Sei sulla pagina 1di 22

Questo libro raccoglie gli scritti sia di relazioni seminariali e congressuali sia di pubblicazioni

scientifiche che hanno come cornice portante la cosiddetta postura psicoanalitica, che si ritiene
faccia parte non solo di un particolare modo di porsi nei confronti dell’altro come persona
ma anche dell’altro come problema, come concetto da esaminare e su cui riflettere. Secondo
la medesima prospettiva sono così affrontati i temi riguardanti l’empatia e le sue possibili
concettualizzazioni, il sentimento del perturbante e una sua possibile comprensione, la
postura nell’approccio psicoanalitico al paziente neurologico e ai genitori che si confrontano con
il vissuto straziante del lutto relativo alla perdita di un neonato e infine il rapporto tra postura
psicoanalitica e formazione nell’istituzione.

Giovanni Pieralisi, psichiatra e psicoanalista, è stato uno dei membri fondatori del Centro
Studi di Psicoterapia Psicoanalitica e Metodologia Istituzionale (via Ariosto), il centro di
formazione di Milano legato al pensiero di Joseph e Anne-Marie Sandler dell’Anna Freud
Centre di Londra. È attualmente Presidente dell’Associazione per lo Sviluppo della Psicoterapia
Psicoanalitica di Ravenna, nonché Direttore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia
Psicoanalitica di Ravenna. Il dott. Pieralisi è lo psicoanalista che ha proposto e approfondito in
anni di ricerche cliniche in psicoterapia individuale e di gruppo il concetto metodologico di
postura psicoanalitica.

Andrea Zanettovich è medico psicoterapeuta. Si occupa di psicoterapia psicoanalitica


individuale dell’adulto. Deve tutta la sua formazione professionale al Centro Studi di via
Ariosto a Milano. È docente a contratto di Psicologia Dinamica presso l’Università di Trieste,
membro della Direzione scientifica e docente presso la Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica
di Ravenna e Direttore del Centro di Formazione e Ricerca in Psicoterapia Psicoanalitica di via
Canova a Trieste.

Andrea Clarici è medico psichiatra e psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico. La sua


formazione professionale in ambito psicoanalitico è stata dapprima come psicoterapeuta
infantile, per poi dedicarsi brevemente alla psicoterapia psicoanalitica della famiglia con il
dott. Paolo Saccani del Centro Studi di via Ariosto a Milano. In questa sede ha completato
poi la sua formazione nella psicoterapia individuale dell’adulto. È professore aggregato in
Neuropsichiatria Infantile (Corso di laurea in Medicina) e in Psicologia Dinamica Progredita
(Corso di laurea in Psicologia) presso l’Università di Trieste. È infine docente presso il Centro
di Formazione e Ricerca in Psicoterapia Psicoanalitica di Trieste.

Rosella Giuliani è psicologa e psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico. Ha compiuto la


sua formazione come psicoterapeuta dell’età evolutiva presso il Centro Studi Martha Harris
(sede di Venezia). Lavora dall’inizio della sua carriera, prima come insegnante di sostegno
nella scuola elementare e poi come psicoterapeuta, con i bambini e con le loro famiglie.

Euro 12,00
Introduzione

Questo è un libro che raccoglie gli scritti sia di relazioni seminariali e congres-
suali sia di pubblicazioni scientifiche. I temi sono in parte diversi ma sono uniti,
diciamo così, secondo due linee: una metodologica e un’altra affettiva.
Quella metodologica riguarda la prospettiva e l’atteggiamento con cui gli
Autori si dispongono a riflettere sui concetti psicoanalitici e sulla loro rilevanza
nell’ambito della relazione terapeutica. Quella prospettiva che ha come cornice
portante la cosiddetta postura psicoanalitica, ampiamente discussa nel testo, e
che si ritiene faccia parte non solo di un particolare modo di porsi nei confronti
dell’altro come persona ma anche dell’altro come problema, come concetto da esami-
nare e su cui riflettere: che faccia parte in fondo di un modo di pensare intorno
alle cose. Secondo la medesima prospettiva sono così affrontati poi, nei capito-
li successivi, i temi riguardanti l’empatia e le sue possibili concettualizzazioni,
il sentimento del “perturbante” e una sua possibile comprensione, la postura
nell’approccio al paziente neurologico e ai genitori confrontati con il vissuto stra-
ziante della perdita di un neonato e infine il rapporto tra postura psicoanalitica e
formazione nell’istituzione.
La linea affettiva si riferisce invece al fatto che gli Autori sono uniti in misura
varia da un passato e da un presente che li vede in una costante interazione di
tipo formativo, sia nella formazione personale che nella attivazione di organizza-
zioni volte a promuovere e diffondere la suddetta metodologia posturale psicoa-
nalitica. Recenti espressioni concrete di tali intenti sono la Scuola di Psicoterapia
Psicoanalitica di Ravenna e il Centro di Formazione e Ricerca in Psicoterapia Psi-
coanalitica di via Canova a Trieste.
Questo libro può quindi a ragione essere considerato un’ulteriore espressio-
ne di tale unione metodologica e affettiva.

I curatori
Andrea Clarici e Andrea Zanettovich

7
Il perturbante (unheimlich)
e il principio di sicurezza1

andrea zanettovich

Quest’anno l’inizio dell’anno accademico della nostra Scuola di Ravenna è più o


meno coinciso con lo svolgimento delle tesi di specializzazione da parte del pri-
mo gruppo di allievi che ha completato il quadriennio formativo. Si è così chiuso
un ciclo. E quando un ciclo si chiude si creano le premesse per fare il punto, per
riflettere. In tale circostanza il mio pensiero è andato in particolare agli allievi e al
loro prezioso apporto; con loro, anno dopo anno, si crea un’atmosfera via via più
“heimlich” (cioè familiare), che vuole sostanzialmente dire che è più facile ricono-
scersi e capirsi nell’ambito di una relazione in cui auspicabilmente è via via più
facile l’instaurarsi di quella che io chiamo la “circolarità didattica”: un processo di
reciproco apprendimento che permette a entrambi, docente e allievo, di crescere,
di cambiare (e forse qui, come vedremo oltre, sfioro un significato di heimlich
più pregnante e profondo). Così l’“insegnamento”, per varie vie e in varie vesti
naturalmente diverse, arriva da (e giunge a) entrambe le parti. Probabilmente
la piccola storia, ma che è già storia, di questa Scuola si presta molto di più a sti-
molare in me questo tipo di esperienza perché le mie altre esperienze didattiche
riguardano il Centro di Formazione e Ricerca di Trieste che però è ancora nascen-
te e infine l’ambito universitario che, pur permettendo delle ottime occasioni di

