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Giulio Ferroni 800-900

Letteratura
Universita degli Studi Roma Tre
14 pag.

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GIULIO FERRONI

STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA


DALL'OTTOCENTO AL NOVECENTO

LA RIVOLUZIONE IN EUROPA 1789-1815

-IL TEMPO DELLA RIVOLUZIONE


Alla fine del 18° secolo la rivoluzione americana (1776) e quella francese (1789) avviano
nell'Occidente un processo storico che porterà al crollo dell'Antico regime e alla formazione di un
mondo borghese e liberale. Entrambe le rivoluzioni nacquero per il bisogno di autonomia, vennero
anche a concretizzarsi le spinte del pensiero illuministico: si rifiutò il principio di autorità
dell'Antico regime e si tentò di costruire una società nazionale fondata sulla libertà,fratellanza e
uguaglianza di tutti i cittadini di fronte allo Stato.
La rivoluzione americana fece nascere una nuova società che nel 19 secolo si sviluppò basandosi su
principi liberali e sullo spirito di concorrenza economica; mentre la caduta della monarchia
francese,la distruzione dei privilegi nobiliari, la creazione di una repubblica considerata patrimonio
comune del popolo armato,gettarono il panico in tutta l'Europa; il tentativo delle diverse potenze
nemiche di accerchiare la Francia e di ripristinarvi l'ordine antico ebbe come conseguenze inattese
una espansione militare della Francia, ciò sanciva la sconfitta delle tendenze giacobine(gruppo
politico di tendenza repubblicane ed estremiste fondato nel convento di Saint-Jacques)miranti alla
realizzazione di un regime di uguaglianza sociale basato sull'applicazione di schemi sostenuti dal
Terrore.
Conseguenza di questo processo non era la creazione di regimi repubblicani liberali e indipendenti,
ma solo un'espansione imperialistica della Francia stessa,di cui erano strumenti un nuovo
aggressivo spirito militare e l'abilità del generale Napoleone Bonaparte,guida di una serie di
vittoriose campagne. Diversi territori furono progressivamente annessi alla Francia.
L'impero napoleonico creò in tutta Europa una situazione di mobilità. Fu il blocco economico
imposto dall'Inghilterra,avversaria di Napoleone, e la stessa ambizione militare dell'imperatore a far
cadere l'Impero,dopo la tragica campagna di Russia. Dopo l'abdicazione del 6 aprile 1814 e il suo
confinamento nell'isola d'Elba,Napoleone riuscì a tornare al potere,cercando di rovesciare la
situazione che si concluse con la sconfitta di Waterloo e con il forzato esilio nell'isola di Sant'Elena.

-L'ORIZZIONTE SOCIALE E L'EREDITA' DELLA RIVOLUZIONE


La rivoluzione francese è sempre stata considerata come 'rivoluzione della borghesia'. La
rivoluzione fu vissuta come un evento assoluto, come un'esplosione collettiva, una rappresentazione
del 'popolo' a se stesso: nella violenza del Terrore rivoluzionario sembrano espiarsi secoli di
oppressione. Da questa esplosione collettiva emerse un mutamento della vita politica e statale: la
partecipazione delle masse agli eventi fu manovrata e diretta da nuove figure di politici.
Lo Stato si configurò come un organismo civile e razionale, che accentrava in sé tutte le funzioni e
le responsabilità civili, tutta la sfera delle relazioni pubbliche.
Tra contraddizioni, fughe e creazione di nuovi patrimoni si realizzò una delle conquiste essenziali
della storia dell'uomo: l'affermazione di valori universali basati non più sul diritto divino ma sulla
libertà,sull'uguaglianza,sulla fraternità.
La famosa Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino, 25 agosto 1789 è il primo documento
storico ufficiale in cui si afferma la libertà della persona individuale, la necessità di garantire a ogni
uomo,indipendentemente dal suo stato sociale,una serie di diritti civili inalienabili: è un documento
che nei due secoli successivi mantiene intatta la sua validità.
Ma la rivoluzione francese ha anche diffuso in Europa un ricco patrimonio di idee,progetti e
speranze.

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GLI ULTIMI LIBERTINI
Nel corso del 18 secolo il libertinismo che aveva avuto una funzione essenziale nel primo sviluppo
del pensiero illuministico, va perdendo la propria caratterizzazione di tipo ideologico per
trasformarsi in un comportamento sociale.
Mentre le nuove tendenze di pensiero di affermano anche tra le sfere alte della società e non hanno
più bisogno di nascondersi, il libertinismo diventa un modo di applicarne le estreme conseguenze
nell'organizzazione dell'esistenza individuale.
Nel linguaggio settecentesco, libertino è chi vive una condizione mondana, accetta il ruolo
aristocratico e assolutistico,rifiuta ogni fede e valore trascendente, indirizza la propria vita verso la
ricerca di ogni possibile piacere materiale. I libertini non sono più filosofi che rompono i legami
con l'autorità e la tradizione,ma individui che cercano di cogliere ogni esperienza proposta dalla
società contemporanea: la loro principale sfera d'azione sembra essere quella erotica, che offre le
più svariate occasioni di avventura,di rapporti personali.
Questa specifica forma di libertinismo è spinta alle estreme conseguenze soprattutto da nobili,
questi personaggi rappresentano con estremismo, la disgregazione e il crollo dei fondamenti
ideologici dell'Antico regime.

LIBERTINI ITALIANI DEL TARDO 700


Il libertinismo italiano del 700 non raggiunse mai le posizioni estreme di quello francese, esso è
rappresentato da avventurieri di varia origine che si gettano nella vita di quell'epoca, e grazie alle
proprie capacità personali,frequentano le corti e i salotti di tutta l'Europa,al servizio delle forme più
diverse di potere.
Grande fama ebbe GIAMBATTISTA CASTI, di Acquapendente, esaltato per le sue doti, viaggiò per
tutta l'Europa, ebbe contatti con diversi sovrani illuminati e trascorse gli ultimi anni della sua vita
nella Parigi napoleonica dove acquisì prestigio.
Il sui libertinismo erotico si accompagna a una spregiudicatezza ideologica,come mostrano il -
Poema tartaro, in ottave del 1783( satira del dispotismo della Russia zarista e dell'imperatrice
Caterina 2 presso cui aveva soggiornato);
-e la sua opera più notevole Gli animali parlanti (concluso a Parigi nel 1802) poema in sestine in
26 canti, che sotto la maschera di una favola di animali, presenta le recenti vicende della storia
francese, in una sorta di allegro canto funebre in memoria dell'Antico regime.

Proprio durante gli anni della rivoluzione, 1790-1791 fino alla sua morte, scisse la sua vasta
autobiografia il veneziano GIACOMO CASANOVA(1725-1798) che dopo una vita movimentata si
era ritirato dal 1785 nel castello di Duchocov in Boemia,al servizio come bibliotecario del conte di
Waldstein: redatta in francese l'Histoire de ma vie (Storia della mia vita) venne pubblicata postuma
dal 1822, con modificazioni del testo. Egli aveva vissuto le più varie esperienze, soggiornando in
numerosi paesi europei, svolgendo attività di faccendiere. Il libertinaggio erotico di Casanova
escludeva però qualsiasi aspetto di ribellione o di estremismo ideologico: la società
assolutistica,teatro delle sue avventure, era per il veneziano l'unico mondo possibile e accettabile,
tanto che più volte assunse atteggiamenti di polemica antilluministica.
Il suo racconto diventa la trionfante esibizione di una morale nichilista, di un io mai sottomesso alla
morale e impegnato invece ad aprirsi la strada tra gli ostacoli di una realtà multiforme. Casanova
rivolge a questa realtà uno sguardo sempre rapido e sicuro senza mai indugiare ad afferrarla e senza
mai perdersi nei suoi labirinti,sempre pronto a inventare mezzi per salvare la propria individualità.
L'animo di Casanova non viene mai completamente posseduto: egli percorre il teatro del mondo che
in ultima analisi gli rimane estraneo, il lettore infine si sente in balia di un'interminabile ripetizione
di atti privi di ogni spessore.
È come se la vita reale di Casanova si trasformasse attraverso la sua narrazione, in un'ultima
incarnazione di tutta la tradizione novellistica italiana, con il suo edonismo dominato dal gusto della
beffa ,ampliata da svariati episodi e affidata a un solo protagonista.

