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supplemento rivista ‘atopon’ - 4/2016

ISSN 1126-8530

Quaderno mythos
PsicoAntropologia simbolica

Francesco Giordano

Transfert
e controtransfert
Nell’opera di Sigmund freud

Edizioni mythos
ÁTOPOn
!Rivista di Psicoantropologia Simbolica

ISSN 1126-8530

Dir. Maria Pia Rosati, past Dir. Annamaria Iacuele

Redazione:, Giuseppe Lampis, , M. Pia Rosati, Claudio


Rugafiori Marina Plasmati, Lorenzo Scaramella

Ad memoriam: Gilbert Durand, Julien Ries

Centro Studi ‘MYTHOS’


Associazione scientifico-culturale
Via Guareschi 153- Roma 00143
www.atopon.it atoponrivista@atopon.it
Transfert e Controtransfert in Sigmund Freud

Francesco Giordano

Mythos Edizioni
aprile 2016
© «átopon»
(rivista di Psicoantropologia Simbolica)
ISSN 1126-8530
Francesco Giordano

Evoluzione dei concetti


di Transfert e Controtransfert
nell’Opera di Sigmund Freud

E dizioni mythos
INDICE

Riassunto    .....................................................................  7  
 
Transfert  e  c ontrotrasfert   I  p arte    .................  8  
 
Transfert  e  c ontrotrasfert   II  p arte    ............  39  
 
Transfert  e controtrasfert  IIIparte    ...........  ..69  
 
Transfert  e  c ontrotrasfert   IV  p arte    ........  101  
 
Ulteriori  sviluppi  ..................................................  110  
 
Bibliografia  ............................................................  114  
 
Evoluzione dei concetti
di Transfert e Controtransfert
nell’Opera di Sigmund Freud
Riassunto

Questo lavoro rappresenta un excursus


storico-concettuale riguardante i temi del
transfert e del controtransfert attraverso un
esame sistematico delle opere di Sigmund
Freud, condotto da un punto di vista
cronologico.
Egli scoprì il transfert e lo esaminò da ogni
possibile prospettiva, così come osservò fin
dagli inizi della pratica psicoanalitica il
controtransfert, l’altro termine della scena
analitica, e lo inquadrò, come aveva fatto
inizialmente per il transfert, nell’ottica di
una resistenza da analizzare e superare.
In questo lavoro si è cercato di seguire il
pensiero di Freud nei suoi sviluppi e nelle
sue contraddizioni, lungo quella che a
ragione può essere considerata una sorta di
“avventura” teorica.
Al termine vengono posti in rilievo gli
sviluppi teorici che, dopo Freud, hanno
aperto molteplici strade per lo studio di
questi concetti così fondamentali nella teoria
e nella tecnica psicoanalitica.
Transfert e controtransfert
Prima parte

“Risulta difficile definire un concetto, il


transfert che lì per lì sembra tutto e dopo è
soltanto un’ombra che sparisce quando
crediamo di averla afferrata”.
(Turillazzi Manfredi, 2006, p. 351)

Il transfert o traslazione1, in tedesco


Übertragung, viene considerato in
psicoanalisi un processo di ripetizione nelle
relazioni attuali di modalità relazionali
derivate dall’esperienza con oggetti primari.
È importante, per cominciare, considerare
questo fenomeno da un punto di vista
topico: il transfert non solo è un processo
inconscio, e lo è a molti livelli, compreso
quello dell’analista, ma è anche un
fenomeno in grado di mettere in crisi il
sistema conscio, dato che, in determinate
situazioni, i suoi derivati penetrano ed
influenzano questo sistema senza dar luogo
ad un altro fenomeno, come quello della

1
Nel corso di questa trattazione si useranno
indifferentemente i termini transfert e traslazione
come sinonimi, intesi a rendere in italiano il
corrispondente termine tedesco.
consapevolezza che, secondo Freud, è
certamente essenziale per il trattamento
psicoanalitico.
Inoltre il transfert, da un punto di vista
economico, si caratterizza per gli importati
risvolti affettivi che implica, sia in quanto
obbliga il sistema psichico ad una continua
opera di rimozione e repressione, con un
conseguente impoverimento affettivo su di
un piano cosciente dell’individuo coinvolto
in questa specifica dinamica relazionale, sia
perché, mobilitando cariche energetiche ad
un livello profondo, produce intensi effetti
emotivi, tra i quali l’angoscia.

Secondo alcuni Autori, tra i quali Le Guen,


il transfert è essenzialmente un fenomeno
affettivo, tanto che, quando in psicoanalisi si
parla di transfert, bisogna intendere proprio
il trasferimento di sentimenti sulla persona
del medico (Le Guen, 2008).
Più articolata e sfumata risulta, invece, la
posizione di Laplanche e Pontalis, per i
quali il transfert assume diversi significati
nell’ambito di un processo in cui desideri
inconsci si attualizzano nei confronti di
determinati oggetti, all’interno di una
determinata relazione, e soprattutto nella
relazione analitica (Laplanche e Pontalis,
1967).
Importante è poi considerare il transfert non
solo dal punto di vista delle sue
manifestazioni cliniche, ma anche in merito
alle conseguenze che tale dinamica ha per il
funzionamento dell’intero apparato
psichico.
Secondo quest’ultimo punto di vista, è
opportuno prendere in considerazione il
rapporto tra rappresentazioni ed affetti, dato
che la ricomparsa di questi all’interno del
rapporto analitico implica, da un lato uno
spostamento di cariche affettive da un
insieme di rappresentazioni di oggetti, con e
sui quali quelle stesse cariche sono state
primariamente investite, e dall’altro un
effetto di eclissi di queste rappresentazioni
primarie.
Un effetto, quest’ultimo, dovuto solo alla
rimozione o anche all’isolamento della
rappresentazione dell’affetto?
Per rispondere a tale quesito è necessario
poter ricondurre, in ambito analitico, i
sentimenti alle rappresentazioni primarie ed
alle rappresentazioni delle relazioni con gli
oggetti primari, riconducendo all’hic et nunc
tali dinamiche relazionali, anche se la
battaglia si svolge in presentia (Freud,
1912a).

Diventa importante, allora, nello studio del


transfert, porsi il problema delle
caratteristiche di queste rappresentazioni
primarie, che sono in genere molto differenti
da quelle attuali nel sistema conscio e
relative agli stessi oggetti, così come
possono essere analogamente differenti gli
affetti che si manifestano nel sistema
conscio, che possono essere fatti osservare
al paziente, dagli affetti che si esprimono ad
un livello preconscio e conscio (Semi,
2012).
È noto, infatti, che un transfert positivo può
nascondere un inconscio transfert negativo e
che, viceversa, sentimenti transferali
negativi possono servire a nascondere o a
reprimere vissuti di tenerezza e di affetto
avvertiti dall’Io del paziente come
intollerabili su di un piano narcisistico.

Come si può vedere, il significato del


transfert non è semplice né da un punto di
vista clinico né da un punto di vista teorico,
anche in merito all’applicabilità o meno del
metodo psicoanalitico.
I fenomeni legati al transfert sono spesso
causa di resistenza al metodo psicoanalitico,
ostacolano fino a bloccare il processo
associativo, polarizzandolo su alcuni temi o
escludendone altri.
In questi casi è proprio l’interpretazione del
transfert ad essere essenziale anche nel
ripristinare le condizioni dell’applicabilità
stessa del metodo.
Se questa condizione si ricostituisce, in
primo luogo nell’analista, come una sorta di
elemento terzo nel rapporto analitico, le
deviazioni dal metodo possono assumere la
loro rilevanza in modo più semplice rispetto
al caso in cui, viceversa, l’attenzione del
terapeuta sia attirata in modo acritico dal
contenuto del discorso del paziente, magari
non più associativo.
Comunque, da un punto di vista
metodologico, le manifestazioni del transfert
sono da ricollocare a pieno titolo
nell’ambito del processo analitico,
all’interno di catene associative, che
permettono di ricostruire il lavoro effettuato
dalla psiche, partendo proprio da quelle
rappresentazioni primarie, che tanta parte
hanno avuto nella sua organizzazione,
lavoro che si è svolto seguendo le regole del
processo primario e solo in un secondo
momento seguendo quelle del processo
secondario, che ha permesso l’elaborazione
di formazioni affettive ed ideative di
compromesso tanto distanti da quelle
elaborate nei confronti degli stessi oggetti
primari (Semi, 2012).
Da un punto di vista teorico, il problema è
quello di favorire lo sviluppo di una nevrosi
di transfert (Freud, 1914a), la cui analisi,
mediante il metodo delle libere associazioni,
può permettere la risoluzione dei confli
tti nevrotici.
Volendo “avventurarsi” lungo un excursus
storico del concetto di transfert, così come
viene ad essere elaborato da Freud
attraverso la sua Opera, appare fin da subito
come questo termine, che sul momento
sembra essere definito, finisce poi per
scomparire, proprio come accade con
un’ombra, non appena si crede di averla
afferrata.

Cos’è il transfert? E poi, subito dopo, cosa


si trasferisce? Si trasferiscono impulsi,
desideri, sentimenti, storie,
rappresentazioni? Ed ancora, qual è il
valore terapeutico del transfert?

Cos’è il transfert? Domanda difficile. Di


fatto, per molti Autori il transfert ha
acquisito un significato del tutto particolare,
a volte più ristretto altre volte più ampio, per
designare tutti i fenomeni che caratterizzano
la relazione tra l’analista ed il suo paziente.
Per alcuni il transfert è il senso stesso del
processo analitico, per altri è un
travestimento, una maschera, una
simulazione.

Lo scopo di questo lavoro è quello di


seguire il pensiero di Freud nel suo
sviluppo, rivivendo con lui la sua
avventura, anche con quello spirito critico
che sempre ha caratterizzato la sua Opera.
Agli inizi Freud utilizza la parola transfert in
due punti.

Nel Progetto (Freud,1895) fa uso di questo


termine a proposito del passaggio o
variazione di quantità di eccitazione che ha
luogo tra i neuroni.

Nel prologo di un libro di Bernheim utilizza


la parola in francese per indicare il
trasferimento della sensibilità da una parte
del corpo a quella omologa controlaterale,
ed afferma che questo fenomeno può
avvenire nella suggestione ipnotica e
nell’isteria.

In precedenza, nel 1882, Freud è sorpreso


dalla descrizione che gli fa Breuer della
reazione di una sua paziente prima
dell’interruzione del trattamento.
Questo fatto stimola l’interesse di Freud e
l’argomento viene approfondito negli Studi
sull’isteria (Freud e Breuer, 1895) in merito
agli ostacoli che si presentano per il
proseguimento della cura, quando la
paziente s’intimorisce nel constatare che
trasferisce alla persona del medico
rappresentazioni sgradevoli o dolorose,
emerse durante l’analisi, mediante una
“falsa connessione”.
Questa dinamica aveva in precedenza
ridestato nella paziente lo stesso affetto che
una volta le fece rifiutare un desiderio
illecito.
Quando l’analista riconosce questa
dinamica, può attribuire tutti i riferimenti
alla sua persona a questo tipo di transfert per
falsa connessione, ed il processo analitico
può progredire.

Anni dopo, in L’interpretazione dei sogni


(Freud, 1900), in una prospettiva più
specificatamente clinica, Freud si occupa di
quelli che egli definisce sogni di transfert.
È singolare che solo sette sogni dei
molti descritti ed analizzati siano riferiti alla
figura di Freud come analista, e di questi in
particolare solo uno fa riferimento alla sua
persona in modo esplicito nell’interpre-
tazione, per mostrare che questo transfert
compare come un’opposizione a ricordare
un fatto penoso.
Qui il transfert assume il significato di una
resistenza, in tal caso di resistenza ad un
ricordo.
Nel capitolo sulla deformazione onirica,
Freud afferma, in riferimento ai sogni che
negano desideri, che essi sembrano voler
contraddire la sua teoria, infatti:

Il desiderio che io mi sbagli è una delle


forze determinanti di questi sogni che
compaiono sempre nel corso dei miei
trattamenti quando il paziente entra in
uno stato di resistenza (Freud, 1900).

Quindi, vi è una relazione tra resistenza e


transfert, ed in particolare nel sogno il
transfert assume una connotazione simile a
quella del meccanismo dello spostamento:
un desiderio inconscio trova una sua
espressione onirica trasferendosi, con
l’intensità che gli è propria, su materiale
proveniente dal preconscio, il cosiddetto
residuo diurno.
Freud, infatti, afferma che quando per la
prima volta mette al corrente i pazienti della
sua teoria sul sogno come realizzazione di
un desiderio, egli è sicuro di stimolare in
loro sogni di tal genere, sogni che si
oppongono alla sua rivelazione e che
sembrano a prima vista contraddirla come
espressione di una resistenza (Freud,1900).
Si può dire, quindi, che ad un certo punto
dell’analisi un determinato intervento
dell’analista provoca l’irruzione di un
fenomeno denominato transfert.
Questo fa pensare che vi sia una spontanea
tendenza a trasferire, come verrà detto più
avanti, e che questa dinamica è un
fenomeno universale e costante:

Però anche già si sente che la comparsa,


l’emergenza, le caratteristiche del
transfert dipendono in gran parte
dall’atteggiamento e dalle modalità di
intervento dell’analista (Freud,1900).

Nel capitolo settimo de L’interpretazione


dei sogni (Freud, 1900), Freud definisce il
concetto metapsicologico del transfert: esso
è legato ad un contenuto ideativo inconscio,
come tale incapace di entrare nel
preconscio, che per esprimersi deve, perciò,
necessariamente legarsi ad un elemento
preconscio, ad un’idea non censurabile,
trasferendo ad essa tutta l’intensità che lo
caratterizza, occultandosi in questa, per
poter così afferire alla coscienza.
Sotto questo aspetto si tratta, quindi, di uno
spostamento non solo di vissuti e contenuti
affettivi, appartenenti al passato, sulla
persona dell’analista, ma anche di uno
spostamento di contenuti inconsci,
attraverso il preconscio, che vengono
espressi, drammatizzati o addirittura agiti
nella relazione analitica.
Da quanto detto, si potrebbe pensare al
trattamento analitico come espressivo di una
dinamica molto simile a quella dei sogni: un
continuo passaggio di contenuti inconsci
che, resisi accettabili o non riconoscibili
attraverso una sorta di mascheramento nel
preconscio, si pongono di fronte alla
coscienza per essere espressi in quello
spazio terzo, si potrebbe dire transizionale,
tra la realtà e il sogno, rappresentato dallo
spazio analitico.
Secondo queste premesse, è un atto
consequenziale pensare che tutta la “cura” si
basi sul fenomeno del transfert.

Nel 1901 Freud descrive Il caso clinico di


Dora (Freud, 1905a), un resoconto clinico
rilevante per la definizione del transfert, ove
emerge proprio quanto definire tale
dinamica sia sempre più necessario.
Il transfert viene ulteriormente definito
come il prodotto di impulsi e di fantasie che
si risvegliano e si fanno coscienti durante il
corso dell’analisi.
Ciò che è singolare è che questi contenuti,
caratterizzati da un’elevata carica affettiva,
propria dell’inconscio, da cui, dopo diverse
vicissitudini, approdano “clandestinamente”
alla coscienza, vengano trasferiti dalle
persone che fanno o che hanno fatto parte
della vita del paziente sull’analista.
Il transfert diventa, in tal modo, parte
integrante della relazione attuale con
l’analista.