1 Relazione tenutasi il giorno 18 maggio 2013 quale Seminario della Scuola di Psicoterapia
Psicoanalitica di Ravenna.

59
incontro, si presenta inevitabilmente istituzionalizzato e frammentario. È per
tale ragione che sento di dover ringraziare profondamente gli allievi di ieri e di
oggi per il contributo che hanno dato e danno, con la loro partecipazione, i loro
stimoli, il loro interesse, la loro curiosità, la loro passione, le loro sollecitazioni,
alla mia crescita. Grazie veramente di cuore.
E veniamo ora al tema di oggi, cui mi appresto, come sempre, con molto pia-
cere per condividere le mie riflessioni. Prima di tutto mi porrei due ordini di do-
mande: la prima è: “Perché questo tema?” e l’altra è: “Cosa mi propongo con questo
incontro?”.
Provo a rispondere alla prima, “Perché questo tema?”. Già alcuni anni fa mi
confrontai con quest’argomento sia supervisionando qualche caso in cui ebbi
l’impressione che emergesse nel paziente un “sentire” di tipo perturbante, sia
nell’ambito del mio lavoro clinico, e a tale proposito mi viene in mente un mio
paziente tedesco che un giorno, durante una seduta, mi disse: “Vede, questa cosa
che le sto raccontando mi aveva dato una sensazione particolare, per cui però non riesco a
trovare una parola al di fuori della lingua tedesca per definirla, cioè unheimlich”. Un’al-
tra radice del mio interesse per l’unheimlich può rifarsi a un’esperienza della mia
vita privata, avvenuta ormai vari anni fa insieme a mia figlia, quando aveva all’in-
circa tre o quattro anni: andavamo io e lei abbastanza spesso ad acquistare qual-
cosa che ci piaceva particolarmente in una rosticceria di periferia. Nel periodo
natalizio il gestore aveva l’usanza di appendere accanto alla vetrina uno di quegli
alberelli di Natale che, all’avvicinarsi di una persona, si mettono a muoversi im-
provvisamente cantando Jingle Bells. Mi colpiva il fatto che mia figlia prendesse il
largo, esitando, coprendosi parzialmente gli occhi, e dicendomi: “Paura…” ma non
essendone convinta. E credo che avesse ragione, che le cose stessero proprio così,
che non si trattasse di vera paura, ma di una particolare forma d’ansia inerente,
credo, il sentimento di perturbante. Un’ulteriore radice di questo mio interesse
risale alla lettura di un articolo della psicoanalista argentina Yolanda Gampel2 che
mi colpì subito in quanto è l’unico contributo, almeno per quanto ne sappia io,
che cerchi di affrontare il concetto di perturbante affiancandovi anche un parame-
tro teorico di Sandler. E di ciò parlerò in seguito.
Mi interessai così al testo freudiano sull’argomento, ad altri contributi e,
come spesso avviene, il mio interesse per l’argomento crebbe proprio perché
non capivo, non riuscivo a trarne una sua concettualizzazione per me più chiara,
più definita.
Alla seconda domanda, “Cosa mi propongo con questo incontro?”, risponderò di-
cendo che mi propongo due cose: una è quella di condividere insieme a voi un
mio piccolo percorso di ricerca e di pensiero su questo concetto, cosa che mi fa
molto piacere, e l’altra è quella di continuare poi, insieme a voi e con il vostro

2 Gampel, Y. (1999). Between the background of safety and the background of the uncanny
in the context of social violence. Psychoanalysis on the Move. The Work of J. Sandler. The new
Library of Psych., London.

60
aiuto, a riflettere e a ricercare intorno al tema. Insomma: aggiornarvi prima sul
mio pensiero, cercando di darvene degli elementi e degli stimoli, e promuovere
poi un lavoro comune di ulteriore riflessione e critica. Un altro aspetto che mi
preme sottolineare è che nel mio tentativo di dare una certa sistematizzazione
metapsicologica al concetto di unheimlich, mi sono trovato a valermi di alcuni
concetti fondamentali della teoria psicoanalitica di Joseph Sandler, cosa che mi
ha dimostrato una volta di più l’estrema utilità concreta della sua “quiet revolu-
tion”. Ovviamente credo che questa sia proprio la sede ideale per condividere un
intreccio di concetti di questo tipo.
Ho parlato finora di unheimlich, usando il termine tedesco, non per vezzo ma
perché penso che sia una di quelle parole intraducibili, proprio come quando nel
descrivere un ambiente e la sua atmosfera usiamo la parola tedesca gemütlich,
a significare qualcosa inerente in qualche modo all’intimità, al calore, all’acco-
glienza, ben sapendo che non siamo in grado di trovare un equivalente nella no-
stra lingua (e non credo sia un caso che mi venga in mente “gemütlich”, che in
un certo senso rappresenterebbe anche una sorta di contraltare alla dimensione
dell’unheimlich. Ho l’impressione cioè che siamo sempre in quelle acque).
Così unheimlich in italiano è diventato “perturbante”, che probabilmente non
ci piace ma forse non si poteva fare di meglio, intendendo con tale termine una
qualità particolare del sentire, nell’ambito cioè del cosiddetto Erlebnis (vissuto),
che è stata intesa anche come inquietante, spaventoso, terrifico, pauroso, minac-
cioso, trovando in ciascuno di questi termini sempre, credo, una certa insoddi-
sfazione. (Il critico letterario e musicologo Francesco Orlando3 – che è stato in
psicoanalisi con una studiosa di Freud, Alessandra Wolff, analista freudiana della
SPI4 del dopoguerra, di origine lettone e moglie di Giuseppe Tomasi di Lampe-
dusa, l’autore de Il gattopardo, a sua volta maestro di Orlando – usa il termine di
sinistro, mentre Graziella Berto usa il termine di spaesamento).5 Di conseguenza

3 Orlando, F. (1973). Per una teoria freudiana della letteratura (Vol. 18). Einaudi.
4 La Società Psicoanalitica Italiana (S.P.I.), una delle due società italiane appartenenti all’I.P.A.
(International Psychanalytic Association), fondata da Freud nel 1910. La SPI fu fondata il 7 giugno
1925 dal Prof. Marco Levi Bianchini, direttore dell’Ospedale Psichiatrico Provinciale e Docen-
te all’Università di Napoli, con lo scopo di approfondire e di diffondere lo studio teorico e la
pratica clinica della psicoanalisi. Nel 1932 il Dott. Edoardo Weiss, medico triestino, ne diventa
presidente. Weiss si era formato come psicoanalista a Vienna nella Wiener Psychoanalytische Ve-
reinigung, la prima Società Psicoanalitica creata da Sigmund Freud. L’altra associazione italiana
è l’AIPsi (Associazione Italiana di Psicoanalisi). Il 26 luglio 1992 uno dei padri fondatori della
S.P.I., il Prof. Emilio Servadio, assieme ad altri membri che avevano svolto ruoli di rilievo nella
S.P.I., rivolsero al Comitato Esecutivo dell’IPA la domanda di poter costituire una Società a sé,
denominata Associazione Italiana di Psicoanalisi (A.I.Psi.), scindendosi in questo modo dal-
la S.P.I. Le ragioni del dissenso dalla società di appartenenza erano sostanzialmente di ordine
etico e istituzionale. L’A.I.Psi. è stata fondata sotto gli auspici di J. Sandler, all’epoca Presidente
dell’IPA, e le attività della nuova Associazione sono iniziate con uno Sponsoring Committee, com-
posto da Adam Limentani (chairman), Yolanda Gampel, Gemma Jappe e Litza Green.
5 Berto, G. (1998). Freud, Heidegger: lo spaesamento. Bompiani.

il perturbante e il principio di sicurezza 61


ritengo che per pensare veramente intorno a tale concetto sia indispensabile fare
riferimento al termine tedesco.
Quello di unheimlich è un concetto derivante dall’estetica e mi sembra che at-
tualmente venga rispolverato con una certa disinvoltura. Se il campo di origine
dell’unheimlich è quello dell’estetica è coerente il fatto che la maggior parte delle
riflessioni e degli studi su di esso si ricavino dall’ambito della critica e della teoria
letteraria, della storia dell’arte, in ambito filosofico-culturale e anche architetto-
nico: sappiamo infatti che lo storico dell’architettura Anthony Vidler si è occu-
pato dell’unheimlich nell’architettura contemporanea, in particolare in ambito
decostruttivista, chiamandolo in inglese unhomely. 6
In ambito psicoanalitico l’ingresso dell’unheimlich si deve al saggio di Freud
del 1919, Das unheimliche (Il Perturbante). 7 Per vari decenni dopo l’uscita di questa
pubblicazione tale concetto ha vissuto indubbiamente una sua marginalità nei
contesti teorici e clinici della psicoanalisi. Solo alcuni psicoanalisti, come Ber-
gler8 e Grotjahn9, se ne occuperanno soprattutto per cercare di far meglio aderi-
re l’unheimlich al modello teorico dell’ultimo Freud. Fino agli anni ’80, ma forse
sarebbe meglio dire ’90, oltre al concetto anche lo stesso scritto di Freud rimane
poco conosciuto. In larga misura mi sembra che, in seguito, i lavori psicoanalitici
dedicati all’unheimlich nell’ultimo paio di decenni trattino prevalentemente l’ar-
gomento assumendone una prospettiva estetica, eludendo cioè una sua rigorosa
sistematizzazione concettuale. Altri autori, ad esempio, definiscono il sogno stes-
so come esperienza perturbante, riconducendo così l’unheimlich a ogni riemergere
del rimosso o alla percezione distorta o mascherata di una realtà,10 o finiscono per
rapportare l’unheimlich a un’ambivalenza di genere e al suo rapporto con la mor-
te, col “definito”.11-12 Giuseppe Fiorentini13 lega la dimensione dell’unheimlich, in
ambito terapeutico, al permanere di aspetti irrazionali onnipotenti in cui la psi-
coanalisi affonda le sue radici (ipnosi, suggestione, contagio emotivo) che emer-
gerebbero in caso di trattamenti di pazienti con funzionamento psichico arcaico
e pre-individuale. In ambito lacaniano, Lacan ne parla – secondo un linguaggio
piuttosto ostico a noi poco avvezzi al pensiero di questo autore – in uno dei suoi

