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Questo libro raccoglie gli scritti sia di relazioni seminariali e congressuali sia di pubblicazioni

scientifiche che hanno come cornice portante la cosiddetta postura psicoanalitica, che si ritiene
faccia parte non solo di un particolare modo di porsi nei confronti dell’altro come persona
ma anche dell’altro come problema, come concetto da esaminare e su cui riflettere. Secondo
la medesima prospettiva sono così affrontati i temi riguardanti l’empatia e le sue possibili
concettualizzazioni, il sentimento del perturbante e una sua possibile comprensione, la
postura nell’approccio psicoanalitico al paziente neurologico e ai genitori che si confrontano con
il vissuto straziante del lutto relativo alla perdita di un neonato e infine il rapporto tra postura
psicoanalitica e formazione nell’istituzione.

Giovanni Pieralisi, psichiatra e psicoanalista, è stato uno dei membri fondatori del Centro
Studi di Psicoterapia Psicoanalitica e Metodologia Istituzionale (via Ariosto), il centro di
formazione di Milano legato al pensiero di Joseph e Anne-Marie Sandler dell’Anna Freud
Centre di Londra. È attualmente Presidente dell’Associazione per lo Sviluppo della Psicoterapia
Psicoanalitica di Ravenna, nonché Direttore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia
Psicoanalitica di Ravenna. Il dott. Pieralisi è lo psicoanalista che ha proposto e approfondito in
anni di ricerche cliniche in psicoterapia individuale e di gruppo il concetto metodologico di
postura psicoanalitica.

Andrea Zanettovich è medico psicoterapeuta. Si occupa di psicoterapia psicoanalitica


individuale dell’adulto. Deve tutta la sua formazione professionale al Centro Studi di via
Ariosto a Milano. È docente a contratto di Psicologia Dinamica presso l’Università di Trieste,
membro della Direzione scientifica e docente presso la Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica
di Ravenna e Direttore del Centro di Formazione e Ricerca in Psicoterapia Psicoanalitica di via
Canova a Trieste.

Andrea Clarici è medico psichiatra e psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico. La sua


formazione professionale in ambito psicoanalitico è stata dapprima come psicoterapeuta
infantile, per poi dedicarsi brevemente alla psicoterapia psicoanalitica della famiglia con il
dott. Paolo Saccani del Centro Studi di via Ariosto a Milano. In questa sede ha completato
poi la sua formazione nella psicoterapia individuale dell’adulto. È professore aggregato in
Neuropsichiatria Infantile (Corso di laurea in Medicina) e in Psicologia Dinamica Progredita
(Corso di laurea in Psicologia) presso l’Università di Trieste. È infine docente presso il Centro
di Formazione e Ricerca in Psicoterapia Psicoanalitica di Trieste.

Rosella Giuliani è psicologa e psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico. Ha compiuto la


sua formazione come psicoterapeuta dell’età evolutiva presso il Centro Studi Martha Harris
(sede di Venezia). Lavora dall’inizio della sua carriera, prima come insegnante di sostegno
nella scuola elementare e poi come psicoterapeuta, con i bambini e con le loro famiglie.

Euro 12,00
© copyright Edizioni Università di Trieste, Trieste 2015.

Proprietà letteraria riservata.


I diritti di traduzione, memorizzazione elettronica, di
riproduzione e di adattamento totale e parziale di questa
pubblicazione, con qualsiasi mezzo (compresi i microfilm,
le fotocopie e altro) sono riservati per tutti i paesi.

ISBN 978-88-8303-661-3 (print)


eISBN 978-88-8303-662-0 (online)

EUT Edizioni Università di Trieste


via Weiss 21, 34128 Trieste
http://eut.units.it
https://www.facebook.com/EUTEdizioniUniversitaTrieste
La postura psicoanalitica
Raccolta di Seminari Teorici e Clinici
a cura di
Andrea Clarici e Andrea Zanettovich

contributi di
Giovanni Pieralisi, Andrea Zanettovich,
Andrea Clarici, Rosella Giuliani

EUT EDIZIONI UNIVERSITÀ DI TRIESTE


Indice

7 introduzione

Giovanni Pieralisi
9 la postura psicoterapeutica: un processo evolutivo

10 Gli assunti psicoanalitici fondamentali


12 La formazione permanente
14 Analisi infinita e autoanalisi
16 La neutralità terapeutica e la psiche dell’analista
21 I fini del processo analitico
22 Il controtransfert
24 La relazione di ruolo
25 Le teorie private dell’analista
28 Una o mille psicoanalisi?
29 Il terzo analitico
30 Il quarto orecchio
31 A cosa serve la supervisione?

Andrea Zanettovich
35 empatia e postura psicoanalitica

37 Cos’è l’empatia?
37 L’origine del termine “empatia”
39 Il concetto di empatia in Freud
41 I processi di identificazione e il soffrire insieme (simpatia)
43 Empatia e processi di identificazione
47 Empatia come processo percettivo
48 Empatia e riconoscimento dell’alterità
50 Fedeltà al testo
52 Edoardo Weiss e l’identificazione risonante
53 Il mirroring e la concezione neurofisiologica di empatia
54 La sintonizzazione affettiva
55 Lo “smorzamento” delle risonanze emotive

Andrea Zanettovich
59 il perturbante e il principio di sicurezza

63 Il perturbante e il sentimento di sicurezza


65 Il perturbante secondo una prospettiva sandleriana
67 Il conflitto edipico nel testo di Freud sul perturbante
68 La funzione egoica dell’esame di realtà
69 Il mondo rappresentazionale
70 Una metafora musicale

5
71 Il pensiero magico e la “rappresentazionabilità”
75 Il sé perturbato

Andrea Clarici
77 postura e psicoterapia psicoanalitica in pazienti neurologici

78 La neuropsicoanalisi
79 La controversia tra psicoanalisi e le neuroscienze
80 Tecnica e metodologia psicoanalitiche: esempi derivanti dalla ricerca
82 Tecnica e metodologia: due casi “neuropsicoanalitici”
82 Il signor HN
85 La signora AM
90 Postura psicoanalitica di base
95 Tecnica e metodologia: un esempio
98 Teorie private e teorie pubbliche
100 L’ambito esperienziale e non esperienziale
101 Un tentativo di integrazione senza sacrificare la metodologia

Rosella Giuliani, Andrea Clarici


103 lutto e postura nell’istituzione clinica

104 Le basi concettuali e metodologiche


106 Il bambino prematuro
108 Disilludere sostenendo la speranza
110 Lutto per un bambino mai nato: i gemelli Carlo e Giovanni
113 Il lutto per un bambino morto: Enrico e Andrea
116 Il lutto per un bambino nato con un handicap: Sara
120 Distinzione tra speranza e illusione
123 Elaborazione del lutto e ripristino della speranza nella famiglia

Giovanni Pieralisi
127 postura psicoanalitica e formazione nell’istituzione

130 Adattamento psicologico e adattamento sociale


130 Come si fa a formarsi alla postura per comprensione?
131 L’identificazione primaria e secondaria nello sviluppo
132 L’identificazione con l’aggressore
134 Che tipo di formazione?

135 Bibliografia citata

141 Indice analitico

6
Introduzione

Questo è un libro che raccoglie gli scritti sia di relazioni seminariali e congres-
suali sia di pubblicazioni scientifiche. I temi sono in parte diversi ma sono uniti,
diciamo così, secondo due linee: una metodologica e un’altra affettiva.
Quella metodologica riguarda la prospettiva e l’atteggiamento con cui gli
Autori si dispongono a riflettere sui concetti psicoanalitici e sulla loro rilevanza
nell’ambito della relazione terapeutica. Quella prospettiva che ha come cornice
portante la cosiddetta postura psicoanalitica, ampiamente discussa nel testo, e
che si ritiene faccia parte non solo di un particolare modo di porsi nei confronti
dell’altro come persona ma anche dell’altro come problema, come concetto da esami-
nare e su cui riflettere: che faccia parte in fondo di un modo di pensare intorno
alle cose. Secondo la medesima prospettiva sono così affrontati poi, nei capito-
li successivi, i temi riguardanti l’empatia e le sue possibili concettualizzazioni,
il sentimento del “perturbante” e una sua possibile comprensione, la postura
nell’approccio al paziente neurologico e ai genitori confrontati con il vissuto stra-
ziante della perdita di un neonato e infine il rapporto tra postura psicoanalitica e
formazione nell’istituzione.
La linea affettiva si riferisce invece al fatto che gli Autori sono uniti in misura
varia da un passato e da un presente che li vede in una costante interazione di
tipo formativo, sia nella formazione personale che nella attivazione di organizza-
zioni volte a promuovere e diffondere la suddetta metodologia posturale psicoa-
nalitica. Recenti espressioni concrete di tali intenti sono la Scuola di Psicoterapia
Psicoanalitica di Ravenna e il Centro di Formazione e Ricerca in Psicoterapia Psi-
coanalitica di via Canova a Trieste.
Questo libro può quindi a ragione essere considerato un’ulteriore espressio-
ne di tale unione metodologica e affettiva.

I curatori
Andrea Clarici e Andrea Zanettovich

7
Empatia e postura
psicoanalitica1

andrea zanettovich

Prima di tutto ho un intenso desidero di dedicare queste riflessioni, a una persona


che, da poco, ci ha lasciato molto prematuramente: mi riferisco al dott. Alessandro
Mussoni, psicoterapeuta e neuropsicologo di Rimini, che ebbi il grande piacere di
avere come mio allievo a Trieste, presso la Scuola di Specializzazione nel Ciclo di
Vita dell’Università, alcuni anni fa, e che insieme a me compilò la tesi finale. Mi si
potrebbe chiedere comprensibilmente perché lo faccia qui oggi, e non l’abbia fatto
in circostanze analoghe a Trieste. Credo che le ragioni siano varie e di vario tipo. La
prima è che, in questo contesto, sento un clima di sintonia di base, dovuto a varie
componenti, che mi induce a condividere sostanzialmente e non formalmente un
mio sentimento di dolore, poi credo che alcuni allievi della nostra Scuola l’abbiano
conosciuto personalmente, quando ci davamo appuntamento io e lui a Ravenna,
nel mezzo delle mie lezioni, per lavorare sulla sua tesi; essa riguardava la discus-
sione su un’ipotetica componente fenomenica dell’inconscio passato sandleriano,
in cui sfiorammo l’ipotesi di affiancare il concetto di memoria semantica con quel-
lo di mondo rappresentazionale di Sandler (e pensare che ci eravamo proposti di
sviluppare insieme questo tema, che per alcuni versi non credo sia molto lontano
dal nostro tema odierno!). Non ultima ragione è che ritengo Alessandro un degno

1 Relazione tenutasi il giorno 24 Settembre 2011 nell'ambito dei Seminari annuali della Scuola
di Psicoterapia Psicoanalitica di Ravenna.

