i Phenkhu vivevano nel Nega, vale a dire in Libano; ecco il motivo che ha convinto
alcuni studiosi a uscire dalle piste battute per attribuire all'etnonimo «fenicio» origini egizie.
L'ipotesi è tanto più seducente in quanto i Phenkhu si presentavano come l'immagine di quelle
foreste di cedri il cui legname occupava un posto importante nelle preoccupazioni dell'antico
Egitto .
Quale che sia la sua origine, a quanto pare l'etnonimo «Fenici» non era usato da coloro che
venivano indicati con questo nome. Questi infatti, dal canto loro, si attribuivano altri nomi, che
sembravano loro più convenienti e più degni. Nei testi di El-Amarna e in quelli di Ugarit,
appartenenti entrambi all'Età del Bronzo, e più precisamente alla seconda metà del secondo
millennio a.C., essi venivano chiamati, e si chiamavano, Cananei, e il loro paese si chiamava
Canaan. L'attestazione più antica di un derivato di questo termine è stata identificata su una
statua di Idrimi, re che risiedeva nella capitale Alalakh, che ai nostri giorni reca il nome di Tell
Atchana sull'Oronte, in Turchia. Questo documento, a quanto pare, risalirebbe al quindicesimo
secolo a.C. Che essi chiamino se stessi Cananei è una circostanza accreditata da parecchi testi
biblici .
Nell'Antico Testamento il patronimo «Canaan» e l'etnonimo «Cananei» vengono menzionati
in contesti differenti. I Cananei abitavano la regione costiera al di là del Giordano; in questo
paese si parlava la lingua di Canaan .
Per designare i territori dei Phoinikes, Ecateo di Mileto, logografo greco del sesto secolo
a.C., ricorreva al toponimo «Chna». Alcuni storici contemporanei vi hanno riconosciuto
Canaan. Su una moneta ellenistica di Laodicea, una leggenda precisa che si tratta di una città di
Canaan, per distinguerla da un'altra città omonima situata in Asia Minore. Dobbiamo ricordare
inoltre una stele del santuario di El Hofra, nei pressi di Costantina, in Algeria, nella quale,
secondo un'interpretazione ipotetica, Abdesmun figlio di Mader si sarebbe detto cananeo? Più
credibilmente Sant'Agostino scriveva: «Unde interrogati rustici nostri quid sint punice
respondentes Chanani» ("Epistola ad Romanos inchoata", Expositio, 13) .
Si tratta di contadini della regione di Hippo, l'attuale città di Annaba, in Algeria; nel quinto
secolo dell'era cristiana essi dicevano di essere Cananei e si esprimevano nella lingua punica.
La testimonianza di sant'Agostino autorizzerebbe a pensare che i Punici, per presentarsi,
proprio come i loro antenati Fenici, avessero l'intima convinzione della loro appartenenza alla
comunità cananea .
Sia che provenissero da Biblo, Tiro, Sidone, Arado, Cartagine, Hippo, Hadrim (oggi
Sousse), la città che i Romani chiamavano Hadrumetum, oppure da Caralis, Cagliari ai nostri
giorni, in Sardegna, dall'isola di Gadir in Spagna, da Lixus in Marocco, o ancora da Utica in
Tunisia, i punti di riferimenti comuni rimanevano sempre ben vivi; essi si sentivano Cananei.
Parlare di nazione sarebbe con ogni evidenza un anacronismo; possiamo però ricorrere al
concetto di «stirpe», che si può cogliere negli scritti biblici laddove i Cananei vengono
presentati come i discendenti di Canaan. A questo punto la realtà storica oggettiva sfuma
dinanzi alla fede e a vantaggio delle intime convinzioni personali. L'importante allora non è più
la realtà oggettiva, ma il vissuto reale .
Quale sarebbe il contenuto semantico del termine «Canaan»? Secondo alcuni studiosi di
filologia delle lingue semitiche, il vocabolo «Kinakhkhu», attestato nei documenti di Nuzi,
designa il colore rosso porpora. Sabatino Moscati, accettando questa lettura, propone di
riconoscervi una delle attività emblematiche dei Cananei: la fabbricazione della porpora e la sua
diffusione in tutto il bacino del Mediterraneo e in particolare fra gli antichi Greci, che avrebbero
cercato nel loro lessico il termine più adatto per tradurre «Canaan» e i suoi derivati. C'era la
parola «phoinix», da cui trassero l'etnonimo «Phoinikes». Omero, il grande aedo dell'Antichità
greco-latina, ne fu il vettore e il diffusore .
Tuttavia Omero chiama anche in un altro modo questi fabbricanti di porpora, che erano abili
artigiani e intrepidi navigatori - partivano dalla costa siro-palestinese, attraversavano il «grande
mare» e sbarcavano sulle isole greche -: Sidonii, senza dubbio a testimonianza di un'epoca in
cui la prestigiosa città di Sidone aveva esercitato la propria egemonia sull'insieme delle città
sorelle. Ciò accadeva forse al crepuscolo dell'Età del Bronzo. L'etnonimo «Sidonii» si era
diffuso in tutta la regione. Lo si ritrova del resto anche nei testi biblici (Gs, XIII, 5-6), laddove
si riconosce che: «il paese di quelli di Biblos e tutto il Libano ad oriente, da Baal Gad sotto il
monte Ermon fino all'ingresso di Camat. Tutti gli abitanti delle montagne dal Libano a
Misrefot-Maim, tutti quelli di Sidone...» .
L'impiego di questo etnonimo sopravvisse alla cancellazione di Sidone che, all'alba del
primo millennio, fu costretta a cedere il posto a un'altra città non meno prestigiosa: Tiro. Su
un'epigrafe scoperta casualmente a Cipro, il governatore della città cipriota di Cartagine si dice
«servo di Hiram, re dei Sidonii». Ora, Hiram era re di Tiro, che fungeva da metropoli nei
confronti della Cartagine cipriota, la cui amministrazione dipendeva da un "Soken"
(governatore). Nel suo "Catalogue des monnaies grecques de la Bibliothèque nationale", Ernest
Babelon ha identificato la frase «Tiro, metropoli dei Sidonii» .
Secondo Stéphane Gsell: «Il termine 'Sidonii' in questo contesto non designa in particolare
gli abitanti della città di Sidone. Come in molti altri testi, è semplicemente sinonimo di Fenici.
Era il nome che i Fenici attribuivano a se stessi» (S. Gsell, "Histoire ancienne de l'Afrique du
Nord", 1-4, Paris 1921-24 vol. 1, p. 371) .

- Le origini .
Quali sarebbero le origini delle genti che dicevano di essere Cananei o Sidonii e che i Greci
conoscevano già e chiamavano Fenici? Muovendo dal termine «Phoinikes» e leggendo
«phoinix» come «palma», molti storici, piuttosto sbrigativamente, hanno voluto far discendere i
Fenici da terre ricche di palmeti. Eppure non sembra che la costa siro-palestinese potesse essere
una zona favorevole a un albero che ha bisogno, per crescere, di stare con la testa al sole e i
piedi nell'acqua. Per trovare condizioni del genere bisogna inoltrarsi nel deserto e raggiungere
le oasi. Una volta detto ciò, possiamo forse cogliere nell'etnonimo «Fenici» l'eco di una
migrazione? Alcuni autori antichi farebbero propendere le ricerche in questa direzione. Secondo
Erodoto ("Storia", 7, 89): «Questi Fenici anticamente abitavano, a quanto dicono essi stessi, sul
Mar Rosso, e, passati di là in Siria, abitano ora le regioni costiere .
Questa regione della Palestina e fino all'Egitto viene chiamata tutta Palestina» .
Tale tradizione è stata raccolta da alcuni storici contemporanei. René Dussaud pensa di
averne scoperta un'irrefutabile conferma in un testo di Ugarit: «I testi di Ras Shamra
confermano le informazioni di Erodoto circa il fatto che i Fenici, i cui insediamenti originari
erano il deserto del Negev e le regioni del golfo di Suez e di Elat (Aqaba), hanno raggiunto le
rive del Mediterraneo, dove si sono installati in seguito» (R.H.R., 1933, 2, p. 23). Questa tesi ha
sedotto G. Ch. Picard e B. H. Warmington, che ha scritto: «L'arrivo dei Fenici in questo paese
risale a un periodo precedente al 2500 a.C .
Provenivano da un paese indeterminato, sito a sud, probabilmente una regione che si
affaccia sul Mar Rosso. Il paese dei Fenici fu abitato ancor prima, ma non sono rimaste tracce
di queste antiche popolazioni, eccetto che a Biblo e a Ugarit» ("Histoire et civilisation de
Carthage", Paris, Payot, 1961, p. 18) .
Vi sono altri storici dell'Antichità che riferiscono alcune tradizioni relative all'esodo del
popolo fenicio. Strabone ("Geografia", XVI, 3, 4) e Plinio il Vecchio ("Storia naturale", 6, 148),
utilizzando informazioni che risalivano ad Androstene, l'esploratore di Alessandro Magno,
affermano che provenivano dalle regioni del golfo d'Arabia. Per giustificare la migrazione dei
Fenici verso la costa siro-libanese Giustino ("Historiae Philippicae", XVIII, 3, 3) accenna a dei
terremoti che avrebbero devastato il loro paese d'origine. In un'opera intitolata "Ras Shamra und
Sanchunjaton", pubblicata a Halle nel 1939, Otto Eissefeldf crede di poter situare la culla dei
Fenici nel Sinai o nelle steppe della penisola arabica. Essi avrebbero abbandonato questi
territori agli inizi del terzo millennio per occupare le pianure che si estendono fra la costa e le
catene montuose del Libano e dell'Anti Libano .
L'approccio odierno alla questione, tuttavia, propende per il rigetto dell'ipotesi di una culla
originaria, di una regione che i Fenici avrebbero abbandonato per raggiungere il Mediterraneo.
A questo proposito Sabatino Moscati si è espresso in modo eloquente e perentorio ("L'épopée
des Phéniciens", Parigi 1971, p. 21), per dichiarare, citando W. F. Albright: «Sono finiti i tempi
in cui si discuteva sulle origini eritree dei Fenici, o sulla loro provenienza dalla Palestina
meridionale, o sul luogo di origine dei Semiti, antenati dei Fenici» .
Certo, vi è sempre una minoranza di studiosi irriducibilmente conservatori che rimane
fedele alle vecchie ipotesi della migrazione di popolazioni semitiche, che sarebbe iniziata
proprio con i Fenici .
Ma si tratta di una soluzione di comodo o di una mancanza di informazioni. Già secondo
Filone di Biblo, che scriveva nel primo secolo dell'era cristiana, la culla dei Fenici era la
Fenicia stessa .
Sulla base di tradizioni devotamente conservate negli scritti di Sancuniatone o negli archivi
ritrovati presso località importanti, lo storico di Biblo afferma che i Fenici, le loro divinità e la
loro cultura erano autenticamente endogeni. Che i Cananei avessero abitato nei territori
menzionati con il nome di Canaan nelle "Lettere di El Amarna" sembra incontestabile. Ma agli
albori dell'Età del Ferro questa regione accusa le conseguenze di mutazioni talmente rilevanti
sul piano economico e socio-politico da far sì che la regione e i suoi abitanti divenissero altro.
Non vi si riconosce più i Cananei dei tempi di Amenofi e dei re di Ugarit e di Mari (oggi Tell
Hariri, in Siria). Si era verificato l'impatto con i Popoli del Mare, le cui prime ondate
risalirebbero al regno di Meneptah (1235-1224 a.C.). Si trattava di tribù di differenti origini che
si avventarono su paesi ricchi, in cerca di territori dove avrebbero potuto vivere bene. Fra questi
invasori dai tratti mal definiti, nelle iscrizioni egiziane di Medina Habu vengono ricordati gli
Akaiwasha (Achei), i Tursha (Etruschi?) i Sakalsha (Siculi?), i Sahardana (Sardi). Vi erano
inoltre i Danuna, originari della Cilicia, i Filistei, i Tjeker e altri ancora, cui si sarebbero
aggiunte alcune tribù libiche dell'Africa del Nord. Queste ondate di masse eterogenee e
indomabili seminavano dappertutto disordine e insicurezza e si davano al saccheggio
sistematico. Grazie al suo sistema di difese relativamente efficace, l'Egitto poté uscirne quasi
indenne. Ramses Terzo (1198-1166 a.C.) sbarrò la strada agli invasori e inflisse loro una disfatta
schiacciante nell'anno 1191 a.C .
Ciò nonostante gli invasori si rinnovavano come le cavallette; alle tribù venute dal nord
vennero ad aggiungersi i nomadi delle steppe siriane, i quali, approfittando della situazione di
crisi, se la presero con gli stati già indeboliti. Non essendo riusciti a infrangere la barriera
protettiva egiziana, gli invasori si diressero verso altre contrade che avrebbero opposto minor
resistenza, come Canaan, dove numerose città assai prospere in altri tempi furono saccheggiate,
devastate, distrutte o incendiate: Ugarit ne è un tipico esempio. Questa città prestigiosa, che
occupava un vasto territorio ed era ricca di palazzi sontuosi, scomparve sotto una spessa coltre
di cenere. Morì senza poter più rinascere. In compenso altre città, come Biblo, Sidone e Tiro,
poterono risuscitare a dispetto della gravità delle prove che dovettero affrontare .
Questa invasione dei Popoli del Mare sfociò nella genesi di un nuovo ordine mondiale. Si
assistette al ridimensionamento delle grandi potenze dell'epoca, che non erano più in grado di
controllare i loro domini di un tempo; fu il caso dell'Egitto, di Babilonia e del regno ittita.
Accanto a stati alquanto indeboliti e a città distrutte venivano emergendo nuove potenze, in
particolare a Canaan, la cui mappa politica subì una trasformazione radicale: alcune tribù un po'
fanatiche guidate da capi impulsivi e avidi di avventure destabilizzarono quei piccoli regni fino
alla loro sottomissione; finirono per cancellarli del tutto impadronendosi di città e villaggi senza
indietreggiare dinanzi a veri e propri genocidi. Ecco come la Bibbia (Gs, 6, 20-24) racconta la
conquista di Gerico: «Allora il popolo lanciò il grido di guerra e si suonarono le trombe .
Come il popolo udì il suono della tromba ed ebbe lanciato un grande grido di guerra, le
mura della città crollarono; il popolo allora salì verso la città, ciascuno diritto davanti a sé, e
occuparono la città .
Votarono poi allo sterminio, passando a fil di spada, ogni essere che era nella città,
dall'uomo alla donna, dal giovane al vecchio, e perfino i buoi, gli arieti e gli asini. [...]
Incendiarono poi la città e quanto vi era; soltanto l'argento, l'oro e gli oggetti di rame e di ferro
deposero nel tesoro della casa del Signore» .
Prima dell'assalto la città era stata completamente circondata: nessuno poteva entrarvi o
uscirne. Fu un massacro premeditato e sistematico. Basta riferire questo passo per cogliere tutta
la violenza degli aggressori e le sofferenze dei Cananei assediati e massacrati .
Gli invasori poterono dunque dotarsi di terre prendendole ai regni che non erano in grado di
opporre resistenza. I Filistei si impadronirono della regione meridionale e occuparono alcune
città cananee: oltre a Gaza, misero gli occhi su Ashdod e Ascalona. Fra i nuovi occupanti di
Canaan, d'altronde, la situazione rimaneva tesa; ecco un'altra testimonianza biblica (1 Sam.,
XIII, 3-5): «Allora Gionata sconfisse la guarnigione dei Filistei che era in Gabaa e i Filistei lo
seppero subito. Ma Saul suonò la tromba in tutta la regione gridando: 'Ascoltino gli Ebrei!'.
Tutto Israele udì e corse la voce: 'Saul ha battuto la guarnigione dei Filistei e ormai Israele s'è
urtato con i Filistei'. Il popolo si radunò dietro Saul a Galgala .
Anche i Filistei si radunarono per combattere Israele, con tremila carri e seimila cavalieri e
una moltitudine numerosa come la sabbia che è sulla spiaggia del mare. Così si mossero e
posero il campo a Micmas a oriente di Bet-Aven» .
Quali che siano la storicità e la cronologia degli eventi che narra, questo testo biblico
sembra poter venire in aiuto dello storico, il quale cerca di raffigurarsi la situazione conflittuale
e le ostilità sorte fra diversi concorrenti riguardo a territori che ciascun predatore avrebbe
voluto possedere in esclusiva .
E tuttavia Canaan non era ancora arrivata a vedere la fine delle sue sofferenze. Altre bande
di nomadi circondavano dappertutto i suoi territori, taglieggiando città e campagne, dove
imponevano la legge del più forte. Se ne può cogliere l'eco nel racconto di Wenamun,
l'ambasciatore del faraone presso il re di Biblo; i Tjeker si comportavano allora da veri e propri
banditi, non esitando ad alleggerire il rappresentante del sovrano egiziano, che se ne lamentò
inutilmente presso le autorità responsabili .
E' possibile valutare la durata di questo periodo di anarchia, di insicurezza e violenza nella
terra di Canaan? A quale data si può far risalire il risveglio delle città-regno in questa regione?
Lo storico non sarebbe in grado di fissare una data con assoluta certezza .
Comunque stiano le cose, alcune città rivierasche riuscirono a risorgere: una volta passata la
tormenta, Biblo, Sidone, Tiro e altri insediamenti riemersero adattandosi alla nuova situazione,
non senza far tesoro degli apporti e degli effetti che ne erano sortiti. Quelli che erano riusciti a
sopravvivere alla crudeltà degli invasori vennero a rifugiarsi nelle città costiere, accrescendo sì
in tal modo la loro popolazione attiva, ma anche il numero delle bocche da sfamare .
Sembra d'altronde che i Popoli del Mare siano stati essi stessi veicoli culturali, grazie
all'introduzione e alla diffusione di nuove tecniche, fra cui la più importante è senz'altro quella
della lavorazione del ferro. Queste invasioni furono dunque all'origine della denominazione di
una nuova Età: quella del Ferro. Le antiche città di Canaan seppero trarne gran profitto,
soprattutto per quanto concerne i settori metallurgico e delle costruzioni navali. A quanto pare i
Filistei, le cui origini etnoculturali rimangono oscure, sarebbero stati molto attivi nella
diffusione di queste nuove tecniche. Se ne può cogliere l'eco in alcune tradizioni bibliche (1
Sam., XIII, 19-21): «Allora non si trovava un fabbro in tutto il paese d'Israele: 'Perché -
dicevano i Filistei - gli Ebrei non fabbrichino spade o lance'. Così gli Israeliti dovevano sempre
scendere dai Filistei per affilare chi il vomere, chi la zappa, chi la scure o la falce. L'affilatura
costava due terzi di siclo per i vomeri e le zappe e un terzo l'affilatura delle scuri e dei pungoli».
A quest'epoca nei cantieri navali si costruivano imbarcazioni eccellenti, grazie alla chiglia,
all'ossatura e a i chiodi, tre grandi invenzioni che rivoluzionarono il mondo della navigazione .
Imbarcazioni simili potevano sfidare il mare e le sue collere improvvise .
Svariati apporti di carattere demografico, tecnico e culturale avevano arricchito la città
costiera, che seppe integrarli e padroneggiarli .
Bisogna dunque riconoscere che non era più quel che era stata prima dell'invasione dei
Popoli del Mare, che deve essere considerata in tutti i suoi aspetti .
L'etnonimo «Fenici», coniato felicemente dai Greci con ogni probabilità all'epoca della
guerra di Troia, e diffuso grazie alla poesia d'Omero, sembrava assolutamente adatto a tradurre
questa nuova situazione. I Fenici sono coloro che dopo l'invasione dei Popoli del Mare
abitarono nelle città costiere i cui territori circostanti occupano la pianura che si insinua fra il
Mediterraneo a ovest e le catene montuose del Libano e dell'Anti-Libano a est. Il limite
settentrionale, al di qua di Ugarit, può essere fissato a Shukshu. Per quel che concerne i confini
meridionali, è stata avanzata l'ipotesi che passassero per Acco .
In conclusione, i Fenici appaiono come dei Cananei arricchiti da tutti gli apporti etnici,
tecnici e culturali che costituivano il retaggio dell'invasione dei Popoli del Mare. Le
popolazioni che ne risultarono, che i Greci avevano preso l'abitudine di chiamare Fenici,
continuavano a riconoscersi come Cananei che rivendicavano il loro passato precedente
l'invasione, conservavano la loro memoria e si ricollegavano agli antenati di un tempo. Per loro
non vi era stata rottura. I sacerdoti del tempio di Melqart a Tiro avrebbero detto a Erodoto che
la loro città aveva a quel tempo 2300 anni; e dovevano aver raccolto questa informazione negli
archivi del santuario .
Questo senso d'identità cananea durerà secoli e secoli. Sant'Agostino ne fu ancora
testimone. Forse bisognerebbe porre la questione se i Greci, principali responsabili
dell'invenzione e della diffusione dell'etnonimo «Fenici», fossero davvero consapevoli dei
cambiamenti intervenuti e degli apporti che connotavano ora queste popolazioni. Ma in fondo,
che importa! La storiografia contemporanea dovrebbe essere loro grata per la felice scelta:
questo etnonimo si rivela operativamente fecondo; può definire una tappa, fissare dei limiti
cronologici e raccontare la storia. Designa fenomeni di rinascita; evoca la realizzazione di
progetti. Insomma, ai fini della ricerca storica, i Fenici in quanto tali hanno un'esistenza vera e
propria soltanto dopo l'invasione dei Popoli del Mare. Secondo una cronologia assoluta, la loro
genesi deve essere situata verso il 1200 a.C., vale a dire agli albori dell'Età del Ferro .
A quest'epoca il mondo egeo, dal canto suo, viveva la tempesta dell'invasione dorica, che
non doveva essere del tutto estranea agli avvenimenti vissuti dall'Egitto e dai paesi dell'Oriente
semitico, ittita e asiatico. In ogni caso, la talassocrazia micenea subì un colpo tale che il
Mediterraneo si ritrovò pressoché deserto. I Dori misero fine all'egemonia dei Micenei, la cui
presenza è stata riscontrata dappertutto nel bacino del Mediterraneo, salvo che nell'Africa del
Nord. Ma forse si tratta semplicemente dello stato attuale delle nostre conoscenze. Comunque
sia, il vuoto creato dalla caduta della talassocrazia micenea sembra aver contribuito alla nascita
e all'espansione di quelli che noi chiamiamo Fenici .
LA CITTA' – REGNO