6 Vidler, A. (1994). The architectural uncanny: essays in the modern unhomely. Mit press.
7 Freud, S. (1919) Il perturbante. OSF, vol. 9.
8 Bergler, E. (1934). The psycho-analysis of the uncanny. International Journal of Psycho-
Analysis, 15, 215-244.
9 Grotjahn, M. (1948). Some clinical illustrations of Freud’s analysis of the uncanny. Bulletin
of the Menninger Clinic, 12(2), 57.
10 Mahon, E. J. (2012). The Uncanny in a Dream. The Psychoanalytic quarterly, 81(3), 713-725.
11 Garlick, S. (2010). Uncanny sex: cloning, photographic vision, and the reproduction of na-
ture. Social Semiotics, 20(2), 139-154.
12 Butler, J. (2005). La vita psichica del potere (Vol. 25). Meltemi Editore srl.
13 Fiorentini, G. (2005). Il perturbante nel processo psicoanalitico. Rivista di Psicoanalisi,
51(4), 1049-1063.

62
noti seminari, affermando che l’unheimlich non si pone come tra le tante possibi-
lità dell’apparizione dell’angoscia, ma come un luogo di genesi dell’angoscia allo
stato puro.14 Sono prospettive interessanti ma che, per ora, mi sono difficili da
comprendere veramente e che posso attribuire o a un eccessivo allargamento del
concetto di unheimlich o a un suo uso, appunto, più estetico-qualitativo, forse po-
tremmo dire più impressionistico che rigorosamente sistematizzato in ambito
metapsicologico. E, in effetti, forse anche Freud nel suo scritto, pur mantenendo
il suo rigore concettuale, tende un po’ a scivolare sul versante estetico-letterario:
prova ne può essere il fatto che, come suggerisce qualche critico letterario, il tito-
lo stesso Das Unheimliche non fa uso di un sostantivo, che sarebbe stato Unheim-
lichkeit, ma di un aggettivo sostantivato: un sostantivo è concetto, definizione e
definitezza, mentre un aggettivo è un’aggiunta, una qualificazione, potremmo
forse dire in questo caso, mutuando una terminologia musicale, una timbrica che
tenderebbe a mantenerne l’uso quasi nell’ambito di una metafora poetica.

Il perturbante e il sentimento di sicurezza

L’esigenza che sento è quella di meglio concettualizzare, definire e, quindi, com-


prendere proprio le possibili ragioni di una timbrica del sentire di questo tipo.
Desidero anticipare a questo punto un’altra cosa: l’articolo della Gampel cui ho
fatto prima riferimento mi è stato di aiuto e di stimolo nel mio percorso di rifles-
sioni in quanto introduce, anche se in un modo che non riesco a far mio, a fianco
del concetto di unheimlich, quello sandleriano di sicurezza (safety): ella concepi-
sce la coesistenza nei gravi traumatizzati da violenze umane di due background,
un background di sicurezza e un background di unheimlich. Ho approfittato di
quest’occasione per avvicinare anch’io questi due concetti. Il mio interesse per
il concetto di sicurezza (inteso sia come sentimento di sicurezza sia come prin-
cipio di sicurezza) è qualcosa che ben presto si è mosso in me, già agli inizi della
mia formazione psicoanalitica, con il fascino che può esercitare la riscoperta con-
cettuale di qualcosa che apparentemente si presenta come scontato e banale ma
che poi si rivela, grazie all’articolazione metapsicologica che ne ha fatto Sandler
più di mezzo secolo fa, qualcosa di notevole complessità. Avendo anche qui dif-
ficoltà a capire, incominciai a intrecciare sicurezza e unheimlich, due concetti di
portata indubbiamente diversa ma accomunati da un loro utilizzo spesso generi-
co e banalizzante, e al contempo da una loro sistematizzazione concettuale ardua
e complessa. In tal senso anticipo che ritengo sia possibile concepire l’unheimlich
come una forma specifica e particolare di compromissione del sentimento di sicurezza.
Prima però di addentrarci nel significato psicologico dell’unheimlich, che cosa
si può intendere come suo significato letterale?

14 Lacan, J. (2007). Il seminario: libro X: l’angoscia: 1962-1963. A. Di Ciaccia, & J. A. Miller (Eds.).
Torino: Einaudi.

il perturbante e il principio di sicurezza 63


Nel suo saggio Freud dedica la prima parte proprio all’analisi linguistica di
questa parola ma soprattutto del suo apparente contrario e cioè heimlich. Delle va-
rie citazioni mi sembrano particolarmente suggestive le seguenti: heimlich come
“appartenente alla casa, alla famiglia, non straniero, familiare, domestico”, e ancora “fi-
dato, intimo, senso di agio, di tranquillità e di sicura protezione come quello che suscita la
casa confortevole raccolta nel suo recinto”, ma anche “nascosto, tenuto celato, in modo
da non farlo sapere ad altri”. Per poi ricordare l’importante citazione di Schelling,
filosofo idealista tedesco, in Filosofia della Mitologia, a proposito del suo contra-
rio: “È detto unheimlich tutto ciò che dovrebbe restare segreto, e che è invece affiorato”.15
È allora come se i due significati opposti tendessero un po’ a confondersi l’uno
nell’altro.
Devo dire che trovo estremamente suggestiva l’immagine data dal Sanders16,
il dizionario della lingua tedesca cui fa riferimento Freud, per definire il heimlich:
“il senso di agio, di sicura protezione che suscita la casa confortevole raccolta nel suo re-
cinto”. Cosa di più vicino all’essenza del sentimento di sicurezza? Joseph Sandler,
nel suo famoso articolo del 1960, Il Background della Sicurezza, cerca di definire gli
albori del sentimento di sicurezza come ciò che può provare un bambino molto
piccolo sentendosi protetto dalla presenza rassicurante della madre. Ecco, forse,
il suo primo “recinto”. Ciò che però vi è di peculiare in quell’articolo, e che ho
l’impressione che a tutt’oggi sia spesso perso di vista, sta nel fatto che questo “re-
cinto” non è qualcosa di stabile e statico, non è una sorta di “quinta” più o meno
costituitasi una volta per tutte; questa per esempio mi sembra essere l’assunzio-
ne del concetto di background da parte del pur interessante lavoro della Gampel e
che ritengo ella intenda come una dimensione adattiva intrapsichica dell’indivi-
duo in generale. Ciò che Sandler vuole invece esprimere a tale proposito è che si
tratta di un “recinto” che l’apparato psichico deve costruire continuamente e atti-
vamente, momento per momento, situazione per situazione, per tutta la vita. Esi-
ste pertanto un rapporto strettissimo tra il sentimento di sicurezza e la funzione
percettiva: “[…] lungi dall’essere il riflesso passivo nell’Io delle stimolazioni provenienti
dagli organi di senso”, dice Sandler, “l’atto della percezione è una vera e propria attività,
si tratta cioè di un processo di padroneggiamento ad opera dell’Io mediante il quale l’Io
tiene a bada gli eccitamenti, vale a dire i dati sensoriali non organizzati, e si protegge così
dall’essere sopraffatto traumaticamente”.
Torniamo ora a Il Perturbante di Freud. Va subito detto che la lettura di questo
testo permette di cogliere, come sempre, una notevole ricchezza di spunti e di
intuizioni, ma lascia anche un po’ disorientati rispetto alla possibilità di crearsi
una visione unitaria e coerente del fenomeno dell’unheimlich. Ciò potrebbe an-
che essere dovuto al fatto che, in effetti, si tratta di una qualità dell’esperienza
soggettiva non facilmente definibile. In aggiunta devo però confessare che anche

15 von Schelling, F. W. J. (1990). Filosofia della mitologia. Milano: Mursia.


