Sei sulla pagina 1di 60

Riassunto dei canti

dell'Inferno di Dante Alighieri


Letteratura Italiana
Alma Mater Studiorum – Università di Bologna
59 pag.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
LA DIVINA COMMEDIA

INFERNO

DANTE ALIGHIERI

-Canto I Inferno

Il canto I dell’Inferno fa da prologo a tutto il poema, presenta quindi la situazione iniziale e le ragioni del
viaggio allegorico di Dante. Siamo fuori dall’oltre mondo e si dispiega ai nostri occhi un paesaggio, la selva,
che rappresenta dal punto di vista simbolico il peccato dell’uomo.

Ma in questo paesaggio cammina un uomo ben reale e concreto che a metà della sua vita, quindi nell’anno
1300,quando stava per compiere 35 anni, si smarrisce in questa selva “selvaggia e aspra e forte”.

È questa la grande novità della commedia: in una dimensione eterna porta la presenza storica in tutta la sua
concretezza e ci racconta la presenza umana non per astratte figure ma per singole, reali persone con tutte
le sua sfumature. In questo cammino Dante raffigura insieme se stesso e tutta l’umanità: tutta la commedia
tende in modo ben esplicito a un rinnovamento della ‘humana civilitas’ nella pace e nella giustizia con la
sconfitta della cupidigia e il ristabilirsi delle umane virtù.

L’inizio del poema si apre con un indicazione temporale ben precisa ‘ nel mezzo del cammin di nostra vita’
dove Dante indica i suoi 35 anni considerati allora il punto medio della durata della vita. Inoltre l’aggettivo
‘nostra’ attribuisce a quel linguaggio dimesso una risonanza universale ed epica: infatti Dante assume in
prima persona questo viaggio, che è di tutti gli uomini e la sua vicenda personale diventa segno
dell’universale vicenda umana.

‘Mi ritrovai per una selva oscura che la diritta via era smarrita’ : Dante vuole qui indicare un reale periodo di
traviamento della sua vita in cui aveva smarrito la diritta via, la via del bene e descrive così la situazione in
cui all’improvviso viene a trovarsi, ovvero in mezzo a una selva oscura, origine del male e dell’errore. Presa
coscienza di tale condizione,Dante tenta di uscirne dirigendosi verso il colle in salita, soleggiato dalla luce di
Dio che si contrappone alla selva oscura: qui per la prima volta egli alzò lo sguardo verso l’alto ovvero verso
le cose alte ed eterne e non più verso le cose temporali. Ma una nuova e inattesa figura appare sulla scena ‘
una lonza leggera e presta molto che di pel macolato era coverta’ che rappresenta il simbolo della lussuria,
un leone ‘con la testa alta e con rabbiosa fame che rappresenta il simbolo della superbia ed infine una lupa
‘che di tutte brame sembiava carca ne la sua magrezza’ che rappresenta il più grave peccato, l’avidità
insaziabile dei beni di questo mondo e nella sua magrezza sembrava carica di tutte le bramosie umane.

Con l’apparizione di questi tre felini Dante perse ogni speranza come l’avaro che perde tutti i beni che ha
accumulato e piange e si dispera in cuor suo. Quando tutto sembra perduto entra in scena un nuovo
elemento: l’uomo solitario in balia delle tre fiere non è più solo, qualcuno si è mosso a salvarlo portando
con se due novità fondamentali: la prima è la voce umana che si leva per la prima volta e spezza l’atmosfera
di sogno finora dominante , la seconda sarà la realtà storica che irrompe in quel mondo irreale.

‘Non omo, omo già fui’ così il nuovo personaggio salvatore irrompe sulla scena in modo inaspettato, come
un’apparizione spettrale tant’è che Dante gli chiede timoroso se sia un ombra od omo certo. La risposta del
poeta è una vera prosopopea, un’elegante auto-presentazione in cui egli risponde a Dante dicendo che egli
non era più un uomo ma un’ombra, uomo lo fu in un altro tempo, ciò rappresenta un elemento essenziale
in quanto questo personaggio non è un essere astratto, una figurazione allegorica ma ha una sua concreta e

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
ben individuata realtà storica. Colui che parla è Virgilio, illustre poeta, nato a Mantova, al tempo di Giulio
Cesare,vissuto sotto la corte di Augusto e che nella Divina commedia rappresenta la luce della ragione
umana che guida gli uomini verso la via del bene. Dante riconosce in lui prima di tutto il poeta che fu ‘poeta
fui e cantai di quel giusto figliuol d’Anchise che venne di Troia, poi che ‘l superbo Ilion fu combusto’ egli fu
dunque l’autore dell’Eneide, poema considerato il capolavoro della letteratura latina e il cui
protagonista,Enea, è centrale nella tradizione classico-cristiana in quanto fondatore della stirpe romana.

Virgilio dirà a Dante che egli per raggiungere la felicità non dovrà percorrere la via diretta al monte il cui
cammino è impedito dalla lupa ma all’uomo è necessaria una strada più lunga che passi attraverso la via del
peccato (inferno) e la deliberata purificazione e distacco da esso (il purgatorio). ‘ A te convien tener altro
viaggio ...’ ‘ se vuò compar d’esto loco selvaggio’ : queste parole sembrano racchiudere un’intuizione più
profonda e cioè che il problema della lupa e del colle vale a dire dell’umana felicità non è risolvibile in
termini umani ma che solo oltre la storia, nell’eternità si possa attingere veramente tale soluzione.

Nel suo discorso Virgilio preannuncia la venuta del ‘ veltro’, che propriamente era un cane da caccia in
grado di mettersi sulle tracce di un animale selvaggio, a cui sarà affidato il compito di uccidere la lupa dal
mondo. Con questa figura enigmatica Dante indica un personaggio provvidenziale, inviato da Dio a
ristabilire l’ordine del mondo e in grado di riportare la giustizia troppo spesso calpestata dagli ecclesiastici
corrotti e dagli uomini politici che è poi la situazione di degrado morale e di disonestà che il poeta denuncia
a più riprese nella Commedia. Tale profezia si ricollega forse a quella contenuta nel Canto XXXIII del
Purgatorio, dove si dice che un «messo di Dio» ucciderà la prostituta che simboleggia la Chiesa
compromessa con la monarchia di Francia.

Finita la profezia di Virgilio, Dante non solo accetta ma richiede di essere condotto in questo mondo
ultraterreno e proprio questa coscienza dà la possibilità di cominciare il viaggio: questa condizione
tipicamente cristiana per cui nella salvezza dell’uomo Dio fa tutto ma l’uomo deve accettare che lo faccia,
sta alla base del poema dantesco.

-Canto II dell’Inferno

Il secondo canto è in realtà il primo della Cantica ed è per questo che si apre con il proemio, ovvero
l’invocazione alle Muse e la definizione dell’argomento. Lasciata la grande scena simbolica ci troviamo ora
in un’ora serale in cui l’oscurità già prelude al mondo di tenebra in cui si sta per entrare, egli dovrà
sostenere un vero e proprio combattimento fisico e morale che gli susciterà asprezza e nello stesso tempo
compassione per le pene dei dannati. Dante si affiderà alla memoria, elemento centrale dell’opera, che
serve a porre la veridicità del suo racconto che non va preso dunque come un’invenzione una semplice
fictio poetica ma come realtà ricordata e ritratta dal vero.

Questo secondo canto inizia con l’invocazione alle Muse che nella poesia classica è un topos letterario
mantenuto dai poeti cristiani, per le quali le Muse rappresentano l’ispirazione poetica e con l’invocazione al
proprio ingegno e alla propria memoria per poter raccontare ciò che egli vide.

In questo nuovo scenario Dante affronta un nuovo timore e nuovi dubbi che non esita a manifestare alla
sua guida Virgilio: Dante infatti non si sente all’altezza della missione di cui è investito, si chiede con quali
forze potrà affrontare un simile compito, come può essere che un semplice mortale e per di più peccatore
sia degno di tale impresa. Dante citerà Enea e Paolo, due figure centrali ed emblematiche nella tradizione
classico-cristiana in quanto Enea è legato alla successiva fondazione di Roma e mentre san Paolo è

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
l’apostolo che più di ogni altro contribuì a diffondere il cristianesimo nel mondo e a fissare i primi
fondamenti teologici ed entrambi furono protagonisti di un viaggio nell’aldilà.

Enea infatti, come racconta Virgilio nel VI canto dell’Eneide, andò ancora in vita e col corpo nel mondo degli
inferi per parlare con il padre Anchise per conoscere il proprio destino di fondatore di Roma.
Nell’intenzione di Virgilio questo viaggio era una specie di investitura sacra per l’eroe padre del futuro
impero di Augusto poiché egli fu scelto e predestinato nell’Empireo: è questa l’idea centrale della
concezione storica di Dante che vede nell’impero romano l’autorità predisposta da Dio stesso alludendo
chiaramente alla concezione provvidenziale per cui Dio stesso stabilì l’impero romano alla guida del mondo
in vista della Chiesa di Cristo, invece Il maggior Piero ovvero San Pietro era stato rapito nel III Cielo perché a
lui fu affidato il compito di consolidare in tutti gli uomini la fede.

‘Ma io, perché venirvi?’ Ecco che si manifesta il dubbio di Dante sulla sua venuta nel mondo ultraterreno e
Dante indica i due nomi, Enea e Paolo, che prendono un potente rilievo in quanto carichi di tutta la loro
storia provvidenziale, per cui ognuno dei due è segno di tutto un mondo( il mondo pagano culminante
nell’Impero e quello cristiano espresso dalla Chiesa). Di fronte a loro appare l’umile cristiano qualunque,
Dante, il quale teme che il viaggio nell’Aldilà sia FOLLE, temerario che oltrepassa la misura e non autorizzato
dal volere divino. Virgilio lo accusa di viltà e lo paragona ad una bestia che si adombra per dei pericolo
inconsistenti in quanto non è che Dante sia in qualche modo degno ma che qualcuno si sia mosso in suo
favore per amore spinto a sua volta da una divina pietà.

Per convincerlo di questo il poeta latino inizia un lungo flashback, in cui rievoca il suo incontro nel Limbo
(dove si trova Virgilio) con Beatrice, colei che porta sempre con se il segno del divino nella vita di Dante,
allegoria della grazia e della teologia rivelata, senza il cui ausilio è impossibile per l’uomo è impossibile
raggiungere la salvezza eterna. Ella, descritta con i tipici attributi della donna angelo dello Stil Novo, si
rivolge a Virgilio aprendo il discorso secondo lo schema della ‘catatio benevolentia’ cioè con le lodi
all’interlocutore per ottenere il consenso; tuttavia questo topos viene qui ad assumere un particolare valore
di gratuita gentilezza, verso chi si trova in posizione tanto inferiore, in quanto a Beatrice non era in alcun
modo necessario conquistarsi l’accondiscendenza di Virgilio. Beatrice sollecita l’intervento del poeta in
favore del suo amico Dante, in quanto teme che egli si sia già smarrito: questo timore è tipico dell’amore
disinteressato e fondamentale nella Vita Nuova, ed è la più rilevante connotazione della sua umanità
femminile.

Beatrice si manifesta ed esprime il suo nome, il nome della fanciulla amata nella giovinezza per cui Dante
scrisse la Vita Nuova, raccogliendo la maggior parte delle rime per lei in un racconto che vuol clebrare un
rinnovamento della sua vita. Beatrice morì giovanissima, nel 1290 e a questa persona Dante affida la
propria salvezza, raffigurando in lei ciò che conduce l’uomo, oltre i limiti posti dalla natura, alla beatitudine
eterna e cioè la grazia divina, ella appartiene infatti ad un altro mondo infinitamente distante da quello di
Virgilio. ‘ Amor mi mosse, che mi fa parlare’ è l’amore suo personale per Dante che s’identifica con l’amore
divino del quale solo i beati vivono, ma questo amore è anche parte di quell’amore eterno che nel mondo
di Dante è causa prima di ogni evento o atto. La promessa di Beatrice nei confronti di Virgilio sarà quella di
lodare il poeta antico presso Dio quando sarà tornata al suo cospetto.

‘O donna di tutte le virtù’ così Virgilio riconosce e identifica la funzione di Beatrice che verrà ubbidita senza
che siano necessarie lodi o promesse al poeta latino. Beatrice per spiegare la sua discesa agli inferi opera un
flashback narrando il fatto che la sua venuta sia stata voluta da una Donna di cui non si fa nome, ovvero la
Vergine Maria( il nome di Maria come quella di Cristo o di Dio è sempre taciuto nell’inferno), la cui
misericordia è più forte della giustizia di Dio e che chiese a Santa Lucia di sollecitare Beatrice a salvare

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
Dante. La santa martire siracusana,Lucia, accusata e uccisa sotto la persecuzione di Diocleziano e venerata
come protettrice della vista e Dante la sceglie perché legato a lei da particolare devozione.

Lucia interpella Beatrice che si trovava con Rachele, la moglie di Giacobbe, chiedendole come mai non
stesse soccorrendo colui che tanto l’amò, se non stesse udendo l’angoscia del suo pianto e dopo quelle
parole Beatrice raggiunse Virgilio fidandosi del suo parlare ‘onesto’ ovvero dignitoso e nobile, che è il
parlare poetico di Virgilio che lo fa prescegliere. Ella si volse così indietro, allontanandosi e lasciando
intravedere ‘ li occhi lucenti’ , il suo umano pianto.

Il richiamo di Virgilio e soprattutto il ricordo di Beatrice hanno un effetto immediato su Dante, così che il
poeta prega il suo maestro di proseguire immediatamente il viaggio, simile ad un fiore che il freddo
notturno ha chiuso e che si riapre alle prime luci del mattino.

-Canto III dell’inferno

Questo canto ci introduce nell’oltretomba infernale e appare subito nuovo nella sua potente drammaticità
che nasce dal primo affacciarsi a quel mondo di dolore senza ritorno. Esso si apre con la solenne iscrizione
sulla porta dell’inferno che da subito dischiude allo sguardo e all’animo la profonda e tragica essenza di
quel luogo: il dolore, e la sua eternità senza speranza.

‘per me si fa ne la città dolente, per me si fa ne l’etterno dolore, per me si va tra la perduta gente’

Questi versi posti in alto sulla porta dell’inferno suonano come solenne ammonimento a chi entra e tali
parole rappresentano il solenne incipit del vero e proprio inferno dantesco. ‘per me’ anaforico sta per
‘attraverso di me’ si va nella città dolente perché nel dolore vivono tutti i suoi abitanti, nell’eterno dolore
senza una fine, e tra la perduta gente,ovvero dannata che ha perso per sempre la propria strada e quindi
Dio e la felicità. ‘Giustizia mosse il mio alto fattore’ è la porta stessa a parlare e esplicita il fatto che fu
proprio Dio a crearla: l’inferno infatti è espressione della suprema giustizia divina. ‘ fecemi la divina
podestate, la somma sapienza e il primo amore’ sono gli attribuiti delle tre persone della Trinità ‘la sapienza
somma del padre, la somma sapienza del figliuolo, e la somma dello spirito santo’: nell’inferno dunque è
presente anche l’amore come in tutte le opere di Dio; ‘lasciate ogni speranza, voi ch’intrate’ questo ultimo
verso di andamento epigrafico è la conseguenza a livello umano e concreto delle affermazioni precedenti,
ed è l’unico infatti che si rivolga direttamente a chi legge e direttamente lo colpisce: la perdita della
speranza è per l’uomo il massimo dei mali.

Qui si vedranno le genti dolorose che hanno perduto la verità,cioè Dio bene supremo dell’intelletto umano
infatti la visione di Dio è per Dante il fine e la beatitudine dell’uomo dalla quale i dannati sono esclusi. Al
passare quella porta tutto l’orrore e il dolore di quel mondo assale il poeta con le grandi e dolenti immagini
che sono nella memoria di tutti: ‘quivi sospiri,pianti e altri guai risonavan per l’aere sanza stelle’ questa è la
prima impressione all’affacciarsi nell’inferno, tutta uditiva, perché per la grande oscurità la vista sembra
ancora non distinguere niente.

(-la grande vicenda della discesa di Enea agli inferi si rilegge qui,a distanza di un millennio; il dramma
dell’uomo –della sua morte,del suo destino dopo la morte- è ciò che attrae e accomuna la poesia dei due
spiriti fraterni. Ma la forza e la diversità del secolo si rivela e si accresce in questo potente confronto,da cui
la nuova poesia prende le mosse,ed acquista d’un tratto una risonanza storica secolare. La melanconia del
mondo precristiano,privo di futuro, cambia qui voce nel tragico inferno cristiano, oltre il quale esiste

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
un’altra realtà, di luce e di speranza, e dove il dolore è irrevocabile perdita di un bene infinito che all’uomo
è pur dato raggiungere. )

Dante chiese al suo maestro chi fossero coloro che si lamentavano così forte e Virgilio rispose dicendo che
qui si trovavano le anime ‘che visser senza ‘nfamia e senza lodo’, ovvero gli IGNAVI. Ci troviamo nell’
antinferno, una specie di vestibolo che precede l’inferno e dove si trovano coloro che non hanno avuto il
coraggio di compiere né il bene né il male; il loro contrassegno è la viltà, essi sono i così detti pusillanimi
che non hanno esercitato la facoltà di arbitrio per cui l’uomo è tale e vive, che non hanno mai preso
posizione, non hanno mai fatto una scelta e si può dire che per questo non abbiano mai vissuto. Per loro
Dante mostra il più profondo disprezzo proprio perché manca in loro ciò che distingue l’uomo e che egli
sempre onora fin nel più profondo dell’inferno. Per Dante non aver scelto è peggio di aver scelto il male,
quindi si trovano in una condizione morale peggiore di uno che ha fatto una scelta sbagliata.

Questi ‘non hanno speranza di morte’ non possono sapere neppure di morire, cioè di essere annullati per
sempre: questa è la condizione di tutte le anime dannate che invocano la morte senza speranza, ma gli
ignavi invidiano ogni altra sorte cioè anche i peccatori più gravi nei più gravi tormenti tanto la loro vita è
ignominiosa. Per la legge del contrappasso chi non ha seguito in vita nessuna bandiera –né buona né
cattiva- è costretto qui a correre senza riposo dietro ad uno di questi segni. Inoltre venivano punti da
mosconi e vespe, vili animali, che si nutrivano del loro sangue e delle loro lacrime.

Dante tra queste anime dannate riconobbe un’ombra di una persona ben nota: chi sia questo personaggio
è questione ancora discussa, ma i più antichi commentatori senza alcuna esitazione riconobbero
Clementino V, l’eremita Piero da Morrone che rinunciò al papato dopo pochi mesi di regno nel 1294 e a cui
seguì Bonifacio VIII.

La scena a questo punto cambia inizia la terza parte del canto e con il ‘gran fiume’ Acheronte torna in primo
piano il modello virgiliano, abbandonato sulla scena degli ignavi. L’acheronte, come nell’Eneide, segna il
confine del mondo infernale ed è il primo dei quattro fiumi della mitologia classica che Dante ha posto nel
suo inferno ( stige, flegetone, cocito) che con i loro nomi ben noti creano una specie di riconoscibile
geografia nel mondo dell’aldilà.

Ecco che appare il vero protagonista dell’episodio ovvero Caronte, il nocchiero che traghetta le anime
dannate e che Dante descrive traendo spunto dal personaggio virgiliano del libro VI dell’Eneide: rispetto al
Caronte classico, tuttavia quello dantesco appare con tratti decisamente demoniaci e ciò è coerente con la
interpretazione in chiave cristiana delle figure mitologiche, in quanto le divinità infere venivano spesso
considerate personificazione del diavolo e lo stesso farà Dante con altre creature infernali come
Minosse,Cerbero,Pluto.

L’arrivo di Caronte è improvviso e violento, egli rompe l’atmosfera sospesa del canto e domina la scena,
minaccioso ma con una sua maestà ‘ Guai a voi anime prave’ grida con autorità alle anime dannate, poi si
rivolge a Dante e cerca di spaventarlo e di impedire il suo viaggio attraverso l’inferno, infatti queste figure
simboleggiano gli impedimenta di natura peccaminosa che ostacolano il cammino di redenzione dell’anima
umana e non a caso sarà sempre Virgilio a zittirli e a consentire il passaggio di Dante: ‘ Caron, non ti
crucciare: vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandare’. Significativo è il fatto che qui
Caronte predica a Dante la sua salvezza, dicendogli che approderà ad altri porti e che sarà portato da una
barca più lieve della sua, ovvero quella dell’angelo nocchiero del purgatorio.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
I dannati sono descritti nella loro fisicità, come corpi nudi e prostrati,che si assiepano sulla riva
dell’Acheronte ansiosi di passare dall’altra parte. Essi bestemmiano e maledicono il giorno in cui sono nati,
hanno un aspetto corporeo in quanto le pene che dovranno subire provocheranno in loro un dolore fisico.

‘come d’autunno si levano le foglie l’una appresso de l’altra, fin che ‘l ramo vede a la terra tutte le sue
spoglie’ la grande similitudine virgiliana ritorna a suggellare questo primo canto infernale; se è vero che
Virgilio vuole sottolineare soprattutto la quantità, mentre Dante fa attenzione al modo con cui le anime
entrano una per una nella barca, in realtà le due immagini si corrispondono nel senso profondo e nella
malinconia che le avvolge. Qui scorgiamo il segreto dell’affinità tra i due grandi poeti dell’occidente latino: il
guardare attento e commosso all’eterna e dolorosa vicenda mortale dell’uomo.

La giustizia divina fa sì che il naturale terrore della pena si cambi in desiderio, cioè essi sono trascinati ad
assecondare quell’ineluttabile giustizia. Il motivo è profondo perché indica nella coscienza del dannato il
riconoscimento della giustizia della propria pena: questo è un tema che tornerà più volte nell’Inferno a
ricordare che anche nei dannati resta pur sempre ciò che è proprio dell’uomo cioè l’intelletto e la coscienza.

La scena finale non descrive il passaggio di Dante al di là del fiume Acheronte, infatti Dante perderà i sensi
inseguito al terremoto improvviso e al fulmine violento. Questi due fenomeni naturali sono il segno che qui
avviene qualcosa di straordinario che si compie per intervento divino, di cui non si è specificato il modo. Il
canto dunque si chiude con questo drammatico sconvolgimento che sembra riassumere il tragico significato
di ingresso nel regno del male.

-Canto III dell’inferno

Questo quarto canto che ospita il primo cerchio infernale, il Limbo (significa ‘lembo’ e indica l’orlo estremo
della voragine infernale), è come una pausa, un intervallo dal tono mesto e severo come gli atti dei suoi più
nobili abitanti. Qui i sospiri si succedono ai pianti e alle grida, e una singolare luce si accende in mezzo alla
massa delle tenebre infernali; tuttavia qui è significata la sorte del mondo antico, di tanti nobili spiriti per
sempre esclusi dalla suprema visione di Dio, unica meta dell’uomo: è questo il luogo di Virgilio.

La magnanimità di questi spiriti non fu sufficiente a condurli oltre il limite dell’umana ragione, e dell’umana
virtù, a quel Dio che si concede solo per grazia, mediante la fede: sono le anime di colore che vissero
virtuosamente ma non furono battezzati o vissero prima di cristo, perciò essi non sono dannati, la loro
unica pena consiste in un desiderio eternamente inappagato di vedere Dio e non c’è soluzione a questa
condizione.

In questo canto emergono due concetti fondamentali che servono a comprendere meglio i temi
fondamentali dell’inferno: il concetto di pietà e il concetto di angoscia.

L’inferno di dante è una realtà molto complessa poiché non è semplicemente il luogo dove c’è il Male: nel
limbo siamo di fronte a personaggi di grande valore e per certi aspetti eroici e virtuosi e il fatto che siano
nell’inferno comunque non cancella ciò che di buono essi rappresentano. Il problema di Dante personaggio
è quello di dover constatare come la virtù non sia sempre sufficiente alla salvezza: la pietà è l’angoscia di
constatare che il bene sia stato sopraffatto dal male; in questo senso i personaggi sono ANTIEXEMPLA.

Emerge anche l’idea di magnanimità: questi personaggi hanno lasciato una memoria sulla terra però la
fama che era quel tipo di immortalità sulla terra, il fine dell’uomo ma essa ha comunque nell’aldilà dei
limiti, questa condizione è per lui motivo di sofferenza e angoscia.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
Dunque la vera vis poetica non sta tanto nell’esaltazione di tale magnanimità, ma proprio dalla sua
esclusione dalla vera beatitudine dell’uomo perché dove manca la grazia anche la più alta facoltà umana
non può toccare la beatitudine della vita divina.

Nella teologia cristiana il Limbo era concepito come il luogo dei santi patriarchi ebrei morti prima della
venuta di Cristo e da lui liberati subito dopo la sua morte; in seguito era rimasto il luogo dei fanciulli
innocenti, morti senza battesimo e quindi macchiati del solo peccato originale. Non esisteva nella tradizione
teologica un Limbo per gli adulti: è questa dunque un’invenzione di Dante che accoglie qui gli adulti giusti
del mondo pagano e anche infedeli del tempo cristiano.

‘Or discendiam qua giù nel cieco mondo’ l’attacco di Virgilio è solenne e doloroso, egli entra in quel mondo
di dolore privo di luce materiale e morale che è anche il suo. Con grande dolore il poeta latino spiegherà a
Dante che qui si trovano colore che non peccarono contro la legge naturale così gravemente da meritare la
dannazione per le loro colpe ma le opere buone non bastano senza LA GRAZIA a raggiungere Dio. Per la
mancanza di fede e di battesimo queste anime compresa quella di Virgilio sono perduti, come tutte gli altri
abitanti dell’inferno, proprio perché vivono nel desiderio eterno di Dio senza speranza di poterlo mai
appagare.

Virgilio spiega a Dante la venuta di Cristo, il quale non viene mai nominato esplicitamente, agli Inferi. Egli
incoronato dalla croce, segno di vittoria, manifestò la potenza di Dio e trasse dall’inferno i principali
patriarchi dell’antica alleanza, primo fra tutti Adamo,progenitore di tutti gli uomini, poi Mosè, Giacobbe e i
suoi dodici figli e la moglie Rachele; dunque la liberazione delle anime giuste avvenne solo con la discesa di
Cristo, nessuno poté salvarsi prima.

‘quand’io vidi un foco’ inizia così la seconda parte del canto in cui Dante vede una fiamma che formava tra
le tenebre una semisfera illuminata, è la luce della mente umana dei grandi filosofi e poeti antichi che qui
dimorano: è questo il luogo dove propriamente Virgilio vive.

Queste anime onorevoli sono separate dallo stato delle altre anime in un luogo ben distinto e appartato,
ovvero il ‘nobile castello’ poiché la fama che di essi ancora risuona in terra ottiene in cielo uno speciale
favore che li avvantaggia così sugli altri: è questa la figura poetica con cui Dante riconosce ed onora la
grandezza umana dei filosofi e dei poeti antichi, rimasti in un’eterna sospensione del desiderio.

Dante, fra questi spiriti magni,riconosce quattro fra i principali poeti classici secondo il pensiero medievale:
Omero, cantore delle armi, Orazio, autore delle Satire, Ovidio, il poeta latino più famoso dopo Virgilio,
Lucano, autore della Pharsalia ed è dopo Virgilio il secondo grande modello epico di Dante. Essi figurano in
ordine cronologico i tre stili principali: umile ( Orazio) comico (Ovidio), e tragico( Lucano), Omero è il
signore della poesia epica, è il rappresentate per eccellenza dello stile tragico. All’interno di questo castello
vide un primo gruppo di eroi della storia di Roma, nella quale rientra anche quella di Troia; il valore
provvidenziale e profetico che Roma e il suo impero hanno per Dante nella storia del mondo sono
all’origine di questa scelta. Il secondo gruppo di filosofi e poeti si raccoglie intorno ad Aristotele, che
rappresenta l’umana sapienza. I due gruppi rappresentano quindi le virtù morali ed intellettuali proprie
dell’uomo, la massima dignità e il massimo onore che l’uomo raggiunge con le sue forze, rinchiuso nel
concetto di MAGNANIMITA’ ma che non basta a portarlo fino a Dio.

-Canto V dell’Inferno

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
Dante affronta in questo canto il vero incontro con l’inferno, cioè con il male e con il peccato: siamo nel
girone dei lussuriosi, i peccatori carnali trascinati da una bufera incessante che simboleggia la forza della
passione sessuale cui essi non seppero opporsi in vita.

All’inizio del cerchio Dante si imbatte con la figura di Minosse, re di Creta, figlio di Zeus e d’Europa che nel
mito era un saggio e un severissimo legislatore, per questo i poeti antichi lo avevano immaginato come
giudice infernale e Dante lo pone qui all’entrata ad assegnare ad ogni peccatore la propria sede
nell’Inferno. Esso è dotato di una lunga coda che egli avvolge con più giri intorno al peccatore quanti sono i
gradi,ovvero le balze infernali dichiarando così la loro condanna.

Minosse, come già Catone, vuole dissuadere un vivo dall’entrare in un mondo da cui non si può uscire e
Virgilio gli risponde con la stessa formula rituale che riduce al silenzio il demonio ‘vuolsi così colà dove si
puote ciò che si vuole e più non dimandare’.

Superato Minosse si entra nel vivo di questo girone dove si crea quell’atmosfera di profondo dolore e di
concentrata attenzione che sarà propria di tutto l’episodio. In questo luogo,privo di ogni luce, si sente un
pianto doloroso e il rombo del vento che pian piano prendono figura dando all’immagine una eccezionale
forza drammatica: la bufera è il contrappasso, cioè la corrispondenza della pena al peccato commesso che
qui travolge i peccatori come la passione li travolse in vita. Si tratta di un vero e proprio rapimento
vorticoso che non si arresta e molesta incessantemente senza via d’uscita i peccatori carnali, coloro che
sottoposero la ragione all’istinto, vera e propria degradazione per l’uomo,che nell’uso della ragione ha la
sua qualificazione specifica che lo distingue dal ‘bruto’; abdicare a tale dignità non può che portare alla
rovina.

‘E come li stornei ne portan l’ali nel freddo tempo a schiera larga e piena…’ e come le ali portano gli
stornelli nell’inverno, in larga e fitta schiera, così quel vento porta gli spiriti dei peccatori, sospingendoli
disordinatamente in tutte le direzioni. Sono le ali dunque a portare gli stornelli secondo il vento e non la
loro volontà: questa similitudine tende a caratterizzare il movimento delle anime simile a quello degli
uccelli.

‘E come i gru…’ questa seconda similitudine invece caratterizza il lamento di queste anime ed essa è
modellata sulla prima quasi per una continuità fra questa e quella, in quel vento turbinoso ove passano
davanti agli occhi di Dante la schiera delle anime. La prima immagine si riferisce a tutti gli spiriti del cerchio,
travolti dalla bufera; questa indica una particolare schiera che avanza verso Dante, in lunga fila: si tratta di
coloro che a causa di amore hanno subito morte violenta. Questi spiriti sono caratterizzati dai lamenti
che,paragonati al canto delle gru, in un verso particolarmente melodioso, acquistano una dolcezza ignota
rispetto agli altri lamenti infernali.

