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La fraternità universale degli uomini e il volto paterno del Dio di Gesù

di Jean-Pol Gallez

in “baptises.fr” del 29 luglio 2020

Joseph Moingt ci ha lasciati. Jean-Pol Gallez condivide con noi ricordi del suo maestro e il suo
dolore per la sua perdita.

Caro amico… Così si rivolge a me J. Moingt nel nostro primo scambio di mail all’epoca in cui
inizio la mia tesi di teologia nel 2009, dedicata alla sua trilogia Dio che viene all’uomo. Via via che
i nostri contatti si intensificano e i nostri incontri si susseguono negli anni seguenti, mi si rivela tutta
la densità di questa interpellazione semplice e sorprendente come una perfetta attuazione di
quell’“umanesimo del Vangelo” in cui Moingt identifica il più sicuro fondamento della fede
rivelata. Considerare Dio come altro da sé, come un amico, ci porta indubbiamente alle sorgenti di
quella fede la cui ricerca instancabile costituisce la principale preoccupazione spirituale del gesuita
francese. Una preoccupazione che contagia naturalmente l’intera sua opera teologica, tesa verso la
preoccupazione dell’annuncio della fede che sfocia sempre sul magnifico ed eterno riflesso che si
rinviano l’una all’altro l’universale fraternità degli uomini e il volto paterno del Dio di Gesù.