16 Sanders, D. (1885). Ergänzungs-Wörterbuch der deutschen Sprache. Abenheim’sche Verlagsbu-
chhandlung.

64
questa volta, come spesso mi capita con Freud, dopo le prime letture del testo ho
avuto appunto l’impressione di una certa dispersività e incertezza nella sua visio-
ne del concetto; così ho incominciato a lavorarci intorno, cercando di sviluppare i
suoi assunti, con passi avanti e passi indietro, incertezze, dubbi e scoraggiamen-
ti . Una volta giunto a una mia certa ipotesi di risoluzione, almeno provvisoria,
del problema concettuale, mi sono reso conto, riprendendo il testo di Freud, che
in realtà c’erano già alcuni germi di quello cui ero giunto io, avvalendomi delle
mie conoscenze derivanti dalla psicoanalisi più recente. Con Freud è un po’ come
quando si studia, per esempio, una sonata di Beethoven e si lavora molto per cer-
care di risolvere in un certo modo determinati punti dell’idea musicale per poi
accorgersi, alla fine, analizzando nuovamente bene il testo originale, che c’erano
già sufficienti indicazioni di fraseggio e di colore a racchiudere almeno in parte
ciò che faticosamente abbiamo raggiunto con il nostro lavoro interpretativo. Con
Freud mi accorgo che tanto spesso è così.

Il perturbante secondo una prospettiva sandleriana

Intendo quindi affrontare Il Perturbante di Freud da una prospettiva un po’ par-


ticolare, avvalendomi di alcuni concetti chiave della metapsicologia di Joseph
Sandler. L’opera, come è noto, gravita attorno a un breve racconto di Hoffmann, Il
Mago Sabbiolino.17 Già questo fatto può indurci a considerare come Freud si occu-
pi, sì, psicoanaliticamente di questo fenomeno ma, non inserendovi alcun rife-
rimento clinico, si mantenga ancora su un versante estetico-letterario della cosa,
su una prospettiva impressionistica, per così dire, del fenomeno, sul famigerato
Erlebnis.18
Anche se può risultare un po’ pesante, credo valga la pena farne una brevissi-
ma sintesi, per poterci capire. Così l’Autore imposta il suo racconto:

Nonostante la sua felicità presente, lo studente Nathaniel (dai cui ricordi d’infanzia prende le
mosse il racconto fantastico) non può liberarsi dai ricordi legati alla morte misteriosa e spa-
ventevole dell’amato padre. Certe sere la madre aveva l’abitudine di spedire i bimbi a letto di
buon’ora con l’ammonimento “Arriva il mago sabbiolino”; e il bambino udiva davvero ogni
volta il passo pesante di un visitatore che, per quella sera,si accaparrava il padre. Interpellata
sul mago sabbiolino, la madre ne negava l’esistenza: “Non è che un modo di dire”, afferma-
va. Ma c’era una bambinaia in grado di dare notizie più precise: è un uomo cattivo che viene
dai bambini quando non vogliono andare a letto e getta loro negli occhi manciate di sabbia,
tanto che gli occhi sanguinanti balzano fuori dalla testa. Allora li getta nel sacco e li porta nella
mezzaluna e li dà da beccare ai suoi piccoli, che stanno nel nido e hanno il becco ricurvo come le
civette, col quale squarciano gli occhi dei bambini cattivi.

17 Hoffmann, E. T. A. (2013). L’uomo della sabbia e altri racconti (Vol. 214). L’Aquila: REA Multi-
media.
18 Reso in italiano con l’espressione «esperienza vissuta» o «vivente», indica l’aspetto perso-
nale, unitario per cui i contenuti della coscienza non sono recepiti in modo passivo, ma colti in
modo vivo nel fluire della coscienza.

il perturbante e il principio di sicurezza 65


Questo l’inizio del testo hoffmanniano riportato da Freud. Nathaniel trascorre
la sua angosciosa e triste infanzia con l’incubo di questa fiaba narratagli dalla go-
vernante. In seguito a particolari coincidenze il bambino è indotto a identificare
con il terrifico essere un collaboratore di suo padre in esperimenti di alchimia,
un certo Coppelius il quale, ripetutamente e con sembianze via via diverse, con-
tinuerà ad apparire nella vita di Nathaniel in particolari circostanze, con un ruolo
costantemente minaccioso e ostile. Il nucleo del racconto è la particolare storia
d’amore di Nathaniel, ormai studente all’università, con Olimpia, una bambola
con sembianze molto umane, che ha ricevuto movimento e parola dal suo in-
ventore. Il ragazzo se ne innamora e dopo varie vicende particolari finisce per
impazzire. E nuovamente sarà Coppelius a determinarne la fine: mediante un
cannocchiale vendutogli dal malefico essere, Nathaniel, dalla cima di una torre,
lo vedrà riapparire tra la folla e si getterà nel vuoto.
Questa, in una imbarazzante sintesi, la vicenda narrata da Hoffmann, cui
Freud attribuisce la capacità di destare nel lettore quel particolare sentimento,
oscuro e incerto, che chiama unheimlich. È proprio così? Forse sì, forse no. Tut-
to dipenderà dalle “risonanze” del singolo lettore, da quelle che genericamente
chiamiamo identificazioni, ovvero da ciò che a fine Ottocento il filosofo tedesco
Robert Vischer, colui che per primo coniò il termine Einfühlung in ambito filoso-
fico, chiamò molto opportunamente “simpatia estetica”. È termine, quest’ultimo,
che ritengo estremamente appropriato in questo caso, a differenza di quello ap-
punto di Einfühlung, cioè di empatia.
Questa considerazione sulla soggettività della simpatia estetica mi ripor-
ta a un altro personaggio, a colui che, credo, per primo introdusse il concetto
di unheimlich in ambito psicologico: mi sto riferendo a Ernst Jentsch e alla sua
Psychologie des Unheimlichen, pubblicata nel 1906.19 Lo scritto di Freud del 1919
credo possa essere plausibilmente considerato come la sua risposta alla pubbli-
cazione di Jentsch. Anche in questo caso emerge una testimonianza dell’acuta
sensibilità di certi psichiatri dell’Ottocento: Jentsch, legando il fenomeno emo-
tivo dell’unheimlich in particolare alla percezione di individui morti che sembre-
rebbero vivi o, al contrario, di individui vivi che sembrerebbero morti, attribuì
fondamentalmente il sentimento dell’unheimlich a un fenomeno di “incertezza
intellettuale”. Ma non è su questo punto che desidero soffermarmi ora, quanto
sul fatto che Jentsch mise in rilievo l’assoluta diversità con cui può presentarsi da
individuo a individuo tale “qualità del sentire”. Oggi potremmo dire: individui
diversi e risonanze diverse. Ma risonanze che interesserebbero quali corde dello
strumento che percepisce, in questo caso del lettore? O ancora meglio e soprat-
tutto di che cosa sarebbero fatte tali corde?
Torniamo ora al Mago della Sabbia e al suo presunto effetto perturbante.
Freud elenca e si sofferma su alcuni contenuti del racconto che possono avere un
effetto perturbante, in particolare Coppelius che priva i bambini dei loro occhi, e

