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Economica Laterza

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Dello stesso autore
in altre nostre collane:

La legge della giungla


«Contromano»

La vita quotidiana in Italia


ai tempi del Silvio
«Contromano»
Enrico Brizzi

La vita quotidiana a Bologna


ai tempi di Vasco

Editori Laterza
© 2008, Gius. Laterza & Figli

www.laterza.it

La cartina di Bologna
è stata realizzata da Luca De Luise

Edizioni precedenti:
«Contromano» 2008

Nella «Economica Laterza»


Prima edizione luglio 2013

Edizione
1 2 3 4 5 6

Anno Proprietà letteraria riservata


2013 2014 2015 2016 2017 2018 Gius. Laterza & Figli Spa, Roma-Bari

Questo libro è stampato


su carta amica delle foreste

Stampato da
SEDIT - Bari (Italy)
per conto della
Gius. Laterza & Figli Spa
ISBN 978-88-581-0879-6

È vietata la riproduzione, anche parziale,


con qualsiasi mezzo effettuata,
compresa la fotocopia, anche
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commette un furto e opera
ai danni della cultura.
a Paolo S., pronti per il grande urlo
Indice

Bologna e il suo artista di maggior successo 3


Epoca arcaica (1974-1981)
Quando Bologna era Bologna 11
Il branco della Candida Luna 18
Cortile republic 22
Vasco in via delle Bombe 27
Età classica (1982-1984)
Come vincemmo il Mundial 33
«Vado al massimo» 39
Sciopero! 41
Il Maestrone e Lucio 51
Alto medioevo (1985-1988)
Rituali di iniziazione 59
Gianni da Monghidoro e il Principe 66
I visi pallidi della Bologna bene 71
Il più grande scrittore italiano 76
Basso medioevo (1989-1991)
La grande carestia 81

VII
Gita scolastica 90
Selvaggi e felici di stare insieme 96
Te lo si legge in faccia 100
Rinascimento (1992-1993)
Le anatre di Central Park 109
I nostri cugini più grandi 114
Idoli e pettegoli 125
Una storia autentica 129
Età moderna (1994-1999)
Il magico mondo di Umberto Eco 135
Qualcosa è cambiato 140
«Volevo la domenica tutti i giorni» 147
La battaglia del Velodrome 152
Il nuovo millennio (2000-2008)
Il suicidio del Partito 161
Voci nuove 165
Il paesone 169
Bologna non è più quella di una volta? 172
La vita quotidiana a Bologna
ai tempi di Vasco
Ringraziamenti. Un ringraziamento a Cristina Gaspodini,
Stefano Sapio e Samuele Zamuner per i consigli e la pazienza.
Bologna e il suo artista
di maggior successo

Ieri sera la città di Bologna ha celebrato l’ennesimo trionfo


del suo artista di maggior successo negli ultimi tremila anni,
il cantante rock Vasco Rossi.
Personalmente mi trovavo lontano, su un’isola del Tirreno
che non misura neppure quattro chilometri quadrati e, com-
plice la distanza, mi ero dimenticato che fosse giunta la sera
del grande concerto allo stadio.
L’ho scoperto quando ho composto il numero di cellulare
di mio fratello: non appena la comunicazione si è attivata, ho
percepito un bailamme d’inferno. «Ricky?» lo chiamavo.
«Riccardo? Riesci a sentirmi?»
Subito mi sono convinto che gli avessero rubato il cellula-
re, e che ora i ladri si trovassero in qualche discoteca, a ri-
spondermi per dileggio.
Poi la voce franta dall’emozione di mio fratello si è fatta
largo attraverso muraglie di watt. «Sono da Vasco» gridava
come un ossesso. «Non sento niente, ti chiamo domani» e,
prima di riattaccare, è riuscito ad aggiungere «Stupendo».
Sono da Vasco.
Come si trovasse seduto nel salotto di casa sua.
Fra non molto mio fratello varcherà la linea d’ombra dei

3
trent’anni, e per i/le più attenti/e ai gender studies aggiungo
che si trovava lì con la promessa sposa. Contate poi che den-
tro quello stadio intitolato al presidente dell’ultimo scudetto
del Bologna, quello stesso impianto in mattoni rossi all’om-
bra del quale mio fratello ed io crescemmo, si trovavano an-
che i nostri genitori. Magari non a sgomitare sottopalco fra i
più tatuati, magari al riparo della tribuna, ma c’erano. Il Pa-
ter, nato nell’anno della Liberazione, sarebbe un docente
universitario con tanto di barba. E anche nostra madre, ve lo
giuro, non è il genere di signora che si atteggia a ragazzina.
Però hanno comprato i loro bravi biglietti su eBay e via per
mano, nel cuore della pazza folla, attraverso i tornelli impo-
sti dalle ultime leggi speciali in tema d’ordine pubblico negli
stadi.
Perché il catino di mattoni del Renato Dall’Ara è innanzi-
tutto devoto al calcio. Da oltre ottant’anni ospita le gesta del
Bologna FC 1909, l’ex squadrone «che tremare il mondo fa»
scudettato per l’ultima volta nel ’64 e creduto risorto, o qua-
si, nella seconda metà degli anni Novanta con Baggio e Si-
gnori.
Ma di questo parleremo più avanti, non appena ci trove-
remo di nuovo in città.
Per il momento basterà tenere a mente che ai piedi dei col-
li di Bologna c’è questo stadio monumentale lambito dal por-
tico che risale la groppa del colle di San Luca, e che quando
ci canta Vasco vi si riuniscono tutti, amici e promessi sposi,
genitori e figli.

Ci sono stato anch’io ‘da Vasco’, quasi sempre senza accre-


dito per la stampa: al Dall’Ara, al Palamalaguti di Casalec-
chio, a Rimini, a Milano e, naturalmente, a Imola nel ’98, la
magica sera della consacrazione racchiusa nel live Rewind.

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Eravamo centoventimila, assicuravano i bene informati,
ma i ragazzi privi di biglietto continuavano a scavalcare le re-
ti dell’autodromo e a gettarsi dentro con l’energia dei dispe-
rati, puntando il cuore della bolgia anche quando il concerto
volgeva ormai al termine.
Qualcuno fra i più raffinati potrà storcere il naso di fronte
a tanta devozione per un cantante così popolare, ma in fondo
è una questione d’affetto e di attitudine, e insieme di età ana-
grafica: se aveste avuto quindici anni nelle ‘notti magiche’ del
millenovecentonovanta, quale musica sarebbe uscita dalle
casse incorporate nel bauletto della Vespa degli amici più
grandicelli e rebel?
Se non avete avuto la fortuna sfacciata di crescere negli an-
ni superitaliani di punk, paninari e ultras, o malaugurata-
mente soffrite d’amnesia, volentieri vi rinfrescherò la memo-
ria: da quelle casse sarebbero uscite molto spesso hit come
Vita spericolata, La combriccola del Blasco, Fegato spappolato,
o la più dolente e recentissima – all’epoca – Liberi liberi.
Quella dei Mondiali in Italia fu un’ottima annata per Va-
sco, e un giorno non lontano anche il sottoscritto avrebbe
adornato la sua prima Vespa special con l’effigie adesiva del
nostro cantore d’elezione. Era una di quelle sticker che si
comprano in autogrill, oppure al mare: Vasco in versione Bol-
licine, ray-ban a specchio e scritta «Enjoy cocaine» sullo sfon-
do. Non doveva essere un articolo ufficiale, ma emanava un
tale sfrontato gusto del proibito da giocarsela alla pari con le
vetrofanie di Jagger con lo spino in bocca, e con quelle pol-
verose di Morrison sulle Dyane dei post-hippie.
Naturalmente, se avevi quindici anni a Bologna nel mille-
novecentonovanta, la cocaina non sapevi neppure cosa fosse,
e neppure eri sicuro di cosa significasse enjoy, però potevi già

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percepire in maniera chiara cosa fosse consentito e cosa proi-
bito, cosa l’ubbidienza e cosa la libertà.
Ero quello che si dice un bravo ragazzo, uno studente
ginnasiale figlio d’insegnanti, però fortunatamente mio pa-
dre non aveva buttato la collezione di vecchi vinili: era un
numero spropositato di singoli targati non solo Tenco, En-
drigo, Di Capri, ma anche Equipe 84, Dik Dik e Camaleon-
ti, frammisti ai quali non mancavano perle come Uno dei
mods di Ricky Shayne. Difficile raccontare che razza di bri-
vidi provavo nell’ascoltare la voce lamentosa di Dylan, op-
pure capolavori british come il 45 giri di Ruby tuesday /
Let’s spend the night together, o ancora il supremo White al-
bum in edizione originale.
Se mai ho sentito nella vita una chiamata, arrivava dai sol-
chi di quei vinili e dai nastri delle cassette che circolavano per
casa: l’ermetismo pop di Battiato e il cantato familiare di
Guccini, i cantautori degli anni Settanta e l’uomo degli sbal-
li ravvicinati del terzo tipo.
Quando smetti di essere un cinno e varchi la linea d’ombra
dell’adolescenza, i programmi che i genitori fanno sulla tua
testa ti appaiono fatalmente ingiusti e pallosi. Agli antipodi
rispetto al tuo sentire più autentico, quella rabbia che si sco-
pre da ragazzi insieme a molte altre emozioni, e di cui solo
Vasco e il punk inglese sembravano dare conto in musica.
Chi altro???
Per questo fu una sorpresa scoprire il mio vecchio, nel
cuore dell’estate ’85, che lavorava alle bozze d’un suo libro
sugli studenti cinquecenteschi ascoltando nel walkman color
ciliegia Colpa d’Alfredo. Fu lui a tradirsi: sentii la sua voce
canticchiare gli inconfondibili versi, esaltandosi nel sostene-
re che «quella stronza non s’è neanche preoccupata di dirmi
qualche cosa, che so una scusa...».

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Dunque l’impeto debordante del primo Blasco non ri-
guardava solo me.

D’altronde dov’è che avrebbe imparato a memoria le canzo-


ni di Vasco, il sottoscritto? Non solo infilando le cuffie del
walkman color ciliegia, oh no. E neppure ai giardinetti fre-
quentati dai mascalzoni drughè.
Agli scout. È lì che sono stato contagiato dalla vascomania.
Nel gruppo Agesci Bologna 16, a un tiro di voce da Porta Sa-
ragozza.
È una zona che oggi qualsiasi immobiliarista si sente auto-
rizzato a definire ‘di prestigio’. Per conto mio, sapevo solo
che da casa dovevo contare venti minuti a piedi, quasi tutti
all’ombra del portico più lungo del mondo, una teoria di sei-
centosessantasei archi (il numero non deve essere casuale)
che collegano il centro della città al colle della Guardia, do-
ve sorge il santuario della Madonna di San Luca.
Se voglio raccontare cos’è Bologna per noi che ci siamo
cresciuti, devo tornare ai piedi dei colli, nell’ombra protetti-
va di quel lungo portico conosciuto da bambino.
Da casa sarà facile ricordare quel che c’era all’inizio, quan-
do Vasco e Bologna erano più giovani, e i nomi e i cognomi
fioriranno sulla carta nell’esatto ordine di apparizione che
hanno avuto in questa storia.
Epoca arcaica
(1974-1981)
Quando Bologna
era Bologna

All’inizio non c’era Nord e non c’era Sud.


Non avevo idea delle differenze fra un paese e una metro-
poli, non sapevo da dove arrivassero le voci dei cantanti che
uscivano dallo stereo di mio padre e, per dirla tutta, quell’i-
gnoranza non mi dava nessuna pena.
Dal mio punto di vista, era tutto sotto controllo. Il sole sor-
geva ogni giorno, polpette e biscotti non mancavano, e la
classificazione dei luoghi era già in atto in maniera quasi
scientifica: tanto per cominciare, ne esistevano di tre specie.
Innanzitutto c’era Casa, il posto in cui rifugiarsi e dal qua-
le far partire le prime caute esplorazioni per mano a mamma.
La seconda categoria era costituita dai Posti sicuri, le abi-
tazioni di parenti e amici di famiglia, i negozi che si frequen-
tavano quasi ogni giorno, e un altro po’ di luoghi noti, come
i giardini di Porta Saragozza, dove erano in funzione fino al
tramonto due cavalcature a gettone: un papero (chiunque
fosse, non era verniciato come il vero Donald Duck) e l’asi-
nello Cleto.
Forse ricorderete: un adulto infilava cento lire nella feri-
toia e la cavalcatura, in groppa alla quale eri stato preceden-

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temente issato, cominciava a caracollare sul posto in un sor-
do brontolio d’ingranaggi che saliva dalla pedana.
La galoppata virtuale a bordo di Cleto, o dell’anatroide
che insensatamente gli zii mi giuravano essere Paperino
(«Sééé, con la berretta a pon-pon! E rossa, poi!»), durava
cinque minuti, ma al bambino che ero appariva insieme bre-
vissima ed inesauribile, abbastanza lunga per immaginare un
futuro in cui, da solo, mi sarei spinto senza timore oltre il re-
cinto dei giardini attraverso la terza, residuale, categoria di
luoghi: l’Altrove.
L’Altrove era qualcosa che mi turbava. Ce n’era ovunque,
affascinante e minaccioso.
Abbracciarne il concetto, portava con sé domande epoca-
li: quanto si estendeva l’abitato? Forse il mondo era un’uni-
ca conurbazione interamente coperta di case giallo ocra o
rosse, alte al massimo quattro piani e munite di portici?
Oppure, giunti a un certo punto, le case finivano e inizia-
va una terra selvaggia, esterna alla civiltà, dove avevano le lo-
ro basi i Cattivi e gli animali feroci?
Non mi ci raccapezzavo. Se il mondo civile era tutto ugua-
le al mio quartiere, dove diavolo abitavano i simpatici prota-
gonisti della serie Nutella e i bambini del mondo? Avrei dato
il mio pallone preferito, per conoscerli! Ce n’erano alcuni
con la pelle nera e altri con gli occhi a mandorla, almeno un
cinese col cappello a punta in fibra vegetale, e un piccolo
esquimese in pelliccia. Tipi così, in via Saragozza nel 1980, li
avrei notati di sicuro. All’asilo con me non ce n’erano, e quan-
do varcai la soglia delle scuole elementari a Casaglia, dove ar-
rivavano con lo scuolabus bambini di tutti i quartieri, lo sep-
pi con certezza: i miei amici mangiatori di Nutella dovevano
essere rintanati al sicuro da qualche parte, molto lontani da
Bologna.

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Da noi, già eri strano se il tuo cognome non finiva in -i.
Non ho mai sentito commenti o insulti razzisti, alle elemen-
tari, ma il fatto di avere parenti a Napoli o, tenetevi forte, in
Molise era già qualcosa di assolutamente esotico.
In ogni caso ‘marocchino’ o ‘terrone’ non erano insulti in
voga fra noi bambini: ‘nassista’ o ‘fassista’ andavano molto
più forte.
Nelle date solenni, inquadrati sul terreno da calcio della
scuola – il ‘campone’ –, porgevamo il nostro saluto ai vecchi
partigiani delle Brigate Garibaldi in visita alla scuola coi faz-
zoletti rossi al collo e i gagliardetti. Intonavamo per loro, che
da ragazzi erano stati eroi come Actarus e Capitan Harlock,
però in carne ed ossa, Bella ciao o la inebriante Avanti popo-
lo, che sugli scuolabus, al ritorno, diventava «Avanti popolo,
alla riscossa, delle maestre vogliam le ossa. Delle bidelle ce ne
freghiamo, e delle cinne ci innamoriamo», dove le cinne sa-
rebbero le ragazzine. Il massimo dell’osé, all’epoca.
Se qualcuno ci avesse raccontato che, nel giro di pochi an-
ni, al posto di Drive in avremmo tentato di seguire (a volume
molto ridotto, e prontissimi a cambiare canale) Colpo grosso
e I classici dell’erotismo, saremmo morti sul posto per la trop-
pa emozione.
E non meno increduli saremmo stati se ci avessero rac-
contato che in altre scuole d’Italia non si cantava Bella ciao,
né si rendeva omaggio ai vecchi partigiani.
Quale maestra senza cuore avrebbe potuto trascurare di
onorare l’anniversario della Liberazione, o della strage di
Marzabotto, quando sul nostro Appennino avevano trucida-
to centinaia di persone, perlopiù anziani, donne e bambini
come noi?
Sarebbe stato uno scandalo intollerabile. Erano forse ami-

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che di Itler, queste maestre? Dei repubblichini? Delle Esce
Esce?
Che mostrassero il grugno da noi a Casaglia, se osavano!

L’epica resistenziale, il buon funzionamento del sistema pub-


blico e il dogma dell’infallibilità del Partito comunista come
guida verso il progresso erano i tre capisaldi di quello che, ora
lo so, si chiamava «via occidentale al socialismo».
Naturalmente, non tutti votavano Pci: c’era anche chi vo-
leva fare l’originale, come mio zio Sandro, demoproletario
della prima ora che da ragazzo «aveva fatto il ’77». (All’epo-
ca gli uomini si dividevano in tre classi d’età: quelli che ave-
vano fatto la guerra, quelli che avevano fatto il ’68 e quelli del
’77, come se la maturità coincidesse fatalmente con l’aver
partecipato a disordini su media o larga scala.)
Fra i quarantenni reduci del ’68 si notava in città qualche
socialista all’arrembaggio, poi si percepiva la presenza di un
po’ di repubblicani e d’un discreto numero di controrivolu-
zionari sparso nelle parrocchie, di cui facevano parte anche i
miei nonni e i famosi fratelli Prodi, spesso evocati come
esempio di onestà e devozione al lavoro nonostante fossero
democristiani.
Vistose eccezioni a parte, non esisteva la minima possibilità
che l’amministrazione cambiasse colore, e ognuno lo sapeva:
l’onda del ’68 era stata assorbita, gli ex ‘studelinquenti’ del ’77
avevano molti problemi d’identità, e così il buon ordine del
Pci sembrava regnare da sempre sulla città rossa, che la gran-
de esplosione del 2 agosto 1980, progettata per punirla, non
fece che rinsaldare nella sua orgogliosa specificità.

E vai di feste dell’Unità, appuntamenti all’Arci, spese alla


Coop, assemblee in sezione e, per noi più giovani, Bella ciao

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inquadrati nel ‘campone’ della scuola. Il pomeriggio era buo-
na usanza fare un po’ di moto: alla Società Ginnastica Sem-
pre Avanti! potevi scegliere fra atletica, lotta, boxe e ginna-
stica, proprio come a Mosca.
Chi immaginasse scenari alla Good Bye Lenin!, tuttavia, sa-
rebbe fuori strada. Eravamo i figli della Bologna primi anni
Ottanta: ex libero comune, ex città pontificia, dal 1945 mol-
to rossa e molto occidentale.
Provate a immaginare: macchine nuove e tirate a lucido
per le strade, mentre davanti alle vetrine griffate del centro
il passeggio delle famiglie incrocia le ultime manifestazioni
di vitalità studentesca e l’andirivieni dei tossici diretti ai
giardini del Guasto. I vecchi siedono in sezione a ricordare
la guerra, lavorano negli orti oppure affollano le processio-
ni in onore della Madonna di San Luca. Basket e football
americano sono fra gli sport favoriti dei ragazzi. I negozi
sembrano stracolmi di ogni prodotto di marca disponibile a
ovest di Vienna.
La città compare regolarmente in testa alle classifiche na-
zionali del benessere, e c’è da perdere la testa, fra i comuni-
sti in Mercedes, la gente in giro fino a tardi e lo stile tutto
italiano dei paninari (a Bologna «Zànari», dal centrale bar
Zanarini) in agguato, a ribadire che erano tornati a girare i
soldi.
Sarebbero bastati per tutti, vero?

«Non lasciare nulla al caso» poteva essere un adeguato mot-


to per gli amministratori bolognesi degli anni Ottanta, e
«partecipazione» la loro parola-feticcio.
Tu partecipavi, e il Partito (senza bisogno di sponsor, al-
l’epoca) ci metteva l’organizzazione.
Con l’adatta organizzazione e rimboccandosi le maniche

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tutti insieme si può fare ogni cosa, e questo è un credo co-
mune in tutta l’Emilia Romagna, questa regione che nel bas-
so Piacentino è già pianura distesa e austera, longobarda,
mentre dall’Appennino guarda da sempre alla Toscana e sul-
la costa ha scelto di essere la nostra California.
«Basta organizzarsi» per trasformare un sogno comune in
un’attività imprenditoriale.
«Basta organizzarsi» per finanziare il più grande partito di
massa dell’Europa occidentale.
«Basta organizzarsi» per trasformare il litorale sabbioso
fra il delta malarico del Po e il promontorio di Gabicce nella
principale destinazione turistica italiana, per ricostruire i
quartieri bombardati e far sorgere più grandi e belle di prima
le sezioni, i circoli e le case del popolo.
All’epoca in cui ero cinno, nelle parole dei vecchi c’era un
orgoglio particolare quando dicevano che «da noi» le cose
funzionavano.
Solo col tempo avrei imparato che non era scontato, ma
anche cosa sottintendeva quel «da noi».
Ad esempio, secondo i vecchi in canottiera negli orti, a Ro-
ma le cose non funzionavano neanche un po’. In Meridione
poi, scuotevano la testa, l’è piz ch’andèr ed nòt. Dove coman-
dava la Democrazia cristiana non funzionava un bel niente, e
se domandavi come mai laggiù continuassero a votarla, i vec-
chi alzavano le sopracciglia e ti confidavano in un sussurro: I
n an brisa vojja ed lavurèr.
«E qui, invece?»
«Eh!» gonfiavano il petto. «Qui è diverso».
«Ah sì?»
«Puoi dirlo forte, cinno: Bologna è Bologna».
Da noi si smaniava, per lavorare. Era molto importante di-
mostrare agli altri di essere lavoratori alacri e consapevoli.

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Per questo, raggiunta l’età adatta, i ragazzi con la testa sulle
spalle desiderosi d’un buon posto in Comune prendevano la
patente e si iscrivevano, se non al Pci, almeno alla Cgil.
In questo pubblico encomio del lavoro si sposavano le
istanze del Partito, la coscienza profonda della città papalina
fattasi cattocomunista, e persino un incipiente leghismo-leni-
nismo, un malinteso qualunquismo al ragù che si sarebbe fat-
to largo anno dopo anno, e che un giorno sarebbe valso all’ex
macellaio Guazzaloca il posto di primo cittadino.
Il branco
della Candida Luna

A sette anni divenni un lupetto del gruppo scout Bologna 16,


ospite dei frati nei locali della parrocchia di San Giuseppe.
Il branco Candida Luna mi sembrava un mondo nel mon-
do dalle tinte fantastiche, e anche lì regnava il convincimen-
to che, rimboccandoci le maniche e organizzati in maniera
adeguata, non c’era impresa impossibile.
Il capo del branco era l’Akela Silvestro. Era un ragazzo
smilzo e barbuto dallo sguardo allegro, che viveva il suo ruo-
lo di educatore in maniera totalizzante: oltre alle riunioni e le
uscite del finesettimana, aveva istituito incontri supplemen-
tari il mercoledì, ai quali ci si presentava senza divisa, unica-
mente per giocare insieme e, nella cattiva stagione, abbellire
la nostra tana.
In primavera era capace di organizzare incontri di polo
con le bici al posto dei cavalli, o di portarci nel fitto groviglio
delle sunderbunds del Reno, a saltare come Tarzan con corde
legate a mo’ di liane alle forcelle degli alberi. Una volta co-
struì per noi una teleferica in grado di farci volare seduti a
due metri d’altezza fra i grandi alberi del giardino della par-
rocchia, un’altra volta un rudimentale ascensore in corda gra-
zie al quale nessun castagno sarebbe più stato troppo alto,
neppure se avevi otto anni.

18
Per me l’Akela Silvestro era un idolo, e se pure gli sarebbe
succeduto un ragazzo in gamba, la notizia che a settembre ci
avrebbe lasciato mi sprofondò nello sconforto.
Perché ci aveva mostrato quel mondo meraviglioso, e
adesso ci voleva lasciare soli, a cantare in cerchio Terra di be-
tulla senza di lui?
Poi l’amico Marcello, che abitava a due palazzi dal mio in
via Porrettana, mi aprì gli occhi: Silvestro si preparava a far-
si frate. Mi sembrava una crudeltà, che ci abbandonasse per
rinchiudersi in un convento, ad ogni modo «se gli era venu-
ta la vocazione» andava rispettato, nello stesso modo in cui si
rispettano i santi e i fuori di testa.
Quando ci riunì un’ultima volta nella nostra tana e fece
buio per leggerci l’estrema caccia di Akela così come è rac-
contata nel Libro della Giungla, la maggior parte di noi sin-
ghiozzava senza rimedio.
Eppure la vita del branco continuò, e ci divertimmo anche
con il nuovo Akela Andrea.
Nel corso delle riunioni più importanti, venivano fatti og-
getto di grande onore gli ex membri illustri del gruppo: uno
era Andrea Mercanti, l’autore del fondamentale Manuale del
trapper, il secondo un regista famoso, Pupi Avati, che forse
aveva tenuto a mente l’atmosfera delle sue escursioni giova-
nili nel raccontare Una gita scolastica.
Nel Bologna 16 respiravo a pieni polmoni il volto tolle-
rante dell’associazionismo cattolico: indossavano la camicia
azzurra dell’uniforme figli di borghesi e di operai, e sotto la
tenda con i ragazzi delle famiglie tradizionaliste di origine
agraria, riparate in città dopo gli anni brutti della guerra ci-
vile, dormiva la progenie di gappisti, militanti del sindacato
e conclamati fricchettoni reduci dall’India. Nessuno di noi
percepiva di essere cresciuto in una terra a lungo lacerata.

19
Valori condivisi dall’anima progressista e da quella catto-
lica erano presenti in un’unica proposta educativa, e in que-
sto gli scout erano molto bolognesi. La domenica andavamo
a messa in uniforme, con il nostro emblematico fazzolettone
metà bianco e metà rosso, e sospettavamo che non ci fosse
contraddizione fra essere cristiani e difendere i diritti dei più
deboli.
Forse per questo motivo solo pochi, nella variegata squadra
dei compagni di strada di allora, oggi votano Forza Italia, ma
all’epoca per noi la politica significava poco. Semmai ci divi-
devamo secondo altre linee di demarcazione: quelli che tifa-
vano la coppia Bologna-Juve contro i fedeli del non meno
strampalato binomio Bologna-Inter; sostenitori di Moser con-
tro aficionados di Saronni e naturalmente, da noi a Basket City,
virtussini contro fortitudini, in una rete di appartenenze così
complessa che ti ritrovavi spesso ad essere l’unico fortitudino
bolognista-interista tifoso di Moser di tutto il branco.
Nei lupetti, in ogni caso, erano tenute in conto altre que-
stioni: se eri una zampa tenera o un veterano provvisto di
seconda stella, se avevi molte specialità o solo un misero distin-
tivo da chierichetto ti adornava la manica, e ancora se sapevi
fare o no il nodo del barcaiolo, il savoia e la gassa d’amante.
La padronanza di quest’ultimo nodo, cui il Manuale del
trapper dava grande rilievo, poteva rivelarsi utilissima nel ca-
so ci si aggirasse per le montagne con una corda nello zaino
e si presentasse l’eventualità di trarre in salvo un altro ragaz-
zino scivolato in un crepaccio. Ardevo dal desiderio di tro-
varne qualcuno, possibilmente non troppo grasso, ma le mie
vacanze in montagna, prima a Monzuno e Loiano e più avan-
ti in Alto Adige, non offrirono mai vere occasioni in questa
direzione. Invano mi affacciavo su calanchi e pietraie cercan-
do tracce d’uno sfortunato da restituire alla sua mamma: i

20
miei coetanei erano già al rifugio a rimpinzarsi di gelato, op-
pure costeggiavano il precipizio con passi agili nelle loro Dia-
dora o Primigi, senza darmi nessunissima soddisfazione.
Ulteriori capacità venivano affinate nel corso delle vacan-
ze di branco estive, settimane di sospensione dell’incredulità
nel verde dell’Appennino. Imparavamo a smarcarci e corre-
re lungolinea durante una partita di rugby lupetto, a fare il pa-
ne, o addirittura a dominare una ciclostile ad alcol per stam-
pare un’edizione speciale del nostro giornale «l’Ululato».
Grazie a queste ed altre opportunità, la mia fede nel mo-
vimento scout era a prova di bomba. Agognavo visitare la ca-
sa del fondatore Baden-Powell, su a Londra, e un giorno la-
sciai di sasso i miei genitori domandando di essere sepolto,
nel caso fossi mancato all’improvviso, in uniforme da lupet-
to con i colori del Bologna 16 bene in vista.
Estote parati era uno dei nostri motti, e già a quell’età mi
sentivo pronto a tutto.
Cortile republic

Quando non si era a scuola e neppure ai lupetti, si migrava


da nonna Pina per giocare nel suo immenso cortile bordato
dagli orti.
Era il nostro Far West e la nostra via Pal, e devo ammet-
tere che era di grande sollievo avere un compagno di giochi
smaliziato come Iuri Giacobbi.
Senza il Druso, Malavasi e gli altri giovanissimi delle case
Iacp non saremmo stati una vera banda, ma anche da soli Iu-
ri ed io sapevamo come cavarcela.
Fummo noi due – più lui che me – a difendere il cortile la
volta in cui i cinni di via Perti alta provarono a invaderlo.
I maledetti sapevano che il Druso e gli altri erano costretti
a riposare dopo pranzo, e attaccarono alle tre d’un pomerig-
gio d’estate, mentre Iuri ed io giocavamo alle corse dei tappi,
chini sulla pista disegnata con il gesso sull’asfalto assolato.
«Moser in volata solitaria...», mi esaltavo dopo un buon
cricco.
Toccava criccare a Iuri, che col suo tappo di birra Pedave-
na interpretava Saronni, quando un grido terrificante e vici-
nissimo ci costrinse a sollevare gli occhi.
«Mani in alto, bagagli! Vi dichiaro nostri prigionieri!»

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Erano solo in due, il barbaro ciccione Trechiappe e il suo
amico del cuore Zucca. Dovevano essere scivolati silenziosi
come indiani huroni fino al cancello. Erano arrivati a ridosso
del sacro confine del cortile, e ora ci tenevano sotto tiro da
pochi passi con le cerbottane di ferro.
Poiché esitavamo, annichiliti dalla sorpresa, ci spararono
addosso a tradimento. Un colpo prese in fronte Iuri che si
rialzava, ma lui diede appena un gemito.
«Arrendetevi, bagagli!» gridava Trechiappe. «Aprite que-
sto cancello prima che lo scardino».
«Ammettetelo, che voialtri delle case Iacp siete degli sfi-
ghè!» gli dava manforte Zucca mentre ricaricava la cerbot-
tana.
Oggi è diventato un avvocato. E Trechiappe lavora nella
drogheria dei suoi genitori, dieci minuti a piedi dal cortile.
«Questo territorio è nostro», disse semplicemente Iuri.
«Spostatevi da quel cancello e tornate nel vostro posto
schifoso, se non volete la guerra».
«Guerra!» confermò Trechiappe. «Apri questo cancello e
te la mostro».
Facevano sul serio e, prima di beccarci una nuova gra-
gnuola, corremmo a ripararci dietro la Ritmo nuova di mio
zio Franco.
Quei due dovevano avere preparato centinaia di munizio-
ni, e mentre i pallini di stucco schioccavano a ripetizione sul-
la carrozzeria, ci provocavano per farci uscire allo scoperto:
«Venite fuori da lì, conigli! Aprite il cancello e vediamo chi
comanda da ’ste parti!».
Non sapevo fino a che punto potesse manifestarsi la furia
delle orde di via Perti alta, ma avevo sentito dire che Tre-
chiappe, una volta, si era arrabbiato con il vecchio postino e
l’aveva ucciso con un pugno. Non sapevo se era vero oppure

23
no, ma di sicuro il vecchio postino non si era più visto in gi-
ro, e adesso a portare le lettere veniva una ragazza.
«Non vorrai mica dargli soddisfazione» dissi a Iuri che fre-
meva, e per tirarmi su di morale presi a insultarli con parole
copiate dai libri della biblioteca.
«Maledetti commodori!», gridavo ginocchioni dietro la
Ritmo. «Anacoreti puzzoni! Olonesi nefasti!» Avevo un to-
no così indignato che le vecchie hanno cominciato ad affac-
ciarsi alle finestre.
Iuri scuoteva la testa: stavo sbagliando qualcosa di fonda-
mentale.
«Stiamo facendo la figura dei vigliacchi», considerò.
Pensavo pieno di rancore al Druso e a Malavasi addor-
mentati come bambine ubbidienti nelle loro camerette, e
pensavo che forse eravamo ancora in tempo per ripiegare ver-
so la porticina delle cantine. Però bisognava sganciarsi in
fretta, prima che i maledetti dessero la scalata al cancello.
«Forse dovremmo farli entrare, e provare a combattere»,
disse il mio amico. Gli bruciava, quella figuraccia. Preferiva
perdere sul campo. Ma perché, in fondo, farsi prendere a pu-
gni e schiaffi da quei selvaggi, rischiando persino di morire?
«Non so» esitai. «Almeno andiamo a prendere le cerbot-
tane anche noi». Ma era troppo tardi: gli invasori stavano già
scavalcando il cancello.
«Eccoli che arrivano» commentò Iuri sorridendo, come se
non vedesse nessun problema serio all’orizzonte, e uscì dal ri-
paro della macchina gridando «Tregua, tregua».
Lo presero alla coscia e su un orecchio, poi alzarono le cer-
bottane per usarle come manganelli. Iuri avanzava a mani in
alto verso di loro, mansueto. Diceva che ormai avevano vin-
to e stravinto, tirava in ballo la convenzione di Ginevra e
quelli non sapevano più tanto bene cosa fare.