I Fenici non avevano dato vita a una nazione: erano un popolo politicamente segmentato.
Può darsi che avessero coscienza di provenire da una comunità culturale riconoscibile
attraverso la lingua, l'onomastica, le credenze e le pratiche di culto, eccetera. In un territorio di
dimensioni esigue e piuttosto frammentato, cui terra e mare impedivano di estendersi, si
succedevano diverse città autonome, gelose ciascuna dei propri interessi e delle proprie
specificità. Ciascuna di esse costituiva un'entità politica e aveva rivelato di possedere ambizioni
ben prima di diventare fenicia. Le "Lettere di El-Amarna" permettono di conoscere le rivalità
che le opponevano una all'altra, dal momento che ogni città denunciava l'altra presso il faraone.
A quest'epoca, Abi-Milku di Tiro si lamentava in continuazione di Zimredda, il signore di
Sidone. Ecco, fra le altre, la Lettera 148, nella quale il signore di Tiro solleva una protesta
contro Zimredda di Sidone: «Io ho scritto al sovrano, mio signore, perché ogni giorno il re di
Sidone cattura uno dei servi del mio palazzo. Chi compie razzie nei paesi del mio sovrano è il
re di Sidone» .
Per l'insediamento, la città fenicia avrebbe scelto un promontorio o un isolotto nelle
vicinanze delle rive, per poter trarre partito sia dalla terra sia dal mare: si trattava di poter
allestire degli stabilimenti portuari provvisti di tutte le garanzie richieste senza allentare i
legami con la terraferma, che rigurgitava di ricchezze naturali. Il promontorio o l'isolotto
costiero doveva essere tale da assicurare le migliori condizioni per poter accettare la sfida dei
venti; era necessario poterli evitare, qualunque fosse la loro direzione. ln tutti i casi, sembra che
la sicurezza degli scali portuali sia stata fra le preoccupazioni fondamentali degli urbanisti .
La città fenicia, comunque, aveva bisogno altresì di un territorio, per poter usufruire, in
particolare, di acqua potabile, legname, strade, pascoli e campi .
Era già l'augurio di Tiro nel quattordicesimo secolo a.C. Nella Lettera 148 della raccolta di
El-Amarna, indirizzata al sovrano Akhetaton, il signore della città cananea scriveva: «Il re
dovrebbe prestare attenzione al suo servo e incaricare il proprio commissario di donare Usu al
suo servo per l'acqua, per potervi cercare della legna, per la paglia e l'argilla» .
La città fenicia aspirava a poter disporre di un'ampia autonomia. Ecco perché il signore di
Tiro si rivolgeva con insistenza al proprio sovrano egiziano per ottenere da lui Usoos che, posta
di fronte all'isolotto, si presentava come un entroterra suscettibile di garantire una relativa
sicurezza e nello stesso tempo avrebbe fornito le risorse necessarie alla sua sussistenza e allo
svolgimento delle attività artigianali: acqua, legname, argilla e paglia .
Le "Lettere di El-Amarna" contengono informazioni sulla città cananea: era provvista di
mura, dalle quali era possibile vigilare per proteggere gli abitanti e i loro beni dagli assalti dei
banditi, soprattutto gli Apiru, nomadi la cui identità è tuttora oggetto di controversie. E' un
nome che designa un'etnia? O forse connota piuttosto determinate caratteristiche sociali o
particolari funzioni entro un certo contesto? Secondo la storiografia contemporanea, pare si
possa affermare che si trattava di nomadi pronti a mettersi al servizio del miglior offerente. Per
città rivierasche come Biblo, Sidone e Tiro, il mare era già tutto un fervore di attività: sono state
ritrovate lettere che parlano di porti e di imbarcazioni .
Occorre attendere l'Età del Ferro perché il volto della città fenicia si venga precisando,
grazie alle testimonianze degli autori dell'Antichità e alla luce di alcuni dati iconografici. La
città di Tiro figura sul bronzo di Balawat, appartenente al regno del sovrano assiro Salmanassar
Terzo (859-824 a.C.). E' inoltre riconoscibile su un bassorilievo che risale all'epoca di
Sennacherib (705-681 a.C.) .
Se gli scavi effettuati a Tiro si sono rivelati piuttosto parsimoniosi, quelli realizzati a Biblo e
Sidone hanno portato alla luce vestigia che contribuiranno a tracciare il profilo della città .
Bisogna tuttavia riconoscere che gli elementi disponibili per le ricerche sono tuttora rari e
alquanto disparati. Stando così le cose, non possono offrirci la possibilità di una visione
diacronica. Si dispone di una massa di informazioni che sono però scaglionate lungo un periodo
di secoli, che presenta oltretutto rotture e zone d'ombra .
Quanto alle testimonianze bibliche e della storiografia antica, si tratta di tradizioni di cui è
difficile valutare l'attendibilità .
Comunque, sono suggestioni che non è possibile escludere del tutto .
Che cosa si potrà trarre dunque da una documentazione talmente raffazzonata? E' lecito
dedurne che la vita della città fenicia gravitava intorno a un trinomio: il palazzo, il tempio e il
porto .
Riferendosi a Tiro, gli autori antichi parlano del palazzo di Pigmalione e del tempio di
Melqart. Lo storico non può resistere alla tentazione di ricorrere alla Bibbia per raffigurarsi
questi due spazi, che costituiscono il fulcro della vita politica, economica e religiosa. Questo
ricorso all'Antico Testamento ci rivela i legami esistenti fra Hiram, re di Tiro, e i re di
Gerusalemme. A un certo punto vennero invitati degli architetti di Tiro per costruire una
residenza per il re Salomone e un tempio per il dio Yahvé. I versetti biblici (1 Re, 7, 1-14) ne
conservano il ricordo: «Salomone costruì anche la sua reggia e la portò a compimento in tredici
anni. Costruì il palazzo detto Foresta del Libano, lungo cento cubiti, largo cinquanta e alto
trenta su tre ordini di colonne di cedro e con capitelli di cedro sulle colonne; queste erano
quarantacinque, quindici per fila. Vi erano tre serie di finestre, che si corrispondevano faccia a
faccia tre volte. Le porte e i loro stipiti erano a forma quadrangolare; le finestre erano le une di
fronte alle altre per tre volte .
Costruì il vestibolo delle colonne, lungo cinquanta cubiti e largo trenta. Sul davanti c'era un
vestibolo e altre colonne e davanti ad esse una tettoia. Fece anche il vestibolo del trono, ove
rendeva giustizia, cioè il vestibolo della giustizia; era di cedro dal pavimento alle travi .
La reggia, dove abitava, fu costruita con il medesimo disegno, in un secondo cortile,
all'interno rispetto al vestibolo; nello stile di tale vestibolo fece anche una casa per la figlia del
faraone, che Salomone aveva sposata .
Tutte queste costruzioni erano di pietre pregiate, squadrate secondo misura, segate con la
sega sul lato interno ed esterno, dalle fondamenta ai cornicioni e al di fuori fino al cortile
maggiore. Le fondamenta erano di pietre pregiate, pietre grandi dieci o otto cubiti. Al di sopra
erano pietre pregiate, squadrate a misura, e legno di cedro. Il cortile maggiore comprendeva tre
ordini di pietre squadrate e un ordine di tavole di cedro; era simile al cortile interno del tempio
e al vestibolo del tempio .
Salomone fece venire da Tiro Chiram, figlio di una vedova della tribù di Neftali; suo padre
era di Tiro e lavorava il bronzo. Era dotato di grande capacità tecnica, di intelligenza e di
talento, esperto in ogni genere di lavoro in bronzo. Egli si recò dal re ed eseguì le sue
commissioni» .
Questa tradizione biblica riveste un grande valore. Si tratta di una vera e propria lezione di
architettura; vengono evocati materiali, forme e volumi; si nominano spazi e componenti
architettoniche di cui si fornisce la descrizione; se ne fissano le misure in cubiti israeliani, che
dovevano avvicinarsi a quelli fenici. Questo passo del Primo Libro dei Re mi sembra
d'importanza fondamentale ai fini della compilazione di un dizionario dell'architettura fenicia-
biblica .
Sarebbe interessante confrontare gli elementi che vi sono racchiusi con la terminologia
fenicio-punica che ci è nota attraverso le epigrafi scoperte nel mondo fenicio d'Oriente e nelle
città puniche del Mediterraneo occidentale .
Gli artigiani, autori di questa architettura di palazzi, non si sarebbero potuti sottrarre ai
modelli già conosciuti e apprezzati; non potevano sfuggire del tutto all'attrazione esercitata
dalle realizzazioni precedenti .
Anche il committente, in qualche misura, doveva subire il fascino di cui godeva la residenza
del suo omologo e amico di Tiro. Senza voler considerare il palazzo di Salomone, costruito da
architetti fenici della scuola di Tiro, come una semplice copia conforme a un modello,
riteniamo legittimo il procedimento di ricostruzione ideale del palazzo di Hiram alla luce della
descrizione biblica del palazzo di Salomone. Seguendo questo procedimento, in ogni modo,
occorre evitare gli scogli di una lettura semplificata, tutta basata sull'interpretazione, dove
l'eccesso di simbolismo rischierebbe di offendere la lettera del testo. D'altro canto, non bisogna
dimenticare gli interventi dello stesso committente, il quale, oltre ai vari modelli che poteva
conoscere e a cui poteva ispirarsi, aveva propri gusti e fantasmi, che corrispondevano alle sue
ambizioni. Comunque, noi crediamo che sia sempre possibile riconoscere i genitori dalla loro
progenie .
Il tempio di Melqart fu senza alcun dubbio uno degli edifici di cui la città di Tiro poté
fregiarsi come di un titolo d'orgoglio e di gloria .
Circa il suo vero nome, si è pensato a Baal; ma certo proveniva dall'ineffabile .
Verso il 450 a.C. Erodoto si recò a Tiro per svolgere un'indagine sul dio Eracle e suoi
omologhi (Storia, 2, 44): «E volendo sapere qualcosa di chiaro su questi argomenti da quelli
che potevano saperlo, navigai anche fino a Tiro in Fenicia, poiché sapevo che lì c'era un tempio
sacro ad Eracle. E lo vidi, riccamente adorno di molti doni votivi, e fra gli altri c'erano in esso
due colonne, l'una d'oro fino, l'altra di smeraldo, che brillava per la sua grandezza nella notte.
Venuto a colloquio con i sacerdoti del dio, chiedevo quanto tempo fosse passato da quando
sorgeva quel loro tempio. E trovai che neppure essi s'accordavano con i Greci. Risposero infatti
che contemporaneamente alla fondazione di Tiro era stato eretto anche il tempio del dio, e, da
quando abitano Tiro, erano 2300 anni. Vidi poi a Tiro anche un altro tempio di Eracle, che ha il
nome di Tasio. Andai anche a Taso, dove trovai un tempio di Eracle eretto dai Fenici che
navigando alla ricerca di Europa fondarono Taso» .
Il testo di Erodoto, oltre alle informazioni relative al tempio di Melqart, alla sua importanza
dal punto di vista religioso e allo splendore dei tesori che racchiudeva, offre indicazioni utili
circa la nascita di Tiro: all'epoca in cui lo storico di Alicarnasso effettuava la sua visita, la città
era già vecchia di 2300 anni. Gli abitanti di Tiro, così come tutti gli altri Fenici, intendevano
valersi di una memoria tre volte millenaria. Il passato cananeo in loro era rimasto ben vivo. Non
sembra che i cambiamenti intervenuti siano stati intesi come una rottura .
Anche altri autori antichi, d'altronde, attestano l'antichità della fondazione di Tiro; Filone di
Biblo, per esempio, che riconosceva a questa città dei predecessori mitici. Usoos ne sarebbe
stato il fondatore: egli era sia cacciatore sia agricoltore. Incarnava d'altro canto i concetti della
terra e del mare: per sfuggire a un incendio scoppiato nella foresta, Usoos si mise a cavalcioni
su un tronco d'albero e si gettò fra i flutti. Alla fine della sua navigazione giunse su un'isola;
qui, dopo aver eretto due colonne, le consacrò una al fuoco e l'altra al vento, poi versò il sangue
di animali che aveva catturato e offerto in sacrificio. Dopo aver compiuto questi atti sacri, gettò
le fondamenta della città di Tiro e della religione che vi si praticava .
Secondo Filone di Biblo, alcuni elementi di questa mitologia risalirebbero a Sancuniatone,
che alcuni storici sono propensi a situare prima dell'invasione dei Popoli del Mare. Secondo
altri, invece, sarebbe vissuto intorno al 1000 a.C. In ogni caso, la tradizione riferita dallo storico
di Biblo sembra racchiudere le componenti principali dell'epopea di Tiro: l'isolotto, la terra, il
mare e l'incendio, che sarebbe un'allusione al disastro dell'anno 1200 a.C. Sarebbe il caso di
domandarsi se il nome dell'antico fondatore non debba essere messo in relazione con il
toponimo Usu, attestato nelle "Lettere di El-Amarna" .
Fra gli autori antichi che hanno evocato il mito della fondazione di Tiro con l'inserimento di
nuovi elementi rispetto a Filone di Biblo c'è Giustino ("Historiae Philippicae", XVIII, 3-5), il
quale ne attribuisce la fondazione ai Sidonii, dopo che la loro città era caduta nelle mani del re
di Ascalona: «S'imbarcarono e raggiunsero una località dove avrebbero fondato la città di Tiro,
un anno prima della caduta di Troia» .
Secondo Cicerone, che scriveva nel primo secolo a.C., e Nonno, autore del quinto secolo
dell'era cristiana, il culto di una dea identificabile con Astarte veniva praticato a Tiro fin dagli
albori della storia di questa città .
Non lontano dagli edifici civili e religiosi, la piazza pubblica doveva trovarsi accanto alla
zona riservata alle installazioni portuali, il cuore pulsante di tutte le città fenicie. Per quanto
concerne il mercato e i magazzini, la documentazione attualmente disponibile non rivela alcun
indizio archeologico preciso; qualsiasi ipotesi relativa alla loro localizzazione e al loro profilo
rischia di rivelarsi debole, ovvero decisamente fantasiosa .
Sarebbe lecito immaginare che i "suk" fossero riservati a certe corporazioni di mestiere
come i fonditori, i gioiellieri, gli ebanisti, i carpentieri, eccetera.? Altri artigiani e piccoli
commercianti probabilmente avevano le loro bottegucce nelle vie non lontane dalle banchine.
Per le abitazioni, in mancanza di documenti concreti, si può ricorrere, ma con tutte le
precauzioni indispensabili, al testo di Strabone ("Geografia", XVII, 2-23) che ci introduce in
una città dell'epoca di Augusto, senza dubbio simile a quelle dei secoli precedenti: «Infatti Tiro
è tutta su un'isola, organizzata in modo simile ad Arado. E' attaccata alla terra con un argine che
è stato costruito da Alessandro durante l'assedio. Tiro ha due porti, l'uno chiuso e l'altro aperto,
che chiamano l'egiziano. Si dice che le sue case hanno diversi piani e che sono più alte di quelle
di Roma; ecco perché i terremoti che vi sono stati per poco non hanno distrutto completamente
la città. Tiro ebbe inoltre la disgrazia di essere assediata e conquistata da Alessandro; ma fu più
forte delle sue disgrazie e si riprese grazie alla navigazione (nella quale, secondo l'opinione
comune, i Fenici sono da sempre superiori a tutti) e grazie alle sue porpore. Da molti, infatti, la
porpora di Tiro è considerata la migliore. La pesca delle conchiglie si svolge nelle vicinanze, e
tutte le cose necessarie alla tintura sono facili da ottenere. [...] Della sua potenza per quanto
riguarda le spedizioni navali testimoniano il numero e la grandezza delle città sue colonie [...]
Tiro non dista da Sidne più di 200 stadi. Tra loro c'è una piccola città chiamata Ornithopolis. E
dopo Tiro, a circa 30 stadi, c'è Paleoty» .
La tradizione di costruire edifici che si elevavano in altezza risalirebbe all'epoca in cui Tiro
aveva l'impressione di essere un po' schiacciata sulla sua roccia. Nelle "Lettere di El-Amarna"
la città se ne lamentava e faceva presente la difficoltà di trovare un terreno per garantire ai
defunti il meritato riposo. Nella Lettera 149 Abi-Milku scriveva: «E non abbiamo più posto
dove mettere i nostri morti» .
Nel primo millennio, tuttavia, la situazione era differente. Tiro era già assunta al rango di
metropoli incontrastata; poteva estendersi e trovare gli spazi necessari per la prosperità dei vivi,
per la tranquillità dei morti e per il culto agli dei. All'esterno della cinta muraria si estendevano
giardini e campi. Rientrando dalle campagne, la figlia di Aribante, un'autorità di Sidone, fu
rapita da pirati greci di Tafo, che la vendettero a un importante personaggio di Syros. Altre
informazioni frammentarie sulla città fenicia possono essere raccolte qua e là nella Bibbia e
negli scritti dell'Antichità classica greco-latina. Comunque, al di là del valore e dell'ampiezza di
tali informazioni, la documentazione letteraria deve essere considerata con molte precauzioni .
Ora, i reperti archeologici sono ancora scarsi, nonostante l'esplorazione di siti importanti
come Arado, Biblo, Sidone, Sarepta, Tiro, eccetera. I reperti riconoscibili sul terreno non
offrono materiale sufficiente per una ricostruzione del tessuto urbano, con tutta la complessità e
la continuità richieste. Le strutture riportate alla luce appartengono spesso a edifici di cui non è
possibile né immaginare le forme né riconoscere le funzioni, sebbene sia possibile stabilirne la
cronologia in base alla datazione del vasellame o delle monete; comunque, sovente si tratta di
periodi relativamente tardi .
In città prestigiose come Biblo e Sidone sono stati identificati santuari le cui vestigia,
benché assai modeste e in alcuni casi pressoché inesistenti, consentono di riconoscere il profilo
del tempio semitico. I reperti ritrovati a Sarepta si distinguono per abbondanza e ricchezza:
vasellame, oggetti d'oro e d'avorio, metalli, epigrafi, statuine di terracotta e numerosi altri
oggetti, sia di uso domestico sia di carattere sacro .
Fra le strutture dei vari edifici è stato identificato un tempio consacrato alle dee Tanit e
Astarte. I resti di forni e conchiglie rivelano la presenza di un settore cittadino occupato dagli
artigiani .
Assieme ad altri reperti, il complesso di queste vestigia riportate alla luce offre un valido
aiuto per la ricostruzione della città di Sarepta, i cui scavi sono stati effettuati da una équipe
libanese americana sotto la direzione di James B. Pritchard, al quale dobbiamo un'opera
intitolata "Recovering Sarepta, a Phoenician City", pubblicata dall'Università di Princeton nel
1978 .
Sul doppio portale di Balawat, l'antica Imgur-Bel, compaiono alcune immagini che
potrebbero servire per una ricostruzione ideale della città di Tiro. Raffigurano la città ben
sistemata su una roccia in mezzo al mare. Si era ai tempi del regno di Salmanassar Terzo (859-
824 a.C.); per ottenere ciò, l'artista sarebbe ricorso alla metonimia: con i suoi bastioni forniti di
merlature e le porte dalle sommità curvilinee, le mura suggeriscono la città, che tuttavia si
sottrae allo sguardo .
Ai tempi di Sennacherib (861-703 a.C.) Tiro fu oggetto di un'altra raffigurazione in cui sono
riconoscibili le mura merlettate e le abitazioni a più piani con porte fiancheggiate da colonnine.
Si tratta di caratteristiche che ricordano il testo di Strabone appena citato .
Infine, vale la pena menzionare un altro bassorilievo attribuito al medesimo regno: racconta
la conquista di una città fenicia che rimane anonima; sono ben riconoscibili le mura e le case a
più piani. Alcuni edifici sono provvisti di finestre, ben visibili al primo piano: si possono
distinguere belaustre dalle colonnine a forma di palma i cui omologhi sono incisi alcuni pezzi in
avorio fenici. E' il caso di segnalare che alcune colonne di questo tipo sono state ritrovate a
Ramat Rahel, località che ai nostri giorni si trova in Israele. Al dossier archeologico della città
fenicia si può aggiungere una moneta di Sidone che risale al quarto secolo a.C. Reca l'immagine
di una città di cui si possono distinguere le mura: sono riconoscibili i merletti e le feritoie .
Gli scavi archeologici intrapresi nel centro della città di Beirut sembrano assai promettenti
per la conoscenza della città fenicia dei tempi delle quinta satrapia achemide (515-333 a.C.) I
reperti riportati alla luce lasciano intravedere una concezione urbanistica con installazioni
portuali e un quartiere residenziale e artigianale .
Oltre alle informazioni relative ai materiali impiegati, alle tecniche architettoniche, alle
strutture e alle soluzioni idrauliche, vi è una considerevole massa di reperti di cui si attendono
un'analisi tipologica, una classificazione cronologica e la pubblicazione. Il dossier sulla Beirut
fenicia ne uscirà alquanto arricchito .
Secondo Strabone ("Geografia", XVI, 2, 13), Arado utilizzava una sorgente le cui acque
sgorgavano direttamente nel mare: «Essi (gli abitanti di Arado) applicavano sull'orifizio una
campana di piombo da cui partiva un tubo di cuoio attraverso il quale si raccoglieva l'acqua
dolce, risorsa preziosa in tempo di guerra, quando il nemico occupava la costa di fronte
all'isola» .
Le sorgenti di Ras el-Ain servivano per il rifornimento degli abitanti di Tiro. Tuttavia, dal
momento che si trovavano fuori della cinta muraria, in tempo di guerra rischiavano di cadere
nelle mani delle armate nemiche. Come impedire che gli avversari, in caso d'assedio, non
condannassero la città alla sete? Come far sì che la sorgente non finisse sotto il controllo dei
nemici? Parlando delle città cananee che dovevano affrontare il problema dei rifornimenti idrici
in caso d'assedio, A. G. Barrois ("Manuel d'archéologie biblique", vol. 1, 19, pag. 218) scrive:
«Molte città cananee hanno risolto l'antinomia del duplice problema dell'acqua e della sicurezza
con una soluzione ardita: invece di scavare pozzi verticali alla ricerca di una falda improbabile,
realizzavano delle gallerie inclinate che consentivano di raggiungere falde acquifere scoperte in
precedenza all'interno della cinta muraria, al coperto, mentre una barriera in muratura poteva
renderle invisibili dall'esterno in caso di necessità)». Alle strutture riservate ai vivi e alle loro
divinità occorre aggiungere le necropoli, la cui localizzazione è sempre al centro di
controversie.
Fin dall'Età del Bronzo Tiro non sapeva dove alloggiare i propri defunti. Nonostante
manchino sufficienti testimonianze, la storiografia contemporanea accoglie l'ipotesi che le
necropoli si trovassero al di fuori del perimetro murario. Per sostenere questa ipotesi si invoca il
caso di Sidone, i cui spazi funerari sono stati individuati ad Ain el-Halwé, a sudovest di
Mogheret Abloun e di Aya .
E' il caso però di ricordare che nella città di Ugarit le tombe erano all'interno delle
abitazioni, mentre a Cartagine occupavano dei settori ricavati nello spazio urbano .
Forse è il caso di ricordare che il dossier sulle necropoli fenicie è abbastanza ricco. Sono
state condotte esplorazioni di tombe a Biblo, Khaldé, nei dintorni di Beirut, Akziv in Palestina,
Kition, Amatunte e Salamina a Cipro. Per quanto concerne il Mediterraneo occidentale, sono
state individuate delle necropoli - dove sono stati condotti scavi - nell'Africa del Nord, in
particolare a Cartagine e a Utica; ma vi sono anche quelle di Mozia in Sicilia, di Toscanos e
Almurñécar in Spagna, senza dimenticare gli spazi sepolcrali di Puig des Molins a Ibiza,
eccetera. Si tratta dunque di una documentazione preziosa e abbondante, che si presta ad analisi
morfologiche, tipologiche ed escatologiche che forniranno apporti considerevoli per la
conoscenza del mondo fenicio. Per quanto concerne la morfologia, le tombe a pozzo, senza
dimenticare le semplici fosse, costituiscono il tipo prevalente a Tiro e Sidone .
La stessa forma si ritrova ad Akziv; in questa località della Palestina, tuttavia, è stata
rilevata la presenza della tomba a cassone, fatta con assi ben tagliate e disposte in modo tale da
ricavare una cavità adatta ad accogliere il defunto e le sue suppellettili funerarie .
Per quanto concerne le tombe monumentali vere e proprie, bisogna recarsi ad Amrit, in
Siria, per vederle. Sono conosciute con il nome di «"méghazil"», termine di origine araba che
designa il fuso, e la scelta di questo nome è stata indubbiamente determinata dalla
sovrastruttura fusiforme del monumento. Occorre ricordare, tuttavia, che nell'antica città di
Ugarit, durante l'Età del Bronzo, si scavavano e si allestivano cavità provviste di una scala
d'accesso e di un "dromos" che conduceva alla stanza sepolcrale; di questo tipo di tomba sono
state trovate varianti in Tunisia, soprattutto nelle regioni di Capo Bon e del Sahel, l'antica
Byzacena .
Le modalità della sepoltura, le suppellettili e le pratiche funerarie potrebbero essere oggetto
di appassionanti monografie. Quali erano le modalità della sepoltura? L'inumazione o
l'incinerazione? Oppure? E perché? In quale epoca? E quali erano le suppellettili funerarie?
Quali i gesti? E il loro significato? Si tratta di domande cui non è possibile fornire risposte
chiare e convincenti prima che siano state condotte indagini sistematiche sulla base di dossier
allestiti in modo corretto. L'universo dei defunti getta luce, indubbiamente, sul mondo dei vivi;
la tomba, però, nello stesso tempo, invita a porre il problema dell'aldilà .
Alcune formule ritrovate a Ugarit, insieme ad alcuni documenti epigrafici e iconografici del
mondo cartaginese, autorizzerebbero a riconoscere l'esistenza di credenze escatologiche presso i
Fenici. I testi di Ugarit menzionano la città di Rephaim; su una parete di una tomba punica a
Capo Bon si intravede l'immagine di una città dipinta in un color ocra tendente al rosso; vi
abbiamo riconosciuto la «città delle anime». In alcune iscrizioni puniche il termine «"ruah"»
designerebbe il soffio vitale. La lingua araba utilizza la stessa parola per significare «spirito».
Sono tutti elementi che testimonierebbero a favore dell'esistenza di una escatologia fenicia .

