Sei sulla pagina 1di 26

lOMoARcPSD|884482

15. La contabilità nazionale


La contabilità nazionale offre una descizione dell’attività economia che ha luogo in una economia attraverso la
registrazione,appunto contabile,dei flussi di beni e servizi e dei relativi movimenti finanziari. La contabilità
nazionale registra questa attività guardando agli scambi o flussi di beni e servizi.
Le quattro grandezze fondamentali del sistema economico sono: la produzione di beni e servizi,l’andamento dei
prezzi,il mercato del lavoro,i conti delle amministrazioni pubbliche.
1. La produzione
La più importante grandezza macroeconomica è senza dubbio il prodotto interno lordo (PIL). Il PIL misura il valore
di mercato dei beni e servizi finali prodotti all’interno di un certo sistema economico in un anno.
Interno si riferisce al fatto che la produzione avviene sul territorio del paese considerato,indipendentemente dal
fatto che sia svolta da residenti o meno.
Il prodotto interno è lordo poiché comprende gli ammortamenti,ovvero la perdita di valore subita dal capitale
fisso nel corso dell’anno per l’usura fisica e l’obsolescenza.
Infine,l’aggettivo finali significa che nel calcolo del PIL si tiene conto soltanto dei beni e servizi che non vengono
riutilizzati nel processo produttivo nel corso dell’anno considerato,ma che vengono acquistati dagli operatori
economici per fini di consuno o investimento oppure vengono acquistati da operatori residenti all’estero,vengono
cioè esportati.
Esistono tre metodi di calcolo del PIL:
1.1 Il metodo della spesa: abbiamo appena detto che il PIL è costituito dal valore dei beni e servizi acquistati
per consumo,investimento o esportazione: esso perciò coincide contabilmente con la spesa aggregata. Il
PIL è quindi dato dalla somma delle spese effettuate dalle famiglie,dalle imprese e dalla pubblica
amministrazione,e da quelle effettuate dai residenti all’estero per l’acquisto di beni e servizi prodotti nel
paese considerato. Le componenti della spesa aggregata sono:
a) Il consumo,la spesa per mezzi di produzione effettuata dalle famiglie,sia per beni non durevoli (come
alimenti) sia per beni durevoli. Lo indichiamo con C.
b) L’investimento,la spesa per mezzi di produzione effettuata dalle imprese private. Lo indicheremo con I.
Accanto alla spesa privata in investimenti,troviamo la spesa effettuata dalle amministrazioni
pubbliche,come quella per le scuole,ospedali e strade;
c) La spesa pubblica,ovvero la spesa effettuata dalle amministrazioni pubbliche,denominata anche consumi
collettivi (servizi forniti a singoli individui come sanità,istruzione,sia consumi collettivi come giustizia e
difesa). Lo indichiamo con G;
d) Le esportazioni nette,ossia le differenze tra esportazioni e importazioni. Esportazioni lo indichiamo con
X,importazioni con Q e e la differenza con NX.
PIL= SPESA AGGREGATA= CONSUMO+INVESTIMENTO+SPESA PUBBLICA+ ESPORTAZIONI NETTE.
Le grandezze espresse ai prezzi dell’anno corrente vengono definiti nominali. Le medesime grandezze espresse
invece ai prezzi di un dato anno di riferimento,per esempio il 2000,vengono definite reali.
Dato però che siamo in presenza di identità,ovvero di uguaglianze sempre verificate,l’uguaglianza fra PIL e spesa
aggregata risulta sempre vera,sia che si tratti di grandezze reali che nominali.
L’identità del PIL e la spesa aggregata si scrive in forma algebrica nel seguemnte modo:
Y=C+I+G+NX
Poiché le esportazioni nette sono definite come differenza tra esportazioni X e importazioni Q cioe NX=X-Q,la
precedente identità può essere scritta come: Y+Q=C+I+G+X
Il lato a sinistra del segno di uguale costituisce le risorse a disposizione del sistema economico; quello di destra
gli impieghi del sistema economico.
1.2 Il metodo del valore aggiunto: con questo metodo di calcolo del PIL,dal valore della produzione di
ciascun bene viene sottratto il valore dei beni intermedi,ossia dei beni che,pur essendo il risultato di
processi produttivi,servono da input per altre produzioni,ottenendo appunto il valore aggiunto. Si evita
così di conteggiare nel PIL due o più volte lo stesso bene. Il valore aggiunto valutato ai prezzi di mercato
coincide con il PIL. Se dal valore così ottenuto sottraiamo le imposte indirette e aggiungiamo i contributi
pagati alle imprese,otteniamo il valore aggiunto al costo dei fattori.
1.3 Il metodo del reddito: Con questo metodo il PIL viene calcolato sommando i redditi dei proprietari dei
fattori che hanno partecipato al processo di produzione,come il lavoro,i macchinari e le attrezzature,le
risorse naturali ecc. . IL PIL si riferisce al valore dei beni e servizi prodotti sul territorio italiano,sia che i
fattori produttivi siano di proprietà di residenti che di non residenti. Il reddito nazionale (RNL) si riferisce
invece ai beni e servizi ottenuti con fattori produttivi di proprietà di residenti. Per passare dal primo al

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

secondo,è necessario sommare algebricamente i redditi netti dell’estero. Questi sono dati dalla
differenza tra i redditi dei fattori produttivi italiani impiegati all’estero e i redditi dei fattori produttivi di
proprietà di non residenti impiegati in Italia.
PIL+Redditi netti dall’estero= RNL
Per arrivare ai redditi dei proprietari dei fattori occorre sottrarre dal reddito nazionale lordo due voce di
spesa. L’ammortamento,che rappresenta le spese necessarie a tenere in efficienza i mezzi di produzione
impiegati. In secondo luogo,vanno sottratte le imposte indirette (come l’IVA),che rappresentano la parte del
valore del prodotto incassato dallo Stato,e occorre aggiungere i contributi che lo Stato paga alle imprese (i
contributi di produzione). La differenza tra imposte indirette e contributi della produzione è denominata
imposte indirette nette.
Con la deduzione dell’ammortamento si passa dal RNL ai prezzi di mercato al reddito nazionale netto (RNN)
ai prezzi di mercato; con la deduzione delle imposte indirette nette,si passa dal RNN ai prezzi di mercato a
quello al costo dei fattori così denominato perché rappresenta i redditi dei fattori della produzione.
RNL-AMMORTAMENTI-IMPOSTE INDIRETTE+ CONTRIBUTI ALLA PRODUZIONE= RNN AL COSTO DEI FATTORI.
Come si può notare il reddito nazionale al costo dei fattori così calcolato coincide con il valore aggiunto al
costo dei fattori una volta sottratto l’ammortamento e tenuto conto dei redditi netti dall’estero. Il reddito
nazionale al costo dei fattori è cio che viene percepito da chi ha partecipato alla produzione:
RNN al costo dei fattori = SALARI+ PROFITTI+ INTERESSI + STIPENDI+ ecc..
1.4 Dal Reddito nazionale al reddito disponibile delle famiglie
Il reddito delle famiglie è rilevante perché costituisce la determinante principale dei consumi privati. IL RNN al
costo dei fattori non coincide con il reddito delle famiglie per la presenza delle imprese e dello Stato.
Le imprese non distribuiscono per intero i profitti e pagano delle imposte,come le imposte sui redditi delle
società. Se sottriamo queste due voci dal RNN al costo dei fattori,otteniamo reddito delle famiglie:
RNN al costo dei fattori- Profitti non distribuiti – Imposte sulle imprese = Reddito delle famiglie.
Lo stato effettua trasferimenti alle famiglie e preleva imposte sui redditi e i patrimoni delle persone fisiche.
Effettuando questi due altri aggiustamentisi ricava il reddito disponibile delle famiglie
Reddito delle famiglie+ Trasferimenti – Imposte personali= Reddito disponibile delle famiglie.
Il PIL differisce dal reddito disponibile perché vi sono imposte e trasferimenti,oltre che profitti non distribuiti.
Indichiamo la differenza tra imposte e trasferimenti con T. Il reddito disponibile (YD) può allora essere scritto così:
YD=Y-T.
Il reddito disponibile può avere soltanto due destinazioni: o viene speso nell’acquisto di beni di consumo oppure
non viene speso,viene cioè risparmiato. Questa relazione è sempre vera: è vero per definizione che la somma di
consumi (C) e risparmi (S) costituisce il reddito.
YD= C+S
2.I conti delle amministazioni pubbliche
Le amministrazioni pubbliche (AP) comprendono: lo Stato,gli Enti territoriali (regioni,province,comuni) e altri Enti
centriali e locali (ASL,Università,Enti previdenziali ecc..). Le funzioni da esse svolte sono essenzialmente due:
1) Producono servizi non destinabili alla vendita,vale a dire i consumi pubblici. Questi servizi possono
riguardare i singoli individui oppure essere collettivi come nel caso dei beni pubblici,così denominati
perché il consumo da parte di un individuo non riduce la possibilità di consumo da parte di altri individui.
Il valore dei consumi pubblici si ottiene sommando i salari e gli stipendi pagati dalle AP e gli acquisti di
beni e servizi effettuati dalle AP;
2) Trasferiscono redditi,trasfermenti in gran parte costituiti dalle prestazioni sociali,come previdenza e
assistenza.
Queste due costituiscono le uscite di AP.
Per svolgere queste due funzioni,le AP si finanziano prelevando le imposte e i contributi sociali. Il conto
consolidato dalle AP ha la forma semplificata della tabella 7.
Il risparmio dlele amministrazioni pubbliche coincide con l’avanzo corrente del bilancio dello Stato,se positivo,o
con il disavanzo,se negativo. Il deficit o disavanzo del bilancio pubblico,che indichiamo con BD,coincide con la
differenza tra entrate e uscite dello Stato:
BD= G-T.
G rappresenza la spesa pubblica e T è dato dalle imposte comprensive dei contributi sociali al netto dei
trasferimenti.
3.Dal reddito al risparmio.
E’ sempre vero che la somma del consumo e del risparmio è uguale al reddito disponibile, YD=C+S.

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

Questa identità è vera anche a livello nazionale. I consumi nazionali sono pari alla somma di quelli privati delle
famiglie e di quelli collettivi. I risparmi nazionali sono pari alla somma dei risparmi delle famiglie,di quelli delle
imprese e di quelli delle pubbliche amministrazioni (possono essere negativi quelle delle AP). Se sommiamo ai
consumi nazionali il risparmio nazionale,otteniamo il reddito nazionale.
Y=C+G+S-BD= C+G+S-(G-T)=C+S+T.
Sottraendo T ad entrambi i membri otteniamo una identità nota:
Y-T=YD=C+S.
4.Dal risparmio ai suoi impieghi: l’investimento e le esportazioni nette
Il rismario che si forma nel sistema economico nel suo complesso identifica le fonti cui i diversi soggetti presenti
nell’economia – le famiglie,le imprese,il settore pubblico,i non residenti – possono attingere per finanziare le loro
spese. Dal punto di vista della collettività,l’impiego più importante del risparmio nazionale è quello effettuato
dalle imprese per fini di accumulazione,per finanziare cioè l’acquisto di beni strumentali da impiegare nel
processo produttivo come attrezzature,macchine utensili,capannoni industriali,ecc.. Ciò che rimane una volta
finanziato l’investimento delle imprese – e il disavanzo pubblico – può essere pensato come un prestito che la
collettività nazionale effettua nei confronti del resto del mondo e che è pari alla differenza tra esportazioni e
importazioni : se la differenza è positiva,il resto del mondo acquista dal nostro paese più di quanto vende e
quindi si indebita nei nostri confronti; viceversa,se la differenza è negativa,il nostro paese acquista all’estero più
di quanto esporta e quindi ci indebitiamo sull’estero.
Per spiegare ciò possiamo partire dall’identità tra PIL e spesa aggregata :
Y= C+I+G+NX
Sottraendo lato a lato le imposte al netto dei trasferimenti- cioè T- otteniamo:
Y-T=C+I+G+NX-T
Si ricordi che il PIL differisce dal reddito disponibile perché vi sono imposte e trasferimenti e che perciò il reddito
disponibile YD è definito come
YD= Y-T
Dove T sono le imposte al netto dei trasferimenti (includendo nei trasferimenti gli interessi sul debito pubblico).
Sostituendo questa definizione nell’uguaglianza precedente si ha:
YD= C + I + G – T + NX = C + I + BD + NX
Dove BD= G-T è il deficit del bilancio pubblico. Si ricordi pure che la destinazione del reddito disponibile è :
YD= C + S.
Possiamo così scrivere
C+S = C + I + BD + NX
Eliminando il consumo C da entrambi i lati
S = I + BD + NX
Ossia il risparmio delle famiglie finanzia gli investimenti delle imprese,il disavanzo pubblico e le esportazioni
nette.
Il conto della formazione di capitale riscrive questa identità mettendo insieme risparmio privato e risparmio
pubblico,portando cioè BD a sinistra del segno di uguale e ottenendo perciò :
S- BD = I + NX o anche S – BD – NX = I.
5. Le identità fondamentali della contabilità nazionale
Esiste identità tra prodotto,reddito e spesa. Formalizziamo tali identità denominate identità fondamentali della
contabilità nazionale. Identità perché per definizione esse sono sempre verificate. Le identità fondamentali sono
3.
La prima identità fondamentale ci dice che il reddito nazionale non può essere che destinato a consumi,risparmi
e imposte al netto dei trasferimenti,ossia:
Y= C+S+T.
Il prodotto è costituito dai beni e servizi finali che non possono che essere impiegati per
consumi,investimenti,acquisti pubblici ed esportazioni nette,che è quanto indica la seconda identità
fondamentale:
Y= C + I + G + NX
Dove NX= X-Q.
Infine,abbiamo visto che il risparmio delle famiglie e delle imprese finanzia gli investimenti,il disavanzo pubblico
e le esportazioni nette,da cui la terza identità fondamentale di contabilità nazionale:
S= I + BD + NX.
Dove BD= G – T.