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«Vi firmiamo un foglio dove si dice che siete padroni an-
che di questo cortile», proponeva, e io sbalordivo del suo tra-
dimento.
Gli invasori rimasero a guardarlo mentre andava verso di
loro. Soddisfatti, le cerbottane a mezz’asta, come inebetiti dal
facile successo. Non appena il mio amico li ebbe a tiro, però,
lo vidi sferrare un calcio micidiale dritto al cavallo di Tre-
chiappe.
Più avanti raccontò di averlo preso in pancia, vantandosi
di avere messo in atto non so più quale tecnica orientale, ma
la verità è che aveva calciato di punta, all’improvviso, con il
piede a martello.
Trechiappe franò su se stesso, pallido come gli avessero
staccato l’elettricità, e il futuro avvocato Zucca, anziché soc-
correre l’amico, gridò: «Assassino! L’hai ammazzato!», per
poi darsi alla fuga verso la villetta natìa.
Vittoria!
Il ciccione dal destro micidiale era fuori combattimento,
sdraiato al centro del cortile come una vittima sacrificale: la
grande pancia all’aria, si tamponava il cavallo dei pantaloni
con le mani inzaccherate di stucco e, con un filo di voce, pia-
gnucolava che gli erano saliti i maroni.
Ero fiero di Iuri e della sua astuzia degna di Ulisse, men-
tre raccoglievo la cerbottana metallica di Trechiappe e la
prendevo in consegna come preda di guerra. Certo, mi inor-
ridiva l’idea che a qualcuno potessero salire i maroni, ma era-
no stati loro a invaderci a tradimento. Credevo che in ogni ca-
so, nella nostra immensa generosità, l’avremmo lasciato an-
dare senza infierire.
Invece vidi Iuri valutare quel grande corpo inerme, poi
aprire le braccia e spalancare gli occhi come avesse ricordato
qualcosa all’improvviso.

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«Antonio Inoki! Volo d’angelo!» gridò sotto i tigli del cor-
tile. «Prendi questo, André the Giant» e, mentre si tuffava a
gomito in avanti sul povero Trechiappe, pensai che tutto il
catch giapponese in tivù stava soffocando il nostro lato caval-
leresco.
Saranno state le battaglie in cortile affrontate con Iuri o i
buoni consigli contenuti nel Manuale del trapper, sarà stata la
cucina sostanziosa di nonna Pina o forse quell’umore miste-
rioso che ha la virtù di far crescere i bambini, fatto sta che,
un poco alla volta, cominciavo a raccapezzarmi in tutto quel-
l’Altrove.
Vasco in via delle Bombe

Verso sera si tornava a casa, in via Brigate Partigiane, carichi


di racconti, ricordi e rimpianti.
La Simca 1000 del Pater costeggiava il portico più lungo
del mondo, e una volta superato l’arco del Meloncello co-
minciavo a sentirmi a casa. Facendo a gara a riconoscere i vol-
ti noti sul marciapiede, ci lasciavamo alle spalle una dopo l’al-
tra le vetrine e i negozi delle famiglie dei miei coetanei: la sa-
la biliardi del bar Billi e la pizzeria Marechiaro, davanti alla
quale giocavano con l’allegra tribù dei cugini i miei amici Ga-
lerio e Andres, poi il negozio di materassi della famiglia di
Thomas e subito dopo, sulla destra, si apriva una stradetta
senza nome, un viottolo senza uscita che ancor oggi va a mo-
rire contro la recinzione della curva ospiti dello stadio.
Tecnicamente sarebbe un interno della strada maestra
contrassegnato dalla targa «segue la numerazione», ma i ra-
gazzini del quartiere la chiamavano da tempo immemorabile
«via delle Bombe».
E proprio lì in via delle Bombe, a tre traverse da casa no-
stra, viveva e scriveva canzoni l’idolo Vasco Rossi, quando an-
cora non aveva mai riempito uno stadio, e neppure un pala-
sport.

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Al massimo c’era il fratello più grande di qualche amico
che si era spinto a ballare allo Snoopy di Modena, e raccon-
tava che a metà serata la musica si era fermata e il patron del
locale aveva annunciato ai ragazzi che il deejay Vasco sareb-
be sceso in mezzo a loro per presentare un paio di canzoni
dal vivo. «Ma poi la musica ricomincia?», era stata l’allarma-
ta domanda che aveva accolto la notizia.
Lì da noi, oltre l’arco del Meloncello, la strada maestra
cambiava nome da via Saragozza a via Porrettana, e nel 1980
nessuno avebbe definito quel reticolo di strade strette fra la
collina, lo stadio e il cimitero della Certosa «una zona di pre-
gio».
Nei locali sotto la curva ospiti avevano la loro sede i vigili
del fuoco, e a ridosso del canale che porta in centro l’acqua
del Reno c’era persino un luna park di dubbia fama. E poi
confinavamo pericolosamente con una zona ritenuta, nel cor-
so degli anni Settanta e Ottanta, ‘difficile’: passato il canale
della Certosa si entrava nel quartiere Barca, dopo il Pilastro
il luogo più temuto dai bolognesi più tradizionalisti, quei
miei concittadini che leggono esclusivamente «Il Resto del
Carlino» e «Stadio», la domenica si mettono a tavola a mez-
zogiorno in punto, servono tortellini in brodo, bollito e torta
di riso con tutte le stagioni e parlano fra loro nel dialetto dei
padri. Servì qualche anno per convincerli che i «Barcaioli»,
alla fine, non erano cannibali. Sui loro ex rivali «Pilastrini»,
stanziati al capo opposto della città, va detto che ancora i più
pavidi nutrono qualche sospetto.
Ebbene, proprio fra noi semiperifericos di via Porrettana
aveva deciso di stabilire il suo domicilio Vasco all’alba degli
anni Ottanta: nel lembo estremo del quartiere Costa-Sara-
gozza, in una viuzza senza neppure un nome chiusa all’om-

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bra del Dall’Ara, lo stesso stadio che ieri sera gli ha tributato
l’ennesimo trionfo.
«Incredibile», mi avrebbe confidato molto tempo dopo,
quando ormai era diventato l’unica vera rockstar del paese,
ricordando quel periodo in via delle Bombe. «Ci ho vissuto
quattro anni, gli anni più belli, proprio».
Dividevano l’affitto in tre, e i coinquilini si chiamavano
Leo Persueder e Massimo Riva, deejay il primo e chitarrista
il secondo, amico di Vasco fin dagli anni di Zocca e delle pri-
me esperienze a Punto Radio.
L’ex studente di ragioneria – al Tanari di via Marchetti,
nello stesso complesso che oggi ospita il Polo artistico – nel
giro di un paio di anni aveva inciso il suo primo 45 giri (Jenny
è pazza / Silvia) e due album: Ma che cosa vuoi che sia una can-
zone?, distribuito solo in Emilia Romagna, e Non siamo mica
gli americani.
Rispetto alle acerbe apparizioni-intermezzo allo Snoopy di
Modena, era già un bell’andare.
«Facevamo centocinquanta concerti all’anno, a volte per
giorni di fila, grazie alle feste dell’Unità, soprattutto», avreb-
be ricordato Vasco.
Nel quartiere le ragazzine cominciavano a collegare deter-
minate hit radiofoniche a quello strano terzetto di giovani,
che sfilavano alle ore più varie in giubbotto e occhiali scuri
fra l’appartamento di via delle Bombe, la pizzeria Marechia-
ro, il bar Billi e la tabaccheria all’arco del Meloncello: «Non
è quello che canta Alba chiara, lui lì con gli occhi azzurri?» si
domandavano l’un l’altra.
«È lui, è lui. Carino. Ma come si chiama pure?»
Nella storia del quartiere Saragozza, southwestern Bologna
city, restano alcune perle concepite nell’appartamento di via
delle Bombe. Su tutte, il reggae di Voglio andare al mare, che

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cita il Messico mentre ai ragazzi sarebbe bastato il contante
necessario per uscire dal quartiere, imboccare l’autostrada e
concedersi una gita sulle spiagge della Romagna.
«Era un caldo bestiale, e noi a letto con la chitarra...» rac-
conta Vasco. «Dico a Massimo ‘facciamo un reggae’, che in
quell’anno andava di moda il reggae, e lui ha iniziato e io can-
tavo sopra ‘voooglio andare al mare’, proprio perché era l’ul-
tima cosa che potevamo fare, murati a Bologna con un caldo
bestiale... E il pezzo è nato così... Volevo andare al mare a ve-
dere così... Le tette nude... Tutte nude...».
Negli anni del disimpegno di massa, dell’abbandono delle
piazze a favore di stadi e discoteche, quella ribalda vitalità so-
spesa fra Baudelaire, Boccaccio e il bar all’angolo assumeva
una misura attuale e coraggiosa, destinata a colpire al cuore i
ragazzi, e non solo loro.
Età classica
(1982-1984)
Come vincemmo
il Mundial

I bambini di altre scuole erano tenuti a indossare il grem-


biule.
Noi di Casaglia invece, una volta onorati a dovere i vecchi
partigiani, eravamo lasciati a scorazzare liberi e casual nel
parco della scuola: potevamo giocare a calcio fino all’iperter-
mia o spingerci a rubare rusticani dagli alberi di un certo con-
tadino dei dintorni che, per rendere il tutto più eccitante, ci
sparava le fucilate a sale.
La nostra era essenzialmente una vita da ragazzini di cam-
pagna, e l’apparizione dei primi videogiochi Nintendo a va-
ligetta, come Donkey Kong o Mario Bros, non ci distoglieva
dal core business di costruire capanne, scovare passaggi se-
greti o batterci con i pari età di Villa Puglioli usando i rami
come armi e le pigne come munizioni.
La nostra maestra si chiamava Angela. Era gentile, spirito-
sa, e percepivo confusamente che desiderava fare di noi dei
bravi cittadini, possibilmente sinceri democratici, diversi dai
porci maschilisti reazionari che inquinavano il paese.
Sentivo che si prendeva cura del nostro futuro, e l’arrivo
delle vacanze era quasi un dispiacere.
Nel 1982, però, l’estate si segnalava con largo anticipo co-

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me un periodo molto speciale: per la prima volta le nostre va-
canze a Pinarella di Cervia non si sarebbero svolte nella casa
colonica di via Fienilone, di proprietà del contadino Pasqua-
le, ma in un appartamento moderno del cosiddetto «centro
commerciale» del paese.
Per alleviare il dolore di non veder più le galline e il cam-
po carico di grano, potevo pensare che avrei avuto a disposi-
zione uno speciale album Panini con le figurine dei calciato-
ri da completare durante la buona stagione. E mica d’un tor-
neo del cavolo, ma della Coppa del mondo, che si era gioca-
ta l’ultima volta in Argentina quando io non andavo ancora
all’asilo, e si sarebbe disputata di nuovo solo quando avrei
avuto la venerabile età di undici anni e mezzo.
Era la prima volta che trovavo su un album i giocatori
schierati nelle rispettive nazionali, e il fatto che l’Italia fosse
la prima squadra presentata mi rendeva ebbro di buoni au-
spici.
Fu un piccolo shock scoprire che nel frontespizio figurava
l’albo d’oro della Coppa del mondo: noialtri l’avevamo por-
tata a casa due sole volte, l’ultima delle quali nel 1938, più o
meno nel Cretaceo superiore.
Due misere coppe in bacheca, nient’altro, come i Cattivi
per eccellenza della Germania (Ovest) e un paese sconosciu-
to chiamato Uruguay, neppure qualificato per l’edizione in
corso. Due povere coppe archeologiche, mentre il Brasile ne
aveva già vinte tre. E per giunta gli adulti sussurravano che,
con lo squadrone che si ritrovava, era facile che quell’anno fa-
cesse poker sbaragliando la concorrenza.
La cadenza quadriennale e il gran pavese di bandiere sul-
la copertina dell’album venivano a dirmi dell’importanza ca-
pitale dell’evento: roso dall’ansia, cominciai a sperare che,
per una volta, non vincessero i superfavoriti.

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In fondo chi erano Zico, Socrates e Falcao? Se mai ce li
fossimo trovati di fronte, li avremmo assaliti e fatti a pezzi. Sa-
rebbe bastato metterci la foga giusta, come facevamo noialtri
di Casaglia quando si giocava nel ‘campone’ il derby contro
Villa Puglioli.
Fortunatamente non percepivo l’atmosfera di aperta sfi-
ducia che circondava Bearzot e la sua spedizione: non legge-
vo i quotidiani sportivi, e al massimo potevo imputare al mi-
ster friulano di non avere convocato nessun giocatore bolo-
gnese, neppure il mio beniamino personale Evaristo Becca-
lossi. Nonostante queste divergenze di vedute, io e i miei coe-
tanei avevamo fiducia in quel signore pacato e nella sua inse-
parabile pipa, così simile a quella del presidente Pertini.
Alla vigilia del match d’apertura, noi under 10 eravamo
forse gli unici italiani a credere con fiducia incrollabile nel-
l’avvicinarsi del trionfo.
Seguivo le partite al bar con mio padre e mezzo paese, in
un’atmosfera carica di aspettative che non avevo mai cono-
sciuto. Non bastò a demoralizzarmi il pareggio senza reti
contro la Polonia: era il paese del papa, e sommergerli di gol
sarebbe stato sconveniente.
Né mi scandalizzai per il misero uno a uno contro il Perú,
ché i sudamericani giocavano con una maglia davvero irresi-
stibile, bianca con banda diagonale rossa, e avevano ascoltato
l’inno con la mano sul cuore, come una vera pattuglia d’eroi.
Restava solo il Camerun.
«Se non vinciamo neppure coi negri, meglio ritirarsi», ave-
va annunciato un vicino d’ombrellone. Nel pomeriggio,
quando Graziani di bianco vestito buttò la palla in rete,
esplosi con tutto il bar e tutta Pinarella di Cervia.
Finì con un altro pareggio, questa volta carico di sospetti,
ma nonostante tutto eravamo ancora in gioco.

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Le formazioni superstiti erano state divise in quattro grup-
pi da tre squadre ciascuno, e la migliore di ogni gruppo sa-
rebbe passata in semifinale.
Per non farmi mancare emozioni, gli Azzurri si ritrovaro-
no con le due squadre più temibili del pianeta: gli argentini
campioni del mondo e i fuoriclasse verdeoro.
Il solito vicino d’ombrellone asseriva che la situazione non
ci lasciava scampo: era come trovarti chiuso in ascensore con
due pugili inferociti, e sapere che solo uno di voi sarebbe
uscito dalla cabina sulle sue gambe.
Dal mio punto di vista quel vicino d’ombrellone era solo
un cacasotto, e forse portava pure rogna. In realtà la situa-
zione era ideale: finalmente saremmo dovuti scendere in cam-
po a muso duro, senza più trattenerci come si fa quando si
gioca contro i più piccoli.
Come tutti ricordano, non ci fu pietà per gli argentini e i
loro numeri di maglia in ordine alfabetico, né per i fuoriclas-
se brasiliani: al terzo gol di Paolo Rossi, dentro il bar vidi sco-
nosciuti che s’abbracciavano e donne in lacrime.
L’esecrato Bearzot aveva compiuto il miracolo! Il riprove-
vole Paolo Rossi era il miglior centravanti di rapina del mon-
do! Eravamo fra le prime quattro squadre del pianeta, salda-
mente qualificati per le semifinali, e sull’onda dell’entusiasmo
molte famiglie italiane, fra cui la mia precipitosamente rien-
trata dal mare, si dotarono del loro primo televisore a colori.
Trovai le strade di Bologna pavesate di tricolori e drappi az-
zurri: adesso che mancava un niente, cominciavano a creder-
ci anche gli adulti e trovavi scritte a spray «Zico e mosca!»
tracciate dai buontemponi in giro per la città.
Nel frattempo, la mia certezza inossidabile nel trionfo mi
era valsa in casa un ruolo semi-istituzionale da mascotte.
Officiai con l’album Panini sotto braccio la semifinale con-

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tro la Polonia, che questa volta calpestammo senza riguardi
per Sua Santità.
Eravamo in finale e, mentre cresceva la febbre degli altri,
io cominciavo ad avere paura.
Quel torneo era stato un circo meraviglioso, pieno di epi-
sodi stupefacenti come l’ingresso in campo d’uno sceicco
kuwaitiano deciso a fare annullare un gol, o le dieci reti che
l’Ungheria aveva rifilato a El Salvador.
Se qualcuno aveva dato una pessima prova di sé, natural-
mente erano stati i Cattivi della Germania Ovest: sconfitti nel
girone iniziale dall’Algeria, si erano assicurati la qualificazio-
ne solo grazie a una scoperta combine con i loro cugini au-
striaci.
Non paghi di avere dato scandalo insieme ai tradizionali
alleati, erano approdati in qualche modo in semifinale contro
la Francia. Prima il loro portiere aveva atterrato con una mos-
sa da lotta libera un giocatore francese, e fin qui era nella lo-
ro natura di gente insensata e violenta, ma l’incredibile era ac-
caduto più tardi, durante i calci di rigore decisivi: sbagliato il
suo tiro dal dischetto, il gigante baffuto Uli Stielike era scop-
piato a piangere come una femminuccia.
Eterna vergogna! Dal nostro punto di vista di giovani cal-
ciatori delle elementari, piangere in campo era un’attività
umiliante e quasi inconcepibile. Insomma quell’orco non me
la contava giusta: aveva finto di piangere, per impietosire l’ar-
bitro e distrarre il portiere avversario, che infatti si era la-
sciato battere una volta di troppo.
Era con queste credenziali che i Cattivi osavano presen-
tarsi in finalissima contro di noi, e ogni pietra della città ave-
va capito l’antifona: al Bernabeu non si sarebbe giocata una
partita di calcio, ma la battaglia finale fra il Bene e il Male.
Era arrivato il giorno della vendetta per le stragi dei nassi-

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sti, e il presidente partigiano Sandro Pertini volò in Spagna
per assicurarsi che i nostri ragazzi avessero compreso la por-
tata storica dell’evento: non mi sarei stupito se quella sera la
squadra si fosse presentata col fazzoletto rosso al collo, gli
Sten e le bandoliere di cartucce.
Scendemmo in campo alla bolognese, organizzati e ubria-
chi di voglia di lavorare: poiché noi eravamo i Buoni e loro i
barbari eredi di Bismarc e Itler, li facemmo giustamente a
brandelli.
Ciapa int’al cul, Uli Stielike! Adesso sì che puoi piangere
davvero!
Mentre andavano in scena i caroselli e i tuffi nella fontana
del Nettuno, avevo un solo rammarico: non essere più sulla
riviera romagnola, a controllare che i Cattivi in vacanza lag-
giù facessero le valigie e s’incamminassero, a occhi bassi e con
la tradizionale disciplina, verso il Brennero.
«Vado al massimo»

I tedeschi e le loro figlie carine continuarono a calare in ri-


viera ad ogni principiar della buona stagione; in compenso
del nostro rocker di quartiere e della sua vita da scapigliato
anni Ottanta cominciavano a occuparsi da vicino i giornali e
la televisione.
Le sbarbe della zona riconobbero con un sussulto «quello
carino con gli occhi azzurri che canta Alba chiara» a Dome-
nica In e nella scenografia spaziale del Festival di Sanremo
1982 con l’inaudita Vado al massimo. Sarebbe tornato all’A-
riston l’anno successivo, a reclamare «una vita spericolata»,
«come quelle dei film», staccando il biglietto per la definiti-
va celebrità.
Fa uno strano effetto scorrere le classifiche di quelle due
edizioni del Festival: ultima nell’anno del Mundial Vado al
massimo (vinse Riccardo Fogli, ex Pooh), e penultima dodi-
ci mesi più tardi Vita spericolata, destinata a diventare una
delle canzoni italiane più amate di sempre.
Vasco abbandonò il palco dell’Ariston prima della fine
della canzone e si lasciò alle spalle in graduatoria il solo En-
zo Ghinazzi in arte Pupo, ma poco importa: la stampa mora-
lista aveva trovato nel rocker emiliano il suo ‘cattivo’ nuovo

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di zecca, gli impolitici ragazzi degli anni Ottanta un nuovo
eroe dallo schietto carisma.
«Io mi sono accorto di essere arrivato quando ho scritto
Vita spericolata», mi avrebbe dichiarato Vasco. «Oh, prima
mi ero tolto delle belle soddisfazioni, ma non erano ancora
soddisfazioni come le volevo io... Con Vita spericolata ho det-
to: ‘Cazzo, questa è veramente la canzone della mia vita’».
Da lì in avanti nessuno fra Aosta e Agrigento avrebbe più
dimenticato il suo nome, capace di farti pensare all’epoca
delle grandi esplorazioni come al tuo vicino di casa, e la stes-
sa figura del ‘cantante italiano’ non sarebbe più stata la stes-
sa.
Quanto a lui, aveva appena abbandonato via delle Bombe
per un casolare nei dintorni di Casalecchio, un posto più
grande e adatto ad ospitare amici e amiche.
Però carta canta: i quattro anni nell’appartamentino con
Riva e Persueder sono stati «i più belli».
Ecco perché consiglio ai signori che guideranno il Comu-
ne di Bologna nel XXII secolo, quando nessuno di noi sarà
più qui in giro a consumare il lastricato dei portici, di appor-
re una targa bella grande in via delle Bombe. «Fra queste mu-
ra sorse la leggenda di Vasco Rossi». Con le date precise del
soggiorno, e una frase solenne a lettere prismatiche: «Qui en-
trò ragazzo e uscì rockstar». O anche più sobria, giudiche-
ranno loro.
Però una statua a grandezza naturale di Massimo Riva, il
folletto della ritmica scomparso nel 1999, riscuoterebbe con-
sensi fin da oggi. Ve lo garantisco io che sono della zona.
Sciopero!

Ogni tanto la maestra Angela ci faceva aprire il diario, e detta-


va un avviso che ognuno era tenuto a mostrare ai genitori ché
lo firmassero: «Le organizzazioni confederali Cgil-Cisl-Uil
hanno proclamato una giornata di sciopero nella data del...».
A quel punto, già esultavamo scomposti: se lo sciopero era
promosso dalle tre magiche sigle, avevamo la certezza che per
noi non ci sarebbe stata scuola.
La maestra aveva un bell’affannarsi per spiegare la diffe-
renza fra uno sciopero e, poniamo, la festa del Santo Patrono.
Personalmente, ero contento perché sapevo che avrei po-
tuto trascorrere la giornata in centro.
Richiedeva il suo tempo, raggiungere i dintorni di piazza
Maggiore, e non era cosa di tutti i giorni. Ci si andava il sa-
bato pomeriggio, a piedi e senza protestare in cambio d’un
gelato alla Torinese; durante la settimana, solo quando salta-
va la scuola, ed era un po’ come andare all’estero.
Potevo accompagnare nonna a fare spese al Mercato delle
Erbe, dove parlava in dialetto con i venditori. Qualcosa af-
ferravo, ma appena la conversazione prendeva quota era co-
me assistere a incomprensibili pezzi di teatro in giapponese,
o uzbeco stretto.

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Oppure potevo raggiungere insieme a mio padre piazza
Verdi, il cuore della zona universitaria, dove svettavano tre
totem metallici di Giò Pomodoro. Sotto le finestre erano ap-
pesi striscioni in un alfabeto sconosciuto, che mio padre giu-
rava essere opera degli studenti greci.
«Sono buoni o cattivi, babbo?»
Niente paura, erano bravi ragazzi, figli di una democrazia
ancora fragile.
Ero fiero di scortarlo all’interno del dipartimento di Disci-
pline storiche, in largo Trombetti, dove condivideva un uffi-
cio con il suo ex insegnante Paolo Prodi. Generalmente, men-
tre mio padre si procurava i documenti che avrebbe poi esa-
minato a casa, venivo parcheggiato con un foglio e una penna
in un ambiente dalle alte scaffalature metalliche colme di libri
e faldoni, che doveva essere l’archivio del dipartimento.
Seduto a un tavolo immenso per le mie dimensioni ancora
ridotte, sotto la grande finestra difesa da una grata, aspettavo
disegnando il ritorno del Pater.
Se non passavano a farmi visita i suoi colleghi che cono-
scevo come amici di famiglia, potevo restare solo per un tem-
po discretamente lungo, così mi cimentavo con soggetti com-
plessi, vere e proprie scene di massa fitte di inglesi dell’Otta-
va Armata in azione contro l’Africacòrp.
Grazie agli amati soldatini Matchbox, agli inserti Conosce-
re insieme del «Giornalino» e ai vecchi «Supereroica» di mio
cugino Gabriele conoscevo nel dettaglio l’equipaggiamento
di tedeschi, inglesi, russi, americani e giapponesi. Altre mar-
che proponevano autentiche chicche in scala 1/72, come i
parà italiani (ma erano italiani buoni o cattivi?) o i fanti di ma-
rina francesi (e loro?). In determinate cartolerie off si trova-
vano financo i cinesi camuffati con la paglia. Inspiegabil-
mente, però, non c’era verso di rimediare una sola scatola di

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soldatini dedicata ai partigiani delle Brigate Garibaldi, e nep-
pure ai polacchi del generale Anders, che pure nel giorno ra-
dioso del 21 aprile 1945 avevano liberato insieme la città dal
giogo nazifascista.
La nostra versione cittadina della seconda guerra mondia-
le e della lotta di liberazione mostrava una crepa fatale agli
occhi d’un bambino degli anni Ottanta: mancavano i gadget.
Se una ditta seria come la Matchbox non produceva par-
tigiani e polacchi, e nella serie di diorami Atlantic la battaglia
di Porta Lame del novembre 1944 non figurava accanto a Sta-
lingrado, Iwo Jima e Bastogne, come avremmo potuto met-
tere in scena il nostro mito fondativo?
Un sospetto orribile si faceva largo: forse anche Bologna
aveva perso la seconda guerra mondiale.
In ogni caso ne era uscita rossa, e la sua sterminata cam-
pagna, la Bassa, ancor di più.

Nonna Pina è stata battezzata nel 1920 nel paese di San Pie-
tro in Casale, figlia d’un piccolo proprietario terriero reduce
della Grande guerra, ed io conosco da sempre le sue storie.
Storie a lungo sussurrate al riparo di finestre chiuse, per
non dare l’impressione ai vicini di voler recriminare su come
si sono messe le cose a Bologna e dintorni dopo il 1945. Né
ai vicini né ai figli, che tutti e sei votano a sinistra.
Sono le storie standard di una famiglia monarchica che, a
re fuggito, fece l’errore di non voltare le spalle alla Repub-
blica Sociale di Mussolini.
Storie di ex braccianti che entrano in casa tua a piacimen-
to, per taglieggiare e minacciare indiscriminatamente la fa-
miglia dell’ex datore di lavoro.
Storie di esecuzioni a colpi di revolver lungo strade neb-
biose di campagna, di uomini rapiti di fronte ai figli e mai più

43
tornati a casa, di ragazzi di vent’anni trovati cadaveri nel for-
no del paese.
Se pure i repubblichini pagavano per vent’anni di dittatu-
ra e due inverni di occupazione militare straniera costellata
di rappresaglie, nella Bassa la fine della guerra era stata se-
guita da uno strascico di violenze e vendette personali di cui
era difficile immaginare i reali contorni, se non ascoltandone
il racconto dalla viva voce delle vittime di quel regolamento
di conti su larga scala che spazzò via migliaia di piccoli pro-
prietari dalle campagne emiliane.
Nessuno parlava in pubblico di storie del genere, né dei
successivi brindisi clandestini in occasione della morte di To-
gliatti, e neppure io facevo loro troppa pubblicità: non ero fe-
lice di sapere che la famiglia di mia madre, nel momento cru-
ciale, si era schierata dalla parte sbagliata.
Quanto alla famiglia paterna, neppure nonno Agostino
Brizzi era stato partigiano. Era del 1901, e il suo potenziale
eroismo risaliva a un’epoca più remota. Dopo Caporetto, ap-
pena sedicenne, era scappato di casa col progetto di combat-
tere gli austriaci faccia a faccia. Però nelle retrovie era stato
intercettato da un gruppo di alpini laceri, reduci dalla prima
linea, che l’avevano provvidenzialmente respinto: prima di ri-
spedirlo dai genitori a San Lazzaro di Savena gli vuotarono lo
zaino e si impossessarono di tutti i viveri, compresa una sal-
siccia su cui mio nonno doveva fare molto conto, se conside-
rate che ne parlava ancora con rimpianto negli anni Novan-
ta, né mostrava gratitudine per quei «ladroni con la penna sul
berretto» che in fondo gli avevano salvato la vita.
Gli alpini non l’avevano lasciato partecipare per motivi
d’età alla prima guerra mondiale, e la seconda l’aveva trova-
to già sposato e padre di famiglia, impiegato all’ufficio posta-
le del suo paese alle porte di Bologna.

44
Si diceva che alla fine degli anni Quaranta avesse parteci-
pato, pistola in pugno, alla cattura del bandito Casaroli, ma
questo non cancellava il fatto che non avesse preso parte in
alcun modo alla Resistenza.
Il resto era meglio immaginarlo senza parlarne troppo in
giro.

Non potendo disegnare i miei antenati in camicia nera, nel


ruolo dei Cattivi disegnavo l’Africacòrp di Rommel, mentre i
Buoni erano quelli dell’Ottava Armata di Montgomery con il
suo variopinto seguito di truppe dei dominions, gurkha ne-
palesi, fucilieri sikh e maori.
La superiorità di Montgomery doveva risultare chiara già
dall’abbigliamento: se Rommel dirigeva i suoi appesantito da
un pastrano e con una vezzosa sciarpa fuori ordinanza, l’In-
glese preferiva stare leggero, con un semplice maglioncino,
rinunciando all’orribile cappotto con gli alamari cui pure
aveva dato il nome.
Mi impegnavo a fondo per rappresentare il momento clou
della campagna d’Africa per come la immaginavo, e cioè
quando Montgomery con i suoi fedelissimi accerchia Rom-
mel, unico superstite tedesco della carneficina e, puntando-
gli la pistola addosso, ordina «Arrenditi, o lurida volpe del
deserto».
Era un momento fondamentale, il disegno del fumetto che
usciva dalla bocca di Montgomery, e per scrivere più o meno
correttamente il testo dovevo ripeterlo più volte.
Magari nello sforzo del lettering mi scappavano anche de-
gli «Ar-ren-di-ti, o lu-ri-da vol-pe» ad alta voce, e di tanto in
tanto mio padre si affacciava preoccupato nell’orbita della
porta dell’archivio.