In questo scritto, Freud parla di transfert al


plurale, non più come l’espressione di un
unico fenomeno, ma come la
riattualizzazione di un insieme di fatti
psichici anteriori, che trovano nuova vita nel
rapporto presente con l’analista.
Il significato del transfert acquista, così, uno
spessore che investe le vicende di vita del
paziente, la sua storia, le sue esperienze, e
non solo i suoi contenuti psichici che, per
falsa connessione, si collegano alla figura
dell’analista.
Qui balzano in primo piano i fatti, gli eventi
dai quali emergono i desideri, come il
complesso di Edipo, ad esempio, che non è
solo il desiderio di Edipo, ma anche quello
di Laio e di Giocasta.

Nel post-scriptum al caso di Dora, Freud si


rammarica per non aver tenuto in debito
conto il fenomeno del transfert, ed afferma
che allo stato attuale non vi sono nuovi
sintomi, anche se non esclude la possibilità
che ve ne potranno essere in futuro, dato che
la capacità produttiva della nevrosi della
paziente non si è esaurita.
Secondo quanto afferma Freud, per il
momento la nevrosi è impegnata nella
produzione di particolari rappresentazioni
mentali, alle quali si può dare il nome di
transfert.
Quest’osservazione presagisce il concetto
posteriore di nevrosi di transfert, ed il fatto
che non compaiano nuovi sintomi
corrisponde all’osservazione clinica che,
quando il paziente sviluppa questa
particolare forma di nevrosi, diminuisce
l’espressione delle sue problematiche nella
vita quotidiana: le emozioni da questi
sperimentate, appartenenti ad esperienze
passate, si applicano nel momento presente
sulla persona stessa dell’analista, e come lo
stesso Freud afferma:

utilizzano anche qualche caratteristica


reale appartenente all’analista (Freud,
1905a).

I contenuti del transfert riconoscono,


dunque, come loro momento centrale la
relazione analitica, e pertanto possono
variare: alcuni sono delle riedizioni del
passato, altri hanno subito delle
modificazioni nel loro contenuto.
Ogni transfert si basa, perciò, su di un
frammento di realtà e qui, parlando di Dora,
Freud afferma che questo fenomeno si
appoggia su qualche peculiarità, abilmente
sfruttata dalla paziente, della persona o
dell’ambiente del medico; successivamente,
in Introduzione alla psicoanalisi
(Freud,1915-1917), affermerà:

le circostanze della persona del medico


susciteranno alcuni transfert piuttosto
che altri (Freud, 1915-1917).

Il post-scriptum può essere considerato a


ragione il testo inaugurale del concetto di
transfert in psicoanalisi, inaugurando nuove
concezioni della terapia, che avranno ampie
ripercussioni nello sviluppo teorico e pratico
di questa disciplina.
In questo testo il transfert assume significati
molteplici: può essere visto come uno
spostamento, l’espressione di una resistenza,
una forma di ripetizione e, nonostante qui
Freud non lo espliciti, una particolare forma
di nevrosi artificiale, nevrosi di transfert,
una nuova modalità creativa che risignifica
la nevrosi in funzione della cura.

Se questo excursus storico del concetto di


transfert si fermasse agli albori del secolo
scorso, si potrebbe dire che tale fenomeno
non sia altro che un caso particolare di
spostamento dell’affetto da una rappresen-
tazione psichica ad un’altra, ove la scelta
dell’analista come rappresentazione è
effettuata in forma preferenziale, in primo
luogo perché rappresenta un residuo diurno
privilegiato, in secondo luogo perché il
riferimento all’analista fa si che questa
dinamica funzioni come resistenza, visto
che è più difficile dichiarare i propri desideri
a chi è oggetto degli stessi.
Sino a questo momento, da un punto di vista
teorico, il transfert non è ancora l’essenza
della relazione terapeutica, rappresentando
un fenomeno singolare, che si realizza in
ciascun caso particolare, alla stessa stregua
di un sintomo, che va analizzato volta per
volta, e che, proprio come avviene per un
sintomo, chiarita la causa ed eliminata, si
dissolve.

A partire dal 1900, l’integrazione progres-


siva, effettuata da Freud all’interno della
teoria psicoanalitica, della scoperta del
complesso di Edipo con i Tre saggi sulla
teoria sessuale (Freud, 1905b), riordina tutti
i concetti teorici, cosicché anche il concetto
di transfert comincerà ad essere riformulato.

Nel 1909 Ferenczi dimostrerà che


nell’analisi, come in altre tecniche ove la
suggestione è in primo piano, ad esempio
l’ipnosi, il paziente, in maniera inconscia, fa
giocare al medico il ruolo delle figure
parentali amate o temute (Ferenczi, 1909).

Nella V Conferenza, tenuta alla Clark


University nel 1909 (Freud,1910a), Freud, a
proposito del transfert, dice:

Ogniqualvolta sottoponiamo al
trattamento psicoanalitico un soggetto
nervoso, compare in lui il sorprendente
fenomeno della cosiddetta traslazione,
vale a dire egli rivolge sul medico una
certa quantità di moti di tenerezza,
abbastanza spesso frammisti ad ostilità,
che non sono fondati su alcun rapporto
reale e che non possono che derivare,
date le particolarità della loro
comparsa, dagli antichi desideri
fantastici del malato divenuti inconsci.
Quella parte della sua vita emotiva che
egli non riesce più a richiamare alla
memoria, viene dunque da lui rivissuta
nel suo rapporto con il medico (…).
I sintomi, che per usare un paragone
tolto dalla chimica, sono i sedimenti di
precedenti esperienze amorose (nel
senso più lato), possono sciogliersi
soltanto alla temperatura più elevata
dell’esperienza di traslazione ed essere
trasferiti ad altri prodotti psichici
(Freud, 1910a, pp. 78-79).

Poco più avanti prosegue:

Non crediate del resto che il fenomeno


della traslazione, sul quale purtroppo
posso soffermarmi troppo poco in questa
sede, sia creato dall’influsso
psicoanalitico. La traslazione si instaura
spontaneamente in tutte le relazioni
umane, esattamente come nel rapporto
tra il malato e il medico; essa è
dovunque l’autentico supporto
dell’influsso terapeutico e agisce tanto
più vigorosamente quanto meno se ne
sospetta la presenza. La psicoanalisi
dunque non crea la traslazione,
semplicemente la svela alla coscienza e
se ne impossessa per guidare i processi
psichici verso la meta desiderata (Freud,
1910a, p.79).

Singolare è il ricorrere, da parte di Freud, ad


un piano non reale, sul quale egli situa la
dinamica della traslazione, mentre è
possibile, come si è visto, presupporre che
siano proprio alcune caratteristiche del
rapporto attuale con l’analista a
rappresentare delle tracce sulle quali si
ancora questo fenomeno, alla stessa stregua
delle tracce diurne su cui si struttura la
stessa trama onirica.
Un tema qui espresso con chiarezza è poi
l’universalità del transfert all’interno di ogni
rapporto significativo, così intimamente
legato, come si è visto, a quelle precedenti
rappresentazioni affettive, che tanta parte
hanno avuto nell’organizzazione psichica
dell’individuo.
Una sorta di costellazione relazionale,
all’interno della quale ogni essere umano
vive la propria esperienza esistenziale, un
insieme di tracce mnestiche, si potrebbe
dire, non solo ontogenetiche, ma anche
filogenetiche, che trovano nell’inconscio la
loro origine primaria, contenuti a forte
carica affettiva, destinati in parte, come si
vedrà più avanti, ad essere integrati nel loro
inevitabile rapporto con la realtà, su di un
piano cosciente, ed in parte ad albergare
nell’inconscio, del tutto al di fuori della
consapevolezza, e a far sentire i propri
effetti nelle dinamiche relazionali.

Tuttavia, è a partire dalla Dinamica della


traslazione (Freud, 1912a) che si assiste ad
una nuova tappa concettuale: si tratta di uno
scritto essenzialmente teorico, inserito a
stento dallo stesso Freud nei lavori sulla
tecnica, il cui tema centrale è proprio il
transfert o traslazione, ove egli illustra come
questa si instauri necessariamente nel corso
dl trattamento.
Freud, infatti, ritiene che:

Se il bisogno d’amore di un individuo


non è stato completamente appagato
dalla realtà, egli è costretto ad
avvicinarsi con rappresentazioni
libidiche anticipatorie ad ogni nuova
persona che incontra, ed è del tutto
verosimile che entrambe le componenti
della sua libido, sia quella capace di
giungere alla coscienza che quella
inconscia, partecipino alla formazione di
questo atteggiamento (Freud, 1912a, p.
24)

Qui Freud presuppone l’esistenza,


all’interno della psiche, di due tipologie di
impulsi libidici: una che ha compiuto un
processo di evoluzione in maniera completa,
rivolta verso la realtà, a disposizione della
coscienza, di cui costituisce un elemento, e
che si allea con la progressione del processo
psicoanalitico; l’altra tipologia è, invece,
rimasta arretrata lungo questo processo
evolutivo, distogliendosi in tal modo dalla
personalità cosciente e dal piano di realtà,
sottraendosi, diremmo ora, all’Io, e
rimanendo ad un livello fantastico o del
tutto sepolta nell’inconscio. Tale categoria
di impulsi rimane del tutto sconosciuta alla
personalità cosciente, alleandosi, invece,
con la resistenza nei confronti di una
progressione della cura.
Secondo Freud, entrambe queste
componenti libidiche richiedono per loro
stesse una soddisfazione, un appagamento,
all’interno, come detto poc’anzi, di una
nuova relazione significativa, in modo del
tutto acritico, laddove viene ad essere
carente un adeguato esaudimento pulsionale
su di un piano reale.

Per tale motivo, sostiene Freud:

È dunque normalissimo e comprensibile


che l’investimento libidico, parzialmente
insoddisfatto, tenuto in serbo con grande
aspettativa dall’individuo, si rivolga
anche alla persona del medico. In
conformità con le nostre premesse,
questo investimento procederà da uno
dei clichés esistenti nella persona
interessata oppure, in altri termini,
inserirà il medico in una delle “serie”
psichiche che il paziente ha formato sino
a quel momento. Se l’”imago paterna”
(per usare la felice espressione di Jung)
diventa il fattore determinante di questo
inserimento, il risultato corrisponderà ai
rapporti reali del soggetto con il medico.
Ma la traslazione non è legata
necessariamente a questo modello, essa
può effettuarsi anche secondo l’imago
materna o fraterna e così via (Freud,
1912a, pp. 24-25).

A questo punto, Freud cerca di rispondere


alla domanda del perché la traslazione si
opponga così intensamente al trattamento
analitico:

Teniamo presente la situazione


psicologica del trattamento: condizione
preliminare, regolare e indispensabile,
dell’insorgere di tutte le psiconevrosi è il
processo che Jung ha definito
appropriatamente introversione della
libido. Ciò significa che la parte di libido
capace di giungere alla coscienza e
rivolta alla realtà viene ridotta, mentre
la parte distolta dalla realtà e inconscia,
che eventualmente può ancora
alimentare le fantasie del soggetto ma
appartiene all’inconscio, viene nella
stessa misura aumentata. La libido si è
data (totalmente o in parte)alla
regressione e ha rianimato le images
infantili (Freud, 1912a, p. 26).

Volendo commentare i due precedenti brani,


si può notare come Freud nel primo,
dicendo È normalissimo e comprensibile,
dia l’impressione di voler rassicurare i
giovani colleghi di fronte all’inevitabilità
del transfert, se si tiene presente che nella
nevrosi solo una parte degli impulsi libidici
ha compiuto per intero il processo evolutivo,
raggiungendo, perciò, un adeguato rapporto
con la realtà; l’altra parte è, come già detto,
rimasta arretrata, inibita nella sua
evoluzione, permanendo nell’inconscio.
È proprio questa componente libidica ad
essere responsabile del transfert.
Da questa scissione, da questo differente
grado di evoluzione psichica, dal diverso
livello di soddisfacimento delle pulsioni
sessuali e dal processo regressivo, definito
da Jung introversione della libido, si origina
la traslazione sul medico, e il conseguente
inserimento di questa figura tra le images
infantili, termine qui utilizzato secondo
l’accezione junghiana, imago, che proprio la
regressione libidica ha provocato.
Nel secondo brano, singolare è il ricorso da
parte di Freud alla definizione data da Jung
di questa particolare dinamica regressiva.
Siamo nel 1912, poco prima della rottura tra
i due, che avverrà nel 1913, dopo la
pubblicazione da parte dello psichiatra
svizzero della sua opera Trasformazioni e
simboli della libido (Jung,1912), ove egli
contesta apertamente proprio le concezioni
di Freud sulla libido ed il ruolo svolto dalla
sessualità infantile.

In una nota, Freud chiarisce il suo avvalersi


di questo processo regressivo, sottolineando
come Jung lo identifichi non solo come una
dinamica delle nevrosi, ma anche come un
aspetto patogenetico tipico della “dementia
praecox” ( Freud, 1912a, nota n° 5, p. 26).
Nella nota successiva, Freud, descrivendo le
vicissitudini della libido e la sua
regressione, afferma che essa dia
l’impressione di aver nuovamente investito i
“complessi” infantili, ma subito chiarisce
che questa energia ha in realtà investito le
parti inconsce di questi complessi, ed
afferma di non poter ulteriormente
approfondire in questa sede un argomento
così complesso, anche se sarebbe tentato di
farlo (Freud, 1912a, nota n° 6, p. 26). Anche
questa volta Freud si avvale di un termine
che si ritrova nella teoria di Jung, quello del
complesso, che il primo definisce, secondo
Laplanche e Pontalis, come:
un insieme organizzato di rappresen-
tazioni e di ricordi con forte valenza
affettiva, parzialmente o totalmente
inconsci. Un complesso si costituisce a
partire dalle relazioni interpersonali
della storia infantile e può strutturare
tutti i livelli psicologici: emozioni,
atteggiamenti e condotte adottate
(Laplanche e Pontalis, 1967).

Mentre il secondo lo definisce come:

parti psichiche frantumate della nostra


personalità, gruppi di contenuti psichici
che si sono staccati dalla coscienza e
funzionano in modo arbitrario e
autonomo, “conducono un’esistenza a
parte nelle zone oscure dell’anima,
donde possono in ogni momento
ostacolare o favorire le prestazioni
coscienti” (Jung, 1928, p. 531).

Un concetto, questo, che richiama la


profondità delle dinamiche in gioco e dei
contenuti appartenenti all’inconscio, lontani
da ogni rappresentazione cosciente, che
trovano nel transfert una loro
drammatizzazione e riattualizzazione.

Con questo testo Freud sembra volersi


avvicinare ad una teoria interpersonale del
trattamento analitico, ove dà l’idea di aver
smesso di considerare il transfert come una
distorsione da eliminare, e di valutarlo un
contesto emotivo necessario per il buon
esito della terapia.
Più avanti, infatti, chiarisce le finalità del
trattamento in merito proprio alla
considerazione del transfert e delle
resistenze:

Dove l’indagine analitica urta contro la


libido ritiratasi nei suoi anfratti,
scoppierà certamente un conflitto; tutte
le forze che hanno dato origine alla
regressione della libido si solleveranno
come “resistenze” contro il lavoro
analitico, per conservare questo nuovo
stato di cose.
(…) Le resistenze che hanno questa
origine non sono però le sole e nemmeno
le più forti. La libido a disposizione della
personalità aveva sempre subito
l’attrazione dei complessi inconsci (o più
esattamente, degli elementi di questi
complessi appartenenti all’inconscio), ed
era pervenuta alla regressione perché
l’attrazione della realtà si era attenuata.
Ora per liberare la libido occorre
superare quest’attrazione dell’inconscio,
occorre dunque eliminare la rimozione,
nel frattempo stabilitasi nell’individuo,
delle pulsioni inconsce e delle loro
produzioni.
(…) L’analisi deve lottare con le
resistenze che scaturiscono da entrambe
le fonti.
La resistenza accompagna il trattamento
ad ogni passo; ogni singola
associazione, ogni atto della persona in
trattamento deve fare i conti con la
resistenza, e rappresenta un
compromesso tra le forze tendenti alla
guarigione e quelle , or ora descritte,
che si oppongono ad essa (Freud, 1912a,
p.27).