19 Jentsch, E. (1906). Zur Psychologie des Unheimlichen, Psychiatrie und Neurologie.

66
poi Olimpia la bambola vivente. Ciò che emerge dalla non facile lettura freudiana
come idea relativa alla possibile natura dell’unheimlich è una concezione del per-
turbante come effetto di risonanza o di “complessi infantili rimossi richiamati
in vita da un’impressione” o di “credenze infantili superate che sembrano aver
trovato una nuova convalida”. Ciò significherebbe che, per Freud, questa partico-
lare sfumatura emotiva sarebbe propria o del riapparire di un’angoscia infantile
di castrazione, nell’ambito quindi di una dimensione edipica, o del ripresentarsi
di una modalità ormai superata di percepire la realtà.
Può risultare utile, a questo punto, rivolgerci nuovamente al discorso sandle-
riano sulla sicurezza, che vuole mettere in particolare evidenza la stretta connes-
sione tra il sentimento di sicurezza e l’attività della percezione. Un simile discor-
so si inserisce molto congruamente con la concezione dei due regni dell’ambito
psichico, quello strutturale o non esperienziale e quello fenomenico o esperienziale,
laddove quest’ultimo, come dice appunto Sandler, non sarebbe agente attivo per
l’Io bensì guida per il progressivo sviluppo dell’area strutturale dell’apparato psi-
chico. Si tratta della “distinzione teorica […] tra gli apparati, le strutture, le funzioni e
i meccanismi adibiti all’adattamento, da una parte, e i criteri esperienziali che decidono
dell’utilizzazione di questi apparati, strutture, funzioni e meccanismi, dall’altra”. Perce-
pire meglio significa allora riuscire a guidarci meglio. Il famoso lavoro di Sandler
sulla sicurezza non è certo di facile digestione e assimilazione. Per favorire un
po’ tali processi ho cercato di schematizzare la cardinale relazione sussistente
tra percezione e sicurezza nel senso della distinzione, nell’ambito della funzione
percettiva, di due componenti: una legata al “che cosa” percepiamo e l’altra legata
al “come” percepiamo, cioè alla maggiore o minore correttezza dell’atto percetti-
vo in sé, indipendentemente dall’oggetto della percezione.

Il conflitto edipico nel testo di Freud sul perturbante

Tornando ora al Perturbante, la prima spiegazione che Freud ne dà, in termini


di angoscia di evirazione, potrebbe costituire una particolare forma di perdita
di sicurezza legata all’oggetto della percezione, ideativo ed emotivo, che si in-
serirebbe nel connotato evolutivo cardinale attribuito da Freud al complesso
edipico. E dobbiamo tra l’altro ricordarci che a distanza di soli quattro anni dal-
la pubblicazione de Il Perturbante verrà ufficializzato il ruolo del Super-io nella
metapsicologia freudiana. Sicchè la paura di Nathaniel per la perdita dei propri
occhi costituirebbe una metafora e una sostituzione nei confronti dell’angoscia
di evirazione del ragazzino, quella metafora consacrata dallo stesso Edipo in quel
suo accecarsi dopo aver appreso dei suoi terribili misfatti. Di conseguenza per
Freud Coppelius sarebbe anche un analogo paterno, minacciosamente vigilante
sugli inconfessabili desideri di Nathaniel. In tal senso si verrebbe quindi a confi-
gurare la dimensione metapsicologica classica dell’individuo in balìa di spinte, di
forze, di fantasie, di angosce profondamente proprie ma a lui ignote, all’origine

il perturbante e il principio di sicurezza 67


del conflitto nevrotico ma anche, potenzialmente, del sentimento di unheimlich.
Una sorta di relazione tra il ritorno del rimosso e l’inquietudine dell’unheimlich.
Credo che una simile impostazione non riesca però a soddisfarci pienamente nel
percorso di comprensione del fenomeno. Proviamo a restare per un momento
fermi al conflitto edipico. Credo sia importante sottolineare come oggi noi ne pos-
siamo avere una comprensione più ampia, che vada al di là della rivalità fallica,
concependolo come una dimensione evolutivamente nuova, di grande comples-
sità, conseguente all’uscita dell’individuo dal rapporto diadico con la madre; di-
mensione che si proporrebbe allora come un arduo compito adattivo fondamen-
talmente volto all’integrazione di aspetti nuovi, complessi, articolati e spesso
contrastanti tra loro, legati all’immagine di Sé e quindi a una rappresentazione
di Sé che via via va arricchendosi e aggiornandosi.
Consentitemi, a questo punto, una breve digressione su un’opera, questa vol-
ta cinematografica, che mi è particolarmente cara: mi sto riferendo all’Edipo Re di
Pier Paolo Pasolini. La particolare accezione della tragedia di Sofocle che emerge
in Pasolini può comunicare una struggente desolazione se ci concentriamo su un
Edipo che via via, in una sua progressiva affermazione esistenziale stenica e vita-
le, s’imbatte ripetutamente in immagini di sé che gli vengono presentate da terzi
e che sente drammaticamente spaventose e soprattutto a lui estranee: il princi-
pe ereditario di Corinto scoprirà improvvisamente di non essere il vero figlio di
Polibo e così il re trionfatore di Tebe apprenderà dei suoi misfatti. Il triste e ras-
segnato Edipo pasoliniano finirà poi nel mezzo di una società degli anni Sessan-
ta, in cui predomina l’anelito piccolo-borghese all’apparenza e all’omologazione
consumistico-televisiva, e in cui ancora una volta egli non potrà riconoscersi. Il
privarsi della vista, allora, almeno secondo il “mio” film (per come l’ho percepito
soggettivamente), potrebbe avere il senso di non voler vedere quel brutto in cui
non può riconoscersi. È proprio su questo “riconoscersi” che desidero soffermar-
mi ed è per tale ragione che ho sfiorato il mito rivisitato da Pasolini.

La funzione egoica dell’esame di realtà

Quanto invece alla seconda fonte freudiana dell’unheimlich, le antiche credenze


riaffioranti, dovremmo concepire un effettivo turbamento dell’interpretazio-
ne della realtà, un deficit, come spiega Freud, nella funzione dell’esame di real-
tà. Riprendendo il testo di Hoffmann, ci possiamo chiedere scetticamente se la
strana bambola Olimpia, che comporterebbe un dubbio sull’animato-inanimato,
se Coppelius-Coppola, il minaccioso eviratore, se questi personaggi insomma
abbiano un reale effetto perturbante. Credo proprio di no. Quella che potrebbe
indurre delle risonanze nel lettore è semmai la figura di Nathaniel, che non può
mai capire la vera identità di chi gli sta intorno, che non può mai “percepire” bene,
che non può “riconoscere” veramente gli altri. Ma è solo così o forse il punto sta
anche e soprattutto nel fatto che Nathaniel non riesce mai a sapere chi è lui stesso,

68
nel suo sentirsi in qualche modo sempre guidato da qualcuno a lui estraneo, nel
non potersi mai veramente sentire “a casa sua”?