45
«Li hai trovati, quei documenti che cercavi?» mi informa-
vo.
«Ancora un momento di pazienza», si raccomandava ag-
giustando gli occhiali sul naso, segno che non era sincero.
«Devo fare solo un paio di telefonate, e poi andiamo».
«Dove?»
«Da Zanichelli».
Era la mia libreria preferita. «Compriamo un libro?»
«Andiamo a sceglierne uno. Poi la prossima volta lo com-
priamo».
Lo diceva sorridendo. Non ci credeva neppure lui, che mi
avrebbe lasciato sognare ad occhi aperti per poi condannar-
mi ad uscire a mani vuote, senza neppure un Mark Twain, o
il suo amato Jack London «che dovresti assolutamente leg-
gere».
«D’accordo» dicevo cercando di nascondere l’entusiasmo.
«Io intanto finisco il disegno».
«Dài. E, se ci sbrighiamo, sulla strada del ritorno passiamo
dalle sorelle Simili».
Quell’estrema promessa era segno che le telefonate di mio
padre minacciavano di essere molto lunghe. Sarebbe servito
correre, dopo, per arrivare in tempo nella bottega profuma-
ta che quelle sorelle, vere artiste di pane, crescente e grissini,
gestivano in via Frassinago.
Non appena il Pater scompariva di nuovo nel suo ufficio,
aggiungevo particolari alla rappresentazione, inserivo stem-
mi e decorazioni sulle divise, o istoriavo le guaine dei coltel-
lacci che i gurkha portavano in cintura.
Arrivava un punto in cui sul foglio restava pochissimo spa-
zio libero: il disegno si poteva considerare finito per limiti
tecnici, e mi prendeva vaghezza di sgranchirmi le gambe. Al-
lora, piuttosto che impegnarmi in una seconda opera monu-

46
mentale, preferivo cedere alla tentazione di dare un’occhiata
allo shrapnel.
Lo chiamavo così solo io, a imitazione delle Sturmtruppen,
ma in realtà era l’ogiva in plastica di un lacrimogeno della Ce-
lere piovuto attraverso la grata della finestra nei giorni tur-
bolenti del marzo ’77. Era conservato scherzosamente dentro
un armadio di metallo in un angolo dell’archivio, a testimo-
nianza di giornate in cui la zona universitaria si era trovata in
stato d’assedio.
La sola idea che fosse stata sparata da un fucile vero mi in-
duceva ad avvicinarmi con cautela a quell’affascinante ogiva
di plastica.
Mio padre detestava le armi, non ci regalava pistole né fu-
cili giocattolo, però conosceva la fascinazione che mi portava
a collezionare soldatini e mettere insieme sbilenchi Aermac-
chi dalla livrea mimetica. Ai suoi tempi, era andato pazzo per
i soldatini in cartoncino da ritagliare, in particolare i napo-
leonici. Per qualche motivo, tuttavia, non parlava volentieri
degli scontri all’università di pochi anni prima, nel corso dei
quali poliziotti e carabinieri in carne ed ossa avevano sparato
centinaia di lacrimogeni come quello conservato al diparti-
mento – e qualche decina di colpi di Beretta – verso ragazzi
che li bersagliavano con pietre e bottiglie incendiarie.
Più tardi avrei imparato che, secondo il Pater, quella piaz-
za era inquinata da troppi provocatori, mentre i blindati del-
l’esercito che avevano riportato l’ordine erano stati solo l’an-
nuncio del giro di vite che, dopo il sequestro e l’omicidio di
Aldo Moro, avrebbe segnato la storia d’una generazione in-
tera.
All’epoca ignoravo gran parte di queste faccende. Sapevo
solo che mi era espressamente proibito aprire armadi e cas-
setti dell’archivio, foss’anche per rivedere un’ultima volta la

47
superficie levigata dello shrapnel, così esitavo ai piedi dell’ar-
madio.
Se mio padre mi avesse sorpreso, non sarebbe stato con-
tento.
Però una sbirciatina potevo pur darla. Una sbirciatina giu-
sto per controllare se il reperto era al suo posto...
Aprii con cautela una delle ante, e lo shrapnel era lì.
Si distingueva l’ammaccatura sulla testa dell’ogiva, nel
punto in cui aveva toccato la grata della finestra per poi sfon-
dare il vetro e piombare all’interno con il suo pennacchio di
gas.
Lo toccai furtivamente, e dopo ne volli stringere in mano
il fusto, così come doveva aver fatto il poliziotto prima d’av-
vitarlo alla canna del fucile.
Vuoto com’era, era leggerissimo. Lo accostai alle narici.
Qualunque gas avesse contenuto, non se ne distingueva più
l’odore.
Sentii troppo tardi i passi che si avvicinavano e, sorpreso
dall’emozione come un perfetto pisquano, richiusi l’armadio
senza mollare il corpo del reato.
«Ehi, ciao» disse alle mie spalle la voce dell’uomo che mi
aveva sorpreso.
Voce già nota. Calda, amichevole. Non mio padre, co-
munque.
Mi voltai lentamente, reggendo lo shrapnel con noncuran-
za, come l’avessi appena raccolto da terra.
Per fortuna era Massimo Donattini, il più rock fra i colle-
ghi di mio padre. Massimo veniva da Imola, giocava a basket,
si spostava sempre in bici e duplicava per noi su cassetta il
meglio della produzione discografica italiana e mondiale, di
cui era prodigiosamente rifornito.
Rock west coast? Psichedelia inglese? Live semiscono-

48
sciuti di cantautori italiani? Massimo aveva tutto. E a giudi-
care dalla cassetta tdk da 90 minuti che mi mostrava speran-
zoso, aveva appena copiato per noi qualcosa di nuovo.
«È per te», mi disse. «Il nuovo di Vasco Rossi».
«Oi, grazie».
Gli consegnai lo shrapnel, e in cambio ricevetti una copia
pirata del nuovissimo Va bene, va bene così.
«Coca-cola era forte» dissi. «E questo com’è?»
«Molto forte», ammise quel giovane storico appassionato
di basket e rock’n’roll.
«Forte come Coca-cola?»
«Questo è dal vivo» specificò Massimo. «E l’altro in verità
si chiamava Bollicine».
Mi guardava, e capivo che avrebbe voluto aggiungere
qualcosa.
Poi sentimmo altri passi nel corridoio, e Massimo ripose lo
shrapnel nell’armadio.
Questa volta era mio padre.
«Ehi, Massimo ci ha fatto una copia del nuovo disco di Va-
sco Rossi» annunciai festoso.
«Bell’esempio, per i ragazzi» mormorò mio padre con un
sorriso obliquo. «Il disco di un galeotto. Però Coca-cola era
forte».
«Bollicine» precisò Massimo. «E questo è dal vivo».
Alla prima pausa utile, domandai perché Vasco Rossi fos-
se da considerare un galeotto.
Mio padre sorrise e disse semplicemente: «Perché è in pri-
gione».
«A Pesaro» aggiunse Massimo, come a ridurre il mio al-
larme: lo tenevano a Pesaro, mica a Sing Sing.
«Ma perché è in prigione?» insistetti con la tenacia dello
studente di quarta elementare. Credevo fosse uno scherzo. In

49
prigione ci andavano i ladri, i banditi e i turchi che sparava-
no al papa. Non, che io sapessi, i cantanti.
«Dai qui» disse mio padre facendosi consegnare la casset-
ta. «Meglio se la tengo io». Poi scoppiò a ridere e domandò
a Massimo: «Come dice pure nella canzone nuova?». Non era
un moralista, e prese a canticchiare sottovoce, i piedi inchio-
dati sul posto e le braccia che roteavano a mulino: «Ti porte-
rei anche in America... Ho comperato la macchina apposta».
«Colpa d’Alfredo» confermò Massimo.
«Troppo forte» tagliò corto mio padre. «Quel Vasco è ve-
ramente un soggetto sui generis».
«Lo sapete che abitava dietro casa nostra?» rilanciavo, ma
ormai il discorso degli adulti era scivolato altrove, e io co-
minciavo a mordere il freno per andare.

Di quel periodo a metà degli anni Ottanta, quando la carrie-


ra e l’equilibrio psicofisico di Vasco sono stati entrambi a ri-
schio, avrei potuto parlare con lui stesso molti anni più tardi,
seduti tranquillamente in un ristorante della periferia di Bo-
logna: «Con Vita spericolata io godevo come un matto, avevo
i soldi, il successo... Non mi rendevo bene conto... Poi mi
hanno arrestato, tanto per gradire...». L’ombra d’un sorriso
gli ha sfiorato le labbra, poi mi ha piantato negli occhi il suo
sguardo azzurro e ironico, e ha aggiunto sornione, come ri-
spondesse a se stesso: «Eh... Se mi hanno messo dentro, evi-
dentemente qualcosa di storto lo avevo fatto...».
Il Maestrone e Lucio

Andare in centro mi piaceva anche perché si potevano incro-


ciare le celebrità locali. Quelle che più mi colpì vedere dal vi-
vo potevano essere fumettisti come Bonvi, con il suo incredi-
bile cappello da cowboy, o il baffuto Magnus, ma perlopiù
erano cantanti e musicisti.
Francesco Guccini, Lucio Dalla e Gianni Morandi erano
gli antenati, quelli che esistevano da prima. Prima di Vasco e
prima di ogni mio albore di consapevolezza.
Poi c’erano anche bolognesi giovani che si apprestavano a
balzare ai primi posti in classifica, ma soprattutto tanti artisti
forestieri che eleggevano Bologna a domicilio più o meno
temporaneo. Intanto si agitava il mondo delle cantine, l’in-
domita scena underground cittadina di cui all’epoca sospet-
tavo solo vagamente la portata, e di cui potevano ritenersi i
più nobili portabandiera i Gaznevada (almeno fino allo scio-
glimento, preludio di nuove metamorfosi), gli Skiantos e i
Windopen. Tutta roba interessante che avrei recuperato un
po’ più avanti, negli anni del liceo e dell’università, grazie ai
racconti orali dei protagonisti.

Tranne le vecchie appassionate di liscio e i punk crestati se-

51
duti davanti al Disco d’oro, tutti erano pronti a riconoscere
che con Vasco ci si divertiva davvero.
Ma nessuno a Bologna, nella prima metà degli anni Ot-
tanta, godeva dello stesso rispetto tributato al ‘Maestrone’
Francesco Guccini.
Solo Andrea Pazienza, scoprii più tardi, aveva osato met-
terlo alla berlina come menagramo in certe sue tavole, ma
noialtri all’epoca non sospettavamo nulla e pendevamo dalla
sua barba come da quella d’un profeta sceso dalle montagne,
le nostre montagne.
Il Maestrone era semplicemente perfetto, per una ragio-
nevole città socialista che di tanto in tanto ama farsi trattare
da anarchica e testa calda, e infatti godeva dell’autorevolezza
senza tempo propria dei grandi capi religiosi: immutabile
nell’immagine che campeggiava (e campeggia identica da
trent’anni) sui manifesti dei live, granitico nella scelta della
scaletta, sempre identico a se stesso nella sua ironia un po’ pe-
dante.
Se dai cantanti rock non sapevi mai cosa aspettarti, con il
«Guccio», che incideva per la Emi già nel 1967, andavi a col-
po sicuro: come l’immagine nei manifesti, non invecchiava
mai. Non si poteva dire neppure che ringiovanisse, tuttavia
col tempo appariva meno grave e pensoso del se stesso in
Eskimo di qualche anno prima.
Per la sua città d’adozione Guccini aveva scritto una can-
zone bellissima nel quasi-concept-album Metropolis, e la
«vecchia signora dai fianchi un po’ molli», un poco «bambi-
na perbene» e un poco «busona», nell’estate del 1984 l’ave-
va ricambiato con una indimenticabile serata estiva: per il li-
ve Fra la via Emilia e il West piazza Maggiore era gremita, e
decisa ad omaggiare quel cantautore che fin lì non si era pre-
sentato quasi mai accompagnato da una band. Quella sera

52
speciale, invece, salirono sul palco con Guccini e i suoi stru-
mentisti anche Giorgio Gaber, Roberto Vecchioni e i due
complessi con cui il Maestrone aveva collaborato da ragazzo:
gli eterni Nomadi e un’Equipe 84 salutata come rediviva, ma
in realtà destinata soprattutto a malinconiche apparizioni in
programmi-nostalgia televisivi.
Invece lui metteva d’accordo tutta la famiglia: non dev’es-
sere un caso se il mio primo concerto sarebbe stato un live di
Guccini al Palasport, a sgolarmi sotto il palco con gli amici
mentre i miei genitori sedevano in gradinata.
All’osteria Da Vito l’avrei sempre visto mangiare, bere e
giocare a carte come un comune mortale, senza mai pontifi-
care o sforzarsi di attirare l’attenzione. È difficile credere
quanti pellegrinaggi per laica devozione e lambrusco siano
avvenuti fra l’osteria di via Musolesi e l’adiacente palazzina
di via Paolo Fabbri 43, e anche qui il Comune di Bologna,
quando nel XXII secolo non saremo più da queste parti, do-
vrebbe impegnarsi a mettere una bella targa.
Io sono fra i fortunati che in via Paolo Fabbri ci è arrivato
su invito del padrone di casa, una volta che ci hanno chiesto
di scrivere un articolo a quattro mani in cui si mettesse in sce-
na una contrapposizione fra vino e birra: oltre alle pareti mu-
rate di libri fino al soffitto e a un gagliardetto della Pistoiese,
mi avrebbe lasciato sbalordito la spartana confidenza con cui
mi trattava l’autore dell’Avvelenata.
«Mettiti comodo, Brizzi. Ma soprattutto spiegami come ti
è venuta questa idea bislacca di prendere le parti della birra
contro il vino».
«Ma Guccini... Pensavo di lasciare a te l’onore di cantare
le lodi del vino. Mi sembra il minimo. E poi lo sai che il mio
primo concerto è stato...».

53
«Se devo dirti la verità questo articolo è un po’ una cazza-
ta. Ma almeno gli argomenti non mancano».
Poi ci siamo messi a scrivere insieme il proemio del pezzo,
gomito a gomito alla scrivania, e mentre fiorivano rapide le
righe speravo che una parte del suo profetico fluido conta-
giasse il giovanotto inesperto che ero.

Se l’osteria Da Vito e il reticolo di strade della Cirenaica era-


no ritenute già venticinque anni fa il tempio di Guccini, e il
Roxy Bar di via Rizzoli (non importa quanto a sproposito)
quello di Vasco, il nome di Lucio Dalla veniva spesso citato
traversando i giardini di piazza Cavour. C’era sempre qual-
cuno che indicava il piano nobile d’un palazzo e diceva so-
lennemente: «Lì abita Lucio Dalla».
Di lui in città si diceva che era un valente jazzista, sinoni-
mo di vita anticonformista ma in qualche modo nobile, e che
da ragazzino aveva suonato spesso il clarinetto all’Antoniano,
il teatro parrocchiale che ospita lo Zecchino d’Oro.
Raggiunta l’età adulta e scritte alcune splendide canzoni,
il suo carisma appariva innegabile. A Bologna – nel cui cen-
tro non si perde neanche un bambino – se ne parlava come di
uno sperimentatore e uno scopritore di talenti: fra l’altro ave-
va inciso tre album col poeta Roberto Roversi e al suo fianco
erano sorti gli Stadio, un gruppo per il cui logo era stato scel-
to con autentico colpo di pop art la testata verde dell’omoni-
mo quotidiano sportivo bolognese, oggi gemellato al «Cor-
riere dello Sport». Gli Stadio non mi facevano impazzire, ma
di sicuro li trovavo meglio dei loro presunti rivali, gli archeo-
logici Pooh.
Però di Lucio Dalla si raccontava anche una storia terribi-
le: suo figlio era morto soffocato da una cicles, ossia una gom-
ma da masticare, inghiottita deliberatamente. Questo alme-

54
no ci raccontavamo noialtri studenti di Casaglia, presumibil-
mente per metterci in guardia l’un l’altro sul fatto che la ci-
cles, dopo lunga ruminazione, va rigorosamente sputata.
Quando la ripetevo agli adulti, questa leggenda metropoli-
tana sul figlio sfortunato di Lucio Dalla, si lasciavano andare a
una risatina maliziosa. «Forse quel poveretto era il figlio di
qualcun altro», dicevano con l’aria di chi la sa lunga. «Fìdati».

Busone a Bologna significa gay, ma anche persona di smoda-


ta fortuna, ed è un termine che ha qualcosa di affettuoso. Che
i gay del XXI secolo non si vogliano far chiamare coi vecchi
nomignoli politicamente scorretti, ben si capisce. Ma resta il
fatto che Bologna è una città femmina, poco incline al ma-
chismo più ruspante, e l’esser busone è sempre stato visto co-
me una debolezza di cui sorridere, più che come un vizio ri-
provevole. Non a caso qualcuno la considera la capitale cul-
turale degli omosessuali italiani.
Ad ogni modo qui la musica leggera è un fatto troppo se-
rio per lasciarsi imbrigliare da vecchi pregiudizi da sacrestia:
fin quando scrive grandi canzoni, l’artista può essere tran-
quillamente busone, drogato o alcolista, o anche tutte e tre le
cose insieme.
A Bologna non c’è niente di strano nemmeno agli occhi dei
più retrivi. Sotto le Due Torri siamo abituati a ben altro, da
Farinelli ai jazzisti più marci, passando per le leggendarie se-
rate omo al Kinki.
In un certo senso, fa più scalpore un cantante salutista co-
me il maratoneta sessantenne Gianni Morandi. Fra non mol-
to, parleremo anche di lui.
Alto medioevo
(1985-1988)
Rituali di iniziazione

«Quando sono uscito ho avuto un po’ di esaurimento nervo-


so, che mi è durato due o tre anni, e lì ho iniziato a maturare,
a rendermi conto che tutto quello che avevo seminato nella
mente della gente aveva germogliato, e aveva anche messo ra-
dici talmente grandi che io non ci potevo più fare un cazzo...»
avrebbe ricordato Vasco a proposito del periodo 1985-87.
Durante il suo «esaurimento nervoso», testimoniato da una
confusa apparizione televisiva a fianco di un Mike Bongiorno
non meno svagato, era uscito un nuovo album, Cosa succede in
città, seguito nel 1987 da C’è chi dice no, sempre per l’etichet-
ta Carosello. I singoli furono altrettanti inni dei ragazzacci e di
chi sognava di esserlo, portati in qua da un Vasco che appari-
va confuso e arrabbiato, agli antipodi rispetto ai giovani acco-
modanti, i contestatori gentili dipinti dai media fra l’85 e l’86.
La band era quella di sempre, con Massimo Riva e Mauri-
zio Solieri alle chitarre. In occasione del tour di C’è chi dice
no i palazzetti si erano riempiti uno dopo l’altro, e per la pri-
ma volta si era suonato negli stadi. Anche il telepredicatore
Celentano avrebbe voluto in tivù il ‘sopravvissuto’ del rock
italiano, che però aveva disdetto all’ultimo momento la par-
tecipazione al programma.

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Pochi mesi più tardi, il 1° luglio 1988, Vasco venne nuo-
vamente arrestato: fermato per un controllo sull’A14, a bor-
do della sua Bmw furono rinvenuti un grammo di cocaina,
uno sfollagente e una pistola a gas. L’incidente però si risol-
se in fretta, giusto il tempo di qualche autografo agli agenti e
ai fans prontamente accorsi.
Ormai, come si disse con bizantina condiscendenza, Va-
sco «poteva permettersi» molte cose.

Noialtri minorenni rimasti a presidiare i dintorni dello stadio


Dall’Ara, invece, non potevamo permetterci granché: riunio-
ni e campi estivi con gli scout, un po’ di tennis al centro fe-
derale che sorgeva presso la curva ospiti, una carriera scola-
stica discutibile.
Le scuole medie Annibale Carracci raccoglievano in tre se-
di tutti i ragazzini del quartiere, e avevano una reputazione
talmente country che i fighetti del centro le chiamavano ama-
bilmente «Scaracci», come a dire «sputazzi».
In prima media frequentai la sede più periferica e vicina a
casa, presso la parrocchia anni Cinquanta della Sacra Fami-
glia, a cento metri dall’arco del Meloncello. Non fu semplice,
l’impatto con il sagrato gremito, gelida mattina dopo gelida
mattina, di fanciulle in fiore già tredicenni e robusti ripeten-
ti adusi a ogni prepotenza.
Io, non l’ultimo gonzo di Casaglia, ridotto nel giro di un’e-
state a misero primino!
Non vi sto a dire gli stratagemmi per non farmi rubare la
merenda, e il terrore quando, sotto carnevale, arrivavano i ra-
gazzi più grandi, il bomber arancione come una divisa, per
braccarci uno ad uno e coprirci di uova e schiuma da barba.
L’importante era evitare di farsi notare, impresa difficile
quando hai la media dell’ottimo, e così imparai quanto pos-

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sono essere feroci gli adolescenti in gruppo: contro chi è po-
vero, contro chi è goffo, contro chi è handicappato o anche
contro chi ha voti migliori. In un certo senso era un annun-
cio e un campanello d’allarme.
Il mondo era un posto duro, assai meno democratico di
quel che mi avevano fatto credere fin lì, e la violenza era qual-
cosa di nuovo e reale con cui fare i conti.
Oggi sono grato a quei ragazzi in bomber che arrivavano
sulle vespe e i cinquantini da cross gridando «Guerrieri, gio-
chiamo a fare la guerra?», e facevano tinnare le bombolette
con le quali ci avrebbero smerdato dalla testa ai piedi: la lo-
ro stronzaggine mi ha aperto gli occhi su molte questioni.
In quei momenti prima della campanella, mentre sbircia-
vamo dalla finestra e vedevamo quanto erano numerosi e
grossi quelli che ci aspettavano, avevamo il cuore in gola. Fos-
se stato per me, avremmo barricato le porte della scuola fino
all’arrivo dei nostri genitori, o dell’esercito.
Invece la campanella suonava, quelli fuori si esaltavano, e
ci toccava uscire sotto il portico, possibilmente non fra i pri-
missimi, per andare incontro al nostro destino.
Mi sembrava un’ingiustizia che nessuno arrivasse a salvar-
ci, ma ormai era troppo tardi. Poiché avevo undici anni ed
ero un geppetto, correvo alla disperata col progetto di drib-
blare tutti e arrivare sano e salvo fino a casa, ed era proprio
così che ci facevamo riconoscere noi primini. Più ancora che
dalla statura ridotta, dalla paura. Scappavamo in solitaria, e
quelli ci correvano dietro ubriachi di gioia, credendosi i
Guerrieri della notte. Con le bombolette di schiuma, le uova,
le fiale puzzolenti o i gavettoni.
Se pure un paio di volte sono rientrato a casa in lacrime, è
stato bello conoscere (o meglio, imparare a gestire) ragazzi

61
più grandi e maliziosi, cresciuti in un modo molto diverso da
quello che credevo l’educazione standard.

Se non volevo sempre subire dovevo sperare di crescere in


fretta, e farmi furbo da subito, evitando gli errori più ovvi.
Ad esempio, se il pluriripetente Serafino Tesoro doman-
dava con flautato accento calabrese di esaminare il mio lavo-
ro in compensato 50x50 inneggiante all’imminente spedizio-
ne azzurra a Mexico 86, sarebbe stato meglio non fidarsi.
Avrei dovuto stringere al petto quella sorta di targa, frutto di
lunghe ore nel laboratorio di educazione tecnica, e svicolare
con una scusa.
Invece avevo consegnato il manufatto, stupito dalla sua
cordialità, e lui l’aveva esaminato con attenzione. Era in ono-
re della nazionale, e qualcosa doveva averlo commosso. Lo
studiava con occhio lucido scorrendo i nomi degli Azzurri,
vergati in cerchio attorno a una mia personale interpretazio-
ne della mascotte dei campionati, il peperoncino antropo-
morfo Pique.
«Vinciamo di nuovo il Mundial, quest’anno», avevo detto
per evitare ogni imbarazzo, ma quel giovane non aveva ri-
sposto.
Continuava a scorrere i nomi dei giocatori, un filo sgo-
mento, adesso. Sillabava a mezza voce Tri-cel-la, Mas-sa-ro,
e quando arrivò alla fine della lista mi guardò negli occhi e
pronunciò tre sole parole: «Bel lavoro, coglione».
Poi strinse la targa in compensato a due mani, e la levò al
cielo come Mosé con le tavole della legge.
«Non vorrà tenersela», pensai in ritardo.
Invece me la calò in testa di prepotenza. Feci appena in
tempo a chiudere gli occhi, e il rumore disastroso del foglio

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di legno che si spezza rese chiaro da subito che per il mio ma-
nufatto non c’era speranza.
Potevo riaprire gli occhi, guardare Serafino Tesoro che si
allontanava, qualche ragazza in minigonna e camperos che ri-
deva, e sforzarmi di non piangere. Era ora di tornare a casa
senza voltarsi indietro.
Avessi avuto una pistola, l’avrei usata.
A casa, in chiesa e agli scout insegnavano le virtù della
mansuetudine e della lealtà, ma se volevi camminare per il
quartiere come un uomo libero di undici anni dovevi diven-
tare furbo e simpatico, disinvolto e pieno di amici. Dovevi far
ridere e fare il galletto, altrimenti non si sarebbero mai mes-
se con te, Patrizia o Monica o Barbara. E se Patrizia, Monica
e Barbara non si mettevano con te, se non fioccavate davanti
a tutti, potevi stare certo che la tua reputazione non avrebbe
mai preso quota.
Era una guerra complessa di nervi, muscoli e ormoni, che
andava affrontata su più fronti in simultanea, senza illudersi
che sarebbe finita in fretta.

Siete mai stati condannati a lavare una tenda in cui altri ra-
gazzi hanno dormito, mentre questi giocano a calcio sotto i
vostri occhi e inventano per voi soprannomi umilianti?
Siete mai stati gettati fuori dalla tenda in cui invece stava-
te dormendo in una nebbiosa notte di novembre, e legati in
mutande a un albero?
E vi hanno mai assicurato a una croce di legno per poi col-
pirvi ripetutamente con un palo a mo’ d’ariete?
No? Sicuri? Se è così, arguisco che non avete frequentato
il reparto Viking del Bologna 16 abbastanza a lungo da pas-
sare la vostra «notte di luna rossa».
Molti anni prima che una barca da regata portasse quel no-

63
me, le quattro sillabe luna rossa bastavano per terrorizzare
noialtri ex lupetti prossimi all’iniziazione.
La notte di luna rossa doveva avvenire nella privacy d’una
uscita di squadriglia, lontano dagli occhi dei capireparto
adulti, ed era consuetudine che ai danni del novizio dodi-
cenne si consumasse ogni nefandezza, ad eccezione forse del-
lo stupro di gruppo e dell’omicidio.
Queste erano le regole, e ognuno le conosceva.
Perché sottoporsi a tanta barbarie? C’era chi se lo chiede-
va anche allora, e infatti molti rinunciavano. Di fronte alla
prospettiva della notte di luna rossa si ritiravano dagli scout.
Se restavi, era perché ti sentivi pronto a un viaggio da du-
ri.
Essere uno scout del Viking era la tua ricompensa, e a me
andava benissimo.
Non era solo questione di imparare i nodi o cucinare su lu-
ridi forni di terra in giornate molto ventose, ma soprattutto
di farsi valere in mezzo ai propri simili.
Dormire sotto la stessa tenda di quindicenni che fumava-
no, guidavano la moto e, in alcuni casi, sostenevano di avere
già scopato, era affascinante e molto faticoso.
La notte potevo restare sveglio fino a tardi ascoltando rac-
conti inauditi, ma ogni mattina mi svegliavo impiastrato di
dentifricio. Poco male. Mentre andavo al fiume a lavarmi la
faccia, potevo ripensare alle storie incredibili che avevo im-
parato. Senza contare che, minuto dopo minuto, si avvicina-
va il momento in cui loro se ne sarebbero andati, e io avrei
preso posto fra gli anziani del reparto.
Un giorno avrei goduto anch’io di autorità su un’intera
tenda, ma nel 1987 era meglio non dare niente per scontato:
te la dovevi guadagnare ogni giorno, la credibilità che ti
avrebbe permesso di addormentarti tranquillo la sera, certo

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che nessuno ti avrebbe spremuto in faccia l’ennesimo tubet-
to di Colgate.

Se ripenso a quelle estati ricordo soprattutto tende, chitarre,


ragazze, giochi notturni e pezzi di Vasco a tutto spiano: Alba
chiara, Non siamo mica gli americani, ma soprattutto Vita spe-
ricolata.
Non la pensavano come il dottor Nantas Salvalaggio i nostri
educatori più o meno cattolici e progressisti: negli anni Ottan-
ta la scaletta standard di una serata intorno al fuoco di bivac-
co, oltre a pezzi dell’«ebete, cattivo e drogato» Vasco Rossi,
poteva comprendere versioni acustiche di Beatles, Stones e
Pink Floyd, La locomotiva e Mi piaccion le sbarbine, per con-
cludersi con un più canonico Signor, fra le tende schierati.
In ogni caso la nonchalance con cui le più grandicelle del
reparto femminile intonavano una rima come «sei riuscita a
farmi cadere con la tua logica di calze nere», in quella stagio-
ne stupefacente bastava a turbarmi il sonno. Se non per sem-
pre, almeno fino al termine del campo estivo e con tutte le
conseguenze del caso, a base di sgattaiolamenti fuori dalla
tenda e batticuori annessi.
Gianni da Monghidoro
e il Principe

Forse ricorderete chi era Gianni Morandi a metà degli anni


Ottanta.
Un ex. Un cantante che era piaciuto vent’anni prima alle
vostre zie. Quello di Fatti mandare dalla mamma a prendere
il latte. Sì, il latte alle ginocchia.
Se non lo consideravo una celebrità minore, era solo per-
ché aveva cantato C’era un ragazzo che come me. Quel pezzo
ai fuochi di bivacco degli scout andava fortissimo, e ce lo mo-
strava – per il tempo di tre minuti e una manciata di secondi
– come un’alternativa passabile al Maestrone Guccini nel
ruolo di pacifico profeta cittadino.
Ad ogni modo Gianni da Monghidoro, una vecchia sta-
zione di posta sulla strada della Futa un tempo chiamata Sca-
ricalasino, non aveva mai smesso d’incidere.
Per tutti gli anni Settanta aveva mantenuto l’invidiabile
media di un disco ogni dodici mesi, inabissandosi vieppiù
verso la stagione delle platee deserte e dei Best of in offerta
speciale.
Talvolta passava alla radio un singolo tratto dall’album del
suo ennesimo ritorno, malinconicamente intitolato Canzoni
stonate, e nessuno gli dava troppo credito. Era quel che si di-

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ce un cantante passato, diviso fra musica e interpretazioni te-
levisive senza nessun appeal sui più giovani, almeno quelli
che frequentavo io.
Poi, nel 1987, assistemmo con sgomento alla sua resurre-
zione. A Sanremo. Insieme all’ex punk (filofascista, s’insi-
nuava) Enrico Ruggeri e all’ex rimatore dadaista favorito dal-
le ex ragazzine Umberto Tozzi. Un trio killer, in grado di get-
tare la propria ombra su tre distinte generazioni, facendole
apparire all’unisono più vecchie e unite di quanto in realtà
non fossero.
«Si può dare di più», t’incoraggiavano in eurovisione
Gianni Morandi e i suoi soci, ma subito dopo ti rassicurava-
no: «senza essere eroi».
Altro che buonismo. Se esistono due versi che suonino più
democristiani di questi alle orecchie di un tredicenne, son
pronto a farmi prete.
Tranquille, mamme a casa. Questa non è la Vita spericola-
ta di Vasco. Questo sì che è un brano grondante di buon sen-
so: il pezzo adatto per vincere Sanremo.
Eppure, dopo la resurrezione, il sensatissimo Gianni da
Monghidoro mi stupì. Avrebbe potuto confezionare un paio
di dischi farciti di insulsaggini come Sei forte, papà e vender-
li sull’onda lunga di Sanremo, invece si diede a una nuova
collaborazione tutta bolognese.
Nel 1988 i manifesti del Dalla/Morandi tour erano affissi
ovunque. Persino nelle case private dei professori universita-
ri, incorniciati di fianco alle locandine disegnate quattro an-
ni prima da Bonvi per Fra la via Emilia e il West.
Nella foto in bianco e nero si vedevano il carismatico bu-
sone Lucio e l’ex idolo delle zie Gianni in divisa da calcio, co-
me si fossero affacciati poco prima su un campo di periferia
per una partita fra amici.

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Dopo che Sanremo l’aveva reimposto alle grandi platee, la
prodigiosa vicinanza di Dalla bastò a riabilitare Gianni Mo-
randi agli occhi del pubblico più ricercato, e da allora quasi
tutti a Bologna (a Monghidoro non avevano mai smesso) so-
no tornati ad essere fieri che Gianni sia un loro concittadino.

L’ottima fama di Lucio Dalla non si fermava certo qui: la vo-


ce popolare gli riconosceva meriti non indifferenti nella sco-
perta del giovane leone della canzone italiana, il bolognese
Luca Carboni.
Carboni era l’idolo delle ragazzine in pena, cioè prima o
poi di tutte le ragazzine, ma si capiva che non era un cantan-
te prefabbricato nei laboratori di qualche casa discografica.
Era arrivato al successo un passo alla volta, con canzoni in-
timiste che sembravano raccontare lo stato d’animo dei ra-
gazzi meglio di tanti romanzi.
La leggenda raccontava che, nel fatidico 1982, un Carbo-
ni ventenne e già reduce dall’esperienza di una band aveva la-
sciato presso la già citata osteria Da Vito un testo che aveva
attirato l’attenzione degli Stadio.
Da paroliere per Curreri e soci, Luca era stato promosso
cantautore: il suo primo album era uscito nel 1984 con le col-
laborazioni illustri di Ron e, per l’appunto, di Lucio Dalla. Il
singolo Ci stiamo sbagliando ragazzi era stato un successo in
grado di vendere 50.000 copie, e i risultati, straordinari per
un esordiente, erano stati bissati dal secondo album, Forever.
In città lo conoscevamo già tutti, ma nel 1987 Carboni riu-
scì nell’impresa di portare una storia bolognese di amore ed
eroina ai piani alti delle classifiche nazionali. Il singolo Silvia
lo sai fu indimenticabile per il sottoscritto: nel video recitava
il mio amico Andrea, e la canzone si presentava come un
gioiellino pop semplice, diretto e delicato. Quella «maglia del

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Bologna» che il protagonista della canzone, da bambino, in-
dossava «sette giorni su sette» si iscrisse di diritto nell’imma-
ginario cittadino: nell’anno del «si può dare di più (senza es-
sere eroi)», una provvidenziale boccata di autenticità.
Il successo di singolo e album fece rapidamente di Carbo-
ni un personaggio da copertina, in grado di lanciare mode.
Fra l’altro contribuì non poco a reclamizzare i capi Stone
Island dello stilista bolognese Massimo Osti, che prima con-
quistarono le vetrine nostrane e poi sbarcarono in Inghilter-
ra per diventare, al di là di ogni aspettativa, un marchio di
culto fra gli hooligans.
Più avanti sarebbero arrivate le poesie in musica di Perso-
ne silenziose, i fasti pop di Ci vuole un fisico bestiale e la gran-
de campagna che, a metà degli anni Novanta, avrebbe ac-
compagnato il lancio del singolo Inno nazionale.
La strada per il giovane Carboni era ancora lunga, ma il
cantato dolente di Silvia lo sai e il fascino malinconico e stro-
picciato del personaggio, in quel 1987, bastavano a fare di lui
il giovane principe della città.

