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I-LE REGOLE E LE COSTITUZIONI

l. Differenza tra regola e Costituzioni


2. Eccellenza della Regola; 1-principale strumento di santificazione. 2-diga che preserva il
religioso da molti pericoli. 3-mezzo migliore per praticare la vita comune. 4-assicura agl'istituti
l'unità di spirito. 5-è per l'istituto quello che è l'anima per il corpo. 6-La regola protegge
l'istituto nel suo insieme
3. Lo spirito e la lettera (culto della regola)
a) -Fede nella regola;

b) -Santità della regola; 1-nella sua «origine», 2-santità nella sua «natura»
c)-Efficacia santificatrice; 1-Certezza nella perseveranza. 2-Perseveranza nella vocazione:3-
La perseveranza finale. 4-Efficacia nell'apostolato. 5-Ordine, pace e fervore nelle comunità:6-
Vitalità interna ed esterna dell'istituto
d)-Amore alla regola
e) - Il progresso nel culto della regola
a-Nei sudditi: l. Nello studio. 2. la preghiera. 3. Lo sforzo costante. 4. Il capitolo delle colpe.
b-La parte dei superiori
II OBBEDIENZA
1-Eccellenza dell'obbedienza
2- S. Caterina da Siena e la obbedienza
1.La “fonte” dell’obbedienza
2. La “madre” dell’obbedienza
3. L’inseparabile “sorella” dell’obbedienza
4. La “nutrice” dell’obbedienza
3-Vantaggi dell’obbedienza 1-intelligenza. 2. Volontà. 3. Al cuore
4-Obbiezioni 1-L'obbedienza diminuisce il valore e il merito; 2-L'obbedienza distrugge la nostra
personalità; 3-Obbedienza, libertà e coscienza:
5-Falsificazioni e deformazioni dell’obbedienza-1) obbedienza abitudinaria 2) obbedienza
dotta 3) obbedienza "critica" 4) obbedienza mummificata 5) obbedienza pseudomistica 6)
disobbedienza camuffata 7) obbedienza paradossale. 8) obbedienza indolente.

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I. LE REGOLE E LE COSTITUZIONI
Per guidare i loro figli nella via della perfezione, i Fondatori di Ordini religiosi hanno dato loro
Regole o Costituzioni o l'una e l'altra cosa insieme. La Chiesa, approvandole, le ha «
canonizzate>>, ha dato loro un valore ufficiale e ha garantito la loro capacità di condurre alla
perfezione cristiana tutti quelli che le osservano fedelmente. Giovanni XXII poté dire senza
esagerazione: « Datemi un religioso che abbia osservato fedelmente e per tutta la vita la sua
Regola e io lo canonizzo senza esame ».

1. Differenza tra regola e Costituzioni

Il termine regola, in senso canonico, indica la norma di vita imposta al religioso, perché possa
aspirare alla perfezione con maggior efficacia. La Chiesa riconosce ufficialmente solo le quattro
regole dette di san Basilio, sant'Agostino, san Benedetto e san Francesco.
Regola, quindi, è un codice generale che può essere comune a molte famiglie religiose, mentre le
Costituzioni sono esclusive d'una famiglia.
Molti Ordini, specialmente quelli fondati dopo il secolo XVI, non hanno adottato nessuna delle
regole antiche. In questo caso, le loro Costituzioni sostituiscono la regola. Le Congregazioni
religiose, canonicamente, hanno solo le Costituzioni, però, nel linguaggio comune, esse vengono
chiamate indifferentemente Costituzioni e Regole.

2. Eccellenza della Regola


L'eccellenza della Regola si può dedurre dalle seguenti considerazioni:
l. La regola è, per il religioso, il principale strumento di santificazione, perché gli fa conoscere
con sicurezza e in ogni istante la volontà di Dio.
2. La regola è come una diga che preserva il religioso da molti pericoli e lo libera da molte
tentazioni.
3. La regola è il mezzo migliore per praticare la vita comune, e quindi, per conservare nelle
comunità la carità, il fervore e la disciplina religiosa.
4. La regola assicura agl'istituti l'unità di spirito e di mezzi, e, di conseguenza, la particolare
fisionomia di ciascuno di essi attraverso il tempo lo spazio, per quanto possano essere diverse le
persone che si succedono al loro governo.
5. La regola è per l'istituto quello che è l'anima per il corpo: infonde vita nelle generazioni dei
religiosi che in essi si succedono, i quali, a dispetto di tutte le differenze di nazionalità, di lingue e
di razza, si rassomigliano e si amano come fratelli e figli della stessa famiglia.
6. La regola protegge l'istituto nel suo insieme, e, ben osservata, gli assicura la prosperità.
Santa Teresa pensava con angoscia alle molte anime che si perdevano per la ribellione di Lutero
alla Chiesa; e, nel suo innato buon senso, trovò facilmente la via che le avrebbe permesso di
rimediare, per quanto dipendeva da lei, ai mali della ribellione e contribuire alla salvezza delle
anime: «Pensai che cosa avrei potuto fare per Dio, e compresi che, per prima cosa, avrei dovuto
seguire la chiamata alla vita religiosa che Sua divina Maestà mi aveva fatta sentire e osservare la
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mia regola con la maggiore perfezione che mi fosse possibile". Questa è l'origine della riforma
carmelitana.