Il mondo rappresentazionale

Mi torna ora utile il difficile e preziosissimo concetto sandleriano20 di mondo rap-


presentazionale, come dimensione strutturale, all’interno dell’apparato psichico,
di rappresentazioni stabili di oggetti (in senso ampio), una dimensione ideo-af-
fettiva, che si riferisce a ciò che progressivamente l’individuo impara a riconosce-
re sulla base della propria esperienza. Indugio volentieri sull’importanza di non
confondere tale concetto con quello fenomenico di campo o schermo rappresenta-
zionale, inerente invece all’ambito esperienziale entro cui possono essere valutati
i percetti, le “immagini” di sé e del mondo. 21 Parlando quindi di mondo rappre-
sentazionale stiamo parlando di quella che si può definire un’esperienza interna
stabile. A questo punto mi viene sempre in mente un’analogia, non so ancora
quanto propria o quanto impropria, tra il concetto di mondo rappresentaziona-
le sandleriano e il concetto di memoria semantica, di quel tipo cioè di memoria
che Endel Tulving22 nel 1972 ha distinto dalla memoria episodica, nell’ambito
delle memorie esplicite, e che riguarderebbe la progressiva acquisizione di co-
noscenze generali sul mondo, come frutto di processi progressivi di astrazione e
generalizzazione a partire da episodi specifici. Ho l’impressione che tale processo
potrebbe riguardare anche la progressiva strutturazione della rappresentazione
del Sé.
A questo proposito cito con grande piacere e commozione proprio le ultime
righe, conclusive, del lavoro di tesi di specializzazione di Alessandro Mussoni23,
di cui ho avuto l’opportunità e il piacere (a proposito anche di apprendere dagli
allievi) di essere il relatore: “Tutto ciò che riguarda questa tesi in fondo può ricollegarsi
molto coerentemente al concetto sandleriano di mondo rappresentazionale, risalente al
lontano 1962, inteso come struttura che si manifesta fenomenicamente. Tuttavia sembra
che i più recenti sviluppi, sia in ambito neuroscientifico che in ambito psicoanalitico, si
siano rivolti quasi esclusivamente alla memoria implicita: Sandler e Rosenblatt, nella
loro originaria definizione di mondo rappresentazionale, si soffermavano chiaramente
sulla presenza di fantasie in età precoce. Questo fa pensare come già nel ‘62 la concezio-
ne sandleriana non si inseriva in un modello esclusivamente procedurale dell’Inconscio

20 Sandler, J., & Rosenblatt, B. (1962). The Concept of the Representational World. Psychoa-
nalytic Study of the Child, 17, 128-145.
21 Joffe, W. G., & Sandler, J. (1968). Comments on the psychoanalytic psychology of adapta-
tion, with special reference to the role of affects and the representational world. The Internatio-
nal journal of psycho-analysis, 49(2), 445
22 Tulving, E. (1972). Episodic and semantic memory 1. Organization of Memory. London: Acade-
mic, 381, e402.
23 Mussoni A. (2011) Discussione su un’ipotetica componente fenomenica dell’Inconscio Passato.
Tesi di specializzazione in Psicologia del ciclo di vita. Università degli Studi di Trieste.

il perturbante e il principio di sicurezza 69


Passato. Si può dedurre che l’Autore, in maniera lungimirante, concepisse tale costruzione
del mondo rappresentazionale anche nell’ambito di memorie esplicite, che attualmen-
te potrebbero collocarsi nel concetto di memoria dichiarativo-semantica”. Del mondo
rappresentazionale, infatti, fa anche parte integrante la rappresentazione del
Sé, intesa come organizzazione percettiva e concettuale, un’organizzazione non
esperienziale analoga allo schema corporeo. Mi verrebbe da definirla come la
premessa per potersi riconoscere, per avere una casa, per potersi sentire a casa
propria e anche per poter sapere qual è casa propria.
Riprendo un pensiero di Sandler: “Siamo costantemente spinti”, egli dice “a
reintegrare un sentimento di sicurezza, benessere e conferma, a ottenere il nutrimento
o alimento necessario per sentirci “bene” e mantenere un sentimento di base di sicurezza
e integrità; e lo facciamo quasi automaticamente, attraverso il dialogo con gli oggetti,
nella realtà o nella fantasia”. Dobbiamo tenere presente che tra questi oggetti c’è
anche l’oggetto-Sé e che anche con lui abbiamo bisogno di mantenere un dialogo
sufficientemente costante dentro e fuori da noi. È questa la nostra casa, nel senso
che è la parte più riservata e intima del nostro essere (penso in tal senso al doppio
significato di heimlich come “familiare”, appartenente alla casa, ma anche come
“segreto, nascosto”).

Una metafora musicale

Consentitemi ora, tanto per cambiare, questa piccola metafora musicale. Si sa


che la sala idonea per un’esecuzione musicale cambia a seconda, per esempio,
che si tratti di una compagine sinfonica, una grande orchestra per esempio, o di
un gruppo cameristico, come un trio o un quartetto. In genere questa distinzione
è attribuita a ragioni di spazio fisico, dato che ovviamente il palcoscenico richie-
sto da una grande orchestra deve avere delle dimensioni ben diverse da quelle
necessarie per un gruppo cameristico e così anche per la capienza richiesta per
gli ascoltatori, senza dubbio più numerosi per un’esecuzione sinfonica. Ma è solo
così? Credo di no, credo che le risonanze intime che possono essere evocate da
un tempo di quartetto, per esempio, riguardino degli aspetti di sé, o meglio del-
la rappresentazione del Sé, aspetti più profondi, più arcaici, più intimi, più na-
scosti, più heimlich, e richiedano anche un contenitore di ascolto più piccolo, più
intimo, più appartato, forse potremmo dire anche più gemütlich (accogliente).
Penso che molti di noi abbiano fatto l’esperienza di ascoltare celebri gruppi da ca-
mera in grandi teatri e poi di riascoltarli in sale piccole, con un nostro godimento
e un nostro appagamento molto maggiori: direi con una maggiore Heimlichkeit
(senso di familiarità intima). Questo per dire che le dimensioni, gli aspetti più
profondi, più intimi, forse più specifici e antichi della nostra rappresentazione
del Sé appartengono alle stanze più piccole, appartate e segrete della nostra casa,
del nostro essere, e sono da condividere con pochi.

70
Jentsch, citato da Freud, diceva che “quanto più un uomo si orienta nel mondo che
lo circonda, tanto meno facilmente riceverà un’impressione di turbamento (Unheimli-
chkeit) da cose o eventi”. Ma che cosa significa orientarsi? Credo che innanzitutto
abbia a che fare con la capacità di riconoscere. Il dizionario della lingua italiana
Devoto Oli24 dà un’interessante definizione del termine «riconoscere», dice «con-
statare la corrispondenza a un’identità o a una qualità”. Credo che anche a questa de-
finizione possiamo legare il rapporto tra immagine e rappresentazione secondo
l’accezione sandleriana: identità, cioè uguaglianza, in questo senso deriva quindi
dalla possibilità di rendere uguali, identiche, due immagini. Solo che abbiamo bi-
sogno di orientarci non soltanto nel mondo che ci circonda, nella nostra grande
casa, ma anche nelle nostre stanze più intime, appartate e segrete, rispetto alle im-
magini di Sé che via via sono evocate da stimoli sia interni sia esterni e che hanno
bisogno di trovare una corrispondenza dentro di noi, potremmo dire, un’identità
rappresentazionale, di trovare cioè un posto nella loro casa più privata.

Il pensiero magico e la “rappresentazionabilità”

Freud, nel suo saggio, lega la qualità perturbante del sentire a fenomeni quali
l’animismo, la magia e l’incantesimo, l’onnipotenza dei pensieri, la relazione con
la morte, la ripetizione involontaria, il complesso di evirazione e le fantasie sul
grembo materno e sostiene, in sintesi, che “il perturbante che si sperimenta diret-
tamente si verifica quando complessi infantili rimossi sono richiamati in vita da un’im-
pressione o quando convinzioni primitive superate sembrano aver trovato una nuova
convalida”. Aggiungerà anche che non ritiene possibile una netta linea di demar-
cazione tra i due tipi di perturbante. È certamente suggestiva l’impostazione di
Freud in termini, se vogliamo, di lettura della realtà esterna, dell’oggetto-realtà
da una parte, e di lettura della realtà interna, dell’oggetto-sé, dall’altra: mi sembra,
tuttavia, che questa interpretazione non possa soddisfare appieno nell’intento di
concepire l’unheimlich in un modo più preciso. Se però facciamo come con la so-
nata di Beethoven, troviamo qualche spunto indicatore più sottile sia nel saggio
di Freud sull’unheimlich, sia in un’altra sua famosa opera molto precedente, pre-
cedente anche al famigerato saggio di Jentsch sullo stesso argomento. Il primo
riguarda un punto in cui, a proposito del pensiero infantile magico-onnipotente,
egli dice: “Oggi non ci crediamo più, abbiamo superato questo modo di pensare, ma non
ci sentiamo completamente sicuri di questi nuovi convincimenti giacché le antiche
credenze sopravvivono ancora in noi e stanno lì, in attesa di conferma”. Mi sono per-
messo di sottolineare quel “non ci sentiamo completamente sicuri”.
Il secondo spunto riguarda la Psicopatologia della vita quotidiana, del 1901, in
cui, nell’ambito di Determinismo e Superstizione, Freud usa per la prima volta,