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Le stesse figure femminili rimangono sfuggenti in quel moltiplicarsi degli incontri amorosi, delle
seduzioni, degli inganni e degli abbandoni: anch'esse sono sfiorate rapidamente osservate da
lontano, come oggetti preziosi e fragili. Ma più allucinante è l'assenza di ogni malinconia,di ogni
senso di delusione.

LORENZO DA PONTE
Lorenzo Da Ponte, libertino nato a Caneda nel 1749 da un artigiano ebreo successivamente
convertitosi al cattolicesimo, più volte perseguitato per i suoi atteggiamenti dissoluti, ebbe una vita
girovaga con momenti di alterna fortuna, prima come abate poi come laico; per sfuggire ai creditori
si rifugiò in America dove morì nel 1838.
tra il 1823 e 1824 pubblicò le sue Memorie che offrono un'immagine vivace della società europea
del tardo 700 e di un'esistenza personale insidiata dall'insicurezza,impostata sulla continua ricerca di
nuovi luoghi e nuove occupazioni.
Ha rilievo la sua attività di librettista melodrammatico, con la quale diede un contributo alla
diffusione degli ultimi modelli della tradizione italiana del 700.
riscosse successo durante il soggiorno alla corte di Vienna tra il 1783 e 91 grazie ai 3 libretti per le
opere italiane di Mozart, considerate tra i vertici della musica.
Le nozze di Figaro in quattro atti, fu rappresentata la prima volta a Vienna il 1 maggio 1786:è
un'opera comica, tratta dalla recente commedia omonima del francese Beaumarchais(1732-1799),la
cui carica aveva scatenato censure e polemiche e che si presentava come un gioco di distruzione dei
valori, delle ipocrisie su cui si reggeva la vita quotidiana del mondo nobiliare.
Semplificando l'intreccio della commedia,il libretto di Da Ponte si pone come sostegno di un
organismo drammatico-musicale animato da un'incontenibile gioia distruttiva che ricava giochi
perfetti da una sottile distinzione dei rapporti di potere e nello stesso tempo si espone al richiamo di
un desiderio fatto di fragilità.
Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni, in due atti, rappresentato a Praga il 29 ottobre 1787, è
una delle opere capitali dell'arte mondiale, che raccoglie e innalza all'espressione più assoluta il
mito di don Giovanni, già in voga nel teatro del 600 e del 700. Il testo mette in luce la figura di don
Giovanni,ambigua immagine del libertino dedito ai piaceri materiali, spregiudicato ingannatore di
donne, indifferente a ogni valore morale, pronto a sovvertire i principi sacri della vita sociale: il
seduttore sfida imprudentemente, invitandolo a cena, la statua del 'commendatore' da lui stesso
ucciso, padre di Donna Anna, una delle donne da lui ingannate; la statua accetta l'invito e recatosi
alla mensa di don Giovanni, lo trascina nella morte e nella dannazione.
A partire da questo schema base del mito di don Giovanni, l'opera pone in rilievo la relazione tra
libertinaggio e dominio signorile,attraverso i rapporti che intercorrono tra il protagonista, il servo
Leporello e altri personaggi di condizione subalterna,come la contadina Zerlina.
La suprema indifferenza morale di don Giovanni che precipita alla fine nel baratro mira a rompere i
limiti della conoscenza e delle norme morali. D'altra parte, le tre figure femminili (la dolente Donna
Anna,l'aggressiva e contraddittoria Donna Elvira, la tenera e ingenua Zerlina) fanno emergere, nel
corso della vicenda fanno sprigionare dai drammatici conflitti un sogno di tenerezza, desiderio di
abbandono e felicità.
Ultimo frutto della collaborazione di Da Ponte con Mozart è il dramma giocoso in due atti Così fan
tutte ossia La scuola degli amanti, rappresentato a Vienna il 26 gennaio 1790: l'opera porta
all'estremo splendore la tradizione della commedia e della novella sentimentale con i loro sottili
giochi di travestimento e beffa. Spinti dal libertino don Alfonso, i due giovani Guglielmo e
Ferrando decidono di mettere alla prova la fedeltà delle loro donne, Fiordiligi e Dorabella,fingendo
di partire per la guerra,ma ritornando poi a corteggiarle travestiti da 'cavalieri albanesi'. Dopo una
prima resistenza le due donne,istigate dalla serva Despina, cedono ai corteggiamenti dei due finti
cavalieri: ciascuna di lascia anche conquistare dall'amante dell'altra. Alla fine i due svelano la loro
identità e anziché punire le donne decidono comunque di sposarle,ristabilendo le coppie
originarie,nella convinzione che 'così fan tutte' e che è vano pretendere un'assoluta lealtà nei
rapporti sentimentali.

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Il dramma mostra come la vera scienza del cuore possa consistere solo nell'accettazione di limiti
insuperabili. La ricchezza inesauribili,l'intensità drammatica, la potenza musicale del genio Mozart
trovano un sostegno duttile e disponibile nel linguaggio melodrammatico di Da Ponte che concentra
in sé tutta la sapienza del linguaggio sentimentale elaborato da Metastasio,arricchendolo di echi e
sfumature della poetica italiana.
Le tre grandi opere di Mozart sembrano preannunciare il crollo di un mondo e di un'organizzazione
sociale all'approssimarsi della rivoluzione;ma esse annunciano questa fine come qualcosa di gioioso
da cui ricavare una luce perfetta. Dal presagio della catastrofe emerge un'armonia allo stesso tempo
razionale e sentimentale.

L'ITALIA DALLA RIVOLUZIONE A NAPOLEONE


Nei primi anni della rivoluzione l'eco degli avvenimenti francesi ebbe un forte riscontro anche in
Italia suscitando entusiasmo in molti intellettuali ed esponenti della borghesia,riprovazione e paura
nei regnanti. Il rapido radicalizzarsi degli orientamenti rivoluzionari suscitò sdegno e orrore in molti
intellettuali che avevano guardato con simpatia alle prime fasi della rivoluzione.
Si sviluppò rapidamente una violenta pubblicistica antirivoluzionaria che presentava gli
avvenimenti francesi sotto un segno demoniaco,come trionfo del male e dell'orrore.
Contemporaneamente si costituirono gruppi d'opinione e d'azione che guardavano con favore a
quanto stava avvenendo in Francia e stabilivano contatti con i giacobini francesi.
Nonostante il fermento di idee, la situazione italiana si modificò solo con l'intervento delle armate
francesi che ,sotto la guida di Napoleone Bonaparte, invasero l'Italia settentrionale nel 1796
favorendo il sorgere di una serie di repubbliche, sostenute dalla borghesia locale.
Nel triennio 1796-1799 quasi tutti gli antichi sovrani furono allontanati dalla penisola.
Il regime napoleonico aveva fatto pesare sull'Italia tutto il suo dispotismo,indirizzando tutte le
energie economiche e civili alla soddisfazione delle esigenze della politica imperiale.

