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L’accettazione di se (Jacques Philippe; La libertà interiore)

La cosa più importante, nella nostra vita, non è poi tanto ciò che noi possiamo fare, ma piuttosto che
lasciamo spazio all’azione di Dio. Il grande segreto di tutte le fecondità e di tutte le crescite spirituali è
imparare a lasciare agire Dio: «Senza di me non potete far nulla», dice Gesù. Perché l’amore divino è
infinitamente più potente di tutto ciò che possiamo mettere noi stessi in azione con la nostra saggezza
o le nostre forze. Ebbene, una delle condizioni più necessarie per permettere alla grazia di Dio di agire
nella nostra esistenza è dire «sì» a ciò che noi siamo e alle situazioni in cui ci troviamo a vivere.

In effetti, Dio è "realista”. La grazia divina non opera in situazioni di fantasia, ideali o da sogno.

La persona che Dio ama con la tenerezza di un padre, la persona di cui egli si interessa e mediante il
suo amore vuole trasformare, non è la persona che avrei voluto essere, o che avrei dovuto essere, ma
è, assai banalmente, la persona che sono. Dio non ama delle persone “ideali" delle persone “virtuali”.
Non ha amore che per le persone reali, concrete. Non gli interessano i santi da vetrata, ma i peccatori
che noi siamo. A volte sprechiamo un sacco di tempo delle nostre vite a lamentarci di non essere come
questo o quello, a compiangerci per questo difetto o quella limitazione, a immaginarci tutto il bene
che potremmo fare se, invece di essere quel che siamo, fossimo uno meno ferito, più dotato di questa
o quella virtù e così via. È tutto tempo ed energia sprecata, con nessun altro risultato se non di
rallentare il lavoro dello Spirito Santo nei nostri cuori.

Molto spesso, ciò che blocca l’azione della grazia divina nei nostri cuori non sono poi tanto i nostri
peccati o i nostri errori, quanto piuttosto la mancanza di assenso alla nostra debolezza, tutti i rifiuti, più
o meno coscienti, a ciò che siamo o alla nostra situazione concreta. Per “liberare” la grazia nella nostra
vita e permettere dei cambiamenti profondi e spettacolari a volte basterebbe semplicemente dire “sì” -
un sì ispirato dalla fiducia in Dio - ad aspetti della nostra esistenza verso i quali abbiamo una posizione
di rifiuto interiore. Non ammetto di non possedere quella qualità o di avere quella debolezza, di essere
stato segnato da questo o quel-avvenimento passato, di essere caduto in questo o quel peccato e così
via. E in questo modo rendo vana l’azione dello Spirito Santo, il quale ha pienamente presa sulla mia
realtà soltanto nella misura in cui io stesso accetto, la mia realtà: lo Spirito Santo non agisce mai senza
la collaborazione delia mia libertà. Se non mi accetto come sono, non permetto allo Spirito Santo di
migliorarmi!

Allo stesso modo, se neppure gli altri li accetto come sono, se, per esempio, passo il mio tempo a
volergliene perché non sono come li vorrei, neppure in questo caso permetto allo Spirito Santo di agire
in modo positivo nella mia relazione con essi, e di fare di quella relazione un’occasione di cambia -
mento per essi. Ci torneremo.

I comportamenti che abbiamo appena descritto sono sterili perché caratterizzati da un puro e semplice
“rifiuto della realtà”, che ha le sue radici in deficienze di fede e di speranza in Dio, deficienze che
generano a loro volta deficienze di amore. Tutto questo ci chiude alla grazia e paralizza l’azione divina.

Nei Dialogo delle Carmelitane di Bernanos, l’anziana priora dice alla giovane Blanche de la Force: «So-
prattutto non disprezzatevi mai. È molto difficile disprezzarsi senza offendere Dio in noi».

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Desiderio di cambiare e assenso a ciò che siamo

Abbiamo appena parlato della necessità di «dare il nostro assenso, dire sì a ciò che siamo», con le no-
stre miserie e i nostri limiti. Ma qualcuno potrebbe obiettare: ma tutto ciò non è passività, non è pigri-
zia?

Dove va a finire il desiderio di crescere, cambiare, superarsi per migliorare? Il vangelo non ci invita a
convertirci: «Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro nei cieli». (Matteo 5,48).

Va da sé che il desiderio di migliorarci, di tendere senza posa a superarci, per crescere nella perfezione,
sia indispensabile; è fuori questione che non possiamo rinunciarci: smettere di progredire è come
smettere di vivere. Chi non desidera diventare santo non lo diventerà. A ben guardare, Dio ci dà quello
che desideriamo, né più né meno. Ma per diventare santi dobbiamo accettarci come siamo.

Questi due atteggiamenti sono contraddittori soltanto in apparenza; sono entrambi necessari, si
completano l'un altro e l’uno fa da contrappeso all’altro: dobbiamo vivere accettando i nostri limiti, ma
con un’accettazione che non sia rassegnazione alla mediocrità, e insieme dobbiamo anche avere un
desiderio di cambiamento, ma che non sia un rifiuto, più o meno cosciente, dei nostri limiti e una non
accettazione di noi stessi.

Il segreto - molto semplice, in verità - è capire che possiamo cominciare a cambiare in maniera feconda
la realtà solamente da quando cominciamo ad accettare noi stessi. Si tratta anche di avere l’umiltà di
ammettere che non possiamo cambiarci con le nostre sole forze, ma che ogni progresso, ogni vittoria
su noi stessi è un dono della grazia divina. Ma la grazia di cambiare non l’avrò se non la desidero; e per
ricevere la grazia che mi trasformerà bisogna pure che mi veda e mi accetti come sono.