La città-stato .
Per la gestione degli affari politici, economici e sociali la città fenicia si dota di
un'organizzazione politica le cui radici devono essere ricercate negli strati profondi dell'Età del
Bronzo. La città disponeva di un territorio che si apriva sul mare e godeva di un'autonomia
relativa, senza escludere una certa propensione all'egemonia .
Sotto il regno di Hiram Tiro era potente e si imponeva su altre città fenicie. Per rendere
conto del fenomeno della città-stato sono state sottolineate la configurazione geografica, la
frammentazione del paese, l'assenza di vie di comunicazione, la scarsità di zone pianeggianti,
l'incombenza delle montagne, eccetera. Questo approccio, tuttavia, rischia d'indurre in errore; il
ricercatore, infatti, in tal caso, è in grado di cogliere solo qualche aspetto della realtà storica. Lo
storico dovrebbe riconoscere senza esitazione i propri limiti. Vi sono comunque alcuni fatti
incontestabili: nelle terre della Fenicia le piccole entità politiche e socio-economiche si
moltiplicavano, talvolta con interessi egoistici e particolarismi irriducibili. La città passava
talvolta da un atteggiamento aggressivo a un altro più conciliante; ma senza mai indietreggiare
di fronte a un ostacolo per rimanere se stessa, fenicia, con tutte le sue particolarità. Ambiziosa,
non avrebbe esitato ad approfittare di qualsiasi circostanza suscettibile di farla prevalere sulle
altre .
Dopo aver dominato la scena politica per un periodo che i dati storici in nostro possesso non
ci consentono di stimare, Sidone fu rimpiazzata da Tiro, quasi certamente agli inizi del primo
millennio. Nel momento dell'ascesa al trono di Hiram, l'era di Sidone era già conclusa .

Una monarchia teocratica .


Nella città fenicia, che si reggeva su un sistema monarchico, il re dirigeva gli affari della
comunità in virtù dei poteri che gli derivavano, a titolo ereditario, dalla divinità che proteggeva
la città. L'assegnazione del diritto al trono avveniva secondo regole che variavano da una città
all'altra. Prima di morire, Mattan, re di Tiro, designò due coeredi: la figlia Elissa e il figlio
Pigmalione. Gli anziani però erano di un altro avviso, e Pigmalione divenne l'unico erede a
spese della sorella. Se ne può dedurre l'esistenza di forze in grado di esercitare pressioni e di
opporsi alla volontà dei sovrani, in particolare per quanto riguarda la scelta dei successori?
Eppure, dal racconto relativo all'ascesa di Pigmalione al potere si può evincere che le donne
avevano ampia facoltà di governare; a Tiro il popolo avrebbe deciso altrimenti .
Più credibile la testimonianza di un'epigrafe che conferma la storicità delle dinastie fenicie e
riconosce alle donne il diritto di regnare come sovrane. Verso il 1880 il re di Biblo fece incidere
questo testo commemorativo (KAI, 7): «Muro che ha costruito Shipitbaal re di Biblo, figlio di
Elibaal re di Biblo, figlio di Yehimilk re di Biblo, per Baalat di Biblo sua signora. Prolunghi
Baalat di Biblo i giorni di Shiptibaal e i suoi anni su Biblo». Ecco un testo la cui attendibilità
non lascia sussistere un'ombra di dubbio per quanto concerne la storicità della dinastia di Biblo
e il principio ereditario che presiedeva alla successione al trono. Essendo stato con ogni
probabilità il fondatore della dinastia, Yehimilk non stimava necessario menzionare il proprio
patronimico; in un'epigrafe (KAI, 4) che commemora il restauro dei templi egli fece scrivere:
«Costruzione che ha edificato Yehimilk, re di Biblo. [E'] lui [che] ha rinnovato tutto quanto di
queste costruzioni [era in] rovina .
Prolunghino Baal Shamim, Baalat di Biblo e l'assemblea dei santi dei di Biblo, i giorni di
Yehimilk e i suoi anni su Biblo, perché egli è un re retto e giusto davanti agli dei santi di
Biblo».
L'assenza del patronimico di Yehimilk in una dedica regale non doveva essere del tutto
innocente. Ci troviamo forse dinanzi a un re assurto al trono con gli intrighi e la violenza?
L'ipotesi non è affatto azzardata. Secondo Giuseppe Flavio, la successione al trono nelle città
fenicie non avveniva sempre conformemente alle leggi e alle consuetudini pacifiche: si
ricorreva di frequente alla violenza .
Abdastratos, re di Tiro, venne assassinato dal figlio della sua balia .
Il trono cadde allora nelle mani di uno dei congiurati, Methusastratos, che regnò dal 909
all'898 a.C. Phelles, che aveva tolto di mezzo il fratello ricorrendo all'assassinio, poté regnare
soltanto otto mesi: Ittobaal, uno dei sacerdoti di Astarte, s'impadronì del trono e instaurò con
mezzi violenti una dinastia che rimase al potere a lungo. A questa stessa dinastia appartenne
Mutto, o piuttosto Mattan, padre di Elissa e Pigmalione. Vale la pena ricordare che, secondo il
mito della fondazione di Cartagine, il re di Tiro fece assassinare lo zio, il sacerdote del tempio
di Melqart .
A quanto pare, i rapporti fra il trono e l'altare non furono del tutto pacifici. A Tiro, per
esempio, il sacerdote di Astarte fomentò un complotto contro Phelles e s'impadronì del trono.
Designando come coeredi al trono il figlio e la figlia, Mutto intendeva senz'altro evitare la
tempesta di cui presentiva l'imminenza: lo sposo di Elissa era il sacerdote di Melqart .
A dispetto delle rivalità esistenti fra il tempio e il palazzo, e malgrado le violenze, le
rivoluzioni e i regicidi, i sovrani - fossero essi legittimi o usurpatori - si preoccuparono sempre
di occupare il trono su basi ideologiche, invocando i legami che li avrebbero uniti agli dei,
presentando se stessi come i vicari di questi dei, per far credere che qualsiasi ribellione o
congiura avrebbe suscitato inesorabilmente la collera divina. Il carattere "teocratico" della
monarchia fenicia si rivelava tanto nei discorsi quanto nei fatti .
Secondo il protocollo, il sovrano doveva cancellarsi dinanzi agli dei, fonte di qualsiasi
decisione e di ogni politica. «Che Baal di Biblo prolunghi i giorni di Shiptibaal e gli anni del
suo regno su Biblo.» Nella redazione di questa preghiera è sottinteso che il trono è nelle mani
della dea chiamata «Baalat di Biblo», vale a dire la Signora o la sovrana di Biblo, e che la scelta
del re, suo vicario, avviene a sua discrezione. Egli regna perché lei vuole che regni .
Nonostante le lacune, la documentazione disponibile ci fa intravedere il sovrano mentre
svolge le funzioni di un sacerdote. Pur vegliando sulla corretta gestione delle questioni
politiche, economiche e giudiziarie, infatti, egli non era comunque estraneo alle problematiche
religiose. Le epigrafi e gli Annali cittadini registrano i frutti delle sue attività in campo edilizio.
Uno dei re di Tiro volle che fosse eretta una colonna d'oro presso il tempio di Baal Shamim, il
signore dei cieli. Inoltre gli va ascritto il merito di aver intrapreso altre opere, in particolare il
rinnovamento delle porte cittadine e la costruzione di un ponte che collegava il tempio di
Melqart con la grande isola .
Oltre alle prerogative in campo politico e religioso, nelle città fenicie il re partecipava alle
imprese commerciali, sia in virtù di accordi simili a quello che aveva legato il re di Tiro Hiram
ai re d'Israele, sia con interventi destinati a garantire il suo successo in operazioni di carattere
privato .
Per la gestione degli affari di stato, comunque, il sovrano si faceva aiutare da un consiglio
regale di cui, a quanto pare, sceglieva egli stesso i membri. Questo consiglio aveva forse la
funzione di temperare l'assolutismo monarchico. Sono numerose le testimonianze che ne
attestano l'esistenza. Nelle lamentele sollevate contro Tiro si può leggere: «Gli Anziani di Gebal
e i loro uomini valenti stavano presso di te e riparavano le tue imbarcazioni» .
Vi sono anche altri testi che segnalano l'esistenza di questo Consiglio a Tiro e a Sidone,
dove gli Anziani, in certi casi, potevano agire contro la volontà del sovrano .
I grandi armatori non si lasciavano certo escludere dalla gestione delle faccende
comunitarie; si è tentati di credere che vi partecipassero attivamente, ma la documentazione
disponibile non consente di vedere con chiarezza. In ogni caso, l'individuo continuava a
formarsi nella città e qui faceva in modo che fosse riconosciuta la sua presenza. Ecco che cosa
c'è all'origine dell'espansione dei Fenici nel bacino del Mediterraneo .
LA PRESENZA NEL MEDITERRANEO

Intorno al 1100 a.C. la tempesta che si era abbattuta sui ricchi paesi mediorientali si era
ormai placata; le acque del Diluvio avevano avuto il tempo di calare e di essere riassorbite.
Nonostante fossero state colpite gravemente, le antiche città cananee riacquistarono la pace e
una relativa sicurezza, nel contesto di un mondo in trasformazione che assisteva al sorgere di un
nuovo scenario geo-politico: nuovi stati, infatti, nascevano a spese degli autoctoni; gli Ebrei
conquistarono vastissimi territori dove Davide e Salomone riuscirono a fondare un regno solido
e prestigioso. I Filistei, che avevano partecipato alle razzie, misero gli occhi su importanti
agglomerati come Elat, Gaza e Ascalona. Era cambiato tutto, dunque, nelle antiche terre di
Canaan, dove ben prima dell'Età del Ferro vivevano dei Semiti sedentari divisi in piccoli regni,
gelosi della propria indipendenza e delle proprie specificità, ambiziosi e spesso in competizione
fra loro .
Sulle coste la "città-regno" dovette adattarsi a questi cambiamenti aprendosi agli apporti che
provenivano da diversi vettori. Si tratta del fenomeno della «fenicità», che connota le
trasformazioni senza escludere la continuità dell'eredità. Tuttavia i Fenici, che si sentivano
troppo schiacciati fra il mare e le montagne, si preoccupavano di riuscire ad ampliare i loro
territori .
In quel momento i Micenei, che avevano detenuto fino allora l'egemonia sui mari, si
trovavano in difficoltà; finalmente il Mediterraneo era a disposizione. Per succedere ai Micenei
i Fenici potevano contare sulle vecchie tradizioni cananee e sulla propensione ad approfittare
degli apporti tecnici conseguenti all'invasione dei Popoli del Mare. Senza voler attribuire loro il
merito di essere gli inventori di tutte le nuove tecniche, bisogna riconoscere ai Fenici quello di
averle padroneggiate e di averne saputo approfittare per rinnovare le infrastrutture e
modernizzare i dispositivi economici, fra cui bisogna menzionare gli impianti portuali e
l'allestimento di arsenali .