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

6.L’inflazione
L’economia è interessata alle grandezze reali,perché queste ultime esprimono l’effettivo ammontare di beni e
servizi che è stato prodotto o consumato. Partendo dalle grandezze nominali,dobbiamo perciò depurarle
dall’aumento dei prezzi,che si verifica da un anno all’altro.
Questo aumento continuo dei prezzi è l’inflazione.
L’inflazione è definita come l’aumento percentuale che il livello generale dei prezzi dell’insieme dei beni e servizi
subisce da un anno all’altro.
L’inflazione può essere misurata in molti modi diversi. Ne elenchiamo due:
Il deflatore del PIL: Il calcolo dell’inflazione attraverso il deflatore fa riferimento ai beni e servizi prodotti ed è
dato dal rapporto tra il PIL calcolato ai prezzi dell’anno corrente (indicato con t) e il PIL calcolato ai prezzi
dell’anno base (indicato con 0). Il PIL calcolato ai prezzi dell’anno corrente viene denominato PIL
nominale,mentre il PIL calcolato ai prezzi dell’anno base viene denominato PIL reale. Il PIL nominale è quindi dato
dal prodotto fra le quantità prodotte di beni e servizi finali dell’anno corrente t (qit) per i rispettivi prezzi correnti
(pit). Il valore complessivo dei beni e servizi prodotti è dato dalla sommatoria di prezzi per quantità,
i pit x qit. Esprimere il PIL in termini reali significa depurarlo da eventuali variazioni dei prezzi. Ciò viene
effettuato moltiplicando le quantità prodotte nell’anno corrente (qit) per i prezzi di un anno preso come
riferimento (pi0),detto anno base. Per tale motivo il PIL reale viene anche definito PIL a prezzi costanti. Il deflatore
perciò dato è:
Deflatore = PIL NOMINALE / PIL REALE .
L’indice dei prezi al consumo (IPC). Un indice dei prezzi al consumo è uno strumento statistico che misura le
variazioni nel tempo dei prezzi di un insieme di beni e servizi,chiamato “paniere” che viene considerato
rappresentativo dgli effettivi consumi delle famiglie in uno specifico anno:
IPC= i pit qio / i pio qio
L’ISTAT pubblica tre indici dei prezzi al consumo:
1. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (NIC) utilizzato come misura
dell’inflazione per l’intero sistema economico.
2. L’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operari e impiegati (FOI),usato per adeguare
periodicamente i valori monetari,ad esempio gli affitti;
3. L’indice dei prezzi al consumo armonizzato per i paesi dell’Unione Europea (IPCA) elaborato per avere
una misura dell’inflazione comparabile a livello comunitario.
Gli indici sono calcolati,con il metodo del concatenamento. Le misure dei valori riferiti a ciascun anno vengono
costruite sulla base dei prezzi dell’anno precedente,invece di utilizzare i prezzi di un anno base fisso come
avviene,quando si utilizza una base fissa.
7. Il mercato del lavoro
Sul mercato del lavoro si incontrano i lavoratori in cerca di un’occupazione e le imprese che hanno bisogno di
lavoratori per coprire i posti vacanti.
Tre grandezze caratterizzano la situazione del mercato del lavoro.
1. Il tasso di attività ( o di partecipazione) è dato dal rapporto tra la forza lavoro (che è costituita dalla
somma di occupati e disoccupati) e la popolazione attiva (compresa tra i 15 e i 64 anni):
2. Il tasso di occupazione rappresenta la frazione della popolazione attiva che è occupata ed è dato dal
rapporto tra occupati e popolazione attiva.
3. Il tasso di disoccupazione è dato dal rapporto tra disoccupati e forza lavoro.
Questre tre grandezze sono tra loro connesse dalla seguente relazione:
Tasso di occupazione = Tasso di attività x (1-Tasso di occupazione).
La relazione ha un significato intuitivo. Per essere occupato,occorre innanzitutto che la persona rientri nella forza
lavoro,e che quindi sia già occupato o cerchi attivamente lavoro; il complemento a 1 del tasso di disoccupazione
esprime la probabilità che ci cerca lavoro trovi poi effettivamente un’occupazione.
16.Il mercato dei beni e il principio della domanda effettiva
Ora passiamo alle interazioni tra gli operatori e i mercati,in modo da ricostruire come quelle interazioni
determinano le grandezze aggregate,in primis il livello del reddito e dell’occupazione.
L’analisi microeconomica è limitata al breve periodo,è ragionevole assumere come data la capacità
produttiva,ovvero è data la produzione massima di beni e servizi.
Stock di capitale e capacità produttiva rappresentano in questo contesto espressioni equivalenti.

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

Se adottiamo una prospettiva macroeconomica,e quindi guardiamo alla produzione in aggregato,il PIL,e
all’operatore aggregato imprese,un’ipotesi empirica frequentemente adottata è che il breve periodo abbracci un
lasso di tempo di qualche anno.
Inizieremo analizzando un primo semplice modello che spiega la determinazione del reddito nazionale. Il
modello reddito-spesa. Si basa sull’ipotesi fondamentale che le imprese siano in grado di produrre la quantità di
beni e servizi domandata. Il prodotto nazionale è dunque determinato dal livello della domanda aggregata,sulla
base del principio della domanda effettiva. Per semplificare,considereremo una economia chiusa agli scambi con
l’estero: ciò significa che le componenti della domanda aggregata che studieremo sono il consumo,l’investimento
e la spesa pubblica in beni e servizi.
1.Le ipotesi di base del modello reddito-spesa
Il modello reddito-spesa si basa su due ipotesi semplificatrici. La prima ipotesi consiste nell’assumere prezzi e
salari fissi. Questa è l’ipotesi centrale del modello reddito-spesa. Essa comporta che la produzione (e quindi
l’occupazione) si adegui sempre alla domanda aggregata di beni proprio perché il livello dei prezzi e dei salari
monetari è fisso.
Questa ipotesi implica che,al livello dei prezzi e dei salari monetari esistenti,le imprese siano disposte a produrre
qualsiasi quantità di prodotto venga loro domandata entro il limite costituito dalla capacità produttiva
disponibile.
L’altra ipotesi alla base del metodo reddito-spesa consiste nell’assumere come dato il livello degli investimenti.
Essa implica che il livello degli investimenti non venga determinato all’intenro del modello ma si suppone che
sia,adottando un termine tecnico,una variabile esogena,cioè appunto esterna al modello. Un modo di giustificare
questa ipotesi è che le imprese decidono gli investimenti correnti,i quali faranno variare la loro capacità
produttiva nei periodi successivi.
Coerentemente con l’ipotesi di breve periodo adottata,gli investimenti compaiono nel modello solo come
componente della domanda aggregata,non anche come incremento dello stock di capitale a disposizione
dell’economia.
Lo stock di capitale nel periodo corrente rimane un dato d’analisi.
2.Grandezze nominali e grandezze reali.
Il PIL,i consumi,gli investimenti e più in generale gli aggregati cui faremo riferimento vanno intesi in termini
reali,ossia Y,C,I rappresentano i valori del PIL,dei consumi,degli investimenti espressi ai prezzi di un anno assunto
come base e quindi deflazionati con i rispettivi indici dei prezzi impliciti. Se supponiamo per semplicità di analisi
che nell’economia si produca un solo bene,vi sarà un solo indice dei prezzi,che indicheremo con P,comune sia al
PIL che ai consumi e agli investimenti. Perciò,quando faremo riferimento ai valori nominali delle grandezze
considerate,le moltiplicheremo per il prezzo P del bene prodotto,ossia per il livello generale dei prezzi: per
esempio,se Y indica il PIL reale,il PIL nominale sarà espresso come PY.
3.La domanda aggregata e l’offerta aggregata: dalla contabilità nazionale alla teoria
macroeconomica.
La domanda aggregata,AD,rappresenta l’insieme dei beni che i diversi settori presenti nell’economia intendono
acquistare. Se per ora limitiamo la domanda aggregata a quella espressa dal settore privato,ovvero le famiglie e
imprese,escludendo quindi Stato e il commercio con l’estero,la domanda aggregata è uguale alla somma di
consumi e investimenti:
AD= C + I
Dove C e I rappresentano la spesa che famiglie e imprese intendono effettuare,ovvero gli acquisti programmati. C
e I hanno qui un significato diverso da quello che avevano nella contabilità nazionale. Nella contabilità nazionale
C e I rappresentano gli acquisti effettivi di famiglie e imprese,è necessario quindi distinguere gli acquisti
programmati da quelli effettivamente realizzati.
I primi vengono spesso denominati grandezze ex ante, i secondi grandezze ex post. L’offerta aggregata,che
indicheremo con Y,rappresenta il complesso di beni che le imprese intendono produrre.
Supporremo che le imprese producano effettivamente quanto intendono produrre.
Dobbiamo distinguere tra spesa aggregata,ossia tra il valore complessivo della spesa in beni finali effettuata da
parte di famiglie e imprese,quale risulta dalla contabilità nazionale,e la domanda aggregata,ossia il valore
complessivo degli acquisti di beni finali che gli operatori intendono effettuare,o programmano,nel periodo
considerato.
In macroeconomia definiamo sempre la domanda come l’ammontare di beni che gli acquirenti intendono
acquistare,ossia i programmi di spesa degli operatori,siano essi di consumo o investimento. La contabilità invece
registra semplicemente le spese effettuate,ossia le grandezze ex post.

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

4.La definizione di equilibrio


L’equilibrio viene definito come quella situazione dalla quale nessuno ha interesse a muoversi,poichè le
intenzioni degli operatori presenti nel sistema economico vengono di fatto realizzate; Quella situazione in cui le
grandezze ex ante corrispondono a quelle ex post.
L’equilibrio comporta che:
AD=Y
Ovvero,ricordando la definizione di domanda aggregata:
C+I=Y
5.Perchè l’equilibrio è importante
Cosa avviene se la situazione che si verifica non è di equilibrio? Esistono delle forze che riportano all’equilibrio.
Assumiamo che oltre gli investimenti,anche la domanda per consumi sia indipendente dal reddito,sia cioè
autonoma. Assumiamo inoltre che le famiglie riescano sempre a realizzare tutta la spesa per consumi che
intendono effettuare. Il consumo ex ante coincide perciò sempre con il consumo ex post.
Supponiamo che Y>AD,ovvero che le imprese non riescano a vendere tutto quello che hanno profotto. La
differenza tra Y e AD rimane invenduta e viene accumulata dalle imprese sotto forma di scorte. Poiché questa
variazione di scorte non era decisa dalle imprese,essa viene definita come non intenzionale. Perciò,la variazione
non intenzionale delle scorte è:
Variazione scorte= Y-AD.
L’aumento delle scorte costituisce un segnale per le imprese che la produzione eccede ciò che famiglie e imprese
intendono acquistare. Di conseguenza,la produzione viene ridotta e l’economia tende a riportarsi verso
l’equilibrio. Allo stesso modo,se nella situazione iniziale Y<AD,le imprese hanno prodotto troppo poco rispetto ai
programmi di spesa. Ciò induce le imprese ad aumentare la produzione. Qualunque situazione che non sia di
equilibrio tende perciò a non permanere,e quindi a mutare.
Spesa aggregata = C+ (I+Variazione delle scorte) = C + I + Y – AD= Y
Per definizione AD= C + I indipendentemente dal fatto che nel periodo considerato la situazione sia o no di
equilibrio.
6. Domanda aggregata e spesa aggregata
Per meglio chiarire la distinzione tra spesa aggregata e domanda aggregata,chiediamoci come possa accadere
che gli impieghi a consuntivo (la spesa aggregata,che è costituita da grandezze realizzate o ex post) differiscano
da ciò che famiglie e imprese intendono acquistare (la domanda aggregata,ovvero ciò che si intende acquistare o
ex ante). Comunque il PIL consiste dei beni e servizi finali prodotti,di consumo e di
investimento,indipendentemente dal carattere programmato o meno di questi impieghi.
Ricordiamoci dell’ipotesi che le famiglie riescono sempre a realizzare tutta la spesa per consumi che intendono
effettuare e che quindi il consumo ex ante coincide sempre con il consumo ex post. In questa situazione una
divergenza tra i piani di spesa e la spesa effettiva può riguardare solo le imprese,e quindi gli investimenti.
Indichiamo gli investimenti registrati nella contabilità nazionale,e dunque ex post,con:
Iex post= I + Variazioni delle scorte
Perché essi comprendono anche gli investimenti indesiderati in scorte. La spesa aggregata sarà quindi C+I ex post e
avremo in ogni caso Y=C+Iex post. Al contrario,la domanda aggregata,ossia il valore complessivo degli acquisti di
beni finali desiderati dagli operatori non comprende gli investimenti in scorte non programmati;
AD= C + I.
Se al momento delle decisioni di produzione le imprese hanno previsto correttamente la domanda,producono
Y=AD. Il sistema economico si troverà in equilibrio. Se invece hanno previsto una domanda maggiore di quella
che realmente si manifesta avremo Y>AD,mentre nel caso opposto avremo Y<AD: nel primo caso eccesso di
produzione sulla domanda aggregata,nel secondo un disequilibrio di segno opposto. Nel caso la produzione
uguagli la domanda Y = C+I; corrispondentemente negli altri due casi avremo rispettivamente Y>C + I e Y < C+ I.
7. Il principio della domanda effettiva
Alla base della macroeconomia keynesiana sta l’idea che il prodotto in termini reali,si aggiusta al livello della
domanda aggregata sul mercato dei beni,ossia alla domanda delle famiglie per consumi e delle imprese per
investimenti.
La produzione aggregata di equilibrio è determinata dal livello della domanda aggregata e risponde a sue
variazioni,aumentando per Y<AD e riducendosi nel caso opposto Y>AD fino a conseguire l’equilibrio Y=AD. E’
questo appunto il principio della domanda effettiva.
Quando Y=AD si ha equilibrio in quanto il sistema si trova in una situazione in cui tende a permanere.

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

Fuori dall’equilibrio si mettono in moto delle reazioni da parte degli operatori,insoddisfatti della situazione in cui
si trovano,che modificano la situazione;
Si tenga presente che il prodotto può adeguarsi alla domanda aggregata solo nei limiti del massimo livello di
produzione ottenibile sulla base delle risorse – impianti e lavoro – a disposizione del sistema economico:
indicando questo livello massimo di produzione come il prodotto potenziale Yp,mentre per una domanda
maggiore del reddito potenziale si avrà un aumento del livello dei prezzi e non del prodotto reale. Il prodotto
potenziale è un dato.
8.La funzione del consumo
Il consumo delle famiglie dipende dal loro reddito disponibile. Il livello del consumo è tanto più elevato quanto
maggiore è il reddito che le famiglie possono spendere,ovvero quanto maggiore è il reddito disponibile che,come
sappiamo,è dato dalla differenza tra il PIL e le imposte al netto dei trasferimenti. Il consumo è funzione crescente
del reddito disponibile.
Per semplificare,supporremo che la relazione crescente tra consumo e reddito sia lineare.
C=C + cYD
Il consumo e il reddito disponibile sono entrambi espressi in termini reali. La funzione del consumo afferma
dunque che l’ammontare di beni e servizi che le famiglie decidono di acquistare dipende dal loro reddito
disponibile reale. La costante C rappresenta la parte del consumo che non dipende dal reddito disponibile e che
denomineremo consumo autonomo. Il livello del consumo autonomo dipende da altre grandezze,come ad
esempio la ricchezza delle famiglie,ossia l’ammontare di beni capitali,titoli e moneta che costituiscono il loro
patrimonio. Nel breve periodo queste grandezze non variano e per questo motivo sono inglobate nella costante
C.
c è la propensione marginale al consumo e misura di quanto aumenta il consumo a seguito di un aumento
unitario del reddito disponibile.
Graficamente “c” misura la pendenza della retta del consumo,ossia C/YD,ovvero è il rapporto tra la variazione
di consumo e la variazione del reddito disponibile. Si noti che la propensione al consumo è positiva ma minore
dell’unità,il che significa che il consumo aumenta all’aumentare del reddito disponibile. Ma non tutto l’aumento
del reddito viene speso nell’acquisto di beni poiché una parte viene risparmiata.
Unitamente alla propensione marginale,è importante considerare anche la propensione media al consumo,la
quale misura la frazione di reddito disponibile che le famiglie impiegano nella spesa per i beni di consumo,ossia
C/YD.
Propensione media e propensione marginale
La propensione marginale al consumo è definita come il rapporto tra la variazione del consumo C e la
variazione del reddito disponibile YD. Data la funzione di consumo,la propensione marginale al consumo
corrisponde al coefficiente c:
c=C/YD
Per verificare questa uguaglianza,consideriamo due livelli di consumo corrispondenzi a due livelli di reddito,che
indichiamo con gli indici 1 e 2:
C1=C + cYD1
C2=C + cYD2
Calcoliamo l’incremento di consumo sottraendo la prima espressione dalla seconda:
(C2-C1)= C + cYD2 – (C + cYD1)
(C2-C1)= c(YD2-YD1)
Ponendo (C2-C1)=C e (YD2-YD1)=YD,si ottiene:
c=C/YD.
Come abbiamo detto la propensione marginale al consumo è compresa fra zero e uno. La propensione media al
consumo (cme) rappresenta la quota di reddito che in media le famiglie destinano ai consumi ed è definita dal
rapporto fra consumo e reddito C/YD.
Sostituendo C=C + cYD,si ottiene:
cme= C + cYD/YD=C/YD+c
La propensione media al consumo non è costante ma diminuisce all’aumentare del reddito disponibile pur
rimanendo sempre maggiore della propensione marginale.
Graficamente la propensione media è data dall’inclinazione della retta che congiunge l’origine con un punto della
funzione del consumo. In figura 1 è disegnata in corrispondenza del punto A,in cui abbiamo un reddito
disponibile pari a YD* e un corrispondente livello di consumo C*: il rapporto C*/YD* ci fornisce appunto la
propensione media al consumo come l’inclinazione della retta che congiunge il punto A con l’origine.