La prima di queste anime è Semiramide, regina degli Assiri, vissuta nel XIV secolo a.C ,che si innamorò di
suo figlio e fu uccisa da lui stesso, poi Didone, che si uccise per amore e mancò alla promessa di fedeltà
fatta alle ceneri dello sposo Sicheo. La grande storia virgiliana dell’amore tra Enea e Didone, che occupa il IV
dell’Eneide, si concluse con l’abbandono da parte di Enea per seguire il suo alto destino e la morte tragica
della regina; poi Cleopatra, regina d’Egitto, amante di Giulio Cesare e poi di Antonio, morta suicida per non
cadere nelle mani di Ottaviano vincitore; Elena, eroina dell’Iliade, la moglie di Menelao, il cui rapimento da
parte di Paride provocò la guerra di Troia; Achille,invincibile eroe greco, vinto dall’amore per Polissena figlia
di Priamo, fu ucciso a tradimento dal fratello di lei Paride; Paride, il figlio di Priamo e rapitore di Elena,
ucciso da Filottete; Tristano, famoso cavaliere della Tavola Rotonda, nipote di re Marco, si innamorò di sua
moglie Isotta e perciò fu ucciso dallo zio. La condanna morale che li accompagna esprime già la terribilità di

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
questa passione umana che tutti travolge, e la responsabilità dell’uomo dotato di ragione e libertà che ad
essa può resistere.

‘Pietà mi giunse e fui quasi smarrito’ questo verso porta tutto il senso pieno e profondo del termine, la
pietà è la compassione che colse Dante e lo portò quasi fuori di sé, tant’è che perse i sensi per la forza di
quel sentimento.

Dante fu attratto in particolare da un fatto eccezionale: due anime tenuti insieme da quell’amore che in vita
fu tanto forte e che li condusse insieme alla morte. ‘O anime affannate venite a noi parlar, s’altri nol niega’
questo bastò alle due anime per andare incontro a Dante e a dirgli quanto vorrà sapere perché ha avuto
pietà di loro. ‘Quali colombe dal disio chiamate..’ la similitudine, che interviene prima che i due spiriti si
muovano e parlino ne connota l’aspetto e il movimento dolce e gentile. L’aggettivo dolce si ripeterà più
volte quasi ad indicare che in quella dolcezza è racchiuso un terribile inganno.

‘O animal grazioso e benigno’ sono le prime parole di Francesca già intrise di un amaro rimpianto di quella
sua morte che le è sembrato insanguinasse il mondo intero. Un tratto particolare di Francesca è questa
innata dolcezza e delicatezza che non si è perduta,infatti ella vorrebbe in qualche modo dare qualcosa a
Dante che ha avuto pietà del suo crudele male. Egli, che viene dal mondo dei vivi, si è messo sullo stesso
piano di lei, che per un attimo, grazie a quella pietà esce dal chiuso cerchio infernale.

In quel momento temporaneo il vento si ferma per permettere il colloquio e Francesca presenta la propria
patria di origine ,ovvero la città di Ravenna. Francesca, figlia di Guido il Vecchio Da Polenta, signore di
Ravenna, sposò Gianciotto Malatesta, signore di Rimini; il matrimonio doveva suggellare la pace tra le due
famiglie a lungo rivali, ma Francesca si innamorò di Paolo, fratello del marito, e questi li sorprese e li uccise
entrambi. ‘Amor,ch’al cor gentil, ratto s’apprende’ amore che senza dar tempo di difesa si apprende in ogni
cuor nobile: è la famosa teoria cortese dell’identità tra cuor nobile e amore,forza fatale, che Francesca
pone ad epigrafe della sua tragica vicenda. ‘Amor ch’a nullo amato amar perdona mi prese del costui piacer
sì forte’ amore, che non risparmia a nessuno amato di riamare a sua volta. ‘Amor condusse noi ad una
morte’ la terza ripresa dell’anafora racchiude la terribile conseguenza di quel tragico inganno che porta alla
morte. Dante, al sentir parlare di quelle anime offese, chinò il capo in un lungo silenzio, tanto lungo che fu
Virgilio a riscuoterlo.

Francesca ha narrato solo l’inizio e la fine ‘amor ci prese…’ ‘ amor ci condusse a morte..’ ma tutto quello che
intercorse tra questi due momenti lo ha taciuto ed è proprio questo, il segreto della illusoria dolcezza che lo
ha alla fine travolto ciò che Dante chiese prima a se stesso e poi Francesca.

‘Nessun maggior dolore che ricordarsi del tempo felice ne la miseria’ Francesca inizia con una citazione la
sua personale storia in cui racconta il momento fatidico in cui le due anime si unirono: ‘leggevamo un
giorno per diletto di Lancillotto’ è il romanzo francese del ciclo della Tavola Rotonda che narra l’amore di lui
per la regina Ginevra, moglie di re Artù, ‘ soli eravamo e senza alcun sospetto’ che qualcuno li potesse
sorprendere , non avevano alcun timore di ciò che sarebbe accaduto, ‘ per più fiate li occhi ci sospinse’
spinse i loro occhi quasi facendo violenza a guardare l’uno nell’altro, ‘ ma solo un punto fu quello che ci
vinse’ ‘quando legemmo il disiato riso esser basciato da cotanto amante …questi la bocca mi basciò tutta
tremante’. Nel romanzo di Lancillotto è Ginevra che lo bacia: in tali storie infatti il bacio dato dalla donna
era come un pegno, un investitura d’amore. Dante muta la scena guardandola da un’altra prospettiva,
quello di Francesca, per ricreare secondo la figura di lei quel momento. L’eterno e tragico fissar di quel
momento è come il fissarsi per sempre dell’atto in cui essi scelsero il proprio destino: questo è il carattere
dominante della figura dantesca.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
‘la bocca mi basciò tutta tremante’ il profondo realismo di questo verso e la viva intensità e serietà con cui
prende figura concreta il tremante Paolo è la grande novità poetica che fa per sempre di Paolo e Francesca
l’esempio vivo dell’umana passione di amore. ‘Galeotto fu il libro e chi lo scrisse’ in quanto ebbe la stessa
funzione fra loro due, che GALEHAULT compì tra Lancillotto e Ginevra, inducendo lei a baciarlo. Ma questa
volta il colpevole non fu un uomo ma un libro largamente letto e ammirato al tempo. Paolo accompagnava
le parole di Francesca piangendo: è un pianto silenzioso proprio dell’uomo cosciente e nello stesso tempo
schivo del parlare che colpisce fino in fondo l’altro uomo vivo che guarda e ascolta.

La pietà che aveva colto Dante all’inizio qui lo soverchia fino a fargli perdere i sensi ‘ e caddi come corpo
morto cadde’: il significato di tale svenimento è più profondo di quanto si possa credere, esso va raccolto
da tutto l’andamento della storia e dell’incontro qui narrati, e non ridotto ad una semplice commozione per
una singola tragica vicenda, è la perdita della violenza dell’interno sentire che qui raggiunge un grado di
intensità eccezionale. Questo coinvolgimento profondo è dovuto al fatto che Dante vede se stesso in
Francesca ma anche la creatura umana nella sua dignità e bellezza che si perde per consapevole scelta e
tragico errore. C’è una forte contraddizione: come può lo stesso desiderio portare F. e P. alla distruzione e
quello D. e B. alla salvezza?

-Canto VI dell’Inferno

Con questo canto entriamo nel terzo cerchio dove è punito il vizio della gola, il secondo nella scala dei
peccati di incontinenza, la cui pena è degradante e miserevole, infatti i golosi sono stesi a terra, immersi nel
fango sotto una pioggia greve e maleodorante.

In questo canto verrà affrontato il tema politico della tragica condizione di Firenze, la città partita, che
occupa tutto il centro del canto e ne segna l’acme drammatica, con l’alta profezia della sconfitta dei
Bianchi. Come si vedrà, ai sesti canti Dante affida in tutte e tre le cantiche lo svolgimento del tema politico:
qui nell’Inferno protagonista è la città, nel Purgatorio sarà l’Italia, nel Paradiso l’Impero universale.

Questo canto introduce un nuovo atteggiamento del raccontare dantesco infatti l’attacco delle prime
terzine indica una temperie diversa, di più libera e semplice narrazione: Dante qui usufruirà dello stile
comico,secondo la norma retorica della convenienza dello stile al contenuto.

‘io sono al terzo cerchio, de la piova etterna,maledetta,fredda e greve’ così è presentato il cerchio dei
golosi, che è uno dei sette vizi capitali ed è considerato colpa più grave della lussuria perché la gola è causa
della lussuria e non il contrario. La punizione di questi peccatori ovvero una pioggia eterna e pesante unita
a grandine e neve, è di origine biblica ma dantesca è l’idea di applicarla ai golosi, con chiaro contrappasso;
appare evidente il contrasto fra quest’acqua pesante e maleodorante e le delicate bevande di cui questi
peccatori si saziarono. Questa pioggia è caratterizzata nella sua qualità infernale da quattro aggettivi:
etterna, che non avrà mai sosta, maledetta, perché deve nuocere, fredda, che non porta alcun piacere, e
greve ovvero pesante che grava sui peccatori e li opprime a terra.

In questo infernale scenario appare Cerbero,antico mostro dell’Averno classico, rappresentato come un
cane a tre teste con colli avvolti di serpenti; era noto per l’impresa di Teseo che per penetrare nell’Ade, lo
aveva vinto e trascinato fuori in catene, Dante lo assume come guardiano infernale, trasformandolo in
demonio rabbioso e cieco nella sua ingordigia e ne fa il custode specifico del cerchio dei golosi.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
Dante indica qui per la prima volta una caratteristica importante delle anime dell’aldilà: esse hanno
l’apparenza del corpo e la capacità di soffrire ma non ne hanno la consistenza. L’idea virgiliana viene ripresa
da Dante in quanto essa rende possibile il suo viaggio, senza contraddire alla dottrina cristiana per cui i
corpi risorgeranno il giorno del giudizio finale.

Queste anime erano stese a terra sotto la pressione della pioggia ma all’improvviso un’ombra si levò a
sedere,colpito dal fatto che un uomo ancora vivo,Dante, sia condotto attraverso l’inferno. Per il momento
quest’ombra non rivela niente di se stessa se non che ha conosciuto in vita colui che ora cammina
nell’inferno e la città da cui proviene. Come Francesca anche quest’anima indicherà come prima cosa la sua
patria di origine, ma questa volta la determinazione non è geografica bensì politica ‘la tua città,ch’è piena
d’invidia sì che già trabocca il sacco’ si introduce così il tema civile, centrale in tutto il canto e coinvolge
Dante personalmente in quanto si parla proprio di Firenze,piena di invidia, origine delle discordie civili
dovute all’avidità di possesso. Sarà ricordata insieme alla superbia e all’avarizia come uno dei tre peccati
che bruciano i cuori dei fiorentini, non a caso l’invidia è citata già nel primo canto come fonte della
cupidigia che travolge il mondo: il male e la rovina del mondo appaiono qui in una realtà ben determinata,
nella città che è all’origine di tutta la meditazione civile di Dante.

‘voi cittadini mi chiamaste Ciacco’ dalla notizia degli antichi Ciacco era un uomo di corte che frequentava le
nobili famiglie fiorentine, dedito con eccesso ai piaceri della tavola, ma non privo di acume, una specie di
saggio giullare, probabilmente ben noto nella Firenze del tempo. Forse per questa situazione di conoscenza
approfondita degli ambienti politici più qualificati Dante lo sceglie a giudice e profeta della condizione della
città.

‘per la dannosa colpa de la gola come tu vedi a la pioggia mi fiacco’ notiamo come sia presente nel dannato
un elemento essenziale ovvero la ben chiara coscienza etica per cui egli riconosce la propria colpa e
considera giusta la propria condanna. Tale coscienza che fonda la dignità umana dell’uomo nell’inferno,
sarà riscontrabile in ognuno dei personaggi incontrati, fino all’ultimo cerchio dell’abisso.

Dante porrà a Ciacco una serie di domande sulla condizione della città di Firenze :dove li condurranno le
loro discordie, se vi è in essa, seppur così divisa, almeno qualcuno che sia giusto, cioè che resti al di sopra
dell’odio di parte e la causa prima, l’origine di tale discordia. Le domande di Dante sono dunque tre,
esposte con una sobrietà che sembra adeguarsi allo stile di Ciacco e poste in ordine inverso rispetto al
tempo(futuro,presente,passato).

‘la parte selvaggia caccerà l’altra con molta offensione’ così Ciacco risponde a Dante dicendo che la parte
venuta dal contado caccerà la parte magnatizia dei Neri: nel giugno del 1301 furono esiliati tutti i principali
esponenti del partito dei Donati; in seguito dovrà accadere che la parte selvaggia dei Bianchi decada dalla
sua egemonia entro l’arco di tre anni. La profezia di Ciacco è immaginata come preannunciata nella
primavera del 1300,data del viaggio dantesco; il predominio dei Neri in Firenze e la cacciata dei Bianch
cominciò nei primi mesi del 1302. Ciacco parlerà di un tale, qualcuno di cui non si vuole pronunciare il
nome che si mostrerà imparziale tra le due parti: non vi è dubbio che Dante si riferisca qui a papa Bonifacio
VIII. Dante farà a Ciacco un’altra richiesta ovvero quale sia la sorte eterna di alcuni tra i più noti dei grandi
cittadini delle generazioni passate, di cui si parlava in Firenze con ammirazione e rispetto: Farinata degli
Uberti, il grande capo ghibellino, Tegghiaio Aldobrandi guelfo, Iacopo Rusticucci guelfo, Arrigo degli
Arrigucci, Mosca dei lamberti. ‘ Ei son tra l’anime più nere’ essi sono gli eretici, i sodomiti, e i seminatori di
discordie, i quali si trovano tutti dentro le mura della città di Dite che dividono nell’inferno dantesco le
anime dei peccatori per incontinenza da quelle dei peccatori per violenza e frode. La risposta di Ciacco ci

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
pone davanti per la prima volta il profondo divario di valori tra la prospettiva terrena e quella eterna che si
ritroverà al fondo di tutto il poema, infatti Il ben far umano non appare sufficiente alla salvezza dell’uomo.

Ciacco chiederà a Dante di ricordarlo alla memoria dei vivi: per le anime dell’inferno questa è la sola
maniera di vivere ancora, ed è cioè che sempre e soltanto chiederanno al vivo che passa davanti a loro.

Concluso il dialogo con Ciacco, l’attacco nuovo e improvviso di Virgilio apre una nuova e solenne
prospettiva che conclude con potenza il canto. Da tale sonno di morte Ciacco non si risveglierà più, prima
del suono della tromba angelica che annuncerà il giudizio universale, quando giungerà la ‘nimica podesta’ si
intende Cristo che verrà in veste di giudice nell’ultimo giorno, nemico per coloro che saranno dannati.
Ciascun rivedrà la triste tomba, ripiglierà sua carne e sua figura..’il dogma cristiano della resurrezione delle
carne cioè dell’aspetto corporeo è alla base dell’invenzione della Commedia e qui appare per la prima volta
in una potente raffigurazione: il giudice, la tromba angelica, l’umanità giudicata. Virgilio dirà a Dante che
dopo la resurrezione della carne saranno maggiori i tormenti dei dannati come sarà maggiore la gioia dei
beati poicè tanto più l’essere è perfetto tanto più sia capace di sentire la gioia e così anche il dolore.

Alla fine del canto dante porrà Pluto, dio greco della ricchezza,origine di ogni male.

-Canto VII dell’Inferno

Ci addentriamo con questo canto tra le colpe più gravi che ledono profondamente la dignità dell’uomo
ovvero il peccato di avarizia o brama di denaro. I peccatori di questo cerchio sono suddivisi, in omaggio alla
classificazione aristotelica delle colpe in avari prodighi in quanto hanno usato del denaro con dismisura cioè
con eccesso nei due opposti modi del dare e del tenere. Ma il vero vizio di incontinenza a cui Dante guarda
con profonda condanna è il primo, cioè la cupidigia e l’attaccamento alle ricchezze poiché questo peccato,a
differenza di lussuria, gola,ira,accidia corrode e corrompe alla base la convivenza civile dell’uomo sulla
terra. Il tema della ricchezza e della sua fallacia è un tema letterario ben vivo nella tradizione classica ma la
forza del testo di Dante sta nel fatto che quel modello letterario diventa in una tragica realtà storica. La sua
personale amara esperienza politica, la riflessione sulla generale condizione civile del suo tempo lo avevano
condotto a riconoscere in quella ‘ lupa’ posta nel primo canto, come insormontabile ostacolo all’uomio sulla
via della salvezza, la vera origine ai mali dell’umanità.

Nella sua unità questo canto appare variato rispetto ai precedenti in cui dante faceva coincidere il canto
con un determinato ambiente o cerchio, qui egli anticipa sulla fine, in un breve scorcio di trenta versi, la
discesa e la prima visione d’insieme del cerchio successivo, nella quale appaiono gli iracondi e accidiosi.

Questa nuova struttura narrativa è invenzione che rompe l’inevitabile monotonia del sovrapporsi di ogni
canto ad ogni cerchio, inoltre tale composizione porta all’accostamento di vari tipi di linguaggio istituendo
una pluralità di stili differenti che solo una commedia poteva permettersi: il primo e dominante che
accompagna la scena degli avari e prodighi è realistico e petroso, il secondo che introduce il tema della
fortuna è teologico, il terzo usato alla fine ha un livello medio.

‘Pape Satàn,pape Satàn aleppe’ il canto comincia all’improvviso con le parole di Pluto, parole che risuonano
oscure e con voce che sembra disumana. Secondo uno schema narrativo ricorrente nel corso della Cantica,
anche Pluto tenta vanamente di opporsi al passaggio di Dante e anche in questo caso l'ostacolo è superato
da Virgilio, che sembra afferrare il senso delle sue misteriose parole e lo mette a tacere con la solita
formula che rammenta l'ineluttabilità del viaggio dantesco, anche col riferimento all'arcangelo Michele che

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
aveva punito Lucifero di cui, forse, Pluto è figura come Cerbero e le altre divinità classiche demonizzate. Sta
di fatto che Pluto si acquieta non diversamente dal cane trifauce, simile alle vele di una nave che cadono a
terra quando non sono più gonfiate dal vento, a significare forse l'inconsistenza della sua minaccia.

‘come fa l’onda là sovra Cariddi che si frange con quella in cui s’intoppa così convien che qui la gente riddi’

La terzina porta in primo piano, con potente evidenza l’insieme dei dannati del quarto cerchio e la loro
pena descritta in termini comico-grotteschi come una rappresentazione di massa, quasi una coreografia,
che un individuo o un gesto umano ne emerga. Questa prima immagine dello scontro delle acque dello
Ionio e del Tirreno nello stretto di Messina racchiude in sé tutta la raffigurazione che segue: Cariddi è il
vortice sottomarino nello stretto di Messina, di fronte a Scilla, causato dall’incontro delle correnti dei due
mari. Dante riprende l’immagine per esprimere la violenza e il fragore come di forze cieche della natura,
con cui si scontrano le due schiere degli avari e dei prodighi, i quali sono costretti a spingere dei macigni,
chiara figura degli uomini ciechi che sulla terra che sulla terra si affannano dietro a quei beni fallaci. La
gravità delle due colpe agli occhi di Dante è nella loro dimensione pubblica, in quanto l’uso stravolto del
denaro corrompe e guasta tutto il vivere civile, ed entrambe vengono poste sullo stesso piano, in quanto
anche la prodigalità, che sembrerebbe colpa non troppo grave, porta ad ingiustizie e sopraffazioni per poter
mantenere il lusso e lo sfarzo.

Virgilio spiega a Dante che essi non sono semplici chierici ma vi sono anche coloro che occuparono i più alti
gradi della gerarchia: che l’avarizia sia peccato più grave nella gente di Chiesa che dovrebbe invece a tutto
rinunciare, infatti essa dovrebbe apparire povera come il suo fondatore.

La vita di questi dannati priva di discernimento,cioè di quell’uso dell’intelletto che riconosce il vero bene e
lo segue, li rende ora oscuri ad ogni conoscenza. Questo tragico contrappasso, molto più profondo di quello
indicato nella pena esteriore dello spingere i massi, è il centro etico di tutto l’episodio. Virgilio dopo aver
condannato la cieca cupidigia di queste anime, ricorderà il loro destino dopo il giudizio universale, quando
gli avari risorgeranno con il pugno chiuso, gesto di chi ha voluto ad ogni costo tenere, e i prodighi con i crini
mozzi, i capelli simboleggiano le sostanze temporali da costoro sperperate, a simboleggiare per l’eternità il
loro peccato e ad affermare che l’attaccamento alle ricchezze terrene le ha escluse dalla salvezza.

Dopo la descrizione del cerchio degli avari il discorso si solleva ad un livello diverso, di meditazione etica
ovvero il tema della Fortuna.

Gli antichi interpretavano la fortuna come dea capricciosa e volubile che teneva tra gli artigli i beni terreni,
come una creatura animalesca che toglieva le ricchezze agli uni e agli altri in modo del tutto casuale e senza
alcuna considerazione razionale: Dante ha ben presente questa concezione e ne chiede conto a Virgilio, la
cui risposta smentisce decisamente a lume di filosofia i luoghi comuni che nel Medioevo ancora esistevano
su questa divinità. Virgilio, rimproverando Dante, chiarisce che essa è in realtà un'intelligenza angelica,
ministra ed esecutrice della volontà divina, che trasmuta le ricchezze di mano in mano secondo il suo
giudizio inconoscibile agli uomini che, è evidente, si conforma a quello di Dio: tale visione è propria della
cultura medievale, profondamente diversa dalla concezione classica e umanistica che riconduceva la
fortuna al caso e quindi la subordinava alla virtù umana (Virgilio spiega invece che la prudenza umana non
può nulla contro il volere della Fortuna, il cui giudizio è occulto come in erba l'angue); se gli uni si
arricchiscono e gli altri si impoveriscono ciò non è dovuto al caso o al capriccio della dea, ma al disegno
provvidenziale di Dio in cui tutto ha un senso e nulla avviene per caso, anche se ciò non è immediatamente
comprensibile agli uomini il cui intelletto non può penetrare nell'abisso della saggezza divina. Ciò ribadisce
la scarsa importanza delle ricchezze materiali, in cui carattere transitorio dimostra che ben poco peso

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
devono avere nella vicenda degli uomini sulla Terra e nulla possono determinare quanto alla salvezza
ultraterrena che dipende da ben altro, per cui l'eccessivo confidare nella Fortuna rischia di portare alla
dannazione come capitato alle anime di questo Cerchio.

‘ques’è colei che tanto posta in croce….e ciò non ode’ quest’ultima terzina con movimento lirico, solleva la
fortuna in una sfera ben lontana dalle miserie e passioni che non la toccano e non possono neppure scalfire
la sua celeste beatitudine; essa non ode perché immersa nella sua beatitudine celesta, nella quale adempie
un divino volere.

Chiusa la parentesi celeste, tornano al dolore infernale ‘l’acqua era buia….’ Comincia qui un nuovo tema,
cambiano gli elementi figurativi e il linguaggio: dante anticipa nel canto VII l’entrata nel nuovo cerchio in cui
l’oscurità e la tristezza segnano questo passaggio alla palude Stigia( Stige è il fiume paludoso che si estende
intorno alle mura della città di Dite). Si definiscono così i peccatori dello Stige: i primi che si vedono son
quelli cui vinse l’ira, cioè gli iracondi, colpevoli del peccato di incontinenza dell’ira. Ma c’è un secondo
gruppo di anime che non si vedono perché sono sotto l’acqua di cui l’unico segno visibile è il ribollire
dell’acqua alla superficie per effetto dei loro sospiri, che appare dovunque si aggiri lo sguardo: questi
peccatori sono gli accidiosi. ‘quest’inno si gorgoglian ne la strozza…’ cioè nella canna vocale, poiché l’acqua
entra nella gola di queste anime impedendo di pronunciare le parole, che diventano quindi un gorgoglio: in
questa pena è racchiuso un senso profondo ovvero la parola espressione propria dell’uomo riesce impedita
a chi si rese impotente al bene.

-Canto VIII dell’Inferno

Questo canto è il primo che si svolge in movimento in quanto l’argomento centrale è infatti la traversata
dello Stige e l’arrivo alla città di Dite, cioè alla zona più terribile dell’Inferno, cintata di mura e chiusa di
porte dove Dante e Virgilio dovranno fermarsi e aspettare un superiore aiuto per poter vincere la resistenza
all’entrata. Questo canto veloce,tutto percorso d’ira e di sdegno e contrassegnato dal fuoco-che si accende
come segnale sulle torri, una situata sulla riva dello Stige,l’altra sulle mura stesse della città, divampa nel
nome stesso del nocchiere,e accende le rosse mura di Dite- racchiude dunque due drammi che si
configurano come combattimenti.

Qui il primo incontro di Dante è quello con il nocchiere Flègias, personaggio mitologico,figlio di marte e
Crise,condannato per aver incendiato il tempio di Apollo in Delfi. Gli antichi mitografi lo presentano come
un empio sacrilegio tant’è che Dante ne fa il custode e il traghettatore demoniaco che non tarda ad arrivare
sulla sua barca e reagisce con rabbia alla notizia che non potrà trattenere Dante nello Stige, mentre non è
molto chiaro se la sua funzione sia quella di traghettare solo le anime degli iracondi o di tutti i dannati
destinati al Basso Inferno: anche in questo caso la demonizzazione del personaggio classico è alquanto
deformante rispetto all'originale, anche se è chiaro che il suo nome è da collegare etimologicamente alla
fiamma (come il Flegetonte, il fiume caldo di sangue). In ogni caso anch'egli, nonostante la stizza con cui
accoglie la presenza all'Inferno del vivo Dante, è costretto dal volere divino a farlo salire sulla sua barca e a
condurlo attraverso la palude, dove avverrà il tempestoso incontro con un anima dannata, ben conosciuta
da Dante.

L’anima dannata è Filippo Argenti che rifiuta di rivelare il suo nome per vergogna e dispetto e che si
avventerà furioso contro Dante nel momento in cui lo riconosce e lo fa oggetto di parole ingiuriose e di

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
condanna. Costui era un fiorentino di parte nera avverso a Dante e probabilmente suo nemico
personale,appartenente alla consorteria degli Adimari: ‘questo fu al mondo persona orgogliosa’ così Dante
definisce Filippo Argenti. Egli era noto per la sua arroganza orgogliosa e il cui tono domina largamente
l'intero episodio, e ci riconduce al clima di lotte intestine e rivalità tra consorterie di cui era preda Firenze
all'inizio del Trecento.

il poeta latino sottolinea che molti in vita si ritengono altezzosamente dei gran regi, mentre il loro destino
ultraterreno è di essere tuffati dentro nel fango dello Stige come porci in brago, tant’è che Dante esprime il
desiderio di vedere questa scena solennemente approvata da Virgilio,in quanto dietro la figura di quella
persona orgogliosa in realtà qui vengono condannati tutti coloro che con la loro superbia, opprimono gli
altri e provano quelle terribili discordie civili che allora affliggevano la città di Firenze e sconvolgevano tutta
la vita politica ai due poeti nota. L'episodio si conclude con gli altri dannati che fanno a pezzi l'Argenti,
soddisfacendo il personale desiderio di rivalsa del poeta che lascia la descrizione del personaggio con
profondo disdegno (più non ne narro), in quanto la sua attenzione è catturata da ben altro spettacolo che si
offre ai suoi occhi.

La terza parte del canto è infatti occupata dalla descrizione della città di Dite,vera e propria città infernale
che si staglia con le sue mura e le torri rosse per il fuoco che divampa all’interno e che racchiude il basso
inferno accogliendo i peccatori più gravi e distinguendoli dall’alto inferno che racchiude invece i cerchi
dell’incontinenza.

In questa scena drammatica appaiono per la prima volta i diavoli che raffigurano lo scontro, la guerra che
deve sostenere il pellegrino dell’inferno. Qui la parola di Virgilio che ha quietato i guardiani dei primi cerchi,
non sarà più sufficiente a dominare la situazione,infatti un solo messo dal cielo permetterà l’entrata ai due
poeti.

La reazione dei diavoli è una forte ira, di fronte al viaggiatore che osa avventurarsi da vivo nel regno
dell'Oltretomba, ed essi si oppongono al passaggio dei due poeti non diversamente dalle altre figure
diaboliche fin qui incontrate, minacciando addirittura di trattenere lì Virgilio e obbligare Dante a tornare da
solo sui suoi passi. Dante sarà pervaso da una grande paura quasi infantile che di fonte ad un pericolo
desidera soltanto fuggire, ma il duca non rinuncerà all’impresa e cercherà di dare il giusto conforto e la
sicurezza a Dante, come fece in altre occasione. Ma i diavoli questa volta chiusero le porte ai due poeti
sottolineando così la sconfitta di Virgilio: questa sconfitta è il vero tema di questa fine del canto. Infatti la
figura di Virgilio si rivela apertamente nel suo valore simbolico, egli appare come mai altrove umano e vivo
nell’atto e nelle parole e la sconfitta è l’insufficienza dell’umana ragione a vincere da sola le forze del male.
È la prima volta che Virgilio si muove e parla fuori dal clichè abituale: si veda il suo ritorno sconsolato, a
fronte bassa e con passi rari, il suo riprendersi per far coraggio a dante e la sua sicura speranza nei versi
finali.

-Canto IX dell’Inferno

Il canto IX si prefigura come la necessaria conclusione di quello precedente, che si era chiuso nell’attesa
dell’arrivo del messo celeste preannunciato da Virgilio per rassicurare Dante e vincere l’opposizione dei
diavoli della città di Dite, decisi a non permettere l’ingresso di Dante ancor vivo nella città del foco.
L’insieme del canto IX appare tuttavia privo di quella unità fantastica che ha fin ora caratterizzato le altre

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
unità narrative, e ciò è dovuto alla forte presenza di figure allegoriche che creano un’atmosfera solenne di
dramma sacro.

Il pallore che aveva subito il volto di Dante alla vista dei diavoli, fece sì che Virgilio dominasse il suo
turbamento, tanto da far sparire dal proprio volto quel colore che lo manifestava; come sempre Virgilio
dimostra un dominio assoluto dei propri sentimenti, pur essendovi totalmente esposto come tutti, anzi
provandoli come pare più intensamente e finemente degli uomini. Virgilio è fermo in atteggiamento di
ascolto, come per supplire con l’udito alla vista che non può andar lontano nella nebbia oscura, come
ritratto in un immobilizzarsi improvviso di chi attende qualcosa. Tutto il discorso di Virgilio – la certezza, il
dubbio che affiora, e la risposta rassicurante ‘se non’ che lo tronca, come ad esprimere una sorta di
esitazione (‘se non accada che la promessa non sia mantenuta e bisogna tornare indietro..’), è rivolto a se
stesso e non a Dante che comunque coglie ogni sfumatura.