La marina fenicia .
Ormai i Fenici disponevano di una marina molto efficiente per quanto riguarda la
circolazione delle persone, dei beni e delle culture. Un dossier sulla marina fenicia è stato
sapientemente raccolto da diversi studiosi, a cominciare da J. G. Février, i cui lavori sono
tuttora utilissimi, benché risalgano alla metà del nostro secolo. E' il caso di citare anche Lucien
Bach, che ha pubblicato nel 1987 ad Atene, per conto dell'Istituto greco per la preservazione
della tradizione nautica, "Le musée imaginaire de la Marine antique", un'opera in cui convivono
erudizione e chiarezza espositiva. Si tratta di un punto di riferimento ineludibile, dal momento
che il libro è una vera e propria banca dati la cui lettura e interpretazione riflettono il sapere e la
competenza dell'autore, che ha saputo rendere accessibili queste conoscenze .
Ecco la descrizione di una nave fenicia così come appare nell'Antico Testamento (Ez., 27, 3-
9) «[...] Tiro, tu dicevi: Io sono una nave di perfetta bellezza .
In mezzo al mare è il tuo dominio .
I tuoi costruttori ti hanno reso bellissima: con cipressi del Senir hanno costruito tutte le tue
fiancate, hanno preso il cedro del Libano per farti l'albero maestro; i tuoi remi li hanno fatti con
le querce di Basan; il ponte te lo hanno fatto d'avorio, intarsiato nel bossolo delle isole di
Chittim .
Di lino ricamato d'Egitto era la tua vela che ti servisse d'insegna; di giacinto e scarlatto delle
isole di Elisa era il tuo padiglione .
Gli abitanti di Sidone e d'Arvad erano i tuoi rematori, gli esperti di Semer erano in te, come
tuoi piloti .
Gli anziani di Biblos e i suoi esperti erano in te per riparare le tue falle» .
In ogni caso, la marina fenicia riuscì a imporsi soprattutto in virtù della competenza dei suoi
carpentieri, che erano capaci di ottenere scafi solidi e che avrebbero garantito una buona tenuta.
Oltre alla chiglia, all'ossatura e ai chiodi, anche l'impiego del bitume per il calafataggio si era
già diffuso nei cantieri navali. Del resto i marinai fenici, valendosi delle esperienze accumulate
e arricchite senza sosta, erano in grado di orientarsi e di individuare rotte che consentissero loro
di evitare sia gli ostacoli naturali sia quelli creati dall'uomo: scogliere, correnti rapide e difficili
da padroneggiare, pirati. A quanto pare, inoltre, essi furono in grado ben presto di leggere il
cielo. Igino (64 a.C.-17 d.C.), schiavo affrancato ai tempi di Augusto, attribuisce loro il merito
di aver saputo decodificare il messaggio dell'Orsa Minore, che aiuta a trovare il nord
("Astronomica" 11, 32). A quanto pare, non fu Igino l'autore del manuale di astronomia in cui si
parla dei Fenici e dell'Orsa Minore, ma poco importa. In compenso i Greci, come per
riconoscere ai Fenici il merito di aver facilitato la navigazione notturna, battezzarono questa
stella del nord «Phoeniké». Il poeta Manilio (primo secolo d.C.) vi allude nella sua
"Astronomica" (1, 297-300): «L'Orsa Minore compie un giro stretto; è meno grande e meno
brillante ma più importante dell'Orsa Maggiore, secondo i marinai fenici; per i Cartaginesi è la
guida più sicura, quando in mare cercano una riva» .
Agli occhi degli Antichi il marinaio fenicio era abile, ambizioso e coraggioso. Sapeva
sopportare la lontananza da casa e accettare i rischi; amava i viaggi e non indietreggiava di
fronte all'ignoto .
L'amore per l'avventura gli era sceso fin nelle ossa. Ben attrezzati com'erano, i Fenici erano
in grado d'intraprendere lunghissimi viaggi un po' dappertutto nel bacino del Mediterraneo.
Cipro era la porta più vicina. Sulla loro presenza in quest'isola disponiamo di una ricca
documentazione storiografica, epigrafica e archeologica .

I Fenici a Cipro .
Nei testi assiri Cipro porta il nome di Yadana e sovente viene messa in relazione con i
Fenici, sia che si parli di Tiro o di Sidone. Una iscrizione del re Sennacherib (705-681 a.C.)
parla di Luli, re di Sidone, il quale, nel 701 a.C., imbarcandosi a Tiro, impartì l'ordine di salpare
alla volta di «Yadana che si trova in mezzo al mare» .
In seguito Asarhaddon (681-668 a.C.) menziona i dieci regni di Cipro che gli rimettevano
tributi; fra questi figurava Qartihadasht, nome la cui interpretazione non può dar luogo alla
minima contestazione .
Questa nuova città nell'isola di Cipro corrispondeva alla fondazione da parte dei Fenici,
verso la fine del nono secolo a.C., di un insediamento nella località di Kition, già occupata in
precedenza da ciprioti. In altri termini la fondazione fenicia, che prese il nome di Qartihadasht,
si aggiunse all'insediamento autoctono senza eliminare le strutture locali .
A partire dalla fine del nono secolo a.C., dunque, nella medesima località si ebbero due
presenze differenti e due toponimi di diversa origine. Per nominare la città la si chiamava
Kition o Qartihadasht, a seconda che si trattasse del settore autoctono o di quello fenicio .
Era una città con due volti, nella quale l'osmosi etno-culturale era un fatto del tutto normale.
Gli scavi archeologici hanno confermato questi dati storiografici con tutto il peso della loro
attendibilità. Ormai sono state portate alla luce alcune strutture, e per convincersene basterà
citare i lavori di scavo effettuati dalla spedizione svedese diretta da E. Gjerstad, oltre all'opera
di altri archeologi, in particolare Vassos Karageorghis, già direttore generale del Museo
dell'Antichità a Cipro .
A Kition sono stati identificati i resti di un grande tempio che risalirebbe alle origini di
Qartihadasht. Bisogna ricordare inoltre le ricerche condotte a Bambula da una spedizione
francese guidata da Marguerite Yon, la quale, in "Studia Phoenicia" (vol. 5, Leuven, 1987, pag.
369), scrive: «Si noterà, del resto, che la presenza di questi due luoghi sacri, attestata a partire
dal nono secolo, concorda con quanto si sa da altre fonti circa le fondazioni dei Fenici, che
erano sempre accompagnate dall'erezione di un tempio il cui ruolo, oltre allo svolgimento degli
affari commerciali, era insieme quello di stimolo economico e di luogo di rifugio. Il caso ha
voluto che non si sia ancora presentata l'opportunità di effettuare scavi intensivi nell'habitat di
quel periodo, ma vi sono tracce sicure; e l'importanza dei quartieri sacri, che sono protetti dai
contrafforti della città e collegati con il settore urbano, testimonia della supremazia di Kition su
tutta la regione circostante, e della sua funzione di capitale, vicina al porto che assicurava gli
scambi con il mondo esterno» .
Per non lasciare spazio a dubbi o a contestazioni per quanto concerne il carattere fenicio di
queste strutture, si può esaminare un'iscrizione fenicia incisa su una ciotola che è possibile
datare intorno all'anno 800 a.C .
E' stata trovata mentre si scavava nel cortile di un grande tempio: si tratta di una bella
dedica alla dea fenicia Astarte, pubblicata nel 1972 dal compianto André Dupont-Sommer nelle
"Mémoires" dell'Académie des Inscriptions et Belles Lettres. Le cinque righe di questo testo
sono state oggetto di un lungo commento da parte di Maria Giulia Guzzo Amadasi e di Vassos
Karageorghis in una pubblicazione che s'intitola "Gli scavi di Kition", la cui terza parte è
consacrata alle iscrizioni fenicie. L'opera è stata pubblicata a Nicosia nel 1977 .
Dopo che per lungo tempo la loro navigazione era stata costiera, i Fenici ormai osavano
spingersi al largo. A bordo delle loro imbarcazioni attraversarono il Mar Rosso e raggiunsero
contrade lontane come la Somalia, l'Etiopia e l'India, paesi delle spezie e degli aromi. I rapporti
con l'Egitto potevano vantare un passato ben anteriore alla fenicità. Biblo, Tiro, Sidone e altre
città erano ben presenti nelle preoccupazioni delle antiche dinastie egiziane. Queste città,
infatti, nel quattordicesimo secolo a.C., scrivevano già ai signori di Akhetaton. Dopo l'invasione
dei Popoli del Mare, il tono di queste lettere non assomigliava più a quello delle "Lettere di El
Amarna": si osava prendersela con Wenamun, l'ambasciatore del faraone .
In ogni caso, qualunque fosse il rapporto di forze, i Fenici continuarono ad avere a che fare
con l'Egitto. A Menfi era loro riservato un intero quartiere. Non si può ignorare la testimonianza
di Erodoto ("Storia", 2, 112): «C'è ora a Menfi un recinto a lui sacro, assai bello e bene ornato,
situato a sud del tempio di Efesto. Attorno a questo sacro recinto abitano i Fenici di Tiro, e tutta
questa località nel suo complesso è chiamata 'campo dei Tirii'» .
Il faraone Necao (609-594 a.C.) si rivolse a dei marinai fenici per realizzare l'esplorazione
delle coste africane, riconoscendo loro coraggio e competenza. I Fenici furono influenzati
profondamente dalla civiltà egiziana. Se ne può cogliere l'impatto nella loro cultura materiale e
nella loro vita spirituale: architettura, arti minori, religione, eccetera .
Questi grandi viaggiatori frequentavano il famoso paese di Ofir, di cui si teneva in gran
conto l'oro. Per imprese del genere, indubbiamente assai costose e irte di pericoli, essi si
associavano agli Ebrei ("I Re", 9, 26-28): «Salomone costruì anche una flotta in Ezion-Gheber,
cioè in Elat, sulla riva del Mare Rosso nella regione di Edom. Chiram inviò sulle navi i suoi
servi, marinai che conoscevano il mare, insieme con i servi di Salomone. Andarono in Ofir,
dove presero quattrocento talenti di oro e li portarono al re Salomone» .

I Fenici nel paese dei Greci .


Per il mondo greco, la testimonianza di Erodoto ha un carattere storico, pur non
disdegnando il balsamo dell'immaginario e dell'esotismo. Abbiamo già ascoltato il racconto
dell'aedo a proposito dell'imbarcazione fenicia che venne a gettare le ancore nel porto di Syros,
una delle isole Cicladi visitata da mostri ed eroi. I marinai sbarcavano per sparpagliarsi fin
nell'ultimo angolo dell'isola, in cerca di clienti, certo, ma anche di sorprese e d'amore .
Alla luce dell'"Odissea", ci possiamo raffigurare la vita errante di questi navigatori, che
accettavano di vivere a bordo, lontani dalla patria per mesi, a volte per anni. Durante queste
lunghe assenze, alcuni talvolta riuscivano ad arricchirsi, mentre altri rischiavano di perdere
tutto, persino la pelle. L'attesa, per le famiglie, talvolta poteva essere più lunga e dura della vita
stessa. Per vendere le proprie mercanzie e comprarne altre, il marinaio fenicio preferiva evitare
qualsiasi intermediario e prendere contatto personalmente con l'acquirente o il fornitore
andandoli a cercare al porto, sulla piazza pubblica oppure nelle abitazioni e nelle dimore. Non
esitava nemmeno a bussare di porta in porta. In caso di necessità, chiedeva l'elemosina per
placare la fame e la sete. Se le circostanze gli sembravano favorevoli, non si faceva scrupolo di
impadronirsi di beni che non fossero ben sorvegliati .
Seguendo 1' "Odissea" e grazie alla voce inebriante di Omero, il lettore di ogni tempo può
vedere e udire il marinaio fenicio travestito da mercante ambulante, mentre s'ingegna di vantare
le proprie cianfrusaglie per strappare il consenso della sua bella e ricca clientela. E dato che
sapeva sbrigarsela con la lingua greca, riusciva a stupire, a sedurre e a convincere. Senza voler
insistere ulteriormente sui trucchi che questi marinai, provenienti da contrade lontane e
prestigiose, potevano portare con sé nelle loro sporte, bisogna prendere atto della loro
significativa presenza nell'universo greco. Altre testimonianze letterarie attestano i numerosi e
svariati legami che si sono intrecciati nel corso dei secoli fra Greci e Fenici. I materiali
disponibili per la ricerca storica appartengono a epoche differenti, a partire dalla guerra di Troia
fin oltre il periodo omerico. Sidone, agli occhi dei Greci, era il «grande mercato del Bronzo».
Occorre domandarsi se il toponimo non derivi dal vocabolo che i Fenici impiegavano per
nominare questo metallo, una lega di rame e stagno. Bisogna ricordare, tuttavia, che la bella di
Sidone fu rapita da alcuni marinai greci originari di Tafo mentre tornava dai campi. A
quell'epoca, tanto presso i Fenici come presso i Greci, il mare, la terra, il commercio, la
navigazione e la pirateria non si facevano scrupolo di convivere sotto lo stesso tetto .
Nelle stive delle loro imbarcazioni questi marinai accatastavano prodotti e una cultura il cui
valore non poteva sfuggire ai Greci. A proposito delle loro mercanzie, abbiamo già incontrato
quel giovane marinaio che offrì a una matrona di Syros una collana d'oro impreziosita da una
grossa pietra d'ambra. Avendola stupita, egli fece segno alla serva di seguirlo. Vi sono altre
attestazioni documentarie delle meraviglie dell'artigianato fenicio. Omero ("Iliade", 23, 740
745) sottolinea il valore di un vaso d'argento in occasione di un concorso sportivo: «Subito per
la corsa propose altri premi il Pelide: un cratere d'argento sbalzato, che sei misure teneva e per
bellezza vinceva ogni altro su tutta la terra e molto, perché l'avevano fatto con arte gli esperti
Sidoni; genti fenice l'avevan portato sul mare nebbioso, l'avevano esposto nei porti...» .
Inoltre, i Fenici avevano fama di essere tessitori abilissimi, in grado di padroneggiare tutto il
processo produttivo di quest'industria, dalla lavorazione della materia prima fino al ricamo,
passando attraverso la tessitura e la tintura; apprezzavano particolarmente i colori cangianti ed
eccellevano nella produzione della porpora. Ascoltiamo ancora Omero ("Iliade", 6, 288-289):
«Ecuba discese nel talamo odoroso, dov'erano i suoi pepli, opere tutte a ricami di donne
sidonie, che Alessandro simile a un dio portò da Sidone, vasto mar navigando, nel viaggio in
cui condusse Elena avi gloriosi. Uno ne scelse Ecuba e recò in dono ad Atena, quello che di
ricami era il più vago e il più grande, splendeva come una stella, e sotto a tutti era l'ultimo» .
Nel Quinto secolo a.C. Erodoto non poté fare a meno di parlare della presenza dei Fenici in
Grecia, attribuendo loro ("Storia", 6, 42) la scoperta di miniere a Taso: «Queste miniere fenicie
sono in una parte di Taso fra le località dette Eniri e Ciniri, di fronte a Samotracia» .
Oltre a questa documentazione storiografica e letteraria, occorre prendere in considerazione
le testimonianze archeologiche ed epigrafiche che meritano di diventare l'oggetto di ricerche
sistematiche. Per quanto concerne l'epigrafia, Maurice Sznycer ha pubblicato alcune iscrizioni
fenicie ritrovate in Grecia. La più recente è stata scoperta nell'isola di Cos: Si tratta di
un'iscrizione bilingue la cui parte fenicia è costituita da una dedica del re di Sidone in onore
della dea Astarte e a beneficio dei navigatori. Per quanto concerne l'archeologia, i depositi con i
reperti portati alla luce nei vari siti e i magazzini dei musei greci rigurgitano di oggetti di
origine fenicia. Questi materiali, mi diceva un giorno il professor Antonino Di Vita, attendono
che qualcuno se ne interessi per metterli a disposizione delle ricerche sulla presenza fenicia in
Grecia .
Fra le altre regioni poco conosciute all'epoca, i Fenici frequentavano la Libia, che era il
nome dell'Africa del Nord e qualche volta veniva impiegato anche per designare il continente
africano nel suo complesso. Anche in questo caso occorre riferirsi alla testimonianza offerta
dall'"Odissea" (14, 285-295): «Là sette anni rimasi, e molte ricchezze adunai fra gli Egizi: me
ne davano tutti. Ma quando l'ottavo anno arrivò, compiendo il suo giro, capitò un uomo fenicio,
esperto d'inganni, un ladrone che molti mali aveva fatto tra gli uomini. Costui mi portò via,
raggirandomi con le sue astuzie, fintanto che arrivammo in Fenicia, dov'erano le sue case e i
suoi beni. Là con lui stetti un anno completo, ma quando i mesi e i giorni passarono e
compiendosi un anno le stagioni tornarono, per la Libia mi feci imbarcare su nave marina...» .
Gli Antichi erano affascinati dalle prestazioni della marina fenicia .
Abbiamo già ricordato la cooperazione fra i regni di Tiro e di Israele. Hiram mise
l'esperienza della propria flotta al servizio dell'alleato e amico Salomone. A quell'epoca Tiro era
la regina dei mari .
Il testo di Ezechiele che abbiamo citato in precedenza assomiglia a un affresco in cui Tiro è
raffigurata in tutto lo splendore delle sue prerogative. Onnipotente, pensava di essere il cuore
pulsante dell'universo. Era un centro di gravità a livello mondiale. In altri versetti dell'Antico
Testamento Tiro appare come "distributrice di corone", una città nella quale i commercianti
vivevano da principi e i negozianti arraffavano tutti gli onori. Si tratta di un vero e proprio
omaggio reso al commercio. Tuttavia, dal momento che abbiamo a che fare con un testo
biblico, non possiamo limitarci a una prima lettura che si arresti alla lettera; bisognerà cercarvi
il simbolismo .

I Fenici nel paese degli Iberi .


