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Metapolitica ed ermeneutica della dissidenza.

La mia replica a Carlo


Gambescia (di Alberto Buela)
cargambesciametapolitics Scritto il 12 Agosto 2021
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Metapolitica
Ciò che accomuna da qualche anno la ricerca di Carlo Gambescia,
autore di un magnifico studio, “Metapolitica. L’altro sguardo sul
potere” (1), alla mia, è il comune tentativo di conferire un taglio
accademico alla metapolitica.
Un tentativo rivolto a evitare che la disciplina finisca nelle mani di
fantasisti delle idee e di fanatici capaci solo di inventarsi mitologie
privi di qualsiasi valore. Tra questi ultimi possiamo rubricare Alain
Badiou e Daniel Estulin (russo-argentino) (2).
Approfittando di un mio scritto, “Metapolítica, después de un cuarto
de siglo”, (3) in cui, tra l’altro, si annuncia un seminario, che si terrà
via Zoom in settembre- ottobre, il professor Gambescia ha dedicato
due lunghi articoli al mio pensiero in argomento: “ Alberto Buela e la
metapolitica del canone” e “Il concetto di dissenso in Alberto Buela”,
ai quali farò qui riferimento (4).
Nel primo si distingue tra la metapolitica come scienza o teoria e
come pratica o azione. Vi si afferma che “in Buela si può distinguere
una ulteriore fase, per così dire della sintesi: nel senso di porre
l’euristica al servizio della trasformazione politica, dell’azione”.
È noto che l’euristica nella sua prima accezione rimanda all’arte
dell’inventare, mentre in realtà si tratta di un metodo per far
progredire le modalità di conoscenza. O meglio ancora, si è davanti
a un insieme di tecniche utili per risolvere i problemi della ricerca.
Tuttavia, a mio avviso, l’ euristica esige un’ermeneutica, ossia un
giudizio di valore capace di facilitare il ruolo dell’azione. Il che
rimanda ai processi di trasformazione politica dello status quo
vigente che innerva la comunità politica.
E ciò, osserva giustamente Gambescia, è un rischio: “ La teoria
metapolitica di Buela, che ha il fascino tremendo del fiume in piena,
rinvia a fattori contestuali, biografici e storico-sociali, che rischiano di
trasformare l’euristica in una ermeneutica”. Perché – cosa che io
condivido – “esiste il pericolo di trascurare la scienza per inseguire
l’opinione, soddisfacendo così solo il capriccio soggettivo del
ricercatore”.
Si tratta di un punto cruciale, individuato da Gambescia. Allora,
come fare scienza, partendo dall’ermeneutica, senza cadere nel
soggettivismo?
Come egli indica di seguito: “Si tratta di una tensione che
indubbiamente esiste non solo nel pensiero di Buela. Perché
riguarda l’ontologia della conoscenza, il rapporto tra pensiero e
azione, tra scienza e interpretazione, dunque ermeneutica, in
funzione dell’azione. Una condizione che riguarda tutti gli studiosi in
quanto esseri umani. E perciò è comprensibile”. Tuttavia – egli
continua – “sul piano dell’istituzionalizzazione della metapolitica, il
suo riconoscimento impone, per evitare che la corda cognitiva si
spezzi, il rispetto di due punti fondamentali”.
Quali?
1) Puntare su ciò che storicamente e sociologicamente si ripete
come i concetti di Comunità, Autorità, Status, Sacro, Alienazione e
rispettive antitesi.
2) Attenersi alle cose come sono, quindi alle regolarità
metapolitiche.
Quelle che ora seguono sono le regolarità metapolitiche che, come
ritengo, ritroviamo oggi, hic et nunc, nel quadro di una tensione
dialettica tra i seguenti poli: consenso e dissenso; diritti umani e
diritti dei popoli; progresso e decrescita; memoria e storia; pensiero
unico e pensiero della dissidenza (“pensamiento disidente”);
pluralismo e relativismo; globalizzazione e comunità;
multiculturalismo-interculturalismo; crisi e decadenza.
Ecco quali sono le grandi categorie al centro della della metapolitica.
Categorie che condizionano l’azione politica dei governanti o delle
élite di turno.