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

9.La determinazione del reddito di equilibrio in assenza di pubblica amministrazione


Passiamo ora alla determinazione del reddito di equilibrio. Per il principio della domanda effettiva esso
corrisponde a quel livello di reddito per il quale la produzione aggregata si adegua alla domanda aggregata. Per
semplificare,supponiamo che le imprese distribuiscano per intero i profitti,non ci sono cioè profitti non
distribuiti;assumiamo inoltre che non vi sia intervento pubblico quindi che il reddito disponibile delle famiglie
coincide con il reddito nazionale e quindi la funzione del consumo può essere scritta nella forma:
C=C+cY
Y è il reddito nazionale,il quale in queste ipotesi coincide con il reddito disponibile.
In assenza di pubblica amministrazione e di scambi con l’estero,l’unica altra componente della domanda
aggregata è costuita dagli investimenti,i quali sono una variabile esogena,ossia indipendente dal reddito.
Scriveremo dunque semplicemente che I=I,dove la barra sta ad indicare che si tratta di una variabile esogena.
AD è dunque data dlala soma di consumi e investimenti.
Quindi il modello reddito-spesa :
Sistema
Y=AD
AD=C+I
C=C + cY
I=I
Le grandezze sono tutte definite in termini reali. La prima equazione rappresenta la condizione di equilibrio in
base alla quale la produzione uguaglia la domanda aggregata. La seconda definisce le due componenti
considerate della domanda,consumo e investimento. La terza equazione è la funzione del consumo mentre la
quarta identifica gli investimenti come variabile esogena.
Determiniamo ora il reddito di equilibrio,ossia il livello di produzione aggregata che uguaglia la domanda
aggregata. Per risolvere il modello procediamo nel seguente modo. Sostituiamo la terza e la quarta equazione del
sistema nella seconda,in modo da ottenere una espressione della domanda aggregata in funzione del reddito:
AD= C + I + cY = A + cY.
La domanda aggregata presenta una componente A=C+I autonoma dal reddito e una componente cY che
dipende dal reddito. La domanda aggregata aumenta all’aumentare del reddito perché il consumo cresce al
crescere del reddito.
Per trovare il reddito di equilibrio sostituiamo la domanda aggregata quindi l’ultima equazione,nell’equazione
dell’uguaglianza tra produzione e domanda aggregata del modello iniziale ottenendo:
Y=A+cY.
Per rappresentare graficamente l’equilibrio figura 2. Ha sulle ascisse il prodotto Y e sulle ordinate la domanda
aggregata AD,la funzione della domanda aggregata è una retta con intercetta pari alla componente autonoma A e
pendenza pari alla propensione marginale al consumo c. Nello stesso grafico introduciamo una retta a 45° che
parte dall’origine : per definizione,questa retta rappresenta il luogo dei punti di equilibrio,in cui Y=AD.
Il reddito di equilibrio Y*,il livello cioè di produzione aggregata che uguaglia la domanda aggregata,è individuato
dal punto di incontro E tra retta a 45° e funzione AD.
La soluzione analitica del modello può essere ottenuta risolvendo per Y l’equazione: Y*= 1/1-c (C+I) = 1/1-c  A.
Questa espressione ci dice che il reddito di equilibrio è uguale al prodotto di due elementi:
1. La spesa autonoma complessiva A;
2. Il moltiplicatore 1/(1-c).
Il livello di reddito di equilibrio risulta tanto maggiore quanto più elevati sono il livello della domanda autonoma
e la propensione marginale al consumo (c).
10. Il moltiplicatore
Il moltiplicatore è l’elemento di maggiore interesse all’interno del modello reddito-spesa: in questo modello la
produzione di equilibrio risulta infatti essere un multiplo del livello delle componenti autonome della domanda.
Riquadro 3: La spesa per investimenti e il reddito
Una delle ipotesi centrali su cui poggia il modello reddito-spesa è che le componenti della domanda aggregata dipendano soltanto
dal reddito mentre i prezzi (compreso il tasso d’interesse) e salari sono considerati fissi e non compaiono perciò come variabili
esplicative della funzione della domanda aggregata.
Come e perché la spesa per investimenti delle imprese può dipendere dal reddito e in che modo si modifica in conseguenza la
determinazione del reddito di equilibrio. Non è difficile spiegare perché la spesa effettuata dalle imprese per acquistare beni capitali
dipende in gran parte dal PIL. I beni capitali sono i mezzi di produzione,e quindi uno degli input produttivi più importanti che le
imprese utilizzano nel processo produttivo. Le imprese saranno incentivate ad acquistare più mezzi di produzione,e quindi a
effettuare maggiori investimenti,soltanto se prevedono di vendere di più perché un aumento delle vendite significa un aumento del

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

fatturato e quindi dei profitti. Per completare questo ragionamento,occorre chiedersi che nesso esista tra il PIL e il valore delle
vendite complessivamente effettuate nel sistema economico. Il valore delle vendite dell’intero sistema economico viene
denominato produzione lorda vendibile e rappresenta il valore dei beni complessivamente prodotti. Anche se è vero perciò che il PIL
non corrisponde al valore delle vendite,così come il fatturato non corrisponde ai profitti,è vero però che tra il PIL e valore aggregato
delle vendite esiste una strettissima relazione perché le due grandezze tendono a muoversi insieme. Possiamo dunque concludere
dicendo che tra investimenti e Pil sussiste una relazione positiva: quando il PIL aumenta,aumentano anche gli investimenti.
Abbiamo supposto che gli investimenti siano dati (esogeni) ovvero I=I. Aggiungiamo ora a questa equazione un’altra componente
che dia conto della dipendenza positiva degli investimenti del PIL. La scriviamo nel seguente modo:
I=I+ dY
Come si vede,agli investimenti esogeni I abbiamo aggiunto un’altra componente che dipende dal reddito Y attraverso la costante d.
Poiché abbiamo che quando aumenta il reddito aumentano anche gli investimenti,dobbiamo supporre che la costante d sia positiva.
La costante d rappresenta la propensione (marginale) a investire. Vediamo infine come si modifica la determinazione del reddito di
equilibrio se introduciamo la funzione degli investimenti appena scritta. Le equazioni che compongono il modello reddito-spesa
divengono:
Y=AD
AD=C+I
C=C+cY
I=I+dY
Sostituendo le funzioni di consumo e investimento nell’equazione della domanda aggregata:
AD= A + (c + d)Y, dove A=C+I
E poi nella prima equazione che rappresenta l’equilibrio,otteniamo:
Y=A + c + dY
Risolvendo per Y,ricaviamo il reddito di equilibrio:
Y*= (1/1-c+d )  A.
In questo caso perciò il moltiplicatore assume un valore più elevato perché un incremento della spesa autonoma provoca non solo
un aumento dei consumi ma anche degli investimenti.
Per la presenza del moltiplicatore,una variazione di una delle componenti autonome della domanda provoca una
variazione maggiore del reddito.Assumendo per esempio che gli investimenti aumentino da un livello iniziale I0 a
un livello I1,il reddito di equilibrio passa da Y0= 1/1-c (C+Io) a Y1=1/1-c (C+I1). L’incremento di reddito è pari a:
Y1-Y2=1/1-c (I1-I0) ovvero Y=1/1-c I
Una riduzione di investimenti- e in generale una variazione negativa della domanda autonoma- avrà un effetto
analogo di riduzione del reddito.
La relazione tra variazione di reddito e variazione della domanda autonoma possiamo scriverlo nei termini
seguenti: Y= 1/1-c A.
L’effetto di variazione della domanda autonoma sul reddito di equilibrio può essere facilmente visualizzato
graficamente come in fig.3,dove la variazione del reddito di equilibrio Y* a Y** risulta appunto maggiore della
variazione di domanda autonoma.
RIQUADRO 4: IL MECCANISMO DEL MOLTIPLICATORE.
Chiariamo il meccanismo economico sottostante il moltiplicatore. Quando la domanda autonoma aumenta,le imprese sono
incentivate ad accrescere la produzione nella stessa misura dell’incremento della domanda autonoma. Il maggior prodotto significa
anche maggiore reddito per le famiglie sotto forma di più elevati salari.,profitti,interessi ecc... Il maggior reddito viene speso dalle
famiglie nell’acquisto di beni di consumo,accrescendo di nuovo la domanda aggregata. Ciò incentiva ancora la produzione,e perciò il
reddito e il consumo. Questo processo prosegue indefinitamente anche se l’incremento della domanda diviene via via minore
perché viene spesa in consumi solo una frazione dell’aumento del reddito.
Un aumento di domanda autonoma A determina una prima variazione di reddito: le imprese aumentano la produzione di un
ammontare Y1= A in modo da soddisfare la maggiore domanda di beni. Questo prima aumento di reddito prodotto e distribuito
induce a sua volta un altro aumento di consumi delle famiglie in base alla propensione marginale al consumo,ossia C1=cY1=cA;
quindi via via dopo questo secondo aumento,seguiranno altri. Si nota però come i successivi aumenti di reddito siano via via più
piccoli,fino a diventare di entità trascurabile,in quanto per ipotesi c<1. L’incremento di reddito complessivo sarà perciò un
incremento finito pari a :
Y=A+cA+c2A+c3A+…
Dove il primo termine della somma al membro a destra indica la variazione della domanda autonoma e i termini successivi la
variazione di domanda di consumi indotta via via dalla crescita del reddito prodotto. Ciò chiarisce perché l’aumento di reddito
complessivo supera l’aumento iniziale di domanda autonoma. Ponendo in evidenza A nel membro di destra,otteniamo:
Y=A(1+c+c2+c3+…) dove il termine in parentesi non è altro che la somma di infiniti termini di una serie geometrica di ragione
c<1,il cui limite * è 1/1-c. Pertanto l’aumento complessivo di reddito sarà appunto:
Y=(1/1-c)A.
Il livello del moltiplicatore risulta più elevato quanto maggiore è il livello della propensione marginale al consumo. Questo perché
quanto maggiore risulta la propensione marginale al consumo,tanto maggiore è l’incremento di domanda che si determina in ogni
stadio del processo moltiplicativo sopra descritto.

RIQUADRO 5: IL PARADOSSO DELLA PARSIMONIA

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

Le condizioni di equilibrio Y=C+I può essere scritta nella forma equivalente S=I: basta portare C a sinistra del segno di uguaglianza e
ricordare che Y-C=S (in assenza di AP YD=Y). Quando la produzione eccede la domanda,ossia Y>C+I,avremo S>I e,viceversa,quando
la produzione è minore della domanda avremo S<I. La soluzione [16.5] può essere trovata anche partendo dalla condizione di
equilibrio tra domanda e produzione aggregate scritta nella forma:
S=I
Dobbiamo prima ricavare dalla funzione consumo,la funzione risparmio. S=Y-C
E dalla funzione di consumo otteniamo : S=-C + (1-c)Y
che ha intercetta negativa,pari in valore assoluto al consumo autonomo,e pendenza positiva pari al complemento a 1 della
propensione al consumo. La pendenza della funzione del risparmio,che misura la variaizone del risparmio per una variazione
unitaria di reddito,prende il nome di propensione marginale al risparmio e viene indicata con il simbolo s.
Il sistema equivalente al [16.2] sarà così
S=I
S=-C + (1-c) Y
I=I
Che,risolto per sostituzione,fornisce per il reddito una soluzione identica alla [16.5].
Assumiamo ora che,fermo restando l’investimento e quindi la domanda autonoma,le famiglie desiderino risparmiare di più a parità
di reddito,ovvero che aumenti la loro propensione marginale al risparmio: la pendenza della funzione del risparmio aumenta a s’>s
come mostrato nella figura seguente e il reddito di equilibrio diminuisce da Y* a Y**.
L’aumento di s porta,per il livello di reddito di partenza Y*,a S>I,si ha perciò ora una carenza di domanda aggregata- è diminuito il
consumo- e solo una diminuzione di PIL riporta all’equilibrio S=I; ovvero l’aumento di s implica una riduzione della propensione
marginale al consumo (dato che c+s=1) cossicchè nella condizione di equilibrio si riduce la componente indotta della domanda
aggregata e nella equazione dell’equilibrio [16.5] il valore del moltiplicatore 1/(1-c) si riduce e con esso il reddito di equilibrio.
Nel nuovo punto di equilibrio il risparmio complessivo risulta identifico a quello di partenza: le famiglie risparmiano una quota
maggiore del loro reddito,ma la riduzione di Y determinata dalal minor domanda aggregata riporta i risparmi in linea con gli
investimenti. Questo risultato è noto come paradosso della parsimonia: le famiglie desiderano accrescere i loro risparmi,ma il
risparmio aggregato non cambia a causa della riduzione del reddito di equilibrio innescata proprio dalla scelta di risparmiare di più.
11.Il ruolo dello stato
Introduciamo ora nel nostro modello la pubblica amministrazione. Le modifiche da introdurre riguardano la
presenza della spesa pubblica in beni e servizi (G) e il fatto che il reddito nazionale è diverso dal reddito
disponibile delle famiglie a causa della tassazione al netto dei trasferimenti (T).
YD=Y-T
Mentre le imposte al netto dei trasferimenti agiscono sulla domanda aggregata solo in modo indiretto,perché
influenzano il reddito disponibile delle famiglie e quindi i loro consumi,la spesa pubblica in beni e servizi
cosituisce essa stessa una componente della domanda aggregata.
La spesa pubblica viene considerata autonoma dal reddito poiché il suo ammontare dipende dai servizi che il
settore pubblico eroga e dalle scelte delle autorità di politica ecoomica,ma in parte dipendente dal reddito.
Anche i trasferimenti sono in parte autonomi e in parte risentono del reddito.
11.1 Imposte e trasferimenti autonomi
La versione più semplice del modello reddito-spesa con pubblica amministrazione,assumendo che l’ammontare
di importe e trasferimenti sia indipendente dal reddito,il modello diventa:
Y=AD
AD=C+I+G
C=C+cYD
YD=Y-T
T=T
I=I
G=G
Per trovare il livello del reddito nazionale sostituiamo la quarta e quinta equazione nella terza così da ottenere la
funzione di consumo in presenza di amministrazione pubblica:
C=[C-cT]+cY
Dove l’intercetta è influenzata negativamente dalla tassazione: un aumento di imposte riduce il reddito
disponibile traducendosi in minori consumati in base alla propensione marginale c.
Sostituendo la funzione del consumo così ottenuta,nonché gli investimenti e la spesa pubblica,nella domanda
aggregata e uguagliandola al reddito,si ottiene la seguente equazione di determinazione del reddito:
Y*= 1/1-c [C-cT+I+G] = (1/1-c)A
La domanda autonoma risulta modificata direttamente dalla spesa pubblica in beni e servizi e
indirettamente,tramite gli effetti sul consumo delle famiglie,dalla tassazione. Il grafico è analogo al grafico 2,con
l’avvertenza però che la presenza dello Stato aumenta il valore dell’intercetta della curva AD a causa della
presenza della spesa pubblica mentre riduce a causa della presenza della tassazione.