Per raggiungere i paesi dove abbondavano metalli come l'oro, l'argento, lo stagno, eccetera.,
e per stabilire rapporti profittevoli e amichevoli con le genti che avrebbero acquistato le
mercanzie che stipavano le stive delle loro imbarcazioni, i Fenici prendevano il mare e si
affacciavano sulle coste del Mediterraneo occidentale. Qui erano ben accolti, questi mercanti
abili, volubili, che procuravano oggetti pratici ed esotici, dai colori seducenti e dagli aromi
insidiosi come liquori gelosamente custoditi. Alle loro mercanzie, inoltre, si aggiungevano altre
cose che colpivano il cuore e la mente: presso di loro si poteva trovare qualche rimedio efficace
per i piccoli problemi quotidiani, così come l'elemento fantastico per coloro che desideravano
trascendere l'ingombrante materialità .
La flotta fenicia, le cui chiglie non smettono di fendere il mare, potente, ricca, capricciosa e
senza scrupoli, è in grado di raggiungere l'Africa e la Spagna, non senza ormeggiare nei porti
generosamente offerti da grandi isole come Malta, la Sicilia, la Sardegna e le Baleari. Nel 1100
a.C. i Fenici scelsero di toccare terra all'estremità delle regioni occidentali e fondarono Gadeira,
toponimo che, in bocca ai Romani, si trasformò in Gades per diventare, ai nostri giorni, Cadice .
Nella lingua dei Fenici questo toponimo designa un luogo chiuso fortificato. Per
l'insediamento era necessario scegliere una località che rispondesse alle norme e alle esigenze
particolari della navigazione. Doveva essere ospitale, facile da difendere e adatta a favorire il
commercio con le popolazioni autoctone. La scelta cadde su un'isola situata presso l'estuario di
un corso d'acqua perenne, l'antica Baetis che gli arabi avrebbero battezzato in seguito Ued el
Kebir, poi alterata in Guadalquivir. Le acque calme e profonde di questo fiume, di 680
chilometri di lunghezza, si offrivano alle imbarcazioni desiderose di penetrare all'interno del
paese per conoscerne meglio gli abitanti, i loro costumi, le loro esigenze e le loro ricchezze, di
cui avrebbero potuto approfittare .
Gadeira fu dunque un porto e una testa di ponte. Le imbarcazioni e gli equipaggi qui
potevano riacquistare le forze dopo aver compiuto lunghe e pericolose traversate: riparazioni e
applicazioni di bitume per le navi, e un meritatissimo riposo per i marinai. Ai responsabili
spettava il compito di risolvere il problema delle derrate per quelli che dovevano riprendere il
mare, non appena avevano svuotato depositi e stive per riempirle di nuovo di tutto ciò che le
popolazioni autoctone potevano fornire. L'eco della fondazione di una città così lontana
attraversò i secoli per arrivare fino a Strabone, il quale la raccolse da un filosofo greco,
Posidonio di Apamea (139-49 a.C.). Ecco la tradizione inclusa nella "Geografia" di Strabone (3,
5, 5): «Sulla fondazione di Gadeira, ecco quel che raccontano i Gadeitani: un oracolo rivolto ai
Tirii ordinò loro di inviare delle colonie alle colonne d'Eracle. Gli uomini incaricati di
riconoscere il luogo raggiunsero dapprima lo stretto del Monte Calpé. Dopo qualche tempo fu
mandata un'altra spedizione che attraversò lo stretto [...] dove accostò su un'isola consacrata a
Eracle. Per la seconda volta, però, i presagi tratti dalle vittime non si mostrarono favorevoli ed
essi dovettero far ritorno. Alla terza spedizione, Gadeira venne fondata là dove il loro viaggio
terminò: il tempio fu edificato a oriente, la città a occidente» .
Diodoro Siculo (90-20 a.C.) riferisce un'altra tradizione ("Storia universale", 5, 20): «Dal
momento che le loro imprese si realizzarono pienamente secondo le loro aspettative, essi (i
Fenici) misero insieme ingenti ricchezze e intrapresero a navigare al di là delle Colonne
d'Ercole, nel mare che gli uomini chiamano Oceano. Subito essi fondarono in Europa, vicino al
passaggio delle Colonne, una città cui diedero il nome di Gadeira» .
Anche se alcuni contestano la cronologia di questa fondazione, ritenendo che sia collocata
troppo indietro nel tempo, essa non sembra affatto arbitraria, nonostante la documentazione
archeologica si arresti, a tutt'oggi, ai confini dell'ottavo secolo a.C. Siamo ancora lontani dalla
data che viene indicata tradizionalmente. Il dossier, tuttavia, si arricchisce in continuazione,
grazie agli scavi condotti dall'archeologo spagnolo Diego Ruiz Mata dell'Università di Cadice .
Le navi fenicie che osavano intraprendere traversate così lunghe probabilmente
corrispondono alle imbarcazioni che la Bibbia designa con il nome di «navi di Tarshish». Per
Omero, erano le «navi da largo». I commentatori si ingegnano a elaborare teorie al fine di
localizzare la Tarshish biblica. E' possibile identificarla con Tartesso? Questa proposta
seducente è stata al centro dell'attenzione della storiografia contemporanea ed è stata accolta
favorevolmente da studiosi come Sabatino Moscati e J. M. Blázquez. Entrambi riconoscono
Tarshish in Tartesso e situano questo paese nel sud della penisola iberica, in particolare fra le
terre che si estendono da una parte e dall'altra del Guadalquivir. Secondo Diodoro Siculo
("Storia universale", 5, 35), erano terre ricche di metalli: «Il paese (degli Iberi) ha le più
numerose e le più belle miniere d'argento che si conoscano. Gli indigeni ne ignorano l'uso. Ma i
Fenici, che sono esperti nel commercio, compravano questo argento con qualche piccolo
cambio di altre mercanzie. Di conseguenza, portando l'argento in Grecia, in Asia e presso tutti
gli altri popoli, i Fenici ottenevano grandi guadagni. Così, praticando questo commercio per
molto tempo, essi si arricchirono e fondarono numerose colonie: alcune in Sicilia e nelle isole
vicine, altre in Libia, in Sardegna e in Iberia» .
I Fenici dovevano fare di tutto per preservarsi l'appannaggio di questo Eldorado. I Greci, a
quanto pare, le tentarono tutte per seguirli. Erodoto riferisce una tradizione ("Storia", 4, 152)
che, malgrado qualche abbellimento, sembra ispirata a eventi storici .
«Ma poi una nave samia, di cui era comandante Coleo, in rotta verso l'Egitto fu spinta a
quest'isola di Platea. Ed essi, salpati dall'isola, si mettevano in mare, desiderando arrivare in
Egitto, pur essendone spinti lontano dal vento di levante. E poiché il vento non cessava di
soffiare, attraverso le colonne d'Eracle giunsero a Tartesso, sotto la guida d'un dio. Questo
emporio fino allora non era stato frequentato, sicché i Sami tornando indietro ritrassero dalle
mercanzie i più grandi guadagni fra tutti i Greci di cui abbiamo sicura conoscenza, dopo
Sostrato figlio di Laodamante, di Egina» .
Dopo aver fondato Gadeira, i Fenici sciamarono nella Spagna meridionale. Secondo
Strabone ("Geografia", 1, 32): «Giunsero al di là delle Colonne d'Eracle e fondarono delle città
in quei paraggi». Il geografo greco riconosce loro (3, 2, 14) il meglio dell'Iberia. Le città che
fondarono sono state sovente oggetto di accurate esplorazioni. A Carmona, a nordest di Siviglia,
sono state portate alla luce alcune tombe. Accanto ai defunti erano stati deposti oggetti in avorio
che, tanto per i motivi orientali quanto per le tecniche adottate per la realizzazione, ricordano i
loro omologhi delle collezioni orientali del nono secolo a.C. Uno di questi avori rappresenta
una scena di caccia: un guerriero attacca un leone. Al di là del simbolismo, la cui esegesi rischia
di suscitare controversie, vale la pena di sottolineare il valore documentario di elementi come il
costume del guerriero e la sua armatura: una tunica dalle maniche corte, trattenuta alla vita da
una cintura, la barba a punta, un elmetto, uno scudo rotondo e una lancia .
Anche altri siti sono stati esplorati, e sono state ritrovate tracce di una forte presenza fenicia;
effettuando scavi nella necropoli di Laurita del Cerro de San Cristóbal, ad Almufiécar, nella
provincia di Granada, M. Pellicer Catalan ha raccolto alcuni vasi in alabastro di fabbricazione
egiziana, muniti di un cartiglio con il nome di un faraone del periodo hyksos (1715-1580 a.C.):
Apophis Primo. Si tratta senza dubbio di un vecchio ricordo che, per vie misteriose, era finito
nella tomba di qualche fenicio, alquanto lontano dalla patria di origine; a meno che non si tratti
di autoctoni che avevano già subito l'influenza fenicia e che erano stati dotti dalle qualità
estetiche di queste urne .
Fra le scoperte archeologiche da mettere in rapporto con la presenza dei Fenici in Spagna,
ve n'è una per la quale occorre ringraziare l'archeologo Fréderic Molina Fajardo, dell'Università
di Granada, che ha esplorato le tombe di Puente de Noy; alcuni di questi sepolcri risalirebbero
al settimo secolo a.C. Inoltre, sempre per quanto riguarda la presenza fenicia nella penisola
iberica, occorre ricordare gli importanti lavori di Maria Eugenia Aubet. Di recente sono state
ritrovate tracce fenicie in Portogallo: il sito si trova sulla riva destra dell'estuario del fiume
Sado, una quarantina di chilometri a sud di Lisbona; il suo nome è Monte Abul. Le vestigia più
antiche identificate dagli archeologi risalgono a quanto pare al settimo secolo a.C. In una
comunicazione presentata all'Académie des Inscriptions et Belles Lettres (CRI, 1994, pp. 171-
188), Françoise, Carlos Tavares de Silva e Yasmine Makaroun hanno dichiarato: «Abul è un
sito fenicio del settimo secolo a.C., un sito di origine coloniale e non un insediamento indigeno
che sarebbe stato dedito ai commerci con i mercanti orientali, come tutti gli altri siti del litorale
portoghese .
Ormai sappiamo che i Fenici hanno avuto bisogno di un'installazione fissa per svolgere i
loro commerci sul litorale atlantico così come su quello mediterraneo. Sappiamo inoltre che
erano legati a Gades, come testimoniato dai reperti in ceramica. Nell'entroterra si spingevano
per cercare prodotti minerari, mentre portavano vino e olio nelle loro anfore, oltre che
ceramiche, come la ceramica grigia, che a quanto pare veniva prodotta per venire incontro ai
gusti delle popolazioni indigene» .

Gli archeologi della scuola tedesca a Madrid, H. Schubart e H. G .


Niemeyer, hanno eseguito la prospezione di alcuni siti e hanno condotto lavori di scavo
nell'area di Torre del Mar: Toscanos e Morro de Mezquitilla, il primo presso la foce del fiume
Vélez e l'altro presso quella del torrente Algarrobo, dove è avvenuta la scoperta dei superbi
sotterranei costruiti a Trayamar, che sono stati fatti risalire all'ottavo secolo a.C .
Insomma, essendo ben informati a proposito delle ricchezze delle regioni meridionali della
penisola iberica, i Fenici hanno potuto attraversare tutto il Mediterraneo per raggiungere il
famoso regno di Tarshish. Qui si sono installati, fondando delle colonie in grado di garantire le
migliori condizioni possibili per l'esercizio dei loro commerci .

I Fenici nel paese dei Libici, antenati dei Berberi .


A quanto pare fu Utica, nell'Africa del Nord, la prima fondazione stabilita dai Fenici.
Secondo Velleio Patercolo, storico dei tempi di Augusto, questa antica colonia risalirebbe alla
fine del secondo millennio a.C. La fondazione di Utica sarebbe posteriore di qualche anno a
quella di Gadeira. Ecco la testimonianza di questo scrittore latino ("Historiae Romanae", 1, 2,
3): «A quest'epoca la flotta tiria, che domina sul mare, fonda Gades all'estremità della Spagna e
al termine del nostro mondo. Anche Utica fu fondata dai Tirii poco tempo dopo» .
Secondo Plinio il Vecchio, a suo tempo (23-79 d.C.) era ancora possibile ammirare il tempio
che risaliva alle origini della città. A questo proposito egli dichiara ("Historia Naturalis", 16,
216): «E' degno di menzione anche il tempio di Apollo a Utica, dove tuttora le travi di cedro di
Numidia sono come quando vi furono collocate all'atto della fondazione di questa città, 1178
anni or sono» .
Plinio sapeva che la fondazione di Utica doveva essere attribuita ai marinai fenici, così
come quella di Gades e Lixus. Era l'opinione della maggioranza degli scrittori antichi; bisogna
comunque segnalare che, secondo il poeta Silio Italico, Utica era dei Sidonii; tuttavia questa
attribuzione etnica dev'essere intesa nella sua accezione biblica e omerica: essa infatti investe
una dimensione globale fenicia che oltrepassa i ristretti confini della città di Sidone. Vale forse
la pena di ricordare anche una tradizione inclusa in un trattato conosciuto con il titolo "Delle
meraviglie spiegate", che la storiografia contemporanea situa nel secondo secolo dell'era
cristiana. Secondo questo testo anonimo (Parag. 134): «Sembra che Ustica sia stata fondata dai
Fenici 287 anni prima di Cartagine, come sta scritto nelle Storie fenicie». Ecco finalmente un
testo che allude a delle fonti fenicie. Il suo autore riconosce di aver preso l'informazione
direttamente da opere fenicie consacrate alla storia dei Fenici. E' forse il caso di denunciare
l'atteggiamento negativo di coloro che non riconoscono ai Fenici alcuna preoccupazione di
carattere culturale e che mettono in dubbio che potessero fregiarsi di una storiografia degna di
questo nome. Ahimé, i pregiudizi contro i Fenici e le penne dei loro critici non sono ancora del
tutto fuori uso .
Il toponimo «Utica» continua ad attrarre gli studiosi e a suscitare controversie. Tutte le
etimologie proposte condividono il postulato di un'origine semitica; così, se ne è fatta di volta
in volta la colonia, la stazione, la tappa, la splendida, eccetera. In effetti, la presunta origine
semitica si basa su un'ipotesi piuttosto fragile, che non può invocare a sostegno alcun dato
certo. Sarebbe azzardato pretendere di poter ritrovare una radice semitica partendo da una
traslitterazione effettuata attraverso modelli e culture allogene .
Senza voler privilegiare una determinata soluzione del dilemma, lo storico dell'Africa del
Nord non dovrebbe trascurare l'ipotesi dell'eventualità di un'origine libica. Questa presenta il
vantaggio di potersi appoggiare sull'argomento della serie; infatti l'iniziale «U» di Utica si
ritrova in numerosi altri toponimi la cui origine libica è alquanto probabile: Usalis, Uthina,
Uchi, Uchres, Usappa, eccetera. Il toponimo «Utica» dovrebbe essere ascritto a questa serie di
nomi che iniziano con la lettera «U» che, in libico, potrebbe significare «figlio di». Utica si
presenterebbe in tal modo come un toponimo locale che sarebbe stato conservato dai fondatori
della colonia .
Ai Fenici l'Africa deve anche la fondazione di altre città, come Lixus in Marocco, di fronte a
Gadeira, sull'Oceano, non lontano dalle colonne di Melqart, l'attuale Gibilterra. Il toponimo di
questa vecchia città marocchina è inciso in caratteri neopunici su monete relativamente tarde.
Secondo la storiografia antica (Plinio il Vecchio, "Historia Naturalis", 19, 4), il tempio di
Melqart a Lixus è precedente al tempio fenicio di Gadeira; gli archeologi, tuttavia, finora hanno
toccato appena gli strati del settimo secolo a.C. (M .
Tarradel, "Lixus, Tétuan", 1958, p. 30), portando alla luce lampade a forme di conchiglia
con uno o due becchi, ceramiche attiche con figure in nero, ceramiche fenicie di colore rosso .
J. M. Blázquez, in "Tartessos y los origenes de la colonización fenicia en Occidente"
(Salamanca, 1975, pp. 25-2G), segnala l'esistenza di uno scarabeo proveniente da Lixus, che
egli data al decimo secolo a.C. Tuttavia, in mancanza di un contesto archeologico, una
cronologia che risale tanto indietro rimane da verificare. Secondo altri storici, come Gilbert e
Colette Picard, Lixus è una fondazione fenicia che, nel sesto secolo a.C., si sostituisce a
Mogador, dove scavi condotti dal 1956 al 1958 (A. Jodin, "Mogador, comptoir phénicien du
Maroc atlantique", Tangeri, 1966) hanno portato alla luce le tracce di una presenza fenicia
risalente al settimo secolo a.C. Si tratta di ceramiche di Cipro e della Fenicia, di anfore, di
treppiedi e di vasellame ordinario. Parecchi cocci recano segni dell'alfabeto fenicio. Nello
stesso sito sono stati raccolti frammenti di anfore ioniche e attiche. Secondo l'esegesi
contemporanea, i Fenici venivano a ormeggiare a Mogador, al fine di proporre le loro
mercanzie alle popolazioni primitive di quei paraggi. Qui praticavano il «commercio muto»,
così come è descritto da Erodoto ("Storia", 4, 196): «I Cartaginesi narrano anche questo, che c'è
una regione della Libia e uomini che la abitano, al di là delle colonne d'Eracle. Quando siano
arrivati fra costoro ed abbiano scaricato le merci, dopo averle disposte in ordine lungo la
spiaggia si rimbarcano e alzano una fumata. Allora gli indigeni vedendo il fumo vanno al mare
e poi in luogo delle merci depongono oro e si ritirano lontano dalle mercanzie .
E i Cartaginesi sbarcati osservano, e se l'oro sembra loro degno delle merci lo raccolgono e
s'allontanano, se invece non sembra degno, rimbarcatisi di nuovo attendono; e quelli, fattisi
innanzi, depongono altro oro, finché li soddisfino. E non si fanno torto a vicenda, perché né essi
toccano l'oro prima che quelli l'abbiano reso uguale al valore delle merci, né quelli toccano le
mercanzie prima che gli altri abbiano preso l'oro» .
Fra le altre città fenicie dell'Africa del Nord, due fondazioni porterebbero il medesimo
toponimo; una, Lepqy, in Tripolitania, oggi porta il nome di Lebda; agli inizi del periodo
romano, chiamava se stessa Leptis. L'altra Lepqy, senza dubbio meno importante, faceva parte
della Byzacene, regione che ai tempi di Cartagine corrispondeva all'attuale Sahel tunisino.
Dopo essere stata Leptis minor e talvolta anche Leptiminus, specialmente all'epoca degli
imperatori romani, questa antica città non è scomparsa; ha lasciato il posto a una borgata del
Sahel che si chiama Lemta, in ricordo d'altri tempi, situata sulle rive del mare a una trentina di
chilometri a sud di Susa. Sallustio ("Bellum Jughurtinum", 19, 1) le riconosce delle origini
fenicie che la città condivide con altre fondazioni sul suolo tunisino .
«Più tardi i Fenici, parte per alleggerire la densità della popolazione, parte per amor di
conquista, sollevata la plebe e gli amatori di avventure, fondarono sul lido Ippona, Adrumeto,
Lepti ed altre città, le quali, in breve ampliate assai, appoggio o gloria divennero della
metropoli» .
L'importanza di questo testo non può sfuggire al ricercatore: l'autore qui menziona le
principali fondazioni fenicie a nord e sulla costa orientale della Tunisia, regione che Polibio,
riferendosi alla toponomia locale, designa con il nome di Bussati o Byssatis; gli autori di lingua
latina la trasformarono in Byzacenum o Byzacium, e rimane riconoscibile nei testi arabi del
Medioevo nella forma: Muzaq .
Al di là del Golfo di Gabès, conosciuto nella storiografia antica con il nome di Lacus
Tritonis, i Fenici fondarono tre "emporia", vale a dire delle colonie commerciali, sia, da un lato,
per la raccolta dei prodotti locali o provenienti dal Sahara, sia, d'altro canto, per la distribuzione
delle mercanzie trasportate dalle imbarcazioni venute da Oriente. Oea (dove oggi sorge Tripoli),
Sabratha e Lepcis erano, in origine, semplici colonie; tuttavia, un prospero commercio ne fece
dei grossi insediamenti economici e degli importanti centri di irradiamento culturale .
A favore della presenza fenicia nell'Africa del Nord testimonia un'abbondante
documentazione archeologica: le ricerche e gli scavi effettuati in Marocco, Algeria, Tunisia e
Libia hanno consentito di individuare e di portare alla luce le vestigia di un insediamento
fenicio, o a predominanza fenicia: santuari, fortezze, mura di residenze private, necropoli,
eccetera .
Non lontano dalle coste nordafricane i Fenici avevano trovato, nelle isole del Mediterraneo
centrale e occidentale, località privilegiate per stabilirvi importanti fondazioni .

La Sardegna .
Anche in questa grande isola sono state ritrovate vestigia fenicie; la famosa stele di Nora si
situerebbe tra la fine del nono secolo a.C. e l'inizio dell'ottavo. L'esplorazione archeologica del
sito ha permesso di raccogliere numerose testimonianze, in particolare un santuario del tipo
"tofet", con alcune steli la cui decorazione e il cui messaggio epigrafico sono già stati oggetto di
sapienti indagini, e che continuano ad attirare l'interesse degli studiosi. Nel corso degli ultimi
due decenni, nelle località fenicie-puniche della Sardegna sono state effettuate esplorazioni
metodiche da parte di archeologi italiani, soprattutto in virtù dell'impulso di Sabatino Moscati,
il fondatore dell'Istituto per la Civiltà Fenicia e Punica, che ha molti meriti per lo sviluppo degli
studi fenici, in particolare per gli scavi effettuati in siti prestigiosi come Antas, Sulcis, Tharros,
Bitia, Monte Sirai, i cui toponimi antichi rimangono tuttora sconosciuti. Questi lavori di
prospezione, di esplorazione, di analisi in profondità vengono messi a disposizione del mondo
accademico in forma di rapporti preliminari, cataloghi, monografie, eccetera. Alle opere di
sintesi erudita si aggiungono pregevoli lavori di volgarizzazione .