GLI INTELLETTUALI E L' 'OPINIONE PUBBLICA'


La rivoluzione francese modificò l'orientamento degli intellettuali anche in Italia. Gli illuministi
avevano mantenuto quasi sempre una sorta di coscienza superiore e sia per la loro origine,che per il
linguaggio utilizzato erano rimasto ancora legati agli ambienti nobiliari.
Gli intellettuali rivoluzionari trasformano la cultura in uno strumento di intervento e partecipazione
agli eventi pubblici, di educazione popolare: essi agiscono in rapporto con l'opinione pubblica, una
nuova forma di coscienza sociale e di giudizio collettivo sulla realtà presente. Insieme alla
borghesia, la rivoluzione immette in questo nuovo terreno di coscienza pubblica anche buona parte
delle classi medie e popolari; nelle esperienze giacobine italiane, sono le classi medie a svolgere un
ruolo politico essenziale, mentre le classi popolari restano ai margini.
Agli intellettuali tradizionali si sostituiscono nuove figure, di origine borghese o piccolo-
borghese,che partecipano attivamente alle strutture amministrative o militari dei nuovi regimi.
Questi intellettuali, sulla spinta degli eventi rivoluzionari, tendono a interpretare ogni fatto culturale
come un segno delle modificazioni storiche,ad avvertire un legame stretto tra cultura e mutamento,
ad avvertire un legame molto stretto tra cultura e mutamento: la loro riflessione si confronta sempre
con un discorso collettivo in forme di collaborazione all'interno di gruppi ben precisi di pressione e
azione, come i club e associazioni politiche operanti in Italia prima dell'arrivo dei Francesi e in
parte legate alle sette della massoneria.
La stessa massoneria si trasforma in strumento di controllo segreto dell'opinione pubblica,in canale
di sotterranee solidarietà tra membri influenti in grado di esercitare poteri anche in modo occulto.
E anche l'opposizione al dispotismo napoleonico si organizzata, in Italia e altrove,attraverso vari tipi
di società segrete,come ad esempio la Carboneria.
Uno dei mezzi più importanti di intervento pubblico e di dibattito rivoluzionario a disposizione
degli intellettuali è il giornale che acquista caratteri nuovi.

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I giornali dell'età rivoluzionaria sono come delle scene su cui si dibattono le diverse ipotesi, i
diversi progetti, le diverse posizioni della politica e del pensiero.
I governi rivoluzionari cercarono in ogni modo di sollecitare la partecipazione degli intellettuali al
dibattito politico,istituendo per esempio concorsi pubblici per scritti relativi a temi specifici.
Napoleone cercò di inserire diversi intellettuali nell'amministrazione e nelle diverse strutture statale,
e mirò a svolgere,soprattutto a Milano e nel Regno d'Italia,una politica culturale di prestigio,
appoggiando tutte quelle manifestazioni dell'alta cultura scientifica e letteraria che potevano
acquisire un ruolo pubblico e 'ufficiale'; promosse istituzioni culturali pubbliche, come ad esempio
le accademie, gli istituti di ricerca superiore e le università.

LA CULTURA GIACOBINA ITALIANA


Il triennio giacobino vide in Italia la libera diffusione di una cultura legata alle forme più innovatrici
del pensiero illuministico: l'azione rivoluzionaria sembrò permettere la realizzazione di una società
umana libera e razionale. Ci si rifaceva alle molte esperienze della cultura del 700.
L'aspetto 'giacobino' di questa cultura consisteva soprattutto nel suo tentativo di realizzare
programmi razionali,nella sua aspirazione a modificare le strutture sociali per instaurare una società
giusta ed egualitaria.
Fu proprio il pisano FILIPPO BUONARROTI (1761-1835), che aveva operato ai confini con la
Francia prima dell'invasione delle armate repubblicane, a indirizzare con la sua attività il
giacobinismo al di là delle prospettive borghesi,aderendo alla congiura degli 'uguali' guidata da
Babeuf e disegnando progetti di riforma sociale che sono alle radici del socialismo.
Due martiri delle vicende napoletane del 1799, PAGANO E RUSSO avevano tratto
dall'Illuminismo napoletano una visione di giacobino rigorosa.
Francesco Mario PAGANO nei numerosi scritti dell'ultimo decennio della sua vita rintracciò nella
natura, sulle orme di Rousseau, la radice prima della possibilità dell'uguaglianza sociale.
Vincenzo RUSSO,nato a Palma Campania, presso Nola, poco prima dell'esperienza napoletana
aveva pubblicato nel 1798 a Roma, dove si trovava in esilio, i suoi Pensieri politici, in cui si
avverte una tensione egualitaria,fondata su una visione scientifica della società: fonte di
disuguaglianza tra gli uomini è la natura stessa, e compito del pensiero rivoluzionario è
l'elaborazione di principi di 'calcolo' su cui costruire una 'società universale' capace di eliminare le
disuguaglianze naturali.
Tra gli intellettuali giacobini più impegnati negli anni del triennio ricordiamo il romano Enrico
Michele L'AURORA, e il salernitano Matteo Angelo GALDI. Di più ampio raggio è l'attività di
GIOVANNI FANTONI, di Fivizzano (1755-1807) aristocratico che accolse la causa della
rivoluzione e le posizioni giacobine più avanzate ed egualitarie: egli è autore di una vasta
produzione poetica che attinge una sorta di equilibrio tra i linguaggi dominanti nel secolo 18 per
esprimere una partecipazione agli eventi storici di quel momento.
Ma il testo poetico che meglio esprime uno spirito rivoluzionario di stampo borghese,carico di odio
verso i nobili, è la canzone in dialetto piemontese del medico torinese EDOARDO CALVO
Passapòrt d'ij aristocrat, che risale alla fine del 1798.
intellettuale giacobini dai ricchi interessi, impegnato nel tentativo di proporre forme di educazione
popolare, fu il cosentino FRANCESCO SAVERIO SALFI(1759-1832) poligrafo, membro influente
della massoneria, che negli ultimi anni esule in Francia ripiegò su posizioni più moderate
dedicandosi alla storiografia e alla critica letteraria. Mostrò un grande interesse per il teatro e lo
spettacolo,componendo tragedie e melodrammi e organizzando a Milano e a Brescia spettacoli
nell'ambito del 'teatro patriottico'.
Il teatro fu uno strumento essenziale per la propaganda rivoluzionaria, e i governi giacobini
tentarono di costituire una sorta di teatro pubblico, con lo scopo di educare il 'popolo' ai nuovi
lavori. Circoscritta al triennio giacobino fu invece l'esperienza di un teatro politico d'attualità,con
l'uso di mezzi scenici che dovevano stimolare la partecipazione degli spettatori: grande fu il
successo del pantomimo Il general Colli in Roma, detto anche Il ballo del papa, messo in piedi

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dal Salfi e rappresentato nel 1797.