24 Devoto, G., Oli, G. C., Trifone, M., & Serianni, L. (2012). Il Devoto-Oli: Vocabolario della
lingua italiana 2012. Firenze: Le Monnier.

il perturbante e il principio di sicurezza 71


che almeno mi risulti, e un po’ di sfuggita il termine unheimlich a proposito del
fenomeno del déjà vu, del “già veduto”. 25 Magistralmente egli inquadra tale feno-
meno da un punto di vista metapsicologico come espressione di una situazione
attuale che riattiverebbe il ricordo di una fantasia inconscia non accettabile per
la Coscienza, per cui il sentimento del ricordare si sposterebbe su altri contenuti
percettivi dell’attualità, di cui non c’è assolutamente memoria, venendosi a de-
terminare quello che si può legittimamente chiamare un “falso riconoscimento”.
Freud parla ora di un falso “giudizio di conoscenza”, ora di un falso “sentimento
di familiarità” e mette in evidenza lo sforzo che, in tali circostanze, la persona
fa per rammentare qualcosa che non potrà mai essere ricordata in quanto mai
percepita prima. Mi sembra importante anche qui proprio questa dimensione
d’insicurezza di riconoscimento, di qualcosa che c’è ma che non trova “casa sicura”,
non trova una sicura collocazione. In questo senso lo potremmo affiancare alla
lungimirante affermazione di Jentsch in merito alla definizione dell’unheimlich
come “incertezza intellettuale”.
Mi risulta curioso il fatto che Freud non abbia ripreso questo aspetto legato
all’incertezza di riconoscimento del déjà vu nel suo saggio sul perturbante. Questo
fatto potrebbe essere conseguenza dell’impronta estetico-impressionistica che ha
permeato il concetto anche nel saggio freudiano, tant’è che, per esempio, in esso
non compare alcun riferimento clinico; inoltre è probabilmente indice della man-
canza nella metapsicologia freudiana proprio di una prospettiva rappresentazio-
nale. Credo che, tra l’altro, sia proprio da questa incertezza di riconoscimento che
tutti noi cerchiamo spesso di proteggerci. Lasciatemi citare, a questo proposito, la
storiella che narrò Sandler, anche se in un contesto concettuale lievemente diver-
so, “del commesso viaggiatore che nella Russia zarista arriva a tarda notte in una locanda
di campagna e chiede di dormire: gli viene detto che la locanda è al completo; dopo molte
insistenze e preghiere il padrone gli offre gentilmente una branda in una stanza occupata
da un generale russo che stava già dormendo; gli si chiede però di entrare nella stanza in
punta di piedi, di spogliarsi al buio e di ripartirsene prima dell’alba; il pover’uomo accet-
ta riconoscente, paga in anticipo il suo conto e segue fedelmente le istruzioni ricevute; di
primissima mattina viene svegliato dal padrone, si veste al buio e sgattaiola via verso la
locale stazione ferroviaria, dove giunge al primo sorgere del sole; entra nella sala d’aspetto
e coglie nello specchio la propria immagine rivestita della regale uniforme di generale za-
rista: “Mio Dio – esclama – hanno svegliato la persona sbagliata”.”
A questo punto desidero introdurre qualcosa di un po’ diverso e particolare
ma, credo, utile per riflettere. Siamo nel campo della robotica giapponese. Nel
1970 lo studioso nipponico Masahiro Mori26 pubblicò una ricerca sperimentale
che si proponeva di analizzare le variazioni nelle sensazioni di familiarità e pia-
cevolezza generate da oggetti come robot e automi antropomorfi in un campione

25 Freud, S. (1901) Psicopatologia della vita quotidiana. OSF, vol. 4, Torino, Bollati Boringhieri,
1989.
26 Mori, M. (1970). The uncanny valley. Energy, 7(4), 33-35.

72
di individui, con il variare della somiglianza degli stimoli presentati alla figura
umana, o a parti di essa: sensazioni di familiarità e piacevolezza nel campione au-
mentavano col crescere della somiglianza dell’automa all’uomo; questo però fino
a un punto in cui l’estremo realismo rappresentativo del robot produceva una
brusca inflessione (avvallamento perturbante, uncanny valley) delle reazioni emo-
tive positive e l’insorgere invece di repulsione e inquietudini di tipo perturbante
(si veda la Figura 1).
Nell’esperimento di Mori, chiamato appunto dell’avvallamento perturbante
(uncanny valley)” si delinea la somiglianza crescente, in ascissa, con l’aspetto del
corpo umano di vari oggetti o situazioni presentate visivamente al campione di
individui e, in ordinata, vi è una misura della sensazione di piacevolezza e di fa-
miliarità provata dal campione stesso. La linea tratteggiata indica degli stimo-
li in movimento e, nella sua prima parte, è in ascesa, cioè mostra una risposta
emotiva inizialmente positiva, nel caso di automi antropomorfi semoventi, au-
menta proporzionalmente alla crescente corrispondenza degli automi alle fat-
tezze umane fino ad un punto in cui l’eccesso di somiglianza produce una bru-
sca deflessione (“zona perturbante”) del gradimento, fino a raggiungere valori

Figura 1. L’esperimento chiamato dell’avvallamento perturbante (uncanny valley)

il perturbante e il principio di sicurezza 73


negativi che corrispondono alle sensazioni spiacevoli di rigetto e inquietudine
provati dal campione di soggetti; la reazione di maggiore avversione si manifesta
nei confronti della presentazione di personificazioni di zombie. La linea riprende
a salire quando è considerato il gradimento nei confronti di protesi degli arti,
sale ancora se vengono presentate le rappresentazioni del genere bunraku (attori
giapponesi mascherati); infine la sensazione di familiarità è massima nei con-
fronti di individui sani. La linea continua indica la risposta del campione rispetto
a oggetti inanimati e fermi, come bambole di pezza; la zona perturbante si ha in
corrispondenza della visione di corpi inanimati (cioè di cadaveri). Tale ricerca ha
un valore che è stato anche contestato, ma qui è utilizzata in quanto suggestiva
di una fase molto circoscritta in cui due immagini, o meglio un’immagine e una
rappresentazione sono molto simili, ma, non collimando perfettamente, produr-
rebbero il nostro unheimlich.
Aggiungendo al discorso freudiano una prospettiva legata alla rappresentazio-
nalità (e alla funzione della struttura rappresentazionale) le cose possono forse
assumere maggiore comprensibilità. Riprendiamo le cause del perturbante elen-
cate da Freud: l’innesco sarebbe costituito da impressioni della realtà idonee a
sollecitare nell’individuo un tipo di pensiero superato, diciamo “antichi convin-
cimenti”; potremmo concepire che venga coinvolta la costruzione semantica del-
la rappresentazione d’oggetto-mondo, cioè della nostra “grande casa” e del nostro
conseguente modo di muoverci e di orientarci in essa, potendola riconoscere in
una maniera il più possibile aderente alla realtà e in tal senso adattivamente con-
veniente. Così la struttura rappresentazionale d’oggetto riguardante l’alberello
di Natale che può cantare Jingle Bells (nell’esempio sopra riportato) diventerà la
struttura rappresentazionale di un albero che non può né muoversi, né parlare
e in tal senso riconosceremo il mondo che ci circonda come fatto, in genere, di
alberi siffatti. Se però il mondo delle fiabe, chiamiamolo così, non è stato salda-
mente inibito da una struttura evolutivamente successiva di rappresentazione
della realtà, potrà inserirsi un dubbio relativo al fatto di poter effettivamente
incontrare percettivamente, e riconoscere, un mondo fatto di alberi parlanti; in
questo modo cioè l’immagine del mondo parlante collimerà ma non completa-
mente con una struttura coerente solo in parte inibita, “sul filo del rasoio”, nell’av-
vallamento perturbante, descritto da Mori. Credo che questo dubbio, questa forma
di incertezza di riconoscimento possa generare il sentimento di Unheimlichkeit.
Ampliando quindi il concetto anche rispetto a una dimensione strettamen-
te traumatica (come riportato dalla Gampel27) vedrei l’unheimlich più come una
dialettica tra reminiscenza e dimenticanza, o tra riconoscimento e non ricono-
scimento nell’ambito del principio di sicurezza. In questo, secondo me, sarebbe
consistito il “paura…” di mia figlia davanti alla rosticceria: un’incertezza sulla ri-
conoscibilità delle grandi stanze di casa, degli spazi del mondo.