3. Lo spirito e la lettera (culto della regola)


Il culto di Dio, oggetto della virtù della religione, dev'essere interno ed esterno; ma quello esterno
non ha valore religioso, se non sgorga ed è animato da quello interno. Non procedendo da questa
fonte, sarebbe un corpo senz'anima, un cadavere, una parodia ridicola.
Anche il culto della regola, come quello di Dio, dev'essere interno ed esterno, e l'esterno
dev'essere frutto dell'interno. Senza il culto interno per la regola, quello esterno è puro
automatismo.
a)-Fede nella regola
La regola non dev'essere vista nella luce della ragione naturale, ma negli splendori della fede. Se
la fede in Dio costituisce il fondamento della vita cristiana, la fede nella regola non dovrà essere il
fondamento della vita religiosa?
Da che cosa nasce la ripugnanza e l'aperta avversione per l'osservanza regolare, che, a volte,
giunge fino allo scandalo? La causa prima di questi mali dev'essere cercata quasi sempre nella
mancanza di fede.
b)-Santità della regola;
Chi non conosce a proposito dell'origine della Regola, la solenne scena narrata nella vita eli S.
Francesco d'Assisi? Frate Elia e molti Ministri andarono a ritrovarlo sul monte (a Fonte
Colombo) e fu da Frate Elia chiamato. Francesco se ne usci fuori, e veduti molti Frati loro
domandò che volevano. E Frate Elia rispose: Sono i Ministri dell'Ordine i quali avendo inteso
dire che vuoi fare una nuova regola, temendo loro ed io insieme di non poterla osservare, ti
protestiamo che ad essa non ci vogliamo obbligare e facendola la farai per te, non per noi. Alla
qual protesta il Santo non rispose, si pose ginocchioni in terra, e alzati gli occhi al Cielo disse:
Signore, non vi dissi io che costoro non mi crederebbero? E subito dal Cielo s'udì una voce dire:
«Francesco, siccome in questa Regola non v'è alcuna cosa che sia tua, ma tutto è mio così voglio
che sia osservata letteralmente, letteralmente, letteralmente, senza glossa, senza glossa, senza
glossa. Ben so quanto può l'umana debolezza e so quanto la voglio aiutare; però, quelli che non la
vogliono osservare, escano fuori dell'Ordine, lasciandola osservare agli altri».
In una lettera ai Superiori Generali, Pio XI stesso parlava addirittura della «Santissima Regola».
Infatti una triplice aureola di santità adorna le Regole religiose: santità nella sua «origine»,
santità nella sua «natura» e santità nella sua «santificazione» nelle anime.
1-Nella sua origine: All'origine d'ogni regola religiosa, troviamo sempre Dio che l'ha ispirata, la
Chiesa che l'ha approvata, dichiarandola capace di condurre alla perfezione coloro che la
osservano.
2-Nella sua natura: Come opera di Dio, della Chiesa e d'un santo, la regola non può non essere
santa. E come il compendio del vangelo, è il portavoce infallibile dell’adorabile volontà è come
una irradiazione di Cristo. Bossuet dice che le Regole e Costituzioni non sono pesi aggiunti al
giogo del Vangelo, ma sono lo stesso Vangelo più minutamente spiegato e adattato alla vita di
comunità.