Dante cogliendo i sospiri di irrequietezza di Virgilio, gli domanda se lui conosce la strada che conduce al
basso inferno mettendo implicitamente in forse la sua autorità fin’ora indiscussa. Virgilio spiega che dopo
poco la sua morte la maga tessala Eritone lo aveva evocato per far tornare in vita un morto, quindi egli
conosce perfettamente la strada che conduce al fondo dell’inferno (Dante si ispira sicuramente a un
episodio del Bellum civile di Lucano, VI, 508 ss., in cui si dice che Eritone aveva resuscitato un defunto per
rivelare a Pompeo l'esito della battaglia di Farsàlo; non sappiamo a quale altro caso riguardante Virgilio
faccia riferimento qui Dante).

L’atmosfera arcana e di sortilegio prosegue con l’apparizione improvvisa delle Furie che distolgono Dante
dal discorso di Virgilio e attirano la sua attenzione: esse sono personaggi della mitologia classica, figlie di
Acheronte e della Notte, tormentatrici dei colpevoli di delitti di sangue. Le Erinni ( nome greco delle Furie)
al servizio di Plutone e Proserpina sono Megera Aletto e Trisefon, le quali si affacciano agli spalti di Dite e
minacciano Dante evocando Medusa, notissima figura della mitologia greca, la terza delle tre Gorgoni, figlie
del dio marino Forco, il cui volto rendeva di pietra chiunque lo guardasse. Il mito era noto a dante che se ne
servì per simboleggiare eventi della fenomenologia etica cristiana: medusa rappresenta qui con maggiore
probabilità la disperazione della salvezza.

La minaccia è reale e spinge Virgilio a chiudere gli occhi al discepolo, altrimenti nulla sarebbe di tornar mai
suso (il maestro non si accontenta che Dante si copra gli occhi, ma mette le sue mani su quelle del poeta
per evitare ogni rischio). Le Furie e Medusa sono la consueta demonizzazione di divinità classiche del
mondo infero, che anche in questo caso si oppongono vanamente al prosieguo del cammino di Dante,
anche se la Gorgone non viene mostrata direttamente ma solo evocata dalle minacciose parole delle tre
Erinni, che citano la discesa all'Averno di Teseo e si rammaricano di non averne respinto l'assalto: l'eroe
classico è da accostare ad Ercole, citato più avanti nel discorso del messo celeste, e forse entrambi
rimandano alla figura di questo inviato che ridurrà al silenzio i demoni, secondo lo schema dell'eroe che
sconfigge il mostro e che è comune tanto alla mitologia quanto al racconto biblico.

Dante si appella al lettore, la cui mente non sia corrotta dal male, perché comprenda un momento cruciale
della storia, dove l’evento letterale raffigura un importante evento morale, e bisogna sforzarsi di
comprendere il significato. Il ritmo in questa seconda parte del canto si fa più solenne ed annuncia con una
grande similitudine l’arrivo non più di un mostro infernale ma di un essere che viene dall’alto. Il suo arrivo è
anticipato da un rumore violento, da un forte vento che diventa quasi una persona per la superbia con cui
avanza atterrando tutti e facendo innalzare un fumo denso poiché davanti a lui tutte le anime si tuffano
sott’acqua nel fango, sollevando così il vapore del pantano.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
‘così dinanzi ad un ch’al passo passava Stige con le piante asciutte’ il ricordo evangelico a tutti noto del
Cristo che cammina sulle acque indica chiaramente l’origine divina del nuovo arrivato. L’angelo mostra il
suo disdegno contro chi si ostina ad opporsi a Dio, non a caso i demoni sono qui denominati dalla loro
eterna condanna ovvero la cacciata che seguì alla ribellione di Dio. L’angelo qui richiama la narrazione
dell’Eneide in cui Cerbero fu incatenato e trascinato fuori dalla porta dell’inferno da Ercole, perché si era
opposto al suo ingresso e Dante riprende tale mito come quello della discesa di Teseo, come un exemplum,
seguendo la tradizione cristiana secondo la quale Ercole e Teseo erano interpretati come figure di Cristo e
Cerbero e gli altri mostri come figure del demonio che si oppongono invano alla volontà di Dio.

Grazie alla venuta dell’angelo si conclude la scena infatti ogni resistenza è sparita, dei demoni non c’è più
traccia, e il messo apre le porte a Dante e a Virgilio.

L’ultima scena del canto è riservata ai prossimi peccatori che si trovano subito dopo la città di Dite: gli
eretici.

Dentro la città si spiega allo sguardo u nuovo paesaggio, ampio e doloroso, una pianura di tombe infuocate
che nella sua profonda sospensione preannuncia una grande e drammatica scena. Dante non vedrà alcuno
spirito ma udirà soltanto i lamenti dei dannati dentro alle tombe ma con i coperchi alzati poiché le eresie
non sono ancora finite e una volta terminate con la fine del mondo, i coperchi verranno a chiudersi sulle
tombe. La punizione di questi eretici, raggruppati in base al tipo di eresia in diverse zone del sepolcreto, è
analoga a quella riservata agli eretici nel mondo: la tomba significa che essi sono morte rispetto alla fede e
vivono come sepolti perché nascondono il loro errore. I due poeti volgono a destra invece che a sinistra
perche gli eretici e fraudolenti hanno in comune la falsità, gli uni nella dottrina e gli altri nella parola per cui
si trovano a sinistra, mentre Dante e Virgilio devieranno a destra perché essa indica la via della rettitudine.

Il grande passaggio che si delinea in questa chiusura del canto ha una grande solennità: l’immensa distesa
di tombe , il fuoco che ne esce, il non vedere alcuno, sono tutti elementi che annunciavano il nuovo mondo
in cui si è entrati e denunciano la gravità e potenza del male che qui si punisce. L’eresia, infatti, male
terribile per il cristiano perché significa il cosciente e volontario porsi al di fuori della fede e della chiesa era
un problema profondamente sentito e vissuto al tempo di dante. In Firenze stessa era largamente diffusa
l’eresia catara e processi contro quegli eretici si erano celebrati proprio al tempo della giovinezza di dante.
Si tratta dunque di un testo estremamente vivo e attuale per dante, che suscita echi profondo nell’animo di
chi aveva vissuto ben vicino a tali persone.

-Canto X dell’Inferno

Il canto X è uno dei più grandi dell’Inferno per la sua complessità tematica, per la forza e la bellezza del suo
stile e per la sua perfezione compositiva.

Le due grandi figure che si levano d’un tratto al passaggio di Dante portano con sé tutto ciò che formò la
vita del poeta a Firenze prima dell’esilio. Il grande capo ghibellino delle generazioni passate da un lato e il
padre del primo amico, compagno e maestro di poesia di Dante dall’altro, portano sulla scena dell’inferno
un’onda potente di ricordi. Il tema centra su cui si svolge tutta la trama del canto X è la grandezza fisica e
morale di questi uomini tanto che so potrebbe chiamarlo il canto dell’umana magnanimità : Dante lascia ad

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
ognuno proprio quell’umano valore che lo stinse in vita, ma come sappiamo, tale valore di grandezza non
basta a salvarlo.

In questo sepolcro si trovano tutti i seguaci di Epicuro, filosofo greco, considerato nel Medioevo come
capostipite dei negatori dell’immortalità dell’anima e della concezione materialistica ed edonistica della
vita. Improvvisamente fuoriesce una voce che risuona tra i sepolcri con incredibile autorità e che si rivolge
direttamente a Dante, che l’anima riconosce come suo concittadino dalla loquela e lo invita a trattenersi in
quel luogo e a dialogare con lui per via del suo parlare onesto e dignitoso. Ecco che appare Farinata: un
uomo che si erige in tutta la sua umana statura, pieno di dignità e fierezza e insieme di superbia e alterigia,
anche se poi tutta questa grandezza non basterà a togliere l’eterno tormento e l’eterna cecità a cui Farinata
soggiace. Il protagonista assoluto del Canto è Farinata Degli Uberti, il capo di parte ghibellina vissuto a
Firenze nel primo Duecento e appartenente a una delle famiglie più nobili e potenti della città, il suo nome
è legato soprattutto alla battaglia di Montaperti, nella quale i fuoriusciti ghibellini, uniti ai senesi e
appoggiati da Manfredi vinsero in modo travolgente le forze guelfe guidate dai fiorentini. Egli salvò Firenze
dalla distruzione nel concilio di Empoli ma rientrato con i suoi in città compì terribili vendette.

Farinata, con la fronte alta manifesta da subito un atteggiamento di superbia, è dunque indubbia la
superiorità umana espressa da questo mostrarsi, ma appare al contempo chiaro quanta profonda miseria e
infelicità essa racchiuda. Egli davanti a Dante, al quale inizialmente aveva rivolto parole di preghiera,ora fa
emergere quell’abituale disdegno verso gli altri a lui minori o ostile, quel disdegno a cui la loro stessa
statura umana li ha indotti. Del fiorentino Farinata, legato tenacemente alle questioni di pare politica vuole
sapere non il nome ma la parte e quando il poeta, si manifesta come Guelfo il dannato, con grande ostilità,
gli ricorda subito di essere stato un ghibellino e di aver sconfitto i Guelfi per ben due volte, nel 1248,
quando giunsero ai ghibellini gli aiuti di Federico II, e nel 1260, dopo la rottura di Montaperti. Dante punto
sul vivo ribatte prontamente con una risposta violenta e intonata, a modo di rinfaccio producendo due
effetti immediati: fa apparire sulla scena infernale il clima terreno delle lotte partigiane cittadine, e pone
sullo stesso piano umano e morale i due personaggi. Il Dante,desideroso di ubbidire di fronte a Farinata,
scomparve immediatamente a sentir toccare l’onore dei suoi e ribatte dicendo che i Guelfi seppero tornare
a Firenze in entrambi i casi, ovvero nel 1251 dopo la sconfitta dei ghibellini a Figline e dopo la morte di
Federico II e soprattutto nel 1266,dopo la morte di Manfredi di Svevia a Benevento.

L’arte del ritorno è un modo ironico per dire a Farinata che dei suoi nessuno era più tornato a Firenze.

Il dialogo, successivamente ripreso, è interrotto da un’ombra: è Cavalcante dei Cavalcanti, padre del poeta
Guido, ritenuto in Firenze, colpevole dell’eresia epicurea. Quest’ombra si alza solo in ginocchio, come non
avesse la forza di alzarsi in piedi e in questo si dichiara minore di forza e di superbia rispetto all’anima di
Farinata.

Sembrano irrompere in questo canto i due grandi motivi della giovinezza di Dante: la violenza di allora
sembra entrare con violenza sulla scena, le voci stessi di allora risuonano qui nel cerchio infernale.

Farinata e Cavalcante, sono incapaci di comprendere le vere ragioni della loro dannazione, in quanto il
primo è ancora tutto preso dagli odi di parte e dalle lotte politiche, il secondo chiede a Dante perché il figlio
non lo accompagni in questo viaggio straordinario che lui ritiene che Dante faccia per altezza d'ingegno,
cioè per la sua umana eccellenza. Ma in questo Dante non era da più del figlio, Guido per questo il padre si
chiede come mai lui non ci fosse proprio perché Cavalcante come anche Farinata hanno una visione
materiale della vita che quindi esclude la dimensione trascendente.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
Dante spiegherà a Cavalcante che questo viaggio si compie solo per virtù dall’alto, cioè per grazia e occorre
che Dante coscientemente accetta e richiede: Questo significava rinunciare all’orgoglio intellettuale
dell’autosufficienza della ragione. Da me stesso non vegno: / colui ch'attende là, per qui mi mena / forse cui
Guido vostro ebbe a disdegno.

(Guido Cavalcanti è uno dei personaggi con maggior rilievo nella Firenze culturale della giovinezza di Dante,
appartiene anch’egli ai negatori dell’immortalità dell’anima e in genere all’ambiente degli intellettuali atei.
Dante fece parte della sua cerchia al tempo delle rime d’amore e lo chiama nella Vita Nuova, che a lui è
dedicata; tutte le Rime di quel periodo testimoniano il suo profondo rapporto con Guido sul piano
intellettuale e stilistico. )

L'ambiguità sta nel pronome cui, che può significare «a colei che» oppure «a colui che»: Dante intende dire
probabilmente che Virgilio lo guida attraverso l'Inferno a colei (Beatrice) che, forse, Guido ebbe a disdegno
(e il disdegno potrebbe essere il disdor trobadorico verso la Beatrice terrena, benché di questo non vi siano
conferme certe e quindi Dante potrebbe riferirsi a un episodio di ambiente stilnovista che non ci è noto). In
tal caso è perfettamente normale l'uso del passato ebbe, poiché la Beatrice terrena è morta nel 1290:
Dante, allegoricamente, vuol dire che la ragione lo guida alla salvezza e alla grazia, che forse Guido
disprezzò essendo anche lui vicino all'epicureismo.

Cavalcante invece equivoca e crede che Dante dica che Virgilio lo guida a colui che Guido ebbe a disdegno,
cioè probabilmente a Dio: in tal caso l'uso del passato ebbe non è giustificato in alcun modo, tranne nel
caso in cui Guido fosse già morto. Da qui la sua disperazione e l'esitazione di Dante che sa da Ciacco che i
dannati possono vedere il futuro, quindi Dante non comprende come possa Cavalcante non sapere che il
figlio Guido nella primavera del 1300 fosse vivo e vegeto (morirà infatti nell'agosto dello stesso anno).

L'equivoco serve a chiarire che Cavalcante non comprende nulla del viaggio allegorico di Dante, essendo
totalmente sordo a tutto ciò che riguarda la fede cristiana, la grazia e la salvezza rappresentate da Beatrice.
Non meno sordo è Farinata, che riprende il colloquio interrotto senza fare una piega per quanto accaduto e
si mostra ansioso solo di rintuzzare l'attacco politico di Dante, profetizzandogli l'esilio che lo attende di lì a
pochi anni. Sarà lo stesso Farinata a sciogliere l'equivoco creatosi col compagno di pena, spiegando a Dante
che i dannati possono prevedere solo gli eventi lontani, mentre quelli imminenti o presenti sono per loro
invisibili.

Si riapre così nuovamente il dialogo con Farinata che resta in piedi e non si sposta né muta aspetto: per
questo è chiamato il magnanimo nel senso specifico di chi sopporta con animo forte e incontrollabile i colpi
del destino, tale magnanimità fa parte del Farinata storico anch’egli profondamente ferito ma che non si
altera in nessun modo ma si perpetua nell’aldilà dantesco ma essa appare qui in tutto il suo tragico limite
ovvero insensibili ai dolori altrui e resta nell’inferno con la sua superbia. Il discorso rimasto in sospeso a cui
si rifà ora Farinata era l’ultima frase di Dante che gli annunciava l’esilio degli Uberti: il dolore per l’esilio dei
suoi è più tormentoso, dice Farinata, dello stesso letto infuocato che è per lui la tomba in cui giace. Dunque
la vera pena infernale non è tanto il tormento fisico ma la colpa stessa che rode l’animo, cioè
l’atteggiamento dell’animo assunto in vita che del resto le pene simboleggiano.

Farinata profetizza a Dante che di lì a quattro anni, nel 1304, la sconfitta nella battaglia della Lastra
impedirà agli esuli fiorentini di rientrare in città, profetizzandogli così indirettamente l'esilio per colpirlo sul
piano personale.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
A Farinata sta a cuore unicamente la dimensione politica ed è evidente in lui il rimpianto per il dolce mondo
e la sua città, specie quando chiede a Dante il motivo di tanto accanimento di Firenze contro i membri della
sua famiglia. La risposta di Dante fa riferimento al disastro di Montaperti, ovvero la sconfitta guelfa che fu
sempre ricordata come un bagno di sangue ('l grande scempio / che fece l'Arbia colorata in rosso) e che
indusse a pronunciare tale orazion nel... tempio, ovvero a emanare duri provvedimenti contro tutti i
discendenti di Farinata. Questi ribatte che ci fu una ragione per quello scontro, rivendicando il merito di
essersi opposto alla distruzione di Firenze che i capi ghibellini avevano ipotizzato.

La conclusione del Canto è la logica conseguenza di questo discorso, con Virgilio che ricorda a Dante che
sarà proprio Beatrice a spiegargli nel dettaglio la sua vita futura, quindi rammentando che la grazia, non la
sola conoscenza razionale, è l'obiettivo del viaggio dantesco. Per l'ennesima volta viene ribadito che la sola
filosofia razionale è insufficiente a salvarsi, come ben dimostra la presenza nel Cerchio di illustri pensatori
quali Epicuro, Federico II, il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, tutti destinati a essere chiusi in eterno nelle
loro tombe infuocate il giorno del Giudizio, dopo essersi rivestiti delle loro carni (e il Giudizio viene citato da
Virgilio in apertura di Canto come da Farinata in conclusione, a voler dire che la sentenza finale sarà
implacabile con tutti quelli che pretendono di arrivare alla salvezza eterna solo per altezza d'ingegno).

-Canto XI dell’Inferno

Attraversata la piana degli eretici, Dante e Virgilio giungono ad una balza scoscesa che li porterà nel settimo
cerchio. Questo canto è una sorta di pausa del cammino come espediente narrativo ideato da Dante per
introdurre una spiegazione strutturale sulla ripartizione delle colpe dell’Inferno. La sua funzione è
didascalica ma necessaria in quanto dà alla grande narrazione infernale una misura e un ordine razionale:
quell’ordine che è specchio della sapienza che regola tutto l’universo dal volgere dei cieli all’abisso
dell’inferno. Qui regna infatti la giustizia divina che si riflette della perfetta razionalità e simmetria delle sue
ripartizioni. La spiegazione di Virgilio prende ovviamente spunto dalla filosofia aristotelica ampiamente
ripresa dalla teologia medievale e che distingueva tre principali peccati: di eccesso, di violenza e di frode,
che sono di gravità crescente e quindi puniti nelle zone infernali che via via si avvicinano al centro della
Terra. La frode propria solo dell’uomo è considerata peccato più grave perché richiede l’uso della ragione e
mortifica quindi la più alta qualità umana ed è suddivisa a sua volta in due specie di diversa gravità secondo
che sia commessa contro chi non si fida, o contro chi per vincolo speciale di parentela o patria o amicizia o
beneficio dato naturalmente si fida di colui che lo tradisce.

[Così la città infernale ospita tre grandi cerchi dopo quello degli ERETICI: il primo(SETTIMO DELL’INFERNO) è
destinato AI VIOLENTI, e distinto in tre gironi, secondo che la violenza sia fatta CONTRO IL PROSSIMO,
CONTRO SE STESSI, O CONTRO DIO(ad esempio Bestemmiatori: Dante specifica che la vera bestemmia qui
punita parte da un rifiuto interiore, cioè non si tratta della bestemmia che nasce da un impeto d’ira ‘ma da
pensata malizia’. Si distinguono dunque due tipi di bestemmia: negare o asserire di Dio ciò che non gli
conviene) e due diversi modi di compierla(solo con il cuore o anche con la bocca). Oltre ai bestemmiatori
abbiamo anche coloro che peccano contro la natura( i sodomiti) e contro la bontà di Dio(gli usurai).

Nel secondo(L’OTTAVO DELL’INFERNO) sono puniti i FRAUDOLENTI, ingannatori del prossimo nei modi più
vari(RUFFIANI, SEMONIACI, LADRI, FALSARI); tra di loro si distinguono coloro che si fidano e coloro che non
si fidano. Nell’ultimo cerchio infine( IL NONO) stanno i TRADITORI e come si vedrà al loro centro sta
confitto Lucifero.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
I peccati di incontinenza sono lasciati fuori dalla città di Dite perché sono coloro che sono stati travolti dalla
passione che non seppero contenere, dunque la loro colpa è meno grave rispetto ai peccato di
MALIZIA(violenti, fraudolenti traditori). Aristotele spiega infatti che l’incontinenza opera per passione,
mentre la malizia opera per elezione: nella prima il giudizio sul bene e sul male è ancora retto,anche se non
seguito, il secondo è pervertito; sono i peccati commessi con la ragione che sempre si procura odio presso
Dio; lo scopo è l’ingiustizia, cioè la violazione del diritto a danno altrui(INGIURIA) che può compiersi o con la
violenza o con la frode. Il concetto di colpa è fondato quindi sul concetto romano di diritto.

Alla fine del canto verrà affrontato un ultimo problema relativo all’usura che viene punita tra i peccati
contro Dio, poiché l’usuraio non vive né dei frutti della natura né di quelli del suo lavoro ma disprezza la
natura sia in se stessa sia nell’arte, poiché ripone la sua fiducia in qualcos’altro, cioè negli interessi del
denaro prestato. L’aver dato spazio al peccato di usura è dato dal fatto che questa pratica avesse grande
rilievo nella società di quel tempo: l’usura portava infatti a rovina le famiglie e con le famiglie le città stesse.
Per questo motivo,Dante dedito a ciò che riguardava l’umana convivenza, dedica tale spazio nello scorcio
finale del canto, a quella che era una delle insidie peggiori nella sua subdola realtà.

-Canto XII dell’inferno

Entriamo ora nel cerchio dei violenti, ai quali sono dedicati ben cinque canti, e questo primo girone è
riservato ai violenti contro il prossimo. Esso non ha però la stessa forza drammatica degli altri due infatti i
violenti contro il prossimo, immersi in un fiume di sangue restano come ai margini della scena: essi non
hanno voce né volto pur avendo dei nomi. Tra loro e il viandante dell’oltre mondo non si instaura alcun
rapporto, nessuna scintilla a creare le grandi situazioni drammatiche delle cantiche precedenti. Seppelliti
nel fiume di sangue che essi stessi fecero scorrere su nel mondo, essi lasciano come vuota la scena, che
viene riempita dalle figure vivissime dei Centauri, guardiani del cerchio.

Questi peccatori, a differenza dei sodomiti e dei suicidi che mantengono ancora la nobiltà d’animo, l’umana
dignità, essi sono come tagliati fuori da ogni possibile confronto umano. Il sangue è la cornice di tutto il
girone e di tutta la scena e la violenza regna come tema conduttore di tutto il canto, salvo l’intervallo dei
Centauri. Dante ha posto all’inizio del canto la figura del Minotauro, essere mostruoso per metà uomo e
per metà toro nato da Parifae e da un toro di cui essa si era invaghita, è simbolo della violenza che è il
peccato di chi, pur dotato di ragione umana, si è abbandonato a istinti bestiali e ha arrecato danno al
prossimo, nella persona fisica o nei beni. Il Minotauro, che probabilmente è custode di tutto il VII Cerchio e
non solo del primo girone dove sono puniti assassini e predoni, tenta di ostacolare il passaggio dei due
poeti come altre figure demoniache già viste in precedenza, ma è ammansito da Virgilio che gli ricorda la
morte inflittagli da Teseo, ammaestrando su come ucciderlo dalla sorella del Minotauro, Arianna.

Il maestro spiega inoltre a Dante che la causa del crollo rovinoso dove i due devono scendere è il terremoto
che scosse tutta la Terra il giorno della morte di Cristo, mentre non c'era ancora quando lui passò di lì la
prima volta, evocato dalla maga Eritone. Virgilio si appella alla dottrina di Empedocle cercando di fornire
una spiegazione razionale al fenomeno eccezionale a cui ha assistito: lo scuotersi dell’Inferno non può
essere altro che l’inizio del caos se si esclude un evento soprannaturale quale fu la discesa di Cristo.

Ecco che appaiono i violenti contro il prossimo, spinti al peccato dalla cupidigia e dall’ira ed immersi nel
sangue bollente. In questa scena si fanno largo i centauri che corrono verso Dante e Virgilio, spinta dalla
loro brama di ferire. I centauri, armati di archi e freccette, pensano che i due nuovi arrivati siano destinati a

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
quel girone ma Virgilio spiegherà a loro che il pellegrino è ancora vivo e il suo viaggio è stato voluto dall’alto
dei cieli. I tre centauri sono Nesso,impulsivo e precipitoso per natura, la cui morte fu dovuta alla passione
che nutrì per Deianira. Il mito narrato da Ovidio narra che Nesso si innamorò della moglie di Ercole, mentre
la portava sulla groppa per farle traversare il fiume e tentò quindi, passato il fiume di fuggire con lei, ma
Ercole lo raggiunse con una delle sua frecce avvelenate, morendo il centauro donò a Deianira la sua camicia
insanguinata dicendole che se Ercole si fosse innamorato di un’altra donna e avesse indossato la camicia
sarebbe tornata all’amore per lei, così quando ercole si innamorò di Iole, ella le fece indossare la camicia
ma ercole morì avvelenato dal sangue del centauro, così nesso poté vendicarsi da sé.

Poi c’è Chiorne, aio di Achille, sapiente esperto di musica che non ha niente della tradizionale ferocia dei
centauri. Dante gli mantiene questo carattere di saggio dando maestoso rilievo alla figura, e poi abbiamo
Folo che alle nozze di Piritoo, furioso per l’ebrezza cercò di rapire la sposa e altre donne presenti.

Questi centauri hanno il compito di impedire ai dannati, immersi nel fiume di sangue, di emergere dal
bulicame più di quanto abbia stabilito la giustizia divina, compito che essi assolvono saettando gli spiriti che
cercano di trasgredire. Nesso, su ordine di Chirone, porta Virgilio e Dante al di là del fiume bollente, al di
sotto del quale ci sono i peccatori del cerchio che Dante chiama Tiranni. I tiranni sono propriamente coloro
che esercitano il potere illegalmente e si servono del potere non per il bene comune ma per il vantaggio
personale. Dante vuole indicare qui i veri signorotti che approfittando delle fazioni si impadronirono del
potere nelle città comunali italiane del suo tempo. Essi presero non solo i beni dei loro sudditi ma anche il
loro sangue per questo sono immersi ora in questo fiume bollente

[ Il Flegetonte è uno dei quattro fiumi infernali (gli altri sono l'Acheronte e lo Stige, già visti, e il quarto sarà
il Cocito), formato da sangue bollente in cui i violenti sono immersi in misura diversa a seconda del peccato
commesso: i tiranni fino agli occhi, gli assassini fino al collo, i predoni e i ladroni da strada fino al petto, altri
ancora fino ai piedi (questo è il punto in cui il sangue è più basso, dove Nesso può effettuare il guado). Il
fiume non è esplicitamente nominato in questo Canto, ma sarà illustrato a Dante da Virgilio nel Canto XIV
(115 ss.), nel corso della sua digressione sull'origine dei fiumi infernali.]

Tra questi tiranni spiccano Alessandro Magno, Dionisio Fero, Azzolino,Opizzp da Esti.

Il centauro Nesso, spigando ai due poeti chi si trova in questo gironi, ad un cero punto si arresta davanti ad
una schiera di peccatori che emergono fino alla gola, quindi meno gravemente puniti dei tiranni: sono gli
omicidi. C’è un’ombra che sembra essere isolata da tutte le altre perché unico per la violenza e il sacrilegio
è il delitto che ha commess: costui è Guido di Montfort, figlio del duca di Leicester, che per vendicare il
padre morto in battaglia contro Enrico III d’inghilterra uccise il giovane Enrico, figlio di Riccardo di
Cornovaglia.

-Canto XIII dell’inferno

Lasciato il fiume di sangue, Dante e Virgilio entrano in un grande bosco, che occupa tutto il girone dei
violenti, contro se stessi. Questo bosco è in qualche modo il protagonista del canto, nella sua terribilità:
esso infatti appare da subito disumano, senza alcun tratto di ciò che fa belli i boschi sulla terra, tant’è che

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
richiama la selva oscura del canto I, dove dante si è smarrito. In tutte e due i casi infatti sono boschi di
morte, senza alcuna bellezza che incutono solo timore. Dante porta a riscontro la macchia di
Maremma,abitata dai cinghiali, ben nota per essere uno dei luoghi più selvaggi e inospitali d’Italia (dante
riconduce sempre la fantasia del lettore a un punto di riferimento ben noto, per far reali i suoi luoghi
oltremondani. Su tutto il bosco di morte dominano le Arpie, uccelli mitologici dal volto di donna e corpo di
uccello rapace già citati nel libro III dell’Eneide come i mostri che cacciarono i Troiani dalle isole Strofadi
preannunciando loro una terribile fame una volta giunti nel Lazio, profezia che si sarebbe rivelata mendace.
Le Arpie nidificano nella selva e si nutrono delle foglie degli alberi, producendo dolore alle anime dei suicidi
che vi sono imprigionate.

Dante ode da ogni indeterminato luogo di quel bosco lamenti senza però veder nessun anima: ciò
sconvolge internamente l’animo del pellegrino tant’è che egli si arresta non sapendo più come procedere ,
contrariamente al suo solito non interroga e non parla. Virgilio induce Dante a spezzare la frasca di un
albero e improvvisamente dopo aver eseguito l’ordine Dante viene investito da un urlo orribile:’perché mi
schiante?’. Dal ramoscello spezzato escono lamenti e sangue, che sono propri di un’anima intrappolata in
quell’albero: la grande parola umana rivela tutto il segreto di quel bosco ‘ UOMINI FUMMO E OR SIAM
FATTI STERPI’. Questa frase è ciò che costituisce la tragicità del luogo dantesco : a quegli uomini che
rinunciarono alla loro suprema dignità è tolta la forma corporea che era loro proprio.

‘ Io sono colui che tenni ambo le chiavi del cor di Federigo..’ chi parla è Pier Delle Vigne, il grande
cancelliere di Federico II di Svevia, egli fu tanto fedele al suo compito che giunse a suicidarsi quando il suo
sovrano nel 1249 lo fece imprigionare e accecare perché ingiustamente accusato dai cortigiani invidiosi di
aver ordito una congiura. L’invidia è rappresentata come una donna sempre rapacemente presente là dove
c’è il potere. La violenza dell’espressione raccoglie, oltre la disperazione di Piero che a quel vizio deve la
rovina e la morte, l’indignazione tipica di Dante nel condannare i mali di carattere pubblico che corrompono
il mondo. Davanti ai due poeti, Pier delle Vigne giura di non aver mai tradito il suo signore e chiede loro di
far giustizia almeno alla sua memoria.

Pier della Vigne,credette che dandosi alla morte potesse in qualche modo evitare il disprezzo e lo sdegno
altrui, l’infamia cioè di esser ritenuto un traditore. Le due antitesi fra disdegnoso e disdegno, cioè fra lo
sprezzo proprio e altrui e fra ingiusto e giusto cioè l’ingiustizia e la giustizia portano alla luce la tragica
rottura avvenuta nel’animo dell’uomo che ha inflitto a se stesso fino a quel momento giusto e innocente la
più grave delle ingiustizie. Prende forma e voce la concezione cristiana del suicidio come suprema ingiuria a
fronte del supremo amore di Dio; l’Etica stoica che esaltava il suicidio, qui è decisamente respinta sulla
tracce di Agostino.

Successivamente interviene Virgilio che interroga Pier della Vigna sull’origine e sulla natura della sua pena e
dopo un lungo sospiro la pianta riprende a parlare e spiega che le anime dei suicidi vengono gettate da
Minosse qui nel settimo cerchio dove cadono casualmente sotto forma di semi poi germogliano e crescono
dando vita ad una selva intricata dove nidificano le terribili Arpie che si nutrono delle foglie provocando in
loro dolore e i loro lamenti. Alla storia personale di Piero segue la tragica e universale scena del giorno del
giudizio nel quale le anime dei suicidi riporteranno i loro corpi senza potersene però rivestire, corpi che
resteranno appesi per sempre agli alberi di questo mesto bosco. Invenzione potente, ove si riflette
l’immagine del prima suicida cristiano, Giuda, e la cupa disperazione che lo sopraffece.