LA RIFLESSIONE IDEOLOGICA
Le speranze rivoluzionarie si consumarono e caddero in brevissimo tempo, lasciando il mondo
intellettuale oppresso da una nuova inquietudine e da una forte delusione. All'inizio del secolo
19,dopo che si era allentato il legame tra dibattito intellettuale e azione politica, in tutta Europa si
sviluppa una varie riflessione ideologica,i cui diversi orientamenti possono collegarsi a una crisi del
concetto giacobino di ragione, all'esigenza di comprendere le contraddizioni,rovine e orrori, la
stessa fine del processo rivoluzionario.
Si sente la necessità di adeguare natura e società, motivando la loro frattura con il concetto di
seconda natura (la società viene vista come un sistema 'non naturale', ma talmente radicato
nell'uomo da aver assunto la forza di una nuova 'natura' spesso più resistente di quella primaria).
La maggior parte delle critiche nei confronti del pensiero illuministico mira a renderlo più
realistico,evidenziando sia il potere e l'influenza delle istituzioni, sia la complessa e articolata
composizione della società,fatta di strati e di conflitti diversi.
Molti pensatori francesi, con il termine di idéologues 'ideologi' mettono in discussione gli stessi
processi della rivoluzione, orientandosi verso forme di moderno liberalismo.
Ma in altri casi la critica all'Illuminismo e al movimento rivoluzionario si traduce in una esaltazione
dell'Antico regime. Già nell'ultimo decennio del 700 cominciano a svilupparsi le nuove prospettive
del Romanticismo che respingono il predominio assoluto della ragione e suggeriscono le soluzioni
più varie sul piano politico.
In Germania comincia a svilupparsi la nuova filosofia idealistica. La cultura italiana avverte solo in
parte questo grande fermento che anima il panorama culturale europeo: dopo la tragica fine delle
esperienze giacobine,essa sembra infatti concentrare la sua attenzione soprattutto sulle forme
letterarie,secondo un'ottica classicista legata in parte ancora alle esperienze del tardo 700, e pare
cercare nel rapporto con i modelli classici un'ultima possibile espressione di identità nazionale.
Non mancano momento di riflessione ideologica e di impegno teorico.
Tra gli autori in primo piano spicca il piacentino MELCHIORRE GIOIA(1767-1829), giacobino
moderato,poi sostenitore del regime napoleonico,autore di numerose opere
letterarie,filosofiche,scientifiche e appassionato dei diversi aspetti della vita sociale. Concepisce la
società come un 'mercato generale' una grande macchina la cui funziona è quella di girare ad un
ritmo che sia il più veloce possibile; ma nel suo pensiero si trovano anche interessanti indicazioni
sulla funzione sociale della 'noia'.
Un'attenzione ai caratteri concreti e pratici della realtà sociale,ai modi di intervenire sul suo
stato,anima l'attività di GIANDOMENICO ROMAGNOSI(1761-1835), presenza essenziale nella
cultura lombarda,fautore di un moderato liberatismo che ha fiducia nella possibilità di 'progresso' e
valuta positivamente il cammino dell'umanità verso l'incivilimento.
Risultano esteriori e retoriche le posizioni del padre FRANCESCO SOAVE(1743-1816),
personaggio che godette di grande successo e prestigio,agitatore di problemi filosofici alla moda.
Un'ottica sensistica e materialistica, uno spirito repubblicano classicista e pessimista, caratterizzano
l'opera del medico lucano FRANCESCO LOMONACO(1772-1810), di cui va ricordato il
Rapporto al cittadino Carnot, polemica raccolta di 'materiali' sulle tragiche vicende napoletane
del 1799.

VINCENZO CUOCO E LA CRITICA DELLA RAGIONE GIACOBINA


Vincenzo Cuoco nato a Civitacampomarano nel Molise nel 1770,avvocato a Napoli negli anni 90,
coinvolto nelle vicende della Repubblica Partenopea, incarcerato dai Borboni ed esiliato. Nel 1801
uscì anonimo a Milano il suo Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799, poi
modificato e ristampato con il nome dell'autore nel 1806: opera a lungo considerata come punto di
riferimento essenziale per il liberalismo moderato italiano, questo saggio sviluppa una critica 'a
cald0' dell'esperienza giacobina e dell'astrattezza dei programmi rivoluzionari. Il Cuoco individua le

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ragioni del fallimento della rivoluzione napoletana nel suo carattere di 'rivoluzione passiva', basata
su una meccanica applicazione dei modelli francesi alla realtà dell'Italia meridionale: al supposto
schematismo della ragione illuministica egli oppone la necessità di individuare nuove forme e modi
politici radicata nella vita concreta del popolo: in questo secondo lui consiste il 'segreto' per un
effettivo mutamento della arretrata situazione meridionale. I suoi concetti di 'popolo' e di 'nazione'
restano però imprecisi e astratti.
Negli anni successivi, Cuoco si orientò verso un ideale di unità e indipendenza italiana, auspicando
un processo graduale, in sintonia con l'accettazione del regime napoleonico di cui fu sostenitore.
Vivace fu la sua attività culturale a Milano, dove dal 1804 al 1806 diresse il 'Giornale italiano' e
pubblicò il Platone in Italia, farraginoso romanzo saggistico in cui il racconto del viaggio
dell'antico pensatore nella Magna Grecia permetteva di affrontare problemi
filosofici,politici,culturali, di esaltare l'antica 'sapienza' italica e di affermare un 'primato' originario
della nazionale italiana. Cuoco fu poi uno degli esponenti più autorevoli del governo di
Murat,elaborando un Progetto per l'ordinamento della pubblica istruzione nel regno di Napoli.
Allontanato da tutte le cariche pubbliche al ritorno dei Borboni,visse in stato di grave depressione
fino alla morte nel 1823.

UN NUOVO SGUARDO DELL'EUROPA ALL'ITALIA


Durante i primi anni della rivoluzione, l'Italia fu considerata dai Francesi come un mondo confuso
in cui era necessario suscitare iniziative: essa rappresentava l'esempio più evidente della
disgregazione dell'Antico regime.
L'inserimento dell'Italia nel sistema imperiale portò gli stranieri a conoscere più direttamente il
nostro paese e spinse alcuni tra gli intellettuali più intelligenti a interrogarsi sulla sua concreta
situazione e sul suo destino, senza più limitarsi a vedervi solo la terra dell'antica civiltà classica.
Questa nuova visione dell'Italia si incontrò con una nuova consapevolezza delle diverse
caratteristiche delle nazioni europee.
I contributi più importanti vennero da intellettuali francesi, vicini agli ideologues, oppositori
'moderati' del regime napoleonico. In primo piano fu la MADAME DE STAEL grande mediatrice di
cultura attenta alle manifestazioni della letteratura europea, contribuì in modo determinante alla
diffusione delle nuove idee romantiche in Francia e poi in Italia.
Il suo scritto De la litterature consideree dans ses rapports avec les institutions sociales (La
letteratura considerata nei suoi rapporti con le istituzioni sociali) apparve nel 1800 e fu subito
accompagnato da molte polemiche: esso forniva spunti circa i legami tra letteratura e
società,individuando nel 'sentimento' uno degli elementi costitutivi della dimensione sociale e
considerandolo uno stimolo per un perfezionamento della stessa vita civile.
Tra il 1805 e 1806 Madame de Stael compì un viaggio in Italia accompagnata da Schlegel e da
Simonde de Sismondi: durante il soggiorno a Milano strinse amicizia con Vincenzo Monti. Frutto di
questo viaggio fu il romanzo Corinne ou l'Italie(1807) in cui la storia d'amore tra la poetessa
romana Corinee e il nobile scozzese Nelvil viene inquadrata in un lungo viaggio: un'inquieta analisi
psicologica e sentimentale si alimenta del fascino che si sprigiona dall'ambiente italiano,ricco di
sensibilità e di immaginazione. È un Italia 'solare' che al tempo stesso ha qualcosa di malinconico e
mortale, quasi schiacciata dal suo passato. Successo ebbe anche il successivo De l'Allemagne.
Più stretti furono i rapporti con l'Italia di JEAN-CHARLES-LEONARD SIMONDE DE
SISMONDI(1773-1842) di famiglia di origine italiana che soggiornò a lungo in Toscana. Studioso
di agricoltura e di economia, vide nell'agricoltura l'attività economica più naturale e umana, criticò
le deformazioni e i pericoli di un incontrollato sviluppo capitalistico e suggerì iniziative di
solidarietà sociale e modi di intervento dello Stato a favore dei lavoratori.
La sua Histoire des republiques italiennes du Moyen Age (Storia delle repubbliche italiane del
Medioevo) uscì in 16 volumi tra il 1807 e 1818: essa diffuse una nuova immagine della civiltà
comunale italiana ed ebbe enorme importanza per le nuove concezioni del Romanticismo italiano.
Al 1813 risale De la litterature du Midi de l'Europe(Sulla letteratura del Mezzogiorno d'Europa),