La Sicilia e Malta .
In queste due isole la marina fenicia ha creato importanti basi che fossero in grado di
soddisfare la strategia socio-economica e politica dei fondatori e adatte a vegliare sulla
protezione della presenza fenicia nel Mediterraneo. In Sicilia i principali centri occupano la
parte occidentale dell'isola: si tratta essenzialmente di Panormos (Palermo), di Soloeis (Solonte)
e di Mozia (Motyé). Per quanto concerne la scelta delle località e l'obiettivo che si
prefiggevano, ecco una testimonianza di Tucidide, storico greco del quinto secolo a.C.
("Storia", 4, 2, 6): «Abitarono anche i Fenici tutto intorno alla Sicilia, dopo aver occupato i
promontori sul mare e le isolette adiacenti per favorire il loro commercio coi Siculi. Ma poiché
i Greci arrivarono dal mare in gran numero, abbandonata la maggior parte del loro territorio,
riunitisi in più stretti confini abitarono Mozia e Solunte e Panormo presso gli Elimi, fiduciosi
nell'alleanza con gli Elimi e per il fatto che di lì Cartagine dista dalla Sicilia un minor tratto di
navigazione» .
Alcune scoperte archeologiche hanno confermato questa tradizione che era stata oggetto di
numerose contestazioni in passato. I lavori di Luigi Bernabò Brea e le analisi condotte da
Sabatino Moscati non lasciano più sussistere alcun dubbio. A questi grandi centri si aggiungono
altri insediamenti; questi ultimi, però, sembra appartengano piuttosto all'impero cartaginese.
Dopo la distruzione di Mozia per opera di Dionisio di Siracusa Cartagine decise di fondare
Lilibeo, l'attuale Marsala. Comunque, la presenza fenicia nella Sicilia occidentale, soprattutto a
Mozia, non è assolutamente oggetto di contestazioni, grazie ai lavori di un gran numero di
archeologi, fra i quali possiamo citare Antonio Ciasca, Vincenzo Tusa e i loro collaboratori. Fra
le isole italiane in cui sono state trovate tracce della presenza fenicio-punica, vale la pena
menzionare Pantelleria, i cui nomi antichi erano Iranim per i cartaginesi e Kossyra negli scritti
degli autori greci e latini. A. Verger vi ha riconosciuto uno spazio che a quanto pare era
riservato al culto di una divinità con proprietà terapeutiche. In un'opera intitolata "I Cartaginesi
in Italia", pubblicata a Milano nel 1977, Sabatino Moscati ha dedicato a quest'isola dalle coste
frastagliate pagine assai istruttive .
Quanto all'isola di Malta, l'antica Melita, possiamo affrontarne lo studio a partire dai dati
storiografici, dalle strutture funerarie e dai templi, cui occorre aggiungere un abbondante
materiale archeologico. Ecco, per esempio, un testo di Diodoro Siculo ("Storia universale", 5,
12): «Quest'isola è una colonia dei Fenici, che, estendendo i loro commerci fino all'Oceano
occidentale, si sono impadroniti di questo rifugio, provvisto di buoni porti e situato in pieno
mare» .
Per quanto concerne le testimonianze archeologiche, vi sono i siti di Ghajn Qajjet e di Tar
Silg, dove gli scavi intrapresi da archeologi italiani, maltesi e britannici hanno arricchito
notevolmente il dossier: vi si rendeva un culto alle dee fenicie Tanit e Astarte .
Antonio Ciasca ha saputo mettere in luce l'importanza del materiale fenicio che ne rivela la
specificità. Vestigia della presenza fenicio punica sono state individuate a Gozo, l'antica Gaulos.
In ogni caso, i resti che possono essere ascritti a una presenza fenicia nell'arcipelago non
risalirebbero, allo stato attuale delle ricerche, oltre il settimo secolo a.C. Situata nel cuore del
Mediterraneo, agli occhi dei Fenici Malta presentava un altissimo valore strategico: era
assolutamente indispensabile per la protezione delle loro zone d'influenza .
Le isole Baleari .
Analoga funzione svolgevano queste isole nel Mediterraneo occidentale .
Ibiza, considerata fino a poco tempo fa come una fondazione cartaginese, sulla base di un
passo di Diodoro Siculo ("Storia universale", 5, 16) che ne situa la genesi verso il 654 a.C.,
sarebbe invece da ascrivere a dei Fenici provenienti dalla Spagna. Secondo Juan Ramón, il sito
di Sa Caleta, nella zona sud-occidentale dell'isola, accoglieva una fortezza e abitazioni di
struttura rettangolare, separate da viuzze e piccole piazze. Per valutare meglio l'impatto della
cultura fenicio-punica a Ibiza, disponiamo di numerosissime opere tematiche di Juan Ramón,
Jordi H. Fernández, María José Almagro Gorbea, Maria Eugenia Aubet, Josep Padro, eccetera .

La fondazione di Cartagine .
Comunque, quale che sia l'estensione e la densità della presenza fenicia nel bacino del
Mediterraneo, Cartagine rimane la fondazione più feconda, il cui prestigio rimane universale.
Venne concepita per essere una metropoli, una regina del Mediterraneo. I racconti relativi alla
sua genesi ci vengono dalla storia e dall'immaginario. Ecco una tradizione raccolta dallo storico
greco del terzo secolo a.C. Timeo di Taormina ("Fragmenta Historicorum Graecorum", Müller,
1, Paris 1841 73, pag. 197): «Teiosso. Timeo dice che nella lingua dei Fenici ella era chiamata
Elissa, che era sorella di Pigmalione, re dei Tirii, e che ha fondato Cartagine in Libia. In effetti,
dal momento che suo marito era stato ucciso da Pigmalione, lei mise i suoi beni su
un'imbarcazione e fuggì insieme a qualcuno dei suoi concittadini. Dopo molte prove, arrivò in
Libia, dove fu chiamata Didone dagli indigeni, a causa delle sue numerose peregrinazioni.
Dopo che lei ebbe fondato la città, il re dei Libii volle sposarla. Lei si rifiutò; ma, siccome i
suoi concittadini pretendevano di costringerla, finse di compiere una cerimonia destinata a
scioglierla dai suoi impegni: fece ammucchiare e accendere un grande rogo vicino alla sua
dimora; poi, dalla sua casa, si gettò nel fuoco» .
Senza escludere la storicità della principessa di Tiro, e senza negare il contenuto di questa
antica tradizione, occorre andare oltre la lettera del racconto e considerare la situazione politica,
economica e militare che, nel nono secolo a.C., caratterizzava i due bacini del Mediterraneo. In
quest'epoca i Fenici si trovavano fra gli Assiri a Oriente e i Greci in Occidente. Nell'840 a.C.
Salmanassar Terzo (858 824) imponeva ai Fenici tributi molto pesanti e faceva erigere la
propria effigie regale sul monte Baali Rashi. Tra la fine del nono e l'inizio dell'ottavo secolo
a.C. i Fenici dovevano aver avvertito la minaccia rappresentata dai Greci. Forse se li sentivano
alle costole .
Nell'ottavo secolo a.C. i Greci arrivarono a fondare colonie greche in Italia e in Sicilia:
Pithekoussa nel Golfo di Napoli (770 a.C.) e Naros, nella Sicilia orientale (757 a.C.) .
Considerando globalmente questi dati, Cartagine appare non come il frutto della collera di
Elissa, ma piuttosto come una fondazione ufficiale, il frutto di approfondite riflessioni
concertate nel palazzo di Tiro. Occorreva reagire e adattarsi alla nuova congiuntura .
Per rispondere all'espansione assira e alla concorrenza greca, i Fenici avrebbero fondato
Qartihadasht, toponimo fenicio che significa «Città nuova». La prestigiosa città svolse alla
perfezione il proprio ruolo di metropoli politica, economica e culturale, assolvendo per secoli
alla missione di guardiana della presenza fenicio-punica nel Mediterraneo .
Concludendo questa indagine, possiamo constatare che i Fenici seppero adattare i loro
insediamenti agli obiettivi che avevano presieduto alla loro nascita: colonie per gli scambi e i
contatti con le popolazioni autoctone, semplici scali marittimi che servivano da supporto per la
navigazione assicurando alle imbarcazioni punti d'appoggio e stazioni dove potevano rifornirsi
di provviste e trovare rifugio in caso di pericoli naturali o costituiti da altri uomini: tempeste e
pirati. Per sfruttare qualche miniera, o semplicemente per approfittare delle competenze locali,
la fondazione avveniva secondo le esigenze di un'agenzia commerciale: il caso di Toscanos, in
Spagna, è particolarmente istruttivo. Con la fondazione di Cartagine e lo stabilirsi di una nuova
congiuntura, la presenza fenicia nel Mediterraneo si dota di tutto quel di cui aveva bisogno per
esistere, crescere, irradiarsi e durare. Cartagine ne è stata la realizzazione più compiuta .
PERIODIZZAZIONE E APPROCCIO CULTURALE

Periodizzazione .
La storiografia contemporanea situa la nascita dei Fenici intorno al 1200 a.C. Il loro nome
connota alcune conseguenze indotte dalla tempesta di cui i Popoli del Mare furono i principali
protagonisti .
L'etnonimo «Fenici» lascia intravedere le trasformazioni sul piano etnico, geo-politico,
tecnico e socio-economico cui abbiamo già accennato. Così, si può prendere la data del 1200
a.C. come quella dell'inizio della storia fenicia. Ai Cananei si attribuisce il passato anteriore,
anche se quelli che i Greci e gli storici contemporanei designano con il nome di Fenici
rimanevano fermamente fedeli al loro vecchio etnonimo di Cananei .
Approfittando della recessione delle grandi potenze come l'Egitto, la Mesopotamia e il
regno ittita, le città fenicie poterono godere di un'epoca di assoluta indipendenza. In questo
nuovo contesto, Wenamun .
l'ambasciatore del faraone. non fu accolto in terra fenicia con lo stesso rispetto di cui
avrebbe goduto un tempo. Per ottenere il legname necessario per il restauro del tempio, egli
dovette pagare in anticipo .
Per parecchi secoli questo primo periodo della storia fenicia fu segnato successivamente
dalla supremazia di Sidone e di Tiro. Per quanto concerne la prima fase, a tutt'oggi i ricercatori
dispongono soltanto dei deboli echi che è possibile cogliere attraverso l'etnonimo «Sidonii»,
con cui veniva designato allora l'insieme dei Fenici. A questo proposito Giustino ("Historiae
Philippicae", 18, 3, 3, 6) compila una tradizione che, malgrado la sua trama leggendaria, porta
con sé un ricordo di quei tempi passati: «La nazione dei Tirii è uscita dai Fenici, i quali, desolati
a causa di un terremoto, abbandonarono il suolo della loro patria, si stabilirono dapprima vicino
al lago siriano, poi sulle rive del mare, dove fondarono una città che chiamarono Sidone a causa
dell'abbondanza di pesci; infatti pesce si dice "sidon" in fenicio. Molti anni dopo, siccome il re
di Ascalona si era impadronito della loro città, essi si imbarcarono e raggiunsero un luogo dove
fondarono la città di Tiro, un anno prima della caduta di Troia» .
Durante questo breve periodo, Sidone esercita la propria egemonia sulla maggior parte delle
città sorelle. Questa prima tappa della storia dei Fenici sembra aver coperto tre generazioni, che
forse è possibile situare fra il 1200 a.C. ("terminus post quem") e 1115 a.C .
("terminus ante quem"). Benché questa lettura rimanga soggetta a precauzioni, bisogna
riconoscere che Sidone fu una potente città cananea: nelle "Lettere di el-Amarna" Tiro se la
prendeva in continuazione con il sovrano dell'Egitto. In ogni caso, l'era dell'egemonia di Sidone
sarebbe successiva alla vittoria di Ramses Terzo (1196-1166 a.C.) e precedente alla fondazione
di Lixus, in Marocco, da parte dei Fenici. Ora, questa colonia, situata sulle coste dell'Oceano
Atlantico, sorse qualche anno prima di Gadeira, in Spagna, i cui insediamenti originari
risalgono al 1100 a.C. Dal momento che la fondazione di Lixus è da ascrivere agli abitanti di
Tiro, è lecito dedurne che a quest'epoca, vale a dire verso la fine del dodicesimo secolo a.C.,
Tiro si trovasse già alla testa delle città fenicie, padrona dell'iniziativa nel Mediterraneo? Le
testimonianze finora disponibili non contraddicono affatto una simile ipotesi. Possiamo dunque
stimare, ma solo a titolo d'ipotesi, che Tiro abbia inaugurato la seconda tappa di quest'era di
indipendenza verso la fine del dodicesimo secolo a.C. con la fondazione di città lontane, fra le
quali abbiamo già menzionato Lixus, in Marocco, alla foce del Lukos, e Gadeira, in Spagna,
alla foce della Baetis, l'attuale Guadalquivir, quasi all'ingresso dell'Oceano .
Nel 1100 a.C. gli abitanti di Tiro fondarono Utica, un'altra colonia sulla foce del Bagrada,
l'attuale Majardah, nel nord-est della Tunisia. Era una tappa sulla rotta per Tarshish, dove i
marinai di Tiro si spingevano alla ricerca di metalli. Il passato remoto di questo "emporium"
rimane misterioso; le testimonianze più antiche che gli archeologi sono riusciti a riportare alla
luce risalgono solamente all'ottavo secolo a.C .
Dopo la nascita di Cartagine, Utica si presenta come una vera e propria città-sorella, e
un'ambasciata di suoi cittadini si reca presso i fondatori della nuova metropoli per dar loro il
benvenuto .
L'esplorazione del sito da parte degli archeologi è iniziata verso la metà del diciannovesimo
secolo: nel 1853 il conte Camillo Borgia vi intraprese dei lavori che assomigliavano più alla
ricerca di un tesoro, senza gran riguardo per la normativa circa i metodi di scavo .
Dopo essere riusciti ad acquisire i terreni su cui si trovavano i resti dell'antica città, i conti
Jean e Jacques de Chabannes la Palice vi fecero effettuare degli scavi i cui risultati furono
comunicati all'Académie des Inscriptions et Belles Lettres. Altri archeologi in seguito vi hanno
lavorato. Il sito, comunque, rimane un cantiere aperto .
Coniugando i documenti testuali e i reperti archeologici, lo storico potrebbe raffigurarsi il
profilo della città fenicio-punica. Tuttavia, la colonia fondata dai pionieri continua a sfuggire
alle ricerche. A malapena si potrà riconoscere qualche tomba dell'ottavo secolo a.C .
Sembra che proprio durante questa fase la marina fenicia, sotto la guida di Tiro, abbia
raggiunto il proprio acme e vissuto la propria età dell'oro. Intorno al 1000 a.C. Ia flotta di Tiro
divenne la padrona del Mediterraneo. E' un'epoca di cui si può cogliere l'eco nell'"Iliade" e
nell'"Odissea". Abbiamo già accennato a quei marinai fenici che, una volta sbarcati a Tiro,
fecero conoscenza con una schiava di Sidone di nobili origini. Era inoltre il secolo di Hiram e
dei suoi prestigiosi omologhi di Israele: Davide e Salomone. Tiro, la regina dei mari, la
metropoli delle arti e dei mestieri, contribuisce di buon grado alla costruzione del tempio ("I
Re", 5, 19-26): «'Ecco, ho deciso di edificare un tempio a nome del Signore mio Dio, come ha
detto il Signore a Davide mio padre: Tuo figlio, che io porrò al tuo posto sul tuo trono,
edificherà un tempio al mio nome. Ordina, dunque, che si taglino per me cedri del Libano; i
miei servi saranno con i tuoi servi; io ti darò come salario per i tuoi servi quanto fisserai. Tu sai
bene, infatti, che fra di noi nessuno è capace di tagliare il legname come sanno fare quelli di
Sidone.' Quando Chiram udì le parole di Salomone, gioì molto e disse: 'Sia benedetto, oggi, il
Signore che ha dato a Davide un figlio saggio per governare questo gran popolo'. Chiram
mandò a dire a Salomone: 'Ho ascoltato il tuo messaggio; farò quanto desideri riguardo al
legname di cedro e al legname di abete. I miei servi lo caleranno dal Libano al mare; io lo
metterò in mare su zattere fino al punto che mi indicherai. Là lo scaricherò e tu lo prenderai.
Quanto a provvedere al mantenimento della mia famiglia, tu soddisferai il mio desiderio' .
Chiram fornì a Salomone legname di cedro e legname di abete, quanto ne volle. Salomone
diede a Chiram ventimila "kor" di grano, per il mantenimento della sua famiglia, e venti "kor"
di olio d'olive schiacciate; questo dava Salomone a Chiram ogni anno .
Il Signore concesse a Salomone la saggezza come gli aveva promesso .
Fra Chiram e Salomone regnò la pace e i due conclusero un'alleanza» .
Grazie a questa cooperazione tecnica, economica, commerciale e culturale, Tiro e
Gerusalemme riuscirono a stabilire una politica che portò pace e prosperità a tutti; Fenici ed
Ebrei potevano allora lavorare fianco a fianco nei cantieri navali e edilizi. Li si trovava in porti
lontani, sotto altri cieli, dove si rifornivano di oro e d'avorio; e riempivano i ventri delle loro
imbarcazioni con mille altri prodotti esotici. I Fenici e i loro alleati a quel tempo potevano
muoversi in totale libertà. Una situazione simile, però, si sarebbe rivelata fragile nei confronti
dell'invincibile esercito di Assur. Già Tiglatpileser (1112-1074 a.C.) si vantava di aver raggiunto
il Monte Libano (ARAB, 1, 302): «Io arrivai sul Monte Libano. Tagliai e portai via dei tronchi
di cedro per il tempio di Anu e di Adad, i grandi dei che sono i miei signori. Poi proseguii la
mia strada verso Amurru e l'ho conquistata completamente. Io ricevetti il tributo di Biblo,
Sidone e Arvad. Sulle navi di Arvad compii la traversata da Arvad, che è sulle rive del mare,
fino a Simyra, nella terra di Amurru. Io uccisi in mezzo al mare un "nakhiru", che essi
chiamano cavallo di mare» .
Secondo il parere di numerosi storici contemporanei, Tiglatpileser si recò di sicuro nel paese
del cedro, ma non nelle vesti di conquistatore. Dovette compiere quel viaggio per acquistare
materiali e prodotti indispensabili per il prestigio della propria corona. Le sue parole rischiano
di indurre in errore. Lungi dal tradurre una realtà, esse sembrano piuttosto l'espressione dei
desideri profferiti dalla bocca di un megalomane, o forse di un paranoico. Questo viaggio del
sovrano assiro ci appare piuttosto come la visita ufficiale nel corso della quale si sarebbero
potuti concludere buoni affari .
Tiglatpileser Primo acquistò dunque dei tronchi di cedro per il tempio di Anu e di Adad; e,
per sedurre un cliente così prestigioso e promettente, venne organizzata una battuta di pesca in
suo onore .
In realtà i rapporti fra Fenici e Assiri incominciarono ad assumere un aspetto veramente
conflittuale soltanto a partire dal regno di Assurnasirpal (888-859 a.C.), il quale dichiarò
(ARAB, 1, 179): «A quell'epoca io conquistai il Monte Libano in tutta la sua estensione e
raggiunsi il Grande Mare del paese di Amurru. Lavai le mie armi nel Grande Mare e feci delle
offerte agli dei. Il tributo dei re della costa del mare, quelli di Tiro, Sidone, Biblo, Makhalata,
Maisa, Kaisa, Amurru e Arvad che si trova in mezzo al mare, si componeva d'argento, d'oro, di
stagno, di rame, di vasi in bronzo di vesti di lana colorata, di vesti di lino, di scimmie grandi e
piccole, di legno d'ebano e di bosso d'avorio e di un "nakhiru", un animale marino. Io ricevetti
tutte queste cose come tributo ed essi baciarono i miei piedi» .
Sabatino Moscati propone di far risalire questa spedizione verso l'anno 875 a.C., data con la
quale pare chiudersi una prima fase del periodo segnato dall'egemonia di Tiro, i cui inizi
dovrebbero situarsi intorno al 1115 a.C. La spedizione di Assurnasirpal Secondo inaugura una
nuova fase all'interno di questa fase della storia dei Fenici, durante la quale Tiro esercitò una
vera leadership. Nel suo autopanegirico Assurnasirpal Secondo menziona per prima proprio la
città di Tiro, quasi a volerne mettere in risalto la preminenza nel paese dei Fenici .
La seconda fase dell'egemonia di questa città, che si apre verso l'anno 875, fu segnata dalla
recrudescenza delle ambizioni assire a spese dei Fenici, delle loro ricchezze e della loro
indipendenza. Le città fenicie erano allora costrette a pagare tributi e a fornire i materiali e la
manodopera necessari alla costruzione di palazzi e templi assiri. Per quanto concerne i
materiali, ecco un testo degli Annali (ARAB, 1, 538): «Marciai fino al Monte Libano e tagliai
tronchi di cedro, cipresso e ginepro. Con i tronchi di cedro feci il tetto di questo tempio; feci di
cedro i battenti delle porte e li ricoprii con una lamina di bronzo, attaccandoli alle porte stesse».
Quanto alla manodopera, abbiamo la testimonianza di una stele che prova l'impiego di
operai venuti da Tiro e da Sidone per costruire il palazzo di Nimrud. Nel 1952 (nel n. 14 della
rivista «Iraq») D. J .
Wiseman ha pubblicato il commento dell'iscrizione incisa su questa stele .
La macchina da guerra siriana diventa ancor più devastante sotto il regno di Salmanassar
Terzo (858-824 a.C.), il quale marciò verso gli stati di Occidente che, di fronte alla temibile
fanteria di Assur, cercarono di fare fronte comune. Le città fenicie erano presenti e attive in
questa alleanza. In uno dei suoi comunicati di guerra, il monarca assiro dichiara (ARAB, 1,
672): «Io avanzai fino al Monte Hauran. Distrussi, devastai, bruciai nelle fiamme innumerevoli
città. In queste città io mi impadronii di un bottino incalcolabile Arrivai sul Monte Baali-Rashi,
un promontorio a picco sul mare. Là io eressi la mia immagine regale. A quell'epoca io ricevetti
il tributo dei re di Tiro, di Sidone, di Jehu, figlio di Omri». Per le città fenicie la situazione si
fece via via più precaria: vivevano sempre esposte alla minaccia dell'arbitrio. Tiro, in quelle
circostanze, non poteva più far valere la propria preminenza in terra fenicia. Le città sorelle non
esitavano a tessere intrighi, sperando di rendersi meritevoli agli occhi di quelli che erano
incontestabilmente i più potenti. La situazione di Tiro era ancora più drammatica e pericolosa:
laggiù nel Mediterraneo occidentale dove per secoli aveva potuto esercitare incontrastata la
propria sovranità, senza incontrare veri concorrenti, adesso alcune città greche intraprendevano
delle ricognizioni, senza nascondere l'intenzione di stabilirsi in zone dove fino a quel momento
non si vedevano che mercanti fenici. Secondo Erodoto ("Storia", 4, 152), alcuni marinai di
Samo riuscirono a raggiungere il regno di Arganthonios, nel sud della penisola iberica.
Abbiamo già citato il testo in questione .
D'altra parte, abbiamo già ricordato anche la tradizione di Tucidide che racconta della
ritirata dei Fenici verso la Sicilia occidentale davanti all'arrivo massa dei coloni greci,
risolutamente decisi a battersi per insediarsi e stabilirsi in quella zona dell'isola. I Fenici
dovevano tener conto di questi nuovi dati: bisognava adattarsi .
Le colonie provvisorie dovettero essere sostituite da insediamenti destinati a durare nel
tempo, concepiti per ospitare una presenza permanente. Gli "emporia" si trasformarono in
colonie dove si veniva per stabilirvisi: non solo per svolgervi dei commerci, ma per viverci e
magari anche morirci. Oltre ai fattori esogeni cui abbiamo già accennato, esistono fattori
endogeni che, a quanto pare, hanno influito in modo sensibile a favore di questo nuovo
orientamento della politica fenicia nel Mediterraneo centrale e occidentale. A questo proposito,
vale la pena segnalare il verificarsi di colpi di stato e dei conseguenti disordini a livello sociale;
così come, d'altra parte, non bisogna dimenticare il ruolo degli avventurieri e dei condottieri .
Qualche lume sulle congiure di palazzo ci è giunto attraverso l'opera di Flavio Giuseppe,
uno storico ebreo del primo secolo d.C. Il regno di Tiro fu scosso da tutta una serie di assassinii:
Abdastratos fu messo a morte dal figlio della propria nutrice a vantaggio di Methusastratos, che
salì al trono e regnò per dodici anni (909-898 a.C.). Astharymos, il suo successore, regnò nove
anni (897-889); fu assassinato da suo fratello Phelles, che, nel giro di otto mesi, dovette a sua
volta cedere il trono a un sacerdote di Astarte, Ittobaal, il quale poté regnare invece per ben
trentadue anni (887-856 a.C.). Per quanto concerne i disordini sociali e altre crisi che
provocarono degli esodi, abbiamo questo racconto di Sallustio ("Bellum Jugurthirlum", 78, 1 ):
«La città fu fondata dai Sidonii che, secondo la tradizione, profughi per le civili discordie,
vennero per mare in quei luoghi» .
A quanto pare, questa seconda fase della supremazia della città di Tiro incominciò sotto il
regno di Ittobaal. La manifestazione più spettacolare che caratterizzò questo periodo fu la
nascita di Cartagine nell'anno 814 a.C. Kart-Hadasht (Città nuova) fu il frutto di una politica
concertata e applicata sotto gli auspici del re e con il sostegno degli Anziani, che presero
sicuramente parte alla decisione sulla base di un dossier ben istruito. Tutto doveva essere ben
stabilito: le cause, gli obiettivi, la scelta della località, il futuro della fondazione, i suoi rapporti
con gli insediamenti anteriori, eccetera .
In quest'epoca Tiro era ancora potente, ma nella congiuntura che stavano attraversando la
regione e il Mediterraneo si celavano seri rischi: i Fenici avevano perso l'appannaggio del
commercio. Dopo aver trascorso un lungo periodo in stato di letargo, i Greci incominciavano a
svegliarsi, decisi a ritagliarsi un loro ruolo onorevole, foss'anche a spese dei loro predecessori.
Cartagine aveva ricevuto l'incarico di proteggere gli interessi delle altre città fenicie e le
rispettive zone d'influenza nel Mediterraneo centrale e occidentale. Fondazione fenicia, dovette
innalzare lo stendardo di Tiro e agire in nome della metropoli fino alla metà del settimo secolo
a.C. Secondo una tradizione riferita da Diodoro Siculo ("Storia universale", 5, 16), Ibiza
sarebbe stata fondata dai Cartaginesi nel 654 a.C., ovvero 160 anni dopo la nascita della loro
città. Che si tratti di una fondazione "ex nihilo" o semplicemente della riattivazione di un
vecchio insediamento fenicio, la tradizione di Diodoro dovrebbe corrispondere a qualche realtà
storica. Così stando le cose, non sembra troppo azzardato considerare la data del 654 a.C. come
"terminus ante quem" per segnare la fine della leadership esercitata da Tiro nel Mediterraneo
occidentale .
Cartagine le succedette e si assunse l'incarico della protezione nonché della gestione dei
principali insediamenti fenici nella regione. Tiro ormai non era più in grado di far fronte a
questi compiti, essendo ridotta allo stato di città vassallo. Per non scomparire, la città accettò la
sovranità di Assarhaddon (681-668) e ne divenne la «serva». Del resto, altre città fenicie che
avevano tentato di ribellarsi furono distrutte. A titolo di ricompensa per la sua lealtà, il re di Tiro
ricevette da Assarhaddon i territori di Maarubbu e di Sarepta. D'altra parte, tuttavia, gli fu
imposto un trattato che prevedeva condizioni umilianti. Il sovrano di Tiro doveva portare il
titolo di «servitore». Per quanto concerne il governo, le sue decisioni avevano valore di legge
soltanto dopo aver ricevuto l'avallo del re di Ninive. Il testo del trattato (RES, 3, 13-14) stipula
fra l'altro: «Tu non dovrai aprire una lettera che io ti ho inviato in assenza del governatore. Se il
governatore è assente, dovrai attenderlo, e solo allora potrai aprirla» .
Non si può non rilevare lo stacco cronologico fra l'editto di Assarhaddon, siglato intorno al
671 a.C., e l'ascesa di Cartagine nel Mediterraneo, uno dei cui segnali sarebbe la fondazione o
la riattivazione dell'insediamento di Ibiza. L'esplorazione archeologica dei siti fenici nel bacino
occidentale del Mediterraneo ha permesso di cogliere le modificazioni indotte dalla crisi di Tiro
e dall'ascesa di Cartagine. Si trattava dell'inizio di una nuova fase nella storia dei Fenici
d'Oriente, che erano in balia di diverse potenze .
Dopo un periodo relativamente felice nella scia della ventiseiesima dinastia saita (663-525
a.C.), le città fenicie dovettero accettare l'ordine stabilito da Nabucodonosor (605-562 a.C.),
fondatore della dinastia neobabilonese. Decisiva fu la sua vittoria a Karkemish (605 a.C.) su
Necao Secondo (609-594 a.C.). A quanto pare il cambiamento fu così radicale che in alcune
città fenicie, soprattutto a Tiro, la monarchia cedette per qualche tempo il posto ai sufeti .
Con la nascita dell'impero persiano e l'avvento della sua leadership nella regione, i Fenici
cambiarono padroni, ma non lo statuto della loro condizione. Le loro città, infatti, a quel tempo
dovevano riconoscere la sovranità del re achemenide e unirsi alla quinta satrapia dell'impero
godendo di una sorta di pseudo-autonomia; pagavano tributi e si sottomettevano a un controllo
esercitato dal rappresentante del «grande re», che era aiutato da vigili commissari e da strateghi
costantemente all'erta. Nel corso delle guerre che condussero contro i Greci, Dario (522-486
a.C.) e suo figlio Serse (486-465 a.C.) seppero ottenerne la collaborazione e impegnarono la
loro flotta nella battaglia navale di Salamina (480 a.C.) Nell'epoca persiana Sidone godette dei
favori del «grande re», che vi fece costruire una sontuosa residenza di cui sono conservate
alcune "membra disjecta", in particolare certi superbi capitelli che denunciano, nelle
modanature del toro, di appartenere allo stile achemenide. Erano gli ultimi bagliori del mondo
fenicio. La vittoria di Alessandro Magno a Isso nel 333 a.C. avrebbe condannato Tiro che, un
anno dopo, avrebbe perso la sua insularità .
I Fenici, senza scomparire, dovettero accontentarsi di essere semplici impiegati subalterni in
seno al mondo ellenistico. Presa da altre preoccupazioni e da altri conflitti, Cartagine in quella
occasione non poté portare soccorso alla sua metropoli. Impadronendosi della rocca di Tiro,
Alessandro apprese che una delegazione cartaginese si trovava fra i rifugiati nel tempio di
Melqart .