Freud rivisita qui il concetto di libido, in


riferimento alla quale l’analista si allea con
quella parte di questa che ha terminato,
come si è visto, il suo sviluppo, ponendosi
al servizio, se così si può dire, della
coscienza. L’altra parte, invece, attratta così
in profondità dai complessi inconsci,
sostiene lo sviluppo delle resistenze, e si
pone come ostacolo al prosieguo del
trattamento.
Un comportamento, questo della libido, da
leggersi come una reazione alla frustrazione
da essa subita, ad opera dei rapporti reali, di
un suo soddisfacimento, una reazione
regressiva, subito rimossa, che si riattualizza
nel transfert, soprattutto in quello negativo.
Ecco, quindi, lo scopo dell’analisi: eliminare
la rimozione per permettere alla libido di
liberarsi dall’attrazione nei confronti dei
complessi inconsci, e di completare il suo
cammino verso la consapevolezza.
Si adombra qui un interessante processo
d’integrazione dei contenuti dell’inconscio,
ed in particolare dei complessi, che si è visto
essere ad elevata carica affettiva, nella
coscienza.
Ma, come lo stesso Freud mette in guardia il
lettore, la resistenza è sempre dietro
l’angolo, pronta ad ostacolare questo
cammino tortuoso verso la consapevolezza.

Proseguendo l’esame di quest’opera, si ha


modo di rilevare come Freud subito dopo
chiarisce la differenza tra due forme di
transfert che si evidenziano nella clinica: il
transfert positivo e quello negativo.
La prima forma di traslazione degli istinti
inibiti nel loro scopo, che a volte egli
chiamerà transfert sublimato, costituirà per
lui, da questo punto in poi, il motore
dell’analisi, sarà propizia alla conduzione
della terapia e si esprimerà ad opera di
quella parte del paziente che cerca aiuto e
che confida nell’analista, sentendosi
compresa.
La seconda forma sembra allearsi con la
resistenza alla terapia e con l’espressione, da
parte del paziente, di sentimenti ostili nei
confronti dell’analista.
Freud, comunque, non tarda a precisare che
entrambe le forme di transfert sono
strettamente correlate tra loro, all’interno di
una situazione di ambivalenza conoscitivo -
affettiva, ora riferita al medico proprio
perché, come egli stesso precisa:

Originariamente non abbiamo cono-


sciuto che oggetti sessuali e la
psicoanalisi ci dimostra che anche le
persone che nella vita reale ci limitiamo
a stimare o ammirare possono conti-
nuare ad essere oggetti sessuali per il
nostro inconscio (Freud, 1912a, pp. 29-
30).

Rispetto alla tecnica, Freud a questo punto


afferma che, sotto l’influenza della
resistenza di traslazione, si assiste ad un
arresto delle associazioni libere, cioè il
paziente abbandona quella che lo stesso
Freud definisce qui in modo esplicito:

la regola psicoanalitica fondamentale: (…)


secondo la quale ognuno deve comunicare
senza sottoporre a critica tutto ciò che gli
viene in mente (Freud, 1912a, p.31).

La resistenza, in tal caso, è determinata


dall’influenza di un’associazione che
riguarda l’analista.
Freud, tuttavia, approfondisce il suo esame
seguendo le tracce proprio di quella libido
che non è progredita secondo la sua linea
evolutiva, rimanendo così sotto il dominio
dell‘inconscio, fino ad arrivare proprio entro
la sua sfera d’influenza, dove a prevalere
sono le note caratteristiche di atemporalità, e
ad essere presente è la dominanza del
pensiero del processo primario e la
ricchezza delle rappresentazioni pulsionali,
che così specificatamente caratterizzano gli
eventi che si svolgono in esso. Accadimenti
dei quali il sogno rappresenta, come si è
visto, un significativo ed utile paradigma
anche nell’interpretazione del transfert;
infatti egli afferma:

Gli impulsi inconsci non intendono


essere ricordati, come la cura vorrebbe,
bensì tendono a riprodursi in modo
corrispondente all’atemporalità e alla
capacità allucinatoria dell’inconscio.
Come nel sogno, il malato attribuisce
attualità e realtà agli esiti del risveglio
dei suoi impulsi inconsci; egli vuole
mettere in atto le sue passioni senza
tener conto della situazione reale. Il
medico vuole obbligarlo a inserire questi
impulsi emotivi nel contesto del tratta-
mento e in quello della storia della sua
vita, a sottoporli alla considerazione
intellettuale e a identificarli secondo il
loro valore psichico (Freud, 1912a, p.
32).
Interessante è il riferimento qui riportato ad
un ostacolo, ravvisabile nel paziente, nel
processo del ricordare e alla tendenza
afinalistica, tipica dell’inconscio, ad indurre
il ripetersi degli eventi del passato, che non
possono trovare, in tal modo, alcuna forma
di elaborazione, di considerazione
intellettuale.
Qui è chiaro l’accenno fatto da Freud
all’importanza nella relazione analitica del
rapporto tra il ricordare, il ripetere e
l’elaborare, argomento che egli affronterà in
seguito proprio con lo scritto Ricordare,
ripetere e rielaborare (Freud, 1914a).
La teoria e la tecnica sono, così,
nuovamente congiunte, e Freud può di
nuovo separare i ruoli del paziente e
dell’analista, descrivendo il rapporto
analitico in modo molto vivido:

Questa lotta tra medico e paziente, tra


intelletto e vita pulsionale, tra
conoscenza e volontà di agire si svolge
quasi esclusivamente nell’ambito dei
fenomeni di traslazione. È su questo
terreno che deve essere vinta la
battaglia, e la vittoria si esprime nella
guarigione definitiva dalla nevrosi.
(…) Infatti, checché se ne dica, nessuno
può essere battuto in absentia o in effige
(Freud, 1912a, p.32).
Questo rimane un testo fondamentale per la
comprensione del concetto di transfert per
Freud.
Si nota con chiarezza l’influenza del
complesso di Edipo che, attraverso l’azione
combinata della disposizione e delle
influenze esercitate durante l’infanzia,
determina, in ciascun individuo, quale
modalità speciale e si potrebbe dire unica,
avrà l’espressione della sua libido, quali
condizioni dovrà esigere e quali pulsioni
dovrà soddisfare attraverso essa.
All’interno di questa dinamica, Freud
precisa, tuttavia, che il transfert sarà legato
ai prototipi, alle imago, principalmente
all’imago paterna, benché possano emergere
anche altre rappresentazioni, materna,
fraterna, ecc.; l’analista sarà inserito
all’interno di una di queste serie psichiche.
Si viene, quindi, a costituire un modello,
quella costellazione relazionale tratteggiata
in precedenza, che dovrà ripetersi ed
esprimersi nella vita ogniqualvolta le
circostanze lo permetteranno.
Alla fine dell’Edipo, quindi, non si struttura
solo un cliché, una sola tipologia di
desiderio; certamente ne esisterà uno
predominante, ma accanto ad esso se ne
possono trovare altri, altri modelli
soggiacenti, frutto del portato, nel corso
dello sviluppo dell’individuo, di differenti
configurazioni della stessa situazione
edipica.
Questi modelli, questi cliché, sono pronti
per essere ripetuti (Turillazzi Manfredi,
2006).
Transfert e controtransfert
Seconda parte

D’altronde è una parte imbarazzante per un


uomo quella di fare lo sdegnoso di fronte
alla donna che impetra l’amore; e una donna
per bene la quale confessi la propria
passione esercita, nonostante la nevrosi e la
resistenza, un fascino incomparabile.
(Freud, 1914b, pp. 86-87)

Un altro scritto di Freud sul transfert è


rappresentato da Ricordare, ripetere e
rielaborare (Freud, 1914a); si tratta di uno
scritto, anch’esso d’impostazione essen-
zialmente teorica, dove egli, dopo una
premessa storica, che ripercorre le tappe di
passaggio dal metodo catartico al metodo
delle associazioni libere, illustra e discute i
tre concetti del ricordare, ripetere e
rielaborare, così come si sono venuti a
sostituire a quelli precedenti, grazie proprio
alla tecnica analitica, ed in modo particolare
grazie alla rinuncia all’ipnosi.
Freud, infatti, afferma:

Subito dopo, con la rinuncia all’ipnosi,


ci si impose il compito di scoprire,
attraverso le associazioni libere
dell’analizzato, ciò che egli non riusciva
a ricordare. Col lavoro di
interpretazione e la comunicazione
all’ammalato dei suoi risultati si doveva
aggirare la resistenza (Freud, 1914a,
p.65).

Risulta chiaro come qui un ruolo importante


venga svolto dall’interpretazione,
dall’esplicitazione, mediante l’indagine
analitica, del significato latente delle
condotte del paziente.
L’analogia con l’interpretazione dei sogni,
con una loro diversa lettura in base al
contenuto latente al di sotto di quello
manifesto, appare qui molto significativa.
Attraverso questo procedimento, è possibile
mettere in luce, infatti, nei discorsi e nei
comportamenti del paziente, le modalità del
conflitto, un conflitto su base difensiva.
L’interpretazione è al centro della teoria e
della tecnica di Freud, ed è rivolta a quel
desiderio che viene formulato ad ogni
produzione dell’inconscio.
Da un punto di vista teorico, che precede
l’applicazione clinica, l’abreazione, definita
come una scarica emozionale, comunque al
di fuori di un’adeguata consapevolezza, che
può permettere al paziente di liberarsi
dell’affetto legato ad un ricordo traumatico,
al fine di evitare che questo possa divenire
patogeno, è del tutto superata dalla regola
psicoanalitica fondamentale, che anche in
questo scritto Freud non manca di ribadire:
Alla fine si è venuto configurando
l’attuale rigoroso procedimento tecnico
per cui il medico rinuncia alla
rilevazione di un singolo momento o
problema e si accontenta di studiare gli
elementi superficiali che si presentano di
volta in volta nella psiche del paziente,
utilizzando la tecnica interpretativa
essenzialmente per riconoscere le
resistenze che a proposito di questi
elementi si verificano e per renderle
accessibili alla coscienza dell’ammalato
(Freud, 1914a, pp.65-66).

E prosegue, dicendo che ciò determina il


raggiungimento di un risultato che:

Da un punto di vista descrittivo consiste


nel completamento delle lacune della
memoria, da un punto di vista dinamico
nel superamento delle resistenze dovute
alla rimozione (Freud, 1914a, p. 66).

Il lavoro dell’analista diviene, pertanto,


portare alla luce le resistenze che agiscono
entro la psiche del paziente, attraverso una
delicata opera di scavo, per potergli
permettere di ricostruire i nessi dimenticati
tra le associazioni prodotte o non prodotte,
per effetto di una resistenza, e tra gli eventi
rimossi o coperti da opportuni
mascheramenti, a significato difensivo.
In questa precisa descrizione metodologica,
Freud non manca, tuttavia, di esprimere la
sua gratitudine nei confronti della vecchia
tecnica ipnotica, che ha permesso di chiarire
importanti meccanismi psichici, utilizzati
con profitto dalla psicoanalisi.
Affrontando il tema del ricordare, Freud
afferma che il paziente non ricorda gli
elementi che ha dimenticato, legati a
contenuti conflittuali, proprio per effetto
della rimozione, piuttosto li mette in atto.
Infatti dice:

Egli riproduce quegli elementi non sotto


forma di ricordi, ma sotto forma di
azioni; li ripete, ovviamente senza
rendersene conto.
Ad esempio: l’analizzando non dice di
ricordare di essere stato caparbio e
diffidente verso l’autorità dei genitori,
ma si comporta in questo stesso modo
verso il medico. Non ricorda d’esser
rimasto privo di consiglio e di aiuto
nella sua esplorazione sessuale infantile,
ma porta un mucchio di sogni e di
associazioni confuse, si lagna che nulla
gli riesce e dichiara che è un suo destino
non portare mai a termine ciò che
intraprende. Non ricorda d’essersi
profondamente vergognato di
determinate pratiche sessuali e di aver
temuto che esse venissero scoperte, ma
mostra ora di vergognarsi del
trattamento che ha intrapreso e cerca di
tenerlo celato a tutti: e così di seguito.
(Freud, 1914a, p. 68).

Ed ancora:

(…) il paziente comincia la cura fin dal


primo istante con una tale ripetizione.
Quando a un paziente, che ha avuto una
vita piena di vicissitudini e che presenta
una lunga storia clinica, si comunica la
regola psicoanalitica fondamentale e lo
si invita a dire quello che gli passa per
la mente, ci si attende che egli dia libero
corso al fluire delle sue comunicazioni;
spesso capita invece che a tutta prima
egli non sappia che cosa dire. Non apre
bocca e sostiene che non gli viene in
mente nulla (Freud, 1914a, p. 68).

Attraverso questi esempi, Freud introduce


subito dopo un tema importante, quello della
coazione a ripetere, che si affianca
all’impossibilità per il paziente in analisi di
ricordare e di elaborare gli eventi del suo
passato, descrivendolo come spinto, suo
malgrado, a ripetere invano i suoi
comportamenti, ponendosi ripetutamente in
situazioni di vita che finiscono per farlo
soffrire, del tutto privo della seppur minima
consapevolezza, apparentemente incapace di
far tesoro dell’esperienza.
Infatti, di fronte a questa situazione afferma:

Il paziente non si libererà, finché rimane in


trattamento, da questa “coazione a
ripetere”. E alla fine ci si rende conto che
proprio questo è il suo modo di ricordare
(Freud, 1914a, pp. 68-69).

È la prima volta che Freud menziona questa


dinamica, e lo fa proprio in questo suo
scritto, termine, quello della coazione a
ripetere, che tanta parte avrà in seguito, a
partire da Al di là del principio di piacere
(Freud, 1920), un termine legato, come si sa,
alla seconda teoria delle pulsioni, che Freud
elaborerà in seguito, non senza qualche
difficoltà, introducendo il dualismo tra la
pulsione di vita e la pulsione di morte. (cfr.
dualismo di Empedocle).
Questa dinamica, che spinge il paziente in
trattamento a ripetere, piuttosto che a
ricordare i propri vissuti, al di là, così
sembra, anche della sofferenza, è un
processo incoercibile secondo Freud, di
natura inconscia, sostenuto da un conflitto,
che si basa sul carattere in ultima analisi
conservatore delle pulsioni, in cui si
fronteggiano due principi: il principio di
piacere e il principio di realtà.
Qui Freud colloca chiaramente la coazione a
ripetere alla base della patogenesi di quei
sintomi che riproducono in modo più o
meno mascherato alcuni elementi di un
conflitto passato (ad esempio, il sintomo
isterico come simbolo mnesico).
In termini generali, secondo la sua visione,
il rimosso cerca di “ritornare” nel presente
sotto forma di sogni, di sintomi e di azioni.
Questi elementi, non elaborati, non integrati
rimangono entro la psiche, disturbando la
vita presente, come egli stesso afferma in
una sua opera precedente, Analisi di una
fobia di un bambino di cinque anni ( Freud,
1909):

(…) ciò che è rimasto capito male


ritorna sempre; come un’anima in pena,
non ha pace finché non ottiene soluzione
e liberazione (Freud, 1909, p. 570).

