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occasione le tensioni non sono più quelle ingegneristiche, esistono diversi modi per definirle ma sono

sempre tensioni definite come carico agente rapportato alla superfice deformata).

Normalmente non abbiamo bisogno di fare tutto questo e possiamo accontentarci di una soluzione molto più
semplice che poiché sono piccoli spostamenti le deformazioni sono piccole e non c’è una grande differenza
in termini di conseguenze sulle nostre valutazioni tra la sezione deformata e quella indeformata. Però ci
sono dei problemi come quello che stiamo esaminando in cui la considerazione della sezione deformata è
essenziale, se no dovremmo dire che le tensioni nel punto di contatto sono infinite; così facendo non solo le
tensioni sono finite ma noi vediamo che per casi di questo genere i materiali resistono a delle sollecitazioni
che abitualmente non sono sopportabili, questo avviene perché le tensioni principali che abbiamo
nell’intorno dell’area di contatto sono tutte negative quindi quando ci andiamo a calcolare la tensione
equivalente ((σ1 – σ2)2 +…) quelle differenze sono veramente differenze e quindi ciascuna delle parentesi
tonde è molto piccola, e quindi la tensione equivalente è anch’essa piccola.

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Vediamo le ipotesi che si fanno per affrontare il nostro problema: contatto localizzato cioè contatto
geometricamente limitato in un punto (area di contatto nulla), i due elementi sono omogenei ed isotropi e
possono essere modellati secondo modelli di elasticità lineari, l’area di contatto che si determinerà una volta
applicato il carico deve essere molto piccola; considerando come termine di confronto un raggio di curvatura
le dimensioni della zona di contatto dovranno essere trascurabili rispetto al più piccolo dei raggi di curvatura
della superfice. Qual è la differenza, in questo caso, con i problemi che abbiamo visto prima? Prima
avevamo un dominio che aveva un geometria assegnata, prevalentemente abbiamo utilizzato un semispazio
elastico ed avevamo un’area definita nella quale agiva un certo carico, oppure che era sottoposta ad un
sistema di spostamenti imposto. Quindi se avevamo un carico imposto in quella zona con certe modalità,
assumevamo come incognite le componenti di spostamento e di sollecitazioni che si verificavano, se
avevamo il caso di spostamento assegnato cercavamo, sotto la risultante del carico complessivamente
utilizzato, di capire quale fosse la distribuzione di pressione nell’area di contatto e di conseguenza lo stato
tensionale. In questo caso abbiamo un problema in più, perché partiamo da una zona che geometricamente è
ad area nulla, poi per effetto del carico si deforma e diventa finita. Allora il primo problema è capire di
quanto si deforma tale zona, cioè apparentemente di questo problema non sappiamo niente, cioè non ci sono
dati, abbiamo una geometria ed un carico applicato. Quali sono le dimensioni della zona che determinerà il
contatto? Quale sarà la distribuzione di pressione su quest’area di contatto? Abbiamo un livello di
complessità decisamente maggiore rispetto ai casi che abbiamo studiato fin ora, tutti legati al fatto
fondamentalmente che nella geometria della zona di contatto non c’è moto. Allora in questo riferimento,
ovviamente, posso scrivere le equazioni che esprimono la geometria delle due superfici z(x,y) e poiché sono
superfici del secondo ordine questi legami geometrici saranno espresse da polinomi di secondo grado; quindi
avremo per il primo elemento una forma z1 e z2 per l’altra superfice (considero superfici del secondo ordine
dove non compaiono termini lineari questo darà luogo a importanti conseguenze). Non voglio trattare due
elementi contemporaneamente, allora invece di considera l’ordinata del primo e l’ordinata del secondo,
siccome ciò che ci interessa per definire l’area, è che quei punti vadano a contatto allora ciò che ci interessa è
la distanza. Allora faccio z1 meno z2, poiché sono controversi sarà z1 più z2 (esprime la distanza), quindi vado
a considerare quello che si chiama la direttrice relativa della superfice che è data da zr (leggi slide). La
direttrice relativa esprime la distanza che si verifica tra punti appartenenti ai due corpi e che sono
caratterizzati dagli stessi valori di x e y. Facendo in questa maniera, il problema che trattiamo può rivolgersi
sia a ciascuno dei corpi così come sono, sia ad un corpo che non c’è, ma la cui equazione sia zr con un piano;
è la distanza dei punti di una superfice pari alla direttrice relativa rispetto ad un piano. Praticamente ho le due
superfici (vedi figura slide), misuro la distanza e mi costruisco una superfice che per ogni coppia di valori x e

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