35
rappresentante della cordialità, della calorosità e della vitalità romagnole. È tanta
la mia gratitudine per averlo incontrato.
Desidero cominciare questo mio piccolo percorso di riflessioni spiegando
perché io abbia scelto questo tema per il seminario di oggi. Le principali ragioni
(manifeste) sono due: la prima sta nel mio progressivo interesse nei confronti
della cosiddetta postura psicoanalitica, stimolato dai preziosi insegnamenti ri-
cevuti in tal senso da Giovanni Pieralisi e dai suoi frequenti input in tale area,
nell’ambito della quale la cosiddetta empatia occupa un posto fondamentale; la
seconda risiede nel fatto che lo scorso anno fui invitato dal dott. Clarici e dal no-
stro gruppo di Trieste a tenere una relazione in occasione dell’inaugurazione di
un Master di studi sulla relazione madre-bambino e mi sembrò pertinente trattare
di alcune analogie tra la relazione materna e quella analitica. Ricordo a tale pro-
posito che appena negli anni ’80, e precisamente al Congresso dell’IPA di New
York del 1979, Stephen Post affermò che molti analisti difettano proprio di una
capacità così importante, anzi fondamentale, qual è l’uso terapeutico dell’em-
patia. Il non essere capaci di empatia, sostiene Post, coincide quasi sempre col
non essere terapeutici. È interessante notare come per Post il prototipo della
comprensione empatica sia proprio il rapporto madre-bambino: la capacità del-
la madre di comprendere emotivamente il figlio le permetterebbe di rispondere
in modo appropriato alle sue richieste. Desidero aggiungere che, collegando la
funzione empatica alla relazione materna e a quella analitica, Post concepisce lo
sviluppo psichico in analisi come il risultato di uno sforzo comune, congiunto,
di due persone.
In quella relazione, mi trovai quindi di fronte al concetto di empatia e lo
sviluppai in un certo modo. Allora scorporai il fenomeno empatico, concepito
in un ambito di confusività percettiva relazionale momentanea, dal più ampio
contesto di “centratura sull’altro”. È un modo di pensare in cui oggi non mi ritro-
vo più. Questi due sono stati i principali motori di avviamento delle mie rifles-
sioni sulla cosiddetta empatia. In realtà ce n’è anche un terzo, e cioè il fatto che
tale concetto mi si è presentato via via sempre meno chiaro e comprensibile, mi
ha anche un po’ tormentato in verità, stimolandomi a creare un mio modello
di concettualizzazione di tale fenomeno, una prospettiva possibile tra le tante,
modello oggi in parte diverso da quello, un po’ più approssimativo, che avevo
assunto lo scorso anno.
In tale percorso ho cercato di avvalermi di contributi psicoanalitici ma anche
di riflessioni in ambito estetico, in particolare quello musicale che fa parte della
mia vita, con certe piccole incursioni, a me utili per comprendere, in ambito filo-
sofico e neuroscientifico. Rispetto a tutte queste aree quello di empatia è un con-
cetto assolutamente trasversale. Ed è anche un concetto relativamente recente, se
pensiamo ad esempio che fino agli anni 80 i dizionari della lingua italiana non lo
riportavano, che Laplanche e Pontalis nella loro Enciclopedia della Psicoanalisi2 non

2 Laplance, J. & Pontalis J.-B. (1967). Vocabularie de la Psychoanalyse. Paris: Presses Universi-

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ne fanno alcuna menzione, che fino al 1955 l’Index dello Psychoanalytic Quarterly3
menziona il termine empathy una sola volta, e che in fondo anche in Freud, come
vedremo, è abbastanza poco usato. Sarà solo verso la seconda metà degli anni ‘50,
in ambito psicoanalitico, che incomincerà a essere più intensa in letteratura la
presenza dell’empatia, evidentemente in parallelo con una crescente attenzione
rivolta alla relazione terapeutica e non più soltanto al paziente.

Cos’è l’empatia?

Scorrendo alcune delle riflessioni su tale tema, al concetto di empatia se ne af-


fiancano spesso altri come quello di condivisione, d’intuizione, di risonanza, di com-
prensione, di sintonizzazione, di contatto, sensibilità, identificazione, e altri ancora; si
è cercato anche di dividere un’empatia psicoanalitica da un’empatia in senso più
generico, o di coniare varie forme di empatia, come quelle di empatia attiva e pas-
siva in ambito strettamente estetico, o di empatia concettuale, auto-esperienziale,
imitativo-immaginativa ed empatia risonante in quello psicoanalitico (classificazio-
ne peraltro molto suggestiva per varie ragioni). 4 Credo siano tutti spunti ricchi
e interessanti, appartenenti a prospettive diverse e complementari, ma che sono
anche riusciti a darmi la sensazione di una sufficiente confusione intorno a tale
fenomeno e di una difficoltà nella possibilità di concettualizzarlo. Difficoltà che
forse potrebbe anche dover rimanere.

L’origine del termine “empatia”

Riflettere sulle parole può risultare pedante e pesante, ma mi è quasi sempre


stato di aiuto. Empatia origina dal greco empatheia, e stava a significare il parti-
colare rapporto emotivo che si instaurava tra il cantore-autore e il suo pubblico.
Ci potrà essere utile, credo, considerare che pashein significa sia sentire che sof-
frire. Sentire/soffrire dentro l’altro, dunque. In seguito sarà la lingua tedesca a
riprendere la parola, con il conio di Einfühlung, nel primo romanticismo di fine
Settecento, sembrerebbe con Novalis, con un significato estetico: il “panico” di
sentirsi tutt’uno con gli elementi della natura. 5 A leggerlo attentamente però
sembra emergere un pensiero secondo cui attraverso l’Einfühlung con la natura si
potrebbe giungere alla sua comprensione, il che è diverso. Einfühlen quindi come

taire de France. Trad. It. Enciclopedia di Psicoanalisi. Roma: Edizioni Laterza. 1993.
3 Index, Psychoanalytic Quarterly Cumulative. 1955. New York: Psychoanalytic Quarterly, 1932.
4 Buie, D. H. (1980). Empathy: its nature and limitations. Journal of the American Psychoanalytic
Association, 29(2), 281-307.
5 Kluckhohn, P. (1924). Die deutsche Romantik. Verlag von Velhagen & Klasing.

empatia e postura psicoanalitica 37


modo per comprendere. E Einfühlung sarà la parola usata da Freud e tradotta, non
sempre, dagli Strachey della Standard Edition6 con empathy.
In ambito filosofico sembra che Einfühlung sia nato con Robert Vischer, il qua-
le ne diede per la prima volta un significato specifico, a proposito di ciò che si può
provare di fronte ad un’opera d’arte: quello di “simpatia estetica”. 7 Il che non è
di scarsa importanza, se consideriamo, come faremo, che la simpatia e l’empatia
vanno differenziate ma che evidentemente spesso i due concetti si sono intrec-
ciati e confusi insieme. Di fatto l’Einfühlen romantico non riguarda solo l’espe-
rienza propria di un rapporto più intenso con gli elementi della natura, esso è un
concetto che nasce e si sviluppa nell’ambito di una dimensione artistico-cultura-
le post-illuministica, dei ristretti circoli che si ritrovano a condividere e godere
di comuni riflessioni in ambiti profondamente umani, della condivisione inten-
sa, del synphilosophieren (filosofeggiare insieme) e del synpoetisieren (fare poesia
insieme), di quello che poi sarà anche il musizieren (fare musica insieme) mitte-
leuropeo di fine Ottocento: suonare insieme condividendo emozioni profonde,
qualcosa che ricorda la simpatia estetica di Vischer ma anche forse quello che
Freud dice in Psicologia dei Gruppi e Analisi dell’Io, “uno dei due Io ha percepito
un’analogia significativa con l’altro in un punto preciso”, 8 il crearsi dei famigerati
“luoghi di coincidenza”, le premesse per le preziose “comunanze affettive”, for-
se ciò cui mi riferivo all’inizio parlando di “sintonie”. E all’ambito del musizieren
naturalmente non appartiene tutta la musica ma tipicamente quella da camera,
le grandi pagine dei trii e dei quartetti; naturalmente, per riflettere sul nostro
tema mi verrà comodo il duo e alcune dinamiche che possono svilupparsi nella
relazione diadica interpretativo-musicale, probabilmente in parte paragonabili
alla diade terapeutica.
Mi viene però subito in mente come, secondo quanto detto sopra, l’uso di
einfühlen e la sua accezione possano fin da allora essersi intrecciati con i concetti
di sicheinfühlen (sentirsi dentro) e di einsfühlen (sentirsi un tutt’uno), che è diver-
so da Einfühlen. Ho infatti l’impressione che, spesso, nell’uso comune del termine
empatia si intenda una sorta di sentire/soffrire insieme, di vissuti vibranti con-
divisi, qualcosa che nella sua genericità tende a prendere la piega di una mielosa
commensalità emotiva. Ma ha da essere proprio così?

6 Freud, S., & Strachey, J. E. (1964). The standard edition of the complete psychological works of
Sigmund Freud.
7 Vischer, R. (1873). On the optical sense of form: A contribution to aesthetics. Empathy, form, and
space, 89-123.
8 Freud, S. (1921) Psicologia delle masse e analisi dell’Io. OSF vol 9. L’Io e l’Es e altri scritti 1917-1923,
Torino, Bollati Boringhieri.