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in 3 volumi,uno dei primi esempi di storiografia letteraria civile e militante,che suggerisce una
stretta connessione tra vita sociale,morale e letteraria.
Meno originale l'Histoire litteraire d'Italie di Ginguenè, rimasta incompiuta.
LA LETTERATURA DELL'ITALIA NAPOLEONICA
-IL CLASSICISMO DELL'ETA' NAPOLEONICA
In tutta l'Europa napoleonica il Neoclassicismo andava sempre più trasformandosi in un'arte
ufficiale. In Italia la continuazione della tradizione classica non sembrava messa in discussione dal
nuovo assetto politico-sociale: continuava a influire su chi aveva scelto di legarsi al regime,come su
chi era in posizione ostile nei suoi confronti, e su chi cercava di rimanere separato dall'universo
politico. Una comune base classicista collega quasi tutte le esperienze letterarie e artistiche del
tempo.
Ma mentre nelle altre letterature europee,come in quella tedesca,lo stesso culto della bellezza
classica riusciva a offrire una nuova capacità di conoscenza della realtà contemporanea,la letteratura
italiana dimostrò una ridotta vivacità:restò come cristallizzata da una troppo lunga tradizione,che
aveva avuto manifestazioni di grande rilievo ancora nel secolo 18, ma che ormai appariva stanca; si
avvicinò comunque a temi e motivi maturati nella cultura europea del tardo 700.
La continuità della tradizione significò per molti un modo per affermare ancora la persistenza di
un'identità nazionale e distinguere il carattere italiano da quello delle altre nazioni europee.
Il Neoclassicismo dominava incontrastato in altri ambiti artistici, nei quali riuscivi ancora a
mantenere un'apertura e un respiro internazionali come stile ufficiale dell'Impero napoleonico, e tra
tutti gli artisti neoclassici si distingueva il grande Canova,capace di dar vita a opere di bellezza
astratta. Centro del neoclassicismo italiano, Milano assunse in questi anni un ruolo di capitale della
cultura italiana.

POETI E SCRITTORI NELL'ORIZZONTE DEL CASSICISMO


L'incontrastato dominio delle formule classicistiche in questi anni si riflette negli autori tra loro più
diversi e lontani. Tra gli autori il cui classicismo si lega ancora alla tradizione illuministica,va
ricordato l'abate TOMMASO VALPERGA DI CALUSO corrispondente di Alfieri, uomo ricco di
interessi filosofici,traccia nei suoi scritti l'ideale di una 'ragione' sicura di sé,capace di progettare il
progresso allontanandosi dal turbine della politica e degli eventi contemporanei.
Un aristocratico senso di separazione dalla scena storica si avverte nell'opera del veronese
IPPOLITO PINDEMONTE letterato fine ed equilibrato,ricco di curiosità,aperto alle nuove forme
della sensibilità europea: già prima della rivoluzione tra il 1784 e 88,aveva scritto le Prose e poesie
campestri, in cui la nuova curiosità per la natura assumeva toni di dolce malinconia. Trovatosi a
Parigi nel 1789 mostrò interesse, documentato dal romanzo Abaritte per i primi eventi
rivoluzionari, ma assunse poi atteggiamenti di moderato distacco nei confronti dei nuovi sviluppi
storici,dedicandosi a diversi generi e temi letterari.
Sulla linea di questo equilibrato classicismo, privo di grandi ambizioni,si collocano la sua celebre
traduzione dell'Odissea (pubblicato nel 1822 dopo 15 anni di lavoro) e l'epistola in versi I Sepolcri
(1807) in risposta all'omonimo carme che il Foscolo gli aveva indirizzato.
Il fratello maggiore GIOVANNI PINDEMONTE(1751-1812) senza raggiungere l'eleganza di
Ippolito, si dedicò a una poesia 'patriottica', ispirata da una diretta partecipazione ai processi
rivoluzionari.
A un orizzonte classicistico si lega anche il toscano FILIPPO PANANTI che nel periodo
napoleonico fu a Londra, dove si occupò di teatro e pubblicò un poema satirico in ottave Il poeta di
teatro, ironica rappresentazione della vita del mondo teatrale secondo una tematica molto diffusa
nel 700.

LA CARRIERA DI VINCENZO MONTI


Vincenzo Monti attraversa i decenni che immediatamente la precedono e la seguono: il suo successo
prende avvio verso la fine degli anni 70,collegandosi alle ultime esperienze della cultura letteraria

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settecentesca e intrecciandole al Neoclassicismo e alle nuove forme della sensibilità europea. Nella
sua carriera seppe conquistarsi la fama di 'primo poeta d'Italia', come lo definì la Stael: per la sua
adattabilità alle tendenze e al gusto dominanti, per le sue qualità di mediatore fra la tradizione
classicista e le trasformazioni politiche. Seppe attraversare regimi diversi, vivere in un mondo
contraddittorio, confidando nella continuità della tradizione umanistica italiana e tenendo in vita
un'immagine di letterato come costruttore di forme eleganti e 'perfette' da offrire come esemplari
alle classi dominanti.
Nato il 19 febbraio 1754 a Fusignano in Romagna da famiglia di proprietari terrieri,dopo aver
studiato nel seminario di Faenza,si trasferì a Ferrara nel 1771, lì compì studi giuridici e medici ma
con scarsa convinzione, già aveva riconosciuto nella letteratura il suo interesse maggiore.
Grazie al suo ingegno riscosse successo presso l'aristocrazia provinciale e conservatrice della
Ferrara papale e lì pubblicò nel 1776 il suo primo libro in versi La visione di Ezechiello, dedicato
al cardinal Borghese. Ma le sue ambizioni lo portavano verso Roma dove si trasferì nello stesso '76
e dove rimase fino al 1797, qui si diede ala vita mondana come un vero letterato di corte pronto a
offrire i suoi versi a nobili e ecclesiastici,curioso dell'attualità.
Nel 1779 pubblicò un'ampia raccolta di tutta la sua precedente produzione poetica, il Saggio di
poesie, con dedica all'archeologo Ennio Quirino Visconti, una delle maggiori autorità di Roma
neoclassica. Al successo letterario si accompagnò una vita felice: il matrimonio con la Pikler e una
buona sistemazione economica come segretario del duca Luigi Braschi,nipote del papa.
Le idee moderatamente progressiste e le stesse abitudini di vita del Monti attirarono su di lui
sospetti di giacobinismo che lo spinsero ad abbandonare di nascosto Roma nel 1797 e a stabilirsi
nella Milano rivoluzionaria,dove divenne poeta della Repubblica Cisalpina.
La caduta francese del 1799 lo costrinse a riparare a Parigi da dove potò poi tornare trionfalmente a
Milano, in seguito alla vittoria di Napoleone a Marengo: in occasione scrisse la canzonetta Dopo la
battaglia di Marengo. Nominato professore all'università di Pavia,vi tenne lezioni tra il 1802 e
1804, anno in cui fu nominato Poeta del Governo italico, nel 1805 ebbe poi la nomina a Istoriografo
del Regno italico.
Grazie a questi incarichi istituzionali fu in grado di esercitare una specie di dittatura letteraria
sull'Italia napoleonica, facendosi spesso portavoce ed esecutore dei programmi culturali
dell'imperatore e pubblicando numerosi scritti celebrativi; la sua buona situazione economica e il
tempo per gli studi gli permisero di pubblicare nel 1810 la traduzione dell'Iliade.
Con la caduta del regime napoleonico riuscì a proporsi come guida e mediatore culturale nella
Milano della Restaurazione. Fu considerato con simpatia e rispetto anche da molti fieri oppositori
del regime austriaco. Per quanto riguarda la polemica tra classici e romantici si schierò in difesa
della tradizione classica e dell'uso poetico della mitologia.
Lavorò negli ultimi anni al poemetto La Feroniade, stanco e malato morì a Milano il 13,10,1828.

