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Paul Signac, l’anarchico maestro che metteva i puntini

sulle tele
Si è aperta a Lugano una mostra con 140 opere del pittore francese che superò
l’impressionismo costruendo quadri con «gli atomi» di colore

ELENA PONTIGGIA

PUBBLICATO IL ULTIMA MODIFICA


03 Settembre 2016  21 Giugno 2019  20:06

Gli artisti arrivano sempre prima. Che tutte le cose siano composte di atomi gli scienziati alla
fine dell’Ottocento lo sapevano da secoli, ma i primi che ce li hanno fatti vedere sono stati
Seurat e il suo allievo e amico Paul Signac. Entrambi dipingevano per atomi e molecole (o per
punti, come dicevano loro, battezzando la loro tendenza «puntinismo» o
neoimpressionismo). Proprio con quella strana pittura a puntini, che richiedeva la pazienza
di Giobbe e distruggeva i miti romantici sull’ispirazione alata e la furia creatrice degli artisti,
Signac, a cui il Lac di Lugano dedica ora un’ampia mostra, rivelava che la realtà, in realtà,
non esiste. Tutta la materia che a noi pare così materiale, tutte le cose che ci sembrano così
compatte sono invece uno scintillio, una corsa, un tremito di piccole particelle, di inezie.
Dunque sono molto meno solide di quanto ci illudiamo.

La mostra di Lugano, a cura di Marina Ferretti Bocquillon, ci fa conoscere l’artista con


centoquaranta opere, tra tele e soprattutto carte, provenienti tutte da un’unica collezione.
Non è un’antologica e fortunatamente non finge di esserlo (secondo un certo malcostume
espositivo che usa spesso in Italia), ma dà un’idea esauriente del paesaggio del maestro
francese, cioè del cuore della sua pittura. Anzi, togliendo di scena - a parte un paio di disegni
- Seurat, che di solito nelle mostre lo accompagna come Coppi accompagnava Bartali,
relegandolo inevitabilmente a un ruolo di eterno secondo, lo fa comprendere meglio, al di là
di un confronto mortificante e, in fondo, fuorviante. Intendiamoci: Signac non ha la genialità
di Seurat, non ne ha la ricchezza inventiva né l’immobilità egizia nascosta sotto le vesti della
Parigi ottocentesca. È però un colorista tra i maggiori sul pedale basso degli azzurri, dei lilla,
dei rosa e, nei suoi esiti migliori (certi paesaggi fatti solo di linee e vapori, come Saint-Briac o
l’impalpabile Mont-Saint-Michel), lunare.

La mostra, che si divide in sei sezioni, muove dagli esordi di Signac, che nasce artisticamente
quando nel 1884 incontra Seurat alle Tuileries. Lui ha ventun anni, Seurat non ancora
ventiquattro. Come vediamo nella prima sala, Signac segue subito l’amico nell’avventura
puntinista e ne diventa il maggior teorico col saggio Da Eugène Delacroix al neo-
impressionismo. A dispetto del nome, la nuova tendenza assomiglia all’impressionismo
quanto New York assomiglia a York. Cioè poco. I due artisti muovono dalla pittura di Monet
e compagni, ma ne superano l’immediatezza e la nozione di tempo come attimo. Le loro non
sono più impressioni, ma composizioni. Alle pennellate disordinate degli impressionisti
sostituiscono una serie di punti che richiedono una stesura ordinata, metodica. Accostando i
colori secondo le leggi dell’ottica, inoltre, ottengono una luce intensa ma calibratissima che è
il contrario dell’istintività.

Dopo la morte di Seurat, che si spegne a trentun anni vinto da una difterite a quei tempi
incurabile, Signac si sposta nell’allora poco frequentata Saint-Tropez. Sogna l’armonia, non
solo in pittura ma anche nella vita, e vagheggia una società anarchica. L’età dell’oro, come
intitola un quadro di cui vediamo in mostra lo studio preparatorio, «non è nel passato ma
nell’avvenire». La sua tecnica prediletta è l’acquerello, sia perché apprezza i maestri del
Giappone, sia perché gli piace la leggerezza dei fogli. Pissarro una volta gli aveva detto: «Vi
consiglio l’acquerello, è raffinato e molto pratico, permette di dipingere in pochi minuti
effetti altrimenti impossibili da cogliere, come un cielo ventoso o certe trasparenze che
svaniscono subito». Allenta intanto le rigide regole del puntinismo e si concentra sul colore,
anche indipendentemente dalle leggi della cromatologia. Capisce che in arte quel che conta
non è la teoria ma, appunto, l’arte. Non si ferma però sulla Costa Azzurra e viaggia a lungo,
come documentano le ultime tre sezioni. Marsiglia, Costantinopoli, Venezia, Rotterdam,
Juan-les-Pins e naturalmente Parigi sono alcuni dei luoghi dove soggiorna e che danno il
titolo ai suoi quadri.

Quando scoppia la prima guerra mondiale ha ormai passato i cinquant’anni e fa in tempo a


vedere il crollo di tutte le sue utopie pacifiste. Scrive a sua moglie Berthe nel settembre 1914:
“Non sono i tedeschi da maledire, è la guerra… Non riuscirò mai a riprendermi dall’orribile
sconforto in cui sprofondo”. Si riprende invece, e continua a dipingere e viaggiare. Ama i
riflessi sull’acqua, i cangiantismi degli spettacoli naturali, traduce in pittura la valle del
Rodano descritta da Stendhal. Si avvicina, lentamente, a quella libertà del segno che da
giovane aveva criticato negli impressionisti e cercato di disciplinare con la sua punteggiatura.
Il suo ultimo ciclo di lavori è dedicato ai porti. Dal 1929 al 1931 visita moli e scali marittimi
della Francia, cominciando da Sète, nei luoghi del Cimitero marino di Valéry. Vorrebbe
dipingerli tutti, e non capisce che diventa ripetitivo, perfino illustrativo. «Piove, tira vento,
non ci sono effetti… Oltre a queste delusioni artistiche, c’è l’asprezza della vita da scaricatore
di porto che conduco», si lamenta. Non si accorge che il tempo dell’en plein air è finito per
sempre.

PAUL SIGNAC. RIFLESSI SULL’ACQUA