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Il concetto di empatia in Freud

Provo a fare ciò che ritengo sia sempre bene fare, e cioè partire da Freud. Sì, per-
ché (e concedetemi questo piccolo parallelo) come il grande direttore d’orchestra
Carlo Maria Giulini diceva a proposito di Brahms e cioè “In Brahms c’è tutto” ana-
logamente imparo via via di più che in Freud c’è tutto, nel senso che ci sono tutti i
germi di ciò che è venuto dopo.
I termini Einfühlung e einfühlen compaiono in realtà poche volte nell’opera
di Freud, dovrebbero esserci soltanto una ventina di ricorrenze in tutto, ma in
realtà solo tre sono state tradotte come empathy nell’edizione inglese, mentre in
quella italiana storica il termine è stato spesso tradotto con “immedesimazio-
ne”, non con empatia né con identificazione, il che potrebbe anche suggerirci
che il terreno sia incerto o forse risenta di una eccessiva ampiezza di significati,
indubbiamente già presente in Freud. Come ci ha insegnato Joseph Sandler nel
suo fondamentale lavoro di sistematizzazione dei grandi concetti psicoanalitici,
Freud ha spesso fatto uso dello stesso termine con significati diversi e credo che
in parte questo possa valere anche per l’Einfühlung. Penso che un passo che può
incastonare le nostre riflessioni provenga dallo scritto del 1913 Inizio del tratta-
mento, facente parte dei Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi. 9
Così dice:

La prima meta del trattamento rimane quella di legare il paziente alla cura e alla per-
sona del medico. A questo scopo non occorre far altro che lasciargli tempo. Se gli si di-
mostra un interesse serio, se si eliminano accuratamente le resistenze che compaiono
all’inizio e si evitano passi falsi, il paziente sviluppa da solo tale attaccamento e inseri-
sce il medico fra le imagines di quelle persone dalle quali è stato abituato a ricevere del
bene: naturalmente ci si può giocare questo primo successo se dall’inizio si adotta un
punto di vista che non sia quello dell’immedesimazione, per esempio un punto di vi-
sta moraleggiante, oppure se ci si atteggia a rappresentante o mandatario di una parte,
per esempio dell’altro membro della coppia coniugale e simili.

Potremmo certo vederla come la necessità per il terapeuta di “mettersi nei panni
del paziente” ma anche come la necessità di “mettersi da parte”. In quest’accezio-
ne non potremmo concepire come Einfühlung semplicemente un ascolto privo di
ogni condizionamento, di ogni pregiudizio, centrato solo e soltanto sull’oggetto-
paziente, in qualche modo come tendenza alla costituzione di una appercezione
dell’oggetto-paziente?
In effetti, in precedenza, il concetto di appercezione appare proprio in uno
scritto di Freud in cui compare anche quello di Einfühlung e, credo, per la prima
volta: stiamo parlando de Il Motto di spirito e la sua relazione con l’Inconscio (1905).10
Finora la considerazione su questo passo, nell’ambito della letteratura sull’em-

9 Freud, S. (1913-14). Nuovi consigli sulla tecnica della psicoanalisi. OSF, vol. 6.
10 Freud, S. (1905) Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio. OSF vol 5, Torino, Bollati
Boringhieri.

empatia e postura psicoanalitica 39


patia, mi risulta si sia limitata a metterne in evidenza, peraltro correttamente,
la visione di Freud secondo cui l’Einfühlung descriverebbe il processo di mettersi
nella posizione di un altro consciamente o inconsciamente (e tale definizione po-
trebbe comprendere tutti gli usi che Freud ha fatto del termine). Forse però vale
la pena di analizzare più accuratamente il passo del Motto di Spirito.
Dice:

Tornando ora alla comicità del movimento, ripeto che, con la percezione di un deter-
minato movimento, si desta l’impulso a rappresentarselo mediante un certo dispen-
dio. Quando “voglio capire”, quando appercepisco questo movimento, io faccio quindi
un certo dispendio, in questo tratto del processo psichico mi comporto esattamente
come se mi mettessi al posto della persona che sto osservando. Verosimilmente ho
presente però al tempo stesso la meta di questo movimento, e in virtù dell’esperien-
za precedente posso valutare quanto dispendio occorra per raggiungere questa meta.
Così facendo prescindo dalla persona che sto osservando e mi comporto come se voles-
si raggiungere io stesso la meta del movimento. Queste due possibilità rappresentati-
ve equivalgono a un paragone tra il movimento osservato e il mio proprio. […] L’effetto
comico sembra quindi dipendere dalla differenza tra i due dispendi di investimento
– quello dell’immedesimazione (Einfühlung) e quello dell’Io […].

Ovviamente dobbiamo utilizzare il passo solo per i nostri fini, cercando di pre-
scindere dal contesto in cui si muove qui Freud e cioè quello relativo all’interpre-
tazione della comicità, che in questo momento non ci interessa; però consentite-
mi prima una piccola digressione sul concetto di “appercezione” che vi compare.
Non sono in grado di approfondire tale ambito ma nel percorso delle mie rifles-
sioni mi ha colpito una definizione che ne ha dato uno scrittore austriaco del
novecento, Heimito von Doderer, e che è la seguente: “appercezione è la conversione
alla conoscenza della realtà oggettiva libera dai condizionamenti del proprio carattere”.11
Aperte percipere. Una sorta quindi di percezione imparziale, libera da preconcetti,
attinente all’uomo come individuo e non come appartenente alla massa e, ag-
giungerei, al rispetto dell’altro come altro da sé. A me sembra importante questo
tema nell’ambito di una certa caratterizzazione del concetto di empatia.
Ora torniamo al passo freudiano. Freud sembra intendere che il “voler capire”
implichi necessariamente nell’osservatore un’attivazione subliminale della stessa
azione compiuta dalla persona che si sta osservando, che ci sia una tendenza a “di-
ventare l’altro” ma con l’interferenza dell’esperienza acquisita dal soggetto osser-
vante, “a modo suo”. È come se si trattasse della risonanza di uno strumento che
ha però le proprie corde e la propria timbrica. Questo tema potrebbe farci venire
in mente il mirroring materno12 e anche i neuroni specchio (mirror neurons):13 ciò è

11 von Doderer, H. (1996). Die Wiederkehr der Drachen: Aufsätze, Traktate, Reden. CH Beck.
12 Legerstee, M., & Varghese, J. (2001). The Role of Maternal Affect Mirroring on Social Ex-
pectancies in Three-Month-Old Infants. Child Development, 72(5), 1301-1313..
13 Gallese, V. (2001). The ‘shared manifold’ hypothesis. From mirror neurons to empathy.
Journal of consciousness studies, 8(5-7), 5-7.

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sorprendente visto che si parla di qualcosa di simile già quasi novant’anni prima
della scoperta delle basi neurali del rispecchiamento e dell’identificazione.14
Secondo Freud, si verrebbero quindi a creare due possibilità rappresentative,
che definirei una dell’oggetto e una del sé al posto dell’oggetto o “risonante”, dove
l’Einfühlung, cioè l’immedesimazione in senso stretto, apparterrebbe invece alla
tendenza a diventare proprio l’altro, realizzando una dimensione percettiva pro-
babilmente del tipo della cosiddetta identificazione primaria o confusione pri-
maria. L’anno dopo, Freud utilizzerà nuovamente l’Einfühlung, nel suo studio di
interpretazione della Gradiva di Jensen (1906)15, intendendo con ciò il processo
di identificazione, dovremmo dire, per risonanza che si può sviluppare tra il lettore
e il protagonista della novella e che possiamo presumere condivida i meccanismi
(neuropsicologici) di base esposti nel Motto di Spirito.

I processi di identificazione e il sentire insieme (simpatia)

L’altro testo cardine in cui compare il concetto di Einfühlung è Psicologia delle Masse
e Analisi dell’Io16, di cui abbiamo avuto un esemplare approfondimento nel lavoro
del dott. Pieralisi.17 Restringendo però il campo di osservazione al nostro concet-
to, qui Freud fa dei riferimenti tanto preziosi quanto, per me almeno, difficili. Mi
riferisco naturalmente al capitolo settimo, quello sull’Identificazione, in cui egli
precisa “siamo lungi dall’aver trattato esaurientemente il problema dell’identificazione”.
E, in effetti, credo che molta della difficoltà nel creare una visione sufficiente-
mente univoca del concetto di empatia derivi in gran parte dalla confusione o
incertezza nell’intendere i processi di identificazione.
Qui però Freud fa un cenno secondo me molto significativo relativo alla si-
tuazione in cui “uno dei due Io ha percepito un’analogia significativa con l’altro in un
punto preciso […] esiste tra i due Io un luogo di coincidenza”. Freud parla di “analogia
significativa”, preesistente quindi, tra due Io. Potremmo parlare, credo, seguendo
il prezioso suggerimento del dott. Pieralisi dello scorso Seminario,18 della pre-
messa per una eventuale identificazione per condivisione di una qualità comu-

14 Rizzolatti, G., & Craighero, L. (2004). The mirror-neuron system. Annu. Rev. Neurosci., 27,
169-192.
15 Freud, S. (1906) Il delirio e i sogni nella Gradiva di Wilhelm Jensen. OSF vol 5, Torino, Bollati
Boringhieri.
16 Freud, S. (1921) Psicologia delle masse e analisi dell’Io. OSF vol 9. L’Io e l’Es e altri scritti 1917-1923,
Torino, Bollati Boringhieri.
17 Pieralisi, G. (2012). Psicoterapia Psicoanalitica di Gruppo e Gruppi di Formazione: La psicologia
del gruppo alla luce del pensiero psicoanalitico di Joseph Sandler (Italian Edition) Ravenna: Pubblica-
zione della Associazione per lo Sviluppo della Psicoterapia Psicoanalitica.
18 Pieralisi, G. (2011) Rileggere “Psicologia delle masse e analisi dell’io” alla luce della “quiet
revolution” di Joseph Sandler. Relazione tenutasi il giorno 11 giugno 2011 nei seminari annuali
della Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica di Ravenna.