MONTI POETA DEL NEOCLASSICISMO PAPALE


Negli anni giovanili trascorsi a Ferrara il Monti si esercitò in esperimenti poetici di varia
natura,impadronendosi di ogni tendenza del linguaggio settecentesco. Pubblicò vari volumi e
volumetti che è impossibile enumerare. Accenniamo solo ai più importanti raggruppandoli
schematicamente secondo i generi e le tendenze cui si collegano:
1 -una poesia ufficiale e celebrativa che prende spunto da occasioni di attualità per esaltare la civiltà
presente e i suoi legami di continuità con quella antica, successo ebbe l'ode Prosopopea di Pericle,
recitata nel 1779: ispirata al ritrovamento di un busto di Pericle celebra la fioritura culturale della
Roma di Pio 6° e l'altra ode Al signor Montgolfier, recitata nel 1784 per esaltare l'ascensione in
pallone aerostatico dei fratelli Montgolfier;
2 -una poesia che sembra riallacciarsi ai temi e a forme barocche e tende a dare un'immagine
spettacolare della religione e della natura, buon risultato è il canto in terzine La bellezza
dell'universo recitato nel 1781 che si presenta come un inno di lode;
3 -una poesia d'amore tutta permeata di elementi malinconici, di accenti pessimistici: in particolare
gli sciolti A don Sigismondo Chigi e i Pensieri d'amore seguono e spesso traducono alla lettera

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alcuni passi del Werther di Goethe ;
4 -la poesia drammatica:nel 1786 viene rappresentato l'Aristodemo, che riprende il tema della
tragedia di Carlo de' Dottori attuandone gli aspetti terribili ed eccessivi. A differenza dell'Alfieri, il
Monti cerca un teatro capace di trascorrere su toni diversi, sentimenti più pacati e meno tragici.
Una tematica 'storica', di origine non classica, è affrontata nel dramma Galeotto Manfredi (1788)
ambientato in una quattrocentesca corte romagnola e influenzato dai modelli di Shakespeare;
5 -una poesia dai più espliciti caratteri neoclassici,che nella Musogonia poemetto in ottave sulla
nascita delle Muse, esibisce una erudizione mitologica che fa trasparire le immagini del mito antico
in forme fredde.

L'opera più celebre di questo periodo romano resta la Bassvilliana, poemetto in terzine (dal titolo
originario In morte di Ugo Bassville) di cui apparvero quattro canti nel 1793 e che rimase
incompiuto. Esso prendeva spunto dall'assassinio del repubblicano francese Bassville, avvenuto a
Roma nel 93 durante una missione politica, per opera della plebe aizzata dagli antirivoluzionari:
pentitosi delle sue idee in punto di morte Bassville aveva avuto un funerale a spese del papa. Monti
immagina che l'anima di Bassville sia accompagnata da un angelo a vedere gli orrori della
rivoluzione in cui aveva creduto: e ciò gli serve per esaltare la moderazione e la pietà della politica
cristiana contro l'empietà rivoluzionaria.

MONTI POETA DEL CLASSICISMO BORGHESE


Una volta passato al campo opposto il Monti compone inni e cantate repubblicane, fino ad un
completo rovesciamento della Bassvilliana, con un inno cantato alla Scala il 21 gennaio 1799
nell'anniversario della morte di Luigi 16°.
Esalta le scelte politiche di Napoleone Bonaparte con liriche e poemetti, tra cui l'incompiuto
Prometeo che con toni solenni esalta la figura del mitico titano, simbolo di libertà e di sfida alle
false divinità e ai limiti della condizione umana. Durante il soggiorno a Parigi fu ripresa e portata a
termine una tragedia iniziata già negli anni romani, che costituisce una delle sue opere più
interessanti, il Caio Gracco, rappresentato poi con successo al Teatro alla Scala di Milano del
1802. Il tema classico trova qui un diretto riferimento: Caio Gracco soccombe sotto le opposte
spinte della reazione antipopolare e dei rivoluzionari estremisti, rappresenta un modello di virtù
tesa ad arginare la violenza e a creare un equilibrio all'interno delle diverse classi sociali. La
tragedia si conclude in una constatazione della sconfitta della virtù.
La delusione per gli avvenimenti del 1799 si sente anche con maggior forza nella
Mascheroniana,poema in 5 canti in terzine che presenta i colloqui nell'oltretomba tra il poeta-
scienziato Lorenzo Mascheroni morto nel 1800 e altri scrittori e illuministi settecenteschi, in termini
polemici contro l'estremismo rivoluzionario.
All'esaltazione di Napoleone sono dedicati numerose cantate teatrale e poemetti ispirati sia ai motivi
della mitologia classica sia ai modelli più vicini,come i poemi di Ossian.
I migliori risultati poetici del Monti sono in realtà costituiti da alcuni traduzione in cui pote ovviare
a una sua incapacità inventiva originale,appoggiandosi a testi preesistenti con elaborazione
linguistica. Tra il 1798 e 99 in una fase di stacco dal suo passato papalino lavorò a La Pulcella
d'Orleans, traduzione in ottave del poema satirico di Voltaire La Pucelle D'Orleans, sulle vicende
di Giovanna d'Arco, il lavoro fu pubblicato postumo nel 1878 e presenta una verve comica che
arricchisce lo stile troppo semplice.
A parte la prova di virtuosismo costituita dalla versione delle Satire di Persio,la traduzione
dell'Iliade in endecasillabi sciolti, stampata per la prima volta nel 1810 è il capolavoro del Monti:
essa offre un travestimento in equilibrate forme neoclassiche.
Su tutta l'opera domina il piacere di una parola lucida capace di avvolgere divinità ed eroi. Il mondo
eroico è rappresentato con continui effetti trionfali; i sentimenti dei personaggi si arricchiscono di
suggestioni malinconiche e di risvolti più intimi e familiari. Questo Omero in versione Monti
appare costruito sulla misura dell'Italia napoleonica, tra gli echi delle guerre che allora percorrevano
tutta l'Europa.

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Negli ultimi anni della sua esistenza il vecchio poeta sfiorò accenti di intimità familiare,come nella
canzone Nel giorno onomastico della mia donna Teresa Pikler, scritta nel 1826. Tutta la sua
abilità e il suo gusto di poeta neoclassico si concentrarono nella Feroniade, poemetto in tre canti in
versi sciolti,iniziato già durante il periodo romano per esaltare i progetti papali di bonifica delle
paludi ponti e ora ripreso. La fonte Feronia,presso Terracina, ricordata da Orazio nella quinta
satira,offre lo spunto per la narrazione del mito della ninfa omonima,amata da Giove e perseguitata
da Giunone: si susseguono immagini di una 'grazia' tutta esteriore,figure e situazioni di una
perfezione come sospesa fuori dal tempo. Linguaggio luminoso e senza ombre. Per il Monti si tratta
di una prova di continuità con se stesso e di abilità prestigiosa: è un modo di affermare una totale
estraneità alla storia e al presente. Il valore di evasione della realtà che il Monti attribuiva al mito
classico è evidente nel sermone Sulla mitologia,nel quale egli esprime il suo giudizio sulle
polemiche tra classici e romantici.

VALORE E SIGNIFICATO DELL'OPERA DI MONTI


La poesia di Monti resta esteriore e formale, priva di autenticità e vitale partecipazione a quel
presente in cui pure giocò un ruolo non indifferente. Egli mira soprattutto a combinare diverse
forme letterarie, a tradurre in un linguaggio moderno l'eredità di una lunga tradizione: la fiducia
nella letteratura non diventa mai per lui critica, ma solo ricamo trionfale su un mondo governato da
forze diverse ed estranee,strumento per imporsi sulla scena sociale.
Sotto molti punti di vista Monti sembra costituire l'ultimo anello di una tradizione letteraria
classicistica e cortigiana abituata a identificarsi in senso positivo con i sistemi politici e con le forze
al potere. Ma nello stesso tempo inaugura un modello che avrà peso in tutto il secolo 19 e in parte
del 20: egli 'laicizza' la tradizione classicistica, senza modificarne la struttura; la semplifica e
arricchisce rendendola fruibile per un mondo ormai mutato. Da questo punto di vista appare il
creatore di un CLASSICISMO BORGHESE dai caratteri 'nazionali' che mostra una tranquilla
fiducia nel progresso,pur continuando a rivestire pose e formule anticheggianti e a esprimersi in un
linguaggio subile, contrario a qualsiasi diretta designazione della realtà. Con il Monti le forme e i
miti classici riescono artificialmente a sopravvivere come maschere borghesi:gran parte dei moduli
classicisti che si riaffacceranno nella nostra tradizione fino al 900 saranno legati alla sua eredità.