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

11.2 Imposte e trasferimenti dipendenti dal reddito


Consideriamo il caso in cui tassazione e trasferimenti siano in parte autonomi e in parte dipendenti dal reddito.
T=T+tY
Il termine T rappresenta la differenza tra imposte autonome e trasferimenti autonomi. Il termine tY indica
l’ammontare delle imposte al netto dei trasferimenti aumenta all’aumentare del PIL,e t è chiamata aliquota
fiscale media.
Inserendo questa funzione al posto della quinta equazione del modello precedente e sostituendola nella
funzione del consumo,quest’ultima diviene:
C=[C-cT] + c(1-t)Y
All’aumentare del reddito le imposte al netto dei trasferimenti aumentano in base all’aliquota t con effetti di
contenimento dell’aumento dei consumi delle famiglie. Sostituendo la funzione del consumo così ottenuta nella
domanda aggregata e uguagliandone il reddito prodotto,si ottiene la seguente espressione di determinazione del
reddito:
Y=1/1-c (1-t)  [C-cT+I+G] = 1/1-c(1-t)A
Il grafico è uguale a quello 2 con la modifica del valore dell’intercetta della AD ma in questo caso si modifica
anche la pendenza perché si riduce.
17. L’investimento e la curva IS
Per date aspettative a lungo termine,le decisioni di investimento sono influenzate dal costo del loro
finanziamento,ossia dal tasso di interesse. Gli investimenti dipendono dal tasso di interesse e quindi non possono
essere considerati esogeni in un modello di determinazione del reddito di equilibrio.
1.Scelta di investimento delle imprese e tasso di interesse
Esaminiamo per prima cosa il modo in cui l’impresa stabilisce la convenienza di un determinato progetto di
investimento.
Il calcolo di convenienza nell’acquisto dell’impianto consiste nel confrontare i profitti futuri attesi con il prezzo Pl
che l’impresa deve pagare per comprare l’impianto.
1.1 Il calcolo del valore attuale netto (VAN)
La spesa per investimenti verrà effettuata fino al punto in cui risulta profittevole l’acquisto di mezzi di produzione
addizionali,diciamo di una macchina in più.
Calcoliamo dapprima per ogni macchina addizionale quanto questa macchina renderà una volta immessa nel
processo produttivo al netto dei costi necessari al suo funzionamento. Indichiamo questo rendimento netto
atteso con R. R è un rendimento atteso perché la macchina entrerà in funzione soltanto nel periodo successivo.
Vi sono molti modi per giustificare questa ipotesi: quello più frequentemente addotto è che i beni di
investimento richiedono un tempo piuttosto lungo per essere costruiti. Ne deriva che l’impresa non conosce il
prezzo a cui potrà vendere il maggior prodotto ottenuto dall’impiego della macchina e deve fondare questo
calcolo sulle sue aspettative riguardanti il prezzo futuro.
Supponiamo che la macchina duri un solo anno e che abbia un costo pari a Pl. Il tasso di rendimento della
macchima,che indicheremo con  è dato da
=R-PI/PI
Il calcolo di  non è tuttavia sufficiente a sapere se l’invesimento è conveniente oppure no. L’impresa deve porro
a confronto  con il costo della somma di denaro necessaria all’investimento ossia con il tasso d’interesse i.
Questo è vero anche nel caso in cui l’impresa disponga già di questa somma; il tasso d’interesse in questo caso
rappresenta il costo opportunità.
Soltanto se >i ,l’investimento è conveniente.
Sostituendo a  la sua definizione si ha:
R-PI/PI > i
Ovvero
R/1+i>PI
La differenza tra il valore attuale dei rendimenti attesi futuri R/(1+i) e il costo sostenuto per acquistante i beni di
investimento PI costituisce il valore attuale netto dell’investimento (VAN). Il VAN rappresenta perciò il valore
attuale dei profitti futuri che l’impresa si aspetta di ottenere dall’acquisto del bene di investimento.
VAN= R/1+i-PI
L’investimento è conveniente se il VAN è maggiore o uguale a zero.
Un altro metodo è quello del tasso di rendimento,dobbiamo calcolare quel particolare valore del saggio di sconto
che applicato al flusso dei rendimenti futuri attesi,rende il valore attuale di questi rendimenti esattamente uguale

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

al prezzo di acquisto dell’impianto. Nel caso la macchina duri un solo anno,dall’espressione con cui abbiamo più
sopra calcolato il rendimento  otteniamo:
R1/1+=PI
Nel caso la macchina duri n anni,dobbiamo calcolare quel tasso di sconto  che risolve la seguente equazione:
R1/1++ R2/(1+)2+…+Rn/(1+)n=0
Il valore di  che risolve l’equazione non è altro che il tasso di rendimento del progetto di investimento. Il
progetto sarà conveniente se >i.
2.La funzione dell’investimento
Le imprese potranno scegliere tra diversi progetti di investimento,per ognuno dei quali calcoleranno il tasso di
rendimento. Possiamo costruire una graduatoria dei progetti di investimento in ordine decrescente di saggio di
rendimento. Metteremo al primo posto,indicandolo con I1,il progetto con il più alto saggio di rendimento,e
procederemo di conseguenza ottenendo il seguente ordinamento:
I1 I2 I3 I4 …
1 > 2 > 3 > 4 …
Supponiamo ora che il tasso di interesse sia così elevato da risultare superiore al più alto dei saggi di rendimento
1: in tal caso nessuno dei progetti di investimento viene realizzato e quindi l’investimento aggregato I è pari a
zero. Calcoliamo poi un livello del tasso di interesse inferiore,tale che 1 > i > 2 : in tal caso il primo progetto
viene realizzato e l’investimento aggregato diviene I=I1; se poi si assume un tasso di interesse ancora più
basso,tale che 2 > i > 3, vengono realizzati i primi due progetti e si ha I= I1 + I2 e così via.
Quindi l’investimento aggregato aumenta al diminuire del tasso d’interesse.
Chiamando efficienza marginale del capitale il saggio di rendimento  dell’ultimo progetto di
investimento,possiamo rappresentare la funzione dell’investimenti come una funzione,decrescente del tasso di
interesse (fig.1). Per un tasso d’interesse i0,l’investimento aggregato sarà al livello I0 per il quale =i0,per il quale
cioè l’efficienza marginale dell’ultimo progetto risulta pari al tasso d’interesse.
In sintesi possiamo dire che si forma una funzione dell’investimento decrescente rispetto al tasso di interesse che
coincide con la scheda dell’efficienza marginale del capitale. Assumendo per semplicità una funzione
lineare,possiamo scrivere:
I=I – bi
Dove I indica la componente esogena dell’investimento(l’intercetta della funzione sull’asse delle ascisse,ovvero il
livello di investimento corrispondente ad un tasso d’interesse pari a zero).
La componenete esogena I dipende dallo stato delle aspettative a lungo termine: un loro miglioramento provoca
uno spostamento a destra della funzione,il che significa che a parità di tasso di interesse viene realizzata una
maggiore spesa per investimento. (fig2) A parità di tasso d’interesse i0 il miglioramento nelle aspettative di
redditività porta l’investimento aggregato dal livello I0 a I’0. Naturalmente un peggioramento delle aspettative
avrà l’effetto di spostare la funzione verso sinistra.
Il parametro b rappresenta la reattività dell’investimento a seguito di variazioni del tasso di interesse (la
pendenza della funzione rispetto all’asse delle ordinate): un elevato valore di b indica che anche piccole
variazioni dell’interesse determinano grandi variazioni dell’investimento,mentre un basso valore di b significa che
occorrono forti variazioni del tasso di interesse per avere significative variazioni della spesa per investimento.
3.La funzione degli investimenti,il mercato dei beni e la curva IS.
Vediamo ora le conseguenze dell’introduzione della relazione inversa tra investimento e tasso di interesse nel
modello che determina l’equilibrio macroeconomico sul mercato dei beni.
Consideriamo il modello in presenza di amministrazione pubblica del capitolo 16.
In questo caso,occorre abbandonare l’ipotesi di invesimenti esogeni e considerarli invece funzione del tasso di
interesse sulla base dell’equazione I=I-bi. Il sistema che descrive il funzionamento del sistema economico è ora il
seguente:

Y=AD
AD=C+I+G
C=C+cYD

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

YD=Y-T
T=T +tY
I=I-bi
G=G

Ora il reddito non è univocamente determinato: esiste infatti un livello di reddito nazionale per ogni livello di
tasso di interesse. Possiamo naturalmente assegnare un valore al tasso di interesse e perciò determinare il
reddito. La variazione negli investimenti,poteva essere determinata,quindi,o da una modifica nelle aspettative a
lungo termine o da una variazione del tasso di interesse. Date le aspettative a lungo termine,infatti,ogni volta che
varia il valore ipotizzato per il tasso di interesse,cambia il livello degli investimenti e con esso ella domanda
autonoma e quindi della domanda aggregata e del reddito di equilibrio. In particolare,al ridursi di i aumentano gli
investimenti,la domanda e il reddito.
La relazione decrescente tra tasso di interesse e reddito può essere ricavata facilmente dal sistema procedendo
con solito metodo di sostituzione e ottenendo la condizione di equilibrio tra produzione e domanda aggregata:
Y= 1/1-c(1-t) [C+I-cT+G-bi] [17.6]
Ovvero indicando con m=1/1-c(1-t) il moltiplicatore e con A=C+I-cT+G la componente esogena della domanda
autonoma:
Y=m(A-bi)=mA-mbi
Risolvendo rispetto al tasso di interesse i,otteniamo
I=1/bA - 1/mbY
Questa è l’equazione della IS la cui rappresentazioen grafica ha Y sull’asse della ascisse e i su quello delle
ordinate. L’equazione di questa retta ha l’intercetta A/b sull’asse delle ordinate e una pendenza pari a -1/mb.
L’equazione della IS individua le combinazioni di tasso di interesse e reddito in corrispondenza delle quali il
mercato dei beni è in equilibrio,ovvero la produzione è uguale alla domanda aggregata. La [17.6] individua una
relazione decrescente fra reddito e tasso di interesse,perché una riduzione di i fa aumentare I e quindi la
domanda aggregata complessiva.
La relazione viene denominata curva IS perché rappresenta,per ogni tasso di interesse,il reddito di equilibrio tra
produzione e domanda aggregata ovvero,in modo equivalente,l’uguaglianza tra investimenti I e risparmi S. In altri
termini,IS è il luogo delle combinazioni di reddito e tasso di interesse (Y,i) che mantengono in equilibrio il mercato
dei beni.
Aumenti di una delle componenti esogene della domanda autonoma A,spostano la IS in altro a destra,ovvero,fig
4.,per ogni livello del tasso di interesse,avremo ora una maggiore livello di domanda aggregata e quindi un
maggiore livello di reddito.
Aumenti del coefficiente b di reazione degli investimenti al tesso di interesse riducono la pendenza della IS e
quindi la rendono più piatta rispetto alle ascisse: in questo caso,l’investimento diventa più reattivo al tasso di
interesse,per cui una variazione di quest’ultimo provoca ora una maggiore variazione dell’investimento e perciò
del reddito attraverso il moltiplicatore. In modo analogo,aumenti nel moltiplicatore,dovuti per esempio a una
maggiore propensione al consumo,riducono la pendenza della IS,ovvero la rendono più piatta sul grafico. In
questo caso,la maggiore propensione al consumo provoca una maggiore variazione della domanda
determinando così un maggiore livello di reddito.
Analizziamo situazioni di non equilibrio,ovvero i punti che non si trovano su IS.
I punti collocati a sinistra della IS: rappresentano situazioni in cui la produzione risulta minore della domanda
aggregata. Infatti,a parità di tasso di interesse,questi punti individuano livelli del prodotto che sono minori di
quello che si colloca sulla IS e che è perciò di equilibrio. I punti collocati a destra della IS indicano situazioni in cui
la produzione eccede la domanda aggregata.
18.La moneta e la curva LM
Il livello del reddito per il quale si ha equilibrio sul mercato dei beni varia al variare del tasso di interesse. In
questo modo abbiamo ottenuto la scheda IS,la quale descrive le combinazioni di reddito e tasso di interesse in
corrispondenza delle quali il mercato dei beni è in equilibrio.
Il tasso di interesse è determinato sul mercato dei titoli e su quello della moneta. Per ricavare l’equilibrio
macroeconomico complessivo bisogna analizzare questi due mercati. Il tasso di interesse che mette in equilibrio i
mercati della moneta e dei titoli dipende a sua volta dal livello del reddito. La relazione che descrive questo
equilibrio viene denominata scheda LM.
Pe trovare l’equilibrio dobbiamo individuare la coppia di valori di reddito e tasso di interesse che soddisfa
contemporaneamente sia la IS che la LM.

