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Lezione del 12/10/12

Effetti locali

La scorsa volta si è visto come la variazione della geometria comporti una ridistribuzione delle sollecitazioni,
che ha una importanza esclusivamente locale, ossia localizzata nella zona nella quale si verifichi la
variazione di geometria; tale studio si è visto che va sotto il nome di effetto di intaglio e appartiene alla
categoria delle analisi dei cosiddetti effetti locali, proprio perché questa ridistribuzione ha luogo soltanto in
una limitata zona. Gli effetti locali precedentemente messi in luce sono legati alla geometria; ora ci
accingiamo all’analisi degli effetti locali legati ai carichi.

La teoria elementare dell’elasticità (quella di De Saint Venant) vale al di là di una certa distanza, detta di
estinzione oltre la quale gli effetti locali del carico non si risentono; non risentire dell’effettiva modalità di
distribuzione del carico nella zona di applicazione vuol dire che in ogni sezione ci andiamo a calcolare
l’effetto del carico soltanto come risultante e momento risultante.

Se non ci troviamo al di là della distanza di estinzione si risente dell’effetto di come il carico è distribuito
nella zona di applicazione; quindi non possiamo più limitarci a prendere in considerazione un sistema
vettoriale equivalente a quello effettivo del carico, ma dobbiamo andare a vedere esattamente come il carico
è stato applicato. Questo tipo di ragionamento è di fondamentale importanza infatti basti pensare che bisogna
dimensionare per ogni macchina o elemento dei appoggi, e in quest’ultimi viene trasmesso un carico e allora
ci interessa capire con quali modalità esso venga trasmesso e quale sia la zona effettivamente caricata.
Esistono inoltre dei elementi delle macchine che per propria caratteristica presentano una resistenza (quindi
una capacità di carico) che strettamente dipendente dalla modalità con cui il carico è applicato.

Si è visto che per stati piani di tensione o di deformazione dovesse annullarsi il laplaciano secondo
dell’invariante lineare di tensione, questo affinché le funzioni che esprimevano le tensioni potessero
soddisfare le condizioni dell’equilibrio elastico. Si è visto inoltre che la stessa relazione in uno stesso piano
di tensione o di deformazione può corrispondere anche al rispetto delle equazioni di congruenza. Quindi tale
condizione ci si riallaccia alla teoria di Airy il quale si domandò se non fosse più comodo ricondursi ad unica
funzione incognita per non portarsene a presso diverse.

Per cui per gli stati piani egli dimostrò che si poteva assumere l’esistenza di una funzione potenziale delle
tensioni o degli spostamenti dai quali si potevano derivare direttamente le componenti che interessavano; la
caratteristica fondamentale è che se σx + σy è una funzione il cui nabla 2 deve essere pari a zero, per
sostituzione diretta discende che la funzione potenziale delle sollecitazioni deve essere biarmonica…..

…..poiché non mai semplice individuare quale sia la funzione biarmonica che possa andare bene per
studiare un certo problema fu inventato il metodo inverso, ossia imbattendosi in una funzione biarmonica, si
vanno ad esaminare diversi problemi fisici per vedere quale problema potrebbe risolvere; dopo di che si
dice quel problema ha quella funzione potenziale delle tensioni.

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