Io penso che uno possa arrivare ad accettarsi in pieno solamente sotto lo sguardo di Dio. (Paternità).
Così come quando un bambino si sente rassicurato soltanto perché lo sta guardando il suo padre o
sua madre.

Quando uno si scopre così, sotto lo sguardo di Dio, ciò che è meraviglioso è che sente una grande
libertà. Voglio piuttosto dire che non ci sentiamo schiacciati dalla nostra condizione di peccatori. Dio
conosce le nostre debolezze e le nostre infermità, ma non se ne scandalizza e non ci condanna. «Come
la tenerezza di un padre per i figli, così è tenero il Signore con chi lo teme. Sa di cosa siamo impastati,
si ricorda che siamo polvere» (Salm 103,13). I genitori non si arrabbiano con i loro figli che imparando
a camminare cadono tante volte per terra.

Nello sguardo che posa su di noi, Dio sicuramente ci invita alla santità, ci stimola a convertirci e
progredire, ma senza mai provocare l’angoscia di non riuscirci, quell’angoscia o “pressione” che a volte
invece sentiamo sotto lo sguardo delle altre persone o anche sotto lo sguardo con cui noi stessi ci
giudichiamo: non siamo mai abbastanza a posto, non abbiamo mai abbastanza di questo o quello,
siamo sempre scontenti di noi, ci sentiamo sempre colpevoli di non essere all’altezza di quell’attesa, di
quella regola...

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Lo sguardo che Dio posa su di noi (…) ci libera, per così dire, da quella sorta di costrizione, da
quell’obbligo di cui ci sentiamo a volte prigionieri — obbligo che non ha origine nella volontà divina
ma piuttosto nella nostra psicologia ferita - di dover essere tutt’altra cosa, a ben guardare, da ciò che
siamo.

Nella vita sodale viviamo spesso in una sorta di tensione continua, volendo corrispondere a ciò che gli
altri si aspettano da noi - o noi ci immaginiamo che essi si aspettino -, una cosa che alla lunga può
anche annientare.

Il nostro mondo si è disfatto del cristianesimo, dei suoi dogmi e dei suoi comandamenti proprio con il
pretesto che è una religione che fa sentire in colpa; eppure, non ci si è mai sentiti tanto in colpa come
oggi: tutte le ragazze si sentono colpevoli di non essere belle come l’ultima top model in voga, gli
uomini di non avere i soldi del proprietario di Microsoft ecc. I modelli di successo che presenta la
cultura contemporanea sono ben più gravi e ossessivi dell’appello alla perfezione che ci rivolge Gesù,
lui che nel vangelo ci dice: «Venite a me, voi tutti che faticate e andate piegati sotto il fardello, e io vi
consolerò. (Matteo 11,28-30).

Sotto lo sguardo di Dio ci troviamo liberati dall’imperativo categorico di essere “i migliori” secondo il
concetto mondano, di essere degli eterni “vincenti”.

Se ci è così difficile accettare le nostre miserie, è perché abbiamo il falso sentimento che per causa loro
non meritiamo di essere amati da Dio. Ma vivere sotto lo sguardo di Dio ci fa intuire che quest’idea è
falsa: l’amore è gratuito, non si merita, le nostre miserie non impediscono minimamente a Dio di
amarci, anzi! Sotto lo sguardo di Dio veniamo liberati da questo tremendo e disperante dovere:
diventare una persona a modo, per meritare di essere finalmente amati! Dio non mi ama per il bene
che sono capace di fare, ma in virtù della sua sola paternità verso di me. Fino a quando il mio rapporto
con Dio è in parte fondato su ciò che sono in grado di fare, quel rapporto resta fragile; ma quando per
unico fondamento esso ha la paternità di Dio, allora è al riparo da qualsiasi fallimento.

Ma mentre questo sguardo paterno ci “autorizza” a essere noi stessi, a essere dei poveri peccatori, lo
sguardo di Dio ci permette pure tutte le audacie nello slancio verso la santità: abbiamo il diritto di
aspirare alle vette, di desiderare la più alta santità, perché Dio vuole e può accordarcela. Non siamo
condannati per sempre alla nostra mediocrità, né costretti a una cupa rassegnazione, ma abbiamo
sempre la speranza di progredire nell’amore verso Dio. Lui è capace di fare del peccatore che sono un
santo; la sua grazia può fare questo miracolo; posso nutrire una fede senza limiti nella potenza del suo
amore.

Il giusto atteggiamento da tenere dinanzi a Dio è dunque questo: per un verso, un’accettazione del
tutto tranquilla, del tutto “distesa” di noi stessi e delle nostre miserie e, per l’altro, un immenso desi -
derio di santità, un’intensa determinazione di progredire, forti di una fiducia senza limiti nel potere
della grazia divina. Un duplice atteggiamento che mi appare assai ben descritto in questo passo del
diario spirituale di santa Faustina: «Desidero amarvi più di quanto vi abbia mai amato chiunque. E
nonostante la mia miseria e la mia piccolezza, ho ancorato la mia fiducia in fondo all’abisso della vostra
misericordia, mio Dio e mio Creatore! Nonostante la mia grande miseria, non ho paura di nulla, ma
anzi spero di cantare eternamente il mio canto di lode. Nessuno, neppure il più miserevole, dubiti mai,
finché vive, di poter diventare un grande santo. Perché grande è la potenza della grazia divina»
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