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Cesura o chance?

di Serena Noceti

in “Mosaico di pace” del luglio 2020


Il lockdown che è stato posto per arginare la diffusione dell'epidemia da Covid-19 ha messo anche la Chiesa
cattolica in Italia davanti a una situazione inedita. Sono state interrotte improvvisamente tutte le attività
pastorali e, per quasi tutta la quaresima e il tempo pasquale, la comunità cristiana non si è potuta riunire per
celebrare l'Eucaristia insieme. Il momento centrale della vita ecclesiale, culmine e fonte della vita cristiana
personale e comunitaria, ha visto una sostanziale interruzione. Ci siamo trovati a sperimentare quello che
migliaia di comunità cristiane nel mondo vivono la maggior parte delle domeniche: ciò che abbiamo letto
delle Chiese dell'Amazzonia — una celebrazione eucaristica all'anno, o anche ogni due/tre anni —
diventata per un più breve lasso di tempo la nostra esperienza.
Le reazioni a questa situazione sono state diverse e hanno rivelato molto dello stile e delle scelte
che le comunità parrocchiali avevano precedentemente maturato. Abbiamo assistito a una diffusione
rapidissima di messe in tv o su fb, che, se hanno risposto alla duplice richiesta di accompagnare
l'esperienza religiosa di tanti che lo chiedevano e di continuare a celebrare "per" il popolo, erano però
poste con un atto celebrativo del presbitero, solo, senza quella dinamica celebrativa coinvolgente al
massimo grado l'assemblea di battezzati/e, cui abbiamo sperimentato forza e significato dalla riforma
liturgica del Vaticano II. Celebrazioni in tv/fb a cui assistere, da vedere, senza poter partecipare "realmente'',
attivamente in quella che è actio che chiede presenza, che è fatta di dialogo e di interazioni comunicative, di
corporeità che si esprime e sperimenta, di sensi che sono attivati non solo per esserci fisicamente, ma per fare
inseme. L'Eucaristia non è per ricevere individualmente un dono di grazia, ma è grazia che rigenera il Noi
ecclesiale e "ci" rende corpo di Cristo e popolo sacerdotale.
In altre comunità cristiane, l'opzione è stata quella di sostenere celebrazioni domenicali domestiche, a
casa, in famiglia, radicate sul sacerdozio comune battesimale; si sono sperimentati linguaggi e forme
celebrative nuove, maggiormente radicate nelle esperienze del quotidiano, mosse da prospettive
sapienziali, nella scoperta del rivelarsi di un Dio presente nelle nostre vite. O ancora si sono abitate
piattaforme digitali che permettessero scambio e partecipazione attiva (zoom, cisco, meet ), quelle
che ci stavano diventando familiari come ambiente di scuola, docenza universitaria, smartworking:
sono diventate il luogo per riscoprire e celebrare insieme (nonostante la distanza) la liturgia delle ore,
la lectio divina, il rosario, la via crucis, per fare catechesi e pastorale giovanile. In molte comunità è
stato, poi, un tempo per proporre incontri formativi, di catechesi e di teologia, per adulti e operatori
pastorali, sfruttando le potenzialità che la rete può offrire e che pochi avevano esplorato e praticato
nel contesto pastorale. Dalle case — e non solo dalle parrocchie, o più raramente dai centri
diocesani — si è intessuta una rete che ha coinvolto componenti abituali delle comunità
parrocchiali, ma anche amici e conoscenti che abitavano lontano o appartenevano ad altre
comunità cristiane.
PROTAGONISTI
Siamo stati condotti, così, nel limite imposto "dall'esterno", dal virus e dalla necessità di custodire la
vita e la salute di tutti, in particolare dei più fragili, a esperienze finora mai vissute: se molto si è
scritto negli ultimi anni sulla famiglia, piccola chiesa domestica, sulla parrocchia che vive tra e nelle
case, sulla ministerialità della coppia, è stato in questo tempo in cui abbiamo colto la verità e la
fecondità di queste prospettive per un rinnovamento di Chiesa. Esperienze online che chiedevano il