IL PURISMO E LE DISCUSSIONI SULLA LINGUA


Nel periodo napoleonico l'esigenza di affermare un'identità nazionale italiana si esprime anche
attraverso un nuovo tentativo di definire una forma linguistica adeguata al presente e quindi
attraverso una ripresa della questione della lingua.
Alle prospettive classicistiche si collega il purismo, rivendicazione della purezza originaria del
toscano degli scrittori del 300, soprattutto i minori, considerati come esempi di lingua
naturale,spontaneamente armoniosa, non contaminata dagli artificiosi interventi successivi.
Promotore e guida del purismo linguistico fu il sacerdote veronese ANTONIO CESARI(1760-1828)
che tra il 1806 e 1811 promosse una riedizione del Vocabolario della Crusca con numerose 'giunte'
di vocaboli attinti da scrittori trecenteschi che la Crusca aveva trascurato. In questo quadro di
rivalutazione dei valori originari della lingua italiana, e con il favore del governo francese, a Firenze
fu ripristinata nel 1811 l'Accademia della Crusca soppressa nel 1783.
Ma il purismo più rigoroso conservava aspetti provinciali. Notevole risonanza ebbe l'insegnamento
di alcuni puristi come il marchese BASILIO PUOTI(1782-1847) che aprì a Napoli nel 1825 una
scuola privata.
Contro il purismo prese posizione il Monti che pubblicò vari articoli in proposito sulla rivista 'Il
Poligrafo' nel 1813 e 1814 e poi,insieme a un gruppo di amici letterati, tra cui il genero GIULIO
PERTICARI elaborò la Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al 'Vocabolario della Crusca',
uscita in sette tomi tra il 1817 e il 1826. Il gruppo montiano difende una forma di classicismo
moderno e aperto, contesta la scelta di un modello linguistico situato all'origine della storia della
nostra lingua, ritiene che la lingua 'comune' d'Italia si sia elaborata nel confronto tra le diverse aree

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regionali e nel lungo lavoro degli scrittori che l'hanno innalzata a superiore dignità: per il suo
carattere 'comune' questa lingua non può cristallizzarsi entro schemi rigidi ma deve aprirsi a forme
nuove anche di origine straniera purché non contrastanti con le strutture di fondo e con il suo
carattere illustre.

PIETRO GIORDANI
Il piacentino Pietro Giordani ha abbandonato la carriera ecclesiastica durante gli anni
rivoluzionari,visse poi sempre in condizione di celibatario. Legato al regime napoleonico, ottenne
nel 1808 la carica di proto segretario dell'Accademia di belle arti di Bologna,che dovette poi
rilasciare nel 1815; risiedette in seguito a Milano,Firenze e fu in contatto con i più importanti
scrittori del tempo. Le sue idee libere destarono sospetti nei governi della Restaurazione.
I suoi numerosi scritti, pubblicati tra il 1821 e 1827 sono quasi tutti d'occasione:
elogi,orazioni,discorsi accademici,brevi saggi, da cui emergono una forte adesione agli schemi di
'eloquenza' classicistica, un culto della forma preciso. Sotto la sua retorica c'è un rigore umano,
permeato di spiriti illuministici, laici che si acuì negli anni della Restaurazione.
Egli interpreta in senso progressista la tradizione umanistica,trovando la sua migliore espressione in
vari scritti polemici,rivolti contro tutte le forme di oscurantismo, di pregiudizio. L'idea di letteratura
di Giordani è opposta a quella di Monti: la letteratura è per lui ricerca di rigore, esercizio lucido di
verità e di educazione civile,conseguente affermazione di una 'virtù' che deve essere insieme
retorica,linguistica e umana. In funzione di questa idea egli svolse una ricca opera di mediazione
intellettuale di cui sono documento importante le sue lettere.

UGO FOSCOLO
Egli nacque a Zante il 6 febbraio 1778, il suo nome di battesimo era Nicolò si fece chiamare Ugo
solo a partire dal 1795, il padre Andrea era medico, la madre era greca, ed oltre ad Ugo avevano
altri tre figli. La morte improvvisa del padre causò alla famiglia gravi difficoltà, nel 1792 la
famiglia si trasferì a Venezia dove nonostante i problemi economici Ugo potette continuare gli studi
e cercò di inserirsi negli ambiti mondani della città. Il suo comportamento era scontroso e aveva
qualcosa di selvatico che attirava curiosità e simpatia. Riuscì a farsi ammettere nei salotti
dell'aristocrazia tra cui quello di Isabella Teotochi Albrizzi, per cui nutrì amore e grazie alla quale
conobbe Ippolito Pindemonte.
Nel frattempo si dedicava alla lettura dei classici greci,latini e italiani e iniziava il proprio
apprendistato poetico, il primo testo pubblicato, l'ode religiosa La croce,apparve sul 'Mercurio
d'Italia' nel 1796. Mostrava interesse per gli illuministi. La varietà dei suoi interessi è testimoniata
da un Piano di studi da lui redatto nel 1796.
La discesa dei Francesi in Italia rafforzò il suo orientamento rivoluzionario e sotto l'influenza di
idee giacobine si impegnò nell'attività politica. Dopo un periodo sui colli Euganei per eludere i
sospetti del governo veneto,fece rappresentare nel 1797 la tragedia Trieste, piena di furore
libertario, costruita sui modelli dell'Alfieri, autore da lui amato come nemico dei tiranni. Questa
fece sì che si ebbero ancora più sospetti su di lui così preferì fuggire a Bologna dove si arruolò nel
corpo dei cacciatori a cavallo e pubblicò l'ode Bonaparte liberatore. A maggio tornava a Venezia
dove però era sospetto all'atteggiamento dei liberatori francese e si recò a Milano dove si legò ai
gruppi dei giacobini italiani più attivi ed ebbe modo di conoscere Parini e il Monti, che difese dalle
accuse dei rivoluzionari che gli rimproveravano di aver scritto la Bassvilliana; in quegli anni si
innamorò della moglie del Monti con cui però mantenne un rapporto d'amicizia. Collaborò a varie
redazioni.
Al ritorno di Napoleone in Italia Foscolo restò nell'esercito con il grado di capitano aggiunto e
assolse vari incarichi, ebbe un travolgente amore per Isabella Roncioni, promessa sposa a un ricco
marchese; rientrato a Milano allacciò una relazione con la moglie del conte Marco Arese, per la
quale scrisse l'ode Alla amica risanata. I 'comizi' di Lione del 1802 per i quali pubblicò una
spregiudicata Orazione,confermavano il ruolo subalterno che all'Italia toccava nel sistemo