Racchiuso Piero nel suo silenzio,Dante e Virgilio vengono sorpresi come da un frastuono: infatti alla loro
sinistra compaiono di corsa due dannati nudi e graffiati dal cespugli spinosi che implorano inutilmente la
morte. Essi sono gli scialacquatori e la loro è una violenza furiosa contro i propri beni fino alla completa

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
distruzione dei beni ma anche di se stessi. Essi corrono inseguiti da cagne feroci; probabilmente essi sono
Lano di Rocolfo Maconi e Iacopo da Santo Andrea, il primo riuscì a fuggire, il secondo si nascose dietro ad
un cespuglio ma viene raggiunto dalla cagna che lo sbrana e le membra dell’uomo esprimono lo spreco che
da questi peccatori si fece della vita e dei propri beni. Virgilio si avvicina all’arbusto anch’esso straziato dalla
ferocia caccia al dannato, che si lamenta rimproverandolo di aver inutilmente danneggiato entrambi: egli è
un anonimo fiorentino che si impiccò suicidandosi a casa sua e che denuncia il tragico stato della città
sempre contristata dagli odi e dalle guerre, città che diventa la vera protagonista di questo finale.

-Canto XIV dell’Inferno

Raccolte pietosamente le frasche del cespuglio che imprigionava lo spirito suicida straziato i due poeti
entrano nel terzo girone del settimo cerchio dove vengono puniti i VIOLENTI CONTRO DIO. Questo cerchio è
occupato da una landa sabbiosa e deserta dove lentamente cadeva una pioggia di falde infuocate, simili a
fiocchi di neve che assomiglia al leggendario deserto libico dove Catone condusse i pompeiani sconfitti in
una disperata ricerca di salvezza e alle remote regioni dell’India dove si narrava che Alessandro avesse visto
piovere lingue di fuoco. Qui coloro che furono violenti contro Dio sono radunati a gruppi secondo tre diversi
atteggiamenti che corrispondono alle loro colpe: sono SDRAIATI SUPINI coloro che si opposero
direttamente a Dio bestemmiandolo e sfidandolo, GLI USURAI che violentarono la natura e l’arte sono
seduti attorno all’orlo del girone, altri ancora più numerosi e in continuo movimento sono i SODOMITI che
peccarono contro natura. La pena più grave è per i primi, infatti essendo fermi soffrono maggiormente a
causa della pioggia infuocata che cade lentamente, facendo ardere anche la sabbia proprio perché queste
anime dannate spregiarono Dio con il cuore e la loro prima connotazione è la superbia. Le loro mani si
agitano senza freno per schernire le falde di fuoco che cadono dall’alto. La pena dei violenti contro Dio trae
spunto dai peccatori di Sodoma e Gomorra sterminati dalla pioggia di fuoco,aggravata anche dalla sabbia
rovente.

Segue poi l’apparizione di un’anima gigantesca che non piace miseramente come le altre anime e pare non
curante della pioggia infuocata: si tratta di Capaneo, uno dei leggendari sette re che assalirono Tebe, che
giace dispettoso e torto, ovvero con le spalle al cielo in un torcersi sdegnoso del corpo.

È il dannato stesso a presentarsi a Dante, nel suo atto di superbia, vantando la sua sfida eterna alla divinità,
iniziata in vita, quando fu punito dalla folgore di Giove e che prosegue ora nell’atteggiamento
imperturbabile di fronte alle fiamme dell’Inferno. Virgilio reagisce con forza e rimprovera duramente
Capaneo, asserendo che la sua peggior punizione è proprio la sua superbia rabbiosa e impotente. Capaneo
che sfidò gli dei a salvare Tebe da lui assediata persiste nel suo peccato,rendendo la sua colpa ancora più
eterna La fonte di Dante è certamente la Tebaide di Stazio, dove il poeta latino diceva di Capaneo che
confidava solo nella sua destra, considerava come dio il suo valore personale e la sua spada, disprezzava gli
dei di cui, diceva, è stolto avere paura.

Virgilio invita poi Dante a seguirlo nel bosco, evitando di calpestare la sabbia rovente fino al punto in cui
esce dalla selva un raccapricciante fiumicello rosso: Il Flegetonte. Qui Virgilio istruisce Dante sull’orgine dei
fiumi infernali: ACHERONTE, STIGE,FLEGETONTE E COCITO. Sull’isola di Creta si trova l’enorme statua di un
vecchio fatta d’oro, dalle sue fessure escono lacrime che filtrando nel terreno formano i fiumi infernali:
dante si è ispirato al sogno di NABUCODONOSOR, narrato nel biblico libro di DANIELE e ai miti pagani
creando una spiegazione allegorica dei fiumi infernali, internamente originali.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
L’idea centrale di DANTE nella Commedia è del resto la decadenza e corruzione dell’umanità presente che
deve essere restaurata: quella restaurazione per la quale è scritto il poema. L’umanità è qui raffigurata nella
sua storia di corruzione.

-Canto XV dell’inferno

Dante e Virgilio lasciata la selva dei suicidi,attraversano il sabbione, calpestando i margini di pietra del
Flegetonte e una schiera di dannati,scottati dalla pioggia di fuoco, viene incontro ai due poeti, che si
scorgono a stento attraverso la fosca atmosfera infernale. Uno di loro riconosce Dante e lo prende per il
lembo del vestito, gridando di Meraviglia, Dante scruta quel viso e lo riconosce ‘Siete voi qui, ser
Brunetto?’; la complessità dei sentimento che questo verso racchiude è così profonda tanto da conferire
alla domanda un colore particolare di reverenza. Questo canto infatti è interamente dedicato all’incontro
con Brunetto Latini, notaio e uomo politico fiorentino, maestro di retorica venerato in vita da Dante e ora
ritrovato tra i sodomiti sotto la pioggia infuocata dell’inferno.

In questo personaggio convivono due facce ben visibili: il viso abbrusciato del peccatore e la cara e buona
imagine paterna ancora viva nella memoria di Dante e che ancora la venera. Nonostante ciò comunque
Dante lo colloca tra i dannati, il che dimostra che c'è un contrasto netto tra la fama e i meriti terreni,
letterari e politici, e la giustizia divina, implacabile con chi si è macchiato di gravi colpe.

Superata l’incertezza del riconoscimento, inizia un dialogo sorprendente che ricorda tanto gli incontri
terreni fra maestro e scolaro.

Brunetto si dimostra poco consapevole della propria colpa e ancora attaccato alla vita terrena, dal
momento che si complimenta con Dante per il privilegio di poter visitare da vivo il regno dei morti e sembra
credere che ciò sia dovuto esclusivamente ai suoi meriti di intellettuale e politico, come già Cavalcante
aveva parlato di altezza d'ingegno. La spiegazione di Dante è volutamente ambigua, con l'accenno allo
smarrimento nella selva oscura e a Virgilio come colui che lo riporta alla retta via che per il cristiano è Dio
stesso. Dante indica Virgilio come il suo vero maestro morale, ma Brunetto non sembra comprendere le sue
parole e invita Dante a seguire la sua stella che lo condurrà a glorioso porto, ovvero alla gloria letteraria e
politica cui è destinato come lo stesso Brunetto si era accorto quando era in vita. Il dannato è quindi
prigioniero di una dimensione unicamente terrena e materiale,infatti non può parlare o pensare di quel che
riguarda Dio.

Durante il colloquio tra Dante e Brunetto viene presentata una tremenda invettiva contro la città di Firenze,
i cui abitanti vengono definiti con l'epiteto di "ingrato popolo maligno": Brunetto diventa qui l'alter-ego di
Dante ed esprime attraverso il suo maestro il risentimento verso i fiorentini che lo hanno esiliato
ingiustamente. fiorentini sono definiti rozzi e malvagi, discendenti da quell'antico popolo di pastori
(Fiesolani) che secondo Brunetto Latini avrebbe fondato Firenze:il popolo di Firenze è diventato nemico di
Dante proprio a causa dell'imparzialità del poeta nel goverare la città, ma quel senso di giustizia ha fatto sì
che Dante si alienasse le simpatie sia dei guelfi neri (già di per sè nemici) sia dei guelfi bianchi, partito a cui
Dante apparteneva.

Non dimentichiamo che Dante aveva esiliato, nel periodo in cui era priore di Firenze, i capi più agguerriti
delle opposte fazioni, allo scopo di pacificare il comune:ciò però gli attirò l'odio di molti fiorentini, al punto
che il poeta affermò che "Tutti li mali e li inconvenienti miei dagli infausti comizi del mio priorato ebbero
cagione e principio". E' necessario che Dante stia lontano da Firenze per non corrompersi ("dai lor costumi

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
fa che tu ti forbi") e piuttosto deve lasciare che i fiorentini, divisi da tanto odio, si uccidano da soli e da loro
stessi ricevano il giusto castigo. Brunetto Latini preannuncia quindi a Dante l'esilio quando afferma che la
fortuna del poeta sarà tale da tenerlo lontano dagli intrighi politici di Firenze (versi 70-72), si tratta quindi di
una profezia post-eventum, come se ne trovano parecchie in tutto l'Inferno. E' opportuno a questo
proposito supporre come il maestro di Dante conoscesse bene le divisioni interne di Firenze e il prevalere
dell'egoismo politico a discapito del bene comune; infatti egli più volte intervenne come Dante per cercare
di pacificare le opposte fazioni.

Dante è paragonato a un dolce fico che è nato tra i lazzi sorbi (frutti dal sapore agro), cioè tra gente piena di
invidia, superbia e avarizia incapace di apprezzare chi come lui si dedica con passione e lealtà all'attività
politica. Ma i Fiorentini, secondo Brunetto, non riusciranno a prevalere sul poeta: con una serie di forti
metafore animalesche (becco, bestie fiesolane, strame, letame) augura loro di divorarsi l'un l'altro e di non
toccare i discendenti del puro sangue romano, la sementa santa che fu gettata al momento della
fondazione della città. Dante ribatte che la Fortuna può indirizzare contro di lui i suoi colpi e far girare la sua
ruota, proprio come il contadino agita la sua marra, la zappa con cui può trovare un tesoro immeritato (il
riferimento è probabilmente una leggenda popolare secondo cui un umile contadino toscano aveva
casualmente trovato sottoterra dell'argento: implicitamente i Fiorentini sono paragonati a questo rozzo
bifolco, come già prima si è detto che provengono dal monte e dal macigno).

L’urgenza del distacco tra brunetto e Dante porta alle labbra del maestro quello che più gli preme: egli
raccomanda il Tesoro, la sua opera maggiore, nella quale credeva poter vivere ancora; è infatti la fama che
dà all’uomo come una seconda vita. Con queste parole Bruentto è così concluso nella sua realtà storica e
nella realtà poetica del suo rapporto con Dante.

L'episodio si chiude con il commiato da Brunetto, la cui ultima immagine è quella del corridore che vince il
palio di Verona. Dante qui vuole indicare la velocità della corsa, ma forse vuole anche ricordare Brunetto
come un vincitore e non come un perdente, pur in quella suprema miseria. Il suo sguardo sembra seguire il
suo vecchio maestro che scompare correndo ignudo e affannato per il sabbione, perdendo ogni dignità: a
questa reale perdita si sovrappone forse in quest’ultimo verso la vittoria che nell’animo di Dante resta a
Brunetto. La bellezza di questo canto sta proprio nel drammatico rapporto tra la dignità e la grandezza
umana di Brunetto e la sua rovina eterna.

-Canto XVI dell’Inferno

Questo canto appare quasi come un’appendice, un prolungamento del canto precedente del quale ripete la
struttura e i motivi. Si avvicinano dunque tre fiorentini, tre nobili personaggi del buon tempo antico, che
riconoscono Dante dall’abito come Farinata dalla voce. La dannazione di due di loro, Tegghiaio e Iacopo
Rusticucci, era già stata preannunciata da Ciacco nel Canto VI, mentre qui si aggiunge Guido Guerra: i tre
sono un esempio di uomini dignitosi e onorevoli in vita, ch'a ben far puoser li 'ngegni, ma la cui condotta
peccaminosa condanna alla dannazione come già Farinata e Cavalcante. Viene così subito dichiarato il
contrasto tra la loro misera condizione attuale e la fama onorata che ebbero in vita: è ben chiaro ormai che
quel ben fare, da loro perseguito in vita, appartiene ad un mondo di valori che non basta, ma è anche
chiaro che ciò provoca dolore e non disprezzo nell’animo di Dante ‘non dispetto ma doglia\ la vostra
condizion dentro mi fisse..

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
Ed ecco che tra gli interlocutivi nasce all’improvviso una comunicazione totale nel parlare di cià che preme
egualmente all’uno e agli altri: la sorte di Firenze, la sua presente condizione. Essi chiedono ansiosi notizie
della città, se là dimora ancora, come al loro tempo, cortesia e valor, i nobili e cavallereschi costumi che
caratterizzano nell’ideale dantesco la prima comunità cittadina. Ma la risposta gridata da Dante dai tre già
temuta toglie ogni illusione ’la gente nuova e i subiti guadagni\ orgoglio e dismisura han generata.. Ciò che
disse già Brunetto è qui riconosciuto nella sua prima origine: Dante denuncia qui le cause che secondo lui
stanno all’origine delle discordie fiorentine ovvero l’entrata in città della nuova classe commerciale rivale
della nobiltà, venuta dal contado, la nuova e improvvisa ricchezza portata dalla mercatura e dall’usura, che
ha dato arroganza all’uni e invidia agli altri, alla vecchia nobiltà cittadina e agraria. L’analisi di Dante non è
tanto politica quanto etica: ciò che a lui preme non è lo sviluppo del potere ma la sorte interiore dell’uomo,
quel disporsi dell’animo che rende possibile una convivenza armoniosa e pacifica; e la sua nuova analisi di
come sorgessero nei cuori, per le nuove ricchezze, quegli odi e rancori profondi che portavano alla violenza
e al sangue, eventi che egli aveva visto coi suoi occhi e sofferto nella sua persona, difficilmente potrà essere
contraddetta.

In questa scena infernale, nell’oscurità del sabbione, prendono forte risalto da una parte il dolore e
l’amarezza per l’amata città, e dall’altra la stretta comunanza di sentimenti che unisce il vivo e i tre abitanti
della landa di fuoco. I dannati ben riconoscono la giustizia e l’ingiustizia e si affliggono di quest’ultima: così
si spiega l’atteggiamento riverente di Dante verso di loro in più casi, come in questo girone e la sua
profonda pietà: ‘amor men duol, purch’i’ me ne rimembri’. Ma al di là di quella giustizia, qualcos’altro ci
vuole perché l’uomo possa raggiungere Dio. L’incontro si chiude con la richiesta di fama nel mondo e con
un rapido allontanarsi dei tre interlocutori ma non con la loro sparizione si chiude il canto che ha un nuovo
e diverso episodio finale: L’ultima sequenza prepara infatti l’argomento del canto successivo. Qui pur
rimanendo nel sabbione se ne giunge al margine dove appare il pauroso buratto che lo divide dall’altro
cerchio misurato dal rimbombo delle cascate del Flegetone che giù vi precipita d’un balzo. Qui il rimbombo
di Flegetone chiude come in una cornice l’incontro con i tre sodomiti e insieme apre una nuova scena
distanziandola almeno di cinque terzine dalla precedente. La lunga similitudine con la cascata
dell’acquacheta assolve questa funzione creando un pauroso e solenne scenario alla comparsa di una
nuova figura che solo nel prossimo canto prenderà forma e nome e che simboleggia la frode.

La seconda parte del Canto introduce la figura di Gerione, il mostro che custodisce le Malebolge e sulla cui
groppa dovrà portare i due poeti al fondo dell'alto burrato che divide il VII dall'VIII Cerchio, cosa che avverrà
nel Canto seguente. Il mostro è evocato da Virgilio con uno strano rituale, che vede Dante sciogliere una
corda che gli cinge i fianchi (e che lui stesso dice che aveva pensato di usare per catturare la lonza a la pelle
dipinta), porgerla al maestro che la getta, annodata e aggrovigliata, nel precipizio. Si tratta ovviamente di
un gesto convenuto con cui Virgilio chiama Gerione, anche se ogni tentativo di interpretarne il senso è
andato fallito: il fatto che la corda potesse servire a catturare la lonza significa forse che serviva a dominare
la lussuria, o forse la frode visto che essa è rappresentata da Gerione. Si è anche ipotizzato che Dante fosse
un terziario francescano e portasse la corda ai fianchi per questo, ma è un'illazione azzardata e priva di
riscontri oggettivi. Quel che è certo è che il mostro risponde al richiamo di Virgilio e ben presto Dante ne
intravede la figura che avanza nel buio, simile a un marinaio che nuota per tornare a galla dopo
un'immersione; il Canto si chiude quando ancora il personaggio non è stato presentato, creando una
tensione narrativa e un'attesa che verranno sciolte nell'episodio seguente, che come vedremo fa da
cerniera tra la prima e la seconda parte della Cantica introducendoci agli ultimi due Cerchi dell'Inferno.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
-Canto XVII dell’inferno

Tra il grande cerchio dei violenti e il pozzo di Malebolge, dove è punita la frode, questo canto è posto quasi
a cerniera come un canto di transizione in cui si passa dall’inferno superiore e medio, dove prevale il tono
drammatico a quello inferiore dove son puniti i peccati più vili e spregevoli e dove sarà predominante il
linguaggio comico. La prima parte del canto è dedicata alla descrizione’ della sozza imagine di froda’
rappresentata da Gerione come un mostro con faccia d’uomo, tronco di serpente, classica allusione a
Satana, zampe velenose e coda biforcuta e velenosa, esso non parla e non ha alcuna vita, a renderlo vivo
sono le similitudini con le quali Dante ricopre tutta la sua immagine. La coda di Gerione è il simbolo della
forza mortale che la frode sempre nasconde fino all’ultimo dietro benevola apparenza racchiudendo così
l’essenza stessa di questa fiera. Il tratto in realtà più terribile è la faccia d’uom giusto in quanto l’orrore
della frode sta appunto nel fatto che essa usa per nuocere l’immagine divina dell’uomo, che è l’amore. Le
tre parti di Gerione sembrano raffigurare lo svolgersi della frode: essa comincia con l’ispirare fiducia(il volto
giusto) poi tesse i suoi inganni (il fusto di serpente maculato) infine vibra il colpo fatale(la coda velenosa).

Ecco che appare della nuova gente, nuovi abitatori del sabbione, finora rimasti fuori dalla vista, essi fanno
parte della categoria di coloro che stanno seduti ovvero gli usurai che hanno peccato contro l’arte, figlia
della natura e quindi di Dio. La descrizione della pena degli usurai a differenza di quella dei bestemmiatori e
dei sodomiti è fatta in modo dispregiativo,infatti vengono guardati da Dante con un disprezzo quale non è
stato mostrato verso nessuno dei dannati fin qui incontrati, disprezzo che si rivela appunto nella loro
connotazione animalesca: essi vengono paragonati a cani accucciati a terra sul sabbione. Con tale
avvilimento Dante ha voluto bollare qui il peccato di usura, così grave nelle città di allora e in particolare in
Firenze.

Se i volti dei dannati non si lasciano riconoscere le insegne gentilizie e le parole stesse di un dannato fanno
individuare famiglie e singole persone: Dante pone qui al collo di ognuno con impressa l’arma nobiliare
della famiglia, quasi una specie di borsa, proprio quella usata dai prestatori per riporre il denaro diventando
così per sempre il loro segno di riconoscimento.

La prima insegna che Dante vede è un leone azzurro in campo giallo cioè l’arma dei Gianfigliazzi, nobile
famiglia fiorentina guelfa di parte nera ricordati come grandissimi usurai, un’altra è l’oca bianca in campo
rosso che era l’arma degli Obriachi, fiorentini anche questi ma ghibellini e infine la notissima arma degli
Scrovegni di Padova, la scrofa azzurra in campo bianco; questo dannato che però non è fiorentino esce
dall’anonimo per apostrofare Dante: tali vili delazioni sono proprie di chi prova piacere di recar danno
altrui; i più riconoscono in questo dannato Reginaldo degli Scrovegni la cui fama di usuraio era diffusa
ovunque.

Concluso il soggiorno nel settimo cerchio, la storia riprende con la discesa a volo sulle spalle di Gerione che
resta qui il primo protagonist. E qui l’invenzione si accende, la narrazione si riempie di novità d’immagini e
di linguaggio: l’avvenimento materiale, un volo sulle spalle di un mostro si fa specchio dell’avvenimento
morale, ovvero la paura e l’angoscia della discesa nel più basso mondo del male. Gerione non è di fatto che
un supporto materiale mentre il vero protagnosta della discesa è soltanto Dante. In funzione di lui infatti è
descritta la discesa con uno stupefacente realismo in quanto tutti i dati riportati non possono essere tratti
dall’esperienza. L’aria che investe dal basso il viaggiatore, il lento ruotare del mostro nel vuoto, l’avvicinarsi
allo sguardo dei fuochi e dei pianti, ogni tratto alimenta la paura, quella incontenibile paura che non è

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
sottomessa alla volontà e sorge in Dante come un inconscio presentimento del male a cui va incontro. Così
Gerione depone i due poeti sul fondo dell’ottavo cerchio e si dilegua veloce.

-Canto XVIII dell’Inferno

Si entra ora nel mondo della frode dove i modi e il tono della narrazione cambiano. L’ambiente si fa freddo
e senza ampiezza e né respiro, rigidamente suddiviso in dieci fossati concentrici colmi di miserevoli pene; lo
stile abbandona i modi solenni ed epici per scendere al livello umile e comico tipico di questo regno.
Dunque il paesaggio è degradato a fossi di pietra, la figura umana avvilita in pene mortificanti, il linguaggio
abbassato al più umile livello: questo è MALEBOLGE, il luogo più misero dell’Inferno dantesco perché qui
dai ruffiani ai falsari abita un’umanità meschina e ogni tratto del racconto vi si adegua. Questo primo canto
appare suddiviso in tre parti: la prima è la descriptio loci, la dettagliata raffigurazione del cerchio nel suo
insieme che presenta allo sguardo i dieci fossati concentrici grigi e pietrosi. La seconda è dedicata alla prima
bolgia, dove son puniti, in due diverse corsie, ruffiani e seduttori. La terza parte presenta con pochi ma
pesantissimi tratti la seconda bolgia, dove i dannati, i lusinagotori, sono vilmente immersi nello sterco.

‘LUOGO è IN INFERNO DETTO MALEBOLGE’ Le prime sei terzine descrivono il nuovo cerchio: un anello di
pietra distinto in dieci fossati concentrici al cui centro si apre un profondo pozzo che scende fino al cerchio
nono. I fossati son collegati da ponti che convergono a raggera dalla parete rocciosa che circonda il cerchio
verso il margine del pozzo centrale. Questo paesaggio di pietra tracciato con il compasso non ha nulla della
partecipazione emotiva tipica dei paesaggi dell’inferno superiore: è questo il primo segno di quella lenta
morte di pietà che caratterizza il regno della frode. La parola MELBOLGE coniata da Dante è di particolare
forza inventiva; bolge cioè sacche è il nome che egli dà alle fosse che compongono il cerchio; male cioè
malvagie che ospitano i malvagi.

Scesi dalla schiena di Gerione Dante e Virgilio si avviano lunga la ripida parete rocciosa che delimita la prima
bolgia e vedono un nuovo genere di crudele punizione con i relativi aguzzini. I due poeti scorgono una gran
folla di gente e come i pellegrini del Giubileo a Roma si muove a due corsie a doppio senso di marcia: qui i
peccatori ignudi percorrono la bolgia frustati dai demoni. Essi sono i RUFFIANI E I SEDUTTORI.

Gli occhi di Dante si incontrano con gli occhi di un peccatore che invano cerca di nascondersi. Per meglio
riconoscerlo il poeta si arresta lo riconosce e lo apostrofa per nome ‘Venedico se tu Caccianemico’

Venedico dei Caccianemici di Bologna,di potente famiglia guelfa, fu personaggio molto noto nella seconda
metà del sec.XIII. Il giovane racconta che fu lui ad indurre sua sorella GHISOLABELLA a concedersi ad un
marchese: questa fu una storia sconcia che fu nella bocca di tutti a Bologna anche se su questa storia
correvano in realtà voci contrastanti. Vendico sostiene che a scontare la pena non c’è solo lui ma tutta
Bologna, come città di ruffiani.

Ripreso il cammino i due poeti salgono senza fatica sul ponte che scavalca la bolgia e qui Virgilio invita
dante ad osservare i dannati che provengono nell’altro senso di marcia: sono i SEDUTTORI che
ingannarono anch’essi le donne ma a vantaggio proprio non altrui. Tra questi dannati Dante ne nota in
particolare uno ‘GUARDA QUEL GRANDE CHE VENE E PER DOLOR NON PAR LAGRIME SPANDA’.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
Si tratta di Giasone, il condottiero degli Argonauti che per il suo coraggio e la sua astuzia privò gli abitanti
della Colchide del montone del vello d’oro. Durante la navigazione sulla bella nave Argo il gran seduttore
ingannò Isifile, la filgia del re di Lemno, e non sono solo ma anche Medea, figlia del re dei Colchi che pur
aiutò Giasone nella conquista del vello d’oro fu da lui sedotta e abbandonata ma ella poi si vendicò
uccidendo i due figlioletti avuti da Giasone sotto gli occhi del padre. Dunque l’eroica impresa per cui era
celebrato dalla poesia antica gli resta intorno come un’aureola, ma ciò comunque aggrava
irrimediabilmente la sua condizione senza alleggerirla. Come altri nell’Inferno Giasone che le alte imprese
umane non servono a salvare l’anima cioè a riscattare le colpe morali.

I due poeti sono giunti al punto in cui il ponte tocca i margini della seconda bolgia in cui sentono la massa
dei dannati che geme e ansima e per il dolore e la paura si percuotono con le loro mani: sono gli
ADULATORI tuffati nello sterco chiara manifestazione dello spregio in cui Dante riserva questa specie di
colpa. Tra di essi ce ne era uno talmente sporco che non si capisce se sia un laico o un prete, ma nonostante
ciò Dante lo riconosce. Egli è ALESSIO INTERMINELLI, di nobile famiglia lucchese di parte bianca, ma sazio di
lusinghe, e poi emerge l’immagine di una donna sozza: è TAIDE, è una prostituta, personaggio della
Commedia latina inesauribile seduttrice e adulatrice. Ormai Virgilio e Dante sazi di ciò che avevano visto
abbandonano la bolgia.

-Canto XIX dell’Inferno

Questo canto si distanzia da tutti gli altri dedicati alle bolge per la bassezza, la viltà dei peccati, e il
linguaggio comico che figurano quel misero e spregevole affollarsi di essere umani degradati da pene
umilianti e meschine che è la generale caratteristica del cerchio ottavo dove viene punito il peccato della
Simonia, o commercio delle cose dello spirito che corrompe la Chiesa di Dio e con essa il mondo.

‘O simon mago, o miseri seguaci’ l’apostrofe improvvisa e solenne apre il canto annunciando il peccato
punito in questo cerchio: Simone, mago di Samaria è un personaggio degli Atti degli Apostoli che chiese a
Pietro di vendergli per denaro la facoltà di trasmettere lo spirito santo con l’imposizione delle mani, come
facevano gli apostoli. Dunque qui sono condannati tutti i simoniaci, seguaci di Simone che si appropriano
‘illegalmente ‘ dei beni di Dio che dovrebbero essere concessi solo a chi è buono. Questi peccatori sono
confitti a testa in giù nei fori della pietra, con le gambe fuori e sulle piante dei piedi arde una lingua di
fuoco; tale pena presenta una certa somiglianza con il paesaggio del girone degli eretici infatti anche là
erano presenti tombe di pietra, anche là fuoco, e peccatori sepolti dentro e invisibili proprio perché la
simonia è in qualche modo una vera e propria eresia. Il significato del contrappasso risulta chiaro: questi
uomini, che ebbero l’animo rivolto sempre alle cose terrene e non al cielo sono condannati ad essere
capovolti con la testa verso la terra, mentre il fuoco sulle piante dei piedi è poi evidente e amaro
contrappasso al fuoco dello Spirito che si posò sulla testa degli apostoli nel cenacolo il giorno della
Pentecoste come simbolo dell’ardore dell’amore divino contrapposto all’ardore dei desideri terreni.
È da notare che in tutti e tre i luoghi del poema dove è punita l’avarizia o la cupidigia la pena è sempre
connessa alle pietre: gli avari dell’inferno spingono pesanti massi, quelli del purgatorio sono schiacciati
contro il terreno pietroso, i simoniaci vi sono addirittura immersi. La pietra è infatti il luogo di dove si trae
l’oro, dal ventre stesso della terra.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
Appare qui il primo dei simoniaci, papa Niccolò terzo Orsini che si agita più degli altri tant’è che Dante lo
nota tra tutti poiché egli è destinato ad un maggior tormento che corrisponde alla sua maggiore dignità
sulla terra. Dante per poter udire le parole del papa Niccolò era chino a terra, vicino al foro dove l’altro era
immerso, nella posizione del frate che ascolta la confessione dell’assassino condannato alla
propagginazione. Questo supplizio che consisteva nell’infilare il condannato a testa in giù in una buca,
riempita di terra fino a farlo morire soffocato era destinata in Firenze ai sicari che commettevano omicidio
per denaro. Il terribile paragone capovolge i ruoli:Dante laico sta nella parte del confessore mentre il
dannato che è un papa sta in quella del criminale.

Dante immagina che dentro ogni foro, come già nelle tombe degli eretici siano racchiusi peccatori dello
stesso genere, in questo caso dei papi. L’ultimo arrivato sta confitto con le gambe fuori finché non giunge il
successivo mentre tutti gli altri stanno appiattiti sotto di lui per le fessure della pietra. A sentire la voce di
Dante il dannato lo scambia per colui che deve arrivare a prendere il suo posto, cioè papa Bonifacio VIII, e
che si stupisce che egli arrivi prima del previsto(cioè tre anni prima, in quanto egli morì nel 1303). Così si
eleva la forza drammatica dell’invenzione che nella sorpresa anticipa la sorte eterna del papa ancor vivo e
ne proietta la figura sullo sfondo della bolgia infernale. Bonifacio VIII è il papa contro il quale si scontrò la
vita di Dante, il papa del suo prioritario e del suo esilio. Dante si oppose fieramente alla sua politica di
ingerenza in Firenze per cui i Neri furono appoggiati e I Bianchi banditi, ma oltre al fatto personale Dante
avversò in Bonifacio VIII la terribile piaga della brama del potere che egli vedeva quasi in lui impersonata; il
successore di Celestino V da lui costretto all’abdicazione autore della bolla ‘unam sanctam’ che afferma il
diritto del papa sul governo temporale, diritto contestato da Dante in sede teorica diventa come il simbolo
dell’avidità e della corruzione della Chiesa che tutta la Commedia denuncia.