empatia e postura psicoanalitica 41


ne, un’identificazione parziale, che ha alla sua base un fenomeno di risonanza,
ma rispetto a due strumenti con certe corde e timbriche particolarmente simili
in un certo settore. Ora, Freud definisce tale fenomeno (mi riferisco al fenomeno
di base, cioè a questo tipo particolare di risonanza) come Mitgefühl, cioè “simpa-
tia”, ovvero sentire, soffrire insieme. Potremmo allora pensare che Mitgefühl non
sia Einfühlung, che il sentire insieme non appartenga in realtà all’empatia. Che in
un certo senso nella simpatia si sia in due a sentire mentre, in una sua certa acce-
zione, nell’empatia a sentire sia uno solo, mentre l’altro deve capire, e che questo
capire si basi anche su una tendenza subliminale a diventare l’altro.
Come abbiamo accennato, nella traduzione italiana originale di Freud
Einfühlung non è stato reso con identificazione ma con immedesimazione, il che
credo indichi da un lato un orientamento a separare l’ Einfühlung dai processi
identificatori ma nel contempo dall’altro una comprensibile difficoltà ad una
sua concettualizzazione più precisa. Aiutiamoci con quell’importante testo pro-
fessionale che è il dizionario della lingua italiana, ma prima desidero citare una
definizione di “empathy”, data dai dizionari sia Oxford19 sia Webster20, per indi-
care l’incertezza e l’ampiezza nell’uso del termine; la definizione è doppia, cioè
sia quella di proiettare i propri stati d’animo negli oggetti, così da rendere l’oggetto
confuso con il soggetto, sia, altra possibilità, quella dell’azione e della capacità di
comprensione dell’esperienza altrui, senza vivere su di sé i sentimenti, i pensieri e
l’esperienza comunicati esplicitamente dall’altro. Ci viene poi in aiuto, in manie-
ra abbastanza drastica, un dizionario italiano, il Devoto Oli, 21 che definisce “em-
patia” la capacità di porsi in maniera immediata nello stato d’animo o nella situazione
di un’altra persona, con nessuna o scarsa partecipazione emotiva, mentre per “imme-
desimazione” la partecipazione a una situazione o a uno stato d’animo con intensità
tale, da viverli o sentirli come propri, concezione che vedrebbe in essa l’inclusione di
soggetto e oggetto in un rapporto di sostanziale identità. Qui potremmo allora
ritenere a tutto titolo di essere nell’ambito dei processi identificatori.
Potrebbe essere che in tal senso, ritornando alla Psicologia dei Gruppi, Freud
parli “del processo di immedesimazione, […] che più di ogni altro ci permette d’intendere
l’Io estraneo di altre persone” intendendo il significato di empatia di cui sopra. E
forse non è un caso che qui, e solo qui, ci sia una nota in cui il curatore assimila
il concetto di immedesimazione (Einfühlung) a quello di empatia. Potremmo così
forse concepire che non siano necessariamente la stessa cosa.
Riassumo quindi cosa ho tratto dalle riflessioni su Freud e l’Einfühlung:
1. che il concetto è immerso in maniera incerta e ambigua in quello più vasto di
identificazione, usato da Freud con l’elasticità e l’approssimazione “ad usum”
proprie di un grande e acuto teorico

19 Pearsall, J., & Hanks, P. (Eds.). (1998). The new Oxford dictionary of English. Clarendon Press.
20 Dictionary, M. W. (2006). The Merriam-Webster Dictionary. Merriam-Webster, Incorporated.
21 Devoto, G., Oli, G. C., Trifone, M., & Serianni, L. (2012). Il Devoto-Oli: Vocabolario della lin-
gua italiana 2012. Firenze: Le Monnier.

42
2. che però sembrerebbe differenziabile dall’identificazione in certi suoi usi nel
senso detto sopra
3. che esiste una straordinaria intuizione in Freud (Il Motto di spirito del 1905)
rispetto al mettere in uno strettissimo rapporto l’atto percettivo con quello di
una parallela attivazione motoria subliminale nel soggetto osservatore e che
l’immedesimazione, in una sua accezione, consisterebbe in una tendenza del
soggetto a diventare come l’oggetto (identificazione primaria)
4. che però in tale tendenza potrebbero subentrare dei fenomeni inibitori, sulla
base della propria esperienza di sé, che renderebbero possibile una distinzio-
ne tra il soggetto osservante e l’oggetto osservato
5. che esiste una differenziazione tra Mitgefühl e Einfühlung, tra simpatia ed em-
patia, laddove nella prima prevale una comunanza, una consonanza di base
più o meno parziale tra le due immagini, cioè per condivisione di una qualità
comune (si tratterebbe quindi sì di una premessa o di una allusione a una
possibile oneness (Einsfühlung)) mentre nella seconda, intesa in senso stretto,
prevarrebbe lo sforzo per poter comprendere l’esperienza dell’altro diverso,
io credo “smorzando” l’esperienza analoga propria dell’osservatore, il quale
dev’essere nell’altro, non con l’altro. Ma questa è un’anticipazione della mia
idea che svilupperò a breve.

Anche su questo “smorzare” vorrò ritornare quando parlerò della metafora mu-
sicale, ma voglio subito dare una definizione fisica di un concetto che ricorre in
psicologia e nel nostro campo di osservazione, quello di “risonanza”. In acustica
per risonanza si intende un fenomeno per cui una sorgente sonora, inizialmente in si-
lenzio, può entrare in vibrazione se è investita da onde sonore di frequenza uguale o quasi
uguale a quella sua propria. È una definizione che ci tornerà utile.

Empatia e processi di identificazione

Come ho già detto, la letteratura sull’empatia si è sviluppata in particolare a par-


tire dalla fine degli anni cinquanta: ovviamente è sufficientemente vasta da non
poter essere affrontata nella sua interezza. Molti Autori importanti se ne sono
occupati, spesso da prospettive diverse, basti pensare a Ferenczi22, a Kohut23

22 Ferenczi, S. (2002). Analisi infantili con gli adulti. Sandor Ferenczi. Opere, vol. quarto, Raffa-
ello Cortina Editore, Milano.
23 Kohut, H. (1959). Introspection, Empathy, and Psychoanalysis—An Examination of the
Relationship Between Mode of Observation and Theory. Journal of the American Psychoanalytic
Association, 7, 459-483.

empatia e postura psicoanalitica 43


nell’ampio ambito della psicologia del Sé, 24 a Schafer25, Greenson26, alla Klein27
e a molti suoi seguaci, e a tanti altri ancora. Per quanto ho potuto cogliere qua
e là, tale letteratura risente comunque di una scarsa chiarezza nella definizione
dei processi identificatori, con una conseguente incerta collocazione del fenome-
no empatico all’interno o meno di tali processi. Per chiarezza nell’ambito delle
nostre riflessioni, desidero richiamare alla memoria il nostro modo attuale di
concepire i processi di identificazione, utilizzando anche quanto esposto nello
scorso seminario dal dott. Pieralisi sui diversi tipi di identificazione, e cioè:
1. identificazione primaria: Confusione primaria, o identificazione ricorrente,
o oneness, o Einsfühlung, come condizione di de-differenziazione del Sé e
dell’oggetto, in cui non sussistono i confini del Sé;
2. identificazione secondaria: Modificazione stabile della rappresentazione del Sé
sulla base di uno o più attributi della rappresentazione dell’oggetto. I confini
Sé-oggetto sono mantenuti;
3. identificazione per condivisione di una qualità comune: Freud la chiamò “iden-
tificazione dovuta ad un’importante comunanza affettiva”, si tratterebbe
di un’identificazione parziale. “Uno dei due Io ha percepito un’analogia si-
gnificativa con un altro in un punto preciso”. Si tratterebbe di un “luogo di
coincidenza”(Mitgefühl);
4. identificazione proiettiva.

Consideriamo qui le prime tre, visto che la quarta, l’identificazione proietti-


va28, rientra nel vasto, complesso e controverso29 capitolo delle esternalizzazio-
ni. 30 Soffermiamoci sulla terza, cioè sulla comunanza affettiva. Credo che qui si
tratti di Mitgefühl (simpatia), di consonanza, di comunanza, di situazione in cui
si ha un luogo di coincidenza, più esattamente di due luoghi in qualche modo
uguali, identici, che possono tendere ad amplificarsi reciprocamente, e quindi
che si possa a tutto titolo farla rientrare tra i fenomeni identificatori. Soggetto

24 Wolf, E. S. (2002). Treating the self: Elements of clinical self psychology. Guilford Press.
25 Schafer, R. (1959). Generative empathy in the treatment situation. The Psychoanalytic quar-
terly, 28, 342.
26 Greenson, R. R. (1960). Empathy and its Vicissitudes. International Journal of Psycho-
Analysis, 41, 418-424.
27 Klein, M. (1955). On identification. The Writings of Melanie Klein, 3, 141-175. New York: The
Free Press New York.
28 Klein, M. (1946). “Note su alcuni meccanismi schizoidi”, in Scritti 1921-1958, Boringhieri,
Torino 1978, pp. 409-434.
29 Secondo la Klein, l’identificazione per mezzo della proiezione comporta la combinazione
di due processi, da una parte la scissione di parti del Sé e dall’altra la loro proiezione su (o meglio
in) un’altra persona.
30 Novick, J., & Kelly, K. (1970). Projection and externalization. The Psychoanalytic study of the
child, 25, 69.