27 Gampel, Y. (1998). Reflections on Countertransference in Psychoanalytic Work with Child


Survivors of the Shoah. Journal of the American Academy of Psychoanalysis, 26: 343-368.

74
Il Sé perturbato

Ma Freud cita inoltre, come abbiamo visto, tra le cause del perturbante quelle ine-
renti i complessi e le fantasie rimossi, quelle inerenti, potremmo dire noi oggi,
alle immagini di sé, le piccole stanze segrete della propria intimità, ciò che vi è
di più heimlich, nascosto, celato, fidato, raccolto nel recinto del Sé (self). Ritengo
allora che ci possiamo riferire alla strutturazione progressiva della rappresenta-
zione del Sé, a questa “casa”, o a questa parte così intima e profonda del mondo
che abitiamo. Qualora, per ragioni di vario tipo, sia stata impedita una solida
strutturazione dei vari aspetti del self via via sperimentati fenomenicamente nel
percorso evolutivo, possiamo ritenere che l’individuo sia esposto a sentimenti
di unheimlich ogni qual volta si confronta con un’immagine percettiva di sé che
non trova un sicuro e solido riferimento di riconoscibilità piena (il collimare
di prima) nell’ambito della propria rappresentazione del Sé ma che resta “quasi
quasi riconoscibile”, sul filo del rasoio dell’avvallamento del perturbante. Si ripro-
porrebbe così un’incertezza sulla riconoscibilità di sé, si troverebbe il fantasma
in casa propria, quella casa infestata (haunted house) che già i dizionari inglesi
dell’epoca di Freud usavano per definire il termine tedesco unheimlich. 28 In tal
senso, probabilmente, potremmo concepire la dibattuta questione sul significa-
to ambiguo di heimlich e del suo poter coincidere con il contrario unheimlich: non
tanto nel senso di Schelling, secondo cui “È detto unheimlich tutto ciò che dovrebbe
restare segreto, nascosto, e che è invece affiorato”, nel senso cioè di una sorta di ritorno
del rimosso, quanto piuttosto di tutto ciò che l’individuo percepisce di sé, della
dimensione più intima di sé, e che non può trovare un sicuro, tranquillo e fidato
riconoscimento nelle segrete stanze del suo Sé rappresentazionale. Potremmo
allora concepire l’unheimlich, pensando al rapporto tra sicurezza e percezione,
come quella particolarissima forma d’ansia da perdita di sicurezza prevalentemente
in relazione alla qualità dell’atto della percezione, al “come” percepire, e in particolare
a una specifica compromissione della facilità di percezione e quindi di riconosci-
mento, di quello che chiamiamo familiarità, in questo caso la familiarità con noi
stessi e con le nostre stanze più segrete e preziose. Quelle stanze che ci sentiamo
di aprire tranquillamente nei casi di profonda condivisione con l’altro o gli altri,
in quei casi di Mitgefühl (simpatia) e non di empatia (Einfühlung) in cui possiamo
far vibrare coralmente le nostre corde segrete, potendoci sentire ancor di più a
casa nostra, nell’ambito di una sorta di esperienza di risonanza corale.
A questo punto, nella relazione originale, seguiva l’esposizione di un caso
clinico molto significativo sul piano del vissuto del sentimento di unheimlich da
parte di un mio paziente e della sua possibile interpretazione. Per ovvie ragioni
di discrezione non intendo pubblicare questa parte ma intendo invece sottoline-
are una volta di più come i nostri pazienti siano la nostra più ricca e costante fon-
te di apprendimento, i nostri veri libri di testo, e, ricollegandomi alle prime cose

28 Tra l’altro heimlich significa anche luogo libero dagli influssi dei fantasmi.

il perturbante e il principio di sicurezza 75


dette in questo scritto, questo vale anche per i nostri allievi. E credo che il fatto di
concepire l’altro come fonte privilegiata di apprendimento costituisca proprio una po-
sizione di base, una componente centrale della nota postura psicoanalitica, della
cui concettualizzazione nell’ambito della metodologia psicoanalitica siamo così
debitori a Giovanni Pieralisi.

76
Questo libro raccoglie gli scritti sia di relazioni seminariali e congressuali sia di pubblicazioni
scientifiche che hanno come cornice portante la cosiddetta postura psicoanalitica, che si ritiene
faccia parte non solo di un particolare modo di porsi nei confronti dell’altro come persona
ma anche dell’altro come problema, come concetto da esaminare e su cui riflettere. Secondo
la medesima prospettiva sono così affrontati i temi riguardanti l’empatia e le sue possibili
concettualizzazioni, il sentimento del perturbante e una sua possibile comprensione, la
postura nell’approccio psicoanalitico al paziente neurologico e ai genitori che si confrontano con
il vissuto straziante del lutto relativo alla perdita di un neonato e infine il rapporto tra postura
psicoanalitica e formazione nell’istituzione.

Giovanni Pieralisi, psichiatra e psicoanalista, è stato uno dei membri fondatori del Centro
Studi di Psicoterapia Psicoanalitica e Metodologia Istituzionale (via Ariosto), il centro di
formazione di Milano legato al pensiero di Joseph e Anne-Marie Sandler dell’Anna Freud
Centre di Londra. È attualmente Presidente dell’Associazione per lo Sviluppo della Psicoterapia
Psicoanalitica di Ravenna, nonché Direttore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia
Psicoanalitica di Ravenna. Il dott. Pieralisi è lo psicoanalista che ha proposto e approfondito in
anni di ricerche cliniche in psicoterapia individuale e di gruppo il concetto metodologico di
postura psicoanalitica.

Andrea Zanettovich è medico psicoterapeuta. Si occupa di psicoterapia psicoanalitica


individuale dell’adulto. Deve tutta la sua formazione professionale al Centro Studi di via
Ariosto a Milano. È docente a contratto di Psicologia Dinamica presso l’Università di Trieste,
membro della Direzione scientifica e docente presso la Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica
di Ravenna e Direttore del Centro di Formazione e Ricerca in Psicoterapia Psicoanalitica di via
Canova a Trieste.

Andrea Clarici è medico psichiatra e psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico. La sua


formazione professionale in ambito psicoanalitico è stata dapprima come psicoterapeuta
infantile, per poi dedicarsi brevemente alla psicoterapia psicoanalitica della famiglia con il
dott. Paolo Saccani del Centro Studi di via Ariosto a Milano. In questa sede ha completato
poi la sua formazione nella psicoterapia individuale dell’adulto. È professore aggregato in
Neuropsichiatria Infantile (Corso di laurea in Medicina) e in Psicologia Dinamica Progredita
(Corso di laurea in Psicologia) presso l’Università di Trieste. È infine docente presso il Centro
di Formazione e Ricerca in Psicoterapia Psicoanalitica di Trieste.

Rosella Giuliani è psicologa e psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico. Ha compiuto la


sua formazione come psicoterapeuta dell’età evolutiva presso il Centro Studi Martha Harris
(sede di Venezia). Lavora dall’inizio della sua carriera, prima come insegnante di sostegno
nella scuola elementare e poi come psicoterapeuta, con i bambini e con le loro famiglie.

Euro 12,00