Il primo dialogo è quello tra Dante e papa Niccolò, appartenente alla famiglia degli Orsini, uomo di forte
personalità, dedicò il suo breve ma intenso pontificato a potenziare l’indipendenza della chiesa sia
dall’impero che dagli angioini. La simonia e il nepotismo per cui Dante lo ha sempre infamato furono in
realtà parte essenziale della sua politica. La presentazione che in seguito Niccolò fa di se stesso è condotta
attraverso toni parodistici e comici, in quanto il dannato afferma di aver vestito in vita il gran manto (detto
con forte ironia, vista la sua opera come pontefice) e si dice figliuol de l'orsa, ovvero appartenente alla
famiglia degli Orsini, intento ad avanzar li orsatti (a favorire nipoti e parenti con i suoi atti di corruzione: nei
bestiari medievali l'orsa era descritta come animale avido e ingordo, particolarmente attaccata alla prole).
Afferma inoltre che se in vita aveva messo il denaro in borsa, nella vita ultraterrena ha messo se stesso nel
sacco, ovvero si è guadagnato la dannazione (bolgia è sinonimo di «borsa» in volgare fiorentino, quindi il
papa usa un ricercato gioco di parole).

Niccolò conclude predicendo la dannazione anche di Clemente V, morto nel 1314, il guasco che favorirà le
mire di Filippo il Bello trasferendo la sede papale ad Avignone e appoggiando tutte le sue decisioni: Niccolò
lo paragona a Giasone, fratello del sommo sacerdote Onia III che comprò dal re Antioco IV la carica
sacerdotale con la promessa di dargli 440 talenti d'argento.

(La profezia di Niccolò dice infatti che Bonifacio lo seguirà nella buca restando lì fino alla morte di Clemente
V, ovvero meno tempo di quanto Niccolò sarà rimasto sottosopra: Niccolò era morto nel 1280, quindi
resterà nella buca sino al 1303, anno della morte di Bonifacio (23 anni), mentre Bonifacio vi resterà fino al
1314, anno della morte di Clemente V (11 anni).

Il canto si chiude con il violente e appassionato attacco alla corruzione del papato: il tono di autorevolezza
con cui il misero esule Dante lo pronuncia, apostrofando il pontefice pur rispettato nel suo ruolo, è
sorprendete. ‘ quanto denaro richiese Cristo a Pietro prima di consegnargli le chiavi della chiesa, cioè

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
l’autorità papale?’ ‘Certo non chiese se non viemmi retro’ null’altro egli chiese se non la fedeltà e la
sequela, solo i beni dello spirito e non quelli del mondo sono dunque propri della chiesta di Cristo: il
richiamo alla scena evangelica e alle parole stesse di Gesù è di grande potenza drammatica e di forte valore
sul piano dottrinale. Dante risponde con puro sarcasmo al tono usato dal papa dicendogli di tenere ben
stretto ora il suo denaro, come se esso gli fosse davvero servito.

Dante denuncia l’avarizia di tutti i papi e altri prelati che hanno abbassato a terra,quasi sotto i piedi i buoni
cioè i meritevoli sul piano spirituale e innalzato agli alti uffici i malvagi, cioè coloro che pagano.

Particolarmente efficace è l'immagine della mostruosa bestia in cui si è trasformata la Chiesa a causa della
corruzione, prendendo spunto da un passo dell'Apocalisse in cui il mostro è in realtà l'Impero romano.
Dante vede infatti nella chiesa corrotta la meretrix magna che siede sulle acqua e puttaneggia con i re della
terra. Le sette teste trattandosi della roma pagana erano i 7 colli e le dieci corna figuravano i 10 re
intendendo qui che le 7 teste sono i 7 doni dello spirito santo dal quale nacque e le dieci corna i 10
comandamenti dai quali ebbe norma, mezzo di governo. Dunque finchè il papa amò la virtù la chiesa prese
norma dai 10 comandamenti, ora essi furono adoratori delle monete che accumulavano.

Dante conclude la grande accusa con una dolorosa esclamazione, in cui denuncia la prima origine di tutti i
mali provocati dal potere temporale: la così detta donazione di Costantino. Si narrava infatti che
l’imperatore convertito al cristianesimo perché guarito dalla lebbra da papa silvestro gli avesse donato la
città di Roma , costituendo così il primo nucleo del potere temporale della Chiesa, fino allora povera e
pubblicamente priva di potere. Dante ritiene illegittimo sia l’atto del donatore a cui non spettava il diritto di
alienare parte dell’impero ricevuto da Dio, sia l’atto del ricevente, la Chiesa, in quanto espressamente
tenuta a non possedere beni terreni dalle parole di Cristo stesso. Da ricordare infine che Clemente V sarà
citato da Beatrice in Par., XXX, 142-148 come il papa che ingannerà con la sua ambigua condotta
l'imperatore Arrigo VII e sarà destinato a ricacciare Bonifacio VIII in fondo alla buca di questa Bolgia.

-Canto XX dell’Inferno

La scena di questo canto appare avvolta nel silenzio: lenta e muta passa davanti agli occhi di Dante, quasi
una mesta processione, la fila degli indovini che si sono macchiati di un grave peccato di presunzione
intellettuale con la loro folle pretesa di prevedere il futuro, cosa che è consentita solo a Dio e a nessuna
creatura mortale. La loro pena è particolarmente crudele e dal chiaro contrappasso, dal momento che
hanno la testa rivoltata all'indietro e sono costretti a camminare a ritroso per aver voluto vedere troppo
avanti. Alla vista di quelle anime Dante piange, con totale abbandono, come mai altrove nell’Inferno non
tanto per la sofferenza dei peccatori ma per la distorta immagine dell’uomo, quell’immagine di suprema
dignità dove abita lo spirito divino. Questa pena fisica è in qualche modo simbolica di tutta la condizione
infernale, che umilia l’uomo togliendosi la sua dignità suprema: il rapporto di amore con Dio. Interviene poi
la voce di Virgilio che scuote e rimprovera Dante della sua pietà presentandogli con dura condanna i
peccatori di questa bolgia nella quale è giusto non aver pietà;chi infatti è più empio di colui che crede di
poter forzare con le sua arti il giudizio divino? C’è tuttavia un certo fascino, come un’aura di grandezza che
circonda nei versi danteschi quegli antichi indovini e discorda fortemente con la loro attuale misera
condizione. Ma non si tratta di un fascino a cui Dante finisce per soggiacere: tutti i personaggi che Dante
incontra mantengono ciò che ebbero in terra, ad essi resta quanto umanamente li distinse e dette loro
dignità e la tragedia infernale sta proprio in questo doloroso contrasto tra quella dignità e il miserrimo stato
in cui sono ridotti. Questi indovini che ci passano davanti ci appaiono tanto miseri proprio perché furono

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
rispettai e autorevoli e se non venisse espresso questo doppio livello nulla a noi arriverebbe del tragico
significato che Dante ha voluto porre.

Appaiono i singoli peccatori che Virgilio indica a Dante: sono indovini del mito e della storia antica, i cui
nomi erano tramandati dai poemi epici che mantengono quell’aura di favola che da secoli li accompagnava.
Proprio a questa è dovuta la violenta apostrofe di Virgilio che sottolinea il fatto di non lasciarsi ingannare da
tali miti perché questo è un grave peccato dell’orgoglio umano che presume sapere ciò che è di dio solo.

Anfiaro, uno dei 7 re dell’assedio di Tebe che davanti agli occhi dell’esercito nemico fu inghiottito da una
voragine apertasi ai suoi piedi e precipitò così tutto armato fin davanti a Minosse. Poi c’è Tiresia, altro
famoso indovino dell’antichità, Arunte famoso aruspice etrusco.

L'elenco è interrotto dalla lunga parentesi introdotta da Virgilio che fa un excursus sull’origine della sua
città,Mantova,legata alla leggenda della maga Manto. Come i più critici hanno visto, la parte eccezionale
data al poeta latino data a questo canto non può che avere un significato: togliere da lui ogni ombra di
quella fama di mago che una leggenda popolare gli aveva tessuto intorno nei secoli medievali. La premura
di Dante nello scagionare Virgilio da quella fama è strettamente legata al modo in cui egli vede il peccato di
divinazione. Le arti divinatorie erano largamente diffuse al tempo di Dante e coloro che le praticavano
erano circondati di grande rispetto e stima. La cosa era aggravata dal fatto che l’astrologia era considerata
da tutti una scienza seriamente fondata, in quanto si riteneva che gli astri governassero i fenomeni della
natura terrestre, come Dante stesso più volte dimostra di credere. Ma proprio da qui nasceva il poema e in
questa bolgia egli prende posizione con forza dichiarando la divinazione una frode, separandola da ciò che
è razionalmente fondato e perseguito. La posizione di Dante è tanto più appassionata in quanto egli vede
qui il sottile rischio, da lui sempre denunciato, della prevaricazione dell’intelletto, dell’orgoglio della ragione
che pretende appropriarsi ciò che è di Dio. E dall’altra parte c’era nella divinazione un altro grave pericolo: il
limitare, il condizionare ciò che appartiene al libero arbitrio: gli astri potranno determinare ciò che è
corporeo( il carattere, le inclinazioni) ma non ciò che appartiene allo spirito, come l’intelletto e la volontà.

Nella narrazione sull’origine di Mantova è presente un elemento nuovo, ovvero il paesaggio, che ha in
questo canto una estensione quale forse in nessun altro luogo dell’Inferno. La descrizione della regione
mantovana si svolge per ben 30 versi su due diversi piani: prima appare il lago di Garda e il fiume che nasce,
Mincio, luoghi avvolti da un’aria bella e serena ricchi di acque e di verde, poi ci si presenta la triste palude
priva di vita, scelta da Manto per isolarsi dal consorzio civile e fare le sue arti magiche e qui infine morire. Il
doppio aspetto del paesaggio viene così a figurare da una parte l’umanità della vita e dall’altra la
disumanità scelta da chi si dedica alle magiche frode.

-Canto XXI dell’Inferno

La quinta bolgia, alla quale Dante dedica due interi canti, il XXI e il XXII, è occupata dai barattieri, coloro cioè
che fanno illecito commercio delle cose pubbliche. La baratteria è una frode in quanto l’uomo inganna,
beffa e baratta la repubblica e la sua patria. Si tratta di una grottesca commedia infernale in cui prevale il
linguaggio comico che coinvolge a vario titolo tutti i personaggi. Questa comicità nell’Inferno è del tutto
singolare come una sorta di interludio o pausa volutamente situata da Dante a questo punto del racconto.
Qui non incontriamo importanti personaggi ma abitano i diavoli, raffigurati secondo la fantasia popolari:
neri,alati e con forche e uncini. Ma in questa bolgia l’unico vero protagonista è Dante; è lui infatti che i

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
diavoli guardano è lui che vogliono ed egli figura se stesso in mezzo ai demoni con un illuminante
similitudine: così stavano un giorno i fanti sconfitti e disarmati a Caprona in mezzo ai soldati vincitori, tra i
quali era lui stesso. Dante infatti fu bandita da Firenze con l’accusa di baratteria e la ragione autobiografica
che regge questi canti appare evidente: il Dante personaggio sta ora fra i demoni che vogliono attuffarlo tra
i barattieri, proprio come il Dante storico stette un giorno in erme tra i fiorentini accaniti contro di lui.
Dante stende qui un leggero velo di scherzo forse a significare la grottesca assurdità dell’accusa, forse
anche per quel geloso riserbo di cui egli sempre circonda ciò che lo tocca in modo strettamente personale.

Il canto è comico proprio perché è autobiografico, ma bisogna comunque aggiungere un altro importante
significato, che del resto è a sua volta inseparabile dal riferimento autobiografico ed è la denuncia politica.
Tutta la bolgia infatti così come è presentata con l’affannoso agitarsi sotto la pece, la presenza dei diavoli, le
loro coperte truffe, i reciproci inganni tra carnefici e vittime, appare come l’immagine della città nella sua
corruzione, sede di loschi traffici e di continue frodi. La città qui presa di mira come principale fornitrice
della bolgia è Lucca, la roccaforte dei Neri di Toscana.

La tenebra infernale della Bolgia attraversata dai clamori e dai movimenti esaltati di diavoli e dannati
ricorda a Dante l’atmosfera oscura dell’arsenale di Venezia dove ferve l’attività dei calafatari. La vivace
attività dei veneziani riflette in pieno il tumultuoso e vano movimento che sarà proprio di queste bolge. Un
prodigio divino fa bollire eternamente la pece dove bollono i dannati sommersi: la pece raffigura appunto
l’inganno con cui i barattieri prendono gli uomini, come con il vischio si prendono gli uccelli.

Ad un certo punto sopraggiunge un feroce diavolo nero con le ali aperte, in corsa sulle punte dei piedi che
portava sulle spalle un peccatore come se fosse un sacco: si tratta di un magistrato appena arrivato da
Lucca, città celebre per i truffatori e gli amministratori corrotti detti BARATTIERI. Gli antichi identificarono
questo personaggio in Martino Bottaio, morto proprio il 9 aprile del 1300, cioè quando Dante immagina
svolgersi il suo viaggio all’inferno. La baratteria è la vendita o la compera di quello che per proprio officio si
deve fare senza prezzo, vale a dire corruzione in chi esercita un pubblico ufficio. Il termine aveva tuttavia
anche un altro significato più esteso e generico, comprendente tutti i piccoli truffatori di mestiere che
vivevano di astuzie.

L’Ironia e la beffa dei diavoli dominano in particolar modo nella scena in cui sono presenti i due poeti con
Virgilio che invita Dante a restare nascosto mentre lui, che ha le cose conte (che sa il fatto suo) andrà a
parlamentare coi diavoli come già fece nella sua prima discesa infernale, evocato dalla maga Eritone. C'è
qualcosa di fortemente grottesco nella scena di Virgilio che va incontro ai diavoli ostentando una sicurezza
che non pare molto convincente, osservato da Dante che resta nascosto dietro uno spuntone di roccia: la
situazione è analoga a quella del Canto IX di fronte alla città di Dite, ma qui siamo lontanissimi da
quell'atmosfera magica e irreale che preludeva all'arrivo del messo celeste, destinato a vincere le resistenze
dei diavoli. E infatti Malacoda, il capo di questo scalcinato esercito di diavoli, si prenderà gioco di Virgilio
dandogli un'informazione esatta e mentendo poi sul modo di passare alla Bolgia successiva. Il demone
spiega che il ponte che porta di lì all'altra Bolgia è crollato, cosa che è realmente avvenuta nel terremoto il
giorno della morte di Cristo, ma mente lasciando intendere che più avanti lungo l'argine ve ne sia un altro
intatto, mentre si saprà in seguito che tutti i ponti sono in realtà crollati. Si offre di dare ai due poeti una
scorta di dieci diavoli, che faranno loro da guida sino a l'altro scheggio senza far loro del male, mentre sarà
evidente che le sue intenzioni sono tutt'altro che pacifiche. Il ruolo di Malacoda è dunque analogo a quello
di tutte le altre figure diaboliche che tentano di opporsi al passaggio dei due poeti, ma diversamente dalle
altre occasioni il diavolo si prende gioco di Virgilio che non può sapere del crollo dei ponti (il suo
precedente passaggio era avvenuto prima della morte di Cristo, quando era da poco nel Limbo), nonostante

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
la diffidenza di Dante che tenta inutilmente di metterlo in guardia per paura dei Malebranche. Si è molto
discusso sul valore allegorico di questa ingenuità di Virgilio, che gli sarà rimproverata non senza ironia da un
dannato della Bolgia seguente, ma probabilmente essa rientra nel gioco delle beffe che domina largamente
l'episodio e in cui entreranno anche i dannati nel Canto successivo.

Quanto ai dieci diavoli cui Malacoda affida il compito di guidare i due poeti, è inutile cercare riferimenti a
personaggi del tempo di Dante, se non addirittura ai Guelfi Neri di Firenze come pure alcuni hanno fatto. I
loro nomi fantasiosi sono semplici storpiature di parole correnti, o alludono a certe loro caratteristiche
animalesche, o echeggiano nomi propri di famiglie contemporanee: Firenze è certo sullo sfondo per via
dell'accusa di baratteria che i concittadini di Dante gli avevano rivolto condannandolo all'esilio, ma nessun
riferimento esplicito è fatto dal poeta contro gli abitanti della sua città visto che tra i barattieri della Bolgia
vi sono lucchesi, un navarrese, due sardi e nessun fiorentino. Sembra anzi che il poeta voglia prendere le
distanze dalla baratteria con l'arma dell'ironia, degradando questi peccatori al rango di piccoli imbroglioni
di mezza tacca che in vita hanno arraffato denari e ora, all'Inferno, sono invischiati nella pegola spessa della
pece: abbastanza chiaro è il senso del contrappasso, ma nel seguito dell'episodio si vedrà come tutti alla
fine siano beffati, compresi i diavoli che addirittura daranno luogo a una zuffa e si lasceranno sfuggire i due
poeti, pronti ad approfittare della loro disattenzione. È come se Dante rinunciasse a esprimere sdegno
verso il peccato punito in questo luogo infernale per usare la cifra del sarcasmo e dell'ironia, per assumere
il maggior distacco possibile dalle sue personali vicende autobiografiche: lo spettacolo del peccato punito si
colora di tinte comiche e grottesche, come avverrà anche per i falsari della X Bolgia, senza che per questo la
condanna dell'avarizia e della corruzione politica perda di vigore ed efficacia.

L’inferno è vinto da se stesso, e i due poeti se ne andranno indenni non per merito di Virgilio ma per la loro
stessa goffaggine e stoltezza a loro volta beffati dall’uomo.

-Canto XXII dell’Inferno

Il Canto è il seguito ideale della «commedia degli inganni» iniziata in quello precedente, che si arricchisce in
questo secondo episodio di un nuovo protagonista, il barattiere Ciampaolo di Navarra. Egli divenne
cortigiano del re di Navarra, acquistandosi la sua fiducia tanto da poter dispensare favori e cariche che egli
barattava per denaro ed era considerato uno dei peggiori barattieri tanto da condannarlo all’Inferno. La
scena si svolge tutta sull’argine da dove si domina il fossato di pece e se ne intravedono gli abitanti,
presentati con similitudini di animali sempre variate. L’unico peccatore che emerge che viene pescato dai
diavoli e la cui vicenda è il principale argomento del canto, non ha rilevante realtà anagrafica; questo
Navarrese del tutto ignoto ha una funzione particolare: ciò che conta qui non è la sua storia in terra ma
l’azione presente che con quella storia non ha niente a che vedere. Ciò che veramente importa è il rapporto
di questo dannato con i diavoli, la sua paura, la sua malizia che batterà i rozzi avversari, il coro digrignante
che lo circonda: egli appare quasi uno sdoppiamento di Dante stesso, è infatti Dante il vero barattiere che i
diavoli vorrebbero.

I versi iniziali sono un commento allo sconcio segnale con cui Barbariccia ha dato inizio alla marcia, che
viene definito diversa cennamella (era uno strumento a canna, usato per i segnali militari) ed è
ironicamente paragonato alle ben diverse segnalazioni che si usano in campo bellico. La terminologia
militare è un preciso riferimento alle battaglie cui Dante aveva preso parte (già in XXI, 94-96 c'era un
accenno all'assedio di Caprona) e indica che l'esercito dei Malebranche è sgangherato e grottesco, cosa che
sarà dimostrata dal modo ridicolo con cui si lasceranno beffare. L'esordio è anche una parentesi

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
stilisticamente elevata, che apre un Canto dominato invece da un linguaggio crudo, dai suoni aspri e
dall'atmosfera violentemente comico-realistica.

Il dato più interessante è offerto dalle metafore animalesche, che ricorrono assai di frequente nei versi
successivi: i barattieri che si celano sotto la pece sono paragonati prima a delfini, poi a rane che sporgono il
muso dall'acqua; Ciampòlo, afferrato da un diavolo, viene tirato in secca come una lontra; Rubicante è
esortato a scuoiarlo con gli «unghioni», come una belva affamata; Ciriatto è descritto come un cinghiale
(porco) cui esce di bocca una zanna per lato; Ciampòlo è paragonato a un topo venuto a trovarsi tra male
gatte; Barbariccia si rivolge a Fafarello chiamandolo malvagio uccello; Alichino che non riesce ad afferrare il
dannato è paragonato a un falcone che non riesce a ghermire un'anatra sul pelo dell'acqua e poi a uno
sparvier grifagno (pronto per la caccia) quando si azzuffa con Calcabrina; i due, invischiati nella pece, sono
detti impaniati, vocabolo venatorio. I termini animaleschi non sono rari nella rappresentazione dell'Inferno,
ma qui conferiscono un tono grottesco e degradato a tutto lo spettacolo, sottolineando da un lato la misera
condizione dei dannati alla mercé dello strazio dei demoni, dall'altro la tetra bestialità dei Malebranche che
si credono astuti ma saranno incredibilmente beffati dal barattiere.

E in effetti tutta la scena è paragonabile a una farsa, in cui prevalgono i toni burleschi e un feroce sarcasmo
che colpisce i vari protagonisti (Dante stesso parla di ludo, ovvero rappresentazione teatrale): Ciriatto
azzanna il dannato facendogli sentire come una sola zanna sdruscia, squarciandone le carni; Barbariccia è
definito pomposamente decurio e gran proposto, facendo ironia sul fatto che il diavolo è lo scalcinato
caporione di una malandata squadraccia; Ciampòlo dice che Farfarello è pronto a grattargli la tigna,
espressione volgare che significa «picchiare»; i due diavoli che finiscono nella pece sono subito separati dal
caldo, mentre poi si dirà che sono cotti dentro da la crosta, proprio come i dannati che Virgilio aveva
definito nel Canto precedente lessi dolenti. Metafore culinarie si intrecciano con termini rari o popolari, dai
suoni aspri e gutturali, come accapriccia, arruncigliò, sdruscia, in cesso, rintoppo, buffa: qualcosa di simile
avverrà anche nel Canto XXX durante la descrizione dei falsari e delle loro orribili malattie, nonché della
rissa tra Sinone e Mastro Adamo che Dante si attarderà a osservare venendo poi aspramente ripreso da
Virgilio. Qui la zuffa tra i demoni è l'occasione propizia di cui i due poeti approfittano per allontanarsi, il che
dimostra una volta di più la goffa stupidità dei Malebranche che (similmente ad altre figure diaboliche
dell'Inferno dantesco) non hanno nulla di veramente spaventoso, ma sono ridotti a una dimensione
burlesca e parodica tipica della letteratura medievale e lontanissima dalla rappresentazione fascinosa e
sinistra che del demonio offrirà in seguito tanta letteratura moderna, sino ai giorni nostri.

In questo scorcio del canto sembrano dichiararsi sia il significato politico denunciato da molti
commentatori, per cui la bolgia appare figura delle città comunali divise in se stesse, la denuncia morale
che fa la malizia umana anche maggiore di quella del diavolo.

-Canto XXIII Dell’Inferno

Il canto dedicato alla sesta bolgia, dove è punita l’ipocrisia ha come figurazione centrale un movimento
lento, silenzioso e pesante, in contrasto con il drammatico movimento della coppia di canti che lo precede e
di quella che lo segue, dedicata ai ladri.

L’inizio stesso dà il tono a tutta la figurazione presentando Dante e Virgilio che vanno sul’argine’ taciti soli
sanza compagnia..’ come sogliono andare i frati minori; la scena iniziale è come un prolungarsi della vicenda

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
svoltasi nella quinta bolgia: lasciati i diavoli nel loro impaccio Dante e Virgilio improvvisamente si rendono
conto che presto saranno inseguiti e con più accanimento di prima per cui si precipitano velocemente
calandosi in fretta per il pendio fino al fondo della bolgia seguente. Già il solo immaginare il pericolo
produce l’effetto fisico proprio del terrore, quell’immagine è infatti così potente da agire sui sensi come
realtà e Virgilio percependo la paura, le sensazioni, i pensieri di Dante che si riflettono come un volto in uno
specchio, si mostra nell’atteggiamento di saggezza di chi sa cosa deve fare. Virgilio, sopraggiunto il pericolo,
agisce con immediata prontezza afferrando Dante fra le braccia come la madre porta in salvo fra le braccia
il figlio per sfuggire al balenare di un incendio: il rapporto madre-figlio è quello che Dante sempre stabilisce
fra sé e Virgilio nei momenti di rischio e di paura. Lasciato alle spalle il lungo rapporto con i diavoli comincia
la descrizione della nuova pena e dei nuovi peccatori; tutto il loro aspetto è lento grave e stanco come di chi
porta un insopportabile peso che essi in realtà portano veramente. Essi si presentano come una sorta di
processione di monaci con gli occhi abbassati e rivestiti con un manto con cappucci propri dei monaci
cluniacensi. Questi manti sono dorati tanto da abbagliare gli altri che dalla loro apparenza virtuosa sono
ingannati e illusi, tratto tipico dell’iprocrisia. Questi manti sono pesanti perché fatti di piombo tanto che in
paragone a quelle che Federico II faceva indossare sarebbero parse come paglia.( si allude qui alla pena
stabilita da Federico II per gli accusati di lesa maestà che consisteva nel far indossare ai condannati una
tunica di piombo e poi metterli in una caldaia di fuoco finché il piombo si struggeva su di loro uccidendoli.
L’abito offre ciò che è proprio dell’ipocrisia: nascondere la malvagità del cuore sotto apparenza di bontà
molto presente nella casta sacerdotale infatti è del resto quella che per questa colpa è condannata
violentemente nel vangelo. Dunque chiaro è il contrappasso, dal momento che una pseudo-etimologia della
parola «ipocrita» attestata nel Due-Trecento la faceva derivare da ypo e crisis, cioè «colui che sotto
un'apparenza dorata cela tutt'altro». Da questa processione si elevano due voci che riconoscono la parola
tosca di Dante: si tratta di due frati godenti ( i cavalieri Gaudenti erano un ordine religioso che
comprendeva coniugati e conventuali e che aveva tra i suoi scopi la tutela della pace nella società civile),
essi erano Catalano dei Malavolti, bolognese guelfo, e Lodoringo degli Andalò, nobile famiglia ghibellina
bolognese, furono chiamati da Bologna a Firenze per mettere pace tra Guelfi e Ghibellini dopo il 1266, ma
finirono per diventare strumento della politica del papa e decretarono esili e confische a danno dei
Ghibellini sconfitti. Particolare è la descrizione di questi dannati, che camminano in effetti insieme come
tanti monaci in un convento, parlano tra loro a bassa voce e guardano bieco, in modo obliquo da sotto il
cappuccio di piombo proprio come in vita non guardarono negli occhi le vittime della loro ipocrisia.

Ad un certo punto appare qualcosa che interrompe Dante: dannati crocifissi e inchiodati a terra con tre pali,
attraverso la strada e su di loro passa in eterno la processione degli ammantati, tanto da far sembrare che
su quei due peccatori venga a gravare tutto il peso dell’ipocrisia del mondo, nel suo faticoso procedere. Si
tratta dei giudici di Cristo ovvero il sacerdote Caifa che consigliò di far morire Gesù per il bene pubblico
piuttosto che rischiare sommosse e sanguinose repressioni, ciò fu un atto di suprema ipocrisia. Con Caifa
Dante pone Anna, suo suocero e tutti i partecipanti al Sinedrio che condannò Gesù a morte in quella notte.
E proprio perché l’ipocrisia causò la morte di Cristo che è posta nella bolgia centrale, sulla quale, tutti i
ponti sono franati per il terremoto prodotto da quella morte. L’ipocrita è più grave della simonia e della
baratteria per la sua essenza fraudolenta ed è per questo che l’ipocrita assomiglia più di ogni altro
peccatore all’immagine di froda di Gerione che custodisce il cerchio.

L'ultima parte del Canto si ricollega all'episodio dei Malebranche, con Catalano che (non senza una certa
maligna ironia) prima spiega a Virgilio che tutti i ponti che sovrastano la Bolgia sono crollati, poi osserva che
il diavolo è ricettacolo di ogni vizio ed è padre di menzogna, come lui ha sentito dire nella sua città,
Bologna. Ironica è l'indicazione della «dotta» Bologna come sede dell'Università e di famose scuole
teologiche, a voler sottolineare l'ingenuità di Virgilio che si è fatto beffare dai demoni; la reazione del

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
maestro è irosa e stizzita, mostrandocelo in una veste del tutto inedita che conclude degnamente l'episodio
comico-realistico dei due canti precedenti. La figura di Virgilio ha un importanza straordinaria: nella prima
parte come premurosa madre che porta in salvo il figlio, nella chiusa ingannato e deriso, ma in tutti e due i
casi profondamente umano. In questo mondo di ingannatori esso appare prima di fronte ai diavoli dei
barattieri, ora di fronte all’ipocrisia, quasi senza difesa. È questa una grande invenzione drammatica
dantesca che vuole significare l’impotenza della ragione e della buona fede davanti alla malizia umana, e a
quella diabolica che sono infine la stessa cosa.

-Canto XXIV dell’Inferno

Abbiamo lasciato Dante e Virgilio sul fondo della sesta bolgia, in procinto di uscirne, costretti a risalire la
rapida costa, in una situazione particolarmente tesa. Il canto XXIV ci porterà nella nuova bolgia, quella dei
ladri. Ma prima di giungervi, e di scoprire l’orrido contenuto si distende in un ampio giro di sessanta versi
una singolare scena di intervallo, fatto eccezionale in tutto l’Inferno.

Il primo mutamento è figurato con una celebre similitudine, che apre il canto con dolcezza e freschezza
primaverile: quella del villanello che vedendo al mattino, in febbraio, la campagna coperta di brina, la
scambia per neve e si sconforta e dispera per non poter portare il suo gregge al pascolo, ma poco dopo
vede che la terra ha cambiato faccia e riprende così tutta la sua speranza(9-12vv). La scena campestre,
designata con la perfezione e la grazia di un piccolo idillio ha una sua autonomia, ma ciò non toglie che essa
sia, come sempre il narrare dantesco, strettamente funzionale al contesto, rappresentando il lieto riprender
fiducia di Dante dallo sconforto provato all’avvilimento di Virgilio. A riguardarla così nel suo insieme, l’intera
sequenza appare con tutta evidenza una figurazione del cammino di Dante visto nella sua dinamica interna:
lo scoraggiamento e il riconforto, la fatica del salire e la tentazione di fermarsi, il riprendersi infine con il
coraggio dell’animo che vince ogni battaglia, dove Virgilio non è se non la voce stessa della coscienza
morale di Dante. In tale prospettiva, prendono il loro giusto valore sia la freschezza primaverile
dell’attacco, segno di speranza e fiducia, sia l’esortazione al coraggio morale e il motivo della fame che
l’uomo deve conquistarsi con fatica, motivo etico pagano che sta nell’Inferno quasi come figura del motivo
cristiano della gloria.