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San Francesco d'Assisi chiamava la Regola: Libro di vita, speranza di salvezza, pegno di gloria,
midollo del Vangelo, Via Crucis, stato di perfezione, chiave del Paradiso e nodo d'un'eterna
alleanza.
Da questi pensieri sulla santità della Regola, derivano alcune conclusioni di ordine pratico e
morale, e cioè che un religioso eviterà sempre di giudicare, disistimare, criticare e peggio ancora,
disprezzare la Regola.
Giudicarla? E con quale diritto? È la Regola che ci accuserà al tribunale di Dio!
Disistimarla? Si disistimerebbe il Vangelo, Gesù e Dio stesso. Chi non stima la Congregazione e
la Regola, non stima Dio» ha detto S. Alfonso (28).
c)-Efficacia santificatrice; L'aspirazione costante alla perfezione cristiana, obbligo fondamentale
dello stato religioso, trova la sua realizzazione nella fedele osservanza della regola. Per
santificarsi, basta seguirla con diligenza e con amore. Essa è una via così diritta e sicura, che ogni
pericolo di deviazione viene eliminato (cfr. Is 35,8). La santità, infatti, consiste nella conformità
della nostra volontà con quella di Dio; e il religioso che osserva la sua regola non fa altro che
uniformare la sua volontà a quella di Dio in ogni momento della sua vita.
1-Certezza nella perseveranza: Il religioso trova nell'osservanza della regola il grande principio di
stabilità nel bene e una sicura garanzia di poter perseverare nella grazia di Dio e nella vocazione,
raggiungendo la perseveranza finale.
2-Perseveranza nella vocazione: Colui che segue scrupolosamente le prescrizioni della sua regola,
non sentirà mai la voglia di tradire sacrilegamente i suoi voti tornando nel mondo. Chi è fedele
nel poco, è fedele anche nel molto” (Lc 16,10).
3-La perseveranza finale. La perseveranza finale, grazia suprema che nessuno può meritare, può
essere sperata con sicurezza da colui che è fedele alla preghiera e alla pratica diligente dei suoi
doveri religiosi, che si concretano nell'osservanza della regola. Chi muore baciando l'abito del suo
istituto, muore col segno più chiaro e inequivocabile dei predestinati.
4-Efficacia nell'apostolato. lo zelo del religioso deve uscire dal chiostro e andare in cerca dei suoi
fratelli nel mondo. E in realtà, anche se resta sepolto nella sua cella o sperduto in un deserto come
il P. de Foucauld, il religioso santo esercita un efficacissimo apostolato.
Santa Teresa del Bambino Gesù non fece altro che osservare la sua regola con eroica ostinazione
e per amore di Dio; e la Chiesa l'ha dichiarata compatrona di tutte le missioni cattoliche, a fianco
di san Francesco Saverio.
5-Ordine, pace e fervore nelle comunità: Una casa religiosa vale quello che vale la sua osservanza
regolare. Dove si osserva la regola, regnano disciplina e puntualità; ognuno è sempre al suo
posto, fa quello che deve fare e lo fa con perfezione. Ecco l'ordine.
L'osservanza della regola comporta il silenzio, la discrezione, la tolleranza vicendevole,
l'obbedienza nei sudditi e la bontà nei superiori; e di qui, nasce la pace che e la tranquillità
nell'ordine.
Se si osserva la regola, si praticano tutte le virtù: la pietà, il raccoglimento, la mortificazione,
l'umiltà, la modestia, la povertà e l'edificazione vicendevole; e, di conseguenza, nella comunità,
regnerà il fervore.
San Giovanni Berchmans, un santo che, nella sua vita, non ebbe altro merito peculiare, se non
quello d'aver portato fino all'eroismo la fedeltà ai voti e alle regole del suo istituto, usava dire che
la sua maggiore mortificazione era costituita dalla vita comune. Quelli che la praticano
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fedelmente, non se ne meraviglieranno. Accettare le disposizioni dei superiori in tutto, nell'orario,
nel cibo, nel arredamento, nella partecipazione agli atti comuni, nella parte della casa in cui si
deve stare, nella ricreazione ecc. può essere facile per qualche tempo, ma, a lungo andare,
richiede un enorme spirito di sacrificio, una grandissima carità, e un eccezionale spirito
d'abnegazione.

6-Vitalità interna ed esterna dell'istituto. Vi sono vecchi Ordini che si sono conservati giovani
attraverso i secoli per essere rimasti ostinatamente fedeli alle loro leggi, e nei quali si possono
riscontrare, sempre intatti, l'anelito verso la santità e lo spirito del Fondatore. Il culto della regola
è per gli istituti quello che sono i Sacramenti e la liturgia per la Chiesa: una fonte perenne di
grazia. La riforma d'un istituto decaduto dal suo primitivo fervore comporta sempre, come
insegna il Concilio Vaticano II, “il continuo ritorno alle fonti d'ogni forma di vita cristiana e allo
spirito primitivo”.

d)-Amore alla regola


La fede fa il cristiano ma solo la carità fa il santo. Che cos'è un cristiano che crede e non ama? Un
cadavere spirituale, un ramo secco destinato al fuoco, se non viene rinnovato dalla linfa della
carità. Di qui, si può dedurre l'importanza eccezionale dell'amore nel culto della regola. Per
ridurre tutto a un solo pensiero, potremmo dire che occorre amare la regola e osservare la regola
per amore.
L'amore per la regola deve nascere principalmente dalle seguenti considerazioni:
a- Chi crede e ha fiducia nella regola, deve necessariamente amarla. La fede e la fiducia sono
come la radice e il tronco dell'albero, mentre l'amore ne è il fiore o il frutto che ne nasce
spontaneo.
b- L'uomo ama istintivamente il vero, il bello e il buono; e, per il religioso, nessun'altra cosa può
essere vera, bella e buona come la sua regola, che gli è venuta da Dio e dalla Chiesa come un'eco
del Vangelo.
c- Sarebbe impossibile osservare fedelmente una regola senza amarla. Un essere libero come
l'uomo non si lascia guidare dalla violenza, ma solo dall'amore. L'amore alla regola è il principio,
il sostegno e il coronamento della vita religiosa.
e) - Il progresso nel culto della regola
Il culto della regola è soggetto alla legge della crescita e del progresso, come la vita spirituale in
esso contenuta e condensata. La fede, la fiducia e l'amore sono come una linfa che sale e si
espande, facendo fiorire l'osservanza regolare e producendo dei frutti.
Gli elementi che possono concorrere ad accrescere il culto della regola sono molti, ma ci
contenteremo di citarne due: il fervore dei sudditi e l'influenza dei superiori.
a-I sudditi devono, in primo luogo, sviluppare per proprio conto la divozione interiore e la
pratica esteriore della regola. E questo loro lavoro personale diverrà realtà nello studio, nella
preghiera, nello sforzo costante e nel capitolo delle colpe.
l. Nello studio. L'osservanza regolare suppone la conoscenza profonda e amorosa della regola,
conoscenza che si acquista con la lettura e la meditazione frequente. Conoscere il nostro dovere è
la prima condizione indispensabile per compierlo bene.