Approccio culturale .
I Fenici furono presenti nel Mediterraneo per più di un millennio .
Fondatori di "emporia" e di prestigiose colonie, essi parteciparono alla formazione
geopolitica del mondo. I dati storiografici, archeologici ed epigrafici ci offrono la possibilità di
valutarne gli apporti sul piano culturale e gli effetti che ne scaturirono .
Fra le manifestazioni più pregnanti di una cultura, richiamano l'attenzione il dialetto, la
religione e le arti. La lingua di cui si servivano i Fenici per esprimersi apparteneva alla famiglia
semitica del nord e condivideva lo stesso tetto con l'ebraico, l'aramaico e i loro progenitori.
Numerose testimonianze epigrafiche costituiscono materiali utili per la conoscenza del lessico e
delle norme che reggono la morfologia e la sintassi del fenicio. Abbiamo già accennato
all'importanza dell'alfabeto e abbiamo preso atto della sua evoluzione. Il passaggio dai Cananei
ai Fenici si traduce nell'abbandono della scrittura sillabica e dell'alfabeto cuneiforme per un
altro alfabeto, che noi proponiamo di chiamare "ideoforme", per esprimere in tal modo il
rapporto fra il segno e la forma stilizzata di ciò di cui il segno porta, o evoca, il nome.
Nell'alfabeto di Ugarit, l'"aleph" si presenta sotto forma di due chiodi debitamente impressi
sull'argilla tenera, mentre nell'alfabeto ideiforme corrisponde all'immagine stilizzata di una testa
di toro, riconoscibile dalle corna .
Il dialetto fenicio, pur condividendo un ricco patrimonio con le altre lingue semitiche, si
distingue per quanto concerne la fonetica, la morfologia, la sintassi e alcune specificità
semantiche. I materiali cui possono accedere i ricercatori ai nostri giorni riguardano diversi
settori dell'esistenza quotidiana dei fenici: artigianato, architettura, istituzioni politiche e
amministrative. Tuttavia, si tratta di informazioni raccolte con ragionamenti deduttivi o
induttivi, dal momento che i testi in cui sono contenute appartengono essenzialmente
all'universo del sacro: sono perlopiù formule votive, dediche a particolari divinità oppure
semplici epitaffi .

La religione .
Questa documentazione di carattere epigrafico, cui occorre aggiungere un insieme di dati
storiografici, archeologici e iconografici, autorizza l'accesso all'universo della religione fenicia,
che, almeno in apparenza, condividerebbe i medesimi culti e le medesime credenze; in pratica,
però, a quanto pare ogni città ebbe le proprie concezioni e dei rituali specifici. Sono già stati
individuati i principali membri del pantheon: Baal, Melqart, Sid, Astarte, Eshmun, Tanit e altri
ancora, in particolare El, Elat, Anat, eccetera .
Come tutti gli Antichi cui era toccata la sorte di evitare gli effetti perversi del "monolitismo"
religioso, i Fenici non sbarravano le porte dei loro santuari alle divinità allogene. Gli dei e le
dee dell'Egitto, per esempio, avevano saputo toccare i loro cuori e le loro anime, e per
convincersene è sufficiente interrogare reperti come amuleti, eccetera., o ascoltare la
deposizione degli antroponimi. Non si potrebbe, in ogni caso, ignorare le zone d'ombra che
nascondono alcuni aspetti di questa religione: certe formule sembrano essere state concepite per
salvaguardare gelosamente il mistero del loro contenuto; il senso di alcuni riti continua a
sfuggire all'indagine .
Gli stessi spazi sacri sono riconoscibili solo con difficoltà, e non è ancora possibile
compilarne una tipologia esaustiva, né seguirne l'evoluzione nel corso dei secoli .
Nonostante le informazioni lacunose di cui disponiamo, e a dispetto di alcuni ritrovamenti
rispetto ai quali rimangono forti perplessità, si possono riconoscere nella religione dei Fenici
due tratti essenziali: l'apertura e la diversità. Il loro pantheon era aperto e adattabile; ciascuna
città poteva averne una percezione particolare, e la partecipazione a un patrimonio comune non
escludeva affatto le specificità. La divinità protettrice della città di Tiro era la dea Astarte, che
qui portava il titolo di signora. A Tiro la preminenza spettava a Melqart, il cui vero teonimo si
nascondeva dietro un'epiclesi che ne faceva «il re della città». Quanto a Sidone, pare avesse
optato per Eshmun, un grande dio dotato di virtù terapeutiche .
Come rendere conto delle diverse scelte e delle particolarità? Si tratta di fatti di cui lo
storico deve prendere atto; non sempre è in grado di ricostruirne la genesi .