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napoleonico. Portò a termine e pubblicò le Ultime lettere di Jacopo Ortis (1802) a cui seguirono
nel 1803 la stampa delle Poesie migliori fino allora composte e il lavoro filologico su La chioma di
Berenice. La sua crescente difficoltà economica lo indusse a partecipare nel 1804 alla spedizione
progettata da Napoleone contro l'Inghilterra. Un viaggio a Venezia e nel Veneto nel 1806,dopo la
liberazione del dominio austriaco,gli permise di rivedere la madre, la sua prima protettrice Isabella
Teotochi Alibrizzi, Cesarotti e Pindemonte. Dai colloqui avuti durante questo viaggio sorse l'idea
del carme Dei sepolcri, pubblicato nel 1807,anno in cui apparve anche un suo Esperimento di
traduzione dell'Iliade di Omero. Nel marzo 1808 grazie agli appoggi di cui godeva e all'intervento
di Monti ottenne la cattedra a Pavia, ma durò poco e gli venne lasciato un solo anno di stipendio,con
la possibilità di tenere un corso che egli inaugurò il 22 gennaio 1809 con la prolusione Dell'origine
e dell'ufficio della letteratura, che ebbe grande successo,di fronte a un pubblico di illustri
personaggi.
Strinse una sincera amicizia con la contessa d'Albany,frequentandone il salotto. Il soggiorno
fiorentino coincise con una fase creativa particolarmente felice. Foscolo lavorò al progetto de Le
Grazie e alla composizione della tragedia Ricciarda; proseguì inoltre la traduzione dell'Iliade,
riprese e pubblicò la traduzione del Viaggio sentimentale di Sterne, accompagnata dalla Notizia
intorno a Didino Chierico. Dopo una breve partentesi milanese Foscolo tornò a Firenze nel 1813
poi a Milano,richiamato dalla nuova situazione politica creatasi in seguito alla sconfitta di
Napoleone a Lipsia.
Dopo aver soggiornato in varie città pubblicando tra l'altro a Zurigo una nuova redazione dell'Ortis
decise infine di emigrare in Inghilterra. A Londra viene accolto negli ambienti culturali e nei circoli
liberali, i suoi risentimenti sempre più aspri contro il mondo intellettuale e politico italiano
complicarono anche i suoi rapporti con gli italiani in esilio a Londra.
Oltre a impegnarsi in numerosi scritti critici, abbozzò fin dal 1817 un progetto di Lettere
dall'Inghilterra, di cui sistemò soprattutto la parte nota come Gazzettino del bel mondo e nel 22
tornò sulla redazione delle Grazie. Tra il 1824 e 25 compose una Lettera apologetica,destinata a
difendere il suo comportamento negli ultimi anni del regime napoleonico e a giustificare la scelta
dell'esilio. Dovette passare un breve periodo in prigione a causa dei debiti contratti e fu costretto a
vivere sotto falso nome per non farsi raggiungere dai creditori. Povero e malato morì nel sobborgo
londinese di Turnham Green nel 1827. Solo nel 1871 le sue spoglie furono portate a Firenze e
tumulata nella chiesa di Santa Croce,accanto ai gradini italiani che egli aveva cantato nei Sepolcri.

DALLA VITA ALLA LETTERATURA


Nella vita di Foscolo tutto appare provvisorio: egli è dominato da una instabilità che lo porta sempre
'altrove' alla ricerca di situazioni sempre nuove e diverse. In questa provvisorietà si esprime un io
irrequieto, persa la terra d'origine si lascia trascinare dalle occasioni più varie,rifiuta ogni legame
sociale o familiare consumando tutta la vita in funzione delle proprie esigenze e contando solo su di
sé. Questa concentrazione sul proprio io sembra riprendere gli atteggiamenti dei libertini
settecenteschi ma rispetto al loro cinismo, essa trova in Foscolo nuovi elementi
morali,storici,sentimentali. Il poeta rivendica il valore assoluto della propria personalità attraverso
un giudizio negativo sul mondo e la dolorosa acquisizione della coscienza delle proprie
contraddizioni. Per il suo spessore morale e critico potremmo definire l'individualismo foscoliano
con egotismo che sarà introdotto da Stendhal e indica l'affidarsi esclusivo alla libertà del proprio io.
Nell'epistolario foscoliano emergono i centri di questa personalità fascinosa: l'ambito della politica
e quello dell'amore.
L'attenzione storica si lega in Foscolo a una volontà di intervenire sulla scena del presente, di farsi
ascoltare, di giudicare il mondo e mutarne i caratteri. Nel periodo rivoluzionario e giacobino avverte
la necessità di saldare l'esperienza intellettuale all'azione politica, assumendo come punto di
riferimento la cultura libertaria settecentesca.

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Quanto alle passioni amorose esse sono vissute con una forza rovinosa,che spinge il poeta a cercare
rapporti difficili e senza futuro, destinati a consumarsi tanto più rapidamente quanto più violenta
risulta la passione iniziale. Nell'esperienza amorosa Foscolo sembra voler distruggere l'immagine
stessa della donna. Egli finisce per vivere l'amore da una parte come esaltazione di sé nel culto della
bellezza e dall'altra come dissipazione,abbandono a forze distruttive,dissoluzione delle stesse
capacità intellettuali. Rispetto alla mediocrità del reale la donna appare come entità superiore,la cui
presenza gli permette di riconoscere la propria grandezza: ma nell'incontro con la donna l'io
sperimenta anche la propria incapacità di trovare quiete.
In questa travolgente passionalità c'è qualcosa di forzato e artificioso, pare che egli voglia
trasformare la propria vita in un 'continuo romanzo'. Egli assume atteggiamenti teatrali e si
comporta come se ogni suo atto dovesse essere osservato;il suo sentire si inscrive in una immagine
di personalità fosca.
Foscolo ricorre a maschere, inventa personaggi che gli fanno da schermo e ai quali affida aspetti
diversi della sua personalità. Jacopo Ortis e Didimo Chierico sono le sue controfigure principali,ed
esibiscono due caratteri contrastanti del suo io: quello 'tragico', passionale,negativo e quello
'ironico', scettico,disincantato.
Questi personaggi creano una mediazione essenziale tra vita e letteratura: sono figure letterarie in
opposizione,in cui si cristallizzano le virtualità dell'autore e che tendono a divenire modelli
esemplari benché si tratti di personaggi 'incompiuti'.
Il loro spazio è quello degli scritti in prosa, dove Foscolo si mantiene più vicino all'esperienza
autobiografica.
Sul versante della poesia, dopo gli esperimenti giovanili Foscolo pare cercare sempre maggiore
sublimazione del proprio egotismo, vagheggiando una bellezza superiore da conquistarsi attraverso
la continuità con la tradizione classica. In una prospettiva neoclassica egli cerca una poesia in cui le
contraddizioni e passioni personali possano trasporsi su un piano ideale.
La maggior parte dei suoi scritti è costituita da abbozzi,esperimenti, interventi provvisori.
Nessuna opera di Foscolo è mai veramente finita:l a sua è un interminabile 'opera aperta' che
coincide con la stessa provvisorietà della sua vita.
Il suo correggere e riscrivere ha un duplice significato: se da un lato evidenzia il desiderio
inappagato di una perfezione classicistica, dall'altro registra la sua instabilità esistenziale.
L'opera foscoliana tocca temi molteplici,rivolgendosi agli aspetti più vari,anche a quelli più
marginali della cultura classica e contemporanea.
Nell'assoluta incertezza dell'esistere e dello scrivere, i temi della patria, della amicizia,della
continuità tra vivi e morti, dell'amore e della bellezza, questi riferimenti si prestano come illusioni.
L' 'illusione' che riassume in sé tutte le altre è costituita dall'arte e dalla poesia, che trasformano le
illusioni soggettive in forza civile e collettiva. Attraverso l'arte, Foscolo aspira a un bene
superiore,inteso come risoluzione di ogni conflitto.

//ROMANZO EPISTOLARE---> è un tipo di romanzo che affida la narrazione a lettere scambiate


tra i personaggi: i fatti e la loro successione risultano dal racconto dei personaggi-autori dei
carteggi. L'insieme delle lettere può essere combinato in modi diversi: possono essere attribuite a
due o più personaggi e offrire i loro punti di vista sugli eventi,talvolta facendo ricorso a stili diversi
in base al livello culturale e sociale attribuito ai mittenti, o possono essere epistole di un solo
personaggio, che si immaginano ritrovate per caso o indirizzate direttamente all'autore o a chi ha
curato il libro.
La grande affermazione del romanzo epistolare si ha nella letteratura inglese del secolo 18°:lo
scambio di lettere tra i personaggi si rivela ora strumento essenziale per dare un'immagine viva di
una realtà in movimento e per esprimere,specialmente se si tratta di personaggi femminili,dirette
effusioni patetiche e sentimentali.//

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