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2. la preghiera. Il Salmo 118 è ricchissimo di formule con le quali possiamo chiedere al Signore
la grazia di osservare le sue prescrizioni con la dovuta esattezza e perfezione: “Fammi conoscere
la via dei tuoi precetti e mediterò i tuoi prodigi”. “Indicami, Signore, la via dei tuoi decreti e la
seguirò sino alla fine. Dammi intelligenza, perché io osservi la tua legge e la custodisca con tutto
il cuore”.
3. Lo sforzo costante. Non dimentichiamo che questo sforzo deve estendersi insieme al culto
interno e a quello esterno. L'esame generale e particolare gli dovranno servire per controllare ogni
giorno l'andamento del suo lavoro, mentre il ritiro mensile e gli Esercizi annuali gli serviranno
per intensificare l'amore all'osservanza regolare.
4. Il capitolo delle colpe. Il capitolo delle colpe delle volte è più tollerato che amato. Tuttavia, è
certo che, ben inteso e ben praticato, esso contribuisce potentemente a conservare e rafforzare il
culto della regola. Ma, per ottenere questi buoni effetti, occorre evitare i due scogli dell'abitudine
e della superficialità.
Il capitolo sarebbe efficace qualora ciascuno dei religiosi vi si presentasse coi cinque elementi
necessari per una buona Confessione: esame, confessione, contrizione, proposito e riparazione.
b-La parte dei superiori: I superiori sui quali pesa la gravissima responsabilità d'assicurare alle
comunità religiose l'osservanza regolare sono il superiore locale, il provinciale, il visitatore e i
Capitoli provinciale e generale. In un certo senso, si può dire che, fra questi, il superiore locale è
quello che può influire sull'osservanza regolare in modo più decisivo.
La visita canonica è sempre, o almeno dovrebbe sempre essere uno sforzo straordinario
dell'autorità e dei sudditi in favore della perfetta osservanza e della regola.
Il compito del visitatore può essere condensato in due parole: Vedere, provvedere.
Vedere con chiarezza nell'intricata matassa d'apprezzamenti, giudizi, affermazioni, lamentele e
critiche che i religiosi gli presentano sulle persone e sulle cose della comunità.
Provvedere alla miglior osservanza della regola, mettendo in risalto i punti che sono stati
dimenticati o sottovalutati, condannando le massime equivoche, rettificando le false
interpretazioni, estirpando gli abusi e ricordando a tutti, superiori e non superiori, la
responsabilità che hanno dinanzi a Dio. Deve, quindi, illuminare, incoraggiare e anche
disapprovare per poter ristabilire l'osservanza della regola in tutta la sua purezza e integrità.

II OBBEDIENZA
L'obbedienza è senza dubbio l'elemento più importante e più delicato fra i tre voti che
costituiscono
l'essenza della vita religiosa. Perciò, non può destar meraviglia che il Concilio Vaticano II, per
mezzo del decreto Perfectce caritatis, n. 14, abbia imposto, riguardo a questo voto, un
rinnovamento assai più radicale che riguardo agli altri due. In particolare, tanto il decreto come il
Motu Proprio Ecclesice sanctce che ne costituisce l'applicazione concreta, mirano a favorire,
nella
pratica dell'obbedienza religiosa, la corresponsabilità di tutti i membri dell'istituto e il dialogo fra
i superiori e i non superiori.
1-Eccellenza dell'obbedienza