Freud prosegue mettendo in relazione la


coazione a ripetere con la traslazione e con
la resistenza, sottolineando come la
traslazione sia un’espressione della
ripetizione, e che la ripetizione, a sua volta,
può essere vista come la traslazione del
passato dimenticato, non solo nei confronti
del medico, ma anche in relazione ad ogni
ambito della situazione attuale del paziente.
Quindi, come fanno notare Laplanche e
Pontalis, il fenomeno del transfert esprime
la tendenza del conflitto rimosso a
riattualizzarsi, ed è proprio questa evidenza
ed i problemi ad essa correlati che inducono
Freud ad approfondire il modello della
terapia, sottolineando, accanto al ricordare,
la ripetizione in ambito transferale e la
rielaborazione terapeutica, come fasi
fondamentali del processo terapeutico
(Laplanche e Pontalis, 1967).
Come già accennato, Freud porrà in primo
piano la nozione di coazione a ripetere in Al
di là del principio di piacere, in cui
raggrupperà un certo numero di fenomeni
ripetitivi già identificati, e ne descriverà
altri, in cui la ripetizione rappresenta il
segno clinico preminente, come, ad
esempio, la nevrosi traumatica e la nevrosi
di destino.
Freud espone con chiarezza queste
dinamiche, dove il ricordare si trasforma in
un riprodurre, in un mettere in atto; sostiene
infatti:

Dobbiamo perciò rassegnarci a che


l’analizzando soggiaccia alla coazione a
ripetere (che ora sostituisce l’impulso a
ricordare) non soltanto nei suoi rapporti
personali con il medico, ma anche con
tutte le altre attuali attività e relazioni
della sua vita (…).
Anche l’apporto della resistenza è
riconoscibile con facilità. Quanto
maggiore è la resistenza, tanto maggiore
è la misura in cui il ricordare viene
sostituito dal mettere in atto (ripetere)
(Freud, 1914a, p. 69).

La coazione a ripetere sostiene, perciò, la


ripetizione di atti, al posto della possibilità
di ricordare i contenuti intrapsichici degli
eventi traumatici e di una loro
rielaborazione; parallelamente, è alla base
della resistenza alla terapia, laddove essa
tende a far riemergere il conflitto, che fino
ad allora si è voluto mantenere coperto,
celato, sotto il manto della rimozione.

Precisa, infatti, Freud:

Quando la cura incomincia sotto gli


auspici di una lieve e tacita traslazione
positiva, ciò consente al paziente di
immergersi immediatamente nei suoi
ricordi come farebbe nell’ipnosi durante
la quale gli stessi sintomi morbosi sono
messi a tacere; ma se in seguito questa
traslazione si fa ostile o troppo
accentuata, tale dunque da esigere una
rimozione, subito il ricordo lascia il
posto alla messa in atto. Da allora in poi
sono le resistenze che determinano
l’ordine di successione di quanto verrà
ripetuto (Freud, 1914a, p. 69).
Ma cosa il paziente ripete così
pervicacemente, tanto da non riuscire ad
elaborare il significato delle sue azioni e dei
suoi vissuti?
La risposta a tale domanda Freud la fornisce
ricorrendo al significato della rimozione e
alla dinamica stessa dell’inconscio; afferma
infatti:

La risposta è questa: egli ripete tutto ciò


che, provenendo dalle fonti di quanto in
lui vi è di rimosso, si è già imposto alla
sua personalità manifesta: le sue
inibizioni, i suoi atteggiamenti
inservibili, i tratti patologici del suo
carattere. Sì, egli ripete anche durante il
trattamento tutti i suoi sintomi (Freud,
1914a, p. 69).

L’inconscio non è in grado di rielaborare,


non è in grado di astrarre il significato di un
atto, di una condotta legata ad un suo
contenuto, ma solo di ripetere una data
dinamica, ricca di un significato affettivo
primario, che in esso, in questo scuro teatro,
sia stata già rappresentata, nell’atemporalità
che lo contraddistingue.
Precisa Freud:

Ci rendiamo conto infatti che lo stato


morboso dell’ammalato non può cessare
con l’inizio della sua analisi e che la sua
malattia non va trattata come una
faccenda del passato, ma come una forza
che agisce nel presente (Freud, 1914a, p.
70).

Di fronte a questo stato di cose, di fronte a


questa apparentemente invincibile tendenza
del paziente che, attraverso le azioni,
l’opposizione al prosieguo della terapia, le
dinamiche transferali, che a questo punto
possono anche farsi ostili, tende a ripetere i
propri contenuti inconsci, andati incontro
alla rimozione, per non minacciare il pur
minimo equilibrio presente e faticosamente
mantenuto nella vita reale, l’analista non
può che ricondurre ogni singolo elemento
della malattia all’interno dell’orizzonte e del
campo d’azione della terapia, contrastando
l’inclinazione del paziente a vivere e ad
attribuire ogni sua vicenda alla realtà del
presente.
Chiaramente, questa fase si accompagna,
come lo stesso Freud non tarda a precisare,
ad un peggioramento durante la cura, che
può sconcertare il paziente.
Si può dire, perciò, che il transfert è
l’illusione di un presente che riconduce ad
un passato che non si vuole ricordare.
L’analista ingaggia una lotta contro questa
resistenza, avvertendo l’illusorietà del
vissuto del paziente.
Ci si trova di fronte ad un meccanismo
difensivo predisposto ad entrare in funzione
in base al livello d’ansia tollerabile; al di
sopra di una certa soglia, il sovrappiù
energetico viene scaricato sotto forma di
azione in sostituzione di ogni forma di
elaborazione, che in quel dato momento non
sarebbe sostenibile.
Nonostante la sofferenza del paziente,
l’analista deve confrontarlo con il
significato profondo delle sue condotte
ripetitive, sapendo che il ripetere per lui è
molto più che il ripetere durante un
trattamento ipnotico; in analisi questa
ripetizione è:

evocare un pezzo di vita vissuta, e non può


quindi essere una faccenda pacifica e
scevra di pericoli (Freud, 1914a, p. 70).

Il paziente deve poter oggettivare la sua


sofferenza, riconoscerla, deve essere in
grado di cambiare atteggiamento nei
confronti della sua malattia, non più
limitandosi solo a lamentarsene,
sminuendone l’importanza, ma:

La malattia stessa deve cessare di essere


per lui qualche cosa di esecrabile e
diventare piuttosto un degno avversario,
una parte del suo essere che si fonda
sopra buoni motivi, e da cui dovranno
essere tratti elementi preziosi per la sua
vita ulteriore. La riconciliazione con il
rimosso testimoniato dai sintomi è così
avviata fin dall’inizio e ciò implica
altresì una certa tolleranza verso la
malattia (Freud, 1914a, p.70).

Significativa è qui la fiducia che Freud


ripone nel paziente, e la dignità riconosciuta
anche alla sua malattia, vista come un
avversario con il quale entrare in un
rapporto di conoscenza profondo, e non
limitandosi ad esercitare, come lo stesso
Freud afferma, la politica dello struzzo.
La malattia affonda le sue radici nelle
esperienze di vita del paziente; è una parte
di sé, non un corpo estraneo da enucleare,
che attraverso l’analisi può essere
trasformata, perché egli possa vivere
meglio, in modo più consapevole.
Da notare poi il riferimento alla possibilità
di una riconciliazione con il rimosso, in
vista, come già accennato in precedenza, di
una sua integrazione nella coscienza.
Questo rapporto maturo con le proprie
difficoltà e questa ricerca di
un’integrazione, di una riconciliazione con
quanto è stato rimosso, nascosto, per evitare
una sofferenza in quel momento non
sopportabile - si pensi ad un’età infantile, ad
esempio - prelude, forse, ad un’accettazione,
ad una riappacificazione anche con quelle
esperienze del passato, e con chi ne è stato
il protagonista, che cessano in tal modo di
ossessionare il presente come ombre, che
non conoscono riposo, permettendo loro di
diventare finalmente un ricordo.
L’analista non può che accompagnare il
paziente in questa particolare fase
dell’analisi, sostenendolo nel suo lavoro di
disvelamento e presa di coscienza, seppur
dolorosa, di quanto fino a quel momento
rimosso, aiutandolo ad accettare i sintomi,
che possono andare incontro proprio in
questa fase ad una recrudescenza, come, ad
esempio, l’acuirsi delle spinte pulsionali ed
un intensificarsi di dinamiche sostenute da
una ripetizione, tanto più vengono portati
alla luce strati sempre più profondi
dell’inconscio.
Importante, come dice lo stesso Freud, è
proteggere in modo opportuno il paziente
dalle conseguenze anche dannose che può
arrecare a se stesso, proprio a causa dei suoi
agiti, che possono diventare impulsivi, a
chiaro significato pulsionale:

(…) quando lo si impegni a non prendere


durante la cura alcuna decisione
veramente importante per la sua vita
(come quella di una professione o di una
scelta definitiva dell’oggetto di amore),
ma di attendere piuttosto per questi
progetti il momento della guarigione
(Freud, 1914a, pp. 71-72).

La coazione a ripetere diviene a questo


punto l’obiettivo principale della terapia.
Secondo Freud è necessario far sì che questa
dinamica diventi un motivo per ricordare,
depotenziandone la spinta ad una ripetizione
afinalistica. Per far ciò, è necessario
utilizzare in modo opportuno la traslazione,
permettendo alla stessa coazione a ripetere
di esprimersi entro un ben preciso ambito.
Afferma, infatti, Freud:

Le offriamo la traslazione come una


palestra in cui le è concesso di
espandersi in una libertà quasi assoluta,
e dove le viene prescritto di presentarci
tutti gli elementi pulsionali patogeni che
si nascondono nella vita psichica
dell’analizzando (Freud, 1914a, p.72).

A questo punto egli introduce l’importante


concetto di nevrosi di traslazione, come una
forma che sostituisce la nevrosi del paziente,
una sorta di nevrosi artificiale in cui si
vengono ad organizzare le manifestazioni
del transfert.
Una forma di nevrosi che si struttura intorno
alla relazione del paziente con l’analista, ed
intorno a cui ruota a sua volta, secondo la
concezione di Freud, tutto il comportamento
patologico del paziente.
Una particolare forma di nevrosi che
determina un’organizzazione delle
manifestazioni transferali, e permette ai
sintomi, manifestati dal paziente, di
acquisire un ben preciso significato in
riferimento alla relazione d’analisi.
Questa nevrosi, una volta instauratasi,
costituisce un elemento utile per la
conduzione della terapia.
Precisa, infatti, Freud:

Il nuovo stato ha assunto su di sé tutti i


caratteri della malattia, ma costituisce
una malattia artificiale completamente
accessibile ai nostri attacchi (Freud,
1914a, p. 73).

La successione metodologica a questo punto


segue quest’ordine: la nevrosi clinica,
attraverso un utilizzo opportuno della
dinamica del transfert, si trasforma nella
nevrosi di traslazione, che può essere trattata
efficacemente e che permette la scoperta
della nevrosi infantile.
Freud, descrivendo i caratteri di questa
nevrosi, che pone in una provincia
intermedia tra la malattia e la vita,
attraverso la quale è possibile il passaggio
dalla prima alla seconda (Freud, 1914a, p.
73), affronta il terzo tema di questo suo
importante scritto teorico: il significato del
termine rielaborare.
Egli esorta gli analisti a:

(…) lasciare all’ammalato il tempo di


immergersi nella resistenza che ora gli è
nota, di rielaborarla, di superarla,
persistendo, a dispetto di essa, nel suo
lavoro che si attiene alla regola
psicoanalitica fondamentale (Freud,
1914a, pp. 73-74).

Un’ultima osservazione in merito alla


nevrosi di traslazione va fatta considerando
che successivamente, una volta ampliata ed
approfondita la dinamica della coazione a
ripetere, concetto centrale, come più volte
accennato in Al di là del principio di piacere
(Freud 1920), Freud ridurrà di molto la
rilevanza di questo tipo di nevrosi.
Come sottolineano Laplanche e Pontalis,
infatti, egli stesso ne sottolineerà i pericoli
se la si lascia espandere oltre un certo limite
( Laplanche e Pontalis, 1967).
Precisa infatti:

Il medico (si sforza) di restringere al


massimo l’ambito di questa nevrosi di
traslazione, di convogliare quanto più
materiale possibile nella sfera dei
ricordi e di fare in modo che una parte
minima rimanga sotto forma di
ripetizione.
(…) Di regola il medico non può
risparmiare al malato questa fase della
cura; deve consentire che il paziente
riviva una certa parte della vita passata,
e provvedere, d’altro lato, affinché egli
conservi un certo grado di razionale
distacco, che gli permetta di rendersi
conto che quella che gli appare come
realtà è in effetti soltanto l’immagine
riflessa di un passato dimenticato. Se si
raggiunge tale obiettivo, vuol dire che si
è riusciti a suscitare nel malato il
convincimento, e a ottenere quel
successo terapeutico che da questo
convincimento dipende (Freud, 1920, p.
227).

Sempre nel 1914, Freud scrive Osservazioni


sull’amore di traslazione (Freud, 1914b),
articolo in cui tratta il problema di come
affrontare la traslazione, allorché la paziente
lascia capire o dichiara di essersi innamorata
del suo analista, come una qualsiasi altra
donna mortale.
In questo scritto, Freud pone in luce il
carattere fortemente legato alla resistenza di
tale particolare tipo di amore, e sottolinea a
più riprese che l’innamoramento, anche
quando può essere accettato come vero, si
manifesta nel trattamento, ma è in certo qual
modo preesistente ad esso ed utilizzato dalla
resistenza.
Egli lo definisce un destino inevitabile,
conseguenza della situazione analitica, ma
destinato a riproporsi in ogni altra
condizione, con la sola differenza di non
essere analizzabile.
Freud descrive questo fenomeno come
un’evenienza in cui:

La paziente, anche quella che ha


dimostrato fino a quel momento la
massima arrendevolezza, perde
improvvisamente ogni interesse al
trattamento e cessa di capirlo; non vuole
udire, o parlare d’altro che di quel suo
amore che vorrebbe contraccambiato;
abbandona i suoi sintomi, o li trascura, o
addirittura si dichiara guarita (Freud,
1914b, p.78).

A tutta prima, ci si trova di fronte ad un


improvviso viraggio, e l’analista può
esserne disorientato, ma collocando tale fase
all’interno del percorso analitico fin a quel
momento intrapreso con la paziente, è
possibile contestualizzare questo
imprevedibile cambio di scena.
Come Freud precisa, infatti, la resistenza
gioca un ruolo notevole in questa situazione;
si può dire che essa si esprima adesso
proprio attraverso questa tumultuosa
esigenza d’amore.
Infatti:

Già da tempo avevamo notato i segni di


una tenera traslazione nella paziente; e
avevamo potuto mettere sul conto di
questo atteggiamento verso il medico la
sua docilità, la sua accettazione delle
spiegazioni dell’analisi, la notevole
comprensione e l’alta intelligenza che
essa dimostrava. Tutto questo è ora
come spazzato via: l’ammalata è
divenuta del tutto irragionevole e sembra
abbandonarsi completamente al suo
amore; d’altronde tale cambiamento si
produce regolarmente proprio nel
momento in cui si stava per chiedere alla
paziente di ammettere o di ricordare un
elemento della storia della sua vita,
particolarmente penoso e fortemente
rimosso (Freud, 1914b, pp.78-79).