44
e oggetto possono facilmente immedesimarsi l’uno nell’altro, in uno o nell’altro
degli aspetti della rappresentazione del sé. Potremmo includere tale condizione
nell’ambito di un fenomeno di risonanza ma credo che in realtà quest’ultimo fe-
nomeno abbracci un numero molto più ampio di condizioni, in cui “le corde non
devono per forza essere così simili”. Se immaginiamo due strumenti musicali a
corda, nel caso in cui uno di essi emetta un accordo, ad esempio, l’altro metterà in
vibrazione per risonanza quelle sue corde più sensibili alle frequenze emesse dal
primo strumento, che però non sono necessariamente e solo quelle uguali alle
corde emittenti. Ci sarà un’amplificazione per risonanza, sì, è vero, ma dobbiamo
anche tenere presente altri due fattori: (1) innanzitutto, nel secondo strumento
tenderanno ad entrare in vibrazione più o meno anche altre sue corde, inoltre (2)
non è affatto detto che i due strumenti abbiano la stessa timbrica e quindi lo stes-
so tipo di suono. La risultante non potrà che essere una grande confusione in cui
gli strumenti, le timbriche e i suoni non saranno più distinguibili. Se conside-
riamo inoltre uno strumento come il pianoforte dobbiamo tenere presente che
la cordiera è anche dotata dei cosiddetti “smorzatori”, cioè di un meccanismo31
grazie al quale le corde possono essere bloccate nella loro possibilità di vibrare in
seguito a percussione diretta o a risonanza. Se non ci fossero questi smorzatori
non sarebbe possibile ascoltare né eseguire alcuna composizione al pianoforte.
Ho fatto questa digressione musicale perché mi sono reso conto di aver scorso al-
cuni spunti della letteratura post-freudiana sull’empatia cercando di capire quale
idea potesse avere chi scriveva rispetto ai problemi della risonanza e dell’identifi-
cazione nell’ambito di tale fenomeno. Devo confessare che spesso non mi è stato
affatto facile comprenderlo. Faccio alcuni esempi.
In età ancora per così dire freudiana, Helene Deutsch32 sembra concepire
l’empatia come l’ identificazione dell’analista con un oggetto infantile del pazien-
te. Ora, se tale formulazione risalta per essere precorritrice straordinaria di un
“guardarsi dentro per capire il paziente” come pure del futuro concetto rackeria-
no33 di controtransfert complementare34 (si pensi che siamo nel 1957), sul piano
dell’empatia sembra metterla nei termini di una risonanza e una identificazione
non facilmente spiegabili. Ferenczi35 molto prima aveva definito l’empatia come

31 Nel pianoforte sono quei blocchetti di legno rivestiti in feltro che hanno la funzione di
soffocare la vibrazione di una corda.
32 Deutsch, H. (1942). Some forms of emotional disturbance and their relationship to schizo-
phrenia. Psychoanalytic Quarterly, 11(3), 301-321.
33 Racker, H. (2012). Transference and countertransference. London: Karnac Books.
34 Racker considerava due tipi di risposte emotive del terapeuta al materiale del paziente: (a)
il controtransfert concordante (quando il terapeuta risponde emotivamente esattamente secondo
quanto vissuto soggettivamente dal paziente) e (b) il controtrasfert complementare (quando il te-
rapeuta risponde alle sollecitazioni emotive fornitegli dal paziente come gli oggetti interni di
riferimento del paziente, gli introietti o le sue figure genitoriali).
35 Ferenczi, S. (1928). L’elasticità della tecnica della psicoanalisi. S. Ferenczi, Fondamenti di psico-
analisi, 3.

empatia e postura psicoanalitica 45


la “capacità di mettersi nei panni di un altro”, che mi sembra perfetto, solo che non
mi risulta venga spiegato, da un punto di vista metapsicologico, cosa questo si-
gnifichi: perché avverrebbe, come avverrebbe e soprattutto che cosa vuole vera-
mente dire “mettersi nei panni di un altro”?
Con Robert Fliess36 emergerà il concetto di “identificazione di prova”, mo-
mentanee risonanze e identificazioni, quindi, con cui l’Autore si delineerà come
il primo ad aver cercato di dare una spiegazione metapsicologica dell’empatia.
In seguito mi sembra preziosa la riflessione di Christine Olden37, la quale affer-
ma che la sensibilità di una persona per un’altra può essere chiamata empatia
solo quando non è al servizio di bisogni narcisistici, ma di relazioni oggettuali
mature, il che implica consapevolezza di separazione e assenza di confusioni.
Un lavoro di comprensione profonda dell’altro, cioè, comporterebbe un’assoluta
assenza di confusioni. Con Schafer38 la cosa si fa più articolata e complessa, intor-
no al concetto di empatia generativa, sul quale però non voglio qui soffermarmi.
L’orecchio teso sulla risonanza e sull’identificazione mi è servito, credo, a cogliere
in un grande Autore come Greenson39 una definizione di empatia come “una co-
noscenza emotiva, la condivisione e l’esperienza dei sentimenti di un altro”. E poi dirà:
“Devo lasciare che una parte di me entri nel paziente, e ripercorrere le sue esperienze come
se io fossi lui, per vedere cosa succederebbe in me mentre le vivo. Sto cercando di descrivere
i processi che intervengono quando si entra in empatia con il paziente”.
Credo che tutti coloro che possiedono una sufficiente esperienza clinica pos-
sono comprendere la rischiosità di un’operazione del genere, di una simile “con-
fusione timbrica” tra gli strumenti, che certo non ci può permettere di ascoltare
veramente e soltanto il paziente. Ed è situazione tutt’altro che poco frequente.
Mi viene in mente un mio paziente di parecchi anni fa, emigrato alcuni anni
prima da un paese di un altro continente, che nel primo colloquio mi raccon-
tò di aver avuto in precedenza un contatto con un altro terapeuta, proveniente
anch’egli dal suo stesso paese di origine. Alla fine di questo incontro tale tera-
peuta avrebbe detto a questo signore che il suo problema era di soffrire di una in-
tensissima nostalgia di quel lontano paese. Il paziente era dubbioso. Ebbi subito
l’impressione che quello fosse un problema del terapeuta e non del paziente ed in
effetti, dopo più di dieci anni di trattamento con quest’uomo, non ho ancora mai
visto un’ombra di nostalgia. Quale strumento aveva suonato, quali corde?
Confesso la mia estrema difficoltà nel comprendere il senso kleiniano e, in
gran parte, post-kleiniano nel definire l’empatia in termini di identificazione

36 Fliess, R. (1942). The Metapsychology of the Analyst. Psychoanalytic Quarterly, 11, 211-227.
37 Olden, C. (1958). Notes on the development of empathy. The Psychoanalytic study of the child,
13, 505.
38 Schafer, R. (1959). Generative empathy in the treatment situation. The Psychoanalytic quar-
terly, 28, 342.
39 Greenson, R. R. (1960). Empathy and its Vicissitudes. International Journal of Psycho-
Analysis, 41, 418-424.

46
proiettiva ma, come sappiamo, ciò dev’essere in gran parte dovuto al nostro modo
così diverso di intendere tale fenomeno. Va sottolineato invece il fatto che molti,
post-kleiniani e non, tendono in fondo a individuare il fenomeno empatico in
un processo di identificazione concordante del terapeuta nei confronti del paziente,
rifacendosi in tal senso alla teorizzazione di Heinrich Racker. 40 Egli concepiva il
cosiddetto controtransfert totale in una sorta di due evenienze, e cioè il contro-
transfert concordante, dovuto a un’identificazione del terapeuta con l’immagine di
Sé del paziente, e il controtransfert complementare, dovuto a un’identificazione del
terapeuta con gli oggetti interni del paziente. Molti Autori concepiscono l’empa-
tia come espressione di un’identificazione concordante con il paziente e limite-
rebbero la dimensione controtransferale alla dimensione complementare. Nuo-
vamente mi sembra che si tenda anche qui ad individuare il fenomeno empatico
in una consonanza, in un’identità tra self diversi.
Kohut41, le cui prime formulazioni in merito risalgono già al 1959, diede una
fondamentale definizione dell’empatia, come di “una modalità conoscitiva adatta
specificamente alla percezione di configurazioni psicologiche complesse”, concependo
tale fenomeno come il risultato di una risonanza confusiva, (l’espansione del sé
fino a includere l’altro), qualcosa che sembrerebbe riguardare di più l’Einsfühlung
(l’essere tutt’uno), appunto, piuttosto che l’Einfühlung (l’empatia). Da allora si sono
sviluppate varie prospettive sul tema, nella letteratura psicoanalitica, lasciando
spesso, secondo me, abbastanza incerte le concezioni sulla risonanza, sull’iden-
tificazione (con una frequente confusione tra identificazione primaria e secon-
daria), sulla sintonizzazione e sul loro ruolo nel concepire il fenomeno empatico.

Empatia come processo percettivo

Tra gli Autori che ho trovato più originali e più di aiuto nel percorso di formazio-
ne di una mia idea in merito, c’è senz’altro Dan Buie. 42 In sintesi egli concepisce
l’empatia come un fondamentale processo percettivo per conoscere l’esperienza inter-
na di un’altra persona, il quale necessita di una sufficiente maturità nell’ambito
della strutturazione del mondo interno di chi ne fa uso. In tal senso, non indivi-
dua nella confusione primaria un suo momento essenziale ma, al contrario, nella
capacità di mantenere un solido senso di separatezza dall’oggetto. Chi empatizza
attuerebbe un processo di inferenza sulla base di un paragone (pensiamo al passo
del Motto di Spirito di Freud) tra gli stimoli percettivi che gli provengono dallo

40 Racker, H. (1956). The meanings and uses of countertransference. The Psychoanalytic Quar-
terly, 26(3), 303-357.
41 Kohut, H. (1959). Introspection, Empathy, and Psychoanalysis—An Examination of the
Relationship Between Mode of Observation and Theory. Journal of the American Psychoanalytic
Association, 7, 459-483.
42 Buie, D. H. (1980). Empathy: its nature and limitations. Journal of the American Psychoa-
nalytic Association, 29(2), 281-307.

empatia e postura psicoanalitica 47


stato interno dell’oggetto e vari “riferimenti” interni propri che verrebbero atti-
vati da stimoli analoghi. Tali riferimenti sarebbero di quattro tipi:
1. concettuali, concepibili come dei modelli sostanzialmente ideativi, strutturati
nella mente di chi empatizza,
2. auto-esperienziali, come una sorta di ricordi di esperienze prevalentemente in
ambito emotivo-affettivo e quindi come modelli di questo tipo,
3. immaginativo-imitativi, come lo sforzo compiuto dall’analista, nel caso non
trovi nella sua esperienza dei riferimenti disponibili per l’esperienza del pa-
ziente, per creare una fantasia (un’azione di prova), in qualche modo simulare
per sé tale esperienza del paziente per poi poter fare un lavoro di paragone. Si
tratterebbe in sostanza di creare un modello di riferimento ad hoc,
4. risonanti, nel senso detto prima, come risposta a forti emozioni negli altri.