numero più ridotto e familiare di piccole comunità, in cui poter parlare, riconoscersi, essere
protagonisti, anche da laici e come laici.
Ma, ancora più in profondità, siamo stati rimandati a una domanda radicale sul senso e sulla forma
della vita ecclesiale: la pandemia ci ha messo davanti — in modo impietoso — al permanere, nelle
nostre menti e nelle nostre prassi, di un modello predominante di Chiesa, quello che dopo il concilio di
Trento l'ha accompagnata fino al Vaticano Il: una vita pastorale parrocchiale che si sviluppa ancora in
larga parte intorno a logiche di sacramentalizzazione e a proposte di catechesi per bambini e
adolescenti, incentrata sulla figura del sacerdote, orientata alla cura della vita spirituale dei singoli, a
una — significativa — socializzazione religiosa, ancorata su un'idea di "sacro" contrapposto al
profano. In molti casi, davanti all'emergenza la risposta è andata nel riproporre — su altro mezzo
(quello digitale) — la forma tridentina di Chiesa, quella che ci sembra essenziale, riconoscibile, sicura.
La visione ecclesiale ed ecclesiologica del Vaticano Il non è ancora penetrata in profondità nelle nostre
prassi pastorali: ancora i laici non sono considerati a pieno titolo, autonomia e responsabilità "soggetto
di Chiesa"; la teologia innovativa del ministero ordinato del Concilio non è ancora maturata nella
percezione diffusa; la Scrittura rimane sconosciuta ai più; l'evangelizzazione non è vista come il primo
passo generatore della vita ecclesiale; la Chiesa locale rimane per tanti una questione di strutture
burocratiche lontane dall'esperienza comunitaria. Pochi vescovi sono riusciti a offrire messaggi
significativi a chi chiedeva parole di senso e al Papa, al suo magistero nelle omelie da Santa Maria e
nei segni potenti da lui compiuti in alcune liturgie, è stato delegato quasi totalmente il compito di
porgere la parola del Vangelo.
Mentre si è aperta anche per le nostre comunità la cosiddetta "fase 2" e abbiamo ripreso — seppur con vincoli
celebrativi "pesanti" e non per tutti — le celebrazioni dell'Eucaristia, l'interrogativo ritorna sulla domanda-
chiave e risuona con accenti diversi, ancora una volta sui social, in gruppi di presbiteri, operatori pastorali,
teologi: vogliamo davvero ritornare alla nostra esperienza pastorale pre-Covid, come se questo tempo fosse
stato solo una parentesi, legata a una logica di emergenza, da chiudersi prima possibile? Cosa possiamo e
dobbiamo conservare dell'esperienza vissuta? Cosa abbiamo appreso dal disagio e dalla ricerca, da esperienze e
linguaggi nuovi che ci hanno emozionato e coinvolto, che non vogliamo perdere? Da dove dobbiamo partire
per un processo di rinnovamento ecclesiale? Non ci è forse stato dato in questo tempo un'occasione preziosa
per ricomprendere chi siamo come Chiesa, ripartendo dall'annuncio della Parola di Dio a tutti?
PASQUA
Il tempo della pandemia è coinciso con la Quaresima, la Pasqua, il tempo pasquale. Per i catecumeni la
quaresima è "tempo di purificazione e illuminazione", come ci ricorda il rito per l'iniziazione cristiana
degli adulti: nella Pasqua essi diventano nuove creature e sperimentano la forza del dono di grazia divina
rigeneratrice e trasformatrice: i neofiti comprendono più pienamente la virtus dei sacramenti celebrati e il
senso dell'essere Chiesa proprio nel tempo pasquale, a confronto con la Parola e la vita quotidiana, il
tempo feriale del lavoro, degli affetti, della vita comunitaria. Per la Chiesa intera c'è in fondo stato un
appello a ripercorrere i passi che fanno catecumeni/neofiti per potersi riscopri re come cristiani/e e come
Chiesa in modo nuovo. Mentre riprende il tempo ordinario la domanda sull'essenziale deve risuonare,
sapendo che l'esperienza vissuta può essere un guado per passare in una nuova terra, nella quale fare
nostre, finalmente con maggiore maturità e compiutezza, le novità di una Chiesa figlia del Vaticano II.