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San Tommaso si chiede espressamente, nella Somma Teologica, se l'obbedienza sia la più grande
delle virtù. E risponde, naturalmente, che non è la più grande, poiché le virtù teologali ci
uniscono direttamente a Dio e, per conseguenza, sono più perfette che l'obbedienza, che è una
virtù morale. Però, fra queste ultime, essa occupa il primo posto per i beni terreni che sacrifica.
Ecco le parole testuali del Dottore Angelico; “Come il peccato consiste nella preferenza che si dà
ai beni terreni con disprezzo dei divini, così, al contrario, il merito dell'atto virtuoso consiste
nell'unione con Dio con disprezzo dei beni creati… Fra le virtù morali, sarà la prima quella che
disprezza più beni terreni per unirsi a Dio. Vi sono però tre classi di beni terreni che l'uomo può
disprezzare per amore di Dio: i beni più bassi, che sono quelli inferiori all'uomo; i beni medi, che
corrispondono al corpo umano, e i beni supremi, che appartengono all'anima. Fra questi, si
distingue la volontà, poiché, con essa, l'uomo usa e gode di tutti gli altri beni. Perciò,
l'obbedienza, in sé stessa, è la più nobile fra le virtù morali. (II-II, 104,3).
L'obbedienza religiosa costituisce il più eccellente e meritorio fra i consigli evangelici, come
spiega san Tommaso (II-II, 104,3): Primo: perché, col voto d'obbedienza, l'uomo offre a Dio un
bene più eccellente, la propria volontà, il cui valore supera assai quello del corpo e delle cose
esterne, che vengono offerte a Dio coi voti di castità e di povertà.
Secondo: perché il voto di obbedienza contiene gli altri due, mentre non è contenuto in essi.
Infatti, il voto di obbedienza obbliga il religioso a praticare gli altri due voti di povertà e di castità
e a fare molte altre cose.
Terzo: perché il voto di obbedienza ha come oggetto proprio gli atti che hanno una più stretta
relazione col fine della vita religiosa…Perciò, il voto di obbedienza è il più eccellente dello stato
religioso, poiché nessuno potrà essere religioso, se non ha il voto di obbedienza, anche
supponendo che abbia fatto i voti di povertà e di castità.
2- S. Caterina da Siena e la obbedienza
Ogni volta che la santa loda l’obbedienza in quanto virtù 1 (che in noi è anche voto), chiama in
causa altri oggetti con cui si relaziona essenzialmente e dai non possiamo separarla: La fonte
dove trovarla, la madre che la genera, la sua inseparabile sorella e la sua nutrice. In questa
“parentela” troviamo la vera essenza dell’obbedienza, il segno di possederla o meno.
1.La “fonte” dell’obbedienza:
Dove la trovi? “La truovi conpitamente nel dolce e amoroso Verbo, unigenito mio Figliuolo. Fu
tanto pronpta in lui questa virtú che, per conpirla, corse all'obrobriosa morte della croce”.
2. La “madre” dell’obbedienza
Come Cristo in visione perfetta, noi nell’imperfezione della Fede, contempliamo per amare. La
carità, l’amore a Dio, a Gesù Cristo, è madre che genera nelle anime amanti la vera obbedienza.
“Oh, quanto è dolce e gloriosa questa virtú dell’obbedienza, in cui sonno tucte l'altre virtú! Perché
ella è conceputa e partorita dalla carità.”
3. L’inseparabile “sorella” dell’obbedienza
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“O obbedienzia, che navighi senza fadiga, e senza pericolo giogni a porto di salute! Tu ti conformi col Verbo, unigenito mio
Figliuolo; tu sali nella navicella della sanctissima croce, recandoti a sostenere per non trapassare l’obbedienzia del Verbo, né
escire della doctrina sua. Tu se' unta di vera umilità, e però non appetisci le cose del proximo fuore della volontà mia. Tu se'
dricta senza veruna tortura, ché fai el cuore dricto e non ficto, amando liberalmente e non fictivamente la mia creatura. Tu se'
una aurora, che meni teco la luce della divina grazia.
Tu se' una margarita nascosta e non cognosciuta, calpestata dal mondo, avilendo te medesima, sottoponendoti alle creature.
Egli è si grande la tua signoria, che veruno è che ti possa signoreggiare, perché se' escita della mortale servitudine della propria
sensualità, la quale ti tolleva la dignità tua. Morto questo nemico, con l'odio e dispiacimento del proprio piacere, hai riavuta la
tua libertà”.
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Passiamo dunque a questa inseparabile sorella dell’obbedienza che la santa considera la pazienza.
In essa possiamo noi vedere che si riferisce anche ad ogni modo di dominio di sé, di pace nel
cuore, di serenità interiore, che accompagna sempre l’obbedienza quando questa è autentica.
La pazienza, caratteristica vera di chi è obbediente, è secondo la santa il segno di una vera e
autentica obbedienza. “El segno che tu abbi questa virtú è la pazienzia; e, non avendola, ti
dimostra che tu non l'hai, la inpazienzia”.

4. La “nutrice” dell’obbedienza
Questa ultima “parente” della obbedienza è fondamentale per unirla alle altre… La “nutrice” è la
donna che provvede all’allattamento di un bambino altrui. La carità genera l’obbedienza insieme
alla pazienza ed è la loro madre… ma entrambe vengono nutrite dall’umiltà. In essa, possiamo
capire che la santa intenda il desiderio di essere umiliati, l’amore per la croce. L’obbedienza e
l’amore si vedono, secondo la santa, particolarmente nell’amore alle umiliazioni e avversità per
Cristo. L’umiltà “veste” l’obbedienza con molte umiliazioni. Gesù assume l’obbedienza dalle
cose che patì… patimenti e obbedienza andranno sempre insieme.