Le arti e i mestieri .
Per i loro dei e le loro dee i Fenici costruivano templi e sistemavano santuari. Vi sono testi
che ne parlano; talvolta ne sono stati individuati i resti. Ma la documentazione attualmente
disponibile si rivela insufficiente per il loro ritrovamento .
Comunque, i testi biblici, gli Annali dei re assiri e le testimonianze della storiografia greca e
latina riconoscono ai Fenici la qualifica di costruttori eccellenti. I loro architetti furono richiesti
dai re d'Israele e dai sovrani di Assur; sia per gli uni che per gli altri costruirono templi e
palazzi. Approfittando di un soggiorno a Tiro, quasi certamente verso il 450 a.C., Erodoto non
poté fare a meno di visitare il tempio di Melqart, di cui parla ("Storia", 2, 44) in termini
elogiativi: «Navigai anche fino a Tiro in Fenicia, poiché sapevo che lì c'era un tempio sacro ad
Eracle. E lo vidi, riccamente adorno di molti doni votivi, e fra gli altri c'erano in esso due
colonne, l'una d'oro fino, l'altra di smeraldo, che brillava per la sua grandezza nella notte» .
Il tempio fenicio si compone essenzialmente di un recinto a cielo aperto, al cui centro era
posta una cappella preceduta da un vestibolo; altri locali annessi potevano rispondere alle
necessità del culto e del rituale. Se per quanto concerne i templi si può far riferimento a dei
reperti riportati alla luce in siti fenici come Biblo, Arado, Umm el-Amed, Kition a Cipro, i
santuari non edificati sono visibili soprattutto nel Mediterraneo occidentale, specialmente in
Africa, in Sardegna e in Sicilia. I santuari detti "tofet", consacrati al culto di Baal Hammon e di
Tanit, erano aperti per tutti coloro che volevano rivolgere voti alla divinità cui erano dedicati,
soprattutto genitori i cui figli erano morti in tenera età. Ma non si trattava di sacrifici di
bambini; a questo proposito le ricerche più recenti invitano a compiere una rilettura dei testi e
dei reperti che offrono informazioni in merito .
Per quanto concerne l'architettura domestica, le ricerche si scontrano con il silenzio della
documentazione. Tuttavia, vi sono motivi per credere che i Fenici abbiano adottato la casa con
il cortile centrale, inventata certamente nelle regioni meridionali della Mesopotamia, e che
l'abbiano diffusa in tutto il bacino del Mediterraneo. E' forse il caso di aggiungere che per dare
sepoltura ai loro morti essi avevano scelto soluzioni che si adattavano alla topografia e che
rispondevano alle esigenze del rituale. Nella città fenicia, oltre alle semplici fosse, c'erano
tombe a pozzo, accessibili grazie a scanalature praticate nelle pareti e nella cripta, dove si
scendeva tramite una scala seguita da un "dromos" che conduceva alla camera sepolcrale .
L'esame di questo dossier architettonico ci consente di indurre la presenza di eccellenti
carpentieri e intagliatori di pietra, le cui competenze non potevano sfuggire agli altri. La loro
reputazione aveva oltrepassato le frontiere locali. Gli altri sapevano lavorare il legno, tanto per
le esigenze della vita quotidiana così come per quanto riguarda gli oggetti artistici; i Fenici
erano in grado di scolpire veri e propri edifici direttamente nella roccia .
Anche altre virtù sono state loro riconosciute nei diversi settori dell'artigianato: metallo,
tessili, tinture, vasellame, oggetti in vetro, ebanisteria, bigiotteria, glittica, eccetera. Gli Antichi
hanno attribuito loro il merito di numerosissime invenzioni. Secondo Plinio il Vecchio
("Historia Naturalis", 30-6, 191), i Fenici furono gli inventori della pasta di vetro: «La
larghezza della spiaggia non è superiore ai 500 passi, eppure questo piccolo spazio è stato per
secoli l'unico luogo deputato alla produzione del vetro. Secondo la leggenda vi approdò una
nave di mercanti di nitro, che si sparsero per la spiaggia a preparare la cena; poiché non c'erano
a portata di mano delle pietre per tenere sollevati i pentoloni, essi usarono come sostegni pezzi
di nitro presi dalla nave e questi, accesi e mescolati con la sabbia della spiaggia, diedero origine
a rigagnoli lucenti di un liquido ignoto: questa sarebbe stata l'origine del vetro» .
Senza voler prendere alla lettera questa tradizione, vale la pena ricordare che nelle "Lettere
di el-Amarna" il padrone di Tiro (EA, 148) segnala l'invio di vetro quantificandolo secondo il
peso: «Il re, mio signore, ha scritto chiedendo del vetro. Io faccio dono al sovrano, mio signore,
di quello che ho sotto mano (100 unità) di peso» .
Si tratta proprio della pasta di vetro? Segnaliamo, per la corretta lettura di questo dossier,
che durante gli scavi di El-Amarna sono state raccolte perle e altri oggetti in pasta di vetro. Per
quanto concerne la porpora, gli Antichi ("Pollux", 1, 45) ne attribuiscono l'invenzione ai Fenici.
«Si dice che i Fenici abbiano scoperto la porpora; sembra che abbiano mantenuto per molto
tempo il segreto della sua fabbricazione. Eracle, il grande dio protettore delle migrazioni dei
Fenici, un giorno notò che il suo cane, dopo aver mangiato delle conchiglie marine, aveva il
muso molto colorato; allora fece attenzione alle proprietà dei murici e delle porpore e si
impegnò a trarne profitto.» Nel campo della navigazione i loro apporti furono considerevoli,
quantunque gli storici dei nostri giorni non siano in grado di definirli con la precisione che
vorrebbero. I Fenici hanno sicuramente contribuito allo sviluppo delle costruzioni navali e di
tutto ciò che ha attinenza con l'arte della navigazione. Nel 1497 il navigatore portoghese Vasco
da Gama riuscì a doppiare il Capo di Buona Speranza per raggiungere le Indie e segnalare la
rotta alla volta delle spezie .
Occorre però ricordare che due millenni prima dei marinai fenici avevano esplorato questa
via di navigazione marittima, benché in direzione contraria. Partendo dal Mar Rosso avrebbero
attraversato l'Oceano Indiano e doppiato quel famoso Capo che, a quell'epoca, non portava
ancora il nome di Buona Speranza; da lì, si sarebbero misurati con le onde dell'Atlantico. Ciò
succedeva ai tempi di Necao (609-594 a.C.). A proposito di questa impresa della marina fenicia,
merita di essere ricordata la testimonianza di Erodoto ("Storia", 4, 42): «E' chiaro infatti che la
Libia è cinta tutto intorno da acque, tranne per quanto confina con l'Arabia, avendolo
dimostrato, primo fra quelli che conosciamo, Neco re d'Egitto, il quale, dopo che ebbe fatto
interrompere lo scavo che portava dal Nilo al golfo Arabico, mandò dei Fenici su navi, dando
loro ordine che al ritorno passando attraverso le colonne d'Eracle navigassero fino al mare
boreale e per questa via ritornassero in Egitto. I Fenici dunque, partiti dal Mar Rosso
navigavano sul mare Australe. Ogni volta che sopraggiungeva l'autunno approdavano e
seminavano la terra, nel punto della Libia in cui ogni volta nel corso della navigazione erano
arrivati, e attendevano lì la mietitura. Poi, mietuto il grano, si rimettevano in mare, in modo che,
trascorsi due anni, al terzo, doppiate le colonne d'Eracle, giunsero in Egitto. E raccontavano
cose per me non credibili, ma per qualche altro sì, che cioè circumnavigando la Libia avevano il
sole a destra; in tal modo dunque si riconobbe primieramente che questa terra è cinta dalle
acque» .
Per secoli i Fenici furono presenti in quasi tutto il Mediterraneo a bordo di imbarcazioni
cariche di mercanzie e di cultura. Qui seminarono vari chicchi e piantarono numerose talee per
l'arricchimento di tutti i popoli mediterranei, in settori diversi come l'agricoltura e le arti della
costruzione o della fusione dei metalli; inoltre, introdussero in tutto il bacino del Mediterraneo
modi di vita, gusti, credenze, eccetera .
Le divinità fenicie fissarono il proprio domicilio in numerosi paesi, dove acquisirono fedeli.
Per quanto concerne Israele, la Bibbia racconta dell'attrazione che la civiltà fenicia aveva
esercitato sui sudditi di Davide, Salomone e dei loro successori prima e dopo la spartizione.
Ittobaal, re di Tiro diede in moglie la propria figlia Gezabele al re d'Israele, Acab, figlio di
Omri. Gli effetti che scaturirono da questo matrimonio provocarono le folgori dell'Antico
Testamento (1 Re, 16, 30-33): «Acab figlio di Omri fece ciò che è male agli occhi del Signore,
peggio di tutti i suoi predecessori. Non gli bastò imitare il peccato di Geroboamo figlio di
Nebat; ma prese anche in moglie Gezabele figlia di Et-Baal, re di quelli di Sidone, e si mise a
servire Baal e a prostrarsi davanti a lui. Eresse un altare a Baal nel tempio di Baal, che egli
aveva costruito in Samaria. Acab eresse anche un palo sacro e compì ancora altre cose irritando
il Signore Dio di Israele, più di tutti i re di Israele suoi predecessori» .
Per quanto concerne il commento di questi versetti biblici, ci si può riferire all'opera che
Françoise Briquel Chatonnet ha consacrato ai rapporti fra la città fenicia e il regno di Israele e
di Giuda, pubblicata dal Dipartimento di Orientalistica dell'università di Lovanio nel 1992.
Comunque, a prescindere dal punto di vista dell'esegeta, l'ingresso della principessa fenicia
nella corte di Samaria rimane un evento storico che produsse molteplici conseguenze,
soprattutto nei campi religioso e culturale. Più o meno la stessa cosa accadde nel regno di Giuda
quando Ioram sposò Atalia, figlia di Gezabele e di Acab (2 Re, 8, 18). Ad ogni modo la civiltà
fenicia si diffuse ben al di là dei regni di Samaria e di Gerusalemme, raggiungendo contrade
come Cipro, la Sardegna, la Sicilia, l'Africa del Nord, la penisola iberica e le sue isole. La
marina fenicia riuscì a tendere un ponte fra l'Oriente e l'Occidente del bacino mediterraneo. Le
esperienze maturate in Mesopotamia, in Egitto, Siria e Palestina vennero introdotte e diffuse in
tutti questi paesi .
Per evidenziare il ruolo considerevole svolto dai Fenici e il loro apporto quali pionieri
nell'elaborazione della cultura mediterranea, è necessario menzionare alcuni fatti. A questo
proposito, non possiamo escludere le testimonianze offerte dalla mitologia, che rivela una
presenza fenicia tramite nomi come Phoenix, Europa rapita da Zeus travestito da toro, e Cadmo,
che reca impresse le proprie origini orientali; in effetti questo antroponimo è una forma
grecizzata di "Qedem" o "Qadim", termine che nelle lingue semitiche designa ciò che «sta di
fronte», vale a dire il sole che sorge. In altre parole, si tratta dell'Oriente, da dove nasce e
proviene la luce. Questa presenza fittizia dei Fenici nella mitologia greca, riconosciuta ormai da
tempo, è il riflesso di una presenza effettiva. Ecco una testimonianza di Erodoto in proposito
("Storia", 4, 58): «Questi Fenici venuti con Cadmo cui appartenevano i Gefirei, abitando questa
terra, introdussero fra i Greci molte cognizioni, e fra le altre anche l'alfabeto - che i Greci
prima, a quanto io credo, non avevano -, in un primo tempo quello di cui si servono anche tutti i
Fenici. Poi, col passar del tempo, con la lingua i Cadmei mutarono anche la forma delle lettere.
In quel tempo la maggior parte delle terre all'intorno le abitavano dei Greci gli Ioni, e questi,
apprese dall'insegnamento dei Fenici le lettere, le usarono lievemente modificate, e usandole le
denominarono 'fenicie', come anche la giustizia voleva, dato che i Fenici le avevano introdotte
in Grecia .
Parimenti secondo l'uso antico gli Ioni chiamano i libri 'pelli', poiché allora, per la scarsità
di papiri, usavano pelli di capra e di pecora. Ed anche al mio tempo molti dei barbari scrivono
ancora su tali pelli» .
La scrittura alfabetica, rielaborata e diffusa dai Fenici, fu uno dei materiali di base per
l'informazione del Mediterraneo; accelerò lo sviluppo di tutti i settori del sapere e dell'abilità
pratica .
Vale la pena forse aggiungere che, fra gli elementi di antropologia culturale di cui il
Mediterraneo è debitore ai Fenici, vi è la scoperta o la riscoperta dell'"individuo", il quale,
responsabile del proprio destino, si fa avanti e s'impone rivendicando il diritto di partecipare
alla gestione della comunità cui appartiene. Quel giovane marinaio di cui Omero racconta
l'avventura a Syros, mostrandocelo mentre va di porta in porta per vendere la propria
mercanzia, osava allontanarsi dal paese natale e vivere al di fuori della tribù o della fratria senza
spezzare i legami e senza allentare il ricordo. Era il germe del futuro cittadino, che troverà in
Grecia l'ambiente propizio per schiudersi e germogliare .

Conseguenze nel Mediterraneo occidentale dell'espansione fenicia .


Fino alla fine del secondo millennio la vita politica era rimasta come concentrata nel
Mediterraneo orientale: Mesopotamia, Egitto, stati siro-palestinesi, Creta, Micene e così via.
Fino alla fondazione di Cartagine, o meglio fino agli albori della presenza fenicia, il
Mediterraneo occidentale rimase nell'ombra; quanti abitavano le sue terre vivevano nella
preistoria, continuando, nel migliore dei casi, la tradizione neolitica .
I navigatori fenici lasciarono tracce profonde del loro passaggio; il loro segno rimase sul
territorio, dove fondarono depositi commerciali e colonie. La conseguenza fu un cambiamento
radicale della carta politica. Il Mediterraneo occidentale conosceva ormai una nuova potenza: i
Fenici riuscirono a ritagliarsi un impero e un'ampia zona di influenza, in questo modo
integrarono il Mediterraneo occidentale nell'universo politico, economico e culturale del mondo
antico .
All'attivo dei Fenici e di Cartagine si può mettere l'apertura del mondo libico alle correnti
economiche e culturali del Mediterraneo. In precedenza i Lebous, o Libici, di cui parlano i testi
dell'Egitto faraonico e, più tardi, Erodoto, avevano una cultura situata in quella zona difficile da
definire e delimitare che gli specialisti chiamano protostoria. I Libici sono debitori ai Fenici
della conoscenza della scrittura, uno strumento che non pare sia stato assunto prima della
fondazione di Cartagine. Del resto, va segnalato che i testi libici oggi disponibili appaiono
relativamente tardivi e non risalgono in alcun modo al quinto secolo a.C.; si trattò di una
reazione suscitata dalla diffusione della scrittura fenicia e punica. Senza disconoscere la lingua
del paese, i palazzi della Numidia e della Mauritania dovettero trovare la lingua di Cartagine
più comoda e meglio adatta per i contatti e gli scambi. Grazie agli apporti dei Fenici e di
Cartagine i Libici presero ad apprezzare i vantaggi della vita sedentaria, fu quindi favorito il
processo di sedentarizzazione delle tribù in Numidia e Mauritania. Ci fu anche
un'urbanizzazione ufficiale, che si riesce a intravvedere senza però poterne cogliere il profilo
preciso né le modalità pratiche; occorre riconoscere l'esistenza di villaggi e agglomerati libici
ben prima che gli effetti della presenza fenicia e della fondazione di Cartagine raggiungano
l'Africa profonda. A questo riguardo, lo storico potrebbe chiamare a testimonio la
toponomastica, che, nell'insieme, resta libica ancor oggi per tutti i paesi del Maghreb. I re di
Numidia e di Mauritania sembrano aver incoraggiato l'urbanizzazione e la sedentarizzazione
per consolidare la loro politica sociale e fiscale, per facilitare l'azione dell'amministrazione
regia e realizzare i loro progetti a vantaggio del palazzo e delle collettività .
In campo politico abbiamo già segnalato l'introduzione di alcune nozioni completamente
nuove per il Mediterraneo occidentale, all'occorrenza per l'Africa: quelle di stato, costituzione,
amministrazione, poteri organizzati. Nella sua "Politica", Aristotele non mancò di lodare la
costituzione di Cartagine. Anche altre città puniche, precedenti o successive ad essa - come
Utica, Ippona, Leptis, Hadrumetum, Neapolis, Sabrata, Lepcis e altre - sembrano aver
influenzato le rispettive regioni e contribuito all'iniziazione delle popolazioni africane alle
nuove forme politiche e amministrative .
Tra le altre città puniche, ecco Kerkuan. Si trova in Tunisia, all'estremità di Capo Bon, tra
Kélibia e el-Haouaria. Secondo la tradizione e i titoli fondiari, il nome antico della città sembra
esser stato Tamezrat, toponimo libico che documenterebbe una presenza aborigena ben
precedente a quella punica, le cui più antiche vestigia oggi riconosciute risalgono al Sesto
secolo a.C .
La città è disposta su una falesia fiancheggiata a nord e a sud da baie sulle cui spiagge
potevano trovare riparo piccole imbarcazioni .
L'agglomerato era difeso da un doppio muro munito qua e là di porte, torri, posterle e scale
che portavano sugli spalti. Il tessuto urbano rivela una struttura a scacchiera, con isolati di
dimensioni variabili e piazze. Gli edifici danno su strade relativamente larghe, dal tracciato
regolare. Gli scavi hanno permesso di portare alla luce diverse abitazioni, depositi, santuari e
necropoli .
La dimora riprende il tipo mediterraneo, con corridoio a gomito, corte dove si trovano un
pozzo solitamente ben protetto e l'attacco di una scala che porta al terrazzo e a una camera
superiore. Le stanze si dispongono attorno a questa fonte d'aria e di luce. Per il benessere e la
pulizia, la casa dispone di una stanza da bagno dove si riconoscono il guardaroba e la vasca. Le
acque reflue scorrono in un canaletto lungo una delle pareti d'ingresso fino alla fogna esterna .
Sono stati identificati due santuari nei quali si ritrova la grammatica del tempio semita, con
l'ingresso monumentale provvisto di due pilastri frontali, l'atrio con sedili, il cortile nel quale
s'innalza una cappella, preceduta da un altare. Negli edifici accessori di uno di questi due spazi
sacri è stata rilevata la presenza di un laboratorio artigianale .
Per realizzare questi edifici pubblici e privati i costruttori hanno utilizzato materiali diversi:
ciottoli, mattoni crudi, mattoni cotti, terra battuta, "pisé", pietre squadrate, colonne e pilastri. La
messa in opera di questi materiali richiedeva tecniche diverse: costruzione a spina di pesce,
ciottoli regolari, addentellati verticali e così via. Per coesione, protezione ed estetica
dell'edificio, le pareti murarie ricevevano uno spesso strato di intonaco o di stucco, che per
lisciatura, resistenza e splendore poteva simulare il marmo, specie se si evitava di dipingerlo. Il
suolo veniva spesso rialzato da pavimenti che ricordavano il mosaico, i celebri "pavimenta
punica" .
Oltre all'edilizia e alle attività connesse, gli abitanti di Kerkuan praticavano altri mestieri: si
sono identificate testimonianze relative a pescatori, fabbricanti di porpora, vetrai, vasai,
gioiellieri e così via .
L'estensione dell'insediamento, il numero delle abitazioni, la loro superficie media e il
profilo di famiglia nucleare permettono di stimare la popolazione della città attorno ai 2500
abitanti, ma è un dato approssimato .
Collocate al di fuori delle mura, le necropoli hanno permesso di constatare che gli abitanti di
Kerkuan seppellivano i morti sia in tombe accessibili tramite scale sia in fosse. Benché
l'inumazione direttamente nel suolo o in un sarcofago di legno fosse il modo di sepoltura più
diffuso, alcuni preferivano la cremazione o l'inumazione in giare, a seconda delle credenze e
delle propensioni .
Malgrado la scarsità della documentazione relativa dei regni di Numidia e Mauritania, ci
sono tutte le ragioni per credere che numerose città africane avessero adottato il sufetato,
istituzione che sopravvisse alla fine di Cartagine e si conservò fin dopo la conquista romana .
Louis Poinsot consacrò uno studio erudito alle città sufetali: Dougga, Althiburos, Korba,
Capsa, Volubilis. Il nonno di Massinissa, Zilasan, esercitò lui stesso il sufetato, come precisa
l'iscrizione bilingue di Dougga, attualmente esposta al Museo del Bardo. Da un'altra
testimonianza epigrafica sappiamo che nel terzo secolo a.C. c'erano dei sufeti a Volubilis, in
Mauritania .
Ma si tratta certo di un sufetato ritoccato e adattato alla realtà africana. A Cartagine questa
magistratura era affidata a due titolari per la durata di un anno; nelle città africane il numero di
sufeti contemporaneamente in carica era superiore a due: tre o quattro a Althiburos, a Maktar
c'era un "rab sufetim", un'iscrizione latina scoperta a Dougga segnala la presenza di un "sufes
maior". Dobbiamo al maestro dell'epigrafia punica, J. C. Février, uno studio magistrale sulla
costituzione municipale di Dougga, nel quale ha attirato l'attenzione sulla libizzazione di alcune
istituzioni puniche, come il sufetato, e sul loro adattamento ai bisogni e alle consuetudini delle
popolazioni autoctone. La presenza fenicia e la fondazione di Cartagine favorirono dunque
l'inserimento nell'universo libico di nuove istituzioni politiche ed amministrative, che
influenzarono l'evoluzione delle stesse tradizioni locali, sia per adozione e adattamento, sia per
esclusione .
Per le popolazioni libiche dell'Africa del nord l'arrivo dei Fenici e la fondazione di
Cartagine trasformarono anche la religione. Nelle campagne della Numidia e della Mauritania il
numero di quanti adoravano Tanit e soprattutto Baal non cessò di aumentare, con conseguenze
nel culto e nell'espressione. L'Africa del nord ne rimase semitizzata e, per così dire, pronta a
ricevere la religione e la lingua dei conquistatori arabi .
Uscendo dalle frontiere del Maghreb, dove le conseguenze della presenza fenicia e della
fondazione di Cartagine furono e restano considerevoli, bisogna sottolineare che in tutto il
Mediterraneo occidentale le società raggiunsero lo stadio della gerarchizzazione e i rapporti
sociali divennero più complessi, spesso determinati dalla nuova situazione economica .
Ai popoli del Mediterraneo occidentale i Fenici trasmisero dunque le proprie esperienze,
insieme a quelle dell'Oriente semitico, dell'Egitto e dell'Asia Minore. Oltre alla scrittura, la
lingua dei Fenici che troviamo a Cipro, in Asia Minore e nelle città greche si diffuse in
Sardegna, in Sicilia, nelle isole Baleari e a sud della penisola iberica .
Questi territori del Mediterraneo centrale e occidentale formavano zone riservate, che
venivano validamente difese contro ogni tipo di intrusione. D'altro canto, la diaspora greca
dovrebbe essere intesa proprio come uno degli effetti indotti dall'espansione fenicia nel
Mediterraneo. Avendoli conosciuti, e avendo assistito ai loro successi nei paesi occidentali, i
Greci vollero seguire il loro esempio e si misero nella loro scia. Scoprirono in tal modo la
nobiltà che possiede l'individuo libero e i vantaggi di sentirsi solidali in seno a una comunità .
A partire da quel momento, la presenza dei Fenici e dei Greci nel Mediterraneo occidentale
dà vita a un'altra geopolitica: due grandi zone d'influenza in cui le culture tracciavano frontiere
che non erano a compartimento stagno, e dove era facile stabilire un dialogo, non solo tra
Fenici e Greci, ma anche con tutti gli autoctoni libici, sardi, siculi, iberici, eccetera .
Grazie ai Fenici e alla loro capacità di aprire nuovi orizzonti, il Mediterraneo si rinnovò e
ridivenne fecondo, soprattutto con la nascita di Cartagine e con la formazione del mondo
punico, nel quale la predominanza della cultura fenicia non si contrapponeva alle altre
componenti, quali che ne fossero la natura e le origini, in particolare quelle che si ricollegavano
ai diversi patrimoni regionali e locali. La civiltà fenicia era una civiltà essenzialmente aperta;
ignorava il razzismo, la pratica dell'esclusione non vi aveva corso .
Ecco perché i Fenici possono condividere con altri popoli quali i Greci e i Roamni, il titolo
di artigiani del Mediterraneo, sorgente di una civiltà universale .
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Historia Antigua 04120 Alméria "Instituto Espanôl de Arqueologia" Rodrigo Caro Duque de
Medinaceli, 4 Madrid-14 .
"Universitat de Barcelona" Divisio de Ciencies Humanes y Socials Facultat de Filologia
Departamento de Filologia Semitica Gran via de les corts Catalanes 585 08007 Barcelona
"Universidad de Alicante" Dept. de Prehistoria Ap. Correus 99 E-03080 Alicante .
TUNISIA .
"Université de Tunis 1" Faculté des Sciences sociales et humaines (section d'histoire) 94
Boulevard du 9 Avril 1938 1007 Tunis .
"Institut National du patrimoine" Centre des Etudes phéniciennes-puniques er des Antiquités
libyques 4, Place du chateau 1008 Tunis .
USA .
"University of California" Near Eastern Languages and cultures 405 Hilgard Avenue Los
Angeles-California 90024 .
"Columbia University" New-York City .
"The University of Oklahoma" Departement of History 455 West Lindsey, Room 406
Norman, Oklahoma 73019 .
"University of Virginia" Dean of the Faculty 416 Cabell Half Charlottesville, Va 2200 .
"W. F. Albright Institute of Archeological Research" 13-C Bishops hall Emory University-
Atlanta GA 30322 .
"New-York Universiy" Faculty of Arts and Sciences Cyrus H. Gordon 130 Dean Road
Brookline, Mass 02146 .
"University of Pennsylvania" Depr. of Art History Philadelphia PA 19104 "Harvard
University" Semitic Museum Cambridge Mass. 02138 .
"University Museum" 33 d and Spruce Str. Philadelphia .
"University of Michigan" Kelsey Museum of Archaeology 434 S Srate ST .
Ann Arbor-ML 48109 "Archeological Institute of America" 675 Commonwealth Avenue
Boston, Massachusetts 02215 .