Si potrebbe osservare che in questo caso la


paziente ripeta un dato comportamento,
legato ad un conflitto o ad un evento della
sua vita passata che hanno subito una
rimozione, traducendolo, perciò,
nell’illusione di un presente che rimanda ad
un passato che non si vuole ricordare.
La ripetizione è ancora una volta sfruttata
dalla resistenza per impedire il ricordo e la
sua elaborazione: è questo innamoramento
ora ad impedire il proseguimento del lavoro
analitico.
Paradossalmente, si potrebbe dire, inoltre, di
trovarsi di fronte ad un attacco al legame
analitico da parte della paziente, nell’intento
di sperimentare la propria seduttività, di
sfidare l’autorità del terapeuta,
abbassandolo al rango di amante e di
ricavare dal soddisfacimento amoroso tutti i
possibili vantaggi collaterali (Freud, 1914b,
p.79), di sottolineare la liceità della
rimozione, ed avere con ciò un maggior
controllo della situazione.
Di fronte a tale evenienza, Freud si
domanda come si debba comportare lo
psicoanalista per aggirare questa particolare
forma di resistenza, che lo coinvolge così
direttamente, quando sia certo che il
trattamento debba proseguire proprio
attraverso questa traslazione amorosa.
Raccomanda di evitare il ricorso
all’esigenza morale, ed ancor più a quella
terapeutica; occorre invece lasciare che i
bisogni e i desideri della paziente si
esprimano come forze propulsive al
trattamento. Sottolinea, infatti, che invitarla
a reprimere o a sublimare le proprie
pulsioni, appena ella abbia espresso la sua
traslazione amorosa:
Sarebbe come se dagli inferi si volesse
evocare uno spirito avvalendosi di
formule magiche, per poi rispedirlo giù
senza averlo interrogato: un richiamare
alla coscienza il rimosso, per poi
spaventati tornare a rimuoverlo (Freud,
1914b, p.80).

Necessario è, quindi, proseguire il


trattamento, evitando di pronunciare quei
discorsi elevati che lo stesso Freud
riconosce essere del tutto inutili di fronte
alle passioni, e che finirebbero solo per
indisporre la paziente, facendola sentire
umiliata, accrescendo in lei sentimenti di
ostilità verso l’analista.
A dispetto delle difficoltà di questa
situazione, non resta altra strada che
proseguire la cura con estrema sincerità da
parte del terapeuta, che non deve negare, in
primo luogo a se stesso, i sentimenti della
paziente.
Il trattamento va condotto in astinenza,
negando perciò alla paziente l’esaudimento
delle sue fantasie inconsce, consapevoli che,
in un’eventuale relazione, ben presto si
manifesterebbero tutti i problemi e le
difficoltà che potevano sembrare superati in
ragione del transfert erotico.
Freud qui dà prova di essere ben conscio
che, qualsiasi richiesta d’amore possa fare la
paziente, nell’ambito del trattamento
analitico, non potrebbe trovare nessun
appagamento, poiché è la manifestazione di
una richiesta primaria, che non potrà essere
esaudita.
Infatti, molto puntualmente osserva:

Voglio piuttosto porre questo principio


generale: che occorre lasciar persistere
nella malata i bisogni e i desideri, come
forze propulsive al lavoro e al
mutamento, evitando quindi di metterli a
tacere con surrogati. Altro che surrogati
non potrebbero infatti essere offerti,
giacché l’ammalata - per il suo stato e
fintanto che non sono eliminate le sue
rimozioni - è incapace di un
appagamento effettivo (Freud, 1914b,
p.81).

È necessario che l’analista non si mostri


freddo o distaccato nei confronti della
paziente, poiché, come precisa Freud,
nessun ammalato sopporterebbe questo stato
di cose. Importante è non respingere la
traslazione e nello stesso tempo non
ricambiarla; tale dinamica, che la paziente
vive come una forma d’amore, va tenuta in
pugno e trattata come qualcosa d’irreale, che
si verifica nel trattamento e che riconosce
nel suo inconscio le proprie ragioni d’essere.
Solo in tal modo è possibile ricondurre nella
paziente, su di un piano cosciente, gli
elementi latenti della sua vita amorosa.
Come precisa Freud, infatti, sapendo trarre
da questa situazione il suo significato
analitico, sarà possibile che:

La paziente, in cui la rimozione sessuale


non ancora eliminata è soltanto passata
in secondo piano, si sentirà allora
sufficientemente sicura per mettere in
luce tutte le condizioni a cui è soggetta
la sua vita amorosa, tutte le fantasie
connesse alle sue aspirazioni sessuali,
tutte le singole peculiarità del suo
innamoramento, e partendo da questi
elementi si aprirà da sola la via che
conduce alle radici infantili del suo
amore (Freud,1914b, p.83).

A questo punto, delineata la condotta da


tenere da parte dell’analista ed indicati i fini
della terapia, nonostante la delicatezza del
problema transferale ed i rischi ad esso
connessi, Freud avverte che esistono nature
passionali, che non accettano alcuna
limitazione, incapaci di utilizzare per il
lavoro analitico la traslazione amorosa
senza tuttavia soddisfarla.
Solo di fronte a tale tipo di donne, figlie
della natura, non c’è alcuna possibilità di
perseguire le finalità della cura, non potendo
queste accettare una realtà psichica al posto
di una realtà materiale:

Non resta allora che ritirarsi senza aver


ottenuto nulla: rimane solo il problema
di come si concili la possibilità della
nevrosi con una tale indomabile esigenza
d’amore (Freud 1914b, p. 83).

Solo un commento a questa conclusione può


esser fatto, considerando come la nevrosi,
nella concezione di Freud, si associ
comunque ad un assetto psichico di base ben
organizzato, che in questo tipo di donne egli
sembra non riconoscere, donne così preda di
elementi inconsci difficilmente integrabili,
di fronte alle quali ogni lavoro introspettivo
sembra destinato a fallire.
Tuttavia, a questo punto, la via del
trattamento è definita: innanzitutto far
osservare alla paziente che il suo
innamoramento è perlomeno singolare,
essendo in opposizione e non a favore
rispetto ai desideri dell’amato bene, come
invece ci si potrebbe aspettare da qualunque
donna innamorata:

Una donna davvero innamorata


sceglierebbe di buon grado la via che
porta al compimento della cura, per
rendersi più preziosa agli occhi del
medico e per prepararsi a quella realtà
nella quale l’inclinazione amorosa possa
trovare il suo posto. Ecco invece che la
paziente si mostra caparbia e
indisciplinata, ch’essa ha abbandonato
ogni interesse par la cura e non presta
alcuna attenzione alle ben radicate
convinzioni del medico (Freud, 1914b,
pp. 83-84).

Pertanto, ciò che viene dipinto come amore


si presta assai meglio ad essere definito
resistenza.
Successivamente, farle notare anche come
questo sentimento:

(…) non reca in sé un solo tratto


originale, generato dalla situazione
attuale. Ma si costituisce mediante
ripetizioni e riproduzioni stereotipate di
reazioni precedenti, alcune delle quali
risalgono addirittura all’infanzia (Freud,
1914b, p. 83).

Delineate le fasi del trattamento, teso a


decostruire questa forma d’amore,
riportandolo entro i termini di
un’interpretazione analitica, Freud esamina
criticamente gli argomenti esposti fino a
quel momento, ed in particolar modo si
chiede se quell’amore sia dopotutto
autentico o solo il frutto di una dinamica
transferale.
Un primo argomento che egli espone,
individua nella resistenza un ruolo primario
nell’intensificare l’amore di traslazione.
Tuttavia, non è stata la resistenza a crearlo;
essa lo ha trovato e se ne è servita,
esagerandone le manifestazioni.
Un altro argomento che egli riporta,
riguardante l’innamoramento di traslazione,
è che, sebbene esso sia la riedizione di
antiche dinamiche e riproduca reazioni
infantili, non è assolutamente dissimile da
nessun’altra forma d’innamoramento, tant’è
che precisa a proposito:

Non ve n’è infatti alcuno (di


innamoramento) che non riproduca
modelli infantili. E proprio le
determinanti infantili conferiscono
all’amore quella particolare coattività
che sembra sconfinare nel patologico.
Forse l’amore di traslazione offre un
grado di libertà minore che non l’amore
quale si verifica nella vita e che
chiamiamo normale, e lascia scorgere di
più la sua dipendenza dai modelli
infantili, rivelandosi meno duttile e
malleabile (Freud, 1914b, p. 85).

Freud trae la conclusione che anche questa


forma d’innamoramento manifesta gli stessi
caratteri dell’amore che si presenta al di
fuori del rapporto analitico; anche questa
forma d’amore transferale sembra voler
promettere la possibilità di ottenere qualsiasi
cosa attraverso di esso.
Dopotutto egli conclude:

Se ci appare una cosa tanto poco


normale, ciò si spiega esaurientemente
col fatto che anche l’innamoramento che
si verifica abitualmente al di fuori della
cura analitica ci rammenta piuttosto i
fenomeni psichici abnormi che non quelli
normali (Freud, 1914b, p.85).

Quindi, anche questo amore, che viene a


manifestarsi all’interno del rapporto
analitico, sostenuto dalla resistenza, come
ostacolo ad ogni forma di elaborazione,
frutto di una riedizione di antiche
dinamiche, a prima vista disinteressato di
ogni considerazione del piano di realtà,
incurante delle conseguenze, ancor più
irrealistico nei confronti dell’oggetto stesso
d’amore, è alla fin fine, dice Freud, del tutto
assimilabile, proprio in virtù di questi
elementi di deviazione dal comportamento
normale, all’essenza dell’essere innamorati.
A conclusione di questo articolo, Freud
ribadisce che il medico in nessun caso e per
nessuna ragione deve assecondare le
profferte d’amore della paziente, e che deve
sempre anteporre le finalità della cura a
qualsiasi cedimento per il raggiungimento di
una soddisfazione materiale.
Solo una condotta di tal genere può
condurre la paziente a ripercorrere le tappe
del suo sviluppo psichico, per raggiungere
quel di più di libertà spirituale che sola può
fare la differenza tra un’attività psichica
cosciente ed una sotto il dominio
dell’inconscio.
Per concludere, quindi, la battaglia che lo
psicoanalista si trova a combattere è,
secondo la descrizione di Freud:

(…) una battaglia su tre fronti: in se


stesso, contro le forze che tenderebbero
ad abbassarlo dal piano dell’analisi;
fuori dell’analisi, contro gli avversari
che gli contestano l’importanza delle
forze motrici sessuali e gli interdicono di
avvalersene nella sua tecnica scientifica,
e nell’analisi stessa, contro le sue
pazienti, le quali da principio si
comportano allo stesso modo degli
avversari, ma in seguito manifestano
chiaramente la sopravvalutazione della
vita sessuale di cui sono preda, e
vogliono rendere il medico prigioniero
della loro passionalità socialmente
incontrollata (Freud, 1914b, p.87).
Transfert e controtransfert
Terza parte

Quando vogliamo portare il malato a risolvere


il rapporto di traslazione, noi pretendiamo da lui
qualcosa che non si chiede mai,
o solo raramente, all’uomo medio,
cioè che egli superi se stesso.
(Jung, 1913, p. 140)

Proseguendo questo excursus storico-


concettuale sul transfert, un altro scritto
significativo di Freud per la definizione di
questa dinamica è rappresentato da
Introduzione alla psicoanalisi (Freud, 1915-
1917), un’opera nata dalla pubblicazione di
una serie di lezioni, rivolte ad un pubblico
non specializzato, che l’Autore tenne presso
l’Università di Vienna nei semestri invernali
ottobre-marzo del 1915-16 e del 1916-17.
Freud considerava questo suo libro
essenzialmente un’opera divulgativa, per le
caratteristiche legate alle circostanze in cui
era stato scritto.
Afferma che esso non contiene alcuna
novità rispetto alla letteratura psicoanalitica
precedente, a parte ulteriori considerazioni
sull’etiologia dell’angoscia e sul
meccanismo delle fantasie isteriche.
Tuttavia, come osserva James Strachey, in
quest’opera vengono ulteriormente chiariti
altri argomenti della dottrina psicoanalitica
in modo illuminante, come il simbolismo
onirico, il processo di formazione del sogno
e la tematica delle perversioni.
Vi si trovano preannunciati, inoltre,
argomenti che Freud affronterà nelle sue
opere successive, alla fine della guerra,
come l’accenno alla coazione a ripetere che,
come detto in precedenza, sarà sviluppato in
Al di là del principio di piacere (Freud,
1920), così come il riconoscimento di
un’ambiguità nella definizione dell’in-
conscio, che non può che rimanere tale,
fintantoché non sarà possibile descrivere
con maggiore precisione la struttura
dell’apparato psichico, cosa, questa, che
verrà fatta in L’Io e l’Es, nel 1922 (Freud,
1923), ove Freud approfondirà tra l’altro,
con maggior precisione, la struttura dell’Io
ed i suoi rapporti con il Super-io.
In particolare, nel capitolo sulla traslazione,
Freud afferma:

Non dimentichiamo che la malattia del


paziente che prendiamo in analisi non è
qualcosa di concluso, di cristallizzato,
ma qualcosa che continua a crescere e a
svilupparsi come un essere vivente.
L’inizio della cura non pone fine a
questo sviluppo, appena la cura si è
impadronita del malato, avviene che
l’intera neo produzione della malattia si
riversa su di un solo punto, ossia sul
rapporto col medico. La traslazione
diventa così paragonabile alla zona di
cambio fra il legno e la corteccia di un
albero, dalla quale deriva la formazione
di nuovi tessuti e l’aumento di spessore
del tronco. Non appena la traslazione è
assurta a questa importanza, il lavoro
sui ricordi dell’ammalato passa
decisamente in secondo piano. Allora
non è inesatto dire che non si ha più a
che fare con la precedente malattia del
paziente, bensì con una nevrosi di nuova
formazione e profondamente trasfor-
mata, che sostituisce la prima. Questa
nuova edizione della vecchia malattia
noi l’abbiamo seguita fin dall’inizio,
l’abbiamo vista nascere e crescere e in
essa ci raccapezziamo particolarmente
bene perché al suo centro, come oggetto,
siamo noi stessi. Tutti i sintomi del
paziente hanno abbandonato il loro
significato originario e hanno assunto un
nuovo senso, che consiste in un rapporto
con la traslazione; oppure sono
sopravvissuti solo quei sintomi ai quali
poteva riuscire una simile trasfor-
mazione. Domare questa nuova nevrosi
artificiale significa però anche eliminare
la malattia portata nella cura, significa
risolvere il nostro compito terapeutico.
Colui che nei rapporti con il medico è
oramai diventato normale e non più
soggetto a spinte pulsionali rimosse, tale
resterà anche nella vita privata, quando
il medico sarà uscito di scena (Freud,
1915-1917, p. 593).