Il re, naturalmente, era sempre lo stesso. C’è chi dice no ri-


mase dodici settimane al primo posto in Superclassifica, e an-
che i sofisti che erano rimasti delusi dal precedente album do-
vettero ricredersi: Vasco Rossi era tornato, si era rimesso in
forma e aveva in serbo un bel po’ di novità.
L’arresto-burla del 1988 fu niente rispetto alle notizie che
corsero nelle settimane successive nei bar di Bologna: esauri-
to il contratto con la Carosello, Vasco si apprestava a pub-
blicare con la Emi. L’etichetta dei Beatles, tanto per gradire
(e di Francesco Guccini).
Ma non era tutto qui: per qualche motivo il Blasco si se-
parava dalla sua band. Fine della storia con Maurizio Solieri,

69
fine della storia con l’amico degli anni verdi ed ex compagno
d’appartamento Massimo Riva.
Per quanto sembrasse bislacco, d’ora in poi Vasco sareb-
be andato da una parte, e la Steve Rogers Band capitanata da
Riva dall’altra. Si disse che erano stanchi di essere trattati da
orchestrali. Si disse che volevano tentare la sorte, e che li ave-
va consigliati la casa discografica.
Se dopo il successo stagionale di Alzati la gonna la Steve
Rogers Band non avrebbe fatto registrare altri successi degni
di nota, Vasco sembrava un giocatore che è tornato a sedersi
al tavolo deciso a vincere ogni mano.
E tanto per cominciare, l’album della svolta si sarebbe
chiamato Liberi liberi.
I visi pallidi
della Bologna bene

Terminate le scuole medie mi iscrissi con sommo sprezzo del


pericolo al liceo ginnasio Galvani, dove studiava già da un an-
no il mio amico Giovanni Cattabriga.
Secondo lui la scuola era piena di visi pallidi della Bologna
bene in mocassini e montgomery, come il mio remoto com-
pagno di catechismo LucaPietro Niccolis, figliolo di un no-
taio e d’una avvocatessa.
Dentro di me avevo paura del giorno in cui me li sarei tro-
vati di fronte in carne ed ossa, così come mi ero trovato a mal-
partito con LucaPietro l’unico pomeriggio in cui avevo ce-
duto alle insistenze di mia madre e mi ero lasciato condurre
«a giocare da lui».
Figlio unico, il giovane Niccolis viveva con i genitori non
più giovani e una nonna ormai al tramonto dentro un appar-
tamento labirintico arredato a colpi di consolle, quadri e in-
ginocchiatoi.
Finché non ci chiudemmo alle spalle la porta in noce di ca-
mera sua, la paura di rompere o danneggiare qualcosa mi ave-
va tenuto sulle spine, ma non appena mi trovai in quella sor-
ta di ludoteca privata fui preso dal desiderio, assoluto e co-
gente, di giocare con il Commodore 64 di LucaPietro, in bar-

71
ba a tutti i suoi tentativi di dedicare il pomeriggio ai giochi da
tavolo.
«Sai, è che al computer mi diverto più da solo» diceva te-
diato. E grazie al cazzo, gli avrei risposto. Facci giocare me,
invece.
Rifiutai partite a Indovina Chi («è da bambini») e Forza
quattro, Cluedo e perfino Risiko. Per il Subbuteo avrei fatto
volentieri uno strappo, ma quel fez di LucaPietro sembrava
sprovvisto di panno verde.
Mi dimostrai irremovibile, e alla fine il giovane padrone di
casa si convinse a caricare sul Commodore la cassetta di un
gioco penoso, in cui bisognava martellare in testa delle pove-
re talpe man mano che si affacciavano dai loro buchi.
«E pamm!», accompagnava i suoi colpi. «Beccati questa,
brutta bestiaccia!»
Sembrava allenatissimo, e ogni volta che stabiliva un nuo-
vo record mi passava il joystick con degnazione. «Tanto fai in
fretta a finire la partita, tu», disse a un certo punto, e io pre-
si a colpire le talpe con le martellate che avrei volentieri ri-
servato a lui.
Partita dopo partita miglioravo. Arrivai a insidiarlo, ma
prima che fossi in grado di batterlo, LucaPietro propose una
finalissima in cui mi mortificò. Subito dopo il computer fu
spento.
«Ma perché?»
«Be’, altrimenti si scalda troppo».
In quel momento odiai la sua bocca piccola e i capelli color
del grano scolpiti dalla scriminatura come quelli d’un adulto.
Poi, mentre si affrettava a tirare fuori da uno scaffale la scato-
la della dama cinese, lo sentii dire qualcosa che mi stupì: «Pre-
para il campo da gioco, ché io vado a fare la cacca».
A fare la cacca? Cosa aveva, cinque anni? Non lo sapeva

72
che gli uomini dicono «a cagare»? Oppure si poteva restare
sul vago, dire che si andava in bagno senza specificare altro,
ma «fare la cacca» era assolutamente inaccettabile.
«Ah sì», gli sorrisi. «E hai bisogno di qualcuno che ti pu-
lisca il sederino?»
«Me la cavo da solo, grazie» disse stupito. «E dopo faccio
il bidet».
Era troppo un fez, e dovevo fargliela pagare per quel po-
meriggio da incubo.
Non appena se ne fu andato, in preda a una febbre rapace
aprii i cassetti del mobiletto all’americana coordinato alla
scrivania: volevo sbirciare fra i segreti di quel giovanissimo
immeritevole di tante fortune.
Quasi subito lo sguardo mi cadde su un coltellino a serra-
manico dall’impugnatura di corno, una sciccheria mai vista
neppure ai lupetti, dove andavano i minuscoli Opinel nume-
ro quattro o cinque dal manico in legno.
Udivo distintamente oltre la parete LucaPietro ancora im-
pegnato nel concertino di scoregge che preludeva alla defe-
catio vera e propria, così decisi che avevo abbastanza tempo
per saggiare il peso di quell’arma, sguainarne la lama e am-
mirare che effetto faceva nella mia mano.
Era più leggera di quel che mi aspettavo, e aprirla fu abba-
stanza semplice. Quando la lama fu in posizione, sentii un pic-
colo scatto che doveva essere la sicura. Allora strinsi l’impu-
gnatura nella destra e decisi che quell’effetto mi piaceva. Pote-
vo fingere di essere un sacco di gente, con quel coltello in
mano, ma suppongo che anche quella volta volli pensarmi nei
panni di Tremal-Naik, o del fedele Maharatto Kammamuri.
Lo scroscio dello sciacquone mi colse completamente sco-
perto, impegnato in coreografie guerresche al centro della
stanza. Mi affrettai a riguadagnare la scrivania, sedetti per ot-

73
tenere il massimo del riparo e, chino sul cassetto aperto, feci
un paio di tentativi infruttuosi per richiudere il coltello.
Poi, sentendomi in corsa contro il cronometro, lo osservai
meglio e individuai il nottolino della sicura. Lo premetti per
sbloccare la lama, e quella si richiuse di scatto mordendomi
la carne fra il pollice e l’indice. Controllai incredulo la mano:
era solo un graffio, ma bruciava come un dannato, e io non
avevo tempo da perdere. Lasciai cadere il coltello nel casset-
to mentre LucaPietro rientrava soddisfatto nella stanza.
Affondai la mano in tasca, e per un po’ feci finta di niente.
Poi, quando il bruciore si fece troppo, smisi di sistemare le
stupide palline della dama cinese e controllai la mia mano.
«Sanguino» denunziai, convinto che il giovane padrone di
casa mi avrebbe offerto il suo aiuto.
«Corri, nòòònna!» prese invece a strillare LucaPietro. «Si
è ferito!» Non mi si avvicinava neppure, e in attesa dei soc-
corsi raccomandò solo di non sgocciolare sul parquet.
Da quel pomeriggio diffidavo di chiunque portasse mo-
cassini e montgomery come lui, che nel frattempo era scom-
parso nel vortice delle scuole private.

L’inserimento nella nuova scuola non era stato traumatico: il


Galvani – lo stesso liceo frequentato da Pasolini e Gianfran-
co Fini – era un istituto con fama di severità, e potevi appli-
carti alle declinazioni greche e alla perifrastica passiva senza
preoccuparti di bande di teppistelli in bomber arancione, tar-
ghe di compensato frantumate in testa o ulteriori iniziazioni.
Semmai ero io, con la mia residenza in via Brigate Parti-
giane, zona stadio, a fare la parte del periferico ignaro dei co-
dici più in.
D’altronde, la differenza era chiarissima, ed era più antica
dell’abbigliamento o della pronuncia più o meno terragna: a

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casa mia la gente portava nomi normali come Paolo, Franco,
Sandro, e nessuno mai si era chiamato LucaPietro, o Vittorio
Emanuele.
Quasi nessuno nel tetro liceo di via Castiglione ammette-
va di ascoltare Vasco, considerato «musica da maragli», ma
in compenso il vecchio preside Magnani di tanto in tanto sve-
leniva l’aria interrompendo le lezioni per annunciare alle
classi, via interfono, una nuova vittoria nello slalom di Al-
berto Tomba, il prodigioso figliolo d’un commerciante di tes-
suti noto in città.
Il più grande
scrittore italiano

Chi non ricorda l’arciscrittore Stefano Benni pedalante lun-


go via Farini, la chioma simile a zucchero filato ondeggiante
sulle spalle della giacca candida? Io, che ragazzino lo inseguii
fin oltre la cioccolateria Majani, lo ricordo alla perfezione, so-
prattutto visto da dietro.
Non fu un inseguimento semplice: per quanto corressi lui
era pur sempre in bici, e mi ripugnava l’idea di gridare come
un pecoraio per attirare la sua attenzione. Però non ero in-
tenzionato a mollare. Ero un fan sin da quando mio zio San-
dro mi aveva prestato la sua copia rilegata di Bar Sport: da al-
lora avevo letto tutto tranne La tribù di Moro Seduto, intro-
vabile, e all’improvviso ci tenevo a dire a Benni che per me
era il più grande scrittore italiano.
Quando rallentò per lasciarsi superare da un paio di mac-
chine, balzai oltre il portico e, praticamente, gli piombai ad-
dosso ansimando e indicandolo senza il coraggio di spiccica-
re parola.
Fu solo per effetto della mia tenera età, credo, se non pe-
dalò via impaurito.
«Lei è... Stefano Benni, vero?» presi a sillabare senza che
il mio dito volesse smettere di puntarlo.

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Benni fu comprensivo. Forse intuiva ciò che provavo, co-
sì sorrise e disse: «Molto piacere».
Tentai di sorridere anch’io. Non immaginavo che a quel
punto sarebbe stato opportuno dirgli il mio nome, o un no-
me qualsiasi. Non me ne preoccupai. Guardavo fisso quel-
l’uomo abbronzato che aveva scritto libri divertentissimi, e
dissi d’un fiato: «Volevo dirle che secondo me, lei è il più
grande scrittore italiano».
Sorprendentemente Stefano Benni non esplose, non spiccò
il volo, e neppure mi prese a ceffoni. Ghignò, invece, e mi
meravigliò dicendo: «Guarda che non sono mica Aldo Busi».
Credeva davvero che Aldo Busi fosse meglio di lui?
Ma no, lui era spiritosissimo. Doveva essere una battuta.
Non l’avevo capita, ma se era una battuta meglio dimostrare
che, nel mio piccolo, ero spiritoso anch’io.
«Ah» simulai un inizio di risata, ma uscì talmente secco e
falso da indurmi a camuffarlo per un colpo di tosse. «Buona
questa».
Si congedò con una stretta di mano che vissi come una
promozione sul campo, e poi restai a guardarlo in allontana-
mento finché non scomparve lungo via Barberia.
Certo, avevo fatto la figura del geppetto, ma era inevitabi-
le: a quattordici anni sapevo benissimo di esserlo in pieno.
Eppure, geppetto com’ero, avevo trovato il coraggio di fare
qualcosa che fin lì avevo solo sognato. Credetti d’intuire che
gettarsi nelle situazioni a testa bassa potesse essere una buo-
na tecnica per non covare rimpianti, e mi ripromisi d’impa-
rare a padroneggiarla.

Agli antipodi nella considerazione di noialtri giovanissimi


c’erano gli artisti che ritenevamo, a torto o a ragione, cullati
dalla città molto al di là dei meriti effettivi: un paio di can-

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tanti, almeno, calciatori ormai cinquantenni nella nazionale
di categoria, di cui non avresti saputo citare una singola hit.
Fra noi li chiamavamo «i cantanti della mutua». E poi caba-
rettisti stimatissimi (dagli altri), presunti eredi del Gran Pa-
vese varietà, disegnatori dal talento smisurato e misconosciu-
to, addirittura registi di teatro che non avevano messo in sce-
na un dramma degno di questo nome eppure andavano ap-
pellati «maestri».
Era la genia di coloro che avevano portato a termine gli
studi, di solito al Dams, e da questo vantaggio di posizione
speravano di trarre profitto in eterno, spiegando a noialtri
cafoncelli cosa fosse ‘in’ e cosa ‘out?, ciascuno credendosi un
sofisticato arbiter elegantiarum grazie a un passaggio da Orea
Malià e alla montatura nòva dei sunglasses. Oh, odiosi sac-
centi! Mostruosi incroci fra D’Annunzio e D’Agostino! Il
ventre rock della città già vi odiava!
Si prefiguravano serate furibonde alla Morara, al Candi-
lejas e a Ca’ de’ Mandorli, alla Scandellara e al Casalone, alla
sala Centofiori o nei centri sociali... Serate rock con chitarre
elettriche, a scuotere la testa o pogare ebbri di birra. Cassette
registrate alla bell’e meglio continuavano a passare di mano
in mano, e si sa che a cominciare giovani con Vasco si finisce
per ascoltare perlomeno Lou Reed e gli Stones, quando non
si cade nel giro pesante delle sostanze d’importazione: Sex
Pistols, Clash, e financo i Bad Brains.
Basso medioevo
(1989-1991)
La grande carestia

Nel 1989 uscì per la Emi Liberi liberi, e il grande successo del
tour portò alla pubblicazione del live Fronte del Palco, dove la
mancanza della vecchia band non si fece notare più di tanto.
Le timide accuse di buonismo rivolte dallo zoccolo duro dei
vecchi fans, delusi dal singolo, il cui ritornello era apparso
troppo malinconico e accomodante, svanirono come neve al
sole di fronte alla dimostrazione di potenza offerta dal vivo.
Il 10 e 11 luglio dell’anno successivo, appena conclusi i
Mondiali di calcio, Vasco mise in scena due concerti da tut-
to esaurito al Flaminio di Roma e al Meazza di Milano: parte
di quest’ultimo diventerà l’album Vasco live 10.7.90 San Siro.
Dopo il tour de force del 1989-90, con un album da studio
e due live, poteva anche tirare il fiato, cullato dalla certezza
che, al momento di chiamare il pubblico a raccolta, nessuno
in Italia era in grado di stargli alla pari.
E neppure, a quanto si diceva fra noialtri, al momento di
divertirsi con le fans.
Io invece con le mie prime fidanzatine non ero stato abba-
stanza chiaro: sesso nisba, droga nemmeno parlarne, e persi-
no il rock’n’roll era un concetto non del tutto condiviso.
Il desiderio di fare l’amore con una donna purchessia oc-

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cupava tutto il tempo libero, ma fra noialtri giovani maschi
non c’era una teoria certa su come si dovesse agire una volta
arrivati al dunque.
Ognuno dei più grandi diceva la sua, ma era come se ogni
volta il film didattico si interrompesse nel momento clou.
«Abbiamo aspettato che sua madre uscisse» confidava
qualcuno trionfante, il lembo della camicia ancora sporco di
sangue a testimonianza delle sue parole, «poi abbiamo comin-
ciato a fioccare di brutto, e un po’ alla volta ci siamo spoglia-
ti...». E vai avanti! «...Non voleva mica togliersi le mutande,
così le ho fatto un po’ di coccole, e poi... L’ho scopata».
«D’accordo» avrei voluto gridare, «ma come diavolo hai
fatto?».
Mi batteva un tamburo in testa, all’idea di non aver anco-
ra compiuto quel passo fondamentale. Le copie di certi gior-
nali spiegazzati che avremmo fatto meglio a non raccogliere
dai cespugli di Villa Spada ci avevano aperto gli occhi sulle
molteplici possibilità di interazione fra uomini, donne e per-
sino animali di media taglia, ma nessuno trovava le parole per
svelarmi il cuore di quel mistero: cosa provava di preciso un
ragazzo nel momento in cui la propria oca veniva accolta per
la prima volta dentro una gnocca?
Si aprivano porte nella sua mente? Si squarciava il velo del-
le apparenze? Quello del tempio? E davvero, una volta com-
piuto il miracolo, gli altri l’avrebbero capito semplicemente
guardandoti negli occhi? E le altre?
La temperatura saliva in fretta, a coltivare determinati
pensieri, e ogni volta che sprecavo il mio seme giuravo che sa-
rebbe stata l’ultima. E non perché temessi di diventare cieco,
e neppure di far piangere quel pisquano di san Luigi.
Al contrario, sentivo che era tempo di contravvenire ai Co-
mandamenti.

82
Fosse dipeso da me, che desideravo incessantemente la
donna d’altri, si sarebbe potuto fornicare alla grandissima, da
subito e senza mercé, con le compagne di scuola e le profes-
soresse, con le operaie e le contadine, con Alba chiara, Silvia,
Jenny, Toffee e le commesse dei negozi del centro cantate da
Luca Carboni.
Dovevo trovare una soluzione.
Mi informai in giro, ma tutto quello che venni a sapere era
che di recente un ragazzo del quartiere di nome Roberto, fi-
gliolo di fornai, aveva risolto il problema con una trovata ma-
gistrale.
Fu lui stesso, qualche tempo dopo, a rivelarmi cosa si era
inventato: «Una volta, dopo l’ultima infornata, mio padre
torna a casa perché non si sente troppo bene, e lascia me a
custodire la bottega. Ero solo dietro la serranda abbassata e,
aspetta che ti aspetta, mi viene una gran voglia. C’hai pre-
sente una fotta blu?».
«Eh. Quando arriva, arriva».
«Puoi dirlo. Stavo per tirarmi una raspa pensando a mia
cugina, poi guardo i sacchi di farina e mi dico che ormai pos-
so permettermi di meglio. Così stendo qualche chilo di farina
e inizio a impastare a tutta forza quello sbanderno di roba».
«Non capisco dove volevi arrivare».
«Qui viene il bello: appena la pasta è pronta a prendere
forma, inizio a fabbricare la mia donna».
«Ah, ecco».
«Le faccio i fianchi stretti e due tette enormi. E poco ma-
le se non ha le braccia e le gambe sono come due moncheri-
ni: là sotto ho lavorato a quel che serve».
«Una donna di pasta molle?»
«Pivello. Prima la inforno, e venti minuti dopo me la sto
chiavando, bella tiepida com’è».

83
A questo eravamo ridotti noi minorenni nella stagione
1990-91. A scopare donne di pane, con un occhio rivolto al
forno ché le tette non diventassero troppo croccanti.
Non si poteva andare avanti così.

Sempre in quei tempi di carestia, sentii dire che una contur-


bante ospite femminile si spingeva quasi tutti i pomeriggi nel-
la canonica di don Filippo in via del Rondinaio. L’informa-
zione sembrava plausibile perché proveniva da Iuri Giacob-
bi, il mio ex compagno di giochi in cortile, che si era trasferi-
to nei paraggi di quella parrocchia: dalla terrazza di casa ave-
va annotato orari di ingresso e di uscita di una misteriosa fem-
mina che sembrava trattenersi un paio d’ore alla volta in com-
pagnia del prete.
«Ci scopa, parola» garantiva Iuri. «A noi ci vorrebbe te-
nere a stecchetto, e lui si fa le galoppate in gran segreto».
«Ma chi è questa donna?» cercavo d’informarmi. «Maga-
ri è una che va lì a fare le pulizie».
«Scopa e basta, fidati. E appena vedi che razza di femmi-
na è, lo penserai anche tu».
Ci demmo appuntamento per il pomeriggio ai giardini di
via del Rondinaio, in vista del sagrato. Poiché poteva essere
un’attesa lunga e vana, Iuri si era portato dietro un pacco di
vecchi fascicoli del «Guerin Sportivo».
Dopo un po’ che sfogliavamo queste pagine d’un tempo in
cui l’Inter aveva ancora Inno-Hit come sponsor e la Fioren-
tina J.D. Farrow’s, mi ero completamente dimenticato del
motivo della nostra presenza laggiù.
Lui invece fingeva di leggere, osservando di sottecchi qual-
siasi creatura di sesso femminile che incrociasse da quelle
parti.
A un certo punto, mentre studiavo una breve monografia

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su Juary, il mio amico mi diede di gomito e disse semplice-
mente: «Eccola».
Avanzava nella nostra direzione un’alta femmina nera in
braghe di cotone e camicione a strisce colorate. L’abito di per
sé era allegro e piuttosto castigato, ma anche a cinquanta pas-
si di distanza ti rendevi conto che quella donna aveva un cu-
lo fuori misura e due angurie al posto delle mammelle.
«È lei?» domandai, ma conoscevo già la risposta.
«Socmel. Non vedi?»
La nera poteva avere un’età qualsiasi compresa fra i di-
ciotto e i quarant’anni, ed avanzava come fuori dal tempo,
maestosa. Doveva essersi accorta che la guardavamo, ma an-
dava dritta per la sua strada senza occuparsi di noi, verso il
varco della recinzione che immetteva sul sagrato.
«Lo vedi che roba non è?» domandò il mio amico. «Que-
sta lo sfianca, il Don».
«Ma tu dici...».
«Due ore alla volta, sta dentro».
Più lei s’avvicinava, più ero impressionato dalle sue forme,
capaci di riportare in auge il mito della formosa Dea Madre.
Incuteva timore e, allo stesso tempo, bastava guardarla per
provare desideri primordiali. «Chissà se anche il sacrestano
partecipa» si domandò Iuri pensieroso.
Eravamo semplicemente seduti sulla panchina di fianco al-
la fontana con un paio di annate del «Guerino», ma in qual-
che modo eravamo vicini a superare una linea. Lo capivo dal-
la paura che mi era salita.
«Adesso possiamo anche andare da te e tenere d’occhio la
situazione dalla terrazza» sussurrai a Iuri.
«Aspetta» disse lui. Poi si alzò dalla panchina, si sgranchì
le mani e corse verso la donna. «Ehi, tu!» la chiamò in tono
da sceriffo quindicenne. «Dove stai andando?»

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La Dea Madre nera si fermò. Si prese la briga di rispon-
dergli, ma non sembrava intimorita.
«Vado a confessarmi» disse con una voce roca che te la fe-
ce immaginare fumatrice di sigari.
«Buona confessione, allora» disse lui. Poi le andò vicino e
aggiunse confidenziale: «È solo che hanno rubato la biciclet-
ta a un nostro amico. Era parcheggiata proprio qui, e stiamo
cercando il ladro».
Non ci capivo niente, ma il mio amico ormai le era andato
sotto, così vicino che se lei gli si fosse buttata addosso, l’a-
vrebbe soffocato fra le tette senza che lui potesse reagire.
«Non ha visto qualcuno che se ne andava con una bici-
cletta rossa, per caso?» continuava l’indagine Iuri. «Per noi,
signora, sarebbe importante ritrovarla». Apertamente genti-
le, adesso.
Lei non aveva visto nessun ladro e nessuna bicicletta, così
il mio amico allargò le braccia sconsolato, si grattò la testa e
ringraziò la donna.
Mentre tornava verso di me sorrideva.
«Ho sentito il suo odore» m’informò subito. «Muschio
forte e palissandro».
«Cazzo è il palissandro?»
«È un’odore particolarissimo. Quella sta andando a sco-
pare, è sicuro».
«Se lo dici tu. Andiamo a casa tua, adesso?»
«Sei scemo? Se saliamo in casa, come facciamo a ricattar-
la, dopo?»
Ricattarla? «Ah. Io pensavo dovessimo ricattare il Don».
Iuri mi guardò come fossi un poppante, poi sbuffando si
rimise a sfogliare il «Guerino».
«Non ho mica capito cos’hai in mente» confessai dopo un
po’.

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Lui mostrò lo Swatch che portava al polso e disse con to-
no da saputello: «Due ore da adesso, e vedrai se non mi rin-
grazi».
Per centoventi minuti presidiammo la nostra postazione.
Passarono di lì catechisti, diaconi e assistiti della Caritas,
apparentemente ignari degli accadimenti che dovevano ave-
re luogo all’interno della canonica: stando a Iuri, in quello
stesso momento, quel piccoletto di don Filippo stava dando
l’assalto al corpo immenso dell’africana, come un lillipuziano
addosso a Gulliver.
«Avrà bisogno di una scala» considerò.
Allora decisi di stupirlo con una massima appresa in ten-
da da un vecchio caposquadriglia: «Da sdraiate, sono tutte al-
te uguali».
Iuri rise. «Hai ragione».
Mi sentii molto appagato e ripresi a leggere di buona lena.
Quando la Dea Madre ricomparve sul sagrato si allunga-
vano le ombre della sera, e oltre il sipario di siepi distinguevi
le luci del portico già accese.
Lei capì subito che avevamo in mente qualcosa, perché nel
rivederci accelerò il passo verso la strada.
Fu il segnale che attendevamo: balzammo in piedi e, sic-
come Iuri correva, trovai adatto correre anch’io.
«Aspetta, vogliamo solo parlare» la chiamava il mio ami-
co, e appena la raggiunse la prese per un gomito con una
sfrontatezza di cui non lo credevo capace.
«Cosa volete, adesso?» domandò lei, ma intanto si lascia-
va portare verso la siepe perimetrale del giardino senza op-
porre resistenza.
«Ti sei confessata bene? Don Filippo te l’ha data, la peni-
tenza?»
Lei sorrise senza gioia.

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«Lo sai che sei bellissima?» domandò Iuri. «Ma non è mi-
ca giusto che al Don lo fai divertire e a noi no».
«Cosa dite?» protestava lei. «Mi sono solo confessata», ma
in qualche modo sembrava divertita dalla situazione.
Se avesse deciso di prenderci a schiaffi ci avrebbe steso tut-
ti e due, invece si lasciava mettere all’angolo. Non stava ce-
dendo alla nostra forza, ma al nostro desiderio. Lo capivamo
tutti e tre, e il mio amico era diventato incontenibile: «Ades-
so ci fai un bocchino anche a noi. D’accordo, bellissima? Ti
metti giù come per fare pipì, e intanto ci fai un bel bocchino
a tutti e due. Altrimenti domenica ci piazziamo qua fuori con
i cartelli, e raccontiamo alla gente che esce da messa cosa fai
col Don».
«No» sussurrò lei. «A messa non dovete dire niente», e per
la prima volta mi sembrò spaventata.
«Dài, dài» la incoraggiava Iuri. «Mettiti giù, bellissima. Fai
finta di pisciare».
Lei non si mise giù, ma non provò a scappare e non urlò.
«E se ci vedono?» domandò guardandosi attorno, e sentii
la gola che si serrava.
Poteva passare dai giardini qualche altro catechista, mia
zia Tilde o il padre di Iuri, ma ormai faceva buio, e mi parve
che il gioco valesse la candela.
«Dài che non ci vede nessuno» esortai la Dea Madre nera.
Esitavamo con la destra sulla cintura, senza osare calarci i
pantaloni per primi, così fu lei a parlare: «Ragazzi, vi faccio
vedere le tette e basta» annunciò decisa.
Non aspettò neppure che accettassimo: sollevò il lembo
della casacca a strisce, lo tenne fermo sotto il mento mentre
scopriva il reggiseno smisurato e, una alla volta, fece uscire
all’aria aperta quelle poppe mitologiche, i capezzoli color
carbone grandi come dita di neonati.

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La meraviglia ci paralizzò del tutto, e in men che non si di-
ca lei si era ricomposta e stava trottando verso l’uscita dei
giardini e le luci della strada maestra.
«Che roba» esclamai annientato.
«Hai visto come si fa con le donne?» domandò Iuri. «Si
sentiva in colpa, e non ha potuto dirci di no».
«Che roba» ripetevo turbato. «Questa è meglio non rac-
contarla in giro».
«Siamo dei fresconi, comunque» borbottò il mio amico,
già preso dal rimpianto. «Con due tette così, almeno una spa-
gnola dovevamo farcela fare».
«Già» approvai. «Magari la prossima volta».
Gita scolastica

Quando rispondevo male o incassavo un voto poco esaltante


a scuola, mia madre mi additava da sempre una famiglia
esemplare, quella dell’ex insegnante e poi collega di mio pa-
dre al dipartimento di Storia, Paolo Prodi, della celebre fa-
miglia omonima.
«Dovrebbe esserci anche suo nipote, al ginnasio con te.
Andrea. Non lo conosci?»
«Nah, mamma».
«Faresti bene a farci amicizia, invece. Dev’essere un bra-
vissimo ragazzo».
Impossibile resistere, ai Prodi. Numerosi, affermati nelle
rispettive professioni e originari della campagna: dal punto di
vista dei miei e dei loro rustici alberi genealogici, quella fa-
miglia aveva tutti i pregi di questo mondo. E il professor Ro-
mano, il manager di Stato, era addirittura un animale raro.
«Ma non sono tutti democristiani, mamma?»
«Democristiani o no, sono gente onesta. E sanno come si
tirano su i ragazzi».
A detta di mia madre nessuno, fra i figli e i nipoti di quel-
la operosa famiglia, avrebbe mai alzato la voce contro i geni-
tori. Inoltre erano bravissimi a scuola, e loro sì che davano

90
soddisfazioni a casa. I giovani Prodi erano virtuosi, mica fu-
mavano di nascosto come te. E anziché oziare con gli amici
su dischi di punk rock, fumetti o copie di «Gin Fizz» trafu-
gate in edicola, ognuno di quei giovani suonava un diverso
strumento musicale da orchestra barocca con risultati mira-
bolanti...
Inutile dire che non smaniavo per conoscerli.
Nonostante la stima immane di cui godeva il clan Prodi in
città, e in particolar modo a casa nostra, il compito che ben
presto sarebbe toccato al professor Romano era di quelli in
grado di far tremare le vene dei polsi.

Ci furono lunghi pomeriggi di versioni dal greco e seghe spa-


rate di nascosto, ma a un certo punto tornò magicamente la
primavera. Noialtri pivelli della IV A eravamo ancora in for-
ma nonostante decine di compiti in classe e, canticchiando in
pullman Cosa resterà degli anni Ottanta, un bel mattino fum-
mo condotti in gita con gli ‘anziani’ di quinta ginnasio verso
Perugia e Assisi.
A comandare la spedizione era stato scelto l’anziano prof
di matematica Castore Uggeri, un dispotico nano già prossi-
mo alla pensione e, per quanto potevamo capirne, al manife-
starsi irreversibile dell’arteriosclerosi.
Quando si giunse al costruito in cemento con vista sul-
l’E45 che dovevamo considerare il nostro albergo, il profes-
sore di matematica ci assegnò in ordine alfabetico alle varie
camere intimandoci di non tentare migrazioni notturne o al-
tre promiscuità che ci sarebbero valse «la sospensione diret-
ta, porca l’oca!».
Credo che ogni insegnante in possesso delle proprie fa-
coltà intellettive (e lui, almeno in parte, ancora lo era) sappia

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bene di parlare al vento in queste occasioni, pure gli tocca e
non vi si può sottrarre.
Il quattordicenne Brizzi E. non lasciò passare più di tre mi-
nuti dal proclama di Uggeri, per scivolare nel buio insieme al
compagno di banco Canè G. e puntare la stanza in cui erano
custoditi liquori e marlboro per la fiesta notturna.
Potrei sbagliarmi, ma fu una celebrazione che partì in fret-
ta, quasi con rabbia.
Di sicuro in capo a poco ero ubriaco fradicio di vodka al-
la frutta, e le ragazze convenute non lo erano di meno.
La situazione aveva un che di inaudito e promettente. Ben-
ché la mia compagna di classe preferita, la ridente Corinna,
fosse appartata con un energumeno di V ginnasio, c’era di che
rilassarsi e spararle grosse e provare a baciare qualcun’altra.
Forse le sparammo troppo grosse, o le risate delle ragazze
toccarono frequenze inaudite. Fatto sta che qualcuno prese a
bussare furiosamente alla porta della stanza, e quel qualcuno
ripeteva «Aprite, porca l’oca!» e «Vi faccio sospendere tutti
quanti!».
A quell’età non sarei mai scappato dalla polizia, e nemme-
no dai vigili urbani, ma di fronte all’ira di Uggeri deciso a so-
spenderci tutti, non c’era dubbio: meglio sparire, costasse
quel che costasse.
Nella stanza fu fatto buio. Qualcuno ridendo correva a na-
scondersi in bagno, o negli armadi. Le ragazze piagnucolava-
no, troppo ubriache per tentare di sparire.
«Adesso butto giù la porta, porca l’oca!» si scaldava quel
matto, e io mi spinsi verso il rettangolo della portafinestra, ca-
rico dei riflessi di fari in corsa lungo la superstrada.
Aprii e sentii un refolo, allora mi sporsi dal minuscolo bal-
concino per valutare quanto fossimo in alto. Quattro piani.
Troppo anche per uno scout del Bologna 16.