L’esortazione di Virgilio a Dante ha una solennità di un tono e uno spiegamento di immagini che
oltrepassano evidentemente l’occasione narrativa della stanchezza dovuta all’arrampicata. Quella salita
diventa allegoria della vita stessa di Dante e quell’ambascia è il segno di dolori e dei patimenti che egli
dovette sostenere nell’esilio per tener fede alla sua missione e compiere l’alta opera intrapresa. (vv.46-52) ‘
ben più lunga scala convien che si saglia’ alludendo al monte del purgatorio che aspetta Dante e che si
protende dalla terra al cielo, non basta infatti aver lasciato i dannati cioè il peccato ma è necessario
compiere il cammino della purificazione. La forte esortazione ha il suo effetto immediato su Dante che ha
ben compreso il fatto che egli dovrà vincere se stesso cioè la tentazione a lasciarsi andare a rinunciare alla
difficile impresa, così superata la crisi della salita narrativa nei versi precedenti comincia qui la scena della
nuova bolgia, la settima dove sono puniti i ladri. Essa apparirà, in un primo sguardo d’insieme, terribile a
vedersi: un fitto intrico di serpenti, tra i quali corrono nudi e spaventati i peccatori. Questi serpenti sono
così tanti che non se ne troverebbero neppure nei tre deserti africani messi insieme che circondano l’Egitto
ovvero quello libico, quello etiopico e quello arabico, luoghi che solo nella fantasia popolare suscitavano
immagini paurose di tremendi e mortali pericoli. Dante citerà i vari e mostruosi serpenti libici descritti in un
celebre passo della Pharsalia di Lucano, autore con cui egli si mette apertamente in gara, che ricorda che i
chelidri erano serpenti anfibi, gli iaculi si lanciavano dagli alberi sull’uomo, la faree andavano diritte

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
solcando il terreno con la coda, i cencri apparivano di vari colori, le anfisibene avevano una seconda testa al
posto della coda.

La punizione dei ladri ha sempre un preciso fondamento etico e teologico: da una parte il ladro è
agevolmente assimilabile ad un serpente per il suo agire occulto e furtivo e dall’altra come egli tolse agli
altri ciò che loro apparteneva così ora gli è tolto ciò che più gli è proprio, il suo corpo stesso. Essi inoltre
corrono con le mani legate dietro la schiena perché le ebbero troppo sciolte e libere in vita.

Ed ecco che lo sguardo di Dante e Virgilio viene catturato dalla trasformazione di un anima dannata che
morsa alla nuca da un serpente muta in cenere per poi riapparire di nuovo in forma d’uomo, come colui
che cade a terra senza rendersene conto o perché indemoniato o perché colpito da epilessia. Questa
potente similitudine rende al vivo il profondo smarrimento del dannato, come risorto dalle sue ceneri
ancora in preda all’angoscia sofferta che sospira come a riprendere la vita. Dopo la raffigurazione del
tragico e misterioso evento ecco che inizia la seconda parte del canto in cui si ha un confronto diretto con
quest’anima che diventa persona storica. La storia di quest’anima senza nome inizia quando Virgilio le
chiede chi sia e la risposta dura e breve subito lo rivela: toscano pistoiese di vita bestiale. Si tratta di Vanni
Fucci, dei neri di Pistoia, uno dei personaggi più noti alla cronaca nera dell’ultimo duecento toscano:
omicida, ladro, brigante più volte bandito e condannato; egli fu uomo di sangue e di crucci di assoluta e
impenitente protervia. Irato di essere colto da Dante, suo nemico politico, in così umiliante situazione si
tinge il volto di triste vergogna e dichiara con sfida il proprio peccato, di furto sacrilegio nel Duomo di
Pistoia e subito dopo come a vendicarsi predice a Dante la rovina dei Bianchi e la sua stessa sventura. La
definizione che Vanni fa di se stesso di uomo bestiale porta in primo piano la vile qualità degli abitanti delle
bolge così spesso assimilati a bestie: è questo il punto più basso, a livello di autocoscienza, toccato nelle
bolge in quanto Vanni Fucci si compiace di ciò che ha fatto senza mostrare un minimo rimpianto.

(vv144-151) in un primo tempo Pistoia si svuota, assottiglia la sua popolazione cacciando i Neri con l’aiuto
dei fiorentino e i capi di Parte nera furono banditi, poco dopo Firenze cambierà governo e nuove famiglie
subentreranno al potere, si allude qui alla vittoria della Parte Nera sul finire dello stesso anno già
profetizzata da Ciacco e alla conseguenza cacciata dei Bianchi tra i quali Dante. La profezia è data da un
linguaggio oscuro e figurato come era proprio dell’uso biblico; si osservi come la torbida e vilenta immagine
del temporale si accordi qui con l’animo di colui che parla: Marte, il dio della guerra, fa uscire di Val di
Magra un fulmine avvolto di nuvole oscure e con battaglia aspra e violenta si combatterà sul Campo
Piceneo tra il fulmine e le nubi. Il fulmine di guerra rappresenta Moroello Malaspina, signore di Lunigiana,
che come capitano dei Lucchesi, alleati dei Neri Fiorentini, uscì in guerra contro Pistoia nel 1302, e nel 1306
capitanò l’assedio e la conquista di Pistoia stessa segnando così la sconfitta DEFINITIVA DEI Bianchi. Le
nuvole con le quali il fulmine combatte sono proprio i Bianchi. ‘ E te l’ho detto perché dolor ti debbia’
QUESTE ULTIME parole espresse con violenza manifestano l’essenza dell’animo di Vanni Fucci.

-Canto XXV dell’Inferno

Questo secondo canto dedicato alla bolgia dei ladri ha carattere completamente diverso dal primo, infatti è
presente un forte cambio di registro: esso sarà uniforme quasi monotono nella descrizione attenta e
minuziosa delle terribili trasformazioni che lo occupano tutto e insieme distaccato e freddamente
scientifico, senza nulla concedere alla suggestione emotiva. Questo in realtà sarà il canto propriamente
dedicato ai ladri, che riprende il motivo descritto brevemente nel XXIV al primo apparire della bolgia: la
stipa dei serpenti, gli uomini in fuga che dai serpenti sono avvolti, la loro punizione. Vanni Fucci occupa

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
anche l’inizio del nuovo canto dove manifesterà tutta la sua superbia in un gesto blasfemo con le mani
alzate contro Dio e con parole quali nessun altro osa pronunciare nell’inferno. A questo gesto di sfida
interviene l’amplesso mortale delle serpi che gli avvolsero collo e braccia punendo così il sacrilegio.

Si rivela qui la colpa più grave di Vanni Fucci, quella che veramente lo caratterizza: egli non fu solo uomo di
sangue e di crucci, non solo ladro sacrilegio, ma soprattutto spirito avvelenato di superbia, quella colpa che
più di ogni altra degrada l’uomo al di sotto della sua natura. Neppure Capaneo, l’altro grande superbo da
Dante incontrato e denunciato supera l’empietà di Vanni Fucci.

Compare poi il personaggio di Caco che sembra inseguire Vanni per punirlo ulteriormente e dunque pare
che abbia quindi una funzione di sorveglianza nella bolgia, come le altre figure mitologiche apparse nelle
bolge. In realtà Caco è separato dagli altri centauri e posto in questa bolgia per la sua specifica attività di
ladro: egli è il mostruoso figlio di Vulcano, spirante dalla bocca di un drago che si trova sulle sue spalle le
fiamme paterne e circondato da una gran massa di bisce, personaggio del mito di Ercole. Un giorno rubò
con l’astuzia all’eroe quattro tori e quattro giovenche dell’armento di Gerione che egli aveva condotto con
sé dalla Spagna dopo aver vinto quel re. Ma Ercole, scopertolo, lo uccise soffocandolo con la stretta delle
sue braccia. Caco simboleggia la fraudolenza propria della bolgia dei ladri come i centauri del cerchio VII
simboleggiavano la violenza contro il prossimo. Come loro egli è insieme qui punito e punitore quale
strumento della divina giustizia.

Allontanandosi Caco, il canto cambia registro, d’ora in poi Dante e Virgilio resteranno muti e si svolgeranno
sotto i loro occhi attoniti le scene allucinanti di due metamorfosi che coinvolgono alcuni ladri fiorentini.

Nella prima metamorfosi un serpente si avvinghia contro il dannato Agnello dei Brunelleschi e le loro
membra si fondono le une con le altre, formando così un essere ibrido, mostruoso con membra che non
furono mai viste prima. Le parole del narratore pur precise e distaccate nel descrivere l’evento,
sottolineano tuttavia più volte la perdita dell’aspetto umano: l’immagine è detta’perversa’ pervertita
stravolta come quando si dà fuoco a una carta bianca avanza verso l’alto un color marroncino, che non è
ancora nero, ma neppur bianco come prima. Dunque essi appaiono perduti in uno stesso volto, perduti
perché hanno perso la propria individualità, ma insieme perché per sempre dannati.

Successivamente si svolge la seconda metamorfosi diversa e ancora più straordinaria e Dante lo annuncia
dichiarando che un tale prodigio non è mai stato narrato da Ovidio: un altro dannato, il Guercio e il
serpente si scambiano la natura, prendendo ognuno l’aspetto dell’altro. Il fumo che vela la scena e lo
sguardo ipnotico che i due si scambiano, danno carattere magico a tutto il processo, descritto parte per
parte membro a membro con implacabile anatomia.

Il passo è un pezzo di bravura, in cui Dante non solo si ispira ad analoghi brani di Lucano e Ovidio, ma
addirittura gareggia coi modelli latini e afferma orgogliosamente di volerli superare, data la novità del tema
mai trattato prima d'ora. Lucano e Ovidio erano del resto già citati nel Canto precedente, con l'accenno ai
serpenti del deserto di Libia attraversato dai soldati di Catone e la descrizione della fenice per
rappresentare la mutazione di Vanni Fucci, ora i due poeti sono chiamati in causa direttamente al momento
della descrizione della doppia trasformazione, in quanto i due avevano descritto delle singole
trasformazioni (Lucano quella dei soldati Sabello e Nasidio morsi dai serpenti del deserto di Libia, Ovidio
quelle di Cadmo e Aretusa tramutati rispettivamente in serpente e in fonte) ma mai una duplice parallela
metamorfosi di due esseri come Dante farà nei versi seguenti. C'è nel poeta moderno l'orgogliosa
consapevolezza della propria superiorità stilistica, ma anche la coscienza dell'assoluta novità della materia
trattata, dal momento che questo è il poema sacro che descrive lo stato delle anime dopo la morte e al

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
quale hanno posto mano e cielo e terra, cioè l'ispirazione divina e Dante stesso con la sua maestria poetica.
L'autore premette alla descrizione le scuse al lettore se scriverà qualcosa di incredibile e alla fine si scuserà
ancora se la sua penna ha trattato in modo impreciso e poco chiaro qualcosa di assolutamente mai visto.
Egli può descrivere cose più straordinarie perché gli è stato dato di vederle in quell’inferno dove si
manifesta la potenza divina oltrepassando ogni umana capacità di immaginazione.

Quel vanto conferisce così alla narrazione da una parte l’auctoritas dell’antico modello, dall’altra il carattere
eminente di eccezionalità di novità assoluta.

La prima mutazione è più indeterminata e quindi più suggestiva, la seconda è più breve ma nella sua
freddezza è tanto più tragica. In entrambe domina comunque il serpente come simbolo del male e del
tormento dell’uomo. I nomi dei dannati coinvolti nella trasformazione sono Cianfa Agnel Buoso
appartenenti a nobili famiglie fiorentini ma la loro determinazione storica viene taciuta, i loro atti ignorati,
proprio perché qui l’uomo perde completamente la propria fisionomia storica, la propria persona.

Le metamorfosi dantesche non sono solo delle semplici narrazione ma racchiudono un significato più
profondo: esse racchiudono l’amaro contrappasso del peccato che nella bolgia è punito. La privazione del
corpo punisce la privazione inferta ad altri della proprietà personale ed è pena ben più grave, in quanto
appunto tocca la persona di cui il corpo è parte essenziale. Via via che si scende verso il fondo dell’inferno
sempre più l’uomo perde la sua dignità anche corporea e si assottiglia la corrispondente pietà dell’autore.

Questo regno è sicuramente il luogo più infernale che vede la trasformazione dell’uomo in bestia, un uomo
che ha perduto la sua persona ed è ridotto a strisciare e a sibilare come la serpe perdendo la capacità
espressiva tratto tipico dell’uomo.

-Canto XXVI dell’Inferno

Entriamo qui nel canto dell’ottava bolgia, destinata ai consiglieri fraudolenti, dove si svolgerà uno dei più
grandi episodi dell’inferno, l’incontro con Ulisse. L’apertura appartiene ancora al canto precedente, di cui
chiude quella che abbiamo chiamato la cornice politica: con un’amara apostrofe a Firenze, città che può
vantare tanti cittadini tra i ladri dell’inferno,l’autore interviene in modo improvviso interrompendo la
narrazione e portando allo scoperto, come raramente accade, il proprio animo sdegnato e dolente per il
male che trionfa nella sua città e per la punizione che presto dovrà colpirla. Questa invettiva di dante si
distingue dalle altre per il suono di dolore, di stanchezza dell’animo dell’esule che pur sempre ama la
propria terra. Prima di introdurre la scena della nuova bolgia Dante pone una riflessione personale ‘ Allor
mi dolsi, e ora mi ridoglio\ quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi’ ciò che vide nella voglia ottava ancora lo
addolora e lo induce a tenere a freno il proprio ingegno ‘ perché non corra che virtù nol guidi’( perché non
si abbandoni a correre a suo arbitrio, senza che la virtù gli sia di guida, e anche l’intelletto è sottoposto alla
virtù cioè al bene per cui è stato creato e non si può usarne incondizionatamente): questa dichiarazione,
unica nell’Inferno, racchiude il senso profondo di tutta la storia che ora si narrerà.

Tutto il proemio alla storia di Ulisse è impostato quindi da Dante sulla propria personale storia: questo fatto
essenziale va tenuto presente nell’interpretazione dell’episodio che ora seguirà.

‘Quante ‘l villan… vede lucciole giù per la vallea’ Dante come spesso accade, ricorre ad una similitudine per
spiegare ciò che si presenta ai suoi occhi: come il contadino a sera vede dalla collina le lucciole muoversi
nella valle così dal ponte si vedono nell’oscuro fosso risplendere tante fiammelle in un aspetto

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
paradossalmente tranquillo e serio senza ombra di orrore spregio o viltà di pena: già si intuisce che quella
silenziose fiammelle racchiudono una tragedia dell’animo umano che non ha nulla da spartire con gli altri
nove peccati puniti. Ogni fiammella racchiude un peccatore, nascondendolo allo sguardo, come il fuoco del
carro che lo rapì al cielo nascose il profeta Elia agli occhi del discepolo Eliseo. Il contrappasso celato in
questa scena è ben evidente: quella fiamma che arde in eterno i peccatori è figura della fiamma
dell’ingegno di cui essi fecero cattivo uso; come sempre all’uomo dell’Inferno è dato nell’eternità ciò che
egli scelse per sé sulla terra. Nessun’altra pena appare più nobile di questa in quanto queste fiammelle che
ardono silenziosamente celano ognuna il proprio segreto e producono un forte desiderio di sapere e
insieme una specie di rispetto.

Dante, nel suo guardare intenso, viene colpito da una fiamma divisa da due lingue di fuoco, evidentemente
fatto unico nella bolgia, e che sembra levarsi dal rogo di Eteocle e Polinice, i due fratelli figli di Edipo che
sotto Tebe si uccisero l’un l’altro ed essendo stati posto sullo stesso rogo la fiamma si divise in due, a
significare l’odio che li aveva divisi in vita. Quei due, come Virgilio ci dice, sono Ulisse e Diomede, due dei
più famosi fra gli eroi greci della guerra di Troia. Il primo, re di Itaca, era celebre per il suo sottile e astuto
ingegno; il secondo, figlio di Tideo re degli Etoli, per l’ardire: essi sono puniti insieme perché parteciparono
in coppia a più d’una impresa, quasi uno complementare dell’altro,la mente era Ulisse, il braccio Diomede.
La più famosa tra tutte le imprese fu il celebre inganno del cavallo di Troia, ricordato come il più importante
per le sue conseguenze storiche: la caduta della città e la fondazione di Roma. Per penetrare dentro le mura
di Troia, i greci fecero costruire un cavallo di legno, nel cui interno si nascosero Ulisse e altri fra i più
valorosi guerrieri. Sinone convinse poi i troiani, con abile frode a portare il cavallo entro le mura e nella
notte i greci aprirono le porte ai compagni che invasero e incendiarono la città addormentata. Viene
ricordata anche un’altra impresa compiuta insieme dai due greci relativa all’abbandono di Achille, ucciso da
Ulisse, dopo aver scoperto che egli per sfuggire alla guerra di Troia si era travestito da donna, ancora si
ricorda la rapina della statua di Pallade che proteggeva Troia. Ulisse, poi, protagonista leggendario del
secondo poema omerico che da lui prende il nome, era divenuto il modello dell’uomo ricercatore, bramoso
e mai sazio di esperienza. In realtà in questo canto si parlerà di un’altra storia, riguardante Ulisse, ignota a
tutti, ovvero il suo viaggio di ritorno oltre le colonne d’Ercole.

Nel suo avventuroso ritorno da Troia, Ulisse capitò nell’isola della maga Circe che lo amò e lo trattene
presso di sé circa un anno. (Dante che non conobbe l’Odissea, leggeva questo episodio da Ovidio) Ulisse
volle partire, spingendosi ai confini del mediterraneo, allo stretto dove Ercole aveva posto il suo divieto
all’uomo, non curante dei pericoli del mare che pur Circe gli aveva predetto, trascinando a sé il piccolo
gruppo dei suoi compagni e nessuno poté trattenerlo: né il figlio Telemaco, né il padre Laerte, né la sposa
Penelope. Tutto ciò che più fortemente lega l’uomo non poté vincere quell’ardore che lo consumava e che
lo spinse ad intraprendere questo viaggio: Ulisse procede dalla Campania verso sud-ovest e le isole
avvistate saranno la Sicilia e le Baleari fino a giungere lo stretto passaggio dove il Mediterraneo sfocia
nell’Oceano che segnava il confine del mondo conosciuto dato l’estremo rischio che una navigazione
nell’Atlantico comportava nelle navi di allora: di qui il valore emblematico del luogo, noto già a Fenici e
Greci che il mito antico aveva segnato il limite posto agli uomini della divinità. Colonne d’Ercole erano
definite infatti le due montagne che fiancheggiavano lo stretto, quella di Calpe in Europa e di Abila in Africa,
dunque Ulisse era ben consapevole di infrangere con il suo gesto il divieto posto dagli dei.

‘O frati..’(vv112-120) comincia qui il grande e breve discorso con il quale l’eroe persuade i compagni,
infondendo in quelle parole l’ardore che lo trascina a varcare il limite. I fratelli, ovvero i compagni di Ulisse
sono in realtà una figura: Ulisse parla in realtà a se stesso ed egli è solo di fronte alla grande scelta. Tutto il
suo discorso nella drammatica finzione dell’appello all’umano un ben chiaro significato: è la voce stessa del

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
mondo antico, ovvero l’umana passione di virtù e conoscenza, spinta qui per la follia di un alto ingegno alla
presunzione di dominare l’infinito quella realtà che Dio ha riserbato a se stesso e a coloro che a lui la
richiedono. Queste intense frasi esprimono il dramma e il significato della figura dantesca che proprio per
compiere quell’ardente desiderio di distaccò dalla via percorsa dall’eroe greco. Ulisse parla con profonda
serietà senza tramare inganni ,ma in realtà c’è un inganno nelle sua parole che egli ignora: per quella via
egli non arriverà a conoscenza ma a morte. ‘Non vogliate negar l’esperienza’ come a dire il tempo che ci
resta è ormai ben poco, usiamolo a questa suprema impresa che sé dovessimo morire perderemmo poco.
‘Considerate la vostra semenza, fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtute e canoscenza’ non
foste creati per vivere come bestie ma a voi è stata data libera volontà e ragione, le prerogative dell’uomo
perché le usiate secondo virtù e conoscenza. Questo è l’argomento unico che tocca le radici dell’uomo e
convince i compagni a proseguire in questo folle volo in cui l’uomo con presunzione conta solo su se stesso.

La montagna del purgatorio è situata agli antipodi di Gerusalemme, cioè a 90 gradi a ovest di Gibilterra e a
32 a sud dell’equatore, dunque superato l’equatore passarono 5 mesi ed ecco che appare la cima del
purgatorio, questo monte altissimo alla cui sommità è posto il paradiso che si innalza oltre l’atmosfera, ma
ad un cero punto un turbine di vento si innalzò, la nave incominciò a girare su se stesso tre volte e alla
quarta scompare inghiottita dalle acque, non lasciando traccia di nessun uomo. Dante chiude senza
commento il canto come mai altrove proprio per focalizzare l’attenzione su quella tragica fine.

Questa tragica fine ha aperto nella critica un problema ancora discusso: Ulisse era colpevole e il naufragio è
la punizione divina alla sua trasgressione oppure era un magnanimo eroe della conoscenza che non poté
giungere alla meta perché pagano e quindi privo della grazie che solo può far consocere l’uomo le realtà
divine? Si dividono così due scuole di pensiero su questo problema: chi pensa che egli non abbia nessuna
colpa chi invece vede nell’eroe greco la prevaricazione dell’intelletto umano che vuole sulle sue sole forze
raggiungere le ultime realtà e riconoscono nella sua colpa qualcosa di analogo a quella commessa da
Adamo. C’è un altro autore che parla appassionatamente lo stesso linguaggio di Ulisse ed è Dante stesso, il
Dante del Convivio. Nella voce di Ulisse risuona la voce stessa di Dante, quell’uomo che parte pieno di
ardore verso il mare ignoto della conoscenza coscio della dignità suprema non solo somiglia a Dante ma è
Dante stesso. Ciò non dichiara la sua innocenza anzi Ulisse è una parte di sé che l’autore distacca da sé e
giudica, lasciando in Ulisse qualcosa che è stato gran parte della sua vita forse la passione che fu in lui più
forte: quell’ardore del conoscere, del sapere segno distintivo della nobiltà dell’uomo e che tuttavia l’uomo
non può spingere fino a pretendere di raggiungere con le sue sole forze la realtà stessa di Dio.

Ciò che aggrava la sua colpa è il fatto che Ulisse sia conoscente di valicare un limite, la sua non è soltanto
un’ aspirazione inappagata di conoscenza dovuta al naturale limite della ragione umana, altrimenti egli
rientrerebbe tra i magnanimi del Limbo. Noi invece lo troviamo nel cuore dell’inferno perché c’è in lui una
presunzione una prevaricazione che attiene alla facoltà più alta dell’uomo, la mente. Si tratta di una
passione travolgente per cui si trascurano anche gli affetti più cari e sacri. La sete dell’infinito è posta da dio
stesso nell’animo umano ma Dio ha riservato a se di saziarla ma se l’uomo non accetta questo limite la sua
stessa magnanimità finirà con il perderlo. Tutto il poema è un viaggio, o meglio un ritorno, verso l’infinito
che Ulisse presunse di conquistare con i suoi deboli remi e che Dante raggiunge per altra vi, o meglio con
altri mezzi infinitamente più potenti e dati gratuitamente purché richiesti.

-Canto XXVII dell’Inferno

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
Come nella bolgia dei ladri o dei barattieri, anche a questa dei consiglieri fraudolenti sono dedicati due
interi canti, ma nuova è la partitura infatti i due canti sono occupati interamente da due soli personaggi,
ognuno di forte rilievo che narrano la loro diversa storia e tengono tutto il campo. Ai peccatori dell’ingegno
è riservato uno spazio fantastico simile a quello proprio degli incontinenti o dei violenti: un largo
preambolo, un appassionato coinvolgimento di Dante, una tragica storia che fa centro sul momento
culminante della loro vita. Le due persone, e i due racconti sono posti in parallelo e in contrasto tra di loro:
Ulisse è un eroe del mito, il conte di Montefeltro che qui troveremo appartiene alla storia, anzi alla cronaca
contemporanea, inoltre quanto Ulisse è distaccato dallo sfondo infernale, tanto il conte Guido vi è
immerso, soffrendo acutamente della pena, e del ricordo della sua colpa, dal principio del racconto alla
fine. La prima battuta del canto ‘Già era dritta in su la fiamma e queta’ è ancora legata al magico clima della
storia precedente che per poco vi si prolunga, nel silenzioso allontanarsi della fiamma antica, ma tale
sospensione è subito interrotta da un nuovo arrivo, da un’altra fiamma tormentata e gemente. La tragica
similitudine che presenta il suo parlare è segno dell’animo di colui che vi è avvolto: Dante lo introduce con
la preziosa similitudine del bue di Falaride, lo strumento di tortura che emetteva un sinistro mugolio
prodotto dai lamenti del malcapitato all'interno. Ma le sue prime parole in realtà denunciano tuttavia
un’inattesa altezza e nobiltà di spirito tant’è che tutta la caratterizzazione di questo personaggio starà di
fatto in una duplicità che i lettori hanno sempre avvertito: da una parte la nobiltà e dignità del cavaliere e
del guerriero, dall’altra l’astuzia e il calcolo dell’ingannatore e il rancore tormentoso per essere stato
battuto nel gioco dove la posta era più alta, la salvezza eterna. Ma Dante prima di fargli narrare la sua
drammatica storia introduce un ampio squarcio storico-geografico ovvero la descrizione della Romagna,
città per città, con i suoi tiranni e le sue nequizie. Questa digressione serve in realtà a trasportarci in piena
storia contemporanea e a creare il giusto sfondo al conte di Montefeltro che in quel paese pieno di violenza
e soprusi ebbe il teatro delle sue imprese e delle sue iniquità, come egli stesso dice.

Guido, prima di raccontarsi chiederà a Dante se la Romagna sia in guerra: non è una richiesta generica, ma
la volontà precisa di sapere se la pace progettata nel 1297 tra i signori romagnoli e poi stipulata nel 1299,
quando Guido era già morto, sia poi stata rispettata (i dannati non possono sapere nulla del presente). La
domanda di Guido è dunque legata al suo ruolo di politico e condottiero che tanto bene aveva svolto nella
vita precedente la conversione, per la quale l'ammirazione di Dante è immutata, ed è per questo che il
poeta risponde illustrando la situazione delle città romagnole soggette alle varie signorie e tirannidi, il che
riflette la sua preoccupazione per una terra che a lungo lo ospitò durante l'esilio e in cui di fatto morì.

Guido è poi invitato a manifestarsi e a spiegare chi sia, senza essere più restio di quanto lo siano stati altri
prima di lui, e il dannato acconsente basandosi sull'errata convinzione di parlare con un altro dannato,
quindi con qualcuno che non può tornare sulla Terra e causargli infamia col riferire il racconto della sua
dannazione in quanto Guido che la colpa che lo ha perduto, alla fine della vita, sia rimasta ignota al mondo.
Egli era morto infatti nel convento francescano, dove si era ritirato dopo il suo pentimento e anche Dante
stesso ignorava come i più il fatto che qui si narra. La situazione è opposta a quella di Pier della Vigna nel
Canto XIII, in cui le parole di Dante avrebbero riabilitato la sua reputazione diffamata. ‘Io fui uom d’arme’
Guido fu un uomo d’armi che conobbe tutti gli accorgimenti e le vie nascoste, cioè le trame fraudolente, e
le sue opere furono più di volpe che si leone, ma giunto in età avanzata, si pentì e si rese a Dio, facendosi
frate francescano credendo così di fare ‘ammenda’ dei suoi peccati e guadagnarsi il paradiso. Ma il papa
Bonifacio VIII in guerra contro i Colonnesi, nemici e rivali dei Caetani per la supremazia su Roma ( la guerra
del papa con i Colonna era iniziata nel 1297 quando i due cardinali colonnesi Piero e Jacopo dichiararono
l’invalidità della abdicazione di Celestino V e quindi del’elezione di Bonifacio VIII. Il papa li scomunicò e
ordinò loro di riconoscere la sua autorità ma essi si rifiutarono e si chiusero in Palestrina) nella sua superba
febbre di dominio chiamò Guido dal convento per averne consiglio, promettendogli assoluzione anticipata.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
E il vecchio condottiero, stretto tra i due rischi- il commetter peccato e l’incorrere nell’ira del papa- scelse il
primo che gli sembrava minore e consiglia l’inganno: promettere pace, in modo da avere in mano
l’imprendibile Palestrina e non mantenerla. Egli infatti offrì un accordo ai Colonnesi che vennero a chiedere
perdono; tolta loro la scomunica in cambio della resa di Palestrina, fece poi radere al suolo quella fortezza.

Guido dà tutta la colpa del suo peccato al papa corrotto, ma in realtà la responsabilità principale è sua: se il
suo pentimento fosse stato sincero Guido non avrebbe ceduto alle lusinghe del papa, né si sarebbe
accontentato della sua assicurazione di avere l'assoluzione prima ancora di commettere il peccato (non si
può assolvere chi non si pente e non ci si può pentire e voler peccare al tempo stesso, come il diavolo non
mancherà di spiegare a Guido prima di condurlo all'Inferno). In questo modo Dante rovescia in modo
clamoroso e inatteso l'opinione corrente sul destino ultraterreno del Montefeltro, che essendo morto in
convento e in odore di santità tutti credevano salvo. Dante ristabilisce la verità mostrandoci la condizione
delle anime dopo la morte e sottolineando che nella partita della salvezza non contano gli atti esteriori o la
fama, ma solo il reale pentimento nel cuore dell'uomo che solamente Dio può conoscere nella sua verità. E
Guido è dannato proprio perché tale pentimento nel suo cuore non c'era.