La nevrosi di traslazione è qui rappresentata


da Freud come un processo attivo, che si
sviluppa proprio come il cambium di un
albero, posto tra il liber ed il legno, laddove
si assiste ad apposizione di nuovo tessuto e
ad un aumento di diametro del tronco.
Il punto focale del trattamento è a questo
punto il rapporto del paziente con l’analista,
intorno al quale si sviluppa questa forma di
nevrosi, che rimpiazza quella precedente.
I sintomi del paziente hanno pertanto
abbandonato il loro significato originale, per
acquisire un nuovo senso, che è direttamente
in rapporto con il transfert.
Il superamento di questa nevrosi artificiale
coincide con la possibilità di eliminare la
malattia, fine ultimo, questo, del
trattamento.
La similitudine con il liber di un albero
indica che questa forma di nevrosi di
traslazione non si basa sulla ripetizione
cieca degli avvenimenti del passato, bensì si
sviluppa da elementi del presente; così la
traslazione acquista i caratteri della
ricostruzione di una fantasia.
Negli ultimi due capitoli di quest’opera,
Freud sembra quindi portare alle estreme
conseguenze la sua concezione sulla nevrosi
di traslazione ed il suo rapporto con il
transfert positivo, collaboratore silenzioso
dell’analista.
Per merito di questa condizione, infatti, il
paziente ha accettato le regole del setting,
che rendono possibile il trattamento, quali la
frequenza delle sedute, il pagamento degli
onorari.
Ora egli può associare liberamente,
raccontare i propri sogni, compiere
significativi atti mancati; in tal modo il suo
inconscio viene via via a scoprirsi, fino ad
un punto in cui il transfert cessa di essere
docile e silenzioso, acquista tratti di ostilità
più o meno manifesta nei confronti
dell’analista, e si esprime come resistenza,
fino ad occupare quasi tutto il campo della
cura.
A tal punto, proseguendo il trattamento, la
nevrosi cambia improvvisamente di senso,
permettendo di riferire tutte le sue
manifestazioni alla relazione del paziente
con l’analista.
Si viene a strutturare, così, una forma di
nevrosi il cui centro diviene proprio il
rapporto con l’analista, al cui interno
tendono ad organizzarsi e a prendere nuova
forma le manifestazioni del transfert.
Secondo la concezione di Freud, la cura di
questa nevrosi artificiale coincide con quella
della nevrosi primitiva.
Il paziente che riesce a liberare i suoi
comportamenti dalle tendenze rimosse nelle
sue reazioni con l’analista, mostrerà questa
stessa normalità in tutti gli atti della sua vita,
una volta terminato il trattamento.
È per Freud, questo, il punto di massimo
ottimismo.
Si è di fronte ad un importante punto di
svolta: l’obiettivo del trattamento cessa di
essere il ricordo per diventare la risoluzione
del conflitto con l’analista.
Il legame con l’analista viene trattato nel
presente; la traslazione cessa di incarnare la
resistenza per strutturarsi come l’insieme
della cura.
Allora, la ripetizione del passato nel
presente non può che cambiare di ruolo,
divenendo uno strumento per la risoluzione
della nevrosi artificiale e non per far rivivere
il passato.
Ciò che ha effetto organizzatore è il
presente, ed il presente si focalizza nella
relazione terapeutica. Appare significativa a
questo punto l’accezione del transfert che ne
dà Freud, quel qui adesso con me, che viene
ad assumere una posizione centrale, la cui
dissoluzione non può che rappresentare la
conclusione di ogni trattamento analitico.
A questo punto è possibile intendere il
processo analitico in tal modo: il paziente
inizia l’analisi con una data forma di
nevrosi, con i suoi sintomi, che nel corso
della terapia si trasforma in una forma
artificiale, la nevrosi di traslazione, la quale,
a sua volta, si struttura in base allo stesso
processo analitico.
Alla fine dell’analisi, questa traslazione si
dissolve.
I sintomi presentati dal paziente sono in
definitiva precipitati di una dinamica
regressiva, rappresentata da una parte dal
ritorno ai primi oggetti d’amore, reinvestiti
dalla libido, che, secondo la concezione di
Freud, sono di natura incestuosa, dall’altra
dal ritorno dell’intera organizzazione
sessuale a stadi precedenti.
Nel corso del trattamento sciogliere la libido
laddove era congelata, dà luogo ad un
sintomo di nuovo su base interpersonale, di
natura conflittuale, che ha come riferimento
la persona dell’analista, e che si verrebbe a
risolvere nel momento della soluzione del
conflitto del paziente nei suoi confronti.

In Al di là del principio di piacere (Freud,


1920), considerando i rapporti tra la
traslazione, la resistenza e la ripetizione di
eventi passati, Freud descrive pazienti che
ripetono proprio nella traslazione, invece
che ricordare:
Il malato non può ricordare tutto ciò che
in lui è rimosso, forse non ricorda
proprio l’essenziale, e quindi non riesce
a convincersi dell’esattezza della
costruzione che gli è stata comunicata.
Egli è piuttosto indotto a ripetere il
contenuto rimosso nella forma di
un’esperienza attuale, anziché, come
vorrebbe il medico, a ricordarlo come
parte del proprio passato. Queste
riproduzioni, che si presentano con una
fedeltà indesiderata, hanno sempre come
oggetto una parte della vita sessuale
infantile ossia del complesso edipico e
dei suoi esiti; e hanno invariabilmente
luogo nella sfera della traslazione, vale
a dire del rapporto con il medico. Se il
trattamento ha raggiunto questo stadio,
si può dire che la vecchia nevrosi è stata
sostituita da una nevrosi nuova, da una
nevrosi di traslazione (Freud, 1920, pp.
226-227).

E più avanti:

I nevrotici ripetono dunque, nella


traslazione, tutte queste situazioni
indesiderate e questi dolorosi stati
affettivi facendoli rivivere con grande
abilità. Essi mirano a interrompere il
trattamento prima che sia ultimato,
sanno ricreare l’impressione di essere
disprezzati, sanno costringere il medico
ad apostrofarli con severità, a trattarli
con freddezza; trovano appropriati
oggetti per la loro gelosia; sostituiscono
il bambino che avevano
appassionatamente desiderato nella loro
infanzia con il progetto o la promessa di
un grande regalo, che si rivela perlopiù
non meno irrealistico di quello di un
tempo. Nulla di tutto ciò può aver
procurato piacere in passato; e siamo
indotti a ritenere che oggi
provocherebbe un dispiacere minore se
riemergesse come ricordo o nei sogni
anziché assumere la forma di una nuova
esperienza. Si tratta naturalmente
dell’attività di pulsioni che dovrebbero
condurre al soddisfacimento; eppure
l’esperienza che anche in passato hanno
procurato solo dispiacere anziché
soddisfacimento non è servita a nulla.
Tale attività viene nondimeno ripetuta;
una coazione costringe a farlo (Freud,
1920, pp.229-230).

La riproposizione di esperienze del passato


soggiace qui alla coazione a ripetere che,
come già detto, trova proprio in quest’opera
il suo sviluppo più dettagliato ed organico.
Siamo di fronte ad una dinamica che pare
inesorabile, al di là di ogni forma di piacere,
che sembra a prima vista contraddire la
descrizione positiva della nevrosi di
traslazione, come Freud stesso l’aveva
proposta in precedenza, paragonandola nel
suo evolversi al cambium di un albero.
Qui è in primo piano l’aspetto ripetitivo, ove
gli stessi fenomeni della traslazione
sembrano essere utilizzati dalla resistenza, a
questo punto si potrebbe dire dell’Io, che
persevera nella rimozione.
La nevrosi di traslazione sembra questa
volta isolarsi da qualsiasi meta che possa
ricollegarsi ad una crescita o all’adatta-
mento, in contrasto con quell’apertura verso
uno sviluppo vista in precedenza.

Nel 1932, Freud scrive un seguito alla serie


di conferenze tenute all’Università di
Vienna nel 1916 e nel 1917, Introduzione
alla psicoanalisi, [Nuova serie di lezioni],
(Freud,1932 [1933]).
Così come la prima serie di conferenze
aveva permesso a Freud di gettare uno
sguardo retrospettivo sulla psicoanalisi fino
al 1915, questa nuova serie di lezioni fu
l’occasione per un aggiornamento della
teoria, alla luce dei contributi successivi alla
“svolta degli anni Venti”.
Freud, per dare continuità a quest’opera,
prosegue senza interruzione la numerazione
dei capitoli, in maniera tale che il primo
capitolo di questa nuova serie di lezioni
s’intitola “lezione 29”.
In particolare, nella lezione 32, affrontando
nuovamente il tema del transfert, Freud
ribadisce dei concetti già espressi in Al di là
del principio di piacere (Freud, 1920).
A proposito delle pulsioni, egli afferma che
sono conservatrici, nel senso che tendono
sempre a ripristinare uno stato precedente.
Quando un dato stadio già raggiunto viene
ad essere turbato, sorge una pulsione, che si
incarica di ripristinare la condizione
precedente, di cui la coazione a ripetere è un
esempio paradigmatico.
Durante il lavoro analitico, le esperienze
dell’infanzia rimosse si ripropongono nella
traslazione, nonostante questa rievocazione
sia in contrasto con il principio di piacere.
La coazione a ripetere in questi casi sembra,
quindi, avere la meglio anche nei confronti
del principio di piacere.

Il saggio Analisi terminabile e interminabile


(Freud, 1937a), scritto da Freud all’inizio
del 1937 e pubblicato nel giugno dello
stesso anno, insieme al coevo Costruzioni
nell’analisi (Freud, 1937b), costituiscono
l’ultima produzione strettamente psico-
analitica dell’Autore.
Entrambi gli scritti, apparentemente tecnici,
rappresentano una sorta di riflessione
intorno ad un’ampia gamma di problemi di
fondo della psicoanalisi, una tematica questa
di cui Freud non si era più occupato in modo
specifico da oltre vent’anni.
Secondo molti commentatori, lo stile che
caratterizza questi due scritti è improntato
ad una maggiore saggezza e quasi ad un
distacco, associati ad un minore
dogmatismo. Infatti, in essi possono essere
ravvisate punte di scetticismo che
accompagnano un’accresciuta fiducia da
parte dell’Autore nella “vitalità culturale”
della psicoanalisi, il cui avvenire e la cui
fortuna sarebbero stati affidati in futuro,
secondo il suo convincimento, non solo alla
pratica clinica, ma anche alle applicazioni di
questa disciplina in campi non strettamente
medici, rappresentati dagli aspetti di
approfondimento e di ricerca che essa, in
quanto “scienza dell’inconscio” o
“psicologia del profondo”, aveva già fornito
in ambiti diversi delle scienze umane, come
le “scienze dello spirito” (Freud, 1921,
Psicologia delle masse e analisi dell’Io).

Nel primo saggio, Analisi terminabile e


interminabile (Freud, 1937a), Freud
affronta, con un’intonazione severa e
pessimistica, le prospettive terapeutiche
della psicoanalisi, illustrando ed esaminando
in particolar modo i problemi, le difficoltà e
gli ostacoli che di fatto impediscono il
desiderio del paziente, del tutto legittimo e
comprensibile, di accorciare la durata del
trattamento.
L’Autore sottolinea con puntiglio la
complessità dei problemi relativi alla
definizione di un limite temporale al
trattamento, a loro volta legati alla fallibilità
dell’analisi stessa rispetto alle finalità che
persegue.
Quindi, se da una parte è possibile porre, da
un punto di vista pratico, la parola “fine” ad
una terapia, il problema di un termine per
l’analisi è da valutare rispetto a quali siano i
“fini” da raggiungere, che il terapeuta e il
paziente si sono posti per quel dato
trattamento.
In particolare, in questo saggio, nel
paragrafo in cui affronta la questione se sia
possibile che l’analisi non solo curi un
conflitto già esistente, ma se sia anche in
grado di proteggere il paziente da conflitti
pulsionali futuri, Freud sottolinea:

Il lavoro analitico procede nel modo


migliore quando le esperienze patogene
appartengono al passato, così che l’Io
sia riuscito a prendere da esse le
distanze. Negli stati di crisi acuta
l’analisi è praticamente inutilizzabile.
Tutto l’interesse dell’Io è infatti
assorbito dalla realtà dolorosa e si
rifiuta all’analisi che tende a spingersi al
di là di questa realtà superficiale e a
scoprire gli influssi del passato (Freud,
1937a, pp.41-42).

Conferma in tal modo, ancora una volta,


l’importanza della possibilità per il paziente,
una volta superata la rimozione, di ricordare
le proprie esperienze, per poterle con
profitto rielaborare nel corso dell’analisi.
Inoltre, ribadisce come il lavoro analitico
debba tener conto delle condizioni in cui si
viene a trovare l’Io, che deve essere in grado
di contestualizzare gli eventi patogeni come
episodi appartenenti al passato, per non
essere coinvolto nella loro riattualizzazione.
Qui Freud non torna a parlare di nevrosi di
traslazione; sia il concetto che il termine,
infatti, tendono a scomparire in questi
lavori, ed afferma:

Lo stesso analizzato non può portare


nella traslazione tutti quanti i suoi
conflitti, e, parimenti, l’analista non è in
grado di destare tutti i conflitti pulsionali
del paziente a partire dalla situazione di
traslazione (Freud,1937a, p. 43).

Si può notare qui come Freud riduca la


portata della traslazione rispetto a come
l’aveva descritta in Introduzione alla
psicoanalisi (Freud, 1915-1917), e come
prenda in considerazione anche quei
conflitti che coinvolgono il paziente al di
fuori della traslazione.
Quindi, la nevrosi si manifesta
inevitabilmente in altre aree al di fuori del
campo analitico, e queste aree devono essere
esplorate nel corso della terapia.
Il paziente potrà trasferire elementi inconsci
legati alla relazione anche su altri oggetti
che presentino caratteristiche opportune, e
proprio nella relazione con questi oggetti
dovrà essere intesa la ripetizione di quelle
dinamiche che non si è potuta attuare con
l’analista.
In questo saggio Freud dà importanza alla
dimensione economica della psiche: sono le
pulsioni, e quindi il loro risvolto biologico,
ad essere determinanti nel processo
terapeutico.

Nel secondo saggio, Costruzioni nell’analisi


(Freud, 1937b), in primo piano non è
l’aspetto pulsionale, ma è la storia del
paziente, e lo scopo del trattamento è
raccogliere le esperienze e le implicazioni
affettive ad esse collegate che, sottoposte
alla rimozione, il paziente non è in grado di
ricordare. Sottolinea, infatti, Freud:

(il paziente) deve ripristinare il ricordo


di determinati episodi, nonché dei moti
affettivi da essi suscitati, che al momento
risultano in lui dimenticati. Noi
sappiamo che i suoi sintomi e le sue
inibizioni attuali sono la conseguenza di
tali rimozioni, e che dunque sono il
sostituto di quello che ha dimenticato.
Che tipo di materiale ci mette egli a
disposizione, il cui utilizzo ci consenta di
portarlo sulla strada del recupero dei
ricordi perduti? Molteplici e svariate
cose: frammenti di questi stessi ricordi
nei suoi sogni, in sé di valore
incomparabile, ma di norma gravemente
deformati ad opera di tutti quei fattori
che concorrono alla formazione onirica;
idee improvvise che egli produce quando
si abbandona alla “libera associazione”,
nelle quali possiamo rintracciare alcune
allusioni agli episodi rimossi e alcune
propaggini dei moti affettivi repressi
nonché delle reazioni contro di essi;
infine indizi delle ripetizioni degli affetti
relativi al rimosso si riscontrano nelle
azioni ora relativamente importanti, ora
insignificanti che il paziente compie, sia
all’interno sia all’esterno della
situazione analitica (Freud, 1937b, p.
72).