3-Vantaggi dell’obbedienza
l. ALL'INTELLIGENZA:
a) Certezza di conoscere e di compiere sempre la volontà di Dio.
b) Certezza d'avere l'aiuto di Dio:
c) Certezza d'una buona riuscita sul piano soprannaturale
2. ALLA VOLONTÀ:
a) fonte della vera libertà
b) fonte di fortezza
3. AL CUORE:
a) è una fonte di pace individuale e collettiva.
b) è il principio dell'ordine.

4-OBBIEZIONI

1-L'obbedienza diminuisce il valore e il merito dei nostri atti. Il bene che si compie
spontaneamente, è più meritorio che quello che si compie per necessità o per imposizione d'un
altro.
Il Dottore Angelico risponde: “La necessità che proviene da coazione rende l'atto involontario, e
quindi, lo priva del diritto alla lode e al merito; ma la necessità che nasce dall'obbedienza, non è
coazione, ma completamente libera in quanto che l'uomo liberamente, vuole obbedire.
2-L'obbedienza distrugge la nostra personalità, impedendoci ogni iniziativa e obbligandoci a
vivere in un perpetuo infantilismo.
Risposta: la vera e autentica personalità cristiana consiste nella perfetta imitazione di Gesù Cristo.
L'obbedienza religiosa non distrugge in noi ogni senso di iniziativa, ma la dirige e le dà
maggiore Sicurezza. sant'Ignazio di Loyola nella sua famosa Lettera ai religiosi del Portogallo
diceva; “Non si esclude però che, qualora, su una questione particolare, aveste un modo di
vedere. diverso da quello del superiore, e dopo aver pregato, vi sembrasse opportuno per l'onore
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divino, farglielo presente, lo possiate fare. Però, se volete procedere con la sicurezza di non
lasciarvi guidare dall'amor proprio o da un soverchio attaccamento al vostro modo di vedere,
dovete restare nell'indifferenza prima e dopo averlo fatto presente non solo quanto a fare o
tralasciare la cosa di cui si tratta, ma anche quanto a preferire e stimare meglio quello che il
superiore dispone”.
La condotta dei santi conferma spesso questo criterio. -Santa-Teresa di Gesù non era priora, ma
suddita, nel monastero dell'Incarnazione d’Avila, quando, per ordine diretto di Gesù Cristo, prese
la risoluzione così difficile e rischiosa di riformare il Carmelo; e, pur obbedendo con assoluta
sottomissione ai suoi superiori quando questi le imponevano di non occuparsi della cosa, era
fermamente convinta che la riforma sarebbe avvenuta attraverso vie e con mezzi che essa non
conosceva (Vita cap 33). Dio, quando vuole una cosa, appiana tutte le difficoltà senza che
l'inferiore debba minimamente mancare all'obbedienza che deve ai suoi superiori.
3-Obbedienza, libertà e coscienza:
Documento Il servizio dell’autorità e l’obbedienza della Congregazione per gli Istituti di Vita
Consacrata e le Società di Vita Apostolica (nn. 26-27).
“…quando l’obbedienza si fa difficile, e anche «assurda» in apparenza, può sorgere la tentazione
della sfiducia e anche dell’abbandono: vale la pena continuare? Non posso realizzare meglio le
mie idee in un altro contesto? Perché consumarsi in contrasti sterili?”
Si deve riconoscere, da una parte, che è comprensibile un certo attaccamento a idee e convinzioni
personali, che sono frutto della riflessione o dell’esperienza e si sono maturate nel tempo; e che è
cosa buona cercare di difenderle e portarle avanti (…) Però non bisogna dimenticare, d’altra
parte, che il modello è sempre Gesù di Nazareth, che nella Passione chiese a Dio di compiere la
sua volontà di Padre, senza retrocedere di fronte alla morte di croce (cfr. Eb 5, 7-9).
A questo punto, può sorgere una domanda: possono esserci situazioni in cui la coscienza
personale sembri non permettere di seguire le indicazioni date dall’autorità? O, in altro modo, può
succedere che il consacrato si veda obbligato a dichiarare, rispetto alle norme o ai propri
superiori: «Bisogna obbedire a Dio prima che agli uomini» ( At 5, 29)? Sarebbe il caso della
cosiddetta obiezione di coscienza, della quale ha parlato Paolo VI (Evangelica testificatio), e che
si deve intendere nel suo significato autentico.
Se è vero che la coscienza è l’ambito nel quale risuona la voce di Dio che ci indica come
comportarci, non è meno necessario imparare ad ascoltare questa voce con grande attenzione, per
saperla riconoscere e distinguerla dalle altre voci. In effetti, non si deve confondere questa voce
con altre che sorgono da un soggettivismo che ignora o trascura le fonti e i criteri irrinunciabili e
vincolanti nella formazione del giudizio di coscienza: «il «cuore» convertito al Signore e
all’amore del bene è la fonte dei giudizi «veri» della coscienza», (S. Giovanni Paolo II, Lettera
Enciclica Veritatis splendor (6 agosto 1993), 64) e «la libertà della coscienza non è mai libertà
«rispetto» alla verità, ma sempre e solo «nella» verità» (S. Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica
Veritatis splendor (6 agosto 1993), 64).
Di conseguenza, la persona consacrata dovrà riflettere con calma prima di concludere che la
volontà di Dio le è espressa, più che dal comando ricevuto, da ciò che lei sente nel suo interiore.
E dovrà ricordare che la legge della mediazione è vigente in tutti i casi, astenendosi dal prendere
decisioni gravi senza confronto o approvazione alcuna. Non si discute, certamente, che ciò che
importa è arrivare a conoscere e compiere la volontà di Dio; ma dovrebbe essere ugualmente
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indiscutibile che la persona consacrata si è impegnata con voto a captare questa santa volontà
attraverso determinate mediazioni. Affermare che ciò che conta è la volontà di Dio e non le
mediazioni, e rifiutarle o accettarle solo se conviene, può togliere il significato al voto e svuotare
la propria vita di una delle sue caratteristiche essenziali.
Di conseguenza, «fatta eccezione di un comando che fosse manifestamente contrario alle leggi di
Dio o alle costituzioni dell’Istituto, o che implicasse un male grave e certo –nel cui caso l’obbligo
di obbedire non esiste-, le decisioni del superiore si riferiscono a un campo in cui il valore del
bene migliore può variare secondo i punti di vista. Voler concludere, per il fatto che un comando
dato appaia oggettivamente meno buono, che è illegittimo e contrario alla coscienza, vorrebbe
dire ignorare, in maniera poco reale, l’oscurità e l’ambiguità di non poche realtà umane. Inoltre,
rifiutare l’obbedienza implica un danno, a volte grave, per il bene comune. Un religioso non
dovrebbe ammettere facilmente che ci sia contraddizione fra il giudizio della sua coscienza e
quello del superiore. Tale situazione eccezionale comporterà alcune volte un’autentica sofferenza
interiore, secondo l’esempio di Cristo stesso «che imparò l’obbedienza dalle cose che patì» (Eb 5,
8)»
È dunque l’esempio di Cristo, di cui siamo chiamati a imitare il modo di vita, ciò che spinge ad
abbracciare l’obbedienza. Opporre obbedienza a libertà è considerare che lo stesso Cristo non fu
libero. Perché di Lui, la Scrittura esalta propriamente la sua obbedienza al Padre, la cui volontà
era suo alimento, la cui preghiera fu dal momento del suo ingresso in questo mondo
(nell’Incarnazione) fino alla sua passione: Padre, si compia la tua e non la mia volontà… non
come voglio io, ma come vuoi tu. Fu Lui che si fece obbediente fino alla morte, e alla morte di
croce, e che Pur essendo Figlio, imparò l’obbedienza da ciò che patì, e che fu ascoltato
precisamente per il suo pieno abbandono, cioè, per la sua umile sottomissione.