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

1.Mercato dei titoli e mercato della moneta


Il mercato che immediatamente si è portati a considerare come luogo in cui si determina il tasso di interesse è il
mercato dei titoli,dove si trattano le condizioni alle quali vengono concessi e ottenuti i prestiti.
I vari tipi di titoli e la moneta costituiscono l’insieme delle attività finanziarie. Un’attività è qualsiasi cosa in grado
di conservare valore nel tempo; l’insieme delle attività in mano a un operatore costituisce la sua ricchezza. Tra le
attività si distinguono le attività reali,costituite dai beni durevoli (beni capitali) e le attività finanziarie. Tra queste
rientrano non solo i titoli,intesi come attività finanziarie fruttifere di un rendimento,ma anche la moneta,che è
anch’essa un’attività finanziaria ma infruttifera. Per semplicità,supporremo che esista un unico tipo di attività
finanziaria fruttifera: un’obbligazione a reddito fisso e irredimibile,un titolo che non prevede rimborso alla
scadenza ovvero che assicura in perpetuo al suo detentore una cedola annua di importo costante. E’ questo il
genere di titolo che consente di evidenziare nella forma più semplice la relazione inversa che lega il prezzo dei
titoli e il tasso di interesse.
Il prezzo di un titolo irredimibile PB a cui il titolo stesso viene acquistato o venduto è pari al vaore attuale del
flusso delle cedole future,ossia indicando con cp (coupon) l’ammontare annuo della cedola:
PB=cp/i ovvero i=cp/PB
Questa relazione inversa tra prezzo del titolo e tasso dell’interesse non vale soltanto per i titoli irredimibili,ma più
in generale per tutti i titoli.
Per studiare come si determina il tasso di interesse obbiamo studiare il funzionamento del mercato della moneta.
I due mercati sono speculari: quando uno dei due è in equilibrio ,anche l’altro lo è automaticamente.
2.Il vincolo della ricchezza
Gli operatori prendono due decisioni. La prima riguarda l’ammontare di risparmio da effettuare,ovvero quanta
parte del reddito consumare; questa decisione,unitamente a quella di investire da parte delle imprese,è stata
esaminata nella costruzione della curva IS.
La seconda decisione riguarda l’impiego dei risparmi effettuati nei periodi passati. La somma di tutti i risparmi
effettuati in passato viene denominata ricchezza.
La seconda decisione riguarda quindi l’allocazione della ricchezza,ossia quali attività finanziare acquistare.
Un’attività finanziaria,come la moneta o i titoli,è soltanto un modo per conservare la propria ricchezza,per
trasferirne nel tempo il potere di acquisto. Il problema è scegliere la composizione del portafoglio.
Nel modello che consideriamo ci sono per ipotesi solo moneta e obbligazioni come attività finanziarie. Data
questa ipotesi,e poiché in ogni periodo è dato l’ammontare di ricchezza finanziaria complessiva,una volta deciso
l’ammontare di ricchezza da detenere sotto forma di moneta si è anche deciso l’ammontare che si intende
detenere sotto forma di obbligazioni. Questo è quanto stabilisce il cosiddetto vincolo della ricchezza.
Indichiamo con WH la ricchezza finanziaria esistente nell’economia. La ricchezza esistente nell’economia è pari
alla somma della quantità di moneta,M,e di obbligazioni,B,nelle mani del settore privato
WH=M+B
D’altra parte,la composizione del portafoglio desiderata è data dalla somma della quantità di moneta e di
obbligazioni che il settore privato intende detenere. Il vincolo della ricchezza afferma che questa somma deve
essere anch’essa pari a WH.
WH=Md+Bd dove Md rapresenta l’ammontare di moneta e Bd rappresenta l’ammontare dei titoli domandati dal
settore privato.
Uguagliando le espressioni si ha :
M+B=Md+Bd
Ovvero :
(Md-M) + (Bd-B)=0
Quest’ultima espressione afferma che, se vi è equilibrio sul mercato della moneta,vi è equilibrio anche sul
mercato dei titoli. Se c’è eccesso di domanda su di un mercato,deve esserci eccesso di offerta sull’altro mercato.
3.Che cos’è la moneta
La definizione di moneta avviene sulla base delle funzioni che essa svolge. Le principali sono tre:
1) La moneta è un mezzo di pagamento; con la moneta,vengono acquistati i beni ed estinti i debiti. Un
sistema economico senza moneta viene detto economia di baratto. Nel baratto è infatti richiesta la
cosiddetta doppia coincidenza dei bisogni: ciascun venditore e ciascun acquirente debbono volere
qualcosa che l’altro ha da offrire. Un sistema economico in cui gli scambi avvengono contro moneta
viene detto economia monetaria. La transazione è scissa in due parti separate – la vendita non deve più
coincidere con l’acquisto;

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

2) La moneta funziona da unità di conto,ovvero è l’unità in cui sono espressi i prezzi. Anche se ciò che conta
è il prezzo relativo,il prezzo di un bene espresso nei termini della quantità di un altro bene,resta il fatto
che il sistema dei prezzi è molto più semplice e trasparente se i prezzi vengono espressi tutti in moneta.
Anche il prezzo dei titoli viene espresso in unità di moneta.
3) La moneta funziona da riserva di valore. Una determinata quantità di moneta mantiene nel tempo la sua
capacità di essere scambiata contro beni: è il potere d’acquisto che viene trasferito nel tempo. In questo
senso si dice che la moneta è un’attività finanziaria
Ci sono però due differenze importanti tra la moneta e i titoli. In questi ultimi sono un esempio di attività
finanziaria fruttifera mentre la moneta è un’attività finanziaria infruttifera. L’altra differenza è a vantaggio della
moneta: essa può essere trasformata in beni senza ritardi e senza costi; questa proprietà della moneta viene
chiamata liquidità. Invece i titoli vanno prima convertiti in moneta e questa operazione può avere un costo. In
questo senso si dice che l’interesse è il compenso per la rinuncia alla liquidità. Ci sono dei nessi tra le tre funzioni
della moneta. Essa è accertata come mezzo di pagamento proprio perché è una riserva di valore liquida e
viceversa. Così pure,il fatto che i prezzi delle merci,e i valori delle attività e passività,siano espressi in moneta
facilita il suo uso come mezzo di pagamento.
3.1 L’offerta di moneta
Per offerta di moneta si intende l’insieme dei mezzi di pagamento a disposizione degli operatori. Si può
distinguere tra moneta legale e moneta bancaria. La prima è costituita dai mezzi di pagamento a cui viene
attribuito per legge il potere liberatorio dai mezzi di pagamento nei confronti dell’estinzione di un debito: è ciò
che un soggetto è obbligato ad accettare quando vende un bene o quando gli viene rimborsato un prestito; è ciò
che lo Stato accetta quando i soggetti pagano le tasse ecc.. L’esempio tipico di monea legale è costituito dai
biglietti emessi dalla Banca Centrale e dalle monete metalliche a corso legale.
La moneta bancaria è costituita dai mezzi di pagamento che non hanno un potere liberatorio legale ma vengono
comunemente accettati: assegni o carte di credito; Dietro queste carte o assegni ci sono dei depositi bancari che
sono un mezzo di pagamento.
L’offerta di moneta è dunque costituita dalla moneta legale nelle mani degli operatori non bancari e dalla moneta
bancaria.
Ma che nesso sussiste tra moneta legale e moneta bancaria?
Partiamo dalla moneta legale. Definiamo base monetaria (H) il valore complessivo dei biglietti aventi corso legale
emesso dalla Banca Centrale. Parte di questi biglietti si trova nel portafogli degli operatori non bancari e
costituisce il cosiddetto circolante (CI); la parte restante si trova nelle banche e costituisce le cosiddette riserve
(RE).
H=CI + RE
Della base monetaria,soltanto il circolante fa parte dell’offerta di moneta perché è a disposizione degli operatori
non bancari per effettuare pagamenti. Le riserve sono il contante che le banche tengono in cassa per far fronte
alle richieste di prelevamente da parte del pubblico e costituiscono la cosiddetta liquidità bancaria. Le riserve
possono essere distinte in riserve libere,il cui ammontare è liberamente scelto dalle banche stesse e riserve
obbligatorie,queste ultime sono rappresentate da base monetaria che le banche sono costrette a non utilizzare e
che depositano in un conto presso la Banca Centrale.
Mentre le riserve non fanno parte dell’offerta di moneta,sappiamo invece che di quest’ultima fanno parte i
depositi. Supponendo che non esistano altre forme di moneta possiamo concludere che l’offerta di moneta (M) è
costituita dalla somma del circolante (CI) e dei depositi (DE).
M=CI+DE
La relazione tra offerta di moneta e base monetaria dipende dalle decisioni degli operatori non bancari e delle
banche sulla quantità di moneta da tenere presso di sé,ovvero dalla liquidità che operatori e banche vogliono
avere.
Il nesso tra base monetaria e offerta di moneta è descritto dalla seguente relazione:
M=mnH
“mn” è il moltiplicatore monetario ed è un numero maggiore di uno.
Dividendo i due lati della relazione precedente per il livello dei prezzi,otteniamo immediatamente la funzione
dell’offerta di moneta in termini reali:
M/P=mnH/P
Nell’ipotesi che il moltiplicatore monetario sia costante,l’offerta complessiva di moneta nominale – e,per un dato
livello dei prezzi,quella di moneta reale,è strettamente determinata dalla base monetaria e quindi dalla Banca
Centrale.

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

3.2Il controllo della base monetaria


Gli strumenti di controllo della base monetaria da parte della Banca Centrale variano da paese a pese ma hanno
alcune caratteristiche comuni.
La BCE detiene il monopolio della base monetaria sia per quanto riguarda le banconote che nel fornire riserve al
sistema bancario dell’area dell’euro.
L’obiettivo principale della BCE non è il controllo della base monetaria; piuttosto ne ha uno di breve periodo che
sarebbe il tenere sotto controllo il tasso di interesse del mercato monetario e uno di lungo periodo cioè
mantenere la stabilità del livello dei prezzi nelle economie dei paesi che hanno adottato l’euro.
Assumiamo che l’offerta di moneta sia una variabile esogena del sistema economico in quanto sotto il diretto
controllo della Banca Centrale. Poiché il livello dei prezzi P è dato,anche l’offerta reale di moneta è data al livello
M/P. (assumiamo che P=1 per cui possiamo indicare l’offerta di moneta (reale e nominale) semplicemente con
M).
La funzione di offerta è rappresentata da una retta verticale in questo caso infatti l’offerta di moneta è
indipendente dal livello del tasso di interesse. (fig 1) .
4.La domanda di moneta
Per domanda di moneta si intende la quantità di moneta che gli operatori decidono di mantenere nei propri
portafogli. Domandare moneta significa semplicemente trattenere nel proprio portafoglio,in quanto famiglia o
impresa,una certa quantità di moneta. Il calcolo della domanda di moneta di un singolo soggetto economico si
effettua facendo la somma del circolante in ogni giorno del periodo considerato,sommando i totali e dividendo
per il numero di giorni.
La domanda di moneta viene espressa in termini reali,di potere d’acquisto,perché la moneta viene domandata in
vista del potere d’acquisto che questa attività garantisce,dell’ammontare dei beni cioè che con essa è possibile
acquistare. Se indichiamo con L (liquidità) la domanda di moneta in termini reali,essa è data da L=Md/P. Poiché
stiamo assumendo che i prezzi sono fissi per semplicità poniamo uguale ad 1 il livello dei prezzi,cosicchè L=M d.
Vi sono tre motivi che spingono gli operatori a domandare moneta.
4.1 Il movente delle transazioni.
La moneta viene tenuta dagli operatori per effettuare con regolarità i propri acquisti di beni e servizi. Il fatto è
che tra incassi e pagamenti si ha una sfasatura temporale,che induce appunto dopo l’incasso a trattenere monete
in vista dei pagamenti futuri. La quantità di moneta tenuta per questo motivo sarebbe nulla soltanto nel caso in
cui vi fosse una perfetta sincronia tra incassi e pagament;
Quanto più elevato è il reddito incasato a inizio mese,con esso,il valore delle transazioni che si effettuano nel
corso del mese,tanto è maggiore la quantità di moneta che l’individuo terrà in media nel corso del mese per
effettuare le transazioni. Questo vale per il singolo individuo e vale anche per la singola impresa.
Gli operatori terranno tanta più moneta quanto maggiore è il volume degli scambi effettuati.
4.2 Il movente precauzionale
In aggiunta alla moneta detenuta per effettuare i pagamenti che si presentano con regolarità,si trattiene moneta
per far fronte a eventuali imprevisti; si tratta perciò di una domanda di moneta legata all’incertezza circa incassi e
pagamenti. Allo scopo di fronteggiare spese impreviste o ritardi non preventivati negli incassi,un operatore può
detenere presso di sé moneta in più rispetto a quella che desidera tenere per il motivo delle transazioni. Anche in
questo caso,il livello di reddito influenza la quantità di moneta tenuta per il motivo precauzionale: un più alto
reddito consente al soggetto di detenere più moneta a disposizione per fronteggiare spese impreviste oltre a
quelle preventivate.
Dato il grado di incertezza di incassi e pagmenti e dato il costo connesso alla liquidazione di titoli in caso di
bisogno,la scelta di tenere moneta invece che titoli per fini precauzionali dipenderà dal tasso di interesse,in
quanto costo opportunità del detenere moneta.
4.3 Il movente speculativo
Mentre i due primi moventi fanno riferimento alla funzione della moneta come mezzo di scambio,il terzo è
connesso alla sua funzione come attività finanziaria alternativa ai titoli; si trattiene moneta nel proprio
portafoglio se si scommette sulla diminuzione a breve del prezzo dei titoli e viceversa si trattengono titoli se si
scommette su un rialzo di prezzo; in questi casi,la scelta di portafoglio risponde all’obiettivo di guadagnare sulle
variazioni di prezzo dei titoli. La speculazione consiste appunto in ciò: si effettua un acquisto o una vendita
cercando di guadagnare sulla differenza tra prezzo corrente e prezzo atteso di un bene o di un’attività finanziaria.
La speculazione è al rialzo se si compra in attesa che il prezzo salga,mentre è al ribasso se si vende in attesa che il
prezzo scenda.