Qui risalta il riconoscimento che gli aspetti


affettivi non possono che strutturarsi se non
all’interno di una storia; per un’analisi del
desiderio, così come dei moti pulsionali, del
loro significato, della loro conte-
stualizzazione, è necessario raccogliere,
inferire, costruire proprio questa storia.
Il compito dell’analista è l’elaborazione di
vere costruzioni e proporle al paziente.
Costruzioni che si sviluppano dal materiale
grezzo prodotto dal paziente, per ottenere un
quadro quanto più possibile attendibile e
completo degli anni dimenticati della sua
vita.
L’obiettivo della cura diviene ora la
rievocazione di tutti i ricordi, con
l’eliminazione dell’amnesia infantile,
considerata da Freud l’espressione non di
una soppressione o di un’assenza di
fissazione di ricordi, bensì l’effetto di una
rimozione (Laplanche e Pontalis, 1967).
Il ricordo di contenuti affettivi legati alle
relazioni passate e agli eventi trascorsi
trova, come sottolinea Freud, proprio nella
traslazione la sua maggiore evidenza.
Afferma, infatti:

Abbiamo sperimentato che il rapporto di


traslazione che si istituisce nei confronti
dell’analista è particolarmente idoneo a
promuovere il ritorno di relazioni
affettive di tal fatta. Da questo materiale
grezzo - se così possiamo chiamarlo -
dobbiamo tirar fuori ciò che ci interessa
(Freud, 1937b, p. 72).
Ciò che è importante, quindi, è quest’opera
di costruzione o di ricostruzione di elementi
della vita del passato che, liberati dagli strati
della rimozione, proprio come reperti
archeologici, vengano presentati al paziente,
affinché se ne possa appropriare e dare ad
essi un senso ed un significato,
riconoscendoli come un qualcosa che, in
fondo, gli è sempre appartenuto.
Qui il tema dell’interpretazione - in tedesco
Deutung - e gli effetti ad essa connessi, che
così larga eco hanno avuto nella bibliografia
sulla tecnica, lasciano il posto alla
costruzione come momento strutturale, che
per Freud in questo scritto rappresenta il
carattere specifico del compito analitico.
Nel corso di una seduta, ad esempio, di
fronte ad un paziente che sta associando
liberamente, la comparsa di un atto
mancato, quando si attua l’interpretazione,
viene ricondotta alla ricerca di un possibile
senso, di un possibile significato, cosicché,
compiuta questa traduzione, quel dato
significato possa accedere alla coscienza.
La costruzione, invece, permette il
confronto del paziente con un frammento
della sua vita passata, che ha dimenticato;
questo frammento insieme ad altri, frutto di
ricordi, di associazioni, di residui di sogni,
permette la rilettura di un determinato tema,
e la composizione di una mappa che
culmina con l’esplicitazione di tale
costruzione.
Come dice lo stesso Freud, infatti:

L’analista porta a termine un brano


della costruzione, lo comunica
all’analizzato affinché produca su di lui i
suoi effetti, indi costruisce un altro
brano a partire dal nuovo materiale che
affluisce e procede poi con questo allo
stesso modo; così in tale alternanza, va
avanti fino alla fine (Freud, 1937b, p.76).

La traslazione a questo punto non è il solo


obiettivo della cura, bensì diviene essa
stessa elemento della cura. Non si tratta ora
solamente di liberare il paziente da tutti i
suoi impulsi rimossi, proprio in virtù del
riattualizzarsi delle dinamiche relazionali ad
opera del rapporto presente con l’analista,
sciogliendo in tal modo i punti nodali, ove
la libido aveva incontrato un ostacolo alla
sua circolazione ad opera di quelle
resistenze che avevano protetto il paziente
stesso, bensì la traslazione diviene parte
integrante e mezzo della cura, un elemento
in più del materiale.
Resta da chiedersi se la costruzione influisca
sulla traslazione, ed in che modo.

Si arriva, così, all’ultimo lavoro di Freud sul


transfert, rappresentato dal Compendio di
psicoanalisi (Freud, 1938), uno scritto
pubblicato postumo, nel 1940. Secondo
Jones fu iniziato a Vienna, nella primavera
del 1938, mentre la data posta all’inizio del
manoscritto è il 22 luglio dello stesso anno;
Freud avrebbe cominciato a scriverlo,
quindi, dopo il suo arrivo a Londra.
L’opera venne interrotta dopo pochi mesi, in
seguito all’intervento chirurgico che egli
subì.
Il Compendio si distingue dai precedenti
scritti divulgativi di Freud in quanto è
rivolto ad un pubblico composto non da
neofiti, ma da persone già formate, al quale
egli intende presentare i principi
fondamentali della disciplina esponendoli,
per così dire dogmaticamente, nella forma
più concisa possibile e con il massimo
rigore terminologico (Freud, 1938, p. 179).
Questo scritto, riferito alla tecnica, presenta
una sintesi conclusiva sul tema della
traslazione, che Freud così definisce
nell’ambito del rapporto analitico:

La cosa più singolare è che il paziente


non si accontenta di considerare
l’analista, alla luce della realtà, come un
aiutante e un consigliere che comunque
va ricompensato per gli sforzi compiuti,
e che potrebbe magari ritenersi
soddisfatto della parte di una guida
alpina in una difficile escursione in
montagna: egli ravvisa piuttosto
nell’analista un ritorno-reincarnazione-
di una persona importante della sua
infanzia, del suo passato, e trasferisce
perciò su di lui sentimenti e reazioni che
certamente erano destinati a quel
modello. Questo fenomeno della
traslazione si rivela ben presto come un
fattore di insospettata importanza, da
una parte un ausilio di insostituibile
valore, dall’altra una fonte di seri
pericoli. Questa traslazione è
ambivalente, comprende atteggiamenti
positivi e affettuosi, ma anche negativi e
ostili nei confronti dell’analista, il quale,
di regola, prende il posto di uno dei
genitori, il padre o la madre (Freud,
1938, p. 215).

La definizione qui presentata ricapitola in


modo lineare l’attribuzione all’analista di
valenze affettivo - relazionali di amore, odio
e identificazione, che il paziente ha già
sperimentato in passato nei confronti delle
figure di riferimento primarie, i suoi
genitori. L’analista, perciò, viene ad essere
inserito, come già visto, all’interno di un
modello, che il paziente ha già formato in
sé.
Questa ripetizione di prototipi infantili, che
viene vissuta dal paziente nell’ambito
analitico con un forte senso di attualità,
acquista, come lo stesso Freud non manca di
precisare, dei connotati ambivalenti,
caricandosi o di contenuti positivi, che sono
un valido alleato nella conduzione della
cura, o di contenuti negativi, che si
oppongono alla sua prosecuzione.
Tale impostazione si arricchisce poco più
avanti, quando Freud afferma:

Dal momento che il paziente mette


l’analista al posto del padre (o della
madre), è evidente che gli concede anche
il potere che il suo Super-io esercita sul
suo Io, essendo stati proprio i genitori
l’origine del Super-io.
Il nuovo Super-io ha ora il destro di
effettuare una specie di post-educazione,
correggendo gli errori di cui i genitori si
sono resi colpevoli nella loro educazione
(Freud, 1938, p. 216).

Tuttavia Freud ammonisce:

Per allettante che possa essere per


l’analista la prospettiva di diventare
maestro, modello e ideale per le altre
persone, di forgiare degli esseri umani in
base ai propri modelli, egli non
dovrebbe mai comunque dimenticare che
non è questo il suo compito nel rapporto
analitico, e che anzi non adempirebbe
fedelmente a tale funzione se si lasciasse
trascinare dalle proprie personali
inclinazioni. Non farebbe altro, infatti,
che ripetere un errore dei genitori, che
hanno conculcato l’autonomia del
bambino con il loro influsso, e
metterebbe al posto di una vecchia
dipendenza una dipendenza nuova
(Freud, 1938, p. 216).

Il transfert si carica così di elementi legati


alle prime relazioni oggettuali del paziente,
come una ricapitolazione, entro lo spazio
terzo dell’analisi, di sentimenti, di affetti, di
dinamiche libidiche, di fantasmi.
Lo scopo del transfert è quello di permettere
al paziente di focalizzare nell’ hic et nunc
dell’analisi quelle modalità relazionali, quei
desideri, quelle pulsioni e quelle aspettative
in cui è inevitabilmente coinvolto.
È quello di facilitare, inoltre, il riemergere
in lui di quei contenuti profondi, sottoposti
fino a quel momento alla rimozione, per
poter dare finalmente una forma a ciò che è
stato così confuso e confusivo ad un tempo.
Ed ancora, permettergli di superare, in tal
modo, l’inconsapevolezza di un
comportamento ripetitivo e afinalistico, per
accedere, anche se con sofferenza, ad una
scelta consapevole e ad una nuova
prospettiva esistenziale.
Dargli la possibilità, infine, di costruire quel
campo, vera struttura che si viene a creare
tra analista e paziente, in una dialettica tra la
temporalità chiusa e ripetitiva della nevrosi
e la temporalità aperta dell’insight
(Baranger e Baranger, 1990).

Ogni aspetto della traslazione è rivisitato in


quest’opera di Freud, che può essere
considerata come una sorta di estremo
insegnamento e di ultima indicazione per la
prosecuzione di quella disciplina alla quale
egli ha dedicato tutta la sua vita.
Come già visto per il precedente scritto,
Analisi terminabile e interminabile (Freud,
1937a), egli non fa più uno specifico
riferimento, neanche terminologico, al
concetto di nevrosi di traslazione, e questa
dinamica viene considerata come uno
strumento del lavoro analitico, da conoscere
nei suoi risvolti e nei suoi sviluppi.
Particolare attenzione viene posta da Freud
alla regressione del paziente quale si
presenta nel corso del trattamento, anch’essa
da considerare come una risorsa da saper
utilizzare con saggezza, per poter
conservare quella porzione dell’Io cosciente
del paziente capace di riconoscere la
situazione analitica, laddove ogni cosa che
egli si vive come un’esperienza nuova e
reale va, invece, riconosciuta insieme,
analista e paziente, come un riflesso del
passato, per evitare il rischio che
quest’ultimo possa perdersi in una
dimensione inaccessibile ad ogni intervento
terapeutico.
Ecco, quindi, l’attenzione posta da Freud
agli sviluppi incontrollati della traslazione,
sia per quanto concerne il suo risvolto
positivo, come l’innamoramento, sia per
quello negativo, come l’aperta ostilità, che
non devono raggiungere in nessun caso
gradi estremi.
Freud conclude affermando:

Se si riesce, come perlopiù accade, a


informare adeguatamente il paziente
sulla vera natura dei fenomeni della
traslazione, si è strappata dalle mani
della sua resistenza un’arma
potentissima e si sono trasformati i
pericoli in conquiste, in quanto il
paziente non dimenticherà mai più ciò
che ha vissuto nelle forme della
traslazione, avendo per lui tali
esperienze una forza di persuasione
superiore a tutto ciò che è stato acquisito
in un’altra maniera (Freud, 1938, p.
218).

Detto questo, Freud sembra alla fine voler


riconfermare l’accezione della traslazione
come resistenza.
Prima di concludere questo excursus storico
del concetto di transfert, così come è stato
elaborato da Freud attraverso la sua Opera, è
importante riassumere le sue idee nel
seguente modo:

1) quando il paziente sviluppa una


nevrosi di traslazione non
compaiono nuovi sintomi e quelli
vecchi vengono rimpiazzati da
nuove strutture create da quel tipo
di nevrosi nell’analisi: il transfert;

2) nell’ambito della nevrosi di


traslazione il presente si sostituisce
al passato e i contenuti inconsci
cercano la scarica, piuttosto che un
riconoscimento;

3) le caratteristiche della traslazione


sono legate alla stessa nevrosi e non
all’analisi, anche se questa ne
induce lo sviluppo e le
manifestazioni;

4) la nevrosi di traslazione rappresenta


uno stato provvisorio, definito come
un territorio a metà tra la malattia e
la salute, che permette la transizione
da una all’altra;

5) la nevrosi di traslazione è una


manifestazione della coazione a
ripetere, sotto forma di una
riproposizione di contenuti inconsci,
sottoposti a rimozione, piuttosto che
un loro ricordo ed una loro
rielaborazione;

6) la nevrosi di traslazione può


costituire una resistenza al lavoro
analitico diretto ad acquisire una
consapevolezza attraverso un
processo di elaborazione;

7) negli ultimi scritti Freud non parla


più di nevrosi di traslazione,
arrivando alla conclusione che non
tutti i conflitti del paziente possono
essere espressi e risolti all’interno
del transfert.
Si può dire che il transfert nell’Opera di
Freud si sia sempre presentato come un
insieme forse troppo ampio di significati, tra
di loro non escludentisi, e che anche in lui
sia sempre stata presente la tentazione di
arrivare ad una definizione unitaria.
Volendo riassumere questi significati, si può
dire che:

1. il transfert è una resistenza, in


quanto si oppone in un dato
momento della cura alla sua
prosecuzione, legato a spinte
regressive, che coinvolgono la
libido del paziente; è un processo
legato a fenomeni di ripetizione di
dinamiche inconsce, che si
oppongono alla formazione di
ricordi e ad ogni conseguente opera
di rielaborazione;

2. il transfert rappresenta una falsa


connessione, uno spostamento,
Übertragung, nel processo della
cura, di contenuti ad elevata carica
affettiva da un oggetto originale
sulla persona dell’analista; il
compito della terapia è quello di
correggere questo spostamento;
3. il transfert, come processo legato a
fenomeni di ripetizione di contenuti
del passato nel presente, non è
limitato solamente all’ambito
analitico, ma coinvolge tutti gli altri
settori della vita del paziente.

Questi significati coesistono: il transfert può


essere considerato una resistenza, una falsa
connessione o spostamento e una ripetizione
di istanze appartenenti al passato nel
presente, ripetizione che si attua in tutti gli
ambiti di vita del paziente, e non solo in
quello analitico.
In riferimento a quest’ultimo punto, la
questione, ora, è valutare quale valore
assegnare agli altri ambiti della vita del
paziente: qui sorgono diversi sviluppi teorici
e tecnici.
Questi altri “spazi” sono solo un
epifenomeno, e quindi possono essere
lasciati sullo sfondo, perché ciò che è
essenziale è reperibile nella relazione
analitica?
Oppure il transfert, che si sviluppa e si
evidenzia nei confronti dell’analista,
rappresenta la scena più significativa, tra
tutte, perché in esso è riscontrabile il nucleo
di elementi rimossi o forse addirittura
scissi?
Non è facile dare una risposta a tali quesiti.
Tuttavia, il transfert, con il suo significato
regressivo, non possiede una specificità
analitica, essendo patrimonio ed espressione
della nevrosi stessa. Perciò, non desta
meraviglia che il contesto di vita del
paziente conservi i suoi significati, e che
questi, a volte, possano essere più forti dello
stesso legame analitico.
Questi ambiti, al di fuori dello specifico
spazio dell’analisi, devono essere ascoltati,
prima di includerli o di lasciarli da parte.
Non sono rare dinamiche transferali che si
sviluppano non solo nel contesto della
terapia, ma anche al di fuori di questo; ed è
proprio qui che acquistano un maggiore
significato.
In tal caso, questi transfert vanno interpretati
secondo la stessa teoria all’interno della
quale vengono fatti rientrare quelli che si
sviluppano nei confronti dell’analista,
riconducendoli alla loro matrice storica.
Il transfert nel suo sviluppo e nella sua
espressione può anche mutare luogo e la
nitidezza con cui lo fa, tanto che addirittura
sarebbe forse opportuno parlare di momenti
transferali, piuttosto che di nevrosi di
traslazione, un cambiamento di prospettiva
che senza dubbio non è di poco conto per la
tecnica.
Per quanto concerne la ripetizione, questa
misteriosa e a volte inquietante dinamica
inconscia non cessa di avere le sue
conseguenze.
Prima dell’opera Al di là del principio di
piacere (Freud, 1920), quello che viene
ripetuto, secondo Freud, sono antiche
dinamiche legate a soddisfazioni regressive.
Dopo il 1920, vengono ripetute ferite
narcisistiche, legate ai frammenti e alle
ramificazioni di quell’insieme di desideri
amorosi ed ostili rappresentato dal
complesso di Edipo.
Un ultimo sguardo va alla costruzione
nell’analisi, intesa come una paziente ed
attenta opera di elaborazione del materiale
portato alla luce dal paziente, al fine di
trasformare una vicenda frammentata in una
storia unica e finalmente ritrovata.