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Poi vidi un ballatoio largo pochi palmi che correva torno
torno la facciata dell’edificio, collegando il balconcino a quel-
lo della stanza a fianco, e mi dissi che la fortuna era tornata a
sorridermi.
«Canè!» chiamavo il mio compagno. «Canè, di qui si scap-
pa!», ma lui non mi sentì.
Mentre dentro la stanza si imprecava e si rideva isterica-
mente, scavalcai il bordo del balcone e mi accucciai sul bal-
latoio, invisibile dall’interno.
Poi il professore entrò. Mi domandai chi avesse avuto il co-
raggio o la scelleratezza di aprirgli la porta, ma da come ur-
lava adesso poteva averla anche sfondata lui a testate.
«Cosa stavate facendo, la fumeria d’oppio? Ma... Questa è
una bottiglia di vodka... Ed è vuota, porca l’oca! E quest’al-
tra... Fatemi sentire l’alito, che vi sospendo tutti».
Se non volevo cadere prigioniero dovevo raggiungere il
balcone della camera vicina, convincere i proprietari a la-
sciarmi transitare verso il corridoio e scivolare nella mia le-
gittima stanza. Quella porta, si era convenuto, non sarebbe
mai stata chiusa a chiave. Così potevo rintanarmi a letto, quel
nano isterico non avrebbe avuto prove contro di me, e io mi
sarei risparmiato le filippiche dei miei genitori sulla mia cat-
tiva condotta.
Però, se non volevo sfracellarmi, dovevo stare attaccato al
muro per scivolare ventre a terra su quella sorta di passeg-
giata da piccioni, e soprattutto non guardare in basso, verso
il nero vertiginoso del giardino sottostante.
Stavo rischiando grosso, ma ero preoccupato soprattutto
per i miei compagni in preda a Uggeri.
Arrivato dall’altra parte, mi rialzai con cautela e mi issai
nel balconcino della stanza sconosciuta.
Poteva essserci chiunque, da una coppia di turisti giappo-

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nesi alla grega degli anziani di V, che certo mi avrebbero ac-
colto con ilarità, ma almeno mi avrebbero salvato.
Dentro la luce era accesa, ma la saracinesca era abbassata
quasi per intero. Accucciato al riparo, pregai che dentro non
ci fosse la ridente Corinna insieme al bruto che la considera-
va la sua nuova fidanzata. Però non si sentivano gemiti di ado-
lescente cui viene sollevata per la prima volta quella sua ma-
glietta fina. Niente di niente. Silenzio.
Mi feci coraggio e accostai il viso a un varco fra i listelli del-
la serranda.
Allora lo vidi: un anziano di V di cui non conoscevo il no-
me era seduto sul divano e sembrava solo nella stanza.
Leggeva una rivista americana di skateboard, e nel mentre
fumava voluttuosamente una pipa.
Presi a bussare piano contro il vetro della portafinestra, e
quando si accorse delle mani che nel cuore della notte gli fa-
cevano cenni dal terrazzo, il poveretto per poco non svenne
dalla paura.
Per fortuna mi lasciò entrare. Mi presentai, e lui disse sor-
ridente di chiamarsi Andrea Prodi.
Avevo capito bene? Ma se non portava mocassini, né
montgomery! Eppure, avevo capito perfettamente.
All’improvviso le storie di mia madre mi apparvero sotto
una luce nuova, quella della forma retorica chiamata elogio,
dove i difetti scompaiono e lasciano posto a un’immensa
bontà e ubbidienza: invece quel giovane Prodi era un appas-
sionato di skateboard e un fumatore di pipa che aiutava i
compagni a fuggire dai professori iracondi. Roba da vecchi
stile Pertini, la pipa, ma Andrea era appunto un anziano di
quinta, e quando mi offrì un tiro non osai contrariarlo.
Volle farsi raccontare come era andata nella stanza a fian-

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co, e disse che il professor Uggeri era solo un povero nane-
rottolo frustrato.
Quel ragazzo non sembrava affatto un viso pallido viziato,
e poi eravamo gli unici due fans dei Bad Brains in tutto il li-
ceo, così diventammo amici in fretta.
Selvaggi e felici
di stare insieme

La Bologna calcistica, conosciuta l’onta inaudita della B e fi-


nanco della C1 nella prima metà degli anni Ottanta, sul fini-
re del decennio sembrava tornata a godere di miglior salute.
Agli ordini del sornione Gigi Maifredi la squadra aveva ri-
conquistato la serie A nel 1988, arrivando a giocare la Coppa
Uefa dopo oltre due decenni in cui la compagine petroniana
era sparita dalle mappe calcistiche d’Europa.
Erano state stagioni divertenti e di buon livello, quelle in
cui lo stadio Dall’Ara cambiava faccia e si preparava a ospi-
tare il Mondiale del ’90, nonostante l’apporto impalpabile del
cileno Rubio e del verdeoro Geovani. Quest’ultimo, benché
annunciato come fuoriclasse, segnò col contagocce, ma ebbe
la buona idea di trovare la rete da quaranta metri contro la
Fiorentina in una stagione ad alta tensione fra le due tifose-
rie, e quel gol basta a farlo ricordare ancor oggi ai veterani
della curva Andrea Costa con un sorriso di benevolenza.
Poi Maifredi era passato senza fortuna alla corte della Ju-
ventus, e il Bologna si era smarrito di nuovo: ancora serie B,
ancora C1 e un fallimento da cui lo salvò la cordata di Giu-
seppe Gazzoni Frascara, nipote di quel cavalier Gazzoni che
tutta Italia aveva imparato a conoscere grazie al carosello del-
l’Idrolitina.

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Difficile, nelle serie minori, vedere in campo giocatori di
richiamo, e l’idea di «partita di cartello» poteva essere rap-
presentata tuttalpiù dalle sfide a sfondo vintage-campanilisti-
co contro il Modena, il Cesena e la Spal.
Il Bologna di Gazzoni e di mister Ulivieri si sarebbe rial-
zato una seconda volta a metà degli anni Novanta, e anch’io
sarei stato fra i più trepidanti testimoni della presunta resur-
rezione.
Se però qualcuno mi avesse detto che entro la fine del mil-
lennio al Dall’Ara avrebbe giocato Roberto Baggio, senza co-
dino e realizzando il suo record personale di gol in campio-
nato, come tutti l’avrei preso per un pazzo visionario.
In compenso eravamo «Basket city».
Anche chi non ha mai preso in mano una palla da basket,
a Bologna, simpatizza per una delle due squadre cittadine.
Come accade a Roma, Milano, Torino e Genova con il cal-
cio, da noi capita con la pallacanestro: o sei della Virtus, o sei
della Fortitudo. La neutralità non è ammessa.
Appartenenze accuratamente inculcate dai genitori o gio-
cate nella decisione di un istante in cortile, in ogni caso scel-
te che ti accompagneranno per tutta la vita.
Non mi ricordo perché da bambino decisi di schierarmi
per l’Aquila e contro la V nera: so solo che a cinque anni, gio-
cando a casa del mio amico Lele Girotti, guardavo il poster
della Virtus Sinudyne appeso nella sua camera ed ero since-
ramente rammaricato che un così buon cinno avesse preso la
strada sbagliata.
Crescendo in una città costellata di scritte e adesivi «scap-
pa, coniglio bianconero», seppi che i virtussini erano fighet-
ti, e noialtri i maragli.
In qualche modo, si riproduceva il conflitto fra le due ani-
me della città, quella del senato e quella del popolo, identifi-

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cabili nelle due metà del centro: per la Fortitudo quella più
orientale e popular con via del Pratello, via Lame, i portici
bassi delle laterali di via Saragozza e dominata dalla chiesa di
San Francesco, e per la Virtus quella occidentale e borghese
dei palazzi nobiliari di strada Maggiore e via Castiglione, al-
l’ombra delle torri e di San Domenico.
Al di là di identificazioni più o meno psicogeografiche, ba-
sti sapere che per lunghi anni la Fortitudo, anche lontana dal
campionato maggiore, ha avuto un tifo molto più folto e pas-
sionale della Virtus, dal canto suo capace di conquistare la
stella del decimo scudetto già nel 1984.
Per il primo sospiratissimo tricolore della Fortitudo sa-
rebbero serviti ancora sedici lunghi anni, ma la sua Fossa non
ha mai smesso di cantare, preparando a ogni derby coreo-
grafie che non avrebbero sfigurato negli stadi calcistici.

Anni dopo, sotto i portici di Bologna, il giornalista e tifoso


biancoblu Lorenzo Sani mi avrebbe presentato uno dei miti
di quella Fortitudo decisa a dimostrare di non essere la se-
conda squadra di Bologna.
«Il guerriero» Nino Pellacani è una bella testa, collezioni-
sta di fumetti e autore in prima persona di molte magliette an-
tivirtussine in voga in città negli anni Ottanta e Novanta, ri-
masto legato al club dell’aquila anche quando le esigenze di
carriera l’hanno portato a giocare lontano da Bologna. Dopo
aver chiuso l’attività professionistica sul parquet, si occupa di
pubblicità e comunicazione, e se gli domandi di spiegare ai
profani cosa significa essere della Fortitudo, scoppia in una ri-
sata che solo un buontempone di due metri può sfoderare,
poi dice: «Te lo spiego meglio se ci vediamo da Ugo».

Al ristorante da Ugo a Calderino i virtussini non ci vanno vo-

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lentieri. Per le loro cene preferiscono il Mulino Bruciato o al-
tri posti. Da Ugo ci vanno i ragazzi della prima squadra For-
titudo e brigate di fedelissimi che dai tavoli vicini vegliano
sulla loro quiete senza interferire, se non per una richiesta
d’autografo o una parola d’incoraggiamento.
Il fatto di mangiare nello stesso posto dove si sta cibando
un monumento della storia del club come Dan Gay li riem-
pie di pace e d’orgoglio, e anche l’arrivo di Nino Pellacani è
salutato da una valanga di sorrisi e strette di mano.
In fondo è lui, l’uomo immortalato mentre salta a canestro
nella foto incorniciata nell’atrio del ristorante, e lo stesso ge-
store Ugo – un uomo che ha seguito la squadra ovunque – gli
porta un rispetto che evoca da vicino i toni della gratitudine.
Dopo la cena, mentre vengono serviti gli amari, Nino si la-
scia andare: «Hai presente Animal house? Ecco, noi eravamo
così, come Belushi e i suoi amici. Selvaggi e felici di stare in-
sieme. Loro, invece, dovevano scendere in campo rasati e
pettinati. Questa era la differenza: come i suoi tifosi, la Vir-
tus voleva vincere e basta, mentre noi provavamo a farlo di-
vertendoci insieme. Di sicuro negli alberghi dove dormivano
loro non si sarà lamentato nessuno, mentre noialtri facevamo
un casino immondo... Peggio dei nostri tifosi, io credo...».
Te lo si legge in faccia

L’idea di una donna con la quale trascorrere stagioni intere e


condividere ogni segreto mi faceva sorridere come una bar-
zelletta già sentita troppe volte: dalla sella della mia Atala lan-
ciata fra via Brigate Partigiane e Porta Castiglione ero pron-
to a giurare che non ci sarei mai cascato, io.
Storie di sesso rovente in giro per il mondo: quello sarebbe
stato il mio genere. Danzatrici polinesiane e sensuali indoci-
nesi, mulatte della Guyana e odalische yemenite. Oh sì. Una
donna in ogni porto, come un marinaio di Hugo Pratt. Perché
mai dal gelido Yukon ai Mari del Sud avrebbero dovuto con-
cedersi a me così numerose e zelanti, però, mica lo sapevo.
Anzi. Per restare ai crudi fatti, avevo sedici anni e non ave-
vo ancora scopato.

Quando imparai che una certa ragazza greca domiciliata in


via del Fossato andava a letto con chiunque in cambio di ven-
timila lire, cominciai a risparmiare sui gelati.
Sarebbe stato riprovevole, se si fosse saputo in giro che ero
intenzionato a recarmi al domicilio di una puttana: era consi-
derato peccato dai preti, dai comunisti e soprattutto dalle fan-
ciulle, così non feci parola del mio proposito con nessuno.

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Non appena i miei risparmi consentirono quel grave pas-
so, mi preparai come per un appuntamento. Per sembrare
più adulto indossai la mia camicia migliore, e non avevo tra-
scurato di tracciarmi un leggero alone sulle guance col turac-
ciolo bruciato.
Non volevo essere respinto, né tenuto sulle spine.
Via del Fossato è una strada in lieve pendenza dove si tro-
va da un lato il costruito della scuola per ragionieri e, giusto
in faccia, il basso portico da cui volevo essere ad ogni costo
inghiottito.
Quando scesi dalla bici e provai a legarla a un palo, le ma-
ni mi tremavano così tanto che non riuscivo a chiudere il luc-
chetto.
«Andiamo» mi dicevo. «Proprio adesso che il gioco si fa
duro, ce la facciamo sotto? Abbiamo forse paura che la gnoc-
ca ci morda? A sedici anni compiuti?»
Per darmi forza pensai che tutti gli uomini si erano trova-
ti a scopare per la prima volta, anche i vecchi lupi di mare del-
la bocciofila, o i figli del barbiere. Quei due, sforbiciandoti la
zazzera, sostenevano che se un ragazzo ha già chiavato, glie-
lo si legge in faccia.
Dovevo forse andare a tagliarmi i capelli ad occhi bassi per
tutta la vita?
Chiusi il lucchetto della catena, allungai un ultimo buffet-
to alla sella tiepida e mi avviai verso la porta fatale.
La plafoniera dei campanelli era di quelle tempestate di
adesivi con i nomi degli inquilini, una targhetta sopra l’altra
senza preoccuparsi di rimuovere quella dei precedenti abita-
tori. Era il tipico decoro delle case da studenti fuorisede, e fra
tutti spiccava, promettente, il cognome che mi era stato indi-
cato.
Non avevo ancora sfiorato il nottolino del campanello che

101
il portone del palazzo si aprì senza preavviso, e un piccoletto
sui cinquant’anni con i capelli da paggio e il viso scavato co-
me Iggy Pop uscì sotto il portico trascinando un bastardino
al guinzaglio.
«Buonasera» mi sentii in dovere di dire.
«Ah, ciao» rispose il tizio con una voce nasale che faceva
pensare ai cartoni animati.
«Devi entrare?» domandò tenendo aperto in extremis il
portone.
Sembrava costargli un certo sforzo, magro com’era, e in
fondo dovevo proprio entrare. Lo ringraziai, e fui dentro, in
un ambiente buio e umido, di fronte alle buchette della po-
sta stracolme di pubblicità, e a quelle altre forzate e aperte in
permanenza. Più che all’atrio di un palazzo, faceva pensare
alle cantine, e la soglia fatidica si apriva isolata sulla sinistra.
Il campanello con la targhetta non mentiva: quella giovane ri-
ceveva i bisognosi nel locale che un tempo doveva essere sta-
to il gabbiotto del portinaio.
Suonai con energia, e quasi subito dall’interno si levò una
promettente voce di donna che disse: «Arrivo».
Sentii un cigolio di molle, un sospiro e passi strascicati di
ciabatte.
Ciabatte? Forse avevo sbagliato casa. Forse la ragazza di
cui mi avevano parlato aveva traslocato, e lì era andata a vi-
vere una vecchia.
La porta si aprì per un palmo, trattenuta dalla catenella, e
dalla penombra dell’interno la voce domandò: «Cercavi
qualcuno?».
Non si trattava sicuramente di una signora anziana, ma per
vederla meglio avrei dovuto accostare il naso alla porta, e un
residuo di buona educazione mi tratteneva.
Sospirai. Non era semplice, spiegare chi cercavo.

102
La porta si richiuse piano, e per un istante valutai di dar-
mi alla fuga.
Lei trafficò intorno alla catenella, la porta si riaprì, e mi
trovai di fronte a una donna bionda che poteva avere
trent’anni o qualcuno in più. Indossava un kimono trasluci-
do lungo fino a metà coscia e due assurde ciabatte a forma di
muso di cane, e quando osai risollevare lo sguardo, mi accor-
si che i suoi occhi celesti mi sorridevano. «Vieni dentro, dài»,
mi porse la mano, e più che alle ragazze allineate tristemente
lungo i viali, faceva pensare a una stravagante amica più gran-
de che non ti ricordavi più di avere.
«Come ti chiami?» domandò soave quando la porta si fu
richiusa alle sue spalle.
«Iuri» risposi pronto. «Iuri Giacobbi».
«È un bel nome».
«E tu come ti chiami?»
«Sara».
«Non sembri greca, Sara».
Lei scoppiò a ridere. «Mica lo sono. Era greca la ragazza
che stava qui prima».
Era di carattere allegro, e non sembrava offesa. «Scom-
metto che hai appena compiuto diciott’anni», sorrise.
«Esatto» dissi, e ringraziai la buona idea dell’ombreggia-
tura a turacciolo sulle guance. «Compiuti il mese scorso».
Poi lei allentò la cintura del kimono, e un seno uscì allo
scoperto.
«Ce l’hai un regalino per me?» domandò, e ci volle un po’
per capire che era il momento di far passare di mano le due
carte gualcite da diecimila.
Sara le accettò con un sorriso malizioso. «Merci, monsieur»
disse con un piccolo inchino. Andò a riporle in un mobiletto
in un angolo della stanza, e poi tornò a passi lenti verso di me.

103
«Lo sai che sei carino?» domandò carezzandomi la nuca.
Parlava francese e mi trovava carino: stavo andando for-
tissimo.

Mezz’ora più tardi pedalavo verso Porta Saragozza pensando


alla prima parte del pomeriggio, quando ancora ero un cin-
no, e a tutti i timori fuori luogo che mi attanagliavano.
L’avevo fatto. Contava solo quello. Non l’avrei raccontato
a nessuno, perché fare l’amore in cambio di ventimila lire è
peccato. Così, acqua in bocca. Però chi aveva l’occhio lungo,
l’avrebbe capito subito. Me l’avrebbero letto in faccia che an-
ch’io ero uno di loro, uno che sa cosa significa spingersi oltre
le colonne d’Ercole della gnocca.
Oh sì, d’ora in poi avrei potuto ridere con voce nuova di
fronte alle barzellette sporche e, per dirla tutta, sembrava che
anche le donne si fossero già accorte della mia metamorfosi:
mentre ero fermo al semaforo di Porta Saragozza, una ragaz-
za in vespa mi aveva fissato a lungo, con un misto di stupore
e turbamento che mi aveva inorgoglito.
E anche mentre costeggiavo il portico pedalando con fu-
ria, la gente in attesa alla fermata dell’autobus mi aveva nota-
to. Qualcuno mi aveva addirittura indicato, come passasse
Bugno o Chiappucci.
Era un trionfo. Finalmente l’avevo fatto e, senza bisogno
che lo raccontassi in giro, tutto il quartiere se ne rendeva
conto!
Dopo l’ultima curva smisi di pedalare, pronto a scendere
‘all’americana’ esattamente di fronte al cancello di casa.
Poi misi a fuoco i due ragazzini che avanzavano dall’altro
capo della via, passandosi un pallone con brevi tocchi. Mio
fratello e il suo amico Barone, reduci da qualche partitella nei
dintorni e non ancora del tutto sedati.

104
Li guardai con la stessa tenerezza con cui avrei potuto
guardare i figli dei miei figli, e affondai ancora sui pedali per
andare loro incontro.
«Bella Enri!» risuonò il saluto di mio fratello.
«Bella Ric. Dove avete giocato?»
«Alle Carracci c’era gente più grande, così siamo andati in
autobus a Parco Talon. E tu da dove arrivi, conciato così?»
«Perché conciato così?» domandai punto nel vivo.
«Vuoi entrare nei commandos?» domandò mio fratello in
tono divertito, e anche il Barone rideva a occhi bassi.
«Vuoi spiegarmi?» cominciavo a scaldarmi.
«Hai mezza faccia nera, Enri» disse mio fratello. «Guar-
dati nello specchietto di una macchina».
Senza smontare dalla bici mi sporsi a controllare, e non
c’era dubbio: l’ombreggiatura a turacciolo, in tutto l’agitarsi
di quel pomeriggio, si era surriscaldata e ora, mescolata al su-
dore, mi impiastrava le guance in maniera oscena.
«Mi è scesa la catena alla bici», sbuffai vago. «È grasso del-
la catena».
«In faccia?»
«Eh, mi sarò toccato con le mani sporche, no?»
Ma quale catena! Se solo quei due avessero sospettato...
Certo, non poterne parlare era un limite grave, ma essere
ancora un cinno sarebbe stato incomparabilmente peggio.
Adesso che ero un uomo potevo anche rilassarmi, e anda-
re a lavarmi la faccia.
Rinascimento
(1992-1993)
Le anatre di Central Park

Nel 1992 insieme ad Andrea Prodi creammo un controgior-


nalino scolastico chiamato «Perle ai Porci», che scrivevamo
sui Mac dei nostri genitori lasciando gli spazi bianchi per le
illustrazioni, gli adesivi o i collage che applicavamo a mano
sulla ‘copia master’ prima di scivolare verso la copisteria di fi-
ducia in via Marsala.
Euro Copy era gestita da un ragazzo di nome Fabio, di-
vertito dai nostri tentativi di fanzinari alle prime armi e com-
prensivo come nessun editore professionista sarebbe potuto
essere: io e il buon Andrea (che ci firmavamo rispettivamen-
te Elwood e Strad) potevamo restare oltre l’orario di chiusu-
ra, imbrattare le macchine di colla pritt e inchiostro, semina-
re il panico fra le matricole più giovani e molto altro ancora.
Partecipavano al nostro giornale – sottotitolato «fanzine di
misantropia» – anche un amico di vecchia data come Gio-
vanni Cattabriga, il suo futuro socio nel collettivo di scrittu-
ra Wu Ming Federico Guglielmi, e la formazione quasi al
completo della band minorile che più avanti si sarebbe chia-
mata Frida Frenner e, ancora dopo, Frida X.
«Perle ai porci» uscì per due stagioni scolastiche consecu-
tive e totalizzò una dozzina di numeri. Lo vendevamo a mil-

109
le lire durante l’intervallo, oppure davanti a scuola, suscitan-
do ogni volta le ire di qualcuno dei nostri bersagli, a comin-
ciare dai professori più coperti di ragnatele e dai giovani
emissari di partito.
La nostra prima pubblicazione ci valse un buon numero di
reprimende del preside e forse qualche fidanzata, ma soprat-
tutto fu il primo esperimento di quel che si poteva combina-
re grazie alla forza delle parole, della musica e della grafica:
pian piano l’atmosfera tetra del liceo di via Castiglione si ras-
serenò, come se la nostra pubblicazione artigianale avesse
spalancato in tanti dei nostri compagni un’urgenza nuova,
quella di esprimersi.
Quanto a noi, ci sentivamo felicemente anarchici e rock,
bastian contrari e romantici guerrieri in blue jeans e anfibi
Doctor Marten’s, benché molti di noi avessero avuto un’edu-
cazione standard cattolico-progressista: erano i tempi del
punk parrocchiale, e il sabato pomeriggio si andava a casa di
John, alla Ponticella, per farci tagliare i capelli nelle maniere
più strampalate. Non volevamo mica essere da meno dei cugi-
ni più grandi, i crestati e i basettoni della vecchia generazione
(venticinque anni, avranno avuto!), cresciuti fra le sale-prova
di via San Vitale e sulle scalette davanti al Disco d’oro.

Si stabilì che d’estate, dopo la maturità di Andrea, saremmo


partiti per l’interrail in quattro: oltre a noi due ci sarebbero
stati John e il mio compagno di classe Giovanni Mascia, un
ragazzo timido ed estroso che chiamavamo inspiegabilmente
Tony.
Per non morire di tedio nell’attesa, decidemmo di dare vi-
ta a una band, così durante il viaggio ci saremmo mantenuti
suonando per strada nelle capitali d’Europa. Qualche tempo
prima avevo ricevuto in regalo un basso Aria Pro II con il

110
quale tentavo disperatamente di suonare Smoke on the water
e Money dei Pink Floyd, certo che il nostro repertorio di bra-
ni originali avrebbe tratto giovamento da qualche cover di
rock classico suonata in stile ‘Sex Pistols dal vivo dentro un
pub’. Andrea, essendo un Prodi, sapeva suonare quasi tutti
gli strumenti disponibili da Ricordi in via Goito, e per l’oc-
casione si cimentava come cantante e tastierista. John, ottimo
chitarrista ritmico, con noi sedeva dietro alle pelli, lasciando
a Tony la gloria d’imbracciare una Fender Squier made in
Korea.
Riassumendo: un bassista pretenzioso e incapace che si fa
chiamare Elwood, un fior di musicista da conservatorio arri-
schiato nei panni di frontman, e un chitarrista ridotto a bat-
terista per lasciare spazio a un amico che possiede una chi-
tarra elettrica da meno tempo di lui.
Spero di non offendere nessuno, ma credo che in tutta Bo-
logna nella primavera del ’92 non esistesse una band peggio-
re di noi.
Ci avrebbe dato la paga qualsiasi band scolastica insieme
da più di tre settimane, e potevo rabbrividire all’idea di con-
dividere il palco, un giorno, con gruppi di solida fama locale
come i Templa Mentis o i Vitous... Per fortuna, nella saletta
rovente di Ricordi dove ci davamo convegno saltando la
scuola (al mattino le salette di Villa Mazzacorati erano chiu-
se, dannazione), ad ascoltarci non c’era nessuno.
D’altronde eravamo agli inizi, quel periodo in cui ancora
tutto è possibile e, a crederci tutti insieme, grosso modo a
portata di mano.
Iniziai a scrivere testi sugli strumentali che Tony registra-
va nel salotto della sua casa di largo Lercaro. Ascoltavo e ria-
scoltavo le cassette, e scrivevo testi in italiano, inglese e fran-
cese. Tanto per non essere da meno del mio idolo personale,

111
il leader del gruppo parigino Mano Negra, quel Manu Chao
che allora si faceva chiamare Oscar Tramor.
Consideravamo lui e John Frusciante dei Red Hot Chili
Peppers, Henry Rollins o il folle HR dei Bad Brains come nu-
mi tutelari (sulla portata storica dei Nirvana eravamo divisi),
e non ci facevamo scrupolo a prendere carta e penna per scri-
vere in macaroni english ai nostri produttori e discografici di
riferimento oltreoceano promettendo un futuro demo che li
avrebbe sbalorditi.
Se Glyn Johns e Steve Albini non sono morti dal ridere
quella volta, leggendo che una band chiamata Le anatre di
Central Park, da Bologna, Italy, presto si sarebbe imposta al-
la loro attenzione con una cassetta demo, è segno che devono
essere uomini molto comprensivi.
E se neppure voi ricordate le mie composizioni in stile vi-
talista-zotico, come Alexandra mon amour e Old England
pub, del tutto fuori luogo sui nebbiosi giri alla Cure di Tony,
siete perdonati di cuore.
«Suoneremo nel metrò di Parigi», esultavo in anticipo.
«E a Berlino!» aggiungeva Tony.
«Sul Ponte Carlo a Praga», sognava Andrea, imbevuto di
buone letture e ottime musiche.
«Sarà leggendario» prometteva John. «Così il demo lo re-
gistriamo dal vivo. Dal vivo all’estero».
Eravamo pronti a noleggiare un generatore, per attaccare
gli ampli ovunque avessimo voluto. Magari qui e là ci avreb-
bero fatti sloggiare. Magari in qualche posto ci avrebbero ad-
dirittura arrestato. Essere arrestato mentre suonavo. Se esi-
steva qualcosa di più eccitante che si poteva fare lontano da
una ragazza, non riuscivo ancora ad immaginarlo. Sai che sto-
rie, allora, avremmo potuto raccontare agli amici una volta
tornati a Bologna?

112
Sì sì. Un piccolo generatore da caricare in treno e, al posto
della batteria, un essenziale drum kit. L’unica sfiga era che
sulla grancassa non saremmo riusciti a scrivere per intero il
nome della band: Le anatre di Central Park non ci stava pro-
prio, a meno di ricorrere alle prestazioni di un calligrafo pro-
fessionista.
Non pensavamo lontanamente a filmarci, o fotografarci.
Le band non avevano pagine su «MySpace»: nel ’92 internet
era ancora un miraggio.
Pensavamo a procurarci il generatore, il drum kit e tutto il
necessario per suonare ovunque le ferrovie d’Europa ci
avrebbero condotto.
Poi accadde l’irreparabile.
Nelle ultime settimane del secondo quadrimestre John,
forse troppo impegnato a reperire il drum kit ideale, fallì una
dopo l’altra le interrogazioni determinanti. Di lì a poco usci-
rono i quadri, e scoprimmo che era stato rimandato senza ri-
guardo in latino e greco. Quei due maledetti «quattro», scrit-
ti a penna rossa nelle caselle dedicate al nostro batterista, fu-
rono l’inizio della fine.
Anziché partire con noi in interrail, dovette rimanere se-
gregato a casa per studiare.
In tre soli ci lasciammo sopraffare da quell’accesso di ra-
gionevolezza che annuncia e propizia ogni disfatta. In fondo,
perché guastarsi un viaggio rischiando di farsi arrestare? Per-
ché portarsi dietro un generatore? Un perché tira l’altro, e se
John ricevette una cartolina da ogni città che visitammo, il
povero Steve Albini dovette rassegnarsi a non ricevere mai la
fantomatica cassetta demo delle Anatre di Central Park.
I nostri cugini più grandi

Quand’ero ragazzino succedeva di montare in bici anche nel-


le domeniche mattina più nebbiose, e pedalare puntando i col-
li bastava a farti sentirmi libero. Capitava spesso, dalle parti di
Paderno o di Roncrio, di incrociare il vecchio Imbeni, il sin-
daco di tutti voi, che macinava strada in perfetta solitudine.
«Buongiorno, sindaco», lo salutavo.
Allora Imbeni sorrideva con una cordialità che contrasta-
va con i baffi austeri da dirigente di partito e, prima di spari-
re alle mie spalle, staccava una mano dal manubrio per ri-
cambiare il saluto.
Sembrava una persona perbene, e abitava in un palazzo di
via Don Sturzo, a pochi minuti dalla nostra casa di via Briga-
te Partigiane, il che me lo rendeva ancora più gradito.
Prima di lui c’era stato Zangheri, che conoscevo solo co-
me il bersaglio favorito degli studenti-contestatori del ’77, ma
era stato anche il sindaco che invitò i bolognesi a non abbas-
sare la testa dopo la strage del 2 agosto: i vecchi gli volevano
ancora bene.
Dopo la svolta della Bolognina, forse col pretesto del rin-
novamento, venne il turno dello scialbo ex assessore quaran-
tenne Walter Vitali.

114
Se Zangheri e Imbeni erano stati sindaci stimati anche da
parecchi avversari, c’era il sospetto che Vitali non lo fosse
nemmeno dai pezzi grossi del suo partito.
Cominciò a crearsi un clima di malcontento: se il partito
così come l’avevamo conosciuto non esisteva più, perché da-
re per scontato che i suoi eredi cresciuti nei quadri della Fgci
avrebbero dovuto governare per sempre la città?
Il risultato dei due mandati di Vitali fu un virtuoso immo-
bilismo, all’insegna del viver di rendita, del decidere poco per
non scontentar nessuno.
Se ne resero conto un po’ tutti negli anni Novanta, tranne
i quadri del neonato Pds ancora alloggiato in via Barberia: lo-
ro, zitti zitti, preparavano un suicidio politico ancora più cla-
moroso, da prima pagina dei giornali nazionali.
Se Bologna era in declino, come dicevano in tanti, meglio
chiudere gli occhi sul presente e rivolgersi alle glorie del pas-
sato, per finire col provare una dolce nostalgia per un’epoca
mai vissuta, l’età dell’oro in cui si erano fissati gli standard del
gusto giovanile cittadino.

Negli anni a cavallo fra il liceo e l’università, grazie al fitto di-


battito fra noi, e al non meno fitto scambio di libri, fumetti
rari in fotocopia e dischi copiati abusivamente su cassetta, co-
minciammo a prendere coscienza di cosa avevano realizzato
i nostri predecessori. Era tutta una congerie di studenti fuo-
risede e giovani teppisti autoctoni che fra il ’77 e i primi an-
ni Ottanta, quando noi eravamo troppo piccoli per uscire in
bici dal cortile, avevano reso Bologna la capitale italiana del
rock indipendente.
Confusamente, mettevamo i pezzi al loro posto: Andrea
Pazienza, che nel frattempo se n’era andato giovanissimo,
non aveva mai girato in Rolls Royce come qualcuno ti aveva

115
dato ad intendere. Tuttalpiù su una vecchia Alfa che pareva
dismessa dalla Digos.
Lui, Pier Vittorio Tondelli, Freak Antoni, Bifo e i Gazne-
vada non erano mai stati tutti compagni di merende come ci
davano a intendere i già numerosi nostalgici.
Senza contare che l’ironia demenziale degli Skiantos era
tutt’altro rispetto allo stile da consapevoli rockstar alternati-
ve dei Gaznevada, e le due band non erano affatto amiche,
piuttosto conoscenti.
Per restare alle notizie certe che riuscivo a comporre, ave-
vano avuto un punto di riferimento comune in una certa ca-
sa di via Clavature e nella figura di Oderso Rubini, felsineo
patron della Italian Records.
Di sicuro c’era anche che nel remoto 1979 al Palasport di
piazza Azzarita, noto a Bologna come il Madison, si era te-
nuto un indimenticabile festival del rock indipendente bolo-
gnese, dove insieme alle due celebri band più o meno rivali si
erano esibiti i Windopen, gli Stupid Set e molti altri, persino
certi fracassoni senza speranza di Casalecchio di Reno. Buo-
ni e meno buoni, tutti scatenati tranne gli Skiantos, che quan-
do venne il loro turno si rifiutarono di suonare inscenando
una spaghettata on stage prima salutata come curiosità di
stampo dada, poi sopportata a mal partito e infine coperta dal
coro «sce-mo, sce-mo».
Le rassegne estive come lo Scandellara Rock, i minifestival
alla sala Centofiori e le tante altre occasioni di seguire le band
cittadine con le quali ogni bolognese che si rispetti è cresciu-
to, sono nate tutte da quell’idea folle di Oderso: affittare il
Palasport, e cioè il tempio di Virtus e Fortitudo, per un festi-
val dedicato alla nuova musica che si ascoltava a Bologna.
Si era trattato di una stagione vitale e sfrenata, e non po-
chi dei ragazzi di allora non erano mai diventati uomini.

116
Tuttavia chi era rimasto, dopo averti annusato un po’, in
generale era disponibile a raccontare.
Negli anni avrei parlato con Freak Antoni e Stefano Cave-
doni, con Giorgio Lavagna e Ciro Pagano, con Oderso Ru-
bini e l’ex punk-cabarettista torinese, poi stella dell’hit para-
de (e molto altro ancora), Johnson Righeira.
Erano stati l’ala creativa e musicale della città in quegli an-
ni, erano sopravvissuti, ed erano disposti a raccontarti la lo-
ro versione.
È stato grazie a quella pattuglia di performers e a tuo zio
Sandro, ai suoi racconti e ai pacchi di «AlterLinus», «Canni-
bale» e «Frigidaire» custoditi nella casa di famiglia, se ti sei
trovato affascinato da quell’atmosfera sperimentale, libertina
e tragica che avresti provato a riproporre, coerentemente tra-
sfigurata, nel romanzo Bastogne.
Da ragazzi, certo, dovevano essere stati diversi: quando li
ho conosciuti io, Giorgio Lavagna era editor di fumetti alla
Marvel Italia, Cavedoni si era messo a scrivere guide per la
Lonely Planet, e Oderso distribuiva via internet dischi d’ogni
genere, dalla classica all’hard rock. Fra quelli rimasti nel
mondo della musica, il più prospero era Ciro Pagano, che al-
l’inizio degli anni Novanta, con la sigla Datura, si era dato a
sfornare hit elettroniche di immenso successo commerciale.
Poiché sono cugini più grandi, mi affido alle parole che al-
cuni di loro mi hanno voluto confidare.