Desidero ora trattare, telegraficamente, per rudimenti, il significato
dell’ermeneutica dal punto di vista della mia ricerca. Il termine risale
a Federico Schleirmacher (1768-1834), padre della moderna
ermeneutica (1805, 1809,1810, 1819), che scorge in essa una teoria
della comprensione come dell’interpretazione. Va tenuto conto del
contesto del discorso, chiunque si accosti a un certo pensiero, deve
conoscerne la lingua, come avere sempre presente il quadro storico
e sociale del tempo. Schleiermacher rilegge il classico testo di
Aristotele, “Peri Hermeneias” (“De Interpretatione”), conferendo
grande attenzione al ruolo del sentimento e dei fattori sociopolitici.
Del resto, egli visse nel periodo di transizione dall’Illuminismo al
Romanticismo. Fu il fondatore dell’Università di Berlino, nonché il
primo ideologo dell’umanesimo cristiano.
Secondo Schleirmacher l’oggetto dell’ ermeneutica è la
comprensione di un autore addirittura meglio di come l’autore sia
giunto a comprendere se stesso. Un esempio argentino al riguardo
è rappresentato dal nostro maggiore metafisico, Miguel Ángel
Virasoro (1900-1966) Che come traduttore de “L’Être et le Néant” di
Sartre, riuscì a far comprendere ai francesi Sartre molto meglio di
come essi lo avessero fino ad allora compreso, E attenzione, non
discostandosi dalla parola di Sartre.
In questo modo si inaugura quel circolo ermeneutico di testo o
contesto-autore-comprensione in cui l’interprete si compenetra nell’
autore e nel suo contesto. Si equipara a esso. Conoscere è
essenzialmente comprendere. Sicché si configura un secondo
circolo ermeneutico tra filosofia, filologia e linguaggio.
Il secondo autore al quale dobbiamo ricorrere per poter spiegare
l’ermeneutica è un nostro contemporaneo, Hans Georg Gadamer
(1900-2002), al quale si deve il rinnovamento dell’ermeneutica. Per
capire l’ermeneutica di Gadamer dobbiamo tenere in considerazione
due elementi principali: il senso del testo e la verità del testo.
Per “senso del testo” si intende il significato scientifico descrittivo di
un testo. La scienza con i suoi metodi storici e filologici ci spiega il
senso di un testo.
Per “verità del testo” si indica la conoscenza alla quale conduce
l’ermeneutica. Facciamo analisi ermeneutica di un testo o di un
contesto ogni volta che cerchiamo di comprenderne la verità.
Sicché, secondo Gadamer, chi non scorge la verità di un testo non
può comprenderne il senso. Comprendiamo il senso di un testo solo
quando abbiamo compreso la sua verità.
Per fare due esempi:“È preferibile subire una ingiustizia che
commetterla”; “ È preferibile vivere nella propria patria che in un
luogo straniero”. Chi intende il senso di questi testi ma non ne ha
accetta la verità, ne ha compreso il senso? Evidentemente no. Testo
e contesto si possono considerare obiettivamente? Evidentemente
no.
Si può considerare un testo o contesto obiettivamente,
svincolandosi dalla sua verità? Ovviamente no, come afferma
Gadamer.
Esistono inoltre due criteri di verità nell’ ermeneutica della
dissidenza, criteri che facciamo nostri: a) l’evidenza, ciò che di per
sé non ha bisogno di prova, qualcosa di già esistente, che dobbiamo
solo descrivere in maniera compiuta e b) verificare in chiave
intersoggettiva, per evitare che la nostra soggettività ci inganni.
Come dovrebbe risultare chiaro, mi sto avvalendo anche degli
insegnamenti di Franz Brentano (1838-1917), il padre della
fenomenologia.
A mio avviso, lo scopo della metapolitica è proprio questo: indagare
con arte, con creatività, quei problemi che non troviano nei manuali
di filosofia politica, problemi che rinviano alle grandi categorie oggi
dibattute, problemi di cui la metapolitica coglie, per comprensione, la
verità.
Tenendo però sempre nel dovuto conto l’osservazione finale di
Carlo Gambescia: “Di attenersi alle cose come sono, dal punto di
vista delle regolarità metapolitiche, e non come dovrebbero essere
dal punto di vista dei differenti e fantasiosi vangeli sociali.
In definitiva la metapolitica non può essere una metafisica della
politica, errore commesso da Wilhelm Dilthey (1833-1911), ma
neppure può essere un’etica della politica. Ma nemmeno è una
filosofia politica che si occupa del “politico” come qualcosa che è
“oltre” che poi però viene interpretato come un “al di qua”.
Come afferma con finezza poetica, Monserrat Álvarez, “con il
termine metapolitica voglio riferirmi ai concetti inconsci della politica.