A parte la classificazione e le varie attribuzioni di significato, quello che mi sem-


bra interessante nel pensiero di Buie è il fatto di contemplare una dimensione
di separatezza e di non confusività tra osservante e osservato e di pensare alla
costituzione di referenti interni nell’ambito della funzione empatica. È come se
il pensiero dell’autore si spostasse da un sentire insieme all’altro a un pensare intor-
no all’altro, facendo delle inferenze sulla base di certi propri riferimenti interni.
Scompare la dimensione identificatoria mentre permane quella della risonanza
in un suo ruolo molto più circoscritto.
Mi sembra altresì importante considerare come Buie concepisca l’empatia non
solo in termini di comprensione di cosa l’altro “sente”, in termini cioè di emozioni
e affetti, ma anche in termini più ampi, ideativi, di pensiero, proprio nel senso di
cercare di capire l’esperienza soggettiva dell’altro nelle sue varie componenti.
Credo che essere empatici, in effetti, riguardi l’essere disposti, e aggiungerei
anche portati, ad impegnarsi per la conoscenza e la comprensione dell’altro, a
fare un o sforzo in nome di queste cose, un lavoro che può richiedere anche il suo
tempo. In questo senso, essere empatici si differenzia da un tipo di immediatezza
intuitiva frutto di un’impostazione percettiva diversa, che può mirare ad un al-
tro tipo di conoscenza, meno imperniata sulla soggettività intrinseca all’altro, a
come l’altro si possa sentire o a come possa pensare, ma ad una conoscenza forse
più superficiale, diciamo così, o per lo meno che si pone da prospettive diverse.
Come dire che a star dietro a certe cose se ne perdono altre.

Empatia e riconoscimento dell’alterità

Dico questo perché mi viene in mente una nota riportata da Jones43: Freud affer-
mava di non essere un Menschkenner, cioè un bravo conoscitore di persone, in

43 Jones, E. (1977). Vita e opere di Freud. Milano: Garzanti.

48
quanto “credeva troppo a loro”, ma penso nel senso che ho appena detto. Presa
superficialmente potrebbe al contrario sembrare un’affermazione paradossale,
invece credo sia molto vera e che riguardi proprio le persone dotate di empatia.
La prospettiva che considera il fenomeno empatico come frutto di un lavoro
di confrontazione mi fa venire in mente qualcosa di molto precedente, un lavo-
ro che risale al 1917 e che fa parte di una mia incursione indebita, vista la mia
incompetenza, nell’area filosofica: sto parlando dell’importante lavoro della fe-
nomenologa Edith Stein sull’empatia. 44 Avendo ereditato idee precedenti in me-
rito da Lipps e Husserl, suo maestro, concepì il fenomeno empatico in un modo
diverso e originale. Sintetizzerò qui quanto del suo pensiero ha stimolato la mia
attenzione e le mie riflessioni. La Stein sottolinea molto l’importanza del ricono-
scimento dell’alterità e di come, in tal senso, l’empatia non possa mai divenire
unipatia, oneness, Einsfühlung, “poichè vana è la pretesa di captare in pienezza l’espe-
rienza dell’altro e di coltivare l’illusione di potervisi sostituire”.
La fenomenologa distingue tre gradi di attuazione dell’empatia: (1) l’emersio-
ne del vissuto; (2) la sua esplicitazione riempiente e (3) l’oggettivizzazione com-
prensiva del vissuto esplicitato.
Nel primo grado il soggetto pone attenzione alle manifestazioni fisiche del
vissuto interiore dell’altro (dalla faccia, dalla gestualità, dal tono della voce), e tale
attenzione sarebbe il frutto di un’educazione all’ascolto delle emozioni e delle
loro manifestazioni, una facoltà non scontata né istintiva. Se vogliamo, un po’
come l’educazione all’ascolto della musica. Già questa prima attività costituisce
un arricchimento di percezioni, di sensazioni, e può costituire l’apertura a una
conoscenza del mondo diversa (penso a “aperte percipere”) da quella che avremmo
potuto avere per conto nostro, se non ci fossimo messi in ascolto. Il secondo mo-
vimento riguarda la modalità con cui viene compresa l’esperienza dell’altro. E qui
riscontro una certa risonanza con Buie in quanto per la Stein il soggetto riattive-
rebbe delle memorie proprie “analoghe” alla percezione proveniente dall’altro.
Trovo molto suggestiva l’importanza che l’autrice dà al fatto che in questa fase il
soggetto “lavorerebbe” sul suo ricordo rimodellandolo sulla base di un’esperien-
za altrui, quindi non vissuta originariamente. Così facendo l’ampliamento della
conoscenza del mondo partirebbe da una modificazione personale, indotta da
uno spostamento del punto di osservazione del soggetto. Come dire che chi non
funziona empaticamente è difficile che possa crescere, per come intendiamo noi,
cioè che possa “formarsi”. Il cerchio si chiude con la terza fase in cui, dopo l’occhia-
ta su di sé, il soggetto si centrerebbe nuovamente tutto sulla percezione dell’altro.
Il processo cosiddetto di Einfühlung in senso stretto farebbe parte della secon-
da fase, di confronto e di lavoro su di sé. Certo ritroviamo una visione dell’em-
patia legata a un sentire in due, ma stavolta senza una vera e propria identifica-
zione, sulla base di due esperienze diverse e messe a confronto e, in aggiunta e a
differenza di Buie, con un’attività di rimodellamento delle proprie risonanze, o

44 Stein, E. (1992). L’empatia (Vol. 16). Milano: Franco Angeli.

empatia e postura psicoanalitica 49


meglio delle proprie corde. In fondo è una concezione di un arricchimento per-
sonale attraverso l’attenzione dedicata all’altro.
Francamente, nell’iter dei tre gradi della Stein vedo il secondo stadio come
una premessa, una sorta di dialettica interna all’osservatore, evitante il pregiudi-
zio, che permette così una centratura maggiore e forse più consapevole sull’og-
getto osservato, in quel terzo stadio che sarei portato a considerare come quello
essenzialmente empatico.
Ciò che traggo ancora, a mio uso e consumo, da tale sintesi è la distinzione
che la Stein fa tra empatia, che richiederebbe sempre la separatezza tra sé e l’al-
tro, il co-sentire, un vissuto egualmente originario in entrambi i soggetti, cioè il
Mitgefühl freudiano, i luoghi di coincidenza, e l’unipatia, che richiederebbe una
dimensione almeno parziale di identificazione primaria, l’Einsfühlung. Va ricor-
dato che l’eredità di Lipps45 sul tema prevedeva invece, alla base del fenomeno
empatico, uno stato indifferenziato di sé e dell’altro, a conclusione di un processo
innato di imitazione e riproduzione dei movimenti dell’osservato nell’osservato-
re. Pare che Freud conoscesse la teoria di Lipps e ciò ci può far venire in mente il
passo dal Motto di Spirito che ho citato prima.

Fedeltà al testo

A questo punto sono spontaneamente portato a trasferirmi con voi, per assonan-
za, su un altro terreno, forse un po’ meno indebito per me, in quanto ci ho baz-
zicato un po’ da sempre, che è quello dell’interpretazione musicale. Fin dalla mia
infanzia ho avuto la fortuna (o almeno la ritengo tale) di stare spesso a contatto
con grandi interpreti del concertismo e nella mia mente è stata progressivamen-
te scolpita, ascoltando loro, i loro discorsi e le loro lezioni, una sorta di parola
d’ordine: “fedeltà al testo”. Ciò significa che l’interprete, se tale è, nell’avvicina-
re una determinata composizione musicale che intende suonare deve sempre
sforzarsi di aderire al testo, di aderire il più possibile a quello che può supporre
fossero il pensiero, i sentimenti e le intenzioni dell’autore in quel determinato
punto della composizione musicale, che è pur sempre un discorso. E in questo
consiste, credo, la cosiddetta umiltà dei grandi, cioè il sapersi mettere da parte
per far uscire al meglio e il più fedelmente possibile il discorso di chi per primo
ha espresso, cioè il compositore, rispettando scrupolosamente ciò che ha segnato,
le indicazioni dinamiche, i colori, i tempi, tutti i particolari che possono essere
di aiuto per quest’operazione. L’esecutore, comportandosi proprio come uno stru-
mento dell’autore, farà poi vibrare quelle proprie corde che saranno allineate con
le presunte vibrazioni originarie del compositore. Credo che, nella fase di lettura,
le risonanze dell’interprete debbano essere tenute molto in sordina per non osta-
colare una lettura fedele al testo; le risonanze precoci possono confondere una

45 Lipps, T. (2002). Empatia e godimento estetico. Discipline filosofiche, 12(2), 31-45.

50
lettura attenta (empatica) del testo. Mi sembra, dunque, che un corretto e profi-
cuo rapporto esecutore-compositore debba essere in fondo di natura empatica
nel senso sopra descritto: il porsi dell’esecutore come “strumento” dell’autore.
Se poi non si tratta di un solista, ma di un duo le cose si complicano un po’:
i due interpreti dovranno fare un lavoro indipendente di lettura e di adesione
al testo sul quale poi poter concordare, da poter condividere, magari dopo ulte-
riori reciproci aggiustamenti sulla base di un reciproco apporto, per poter così
creare un’esecuzione d’insieme di cui dovranno condividere l’interpretazione di
base (il lavoro “empatico”). Nell’esecuzione poi i due “strumenti” (intendo i due
esecutori-strumento), comunicheranno le loro vibrazioni al pubblico (la vecchia
empatia attiva), con eventuali punti d’incontro, luoghi di coincidenza, comunan-
ze affettive, forse anche con delle identificazioni parziali tra di loro e tra loro e chi
ascolta, o comunque con delle risonanze negli altri.
La situazione analitica, da questa prospettiva, forse non è tanto diversa. Solo
che un membro del duo (il paziente) è anche l’autore del testo musicale. Il pa-
ziente gradatamente si apre per mostrare il testo al terapeuta (ci dev’essere in tal
senso il desiderio di essere capito) il quale un po’ alla volta cerca di leggerlo e di
interpretarlo dovendo arrivare anche qui a una condivisibilità dell’interpretazio-
ne da parte del duo. Questo lavoro di costruzione di una visione comune del testo
richiede, seppure probabilmente con intensità diverse, una funzione empatica
da parte di entrambi i membri della coppia terapeutica. Mi viene in mente quan-
to ha detto in proposito un autore che trovo molto interessante, lo psichiatra e
psicoanalista Ping-Nie Pao46, che così si espresse: “[…] il far uso della propria capaci-
tà empatica per capire i bisogni e i desideri di un’altra persona non è un’attività indipen-
dente. Si tratta di un processo in cui i due partecipanti – uno che desidera capire e uno che
desidera essere capito – devono partecipare entrambi attivamente”.
Pensando al duo mi viene in mente qualcosa che mi è accaduto alcuni mesi
fa, alle prese con un primo colloquio con un paziente nuovo. Alla fine del collo-
quio egli mi disse: “Sì, va bene, vorrei cominciare, sento che insieme abbiamo il ritmo”.
L’espressione mi colpì molto, sia perché era la prima volta che mi veniva detta,
sia perché ero alle prese appunto, in quel periodo, con le mie riflessioni sull’em-
patia. Mi chiesi a lungo se quella fosse l’espressione di un’esperienza empatica
fatta dal paziente o potesse riguardare qualcosa d’altro. Sono consapevole che sto
parlando di fenomeni strettamente intersecantisi gli uni con gli altri e non facil-
mente distinguibili. Al di là da altri elementi presenti in quel colloquio, mi resi
conto anch’io che veramente c’era stato un ritmo condiviso, qualcosa che si può
provare proprio anche suonando in duo, quando si parla di “respirare insieme”;
la risposta che mi sono dato è che ciò non riguardasse strettamente l’empatia ma
piuttosto la possibile esistenza di punti di coincidenza di qualche tipo tra noi
due, che permettevano di trovare subito “il tempo giusto dell’esecuzione”, una

46 Pao, P. N. (1983). Therapeutic empathy and the treatment of schizophrenics. Psychoanalytic


Inquiry, 3(1), 145-167.

empatia e postura psicoanalitica 51


sorta di rapido accordo reciproco su certi punti. Tutto questo è assimilabile ai
fenomeni che abbiamo chiamato sim-patici (Mitgefühl).