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

La domanda di moneta speculativa dipende negativamente dal tasso d’interesse perché detenere moneta
comporta un costo opportunità consistente nella rinuncia all’interesse che si potrebbe avere acquistando titoli.
Quando il tasso d’interesse aumenta,è plausibile che gli individui vogliono trattenere una quantità minore di
moneta.
4.4 La funzione di domanda di moneta
La domanda di moneta complessiva non è altro che la somma dei tre tipi di domanda di moneta e quindi
possiamo scriverla sotto forma di una funzione crescente del reddito e decrescente del tasso di interesse:
L=kY-hi
Il termine Y cattura l’influenza del reddito sulla domanda per transazioni e su quella precauzionale e il termine i
cattura l’influenza del tasso di interesse sulla domanda speculativa e su quella precauzionale.
5.L’equilibrio sul mercato della moneta e la scheda LM
Assumendo che la Banca Centrale sia in grado di controllare l’offerta complessiva di monete,e quindi come
un’esogena del modello,il mercato della moneta sarà descritto dalla funzione di domanda di moneta e dalla
condizione di equilibrio con l’offerta di moneta,ovvero dal seguente sistema di due equazioni nelle tre incognite
L,Y, e i (i prezzi sono dati):
L=kY-hi
L=M
Per rendere determinato il sistema assumiamo come data la variabile Y che viene direttamente determinata su
un mercato diverso,quello dei beni,e risolviamo il sistema nel tasso di interesse che,invece è determinato sul
mercato della moneta. Sostituendo la prima equazione nella seconda e risolvendo rispetto a i,si ottiene:
i=k/hY-1/hM
(fig 3) la curva di domanda di moneta è tracciata per un dato livello di reddito Y1.
La curva di domanda tratteggiata corrisponde a un maggior livello di Y: il risultato sarà un più alto tasso di
interesse di equilibrio (i2>i1) ,all’aumentare del reddito aumenta la domanda di moneta per transazione e ,data
l’offerta di moneta,si ha un eccesso di domanda al tasso di interesse di partenza; gli agenti desiderano tenere più
moneta per effettuare transazioni di quanta non sia a loro disposizione e per procurarsela offriranno titoli; (il
prezzo dei titoli dovrà scendere e il tasso di interesse salire; si raggiunge l’equilibrio quando il tasso è salito al
punto da convincere quanti tengono moneta a fini speculativi a scegliere di tenere i titoli,e quindi a cedere
moneta in cambio dei titoli offerti da quanti hanno bisogno di mezzi di pagamento per le transazioni.
Uno spostamento della funzione di domanda di moneta,con effetti analoghi di aumento del tasso di
equilibrio,potrà essere determinato da un aumento della preferenza per la liquidità: è quel che accade quando gli
operatori rivendono al rialzo le loro aspettative sul prezzo dei titoli,e quindi aumenta il numero di coloro che al
tasso corrente preferiscono tenere moneta invece che titoli. In tal caso si verifica un aumento della domanda di
moneta a parità di reddito e di tasso di interesse in quanto,a parità di domanda per transazioni,si ha un aumento
della domanda speculativa e quindi una vendita di titoli che provoca una discesa del prezzo e un aumento del
tasso di interesse corrente fino al nuovo livello di equilibrio.
A sua volta un aumento dell’oferta di moneta riduce il tasso di interesse di equilibrio grafico 3. La retta verticale
dell’offerta di moneta reale si sposta verso destra,al tasso corrente vi è un eccesso di offerta di moneta,ossia gli
operatori hanno a disposizione più moneta di quella che desiderano tenere,con questa moneta in eccesso
domandano titoli,il loro prezzo sale e il tasso di interesse scende fino a far ricomporre i portafogli nella misura
che assorbe la moneta in più creata dalla Banca Centrale.
L’equazione precedente che fornisce per ogni livello di reddito il tasso di interesse di equilibrio sul mercato della
moneta,viene chiamata scheda LM (appunto perché indica le combinazioni di Y e i per le quali si ha equilibrio tra
domanda L e offerta M di moneta): si tratta di una funzione crescente come quella rappresentata in fig.4,con
pendenza k/h e intercetta sulle ordinate -M/h.
La LM è una funzione crescente del reddito in quanto,un aumento del reddito fa aumentare la domanda di
moneta per transazioni e quindi,data l’offerta di moneta M,il tasso di interesse di equilibrio sul mercato della
moneta. E’ immediato verificare,inoltre come la posizione della LM sul grafico dipenda dall’offerta di moneta
M,poiché essa determina il valore dell’intercetta sulle ordinate. L’intercetta è negativa. Un aumento di M sposta
perciò la LM in basso sul grafico,in quanto l’intercetta aumenta in valore assoluto. L’intuizione economica è che
l’aumento dell’offerta di moneta riduce il tasso d’interesse che,a parità di reddito,porta in equilibrio il mercato
della moneta. Una riduzione di M avrà l’effetto opposto,spostando la LM verso l’altro. In questo caso la
diminuzione di M conduce ad un aumento del tasso di interesse a cui gli operatori sono disposti a detenere
moneta. Infine,un aumeno della preferenza per la liquidità sposta la LM verso l’alto: essa infatti comporta un

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

aumento della quantità di moneta che gli operatori intendono detenere,e perciò fa aumentare il tasso di
interesse che,a parità di reddito,porta in equilibrio il mercato della moneta.
Una precisazione è necessaria. La LM ha intercetta negativa,il che sembra contraddire che in una economia
monetaria il tasso di interesse non può mai diventare negativo e,anzi,probabilmente incontra un pavimento per
un livello positivo,anche se molto basso. Dal punto di vista matematico è una retta lungo la quale le variabili che
la soddisfano possono assumere anche valori negativi. Dal punto di vista economico,invece,dobbiamo tener
presente che il tratto della LM nel quadrante negativo è privo di significato,in quanto il tasso di interesse non può
diventare negativo: muovendoci da destra verso sinistra lungo la retta,una volta raggiungo l’asse delle ascisse la
LM dal punto di vista economico diventa orizzontale fino a raggiungere l’origine degli assi. Più in generale,la LM
diventa orizzontale in corrispondenza del tasso al quale si verifica la trappola della liquidità,tasso che potrà
essere positivo,per quanto basso,o comunque non inferiore a zero.
Analizziamo situazioni di non equilibrio,ovvero i punti che non si trovano sulla retta LM. I punti collocati al di
sotto della LM,rappresentano situazioni in cui la domanda di moneta è maggiore dell’offerta di moneta. Infatti,a
parità di Y,il tasso di interesse risulta più basso del livello che rende la domanda di moneta uguale all’offerta,ossia
si ha una domanda in eccesso rispetto all’offerta. In modo analogo,i punti collocati al di sopra della LM indicano
situazioni in cui il tasso di interesse è più alto del livello che equilibra il mercato della moneta,cosicchè la
domanda di moneta risulta inferiore all’offerta.
19. L’equilibrio IS-LM e la politica monetaria e fiscale
1.L’equilibrio simultaneo sul mercato dei beni e su quello della moneta
Per trovare l’equilibrio macroeconomico dobbiamo considerare esplicitamente l’interazione tra i due
mercati,ovvero dobbiamo determinare insieme reddito e tasso di interesse di equilibrio simultaneo sul mercato
dei beni e su quello della moneta (e dei titoli).
Il problema può essere risolto graficamente in modo molto semplice,individuando la combinazione di reddito e
tasso di interesse che si trova contemporaneamente sulla IS e sulla LM. Il punto E corrispondente al punto di
incontro tra IS e LM,individua la combinazione di equilibrio (Y*,i*).
La soluzione grafica corrisponde alla soluzione del sistema di equazioni ottenuto combinando insieme le
equazioni della IS e della LM:
Y=m(A-bi)
I=(k/h)Y-(1/h)M [19.1]
dove si ricorderà m=1/1-c(1-t) è il moltiplicatore e A=C-cT+G+I. Risolvendo il sistema significa appunto trovare la
combinazione di reddito e tasso di interesse che giace al tempo stesso sulla IS e sulla LM,ovvero trovare il punto
di intersezione tra le due curve.
Risolvendo il sistema,ad esempio con la sostituzione si ottengono i valori di equilibrio per il reddito e il tasso di
interesse.
RIQUADRO 2 : LA STABILITA’ DELL’EQUILIBRIO DEL MODELLO IS-LM
La variazione di un’esogena,come la spesa pubblica o l’offerta di moneta,comporta infatti che,per la combinazione di reddito e tasso
di interesse di partenza,il sistema economico venga ora a trovarsi fuori equilibrio. Per poter fare previsioni sul comportamento
futuro dell’economia confrontando la nuova posizione di equilibrio con la vecchia,occorre essere certi che la nuova posizione di
equilibrio verrà raggiunta,esaminandone appunto la stabilità.
Un modo di procedere per verificare la stabilità dell’equilibrio è il seguente. Si può plausibilmente supporre che i mercati delle
attività finanziarie siano sempre in equilibrio cosicchè il sistema economico si trova sempre lungo LM. Il motivo è che i mercati
finanziari sono in grado di reagire assai rapidamente agli eccessi di domanda o di offerta modificando i prezzi delle attività che vi
vengono scambiate. Viceversa,il mercato dei beni non può essere considerato sempre in equilibrio. Sostanzialmente,ciò dipende dal
fatto che la reazione ad un eccesso di domanda o di offerta di beni comporta una variazione della produzione che non può essere in
genere effettuata in tempi brevi.
Circa il mercato dei beni,faremo valere il principio della domanda effettiva. Diremo perciò che quando la produzione eccede la
domanda aggregata (punti situati a destra della IS),le imprese reagiranno riducendo la produzione (freccetta orizzontale verso
sinistra nella figura seguente). Viceversa,quando la domanda aggregata eccede la produzione (punti situati a sinistra della IS),le
imprese reagiranno aumentando la produzione (freccetta orizzontale verso destra). Prendiamo ora un punto qualsiasi fuori
dall’equilibrio,per esempio il punto A. In A,per definizione il mercato monetario è in equilibrio,mentre sul mercato dei beni la
domanda è maggiore della produzione. La produzione perciò aumenta e siamo ricondotti verso l’equilibrio E. In B,di nuovo il
mercato monetario è in equilibrio ma questa volta la prodzuone eccede la domanda. La produzione si riduce e anche in questo caso
siamo ricondotti all’equilibrio. In sintesi,il sistema converge sempre verso il punto di equilibrio simultaneo E sui due mercati.
2.Effetti di modifiche nelle aspettative
Analizziamo come cambia l’equilibrio quando cambiano le aspettative a lungo termine delle imprese circa la
redditività futura degli investimenti. Una variazione delle aspettative sulla redditività degli investimenti significa
che il livello degli investimenti cambia a parità di tasso di interesse ,ovvero si verifica una variazione della

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

componente esogena dell’investimento,il termine che abbiamo indicato con I. Immaginiamo per esempio un
peggioramento delle aspettative. L’equazione IS ci dice che in tal caso,a parità di tasso di interesse,il reddito si
riduce.
Dal punto di vista grafico la IS si sposta parallelamente verso sinistra nella posizione IS’ e il nuovo punto di
equilibrio E’ risulta caratterizzato da un più basso reddito e da un minor tasso di interesse (al diminuire della
produzione in risposta al calo della domanda,si riduce la domanda di moneta per transazioni e quindi il tasso di
interesse).
L’effetto di una variazione della domanda autonoma sul reddito di equilibrio del modello reddito-spesa dalla
prima del sistema iniziale [19.2] otteniamo immediatamente gli effetti sul reddito di una variazione I:
Y=(mh/h+mbk) I
Ovvero una variazione I provoca una variazione dello stesso segno nel reddito di equilibrio.
Vale a dire quando le aspettative peggiorano,il reddito di equilibrio si riduce.
Si noti come l’effetto moltiplicativo di una variazione della componente esogena degli investimenti sia minore del
moltiplicatore m ottenuto nel modello reddito-spesa.
Consideriamo per esempio un aumento di I,il quale,come sappiamo,provoca uno spostamento in alto a destra
della IS in corrispondenza di IS’. L’entita di tale spostamento è pari a mI e il punto A sulla IS’ è quello
corrispondente al modello reddito spesa,nel quale il tasso di interesse non varia. Quindi,a parità di tasso di
interesse,l’aumento della componente I provoca un pari aumento dell’investimento nel suo insieme e,attraverso
il moltiplicatore m,un aumento della domanda aggregata e del reddito pari a mI.
Quando invece consideriamo anche il mercato della moneta,all’aumentare del reddito,la domanda di moneta per
transazioni aumenta e quindi il tasso di interesse di equilibrio sul mercato della moneta non può rimanere
invariato ma deve anch’esso aumentare. Questo aumento riduce l’incremento dell’investimento nel suo insieme.
La conclusione è che,nel modello IS-LM,gli investimenti aumentano in virtù del miglioramento delle
aspettative,ma tale aumento è frenato dall’innalzamento del tasso di interesse. Per questo motivo in fig.3,il
nuovo equilibrio non si ha in corrispondenza del punto A,ma del punto E’,dove l’aumento di reddito è minore.
3.La politica monetaria e fiscale nel modello IS-LM
Studieremo in questo capitolo gli effetti sul reddito e sul tasso d’interesse di equilibrio di una variazione
dell’offerta di moneta e di una variazione della spesa pubblica e delle imposte.
3.1 La politica monetaria
La politica monetaria viene attuata attraverso l’impiego di strumenti che permettono alla Banca Centrale di
controllare l’offerta di moneta e quindi di perseguire determinati obiettivi.
Lo strumento più importante di questo controllo è dato dalle operazioni di mercato aperto,mediante le quali,la
Banca Centrale vende o acquista titoli delle banche sul mercato monetario. Con un’operazione d’acquisto la
Banca Centrale preleva titoli dal mercato delle attività e cede in cambio moneta. Per vedere quali effetti produce
questa manovra,possiamo guardare perciò al mercato dei titoli o a quello della moneta. Sul mercato dei
titoli,l’invervento della Banca Centrale provoca un aumento della domanda; il nuovo equilibrio comporta un
aumento del prezzo dei titoli e perciò una diminuzione del tasso d’interesse.
Sul mercato della moneta,aumenta invece l’offerta; si può tornare in equilibrio solo con un aumento della
domanda e dunque con una discesa del tasso d’interesse. Vista dalla parte di chi vende titoli,l’operazione
provoca un aumento del prezzo dei titoli e una diminuzione del tasso di interesse e quindi porta a una diversa
composizione della ricchezza,spingendo a tenere una maggiore quantità di moneta e una minore quantità di
titoli.
Per riassumere un’operazione di acquisto di titoli provoca un aumento dell’offerta di moneta e una dimunzione
del tasso d’interesse (figura 4. Per il mercato della moneta).
In modo analogo può essere esaminata un’operazione di vendita di titoli da parte della Banca Centrale che avrà
naturalmente effetti opposti.
Il meccanismo di trasmissione monetaria. L’aumento dell’offerta di moneta e la conseguente diminuzione del
tasso d’interesse costituiscono il primo stadio del meccanismo di trasmissione monetaria,il meccanismo
attraverso cui una variazione dell’offerta di moneta si ripercuote sul reddito. Il secondo stadio riguarda gli effetti
prodotti dal tasso dell’interesse. La diminuzione del tasso d’interesse incentiva gli investimenti e l’aumento degli
investimenti a sua volta produce una crescita del reddito attraverso il moltiplicatore.
M->-i->I->Y
Gli effetti di un aumento dell’offerta di moneta non si esauriscono qui. L’aumento del reddito provoca infatti un
aumento della domanda di moneta,la cui misura dipenda da k; affinchè il mercato della moneta possa tornare in