Negli anni Settanta, Giorgio Lavagna era un ragazzino mi-


nuto e nerd del quartiere San Donato, cresciuto con il sogno
di spedire sulla luna il primo razzo made in Bologna.
Ci si era messo d’impegno, negli anni precedenti: in fondo
bastava riempire un tubo di ferro con limatura di zinco e

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qualche altra diavoleria, applicare al micidiale cilindro le alet-
te in plastica di stabilizzazione, e dare fuoco alla miccia.
Ne partirono parecchi, di quei razzi: alcuni lunghi pochi
palmi e altri ricavati da tubi innocenti da ponteggio segati a
metà. Venivano sparati all’alba, a metà pomeriggio e nel cuo-
re della notte.
Giorgio non li vide mai raggiungere l’astro silente: per la
maggior parte prendevano il volo spinti da una forza iniziale
promettentissima, puntavano lo zenith per qualche secondo
e poi perdevano fatalmente potenza.
Esaurito il loro arco, cominciavano a scendere in picchia-
ta e si abbattevano sul suolo bolognese con la stessa rabbia
dei razzi che gli uomini di Hezbollah sparacchiano sulle città
israeliane di frontiera. Andavano a disintegrarsi nei campi, o
in alcuni casi sopra i tetti delle case coloniche più vicine al-
l’abitato, ma Giorgio e i suoi assistenti non demordevano.
Quando misero a punto un innesco elettrico in grado di far
detonare meglio la miscela, convennero che il primo razzo
della nuova generazione andava battezzato. Come omaggio
alla ragazza più carina del caseggiato, decisero di chiamarlo
Raffaella I.
Il lancio fu eseguito con risultati dubbi: nessuno fu in gra-
do di stabilire se la straordinaria parabola del razzo fosse ter-
minata fra i crateri senza tempo del Mare della Tranquillità
o, «sai la sfiga?», sfondando il tettuccio di una Fiat 500 in
transito lungo gli Stradelli Guelfi.
Nel dubbio l’esperimento venne ripetuto con il Raffaella
II, il Raffaella III e molti altri tubi volanti della stessa classe.
Raffaella Bartolini, che all’anagrafe di nome faceva Miriam
e ancora non si tingeva i capelli di biondo, non era partico-
larmente sensibile a questo genere di attenzioni.
Pochi anni più tardi si sarebbe stupita nello scoprire che

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lo smilzo lanciatore di razzi di via San Donato calcava le sce-
ne più selvagge e off con lo pseudonimo di Andy Nevada.
Nulla, in ogni caso, di fronte allo stupore di lui quando
avrebbe imparato che Miriam detta Raffaella, in arte Veroni-
ca Lario, era diventata la seconda moglie di un milanese fa-
moso senza bisogno di nomi d’arte.

Dopo anni sperimentali al liceo Copernico – insieme, fra gli


altri, al futuro sindaco Walter Vitali – il giovane Lavagna eb-
be un’intuizione destinata a cambiargli la vita.
«Erano anni in cui la musica era il linguaggio giovanile
transnazionale per eccellenza, e quando uscirono i primi
synth digitali, capii tutto» racconta Giorgio oggi, indossando
un’incredibile tenuta mimetica pixelata. «Pensaci anche tu: il
potere non vuole mai che chi produce le cose veramente im-
portanti per la società se la passi bene. Per i primi sessant’an-
ni del secolo, l’industria principe d’Italia era stata il mattone,
e lo Stato aveva tutto l’interesse a tenere i muratori sulla cor-
da, a non farli arricchire. Poi è venuta l’industria automobili-
stica: chiunque poteva diventare operaio alla Fiat, e di solito
non erano quelli che se la passavano meglio. Quando mi resi
conto che stavamo passando dall’analogico al digitale, che
ogni frase musicale, anche la più difficile da suonare dal vivo,
poteva essere programmata grazie a una sequenza di numeri,
seppi con certezza che l’industria immateriale, e il rock in pri-
mo luogo, sarebbero diventati il nuovo cantiere e la nuova ca-
tena di montaggio. All’improvviso chiunque poteva diventa-
re rockstar, e allo stesso tempo nessuno più sarebbe potuto
assurgere a competere con i nomi degli anni Sessanta e Set-
tanta: quando suonavano loro, la musica era un’attività per
pochi, o molto ricchi o molto bravi. In poche parole, in quel-
la stagione precisa scoprimmo che anche noi potevamo suo-

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nare ed essere, a modo nostro, delle stelle. Solo un pazzo, nei
nostri panni, non ci avrebbe provato».
Più illuminante di un’intervista allo stesso Malcolm McLa-
ren.
Così nacque il Centro d’Urlo Metropolitano, poi evoluto-
si nei Gaznevada.

In giro per la città il neocantante Giorgio (alias Andy Neva-


da) conobbe i disegnatori Andrea Pazienza e l’ex cinno del
quartiere Murri Filippo Scozzari, all’epoca studenti universi-
tari e già astri nascenti del fumetto indipendente.
Si prese la fatale decisione di risiedere, più o meno tutti in-
sieme, in uno stabile a due passi da piazza Maggiore inizial-
mente occupato da Scozzari, Giampiero Huber e Dadi Ma-
riotti.
«Erano anni strani. C’era stata una quasi-rivoluzione, e la
sera la piazza si riempiva di cinque o diecimila ragazzi. Così,
per stare insieme e cazzeggiare. Io vivevo senza un soldo, co-
sa oggi impossibile. Letteralmente senza un soldo, eppure
potevo permettermi dei lussi. Sembra strano, ma era così».
Mentre Vasco, Riva e compagnia si struggevano al caldo in
via delle Bombe, nello spazio ribattezzato Traumfabrik capi-
tava di tutto: Giorgio Lavagna, Ciro Pagano, Giampiero Hu-
ber e Sandro Raffini fra un concerto e l’altro passavano gior-
ni interi a disegnare, il meraviglioso provinciale Pazienza si
lasciava coinvolgere dall’atmosfera di cui sarebbe diventato il
più acclamato narratore, e Scozzari... «S’incazzava come una
pantera. Lui avrebbe voluto una vita normale. Fare colazio-
ne all’ora giusta, la buca delle lettere svuotata ogni mattina e
un ambiente silenzioso per disegnare in pace. Gliene abbia-
mo fatte passare di tutti i colori, in quel periodo. A volte tor-
navamo all’alba e ci buttavamo in camera sua per svegliarlo

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con i racconti della nostra notte rock’n’roll. Raffini, in parti-
colare, era perfido: ‘Ho conosciuto una gran gnocca e me la
sono scopata anche per te, Filippo’, gli urlava in faccia. ‘Sì,
pensavo a te. Te che te ne stai tutto il giorno in casa a dise-
gnare, rintanato come un topo. Te che la notte dormi come
un impiegato di merda e ci odi perché abbiamo tutto quello
che non puoi avere’».
Una vita d’inferno, ma in realtà pare che Scozzari non si
rintanasse sempre da solo. Doveva difendere la propria pri-
vacy, e un giorno i Gaznevada scoprirono che il loro coin-
quilino aveva messo un grosso lucchetto alla porta della pro-
pria stanza.
Si occupò lo stesso Giorgio, prima che il futuro autore di
Prima pagare poi ricordare rientrasse, di scassinare la porta e
coprire le pareti di scritte: «Il bello di essere del quartiere San
Donato e fare il musicista è che conosci un sacco di gente nel-
la malavita. Non chiedermi perché, ma di solito ai malavitosi
i musicisti stanno simpatici».
In quella stagione arrivò a Bologna l’eroina: «Tipi mai vi-
sti prima regalavano dosi a destra e a manca. Nel giro di po-
chi mesi divenne figo, mostrarsi in giro per la città con la si-
ringa che occhieggiava dal taschino della giacca».
Il morigerato Scozzari si trovò suo malgrado in mezzo al-
la realtà nascente della tossicomania bolognese: «Gente che
entrava e usciva di casa a tutte le ore del giorno e, soprattut-
to, della notte. Ragazzi che si sentivano male. Altri che appa-
rivano pistole in pugno e mettevano tutti al muro con le ma-
ni sopra la testa».
Nel bene e nel male, la Traumfabrik è stata l’archetipo di
molte case di fuorisede degli anni a venire, e ancor oggi i bra-
vi ragazzi che si stabiliscono da queste parti per iscriversi al
Dams o all’Accademia di Belle Arti si indicano a vicenda il

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portone da cui uscivano due fra i nomi più belli del disegno
italiano e la band più lungimirante e acclamata dai rocker di
allora.

Anche gli Skiantos erano spesso ospiti alla Traumfabrik:


«Freak Antoni passava spesso. Invece la prima volta che ho
visto Cavedoni è stato in piazza Verdi» prosegue Giorgio.
«Gli è sempre piaciuto recitare, e quella sera faceva finta di
essere fatto».
Oggi sembra impossibile, ma erano anni in cui degli Skian-
tos si occupavano la più celebre linguista del paese e la tele-
visione di Stato.
La loro sperimentazione a cavallo fra rock, dada e canzo-
nette nostrane era presa molto sul serio, e anche per loro era
un periodo da decine di concerti l’anno.
Racconta Cavedoni nel volume collettivo Non disperdete-
vi: «Ci tormentavamo a vicenda. Roberto (Freak), Andrea
(Jimmy) ed io arrivavamo con i testi e tutti gli altri Skiantos
ci rompevano i coglioni, volevano sempre intervenire sulle
nostre liriche, come noi cantanti su quelle degli altri due.
Ogni decisione che si prendeva doveva passare per acclama-
zione. Non esisteva un unico leader. Noi eravamo esatta-
mente lo specchio del modo in cui prendevano forma le co-
se in piazza, in politica, o in radio. Non era ammissibile che
ci fosse qualcuno che indicava esclusivamente la propria stra-
da. Questo fu un elemento determinante nella natura degli
Skiantos».
La loro avventura discografica era cominciata in una not-
te del 1977 agli studi Fonoprint, noleggiati da Oderso fra il
tramonto e l’alba per incidere le performance del gruppo, fin
lì provate nella cantina di Freak ed eseguite in pubblico solo
sporadicamente.

122
«Nel ’77 l’utopia diventò realtà. Presi il coraggio di regi-
strare quel disco sperimentale che si intitolò Inascoltable.
Posso dire che sono riuscito a dare un corpo vero ad un grup-
po di incapaci, ma intellettualmente lucidi, che dovevano sfi-
dare gli stereotipi piccolo borghesi della musica pop rock».
Gli Skiantos di Karabignere blues e del primo LP «erano
degli antagonisti per eccellenza, registrarono un primo disco
con musicisti che non si conoscevano tra di loro, avendo tra
le mani una sola certezza: i testi. Fu una notte di improvvisa-
zione per una decina di persone innamorate della musica».
Favoleggiati in città erano i bombardamenti d’ortaggi cui
il pubblico, incitato dalla stessa band, li sottoponeva sul pal-
co: spesso qualche buontempone esagerava, e insieme ai po-
modori piovevano accendini, lattine, financo pietre.
Quando sarebbe capitato in piazza Maggiore a Jovanotti
per Vota la voce, non l’avrebbe presa con altrettanta ironia.
Ebbe un bel raccomandarsi Red Ronnie dal palco: «Basta!
Basta! Se proprio volete prendervela con qualcuno, fatelo
con chi vende le armi!».
Il bombardamento di monetine non finì, e qualcuno tra-
manda che lo stizzito interprete di Gimme five e Go Jovanot-
ti go lasciò il palco sibilando al microfono: «Tanto io, coi vo-
stri soldi, mi sono comprato la moto!».

«Era un’ironia che non tutti capivano» racconta Freak Anto-


ni nella sua casa di via Marzabotto. «Da parte nostra c’era la
volontà di rovesciare il rapporto fra la band sul palco e il pub-
blico stipato là sotto a idolatrarla. Ma qualcuno si fece pren-
dere la mano, e più di una volta ho dovuto interrompere il
concerto perché in mezzo ai pomodori ci lanciavano anche
pietre. Come fai a non capirlo, che un cavolfiore ha la sua

123
poesia, mentre con una pietrata in testa puoi anche ammaz-
zare una persona?»
Ci sono stati anni bui e parecchi cambiamenti di forma-
zione, ma Freak e soci non hanno mai smesso di battere pal-
mo a palmo la galassia di feste dell’Unità e feste della birra
che punteggiano la terra natìa nella buona stagione.
Hanno tirato su un paio di generazioni di ragazzi emiliani
adusi a scrivere nei bagni della scuola i loro antiproverbi, e
negli anni del liceo Sono un ribelle mamma era lo scherzoso
inno di quanti si contrapponevano al fighettismo imperante.
Solo dopo la svolta del millennio gli Skiantos torneranno
ad affacciarsi dagli schermi televisivi come resident band del
programma Coloradio, ma nel frattempo Roberto Antoni in
arte Freak ha dato alle stampe una messe di volumi, fra i qua-
li il più celebre resta probabilmente la raccolta di massime e
sketch Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti.
Nelle ultime stagioni, insieme alla compagna, la pianista
Alessandra Mostacci, ha dato vita al progetto Ironikontem-
poraneo, che dal vivo vede Freak in smoking impegnato a de-
clamare brani propri e di – faccio per dire – Tristan Tzara e
Majakovskij.
Una delle ultime date del tour 2007 è stata organizzata nel
chiostro dell’Arena del Sole dal vecchio amico Oderso Rubi-
ni, e poiché ho avuto la fortuna di trovarmi sul posto, devo
dire che il personaggio dolce e dolente di Roberto Antoni in
arte Freak s’attaglia meglio a contesti di questo genere che
non ai concerti con gli Skiantos, di fronte a un pubblico sto-
ricamente chiassoso e, ancora dopo trent’anni, segretamente
tentato di lapidare la band a suon di ortaggi.
Idoli e pettegoli

Fra quelli che non c’erano più e che non avrei mai potuto in-
terrogare, nella Bologna dei primi anni Novanta svettavano
per la loro mancanza Andrea Pazienza e Pier Vittorio Ton-
delli.
Li legava per sempre un articolo a mo’ di elogio funebre
che Tondelli aveva scritto dopo la scomparsa di Paz nel 1988,
e il fatto di avere narrato con toni vividi, l’uno disegnando e
l’altro scrivendo, cosa significava essere un ragazzo di ‘Bolo-
gna la rock’, fra la via Emilia e un sogno sognato ad Amster-
dam, negli anni in cui anch’io mi affacciavo sulla vita, deciso
a mappare tutto quell’Altrove che ancora mi sfuggiva.
Ormai ne resterà pochissimo, mi dicevo, reso ebbro dalle
mie prime conquiste.
Potevo pedalare fino all’angolo fra via Emilia Ponente e via
del Cardo, e riconoscere con un tuffo al cuore la casa de-
scritta da Paz in Pompeo.
La casa in cui davvero Paz e il fratello Michele avevano vis-
suto fin dall’arrivo a Bologna. Giusto sopra il bar Cirenaica.
Potevi entrarci, in quel bar, e stupirti che non ci fosse una tar-
ga commemorativa, né niente che ricordasse la prima rock-
star del fumetto italiano. Né c’è oggi, faccio presente.

125
Non c’è una targa né in via Fondazza né in via d’Azeglio, sot-
to i due appartamenti bolognesi di Pier Vittorio Tondelli, il
più coraggioso e generoso fra i ‘nuovi scrittori’, che se n’era
andato nel dicembre del ’91.
La stampa ne aveva fatto il più celebre fra le vittime italia-
ne dell’Aids, ma riconobbe anche i suoi meriti come autore
di Altri libertini e Pao Pao, Rimini e Camere separate. Noi lo
conoscevamo soprattutto come firma giornalistica – il corpus
raccolto in Un weekend postmoderno – e per la sua fama di
scopritore di giovani talenti, che poi faceva pubblicare con la
casa editrice anconetana Transeuropa.
Da quelle antologie programmaticamente marchiate «Un-
der 25» erano usciti narratori che adesso pubblicavano per
case editrici importanti. Ultima soltanto in ordine d’appari-
zione veniva il più recente fenomeno giovanile della narrati-
va made in Italy, una ragazza marchigiana che le voci popo-
lari assicuravano studentessa a Bologna.
I romanzi di Silvia Ballestra Il compleanno dell’iguana e La
guerra degli Antò erano usciti in un primo tempo per Tran-
seuropa e, una volta riproposti in formato economico dalla
Mondadori, avevano superato gli angusti confini dei critici,
colpiti dall’impasto linguistico anglo-italo-adriatico di Antò
Lu Purk, per imporsi all’attenzione del grande pubblico, a tal
punto che la notizia giunse persino alle orecchie foderate di
prosciutto del vostro affezionato narratore.
«Ma lo sai – ti raccontavano – che è uscito un romanzo di
studenti ambientato a Bologna? C’è l’Isola nel Cantiere e si
parla anche del tabaccaio di via Indipendenza lì vicino».
Il tabaccaio ce l’avevo ben presente, ma ai concerti dell’I-
sola nel Cantiere non ci andavo. Ero troppo giovane e non mi
piaceva l’hip hop, colpa grave in quegli anni in cui i giornali
parlavano delle posse come della più entusiasmante novità

126
della musica italiana degli ultimi duemila anni. Per chiarezza:
Stop al panico l’ho ascoltata fino a consumare le tempie, e ci
sono stati anni in cui andavo volentieri al Livello 57 in via del-
lo Scalo e anche dopo che ha traslocato, andavo ad ascoltare
Aphex Twin al Link, o anche solo Iommi deejay. Andavo
ovunque, se nello special c’era abbastanza broda, ma il mio
genere d’elezione era un altro.
Genere con chitarre, in linea di massima.
Genere certe serate al Covo di viale Zagabria, due genera-
zioni di modernisti in Fred Perry stipati a bere birra e balla-
re sui successi delle classifiche indie britanniche, dopo che
nella sala grande è finito il concerto di un gruppo pronto a di-
ventare famoso (e altri due o trecento ritardatari sono in fila
fuori al freddo, perché altrimenti dentro non si respira).
Ad ogni modo, anche se erano dei buzzurri assoluti e al
Covo sarebbero stati decisamente fuori stile, i punkettini di
Silvia Ballestra erano simpatici e familiari: ridevi piegato sul-
la sedia, leggendo dei goffi tentativi di Antò Lu Purk per ap-
procciare le prosperose compagne di studi.
Un cafone aspirante playboy che simula toni da intellet-
tuale giovanile: non ne era piena la città? E di matricole for-
mose che vivevano la loro personale rivoluzione sessuale in
una stanza fra Porta Lame e Porta San Vitale ce n’erano tan-
te quanti i fili d’erba in un campo, grazie al cielo.
Quella Silvia Ballestra di Grottammare aveva fatto centro,
raccontando Bologna senza bisogno di cadere nel folk regio-
nalistico. Non la Bologna da documentario sul buon vivere e
il buon mangiare, ma quella vera, dei punk cinofili e crestati
parauniversitari e di un libertinaggio che non si esercita solo
in discoteca, ma soprattutto nelle biblioteche universitarie,
nei bar di via Guerrazzi e del Pratello e nelle feste in casa dei
fuorisede.

127
Avrei appreso con sconcerto che l’autrice aveva avuto pro-
blemi per i suoi libri: gente dell’Isola nel Cantiere, si diceva,
che si era riconosciuta e le aveva detto più o meno «come caz-
zo ti permetti di citarmi (o evocarmi) in un libro che esce per
una casa editrice commerciale?». Non un bel clima, contan-
do che le proteste arrivavano proprio dagli ambienti che Sil-
via, ancora iscritta a Lingue in via Cartoleria, aveva frequen-
tato in prima persona.
Riconoscevo le stesse rimostranze che per tutta la sua car-
riera bolognese erano state mosse a Pazienza dai più livoro-
si. A distanza di anni, tanto Freak Antoni quanto Giorgio
Lavagna me l’hanno raccontato con le stesse parole stupite:
«Andrea era perseguitato da gente che si riconosceva nei
suoi fumetti e magari, per chiudere l’incidente, gli chiedeva
dei soldi».
La storia si ripeteva sotto i miei occhi: nei bar di Bologna
si aggira sempre qualche maestrino mancato pronto a pren-
dersela con chi, maledetto, abbia commesso l’impudenza di
raggiungere la celebrità senza domandare prima il permesso.
Non sorgeva ogni tanto qualcuno che veniva a rivelarti,
con un sorriso maliziosetto, che Luca Carboni aveva inciso il
primo disco «perché è amico di Lucio Dalla»?
O qualcun altro felice di raccontarti che un certo giocato-
re di basket della Virtus sarebbe stato, in realtà, un cornuto?
Bologna, si è detto, è città femmina: le piace parlare, e l’ar-
te del pettegolezzo, anche quando sconfina nella leggenda
metropolitana, non le è ignota.
Una storia autentica

Indagai, e venni a sapere che l’uomo sulle cui spalle poggia-


va la casa editrice Transeuropa, lo scopritore di talenti che
portava avanti il dialogo di Tondelli con i più giovani, si chia-
mava Max Canalini.
Si diceva vivesse fra Bologna e Ancona, ma non fu diffici-
le rimediare l’indirizzo preciso al quale spedire i miei tentati-
vi di narrazione, ché quel signore potesse prenderli in esame.
Spedii e, con mia somma sorpresa, Canalini rispose. Te-
lefonò, addirittura, per fissare un appuntamento.
Apparve ai piedi delle Due Torri col passo del profeta, am-
mantato da un impermeabile bianco che lo faceva sembrare
ancora più alto e, mentre passeggiavamo, anziché parlare del
romanzetto cyberpunk che gli avevo inviato mi sottopose a
una sorta di interrogatorio: come andavo a scuola? Cosa fa-
cevano i miei genitori? Suonavo? Quale strumento? E cono-
scevo i nomi dei Rolling Stones?
Solo alla fine del nostro incontro, davanti a un negozio di
giocattoli dalle parti della questura, rivelò che il mio testo gli
era apparso interessante, ma non degno di essere pubblicato.
«È una storia copiata da Blade Runner» disse. «Lo sai an-
che tu».

129
«Eh» ammisi con le orecchie che andavano a fuoco. Bec-
cato in pieno.
«Dovresti, invece...».
«Così non sarò mai pubblicato», mormorai stringendo i
pugni.
«Ma no, aspetta. Perché, invece di copiare le storie dal ci-
nema, non provi a scrivere una storia autentica? Con dentro
la gente vera, che conosci».
Mi fornì una lista di una ventina di titoli che avrei dovuto
assolutamente leggere, saggi di quella che lui considerava
scrittura autentica. Ci congedammo con la promessa di risen-
tirci più avanti, non appena la mia storia fosse stata pronta.

In capo a sei mesi, la prima stesura di Jack Frusciante è uscito


dal gruppo sorse dalla stampante del mio Mac. Prendemmo
allora a incontrarci con Canalini per periodiche letture ad al-
ta voce, alternate a dialoghi peripatetici sulla scrittura che fa-
cevano invariabilmente tappa nella casa della sua fidanzata in
via San Felice, e in quasi tutti i bar fra Porta Sant’Isaia e via
Azzogardino.
Max era un uomo intorno ai quarant’anni, carismatico e
stravagante, spiritoso e vanesio, che per anni avrebbe accol-
to i suoi ospiti in uno studio dove, giusto sopra la sua poltro-
na, campeggiava affisso al muro l’ingrandimento di un rita-
glio di giornale dove egli stesso veniva definito «il migliore ta-
lent-scout d’Italia». Quell’elogio non era immotivato, ma era
un vezzo che mi faceva sorridere, come quello di vestire abi-
ti firmati, frequentare quotidianamente una parrucchiera per
signora e mantenere ferma in un garage una vecchia Porsche
che sarebbe costato troppo mettere a nuovo.
Istrionico, spregiudicato, soggetto a improvvisi sbalzi d’u-
more: questo era l’editor che, fra Bologna e Ancona, mi ha in-

130
segnato a guardare con rispetto una pagina bianca e un vec-
chio romanzo dalle pagine ingiallite, a fare l’alba su un sin-
golo capitolo, rileggendolo ad alta voce e aggiustandolo fino
a calibrare il significato di ogni parola e ogni pausa.

Un pomeriggio, in una sedicente sala da tè dalle parti dell’o-


spedale militare, Max mi fece conoscere Lorenzo Marzaduri,
che aveva pubblicato per Transeuropa tre titoli d’ambienta-
zione bolognese. Il più recente, Sergio Rotino contro Rommel
e Benito Adolfo Castracani, era stato riproposto da poco fra
gli Oscar di Segrate.
Ero emozionato, perché Marzaduri era uno scrittore vero.
Insieme a Cacucci e Lucarelli, il più interessante che la città
offriva in quel primo scorcio di anni Novanta. Era uno del
Gruppo 13, lui. E dopo quella volta che avevo inseguito per
strada Stefano Benni, di scrittori non ne avevo più conosciu-
ti: Canalini si rifiutava con mille scuse di passarmi il numero
di telefono di Silvia Ballestra.
Marzaduri si presentò al nostro appuntamento indossan-
do un impermeabile, più beige e poliziesco di quello dell’e-
ditore, che contrastava con le ginocchia dei jeans sporche
d’erba e gli stivaletti alla Beatles inzaccherati di fango.
«Mi sarei rotolato fra i prati fino a poco fa. Con un’amica»
si giustificò sorridendo.
Se neppure lui era più un ragazzino, nella sua barbuta ap-
parizione c’era qualcosa di spontaneo e carico d’energia.
Scrittore bolognese di nascita, democratico ma libertario,
fortitudino e fan del Bologna: difficile non immedesimarsi. E
poi pubblicava racconti sull’edizione italiana della rivista che
aveva ospitato Ernest Hemingway.
Mentre Canalini sorseggiava compito il suo tè, Marzaduri
non si faceva problemi a parlare di donne, né ad abbeverarsi

131
con un rustico drink, metà acqua e metà vino bianco, che ave-
va fieramente battezzato «sguazzone».
C’era qualcosa di familiare, in lui, come fossimo cresciuti
negli stessi cortili a vent’anni di distanza, e poiché si offrì di
incontrarmi ancora, per leggerci reciprocamente le nostre cose,
pensai che ormai non dovevo più mentire a me stesso: adesso
ero davvero un giovane scrittore (inedito, d’accordo, ma chi
non lo era stato?) che frequentava non solo un editore, ma
anche scrittori più maturi, felici di condividere un racconto
non ancora pubblicato, e sentire la tua opinione in proposito.

Il mio primo romanzo aspettava solo di conoscere l’inebrian-


te profumo delle rotative quando il mensile «King», che co-
stituiva l’ala frivola delle mie letture periodiche, indisse un
concorso letterario fra i lettori. La semplice idea della com-
petizione e il fatto che il concorso fosse intitolato My genera-
tion, come l’inno degli Who, furono bastevoli a rinchiudere
il sottoscritto in casa per una settimana filata.
Tentai di dare forma compiuta al paio di capitoli scritti fin
lì, rilessi tutto ad alta voce fino allo sfinimento come mi ave-
va insegnato a fare Canalini, e quando mi parve che il rac-
conto fosse a posto, da Bologna partì un plico diretto alla pa-
lazzina milanese dove aveva sede «King».
Qualche mese dopo seppi che il mio racconto si era classi-
ficato al secondo posto: sarebbe stato pubblicato in un libro
vero! Come non bastasse, avevo vinto un viaggio in Kenya e
la redazione voleva conoscermi, forse addirittura propormi
di scrivere qualcosa. Altroché, pensai lisciandomi i tre peli
che m’adornavano il mento. Ma se il mio talento viene rico-
nosciuto persino a Milano, perché mai l’editore Transeuropa
di Ancona dovrebbe indugiare ancora? Orsù, si pubblichi la
mia storia autentica, per cortesia!

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Età moderna
(1994-1999)
Il magico mondo
di Umberto Eco

Nell’autunno del ’93, in qualità di matricola a Scienze della


comunicazione, avevo cominciato a frequentare le lezioni di
Umberto Eco e Roberto Grandi, più tardi assessore alla Cul-
tura.
L’impatto con l’Alma Mater era stato tranquillizzante co-
me una visita a casa di parenti, così mi restava abbastanza
tempo per bombardare di telefonate Canalini nel tentativo di
scoprire se e quando, di preciso, la mia storia sarebbe diven-
tata un libro vero, distribuito anche a Bologna.
Max mi rassicurava, garantiva che era questione di setti-
mane, e di tanto in tanto citava l’opposizione dei suoi soci al-
la ricerca narrativa come causa di quel ritardo.
Così riattaccavo perplesso e spingevo il tasto della restitu-
zione gettoni. Se ce n’erano li raccoglievo, poi uscivo dalla ca-
bina e mi avviavo verso le aule di via Zamboni.
Lo stile amabile dei professori era distante anni luce dalla
figura ancien régime di molti insegnanti liceali che avevo co-
nosciuto, e se è vero che le scarpe raccontano parecchio sul-
l’uomo che le porta, dovevamo considerare tanto il Maestro
Eco quanto il più giovane Grandi come persone vicine a noi.
Entrambi, in quello scorcio d’autunno dei primi anni No-

135
vanta, sfoggiavano spesso anfibi Dr. Martens, e sembrava na-
turale lasciarsi guidare attraverso le vertigini di senso della se-
miotica da sherpa con calzature identiche alle tue.
All’università c’erano ragazze interessanti ovunque ti gi-
rassi, ma quelle che di fatto erano fanciulle in fiore mi sem-
bravano già adulte, così come mi sentivo adulto io. Quasi tut-
te avevano lasciato un fidanzato a casa, nella città in cui era-
no cresciute, e in generale i rapporti erano improntati a un li-
bertinaggio consapevole, che nella mia innocenza immagina-
vo simile a quello fra persone sposate.
Come se le persone sposate potessero dormire impune-
mente in casa d’altri, per rientrare ancora ubriachi e puzzo-
lenti d’incenso alle dieci del mattino dopo.
Io, in ogni caso, una moglie non ce l’avevo: l’unica donna
disposta a sopportarmi più di ventiquattr’ore in quel perio-
do era mia nonna, così elessi casa sua a domicilio e l’ex ca-
meretta di mio zio Franco a tana personale.

Franco era stato un ottimo corridore sui duecento e i quat-


trocento metri, da ragazzo, prima di consacrarsi alla medici-
na e alla nobile attività di centravanti nel club amatoriale San
Mamolo: le pareti della sua ex cameretta erano state per lun-
ghi anni cariche di medaglie e scansie affollate di coppe co-
me la sala dei trofei d’un bar di provincia.
Solo di recente Franco aveva trasferito in casa propria «tot
chi zavaj», sgomberando le pareti di quella che adesso anda-
va considerata la mia stanza: due metri per tre e mezzo con
uso dell’attiguo studio, e vista sul cortile in cui ero cresciuto
insieme a Iuri Giacobbi, il Druso, Malavasi e gli altri.
Allungato sul letto, potevo distogliere lo sguardo da Teo-
rie e tecniche della comunicazione di massa e guardare con un
misto di sollievo e nostalgia le ombre lasciate sulle pareti dal-

136
la lunga permanenza dei medaglieri e delle scansie cariche di
coppe. Ognuno di quei trofei aveva una storia, e di molti la
conoscevo anch’io.
Ai tempi degli allievi mio zio aveva corso contro Mennea,
ma non era l’argento ottenuto alle spalle dell’imprendibile
coetaneo pugliese il pezzo più pregiato della collezione. Nel
cuore di Franco c’era soprattutto una piccola medaglia d’o-
ro risalente a un qualche campionato giovanile dei primi an-
ni Sessanta.
Io che sono cresciuto di fianco allo stadio, so bene cosa si-
gnifichi poter calcare la prima volta la pista rossa del Dall’A-
ra sotto gli occhi degli amici in tribuna e sentire il tuo nome
chiamato dall’altoparlante.
Verso maggio, lo speaker snocciolava per tutto il pome-
riggio nomi di giovani atleti ignoti che il vento portava a col-
pire l’udito e l’immaginazione di quanti si trovassero nel rag-
gio di un chilometro dallo stadio.
Doveva essere così anche all’epoca in cui si correva con le
scarpette chiodate sulla terra battuta e mio zio studiava al li-
ceo Righi, perché a distanza di anni si emoziona ancora al ri-
cordo di compagni e familiari seduti sugli spalti.
Era così teso che, dopo la semifinale vittoriosa, si era sfila-
to le calzature e aveva preso ad aggirarsi nervoso a ridosso
della pista cercando di scorgerli fra il pubblico.
Poi lo speaker aveva convocato in ordine alfabetico gli
atleti per la finale, e le sillabe «Ac-cor-si Fran-co» erano ri-
suonate come la tromba dell’angelo il giorno del giudizio.
Mio zio notò il settore della tribuna da cui si levavano gli
«evviva», vide i suoi genitori e i suoi fratelli, i compagni e le
compagne.
Gli parve ovvio salutarli con un gesto pieno di energia, un
gesto da ragazzo che si appresta a vincere, e così saltò quasi

137
sul posto, come fanno i calciatori quando si allenano per i col-
pi di testa.
Forse allargò le braccia in un gesto di saluto, forse i suoi
occhi azzurri sorridevano.
Quando ricadde i suoi piedi non toccarono il suolo. Non
subito.
Un dolore improvviso lo costrinse a guardare in basso, e
solo allora si rese conto di essere saltato a piedi pari sui chio-
di delle proprie scarpette abbandonate suole all’aria.
Lo speaker annunciava i nomi dei suoi avversari, ma quel
giovane fachiro non sentiva più niente. Era più che disposto
a svenire, solo non gli sembrava dignitoso farlo davanti alla
famiglia. Allora in qualche modo si sedette e separò i chiodi
dai piedi. Prese fiato, poi infilò le scarpe in maniera corretta
e andò a correre la sua gara come niente fosse.
Il fatto che avesse vinto, o che dopo fosse rimasto una set-
timana senza riuscire a camminare, non contavano niente per
me.
Contava solo la lezione di vita: quando ti trovi davanti al
pubblico, non preoccuparti di compiacerlo e resta concen-
trato su quello che devi fare. C’è caso che riesci a correre la
tua gara senza infilzarti i piedi di fronte alla tribuna gremita.