Tutto il racconto trae la sua drammaticità da un preciso precedente: quando dante scriveva il Convivio
ignorando l’episodio finale del dialogo con il papa, Dante aveva ammirato e lodato altamente la
conversione del celebre condottiero; si può pensare quale effetto abbia avuto su di lui la notizia della
caduta dell’uomo che egli aveva considerato esempio di ravvedimento. Da questo contraccolpo nacque
l’idea che conduce prima la storia, il motivo dominante, la ragione stessa del canto: non basta l’abito né
l’assoluzione del papa a salvare l’uomo ma SOLO LA SINCERA CONVERSIONE DELL’UOMO. Questa profonda
idea cristiana per cui soltanto nel cuore dell’uomo si svolge il rapporto con Dio diventa qui il dramma di una
singola persona storica e crea il carattere stesso del conte di Montefeltro, il suo calcolare, il suo sperare, il
suo amaro e crucciato rammaricarsi. Tutta la tragedia sta proprio nel fatto che egli, il grande ingannatore, si
è fatto ingannare, per ben due volte: Guido crede infatti di parlare con qualcuno che non tornerà più sulla
terra, dove resterà intatta la sua fama di convertito ma in realtà colui che lo ascolta rivelerà agli uomini la
sua condanna. La grande scena del dialogo tra il papa e il condottiero è rivelatrice dell’idea secondo la quale
l’umano ingegno non basta a salvare l’uomo: infatti entrambi contano solo su se stessi, sulla propria forza e
sulla propria bravura, di Dio non si curano. Infatti il papa è chiuso nella sua superba febbre di dominio e nel
suo assoluto cinismo nell’usare l’anima di Guido come mezzo per i suoi intenti, l’altro invece tutto preso dal
calcolo sottile sul quale sarà il minor rischio per lui, non si preoccupa miniamnete su quale sia il bene. Nel
terribile dialogo vince il più perverso e il più cinico ma comunque il cruccio di Guido, nonostante un minimo
di esitazione, sarà quello di non aver fatto bene i suoi calcoli. La complessità stessa del suo carattere lo
pone a livello delle più rilevanti figure dell’Inferno, di cui gli sono propri i tratti distintivi: quel misto di
nobiltà e di abiezione che contrassegna l’uomo infernale di Dante, inoltre si riflette in lui il profondo
contrasto dei due diversi sentimenti provati dall’autore prima e dopo la notizia del suo cedimento a papa
Bonifacio: l’ammirazione e il rispetto per il coraggioso abbandono del mondo e della sua gloria e la
delusione nel costatare il persistere sotto il nuovo abito del vecchio costume di vita, di un cuore non
mutato. Nella drammatica vicenda che occupa il canto sono riconoscibili due linee tematiche che si
estendono lungo il poema: uno è il tema politico e profetico di aperta denuncia della corruzione della
chiesa e in particolare della cupidigia sfrenata di potere impersonata in Bonifacio VIII, e il tema
propriamente etico della salvezza alla quale è necessaria ma non sufficiente l’interna conversione del cuore.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
-Canto XXVII dell’Inferno

Il nuovo canto ci presenta ancora una volta un vasto e movimentato quadro d’insieme caratterizzato dalla
sua singolare storicità: lo svolgimento del canto apparirà quasi un veloce scorrere della storia delle umane
contese. Qui sono puniti i provocatori di discordie, coloro che divisero le comunità umane, religiose, civili o
familiari, infatti gli odi feroci tra città e città o tra cittadini di una stessa città, lo scempio di quella humana
civilitas sono tema sempre vivo e sempre dolente nel poema dantesco. In questo canto Dante crea
un’ampia prospettiva storica, nella quale le fazioni comunali del suo tempo sono situate sul più vasto
sfondo delle contese e lacerazioni che percorrono tutta la vicenda dell’umanità. La similitudine stessa che
apre il canto già fa parte di ciò che vuole raffigurare: se si adunassero tutti i feriti di tutte le più cruenti
battaglie della storia d’Italia, dai tempi dei Troiani, a Canne a Tagliacozzo e Benevento, non si avrebbe che
una pallida idea di ciò che si vedeva nella nona bolgia. Questi peccatori, secondo la legge del contrappasso,
sono divisi, lacerati nella loro stessa carne, proprio come in vita divisero gli animi e le comunità: si tratta
specificatamente di divisioni interne, di discordie che separano ciò che prima era unito, come è appunto un
corpo, e i due corpi storici che esistono per Dante sono la Chiesa e la città; si parla più propriamente di
‘scandali’ per indicare le discordie civili e ‘scismi’ per indicare le divisioni nel corpo della chiesa.

Questi uomini si denunciano da se stessi, mostrandosi nella loro spietata divisione fisica del corpo umano,
nel quale l’uomo è offeso e giudicato severamente nell’Inferno. Le crude e realistiche immagini delle
membra lacerate, le rime aspre e chiocce, il lessico plebeo, sono i ben noti ingredienti del linguaggio comico
infernale, che sempre segue il peccato accompagnato dal disprezzo dell’autore.

Il primo peccatore che Dante incontra e Maometto che usa per se stesso la terza persona ‘Or vedi com’io mi
dilacco! Vedi come storpiato è Maometto!’ quasi intenda quel Maometto famoso che tanti milioni di uomini
onorano sul nel mondo’ Maometto, il fondatore dell’islamismo, è posto qui per primo, come il maggior
operatore di scisma in seno alla cristianità. Secondo la tradizione medievale dell’Occidente Maometto era
in origine un prete cristiano, spinto allo scisma da un alto prelato deluso nelle sue aspirazioni; ecco che qui
viene presentato come un malvagio predicatore che allontanò il popolo dalla vera fede: egli appare
spaccato in due con pena maggiore di ogni altro, perché aveva scisso in due la Chiesa, con la più grave ed
estesa divisione. È presente anche Alì, genero e primo discepolo di Maometto che fondò una nuova setta
all’interno dell’islamismo, ed è lacerto dal mento fino all’attaccatura dei capelli sulla fronte: Alì compie nel
suo corpo quel che manca alla spaccatura di Maometto dal mento in giù, forse ad indicare che egli fu la
testa dell’opera separatrice.

In questa bolgia è presente un diavolo, armato di spada, che strazia i peccatori riapprendo ad ognuno le
ferite appena richiuse. Anche in questa bolgia si verifica il solito equivoco per cui le anime dannate
confondo Dante per uno di loro, per cui gli chiedono chi è e perché si sofferma così tanto a guardarli;
interviene Virgilio che spiegherà alle anime dannate il significato del viaggio di Dante e che egli, a differenza
di quanto pensino le anime, ritornerà nel mondo terreno. Dopo le parole di Virgilio, le anime si
meravigliarono così tanto da dimenticare la loro pena, ad eccezione di Maometto, quasi non partecipe della
meraviglia comune, raccoglie solo la possibilità di avvertire l’altro scismatico vivente del pericolo che
incombe su di lui, una volta tornato sulla terra ‘Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi’ per non raggiungerlo
qui in breve tempo a sopportare la stessa pena( Fra Dolcin, altro scismatico riocordato da Dante morì nel
1307).

Si fa avanti un altro dannato che appartiene alla seconda specie di questi peccatori ovvero i seminatori di
discordie civili e si presenta con la gola tagliata, con il naso tronco e con un orecchio solo. Dalla canna della
gola escono direttamente le parole, senza passar per la bocca in quanto la parola è ciò di cui questo

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
peccatore si è servito per seminar discordie. Questo spirito che apostrofa Dante non è solo un suo
contemporaneo, ma uno che l’ha conosciuto in vita: Pier Da Medicina che si arricchì, secondo

varie testimonianze, seminando rancori tra Guido Da Polenta, signore di Ravenna e Malatesta signore di
Rimini. Come Maometto anche Piero manda un avvertimento profetico ai vivi chiedendo di avvisare i due
principali cittadini di Fano, Guido del Cassero guelfo, e Angiolello da Carignano ghibellino, che saranno
presto uccisi a tradimento dal signore di Rimini. l'accenno a Rimini, governata da quel tiranno, gli dà poi
modo di presentare Curione, colui che secondo Lucanoaveva spronato Cesare a varcare il Rubicone e a dare
inizio alla guerra civile con Pompeo. Curione ha la lingua mozzata e ciò è sembrato contraddittorio col
giudizio positivo che Dante dà di Cesare e della sua azione politica, inclusa la guerra con Pompeo che
l'avrebbe portato alla vittoria, ma in realtà ciò non esclude la condanna dell'atto di Curione che agì per
scopi personali e non certo per il bene di Roma o del futuro Impero. Si avanza ora un terzo di questa
seconda serie di peccatori: la sua immagine è più focosa e tragica di quelle finora incontrate. Si tratta
questa volta della città a cui fin dal principio è fisso il pensiero di Dante ovvero Firenze. Qui troviamo Mosca
dei Lamberti: la sua dannazione era stata predetta da Ciacco nel Canto VI e ora lo troviamo in questa Bolgia
con le mani mozzate per aver incitato all'uccisione di un nemico della propria consorteria. L'uomo si era
distinto per i suoi meriti civili, ma questa colpa è imperdonabile in quanto ha aperto la strada alle lotte tra
Guelfi e Ghibellini a Firenze, inoltre ha causato la scomparsa dalla scena politica della famiglia dei Lamberti.
Dante glielo ricorda aggiungendo dolore a dolore (Mosca si allontana come persona trista e matta,
provando forse rimorso per il male provocato).

Le discordie in campo politico e familiare riguardano infine anche l'ultimo dannato mostrato in questo
episodio, quel Bertran de Born che fu celebre trovatore provenzale e che Dante aveva elogiato nel DE
VULGARI ELOQUENTIA come «poeta delle armi» e loda nel CONVIVIO per la sua liberalità. La descrizione di
Bertran che cammina tenendo in mano il suo capo mozzato come se fosse una lanterna può apparire poco
credibile ai lettori e Dante premette di essere restio a dichiarare ciò che ha visto, se nonché la sua buona
fede lo conforta. Il trovatore sconta le discordie che insinuò tra Enrico II, re d'Inghilterra e duca di Aquitania
di cui Bertran era feudatario, e il figlio Enrico III, incitando quest'ultimo a ribellarsi al padre e per il quale,
morto prematuramente; per aver messo zizzania tra padre e figlio ora ha la testa separata dal corpo,
rendendo quindi evidente il contrapasso: il capo diviso dal corpo rappresenta la divisione che il peccatore
ha operato tra padre e figlio.

-Canto XXIX Dell’Inferno

Il nuovo canto ci porta nell’ultima bolgia, dove sono puniti i falsari la cui rappresentazione occuperà tutto il
canto successivo. L’attacco del nuovo episodio, con la visione dall’alto della bolgia è un po’ ritardato, come
altre volte avviene. Per una quarantina di versi si indugia ancora a dare un ultimo sguardo alle tragiche
ombre della bolgia precedente dove si prolunga la vis drammatica che dominava la bolgia delle discordie. In
questi primi versi regna una profonda pietà: Dante resta a guardare la bolgia, indotto al pianto, dalle tante

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
piaghe là raccolte e Virgilio deve scuoterlo a distoglierlo. Ma una nuova ombra si fa presente in quel fondo
oscuro: è Geri del Bello, un parente di Dante, la cui violenta morta è ancora invendicata in terra, egli fa un
cenno di minaccia verso Dante e si allontana sdegnoso senza rivolgergli parola. Dante se ne rattrista ma
Virgilio non consente indugi e taglia bruscamente : ‘Attendi ad altro ed eì là si rimanga’ il tema si ricollega a
quello delle vendette e degli odi tra le consorterie, che era stato affrontato nel Canto precedente con la
figura di Mosca dei Lamberti (il quale era dannato proprio per aver ordinato l'uccisione di un nemico del
suo clan, foriera di gravi conseguenze per Firenze e la sua famiglia).

Abbandonata la bolgia nona, ai due poeti appare un nuovo spettacolo di dolore. La scena è simile, in
qualche modo parallela a quella vista nella bolgia precedente: là corpi feriti e mutilati, qui penosamente
ammalati di ripugnanti e deformanti malattie. Anche la similitudine iniziale ricalca l’attacco dell’altro canto
dove sono chiamati a confronto tutti i più celebri campi di battaglia della storia, qui gli ospedali delle zone
più malsane e malariche d’Italia, come la Maremma e la Valdichiana. Per descrivere l'orribile spettacolo dei
corpi dei dannati rosi dalla scabbia e da altre malattie il poeta ricorre anche ad un’altra similitudine: tratta
dal mito classico ovvero la pestilenza di Egina, scatenata da Giunone per la gelosia verso la ninfa amata da
Giove e che fece strage degli abitanti dell'isola. I falsari, divisi in quattro specie( di metalli, di monete, di
persone, di parole) sono dunque puniti con la malattia, che altera e corrompe il loro aspetto fisico come
essi alterano la natura di ciò che falsificarono, questo sembra almeno il senso del contrappasso,
particolarmente appropriato ai primi che qui si incontrano, gli alchimisti.

Il tono della descrizione è lento e penoso e sembra ispirato a pietà. Gli ammalati sono prostrati a terra e
non hanno nemmeno la forza di alzarsi e camminare. Dante e Virgilio camminano muti e come oppressi da
quella vista ripugnante.

Ma quando dalla visione d’insieme si passa ad individuare due singole figure, circa alla metà del canto, il
tono e il linguaggio cambiano bruscamente infatti la descrizione dei due malati, due lebbrosi che si
strappano spasmodicamente le squame scabbiose dal corpo, tormentati da un prurito che sembra si
rinnova, è di apro realismo, condotto con lo stile comico e petroso. I due peccatori sono due alchimisti
toscani: Griffolino d’Arezzo e Capocchio fiorentino, a quanto pare ben noti a quel tempo, qui dannati come
falsificatori di metalli. Dante denuncia in loro la pratica illecita dei molti che spacciavano per veri oro e
argento falsi. Che si potessero trasformare in metalli vili, quali il piombo, in metalli nobili quali l’oro e
l’argento scomponendoli nei loro elementi e ricomponendoli per mezzo di un reagente detto pietra
filosofare( questo era in origine lo scopo DELL’ALCHIMIA) era ritenuto possibile in teoria e lo avevano
creduto uomini come Alberto Magno e Tommaso d’Aquino. Il tono è realistico anche nel successivo
discorso, con Griffolino che ricorda il motivo grottesco per cui Albero da Siena lo ha mandato a morte
(un'ingenua beffa che si è trasformata in tragedia per la stupidità del nobile) e Capocchio che risponde in
modo sarcastico a Dante affermando che tra i Senesi, la cui vanità è proverbiale, devono essere salvati
alcuni personaggi che in realtà sono campioni di frivolezza. Il discorso di Capocchio è simile a quello dei
Malebranche riguardo a Bonturo Dati e ai barattieri di Lucca, elencando una serie di personaggi noti per
aver fatto parte della cosiddetta «brigata spendereccia»: una combriccola di dodici giovani di Siena che si
diedero a folli spese e che in due anni avrebbero dilapidato l'incredibile somma di 216.000 fiorini. È inutile
discutere, come pure si è fatto, se tale brigata sia la stessa cantata da Folgòre da San Gimignano e a capo
della quale era un certo Nicolò di Nisi che potrebbe essere lo stesso citato in questi versi: Dante condanna
chiaramente la condotta di questi personaggi che scialacquarono i loro averi, il che non ha nulla a che fare
con la liberalità e la cortesia altre volte esaltate nelle Rime e nel poema (specie nel discorso di Guido del
Duca, in Purg., XIV, 91 ss.). La condanna delle folli spese ricorda naturalmente gli scialacquatori del Canto
XIII, ma si riallaccia anche al discorso relativo al denaro e all'aspetto mercantile della civiltà comunale, a più

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
riprese condannato da Dante: il tema anticipa quello dei falsari di monete che appariranno nel Canto
seguente e che hanno agito, non diversamente dagli alchimisti, spinti dall'avarizia e dalla cupidigia che
hanno profondamente corrotto la vita dei Comuni del Trecento.

-Canto XXX dell’Inferno

Il Canto chiude la parentesi dedicata alla pena del falsari e presenta, in modo simile a quanto si è visto nel
Canto precedente, un'alternanza di toni elevati, retoricamente complessi da un lato e di uno stile aspro,
comico-realistico dall'altro, attraverso cui Dante descrive la pena dei dannati e al contempo svolge un
importante discorso di poetica. Il canto comincia con un’ampia, doppia similitudine, tratta dal mito, e svolta
con linguaggio alto e tragico: la prima riguarda la furia di Giunone contro Tebe, perché gelosa di Semele,
figlia del fondatore della città, Cadmo, e amata da Giove, ella fece incenerire Semele e impazzire Atamante
tanto che egli arrivò ad uccidere la moglie(sorella di Semele) e i due figlioletti. L’altra similitudine riguarda
Ecuba, impazzita per aver appreso della morte dei figli Polissena e Polidoro in seguito alla fine di Troia. I
entrambi i casi modello è Ovidio (Met., IV, 512-530; XIII, 399 ss.), che Dante nel primo esempio segue quasi
alla lettera: il delirio di Atamante che scambia la moglie e i figli per una leonessa e i leoncini è descritto con
particolari crudi, incluso il dettaglio della donna che si annega con l'altro carco, col figlio superstite (c'è un
parallelismo con la similitudine, anch'essa ovidiana, della peste di Egina rievocata nel Canto XXIX per
descrivere le malattie della Bolgia). La seconda similitudine è meno realistica ma altrettanto ricercata
nell'accostare la miseria di Ecuba fatta prigioniera all'altezza de' Troian che ambiva a tutto e che fu distrutta
insieme al suo re: non a caso Dante sceglie come esempi Troia e Tebe, due mitiche città che erano al centro
di importanti cicli epici della poesia classica e attraverso il cui esempio costruisce un esordio elevato,
retoricamente prezioso per descrivere il furore di Gianni Schicchi e di Mirra (anche quest'ultima, del resto,
personaggio tratto dalla mitologia greca). Il senso è che nessuno dei più crudeli furori del mito antico
sfrenatisi contro essere umani era paragonabile a quello dei dannati che appaiono ora in corsa sulla scena,
e ciò conferisce ai loro atti violenti una misura di disumanità e orrore. A questo primo tragico quadro fa
seguito l’atto crudo e grottesco dell’ombra in corsa che addenta Capocchio al collo e lo trascina lungo la
bolgia. Questi due rabbiosi, cioè IDROFOBI, che traversano la scena sono, come dirà Groffolino, due
falsificatori di persona, diversi di tempo e di qualità: l’uno è l’anima antica di Mirra, che come narra Ovidio,
arse d’amore per il proprio padre, re di Cipro,e con l’aiuto della nutrice fingendosi altra donna soddisfece la
sua passione, l’altro è Gianni Schicchi, della famiglia dei Cavalcanti di Firenze che riuscì a contraffare
l’aspetto di un ricco morente, facendo un falso testamento e assegnando a se stesso una pregiatissima
mula. Successivamente appare un’anima ben diversa dalle altre fin qui incontrate: con questo personaggio
Dante ritrova quell’intenso concentrarsi ed elevarsi della fantasia proprio dei momenti forti del poema e in
particolare degli incontri con persone del suo tempo. Si tratta questa volta di un MONETIERE che si nomina
maestro Adamo ed è quindi in possesso di una cultura accademica, ma egli usò la scienza per un misero e
fraudolento scopo: falsificò i fiorini d’oro di Firenze su istigazione dei conti Guido di Romena, inserendovi
tre carati di metallo vile. Colto in flagrante fu mandato al rogo e ora sconta qui il suo peccato di falsatore di
monete, colpito da una malattia che lo deforma e lo tormenta, l’IDROPISIA, malattia che gonfia il ventre per
ritenzione di liquidi facendo gonfiare le membra e massimamente il ventre. Dante ne descrive prima
l’aspetto grottesco, assomigliando ad un liuto per l’enorme pancia e poi lo fa parlare con modi solenni e
nostalgici all’inizio, cupi e feroci alla fine. L’attacco biblico e l’accenno elegiaco ai freschi ruscelli del
CASENTINO, la sua terra, che fanno più terribile la sua arsura presente, muovono a pietà creando
l’immagine di un uomo dai sentimenti nobili e delicati. Ma, proseguendo il monetiere rivela un ben diverso
volto: c’è in lui un odio, un rancore inestinguibile verso coloro che lo indussero al peccato, tanto che per

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
vederli dannati nella bolgia egli si sposterebbe anche di una sola oncia in cent’anni, trascinandosi dunque
per secoli sul suo duro fondo. Nel duplice aspetto della personalità di Adamo si rivela l’uomo infernale
come lo ha pensato Dante in questa più bassa zona dell’imbuto: per un verso ancora dotato delle qualità
che lo distinsero in terra, per l’altro degradato ormai a sentimenti che hanno del disumano.

Ma la gamma dei toni usati in questo canto non è ancora esaurita, come non è esaurita la personalità di
maestro Adamo che deve scendere ancora un ultimo scalino. Vicino a lui sono sdraiati due altri peccatori,
febbricitanti che chiudono la serie dei falsari qui incontrati. Gli alchimisti, colpiti da lebbra; i falsatori di
persona, furiosi per idrofobia, i falsatori di monete, idropici; questa ultima coppia infine malati di FEBBRE
ACUTA, sono DUE FALSIFICATORI DI PAROLA.

Si tratta di un personaggio biblico , la moglie di Putifarre, Faraone d’Egitto. Ella avendo invano tentato di
sedurre Giuseppe, figlio del patriarca Gaicobbe, lo accusò per vendetta di fronte al marito di aver voluto
usarle violenza. Il secondo personaggio è il greco Sinone, personaggio dell’Eneide che con un falso racconto,
convinse i Troiani a portar dentro le mura il cavallo di legno pieno d’armati lasciato dai greci sul lido, che fu
la rovina della città. Lo stile torna poi ad abbassarsi drasticamente nel finale dell'episodio, con la volgare
rissa tra Mastro Adamo e Sinone che è il «pezzo forte» dell'intero Canto e in cui Dante si ispira, in maniera
quasi dichiarata, a quella poesia comico-realistica di cui lui stesso in passato era stato esponente. Lo
scontro tra i due dannati è infatti una vera e propria «tenzone» poetica, uno scambio di insulti e improperi
in cui ciascuno risponde «per le rime» all'avversario, in modo simile a quanto Dante stesso aveva fatto nel
celebre scambio di sonetti offensivi con Forese Donati. Il linguaggio è crudo e ricco di termini popolari e
gergali, come epa croia (il ventre teso per il gonfiore, dal prov. croi), ti crepa, l'acqua marcia, si squarcia,
rinfarcia (riempie), ma anche di giochi di parole e trovate sarcastiche, con Sinone che accusa Adamo di non
essere stato agile ad andare al rogo quanto lo fu nel falsificare monete, Adamo che prima risponde
ricordando le bugie di Sinone a Troia e poi ribattendo che se lui ha la lingua arsa dalla sete anche Sinone
brucia di febbre, tanto che per leccar lo specchio di Narcisso non avrebbe bisogno di grandi inviti (da notare
l'uso di un'espressione mitologica ed elevata entro un discorso basso e volgare). Ciascuno dei due duellanti
pronuncia esattamente una terzina, rimbeccando le accuse dell'avversario come avveniva nel «contrasto»,
altro genere assai in voga nella poesia popolare: ed è naturalmente significativo che Virgilio rimproveri
aspramente Dante che indugia compiaciuto ad osservare la rissa, affermando che voler ciò udire è bassa
voglia (la reazione del discepolo sarà di enorme vergogna, al punto che il maestro lo perdonerà subito).
Dante prende le distanze da quella poesia di genere comico che aveva sperimentato nella «tenzone» con
Forese e che ora respinge per ragioni stilistiche e morali: come nel Canto V aveva condannato certa poesia
amorosa che può portare alla dannazione, così qui egli supera una fase della sua precedente produzione
nella quale non può più riconoscersi, come appare chiaro dalla raccomandazione di Virgilio -ragione che
dovrà sempre averlo allato qualora si ripresentassero occasioni simili.

Lo stile degli ultimi versi torna poi nuovamente ad elevarsi, con la raffinata replicazione dei vv. 136-137
(sogna... sognando... sognare) e del v. 140 (scusarmi... scusava) e il linguaggio raffinato di Virgilio. Il finale si
riallaccia all'eleganza dell'esordio, per cui l'episodio di Mastro Adamo e Sinone viene racchiuso come una
parentesi da trascurare, proprio come da superare come chi sogna un fatto a lui dannoso, una sua sventura
e svegliandosi si augura che sia un sogno.

-Canto XXXI dell’Inferno

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
Il nuovo canto abbandona Malebolge e ci conduce verso l’ultimo e più terribile cerchio dell’Inferno
dantesco. Come al passaggio dall’incontinenza alla violenza, o dalla violenza alla frode anche questa volta
dante pone una cerniera narrativa e figurativa che serva da introduzione al nuovo ambiente dove si sta per
entrare. Tra incontinenti e violenti stanno le MURA arroventate della città di Dite, l’opposizione dei diavoli,
l’apparire delle Erinni, infine l’arrivo del messo celeste; tra violenti e fraudolenti c’è un pozzo profondo
custodito da Gerione, la sozza immagine di froda, ed ora tra i due cerchi dei fraudolenti cioè tra gli
ingannatori e i traditori è posto un altro alto dislivello. Ma la scenografia è nuova e imponente e un intero
canto è dedicato ad interi personaggi che acquistano così un rilevo maggiore e diverso da tutti gli altri fin
qui incontrati. All’entrata del cerchio glaciale, dove è confitto Lucifero Dante ha creato uno scenario
solenne e pauroso, una cerchia di enormi torri che s’intravedono da lontano nell’oscurità: all’avvicinarsi, ci
si rende conto, per bocca di Virgilio che non si tratta di torri ma di giganti, che si ergono mobili intorno al
pozzo infernale. Lo stesso paesaggio oscuro racchiude una minaccia: siamo giunti al regno dell’odio di cui il
ghiaccio è simbolo, dove ogni segno di umanità verrà meno e le mute e gigantesche figure che lo
presiedono sono certamente la più geniale tra le invenzioni dei mitologici custodi infernali della Commedia.
Il loro significato è chiaro ed ampiamente documentato: essi rappresentano nella loro stessa possanza fisica
e nel tentativo materiale di raggiungere il cielo la superbia dell’uomo che per l’eccellenza spirituale e
morale avuta in sorte crede di potersi fare eguale a Dio. Ed è anche sintomatico il fatto che là essi seguano
immediatamente il primo di tali esempi, Lucifero, precipitato dal cielo nell’abisso, come qui essi circondano
muti e immobili la ghiaccia dove egli è confitto. Il loro peccato è infatti lo stesso del supremo degli angeli
che si ribellò al suo creatore pretendendo di farsi uguali a lui.

Dante raccoglie due tradizioni creando questo canto singolare, tutto affidato all’invenzione figurativa: qui
non ci sono infatti vere persone, e quindi drammi individuali, dovuti a situazioni morali. Il contrappasso che
colpisce questi grandi superbi è l’essere ridotti all’impotenza fisica, all’ottenebrazione della mente.
Incatenati, muti, poco più che statue essi comprendono ma non sono in grado di comunicare. All’inizio
Dante li presenta come una cerchia di torri che appare da lontano nella nebbia: la torre è chiaramente
simbolica del tentativo di assalto al cielo, così sia la torre di montagne a Flegra sia la torre di mattoni eretta
a Babele sono figura dello sforzo compiuto dall’uomo per ergersi dalla terra in alto fino a Dio. E di questa
torre Dante fa l’immagine chiave del canto dall’inizio alla fine quando paragona l’ultimo gigante incontrato
alla torre bolognese della Garisenda vista contro le nuvole, in quanto Anteo nel chinarsi a prendere Dante e
Virgilio dava l’impressione ottica della torre pendente, quasi in procinto di cadere

La presentazione dei giganti avviene per gradi, coi due poeti che si avvicinano al pozzo dove sono confitti e
Dante che nella semi-oscurità ne intravede la sagoma e li scambia per torri, è Virgilio a spiegare al
discepolo la situazione dicendogli che queste torri sono in realtà giganti, i quali erano personaggi della
mitologia greca, figli della Terra e di Urano, smisurati per altezza e forza e che tentarono nella loro superbia
la scalata dell’olimpo sovrapponendo l’Ossa al Palio, ma furono abbattuti da Giove a Flegra come è
ricordato da Capaneo. Si credeva sulla base della scrittura alla reale esistenza nei tempi antichi di tali esseri
giganteschi poi non più prodotti dalla natura, ma l’immanità fisica era fin dall’antichità figura della
grandezza umana che si levava superbamente contro dio. Di grande rilievo è il commento che egli aggiunge
al fatto che la natura abbia cessato l’arte di tali creature perché dove alla potenza fisica e al mar volere si
aggiunge l’argomento della mente cioè la ragione non c’è alcuna possibile difesa.

Nel passare dall’uno all’altro lunga la proda del pozzo, si incontra prima Nembrot a cui è dato il Maggior
rilievo: egli pronuncia incomprensibili parole, certo di allarme per i nuovi venuti e Virgilio lo apostrofa
duramente chiamandolo anima sciocca. La confusione delle lingue con cui Dio punì gli uomini per la loro
superba iniziativa, tocca Nembrot, l’ideatore della torre nel modo più assoluto: nessuno al mondo può

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
intenderlo ed egli non intende nessuno, perduto il linguaggio infatti non è più un uomo ma un bambino che
segue solo l’istinto e le passioni. Di fronte alla presunzione intellettuale della sfida terribile e misera appare
questa condizione, punizione ben peggiore dei fulmini di Flegra che colpiscono l’uomo all’esterno e non
all’interno. Secondo la tradizione, basata sulla Scrittura, gli uomini parlarono una sola lingua fino alla
costruzione della torre di Babele, lingua che si riteneva fosse l’ebraica e che corrispondeva all’idea
dell’unico impero, segno dell’umana concordia, per questo si da enorme importanza alla figura di Nembrot,
primo e distaccato tra tutti gli altri giganti.

Giunti sotto a Nembrot,i due poeti sono ormai sull’orlo del pozzo avendo compiuto l’attraversamento
dell’argine, volgono quindi a sinistra, per giungere là dove potranno avere il modo di scendere nell’ultimo
cerchio. Qui incontrano il secondo gigante ovvero Fialte, il più forte e audace di colore che sfidarono Giove
a Flegra, quello che accatastava le montagne una sull’altra per raggiungere il cielo. Qui egli appare avvinto
da strette catene che gli impediscono di muovere le braccia già così ardite. Egli non pronuncia parola ma ai
discorsi dei due pellegrini,irato, si scuote come potrebbe fare una torre sotto il terremoto: la sua muta
impotenza manifesta così una passione propria dell’uomo, l’ira, in modo tanto più pietoso quanto più
disumano. L’ultimo infine è Anteo, figlio di Nettuno e della Terra si nutriva di carne di leone e dormiva sulla
nuda terra, sua madre, dalla quale riceveva sempre nuove forze. Fu ucciso da Ercole, che riuscì a tenerlo
sollevato dal suolo. A differenza degli altri due già incontrati Anteo è punito meno severamente perché
nato troppo tardi per partecipare alla rivolta di Flegra, infatti esso può parlare e non è incatenato. la sua
funzione sarà dunque analoga a quella di altre figure demoniache dell'Inferno, con la differenza che il poeta
latino lo convince a collaborare con un elaborato discorso retorico, una specie di suasoria che solletica la
vanità del gigante. Virgilio inizia infatti con una captatio benevolentiae, ricordando in toni elevati che Anteo
riportò in vita molti trofei, avendo ucciso più di mille leoni nella valle di Zama (c'è anche il riferimento alla
battaglia in cui Scipione sconfisse Annibale, che eleva lo stile); era stato talmente forte che forse, se avesse
preso parte allo scontro di Flegra, avrebbero vinto i figli de la terra, ovvero i giganti; egli non deve indurre i
due poeti a rivolgersi a Tizio o Tifeo, giganti meno forti di lui secondo la testimonianza di Lucano (Phars., IV,
595 ss.) e se li aiuterà, Dante lo nominerà nei suoi versi dandogli così fama immortale. Il discorso di Virgilio
è da intendere in senso antifrastico, in quanto la citazione di Anteo nel poema non sarà certo lusinghiera
nei suoi confronti: ironica è dunque la captatio benevolentiae, mentre il gigante è descritto in modo
parodico come un essere privo di volontà, una sorta di burattino che si piega alla volontà divina e aiuta i
due poeti a proseguire il viaggio come è voluto da Dio, di cui il gigante è un mansueto e fedele strumento. Il
ruolo di Anteo non è dunque diverso da quello di altri personaggi del mito incontrati durante la discesa,
descritti nei loro aspetti bestiali o come bizzarre deformazioni della Trinità o della giustizia divina (si pensi
soprattutto a Cerbero e Minosse): la presenza di Anteo e degli altri giganti in questo episodio è necessaria
anticipazione della figura di Lucifero, la cui apparizione verrà evocata e preparata per gradi nei due Canti
successivi e che chiuderà in modo non meno paradossale la rappresentazione del doloroso regno.