A proposito della ripetizione, così come essa


è stata riconosciuta da Freud in tutti i gli
ambiti di vita del paziente, sarebbe bastato
un passo, ed anche la traslazione, allo stesso
modo, avrebbe potuto estendersi a questi
stessi ambiti: un passo che Freud non
compì…..

Più in generale, si può dire che il concetto di


traslazione, letto attraverso l’Opera di
Freud, abbia attraversato diverse fasi e
diverse connotazioni, sempre legate al suo
utilizzo nella pratica terapeutica.
Un concetto che lo stesso Autore ha voluto
descrivere ed analizzare da ogni prospettiva,
cercando di legarlo sempre strutturalmente
all’insieme della teoria.
Per tale motivo, questa nozione appare
sempre viva, unitaria e ricca di possibili
sviluppi.
Un concetto sfuggevole eppure così attuale,
che si cela all’interno delle innumerevoli
pieghe del rapporto analitico, così unico nel
suo genere. Una dinamica, la traslazione,
che sembra sottrarsi ad ogni sguardo
indagatore.
Essa è un riflesso di antichi legami, di
immagini del passato, che sembrano non
voler lasciare il passo al presente, ombre di
quelle divinità che hanno popolato il mondo
mitico dell’infanzia.
Transfert e Controtransfert
Quarta parte

La mia tesi è che la risposta emotiva


dell’analista rispetto al paziente nella
situazione analitica rappresenta uno degli
strumenti più importanti del suo lavoro. Il
controtransfert dell’analista è uno strumento
di ricerca nell’inconscio del paziente.
(Heimann, 1950)

La prima definizione di controtransfert, in


tedesco Gegenübertragung, fu formulata da
Freud in una lettera inviata a Carl Gustav
Jung, nel dicembre del 1909 (cfr. Freud,
lettera del 31 dic. 1909), in occasione della
stesura di una relazione per i lavori del
secondo Congresso internazionale di
psicoanalisi, che si tenne a Norimberga nel
marzo del 1910, dove Freud stesso utilizzò
per la prima volta il termine
controtraslazione.
In questa lettera Freud parla della
controtraslazione come di una forza interna,
che si attiva nel medico in risposta alla
traslazione del paziente, determinando delle
“macchie cieche” che ostacolerebbero le sue
capacità di comprensione del paziente.
Sotto questo aspetto, la controtraslazione si
connota, dunque, come una resistenza
inconscia dell’analista.
Qui il termine gegen, come fa notare la
Turillazzi Manfredi, non ha solo il
significato di contro, ma anche di verso, nel
senso “nei riguardi di”, a significare ciò che
l’analista prova nei confronti del paziente
(Turillazzi Manfredi, 2006).
È singolare come, nonostante l’importanza
che il controtransfert ha assunto nella
letteratura psicoanalitica contemporanea,
siano così scarsi i riferimenti di Freud su
questo tema nelle sue opere.
Solo in un caso egli fa uso del termine
controtraslazione, ovverosia nel suo scritto
Le prospettive future della terapia
psicoanalitica (Freud, 1910b), quando
afferma:

Abbiamo acquisito consapevolezza della


controtraslazione che insorge nel medico
per influsso del paziente sui suoi
sentimenti inconsci, e non siamo lungi
dal pretendere che il medico debba
riconoscere in sé questa
controtraslazione e padroneggiarla. (…)
abbiamo notato che ogni psicoanalista
procede esattamente fin dove glielo
consentono i suoi complessi e le sue
resistenze interne e pretendiamo quindi
che egli inizi la sua attività con
un’autoanalisi e la approfondisca
continuamente mentre compie le sue
esperienze sui malati (Freud, 1910b, pp.
200-201).

Le reazioni legate a questa dinamica


vengono qui considerate da Freud in termini
più ristretti rispetto agli sviluppi che
apporteranno in futuro gli psicoanalisti dopo
di lui.
Ne parla come reazioni inconsce, che
l’analista prova contro o nei confronti della
traslazione del paziente, reazioni che sono
espressione di una resistenza, che dipendono
dalla personalità dell’analista e si
oppongono all’elaborazione della
traslazione finché non vengono superate.

Nel suo scritto Consigli al medico nel


trattamento psicoanalitico (Freud, 1912b),
Freud raccomanda pertanto agli analisti di
mantenere un’attenzione fluttuante
nell’ascolto del paziente e di attenersi a
quello che in quel momento rappresenta il
modello ideale del metodo analitico da
applicare durante la cura:

(…) come colui che mette da parte tutti i


suoi affetti e perfino la sua umana pietà
nell’imporre alle proprie forze
intellettuali un’unica meta: eseguire il
trattamento nel modo più corretto
possibile (Freud, 1912b, p.536).

Per tale motivo, Freud richiede da parte


dell’analista una conoscenza ed un controllo
del proprio controtransfert, che può
acquisire solo attraverso la propria
esperienza dell’analisi e dell’autoanalisi;
auspica, infatti, che questa indicazione si
estenda e che i futuri psicoanalisti effettuino
preventivamente un’analisi presso un
esperto (Freud, 1912b, p.537).

Nelle tre occasioni in cui mette in evidenza i


pericoli insiti nel corrispondere e reagire
all’amore di traslazione della paziente, in
Osservazioni sull’amore di traslazione
(Freud, 1914b), Freud sta ovviamente
parlando della controtraslazione, ma non usa
il termine preciso come nel caso su
accennato:

Che cosa accadrebbe se il medico si


comportasse diversamente e si servisse
di una libertà concessa, supponiamo a
entrambi, per corrispondere all’amore
della paziente e placare così il suo
bisogno di tenerezza?
Se egli contasse di riuscire, mediante
una tale corresponsione, a garantirsi il
proprio potere sulla paziente, tanto da
indurla a risolvere i compiti della cura e
a ottenere la definitiva liberazione dalla
nevrosi, l’esperienza si incaricherebbe di
mostrargli che egli ha fatto male i suoi
conti. La paziente raggiungerebbe il
proprio fine, mentre egli non
raggiungerebbe mai il suo; (…)
Se il suo amore venisse corrisposto, ciò
costituirebbe un grande trionfo per la
malata ma un totale naufragio per la
cura. La malata sarebbe riuscita a far
ciò a cui tendono tutti gli ammalati in
analisi; cioè a mettere in atto, a ripetere
nella vita reale quello che essa dovrebbe
soltanto ricordare riproducendolo come
materiale psichico e trattenendolo nella
sfera puramente psichica (Freud, 1914b,
pp. 81-82).

Una eventuale relazione amorosa


porrebbe senz’altro termine alla
possibilità di influenzare la paziente
mediante il trattamento analitico;
l’unione fra l’analista e la paziente è
dunque una vera assurdità.
Esaudire la richiesta d’amore della
paziente è perciò per l’analista
altrettanto nefasto che reprimerla. La via
che l’analista deve seguire è un’altra, e
tale che non esiste per essa alcun
modello nella vita reale. Ci si guardi
bene dal respingere la traslazione
amorosa, dallo scacciarla, dal
dissuaderne la paziente; ci si astenga
altrettanto fermamente dal ricambiarla
in qualunque modo (Freud, 1914b, p.
82).

In riferimento alle pretese della paziente,


egli afferma:

Queste agiscono piuttosto in senso


negativo, e richiedono tutta la tolleranza
del medico per poter essere considerate
come un fenomeno naturale. Il pericolo
di scordare per una bella esperienza la
tecnica e la missione del medico è
rappresentato piuttosto dai moti di
desiderio più delicati, inibiti alla meta,
da parte della donna (Freud, 1914b, p.
87).

Qui è come se Freud si ponesse al di fuori


del suo stesso testo e si immedesimasse
nella delicata situazione dell’analista: In
ispecie un uomo giovane e non ancora
legato da saldi vincoli (che) può avvertire
questo come un compito assai duro (Freud,
1914b, p. 86), nel doversi guardar bene dal
credere che l’innamoramento della paziente
sia reale.
L’unica via da seguire è, fino a questo
momento, mantenere da parte dell’analista
la posizione di un osservatore distaccato,
oggettivo, non coinvolto emotivamente né
in condizioni di esserlo nei confronti della
paziente, come uno “specchio”, quindi,
tanto più in grado di “riflettere” alla sua
coscienza i contenuti inconsci rilevabili
all’osservazione, quanto più capace di
obiettività e neutralità emotiva.
L’effetto terapeutico, secondo tale
concezione, consiste nella possibilità che
l’assetto psicoanalitico dà al medico
d’individuare i contenuti inconsci, sottoposti
a rimozione e quindi patogeni del paziente,
e renderli consci, perciò elaborabili e
integrabili all’interno della sua storia.
Secondo Freud, la neutralità dell’analista è
una regola tecnica fondamentale per il
raggiungimento di questo risultato,
complementare a quella delle libere
associazioni che il paziente è tenuto a
seguire, ambedue regole fondamentali per la
conduzione della cura.
Il rispetto di queste regole da parte di
entrambi esprime una sorta di patto, ove il
paziente acconsente a disporsi nella
condizione di migliore osservazione da parte
dell’analista, che comporta, a sua volta, il
“non dover osservare” il comportamento di
quest’ultimo: posizione distesa del paziente,
con l’analista seduto alle sue spalle.
Il paziente si pone in tal modo nei confronti
dell’analista come un oggetto, se così si può
dire, di studio.
Comunque, la controtrslazione è una
dinamica che Freud aveva già osservato, fin
dai tempi di Studi sull’isteria (Freud e
Breuer, 1895), ove egli sostiene che la
psicoanalisi è una scienza che si fonda
sull’osservazione dei fenomeni, come la
resistenza e l’amnesia, che esamina proprio
in questo scritto.
Tuttavia, illustra anche una dinamica
particolare, provocata dal paziente, che
coinvolge in prima persona lo stesso
analista.
Com’è noto, la prima espressione di questo
fenomeno fu il caso di Breuer con Anna O.
Breuer si coinvolse a tal punto con la sua
paziente Anna, da temere per il suo
matrimonio, cosa che lo spinse ad
interrompere bruscamente l’analisi con lei.
Chiaramente, questo episodio non passò
inosservato a Freud, che rilevò come anche
l’analista è coinvolto nella situazione
terapeutica, fatto questo che egli considerò,
alla stessa stregua della traslazione, una
forma di resistenza, una resistenza da
analizzare.

Alla prima descrizione della


controtraslazione fatta da Freud, seguì nella
letteratura psicoanalitica un periodo di
silenzio, che durò fino al 1924, data di
comparsa di un lavoro di Stern dal titolo On
the Counter-Transferance in Psycho-
Analysis (Stern, 1924), che può essere
considerato il primo lavoro che tratti in
modo esteso questo argomento, e della
monografia Prospettive di sviluppo della
psicoanalisi di Ferenczi e Rank, sempre
nello stesso anno (Ferenczi e Rank, 1924),
uno scritto che suscitò lunghe e vivaci
discussioni sulla tecnica.
Con questi due lavori, si può dire, iniziò una
fase di elaborazione del controtransfert, che
si estese per circa un quarto di secolo, con
pubblicazioni sull’argomento, che furono
poco numerose e di differente portata per la
varietà dei fenomeni descritti e per la varietà
delle opinioni espresse, su quanti e quali
fossero i fenomeni da ascrivere a questa
specifica dinamica.

È indubbio che i concetti riguardanti questa


situazione analitica abbiano subito con il
tempo profonde e radicali trasformazioni,
tanto che all’immagine dell’analista
specchio si è andata sostituendo
gradatamente quella attuale dell’analista
impegnato profondamente ed emotivamente
nel rapporto analitico.
Allo stesso modo, dall’idea del transfert da
padroneggiare con la massima neutralità
emotiva, si è passati a quella che i fenomeni
di transfert siano elementi tanto più
comprensibili ed utili, quanto più l’analista
sia in grado di comprendere le dinamiche
del proprio controtransfert (Gaddini, 1989).

Ulteriori sviluppi

Il concetto di identificazione proiettiva


descritto dalla Klein (Klein, 1946) e la sua
controparte, l’identificazione dell’analista
con quello che è proiettato in lui dal
paziente, rappresentata dalla
controidentificazione proiettiva di Grinberg
(Grinberg, 1962), hanno costituito
un’importante tappa lungo lo sviluppo del
concetto di controtransfert.
Allo stesso modo, i lavori di Bion e le sue
concezioni riguardanti proprio
l’identificazione proiettiva, hanno ampliato
la comprensione delle dinamiche riguardanti
il transfert e il controtransfert (Bion, 1952,
1957, 1959).
In particolare, Bion, sottolineando la
capacità del paziente di suscitare emozioni
nell’analista attraverso l’identificazione
proiettiva, pone in risalto gli aspetti
comunicativi ed allo stesso tempo difensivi
propri di questa dinamica, anche se, come
sottolinea la Joseph, è la risposta
dell’analista che può essere in grado o meno
di trasformare l’identificazione proiettiva
del paziente in una forma di comunicazione
e comprensione (Joseph, 1987).

Accanto a quello di identificazione


proiettiva, un altro concetto, che si è rivelato
utile nella comprensione della diade
analitica transfert-controtransfert, è quello di
fantasia, nella sua componete sia cosciente
che inconscia, definibile come quello
scenario immaginario in cui si ritrova il
soggetto, e che configura, in modo più o
meno deformato da processi difensivi,
l’appagamento di un desiderio inconscio
(Laplanche e Pontalis, 1967).
Insita nel concetto di fantasia è
l’opposizione tra l’aspetto puramente
illusorio e la realtà, cioè la percezione,
un’opposizione questa che rappresenta un
riferimento importante in psicoanalisi.
Lo stesso Freud diede al concetto di fantasia
la connotazione di un prodotto puramente
illusorio, che non può resistere ad un
confronto con la realtà; infatti, nel suo
scritto Precisazioni su due princìpi
dell’accadere psichico (Freud,1911),
oppone al mondo interiore, che aspira al
soddisfacimento per via illusoria, un mondo
esterno, che impone in modo graduale al
soggetto, attraverso la mediazione del
sistema percettivo, il piano di realtà.
La fantasia, come rappresentante di un
desiderio inconscio, che tanta parte ha per
Freud nella etiologia delle nevrosi, è
rappresentata nella psiche del soggetto come
un contenuto caratterizzato da una sua
coerenza e da una sua resistenza, del tutto
comparabili a quelle della stessa realtà
materiale, un contenuto, quindi, secondo la
definizione stessa di Freud, dotato di una
realtà psichica.
Tale contenuto intrapsichico, la fantasia, ha
per Freud diversi livelli, potendo essere
completamente inconscia, esprimersi ad un
livello subliminale o essere del tutto
cosciente.
In essa egli riconosce il punto di passaggio
privilegiato tra i diversi sistemi psichici, in
particolare la rimozione ed il ritorno del
rimosso; nel suo scritto L’inconscio (Freud,
1915), infatti, afferma:

Esse (le fantasie) si avvicinano alla


coscienza, rimangono indisturbate finché
non hanno un intenso investimento, ma
sono respinte non appena il loro
investimento supera un certo livello
(Freud, 1915, p.161).

La fantasia esprime molto bene il concetto


di atemporalità dell’inconscio, coniugandolo
con l’aspetto pulsionale delle dinamiche
intrapsichiche, un aspetto pulsionale che via
via assume, da questo punto di vista, un
significato relazionale, un significato che dà
forma ad entrambi i termini della coppia
tansfert-controtransfert.
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