5. Falsificazioni e deformazioni dell’obbedienza


1) OBBEDIENZA ABITUDINARIA, che è un puro automatismo senza spirito interiore
2) OBBEDIENZA DOTTA, praticata costantemente col Codice di Diritto canonico o con le
Regole in mano, per sapere quando il superiore ha il diritto di comandare e quando «comincia a
eccedere».
3) OBBEDIENZA "CRITICA" che ubbidisce in mezzo alla mormorazione e lamentele, o con
"spirito di opposizione" che forma gruppi o bandi di opposizione a quanto ordina il superiore
4) OBBEDIENZA MUMMIFICATA. Non si ha la possibilità di praticarla, perché i superiori non
osano comandare o perché il suddito si sottrae sistematicamente alle loro disposizioni. Allora, i
religiosi, isolati, invisibili e silenziosi nel loro lavoro, evitano ogni contatto con l'autorità, e così
non vivono contro, ma fuori dell'obbedienza.
5). OBBEDIENZA PSEUDOMISTICA è quella che si sottrae alle disposizioni dei superiori col
pretesto d'obbedire allo Spirito Santo. E Gesù stesso ordinò a santa Teresa d'obbedire al suo
confessore quando le proibì di proseguire nella sua opera della riforma carmelitana.
6) DISOBBEDIENZA CAMUFFATA è l'arte che, a forza di scuse e di obiezioni, sa indurre il
superiore a ritirare o a modificare le sue disposizioni.
7) OBBEDIENZA PARADOSSALE. È quella che pretende di obbedire assecondando la propria
volontà e imponendola al superiore. A volte, il religioso si impegna risolutamente in mille
occupazioni, in mille opere e imprese apostoliche senza il consiglio né l'autorizzazione di
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nessuno; e i superiori chiudono gli occhi e lasciano fare, per non provocare ribellioni aperte o
piccole rivoluzioni.
8) OBBEDIENZA INDOLENTE. «Mi è mancato il tempo... Ero occupato ... Mi son
dimenticato ... Non pensavo che fosse urgente ... Stavo per farlo».