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

equilibrio è perciò necessario un aumento del tasso d’interesse che in parte compensa,ma non annulla,la
riduzione iniziale di i e perciò la crescita degli investimenti e del reddito.
La fig.5 mostra il percorso logico descritto IS-LM. L’equilibrio continuo sul mercato delle attività richiederebbe che
dal punto A si procedesse direttamente al nuovo punto di equilibrio E’ lungo la LM.
L’efficacia della politica monetaria.
Per vedere da cosa dipende l’efficacia della manovra di politica monetaria,partiamo dall’equazione del reddito di
equilibrio del modello IS-LM:
Y=(mh/h+mbk)A+(mb/h+mbk)M
Poiché nel modello IS-LM i prezzi sono fissi,una variazione dell’offerta nominale di moneta è anche una
variazione dell’offerta reale di moneta. Derivando la precedente equazione rispetto a M,otteniamo:
dY/dM=mb/h+mbk=1/(h/mb+k)
L’espressione così ottenuta stabilisce il moltiplicatore della politica monetaria (MPM) e misura l’efficacia della
politica monetaria nell’influenzare il reddito. Come l’ultima espressione a destra del secondo segno di uguale
rende evidente,questa efficacia è tanto maggiore : i) quanto maggiore sono m e b ; ii)quanto minori sono h e k.
Se la sensibilità della domanda di moneta rispetto al tasso d’interesse h è bassa,un dato aumento dell’offerta di
moneta richiede una consistente riduzione del tasso d’interesse affinchè il mercato della moneta torni in
equilibrio,e l’effetto esercitato sugli investimenti al tasso d’interesse b è alta,una data riduzione del tasso
d’interesse comporta un elevato aumento degli investimenti e quindi del reddito. In modo simile possono essere
esaminati gli effetti degli altri parametri sull’efficacia della politica monetaria. Alcuni casi particolari possono
aiutare a comprendere meglio l’operare del meccanismo di trasmissione monetaria:
1)Trappola della liquidita:Si verifica quando la domanda di moneta diviene virtualmente infinita ad un dato livello
del tasso d’interesse. Il modo più semplice di interpretare questa situazione è che il tasso d’interesse è divenuto
così basso che gli operatori considerano praticamente nullo il costo opportunità di detenere la moneta.
Ciò implica che,in corrispondenza di questo tasso di interesse,la sensibilità della domanda di moneta al tasso
d’interesse h tende all’infinito. La LM diviene così una retta parallela all’asse delle ascisse.
Quale che sia il livello del tasso d’interesse al quale si verifica la trappola della liquidità,è evidente che in questo
caso l’efficacia della politica monetaria è nulla. Infatti,qualsiasi aumento dell’offerta di moneta non provoca ora
nessuna diminuzione del tasso d’interesse per il fatto che in una situazione di trappola della liquidità gli operatori
sono disposti a trattenere qualsiasi quantità di moneta venga loro offerta. Siccome non si verifica alcuna
diminuzione del tasso d’interesse,non può aversi nemmeno aumento degli investimenti e del reddito. Possiamo
controllare formalmente questo risultato ricordando l’espressione del MPM:
MPM=1/h/mb+k
E notando che al tendere di h all’infinito MPM tende a zero.
2.Teoria quantitativa
Questo caso si verifica quando la domanda di moneta non è sensibile al tasso d’interesse,cioè quando h=0. La
condizione di equilibrio sul mercato della moneta diviene in tal caso M=kY e la LM risulta insensibile al tasso
d’interesse ed è perciò una retta parallela all’asse delle ordinate,dove è rappresentato il tasso d’interesse. (fig.7)
In queste circostanze l’efficacia della politica monetaria è massima nel senso che ogni aumento dell’offerta di
moneta si traduce in un aumento proporzionale del reddito.
3.Soltanto investimenti esogeni
Si verifica quando gli investimenti non sono sensibili al tasso d’interesse,cioè quando b=0. La IS è in tal caso una
retta verticale perché il reddito dipende soltanto dalle componenti esogene della domanda autonoma. (fig 8)
Questa è esattamente la situazione del modello reddito-spesa in cui appunto gli investimenti non dipendono dal
tasso d’interesse; in questo caso non c’è interazione col mercato della moneta e il reddito di equilibrio è
determinato interamente sul mercato dei beni della domanda aggregata,vale cioè il principio della domanda
effettiva nella sua formulazione più semplice. Perciò la politica monetaria risulta inefficace,ovvero il valore di
MPM è uguale a zero.
3.2 La politica fiscale
La politica fiscale o di bilancio può operare nel nostro semplice modello IS-LM attraverso due variabili: la spesa
pubblica G e la tassazione al netto dei trasferimenti T. Qui ci limiteremo a considerare gli effetti di una riduzione
della spesa pubblica. Dal modello reddito-spesa sappiamo che una diminuzione della spesa pubblica riduce la
domanda aggregata e quindi il reddito attraverso il meccanismo del moltiplicatore. Tuttavia,il processo non
termina a questo punto,come avveniva nel modello reddito-spesa. La diminuzione del reddito induce infatti una
diminuzione della domanda di moneta. Poiché l’offerta di moneta non è mutata,il ristabilimento dell’equilibrio
sul mercato monetario richiede una riduzione del tasso d’interesse. La diminuzione di i,d’altra parte,comporta un

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

aumento degli investimenti e perciò della domanda aggregata,e quindi in ultima analisi del reddito. Ciò fa si che
la diminuzione del reddito sia minore del moltiplicatore applicato alla contrazione della spesa pubblica.
La fig.9 illustra gli effetti di questa dizuione nel modello IS-LM. La diminuzione della spesa pubblica sposta la IS in
basso a sinistra nella posizione IS’. Al tasso d’interesse iniziale,il mercato dei beni può tornare in equilibrio dopo
la riduzione di G solo se diminuisce anche il reddito (punto A in figura). Questa parte del processo corrisponde al
moltiplicatore. D’altra parte,il tasso d’interesse non può permanere al livello iniziale. Infatti,quando il reddito si
rdicue,diminuisce anche la domanda di moneta,e ciò implica che deve verificarsi una riduzione del tasso
d’interesse affinchè il mercato della moneta torni in equilibrio. La riduzione del tasso d’interesse impedisce che il
reddito possa diminuire di un ammontare pari al moltiplicatore applicato alla variazione della spesa
pubblica,perché incentiva gli investimenti privati e perciò la domanda aggregata.
il grafico mostra il percorso logico,si tratta di un percorso logico perché l’equilibrio continuo sul mercato delle
attività richiede che il sistema proceda direttamente lungo la LM (da E a E’).
L’efficacia della politica fiscale è data da:
dY/dG=mh/h+mbk = 1/(1/m+bk/h)
L’espressione appena ricavata è il moltiplicatore della politica fiscale (MPF) il quale misura appunto gli effetti della
variazione della spesa autonoma sul reddito. L’ultima espressione a destra del secondo segno di uguale rende
evidente che l’efficacia della politica fiscale è tanto maggiore: i)quanto maggiori sono m e b; ii)quanto minori
sono b e k.
Di quanto variano gli investimenti in conseguenza della variazione della spesa pubblica? Calcoliamo dapprima la
variazione del tasso d’interesse e del reddito che si verificano in seguito alla riduzione della spesa pubblica.
Conosciamo già la variazione del reddito. Per quanto riguarda il tasso d’interesse,ricordiamo che la soluzione per
i del sistema IS-LM è:
i=(mk/h+mbk)A – (1/h+mbk)M
sicchè la variazione del tasso d’interesse che si ha per effetto di una variazione della spesa è:
di/dG=mk/h+mbk
Disponiamo ora di tutti gli elementi per calcolare la variazione degli investimenti. Dalla funzione degli
investimenti sappiamo che questa variazione può derivare da una variazione del tasso d’interesse,che a sua volta
è causata dalla variazione del reddito conseguente alla variazione della spesa pubblica:
dI/dG=-b(di/dG)
Sosituendo si ha:

dI/dG=-b(mk/h+mbk)
Il segno negativo segnala che gli investimenti aumentano se la spesa pubblica si riduce,in quanto,riducendosi il
reddito,si riduce la domanda di moneta e quindi il tasso di interesse che equilibra il mercato delle attività.
Vediamo ora,anche con riferimento alla politica fiscale,alcuni casi particolari.
1.Trappola della liquidità
In queste circostanze la LM è orizzontale,ovvero qualsiasi quantità di moneta viene assorbita perché la moneta è
teoricamente infinita. Ne segue,per esempio nel caso di riduzione della spesa pubblica,che la diminuzione del
reddito che ne deriva non provoca alcuna variazione del tasso d’interesse perché la minor domanda di moneta
per transazioni è interamente assorbita dalla domanda speculativa (non c’è quindi aumento della domanda di
titoli e discesa del tasso d’interesse).
Ma se il tasso d’interesse non diminuisce,non si ha alcun aumento degli investimenti e l’efficacia della politica
fiscale è massima. Possiamo controllare analiticamente questo risultato guardando cosa accade al MPF quando la
sensibilità della domanda di moneta al tasso d’interesse è molto (h->infinito):
lim h->inf. dY/dG=-1/(1/m+bk/h)=m
Il reddito varia cioè per un ammontare pari al moltiplicatore applicato alla variazione della spesa pubblica.
2.Teoria quantitativa
In questo caso la LM è una retta verticale perché la domanda di moneta non è sensibile al tasso d’interesse.
Siccome con h=0 il reddito dipende soltanto dall’offerta di moneta,la spesa pubblica non è in grado di influenzare
il reddito e perciò l’efficacia della politica fiscale è nulla. La riduzione della spesa pubblica provoca piuttosto una
riduzione del tasso d’interesse tale da indurre un aumento degli investimenti privati pari alla riduzione della
spesa pubblica. Si verifica immediatamente che con h=0 il MPF è pari a zero.
3.Soltanto investimenti esogeni (caso keynesiano).

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

In questo caso b=0 perché gli investimenti non sono sensibili al tasso d’interesse. Per questo motivo non può
verificarsi alcun aumento degli investimenti e l’efficacia dlla politica fiscale è massima. Si verifica facilmente che
anche in questo caso il MPF è uguale al moltiplicatore m.
Passiamo ora a esaminare cosa accade quando combiniamo insieme manovre di politica fiscale e
monetaria,ossia,quando si effettua un mix di politica economica. Naturalmente ci sono molti modi di combinare
manovre fiscali e monetarie: le due manovre potrebbero essere entrambe restrittive o entrambe espansive,o
ancora,una espansiva e l’altra restrittiva. Qui prenderemo in esame un mix di politica economica che tende a
lasciar invariato il reddito e a far mutare soltanto il tasso d’interesse. Per concretezza,esamineremo un mix
consistente in una politica fiscale restrittiva e in una politica monetaria accomodante tali da condurre ad una
riduzione di interesse senza che il reddito cambi.
Dall’equazione della Lm,possiamo calcolare le variazioni:
di=(k/h)dY-(1/h)dM
La variaizone del tasso di interesse che corrisponde a un reddito invariato,ossia a dY=0,è
di=(-1/h)dM
Questa ultima espressione afferma che,se la politica monetaria espansiva (dM>0) viene combinata con una
politica fiscale restrittiva in modo da lasciare il reddito immutato,il tasso d’interesse diminuisce in una
proporzione pari a 1/h rispetto all’aumento dell’offerta di moneta.
Poi possiamo considerare un mix di politica economica che punti a ar aumentare il reddito attraverso una politica
fiscale espansiva,mantenendo invariato il tasso di interesse con una politica monetaria espansiva.
Calcoliamo le variazioni partendo dall’equazione della IS:
dY=m x dG – mb x di
La variazione di reddito che corrisponde a un tasso di interesse invariato,ossia di=0,è naturalmente :
dY=m x dG
In questo caso l’effetto dell’aumento di spesa pubblica è pari al moltiplicatore del modello reddito-spesa.
20. Domanda aggregata e livello dei prezzi in concorrenza perfetta
In questo capitolo procederemo in due fasi. Nella prima determineremo la domanda aggregata ricavandola
direttamente dal modello IS-LM. Esamineremo poi in che modo viene determinata l’offerta aggregata. Lo faremo
supponendo dapprima una situazione di concorrenza perfetta.
1.La domanda aggregata
Abbiamo sinora preso in esame due classi di modelli macroeconomici,il modello reddito-spesa e il modello IS-LM.
Le ipotesi su cui si regge il modello reddito-spesa sono: a)gli investimenti sono un dato esogeno; b)il livello dei
prezzi è esogeno.
Nel modello IS-LM abbiamo rimosso la prima ipotesi facendo dipendere gli investimenti del tasso d’interesse.
Con il modello domanda e offerta aggregata,che indicheremo sinteticamente come modello AD-AS,viene
abbandonata anche la seconda ipotesi. Cominciamo col vedere cosa si intende in questo nuovo contesto con
domanda aggregata.
Abbiamo appena detto che nei modelli finora considerati il livello dei prezzi è dato.
Si supponga ora che l’offerta aggregata dipenda essa stessa dal livello dei prezzi. In questo capitolo,consideriamo
l’offerta aggregata come dipendente dal livello dei prezzi,non possiamo più dire che a quel livello dei prezzi le
imprese offriranno proprio il livello del prodotto determinato dal modello IS-LM. Questo livello del prodotto
risulterà di equilibrio solo se quel particolare livello dei prezzi esso coinciderà con il livello del prodotto che le
imprese intendono offrire.
Il livello del prodotto determinato dal modello IS-LM è l’ammontare di prodotto che il mercato è disposto a
domandare a quel particolare livello dei prezzi per il quale abbiamo tracciato LM sul grafico.
In termini formali,ciò significa che la soluzione del modello IS-LM va interpretata come l’equazione della curva AD
della domanda aggregata. Possiamo ricavarla immediatamente inserendo nel modello [19.1] l’equazione [18.6]
i=(k/h)Y-(1/h)(M/P) con P reso esplicito:
YD=MPFA+MPMM/P
Dove YD è appunto la domanda aggregata e il livello dei prezzi va ora considerato come una variabile.
Che relazione sussiste tra P e YD? L’equazione [18.6] con P considerato variabile mostra subito come una
riduzione del livello dei prezzi ha sulla LM un effetto analogo ad un aumento dell’offerta nominale M:in entrambi
i casi si ha un aumento dell’offerta reale di moneta. Un aumento dell’offerta reale di moneta implica,a parità di
reddito,una riduzione del tasso di interesse di equilibrio sul mercato della moneta,ossia uno spostamento verso il
basso della LM. La catena di effetti attraverso cui una variazione di P si ripercuote sulla domanda aggregata è
perciò analoga a quella provocata da una espansione dell’offerta nominale di moneta,ovvero in forma sintetica:

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

-P=>(M/P)=>-i=>I=>YD
La diminuzione di P dà luogo ad un aumento dell’offerta reale di moneta; l’equilibrio sul mercato delle attività
finanziarie richiede una riduzione del tasso d’interesse che stimola gli investimenti e perciò la domanda
aggregata. Da un punto di vista formale,l’effetto di una variazione di P su YD è dato da:
dYD/dP=-MPMM/P2
da cui risulta che questo effetto è tanto maggiore quanto più elevato il moltiplicatore della politica monetaria.
Graficamente,possiamo costruire la curva della domanda aggregata nel seguente modo (FIG.1). Partendo da
P=P0,nel grafico IS-LM tracciamo la curva LMo corrispondente all’offerta reale di moneta M/P0 e determiniamo il
corrispondente valore della domanda aggregata,YD0;riportiamo infine questi due valore nel grafico inferiore,che
ha il livello dei prezzi in ordinata e la domanda aggregata in ascissa,ottenendo così un primo punto della curva
della domanda aggregata. Riduciamo ora il livello dei prezzi a P1<P0; ciò comporta una maggiore offerta reale di
moneta e perciò uno spostamento della LM verso il basso nella posizione LM1; di conseguenza,la domanda
aggregata aumenta a YD1. Riportando questi due valori nel grafico inferiore,otteniamo un secondo punto della
curva di domanda aggregata. Ripetendo lo stesso procedimento per tutti i livelli. Di P,si ricava l’intera curva della
domanda aggregata.
A proposito di questa curva,è opportuno sottolineare che la sua pendenza è data da:
dP/dYD=(-1/MPM)(P2/M)
è pari cioè al reciproco dell’effetto di P su YD prima determinato,perché il livello dei prezzi si trova in ordinata.
La posizione di AD dipende dal livello della componente esogena della domanda autonoma sulla domanda
aggregata è pari al moltiplicatore della politica fiscale:
dYD/dA=MPF
mentre l’effetto di un mutamento dell’offerta nominale di moneta è:
dYD/dM=MPM/P
2.La versione keynesia del modello AD-AS.
Per costruire la curva dell’offerta aggregata dobbiamo chiederci qual è la quantità di prodotto che le imprese
sono disposte a offrire a ciascun livello dei prezzi. Per semplificare il discorso,supporremo che le imprese siano
tutte identiche e che sul mercato dei beni viga un regime di concorrente perfetta.
Siccome le imprese sono tutte uguali,possiamo considerarle come una sola impresa le cui possibilità produttive
sono descritte dalla seguente funzione di produzione:
Y=F(N)
Dove N rappresenta il livello di occupazione e dove abbiamo trascurato l’impiego dei beni capitali perché essi
sono supposti dati nel breve periodo. Per l’ipotesi di concorrenza perfetta,la domanda di lavoro è implicitamente
determinata dall’uguaglianza tra prodotto marginale del lavoro e salario reale,ovvero:
F’(N)=W0/P
Dove F’(N) rappresenta il prodotto marginale del lavoro. Una volta stabilita la domanda di lavoro,l’offerta
aggregata di beni si ottiene sostituendo il livello di N nella funzione della produzione.
Possiamo riassumere la procedura per la determinazione dell’offerta aggregata YS nel seguente modo:
F’(N) = W0/P => N(P) => Y(P) => F(N) => YS(P)
Quale relazione intercorre tra il livello dei prezzi e offerta aggregata? Quando il livello dei prezzi aumenta,il
salario si riduce;poiché il prodotto marginale del lavoro è decrescente,la riduzione del salario reale implica un
aumento dell’occupazione e perciò dell’offerta aggregata. In altre parole,tra P e YS sussiste una relazione
crescente.
Possiamo chiarire il procedimento di costruzione della curva di offerta aggregata AS con l’aiuto di FIG.2. Nel
grafico d abbiamo tracciato la curva di domanda di lavoro che coincide con la curva del prodotto marginale del
lavoro. Dato il salario monetario W0,se il livello dei prezzi P0 e quindi il salario reale W0/P0 le imprese domandano
le quantità di lavoro N0. Riportando questo livello di occupazione nel grafico c dove abbiamo tracciato la funzione
di produzione F(N),otteniamo il livello di prodotto che le imprese intendono produrre per il livello dei prezzi P0.
Con l’aiuto del grafico b,che ha ascisse e ordinate uguali,riportiamo questo livello di Y nel grafico a dove abbiamo
indicato in ordinata il livello dei prezzi. Se ora P aumenta a P1,il salario reale scende a W0/P1,la domanda di lavoro
aumenta a N1 (grafico d) e la produzione a Y1 (grafico c),che riporta nel grafico a mostra come per P1,l’offerta di
bene da parte delle imprese è aumentata a Y1. Ripetendo quest’operazione per tutti i possibili livelli di P
otteniamo nel grafico a la curva di offerta aggregata AS,dove YS è funzione crescente di P.
La versione keynesiana del modello AD-AS risulta composta dalle seguenti equazioni :

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

YD=YS
YD=MPFA+MPM(M/P)
YS=F(N)
F’(N)=W0/P
W=W0

Per comprendere il funzionamento del modello ci è d’aiuto la fig.3


Sul mercato dei beni (grafico a) l’uguaglianza tra domanda e offerta aggregata determina il livello di produzione
di equilibrio,Y*. Attraverso il grafico b riportiamo questo valore nel grafico c,dove si trova rappresentata la
funzione della produzione,determinando così l’occupazione,N*. Nel grafico dove d abbiamo rappresentato,oltre
alla domanda di lavoro,anche l’offerta di lavoro.
In questo modo possiamo determinare il livello della disoccupazione come differenza tra il livello di pieno
impiego,Np,e l’occupazione N*. La disoccupazione in questione viene denominata involontaria perché al salario
corrente W0/P,o ad uno minore,vi sono lavoratori che sono disposti a lavorare ma che non trovano lavoro.
3.La versione neoclassica del modello AD-AS.
Nella versione neoclassica è proprio la flessibilità dei salari monetari,oltre a quella dei prezzi che
contraddistingue il modello.
Quando i salari monetari cadono per la presenza della disoccupazione,il livello dei prezzi rimane,quantomeno
inizialmente,immutato; la discesa dei salari monetari comporta perciò automaticamente una diminuzione dei
salari reali. Le imprese sono perciò incentivate a espandere l’occupazione e la produzione. Ma se la domanda
aggregata non cambia,i prezzi debbono cadere anch’essi affinchè l’aumentata produzione venga assorbita dal
mercato. Se la domanda aggregata non aumenta al ridursi dei prezzi,la caduta dei prezzi proseguirà fino a che i
prezzi non siano ridotti esattamene nella stessa proporzione dei salari monetari; a questo punto l’iniziale
incentivo a espandere la produzione viene meno e si ristabilisce la situazione originaria.
Sappiamoinfatti che una riduzione dei prezzi fa aumentare la domanda aggregata lungo la curva AD; ciò rende
possibile accrescere almeno in parte la produzione. Nel grafico d di fig.3 una riduzione dei salari
monetari,riducendo il salario reale a parità di livello dei prezzi P*,induce le imprese a occupare più lavoro e a
produrre di più; nel grafico a aumenta l’offerta di beni a parità di livello dei prezzi,ossia la curva di offerta
aggregata si sposta verso destra; i prezzi tendono a scendere e il nuovo equilibrio si avrà per un punto di incontro
AD-AS spostato in basso a destra nel grafico a. Poiché questo processo si pone in moto ogni qualvolta vi sia
disoccupazione,il raggiungimento di aggiustamento continuerà fino a che il reddito e occupazione raggiungono i
livelli di pieno impiego,cosicchè la flessibilità dei salari monetari risulta sufficiente a garantire il pieno impegno.
Sapendo che nel modello neoclassico ogni situazione di squilibrio sul mercato del lavoro sarà prontamente
corretta dalla flessibilità dei salari monetari,possiamo ricavare il livello dell’offerta aggregata dalla funzione della
produzione partendo direttamente dal livello dell’occupazione corrispondente al pieno impiego.
A partire da una situazione di pieno impiego,i prezzi crescono. Ciò provoca una riduzione del salario reale e
spinge le imprese ad accrescere occupazione e produzione. Ma poiché sul mercato del lavoro vi è già pieno
impiego,la maggiore domanda di lavoro causa un aumento dei salari monetari. In altri termini,i salari monetari
sono flessibili non solo verso il basso ma anche verso l’alto. Questo processo prosegue finchè non si è ristabilito
l’originario livello del salario reale. La conclusione è che nel modello neoclassico il livello dei prezzi non è in grado
di influenzare l’offerta aggregata,ovvero l’offerta aggregata è indipendente dal livello dei prezzi e corrisponde
sempre alla produzione di pieno impiego. La curva di offerta aggregata,quindi,è una retta verticale in
corrispondenza del PIL di pieno impiego,che indicheremo con Yp.
Questa conclusione è confermata dall’analisi formale del modello neoclassico. Le equazioni che lo descrivono
sono le seguenti:
YD=YS
YD=MPF A+MPMM/P
YS=F(N)
F’(N)=W/P
NS=G(W/P)
NS=N
Ciò che distingue il modello neoclassico del precedente modello keynesiano è l’eliminazione dell’equazione
riguardante i salari monetari,W=W0,e l’introduzione al suo posto delle ultime due equazioni del sistema:
l’equazione dell’offerta di lavoro e quella dell’equilibrio sul mercato del lavoro.

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

Come si vede,nel modello neoclassico partiamo dall’equilibrio del mercato del lavoro (grafico d). Una volta
determinato Np,la funzione della produzione,nel grafico c,ci dice qual è il corrispondente valore dell’offerta
aggregata Yp. L’intersezione tra AD e AS nel grafico a consente di determinare il livello dei prezzi,Pp. Si noti come
nel modello neoclassico la direzione di causalità risulti rovesciata rispetto al modello keynesiano: l’equilibrio nel
mercato del lavoro determina il livello di produzione di equilibrio nel mercato dei beni. Qualsiasi aumento della
domanda aggregata non può modificare il livello del prodotto,ma provoca soltanto un proporzionale aumento di
prezzi e salari monetari in modo tale da lasciare il salario reale inalterato al suo valore di equilibrio.
E’ bene sottolineare che nel modello neoclassico l’espressione “pieno impiego” non va intesa in senso
letterale,essa cioè non significa assenza di disoccupazione. Quindi pur in presenza di pieno impiego avremo
lavoratori temporaneamente disoccupati perché stanno spostandosi da un’occupazione all’altra. Nel modello
keynesiano non si tratta solo di lavoratori che non trovano lavoro perché l’equilibrio sul mercato dei beni si ha
per un livello di produzione inferiore a quello di pieno impiego Yp.
21.Domanda aggregata,offerta aggregata e livello dei prezzi in concorrenza
imperfetta
1.La determinazione dei prezzi
Iniziamo con l’assumere che il mercato del lavoro sia caratterizzato dalla presenza di sindacati,ossia da forme di
organizzazione attraverso cui i lavoratori disciplinano la concorrenza tra loro rafforzando così il loro potere
contrattuale. Per analizzare in che modo vengono fissati i salari nominali in questa situazione,guardiamo ai fattori
che spingono i lavoratori a chiedere salari più alti o più bassi.
Questi fattori sono sostanzialmente tre.
1. Il livello atteso dei prezzi,Pe : I lavoratori non sono interessati al salario nominale ma a quello reale,al
potere d’acquisto che il salario monetario permette loro di avere. In altre parole,i lavoratori nel chiedere
un dato salario tengono conto del livello dei prezzi. Inoltre,i salari non vengono fissati tutti i giorni ma in
contratti che hanno una certa durata. Ciò implica che i lavoratori quando contrattano il loro salario
nominale debbono prevedere il livello dei prezzi che si verificherà nel periodo contrattuale. Questo
spiega perché il salario nominale dipenda dal livello dei prezzi.
2. Il tasso di disoccupazione, u : Questa variabile dà conto della situazione esistente sul mercato del lavoro.
Quando u è basso,la forza contrattuale dei lavoratori è elevata e i lavoratori possono richiedere salari più
alti. Viceversa,quando u è alto,le imprese possono trovare facilmente lavoratori per i posti di lavoro
vacanti e i salari sono bassi.
3. Altri fattori,indicati con z: Oltre ai due appena menzionati,la determinazione del salario dipende da un
insieme di fattori di carattere prevalentemente istituzionale. Supporremo che questi fattori abbiano
comunque un’influenza positiva sul salario. Vale a dire,un aumento di z comporta un aumento del
salario.
L’equazione di determinazione dei salari:
W=Pe(1-u+z) [21.1]
Dove  rappresenta la sensibilità del salario monetario al tasso di disoccupazione.
2.La determinazione dei prezzi
Così come i lavoratori hanno un certo potere nella fissazione dei salari,anche le imprese godono di un certo
potere nella fissazione dei prezzi,ovvero di un certo grado di monopolio. Supporremo che i prezzi vengano fissati
in base al principio del costo pieno,il quale afferma che i prezzi vengono determinati dalle imprese aggiungendo
un margine  al loro costo medio di produzione. Il margine sarà tanto più elevato quanto maggiore è il grado di
monopolio delle imprese sul mercato del prodotto.
Per determinare questi costi,è necessario guardare alla funzione di produzione. Per semplicità,supporremo che
l’unico input produttivo sia il lavoro N e che la relazione che lega il prodotto al lavoro sia lineare:
Y=aN
In cui a rappreenta la produttività del lavoro (a=Y/N).
Poiché il lavoro è l’unico input produttivo,il costo medio di produzione è dato dal rapporto tra salari pagati e
prodotto:
costo medio di produzione = WN/Y
Data la funzione di produzione Y=aN,il costo medio di produzione è dato dal rapporto tra salario unitario e
produttività. Se vale il principio del costo pieno,il prezzo sarà determinato dalle imprese nel seguente modo:
P=W/a(1+) [21.2]
3.Il tasso di disoccupazione di equilibrio

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)


lOMoARcPSD|884482

Ci sono diversi modi in cui le equazioni dei salari e dei prezzi interagiscono tra loro. Vediamo cosa esse
comportano per il mercato del lavoro.
Per comprendere cosa accade su questo mercato,consideriamo una situazione in cui le aspettative di prezzo dei
lavoratori sono realizzate,P=P*.
Si noti che se questa condizione non fosse soddisfatta,i lavoratori – una volta presa consapevolezza del livlelo dei
prezzi effettivo – muterebbero le proprie richieste salariali,facendo così cambiare la situazione sul mercato del
lavoro. Dire perciò che guardiamo ad una situazione in cui P=P* è come dire che stiamo analizzando cosa accade
sul mercato del lavoro nel lungo periodo,definendo quest’ultimo come una situazione in cui non avvengono
mutamenti.
Con P=P* della [21.1] otteniamo il salario reale chiesto dai lavoratori:
[21.3] W/P=1-u+z
L’equazione del costo pieno [21.2] permette di stabilire qual è il salario reale che viene a determinarsi una volta
che,sulla base del salario monetario contrattato dai lavoratori,le imprese stabiliscono i prezzi in base al loro grado
di monopolio sul mercato del prodotto:
[21.4] W/P=a/1+
Per definizione ci deve essere compatibilità tra il salario reale che i lavoraori chiedono e quello che
effettivamente conseguono una volta che le imprese stabiliscono i prezzi. L’equilibrio è perciò caratterizzato da:
1-u+z=a/1+
Se prendiamo il logaritmo in entrambi i lati possiamo ricavare un’espressione piuttosto semplice per il tasso di
disoccupazione di equilibrio u*. Alla fine otterremo come espressione del tasso di disoccupazione di equilibrio:
u*=z-a’+/ [21.6]
La situazione del mercato del lavoro è rappresentata nella figura 1,dove abbiamo indicato con WS (wage setting)
la curva corrispondente all’equazione [21.4]del salario reale quale determinazione dei prezzi stabiliti dalle
imprese sul mercato del prodotto.
L’equazione [21.6] evidenzia immediatamente come varia il tasso di disoccupazione di equilibrio al variare dei
parametri che influenzano la WS e la PS. In particolare,la disoccupazione di equilibrio aumenta quando aumenta
il grado di monopolio delle imprese sul mercato del prodotto,ossia il margine ,o quando si riduce il parametro
; un aumento della produttività riduce invece la disoccupazione di equilibrio.
Il tasso di disoccupazione di equilibrio viene a volte definito “tasso naturale di disoccupazione”.
Il tasso naturale di disoccupazione si riferisce alla disoccupazione presente anche in una situazione di pieno
impiego,ovvero quella che si ha in corrispondenza dell’uguaglianza di domanda e offerta di lavoro in un mercato
perfettamente concorrenziale.
Nel mercato del lavoro considerato in questo paragrafo le due equazioni della determinazione dei salari e dei
prezzi non corrispondono però alle equazioni di domanda e offerta di lavoro.
Nell’equilibrio WS-PS avremo un tasso di disoccupazione superiore a quello corrispondente al pieno
impiego,ossia avremo disoccupazione involontaria. Per questi motivi,non useremo il termine tasso naturale con
riferimento al tasso determinato dall’incontro WS-PS,preferendo indicarlo semplicemente come tasso di
disoccupazione di equilibrio.

Scaricato da sergio Rossi (sansone6464@katamail.com)