Era un’indicazione che potevo mettere a profitto anche nel


corso degli esami: all’approssimarsi dell’orale di Semiotica, il
pensiero che Eco in persona ci avrebbe interrogato davanti a
uno stuolo di assistenti non ci faceva sentire troppo a nostro
agio. Era un professore simpatico, d’accordo, ma era pur
sempre il Maestro.
Allora, anziché cercare rimedio all’ansia in erboristeria, o
preoccuparsi seriamente di quale abbigliamento scegliere per
il gran giorno, era meglio stare calmi e ripassare i punti sa-

138
lienti della propria tesina. Ognuno di noi era stato invitato ad
analizzare un fenomeno culturale: poteva trattarsi del parti-
colare epos di Corto Maltese, dello stile inconfondibile d’una
certa rivista o di una rassegna cinematografica. Per non sfi-
gurare agli occhi dell’autore della Fenomenologia di Mike
Bongiorno, avevo scelto come oggetto del mio trattatello di
semiotica la band di pop adolescenziale 883.
Quando venne il mio momento, dimentico dei sorrisi di-
vertiti degli assistenti, analizzai puntigliosamente la grafica
delle copertine dei cd, tracciai nell’aria magici quadrati se-
miotici, interrogai l’immaginario evocato nei testi delle can-
zoni con triangolazioni da vertigine, e infine diedi conto del-
lo sbilanciatissimo, quasi imbarazzante, rapporto fra i due
componenti della band, Max Pezzali e quel Mauro Repetto
perennemente condannato a ballare sullo sfondo.
Magari altrove soggetti del genere venivano tenuti ben lon-
tani dagli atenei, ma a Bologna nell’inverno 1993-94, dopo
aver risposto a un paio di domande finali del Maestro, pote-
vi stringergli la mano per poi uscire inebetito nella luce livi-
da di via Zamboni con il suo autografo sul libretto, e un in-
sperato trenta e lode a mo’ di dedica.
Qualcosa è cambiato

Un giorno dell’autunno ’94 entrai alla Feltrinelli sotto le Due


Torri, per sfogliare qualche novità sotto l’occhio vigile di Ro-
mano Montroni.
La pila di volumi del mio romanzo d’esordio era al suo po-
sto, entrando sulla destra. Jack Frusciante continuava ad es-
sere ristampato e io ero chiamato a rilasciare interviste anche
più volte al giorno, ma non ero certo quella che si dice una
faccia conosciuta.
Altrimenti, non credo che le commesse quella mattina si
sarebbero messe a parlare di me proprio mentre, a meno di
cinque metri, il sottoscritto si sforzava di mandare a memo-
ria ampi passi de I furiosi di Nanni Balestrini.
Invece fu quello che fecero, istigate da un ragazzo che era
entrato chiedendo proprio il mio libro.
Io mi ero girato di scatto verso lo scaffale per sparire dal-
la loro vista, loro l’avevano servito e non appena il giovane
era scomparso verso le casse una delle due aveva commenta-
to che quel libretto andava forte.
E libretto era solo l’inizio.
La collega ribatté che la conosceva, la verità su quel li-
bretto: in realtà non l’aveva mica scritto il ragazzo di cui c’e-
ra il nome in copertina. Oh no. L’aveva scritto suo padre.

140
Stupefacente!
Non era ancora finita: secondo l’altra commessa non l’a-
veva scritto neppure suo padre, ma Umberto Eco. Quel Briz-
zi era uno studente di Eco, e aveva fatto in qualche modo da
prestanome al divertissement del Maestro.
Era la prima volta che assistevo allo spettacolo di scono-
sciuti che parlavano di me in pubblico: per qualche ragione,
la fama dai cento occhi era scesa a volo radente sui portici
della città e si preparava a ghermirmi.

Il marito milanese di Miriam-Raffaella Bartolini, nella prima


metà degli anni Novanta, per presentarsi nell’agone politico
prima dichiarò il suo appoggio al bolognese Fini, candidato
sindaco a Roma, poi venne qui di persona.
L’occasione fu l’inaugurazione di un centro commerciale
alle porte della città, e già in questa scelta si esprimeva la lo-
gica nuova del partito-azienda che andava nascendo in quei
mesi: uomini che fino al giorno prima avevano venduto spa-
zi pubblicitari si diedero da fare per reclamizzare l’immagine
del presidente del Milan, ritenuto la personalità più indicata
per salvare l’Italia da una presunta deriva comunista. (Qual-
che credenziale in questo senso, quel signore poteva vantar-
la: era o non era un ex iscritto della P2?)
A Bologna qualcuno sorrideva: un imprenditore proprie-
tario di tre reti televisive alla guida del paese? In-pu-séb-bil!
La prima volta che vidi un banchetto di Forza Italia in via
d’Azeglio, nel cuore pedonale del centro, erano più gli agen-
ti della Digos schierati a difenderlo che i potenziali elettori
che si fermavano a prendere il volantino... Eppure pian pia-
no il messaggio degli ex pubblicitari milanesi in giacca e cra-
vatta corruppe tutto il paese.
La Prima Repubblica, spazzata via dall’indignazione po-

141
polare seguita a Tangentopoli, minacciava di rinascere sotto
nuove spoglie ad opera di un presunto ‘homo novus’, che cer-
cava a suon di barzellette i voti che l’avrebbero salvato.
Gli elettori italiani si gettarono in massa in grembo alla sua
figura paternalista e sorniona. Molti lo fecero sperando in
una pressione fiscale più leggera, molti per sfregio verso la
vecchia classe politica e non pochi, io credo, esilarati dall’i-
dea bertoldesca di mandare per la prima volta a Palazzo Chi-
gi un uomo ignaro di politica.
A Bologna eravamo inorriditi: ci eravamo appena liberati
dallo stile clientelare del pentapartito di Roma, e già cadeva-
mo sotto le prime frottole dei pettinati venditori di Milano 2.
Nei pochi mesi in cui il marito milanese di Miriam-Raf-
faella fu capo del governo, in Italia cominciarono a circolare
strani concetti che qui in città non attecchirono del tutto: il
primo dogma era che i comunisti italiani dovevano vergo-
gnarsi del loro passato tanto quanto gli ex fascisti. Che i pri-
mi fossero stati perseguitati dai secondi per vent’anni finiti
con una guerra catastrofica e il crollo del regime, e che non
avessero mai occupato posti di governo nel paese, pareva una
trascurabile bazzecola. Inoltre, che il Pci avesse governato le
regioni meglio amministrate d’Italia doveva essere conside-
rato un semplice incidente di percorso.
C’era di che soffocare, fra indignazione, groppo in gola e
senso di claustrofobia.
L’Italia andava salvata da questi contafrottole. Bastava il
buonsenso, diamine! Per una volta le segreterie dei partiti
convennero con le indicazioni che i miei genitori ripetevano
da tempi non sospetti: «Solo il professor Romano potrebbe
farcela».
Si mobilitarono anche loro nei comitati locali per lo zio del

142
mio amico Andrea, tornando a occuparsi di politica attiva a
più di venticinque anni dal ’68.
Nel 1996 Prodi vinse, infatti, ma mica bastò. Dopo due an-
ni di buon governo, Rifondazione gli avrebbe tolto l’appog-
gio. Lo avrebbe sostituito D’Alema, e qualcuno lo vide come
uno sgambetto della sinistra salottiera romana ai danni del
nostro campione cittadino di ecumenismo ed onestà: le con-
dizioni perché il Pds perdesse la guida della nostra città si an-
davano delineando sotto lo sguardo miope degli stessi quadri
di partito.

Fra le varie collaborazioni nate dopo l’uscita in libreria di


Jack Frusciante la più stimolante era quella con «Cuore», che
aveva trasferito da poco la redazione da Milano a Bologna.
Il contatto con quel gruppo per me leggendario fu favori-
to proprio da Silvia Ballestra: poco dopo il nostro primo bre-
ve incontro nell’atrio della stazione, mi aveva presentato il
suo compagno Alessandro Robecchi, alias Roberto Giallo,
storica firma del giornalismo musicale e colonna di «Cuore».
Da un’intervista si passò all’invito a «fare un salto» da lo-
ro, nel grande open space con foresteria che la redazione ave-
va occupato in via Castiglione all’angolo con via dei Poeti.
Riconobbi al lavoro dietro i computer Lia Celi e Andrea
Aloj, ma il primo cui mi trovai a stringere la mano fu Miche-
le Serra, che all’istante coniò per me il soprannome di «Gio-
vane Holding».
Nonostante l’atmosfera rilassata, non c’era dubbio che lì
dentro si lavorava duro, e anche se il mio apporto si è limita-
to a pochi trafiletti dedicati a oggetti trash e a farmi offrire
una cena luculliana da Claudio Sabelli Fioretti, sono fiero di
avere incrociato la parabola di questa rivista entusiasmante e
corrosiva, che nell’Italia devastata dalla televisione aveva

143
scelto una Bologna ancora rossa per tentare la sua ultima re-
sistenza.

Il successo inatteso del romanzo stava cambiando la mia vi-


ta: a vent’anni avevo abbastanza soldi in tasca per vivere da
solo, e ricevevo un sacco d’inviti per fare cose che di solito
non si chiedono agli scrittori.
Nell’ordine, rifiutai la conduzione di un programma tv per
giovani sulla Rai di Freccero, un posto da giurato a Miss Ita-
lia e la partecipazione a una campagna antidroga per la pre-
sidenza del Consiglio dei ministri.
I miei «no» suonavano iconoclasti, ma io trovavo sempli-
cemente inaccettabile firmare e condurre un programma in-
tessuto di compromessi (Freccero sembrava un fuoriclasse
marcato da troppi terzini), così come giudicare un centinaio
di ragazze come se ci si trovasse a una mostra cinofila, o peg-
gio salire in cattedra per spiegare alla gente che la droga fa
tanto tanto male.
Ispirandomi a un’intervista di Kurt Cobain, non volevo es-
sere il portavoce di nessuno, figurarsi del Consiglio dei mini-
stri.
Un paio di partecipazioni al Maurizio Costanzo show mi
avevano messo l’allergia alla ribalta, anche se questo mi pro-
curava qualche inimicizia e l’esecrazione di Canalini, secon-
do il quale avrei dovuto sfruttare il momento per pubblicare
al più presto (per lui o per altri) lo stesso romanzo copiato da
Blade Runner che due anni prima aveva rifiutato.

Se il mondo dello show business letterario era quello che ave-


vo intravisto, molto meglio restare se stessi, ricevere le lettri-
ci più devote e affondare nella vita di quartiere, fra la biblio-
teca di Villa Spada e i prati dietro le vecchie scuole medie, al

144
bar Pipa, al bar Ravone, a casa del rocker Umberto Palazzo
e nelle case fumose dei venti-trenta ragazzi che all’epoca co-
stituivano, se ne rendessero conto o meno, una sorta di re-
pubblica separata nel cuore della città.
Con i nostri simili degli altri quartieri, potevamo trovarci
allo stadio, al Covo (guardati non troppo bene, in quel pe-
riodo), al Link, ai rave sull’Appennino o per faticosi weekend
in riviera al Cocco, al Peter o all’Echoes.
Ogni volta ci sentivamo come Jimmy il Mod in Qua-
drophenia, e quel genere di atmosfera rissosa e vitale sarebbe
bastata a curare chiunque dalle ingiurie del successo.
Situazioni reali che molti giornalisti avrebbero scambiato
per fantasie, e viceversa, entrarono con l’urgenza delle cose
che sanguinano nella redazione del mio secondo romanzo.
Per un po’ tutto filò liscio. Scrivevo, e la sera uscivo con
l’amico Castelluccio Davide, in arte Ded. Quando mi stanca-
vo potevo andare a Venezia da Tony, dove c’era un letto per
me, oppure a Firenze dai miei nuovi amici De Glaen. Una
notte, appena rientrato a Bologna dopo un reading con il lo-
ro chitarrista Vanni Bartolini, mi trovavo a percorrere l’asse
deserto di via Marconi pensando che era proprio la strada più
brutta della città, tanto che mi bastò approdare in vista del-
l’intersezione con via Ugo Bassi per provare un intimo sollie-
vo. Sulla sinistra le Due Torri chiudevano l’orizzonte nottur-
no, a destra sorgevano familiari gli attacchi di via Lame, San
Felice e del Pratello.
Salii i pochi gradini che conducono al riparo del portico
che costeggia il parcheggio dei taxi, e a quell’ora al posto del-
le auto pubbliche si vedeva solo una filante berlina made in
Sweden posteggiata di traverso: aveva il portellone del baga-
gliaio sollevato, e dietro il portellone c’erano un uomo e una
donna alle prese con un paio di valigie.

145
Quando ogni cosa fu sistemata, il portabagagli venne chiu-
so, e allora vidi che lei era una donna dall’aspetto soave, e lui
era Luca Carboni.
Anche loro mi videro e, contro ogni aspettativa, il Princi-
pe di Bologna levò un indice al mio indirizzo e domandò con
la sua celebre voce malinconica: «Scusa, ma tu sei Enrico
Brizzi?».
Che lo volessi o no, qualcosa era cambiato.
«Volevo la domenica
tutti i giorni»

Era cominciata senza preavviso un’epoca in cui poteva capi-


tare di tutto.
Anche di essere un romanziere ventiduenne e senza pa-
tente, seduto con la sua ragazza sui sedili posteriori di un’au-
to guidata da Red Ronnie, e partire in accelerazione nuclea-
re verso un ristorante bolognese da ore piccole.
In quella specie di sogno a occhi ben aperti, siamo di ri-
torno dal concerto al Palamalaguti, e ho appena conosciuto
Vasco nel backstage.
Quando arriviamo, gli altri sono lì da un po’: Vasco man-
gia tagliatelle al tartufo, dice: «Oh yeah!» e ci invita a pren-
dere posto vicino a lui. «Cosa fai, scrivi un altro libro ades-
so?» domanda.
Impensabile in altre epoche: stasera invece, nella enorme
mescolanza di cultura alta e bassa finalmente consentita dal-
lo spirito dei tempi, la massima rockstar della nazione si ri-
volge con gentilezza e interesse sincero al giovane romanzie-
re universitario senza patente.
«Ma dimmi, Brizzi. Stai scrivendo un nuovo romanzo?»
E in piena estasi postmoderna gli rispondo: «Beh, sì, è un
po’ diverso dal precedente... Un po’ cattivo, forse... Forse è
la parte cattiva di una storia simile...».

147
«Be’, giusto» approva Vasco. «È come nelle canzoni, che
uno sdoppia uno stesso personaggio da una canzone all’altra...
D’altronde sei molto intelligente... Secondo me sei un genio».
«Dai Vasco, basta» sussurro goffo, «sennò quando arrivo
a casa mi tocco e san Luigi piange...».
«Ah! Ti dico quello che penso, non è mica un compli-
mento. È come se dici a una bella figa che è una bella figa...»
dice, e guarda la mia ragazza.
«Io qua registro tutto, eh?» mormoro incredulo, e mostro
il registratore a cassette in funzione.
«Registra, registra, che ogni cosa è scritta, è scritto tutto,
sai Red Ronnie» e si rivolge all’Ansaloni seduto poco più in
là. «È scritto anche di quando eri candidato nel Psi...».
Ridiamo, anche se in fondo ci ha portato lui in macchina e
forse non dovremmo. Ansaloni-Ronnie allora dice: «Vasco,
guarda che è scritto anche quando volevi la televisione gran-
de, ed è scritto anche perché la volevi grande... che poi è na-
ta la canzone Delusa, eh, ti ricordi?».
Una nuova risata scioglie la tensione; l’allusione alla pre-
sunta sbandata del rocker per Ambra e le ragazzine di Non è
la Rai è più che evidente.
«Va là, stai zitto, che c’è qui mia moglie, l’artefice della mia
redenzione... Della regolarizzazione... Della regolamentazio-
ne della mia vita spericolata... La colonna della mia vita...
Della mia famiglia».
La moglie di Vasco ammicca come una che la sa lunga, e
all’improvviso ricordo che se mi trovo lì con la mia ragazza è
perché devo realizzare un’intervista per «l’Unità», edizione
dell’Emilia Romagna. Già. Sono stati loro ad affidarmi la mis-
sione, e anziché sbirciare Massimo Riva che fa il buffone coi
tovaglioli dall’altra parte della tavolata, dovrei porre delle do-
mande. Così ci provo.

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«Senti Vasco, su un numero di ‘King’ di qualche tempo fa
ho letto un’intervista a Umberto Marzotto, tuo storico com-
pagno di vita spericolata... Parlami un po’ di quegli anni».
«Ah...» dice Vasco come se l’avessi colpito con un manga-
nello. «Quel periodo... Quel periodo...» ripete, ed è come se
dovesse farmi abbracciare un concetto troppo complicato.
«Vivevo proprio... Stavo sveglio due o tre giorni... Tiravo...
Facevo tre o quattro concerti di fila, poi dormivo quattro
giorni... E Marzotto è arrivato in un momento così... Vivevo
in un capannone che avevo messo a posto per abitarci, c’era-
no gli uffici...».
Lo so bene. Per il capannone di Casalecchio, l’uomo ave-
va abbandonato via delle Bombe. Eppure non dico niente.
«Ospitavo gente che arrivava, e facevamo una vita disor-
dinata... Stavamo fuori tutte le sere, andavamo nei posti, co-
sì... A me piaceva più che altro perché andava in moto, face-
va motocross...».
«Ma chi, Marzotto?»
«Sei tu che me l’hai chiesto, Brizzi» dice lui guardandomi
interrogativo, e anche se subito sorride mi riprometto di non
interrompere il suo flusso di coscienza. «Ce n’è stata anche
altra di gente che è vissuta con me nel capannone. Per dei pe-
riodi ospitavo la gente che mi piaceva di più... Andavamo al-
la Capannina... Io facevo i concerti... E la gente intorno vive-
va proprio in modo bohémien... La gente come Umberto era-
no un po’ le pecore nere... Un gruppo di gente che si cono-
sceva e viveva la notte... Adriano Bonacina... Gente che vive-
va a Milano... Stavamo insieme per sconvolgerci la vita... Mi-
ca per morire, sai... Volevamo proprio prendere tutto...».
«E adesso» domando appena mi sento a mio agio, «non ti
sembra che la società sia sempre più omologata, che ci sia me-
no questa voglia di cui parli?».

149
«Mah, la gente che vive così è sempre stata poca e ce n’è
anche adesso... In provincia, per esempio, la gente lavora cin-
que giorni alla settimana e poi il weekend si ubriaca fino a sui-
cidarsi... Io non volevo il weekend... Perché deve essere do-
menica solo una volta alla settimana?» domanda rauco men-
tre mi versa da bere. «Io volevo la domenica tutti i giorni».
Poi scuote la testa e dice: «Più che altro mi divertivo molto...
Però non lo auguro, non lo auspico a nessuno...». Dice così,
e all’improvviso sembra turbato da un brutto ricordo. Poi
scuote la testa e dice: «La consapevolezza si può raggiungere
anche prima. Senza bisogno di passare per forza da quel tipo
di esperienze lì».
Riconosco il genere di verità rassicuranti che si dichiarano
a un intervistatore, così decido di spegnere il Sony a cassette
per parlare con più libertà.
«Tanto ormai l’intervista ce l’ho» dico a quegli occhi az-
zurri che anche stasera si sono riempiti di folla, e lui sembra
approvare.

Il mio secondo romanzo, ispirato dalle medesime atmosfere


del racconto inviato a «King», uscì nel novembre del ’96 col
titolo Bastogne.
A Vasco piacque, e mi giunse la proposta quasi incredibi-
le di incontrarlo di nuovo per un’intervista: solo che questa
volta ci saremmo scambiati i panni, e l’intervistatore l’avreb-
be fatto lui.
È salubre che un ragazzo di ventidue anni venga intervi-
stato dalla maggiore rockstar del paese? C’è di che finire al
manicomio, ammettiamolo. Ma in quel periodo frequentavo
abbastanza pazzi, non tutti innocui, così non mi spaventai.
Nel timore di una disdetta dell’ultimo minuto, non avver-
tii i fratelli Poli, gestori del minuscolo Never Comics pub,

150
dell’ospite speciale che quella sera avrebbe occupato uno dei
sei tavoli disponibili. Per loro fu una discreta sorpresa, ve-
dermi arrivare con Vasco Rossi, la sua guardia del corpo Roc-
cia, il manager Floriano Fini e il fotografo.
Si bevve birra e martini, e Vasco mi fece sentire un’auten-
tica stella: mi lodò in tutti i modi, paragonò Jack Frusciante
ad Alba chiara e Bastogne a Fegato spappolato, ma soprattut-
to disse di riconoscere in me qualcosa del fratello minore.
«Si vede che sei uno vero» disse a un certo punto.
Come dovevo sentirmi?
Il misconosciuto cantante di via delle Bombe trasformato-
si in rockstar numero uno, soggetto da adesivi e poster, tor-
nava ad essere in mia presenza una persona autentica, con cui
parlare del ’68, di libri o di bontà e cattiveria dentro un po-
sto amico.
Era una vertigine strana, uno di quei momenti per i quali
senti che vale la pena di essere ottimisti, perché se puoi por-
tare a bere nel tuo pub di riferimento lo stesso uomo la cui
effigie è incollata sul parabrezza del tuo special, è segno che
molte altre cose, fin qui neppure sperate, devono essere pos-
sibili.
La battaglia del Velodrome

Nel giugno del ’96 un gol di testa di Giorgio Bresciani sotto


la curva San Luca aveva segnato il ritorno in serie A del Bo-
logna, evento festeggiato con un’invasione di campo e una se-
rata di follia in centro.
I regolamenti di conti in piazza, le cacce all’uomo contro
gli immigrati, gli autobus e le volanti dei vigili urbani presi
d’assalto non erano contemplati, nella visione idilliaca della
città così come l’avevamo conosciuta crescendo.
C’era rabbia, in giro, e per misurarne la temperatura ba-
stava vedere l’acrimonia con la quale i ragazzi della curva, al-
l’apparire di qualsiasi divisa, intonavano il coro: «Arrestate i
poliziotti, sono della Uno bianca».
Avevo preso parte a manifestazioni caricate dalla polizia,
a cominciare da una contestazione al missino bolognese Fi-
ni, ma erano state cariche poco più che simboliche: solo nei
dintorni dello stadio avrei visto la violenza dei corpo a cor-
po, i caschi strappati ai carabinieri agitati come trofei e l’ef-
fetto di tre o quattro manganelli in simultanea sul corpo di
un ragazzo.
In ogni caso, quella serie A che per noi si annunciava co-
me una festa venne vissuta come una condanna da buona par-

152
te degli abitanti del quartiere: il ritorno di Juve, Inter, Milan
e Napoli al Dall’Ara significava diciassette domeniche di
blocchi stradali nel quartiere, e prevedibili episodi di vanda-
lismo e violenza sotto casa.
Conoscevano i loro polli, e non valeva a niente rassicurar-
li che ci avremmo pensato noi, a evitare che qualcuno se ne
andasse in giro a fare il bullo.
In un estremo addio alla giovinezza, potevamo rivivere le
nostre battaglie da cortile sul palcoscenico maggiore delle
strade e delle piazze, contro avversari che questa volta non
si chiamavano Trechiappe e Zucca, ma Brigate, Rangers o
Vigilantes.
Scambiarsi i complimenti a calci e bastonate con le peg-
giori bande della nazione davanti alle tue vecchie scuole me-
die, laddove un tempo sapevi solo scappare dai ragazzi più
grandi in bomber, era un’attività selvaggia, pericolosa e gra-
tificante.
Di tutto quel carnevale, però, non bisognava parlare ai
giornalisti né alle ragazze: non avrebbero mai capito.

Le due stagioni che nessun tifoso bolognese può dimentica-


re furono quelle del 1997-98 («l’anno di Baggio») e la suc-
cessiva («l’anno della Uefa»).
Andammo di persona al ritiro di Sestola, per accertarci che
il vero Roberto Baggio fosse sbarcato alla corte di mister Uli-
vieri, e non c’erano dubbi: era lui.
Poiché quell’anno a Sestola si allenava con noi anche Mark
Fish, quasi incapace di palleggiare, si può dire che il Bologna
aveva messo le mani in simultanea sul migliore e sul peggio-
re giocatore di serie A degli ultimi quindici campionati.
Ognuno dei due fu all’altezza della propria fama: se lo scon-
certante Fish fu escluso dalla squadra prima ancora che il riti-

153
ro avesse termine, Baggio riempì lo stadio di abbonati, fece
vendere migliaia di maglie rossoblu, seconde maglie bianche
con banda rossoblu e terze maglie gialle, e diede spettacolo in
ogni occasione in cui Ulivieri gliene diede l’opportunità.
Alla fine di quel campionato straordinario a testa rasata
che gli valse 22 reti e la convocazione ai Mondiali di Francia,
il buddhista vicentino Roberto Baggio lasciò a Bologna mol-
ti cuori infranti. Al termine di un ciclo senza pari negli ultimi
trent’anni di storia rossoblu se ne andò anche Ulivieri, e co-
me eredità lasciarono una qualificazione per le coppe euro-
pee da giocarsi l’anno successivo.
Gazzoni li sostituì rispettivamente con Giuseppe Signori,
bomber di prim’ordine da rimettere in sesto, e con il decano
degli allenatori italiani Carlo Mazzone.
Partimmo in quarta fin dall’estate: ci sbarazzammo della
Samp e dei polacchi del Ruch entrando di diritto nel tabello-
ne della coppa Uefa, poi in un crescendo di parossismo ab-
battemmo lo Sporting Lisbona, sradicammo lo Slavia Praga
e macinammo il Betis Siviglia. Nei quarti di finale, poi, la
spuntammo per un pelo contro l’Olympique Lione.
Quando si seppe che per la semifinale d’andata eravamo
attesi al Velodrome di Marsiglia, anche chi non si era unito
a noi nelle trasferte sulle rive della Morava e del Rodano
fiutò l’occasione storica, e si affrettò a prenotare un posto in
pullman.

Ce ne andammo a notte fonda dal parcheggio del centro


commerciale in via Larga.
Prima di partire avevamo aperto la bandiera gialla col dra-
go rossoblu e gli striscioni per fotografarli. Ne avevamo uno
bello grande, preparato da Scheggia, che recitava a lettere cu-
bitali: «Diffidiamo polizia e tifosi ospiti dal provocarci».

154
Adesso striscioni e bandiere erano con noi negli zaini,
mentre viaggiavamo a novanta orari verso il confine. Sapeva-
mo come tenerci occupati, ma di tanto in tanto qualcuno gri-
dava all’autista: «Pigia sul gas, cocchiere, altrimenti non arri-
viamo più».
Alla frontiera nessuno fece storie, e non appena arrivam-
mo a Marsiglia ci riversammo in centro, dove trovammo gli
altri ragazzi di Bologna e intonammo un po’ di cori per far sa-
pere a quelli dell’Olympique, la tifoseria più calda e nume-
rosa di Francia, che noi c’eravamo.
Per il momento nessuno venne a dirci niente, così occu-
pammo un paio di pub in una piazza nella zona del porto e
cominciammo a bere, mentre qualcuno si preoccupava di fa-
re esplodere in giro petardi e bombe-carta, come altrettanti
guanti di sfida ai padroni di casa.
Quando mancavano un paio d’ore al calcio d’inizio tor-
nammo ai pullman, che ci portarono allo stadio. Non sospet-
tavamo che, di quaranta che erano, solo la metà sarebbero
stati in grado di affrontare il viaggio di ritorno intatti.
Una volta al Velodrome si scoprì che il settore ospiti non
era in grado di contenerci tutti, e insieme a un po’ di gruppi
minori e parecchia gente dei club noialtri ci trasferimmo nei
distinti, separati dagli altri bolognesi da una parete continua
in plexiglass, e dai tifosi locali soltanto da un cordone di
steward in giaccone arancio, alle cui spalle era stata mante-
nuta sgombra una zona di rispetto: qualche responsabile alla
logistica, di certo un buontempone, aveva pensato di riba-
dirne l’invalicabilità delimitandola con assi di legno lunghe
un paio di metri abbandonate a cavallo delle gradinate.
Fu sufficiente lanciare un paio di torce nautiche sul loro
striscione copricurva per trovarsi stretti nell’angolo di un ca-
tino ribollente, e la partita non era ancora finita che da fuori

155
arrivavano sassi come se grandinasse; sentivi i vetri dei pull-
man andare in frantumi, e la situazione con quegli energu-
meni degli steward non era delle più rilassate.
A un tratto uno di loro cercò di farsi dar retta sguainando
un manganello telescopico, ma da dietro le mie spalle qual-
cuno si lanciò attraverso la gradinata con un’asta in mano e
lo colpì come se volesse staccargli la testa dal collo.
In un attimo, fu il far west.
C’erano vecchie che si accucciavano sul seggiolino ripa-
rando la testa e gridando «Aiuto! È il nuovo Heysel!», e ra-
gazzi che dal settore ospiti cercavano di scavalcare per venir-
ci a dare manforte.
Gli steward avevano tutti qualcosa in mano: cercavano di
spingerci contro il divisorio in plexiglass, ma noi combatte-
vamo con le aste e le cinture e, fra una carica e l’altra, un paio
di loro furono portati via in barella. Purtroppo per noi, alle
loro spalle incombeva la marea dei tifosi di casa, che dalla
curva stava invadendo i distinti per caricarci in massa. Li ve-
devi che si armavano con le assi, e allora ci toccò andar loro
incontro, caricarli prima che lo facessero loro e difendere
ogni metro perché non schiacciassero i nostri, bambini e vec-
chie compresi.
Andò avanti parecchio, finché non entrarono nel settore i
celerini del Crs che allontanarono ultrà marsigliesi e steward,
e alla fine portavamo quasi tutti i segni della lotta. Sul nostro
pullman, preso a pietrate, c’era chi aveva il naso rotto e chi
una costola incrinata, chi si era preso un sasso in fronte e chi
non riusciva più ad aprire le mani. Però eravamo felici: la
squadra aveva strappato un pareggio prezioso, e neanche noi
sulle gradinate ci eravamo lasciati mettere sotto. Adesso li
aspettavamo per il ritorno al Dall’Ara: il miraggio di una fi-
nale europea non era mai stato così palpabile.