Così il gigante accetta le lusinghe, li deposita al fondo del pozzo con delicatezza, si leva dritto e torna
immobile come albero di neve ( anche Lucifero sarà paragonato ad un albero di Neve).

-Canto XXXII dell’Inferno

‘S’io avessi le rime aspre e chiocce’ se io possedessi un linguaggio poetico tale che convenissi al terribile
luogo che sto per descrivere.. Una simile dichiarazione di difficoltà e di impotenza è nuova nell’Inferno.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
Dante pone all’inizio di questo canto un vero e proprio prologo, con dichiarazione dell’argomento ed
invocazione alle Muse, quasi a significare che questa ultima zona dell’abisso, dove abita Lucifero, è come un
regno a parte, diverso per qualità da tutti i cerchi che lo precedono. Qui ogni tratto della persona umana
appare cancellato e stravolto in quanto è stato violato quel prezioso e delicato valore che caratterizza
l’intimo dell’uomo, l’amore libero e fiducioso: chi è capace di tradirlo perde la sua qualità umana. Il fatto
che colui che nella bolgia dei ladri ha esaltato la sua capacità di artista in gara con gli antichi poeti, ha un
preciso significato: non c’è parola umana adeguata a ciò che oltrepassa i limiti stessi dell’umano. In questa
introduzione egli usa il topos dell’ineffabilità, dicendo che non ci sono rime così aspre e chiocce che arrivino
ad esprimere in modo adeguato ciò che egli vide nel triste fondo dell’universo. Per questo egli invoca le
Muse perché gli siano d’aiuto, quelle stesse che aiutarono il poeta Anfione quando con il suo canto indusse
le pietre del Citerone a scendere dal monte e cingere Tebe di mura. Dante sembra voler dire che come
Anfione con la poesia riunì le pietre per costruire Tebe, così lui si accinge con i suoi versi a costruire un’altra
e più terribile Tebe(essa era per gli antichi la città delle più tremende iniquità). Si tratta di un luogo
connotato dalla disumanità dove è presente un lago di ghiaccio, simbolo della pietrificazione del cuore, così
spesso che neppure una montagna cadendo lo potrebbe incrinare. Il lago è formato da Cocito, il quarto dei
fiumi infernali, che Dante ha immaginato ghiacciato, creando così un evidente contrappasso: come il fuoco
è il segno dell’amore, così il ghiaccio dell’odio, che impietra i cuori, togliendo ogni moto, ogni sentimento
umano. In questo ghiaccio stanno immersi i traditori che Dante ha posto al grado più basso della scala dei
peccatori: infatti il tradimento è il più grande dei peccati, perché è il più grave peccato contro l’amore, in
quanto non rompe solo il vincolo dell’amore naturale tra gli uomini, come fa la frode, ma quel più stretto
legame instaurato da speciali rapporti, quali la parentela, l’amicizia, la gratitudine per cui un uomo si fida
totalmente dell’altro. Chi può tradire questa fiducia perde la sua dignità umana. Per questo nell’ultimo
cerchio non troveremo più quella pietà che accompagna tutto il cammino infernale perché qui manca
l’oggetto proprio a cui quella pietà può fare riferimento e cioè la persona umana. La gravità del tradire è
proporzionale alla gratuità dell’amore tradito: l’amore di parentela è infatti il meno libero, come quello del
benefattore, di cui il massimo esempio è Cristo verso l’uomo, è il più libero e gratuito fra tutti poiché esso
non è dovuto e non chiede nulla in cambio.

Per rappresentare questo cerchio estremo Dante ha creato un paesaggio quasi irreale: per assomigliare la
ghiacciaia desolata che egli si vede intorno, non ci sono luoghi terreni noti, se non i favolosi fiumi del
settentrione, narrati dai poeti come il Tanai e il Don e lo spessore di quel ghiaccio non si romperebbe
neppure se vi cadessero le montagne Apuane. L’assurda iperbole, il paragone favoloso, sono altrettanti
mezzi per esprimere l’estraneità, la disumanità di questo luogo. E la gente che popola questo raggelato
deserto non è meno sconcertante allo sguardo: intorno a sé Dante vede solo teste chine che emergono
sulla superficie ghiacciata, mentre i corpi illividiti traspariscono al di sotto come stanno le rane nei fossi, con
il muso fuori dall’acqua. E in quelle teste le bocche battono i denti e gli occhi sono ostinatamente volti al
basso piangenti. In questo ambiente dove ogni tratto accresce l’orrore, Dante cammina, avvertito da una
voce che rompe il silenzio glaciale di stare attento a non calpestare le teste dei miseri fratelli.

Gli incontri sono disposti con simmetria, secondo uno schema di chiasmo: due peccatori posti al principio,
stretti l’uno all’altro e muti sono due fratelli, Napoleone e Alessandro degli Alberti, conti di Mangona,
ghibellino il primo, guelfo il secondo, che si uccisero reciprocamente come i due antichi fratelli Eteocle e
Polinice che si uccisero l’un l’altro sotto le mura di Tebe. Poi uno senza orecchie per il freddo che parlerà
denunciando a Dante i nomi di altri quattro compagni: Focaccia di parte Bianca, Camicione dei Pazzi che
uccise un suo congiunto, Carlin dei Pazzi, Sassol Mascheroni. Si lascia qui la Caina( la prima zona) per
entrare nell’Antenora, dove stanno i traditori della patria ( detta Antenora da Antenore troiano che
secondo una tradizione post omerica consegnò Troia ai greci aprendo lo sportello del cavallo di legno).

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
Ed ecco un altro incontro centrale nel canto e il più drammatico che del canto è la punta e ne condensa il
significato: il fiorentino Bocca degli Abati, il traditore di Montaperti che per Dante rappresenta il traditore
per antonomasia. Dante tra i mille traditori che costellano la ghiaccia urta con il piede proprio quello del
‘suo’ traditore che perdette Firenze e la consegnò alla mercé dei suoi nemici. Il gesto inaudito che Dante
compirà per costringerlo a rivelare il suo nome è tutt’altro che un semplice sfogo di vendetta personale
come è stato detto ma si tratta di un ben voluto effetto di disumanità che corrisponde all’ambiente qui
costruito: solo tali gesti e parole si convengono a tali uomini. Il fatto personale senza dubbio è presente ma
tutto il poema infondo lo è : ogni fatto, ogni incontro che toccò la vita del suo autore diventa esempio
dell’universale storia umana vista nella prospettiva dell’eterno.

‘perché mi peste’? è lo stesso grido di Pier delle Vigne e come quello significa ‘ siamo pur degli uomini’. Ma
la reazione di Dante qui è ben diversa, quasi voglia significare che l’appello all’umanità qui non ha più luogo
qui, dove ciò che è proprio dell’uomo è stato tradito. ‘se tu non vieni a crescer vendetta di Montaperti
perché mi moleste?’ i due versi sono densissimi: il pensiero del tradimento commesso rode sempre il cuore
del traditore, tanto che pensa gli sia dovuta altra pena, e d’altra parte la parola vendetta più volte usata per
designare la punizione divina, qui viene a denominare insieme un’altra realtà: di fatto il fiorentino guelfo
che attraversa l’inferno per volere divino viene veramente qui ad accrescere la vendetta celeste con la
propria. il ricordo era ancora vivo al tempo di Dante e se ne era parlato anche nell'incontro con Farinata
degli Uberti (Canto X), peraltro in toni ben più elevati e nobili che non in questi versi. Ciò spiega anche la
volontà del poeta di forzare Bocca a fare il proprio nome, l'insistenza con Virgilio per trattenersi lì, la
violenza fisica che egli esercita sul dannato nel tentativo vano di estorcergli una confessione. Svelato il
nome di Bocca,da parte di un altro traditore, Dante abbandona il registro basso e violento per elevarsi al
tono solenne del giudizio, dal fatto personale alla condanna etica : il ritmo stesso ha andamento largo e
scandito, in contrasto con le forme interrotte e brusche del dialogo precedente. Già il Dante personaggio
tiene questa distanza dal fatto personale: la cosa è rilevante perché anche l’atto e il parlare di prima non
sono trascendimento feroce di chi è coinvolto nello stesso peccato, ma vogliono significare che non si può
parlare con quell’uomo, dialogare con lui, se non su quel piano, ogni altro tono è qui escluso. Tutta
l’orchestratura del canto vuole condurre il lettore all’ultima scena in cui un uomo divora il cranio di un altro,
arrivando al culmine del disumano. E a questo punto ritorna puntuale il ricordo di Tebe che aveva aperto il
canto, quella Tebe dove, come narrava Stazio, Tideo morente si fece portare la testa sanguinate del nemico
per poterla divorare. La scena è descritta con un distacco quasi scientifico come si parlasse di cose e non di
uomini. I due sono muti come i primi due , nemmeno il loro nome viene pronunciato.

-Canto XXXIII dell’Inferno

La scena disumana in cui Dante ci ha introdotto nel canto precedente, si dispone ora quasi a fare da cornice
al racconto che ci attende,forse il più celebre della Commedia. Siamo nell’ultimo luogo dell’Inferno e
nell’ultimo canto dove si parlerà ancora con degli uomini, sia pur degradati a poco più che pietre; nel
prossimo infatti, dove si traverserà la quarta zona di Cocito, la Giudecca, i peccatori saranno sommersi
totalmente nel ghiaccio e neppure la testa e neppure la testa affiorerà alla superficie.

Questo incontro è dunque l’ultimo dell’Inferno e Dante ha voluto esprimere in esso il suo più profondo
significato che non sta nelle pene, nel fuoco e nel ghiaccio, nella pece bollente o nei corpi dilaniati ma nello
strazio dei cuori di cui la malvagità umana è causa e nell’odio che rende disperato il dolore. Per questo la
storia che qui si narra commuove e tocca gli animi più di ogni altra, si tratta del celebre racconto del conto
Ugolino, che qui sconta il tradimento del partito ghibellino e fu a sua volta tradito da Ruggieri che lo fece

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
condannare a morte, e parla al solo scopo di dare infamia a colui che ha decretato la sua morte atroce e del
cui cranio egli si ciba bestialmente, essendo posto nella stessa buca insieme a lui.

‘Io fui conte Ugolino’ Ecco che si svela il nome del peccatore, ben noto alla cronaca del suo tempo: nel 1288
Ugolino della Gherardesca, signore di Pisa, fu per opera dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini condannato
per tradimento e chiuso nella torre dei Gualandi, dove fu lasciato morire di fame , insieme a quattro tra i
suoi figli e nipoti dopo alcuni mesi di prigione.

Dante altera parzialmente la verità storica dell'episodio, poiché Ugolino fu imprigionato coi due figli Gaddo
e Uguccione e i due nipoti Anselmuccio e Nino, detto il Brigata; di questi solo Anselmuccio era quindicenne,
mentre gli altri erano adulti e Nino dedito a omicidi e atti criminali. Il suo intento non è ovviamente quello
di risarcire Ugolino dell'ingiustizia subita, né di muovere a compassione con un racconto patetico, quanto
piuttosto stigmatizzare attraverso la vicenda del conte le lotte politiche che dilaniavano le città del suo
tempo e tra cui Pisa spiccava per la sua crudeltà. Se forse era giusto condannare a morte Ugolino per il
sospetto di tradimento dovuto alla cessione dei castelli a beneficio di Firenze e Lucca, ingiusto e crudele era
stato uccidere con lui i figli innocenti per la giovane età e la cui terribile morte accrebbe la pena già atroce
cui fu sottoposto Ugolino; sullo sfondo c'è probabilmente anche l'ingiusta condanna all'esilio che lo stesso
poeta aveva subìto nel 1302 e che aveva coinvolto i suoi figli costretti a seguirlo, innocenti come i figli di
Ugolino in quanto estranei alle accuse (peraltro false) mosse da Firenze al loro padre. Dante tratteggia
dunque una tragedia a tinte fosche e con un tono lirico ed elevato che si distingue da quello comico-
realistico del Canto precedente: la giovane età dei figli del conte è funzionale a questa rappresentazione ed
è come una sorta di contrappasso per Ugolino già in vita, poiché egli aveva tradito politicamente la propria
patria e ora, nella prigionia, deve assistere impotente alla morte dei figli.

Il racconto di Ugolino si divide in tre momenti, che corrispondono al sogno premonitore, al momento in cui
l'uscio viene inchiodato, all'agonia straziante di lui e dei figli. Il sogno prefigura la condanna a morte del
conte e dei ragazzi, in quanto l'uomo sogna l'arcivescovo che guida una battuta di caccia sul monte San
Giuliano, sulle tracce di un lupo e dei suoi piccoli (Ugolino e i figli), raggiunti da cagne magre, studiose e
conte che alla fine li sbranano. Questo primo atto della tragedia si conclude col rimprovero di Ugolino a
Dante, che dovrebbe piangere al tristo presagio di quanto si annunciava. Il mattino dopo, infatti, il sogno si
avvera: i figli piangono e chiedono il pane, mentre si avvicina l'ora in cui il cibo era solitamente portato loro,
e ognuno è in dubbio perché tutti sembrano aver fatto un sogno simile a quello descritto. All'ora del pasto
sentono che l'uscio della torre viene inchiodato e diventa chiaro quale sarà il loro orrendo destino: Ugolino
resta impietrito e non osa parlare, nonostante l'accorata domanda di Anselmuccio (Tu guardi sì, padre! che
hai?). Il terzo momento inizia il giorno seguente, quando il conte vede il volto smunto dei ragazzi e si morde
le mani per rabbia: i figli gli offrono di cibarsi di loro mostrandosi pronti all'estremo sacrificio e il conte si
placa per non inquietarli; nei giorni seguenti li vede cadere uno a uno, senza poter far nulla per aiutarli,
brancolando per due giorni sui loro cadaveri e chiamandoli per nome, fino a quando più che 'l dolor, poté 'l
digiuno. Questo verso chiude in modo drammatico il racconto, scandito nelle sue varie fasi dall'appello dei
figli al conte: prima Anselmuccio, poi tutti e quattro, infine Gaddo che muore invocando vanamente l'aiuto
del conte (e ogni volta sempre col vocativo Padre, a sottolineare il fatto che questa non è tanto la tragedia
di Ugolino uomo politico, quanto quella di un padre le cui colpe sono ricadute immeritatamente sui figli
innocenti). E infatti la conclusione dell'episodio è proprio la durissima invettiva di Dante contro Pisa, rea di
aver posto a tal croce i quattro ragazzi e che, si augura, possa essere spazzata via dall'Arno la cui foce venga
ostruita dalle isole Capraia e Gorgona: un'immagine spaventosa, simile a un castigo biblico contro la città
che viene definita novella Tebe per la sua crudeltà e per le lotte fratricide che la sconvolgono (in questi versi
pesa, naturalmente, anche la rivalità politica con Firenze). Tra la prima e la seconda parte del Canto Dante

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
inserisce poi un preannuncio della presenza di Lucifero al centro di Cocito, poiché il poeta sente sul volto
quasi insensibile per il freddo il vento prodotto dalle sue ali, che fa congelare il lago e che non si
spiegherebbe con un evento atmosferico impossibile all'Inferno. La risposta di Virgilio (sono le sue uniche
parole in ben due Canti, XXXII e XXXIII) è reticente, invitando Dante a pazientare fino a quando vedrà coi
propri occhi la causa di quel fenomeno che, evidentemente, la sua spiegazione verbale non descriverebbe
in modo appropriato. Segue poi la presentazione dei traditori degli ospiti nella Tolomea, fra i quali il
protagonista è quel frate Alberigo che uccise proditoriamente i suoi parenti che aveva invitato a pranzo, al
segnale convenuto di portare la frutta (e infatti l'espressione frutta di frate Alberigo divenne proverbiale).
L'episodio riprende il tono comico già visto nel Canto XXXII e nel quale la vicenda di Ugolino si inserisce
come una parentesi del tutto diversa: Alberigo crede che Dante e Virgilio siano due dannati, poiché le
lacrime gelate gli chiudono gli occhi, e prega il poeta di liberargli le palpebre per poter dare sfogo al dolore.
Dante accetta a condizione di sapere il suo nome, che tutti i traditori di Cocito (a eccezione di Ugolino) sono
restii a rivelare: se non manterrà la parola, Dante dovrà andare al fondo de la ghiaccia, che in realtà è un
inganno verbale in quanto Dante è destinato a raggiungere in ogni caso il centro del lago (egli gioca
sull'equivoco come già aveva fatto con Guido da Montefeltro, che al pari di Alberigo non poteva vederlo).
Ugualmente antifrastico e ironico è il linguaggio di Alberigo, che si presenta come quel del le frutta del mal
orto, alludendo al modo in cui assassinò i suoi ospiti, e che ora riceve dattero per figo (noi diremmo «pan
per focaccia»: il dattero è più pregiato del fico, quindi la pena è ancor più grave della colpa). Il dannato
definisce poi vantaggio il fatto che l'anima spesso cade nella Tolomea prima della morte del corpo, che poi
viene governato da un demone: affermazione assai ardita sul piano dottrinale, che consente però a Dante
di affermare che Branca Doria, ancora vivo al suo tempo, era in realtà già dannato all'Inferno. Il rifiuto di
Dante di mantenere la parola data ad Alberigo è stato interpretato come una sorta di «tradimento» nei
confronti del traditore, ma è più semplicemente il modo in cui il poeta diventa strumento della punizione
divina, non diversamente da quanto fatto con Bocca degli Abati nel Canto precedente e in altre occasioni
nella Cantica: l'essere stato villano verso Alberigo è stata una cortesia (due termini antitetici nel linguaggio
cavalleresco) e l'inganno di Dante conclude degnamente un episodio dedicato appunto al tradimento,
all'inganno supremo contro coloro che si fidano degli altri.

Nel racconto di Ugolino che rivive la tragedia di un padre costretto a vedere morire di fame con sé i propri
figli, senza trovare né poter dar loro alcun conforto è racchiuso il massimo del dolore pensabile sulla terra e
il massimo dell’odio causa ed effetto insieme di quel dolore. È questo il peggiore inferno né altri più atroci ve
ne sono di immaginabili: l’angusta cella della torre dove si consuma il terribile evento appare così
strettamente contigua alla ghiaccia dove è confitto Lucifero. Ci si è sempre stupiti che nel luogo più
disumano della commedia sorga il racconto che più profondamente tocca le corde dell’umano sentire;
l’amore paterno e filiale, la morte e l’impotenza di fronte alla morte stanno alle radici stesse dell’umanità e
ci si è chiesti che senso ha questa storia nell’inferno? Ci sono due volti in questo Ugolino: da una parte la
belva feroce e disumana che rode accanitamente il cranio insanguinato del suo nemico, ed egli appare così
al principio e alla fine del racconto. Dall’altra il padre straziato d’amore e di dolore per i propri figli innocenti
e condannati. Nel suo racconto appaiono due figure contrapposte: da una parte i giovani figli innocenti che
parlano che piangano che esprimono amore dolore e fiducia e dall’altra il padre muto, impietrato di
disperazione repressa che si morde le mani e tace e non risponde. Anche la scena è infernale: la cupa cella
della torre, il fioco lume, i silenzi interminabili, lo scorrere inesorabile dei giorni verso la morte. È l’inferno
stesso creato dall’odio degli uomini sulla terra; ma in questa aria tetra irrompono delle voci che spezzano il
silenzio e il buio: le voci giovanili chiedono aiuto, si offrono in sacrificio, e nel coro di questi immortali
fanciulli c’è la pietà dell’uomo e l’eterna richiesta di chi si sente abbandonato di fronte alla morte , come
Gesù sulla croce.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
La terribilità della storia sta di fatto nella mancanza di ogni luce di ogni speranza: in quell’uomo che non
riesce a parlare che pur amando i propri figli non riesce a dare a loro nessun segno di amore tanto che i suoi
gesti e sguardi riescono solo a spaventarli. Il suo cuore è serrato e buio come quella torre, figura dell’uomo
chiuso nell’odio e chiuso alla speranza. A quest’uomo fatto di pietra e belva resta tuttavia come a tutti gli
abitanti dell’inferno la capacità di coscienza e sofferenza tanto più rilevante quanto più notevole era la sua
personalità terrena: quando egli alza la testa e racconta il suo dolore e quello dei figli si solleva in lui l’uomo
che egli aveva avvilito in se stesso, quella pietà che dante non esprime mai verso di lui né come autore né
come personaggio ma tuttavia nel racconto e nelle parole che Dante gli ha messo in bocca è presente il suo
riscatto, la sua dignità umana che non può perdersi nonostante tutto: narrando egli soffre ed esprime il
dolore e la pietà dei figli, il suo rimorso di padre che di quel dolore era stata la causa, la sua umiliazione
finale.

-Canto XXXIV DELL’INFERNO

Protagonista assoluto del Canto che chiude la I Cantica è Lucifero, Lo 'mperador del doloroso regno la cui
apparizione è preannunciata da Virgilio già all'inizio dell'episodio parafrasando l'inno di Venanzio Fortunato
alla croce: nell'inno latino si diceva solo Vexilla regis prodeunt, cioè «si avvicinano i vessili del re», mentre
Dante aggiunge Inferni per significare che è prossimo l'incontro col principe dei demoni. La citazione di
Venanzio non è irriverente come è parso ad alcuni né parodica, anche se Lucifero viene di fatto accostato
alla croce dove fu giustiziato Cristo (ed è innegabile che il mostro sia un bizzarro rovesciamento della
Trinità, incluso il particolare del vento che promana dalle sue ali). All'inizio Dante non scorge nulla
nell'oscurità, salvo la sagoma di quello che gli pare un enorme mulino a vento da cui soffia un'aria gelida, la
stessa già da lui notata nel Canto precedente e di cui il maestro aveva dato poche spiegazioni: vari
commentatori hanno osservato che il vento prodotto da Lucifero è parodia del soffio dello Spirito Santo che
procede dal Padre e dal Figlio, il quale è ardore di carità mentre quest'aria fa raggelare Cocito (con
simbologia analoga, forse, al contrappasso dei traditori).

La visione del mostro è preparata con una sapiente attesa, giungendo solo dopo che Dante ha descritto i
traditori dei benefattori confitti nella quarta e ultima zona di Cocito, la Giudecca. Essi sono completamente
avvolti nel ghiaccio, simili a pagliuzze trasparenti nel vetro, e assumono varie posizioni che corrispondono,
forse, a gradazioni diverse del loro peccato (anche se di ciò Dante non fornisce alcuna spiegazione precisa).
Finalmente viene presentato Lucifero, non senza l'avvertimento di Virgilio a Dante che dovrà essere ben
coraggioso: e infatti la reazione del poeta di fronte a quello che fu il più bello degli angeli è di assoluto
terrore, tanto che rinuncia a descriverlo al lettore e si limita a dire di essere rimasto in uno stato sospeso tra
la vita e la morte, col sangue raggelato e la voce che gli muore in gola. Lucifero è infatti rappresentato come
un mostro orrendo e gigantesco, peloso, con tre facce unite a una sola testa, tre paia d'ali di pipistrello e
altri attributi animaleschi (i denti con cui maciulla i tre peccatori nelle sue bocche, gli artigli con cui graffia la
schiena di Giuda); è chiaramente una sorta di parodia della Trinità e di Dio, di cui cercò di prendere il posto
con una superba ribellione che è il supremo tradimento, il che spiega perché sia conficcato al centro del IX
Cerchio in cui proprio tale peccato è punito. Lucifero ha ovvie analogie coi giganti, qui ricordati da Dante
per le sue proporzioni smisurate e a lui accostati in quanto colpevoli di superbia e ribellione contro la
divinità (cfr. Canto XXXI, ma anche gli esempi di superbia punita di Purg., XII, 25 ss.); ricorda in parte anche

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
Cerbero, per via delle tre teste e del fatto che anche il cane infernale graffiava e scuoiava le anime dei
golosi, mentre entrambi sono indicati col termine vermo che ha significato demoniaco (Cerbero era
anch'esso, forse, un'immagine mitologica del demonio cristiano). I colori delle tre facce sono stati
variamente interpretati (come i continenti allora conosciuti, o anche Roma, Firenze e la Francia...), ma il
particolare forse più significativo sono le ali di pipistrello, che oltre a essere un animale diabolico
rappresenta un opposto sinistro della colomba, come spesso veniva rappresentato lo Spirito Santo.

I tre peccatori che Lucifero maciulla nelle tre bocche sono i tre supremi traditori dei benefattori, ovvero
Giuda che tradì Cristo e Bruto e Cassio che tradirono Cesare, anche se i peccatori della Giudecca potrebbero
essere i traditori delle due più importanti istituzioni, Chiesa e Impero. Ovviamente è la pena più grave è
quella di Giuda, posto al centro e graffiato sulla schiena dal mostro, con le gambe di fuori al contrario degli
altri due che hanno il capo di sotto (non è escluso un significato simbolico, anche se forse è solo una
simmetria compositiva). Questi sono i soli dannati della Giudecca esplicitamente nominati da Dante, per
quanto la loro pena sia diversa dagli altri traditori; la prima parte del Canto si chiude proprio con la
descrizione del loro tormento, benché Lucifero sia presente anche nella seconda dedicata al ritorno dei due
poeti all'aria aperta. È il mostro, infatti, confitto fino alla cintola nel ghiaccio, a offrire ai due l'appiglio con
cui scendere in basso verso il centro della Terra: Virgilio compie la delicata operazione con Dante
aggrappato alle sue spalle, e una volta che i due sono passati dalla parte opposta nell'emisfero australe
tutto appare incredibilmente rovesciato, con Lucifero che ha le gambe rivolte in alto e il sole che sta per
sorgere, mentre di là era al tramonto. Virgilio spiega ogni cosa a Dante, riappropriandosi dei suoi diritti di
guida e maestro dopo che per quasi due canti interi (XXXII-XXXIII) era rimasto in silenzio: il poeta latino
spiega come Lucifero sia stato precipitato lì dopo la sua ribellione e come si siano formate la voragine
infernale e il Purgatorio, per cui Dante aggiunge che una natural burella (una sorta di cavità nella roccia)
collega il centro della Terra alla spiaggia del secondo regno, che i due dovranno percorrere risalendo il
corso di un fiumiciattolo che dall'alto ha scavato il suo corso verso il basso. Si è molto discusso
sull'identificazione di questo fiume, che molto probabilmente non è altro che lo scarico del Lete: il fiume
dell'Eden che cancella la memoria dei peccati commessi e la riporta all'Inferno dove si racchiude tutto il
male del mondo, là dove si gettano i fiumi infernali nati dal Veglio di Creta (seguendo il suono dell'acqua i
due poeti risaliranno lungo la galleria, uscendo dalla cavità infernale).

Benché il percorso sia impervio e malagevole, offrendo poca luce e costringendo a un certo sforzo (non era
camminata di palagio, come ci informa Dante) i due poeti lo compiono in breve tempo, soprattutto Dante
che è ansioso di uscire dall'Inferno e di rivedere il cielo dopo tante ore passate nel buio della profondità
della Terra: il Canto e la Cantica si chiudono con la visione delle stelle che si intravedono attraverso un buco
tondo nella roccia che segna la fine del cammino, usciti dal quale Dante e Virgilio saranno sulla spiaggia del
Purgatorio, proprio al sorgere del sole la mattina della domenica di Pasqua (che segna evidentemente la
vittoria sul peccato: e il dato più evidente sarà quello visivo, dell'aria serena e del cielo terso che si offrono
nuovamente alla vista del poeta, il cui cuore era stato contristato dalla drammatica esperienza della discesa
attraverso il primo regno).

Il canto conclusivo dell’inferno racconta due eventi: l’incontro con Lucifero o meglio la sua apparizione e
descrizione e l’uscita di due pellegrini dal suo regno con la risalita nelle viscere della terra fino all’arrivo in
vista del cielo e delle stelle. Il canto è dunque di grande importanza ai fini del racconto: qui si presenta il
principe delle tenebre, l’imperatore del regno finora percorso e insieme si abbandona per sempre la
condizione infernale, ma non solo nel giustificare la posizione di Lucifero confitto al centro della terra si

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)
pongono le coordinate di tutto il cosmo dantesco, la struttura stessa dei tre regni e la sua ragione. Tuttavia
esso appare come una necessaria e decisiva tappa del percorso narrativo, dove la consueta potenza
inventiva e tensione interna del raccontare dantesco sembra rallentata. È un canto costruito più
intellettualmente che poeticamente: il fatto è che la suprema e dolorosa grandezza dell’Inferno e del male,
la vera acme inventiva della cantica, è toccata nel canto precedente, che veramente chiude nel modo più
alto, sul piano poetico, il primo regno dantesco. La figurazione di Lucifero nulla potrà dirci in confronto a ciò
che è stato detto. La forza del canto non sta dunque in quella figura freddamente descritta nei suoi
impotenti e orridi dettagli ma nell’invenzione di questo passaggio.

Lucifero è l’anti-Dio, il re dell’Inferno opposto a quello del Cielo, immenso come un grande ordigno, egli è il
grande re del male, descritto nell’aspetto come una macchina disumana senza parole né vita, confitto al
centro della ghiaccia da cui emerge fino a metà petto e ha tre facce di diverso colore ( una nera che
rappresenta l’IGNORANZA in opposizione alla SAPIENZA, una rossa che rappresenta l’IMPOTENZA in
opposizione alla POTENZA e gialla rappresenta l’ODIO o l’INVIDIA in opposizione all’AMORE IN DIO). In ogni
bocca mastica un peccatore: Giuda al centro, Bruto e Cassio ai lati e cioè il traditore di Cristo e i traditori di
CESAR, dove Cesare rappresenta l’Impero cioè la suprema autorità storica da Dio stabilita in terra. Tutta la
figurazione racchiude un preciso contrappasso: colui che nella superbia volle farsi secondo la scrittura simile
a Dio, è ora la sua parodia, il suo contrario: confitto nell’oscuro centro del mondo dove gravano tutti i pesi,
mentre Dio avvolge l’universo nella perenne eterna luce. Qui non c’è nessun rapporto umano e quindi
poetico che possa istituirsi con una macchina bruta, in lui c’è solo pesantezza e inerzia quasi la pura
negatività. La struttura dell’inferno ormai a noi familiare ed entrata da secoli nella cultura e
nell’immaginazione di tutto l’Occidente, vista come una grande voragine aperta sotto Gerusalemme, dove
fu eretta la croce di Cristo non era scritta né raffigurata in alcun luogo prima di questo, essa nasce dalla
mete di Virgilio e prende forma in questo ultimo canto dell’Inferno. L’inedito racconto dantesco si fonda
sull’idea aristotelica per cui il mondo è concepito come un essere animato, che ha una destra e una sinistra,
un alto e un basso e l’alto del mondo cioè la sua parte più nobile dedotto dal moto del cielo stellato è
appunto il cielo antartico, per questo là emergeva la terra all’inizio della creazione e Lucifero cadendo ha
rovesciato l’ordine dell’universo spostando la terra nell’emisfero boreale, l’emisfero dell’esilio e della colpa,
dove sarà ucciso, l’uomo innocente per eccellenza, il figlio di Dio.

Document shared on www.docsity.com


Downloaded by: peppe-desideri (desideripeppe@gmail.com)