Edoardo Weiss e l’identificazione risonante

Man mano che si svolgevano le mie riflessioni sul tema, sfogliando qua e là la
letteratura inerente, mi resi conto ad un certo punto che non viene fatta quasi
nessuna menzione, in questo discorso, sugli apporti teorici dello psicoanalista
triestino Edoardo Weiss, allievo diretto di Freud, e indubbiamente il più grande
teorico della psicoanalisi che abbia avuto il nostro paese. Pensai che però questo
non riguardasse solo l’empatia ma anche tanti altri temi teorici su cui Weiss47
ha detto molto e in modo molto chiaro, e che fu proprio Joseph Sandler48 a farne
specifico riferimento quando, impostando il proprio modello degli oggetti in-
terni, fece capo alla grande intuizione di Weiss su questo terreno a proposito del
concetto di “presenza psichica”, e siamo negli anni trenta del secolo scorso. 49
Lo stesso ha fatto Sandler rispetto a Weiss proprio nei contesti teorici dell’i-
dentificazione e dell’empatia ma ciò che mi ha colpito molto è una sorta di equi-
voco che, secondo me, non è casuale ma riguarda proprio una certa incertezza
generale intorno al concetto di empatia. Cito il passo sandleriano, che è tratto
dal celebre testo, da lui curato, Proiezione, Identificazione, Identificazione Proiettiva:50

stati di momentanea identificazione primaria o di momentanea confusione fra il Sé e


l’oggetto sono stati tuttavia descritti come un fenomeno normale e ubiquitario, ana-
logo a quello che Weiss ha chiamato identificazione per risonanza-, che può essere
considerato uno dei fondamenti dell’empatia.

Credo però che qualcosa vada chiarito in merito al pensiero di Weiss. Egli distin-
gue l’identificazione risonante dalla duplicazione risonante. Preferisco riportare te-
stualmente:

[…] l’ identificazione risonante ha luogo quando le esperienze interiori di un’altra per-


sona che sono state duplicate nell’Io del soggetto continuano, da questo stesso Io, a
essere emotivamente riconosciute nell’altra persona.

Ciò significa due cose: che è stato risvegliato e si è sviluppato qualcosa di analogo
all’esperienza dell’oggetto nella rappresentazione del Sé del soggetto osservante

47 Weiss, E. (1960). The structure and dynamics of the human mind. Philadelphia: Saunders.
48 Sandler, J. (1990). On internal object relations. Journal of the American Psychoanalytic Asso-
ciation, 38(4), 859-880.
49 Weiss, E. (1939). The psychic presence. Bulletin of the Menninger Clinic, 3, 177-183.
50 Sandler, J. (Ed.). (1987). Projection, identification, projective identification. Madison, CT: Inter-
national Universities.

52
e che non vi è una parziale confusione Sé-oggetto, pur potendosi costituire una
condizione in tal senso predisponente. Quando invece si verifica la costruzione
di un’accurata rappresentazione oggettuale (immagine dell’oggetto) senza riso-
nanze nella rappresentazione del Sé del soggetto allora si parlerà, secondo Weiss,
di duplicazione risonante, e solo in tale condizione si potrà trattare di empatia:

[…] più sarà ampia e accurata la duplicazione risonante, maggiore sarà la comprensio-
ne empatica della vita interiore di quella persona.

In altri termini perché ci sia empatia, secondo Weiss, non ci dev’essere risonan-
za. La risonanza, secondo l’autore, può poi portare a manifestazioni diverse come
la pietà, la commiserazione, la compassione. In fondo è come se Weiss dicesse
che per essere empatici dobbiamo mettere bene gli “smorzatori” sulla nostra
“cordiera emotiva”. La chiarezza con cui Weiss si esprime a me sembra molto
convincente.

Il mirroring e la concezione neurofisiologica di empatia

Certo, a proposito di risonanze, un ampio terreno di riflessioni sul tema si è


schiuso con gli anni novanta e l’entrata in campo della teoria dei neuroni spec-
chio. Non voglio addentrarmi in quest’ambito, anch’esso per me indebito, se non
per dire che il mirroring neuronale esprime la strettissima relazione tra percezio-
ne e azione, qualcosa che, come abbiamo visto, ha antiche origini per esempio
nel pensiero di Freud, di Lipps, di Sandler e pone le basi neurofisiologiche del
fenomeno della risonanza.
Nell’ambito di questo ampio discorso neuroscientifico desidero soltanto fare
cenno a una concezione neurofisiologica dell’empatia che fa capo a Jean Decety51
il quale ritiene che in tale fenomeno rientrino quattro funzioni mentali, sia con-
sce che inconsce, e cioè: (1) la condivisione affettiva; (2) l’autoconsapevolezza; (3)
la flessibilità mentale e (4) i processi di regolazione. In sintesi, l’idea sarebbe che
l’accoppiamento automatico (incarnato, cioè incorporato nel sistema cerebrale e
somatico) tra percezione e azione tenda a creare delle rappresentazioni condivise
ma che entri in funzione la capacità di mantenere distinte le due rappresentazio-
ni evitando ogni forma di confusione tra sé e l’altro, insieme a delle funzioni di
flessibilità (adottare la prospettiva soggettiva dell’altro) e di regolazione emotiva
(almeno in parte intenzionale) che in sostanza sembrerebbero rappresentare gli
“smorzatori” in azione sulle corde del soggetto osservante.
Mi sembra di ritrovare in questa impostazione un’idea di risonanza control-
lata e modulata, volta ad una piena centratura sulla rappresentazione oggettuale
e in tal senso di “sintonizzazione” sull’altro.

51 Decety, J. (2010). The neurodevelopment of empathy in humans. Developmental neuroscien-


ce, 32(4), 257-267.

empatia e postura psicoanalitica 53


La sintonizzazione affettiva

Nel percorso di riflessioni che mi hanno portato a una mia prospettiva attuale nei
confronti della funzione empatica desidero ancora soffermarmi su un autore che
recentemente ha cercato di fornire una visione integrata di tale funzione, credo
l’unica, e che tra l’altro ha fatto anche tesoro di alcune prospettive sandleriane nel
proprio pensiero. Mi riferisco a William Meissner, recentemente scomparso.52
La sua impostazione riguarda soltanto la cosiddetta “sintonizzazione affetti-
va”, è sufficientemente articolata e complessa e ho cercato di sintetizzarla in un
modo un po’ personale. Meissner concepisce le tappe processuali della sintoniz-
zazione empatica come segue: (1) innanzitutto vi è l’emozione del paziente; cui
seguono (2) le sue espressioni motorie; vi è poi (3) una modificazione dell’imma-
gine di sé del paziente; queste comportano poi nel terapeuta (4) la loro percezio-
ne e concomitante attivazione del sistema di mirroring; questo equivale (5) nel
terapeuta alla stimolazione di affetti-segnale inconsci analoghi con (6) un effetto
di risonanza nell’ambito di alcuni aspetti della “organizzazione introiettiva” (rap-
presentazione del Sé) del terapeuta a livello inconscio o anche conscio; infine (7)
la costituzione della sintonizzazione empatica inconscia o anche conscia. In sintesi:
il paziente prova un’emozione, il che comporta contestualmente un insieme di
attivazioni motorie (espressioni facciali, tono della voce, gestualità, ecc.) e una
modificazione dell’immagine di sé (es. paura significa self vulnerabile, debole,
vittima e così via). Questi due ambiti costituirebbero insieme un pattern emoti-
vo che a sua volta attiverebbe nel terapeuta un atto di percezione e di simulazione
incarnata neurologica di tale pattern comunicato dal paziente. Questo pattern
attiverebbe a livello fenomenico un affetto-segnale inconscio “analogo” a quello
del paziente. Tale segnale stimolerebbe la risonanza di determinati aspetti della
rappresentazione del sé del terapeuta.
Meissner evidenzia come in tutto questo processo non sia richiesta alcuna
identificazione di prova o di altro genere, ma soltanto che aspetti precedente-
mente acquisiti nella configurazione introiettiva del terapeuta, cioè nella rappre-
sentazione del Sé, siano ancora presenti. Se così, si svilupperebbe il fenomeno
di risonanza nell’ambito dell’immagine di Sé del terapeuta e la conseguente fun-
zione empatica. In altri termini ci devono essere corde analoghe da far vibrare
perché possa verificarsi una risonanza. Tutto questo in modo automatico, “incar-
nato” appunto.
A partire da qui, tutto ciò che può ulteriormente svilupparsi con caratteristi-
che motivazionali o dinamiche nell’ambito della relazione terapeuta-paziente,
tipicamente la rispondenza di ruolo53 da parte del terapeuta, andrebbe a ostacolare

52 Meissner, W. W. (2010). Some notes on the epistemology of empathy. The Psychoanalytic


Quarterly, 79(2), 421-469.
53 Sandler, J. (1976). Countertransference and role-responsiveness, Int. Rev. Psychoanal.,
3: 43-48.