Alla ricerca, attraverso un studio attento, del fondamento implicito
che si cela sotto la cute di quei fatti che chiamiamo politici”
Dissenso
Quanto al secondo articolo sul dissenso, Carlo Gambescia inizia
affermando che “il dissenso, che si suddivide in teoria e in pratica,
come forma di relazione ( nel senso della produzione di
conseguenze), è un fatto sociale di grande importanza, perché
incide sulla divisione sociale del lavoro […]. Il che significa che va
operata una distinzione tra dissenso teorico, sulle idee, senza
conseguenze immediate, come spesso capita, quando un
argomento, anche polemico, scompare tra le nebbie del discorso
pubblico, e dissenso pratico, con conseguenze immediate, come nel
caso dei lavoratori che entrano in sciopero”.
Quanto afferma Gambescia è giusto dal punto di vista sociologico,
tuttavia come dice il mio amico, Carlos Antonelli, specialista della
materia, “lo sciopero (per seguire il suo esempio), senza alcun
dubbio è una manifestazione di dissenso dei lavoratori, però non
può essere definito, per se stesso, come dissenso… Se uccido, non
sto manifestando alcuna ‘pratica di dissenso’ verso l’altro, sto
facendo un’altra cosa, distinta dal dissenso: sto commettendo un
omicidio. Sicché l’ omicidio, lo sciopero, non sono ‘pratiche di
dissenso’, sono cose di altra natura.
La distinzione tra dissenso teorico e pratico può essere utile dal
punto di vista dell’analisi sociologica, ma ritengo sia sterile da quello
metapolitico.
Non è di sicuro ciò che intendiamo con il nostro volume “Teoria del
dissenso” (5), in cui il dissenso è studiato dal punto di vista filosofico
come dimensione esistenziale di ogni uomo, quale affermazione e
manifestazione privilegiata di se stesso.
Per tale ragione proponiamo una ermeneutica della dissidenza
(“hermenéutica-disidente”) quale metodo più appropriato per la
metapolitica.
Certo, è vero che questo metodo non ha il rigore delle cosiddette
“scienze dure” o “esatte”. Ma ne sono comunque soddisfatto, perché
non rinuncia al rigore, caratteristica che le scienze del
comportamento umano non dovrebbero mai perdere di vista. Del
resto, se approfondiamo la storia della scienza, questa non è altro
che una variazione degli endoxa (opinioni riconosciute) aristotelici.
Per parte sua, Carlo Gambescia non può non rilevare, accostandosi
al nostro pensiero, che il “ dissenso-conflitto, in quanto regolarità
metapolitica, ripetiamo, ricorre nel tempo.” E che un’ “altra regolarità
metapolitica è la distinzione tra istituzione e movimento”. Obiettando
però che “il dissenso, se “prescritto”, venduto e consumato in dosi
massicce può avvelenare e uccidere…”.
Di qui, il suo richiedere un dissenso rispettoso dell’ esperienza
storica e sociologica, poiché non va mai dimenticato che “ in ogni
dissenziente si scorge un futuro difensore delle istituzioni”.
Carlo Gambescia è un sociologo serio e rigoroso che esige una
metodologia scientifica la più lontana possibile dal soggettivismo e
dall’ ideologia politica. È un realista politico che richiama la mia
attenzione sull’importanza di non fuoriuscire mai dall’alveo del
ragionamento ben meditato.
E in questo senso gli sono molto grato.
Alberto Buela
(traduzione dallo spagnolo di Carlo Gambescia ©)
(1) Edizioni Il Foglio, Piombino (Li) 2009.
(2) Alain Badiou, “Compendio de metapolítica”, Prometeo, Buenos
Aires. 2009; Daniel Estulín, “Metapolítica, Transformación global y
guerra de potencias”, Ed. Botas, México, 2020.
(3) Cfr.
qui: http://hernandezarregui.blogspot.com/2021/08/metapolitica-
despues-de-un-cuarto-de.html
(4) Per gli articoli di Carlo Gambescia si veda
qui: https://cargambesciametapolitics.altervista.org/la-metapolitica-
del-canone-di-alberto-buela/ ; https://cargambesciametapolitics.alter
vista.org/alberto-buela-e-il-concetto-di-dissenso/ .
(5) Alberto Buela, “Teoría del disenso”, Theoria, Buenos Aires
2005,1° ed.; Fides, Barcelona, 2016, 2° ed.; Nomos, Buenos Aires
2020, 3° ed.; Ignacio Carrera Pinto, Santiago de Chile, 2020, 4° ed.