156
Se poi non siamo mai andati a Mosca a giocare la finale di
coppa Uefa contro il Parma, è stato solo per una svista del de-
stino.
E in ogni caso quel rigore fischiato a ridosso del novante-
simo sotto la San Luca, mentre vincevamo uno a zero, è sta-
ta una delle più grosse ingiustizie cui mi sia capitato di assi-
stere.
Capita ancora di pensare che ce l’hanno rubata, quella fi-
nale, perché un incontro al vertice fra due squadre emiliane
non aveva l’appeal televisivo di uno scontro internazionale.
Sia come sia, non sarebbe stata l’unica cosa che avrebbero
rubato al Bologna, e indirettamente a tutti noi.
Adesso che il buddhista Baggio e lo scugnizzo bergamasco
Signori sono solo un ricordo, e che dopo lo scandalo di Cal-
ciopoli a Gazzoni sono succeduti Cazzola e Menarini, siamo
già contenti di aver riguadagnato la serie A dopo tre anni di
esilio fra i cadetti.
Nell’imminenza del centenario si parla tanto di un nuovo
stadio, che io però, da ex ragazzino cresciuto all’ombra del
Dall’Ara, non vorrei mai vedere realizzato: l’Italia è già piena
di stadi costruiti in mezzo al nulla come altrettanti ingom-
branti set televisivi, mentre il vecchio catino color mattoni
con la sola tribuna al coperto, opposta all’alta torre che so-
vrasta i distinti – unica nel paese –, ha una sua monumentale
eleganza cui sarebbe triste rinunciare.
Il nuovo millennio
(2000-2008)
Il suicidio del Partito

Alla fine del secondo mandato a sindaco di Vitali il malcon-


tento per l’immobilismo della città cominciava a salire. Il ti-
tolo di capitale europea per la cultura nel 2000 non era ba-
stato a liberare i quadri locali del Pds da logiche di provincia:
anziché candidare una personalità forte diedero vita a un in-
decoroso teatrino di veti incrociati che portò alla inconsi-
stente candidatura di Silvia Bartolini, una semisconosciuta
quarantenne cresciuta nei ranghi del partito.
Il centrodestra rispose appoggiando la lista civica dell’ex
presidente dei macellai bolognesi, Giorgio Guazzaloca.
L’Italia stava cambiando, e anche Bologna, la città che ave-
va sempre fatto da serbatoio elettorale del Pci senza mai
esprimerne un segretario, si liberò in due turni di quello che
era ritenuto un dogma.
Guazzaloca sindaco!
Grazie a una marea di astensioni (le nostre!) avevano vin-
to i bottegai, i filopontifici e gli eredi dei fascisti: non manca-
rono i saluti romani in piazza, e noialtri massimalisti, che ci
eravamo rifiutati di dare il voto alla innocua Bartolini, ci guar-
davamo l’un l’altro sgomenti.
Era successo quel che non osavamo dire ad alta voce: il

161
vecchio Partito che ci aveva cresciuti si era suicidato, e noi gli
avevamo dato una mano.
Furono altri anni in cui la guida della città non fece acca-
dere quasi nulla di visibile, eppure cominciò a germinare in
tanti la sfiducia, l’insicurezza, un sordo malessere dato dal
senso d’assedio e dal sospetto di non contare abbastanza giù
a Roma. Bologna continuava ad accogliere un’ondata di stu-
denti e di immigrati operosi, gli stessi che oggi puoi incon-
trare sull’autobus 14 alle sei e mezza di mattina diretti all’o-
spedale, dove lavorano come infermieri, all’impresa di puli-
zie o al cantiere. In mezzo a loro, però, bande di teppisti ed
elementi criminali delle più svariate etnie: dapprima poche
decine di elementi, poi centinaia, che videro nella città un’a-
datta – quasi tradizionale – piazza di smercio per le sostanze
illecite, e fecero del quartiere universitario la loro roccaforte.
I bolognesi, abituati da lunga pezza allo spaccio ma poco
inclini a tollerare le maniere aggressive, cominciarono a ve-
dere in questi giovani delinquenti in blue jeans un’orda fuo-
ri controllo, da cui né i vigili urbani né la polizia sembravano
in grado di liberare le strade del centro.
Nella realtà gli arresti si susseguivano e le carceri erano
piene da scoppiare, eppure la percezione di trovarsi improv-
visamente espropriati di intere aree della città continuava a
diffondersi: il centro era pieno di nuovi negozi di alimentari
gestiti da pakistani e bengalesi, trovare un kebab a tarda not-
te non era più un problema, e a cadenza regolare si registra-
vano allarmanti risse e regolamenti di conti fra spacciatori im-
migrati. I politici, dai loro appartamenti ovattati, non sem-
bravano accorgersene.
Molti bolognesi, d’altronde, da una parte invocavano le
sacrosante ragioni della convivenza civile, dall’altra auspica-

162
vano rigore, corda e sapone per pusher extracomunitari,
punkabbestia coi cani e magari anche per gli zingari.
A tratti mi sembrava di non trovarmi più a casa, ma il pro-
blema non erano gli immigrati, erano i miei stessi concittadi-
ni, spaventati dal futuro e avvinghiati al portafoglio come non
li avevo mai visti prima.
Ormai eravamo divisi: gli inviti retorici alla tolleranza e al-
la tradizione d’accoglienza della città suonavano vani. Inuti-
le far presente che si stavano verificando fenomeni del gene-
re in tutte le aree metropolitane d’Italia: qualcuno fra i con-
cittadini più impressionabili cominciava a sentirsi abbando-
nato dalle istituzioni, così, per paura dei barbari giunti da
lontano, si barricò in casa e smise di parlare persino col vici-
no di pianerottolo.
In fin dei conti era bastato poco, per trasformare la nostra
decantata giovialità nella lamentela del paranoico.
Per restituire fiducia ai pavidi, più che un sindaco giovia-
le, seduto a bere l’aperitivo in piazza come faceva Guazzalo-
ca, sarebbe servito uno sceriffo.
Uno sceriffo di sinistra, poi, ci avrebbe accontentati quasi
tutti.
Esisteva, nel paese, un uomo così?

Nel 2001, altra batosta clamorosa per la coscienza democra-


tica del paese: mentre Romano Prodi era occupato a Bruxel-
les, il marito milanese di Miriam-Raffaella – con l’appoggio
determinante delle sue tre televisioni e di Bruno Vespa – vin-
se nuovamente le elezioni, e questa volta avrebbe regnato un
quinquennio intero. La squadra di governo era da brividi:
l’ingegner Castelli sembrava messo alla Giustizia per ripicca,
Scajola inaugurò il suo mandato con i fatti di Genova, Lu-
nardi promosse grandi opere faraoniche nelle quali sarebbe

163
stata utilissima l’esperienza della sua società, e al contempo
giudicò più urgente la costruzione del metrò nella sua Parma
di quanto non fosse a Bologna... Insomma, fra destra al go-
verno e Guazzaloca come sindaco, sotto le Due Torri si re-
spirava mortificazione. L’epoca del Partito era finita per sem-
pre, ma dove saremmo andati, adesso? Chi avrebbe pensato
all’organizzazione?
Il ritornello dei miei era diventato popolare: «Solo il pro-
fessor Romano potrebbe farcela».
Voci nuove

Dopo lo show di Imola del 1998 – il concerto rock di massa


d’una generazione, la mia, se mai ve ne fu uno – e il doppio
live che ne seguì, qualcuno cominciava a dire in giro che Va-
sco ormai era buono per la pensione. Li riconoscevi dal so-
pracciglio supponente e le barbe rade: erano fans di Ligabue
cresciuti col complesso d’inferiorità.
Nemmeno io impazzivo per gli ultimi album, che c’entra,
ma continuavo ad essergli affezionato come a qualcuno che è
cresciuto insieme a te, un vecchio compagno di quartiere, ap-
punto, capace di firmare un pugno di album epocali nella pri-
ma metà degli anni Ottanta, per diventare un’icona del rock
in un paese che ne era sprovvisto.
I suoi concerti hanno punteggiato le estati di tanti di noi,
ancora una volta selvaggi e felici di essere insieme mentre s’il-
lumina il palco, e per una volta ancora ’fanculo ai live sofisti-
cati da cento persone al circolo Arci.
Zucchero o Ligabue, per restare in regione, mica ce la fa-
cevano a scatenare bolge del genere. Non ce la facevano di si-
curo gli 883 orfani di Repetto, né Pino Daniele o Jovanotti:
nessuno in Italia aveva il carisma e la capacità di attrarre un
pubblico trasversale come Vasco, nel nuovo millennio come

165
nel vecchio. Vederlo mulinare le braccia levando i suoi in-
confondibili «Eeeeeeh», come fa in preda all’adrenalina
quando incita il pubblico, era un’esperienza ormai parte del-
l’immaginario nazionale.
E poi, diciamolo, per diventare la prima rockstar del pae-
se e restarlo venticinque anni, il talento non basta: serve an-
che organizzazione, diamine. Una gestione attenta dell’imma-
gine e del proprio talento, e in questo il signor Rossi è stato
in Italia un precursore: a differenza di tanti altri, decideva lui
col suo entourage se, come e quando apparire.
Ormai i suoi cd erano in quasi tutte le case e le automobi-
li, ma sempre meno amici avrebbero dichiarato di essere fans
di Vasco. Cominciavamo a darlo per scontato, come il fatto
che andando in centro ci sarebbero apparse le Due Torri, il
Roxy Bar e la statua del Nettuno. I più alternativi, addirittu-
ra, si vergognavano di parlartene.
Adesso c’era tutta una nuova generazione di cantautori a
premere, la nuova scuola romana dei Silvestri, Gazzè, Britti e
Zampaglione. Su Milano brillava surreale, ormai da un de-
cennio, l’astro di Elio e le storie tese e quello rock degli Af-
terhours, sul Piemonte quelli di Subsonica e Marlene Kuntz,
mentre in Toscana i vecchi fans dei Litfiba giuravano fedeltà
a Pelù, pur riservandosi di appoggiare la Bandabardò. Dal
Sud arrivavano le voci conturbanti di Carmen Consoli e del
Salento tarantolato e hip hop, e naturalmente d’un Battiato
sempre più sufi e meno rock. Spariti senza indizi, come di-
menticati per errore nel millennio appena sigillato, i rim-
pianti Flordemal di Catania.
Esperienze diverse, dalle più tenui alle più ruggenti, in gra-
do di comporre una buona colonna sonora per l’inizio del
nuovo millennio.
Da noi, l’ultimo concittadino a salire alla ribalta nazionale

166
come cantautore era stato probabilmente Samuele Bersani,
bella faccia di romagnolo gentile con domicilio a Bologna,
nella zona di Porta Lame.
Chi non aveva canticchiato, all’inizio degli anni Novanta,
Chicco e Spillo, la malinconica parabola di due giovani rapi-
natori pasoliniani? Tutte le radio la trasmettevano, e, anche
dopo, Samuele era stato capace di scrivere grandi successi
estivi – ricordate Freak, dedicato a una giovane che progetta
di esportare in India la piadina? – e brani più sofisticati che
avevano scomodato più d’un paragone con i cantautori ormai
istituzionalizzati degli anni Settanta.
Quello di Samuele era un pop d’autore, molto diverso dal
singolo ammazzaclassifiche con il quale si sarebbero imposti
alla ribalta i primi fenomeni del pop-rock felsineo nel nuovo
millennio. Ancora una volta erano miei compagni di quartie-
re. Più giovani di me, eppure avevano già avuto il tempo di
leggere il mio libro d’esordio. 50 special dei Lunapop imper-
versò a lungo su tutta la Penisola, e al sentir cantare il giova-
ne Cremonini di quanto è bello andare in giro in vespa per i
colli bolognesi, qualcuno ci volle vedere molte similitudini
con le atmosfere del romanzo Jack Frusciante e del film che
ne era stato tratto. Secondo i più faziosi, esistevano gli estre-
mi per denunciare quei mocciosi all’autorità competente.
Non mi passava neppure per la testa: se un mio racconto
aveva influenzato il testo d’una canzone di successo, signifi-
cava che era un racconto fertile, pieno di suggestioni dispo-
nibili al prossimo. E poi Ballo, il bassista del gruppo, era sta-
to uno scout nel Bologna 16: avrei mai potuto avercela con
loro?
Lo dichiararono poi in varie interviste, che il mio primo li-
bro era stato loro d’ispirazione, e me lo ribadì Cesare Cre-
monini quando ci conoscemmo nel backstage di un Mtv Day.

167
Parlammo del più e del meno, di amicizie comuni e della
grandezza dei Beatles, ma quando mi raccontò di essere cre-
sciuto in via del Fossato non ebbi cuore di rivelargli cosa ave-
vo fatto per la prima volta in quella strada, e insieme a chi.
Non era più l’epoca dei re e dei principi di Bologna, nep-
pure in musica. L’elettronica aveva cambiato molte cose, co-
me nella profezia di Giorgio Lavagna, e secondo alcuni un
deejay di buon livello sarebbe stato in grado di attirare in ri-
viera più gente di una discreta band che suonasse in città.
Il problema veniva risolto alla radice, chiamando deejay
ancora più imbestialiti e facendoli suonare al Link, cosicché
anche in città si ballava a tutte le ore, in barba a chi si lamen-
tava che a Bologna non ci si divertiva più: la verità era che, in
segno di lutto per l’epoca oscura che si profilava, avevamo
imparato a divertirci anche senza chitarre.
Il paesone

Nei primi anni del XXI secolo altre città facevano passi da gi-
gante: la Roma delle grandi feste-vetrina veltroniane ripren-
deva ad essere una città interessante anche a livello di cultu-
ra giovanile, e si tornava volentieri anche in città prima ne-
glette come Torino e Genova. Al Sud, Catania e Lecce erano
in pieno fermento.
A Bologna, invece, sembrava ci accontentassimo della no-
stra buona nomea di città accogliente dove si studia bene e ci
si diverte alla grande, senza un’iniziativa degna di nome per-
ché continuasse ad essere così.
Chiudevano librerie e negozi, aprivano sportelli di banche,
friggitorie e aziende immobiliari: la città andava lentamente
perdendo il suo fascino, ma poiché non esistevano scale gra-
duate sul quale misurarlo, i tecnici non se ne accorsero.
La Bologna di Guazzaloca fu quella della deregolamenta-
zione e dei negozianti trionfanti, del centro aperto al traffico,
del basso profilo e del provincialismo.
L’incapacità di sognare, e a tratti anche di perpetuare la
buona amministrazione della cosa pubblica ricevuta in ere-
dità, contrassegnava l’operato della sua miope giunta.
Per le strade di Bologna pascolavano in massa i fighetti vit-

169
toriosi con i loro stivali dalla punta smisurata, simili a quelli
dei Leningrad cowboys. Rialzarono la testa gli antidemocra-
tici, i qualunquisti, i rotariani in cravatta, i cattolici curiali e i
virtussini.
Gente così non potevi odiarla – li vedevi in giro da troppi
anni – ma strappar loro la guida della città era un imperativo
morale.
Nel frattempo trascorsero anni interi, in cui al degrado
delle strade si sovrappose il sonno delle coscienze: eravamo
davvero condannati a tornare un paesone?

La sera d’estate in cui Sergio Cofferati fu eletto sindaco, sba-


ragliando al primo turno Guazzaloca, piazza Maggiore si
riempì per festeggiare quella che molti ritenevano una se-
conda liberazione.
L’onta dei saluti romani di quattro anni prima era stata la-
vata, e in mezzo alla marea di bandiere rosse e arcobaleno
Cofferati ci ringraziò e assicurò che sarebbe stato il sindaco
di tutti noi.
E noi, cantando in lacrime Bella ciao come ai tempi delle
elementari a Casaglia, compatti come solo i figli d’una città
socialista occidentale sanno essere, in coro gli credemmo.
La piazza in cui Bologna si riunisce per piangere e per fe-
steggiare salutava il nuovo sindaco come un amico tornato da
un lungo viaggio.
L’uomo che aveva portato milioni di lavoratori a Roma
contro il governo di centrodestra era riuscito in un secondo
– poco importa se più facile – miracolo: ci aveva restituito la
nostra idea di città.
Rientrammo euforici a tarda notte, quella volta: già dal-
l’indomani Bologna sarebbe tornata a volare.
Non eravamo più ragazzini, e sospettavamo già che tutta

170
la faccenda, smaltita la sbornia, avrebbe preso un tono meno
epico.

E il professor Romano? Sarebbe tornato ancora nel 2006, lo


zio ciclista del mio amico Andrea.
Avrebbe battuto di nuovo la destra, come aveva fatto die-
ci anni prima, per governare cercando di tenere insieme una
coalizione litigiosa, destinata a cadere nel gennaio 2008 a cau-
sa del voltafaccia di Clemente Mastella.
Almeno una frase memorabile, da presidente del Consi-
glio, riuscì a dirla. Suonava come una domanda scomoda:
«Siete sicuri che la società italiana sia così migliore della clas-
se politica che esprime?».
Si parla di un anno fa scarso, giusto prima che il marito mi-
lanese di Miriam-Raffaella vincesse per la terza volta le ele-
zioni, lasciando la sua impronta indelebile sulla Seconda Re-
pubblica, questa stagione bislacca della storia politica italia-
na, un’epoca nella quale gli ex compagni di Bologna sono
pronti a votare in massa un ex democristiano purché li salvi
dal populismo interessato di un ex piduista... Eppure, per
quanto sia incredibile, in questa Italia non basta.
Bologna non è più
quella di una volta?

Quando incontro qualcuno che scuote la testa e dice che Bo-


logna non è più quella frizzante e anticonformista di una vol-
ta, vorrei domandargli piccato: «Perché, te sì? Hai ancora il
sorriso e il cuore leggero di quando avevi vent’anni?».
Il difetto di una città femmina, specie di una fiera single
borghese come la Nostra, è che non accetta facilmente l’idea
del tempo che passa, e spesso tende a idealizzare il proprio
recente passato per paura di accettare le vere sfide del pre-
sente.
Nessuno ricorda volentieri la bomba alla stazione e quella
di Natale, la strage del Salvemini e le ribalde imprese della
Uno bianca: preferiamo pensare alla musica di quegli stessi
anni, e struggerci di nostalgia per i tempi in cui ci si diverti-
va davvero al Ciak, al Kinki, al Matis, oppure a Villa Serena,
al Covo e al Link. Non come oggi che tutto va male, e la mu-
sica che ascoltano i ragazzini fa schifo come le loro oscene
cinture color latte e le braghe cadenti.
La Bologna che si lamenta, raccontata per foto ed epi-
grammi da Danilo Masotti nel libro Umarells, molto spesso
coincide con la Bologna che campa di rendita, con le signore
proprietarie di tre o quattro appartamenti che non hanno mai

172
lavorato un giorno in vita loro, ma alle otto e mezza sono già
all’alimentari sotto casa a sospirare quanto sia dura tirare la
carretta. Coincide col mantenuto da bar, sempre pronto a
farsi offrire da bere, lui che a trentaquattro anni è ancora lau-
reando e vergine di stipendio.
Chi lavora, o chi studia sul serio all’Alma Mater, vede co-
me l’orticaria l’inesausto scuotere la testa e stupirsi di ogni
alito di vento che le une e gli altri mettono in scena.
A noialtri più avvertiti, infatti, non sfugge che questo è un
posto duro, dove si mangia benissimo ma nessuno ti regala
niente.
E neppure ci passa per la testa di considerare ancora la più
piccola delle aree metropolitane della nazione come un pae-
sone: per quanto un secolo fa ci siamo affannati a buttare giù
le mura, la cui presenza ha costituito storicamente il vero di-
scrimine fra paese e città, nei paesi ci si aiuta a vicenda, e da
un po’ di tempo a Bologna sembrano tutti troppo egoisti o in-
daffarati per dedicarsi davvero ad ascoltare gli altri.

Fra tutti i giovani che arrivano, qualche veterano le valigie le


ha fatte sul serio: negli ultimi anni, due icone viventi come
Guccini e Benni hanno lasciato la città con modalità assai di-
verse.
Il Maestrone ormai preferisce la natìa Pavana, nelle valli
fuori dal tempo fra Emilia e Toscana, dove si dedica a una
congerie di attività dotte: la più celebre al di fuori del campo
musicale resta l’attività di romanziere, spesso in coppia con il
fondatore del Gruppo 13 Loriano Macchiavelli. Le sue ap-
parizioni pubbliche in città sono diradate, ma non ha mai ri-
lasciato dichiarazioni di fuoco sulla Bologna degli ultimi an-
ni, come invece ha fatto Stefano Benni, e come continua a fa-
re ai tavolini dei bar il suo amico Stefano Bonaga.

173
Il casus belli era stato il mancato rinnovo delle convenzio-
ni fra l’amministrazione e la «pluriversità dell’immaginario»
guidata dallo scrittore, ma le ragioni del malessere benniano
hanno radici più profonde: un giorno dall’esilio ha deciso di
spiegarsi per filo e per segno, e ha dichiarato chiaro e tondo
che fra i mali di Bologna ci sarebbe la categoria dei ‘ruffiani
culturali’.
Forse non è l’invenzione verbale più funambolica di un au-
tore specializzato in neologismi e animali immaginari, ma a
Bologna è bastata a incrinare il sorriso di molti che con la cul-
tura, a vario titolo, avrebbero a che fare.
In poche occasioni l’amor proprio municipale si era senti-
to colpito così a freddo: negli ultimi dieci secoli avevano su-
scitato uno scalpore paragonabile solo la pretesa dell’impe-
ratore Federico di riavere indietro il figlio Enzo, prigioniero
di guerra del Comune, e il «città di merda» che in tempi più
recenti mister Guidolin aveva osato gridare sotto la tribuna
del Dall’Ara.
Come è noto, Federico era stato spernacchiato, e Guido-
lin bandito per sempre dalle terre fra il Savena e il Reno. Tut-
tavia, in quei casi si trattava solo di un imperatore tedesco e
di un allenatore di calcio veneto, non di uno scrittore semi-
leggendario e bolognese al cento per cento.
Forse, per una volta, anziché rispondere con le pernacchie
o gli anatemi, potevamo dare retta e farci un esame di co-
scienza: è davvero libera la cultura in questa città?
Senza entrare nel merito delle private decisioni di Stefano
Benni, verrebbe da rispondere che lo è sempre di meno, ma
non fino al punto di negare ogni possibilità di movimento. Su
questo, credo che siamo d’accordo. La grande scommessa
mancata, invece, è quella di una città in cui la cultura acca-
demica guardi davvero alla pari l’iniziativa indipendente.

174
Se ne parlava l’estate scorsa con Marcello, mentre cammina-
vamo verso Gerusalemme.
È nato e cresciuto in via Porrettana, lui, e ci conosciamo
dai tempi dei lupetti. Be’, stavamo marciando verso sud or-
mai da giorni, quando se ne viene fuori con un sospiro e di-
ce: «Altroché ruffiani culturali! Alla fine, dobbiamo ringra-
ziare il cielo d’esser nati a Bologna».
«Cosa intendi, socio?»
«Che Benni si sbaglia, con le sue polemiche. La nostra è
una città vera, vivace, che nessun governante di Roma o sin-
daco riuscirà ad addormentare. Non ce l’ha fatta neppure Vi-
tali».
«Si vede che hai votato Guazzaloca, sai?»
«Dopo però Cofferati. Sono per il cambiamento nella tra-
dizione, io» dice Marcello senza smettere di camminare. «Tut-
ta la città lo è. Solo i politici non se ne accorgono. Ancora die-
tro a brigare coi loro compromessucci, senza mai una grande
idea. Guarda, girano più idee al bar Maurizio che a Palazzo
d’Accursio, secondo me».
«Addirittura».
«Abbiamo grandi progetti per Bologna».
«Dove, al bar?»
«Esattamente. Con Maso e gli altri dello Spettro della bo-
lognesità».
«E spara ’sti progetti, allora».
«Bologna ha bisogno di un sindaco veramente all’altezza
della situazione» spiega il mio amico. «Serve uno che cono-
sca la città da dentro, dal basso».
«Un immigrato?»
«Loro non la conoscono abbastanza».
«Un fuorisede?»
«Ma cosa cavolo dici! Contro le logiche oligarchiche di

175
centrosinistra e centrodestra, sosterremo la candidatura a
sindaco di... Beppe Maniglia!»
«Ah» incasso. «Senti che idea».
Beppe Maniglia, il più noto artista di strada bolognese. Chi-
tarrista e culturista, negli anni Ottanta intervallava arpeggi a
numeri da circo, come il gonfiaggio a fiato di borse dell’acqua
calda, che faceva immancabilmente esplodere fra gli urrà
d’entusiasmo e i sospiri delle signorine più sensibili.
«Beppe ha un programma stupendo» insiste il mio amico.
«Vuole il mare in piazza Maggiore».
«Non sarà che tutti questi chilometri ci stanno dando alla
testa?»
«Stiamo a vedere. Secondo me i bolognesi potrebbero sen-
tirsi rappresentati da uno come lui».
«Guarda, Marcello, se arrivate al 3% ti offro la cena per
una settimana».
«E se vinciamo?»
«Con tutto il rispetto per Beppe, non è in grado di guida-
re la città e lo sai benissimo anche tu. E poi, se si ricandida
Cofferati non ce n’è per nessuno».
«Sei così sicuro che si voglia ricandidare? Se ne va, fìdati.
Si è fatto un sacco di nemici».
«Certo non si è impegnato molto per risultare simpatico».
«Guarda, ho una visione: Cofferati se ne va, e il Partito de-
mocratico sprofonda nella crisi. Secondo me va a finire che
torna Guazzaloca».
«Questa non è una visione, è un incubo. A quel punto, me-
glio Beppe Maniglia».
«Vedi che ci sei arrivato anche tu, alla fine?»

Posti come il Livello 57 e il Link sono stati inquadrati dalla


giunta di Cofferati come problemi d’ordine pubblico, più che

176
come opportunità per una cultura altra, e in un certo senso,
piaccia o no l’ambiente, decine di migliaia di ragazzi non pos-
sono sbagliare. Invece si è passati senza mezze stagioni da un
permissivismo forse ipocrita ma consolidato alla tolleranza
zero, e si pensa di risolvere i problemi della città con l’esilio dei
locali in estrema periferia. Il risultato è stata un’ovvia margi-
nalizzazione, e il sorgere di nuovi club di dimensioni ridotte e
slegati dal contesto antagonista nel cuore stesso del centro, fra
l’altro senza soddisfazione per i comitati dei residenti.
La vita non è semplice neppure per le emittenti libere,
come la storica Radio Città del Capo e la ex sorella-rivale
Città 103, di recente unitasi al gruppo di Radio Fujiko: è in-
dubbio il loro ruolo nella definizione del gusto musicale cit-
tadino, ma senza concessionaria di pubblicità si trovereb-
bero in ginocchio. E allora, a grattare via la superficie del-
le cose, apparirà che il nuovo singolo dei Franz Ferdinand
è offerto dalla Coop, la trasmissione sul rock psichedelico
va on air grazie a una festa di autofinanziamento, e i tre mi-
nuti di Ramones sono omaggio della libreria ayurvedica. Di
aria non campano neppure le radio e, purché la program-
mazione si mantenga di qualità, ben vengano gli sponsor il-
luminati.
Sanno perfettamente quanto si debba tirare la cinghia an-
che le valorose etichette discografiche indipendenti come
Homesleep o la Unhip del deejay e gran cerimoniere Gio-
vanni Gandolfi, ma se volete provare il brivido vero delle fi-
dejussioni e sentire sul collo il fiato della concorrenza, do-
vete arrischiarvi ad aprire una libreria non specializzata in
testi scolastici o universitari. Se riuscirete a sopravvivere ai
primi cinque anni, sarete ammirati e riveriti come si fa in al-
tre lande del globo con chi sa camminare sui carboni ar-
denti.

177
A quel punto il rischio non vi spaventerà più, e potrete
persino tentare l’avventura di trasformarvi in editori. I vostri
cari vi piangeranno in anticipo, e se vi azzarderete a sostene-
re che la città è piena di ragazzi che leggono e scrivono, qual-
cuno molto assennato osserverà che a Bologna si stampa
troppa editoria didattica perché possa sorgere una grande ca-
sa editrice consacrata alla narrativa. «Questa è la città della
Zanichelli e del Mulino», ti dicono sottovoce. «Agli studenti
servono i libri per gli esami, mica i romanzi».
La città del romanzo contro quella del dizionario: un altro
nome del conflitto mai sopito fra le due anime della cultura
bolognese, quella degli artisti e quella dei clerici stipendiati
dall’università e dalle case editrici.

Gli antichi popoli italici celebravano periodicamente la pri-


mavera sacra, che vedeva i membri più giovani lasciare la
tribù per andare a colonizzare nuove terre.
Da noi, al contrario, c’è l’autunno sacro, che arriva pun-
tuale con i primi bagliori dorati delle foglie sugli alberi: anzi-
ché far partire i nostri giovani, anche quest’anno ne accoglie-
remo di nuovi, a migliaia.
Le matricole più previdenti si sono già organizzate da metà
luglio: le aspetta un posto in doppia con un vecchio compa-
gno di liceo a trecento euro. Per tutti gli altri, è iniziato il tra-
dizionale vagare, scortati da un genitore o a coppie d’amici,
fra le bacheche fitte di messaggi.
Seguiranno chiamate convulse al cellulare, appuntamenti
con potenziali padroni di casa o, più spesso, con studenti più
anziani impegnati a subaffittare porzioni d’appartamento.
Troveranno tutti la propria tana, il proprio ritmo, una con-
suetudine inattesa nel muoversi fra il nuovo alloggio e il quar-
tiere universitario. Si abitueranno all’accento e ai costumi di

178
qui senza accorgersene, presi da lezioni e seminari, e già a Na-
tale, tornando alle proprie case, qualcuno li troverà cambia-
ti... Più grandi e meno superficiali, un pizzico bolognesi nei
modi.
È un miracolo che si ripete dall’anno accademico 1089-90,
eppure non cessiamo di stupircene, come di fiori che s’osti-
nano a sbocciare nella stagione in cui dalla terra non germi-
na nient’altro.

Adesso è presto, è passato da poco ferragosto, e le strade so-


no sgombre, le saracinesche di molti negozi ancora abbassa-
te per le ferie. L’aria alle sei del pomeriggio è già fresca, idea-
le per una passeggiata, e mentre risalgo via Mazzini mi lascio
alle spalle il quartier generale di Vasco, laddove si progetta-
no i dettagli di ogni operazione, compresa la miniserie a fu-
metti Vasco comics. Quella di mettere insieme uno scrittore e
quattro fumettisti giovani è stata un’idea coraggiosa per il
mercato italiano, a riprova della voglia di Vasco d’innovare e
promuovere il lavoro dei «cugini più giovani».
E sempre nelle edicole è in mostra Deviazioni, cd allegato
a un numero speciale di «Mucchio Selvaggio» in cui voci del
pop e del rock indipendente reinterpretano i grandi successi
di Vasco. Ci sono anche i miei amici genovesi Numero6, che
rileggono insieme ai Perturbazione Fegato spappolato. Final-
mente anche il migliore underground italiano ha calato la ma-
schera: Vasco ci è sempre piaciuto, anche quando non face-
va figo raccontarlo in giro.

Sfilo sotto il ponte della ferrovia, sulla cui massicciata qual-


cuno ha scritto: «Rialzati, Bologna». Pensava alla squadra di
calcio oppure alla città?

179
Basta in ogni caso per ricordarti quando, la domenica ver-
so mezzogiorno, telefonavi a casa del roccioso mediano In-
gesson – il numero era sull’elenco – e alla moglie che ti ri-
spondeva spiegavi che, anche quella volta, avevi chiamato
semplicemente per rivolgere a Klas e famiglia il tuo augurale
«in bocca al lupo» a nome dei suoi tifosi.
Era un rituale cui non avrei mai rinunciato, inconcepibile
in una città più grande, dove oltretutto sarebbe difficile ave-
re come vicino il capitano dell’ultimo scudetto, che nel no-
stro caso si chiama Mirko Pavinato e vive a due portoni da
casa mia. Se non lo avete presente, né ricordate Bulgarelli,
Nielsen ed Ezio Pascutti, perlomeno conoscerete per sentito
dire i signori che quei rossoblu sconfissero nella madre di tut-
te le partite, lo spareggio scudetto del ’64: Mazzola, Corso,
Facchetti, la Grande Inter di Herrera e Moratti padre, cam-
pione d’Europa e intercontinentale.
I nostri padri assistettero a quel trionfo, ma noialtri abbia-
mo pur sempre visto giocare Michele Paramatti, Baggio e
Beppe Signori. Siamo stati insieme per scandire il nome del-
la città in tutti gli stadi d’Italia e in impianti da brivido come
il Velodrome o la tana del Galatasaray: adesso che siamo tor-
nati in serie A come il destino impone, spero si divertano un
po’ anche i nostri cugini più giovani.
Perché una volta tornati nella massima serie ci si possono
levare soddisfazioni mica da ridere: persino ripresentarsi a
San Siro alla prima giornata, vittime predestinate del Milan,
e invece gelare la Scala del calcio pronta ad acclamare il de-
butto in rossonero di Ronaldinho, sotto gli sguardi increduli
di Galliani e del marito milanese di Miriam-Raffaella.

Supero il liceo Fermi – quello dove studiava lo Zanardi di


Paz – e il nuovo centro commerciale che gli sorge a fianco.

180
Per la strada manifesti coloratissimi annunciano che la setti-
mana prossima aprirà i battenti la festa dell’Unità. Finirò per
andarci anche quest’anno, almeno una volta: a un concerto o
alla presentazione d’un libro, oppure semplicemente per fa-
re due passi fra gli stand, certo d’incontrare qualche faccia
nota. Le vecchie abitudini sono dure da dimenticare.

Mi lascio alle spalle la palazzina borghese che ospitava al


piano interrato gli studi di Radio Città 103 per andare in-
contro all’ombra accogliente del portico degli Alemanni, il
primo della città per chi, come me oggi, arriva da oriente lun-
go la direttrice della via Emilia.
Da queste parti frequentavano la scuola mio padre e i suoi
fratelli negli anni dell’immediato dopoguerra, tempi in cui
era possibile che un bambino di otto anni portasse a scuola
una pistola vera.
I portici bassi di via Fondazza, oggi una tranquilla strada
residenziale, erano popolati da famiglie povere, uomini e
donne abituati alla vita dura, e per i ragazzi delle strade vici-
ne era facile uscirne alleggeriti del portamonete, oppure con
un occhio nero.
Lungo questa stessa via Mazzini, invece, tuo padre e i fra-
telli rientravano a casa ammassati sul cassone d’un camion
scoperto, viaggio cui i giovani maturavano il diritto ogni vol-
ta che si spingevano ad andare a trovare sul lavoro nonno
Agostino, alle poste di San Lazzaro.
Nella memoria, agli itinerari sempre uguali del patriarca
Brizzi e di nonna Bruna, perennemente diretti in farmacia o
alla chiesa dei Servi, si sovrappongono aneddoti coloriti del-
la vita di quartiere, dalle sparatorie del bandito Casaroli alle
peripezie amorose d’un prestante zio fattorino.

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Il centro è semideserto. E come potrebbe essere altrimenti,
in un sabato d’agosto? Devono essere partiti anche Vasco e
gli altri.

Risalgo strada Maggiore verso le Due Torri, e per un po’ so-


no l’unico bianco che si vede in giro: ormai questo non sarà
mai più un paesone.
Supero un costosissimo negozio di articoli per il trekking,
e penso che avrei voglia di andarmene per qualche giorno nei
boschi, prima che arrivi l’autunno.
Magari nelle Foreste Casentinesi, come qualche anno fa
insieme a Lerri, Stefano e Galerio. Risale alla memoria un
vecchio verso di Guccini che dice: «Si alza sempre lenta co-
me un tempo l’alba magica in collina», e all’improvviso mi
sembra l’unica cosa di cui si può davvero andare sicuri.
Mi piace sempre di più interrogarla, quell’alba. Non più
restando in piedi dalla sera prima, ma da appena sveglio.
Camminando nella luce salvifica dell’alba ogni cosa è chia-
ra: per noi non è tempo di arrenderci o covare rimpianti, ma
di andare incontro al futuro col nostro passo di sempre, alle-
nato in questa terra fra pianura e collina dove ognuno ha le
proprie possibilità ma nessuno ti regala niente.
Camminando, la memoria porterà a galla cose che crede-
vamo di avere dimenticato.
Ci arriveranno in visita volti, voci, ritornelli lontani, e
ovunque saremo ci sentiremo a casa, al riparo dal sole che
martella la pianura bionda di grano e dalle raffiche di vento
che sferzano le creste dell’Appennino, sotto i portici pieni di
musica della nostra città femmina.