È quello spirito del cristianesimo che si trova al cuore del dono dello Spirito offerto in condivisione
e in testimonianza della “gratuità di Dio” di cui ho percepito sensibilmente il passaggio nel corso
dei miei numerosi colloqui personali con Moingt. Perdere tempo per amore per gli altri, ecco una
delle più grandi lezioni di saggezza di cui mi ha arricchito la sua frequentazione. Era grande il mio
stupore nel vedere quell’uomo così semplice dedicarmi giornate intere a rispondere alle mie
domande, a comunicarmi lo stato delle sue ricerche, ad aprirmi generosamente ai suoi progetti di
scrittura… mentre il tempo si faceva breve per lui, al crepuscolo di una vita di lavori sempre
riavviati. Durante una delle nostre interviste, Moingt mi consegna le note manoscritte della sua
omelia pronunciata in occasione dei 75 anni della sua entrata nella compagnia di Gesù. In quelle
note trova un’eco diretta di quella gratuità di esistenza intensamente provata, mentre Moingt medita
alla propria vita con Dio: “Gli tendo grazie per la sua pazienza ad insegnarmi il valore del tempo
perduta ad ascoltare gli altri […]. Ciò di cui hai potuto impoverirti per altri va a tuo credito e ti
arricchisce, Ecco che cosa ho imparato dalla mia lunga vita e di cui rendo grazie al Signore.
Perché ogni perdita gratuitamente accettata è grazia, è sempre guadagno di grazia”.
In questa breve evocazione dell’uomo, noto soprattutto, uno nell’altra, un atteggiamento spirituale
inseparabile da una concezione della fede: nulla vale, se non nella condivisione delle vite e delle
idee per avvicinarsi insieme alla verità. Questa per Moingt è una delle sfide cruciali dell’avvenire
della teologia e della Chiesa. Per questo motivo vorrei ora soffermarmi su tale aspetto della sua
opera di cui sottolineo alcuni frammenti.
La verità è prima di tutto lo sforzo e l’importanza di pensare la fede, facendo ben attenzione a
distinguere ciò che vi è di assoluto e di contingente all’interno di ciò che Moingt chiama “l’atto del
credere”: “la fede è immutabile nel suo atto, continua ma variabile nel suo pensiero”(1),
convinzione ereditata dalla propria ricezione del pensiero di M. de Certeau e che precisa il suo
rapporto con la tradizione: “La Tradizione, quella vera, quella che è viva, non è ripetizione, ma
incessante innovazione alla ricerca della Verità piena verso la quale lo Spirito Santo conduce i
credenti”(2). In questo senso, Moingt attribuisce un’importanza preponderante alla comunicazione
della fede, perché la rivelazione di Dio in Gesù è una faccenda di relazione e di linguaggio
condiviso dagli uomini in un luogo e un tempo determinati.
Per Moingt, ogni cristiano è responsabile di questo lavoro al centro del quale è permesso e perfino
desiderabile dubitare perché “il dubbio è parte integrante di ogni ricerca di verità e di ogni
relazione umana; […]. Non vedo come la fede potrebbe sfuggirvi, dato che si muove nell’aldilà del
visibile. […] La fede è ‘abbandono di garanzia’ […], anche questo lo si impara nelle Scritture e
con la preghiera” (3). Dubitare è prima di tutto osare porre a se stessi le buone domande a
proposito della nostra fede, che non può che uscirne più adulta. Per questo “fare teologia”
costituisce un’attività propria della fede in quanto tale e contribuisce a nutrire dall’interno.
Ringrazio Moingt di trascinare il suo lettore a cercare la verità di ciò che pretende di credere, senza
temere le rimesse in discussione a volte profonde a cui quell’atto di abbandono può condurre, ma la
cui spinta è potente perché “alla fede manca una qualità interiore quando la dimensione del
comprendere è assente dal credere, qualcosa che non riguarda più la verifica di ciò che viene
creduto ma la veridicità dell’atto di credere” (4).
La verità è anche una forte attenzione alle domande che ogni essere umano si pone e che Moingt fa
rientrare in pieno nel suo lavoro teologico. Per Moingt, la domanda di Dio non ci fa volgere verso il
cielo – come fanno le religioni – ma verso gli uomini e verso la storia, che è il solo vero modo di
onorare quel Dio che viene all’uomo. Per questo la domanda di Dio diventa qui riflessione sul senso
dell’esistenza perché la vera religione del Vangelo è quella che vive Dio “al cuore dell’umanità, in
quello spazio spirituale strutturato dalle relazioni di carità. Dio vive lì, nel cuore della nostra
storia umana” (5). Ma il principio vale anche per la Chiesa! Tutta l’evoluzione teologica di Moingt
testimonia una considerazione crescente per le domande poste dai “semplici fedeli, dal prendere sul
serio la loro fuga progressiva da una istituzione che sostiene troppo poco la libertà di pensare dei
figli di Dio, che hanno imparato a dubitare e a porre domande alla dottrina ufficiale, o che
semplicemente sono a disagio rispetto ad una sacralizzazione delle funzioni che deriva più dai tempi
della cristianità che da un impulso evangelico. Anche qui, in causa è la tradizione della fede,
altrettanto inseparabile dalla responsabilità di ogni cristiano, ben lontana da una “concezione
aristocratica della tradizione [che] ha il torto gravissimo di svuotare la fede della Chiesa dal
‘senso della fede dei fedeli’” (6). Chi non comprende Moingt, sosterrà che quest’ultimo fa tabula
rasa della “tradizione”. Eppure la faccenda è chiara, sia nel suo gesto implicito che nelle sue parole
al riguardo: “Nei miei libri, tengo presenti i dogmi della Chiesa, ma li reinterpreto. Non li credo –
non li ricevo – così come sono stati formulati, ma mi sforzo tuttavia di pensarli come sono stati
creduti. […]. Tengo presente la fede […] che li ha ispirati” (7). Tra la lettera e lo spirito, lo Spirito
ci impone di scegliere. Ringrazio Joseph Moingt di sostenere la libertà della nostra fede.
Joseph Moingt è deceduto una mattina… Nella sua omelia che ho citato all’inizio, l’uomo si rifiuta
di ripensare troppo al suo passato e, fedele ad un gesto teologico segnato dal sigillo della
Resurrezione, preferisce guardare al futuro: “starò nella luce indecisa che filtra tra il tramonto e
l’alba… Sono io che ho portato quel Dio neonato fino ad oggi, o è lui che mi ha portato fino ad
oggi per prendermi tra poco tra le sue braccia? La risposta mi sarà data, tra non molto, nel
chiarore che spunta tra il giorno che muore e quello che nasce”.

(1) L’homme qui venait de Dieu, p. 78. (L’uomo che veniva da Dio)
(2) Croire quand même, p. 41. (Credere lo stesso)
(3) Croire quand même, p. 45-46. (Credere lo stesso)
(4) Dieu qui vient à l’homme, t. 1, p. 488. (Dio che viene all’uomo)
(5 L’Évangile sauvera l’Église, p. 145. (Il Vangelo salverà la Chiesa)
(6) Croire quand même, p. 178. (Credere lo stesso)
(7) Croire quand même, p. 108. (Credere lo stesso)