(cost n 77) dice San Giovanni Bosco: “Se voi realizzate l’obbedienza nel modo indicato vi posso
assicurare, in nome del Signore, che passerete nella congregazione una vita tranquilla e felice. Ma
allo stesso tempo devo avvertirvi che dal giorno in cui, metterete da parte l’obbedienza e
seguirete solo i vostri capricci, comincerete a sentirvi afflitti del vostro stato. Se nelle varie
congregazioni religiose si trovano degli scontenti e anche alcuni per cui la vita di comunità è di
gran peso, guardate con attenzione e vedrete che questo scaturisce dalla mancanza di
obbedienza”. (Regole e costituzioni della Società di San Francesco di Sales, VIII)

III POVERTA’
Lo stato religioso è una scuola e un esercizio per raggiungere la perfezione della carità. Per
giungere a questa virtù, è necessario distruggere totalmente l'affetto alle cose del mondo, poiché
sant'Agostino, rivolgendosi a Dio, gli dice: “Ti ama troppo poco chi ama qualche cosa fuori di te
e non la ama per te». E in un altro luogo: “La diminuzione del desiderio delle
cose terrene alimenta e nutre la carità; la distruzione totale di questo desiderio è la perfezione
della carità".
Perciò, per raggiungere la perfezione della carità, occorre mettere come primo fondamento la
povertà e vivere senza possedere nulla, poiché il Signore dice: “Se vuoi essere perfetto, va', vendi
i tuoi beni e fanne dono ai poveri; poi, vieni e seguimi " (Mt 19,21).
Eccellenza della povertà. La povertà di spirito per amor di Dio è una delle virtù più eccellenti
che si possano praticare, e, per quanto possa parere paradossale, è una di quelle che più ci fanno
rassomigliare a Dio, infinitamente ricco e infinitamente povero allo stesso tempo.
Nemici della povertà
Lo spirito di comodità, che si ribella ai disagi inseparabili dalla pratica della perfetta povertà
religiosa.
Il cattivo esempio, particolarmente efficace sugli spiriti deboli e passivi. “Perché lui, e gli
altri no?”
La prosperità materiale, specialmente in quegl'istituti che tengono collegi od ospitano studenti e
che devono procurare loro un certo lusso e un confort moderno che può stare a pari con quello
degli alberghi di prima categoria.
" Due cose sono incompatibili, diceva santa Teresa: essere poveri e stare bene. E santa Margherita
Maria Alacoque scriveva: “La condizione del povero esige che gli manchino le comodità della
vita; e i poveri volontari quelli che hanno scelto la povertà per amore di Gesù Cristo devono
essere disposti ad amare e provare gl'incontinenti e le difficoltà della loro condizione. Non si può
chiamare povero chi ha fatto voto di povertà. ma, allo stesso tempo, non va soggetto a nessuna
privazione».

Amore alla povertà

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Per arrivare a praticare la povertà evangelica in tutta la sua perfezione, bisogna amarla
appassionatamente, innamorarsene con tutte le forze di cui si è capaci.
Senza questo amore, scrive, ancora il P. Colin è impossibile osservare la povertà perfetta.
Amare la povertà è amare il piccolo, l'umile, il modesto, il vecchio, l’usato ciò che sa di povertà.
Amare la povertà è amare le privazioni, le rinunzie e quelle ristrettezze connesse con l'osservanza
di questa virtù. “Dirò ancora, scrive sant'Ignazio ai Padri di Padova, che quelli che amano la
povertà, devono amarne, quanto possono, le conseguenze, come mangiar male, vestir male ed
essere disprezzati. Chi ama la povertà e non vuole risentirne i disagi, è un povero troppo
delicato”.
Amare la povertà vuoi dire amare il Voto e le sue molteplici prescrizioni e proibizioni; amare
tutte le pratiche della povertà, anche quelle minuziose, imposte dalla Regola o raccomandate dalla
tradizione. Amare la povertà vuoi dire odiare, per motivi soprannaturali, il benessere,
l'abbondanza e il superfluo; odiare l'appariscente, il ricercato e il lusso mondano; odiare tutto ciò
che potrebbe affievolire o corrompere lo spirito di povertà.
«Se la povertà non fosse un grande bene, diceva Gesù stesso a sant'Angela di Foligno, non l'avrei
scelta per me e non l'avrei lasciata in eredità ai miei eletti».

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