54
la sua funzione empatica. È significativo notare che pur sempre per l’autore la
sintonizzazione empatica sarebbe legata a un fenomeno di “risonanza concor-
dante”, concordante cioè con l’immagine del self del paziente.
Questo, che mi risulti, è il più recente quadro psicoanalitico integrato sull’em-
patia di cui disponiamo, e mi sembra molto convincente, perlomeno in buona
parte. Nell’ambito di tutto il processo, la centralità viene individuata da Meissner
nella cosiddetta organizzazione introiettiva dell’analista e del paziente, ciò che,
con il nostro lessico, potremo chiamare mondo rappresentazionale.54 Dal pensiero
dell’autore emerge chiaramente l’idea secondo la quale nel fenomeno empatico
non sarebbe coinvolta alcuna forma di confusività, di identificazioni di prova,
di qualcosa di “trasferito” dall’osservato all’osservatore, di trasmissione o di pro-
iezione di qualcosa nell’analista, di un’inspiegabile comunicazione inconscia: si
tratterebbe semplicemente di qualità preesistenti nella configurazione introiet-
tiva, cioè nel mondo rappresentazionale, dei partecipanti.
In tal senso l’elemento centrale dell’effetto empatico si ritroverebbe in ciò che
Weiss chiamò identificazione risonante, cioè nella sollecitazione per risonanza
di determinati aspetti della rappresentazione del Sé del terapeuta di tipo “con-
cordante”, utilizzando il concetto di Racker. Si metterebbero a vibrare corde più o
meno analoghe a quelle del paziente nella cordiera del terapeuta.

Lo “smorzamento” delle risonanze emotive

Riflettendoci sopra mi veniva sempre di più la tentazione di integrare, per quan-


to possibile, le impostazioni per me finora più convincenti, e cioè quelle sulle
quali mi sono soffermato qui con voi. Quale rapporto potrebbe esserci tra le varie
prospettive, tra quella che pone al centro la risonanza concordante del self e quel-
la che nega proprio la risonanza nel costituirsi del fenomeno empatico?
Per il momento sono pervenuto a una prospettiva personale del seguente
tipo. Terrei preziosa l’indicazione di Weiss, secondo la quale la comprensione
mirata e profonda dell’esperienza dell’altro ha bisogno di un’accurata “duplica-
zione risonante”, nel senso di una costruzione percettiva il più possibile atten-
ta e aderente all’altro, rispetto al quale la vibrazione delle corde dell’osservatore,
per quanto analoghe pur sempre almeno timbricamente diverse, non possono
che essere d’interferenza nell’ascolto. Un po’ come la buona acustica di un tea-
tro, che dovrà sempre eliminare i riverberi eccessivi e mettere invece in risalto il
suono più puro degli strumenti e delle voci. Ho in mente l’intuizione della Stein
sul rimodellamento dell’immagine mnestica del sé nel lavoro empatico e anche
l’impostazione neurofisiologica di Decety che unisce il mirroring a un’attività di
controllo e flessibilità sul self.

54 Sandler, J., & Rosenblatt, B. (1962). The concept of the representational world., Psychoanal.
Study Child, 17: 128-148.

empatia e postura psicoanalitica 55


In tal senso riformulerei le tappe di Meissner nel modo seguente: i passaggi
sono sostanzialmente gli stessi, a cui però proporrei alcune aggiunte e modifi-
cazioni nella parte conclusiva prima di giungere alla sintonizzazione empatica:
(1) l’emozione del paziente; cui seguono (2) le sue espressioni motorie; vi è poi
(3) la modificazione dell’immagine di sé del paziente; (4) la loro percezione nel
terapeuta e la concomitante attivazione del sistema di mirroring; questo equivale
(5) nel terapeuta alla stimolazione di affetti-segnale inconsci analoghi con (6) un
effetto di risonanza nell’ambito di alcuni aspetti della “organizzazione introietti-
va” (rappresentazione del Sé) del terapeuta a livello inconscio o anche conscio; vi
sarebbe poi – e qui vi sono le mie aggiunte – (7) un’azione di “inibizione modu-
lata” (gli “smorzatori”) su tale risonanza, che crea la possibilità di (8) una maggiore
centratura sull’immagine oggettuale del paziente e infine l’auspicata (9) costituzione
della sintonizzazione empatica con l’esperienza soggettiva del paziente.
Dopo il punto 6, quindi, contemplerei l’importanza, su un piano empatico, di
quella che chiamerei una “inibizione modulata” sulle proprie risonanze (saper
“usare il pedale” al pianoforte) in modo da ricavare, volta per volta, quel tanto che
può essere utile per vari fini di quelle proprie vibrazioni, ma privilegiando l’a-
scolto, la centratura sull’immagine oggettuale. Penserei quindi a una prospettiva
diversa rispetto al concetto di “sintonizzazione”, individuandola nella capacità di
attivare in maniera variabile e modulabile gli “smorzatori” sulle nostre risonanze
al fine di ottenere un ascolto più pulito degli stimoli provenienti dal paziente,
una ricezione più pulita insomma, più che in una unione di “vibrazioni” tra te-
rapeuta e paziente.
Potremmo concepire in aggiunta che anche la risonanza possa avere però un
suo valore e una sua funzione nella dimensione strettamente empatica, se tenuta
ai dovuti livelli opportuni. Credo che li potremmo ritrovare in una facilitazio-
ne del riconoscimento dell’oggetto, nell’ambito del lavoro percettivo, e di conse-
guenza anche in un apporto di sentimenti di sicurezza nel soggetto osservante,
ciò che a sua volta agevolerebbe ulteriormente il processo di sintonizzazione.
La sintonizzazione empatica potrebbe presupporre quindi la capacità di cen-
trarsi sull’altro grazie a quella che, in una visione più ampia, potremmo chiamare
una rinuncia narcisistica nei propri confronti, che presuppone a sua volta un ge-
nuino interesse per l’altro e per il suo bene. Mi viene in mente il già citato Pao,
che sostiene come in tutti ci sia una potenzialità empatica ma solo in alcuni la
possibilità di realizzare tale fenomeno, questo naturalmente sulla base delle vi-
cissitudini del primissimo sviluppo della relazione madre-neonato, e mi chiedo
se, in larga misura, questa possibilità non dipenda proprio anche dalla possibilità
di attuare questo tipo di rinuncia. Sapersi mettere da parte. E forse proprio l’azio-
ne sui nostri “smorzatori” potrebbe essere parte consistente di questa rinuncia.
Desidero così concludere con due frasi di due grandi, uno della musica ed una
della filosofia:
La prima citazione è di Franco Ferrara, uno dei più grandi direttori d’orche-
stra italiani:

56
Umiltà completa nei confronti del testo […] La musica è un fatto sia di studio che di
intuizione: bisogna immedesimarsi nella musica.55

La seconda è di Simone Weil:

L’attenzione sola mi è richiesta, quell’attenzione tanto piena che l’Io vi scompare.56

55 Tosi S., (2005), Franco Ferrara: una vita nella musica. Firenze: Le Lettere.
56 Weil, S., Hourdin, G., & Bettetini, M. (2002). L’ombra e la grazia. Milano: Bompiani.

empatia e postura psicoanalitica 57


Questo libro raccoglie gli scritti sia di relazioni seminariali e congressuali sia di pubblicazioni
scientifiche che hanno come cornice portante la cosiddetta postura psicoanalitica, che si ritiene
faccia parte non solo di un particolare modo di porsi nei confronti dell’altro come persona
ma anche dell’altro come problema, come concetto da esaminare e su cui riflettere. Secondo
la medesima prospettiva sono così affrontati i temi riguardanti l’empatia e le sue possibili
concettualizzazioni, il sentimento del perturbante e una sua possibile comprensione, la
postura nell’approccio psicoanalitico al paziente neurologico e ai genitori che si confrontano con
il vissuto straziante del lutto relativo alla perdita di un neonato e infine il rapporto tra postura
psicoanalitica e formazione nell’istituzione.

Giovanni Pieralisi, psichiatra e psicoanalista, è stato uno dei membri fondatori del Centro
Studi di Psicoterapia Psicoanalitica e Metodologia Istituzionale (via Ariosto), il centro di
formazione di Milano legato al pensiero di Joseph e Anne-Marie Sandler dell’Anna Freud
Centre di Londra. È attualmente Presidente dell’Associazione per lo Sviluppo della Psicoterapia
Psicoanalitica di Ravenna, nonché Direttore della Scuola di Specializzazione in Psicoterapia
Psicoanalitica di Ravenna. Il dott. Pieralisi è lo psicoanalista che ha proposto e approfondito in
anni di ricerche cliniche in psicoterapia individuale e di gruppo il concetto metodologico di
postura psicoanalitica.

Andrea Zanettovich è medico psicoterapeuta. Si occupa di psicoterapia psicoanalitica


individuale dell’adulto. Deve tutta la sua formazione professionale al Centro Studi di via
Ariosto a Milano. È docente a contratto di Psicologia Dinamica presso l’Università di Trieste,
membro della Direzione scientifica e docente presso la Scuola di Psicoterapia Psicoanalitica
di Ravenna e Direttore del Centro di Formazione e Ricerca in Psicoterapia Psicoanalitica di via
Canova a Trieste.

Andrea Clarici è medico psichiatra e psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico. La sua


formazione professionale in ambito psicoanalitico è stata dapprima come psicoterapeuta
infantile, per poi dedicarsi brevemente alla psicoterapia psicoanalitica della famiglia con il
dott. Paolo Saccani del Centro Studi di via Ariosto a Milano. In questa sede ha completato
poi la sua formazione nella psicoterapia individuale dell’adulto. È professore aggregato in
Neuropsichiatria Infantile (Corso di laurea in Medicina) e in Psicologia Dinamica Progredita
(Corso di laurea in Psicologia) presso l’Università di Trieste. È infine docente presso il Centro
di Formazione e Ricerca in Psicoterapia Psicoanalitica di Trieste.

Rosella Giuliani è psicologa e psicoterapeuta a orientamento psicoanalitico. Ha compiuto la


sua formazione come psicoterapeuta dell’età evolutiva presso il Centro Studi Martha Harris
(sede di Venezia). Lavora dall’inizio della sua carriera, prima come insegnante di sostegno
nella scuola elementare e poi come psicoterapeuta, con i bambini e con le loro famiglie.

Euro 12,00